capitalocene – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Stati alterati di coscienza digitale https://www.carmillaonline.com/2025/04/09/stati-di-coscienza-alterati-dal-capitale/ Wed, 09 Apr 2025 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87752 di Sandro Moiso

Roberto Brioschi, Smart Life. Un vademecum per scansarla e vivere felici a uso delle giovani generazioni ma non solo, a cura di Calusca City Lights con interventi di Andrea Fumagalli, Giovanni Giovannelli e Giorgio Sacchetti. Edizioni Colibrì, Milano 2025, pp. 174, 15 euro

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati (Bertolt Brecht)

James Ballard, in un’intervista rilasciata nel 1992, sosteneva che: «la tecnologia sta influenzando e cambiando la nostra immaginazione. Anche su un piano etico, mi sembra che la tecnologia, la tecnologia moderna, stia cambiando le basi morali delle nostre [...]]]> di Sandro Moiso

Roberto Brioschi, Smart Life. Un vademecum per scansarla e vivere felici a uso delle giovani generazioni ma non solo, a cura di Calusca City Lights con interventi di Andrea Fumagalli, Giovanni Giovannelli e Giorgio Sacchetti. Edizioni Colibrì, Milano 2025, pp. 174, 15 euro

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati (Bertolt Brecht)

James Ballard, in un’intervista rilasciata nel 1992, sosteneva che: «la tecnologia sta influenzando e cambiando la nostra immaginazione. Anche su un piano etico, mi sembra che la tecnologia, la tecnologia moderna, stia cambiando le basi morali delle nostre vite. Infatti la tecnologia, in particolare nella forma della televisione, ci permette di separare noi stessi dalla sfera dei nostri sentimenti.» Per poi continuare affermando: «In qualche modo, è difficile definire dove sia il confine tra sogno e realtà. Credo lo sia ancora di più nel nostro mondo moderno, dove l’ambiente esterno in cui tutti viviamo, ciò che siamo abituati a chiamare realtà, oggi è una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione, dalla pubblicità, dalla politica – che ormai non è altro che un ramo della pubblicità.»

E concludere, infine: «Certamente uno degli sviluppi che arriveranno molto presto è quella che viene chiamata realtà virtuale. Se le previsioni degli scienziati che stanno lavorando in California e in Giappone sui sistemi per la realtà virtuale sono vere, credo che non vi sia alcun dubbio che la realtà virtuale rappresenterà il più grande cambiamento nella storia dell’umanità. Per la prima volta gli esseri umani vivranno in un ambiente artificiale più convincente della cosiddetta realtà in cui abitiamo oggi. Una realtà artificiale dove saremo in grado di soddisfare qualsiasi fantasia, qualsiasi autoindulgenza, qualsiasi sogno, qualsiasi mito»1.

Certo, però, neanche un indagatore dell’inner space come Ballard avrebbe potuto immaginare il trasferimento della vita reale delle persone avvenuto, senza passare per visori e sensori particolari, all’interno del circuito dei social e di tutto quanto viene oggi ritenuto smart2. Un passaggio che ha permesso ai più di ritagliarsi spazi di vita immaginaria in cui perdere la propria fisicità e condizione reale per trasformarla in altro da sé, pur fingendo di rimanere tali. Una vita che è stata trasformata in altra o altro senza nemmeno passare dalla Second Life lanciata dalla Linden Lab nel 2003, un anno prima di Facebook, e che ha aperto le porte alla diffusione del Metaverso o Meta ideato e sviluppato da Mark Zuckerberg.

Richiamandosi al titolo di uno dei più celebri testi prodotti da Raoul Vaneigem, il Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations, nel lontano 1967 e adeguandolo al fatto che le giovani generazioni del tempo sono diventate il ma non solo di adesso, il saggio pubblicato da Colibrì e curato dalla Calusca City Lights si scaglia in un autentico attacco da “non fate prigionieri” contro le illusioni e le falsificazioni prodotte dall’utilizzo dei social, delle nuove tecnologie digitali e tutto quanto, attraverso le stesse, ha finito col definire il miserabile orizzonte di vite che si ritengono al passo coi tempi e, per l’appunto, “smart”.

Il volume si apre con una rapida disanima dei principali fattori culturali, politico/religiosi, economici e tecnologici che hanno condotto al Capitalocene come conseguenza dell’Antropocene, ovvero dalla convivenza umana con il mondo al tentativo di dominarlo in tutte le sue manifestazioni ambientali e naturali, seguito all’affermarsi del modo di produzione capitalistico.

L’acquisita capacità di alterare le caratteristiche, le condizioni biologiche e fisiche del Pianeta con tutte le specie viventi e i fossili, mette in grado di modificare non solo ogni darwiniana evoluzione ma anche il corso stesso della Storia: «La Natura non guida più la Terra. Noi lo facciamo. Ciò che accade è frutto della nostra scelta»3. Si deve quindi dominare il Pianeta attraverso la Tecnologia, presentata come espressione naturale della condizione umana; Tecnologia, la sola in grado di adeguare Gaia allo Sviluppo del Progresso dominando la Natura e le sue leggi: creandola e ricreandola nel Tempo a seconda delle necessità e degli effetti della produzione di merci. «il “dispotismo” capitalistico che assume la forma della razionalità tecnologica»4.
Ovviamente per “attività umane” vengono intese unicamente quelle foriere e portatrici del Progresso: la Proprietà Privata e il Profitto; i virus che sarà il Mercantilismo a diffondere, forgiando al contempo quell’Homo OEconomicus soggetto-modello monocolturale di ogni relazione, che deve
farsi, essere Economia.
Modello unico, globale, totalitario e totalizzante delle relazioni umane, darà origine al Capitalocene che, per affermarsi e divenire esso solo “la Storia”, usufruirà di quattro eventi rivoluzionari:
– A) la pubblicazione del Liber abaci (1202)
– B) la scoperta delle Americhe (1492)
– C) l’affissione delle 95 tesi di Lutero (1517)
– D) l’invenzione della macchina a vapore (1769)5.

Dalle conseguenze dello sviluppo dei quattro punti appena elencati, il saggio prende spunto per giungere fino all’attuale trasformazione della comunità umana in “comunità del capitale”; fatto ricollegabile soprattutto allo sviluppo di un’intelligenza artificiale che, in base a processi di calcolo sempre più rapidi e ad algoritmi sempre più raffinati e complessi, fornisce risposte senza la necessità di fornire una spiegazione pienamente comprensibile6.

L’Intelligenza Artificiale è figlia del potere capitalista che utilizza una tecnica onnipervasiva in grado di sostituire l’automatismo all’autonomia, il controllo per mezzo dei big data alle scelte dell’individuo. Un determinismo tecnologico ove sono la società e le persone a doversi modellare, adattare allo sviluppo tecnologico. È la società digitale data driven, omologata ai e dai prodotti della ai, che ripropone il mondo così com’è, il già pensato-detto-fatto (il data base): la Intelligenza Artificiale riproduce l’ordine costituito esistente. Non solo. Le tech companies proprietarie delle piattaforme e delle app di ai propongono un sistema organizzativo e valoriale, quindi una cultura, una pratica imprenditoriale e sociale sulla base di rapporti di potere, prevaricazione e sfruttamento: nell’economia digitale si demolisce la concorrenza (move fast and break things), la merce di successo è un killer, i siti internet sono registrati come domini (domains) e le ricerche in rete si chiamano esplorazioni (evocazione linguistica del colonialismo). La società digitale è in realtà una società macchinica7.

