dittatura – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 05 Feb 2026 06:48:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le chimere del frontismo e dell’antifascismo elettoralistico: il cadavere ancora cammina https://www.carmillaonline.com/2024/07/10/le-chimere-del-frontismo-e-dellantifascismo-elettoralistico-ovvero-il-cadavere-ancora-cammina/ Wed, 10 Jul 2024 19:15:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83389 di Sandro Moiso

“Il risultato peggiore, per le sorti della classe proletaria, è l’entrata nel tronfio affasciamento antifascista della parte proletaria che aveva finalmente imboccata la via originale ed autonoma” (Amadeo Bordiga)

Nel corso degli anni Novanta, quando chi scrive faceva ancora parte di una ristretta compagine militante dal chiaro riferimento bordighista, che in seguito avrebbe dato vita alla rivista «n+1», un circolo politico di estrema destra scrisse al medesimo gruppo chiedendo un contatto per una eventuale collaborazione, una volta considerate le possibili affinità di vedute.

La risposta del militante più anziano, allora alla guida dello stesso, fu ferma [...]]]> di Sandro Moiso

“Il risultato peggiore, per le sorti della classe proletaria, è l’entrata nel tronfio affasciamento antifascista della parte proletaria che aveva finalmente imboccata la via originale ed autonoma” (Amadeo Bordiga)

Nel corso degli anni Novanta, quando chi scrive faceva ancora parte di una ristretta compagine militante dal chiaro riferimento bordighista, che in seguito avrebbe dato vita alla rivista «n+1», un circolo politico di estrema destra scrisse al medesimo gruppo chiedendo un contatto per una eventuale collaborazione, una volta considerate le possibili affinità di vedute.

La risposta del militante più anziano, allora alla guida dello stesso, fu ferma e decisa, perché: «tra comunisti e fascisti non possono esistere punti in comune e soltanto le condizioni storiche ci impediscono di rapportarci con questi nell’unico modo possibile. Ovvero a colpi di fucile.»

Molta acqua è passata sotto i ponti da quel tempo ad oggi ma, nonostante il fatto che le divergenze di vedute su molti aspetti dell’agire politico abbiano poi portato il sottoscritto a lasciare l’esperienza bordighista, quelle poche parole sono rimaste scolpite nella memoria di chi scrive come chiaro insegnamento. Perché ponevano alcuni ordini di problemi che oggi gran parte della sinistra presunta radicale sembra per molti aspetti ancora ignorare.

Il primo, naturalmente è quello costituito dal semplice fatto che tra l’interpretazione comunista e rivoluzionaria della realtà e delle sue contraddizioni economiche, sociali e politiche, e quella fascista e reazionaria delle stesse non può esistere alcunché di comune, al contrario di quanto recentemente sostenuto da formazioni che, pur rivendicando la vicinanza del proprio agire politico all’esperienza della sinistra antagonista, hanno invece fatto proprie le posizioni nazionaliste e populiste tipiche del fascismo.

Il secondo, altrettanto importante, è che la reazione fascista intesa come espressione del dominio di classe in periodi di difficoltà del modo di produzione capitalistico non si può combattere sul piano delle idee o delle convulsioni parlamentari ed elettoralistiche, ma soltanto con una strenua battaglia condotta nelle piazze, strada per strada e in ogni altro spazio politico-sociale che si voglia contendere all’avversario. Quest’ultimo sempre inteso, però, non come erronea deformazione del capitalismo democratico e liberale, ma come sua intima, ultima e definitiva moderna essenza.

Quest’ultima considerazione era già tutta compresa nella relazione sul Fascismo che Amadeo Bordiga aveva presentato, all’epoca dell’affermazione di Mussolini, durante il IV Congresso della Terza Internazionale nel 1922. Una riflessione che si poneva di traverso rispetto qualsiasi teorizzazione di fronte unico dall’alto o interclassista destinato a impedire la vittoria della “reazione fascista”, intesa come nemica non soltanto del proletariato e dei lavoratori ma anche delle stesse classi borghesi al potere e del sempiterno liberalismo.

Una posizione, quella della Sinistra Comunista e di Bordiga, criticata più volte ad opera di chi un Fronte antifascista avrebbe poi perseguito fino alla creazione del CLN e alla susseguente azione politica volta non a superare il fascismo insieme al modo di produzione di cui era stato il prodotto politico e il custode armato, ma soltanto a ristabilire l’ordine liberale e parlamentare precedentemente superato. Senza nulla mutare sul piano dei rapporti sociali di produzione e di proprietà dei mezzi per conseguire l’arricchimento privato a scapito del lavoro socialmente realizzato. Come avrebbe poi ancora affermato l’unico “comunista italiano” degno di questo nome:

Senza dare infatti importanza alcuna al pronostico o al compulsamento delle statistiche dei risultati, cui da oltre trent’anni contestiamo anche questa ultima affermata utilità di indice quantitativo delle forze sociali, e senza quindi tentare il freddo schizzo o ammirare la pallida fotografia in numeri dell’oggi [dimostreremo come] In diverse situazioni e sotto mille tempi, la storia ha convinto che migliore diversivo della rivoluzione che l’elettoralismo non può trovarsi.
[…] Se questo ancora una volta rammentiamo, è per stabilire lo stretto legame tra ogni affermazione di elettoralismo, parlamentarismo, democrazia, libertà, ed una sconfitta, un passo indietro del potenziale proletario di classe. La corsa all’indietro ebbe il suo compimento senza più veli quando […] in situazioni capovolte, il potere del capitale prese l’iniziativa di guerra civile contro gli organismi proletari. La situazione era capovolta in grande parte per il lavoro della borghesia liberale e dei socialisti democratici, della stessa destra annidata nelle file nostre, [che] dettero mano alla preparazione delle aperte forze fasciste, usando all’uopo magistratura, polizia, esercito (Bonomi) per contrattaccare ogni volta che le forze illegali comuniste (sole, e in pieno “patto di pacificazione” da quei partiti firmato) riportavano successi tattici (Empoli, Prato, Sarzana, Foiano, Bari, Ancona, Parma, Trieste, ecc.). Che in questi casi i fascisti, non avendolo potuto da soli, coll’aiuto delle forze dello Stato costituzionale e parlamentare massacrassero i lavoratori e i compagni nostri, bruciassero giornali e sedi rosse, non costituì il massimo scandalo: questo scoppiò quando se la presero col Parlamento ed uccisero, ormai post festum, il deputato Matteotti. Il ciclo era compiuto. Non più il Parlamento per la causa del proletariato, ma il proletariato per la causa del Parlamento. Si invocò e proclamò il fronte generale di tutti i partiti non fascisti al di sopra di diverse ideologie e diverse basi di classe, con l’unico obiettivo di unire tutte le forze per rovesciare il fascismo, far risorgere la democrazia, e riaprire il Parlamento. Più volte abbiamo riportato le tappe storiche: l’Aventino, cui la direzione del 1924 del nostro partito partecipò, ma da cui dovette ritirarsi per la volontà del partito stesso che solo per disciplina aveva subito le direttive prevalse a Mosca, ma ancora serbava intatto il suo prezioso orrore, nato da mille lotte, ad ogni alleanza interclassista; poi la lunga pausa e la ulteriore scivolata nella emigrazione, fino alla politica di liberazione nazionale e guerra partigiana, come più volte abbiamo spiegato che l’uso di mezzi armati ed insurrezionali nulla toglieva al carattere di opportunismo e tradimento di una tale politica. Non seguiremo qui tutta la narrazione. Fin da prima del fascismo italiano e dall’altra guerra ne avevamo abbastanza per sostenere che nell’Occidente di Europa mai il partito proletario doveva accedere a parallele azioni politiche con la borghesia “di sinistra” o popolare, della quale da allora si sono viste le più impensate edizioni: massoni anticlericali una volta, poi cattolici democristiani e frati da convento, repubblicani e monarchici, protezionisti e liberisti, centralisti e federalisti, e via. Di contro al nostro metodo che considera ogni moto “a destra” della borghesia, nel senso di buttare la maschera delle ostentate garanzie e concessioni, come una previsione verificata, una “vittoria teorica” (Marx, Engels) e quindi un’utile occasione rivoluzionaria, che un partito rettamente avviato deve accogliere non con lutto ma con gioia, sta il metodo opposto per cui ad ognuna di quelle svolte si smobilita il fronte di classe e si corre al salvataggio, come pregiudiziale tesoro, di quanto la borghesia ha smantellato e schifato: democrazia, libertà, costituzione, parlamento1.

Lasciando il tempo e lo spazio per riprendere ancora più avanti le osservazioni di Bordiga sulla farsa elettorale e la sue reale funzione controrivoluzionaria, occorre qui sottolineare come in Francia, nonostante l’imbecille esultanza sulla sconfitta elettorale di Marine Le Pen e del suo partito populista (si badi bene alla scelta dell’aggettivo), questo quadro si sia ripetuto per l’ennesima volta e all’ennesima potenza.

Tra l’inizio di giugno e la prima tornata delle elezioni legislative francesi il carrozzone autoritario, bellicista e centralizzatore, spacciato per liberal-democratico, europeista aveva subito, particolarmente in Francia e Germania, uno scossone senza precedenti con uno spostamento di voti che, pur rimanendo valide le osservazioni di Bordiga più sopra riportate, indicava una sorta di ribellione degli elettori, o almeno di ciò che rimane ancora attivo del corpo elettorale, contro le politiche della Banca centrale europea e dei suoi rappresentanti politici a livello istituzionale e nazionale.

