combattentismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 11 Feb 2026 21:26:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 23 marzo 1919: genesi e primi passi del fascismo https://www.carmillaonline.com/2019/03/26/23-marzo-1919-genesi-e-primi-passi-del-fascismo/ Mon, 25 Mar 2019 23:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51735 di Armando Lancellotti

I Fasci italiani di combattimento

Cent’anni fa, il 23 marzo del 1919, in piazza San Sepolcro a Milano, Benito Mussolini fondò un movimento politico chiamato “Fasci italiani di combattimento”. Alla prima adunata parteciparono1 soprattutto ex-combattenti e Arditi, futuristi, tra i quali Filippo Tommaso Marinetti, uomini provenienti sia dall’area politica nazionalista sia [...]]]> di Armando Lancellotti

I Fasci italiani di combattimento

Cent’anni fa, il 23 marzo del 1919, in piazza San Sepolcro a Milano, Benito Mussolini fondò un movimento politico chiamato “Fasci italiani di combattimento”. Alla prima adunata parteciparono1 soprattutto ex-combattenti e Arditi, futuristi, tra i quali Filippo Tommaso Marinetti, uomini provenienti sia dall’area politica nazionalista sia da quella socialista, dal sindacalismo rivoluzionario e dall’anarchismo. Eterogeneità e convergenza di correnti politiche differenti, accomunate però da alcuni elementi ideologici, appaiono gli aspetti essenziali del “fascismo della prima ora”, che rese noto il suo primo programma politico il 6 giugno del 1919 su «Il Popolo d’Italia»2.

In un’Italia che, uscita dalla guerra, assisteva alla riapertura della polemica politica dell’anteguerra tra neutralisti ed interventisti, i Fasci di combattimento difendevano e rivendicavano in modo chiaro le ragioni dell’intervento, denunciando al contempo il debole ed inetto neutralismo degli avversari, in particolare dei socialisti; mettevano sotto accusa l’inconcludente ceto politico liberale, ritenuto responsabile della “vittoria mutilata”, in quanto incapace di ottenere al tavolo delle trattative della Conferenza di pace di Parigi quanto i soldati italiani avevano conquistato versando il loro sangue nelle trincee. Avanzavano inoltre richieste, anche radicali, di cambiamenti politici e sociali che dovevano «assicurare immediatamente l’emancipazione delle classi lavoratrici sottraendole al partito socialista»3 e, pertanto, sul piano politico-istituzionale volevano la repubblica, richiedevano la convocazione di una costituente, il suffragio politico e l’eleggibilità anche per le donne, il sistema elettorale proporzionale, l’abolizione del Senato e, sul piano sociale e finanziario, le otto ore lavorative, la partecipazione dei lavoratori al funzionamento tecnico delle industrie, l’imposizione di una forte tassazione straordinaria sui grandi capitali, il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose. Per la politica estera, il nascente fascismo proponeva iniziative capaci di promuovere e valorizzare la nazione italiana nel mondo4 ed infine autodefiniva il proprio progetto politico come un programma nazionale di un movimento autenticamente italiano.

Si trattava di un programma confuso5 in cui «i temi di un radicalismo nazionalista si combinavano con una forte intransigenza anticapitalistica e con il rifiuto della monarchia», ma «la vera novità che il movimento voleva rappresentare nella lotta politica emerse chiaramente dopo poche settimane» dall’adunata di piazza San Sepolcro, quando, il 15 aprile, «squadre di “avanguardisti”, armati di bastoni e pugnali, irruppero nella sede milanese dell’«Avanti!» e la distrussero. La novità era rappresentata dunque dall’uso della violenza contro gli avversari politici, ritenuta uno strumento indispensabile per sovvertire l’ordine costituito e realizzare quella rivoluzione nazionale che costituiva il fine del movimento»6. La politica intesa come azione, diretta e violenta, come “assalto” condotto contro l’avversario, così come l’odio antisocialista e l’ostilità nei confronti del parlamentarismo liberal-democratico costituirono fin da subito le cifre caratterizzanti il movimento fascista, più dei singoli punti programmatici in cui si mescolavano nazionalismo piccolo borghese con suggestioni socialiste e velleità rivoluzionarie, in parte retaggio dei trascorsi politici di Mussolini.

Anche sulla natura movimentista del fascismo di San Sepolcro occorre soffermarsi, in quanto potrebbe apparire singolare che proprio quel fascismo che una volta divenuto regime si sarebbe trasformato in un partito-Stato, realizzando una sorta di assolutizzazione del concetto di partito, ai suoi albori si definisse un “antipartito”, ma in realtà era un’idea del tutto coerente con la natura di quel movimento che intendeva contrapporsi all’idea tradizionale di partito e al sistema liberal-parlamentare fondato sui partiti. «Per tutto il 1919 Mussolini ripeté che i Fasci non erano e non sarebbero mai diventati un partito, perché l’antipartito era soprattutto una mentalità, uno stato d’animo, proprio di spiriti liberi e spregiudicati»7.

Mussolini socialista

Benito Mussolini aderì al socialismo e si iscrisse al PSI nel 1900, per poi diventare segretario della federazione del partito di Forlì nel 1910, dando prova di dinamismo e di capacità di leadership politica in occasione delle lotte politico-sindacali degli operai e dei contadini romagnoli di quegli anni. Due anni dopo, al congresso del partito svoltosi a Reggio Emilia (luglio 1912), Mussolini colse l’occasione per passare da capo del socialismo romagnolo a leader socialista di livello nazionale, tanto che uscì dal congresso «consacrato come una delle figure di primissimo piano di tutto il partito, […] affermandosi come uno degli esponenti della frazione rivoluzionaria su scala nazionale»8. E sul carattere rivoluzionario del socialismo mussoliniano occorre soffermarsi con particolare attenzione. In alcuni settori e tra i più giovani esponenti del socialismo italiano si erano diffuse le idee del sindacalismo rivoluzionario, che all’inizio del secolo XX aveva conosciuto nel francese Gorge Sorel, autore delle Considerazioni sulla violenza (1908), il principale teorico: la violenza proletaria come forza liberatoria e strumento di lotta e lo sciopero come mito propulsivo e come mezzo di mobilitazione di massa in preparazione dello sciopero generale rivoluzionario sono alcune delle idee principali di una teoria filosofico-politica che prendeva le distanze dal riformismo parlamentare della maggior parte dei partiti socialisti europei del tempo e privilegiava l’azione rispetto alla riflessione, anteponeva la spontanea iniziativa insurrezionale delle masse alla mediazione politica, proponeva la violenza come strumento di lotta politica.

Le convergenze tra un certo sindacalismo rivoluzionario e il “fascismo della prima ora”, in seguito amplificate e corroborate dal “fiumanesimo” dannunziano, si sarebbero rivelate decisive per la genesi del fascismo nel clima politico infuocato dell’Italia uscita dalla Grande Guerra, ma questi elementi eversivi, ribellistici e violenti erano già presenti fin da subito nel socialismo di Mussolini degli anni precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale. Anche l’antiparlamentarismo era una delle idee forti del socialismo rivoluzionario di Mussolini di quegli anni, come emerge da numerosi passaggi dell’intervento del leader politico romagnolo al congresso di Reggio Emilia, che si concluse con l’espulsione dal PSI della componente riformista-revisionista capeggiata da Bonomi, Bissolati e Cabrini.

La polemica, tra la corrente di questi ultimi – che riproponeva in Italia i temi della riflessione revisionista del marxismo di Eduard Bernstein – e quella rivoluzionaria più intransigente, era in atto già da qualche tempo all’interno del socialismo italiano, ma fu in seguito alla disputa politica sulla posizione da prendere dinanzi alla guerra italo-turca per la conquista della Libia (1911/’12) che si passò alla scissione del partito, all’espulsione dei revisionisti e alla conquista della guida del PSI da parte dei massimalisti rivoluzionari. Il socialista rivoluzionario Mussolini, che una volta divenuto duce del fascismo avrebbe fatto del colonialismo in Africa un punto fermo della politica estera italiana, in quel momento fu tra i più convinti nemici della guerra italo-turca e in quello stesso 1912 guadagnò la direzione del giornale del partito, l’«Avanti!», incarico che ricoprì fino all’autunno del 1914. In due anni il giornale vide, «sotto la direzione battagliera e brillante di Benito Mussolini, […] quasi raddoppiare la diffusione raggiungendo una media di oltre cinquantamila copie vendute»9.

Il 1914 fu anche l’anno del congresso di Ancona del PSI (aprile) e della “settimana rossa” (giugno), avvenimenti che di poco precedettero l’attentato di Sarajevo e lo scoppio della Grande Guerra. In occasione del congresso di Ancona «i socialisti confermarono la linea di intransigenza adottata due anni prima a Reggio Emilia. […] Certo, Turati, Treves e la maggioranza del gruppo parlamentare, dominato dai riformisti, dissentono con forza dal barricadiero direttore dell’«Avanti!» e ne vorrebbero la sostituzione, ma ad Ancona Mussolini si comporta con prudenza e la direzione lo difende con decisione. Inoltre il congresso approva a larghissima maggioranza un ordine del giorno Zibordi-Mussolini che segna una nuova affermazione del leader romagnolo. […] Così il congresso può chiudersi con la conferma di Mussolini alla direzione dell’«Avanti!», l’elezione di Costantino Lazzari alla segreteria del partito»10. Pertanto, nell’estate del 1914, allo scoppio del tumulto marchigiano e romagnolo – la cosiddetta “settimana rossa” – il mondo operaio italiano si trovava diviso tra la segreteria del PSI, collocata su posizioni rivoluzionarie e la maggioranza del gruppo parlamentare e la CGdL, guidata da Rigola, di orientamento riformista. Una situazione di interna contraddizione tra le varie anime del socialismo italiano che sostanzialmente produceva immobilismo e che si sarebbe riproposta anche successivamente, ovvero in occasione del “biennio rosso” e della “occupazione delle fabbriche” nell’estate del 1920.