Ecco allora che le speranze riposte nella rete ai suoi esordi e nelle possibilità espresse dalla virtual reality si son trasformate non tanto nel loro contrario quanto, piuttosto nella loro stessa negazione. Marco Margnelli, neurofisiologo e psicoterapeuta presidente della «Società italiana per lo studio degli stati di coscienza», nel 1993, scriveva infatti:

Per molti lo sviluppo della tecnologia della cosiddetta realtà virtuale rappresenta la concreta realizzazione di alcune delle tensioni ideali e delle aspirazioni più vivaci di questo secolo. Il cosiddetto cyberspazio […] viene salutato come il più consistente e concreto passo in avanti verso la conoscenza del Sé che l’uomo abbia compiuto nel corso della sua storia.
[…] Progettare di riappropriarsi dell’intera coscienza significa acquistare autocoscienza della coscienza e cioè tentare, per l’ennesima volta, di conoscere noi stessi. […] La realtà virtuale sarà un software interclasse8.

Mentre a trent’anni di distanza il meccanismo di identificazione, si potrebbe dire, quasi extra-corporea messo in atto dai social network9 e dagli avatar con cui si identificano gli utenti anche quando utilizzano la loro vera identità anagrafica insieme alla massa di dati di ogni genere raccolti tra gli individui che frequentano la rete e gli stessi social, hanno fatto sì che gli stati individuali di coscienza si siano progressivamente alterati in direzione di quello che assomiglia sempre di più ad un annichilimento sia della coscienza individuale che collettiva. Attraverso l’uso di software che più che interclassisti, se non nella loro finalità di controllo automatico del gusto comune e del comune sentire, si vanno rivelando invece estremamente funzionali a un capitalismo che, guarda caso, si rivolge nelle sue forme più avanzate sempre più alla ricerca e allo sviluppo in ambito digitale.

Desiderio e passione, pensiero e sentimenti, corporeità e spirito, tutto ciò che è proprio dell’umano è messo in produzione dal Data computing; nella società delle piattaforme il Data computing esprime la strumentalizzazione e l’asservimento derivanti dall’organizzazione capitalista, che utilizza l’intera umanità come mezzo funzionale al fine ultimo della propria esistenza: il profitto.
Il Data computing è “Lavoro Implicito”, una forma produttiva del Lavoro reso digitale e gratuito, finalizzato alla riproduzione del Capitale-Cloud delle Società delle Piattaforme (Big Tech), capace di generare inedite procedure di governabilità e servitù volontaria10. I lavoratori-utenti ci offrono lo spettacolo di una moltitudine di sfruttati felici (= dominio & consenso): dobbiamo aver ben chiaro che il Data computing è inserito a pieno titolo nello scontro sociale tra Capitale e Lavoro, e come tale dev’essere affrontato: il “Lavoro Implicito” è una componente della Economia Politica del Capitalismo.
La lotta degli invisibili deve investire la digitalizzazione del Mondo: laddove il Capitalismo si esprime nelle forme e nei contenuti più rappresentativi della globalità del Nuovo Mondo alieno che sta costruendo, pur conservando modi di sfruttamento assai novecenteschi, fordisti e colonia listi, di genere ove convenienti, utilizzando sia le guerre diffuse e permanenti per il controllo geopolitico delle risorse e dei mercati sia la crisi economica speculativa come strumento oppressivo della condizione proletaria.
[…] Opporsi, impedire la colonizzazione digitale della vita da parte del neurocapitalismo e della sorveglianza, del mercato e del profitto, comporta la consapevolezza individuale e collettiva che subiamo una seconda esistenza negli universi digitali delle app e delle piattaforme, nel Metaverso, dove il corpo è ri-composto dalle nuove protesi, la testa sta in un cloud, il cibo prodotto nelle vertical farm, è geneticamente modificato ma bio, le tecnologie riproduttive e la AI elidono le frontiere tra quanto è umano e quanto non lo è. È questa la condizione post-umana propugnata dal neo-umanesimo capitalista in un pianeta altro, alieno da Gaia. Senza rimpianti per un ’900 che ha esaurito un ciclo storico durato due secoli e che non è più ripetibile. What me worry?11.

Anche se il testo è supportato da numerose altre considerazioni sulle trasformazioni in atto nel pianeta e nelle “dipendenze umane”, è proprio questo appello a mettere metaforicamente mano alle colt dell’azione collettiva e cosciente contro un modo di produzione, autodefinentesi smart, sempre più totale e totalizzante, a caratterizzarlo e a renderlo quasi indispensabile per la biblioteca di chiunque voglia ancora considerarsi nemico e antagonista dell’esistente. Non tanto o solo delle sue forme politiche, ma delle caratteristiche profonde che ne definiscono la produzione e riproduzione della vita biologica, economica e sociale.


  1. J. Ballard, All That Matterede Was Sensation, intervista a cura di Sandro Moiso, Krisis Publishing, Brescia 2019, pp. 30-39.  

  2. Smart può essere tradotto come intelligente, sveglio, furbo, astuto, spiritoso, brillante, elegante o alla moda. Nel contesto della tecnologia, “smart” è spesso associato a dispositivi elettronici avanzati e connessi a Internet, come smartphone, smartwatch e smart TV.  

  3. An Ecomodernist Manifesto, sottoscritto da una ventina di accademici ed economisti di fama internazionale: www.ecomodernism.org  

  4. Raniero Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, «Quaderni rossi», n. 1, settembre 1961.  

  5. R. Brioschi, Smart Life. Un vademecum per scansarla e vivere felici a uso delle giovani generazioni ma non solo, a cura di Calusca City Lights. Edizioni Colibrì, Milano 2025, pp. 13-14.  

  6. Si veda in proposito quanto affermato da Gioacchino Toni qui.  

  7. R. Brioschi, op. cit., p. 51.  

  8. M. Margnelli, Realtà virtuale e autogestione della coscienza, in «Altrove» n. 1, dicembre 1993, Nautilus, Torino, pp. 93-95.  

  9. Per un’ulteriore riflessione in proposito, si consiglia la visione del convincente primo episodio della terza stagione della serie britannica “BlacK Mirror”, intitolato Caduta libera, diretto da Joe Wright e sceneggiato da Charlie Brooker, Michael Schur e Rashida Jones.  

  10. La definizione di “lavoro implicito” è da attribuirsi a S. Bellucci in E-Work. Lavoro Rete Innovazione, Derive e Approdi 2005.  

  11. R. Brioschi, Smart Life, op. cit., pp. 54-55.  

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Il morbo neoclassico https://www.carmillaonline.com/2023/10/18/il-morbo-neoclassico/ Wed, 18 Oct 2023 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79245 di Sandro Moiso

Steve Keen, L’economia nuova. Moneta, ambiente complessità. Pensare l’alternativa al collasso ecologico e sociale, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 220, 18 euro.

Al contrario di quanto riguarda il Covid 19 e altri virus e morbi manifestatisi sul pianeta negli ultimi decenni, vi è un morbo altrettanto pericoloso, e forse ancor più devastante dal punto di vista sociale, di cui si può affermare con certezza che si è diffuso a partire dai laboratori universitari, in questo caso americani, nel corso degli ultimi cinquant’anni: quello dell’economia cosiddetta neoclassica.

Steve Keen, professore [...]]]> di Sandro Moiso

Steve Keen, L’economia nuova. Moneta, ambiente complessità. Pensare l’alternativa al collasso ecologico e sociale, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 220, 18 euro.

Al contrario di quanto riguarda il Covid 19 e altri virus e morbi manifestatisi sul pianeta negli ultimi decenni, vi è un morbo altrettanto pericoloso, e forse ancor più devastante dal punto di vista sociale, di cui si può affermare con certezza che si è diffuso a partire dai laboratori universitari, in questo caso americani, nel corso degli ultimi cinquant’anni: quello dell’economia cosiddetta neoclassica.