In particolare in Francia, dove il traballante presidente della Repubblica, ha scelto la sera stessa della “sconfitta europea” di indire nuove lezioni legislative, creando ad arte la “paura” per un’ascesa del “fascismo” al governo della nazione. Scelta un tantino azzardata che ha visto alla fine della prima tornata elettorale una situazione in cui il partito del presidente ridursi al lumicino, con il Rassemblement National e gli alleati in testa con il 33,14% dei consensi; Nuovo Fronte Popolare con il 27,99%; il partito del presidente Ensemble con il 20,4% e i Repubblicani con 10,7% .

Mentre alle precedenti elezioni legislative i risultati elettorali avevano visto il partito della Le Pen raggiungere il 18,68% con 89 seggi; il partito di Macron il 25,75% al primo turno e il 38,57 al secondo, con 245 seggi; la sinistra della Nouvelle Union Populaire il 25,8% al primo turno e il 31,60 al secondo, con 131 seggi e i gollisti repubblicani (non ancora divisi dalla scelta elettorale dell’ex-leader Eric Ciotti) il 10, 42 con 61 seggi.

E’ stato dopo il risultato del primo turno che la sinistra e il suo (?) leader Jean-Luc Mélenchon hanno gettato del tutto la maschera di strumenti del mantenimento dell’ordine borghese il/liberale, dichiarando aprioristicamente un patto di desistenza per tutti quei collegi in cui il secondo turno avrebbe potuto vedere una possibile triangolazione elettorale tra rappresentati del RN, del Fronte popolare e del partito di Macron. Che, ricordiamolo sempre, è un sostenitore e promotore dello sforzo bellico europeo nel contesto del confronto militare sul fronte ucraino. Questione dirimente che, da sola, avrebbe dovuto essere sufficiente a promuovere il rifiuto di qualsiasi alleanza elettorale con lo stesso.

Cosa che, invece, ha aperto la strada ad un sostanziale salvataggio del partito del presidente che è uscito dal secondo turno con 168 seggi a fronte dei 182 seggi al Nuovo fronte popolare e dei 143 alla Le Pen. Che, comunque, esce tutt’altro che sconfitta dal confronto elettorale, considerato che «nel 2017 il Rassemblement National aveva solo 6 deputati nell’Assemblea nazionale. Nelle elezioni legislative del 2022 è balzato a 89 deputati. Il 7 luglio ne ha ottenuti 143, il che è il contrario di un fallimento […] Inoltre ha raccolto quasi 10 milioni di voti – nel 2022 ne aveva ottenuti solo 4,2 – contro i 7,4 milioni del Nouveau Front Populaire e i 6,5 milioni del centro macroniano»2.

Così la scelta “radicale” del Fronte Popolare invece di contribuire ad affossare definitivamente il guerrafondaio Macron, soddisfacendo la volontà di milioni di francesi che, da un lato o dall’altro della barricata3, si erano illusi di poter eliminare le sue politiche repressive, economiche e militari con il voto, ha finito col salvaguardarne il governo, considerato che al momento attuale, nonostante la prosopopea melenchoniana, il presidente ha per ora respinto le dimissioni del primo ministro Attal chiedendogli di rimanere ancora in carica in attesa degli sviluppi della situazione politica venutasi a creare con il voto. In cui nessuno ha raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi e in cui i conteggi per le alleanze possibili per raggiungerla si rivelano difficili e contraddittori.

Almeno in apparenza, considerato che fin dai giorni successivi al primo turno una parte dell’elite macroniana si era dichiarata indisponibile a votare i candidati di sinistra ritenendoli, come ha affermato il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire alla radio France Inter: «un pericolo per la nazione», aggiungendo che, pur incoraggiando gli elettori a scegliere candidati di altri partiti di sinistra nei luoghi in cui un candidato centrista si è ritirato dalla corsa, non avrebbe “mai” invitato a votare Lfi (La France Insoumise).

Rivelando che, alla fin fine, la borghesia “liberale” preferirà sempre la Destra reale alla Sinistra “radicale”, anche se fittizia e niente affatto “Insoumise”. Di modo che al secondo turno lo schieramento rappresentato dal desistente Mélenchon ha perso il 2,44% degli elettori rispetto al primo turno, fermandosi a 7.005.527 di voti. Abbastanza rispetto ai 6.315.555 del blocco macroniano, poco guardando i 10.110.011 raccolti dai lepenisti. In un contesto in cui l’affluenza elettorale è aumentata rispetto alla prima tornata del 30 giugno.

Tutto sommato, come hanno confermato i voti, senza indebolire la destra lepenista che ha quasi raddoppiato i seggi rispetto al 2022 e che, in futuro, a fronte di proteste sociali e difficoltà economiche, potrebbe diventare la “miglior scelta” per la borghesia e l’imprenditoria francese. E che oggi non lo è ancora forse soltanto perché non abbastanza centralizzatrice e fascista, nell’intima essenza del termine che poco ha a che fare con il “semplice” razzismo4 o la negazione dei diritti di alcune categorie sociali (la cui repressione ha sempre funzionato benissimo anche solo per mezzo della Chiesa e dei partiti ad essa affiliati, anche quando si definiscono ”democratici”) e molto con la riorganizzazione e centralizzazione delle decisioni di carattere economico-industriale e finanziario e l’integrazione della classe lavoratrice nelle esigenze dello Stato e dell’imprenditoria.

Ora, per non tradire ulteriormente l’assunto bordighiano sulla scarsa significatività politica del voto e delle elezioni, dal punto di vista di classe, occorre ricordare, come ha fatto recentemente un bell’articolo comparso su Infoaut5, che dal punto di vista elettorale e politico esistono comunque, in Francia, due ben distinti punti di vista che continuano a segnare uno spartiacque, in termini di analisi e di percezione dei fenomeni, «tra chi pratica il terreno della lotta, attraverso forme di organizzazione proprie e specifiche all’interno dei quartieri popolari dove vive la maggior parte delle persone razzializzate e chi invece proviene dalla tradizione dei movimenti di lotta “della metropoli”, che pur avendo visto negli ultimi 10 anni una composizione di classe differenziata, sono per la maggior parte portati avanti da persone bianche». Per continuare, poi, sostenendo che:

Da questi ultimi, infatti, il sostegno al NFP viene interpretato nei termini di una necessità contingente che vede una forma di ricomposizione del politico su un piano di carattere emergenziale, legato a doppio filo ad una narrazione di segno quasi apocalittico che descrive la possibile (e probabile) vittoria dell’RN come l’avvento del fascismo tout court.
[…] La sensazione che emergeva da quel contesto era che, per la prima volta, gran parte dei movimenti di lotta metropolitani sentissero molto concreto il rischio connesso ad uno stato di guerra civile, ovvero di uno scontro sociale in seno alla società dispiegato in maniera quasi-permanente, e nel quale una delle due forze in campo esiste, ma non è sufficientemente organizzata, mentre l’altra, quella fascista, avrà dalla sua parte il governo e vedrà la polizia come suo principale alleato. Diciamo per la prima volta, perché ci sembra che il punto stia tutto qui: nella percezione inedita del rischio di venire “espulsi” dal quadro di un ordine politico di cui si può scegliere di fare parte, sebbene in maniera più o meno critica o totale – in quanto bianchi, in quanto cittadini francesi ed anche, in parte, in quanto militanti politici. Un rischio che si intravede verosimilmente all’orizzonte è dunque quello di non ricadere più sotto la “protezione” e la tutela di risorse ancora esigibili da una forma di diritto repubblicano, quello di non giocare più la partita su un terreno in qualche maniera conosciuto e regolamentato, ma di avere, improvvisamente, a che fare con il dispiegamento di una violenza che fa collassare l’ordinamento sociale sulla legge del più forte, e lo fa avvalendosi di tutte le tecniche di contro insorgenza che le forze armate sperimentano da secoli nelle colonie, nelle periferie – e, parzialmente, anche nei recenti scontri di piazza e sgomberi delle autonomie – e di tutti i principi di esclusione sociale propri di un ordinamento giuridico che si struttura su fondamenta patriarcali, razziste e classiste6.

Sottolineando così quella percezione di una possibile guerra civile dispiegata dallo Stato e dalle forze del dis/ordine di cui chi scrive va parlando su Carmilla e in altre sedi e testi da diverso tempo a questa parte7, ma che deve accompagnarsi anche al punto di vista di chi quella “guerra civile” già la vive da anni sulla propria pelle.