Dal neutralismo all’interventismo

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1914 l’Europa sprofondò nel gorgo della più terribile guerra mai combattuta fino ad allora e l’Italia, facendo leva sul carattere difensivo della Triplice Alleanza, stipulata nel lontano 1882 e che la legava agli Imperi centrali, dichiarò la propria neutralità. Nelle settimane e nei mesi successivi, l’intero paese, le forze politiche e l’opinione pubblica si divisero sul problema della guerra, collocandosi su due fronti contrapposti: quello interventista e quello neutralista. Innanzi tutto, entrambi gli schieramenti erano alquanto eterogenei, sia perché mettevano assieme partiti o forze politiche decisamente distanti tra loro, sia per le motivazioni differenti e talvolta divergenti che guidavano i vari gruppi politici alla scelta interventista o neutralista. In secondo luogo, il paese era prevalentemente neutralista, ma nella primavera del 1915 l’Italia entrò ugualmente in guerra, sconfessando la Triplice Alleanza e schierandosi a fianco della Triplice Intesa.

A favore dell’intervento si schierarono tanto i nazionalisti dell’ANI quanto i socialisti riformisti di Bonomi e Bissolati, oppure i democratici e i repubblicani o intellettuali come Gaetano Salvemini, oppure ancora gli irredentisti e i sindacalisti rivoluzionari, senza dimenticare la fondamentale scelta interventista operata dalla corona, dietro alla quale stava l’esercito e dal governo, guidato da Salandra. Da questo sommario elenco emergono con chiarezza le divergenze ideologiche interne al fronte interventista, nel quale poi rientravano molti giovani studenti, numerosi intellettuali, artisti d’avanguardia come i futuristi, i più importanti giornali e più in generale la piccola e media borghesia, oltre ad alcuni settori dell’industria nazionale. Pertanto, le ragioni che muovevano gli uni – per esempio il completamento dell’unità politica italiana in linea di continuità con gli ideali del risorgimento democratico, proposto come obiettivo da democratici, repubblicani, irredentisti e socialisti riformisti – non coincidevano con le ragioni di altri, per esempio del governo e della corona, spinti dalla logica della politica di potenza, oppure dei nazionalisti, favorevoli comunque alla guerra per scopi imperialistici, o dei futuristi, attratti dalla “bellezza estetica” della guerra moderna, ed infine totalmente divergevano dalle idee di rivoluzione sociale dei sindacalisti rivoluzionari. Sul fronte opposto si schierarono socialisti, cattolici e giolittiani, così diversi tra loro e mossi alla scelta del neutralismo per ragioni differenti, che andavano dall’internazionalismo socialista11, al pacifismo delle masse cattoliche e al pragmatismo politico di Giolitti.

Alla fine risultarono decisive la chiara scelta del governo e del re in favore della guerra – risoluzione della corona che indusse lo stesso Giolitti ad evitare lo scontro istituzionale e a convergere su posizioni interventiste al momento della votazione decisiva in parlamento – e la capacità di mobilitazione delle forze interventiste nelle settimane e nei mesi cruciali della primavera del 1915. La scelta dell’alleanza poi era, per dir così, nell’ordine delle cose e, dopo un’iniziale idea dei nazionalisti e del governo di entrare in guerra a fianco degli Imperi centrali, al momento del fallimento sul fronte occidentale del piano Schliffen – il piano d’attacco tedesco – fu presa la decisione di schierarsi dalla parte dell’Intesa, che poteva avvallare le richieste italiane12, principalmente indirizzate contro l’Impero austro-ungarico.

Quale era, allora, la posizione del direttore dell’«Avanti!» Benito Mussolini di fronte alla guerra? In estrema sintesi si può dire che Mussolini dopo un’iniziale fase di neutralismo assoluto, in ossequio alla linea scelta dal partito, passò, nell’ottobre del ’14, al “neutralismo attivo e operante” – come egli stesso lo definì – ed infine, tra ottobre e novembre, all’interventismo dichiarato, che comportò prima l’allontanamento dalla direzione dell’«Avanti!» e poi l’espulsione dal partito socialista.
Infatti, «il 22 settembre 1914, con un manifesto scritto da Benito Mussolini ma concordato con Treves e Turati, dunque unitario nella sua formulazione, la direzione del PSI lancia un appello energico alle masse perché si oppongano alla guerra, riafferma che il conflitto “rappresenta la forma estrema, perché coatta, della collaborazione di classe”, […] sottolinea “l’antitesi profonda ed insanabile tra guerra e socialismo”. Ma non è in grado di far seguire all’analisi, irreprensibile dal punto di vista ideologico, nessuna direttiva concreta di lotta. […] Si intravede, insomma, […] una situazione di stallo che deriva sia dall’isolamento internazionale in cui i socialisti italiani vengono a trovarsi sia dall’impossibilità di attuare una strategia di lotta effettiva contro la guerra»13.

Poco meno di un mese più tardi, il 18 ottobre, sull’«Avanti!» Mussolini scrisse un lungo articolo, dal titolo significativo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, nel quale esponeva la tesi secondo la quale la posizione assunta dal PSI rischiava di relegare il partito nell’immobilismo, di escluderlo dal corso dei cruciali avvenimenti storici che il mondo e l’Italia stavano vivendo. «I pilastri del ragionamento mussoliniano sono chiari: 1) l’unico modo per essere protagonisti di quel che accade è muoversi e nello stesso senso in cui la realtà sembra evolvere; 2) il ruolo dell’Italia può essere centrale tra le grandi potenze, accorciare enormemente il conflitto, condurre alla formulazione di un nuovo equilibrio internazionale. L’una e l’altra convinzione sono […] rivelatrici al fine della comprensione dello stato d’animo del giovane leader e confermano il suo essere assai più vicino ai movimenti elitari del primo Novecento che alla tradizione socialista, la sua ansia di protagonismo e meglio ancora d’essere dalla parte di chi vince»14. Il 20 ottobre la direzione del partito socialista si pronunciò contro la nuova linea assunta da Mussolini; il 10 novembre Mussolini stesso ammise di essere impegnato nel lavoro di preparazione di un nuovo giornale interventista e a quel punto la rottura con il PSI divenne scontata ed inevitabile.

Il 15 novembre uscì il primo numero de «Il Popolo d’Italia, quotidiano socialista» e, nell’editoriale del direttore, Mussolini ribadiva e spiegava le ragioni della sua scelta interventista. Il giornale divenne così la tribuna personale dell’interventismo mussoliniano e, almeno inizialmente, dell’interventismo di sinistra più in generale, come attestano anche le numerose polemiche che Mussolini sostenne contro i nazionalisti, proponendo ancora una lettura della guerra come fatto rivoluzionario. Il bersaglio principale degli strali di Mussolini furono però i neutralisti ed in particolare i socialisti e poi a seguire i cattolici e i giolittiani. Nel corso del conflitto però, l’interventismo mussoliniano cominciò a perdere progressivamente il suo radicalismo di sinistra e sempre più si ricollocò sulle posizioni del nazionalismo ed infatti «il 1^ agosto 1918 il sottotitolo “quotidiano socialista” venne significativamente sostituito con “quotidiano dei combattenti e dei produttori”»15. In tal modo il giornale perdeva la propria connotazione ideologico-classista e si spostava su posizione produttiviste, interclassite – oltre che di sostegno ai combattenti – che anticipavano già idee che di lì a poco sarebbero state parte del nascente fascismo

L’officina del fascismo

La Grande Guerra aveva lasciato in eredità alle società europee un pesante fardello di violenza: «il mito della forza e della violenza “rigeneratrice” rappresentava un’eredità diretta della cultura interventista, nella quale erano confluite non solo le correnti ideali del nazionalismo di destra […] ma anche l’esperienza politica del sindacalismo rivoluzionario, esaltatore della violenza rivoluzionaria e dell’azione diretta»16.

Come è noto, lo slogan nazionalista della “vittoria mutilata” si diffuse nei mesi successivi alla conclusione della Grande Guerra, quando a Parigi il 18 gennaio 1919 ebbe inizio la Conferenza di pace e la delegazione italiana, guidata da Vittorio Emanuele Orlando e da Giorgio Sidney Sonnino, si trovò di fronte ad un problema che già nelle settimane e nei mesi precedenti aveva iniziato a dividere opinione pubblica e forze politiche italiane: quale linea politica tenere alla Conferenza di pace e quali richieste territoriali avanzare nelle regioni dell’alto Adriatico e dei Balcani, ritenute cruciali per gli interessi nazionali.