Steve Keen, professore di Economia alla Western Sidney University e Distinguished Research Fellow alla University College di Londra, importante critico della scienza economica convenzionale e uno dei pochi economisti ad aver previsto la crisi economica del 2007-2008, in questo testo appena uscito per Meltemi, nella collana «Rethink», cerca di dimostrarne l’infondatezza soprattutto sulla base dell’attuale e più che evidente cambiamento climatico di cui la suddetta teoria non ha mai tenuto sufficientemente conto.

Il giudizio espresso dall’autore sull’insieme degli assiomi del paradigma neoclassico è netto e tagliente:

Ripensando ai cinquant’anni trascorsi da quando mi sono reso conto dei difetti dell’economia neoclassica, il termine che esprime al meglio i miei sentimenti a riguardo è, come Marx disse del proto-neoclassico Jean-Baptiste Say, “insulsa” (Marx , Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica,1857). Al meglio, il capitalismo è visto come un sistema che evidenzia l’armonia dell’equilibrio, dove ognuno viene pagato il proprio giusto salario (secondo il suo “prodotto marginale”), la crescita procede senza intoppi secondo un tasso che massimizza nel tempo l’utilità sociale e tutti sono mossi dal desiderio di consumare, invece che dall’accumulazione e dal potere, perché, per citare Say, “i produttori, benché abbiano tutti l’aria di chiedere soldi in cambio dei loro prodotti, in realtà vogliono scambiarli con altri prodotti” (Say, Catechisme d’economie politique, 1821, capitolo 18).
Che visione monotona e grigia del complesso e mutevole mondo in cui viviamo!1

Ed è proprio la complessità del mondo reale ad essere esclusa dai modelli economici neoclassici dominanti, a partire non soltanto dall’idea di un fantomatico equilibrio tra produzione, consumi, investimenti e “giusti” profitti raggiungibile soltanto attraverso l’applicazione di regole esoteriche derivate da calcoli improbabili, ma anche dalla sostanziale negazione della divisione in classi della società attuale.

Una visione “monotona” e riduttiva che già non ha saputo prevedere la crisi del 2007-2008, certamente la più grave e devastante crisi economico-finanziaria sviluppatasi a partire dagli Stati Uniti dopo quella che aveva generato la Grande depressione a partire dal martedì nero del 29 ottobre1929, ma che ha fatto anche di peggio ignorando oppure sottostimando i danni, non solo economici, derivanti dal drastico cambiamento climatico in corso. Di cui l’attuale modo di produzione, insieme ai calcoli previsionali che lo accompagnano e “giustificano”, è uno dei fattori più rilevanti e devastanti.

Questa scuola, o dottrina economica, però ha un inizio e un laboratorio d’origine come racconta lo stesso Keen:

Com’è successo che la rappresentazione esaltante del capitalismo proposta da Marx sia stata sconfitta dalla insipida visione di Say? In parte è stato intenzionale. Nitzan e Bichler notano che il robber baron per antonomasia del XIX secolo, John D. Rockefeller, riteneva che i 45 milioni di dollari lasciati in dote all’università battista di Chicago, la quale sarebbe poi diventata l’alma mater di Milton Friedman, fossero il miglior investimento che avesse mai fatto (Nitzan J., Bichler S., Capital as Power: A Study of Order and Creorder [Londra 2009], p. 76.). Come ha sostenuto De Vroey, “il nuovo paradigma era particolarmente attraente perché sembrava scientifico al pari delle teorie delle scienze naturali, mentre evitava di trattare le pericolose tematiche degli interessi di classe e della trasformazione del pensiero […] Dal punto di vista della classe dominante capitalistica, il principale pregio del paradigma neoclassico era ed è proprio il suo essere innocuo” (De Vroey M., The Transition from Classical to Neoclassical Economics: A Scientific Revolution, «Journal of Economic Issues»,1975, p. 435.)2.

E’ infatti la scuola monetarista di Chicago,da cui ebbero inizio gli esperimenti politico-sociali che Milton Friedman suggerì di metter in atto nel Cile golpista di Pinochet, ad esser messa sotto accusa dall’autore del testo. Autore che, pur non allontanandosi affatto dal paradigma del mercato e degli scambi monetari e dei modelli matematici più adatti a migliorarne l’interpretazione (ma non il cambiamento radicale), ha sicuramente il merito di sottolineare i gravi danni che l’attuale modello interpretativo economico dominate causa a livello climatico e ambientale.

Mentre l’Europa e l’America soffocano in una delle estati più calde mai registrate, mentre tremende siccità pregiudicano i raccolti e azzoppano le centrali elettriche, mentre diluvi improvvisi distruggono paesi e città, emerge con forza il fatto che le cose non stanno così: abbiamo decisamente superato la capacità della biosfera di sostenere la nostra civiltà industriale. Il nostro obiettivo dovrebbe essere ridurre nel modo più equo possibile l’impronta ecologica dell’umanità,
non contribuire ad aggravare la situazione. Anche in questo caso l’economia mainstream è un ostacolo ingombrante a fare ciò che si dovrebbe fare. […] gli economisti ortodossi hanno sempre
minimizzato il pericolo rappresentato dal cambiamento climatico, in quelli che sono, senza alcun dubbio, i peggiori studi che abbia mai letto.
[…] Il fallimento degli economisti mainstream nell’analizzare gli effetti del cambiamento climatico è di gran lunga peggiore dei loro errori nel prevedere la crisi finanziaria globale, quando, ignorando del tutto la crescita del debito privato e sulla base dei loro modelli macroeconomici sbagliati, erano convinti che l’immediato futuro fosse decisamente roseo. Nel 2008, d’altronde, ci hanno solo condotto, bendati e inermi, alla più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione. Questa volta, invece, ci stanno portando a vivere la potenziale, completa distruzione dell’economia capitalista per effetto dei cambiamenti climatici, proprio loro che del capitalismo sono i cantori.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di una teoria economica realistica, che sia in grado di tenere pienamente conto dei vincoli ecologici del pianeta finito in cui ci troviamo a vivere. E il compito fondamentale di questa economia nuova non sarà quello di gestire l’economia, bensì di salvare il salvabile dopo che sui nostri sistemi economici e sociali si sarà abbattuta la furia devastatrice di questo Prometeo scatenato con la complicità degli economisti neoclassici3.

Come ben si può comprendere da queste ultime righe l’intento di Keen non è quello di rivoluzionare l’attuale modo di produzione, nonostante i suoi frequenti ricorsi a Marx nel corso dell’esposizione, ma piuttosto quello di rendere più governabili i processi in atto e sviluppare una maggior “giustizia” distributiva in ambito economico e sociale. Ma l’interesse del libro sta proprio no tanto nel proporre nuovi modelli matematici di interpretazione dell’economia vigente e della sua crisi, quanto nell’avvicinare scienza economica e scienze naturali e fisiche. Sottolineando come l’attuale modello economico estrattivista ed energivoro sia destinato ad ampliare sempre più, e in maniera sempre più distruttiva, la tendenza all’entropia compresa nelle attività della specie rivolte alla sua sussistenza ovvero la tendenza alla dissipazione dell’energia senza possibilità di ricrearne.

Tendenza che, se era contenuta in quelle società che primariamente si affidavano alle energie rinnovabili (vento, acqua, energia animale o umana) o almeno parzialmente (ad esempio il calore prodotto bruciando legname che poi poteva essere rinnovato con nuove piantumazioni), ha raggiunto il massimo della sua capacità energivora e della sua voracità nei confronti dell’ambiente con lo sviluppo della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di consumare e distruggere ogni forma di risorsa e/o combustibile fossile.