È inevitabile non constatare una differenza tra questa percezione del tutto giustificata che si ritrova nei milieux militanti francesi e quella di chi, invece, questa violenza la sperimenta da sempre sulla propria pelle all’interno dei quartieri popolari, proprio perché essa è la cifra dell’imposizione di un ordine sociale. L’ordine democratico – che al grado zero della biopolitica si fa garante anche solo della mera sopravvivenza di chi ne fa parte – non esiste per la maggior parte degli abitanti dei quartieri se non nella forma del nemico. […] Lo ricorda una madre dei comitati «Verità e Giustizia» (nati in Francia per volontà di chi ha avuto figli o parenti assassinati dalla polizia) che: «i quartieri popolari ed i loro abitanti razzializzati sono sotto attacco da anni».
Nel corso della marcia per Nahel, a Nanterre – organizzata proprio da uno di questi comitati al cui centro sta soprattutto la mamma, Mounia – una compagna dei quartieri afferma che: «Il fascismo, nei quartieri popolari, c’è già: negli omicidi della polizia, nell’ordine sociale razziale imposto con la violenza, nel modo in cui i fascisti marciano pubblicamente per Parigi minacciandoci di morte mentre in mezzo a loro si trovano apertamente dei poliziotti che sostengono e partecipano alle loro spedizioni punitive».
Questa testimonianza evidenzia bene la discrasia tra soggettività non razzializzate, che concepiscono il possibile avvento al governo dell’estrema destra nei termini di uno “choc”, di un cambiamento annunciato, ma che vede un’accelerata nel suo inveramento, e una componente che invece riconosce il fascismo quotidianamente, perché espressione militarizzata e ultraviolenta di un dominio imposto da un ordine repubblicano di cui essi non possono fare parte perché “neri, arabi, abitanti di banlieue”. Il fascismo si presenta nei quartieri popolari sotto forma di una costante invarianza, tesa ad imporre manu militari un ordine che include ed esclude sulla base della linea del colore, che su di essa determina i rapporti di classe e di dominio all’interno dello Stato, e che necessita di un altissimo grado di violenza per assicurare la propria riproduzione.
[…] Questa questione della guerra civile – che da parte popolare e del fronte antifascista viene ripresa comprensibilmente nei termini di una “guerra razziale” – è già qua nel momento in cui la polizia spara impunemente nei quartieri, nel momento in cui è stata organizzata addirittura una raccolta fondi per il poliziotto assassino di Nahel che ha raggiunto oltre un milione e mezzo di euro. In Francia, uccidere un ragazzino dei quartieri non solo è permesso e previsto dalla legge, ma un pezzo di paese è convintamente disposto a sostenere economicamente l’assassino: fare i sicari della repubblica all’interno dei quartieri popolari può diventare, come in ogni conflitto informale parastatale, un’attività lucrativa.
Nel corso della rivolta del 2023, la sollevazione nei quartieri popolari è stata enorme, in termini di numeri di giovani e giovanissimi coinvolti, di obiettivi attaccati, di radicalità. Per l’occasione, le istituzioni avevano dovuto accompagnare la risposta repressiva dispiegata alla rievocazione di discorsi imperniati su cliché etnico-razziali: la violenza “improvvisa e incontrollabile” che può essere ricondotta solo ad un certo tipo di identità, quella nera, araba e soprattutto musulmana – confessionalmente esteriore ai principi fondanti dell’ordine sociale repubblicano d’impronta europea e occidentale8.

Colonialismo interno e internazionale (si pensi soltanto alle diverse valutazioni date dal governo fracese e dagli altri governi europei sui crimini di guerra quando si tratti di fronte russo-ucraino oppure di Gaza e delle operazioni militari là condotte da Israele e dalle sue forze armate) che si sposano nella repressione interna di un proletariato razzializzato e per questo non ancora recepito come tale dalla sinistra istituzionale e parlamentarista che più che di una questione di classe pare farne troppo spesso una questione di diritti individuali o di carità cristiana.

Proletariato ghettizzato che rappresenta il vero pericolo per la borghesia benpensante e “illuminata” francese ed europea, che in questi giorni non ha brindato tanto al fatto che la l’estrema destra non abbia raggiunto “le più alte cariche dello Stato”, come aveva paventato Macron qualche giorno prima della second tornata elettorale, quanto piuttosto all’esser riuscita ancora una volta a racchiudere la rabbia dei quartieri periferici nel recinto elettoralistico, sempre e comunque destinato alla sconfitta e al mantenimento dell’ordine borghese. Mentre già a Sinistra, anche nella stessa France Insoumise, circolano le voci di un possibile appoggio della parte moderata ad un governo non facente capo al Nuovo Fronte Popolare9.

Una sconfitta in cui l’apparente “caos” post-elettorale potrebbe garantire la formazione di un governo tecnico, come già ventilato nei giorni scorsi, magari retto da Christine Lagarde o da altri rappresentanti della Banca Centrale europea, autentico centro del comando capitalistico e finanziario sulla società e l’economia del continente. Da un punto di vista non impregnato di banali e semplificatori ideologismi, l’autentica espressione del “fascismo europeo”.

Il ciclo si è dunque svolto così. Punto di partenza: leale alleanza fra tre schiere di egualmente fervidi amici della Libertà per annientare la Dittatura e la possibilità di ogni Dittatura. Uccisione della Dittatura Nera. Punto di arrivo: scelta fra tre vie ognuna delle quali conduce a una nuova Dittatura più feroce delle altre. L’elettore che vota non fa che scegliere tra Dittatura diverse. Due metodi fanno qui storicamente bancarotta, sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto sotto quello della classe proletaria che a noi interessa. Il primo metodo è quello dell’impiego dei mezzi legali, della costituzione e del parlamentarismo con un vasto blocco politico al fine di evitare la Dittatura. Il secondo è quello di condurre la stessa crociata e formare lo stesso blocco sul terreno della lotta con le armi, quando la dittatura è in atto, al solo democratico fine. I problemi storici di oggi li scioglie non la legalità ma la forza. Non si vince la forza che con una maggiore forza. Non si distrugge la dittatura che con una più solida dittatura. È poco dire che questo sporco istituto del Parlamento non serve a noi. Esso non serve più a nessuno. […] L’inviato di un giornale londinese ha descritto una scena alla quale giura di aver assistito con i suoi occhi mortali, ben sano di mente e libero da fumi di droghe, in una valle del misterioso Tibet. Nella notte lunare il rito aduna, forse a migliaia, i monaci vestiti di bianco, che si muovono lenti, impassibili, rigidi, tra lunghe nenie, pause e reiterate preghiere. Quando formano un larghissimo cerchio si vede qualcosa al centro dello spiazzo: è il corpo di un loro confratello steso supino al suolo. Non è incantato o svenuto, è morto, non solo per la assoluta immobilità che la luce lunare rivela, ma perché il lezzo di carne decomposta, ad un volgere della direzione del vento, arriva alle nari dell’esterrefatto europeo. Dopo lungo girare e cantare, e dopo altre preghiere incomprensibili, uno dei sacerdoti lascia la cerchia e si avvicina alla salma. Mentre il canto continua incessante egli si piega sul morto, si stende su di lui aderendo a tutto il suo corpo, e pone la sua viva bocca su quella in disfacimento. La preghiera continua intensa e vibrante e il sacerdote solleva sotto le ascelle il cadavere, lentamente lo rialza e lo tiene davanti a sé in posizione verticale. Non cessa il rito e la nenia: i due corpi cominciano un lungo giro, come un lento passo di danza, e il vivo guarda il morto e lo fa camminare dirimpetto a sé. Lo spettatore straniero guarda con pupille sbarrate: è il grande esperimento di riviviscenza dell’occulta dottrina asiatica che si attua. I due camminano sempre nel cerchio degli oranti. Ad un tratto non vi è alcun dubbio: in una delle curve che la coppia descrive, il raggio della luna è passato tra i due corpi che deambulano: quello del vivo ha rilasciato le braccia e l’altro, da solo, si regge, si muove. Sotto la forza del magnetismo collettivo la forza vitale della bocca sana è penetrata nel corpo disfatto e il rito è al culmine: per attimi o per ore il cadavere, ritto in piedi, per la sua forza cammina. Così sinistramente, una volta ancora, la giovane generosa bocca del proletariato possente e vitale si è applicata contro quella putrescente e fetente del capitalismo, e gli ha ridato nello stretto inumano abbraccio un altro lasso di vita10.


  1. A. Bordiga, Il cadavere ancora cammina, Sul filo del tempo, 1953.  

  2. Luigi Mascheroni, intervista a Alain de Benoist, “Élite contro il popolo. All’Eliseo è riuscito un golpe istituzionale. Le Pen? Non è morta”, il Giornale 9 luglio 2024.  

  3. Una parte consistente dell’elettorato lepenista è arroccato in quella Francia del Nord e del Nord est un tempo baluardo dei PCF che, con la chiusura di fabbriche e miniere, ha visto la diffusione di una vasta e motivata disillusione nei confronti delle promesse della Sinistra che ha fatto sì che l’aumento dell’affluenza sia andato tutto a favore della destra (fonte: Askanews, 1 luglio 2024). Si veda a tale proposito anche Aurélie Filippetti, Gli ultimi giorni della classe operaia, il Saggiatore, Milano 2004.  

  4. Che si sviluppò ben prima dell’avvento del Fascismo e che, come hanno rivelato i recenti movimenti di rivolta contro i monumenti dedicati a schiavisti ed esponenti del colonialismo “bianco” occidentale, proprio nelle concezioni e nelle pratiche del liberalismo imperiale ottocentesca affonda le sue reali radici. Si veda, a tal proposito, il recentissimo: C. Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, Giulio Einaudi editore, Torino 2024 (edizione in lingua originale inglese 2022).  

  5. Tempo delle elezioni e tempo della rivolta, InfoAut – giovedì 4 luglio 2024.  

  6. Tempo delle elezioni e tempo della rivolta, InfoAut – giovedì 4 luglio 2024.  

  7. Si veda: S. Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del Terzo millennio, il Galeone Editore, Roma, 2021.  

  8. Tempo delle elezioni e tempo della rivolta, cit.  

  9. Si veda, a solo titolo di esempio, la seguente notizia riportata dall’agenzia ANSA in data 9 luglio: PARIGI, 09 LUG – Dissidenti de La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon hanno proposto agli ecologisti e ai comunisti – altre due componenti del Fronte Popolare insieme ai socialisti – di creare un nuovo gruppo parlamentare. Fra i dissidenti ci sono dirigenti di primo piano di Lfi, come Clémentine Autain, François Ruffin e Alexis Corbière. In una lettera ai vertici dei Verdi e del Pcf – di cui ha dato notizia la tv Bfm -, annunciano di non voler più far parte del gruppo degli Insoumis. La presa di distanza da Lfi e dall’ipotesi di Mélenchon premier potrebbe essere il primo passo verso una trattativa per creare una coalizione con i moderati.  