Il blocco politico e d’opinione che potremmo approssimativamente definire “interventista di destra e nazionalista” richiedeva tanto il rispetto integrale del Patto di Londra, quanto l’annessione della città di Fiume, abitata prevalentemente da italiani. Questa linea politica fu fatta propria dal governo italiano e dalla delegazione Orlando-Sonnino, che, pertanto, tentò di avanzare parallelamente richieste sottese da principi politici differenti o addirittura divergenti: da un lato, infatti, l’ottemperanza del Patto di Londra con tutte le sue rivendicazioni imperialistiche era richiesta in nome del rispetto degli impegni presi dagli alleati dell’Italia, ma senza tener conto del principio di nazionalità ed autodeterminazione dei popoli che, almeno sul piano ideale, non poteva essere ignorato a partire dal 1917 e dai “Quattordici punti” del presidente statunitense Wilson, il quale inoltre non si sentiva in alcun modo vincolato dal Patto di Londra, che non aveva sottoscritto. Dall’altro, l’Italia pretendeva Fiume, non contemplata dall’accordo del 1915, in base a quel medesimo principio di nazionalità che non era disposta a prendere in considerazione per la Dalmazia17, rivendicata dalla Jugoslavia, stato sorto in seguito allo smembramento dell’Impero austro-ungarico e collocato in un’area, quella balcanica, da sempre oggetto delle mire espansionistiche della politica estera italiana.

A queste pretese imperialistiche si opponevano gli ex-interventisti democratici, come i socialisti riformisti e come, tra gli altri, Salvemini e pure i socialisti e i giolittiani, che richiedevano soprattutto obiettivi irredentistici e invitavano il paese a concentrarsi sui problemi di politica interna; in alcuni casi, come quello del ministro social-riformista Bissolati, che proprio per dissensi col governo sulla politica estera si dimise, si proponeva «l’abbandono non solo della Dalmazia […] ma anche dell’Alto Adige e del Dodecaneso (sui quali non [c’era] stata, da parte di Wilson, alcuna contestazione)»18. Ma a dare una direzione precisa alla questione e a far insorgere una crisi politica, interna ed internazionale al contempo, non furono solo le polemiche tra gli schieramenti politici italiani, ma anche e soprattutto la posizione presa, con l’avallo di Francia e Gran Bretagna, da Wilson, che si dichiarò risolutamente contrario alla linea del governo italiano sulla questione adriatica e di Fiume19.
Come osservò Salvemini «Sonnino e il primo ministro Orlando assunsero durante i negoziati di pace due diversi atteggiamenti che essi consideravano complementari ed erano invece contraddittori. Sonnino, in base al Trattato di Londra, continuò ad esigere quella parte della Dalmazia che gli era stata promessa, e Orlando, in base al principio di nazionalità, domandò in aggiunta Fiume»20.

L’ambiguo e contraddittorio atteggiamento italiano contribuì all’irrigidimento della posizione statunitense e all’indifferenza interessata del britannico Lloyd Gorge e del francese Clemenceau ed in secondo luogo favorì la nascita e la diffusione del mito nazionalista della “vittoria mutilata”, che ben presto divenne la parola d’ordine di un’eterogenea area politica che, pur comprendendo forze e correnti anche diverse, si cristallizzò attorno alla convinzione che per l’Italia ad una “guerra vinta” stesse facendo seguito l’umiliazione di una “pace perduta”. Su queste posizioni si collocavano il movimento ed il giornale di Benito Mussolini, ma anche e soprattutto Gabriele D’Annunzio, il poeta-vate del nazionalismo italiano, che già era stato tra le voci più ascoltate dell’interventismo del 1914/’15 e poi protagonista di alcune brillanti e coraggiose imprese durante il conflitto.

Fu proprio D’Annunzio che, nel settembre del 1919, al comando di alcuni reparti militari ribelli e di volontari, marciò sulla città, posta sotto il controllo internazionale, vi instaurò il comando del Quarnaro liberato (12 settembre) e la proclamò annessa all’Italia. L’impresa di Fiume, concepita più come un mezzo per far cadere il governo Nitti21 – considerato ancora più rinunciatario ed incapace di Orlando di risolvere la questione adriatica – che come un’esperienza politica destinata a durare nel tempo, assunse fin da subito caratteri alquanto particolari ed originali ed inoltre si protrasse nel corso dei mesi, continuando fino al dicembre del 1920.

Nella città istriana si diedero convegno i personaggi più disparati, spesso mossi da convinzioni politiche molto diverse o anche divergenti: arrivarono giovani artisti futuristi e tra questi lo stesso Marinetti – affascinati dal significato eversivo dell’impresa e dalla “bellezza estetica” dell’iniziativa del poeta – a cui si aggiunsero nazionalisti, ufficiali con velleità golpiste, sindacalisti rivoluzionari con progetti insurrezionali ed attratti dall’idea della politica fatta attraverso l’azione diretta e la spontanea iniziativa delle masse, che in qualche modo l’avventura dannunziana sembrava realizzare, avventurieri di vario genere in cerca di occasioni di promozione politico-sociale.

Per molti di coloro che seguirono D’Annunzio, Fiume fu il luogo in cui essere protagonisti sia di un’avventura politica rivoluzionaria sia di un’esperienza esistenziale nuova e soprattutto trasgressiva, nei costumi e nello stile di vita: indisciplina, individualismo ed originalità nei comportamenti, libertà sessuale, omosessualità e consumo di droga caratterizzarono la Fiume di D’Annunzio. Se da un lato questi aspetti dell’esperienza fiumana scandalizzarono una parte dell’opinione pubblica italiana e della classe politica e dirigente, dall’altro, molti giovani intellettuali d’avanguardia e soprattutto i futuristi, forse sovrapponendo e mescolando confusamente trasgressione e rivoluzione, osservarono con entusiasmo quanto accadeva nella città istriana22.

Da un punto di vista più strettamente politico, nella fase che precedette l’occupazione della città «l’egemonia politica sull’impresa è di marca nazionalista e militare, cioè di forze guardate senza troppi sospetti dall’apparato statale»23. «Le forze di sinistra che fecero di supporto all’impresa dannunziana vi si inserirono a città occupata, […] ma la preparazione dell’impresa e la sua prima realizzazione si compirono sotto il totale controllo delle forze di destra, che le impressero indelebilmente il loro marchio […] e l’impresa dannunziana a Fiume conservò un sostanziale carattere nazionalistico»24. Questo non significa che non vi sia stata una componente di sinistra nel “fiumanesimo”, che si alimentò soprattutto del contributo del sindacalismo rivoluzionario sia per le ragioni già prima espresse sia per il ruolo che svolse nel governo della città istriana Alceste De Ambris, socialista, poi sindacalista rivoluzionario, tra i fondatori dell’USI25, nel 1919 avvicinatosi ai Fasci di combattimento di Mussolini ed infine esule politico antifascista.

Fu soprattutto De Ambris l’estensore della Carta del Quarnaro (1920), sulla quale avrebbe dovuto reggersi il governo di Fiume. Si trattava di una Carta in cui si sommavano produttivismo – il cittadino partecipava alla Stato in quanto produttore – e corporativismo – le associazioni professionali erano considerate la base della società e dello stato e alle corporazioni veniva affidato potere legislativo. Proprio queste idee espresse nella Carta del Quarnaro, insieme ad altri aspetti dell’esperienza fiumana, permisero al fascismo, una volta conquistato il potere, di indicare nella Fiume di D’Annunzio un ideale prototipo fascista.

L’atteggiamento assunto da Benito Mussolini nei confronti dell’impresa del poeta-soldato fu, sin dal primo giorno, di appoggio e condivisione dei principi che la guidavano e dalle colonne de «Il Popolo d’Italia» il capo del fascismo allineò il proprio movimento alle posizioni del Legionari di Fiume, senza però fare più di tanto per dare sostegno concreto al poeta, scatenando in tal modo l’ira di D’Annunzio: è noto, infatti, il contenuto della lettera che quest’ultimo inviò a Mussolini, chiedendo un più convinto sostegno all’impresa e facendo seguire alla richiesta una lunga serie di accuse ed ingiuriosi rimproveri per la passività fino a quel momento dimostrata dal capo dei Fasci.

L’atteggiamento di Mussolini «nelle settimane che seguono alla marcia è abbastanza contraddittorio, come se il direttore del «Popolo d’Italia» volesse, da una parte, utilizzare l’impresa per mutare gli equilibri politici nazionali ma, dall’altra, non volesse lavorare per la gloria del comandante a proprio danno»26. Ma al di là di questi screzi tra i due leader, è evidente che l’impresa di Fiume, alla luce di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, possa essere letta come un’esperienza protofascista, nel senso che nei quindici mesi di governo dannunziano a Fiume – quasi che la città istriana fosse diventata un laboratorio politico in cui sperimentare su piccola scala quanto poi sarebbe stato realizzato su scala ben più ampia – presero forma idee, pratiche politiche, progetti, slogan, simboli che poi, di lì a poco, il fascismo avrebbe ereditato, assimilato e rivendicato per tutta la durata del regime: l’idea della presa del potere attraverso un’iniziativa di forza; il progetto di una “marcia su Roma” per far cadere il governo; il ricorso a rituali collettivi e a formule politiche come le grandi adunate o il dialogo tra il capo carismatico e la folla; l’uso del motto “me ne frego”, già degli Arditi durante la guerra, che D’Annunzio adottò e dopo di lui Mussolini; insomma tutto quel complesso insieme – in buona parte lascito della Grande Guerra – di ribellismo, trasgressione, avanguardismo, combattentismo, attivismo, infuocato nazionalismo, retorico demagogismo, elitarismo politico che divenne una forma mentis che dal “fiumanesimo”, una volta esauritasi l’impresa dannunziana in seguito al Trattato di Rapallo del novembre del 1920, passò al fascismo delle origini e allo squadrismo, che, a partire dall’autunno dello stesso 1920, avrebbe fatto la sua nefasta comparsa nel paese.