Ecco allora che il giudizio sulla convenienza o meno del consumo delle risorse fossili non spetta tanto al mondo della morale o della politica, ma semplicemente a quello della fisica e delel sue leggi. Come afferma ancora Keen nella parte più interessante del suo testo:

Non c’è mai stata una crescita sostenibile. Se pensate altrimenti – se siete, per esempio, uno scettico del cambiamento climatico (come molti economisti, d’altronde) – dovreste prendere in considerazione quanto sostenuto di recente dun fisico (T. Murphy, Exponential Economist Meets Finite Physicist. Do the Mat, San Diego 2012). ora, la crescita delle nostre economie implica una crescita del nostro impiego di energia. Una crescita continua non può non tradursi in un’alterazione significativa del nostro pianeta, e la nostra economia, in ultima analisi, finirebbe per distruggere la vita sul pianeta Terra – e questo non ha niente a che fare con il riscaldamento climatico: è una conseguenza delle leggi della termodinamica.
In virtù della seconda legge della termodinamica, il ricorso all’energia per svolgere lavoro implica la generazione di una quantità prevedibile di dissipazione o di scarto. A un ritmo di crescita economica globale sostenuto, come il 2,3% annuo attuale – un tasso di crescita peraltro ritenuto al giorno d’oggi troppo basso, in quanto porterebbe a una crescita continua della disoccupazione – l’energia dissipata porterebbe la temperatura sulla superficie della Terra a quella dell’acqua che bolle (100°) per il venticinquesimo secolo […] Non credo sia necessario specificare che la vita sulla Terra per allora sarebbe scomparsa del tutto – e il capitalismo ben prima4.

E’ proprio il quarto capitolo del libro, intitolato Economia, energia, ecosistema, a rivelare definitivamente come l’economia del capitale e dei suoi servitori neoclassici non possa costituire altro che un’inevitabile produzione di morte e distruzione in tutte le loro più diverse forme. Vale dunque la pena di riportare quindi anche qui quanto citato da Keen nel suo studio, nel paragrafo dello stesso capitolo, intitolato Un futuro insostenibile, sostenendo che «il riscaldamento globale non ci concede il lusso dei secoli: abbiamo a stento qualche decennio. Abbiamo infatti raggiunto quel punto che già trent’anni fa Kennet Boulding chiamava “l’economia dell’astronauta”, rispetto all’“economia del cowboy” all’origine del capitalismo»:

Il sistema-Terra chiuso del futuro richiederà dei principi economici differenti rispetto a quelli della Terra aperta del passato. Per amor di metafora, sono tentato di chiamare l’economia aperta una “economia del cowboy”, dove il cowboy rappresenta simbolicamente le pianure senza confini ed è associato a un comportamento spregiudicato, sfruttatore, romantico e violento, tutte caratteristiche delle società aperte. L’economia chiusa del futuro invece potrebbe essere piuttosto un’“economia dell’astronauta”: la Terra è come una nave spaziale, senza riserve illimitate di alcun genere, sia per fini estrattivi sia per la gestione degli scarti, e in cui, ne consegue, l’uomo deve trovare necessariamente il suo posto in un sistema ecologico ciclico che riesca a sostenere una riproduzione costante delle sue forme materiali, anche se non può sottrarsi alla necessità di ricorrere a input di energia5.

Su queste riflessioni è bene concludere la recensione di un testo che evidenzia, tra le mille altre cose, anche se indirettamente, come il termine antropocene sia assolutamente da abbandonare a favore di un ben più preciso e utile capitalocene, soprattutto per tutti coloro che, oltre la critica climatologica e ambientalista, vogliano rivolgere la loro attenzione e pratica militante al superamento definitivo del modo di produzione più devastante, mai esistito prima, per la specie e per l’ambiente: quello capitalistico.


  1. Steve Keen, L’economia nuova. Moneta, ambiente complessità. Pensare l’alternativa al collasso ecologico e sociale, Meltemi editore, Milano 2023, Capitolo sesto, p. 177.  

  2. S. Keen, op. cit., p.178.  

  3. Ibidem, pp. 12-14.  

  4. Ibid., pp. 142-143.  

  5. Boulding K.E., The Economics of the Coming Spaceship Earth. In Markandya A., Richardson J. (eds.), Environmental Economics: A Reader. New York, St. Martin’s Press, 1992, pp. 27-35 ora in N. Keen, op. cit., p. 143.  

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Il resto è chiacchiera https://www.carmillaonline.com/2023/10/04/tutto-il-resto-e-chiacchiera/ Wed, 04 Oct 2023 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78998 di Sandro Moiso

John Clegg, Rob Lucas, Jasper Bernes, Nutrire la rivoluzione. Cibo, agricoltura e rottura rivoluzionaria, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 108, 5 euro

Michele Garau, L’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 63, 5 euro

E come le api nell’alveare deserto un cattivo odore emanano le parole morte (Nikolaj S. Gumĭlëv – La parola, 1921)

Il poeta acmeista Nikolaj Gumĭlëv, marito della poetessa russa Anna Achmatova dal 1910 al 1918, poi fucilato dai bolscevichi nel 1921 per aver preso parte alla guerra civile come ufficiale delle armate bianche, sicuramente pensava alle parole [...]]]> di Sandro Moiso

John Clegg, Rob Lucas, Jasper Bernes, Nutrire la rivoluzione. Cibo, agricoltura e rottura rivoluzionaria, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 108, 5 euro

Michele Garau, L’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 63, 5 euro

E come le api nell’alveare deserto
un cattivo odore emanano le parole morte
(Nikolaj S. Gumĭlëv – La parola, 1921)

Il poeta acmeista Nikolaj Gumĭlëv, marito della poetessa russa Anna Achmatova dal 1910 al 1918, poi fucilato dai bolscevichi nel 1921 per aver preso parte alla guerra civile come ufficiale delle armate bianche, sicuramente pensava alle parole cadute in disuso o a quelle espresse dal vuoto ideologismo di regime quando scrisse, nello stesso anno della sua fucilazione, il poema citato in epigrafe. Ed è proprio a partire da una riflessione sulle parole morte oppure nate morte che sembra utile a chi scrive iniziare a svolgere una riflessione sui due interessanti testi pubblicati dalle edizioni Porfido qui recensiti.

In effetti viviamo, soprattutto i più giovani, in anni di parole nate morte, pretenziose nel voler disvelare il mondo e assolutamente inutili per un un percorso reale di cambiamento dello stesso. Green economy, uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili, e mille altri piccoli sotterfugi linguistico-ideologici che suggeriscono la possibilità di cambiare il mondo a partire da una concezione platonica della funzione della parola, senza peraltro misurarsi con il gigantesco problema di rovesciarlo, distruggendo il modo di produzione e riproduzione della vita che “materialmente” lo fonda nella sua forma attuale.

Vale per gli esempi appena fatti e vale per un termine come “antropocene” che tende a dare l’dea di un mondo “completamente” a misura d’uomo, in cui la specie, in ogni sua manifestazione sociale e produttiva, si rivelerebbe capace di dominare e trasformare l’ambiente e lo spazio in cui vive, fino alla sua completa distruzione, fin dalla sua comparsa sulla Terra, mentre alcuni già proiettano le disastrose conseguenze della sua capacità di “terraformazione” su altri pianeti, per ora mai raggiunti e ancora irraggiungibili (nonostante le sparate di Elon Musk e della NASA) a causa delle distanze e dei mezzi tecnici realmente a disposizione di chi ne teorizza la diffusione.