  10. A. Bordiga, Il cadavere ancora cammina, cit.  

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Ieri, oggi (e domani?) https://www.carmillaonline.com/2022/03/08/ieri-oggi-e-domani/ Tue, 08 Mar 2022 21:21:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70856 di Mauro Baldrati

Non si creda che durante il ventennio il regime fascista fosse un organismo omogeneo, pervaso da esaltazione e adorazione per il Duce sul cavallo bianco, come vagheggiava Sofia Loren in Una giornata particolare. O meglio, nell’immaginario popolare era certamente diffusa questa riduzione comica del Potere, ma la ragnatela che avvolgeva il paese con la sua trama demagogica e la sua violenza, copriva un nido di vipere, un branco di belve fameliche in guerra tra loro. C’erano rivalità tra i gerarchi, guerre intestine, calunnie, maldicenze. La corruzione dilagava e trascinava con [...]]]> di Mauro Baldrati

Non si creda che durante il ventennio il regime fascista fosse un organismo omogeneo, pervaso da esaltazione e adorazione per il Duce sul cavallo bianco, come vagheggiava Sofia Loren in Una giornata particolare. O meglio, nell’immaginario popolare era certamente diffusa questa riduzione comica del Potere, ma la ragnatela che avvolgeva il paese con la sua trama demagogica e la sua violenza, copriva un nido di vipere, un branco di belve fameliche in guerra tra loro. C’erano rivalità tra i gerarchi, guerre intestine, calunnie, maldicenze. La corruzione dilagava e trascinava con sé i complotti, gli scandali, le richieste di epurazioni e di confino. Mussolini lo sapeva. Sapeva tutto. Ogni giorno riceveva memoriali, denunce delle malefatte dei vari podestà o federali. Leggeva, sottolineava con le immancabili matite rosse e blu a punta grossa, e taceva. E non agiva. Lui non agiva. Qualcun altro doveva svolgere il lavoro sporco. Quando, dopo la marcia su Roma e il colpo di stato, iniziò la massiccia opera di burocratizzazione “totalitaria e integrale del regime fascista”, il suo primo pensiero fu di cacciare dalle leve del potere la masnada di trafficanti, ma soprattutto i teppisti, i picchiatori e gli assassini, esseri ignoranti e bestiali di cui non aveva più bisogno. Anzi, rappresentavano un intralcio per il suo progetto di un regime assoluto, privo di opposizione e senza la decadenza plutocratica della democrazia liberale. Li aveva usati, esaltati coi suoi comizi incendiari dove incitava alla violenza “giovane” e alla devastazione “chirurgica”, mentre sottobanco tramava coi detestati borghesi liberali e persino coi socialisti per far entrare i neonati fascisti in quella cloaca di esseri “stracchi e putrefatti” che era il Parlamento. Ma ora che il Potere era conquistato c’era bisogno di pragmatismo, di obbedienza cieca e religiosa (“il fascismo con è una ideologia, è una fede”). Per cui i barbari squadristi, gente che aveva solo l’istinto di appiccare il fuoco, di ammazzare e di stuprare, andavano tolti di mezzo. Lo stesso fece Hitler in Germania con le SA. Per un periodo iniziale infatti i nazisti tedeschi replicavano le azioni dei maestri italiani, e Hitler considerava Mussolini il suo Vate. Luchino visconti ne La caduta degli dei ha rappresentato magistralmente quegli eventi, col crescendo dell’orgia omosessuale delle SA, fino all’irruzione delle SS che li sterminarono tutti. Così nel 1926 Mussolini nominò un suo fedelissimo alla guida del Partito Nazionale Fascista, Augusto Turati, col compito di ripulirlo dalle mele marce, dagli squadristi, dai ladroni e dai ladri di polli. E Turati, uomo di cieca fede, agiva “devotamente”, epurando senza pietà. Cacciò dal partito decine di migliaia di iscritti e funzionari, alcuni mandandoli al confino, qualcuno in prigione, altri nella triste palude del dimenticatoio.

Intanto Mussolini, un anno dopo, creò l’OVRA, la polizia segreta copiata, pare, dalla Čeka sovietica, col compito di reprimere ogni attività antifascista. Ma non solo. L’OVRA sorvegliava anche i potenti, le “Eccellenze”, i gerarchi, i sindaci, i prefetti, raccogliendo dati, delazioni, spiandone i comportamenti e archiviandone i vizi. E ancora una volta il copione fu copiato. Edgar Hoover col suo FBI agiva allo stesso modo. Spiava i presidenti, i ministri, i potenti industriali, fotografando orge, tradimenti, omosessualità, pedofilia, ogni genere di bassezza in contrasto con la morale puritana. Questo enorme archivio della perversione gli servì per restare al potere per quasi quarant’anni, intoccabile, poiché teneva sotto ricatto i maggiorenti d’America. E qui, come il regista Visconti, il maggior narratore di quel periodo e di quelle azioni è stato uno scrittore, James Ellroy, il cantore della depravazione politica (si legga soprattutto American Tabloid).

Ma non durò. Turati non durò. La sua azione di incorruttibile epuratore scatenò la furia del sottobosco, fece insorgere i gerarchi infastiditi dalla violazione dei loro segreti. Soprattutto il feroce Roberto Farinacci, l’idolo dei duri, ex capo squadrista, difensore dei killer di Matteotti, che continuò a deridere e a insultare, chiamandolo “il maiale” anche dopo il ritrovamento del corpo straziato. Iniziò una campagna denigratoria, sfruttando soprattutto le cosiddette devianze sessuali di Turati, puntualmente registrate dall’OVRA. Questo è un appunto riservato di Arturo Bocchini, lo spietato capo dell’OVRA, per Mussolini del 17 gennaio 1930:

L’On Lando Ferretti mi ha riferito che la Baronessa D’Avanzo gli aveva confidato che S.E. Turati è un pervertito sessuale. Infatti durante l’erotismo con la Davanzo egli si faceva cacare sullo stomaco e pisciare in bocca non solo ma che nel corso del coito non faceva che chiamare uomini, evidentemente suoi amanti, e fra gli altri l’On. Garelli di Vicenza.

Uomini come amanti, abuso di cocaina, addirittura stupri di bambine, questa montagna di fango mandò in rovina Turati, che non fu mai più ricevuto dal Duce, lui che era stato il suo funzionario più vicino e più ascoltato. Turati, disperato, cercò di difendersi, supplicando tutti suoi contatti di intercedere presso Mussolini perché lo ricevesse e lo ascoltasse, ma invano. Mussolini in realtà leggeva, sapeva, ma come sempre non agiva. Questo il passo di un colloquio col giornalista Yvon de Begnac, il suo biografo:

Voi mi dite che Turati fu sommerso dalla calunnia, e che la sua omosessualità fu una fosca favola inventata dall’uomo di Cremona (Farinacci ndr) ai suoi danni. Anche io sono convinto dell’innocenza di Turati. Ma, in Italia, quando la voce pubblica , comunque organizzata, colpisce, nulla è possibile fare per renderla inoperante.

Quando la voce pubblica colpisce. Mussolini conosceva alla perfezione la potenza di fuoco dei media, la forza distruttrice della calunnia. Turati, colpevole o innocente che fosse, era bruciato. Fu addirittura mandato in una casa di cura psichiatrica.

E oggi? Qualcuno dice che la storia si ripete, ma il sospetto è che invece sia sempre la stessa storia. Infatti i nipotini di quei gerarchi e di quegli squadristi sembrano degli studiosi attenti di quel periodo, del quale importano le intuizioni e le azioni. Al bisogno i loro giornali più estremi, quelli del brand Farinacci, usano la maldicenza e la calunnia senza esitare. Ma non solo. E’ in atto una mutazione dell’informazione in propaganda che lascia attoniti e spaventati. Sembra che quel coro antico di voci morte provenienti da un passato dimenticato navighi verso la menzogna del presente, lo attraversi e punti verso la tragedia del futuro. Senza bisogno di vere e proprie epurazioni, o di arresti, ogni voce discorde da quella ufficiale viene accuratamente emarginata. Si sta creando anche una sorta di censura interna, per cui chi potrebbe parlare preferisce tacere. Da almeno due anni va avanti questa situazione. L’elemento scatenante è stata la pandemia, dove chiunque si permetteva di eccepire sull’azione del governo veniva duramente accusato e persino minacciato. E ora la situazione, se possibile, si è ulteriormente aggravata con la guerra in Ucraina. Il governo di quel paese, da più parti denunciato come corrotto e illiberale, è diventato un baluardo di democrazia. Mentre tutto ciò che è russo è il Male Assoluto. Anche gli atleti, gli scrittori, i musicisti. Ogni dubbio sull’opportunità di inviare armi e soldati in Ucraina, anche con la premessa di essere contrari alla guerra e all’invasione, viene immediatamente stigmatizzato come atteggiamento pro-Putin, il nuovo demone. E’ una minoranza che lo impone, attraverso il controllo dei principali media (dai sondaggi risulta che il 55.3% della popolazione è in disaccordo con le scelte interventiste del governo), ma l’opposizione è già al confino, anche se in casa propria. In quanto alla sorveglianza più o meno segreta, i metodi si sono affinati. L’OVRA si è parcellizzata, sciolta allo stato liquido come il miele nel tè. Gioacchino Toni, su questo sito, ha pubblicato una ricognizione sulle nuove metodologie del controllo, qui la serie di articoli.

Intanto il Potere sa, il Potere tace. E il Potere non agisce dove non conviene, proprio come Mussolini. No alla guerra, ma non a tutte le guerre. Sì ai profughi, ma non a tutti i profughi. No ai dittatori, ma non a tutti i dittatori. No alla corruzione, ma la corruzione continua a dilagare, vedi le punte dell’iceberg dei cantieri del PNNR. L’Italia non è più all’avanguardia su diverse attività, l’arte, la musica, la manifattura, ma su un aspetto non ha rivali: nella malapolitica e nella malainformazione non ci batte nessuno.