 

Testi citati
Alatri P., D’Annunzio, UTET, Torino, 1983
Candeloro G., Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, Milano, 1981
Collotti E., Fascismo e politica di potenza, Politica estera 1922-1939, La Nuova Italia, Milano, 2000
De Bernardi A., Guarracino S. (a cura di), Dizionario del fascismo, Bruno Mondadori, Milano, 1998
De Felice R., Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi, Torino, 1965
Franzinelli M., Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento, Mondadori, Milano 2019
Gentile E., Storia del partito fascista, Laterza, Roma-Bari, 1989
Sabbatucci G. (cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra, Laterza, Roma-Bari, 1976
Salaris C., Alla festa della rivoluzione. Arditi e libertari con D’Annunzio a Fiume, il Mulino, Bologna, 2002
Tranfaglia N., La prima guerra mondiale e il fascismo, TEA, Milano, 1995


  1. Furono 206 i partecipanti all’adunata di piazza San Sepolcro, le identità dei quali sono state accuratamente e con dovizia di particolari ricostruite nel suo ultimo e recentissimo lavoro da Mimmo Franzinelli, Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento, Mondadori, Milano 2019. 

  2. Cfr. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi, Torino, 1965, pp.742-743. 

  3. E. Gentile, Storia del partito fascista, Laterza, Roma-Bari, 1989, p.24. 

  4. Fin dall’adunata di San Sepolcro Mussolini rivendicò l’annessione della Dalmazia e di Fiume, indicando nell’imperialismo il fondamento della vita di ogni popolo e nazione. Cfr. E. Gentile, Storia del partito fascista, cit. Per i temi dell’imperialismo, della politica di potenza e della politica estera del fascismo dalle origini fino alla seconda guerra mondiale, cfr. E. Collotti, Fascismo e politica di potenza, Politica estera 1922-1939, La Nuova Italia, Milano, 2000 e G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, Milano, 1981. 

  5. Osserva Franzinelli che «Il fascismo delle origini mescola estremismo di destra e radicalismo di sinistra, in un dinamismo urlato e spericolato alla ricerca di sbocchi traumatici, sovvertitori degli assetti istituzionali. Discende in linea retta dall’interventismo e dalla grande guerra; si percepisce rivoluzionario e considera il Partito socialista come retrogrado e reazionario» M. Franzinelli, Fascismo anno zero. cit., pp.4-5. 

  6. A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo, Bruno Mondadori, Milano, 1998, p.3. 

  7. E. Gentile, Storia del partito fascista, cit., p. 25. 

  8. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, cit., p. 84. 

  9. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, TEA, Milano, 1995, pp. 10-11. 

  10. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 11. 

  11. Occorre collocare la scelta politica del partito socialista italiano nel contesto della Seconda Internazionale, della quale il PSI faceva parte. Come spesso gli storici hanno sottolineato, la prima vittima della Grande Guerra fu l’Internazionale socialista, dal momento che quasi tutti i partiti socialisti dei paesi belligeranti si schierarono a fianco dei governi borghesi aderendo alle “unioni sacre” e votando per i crediti di guerra. Fu il caso dei socialisti francesi, dell’SPD in Germania, dei socialdemocratici austro-ungarici, dei laburisti inglesi. Solo il piccolo partito socialista serbo, i bolscevichi russi e frange minoritarie dei maggiori partiti europei scelsero la fedeltà all’ideale internazionalista. È pertanto in un quadro politico di certo non facile che matura la decisione tormentata del socialismo italiano di rimanere su posizioni neutraliste. 

  12. Il 26 aprile 1915, il governo italiano, guidato da Salandra e dal ministro degli esteri Sonnino, firmò il Patto di Londra, rimasto segreto fino al 1917, con il quale l’Itala si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa entro un mese. Il patto stabiliva i seguenti compensi territoriali per l’Italia: Trentino, Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, l’intera Istria (esclusa Fiume, che si pensò di lasciare all’Impero austro-ungarico, di cui non si prevedeva lo smembramento e al quale sarebbe stato sottratto il porto di Trieste), parte della Dalmazia, la città di Valona e il riconoscimento di un protettorato italiano sulla regione albanese, il mantenimento del Dodecaneso, la regione di Adalia in Anatolia e la revisione di alcuni confini in Africa. Da questo elenco di obiettivi territoriali emerge in modo evidente che il paese si accingeva ad entrare in guerra per ragioni imperialistiche e che, delle tante anime dell’interventismo italiano, quella nazionalista-imperialista aveva nettamente prevalso su quella democratica. 

  13. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 31. 

  14. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 34.  

  15. A. Micheletti, Il Popolo d’Italia, in A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo, cit., p. 442. 

  16. A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo, cit., p. 4. 

  17. Le contraddizioni tra il principio di nazionalità e le rivendicazioni territoriali italiane non si limitavano solo alla “questione adriatica”, in quanto anche l’Alto Adige con la sua popolazione tedesca, Valona e l’Albania, le aree anatoliche di sfruttamento minerario come Adalia o il Dodecaneso avrebbero potuto far emergere problemi analoghi a quello adriatico. Così però non fu perché la sovranità sul Dodecaneso, che l’Italia possedeva già dalla guerra italo-turca, fu riconosciuta; a Valona e al protettorato albanese il governo italiano guidato da Giolitti rinunciò pochi mesi prima di risolvere la questione adriatica; Adalia fu smobilitata in seguito all’evoluzione della situazione interna all’ex-impero ottomano e all’inizio della “riscossa nazionale” di Kemal; e infine l’Alto Adige veniva sottratto ad uno dei grandi sconfitti della guerra, l’Impero austro-ungarico, che non si trovava nelle condizioni di potersi opporre. La Dalmazia, invece, rivendicata dal nuovo Regno di Jugoslavia ed abitata in modo decisamente preponderante da popolazioni slave, divenne, insieme alla questione della sovranità su Fiume il vero problema della politica estera italiana nel corso del 1919/’20. 

  18. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 135. 

  19. Sulla questione adriatica e le sue conseguenze e sui problemi dell’Italia nel primo dopoguerra, cfr. G. Sabbatucci (cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra, Laterza, Roma-Bari, 1976. 

  20. G. Salvemini, La vittoria mutilata, in G. Sabbatucci (cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra, cit., pp. 155-156. 

  21. Pochi mesi prima il governo Orlando, logoratosi proprio sulla questione adriatica, era caduto ed era stato sostituito dal governo guidato da Francesco Saverio Nitti (giugno 1919). 

  22. Per questi aspetti dell’impresa di Fiume di D’Annunzio che riguardano oltre alla politica anche il costume, cfr. C. Salaris, Alla festa della rivoluzione. Arditi e libertari con D’Annunzio a Fiume, il Mulino, Bologna, 2002. 

  23. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 196. 

  24. P. Alatri, D’Annunzio, UTET, Torino, 1983, p. 424.  

  25. USI: Unione sindacale italiana, sindacato di indirizzo anarchico e rivoluzionario, nato nel 1912 in seguito all’esclusione dalla CGdL di anarchici e sindacalisti rivoluzionari.  

  26. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 198. 

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La guerra in classe https://www.carmillaonline.com/2017/04/22/37761/ Fri, 21 Apr 2017 22:01:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37761 di Armando Lancellotti

Gianluca Gabrielli, Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento, Ombre Corte, Verona, 2016, pag. 127, € 13,00

A pagina 183 del Libro della V classe elementare, volume di Religione, Storia, Geografia, stampato a Roma dalla Libreria dello Stato nell’anno XVIII dell’era fascista (1940), nel paragrafo Guerre coloniali, si legge che «L’Italia aveva assoluto bisogno di terre al di là del Mediterraneo, che le assicurassero il più ampio respiro sui mari, possibilità di lavoro ai suoi contadini, aiuti allo sviluppo delle sue industrie e dei suoi commerci». E qualche riga sotto, dove il testo [...]]]> di Armando Lancellotti

Gianluca Gabrielli, Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento, Ombre Corte, Verona, 2016, pag. 127, € 13,00

A pagina 183 del Libro della V classe elementare, volume di Religione, Storia, Geografia, stampato a Roma dalla Libreria dello Stato nell’anno XVIII dell’era fascista (1940), nel paragrafo Guerre coloniali, si legge che «L’Italia aveva assoluto bisogno di terre al di là del Mediterraneo, che le assicurassero il più ampio respiro sui mari, possibilità di lavoro ai suoi contadini, aiuti allo sviluppo delle sue industrie e dei suoi commerci». E qualche riga sotto, dove il testo comincia ad entrare più dettagliatamente nel merito delle diverse imprese coloniali italiane, al concetto della necessità e giusta ineluttabilità delle conquiste d’oltremare e alla celebrazione dell’eroismo dei soldati italiani, sempre dimostrato tanto nelle vittorie quanto nelle sconfitte (Dogali, Makallè, Adua), si aggiungono, con acrobatico capovolgimento dei ruoli di vittime e di aggressori, inequivocabili apprezzamenti ed aggettivazioni dei popoli del Corno d’Africa, descritti come «orde nemiche», «orde abissine» o come la «marea dei selvaggi guerrieri di Menelik», che solo per la loro bestiale ferocia e per il numero soverchiante hanno potuto avere la meglio dei soldati del Regio Esercito.