Chi qui scrive è abbastanza anziano per contare tra i suoi libri un vecchio testo di Edward Hyams, Terre e civiltà (in origine Soil and Civilization), edito dal Saggiatore nel 1962, ma la cui edizione originale inglese risaliva a dieci anni prima. Già all’epoca lo scrittore e ricercatore di origine britannica, articolista per una delle più antiche riviste di sinistra di lingua inglese («The New Statesman», fondata da esponenti della società fabiana fin dal 1913), pur nel delineare l’evidente parassitismo dell’uomo nei confronti della terra e degli spazi occupati dalle sue società e dai diversi modi di produzione, non dimenticava di sottolineare che: «Esistono dei mutamenti climatici, ma essi sono anche influenzati dalle civiltà, e quindi dalla presenza di uomini dediti a una particolare economia» ovvero che non tutte le forme di organizzazione sociale e della produzione hanno influito in egual modo nei confronti del clima, dell’ambiente e delle sue risorse primarie.

Ad esempio, Hyams ricordava come nelle terre delle primitive comunità germaniche, e nelle forme loro sopravvissute in Età medievale in Europa, «venivano ripartiti i terreni da coltivare per trarne il sostentamento, terreni chiamati family land […] Ma, va sottolineato, ciò che era in tal modo divisibile non era la terra come proprietà materiale ma una partecipazione al diritto di fare certi usi della terra»1. Tale sistema, secondo l’autore inglese, «era stabile e il suo trattamento della terra, quantunque non certo ideale, fu tale che quando la rivoluzione agraria introdusse la high farming, la terra con cui i nuovi uomini ebbero a lavorare era, nel complesso, in condizioni di floridezza»2.

Una terra coltivata per secoli era stata conservata in condizioni di “floridezza” nonostante lo sfruttamento umano conseguente non soltanto alla rivoluzione agraria a cavallo tra XVI e XVIII secolo, ma anche a quanto avvenuto fin dalla prima rivoluzione agricola avvenuta sul finire del Paleolitico, circa dodicimila anni anni prima. Sempre secondo Hyams tale sistema, basato sulla « responsabilità collettiva dell’amministrazione della terra, regolata dalla consuetudine e l’armonioso ordinamento di mutuo servizio dalla sommità alla base, il tutto posante sul sistema di coltivazione su terreno pubblico – tale era lo stato dell’Europa atlantica da circa il 500 d. C. al 1500» era entrato in crisi quando «la graduale sostituzione di una economia commerciale all’autoconsumo andava abbattendo questo sistema e introducendo quello della proprietà privata, che gli successe»3.

Ipotesi che collima perfettamente con quanto affermano le ricerche storiche più recenti a proposito del golden spike da fissare per definire il momento in cui l’attività umana inizia a diventare decisiva per comprendere l’evoluzione non tanto delle società quanto del clima e dell’ambiente.

Avendo stabilito che la Terra si sta avviando verso un nuovo stato, esaminiamo i sedimenti geologici per definire un’epoca, proprio come si sono definite le epoche passate della storia della Terra. Occorre scegliere un cambiamento chimico o biologico specifico che segni l’inizio di un nuovo strato sedimentario influenzato dall’umanità. Questo marcatore deve essere anche correlato ai cambiamenti in altri sedimenti in tutto il mondo. Il marcatore, chiamato «chiodo d’oro» (golden spike), indica: dopo questo punto la Terra procede verso un nuovo stato.
Abbiamo passato ai vaglio i vari chiodi d’oro che sono stati proposti e la conclusione della nostra analisi è che la prima data in cui questi criteri geologici sono stati soddisfatti è l’anno 1610, contrassegnato da una riduzione di breve durata ma pronunciata dell’anidride carbonica atmosferica presente in una carota di ghiaccio antartico, che raggiunse il livello minimo quell’anno. Il 1610, il cosiddetto Orbis spike, (chiodo globale, dal latino orbis: mondo, globo – NdR) segna il momento in cui si può osservare lo scambio colombiano4 nei sedimenti geologici.
Gran parte della diminuzione avvenne perché gli Europei portarono per la prima volta nelle Americhe il vaiolo e altre malattie, causando la morte di più di 50 milioni di persone in pochi decenni. Il collasso di queste società portò alla riforestazione dei terreni agricoli in un’area tanto estesa che la quantità di anidride carbonica atmosferica assorbita dagli alberi in crescita fu sufficiente a raffreddare temporaneamente il pianeta – l’ultimo momento globalmente freddo prima dell’inizio del caldo durevole dell’Antropocene [Questo] è il cambiamento decisivo nella relazione Homo sapiens con l’ambiente. In termini narrativi, l’Antropocene iniziò con la diffusione del colonialismo e della schiavitù: è la storia di come le persone trattano l’ambiente e di come trattano i propri simili […] La nostra tesi è che dall’inizio del mondo moderno nel Cinquecento due circuiti di feedback auto-rinforzati e collegati – l’investimento dei profitti per generare altri profitti e la produzione crescente di conoscenza mediante il metodo scientifico – hanno dominato in misura sempre maggiore le culture del mondo. Queste forze hanno scatenato tassi di cambiamento, compreso il cambiamento ambientale, sempre più elevati5.

La nascita dello sfruttamento intensivo del pianeta e della specie coincide con la nascita del capitalismo mercantile, cui seguirà poco più avanti quello industriale e finanziario, e il fatto rende evidente come il termine Antropocene rischi di essere non solo riduttivo, ma addirittura fuorviante. Motivo per cui andrebbe sostituito, come suggerito già da altri autori e in altre e numerose sedi, da quello di Capitalocene, proprio per indicare una responsabilità non genericamente “umana”, ma di un ben definito e preciso (e distruttivo) modo di produzione e del conseguente modello sociale e di consumo che ne sono derivati.

Anche se a qualche lettore potrà sembrare che la lunga disquisizione fin qui condotta sia servita soltanto a menar il can per l’aia, in realtà va qui affermato che il primo dei due libelli editi da Porfido, Nutrire la rivoluzione, proprio in quest’ambito di riflessione va a situarsi, ovvero su quali siano le responsabilità effettive (sociali, politiche, economiche e scientifiche) non solo dei cambiamenti climatici in atto, ma anche della difficoltà sempre più crescente nel produrre e distribuire cibo senza creare miseria, fame, dipendenza e danno per i suoli, l’ambiente e il futuro del pianeta e della specie.

Nel fare questo, soprattutto nel saggio di Jasper Bernes (Il ventre della rivoluzione: agricoltura, energia e futuro del comunismo, pp. 43 – 94), non si dimenticano affatto alcuni autori classici del socialismo, cui nel libro, e a ragione, si rimprovera di essersi lasciati spesso fuorviare da un’eccessiva fiducia nel progresso di stampo borghese, ma utilizzando comunque ancora le pagine migliori espresse da quegli stessi nei loro testi. Come capita, ad esempio, nei confronti di Friedrich Engels e della sua analisi del rapporto tra città e campagna e di come questo dovrebbe essere modificato in futuro.

La soppressione dell’antagonismo tra città e campagna non solo è possibile, ma è diventata una diretta necessità della stessa produzione industriale, così come è diventata del pari una necessità della produzione agricola ed inoltre dell’igiene pubblica. Solo con la fusione di città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante e non le malattie6.

Cui andrebbe forse aggiunta un’altra osservazione, più tarda (1952) ma pur sempre in anticipo sui tempi attuali, di Amadeo Bordiga sulla necessità di giungere all’«arresto delle costruzioni di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio della distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna» (Cfr. qui).