(I documenti citati sono riportati da Antonio Scurati in M, L’uomo della provvidenza – Le foto: 1 Augusto Turati, 2 Roberto Farinacci)

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Sebastião Salgado, fotografo https://www.carmillaonline.com/2016/12/23/sebastiao-salgado-fotografo/ Thu, 22 Dec 2016 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34227 di Gioacchino Toni

salgado_dalla_mia_terra_alla_terra_coverSebastião Salgado (con Isabelle Francq), Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, Roma, 2014, 176 pagine, 40 fotografie in b/n, € 19,90

«nessuna foto, da sola, può far niente contro la povertà nel mondo. Tuttavia, le mie immagini, insieme ai libri, ai film e a tutto l’operato delle organizzazioni umanitarie e ambientaliste, partecipano a un più vasto movimento di denuncia della violenza, dell’esclusione e delle problematiche ecologiche» Sebastião Salgado, p. 60.

In questo volume la giornalista Isabelle Francq raccoglie i racconti di Sebastião Salgado a proposito dei suoi reportage e del suo modo di intendere la fotografia. Nel libro [...]]]> di Gioacchino Toni

salgado_dalla_mia_terra_alla_terra_coverSebastião Salgado (con Isabelle Francq), Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, Roma, 2014, 176 pagine, 40 fotografie in b/n, € 19,90

«nessuna foto, da sola, può far niente contro la povertà nel mondo. Tuttavia, le mie immagini, insieme ai libri, ai film e a tutto l’operato delle organizzazioni umanitarie e ambientaliste, partecipano a un più vasto movimento di denuncia della violenza, dell’esclusione e delle problematiche ecologiche» Sebastião Salgado, p. 60.

In questo volume la giornalista Isabelle Francq raccoglie i racconti di Sebastião Salgado a proposito dei suoi reportage e del suo modo di intendere la fotografia. Nel libro Salgado ricorda la militanza, insieme alla moglie Lélia Deluiz Wanick Salgado, nelle formazioni brasiliane della sinistra radicale vicine agli ideali rivoluzionari cubani, la partecipazione ai movimenti contro il regime militare inaugurato dal maresciallo Castelo Branco nel 1964 (protrattosi poi fino al 1985) e contro l’ingerenza americana in America latina.

Nell’estate del 1969 i due coniugi abbandonano il Brasile salendo su una nave diretta in Francia ove possono contare su una rete di solidarietà internazionale, all’epoca ben funzionante, che offre sostegno, oltre che ai brasiliani fuggiti dalla dittatura, anche a rifugiati portoghesi, polacchi, angolani, guatemaltechi, cileni ed in generale ai migranti ed ai clandestini.

Salgado sottolinea come la sua appartenenza alla prima generazione che ha lasciato la campagna per trasferirsi in città a studiare lo aiuti a comprendere bene il dramma, incontrato tante volte nei suoi reportage, di chi, giunto in città dalle campagne, si torva di fronte alla povertà ed allo sradicamento.

L’incontro con la fotografia avviene nel 1970 quando, durante un viaggio a Ginevra, la moglie acquista una Pentax Spotmatic II dotata di obiettivo Takumar di 50 mm. Da quel momento si può dire che la fotografia entra nella vita del brasiliano che, finiti gli studi universitari, inizia il suo lavoro presso un’agenzia economica che gli consente di conoscere l’Africa e di fotografarla.

Il 1973 è un anno di svolta importante per Salgado; decide di lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla fotografia come free lance. I primi guadagni ottenuti come fotografo vengono destinati all’acquisto di nuovo materiale tra cui spiccano, inevitabilmente, alcune Leica.

L’amore per il continente africano porta il fotografo a farvi ritorno diverse volte, tanto che il volume Africa, pubblicato nel 2007, finisce col raccoglie materiale proveniente da una quarantina di reportage effettuati nel corso del tempo. I primi lavori africani, sottolinea l’autore, nascono dalla volontà di documentarne la fame e non il folklore ed i paesaggi.

Regione di Chimborazo, Ecuador, 1998 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Regione di Chimborazo, Ecuador, 1998 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Salgado racconta di come alla fotografia sociale sia giunto semplicemente estendendo alla pratica fotografica la sua militanza politica. In Francia, come in altri paesi europei, non mancano le occasioni per fotografare immigrati e clandestini e molti di questi reportage vengono pubblicati dalla stampa francese legata al cristianesimo sociale.

Attraverso la fotografia il brasiliano intende mostrare quella parte di mondo particolarmente sfruttata ma piena di dignità. «Con Lélia constatavamo come il mondo fosse diviso in due parti, tra la libertà per chi aveva tutto e la privazione di tutto per chi non aveva niente. Con la mia fotografia ho voluto mostrare proprio questo mondo dignitoso e saccheggiato a una società europea in grado di ricevere la mia sollecitazione» (p. 45).

Salgado rifiuta l’etichetta di “fotogiornalista” o di “militante” ritenendo, piuttosto, che le sue fotografie siano un tutt’uno con la sua vita; i suoi scatti corrispondono a momenti vissuti intensamente e quelle immagini esistono in quanto la sua vita lo ha condotto alla loro realizzazione. Il brasiliano sostiene che le sue immagini possono derivare tanto da una precisa scelta politica che lo porta in un luogo, quanto da una semplice curiosità e che la sua fotografia non pretende, né vuole, essere obiettiva visto che, come tutti i fotografi, scatta immagini profondamente soggettive.

Oltre all’Africa anche l’America del Sud occupa un ruolo importante nella vita di Salgado come uomo e come fotografo. Fra il 1977 ed il 1984 il brasiliano visita buona parte dell’America del Sud, in particolare l’Ecuador, il Guatemala ed il Messico mentre soltanto grazie all’amnistia del 1979 può rimettere piede in Brasile e fotografare il suo paese a partire dalle comunità indigene e dalle minoranze autoctone, oltre che dai lavoratori nelle campagne e nelle città.
Dai reportage in America del Sud nasce il volume Autres Amériques, arriva il Prix de la Ville de Paris e nel 1986 viene allestita la mostra parigina alla Maison de l’Amérique Latine che poi farà il giro del mondo.

A metà degli anni ’80 Salgado collabora con Medici Senza Frontiere realizzando un reportage ottenuto attraversando Mali, Etiopia, Ciad e Sudan al fine di mostrare le condizioni dei profughi in fuga dalla fame, dalla sete e dalla guerra. Nel 1985 questo reportage ottiene il premio World Press Photo ed il premio Oskar Barnack e l’anno successivo viene dato alle stampe il volume pubblicato dal Centre National de la Photographie Sahel, l’homme en détresse. Nel 1988 dal reportage nasce un secondo libro intitolato Sahel, el fine del camino.

Salgado sottolinea come, non essendo originario del Nord del mondo, quando fotografa non è preso da quel senso di colpa che colpisce molti altri suoi colleghi; non fotografa la povertà perché si sente in colpa, visto che conosce da vicino quel mondo. Piuttosto, attraverso i suoi reportage, il brasiliano intende mostrare la fame e la povertà agli abitanti dei paesi ricchi affinché prendano coscienza dello squilibrio mondiale ed è con tale spirito che il fotografo decide di far sentire la voce del movimento dei Sem Terra (MST) brasiliani, nato attorno alla metà degli anni ’80, seguendo le loro attività per una quindicina di anni. Così come mostrare la fame in Africa è un modo per denunciarla, seguire i Sem Terra è un modo per sostenerli, per schierarsi da una parte ben precisa.

A metà anni ’80 il fotografo pianifica insieme alla moglie il progetto La mano dell’uomo attraverso cui intende rendere omaggio al mondo del lavoro. Il reportage si focalizza soprattutto sulla produzione su larga scala in cui l’essere umano ha ancora un ruolo importante tentando di realizzare una sorta di “archeologia visiva dell’era industriale” prima che questa scompaia. Tra il 1986 ed il 1991 vengono realizzati reportage in ben venticinque paesi, soprattutto extraeuropei (Indonesia, India, Cina, Brasile…) in cui, a partire dalla metà anni ’80, si è spostata la produzione.

Nel 1986 il fotografo ottiene finalmente il permesso di accedere alla miniera d’oro della Serra Pelada, nel nord del Brasile, nello stato del Pará. La miniera, scoperta nel 1980, presenta un’enorme voragine ove, a 70 metri di profondità, si trovano 50.000 esseri umani intenti a lavorare del tutto privi di strumenti meccanizzati. Salgado racconta come in un primo tempo venga scambiato dai minatori per un uomo della compagnia mineraria e soltanto quando, in seguito ad un diverbio con una guardia nel ventre della miniera, viene condotto in manette in superficie, inizia ad essere visto dai lavoratori come presenza non ostile. Da questo momento il fotografo convive per diverse settimane con i minatori scattando le celebri immagini che hanno contribuito a far conoscere al mondo il lavoro nella miniera.

Salgado ricorda anche come, nonostante le condizioni di lavoro ed il fango tendano ad uniformare l’umanità presente nella miniera, la conoscenza diretta di diversi minatori gli ha fatto scoprire l’estrema eterogeneità dei lavoratori. La successiva meccanizzazione delle miniere ha finito col lasciare disoccupati proprio i più dequalificati e nel libro l’autore racconta della trasformazione subita da molta di questa gente divenuta proletariato concentrato nelle periferie delle città e costretta, in molti casi, a rubare qualcosa nottetempo per sopravvivere.