In un paragrafo successivo, dal titolo La guerra di Libia, sotto l’immagine di marinai italiani che sbarcano a Bengasi, si dice che la «Libia è posta proprio di fronte alla Sicilia, e l’Italia si trovò nella necessità di occuparla per non essere soffocata nel Mediterraneo, se di essa, come appariva molto probabile, si fosse impadronita qualche altra grande potenza europea». Ritorna qui il motivo della conquista doverosa ed inevitabile, motivata dalla necessità di anticipare l’ingordigia imperialistica altrui e di assicurare un “posto al sole” al Paese. Missione portata a termine grazie all’«eroismo dei nostri marinai e dei nostri soldati» che non arretrarono nonostante «l’infuriare del fuoco nemico».

Quando si tratta poi di affrontare il tema della Grande Guerra (La guerra mondiale: 1914-1918; La partecipazione dell’Italia alla guerra mondiale 1915-1918) l’autore della sezione di Storia – il professore Alfonso Gallo – non si lascia sfuggire l’occasione di collocare in linea di continuità Risorgimento, Grande Guerra e Fascismo, interpretando l’intervento del 24 maggio 1915 come l’unico modo per «decidere una volta per sempre il secolare duello con l’Impero d’Austria, liberando le Venezie Giulia e Tridentina, che ancora soffrivano del giogo straniero […]. Tra i più ardenti sostenitori della necessità che l’Italia prendesse parte alla guerra furono il poeta Gabriele d’Annunzio e il futuro Duce del Fascismo, Benito Mussolini». In tal modo Mussolini è presentato come colui che eredita il testimone della storia patria e delle sue guerre, di quella mondiale innanzi tutto, e che coerentemente, quindi, farà di interventismo, combattentismo, bellicismo, cameratismo gli ideali e i valori di riferimento, da usare come miti fondatori del fascismo nell’immediato dopoguerra e come principi con cui forgiare attraverso l’istruzione scolastica le generazioni dei fascisti di domani ancora nel 1940, quando ormai il fascismo è partito unico, governo e regime totalitari già da molti anni, e proprio quando decide di affrontare una nuova e ancor più tragica impresa bellica.

E che la guerra come principio ideale e come valore etico sia il cemento che deve tener assieme i mattoni della nazione lo si evince pure dal paragrafo (La pace) sulla Conferenza di Parigi, nel quale, dopo “l’iperbole storico-militare” secondo cui l’Italia dopo Vittorio Veneto sarebbe stata pronta e nelle condizioni per «assalire a rovescio la Germania», si dice che il trattato di pace di Saint-Germain con l’Austria – molto autarchicamente chiamato di San Germano – a causa dell’inettitudine dell’allora governo liberale non compensò a dovere i sacrifici sostenuti in trincea dai soldati italiani, che si videro negata la città di Fiume, che – ancora una volta – soltanto Mussolini fu capace di congiungere alla patria nel 1924. Così come fu capace di salvare il Paese dal pericolo rappresentato da coloro che il testo invariabilmente definisce «i sovversivi»: socialisti, anarchici, poi comunisti, operai e contadini delle leghe rosse, quanti erano stati un tempo neutralisti e che continuavano a condurre «una dissennata propaganda di odio contro la Religione, la Patria, la Monarchia. […] I sovversivi dissero che nulla di buono aveva ed avrebbe portato la guerra e che questa era stata un’inutile, colpevole strage». Insomma, tutto l’opposto di quanto i bambini italiani di dieci anni nel 1940 imparano a scuola e dal loro “libro di testo di Stato”, che della guerra fa la pietra angolare della nazione, salvata dal fascismo e da Mussolini, del quale – e non certo per caso – nel paragrafo IL FASCISMO, l’unico il cui titolo è stampato con lettere maiuscole, vengono subito messi in luce i meriti militari e l’impegno nel conflitto mondiale. «L’Italia fu salvata da Benito Mussolini. Egli era stato tra i più fervidi sostenitori della guerra contro l’Austria […]; aveva valorosamente combattuto come bersagliere; aveva sofferto gravi ferite. Animato dalla stessa fede e dallo stesso coraggio, si dedicò, dovesse costargli la vita, alla santa missione di ridestare nel popolo italiano quelle virtù, che già ne avevano reso possibile il risorgimento, prima, la vittoria nella guerra mondiale, poi». Insomma, l’esaltazione della guerra è il Leitmotiv che attraversa molte delle pagine della sezione di Storia del libro per la V classe elementare dell’anno 1940; cosa che non costituiva di certo una novità, dal momento che militarismo e bellicismo erano già da tempo gli strumenti principali a cui in Italia si era fatto ricorso nel processo di nazionalizzazione dell’infanzia, avviato già a partire dalla fine del secolo precedente.

educati guerra coverDi questi ed altri simili temi si occupa l’ultimo libro – Educati alla guerra – di Gianluca Gabrielli, che, di certo con rigore e sistematicità maggiori di chi si limita a sfogliare un vecchio libro su cui hanno studiato i propri genitori, considera le dinamiche del processo di nazionalizzazione e di militarizzazione dell’infanzia italiana, in particolare nei trentaquattro anni che vanno dalla guerra italo-turca per la Libia del 1911 al 1945, senza tralasciare un’opportuna incursione, che fa da premessa al corpo principale del libro, nell’Italia post-unitaria tardo ottocentesca.

Gianluca Gabrielli, dottore di ricerca in Storia dell’educazione all’Università di Macerata, da più di vent’anni ormai si occupa di colonialismo e razzismo italiani e di fascismo, con un’attenzione particolare per le problematiche educative e scolastiche e a questi temi ha dedicato numerosi lavori, articoli e libri, tra i quali si ricordano in particolare Il razzismo (Ediesse, 2012), scritto con Alberto Burgio, La scuola fascista (Ombre Corte, 2009), curato con Davide Montino e Il curricolo “razziale”. La costruzione dell’alterità di “razza” e coloniale nella scuola italiana (1860-1950) (Eum, 2015). [Su Carmilla: Gianluca Gabrielli, Scuola di razza 1/2 e 2/2
Davide Montino, RomanitàArmando Lancellotti, Lasciti coloniali: perché Calimero è tutto nero]
Importante anche il contributo dato all’allestimento di alcune mostre, tra le quali segnaliamo l’importantissima La menzogna della razza (1994), che ha rappresentato un momento decisivo per lo sviluppo avvenuto nell’ultimo ventennio degli studi sul colonialismo e sul razzismo italiani. Ed Educati alla guerra è anche il titolo di una mostra, dallo stesso Gabrielli curata, indirizzata a scuole ed enti culturali.*

I processi di nazionalizzazione della società di massa a inizio Novecento, anche, e talvolta soprattutto, attraverso la mobilitazione e la militarizzazione delle più giovani generazioni, non sono da considerarsi certo un caso esclusivamente italiano, ma in «Italia tale percorso di nazionalizzazione dell’infanzia attraverso la militarizzazione fu sicuramente tra i più continui e intensi di tutta Europa» (p. 7). E questo perché in quello scelto da Gabrielli come periodo paradigmatico dello sviluppo del fenomeno oggetto di studio – il lasso temporale 1911-1945 – l’Italia combatté la guerra italo-turca per la Libia, la Grande Guerra, intraprese la cosiddetta riconquista della Libia, poi l’impresa d’Etiopia, a cui fecero seguito la “crociata” spagnola, l’aggressione all’Albania ed infine il secondo conflitto mondiale e per ventitre di quei trentaquattro anni fu guidata da un governo, prima e un regime, poi che fecero della guerra un criterio identitario, un principio ideologico ed un valore etico.

Come è noto, una volta fatta l’Italia nel 1861, la classe politica e dirigente si pose il problema di “fare gli italiani”, di creare una nazione ed un’identità nazionale e l’esercito e la scuola furono individuati come gli strumenti più efficaci per intraprendere tale non facile compito. «Così molto fu l’impegno per introdurre nei percorsi scolastici gli elementi di patriottismo ereditati dalle lotte risorgimentali e rivivificati dalle prime imprese coloniali e dalla celebrazione dei relativi martiri» (p. 12). Ma le analisi di Gabrielli non si limitano al solo mondo scolastico e si allargano anche ad altri momenti del vivere quotidiano dei bambini e dei ragazzi italiani, che con gli inizi del Novecento vennero sempre più coinvolti dai fenomeni sociali di massificazione, che si manifestavano, per esempio, nella nascita di una specifica editoria per l’infanzia, in particolare con la pubblicazione di due riviste come il Giornalino della domenica (1906) e il Corriere dei piccoli (1908), che iniziarono a veicolare il tema della guerra, anche se essa veniva ancora presentata come qualcosa che non apparteneva propriamente al mondo dei bambini – per i quali manteneva ancora la forma del gioco – ma a quello degli adulti; oppure con lo sviluppo di un nuovo settore di mercato, in genere accessibile solo alle famiglie della ricca borghesia, cioè quello dei giocattoli, tra i quali prevalevano quelli per i maschi che erano per lo più di tema bellico e militare.

Un primo decisivo momento di accelerazione nel processo di nazionalizzazione e militarizzazione dei ragazzi italiani si verificò, sostiene l’autore, in coincidenza con la guerra per la Libia del 1911-’12; impresa coloniale che fece da punto di svolta per molti aspetti della vita politica e sociale dell’Italia giolittiana: fu in quegli anni che il nazionalismo abbandonò le originarie forme risorgimentali per assumere quelle imperialistiche della A.N.I e che l’opinione pubblica all’atteggiamento prevalentemente freddo tenuto nei confronti delle iniziative africane di Depretis e di Crispi sostituì il coinvolgimento per le sorti della Grande Proletaria civilizzatrice. Il patriottismo e il nazionalismo fecero il loro ingresso nella scuola italiana, così come i temi del fardello dell’uomo bianco e della missione civilizzatrice.