I due testi riportati nel volumetto7 ruotano intorno al problema, tutt’altro che risolto in passato, del rapporto intercorrente tra Rivoluzione e Ri/costruzione di una società altra definibile come comunista e provengono da autori che a vario titolo ruotano intorno alla rivista «Endnotes» realizzata da un gruppo di discussione, con sede in Germania, Regno Unito e Stati Uniti, orientato principalmente a definire le condizioni per un possibile superamento comunista del modo di produzione capitalistico.

Per chi scrive risulta particolarmente importante che tali riflessioni, dedite a recuperare l’esperienza dell’ultrasinistra francese post-68 e conseguentemente della Sinistra Comunista nel suo senso più ampio, siano svolte a partire da quello che è ancora, nonostante l’epoca di crisi, il cuore del capitalismo occidentale e delle sue forme di dominio politico, economico, militare e culturale. Recuperando “parole” e ambiti di riflessione che solo gli allocchi della modernità possono considerare “superati” dalle parole vuote, “morte alla nascita” e inconsistenti cui si è accennato in apertura.

Come affermano i due autori di Le tre rivoluzioni agricole, anche se Marx era notoriamente restio a dare al termine “comunismo” qualsiasi connotazione prefigurativa “da osteria” e preferiva definirlo come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti, pur rimanendo ferreamente motivata la necessità di incentrare l’attenzione sulle lotte e il loro sviluppo storico, è evidente che tale affermazione possa condurre a ragionamenti di tipo teleologico, «perché senza un criterio atto a definire le lotte e i loro limiti» i rivoluzionari, o pretesi tali, si troverebbero ad aggirarsi in circolo all’inseguimento di lotte e posizioni che di volta in volta sorgono dalle infinite, e irrisolvibili al suo interno, contraddizioni derivanti dall’ordinamento socio-politico-economico imposto dall’attuale modo di produzione.

Con tutta la sequela di inutili speranze, illusioni, confusioni e “creatività linguistica” non dettate dalla effettiva capacità di interpretare il “reale” in vista di una sua trasformazione radicale, ma piuttosto dalla volontà di affrontarlo con poco sforzo e semplici affermazioni di principio (quale principio, poi, sarebbe ancora tutto da vedere), oggi facilmente condivisibili sui social. Spesso costeggiando le spiagge del politically correct liberale contemporaneo che forse rappresenta ancora, a più di cinquant’anni di distanza, la peggiore eredità del ’68. Che si liberò spesso più rapidamente del filo rosso della tradizione rivoluzionaria che di una concezione individualistica dei conflitti sociali che discendeva dritta, dritta dal liberalismo borghese.

Ed è a partire proprio da questo secondo ragionamento che si rivela altrettanto interessante, anche se più contraddittoria, la lettura del secondo dei due testi qui proposti: quello di Michele Garau sull’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione.

Se nel primo dei due testi, come si è detto poco innanzi, l’attenzione oltre che alla possibile progettualità comunista era rivolta anche alla necessaria critica di un ”marxismo” spesso infarcito di esagerate speranze nello sviluppo della tecnologia di stampo capitalistico e di una scienza troppe volte rivelatasi coscientemente asservita, facendo sì che le necessità produttive, di consumo e di dominio inficiassero sempre più pesantemente gran parte della ricerca scientifica ottundendone finalità e libertà, nel secondo l’attenzione dell’autore si rivolge in particolare al fatto che l’analisi, per quanto attenta e radicale del reale e della storia del movimento operaio, possa talvolta perdere il “filo rosso” per trasformarsi in una compiaciuta dissertazione rinunciataria sull’inevitabilità della sconfitta.

Per fare questo, come si afferma fin dal titolo, il volumetto analizza in particolare le derive del pensiero di Jacques Camatte e dell’ultra-sinistra più in generale. Che, come già si sottolineava nel primo dei due testi, rischiano di trasformarsi in una sorta di visione teleologica del divenire, spesso nemmeno più ipotizzando una possibile azione rivoluzionaria, ma soltanto auspicando l’inevitabilità del cambiamento.

Al di là delle conclusioni cui Garau giunge, dimenticando però che per la Sinistra Comunista le “lezioni delle controrivoluzioni” ovvero delle sconfitte (tante) sono altrettanto importanti di quelle derivanti dalle vittorie (poche e transitorie), quello che val la pena qui di sottolineare è come ancor oggi, nell’epoca del trionfo delle parole “morte”, sia necessario far riferimento, seppur in maniera critica, a testi tutt’altro che defunti, che solo la polvere alzata inutilmente dagli sproloqui degli innovatori linguistici (più che dei contenuti politici utili alla lotta per il rovesciamento di questo immondo “reale”) può cercare ancora di nasconderne il significato ultimo sotto una montagna di fumisterie.

Un’autentica battaglia per la “decolonizzazione” dell’immaginario fondata su parole e discorsi che ad alcuni potranno sembrare fuori luogo o superate, ma che ricordano ancora oggi, dopo decenni di ricerche di nuovi soggetti, nuove cause e diritti per cui battersi, che la lotta di classe deve avere un centro di aggregazione e che questo, piaccia o meno, si tratti pure di liberazione della donna, di lotta contro la guerra impellente e sempre più presente o di salvaguardia dell’ambiente che ancor ci resta per vivere, deve fondarsi sul coinvolgimento della maggioranza o di una significativa minoranza della classe oppressa per eccellenza, qualunque sia il suo sesso, il colore della sua pelle o la sua dislocazione geografica: quella proletaria.

Classe, quella proletaria, che d’altra parte non può certo permettersi il lusso di commuovere ministri come Pichetto Fratin col piagnisteo sul futuro che gli viene negato o che gli è stato “rubato” poiché, fin dal suo primo apparire sulla scena della Storia, il proprio futuro, insieme a quello dell’intera specie, ha sempre dovuto conquistarselo con scioperi, lotte, battaglie spesso sanguinose, sofferenze e rivoluzioni (nient’affatto improvvisate o di velluto).


  1. E. Hyams, Terre e civiltà, «Il Saggiatore», Milano 1961, p. 197  

  2. Ivi, p. 198  

  3. Ivi, p.197  

  4. Con scambio colombiano si intende generalmente lo scambio biologico (flora, fauna, malattie, virus e batteri) avvenuto tra Vecchio e Nuovo continente a partire dalla “scoperta” dell’America nel 1492.  

  5. Simon L. Lewis, Mark A. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019, Prefazione, pp.XVII – XVIII.  

  6. F. Engels, Anti-Dühring ora in J. Bernes, Il ventre della rivoluzione in J. Clegg, R. Lucas, J. Bernes, Nutrire la rivoluzione. Cibo, agricoltura e rottura rivoluzionaria, Porfido Edizioni, Torino 2023, p. 56  

  7. L’altro è quello di J. Clegg, R. Lucas, Le tre rivoluzioni agricole, pp. 17 – 39  

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Storie e lezioni dal deserto https://www.carmillaonline.com/2023/09/13/storie-e-confini-del-vuoto/ Wed, 13 Sep 2023 20:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78705 di Sandro Moiso

William Atkins, Un mondo senza confini. Viaggi in luoghi deserti, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 440, 28 euro

In anni di drastico cambiamento climatico e soprattutto durante una stagiona infiammata da temperature molto elevate anche in luoghi un tempo difficilmente definibili come “caldi”, la lettura del testo di William Atkins appena uscito per i tipi di Adelphi può rivelarsi sia utile che affascinante, poiché, in fin dei conti, i deserti di cui l’autore inglese è andato letteralmente a caccia ci sbattono in faccia quello che potrebbe essere l’aspetto di [...]]]> di Sandro Moiso

William Atkins, Un mondo senza confini. Viaggi in luoghi deserti, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 440, 28 euro

In anni di drastico cambiamento climatico e soprattutto durante una stagiona infiammata da temperature molto elevate anche in luoghi un tempo difficilmente definibili come “caldi”, la lettura del testo di William Atkins appena uscito per i tipi di Adelphi può rivelarsi sia utile che affascinante, poiché, in fin dei conti, i deserti di cui l’autore inglese è andato letteralmente a caccia ci sbattono in faccia quello che potrebbe essere l’aspetto di gran parte delle terre emerse alla fine del capitalocene.