Nella prima metà degli anni ’90 si calcola che, a livello mondiale, tra i 150 ed i 200 milioni di individui abbiano abbandonano la campagna per trasferirsi in città. Da tali dati prende vita un nuovo progetto fotografico volto ad indagare la riorganizzazione della famiglia determinata dalle trasformazioni industriali. Sovrappopolamento delle periferie urbane, precarietà, povertà, condizioni igieniche disastrose e violenza dilagante sono i primi risultati di tale flusso migratorio ed il progetto In cammino (divenuto un libro nel 2000) intende proprio mostrare le persone costrette ad affrontare i drammi dello sradicamento e dell’adattamento nei nuovi contesti tentando di far comprendere la necessità di riformulare la “famiglia umana” su basi solidali. Il reportage In cammino si protrae per sei anni tra l’India, l’Iraq, il Brasile, Shanghai, Giacarta, Manila, il Vietnam, l’Indonesia, i Balcani e diversi paesi dell’America Latina.

Galápagos, Ecuador, 2004 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Galápagos, Ecuador, 2004 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Dopo i lavori sui migranti e sulle guerre in Mozambico, Ruanda e Tanzania, è la volta della denuncia dell’inquinamento e della distruzione delle foreste. Salgado pianifica con la moglie una trentina di reportage per il progetto Genesi, poi portato a termine in otto anni attraversando Sahara, Galápagos, Madagascar, Sumatra, Mentawai, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Himalaya, Russia asiatica, Stati Uniti, Canada, Alaska, Cile, Argentina, Venezuela, Falkland, Isole Sandwich…

Nel 2013 escono i primi due libri su Genesi a cui seguono mostre in tutto il mondo. Il fotografo sottolinea di non aver affrontato i reportage con la logica dell’entomologo o del giornalista ma di averli realizzati per se stesso, al solo fine di scoprire il pianeta e trarre piacere da ciò.

Sino a Genesi Salgado si è occupato esclusivamente di esseri umani ma improvvisamente sente di dover fare qualcosa di analogo anche per gli animali: prima di scattare occorre, in entrambi i casi, farsi conoscere e conoscere. Il rispetto per chi si ha di fronte ed il piacere per l’incontro sono alla base della fotografia degli animali così come degli esseri umani. Il contatto diretto con la natura ha anche consentito al fotografo di conoscere gruppi umani che ancora vivono in equilibrio con l’ambiente naturale.

Genesi coincide anche con il momento in cui Salgado passa dall’analogico al digitale, passaggio che avviene soltanto dopo lo svolgimento di una serie di test comparativi nell’estate del 2008. Anche in Genesi il fotografo rinuncia al colore, utilizzato in poche occasioni in passato e soltanto per lavori su commissione per riviste. Il fotografo ricorda anche le faticose sperimentazioni di laboratorio al fine di ottenere negativi in bianco e nero di qualità partendo da file digitali al fine di realizzare stampe ai sali d’argento ovviando, momentaneamente, al problema della conservazione degli archivi su dischi rigidi.

Anche con il digitale Salgado preferisce far affidamento, durante i reportage, soltanto su ciò che vede dall’obiettivo e l’editing non viene fatto dallo schermo di un computer ma dalle stampe, così come ha sempre fatto. Il fotografo ci tiene a sottolineare come il passaggio dall’analogico al digitale ha portato ad una qualità di stampa nettamente superiore rispetto al passato. Salgado lavora con la luce naturale ed oggi il processo di stampa permette un controllo infinitamente maggiore sull’immagine inoltre è possibile lavorare a luce molto bassa ed aumentare la sensibilità.

Uno dei primissimi reportage in digitale del brasiliano viene realizzato nel 2008 sulle alture etiopi e questo viene considerato dall’autore forse il suo lavoro più bello ed interessante. Si tratta di un reportage effettuato percorrendo quasi novecento chilometri a piedi sulle montagne, camminando per quasi due mesi su sentieri tracciati da passaggi millenari di cui non esiste alcun rilevamento tipografico e superando per ben tre volte i quattromila metri di quota.

Quando Salgado termina i reportage di Genesi è ormai settantenne ed alla fine di questa avventura ritiene di avere davvero “incontrato il pianeta”, che è cosa diversa dall’aver “girato il mondo”. Oltre ad aver messo i piedi (e gli occhi) ovunque, il fotografo ha finito anche col ripercorrere all’indietro la storia, riuscendo a vedere “come eravamo all’inizio dell’umanità”, quando ancora l’umanità era dotata “dell’istinto”. «Ho visto ciò che eravamo prima di lanciarci nella violenza della città, dove il nostro diritto allo spazio, all’aria, al cielo e alla natura si è perso fra i muri delle case. Abbiamo eretto barriere che ci separano dalla natura. Di colpo, non siamo più in grado di vedere, di sentire… […] Se nel mio libro, La mano dell’uomo, ero fiero di mostrare che noi umani siamo un tipo di animale molto abile a produrre, ho visto anche che nella nostra maniera di vivere abbiamo fatto di tutto per distruggere ciò che garantisce la sopravvivenza della nostra specie» (p. 168).

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[Le fotografie riportate nel testo sono state pubblicate con il consenso dell’editore – gh]

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Quante volte dovrà ancora essere ucciso Giulio Regeni? https://www.carmillaonline.com/2016/02/09/quante-volte-dovra-ancora-essere-ucciso-giulio-regeni/ Mon, 08 Feb 2016 23:01:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28531 di Sandro Moiso

giulio regeni Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine. Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.

Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia [...]]]> di Sandro Moiso

giulio regeni Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine.
Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.

Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia è il primo partner commerciale europeo.1 Giulio è morto per le sue idee e per la sua volontà di capire ed informare sulla realtà di quelle “primavere arabe” di cui si è parlato molto a vanvera, ma senza mai distinguere tra area e area, paese e paese, economia ed economia. Giulio è morto così come muore la ricerca, quella vera. Quella che il capitale ed il potere, a ogni latitudine, cercano di soffocare e vietare. Quella in cui il concetto di “classe” esiste ancora e non è stato rimosso con artifici mediatici ed ideologici.

Giulio è morto per la scienza, quella sociale, e per la passione, quella per la giustizia. Che stanno alla base di ogni ricerca della verità. Che è tipica dell’entusiasmo giovanile e che non appartiene ai gazzettieri che declamano che Giulio potrebbe essere stato arrestato “per sbaglio” oppure perché ritenuto “una spia”. E che non appartiene a tutti coloro che trovano stupido ed insulso occuparsi degli “affari altrui” a meno che questi ultimi non siano rigidamente relegati a livello di gossip.

Giulio è morto con le centinaia di attivisti egiziani scomparsi, di cui cinquecento soltanto nello scorso anno,2 e di cui non è più stato ritrovato né corpo né traccia. E sui quali è stato mantenuto il silenzio della stampa occidentale, fino ad oggi, in nome di una sacra alleanza che è servita non a combattere l’Isis e i suoi mandanti, ma soltanto ad impedire la formazione e lo sviluppo di una reale alternativa di classe.

Giulio ha cominciato a morire ancora prima di nascere, nell’Argentina della tripla A e dei generali golpisti che hanno fatto sparire un’intera generazione nel disinteresse nazionale ed internazionale e di quel PCI che, dopo aver liquidato le stragi cilene con la bella trovata del “compromesso storico”, ignorò quegli avvenimenti in nome della lotta al terrorismo; così come il PD di oggi vorrebbe poter fare per mandare avanti i propri affari interni ed internazionali. E poi è morto in Messico con gli studenti, le donne e i giornalisti massacrati dai narcos e dal governo.

Giulio è morto a Genova a fianco di Carlo Giuliani. Giulio è stato torturato nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, i cui responsabili sono ancora impuniti perché in Italia non esiste il reato di tortura. Il corpo di Giulio ha riportato lividi, contusioni, fratture, sevizie come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e molti, troppi altri, vittime della violenza di Stato e dell’indifferenza. Vittime di un conformismo generalizzato che, fidandosi per viltà delle parole di leader tutti altrettanto corrotti, differenzia la democrazia dai regimi tirannici soltanto sul presupposto, mai dimostrato, che i governi occidentali siano i migliori.

Giulio è morto al Bataclan e nelle banlieue parigine dove i giovani della stessa età finiscono con l’imboccare strade diverse ed assassine nel vuoto di una proposta politica e morale che lascia spazio soltanto all’estremismo reazionario, all’integralismo religioso in ogni sua variante, giudaico-cristiana o islamica, oppure all’indifferenza esistenziale. Giulio è morto nella recente proposta fatta alle Nazioni Unite dal segretario Ban Ki Moon per un piano globale di azione contro il terrorismo e l’estremismo;3 il cui vero obiettivo sembra essere quello di rafforzare e rendere più efficaci le istituzioni nella loro azione di repressione nei confronti di qualsiasi dissenso che potrebbe essere, da ora in poi e come spesso in passato, equiparato al terrorismo.

Giulio è morto sotto le manganellate in Val di Susa e nella repressione di ogni lotta in difesa della specie e dell’ambiente. Giulio è morto nelle parole e sulla bocca di tutti i politici italiani ipocriti e corrotti che oggi fingono dolore per la sua morte e per la sorte di milioni di giovani disoccupati. Giulio è morto al family day e nelle parole di odio e disprezzo pronunciate contro ogni tipo di diversità . Giulio ha subito le ingiurie subite dagli omosessuali aggrediti per strada e nelle aggressioni subite dalle donne ovunque.