«Insomma, l’entusiasmo per la guerra imperialista in nome dell’appartenenza alla nazione sgretolava l’idea – recente e fragile – di una didattica che auspicasse la pace; la guerra coloniale spingeva i maestri a torcere l’insegnamento in senso nazionalista e li trasformava, in anticipo rispetto alla Grande guerra, in attivisti per la patria» (22). Il livello di coinvolgimento nazionalistico dei bambini e dei ragazzi italiani conobbe un incremento qualitativo decisivo e «fecero la comparsa
attività di sostegno morale o materiale ai militari nelle quali furono coinvolti gli alunni» (p.24), iniziative che sarebbero state poi replicate ed estese durante la Grande Guerra e in occasione delle guerre fasciste.

Con la prima guerra mondiale, che fu il più grande fenomeno sociale di massa che la storia avesse mai conosciuto fino ad allora e segnatamente per società ancora in larga parte arretrate come quella italiana, quanto già accaduto pochi anni prima con la guerra di Libia si estese e si sistematizzò. La formazione di una propaganda moderna e la comparsa del fronte interno non esclusero certo dai loro effetti i bambini e i ragazzi e non solo quelli nelle zone del fronte e per tutti i giovani italiani cambiarono tante cose.

Tra gli effetti combinati di queste due potenti spinte ci fu l’affermarsi dell’“ideologia della parsimonia e dei sacrifici”, già fortemente radicata e promossa in passato come etica del risparmio nell’educazione scolastica dei ceti popolari, ma in questa contingenza divenuta un “imperativo economico e morale [legato] alla potenza e persino alla sopravvivenza nazionale” (pp. 30-31).

Così nei giornalini per l’infanzia la «dimensione della guerra entrò in molti modi tra i materiali trasmessi ad esempio dal “Corriere dei piccoli”. L’interventismo del Corrierino infatti si fece più marcato e deciso rispetto agli anni della Guerra di Libia, promuovendo e poi accompagnando la partecipazione italiana al conflitto» (p. 31). Personaggi popolari delle storie per bambini come Schizzo o Italino divennero sempre più di frequente protagonisti di vicende belliche e pure «nel cinema» – osserva Gabrielli anche sulla scorta delle analisi fondamentali di uno dei più importanti studiosi di questi argomenti, Antonio Gibelli – «nello stesso periodo, furono prodotti e circolarono numerosi film rivolti al pubblico infantile o che avevano i bambini come protagonisti; si trattava di pellicole costruite su trame in cui l’eroismo dei piccoli rendeva possibili imprese eroiche» (p. 31-32).

Ma ancora più interessante è il caso delle forme di coinvolgimento attivo del mondo dell’infanzia in attività di supporto ai combattenti, come la scrittura di lettere che potessero essere di conforto per i soldati, o la preparazione di oggetti ed indumenti utili, come calze pesanti o «le compresse combustibili di carta e paraffina da inviare al fronte per permettere ai soldati di consumare pasti caldi anche in prima linea» (p. 33), il cosiddetto “scaldarancio”. Nel complesso, continua Gabrielli, si trattava di «iniziative che avevano lo scopo di familiarizzare i bambini con l’evento guerra, di renderlo accettabile e persino attraente, in definitiva di inculcare l’idea che combattere e morire, ma anche fare sacrifici per la nazione in armi era una cosa non solo necessaria ma per così dire naturale» (p. 33).

Nelle scuole interventismo, patriottismo, nazionalismo divennero pervasivi come conseguenza di un combinato disposto di circolari e direttive provenienti dal Ministero e di iniziative spontanee intraprese negli istituti dai docenti interventisti, che ridussero ben presto a minoranza costretta al silenzio i colleghi socialisti e neutralisti. Dopo il disastro di Caporetto, spiega Gabrielli, fu il Ministero ad inviare alle scuole superiori le direttive per introdurre lezioni settimanali sulla guerra in corso e dopo la sostituzione di Cadorna con Diaz «anche la mobilitazione verso l’infanzia conobbe mutamenti significativi. […] L’azione congiunta del Ministero e delle associazioni patriottiche venne intensificata e anche nelle città lontane dal fronte mutò le sue caratteristiche, divenendo più capillare e dando luogo a manifestazioni pubbliche a carattere patriottico che coinvolsero l’infanzia in modo inedito e massiccio» (p. 45).

La fine dello stato liberale sotto i colpi dello squadrismo fascista e l’avvento al potere di Mussolini comportarono l’elevazione a potenza dei processi di nazionalizzazione-militarizzazione dell’infanzia italiana. Come già detto sopra, l’intervento, la trincea, il combattimento, il corpo d’assalto ecc. fecero da miti fondatori, e come ideologia e come etica, del fascismo, che una volta divenuto regime a partito unico e potendo dispiegare tutte le proprie forze e velleità totalitarie, diede il via ad una capillare opera di modellamento dell’italiano nuovo, dell’italiano fascista, che non poteva non partire proprio dalla scuola e dal mondo dell’infanzia in generale.

E così le «spedizioni squadriste armate di manganello e di olio di ricino, quando non di pistole, coltelli e bombe a mano, divennero presto un mito celebrato dal regime ed esaltato anche nei testi scolastici» (p.50). «L’etica della violenza e la celebrazione della guerra» – fa notare Gabrielli – «divennero, con la trasformazione in regime, due degli elementi fondanti la pedagogia politica e sociale del nuovo Stato. […] L’investimento che il regime fece sulla scuola fu infatti significativo; essa veniva ritenuta l’avanguardia di un fronte, quello della costruzione dell’italiano nuovo, considerato cruciale» (52). In tal senso, un passaggio importante fu l’adozione del testo unico di Stato per le scuole elementari, decisa nel 1930.

Ma nonostante l’impegno profuso dal regime nella trasformazione della scuola in un utile ed efficace strumento di mobilitazione ed irregimentazione sociali, dal 1926 – come è noto – il fascismo istituì la O.N.B. (Opera Nazionale Balilla), poi confluita nella G.I.L. (Gioventù italiana del littorio) insieme alle organizzazioni femminili nel 1937. «All’Onb fu attribuito il compito della preparazione spirituale e fisica dei giovani in senso pre-militare e la gestione del tempo libero, ovviamente caratterizzato da pratiche che esaltavano le peculiarità del regime. […] Essa divenne presto una specie di “caserma” giovanile che prendeva forma per ospitare ed educare nello spirito littorio i ragazzi durante la loro crescita» (p. 59-60). Le attività pre e para militari e l’educazione fisico-sportiva erano le pratiche specifiche dei Balilla, in stretta relazione tra loro, dal momento che la «tradizione nazionale italiana di educazione fisica privilegiava la scuola prussiana, di derivazione militare, mentre rimase trascurabile l’influenza del filone anglosassone che valorizzava il gioco e lo sport. Fu con il fascismo che si compì una integrazione tra le due scuole, con l’egemonia di quella militare: l’affermazione dello sport e del divismo sportivo nella società spinse i teorici e pedagogisti più legati al regime a selezionare alcuni sport legati alla tradizione e al profilo virile e ad includerli tra quelli promossi come educativi» (p. 66).

Gli anni Trenta non furono solo quelli del consolidamento monolitico del regime, ma anche quelli in cui si concluse la cosiddetta riconquista di Cirenaica e Tripolitania, in cui si concepì, si predispose e si combatté la guerra per la conquista dell’impero abissino a cui fece seguito, quasi senza soluzione di continuità, la partecipazione alla guerra in Spagna; insomma fu il periodo in cui il fascismo sostenne le proprie guerre, prima di precipitarsi nel gorgo del secondo conflitto mondiale.
In questo clima, ricorda Gabrielli, nel 1934 venne introdotta nelle scuole secondarie una nuova materia riservata solo ai maschi: “Cultura militare”. A questo si aggiunga che non a caso proprio in coincidenza con la ripresa della politica coloniale africana venne dato il via alla politica razzista sia sul piano ideologico sia su quello legislativo, prima nelle colonie e poi in Italia. Tutto ciò non poteva non avere conseguenze nell’ambito dell’educazione, della scuola e del mondo dell’infanzia in generale. E come guerra e sport, anche razza e guerra si fusero per formare un grumo ideologico-politico elevato dal regime al rango di contenuto ed obiettivo pedagogici.

Il varo del razzismo di Stato tra il 1936 e il 1938 aggiungeva un ulteriore elemento alla polarizzazione amico-nemico. La stigmatizzazione dell’altro “razziale” – africano o ebreo – rientrava in questo schema, ormai irrigidito in categorie che non sfuggivano alla biologizzazione e alla demonizzazione radicale. Gli africani, da sempre considerati “negri” e cioè appartenenti alla “razza” inferiore per eccellenza nella codificazione delle diversità umane, dopo aver incarnato dal 1935 il ruolo di nemici selvaggi da sconfiggere nella guerra per conquistare l’Etiopia, erano successivamente divenuti i “sudditi inferiori”. […] Emblematica in questo senso è la circolare inviata dal ministro Bottai alle scuole il 26 aprile 1937 in riferimento alla corrispondenza scolastica degli alunni italiani con indigeni dell’Africa orientale, che raccomandava un certo distacco anche nelle espressioni utilizzate: mi risulta che alcuni alunni ed alunne delle scuole del Regno, scrivano lettere o cartoline ai giovinetti indigeni dell’A.O.I. [Africa Orientale Italiana], usando l’appellativo di “sorella” o di “fratello”. Quantunque non possa dubitarsi della buona fede dei nostri alunni, ritengo che nella corrispondenza con gli indigeni non debbano essere usate le suddette espressioni, perché i fratelli degli italiani sono solamente gli italiani (p. 101-102).