Ma quegli stessi territori, considerati tra i più caldi del pianeta, come il deserto di Sonora e quello di Black Rock negli Stati Uniti oppure i deserti di Gobi e di Taklamakan in Cina o, ancora, il Gran Deserto Victoria in Australia insieme a quelli dell’Oman, dell’Egitto Orientale e del Kazakistan, si rivelano essere non soltanto estremamente inospitali per la specie umana e, spesso, non soltanto per quella, ma anche luoghi che nella loro essenza sono proprio il contrario dei non-luoghi in cui la civiltà capitalistica ci ha abituati a vivere.

Come annotò, nel 1878, John Wesley Powell nel suo Report on the Lands of the Arid Region of the United States, il deserto, sub specie West degli Stati Uniti, era ostile al capitalismo. Certamente dal punto di vista economico, viste le difficoltà intrinseche in termini di costi e strutture necessarie per mettere a rendimento quei territori, ma anche dal punto di vista dell’immaginario dettato dalla loro estensione e dall’impossibilità di confinarli.

I deserti, infatti, sono regioni in cui possono essere stati o si sono confinati popoli e furfanti, dissidenti e briganti, eremiti, santi e avventurieri, delle cui storie sono piene le pagine del testo di Atkins, ma i cui limiti geografici e biologici sembrano essere sempre in costante movimento. Sia in senso espansivo che nel senso del restringimento. Territori sostanzialmente “anarchici” dal punto di vista della mappatura geografica, così utile a definire spazi di proprietà privata o statuale, ma inadatta a contenerne i limiti reali. Spesso negati per comodità di incanto economico.

Si pensi soltanto al rapporto del 1878 cui si è accennato prima, che rivelava, con grande scandalo per l’epoca, come gran parte degli Stati Uniti appartenessero, e ancora appartengano, dal punto di vista climatico, geologico e biologico ad aree desertiche o semi-desertiche.

«La regione arida inizia a metà delle Grandi Pianure» scrisse Powell «e si estende attraverso le Montagne Rocciose fino all’Oceano Pacifico». In un’area così arida, avvertì, « si avranno molti periodi di siccità, molte stagioni di seguito saranno infruttuose, ed è lecito chiedersi se, tutto considerato, l’agricoltura vi si possa dimostrare redditizia ». E non era neppure un problema di dispersione delle acque che la regione possedeva: «Quand’anche tutte le acque che scorrono nei torrenti della regione fossero canalizzate, solo una piccola porzione del territorio potrà essere riscattata ». Powell aveva capito che la carenza d’acqua non era l’unico problema: c’erano anche il gelo, il suolo alcalino, il drenaggio insufficiente. Lì non era possibile vivere come si viveva nell’Est. Al di là di ogni altra considerazione, c’era bisogno di grandi spazi. Lo Homestead Act del 1862 garantiva 162 acri a ogni colono, ma quella era una misura calcolata da gente che viveva nella piovosa Washington. Nel deserto sarebbero bastati sì e no per due vacche inappetenti. Powell suggerì di allocare un minimo di 2560 acri per ogni ranch. Propugnava pascoli comuni non recintati, imprese cooperative e sovvenzioni federali.
[…] Per i ‘fautori’ dell’American West come il potente speculatore fondiario Charles Dana Wilber, il deserto di Powell era solamente un mito: «Il Creatore non ha mai imposto un deserto perpetuo a questo mondo,» scrisse nel 1881 «ma al contrario l’ha fatto in modo tale che, in qualunque paese, l’uomo possa trasformarlo con il suo aratro in terreno agricolo». Non sarebbe bastato certo il consenso scientifico a smuovere chi era stato sedotto dalla dottrina del Destino Manifesto. Wilber era anche un apostolo dell’idea che l’attività agricola stessa avrebbe alterato il microclima locale, una teoria esposta per la prima volta da Josiah Gregg nel 1844. «Una coltivazione intensiva del terreno» scrisse «può contribuire a moltiplicare le piogge». La meccanica di questo processo non era chiara – alcuni supposero che fosse collegata alla maggiore capacità di assorbimento del terreno arato –, ma fra coloni e fautori si andò affermando la convinzione che il deserto – così com’era – potesse essere fatto indietreggiare fino alle pendici delle Montagne Rocciose. Un fautore giunse ad affermare che per ogni metro di binari stesi in quel deserto sarebbero caduti quattro litri di pioggia in più all’anno. Oggi sappiamo che non fu il deserto a indietreggiare. «La pioggia segue l’aratro» si sarebbe dimostrato un motto disastroso per i coloni, che si insediarono sul margine orientale del deserto solo per vedere un succedersi di siccità mentre il secolo volgeva al termine. Quelli che lasciarono le pianure spazzate dalla polvere dipinsero sul fianco dei loro carri: «In Dio abbiamo creduto, nel Kansas abbiamo fallito»1.

Guardando la cartina degli stati “desertici” e semi-desertici”, contenuta a pagina 271 del libro di Atkins, chiunque conosca almeno una minima parte della storia degli Stati Uniti e del loro contraddittorio sviluppo avrà modo di verificare come le straordinarie foto di Dorothea Lange, Ben Shahn e Walker Evans che, per conto della Farm Security Administration, hanno documentato l’esodo di decine o centinaia di migliaia di contadini impoveriti dagli stati agricoli del Mid-West e del West, rovinati dalla crisi economica degli anni Trenta e dalle tempeste di polvere, verso i campi di lavoro della California, erano già inscritte nella morfologia del territorio che si erano sforzati di piegare allo sfruttamento agricolo. Grande o piccolo che questo fosse.

Ed è qui, tralasciando le storie infinite di monaci, di pazzi esploratori che attraversarono certi deserti trainando barche e battelli da usare su mari interni che non avrebbero mai trovato ma di cui avevano auspicato l’esistenza, di esperimenti nucleari condotti senza alcun dato scientifico che ne attestasse la non pericolosità per gli esseri viventi che abitavano quelle aree o quelle circostanti e mille altre vicende ancora che rendono i deserti luoghi molto più interessanti di quanto si creda nella civiltà del frigorifero stracolmo di cibo spazzatura e di cervelli altrettanto riempiti di spazzatura mediatica, che si pone il centro di interesse delle riflessioni suscitate dalla lettura di Atkins.

Se c’è, nei fatti, una lezione che il deserto sicuramente insegna è quella dell’umiltà e non a caso è stato il luogo privilegiato per l’eremitaggio oppure per le vite di popoli costretti a fuggire, oppure che sceglievano di farlo, per non cadere sotto le grinfie dell’offerta mercantile, della falsa ricchezza rappresentata dall’oro e dai sui sanguinari custodi e cercatori. Poiché il deserto si rivela non come luogo di accumulazione (nozione basilare per una comprensione dei meccanismi capitalistici), ma di sottrazione dell’inessenziale per la sopravvivenza e la vita.