Giulio è morto con i bambini affogati nel Mar Egeo e in tutto il Mediterraneo. Giulio è crollato insieme ai migranti fermati ai confini d’Europa o rinchiusi nei campi profughi turchi. E’ morto con i Palestinesi condannati ad un inverno di freddo nella striscia di Gaza e con i Curdi aggrediti dai Turchi e dall’Isis nel Rojava e nel sud-est della Turchia. Giulio è morto con i finanziamenti e la fiducia rinnovati ad un presidente-dittatore come Erdogan e nell’alleanza con gli stati più retrivi ed oppressivi del Golfo.

E’ morto per una materia prima, il petrolio, che non vale più un cazzo 4 e il cui modello di sviluppo è stato sempre e soltanto motivo di guerre, di inquinamento e di morte. Giulio è morto ammazzato.
Ma quante volte dovrà ancora morire? Quanti, giovani e no, saranno ancora uccisi per difendere, con la violenza giustificata dalla ragione di Stato, un modo di produzione fallimentare e distruttivo al quale cercano ancora coraggiosamente di opporsi?


  1. http://www.infomercatiesteri.it/bilancia_commerciale.php?id_paesi=101  

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/06/news/egitto_desaparecidos-132828753/?ref=HRER1-1  

  3. Ban Ki Moon, Un piano globale contro il terrorismo e l’estremismo violento, Corriere della sera , 3 febbraio 2016  

  4. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/02/06/news/arabia_saudita_crolla_petrolio_costretta_a_chiedere_un_prestito-132809487/  

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J.J.L., sequestrato (due volte) https://www.carmillaonline.com/2014/11/03/j-j-l-sequestrato/ Mon, 03 Nov 2014 22:30:00 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18446 di Alberto Prunetti

genocidasQualche anno fa su Carmilla segnalai in dettaglio la scomparsa dell’uomo che scomparve due volte. Scrissi  del secondo sequestro patito dal muratore argentino Jorge Julio López, avvenuto nel 2006, del suo ruolo come testimone nella scomparsa di due desaparecidos, Patricia Dell’Orto e Ambrosio De Marco, e del processo a Miguel Osvaldo Etchecolatz, l’ex commissario della polizia bonaerense degli anni 1976 e 1977, gli anni più orribili della dittatura militare, accusato di brutali sequestri e torture e omicidi. Se avete visto il terribile film “La notte delle matite spezzate”, bene, il cattivo di [...]]]> di Alberto Prunetti

genocidasQualche anno fa su Carmilla segnalai in dettaglio la scomparsa dell’uomo che scomparve due volte. Scrissi  del secondo sequestro patito dal muratore argentino Jorge Julio López, avvenuto nel 2006, del suo ruolo come testimone nella scomparsa di due desaparecidos, Patricia Dell’Orto e Ambrosio De Marco, e del processo a Miguel Osvaldo Etchecolatz, l’ex commissario della polizia bonaerense degli anni 1976 e 1977, gli anni più orribili della dittatura militare, accusato di brutali sequestri e torture e omicidi. Se avete visto il terribile film “La notte delle matite spezzate”, bene, il cattivo di turno è proprio lui. Sempre su Carmilla,  poi raccontai di essere andato a Buenos Aires, di un asado, una grigliata di carne che un mio amico, un fotogiornalista argentino, aveva preparato per accogliermi al mio ritorno a Baires. E del fatto che tra gli invitati a quella cena c’era anche il fratello di quella ragazza scomparsa, Gerardo, il fratello di Patricia, lui stesso un bravissimo fotogiornalista. Scrissi ancora su Carmilla parlando di un libro fotografico curato da Gerardo, che conteneva splendide foto familiari di Patricia e anche alcune istantanee di Jorge Julio López, che aveva accompagnato Gerardo sul luogo di reclusione di sua sorella.

Da allora sono passati alcuni anni e le mie finanze non mi hanno mai più portato in Argentina (per fortuna i miei amici argentini  vengono ogni tanto a trovarmi). Da allora però non è tornato a Buenos Aires neanche Jorge Julio López, desaparecido due volte, scomparso per sempre e mai cercato davvero dalla giustizia argentina.

Giustizia che perlomeno ha condannato, doverosamente, chi aveva interesse a farlo sequestrare, ovvero Etchecolatz. L’ennesima condanna per lui è arrivata pochi giorni fa. Mentre il giudice condannava Etchecolatz all’ergastolo (non per la scomparsa di López, ma per altri casi connessi al carcere clandestino di La Cacha), l’ex capo della polizia, vecchio e smagrito, fissava con sguardo da pokerista la presidenta delle Abuelas, Estela Carlotto. Imperturbabile fino all’ultimo, il repressore ha rotto la sua tranquillità solo dopo la lettura della sentenza, quando si è infilato una mano in tasca, ha estratto un pezzo di carta e una penna e ha scritto su una pagina del foglio qualcosa. Un fotografo ha allungato il suo zoom, mettendo a fuoco sul “papelito”. Aveva scritto proprio il nome di Jorge Luis López, che in quel momento non era parte del processo in corso. E poi, sull’altro lato, il genocida ha aggiunto un verbo interpretabile probabilmente come “secuestrar”. A quel punto, dal gabbiotto degli imputati il vecchio poliziotto ha provato a raggiungere i giudici per consegnare il foglietto ma è stato bloccato da alcuni agenti.

Il suo è un atto che getta un alone sinistro sulla scomparsa di Jorge Julio López. Cosa voleva fare Etchecolatz? Il suo è un atto di minaccia? Una provocazione? Un avvertimento sinistro? O un atto di disperazione per la nuova condanna? Di sicuro Etchecolatz non si fa scrupoli di rivendicare il suo passato. Durante un’udienza ha dichiarato: “Per gli incarichi che avevo ho dovuto uccidere e lo farei di nuovo”. Questo è Etchecolatz, che ha lottato per la difesa della patria, della famiglia tradizionale e dei valori dell’occidente cosiddetto “cristiano”. A costo di torturare giovani coppie di militanti, spesso appartenenti al cristianesimo di sinistra, che sognavano una nuova Argentina, una terra, una patria meno ingiusta.

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Il presidente impossibile https://www.carmillaonline.com/2014/09/09/presidente-impossibile/ Mon, 08 Sep 2014 22:01:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17203 di Fabrizio Lorusso

Tarquini Angelucci Mujica presidente impossibile Nadia Angelucci e Gianni Tarquini – Il presidente impossibile. Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato, Nova Delphi Libri, pp. 224,  € 12,50

Il Presidente Impossibile è la prima biografia italiana di José “Pepe” Mujica, ex guerrigliero che oggi è presidente dell’Uruguay. Ma è anche un testo utilissimo per capire la storia dell’America Latina e particolarmente dei paesi del Cono sud come il Cile, l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e, appunto, il più piccolo di loro: l’Uruguay. Questo saggio, scorrevole [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Tarquini Angelucci Mujica presidente impossibile
Nadia Angelucci e Gianni Tarquini – Il presidente impossibile. Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato, Nova Delphi Libri, pp. 224,  € 12,50

Il Presidente Impossibile è la prima biografia italiana di José “Pepe” Mujica, ex guerrigliero che oggi è presidente dell’Uruguay. Ma è anche un testo utilissimo per capire la storia dell’America Latina e particolarmente dei paesi del Cono sud come il Cile, l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e, appunto, il più piccolo di loro: l’Uruguay. Questo saggio, scorrevole come un romanzo e appassionante come un diario, chiarisce, trattando il caso di un paese specifico, il percorso e il ruolo di quelle sinistre latinoamericane che, dopo gli anni dell’autoritarismo supportato dagli USA e la restaurazione democratica, sono diventate forze di governo, ma che restano ancora le “grandi incomprese” dei mass media e del mondo politico occidentali. Gli autori di questo saggio, insieme a Rachele Masci e Manfredo Pavoni, conducono da anni Bucanero, un programma radiofonico di controinformazione sull’America Latina che va in onda su Radio Popolare Roma la domenica alle 12 e 30 ed è uno dei pochi spazi dedicati a questa regione. L’America Latina, l’autoritarismo, la repressione, le dittature, il militarismo, il populismo, le guerriglie, la lotta de los de abajo e la consolidazione democratica sono tutti argomenti al centro di questa biografia che sa andare ben oltre la vicenda personale e politica di Pepe Mujica.

Il Presidente impossibile è una voce che è composta a sua volta da tante altre voci, da interviste, documenti, testimonianze e articoli ben organizzati e narrati con fluidità. Il libro racconta a fondo l’Uruguay, è una storia e un diario di un paese da tre milioni di abitanti, incastonato tra due stati-continente come l’Argentina e il Brasile. Una realtà in cui il movimento guerrigliero, i Tupamaros in primis, aveva una connotazione nettamente urbana ed era considerato anomalo, soprattutto rispetto all’esperienza cubana e al foquismo guevariano che avevano fatto della selva, dei contadini e delle montagne i loro alleati principali.

“Negli anni Settanta la sinistra non parlamentare d’Italia era retrovia di molti movimenti rivoluzionari. Ospitammo e sostenemmo materialmente militanti delle lotte armate provenienti da tutte le parti del mondo”, spiega Erri De Luca nel prologo. Grazie all’approfondimento storiografico sull’Uruguay, che parte dagli anni ’30, e poi alla cronaca della nascita, dell’auge e del declino delle sinistre extraparlamentari, delle iniziative antagoniste e del conflitto armato negli anni ’60 e ’70, il testo va definendo anche un ottimo punto di partenza per una riflessione sugli anni della lotta armata in Italia, sui legami internazionali dei movimenti, sui loro militanti e sui diversi epiloghi delle loro lotte.