La guerra d’Etiopia fu combattuta tra l’ottobre del 1935 e il maggio del 1936, quasi in perfetta coincidenza con l’anno scolastico 1935-’36 – fa notare Gabrielli – e la scuola italiana fu investita da una ondata di militarismo e razzismo fatti di disprezzo del nemico, senso di superiorità razziale, rivendicazione del diritto alla conquista e ricorso all’argomento della missione civilizzatrice, come già, ma in scala minore, era accaduto per la giolittiana conquista libica. E i ragazzi furono chiamati al coinvolgimento totale, tanto nelle attività scolastiche di aula quanto in iniziative aggiuntive o in quelle predisposte dalle organizzazioni giovanili maschili e femminili.

L’esempio forse più emblematico delle modalità con cui il regime ritenne di poter militarizzare la mentalità dei giovani italiani è quello che riguarda la distribuzione alle scuole, già a partire dal 1934, di maschere antigas e la predisposizione di pratiche di addestramento e di simulazione per l’utilizzo delle medesime. Al di là del fatto, nota Gabrielli, che il numero di maschere distribuite per istituto sarebbe stato, in caso di bisogno, insufficiente, ciò che risulta evidente è il tentativo di militarizzare la quotidianità della vita scolastica e di introdurre nel pensiero e nelle abitudini degli studenti gesti e comportamenti bellici e il tutto attraverso l’allenamento all’uso della maschera contro il gas che gli italiani non rischiavano minimamente di ricevere sulle proprie teste, mentre proprio i nostri soldati già li avevano utilizzati in Cirenaica e in modo molto più massiccio e sistematico, nonché illegale, li avrebbero impiegati in Etiopia.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939 e con la successiva decisione del regime di entravi nel 1940, tutte le pratiche, le forme e i metodi – propagandistici, pedagogico-scolastici, ricreativi, ginnico-sportivi – con cui il fascismo – proseguendo e potenziando quanto già compiuto dai governi dell’epoca liberale – aveva, nel corso di un ventennio scarso, militarizzato mentalità e comportamenti dei giovani italiani furono dispiegati con il massimo impegno nel tentativo di supportare lo sforzo bellico, almeno fino al 1943, quando poi i destini all’interno del Paese si divisero – e quindi anche quelli dei giovani – a nord o a sud della Linea Gustav prima e Gotica poi, ovvero – per i ragazzi più grandi d’età – a sostegno della Repubblica sociale o dentro alla Resistenza.

La reale dimensione della guerra moderna colpiva anche i giovani, in alcuni casi sbriciolando le mitologie del fascismo e conducendoli all’impegno nella Resistenza, in altri casi irrigidendo le mitologie dell’onore e della fedeltà al duce e impegnandoli in una lotta crudele al fianco dei nazisti. Come scrive Antonio Gibelli, “per quanto riguarda la mobilitazione e la nazionalizzazione di minori, l’8 settembre del 1943 segna un punto di svolta: è la perdita dell’innocenza, il brutale richiamo alla realtà […] il tempo dei sogni di grandezza si converte definitivamente in quello della disperazione e della ferocia” […] Spesso il discrimine di atteggiamento attraversava la soglia dei 18/20 anni. Chi superava questa soglia nel 1943 aveva già avuto modo di conoscere questa guerra e di capire che non valeva la pena di continuarla, spesso erano i soggetti che andavano ad alimentare la renitenza o che facevano la scelta di rottura e si impegnavano nella Resistenza. Invece i più giovani arrivavano ancora freschi di parate e parole d’ordine della propaganda a questo arruolamento precoce e cadevano ancora frastornati nella trappola della rabbia e della fedeltà feroce al mondo incantato e fittizio che gli aveva costruito intorno la propaganda fascista (p. 117).

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*La mostra Educati alla guerra, curata da Gianluca Gabrielli è distribuita da Pro Forma Memoria, agenzia da molti anni meritoriamente attiva nell’ambito della promozione culturale e didattica, della divulgazione e della ricerca storiche in particolare.

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“Armateci pure o uomini sanguinari che l’ora della riscossa è suonata anche per noi”. Gli Arditi del popolo: dalle trincee della Grande Guerra all’antifascismo armato https://www.carmillaonline.com/2016/06/28/armateci-pure-uomini-sanguinari-lora-della-riscossa-suonata-anche-gli-arditi-del-popolo-dalle-trincee-della-grande-guerra-allantifascismo-armato/ Tue, 28 Jun 2016 21:30:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=31439 di Armando Lancellotti

gli-arditi-del-popolo-milieuAndrea Staid, Gli Arditi del popolo. La prima lotta armata al fascismo 1921-22, Milieu edizioni, Milano, 2015, 128 pagine, € 11.90

L’editore Milieu nel 2015 ha ripubblicato un libro di Andrea Staid – uscito per la prima volta nel 2007 – che considera una pagina breve, ma non per questo secondaria, della storia italiana del primo Novecento: una pagina di opposizione armata a quello squadrismo fascista che, come un’onda in piena, a partire dall’autunno del 1920, investì prima le campagne padane e travolse poi l’intero paese, contribuendo in modo decisivo [...]]]> di Armando Lancellotti

gli-arditi-del-popolo-milieuAndrea Staid, Gli Arditi del popolo. La prima lotta armata al fascismo 1921-22, Milieu edizioni, Milano, 2015, 128 pagine, € 11.90

L’editore Milieu nel 2015 ha ripubblicato un libro di Andrea Staid – uscito per la prima volta nel 2007 – che considera una pagina breve, ma non per questo secondaria, della storia italiana del primo Novecento: una pagina di opposizione armata a quello squadrismo fascista che, come un’onda in piena, a partire dall’autunno del 1920, investì prima le campagne padane e travolse poi l’intero paese, contribuendo in modo decisivo a portare Mussolini alla guida del governo. Gli “autori” di questa pagina furono coloro che per primi – sostiene Staid – compresero «il male del fascismo, ovvero gli Arditi del popolo, gli anarchici, i socialisti e comunisti. A onor del vero solo la base di questi movimenti e non i vertici capirono quello che stava succedendo (area libertaria a parte). I leader di questi movimenti proletari non compresero nel 1921 l’importanza di resistere al neonato movimento fascista, non avevano capito l’importanza di costituire (per usare le parole di Errico Malatesta) un fronte unico proletario e antifascista». (p. 6)

E quello delle responsabilità dei partiti socialista e comunista, che anziché sposare l’iniziativa degli Arditi del popolo la abbandonarono a se stessa, è argomento centrale del saggio di Staid, il quale ritiene che «i partiti della sinistra ufficiale infatti non hanno voluto sostenere in nessun modo questo movimento, prendendo le distanze, in ogni occasione, da tutto ciò che rappresentava l’operato degli Arditi antifascisti. Lo stesso partito comunista, per bocca di Terracini, denuncerà gli Arditi del popolo senza mezzi termini di essere una manovra della borghesia». (p. 21)

Le ragioni dell’ostracismo socialista e comunista nei confronti degli Arditi del popolo sono da ricercare, scrive Staid, tanto nella strategia politica dei due principali partiti della sinistra italiana – uno, il PSI, propenso alla firma del “patto di pacificazione” proposto dal governo Bonomi e in generale ad una politica riformistica, l’altro, il PCI, mosso da una volontà di egemonia politica e partitica sul proletariato italiano – quanto nelle incomprensioni o incompatibilità ideologiche, in buona parte dovute – ci sembra – alla genesi e alla natura eccentriche degli stessi Arditi del popolo.

Questi ultimi infatti nascono nell’estate del 1921, per iniziativa dell’anarchico Argo Secondari, interventista e volontario nelle file degli Arditi, da una «scissione della sezione romana dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia (l’associazione che organizzava gli ex combattenti dei gruppi speciali d’assalto della Prima guerra mondiale) con l’intento di difendere le masse lavoratrici dalle azioni squadristiche dei fascisti». (p.12) Nelle settimane e nei mesi successivi «gli Arditi del popolo si diffondono rapidamente su quasi tutto il territorio nazionale. Vi aderiscono migliaia di giovani e di lavoratori di varia tendenza politica, che vedono nel movimento un efficace strumento di opposizione alla violenza delle camicie nere». Secondo la ricostruzione dell’autore, nel momento di massima diffusione e fortuna «l’organizzazione antifascista risultava strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppavano quasi 20 mila aderenti». (p.29) Ma alla fine dell’anno la situazione è già radicalmente cambiata: «Dall’ottobre-novembre del 1921, fino alla marcia su Roma, infatti l’associazione antifascista sopravvive precariamente e in semi-clandestinità, senza raggiungere l’ampiezza di consensi che l’aveva caratterizzata all’atto della sua nascita» (p. 12) e conservando una significativa consistenza solo in alcune città, come Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno, dove riuscì, «con risultati differenti, a opporsi all’offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale “legalitario” dell’agosto 1922». (p.30)