Un saggio su Mujica, personaggio estremamente mediatizzato e quindi, in qualche modo, “normalizzato”, incorporava il rischio di diventare apologetico e scontato. Invece Tarquini e Angelucci, da giornalisti esperti di America Latina e osservatori attenti delle vicende uruguaiane, non sono caduti nella trappola e sono riusciti a mettere in evidenza luci ed ombre di un uomo politico carismatico, perseverante, pragmatico e atipico, specialmente se paragonato ai rappresentanti di classi politiche abituate a magniloquenze, formalismi ed espressioni prive di contenuto e di coraggio.

La trasformazione operata da stampa mainstream e reti sociali sulla figura José Mujica, divenuto in pochi mesi un’icona mediatica globale, cioè il “presidente più povero del mondo” che dà in beneficenza il 90% del suo stipendio, ha il difetto, tra gli altri, di far passare in secondo piano l’operato del suo governo e di banalizzare o rendere folclorica la sua storia e la sua complessità politica. E infine svia l’attenzione da quanto è stato fatto concretamente in Uruguay dai partiti raggruppati nel Frente Amplio Progresista e da quello che manca ancora da fare.

Tarquini e Angelucci ci riportano nel paese reale, c’immergono nella sua evoluzione e nelle sue problematiche, in cui il Frente Amplio, la coalizione di governo, da oltre 40 anni (precisamente dal 1971) riesce a tenere insieme cattolici progressisti ed ex guerriglieri, socialisti, comunisti e anche correnti d’ispirazione liberale e democristiana. Dopo essere stato proscritto durante la dittatura (1973-1985) e dopo quasi vent’anni d’opposizione, il Frente ha conquistato la maggioranza parlamentare e la presidenza della Repubblica in due occasioni, nel 2004 con Tabaré Vázquez e nel 2009 con Pepe Mujica. Come forza di governo ha dovuto fare i conti con la crisi internazionale e il predominio dell’ideologia neoliberale, all’esterno, e con le opposizioni del Partido Colorado e del Nacional e con la sfida delle riforme, all’interno.

Di nuovo dal prologo di Erri De Luca: “Pepe Mujica è il compagno che ognuno avrebbe voluto a fianco e che molti hanno conosciuto sotto diversi nomi. La sua vicenda prima che politica è sentimentale, perché fondata sul primo sentimento che affiora alla coscienza: la giustizia”. Facendo uso di un gran numero di fonti giornalistiche e documentali, gli autori hanno ricostruito la gioventù del presidente, col suo fervore politico e l’adesione alla lotta armata nel Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, e poi i lunghi anni in carcere durante la dittatura, il suo amore per la terra, le cose semplici e soprattutto per la moglie, anche lei ex guerrigliera, Lucia Topolansky. Propongono anche scorci della loro vita attuale in campagna, nei dintorni della capitale Montevideo, vicini ai contadini, al mondo rurale e dei lavoratori.

Jose Mujica“La battaglia che stiamo perdendo contro il capitalismo è in realtà la battaglia contro il consumismo. E’ quella di questa società dei consumi che indirizza i nostri giovani in strada a cercare con qualsiasi mezzo ‘ciò che si usa oggi’, quel particolare tipo di cellulare, la marca di scarpe sportive alla moda. Ciò comporta che una persona qualsiasi che magari ha la sfortuna di arrivare a malapena a potersi procurare il necessario per vivere, s’indebiti per comprarsi il televisore al plasma. E questo a causa de mezzi di comunicazione di massa che s’incaricano di generare desideri travestiti da necessità; i genitori non sanno come negare ai figli quei prodotti che i pubblicitari si incaricano di vendere”, ha spiegato Lucia Topolansky in un’intervista esclusiva di pochi mesi fa che è stata inclusa nel volume.

“Il tema della terra e il legame di questa con l’uomo, che hanno segnato la vita di Mujica sin dalla sua infanzia, contribuiscono alla sua elaborazione politica e trascendono dal piano personale a quello pubblico”. Demetrio Mujica, padre di Pepe, era di origini basche e morì quando suo figlio aveva 8 anni. Sua moglie, Lucy Cordano, veniva da una famiglia contadina di migranti italiani: suo nonno arrivava, infatti, dalla zona di Rapallo in Liguria. Il nome del Movimento di Liberazione Nazionale uruguayano MLN-Tupamaros s’ispirava a Tupac Amaru II, ovvero a José Manuel Condorcanqui, meticcio andino-spagnolo discendente di Tupac Amaru, ultimo sovrano inca che fu giustiziato a Cuzco nel 1781 per aver organizzato la più imponente rivolta indigena contro gli spagnoli e che disse: “Domani tornerò e sarò milioni”.

Negli anni sessanta e settanta il conflitto è scandito dalle azioni armate, dalle “carceri del popolo”, dall’ampio sostegno popolare, dagli espropri proletari, dalle azioni dimostrative ma anche dai sequestri, come quello dell’agente FBI Dan Mitrione, che degenerò nell’omicidio dell’agente, e dalle fughe epiche, come quella da Punta Carretas nel 1971. Parallelamente, però, s’acuisce la controffensiva dello stato coi processi, le condanne, le incarcerazioni, e infine con la stretta finale contro i Tupamaros che porta al loro smantellamento e all’imprigionamento di tutti i leader, compreso Mujica. Questi, dopo vari arresti e fughe, viene catturato e rinchiuso definitivamente nel 1972. Alla fine dell’esperienza della lotta armata, nel contesto della Guerra fredda e delle svolte autoritarie in quasi tutto il sottocontinente latinoamericano, comincia una dittatura militare che dura dal 1973 al 1985. E’ l’epoca del Plan Condor, operazione regionale volta alla repressione sistematica di ogni dissidenza coordinata dai regimi dittatoriali sudamericani e dalla CIA, cui aderiscono, oltre alla cupola militare dell’Uruguay, anche quelle del Brasile (al potere dal 1964), del Cile di Pinochet (dopo il golpe del 1973), dell’Argentina (dal 1976), della Bolivia (governata dai militari dal 1964) e del Paraguay, che  viveva nella tirannia dal 1954.

Il centro del capitolo “Sepolti vivi” è l’esperienza della prigione e della dittatura, sia dal punto di vista del popolo e della società, che provava a resistere all’autoritarismo, alla repressione del dissenso e alla “politica” delle desapariciones, sia da quello dei “sepolti”, cioè di quei guerriglieri e quelle guerrigliere cui era stato riservato il carcere duro e che rischiavano d’impazzire o d’ammalarsi, come effettivamente accadde in alcuni casi.

Il libro dedica uno spazio di digressione, preziosissimo e necessario, al caso delle rehenas (ostaggi) della dittatura, cioè undici donne prigioniere la cui vita carceraria fu particolarmente dura, resa impossibile cinicamente dal regime che così intendeva “dare l’esempio”: il martirio di alcuni serviva per tutti. Le storie e le testimonianze dei detenuti uomini della dirigenza guerrigliera tupamara sono note da anni, mentre per quanto riguarda le donne c’è stato un silenzio trentennale, interrotto solo nel 2012 da Marisa Ruiz e Rafael Sanseviero con il libro Las rehenas. Historia oculta de once presas de la dictadura (Ed. Fin de Siglo, Montevideo). Tarquini e Angelucci ci parlano della resistenza di queste donne e delle condizioni della loro reclusione, ci raccontano della “grammatica terrorista” dello stato uruguayano che, nel suo delirio totalitario e intimidatorio, prevedeva “l’appropriazione del corpo delle persone alla mercé di un potere abusivo”. Espressione di ciò furono il regime d’isolamento carcerario assoluto, la sottoalimentazione, la disidratazione, le sevizie, le violenze, le percosse, le sessioni  di tortura e la rotación, ossia lo spostamento coatto e continuo del prigioniero tra varie caserme.

Appena uscito dal carcere, nel marzo 1985, Mujica si riappropria della sua vita familiare, personale, sociale e politica. Va a stare da sua madre per un po’. Rincontra l’attuale moglie, Lucia Topolansky, anche lei finita in prigione dal 1972 al 1985, e da allora non se ne separa più. Con lei riprende la militanza politica. Dieci anni dopo diventa il primo ex tupamaro a diventare deputato. In seguito nel governo di Tabaré Vázquez ricopre la carica di ministro dell’agricoltura e nel 2009 diventa candidato presidenziale per il Frente e vince le elezioni. Il libro non indugia nei trionfalismi e si dedica a spiegare i cinque anni di governo di Mujica, che quest’anno volgono al termine, così come i suoi provvedimenti, i discorsi ormai storici del presidente guerrigliero, ma anche i suoi limiti e le critiche che gli sono state rivolte da destra e da sinistra.

Chi è, infine, José Pepe Mujica? “E’ un vecchio che ha sulle spalle parecchi anni di carcere, e qualche proiettile in corpo”, ha dichiarato lui stesso, “e che si sente molto felice, tra le tante ragioni, di contribuire a rappresentare umilmente chi non c’è più e dovrebbe esserci […] Chi non coltiva la memoria, non sfida il potere. E’ questo lo strumento per costruire il futuro che, in ogni caso, è nostro perché non hanno potuto sconfiggerci”.

Il libro fa parte della collana Viento del Sur di Nova Delphi Libri. Un vento che il giornalista e accademico argentino Adolfo Gilly ama descrivere con queste parole, citate in apertura de Il presidente impossibile: “Da Genova a Buenos Aires, le città sono nostre. Ancora una volta osiamo pensare e immaginare il socialismo, una società di persone uguali e libere, contro questa barbarie senza senso e senza pietà che è il mondo globale del capitale: ecco il messaggio che possiamo leggere in questo nuovo vento del Sud”.

Link su Carmilla:

L’Uruguay del Frente Amplio – Intervista a Monica Xavier (presidenta del Frente)

L’anno di Mujica e dell’Uruguay

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