Insomma, se gli Arditi del popolo sono consustanziali al più generale “arditismo” e al combattentismo italiani (e questa è la linea interpretativa scelta dallo stesso Staid, il quale non condivide la lettura di Giorgio Rochat, che invece tende ad allentare il legame tra l’arditismo antifascista e il sovversivismo degli ex combattenti, poi prevalentemente confluiti nelle file del fascismo stesso, e che ritiene che le origini degli Arditi del popolo siano da trovare nella storia e nelle tradizioni del movimento operaio); se sono un prodotto delle trincee della Grande Guerra e di fatto anche di quell’interventismo e di quel militarismo che si riflettono poi nell’organizzazione e nella disciplina prettamente militari degli Arditi antifascisti; allora si nutrono di un humus psicologico, culturale e politico che non era stato – prima e durante la guerra – quello dei socialisti neutralisti, né – successivamente – lo sarebbe stato dei comunisti italiani. Questo, da un lato, può aiutare parzialmente a capire, anche se non a giustificare, l’ostruzionismo socialista e comunista nei confronti dell’arditismo popolare e dall’altro – ed è forse l’aspetto più interessante delle vicende studiate da Staid – ci deve portare a riconsiderare con estrema attenzione storico-politica quella materia psicologica, sociale e politica, indeterminata e magmatica, che si forma nelle trincee, sotto il fuoco di bombe e granate, per fusione e liquefazione di una intera generazione di italiani e che si risolidifica in forme diverse, spesso divergenti ed anche antitetiche, come nel caso dell’arditismo popolare ed antifascista da un lato e, dall’altro, del più frequente arditismo combattentistico, evolutosi poi in fiumanesimo dannunziano, sansepolcrismo e squadrismo.

Se in generale la Grande Guerra è stata per milioni di popolani, operai e soprattutto contadini italiani una prima esperienza, anche politica, di massa, a maggior ragione questo vale per quelli, come coloro che poi sarebbero stati gli Arditi del popolo, che in trincea si costruiscono, o consolidano, una coscienza politica di classe, o almeno divengono consapevoli di quali siano i veri nemici contro cui combattere: lo Stato ed il potere borghesi; ovvero, ancor più semplicemente, per coloro che coltivano un rancore crescente contro i padroni che li hanno mandati a combattere e a morire.

E proprio negli anni del centenario della prima guerra mondiale e delle celebrazioni ufficiali retorico-nazionalistiche è ancor più importante – secondo l’autore del saggio – non dimenticare «gli ammutinati delle trincee della Grande Guerra che si ribellarono al fronte, disertando, sparando agli ufficiali, disobbedendo agli ordini dati dai loro carnefici. Sono storie di rifiuto individuale e collettivo, un’insubordinazione, una non-collaborazione contro l’esercito, dettata dall’orrore di una guerra-fabbrica di morte». (p. 8) [si veda a tal proposito il caso dell’ammutinamento della Brigata Catanzaro su Carmilla]
E come è necessario fare riemergere, dal generale e profondo oblio in cui sono stati relegati, gli ammutinati delle trincee, così occorre riconoscere l’importanza che meritano agli Arditi del popolo e alla loro opposizione armata allo squadrismo fascista, che non va confusa – sostiene Staid, sulla scorta delle argomentazioni di Eros Francescangeli – con l’antifascismo delle Brigate internazionali in Spagna o con quello della lotta partigiana, in quanto a «differenza della lotta di liberazione dal nazifascismo, l’opposizione allo squadrismo intentata dagli arditi del popolo venti anni prima non è iscrivibile nel contesto della contrapposizione tra democrazia e totalitarismo, ma si colloca interamente nello scontro sociale, prima che politico fra partiti, leghe, associazioni del movimento operaio da una parte e classe dominante dall’altra». (p. 24)

legaproletaria3_Tornando alla questione dei rapporti difficili tra i gruppi dirigenti dei più importanti partiti politici proletari dell’Italia degli anni Venti e gli Arditi del popolo, nonostante questi ultimi si sviluppino in stretta relazione con la Lega proletaria. Mutilati, Invalidi, Reduci, Genitori e Vedove dei Caduti in Guerra – cioè l’associazione dei reduci proletaria e socialista, trait d’union «tra fabbrica e trincea, tra combattentismo e movimento operaio» (p. 18) e che sorge in aperta polemica con l’Associazione Nazionale Combattenti, accusata di essere un’organizzazione borghese – Staid spiega come innanzi tutto il PSI boicotti gli Arditi popolari perché intenzionato a tentare la via politica del “patto di pacificazione” e della mediazione col nemico fascista, mentre il PCI definisca una posizione di chiusura verso gli Arditi del popolo «poiché, a detta del Comitato esecutivo, costituitisi su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria), dunque, insufficientemente rivoluzionario. La difesa proletaria doveva realizzarsi esclusivamente all’interno di strutture controllate direttamente dal partito, e gli Arditi del popolo – definiti infondatamente “avventurieri“ e “nittiani“ – dovevano considerarsi alla stregua di potenziali avversari». (p. 32)

Sul piano teorico-programmatico, quindi, la principale critica comunista riguarda una presunta “immaturità” politica di un movimento nato come reazione difensiva all’attacco sferrato dalle squadre fasciste e che non colloca esplicitamente la propria azione in una prospettiva rivoluzionaria finalizzata alla dittatura del proletariato. Sul piano pratico-organizzativo, un comunicato dell’Esecutivo, pubblicato su Il Comunista il 14 luglio 1921, spiega che «L’inquadramento militare rivoluzionario del proletariato deve essere a base di partito, strettamente collegato alla rete degli organi politici di partito; e quindi i comunisti non possono né devono partecipare ad iniziative di tal natura provenienti da altri partiti o comunque sorte al di fuori del loro partito». (p. 33)

La linea della dirigenza comunista – espressa chiaramente da Ruggero Grieco, che vede negli Arditi del popolo uno strumento della borghesia e in particolare delle manovre antigiolittiane di Nitti – non cambia nonostante al suo interno si delineino posizioni diverse, come quella dell’Ordine nuovo di Antonio Gramsci, che continua a dare voce ai comunicati di Secondari e a diffondere notizie sugli Arditi del popolo e nonostante le parole di apprezzamento per il movimento di Argo Secondari espresse da Lenin sulla Pravda del 10 luglio 1921 o le critiche di settarismo rivolte ai compagni italiani da Bucharin, secondo il quale il PCI avrebbe dovuto entrare nel movimento degli Arditi del popolo, per imprimere in seguito ad esso una forma più marcatamente classista.

Se alle preclusioni socialiste e comuniste si aggiungono le iniziative prefettizie volute dal governo Bonomi e la politica “dei due pesi e delle due misure” di una Magistratura accondiscendente nei confronti di squadristi e ras e severa verso gli Arditi del popolo o altre organizzazioni di difesa proletaria, diviene semplice comprendere perché l’antifascismo armato del biennio 1921-’22 non abbia potuto incidere più di tanto, se non in alcune situazioni particolari.

Solo gli anarchici – afferma Staid – hanno sostenuto pienamente l’arditismo popolare, «sia l’Unione sindacale italiana che l’Unione anarchica italiana furono, per tutto il biennio 1921-‘22, sostanzialmente favorevoli alla struttura paramilitare di autodifesa popolare. […] Il contributo libertario alla lotta armata antifascista incontrò però ostacoli a causa della frammentarietà, della modesta consistenza numerica e della non omogeneità del movimento anarchico e anarcosindacalista». (p. 41)
Anche in questo caso però non mancano completamente perplessità o cautele, dovute innanzi tutto «alla diffidenza propria degli anarchici verso organizzazioni di stampo militare» (p. 41) e in secondo luogo all’assenza di un preciso progetto rivoluzionario libertario all’interno degli Arditi del popolo. Nonostante questo però l’Unione anarchica italiana, riunitasi nell’agosto del ’21 a Roma, decide di appoggiare gli Arditi, mantenendo la propria specificità politica e rispettando quella degli Arditi stessi ed esprimendo – come recita la dichiarazione del 14-15 agosto 1921 – «simpatia e riconoscenza per l’opera di difesa da essi compiuta a vantaggio delle libertà proletarie e popolari». (p. 42)

Il tal modo – secondo Staid – gli anarchici danno concreta esecuzione alla teoria del “fronte unico” antifascista, espressione con cui «intendevano un legame prettamente rivoluzionario, che sarebbe dovuto partire dal basso, a livello locale, fra individui anche appartenenti a partiti politici diversi, ma con un obiettivo minimo comune» (p. 43): vincere le resistenze dello Stato e organizzare la vita e la società su nuove basi.

Occorre ricordare però che se le dirigenze di PSI e PCI negano il loro aiuto agli Arditi del popolo, altrettanto non fanno tanti militanti socialisti e comunisti, che invece aderiscono al movimento e per esempio combattono e con successo sulle barricate di Parma, a cui il libro di Staid dedica il terzo capito e come dimostrano anche le testimonianze dirette dei protagonisti delle giornate dell’agosto 1922 a Parma, di cui l’autore riporta qualche stralcio nel capitolo quarto, raccolte nel 1982 dall’Istituto storico della Resistenza di Parma e dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza e confluite nel documentario Le barricate di Parma, di Anna Paola Olivetti e Paola Zanetti (1983). Segue infine una sezione fotografica che dà un volto agli Arditi del popolo e una forma alle barricate di Parma e che arricchisce questo breve, ma interessante libro di Andrea Staid.

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Sta attraversando l’Italia il reading musicato “Arditi del popolo. Le voci dalle barricate” di Andrea Staid. Musiche di Jacopo Tarantino al clarinetto e Jacopo Raimondi al sound design

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