Un luogo in cui è l’essere vivente, soprattutto sub specie Homo, a dover sapersi adattare, così come ci hanno insegnato per millenni i nostri antenati Che in quei deserti, come ci ha insegnato Giorgio De Santillana uno storico e filosofo della Scienza di cui ci occuperemo in una prossima recensione su Carmilla, hanno posto le basi delle conoscenze scientifiche semplicemente osservando il moto degli astri in un cielo non ancora offuscato dalle effimere luci del progresso, dando così vita ai più antichi e straordinari miti dell’Umanità. Prima che la loro trasformazione in religioni, più o meno rivelate, ne offuscasse l’intrinseco e più autentico significato.

Una lezione che l’essere umano attuale, convinto dal Rinascimento e dalle sue origini nel libero arbitrio cristiano di essere artefice del proprio destino e libero di agire e decidere, tarda a riscoprire. Anche là dove volendo criticare l’esistente si accolla “antropocentricamente” tutte le responsabilità di trasformazioni climatiche ineludibili, ma di cui, invece, occorrerebbe comprendere la reale portata per evitare di aggravarne le conseguenze. Come già due secoli or sono Giacomo Leopardi si sforzava di far capire ad una società addormentata sugli improbabili allori di un secolo servile, superbo e sciocco, cantando le lodi della ginestra che del deserto è il fiore.

Solamente ripartendo da lì può prendere spunto una critica radicale del modo di produzione dominante e devastante che ci accompagna, insieme alla sua hybris, da poco più di due secoli. Non dal greenwashing variamente travestito, ma dal “deserto”, dalle sue storie e dalla sua storia geologica plurimillenaria.


  1. W. Atkins, Tra grandi fuochi. Il deserto di Sonora, Usa, in W. Atkins, Un mondo senza confini, Adelphi, Milano 2023, pp. 268-269  

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Per una critica della società dell’Apocalisse permanente https://www.carmillaonline.com/2021/09/22/per-una-critica-della-societa-dellapocalisse-permanente/ Wed, 22 Sep 2021 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68263 di Sandro Moiso

Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro

Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)

Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel [...]]]> di Sandro Moiso

Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro

Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)

Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel constatare come l’umanità contemporanea si sia assuefatta a vivere, anche se sarebbe forse meglio dire sopravvivere, in una apocalisse continua: climatica, economica, politica, militare, sanitaria, sociale e ambientale.
Un autentico inferno che, colui che è ancora rappresentato nell’iconografia cristiana come l’aquila, per la sua lungimiranza e profonda capacità visionaria, non avrebbe saputo anticipare nemmeno nei suoi incubi più terribili.

Questa Apocalisse terrena, che non si è ancora sviluppata in alcuna lotta definitiva tra il Bene e il Male, anche se nel corso dei secoli milioni di persona sono morte a causa di crociate politico-militari e religiose che promettevano, da vari e contrastanti punti di vista, il trionfo del primo sul secondo, ha avuto, però e fin dai primi anni Settanta del ‘900, un suo anticipatore, seguito da un ristretto numero di seguaci, in Giorgio Cesarano.

Come afferma Francesco “Kukki” Santini nel riassumerne l’opera di Giorgio Cesarano (1928-1975) intitolata, appunto, Apocalisse e Rivoluzione (con Gianni Collu, come attestava il frontespizio del manoscritto, Dedalo, Bari 1973):

Secondo Cesarano, i tempi delle contraddizioni capitalistiche si stanno facendo stretti, ed è necessario che la dialettica rivoluzionaria incalzi il processo catastrofico in cui il capitale si scontra con i limiti termodinamici della biosfera, preparando esiti apocalittici.
Tutte le contraddizioni storiche si assommano per disegnare la prospettiva dello scontro ultimativo che oppone il capitale – giunto a colonizzare non solo l’estensione fisica del Pianeta ma la stessa interiorità dei suoi schiavi – alla specie umana. Stiamo vivendo le prime fasi della “rivoluzione biologica”, risposta della corporeità vivente contro il pericolo di annichilamento e superamento dei limiti di tutte le rivoluzioni “storiche”.
Nel suo movimento, il capitale realizza il processo di reificazione inaugurato, fin dalla remota origine della specie, dal combinarsi subalterno del corpo biologico – debole e indifeso di fronte alla natura terrifica e ostile – con l’utensile-protesi. Da questa primaria alienazione in poi, l’utensile-protesi ha continuato a svilupparsi a scapito della corporeità e della sensibilità della specie, divenendo l’UT che subordina a sé tutto lo sviluppo “storico”. L’antica alienazione del “senso” della vita, di cui tendono ad appropriarsi le caste dominanti religiose e militari, genera l’accumulazione di segni e simboli che formano la lingua, separata dal corpo della specie e dalle sue necessità di comunicazione. La lingua sequestrata produce a sua volta l’Ego separato dall’inconscio, dal rimosso, dal desiderio “istintuale”, come rappresentante del dover-essere e della normativa sociale, propri di un vissuto storico collettivo fondato sul lavoro e sulla sofferenza1.

Fermiamoci per un momento, soltanto per svolgere alcune osservazioni su quanto è stato qui appena citato.
Quello che sarebbe diventato uno dei manifesti della critica radicale italiana2, accompagnato dal successivo Manuale di sopravvivenza (Dedalo, Bari 1974 e Bollati Boringhieri, Torino 2000), raccoglieva già al suo interno vari stimoli provenienti dall’opera di Jacques Camatte sulla specie-gemenweisen e il capitale totale, dall’idea del linguaggio come virus tratta dall’opera di William Burroughs e dalle catastrofiche previsioni contenute nel rapporto commissionato dal Club di Roma al MIT e pubblicato nel 1972 con il titolo I limiti dello sviluppo.

Senza farsi imprigionare dal pensiero contenuto nell’opera dei due autori oppure dei ricercatori americani autori del Rapporto, Cesarano provocava e apriva la riflessione in direzione di vie ancora inesplorate dal pensiero rivoluzionario tradizionale. Così è possibile cogliere oggi, in quelle poche righe, le radici delle successive elaborazioni del primitivismo di John Zerzan oppure le elaborazioni che si sarebbero succedute in seguito sul passaggio di consegne dalla classe operaia alla specie umana nel suo complesso dei compiti della lotta contro il capitale e il suo pestifero e mortifero sviluppo.

Anticipando però, già allora, una critica al catastrofismo di stampo capitalistico che, eludendo il problema dello scontro di classe, ineliminabile dai rapporti di produzione e dalle scelte di utilizzo delle risorse, sarebbe poi giunto, ai nostri giorni, alla riproposizione del green capitalism e del recupero del nucleare come energia “pulita”.
In fin dei conti, proprio nel corso degli ultimi giorni, la denuncia del ministro alla Transizione Ecologica del possibile aumento del 40% dei costi dell’energia elettrica non ha fatto altro che prolungare l’allarmismo securitario cui si sono affidati da anni, in un autentico susseguirsi epidemico di emergenze continue, i governi per mantenere, con la paura, il proprio potere sui governati, senza mai dover mettere in discussione il modo di produzione che causa davvero disastri e sprechi insostenibili per la specie e il pianeta. Anzi, semmai colpevolizzando la specie nel suo complesso attraverso le formulazione della teoria dell’Antropocene, evitando invece di parlare, più correttamente, di Capitalocene3.

La rivoluzione, come tradizionalmente l’alta magia e la religione, affronta il nemico esterno per mezzo della vera guerra. Questa non può prescindere dallo scontro con tutte le immagini del Sé, che lo riproducono a somiglianza del capitale come quantità di valore in processo, simbolo, ruolo, funzione della vita assente, inserito nella società in cui circola e si realizza (o si devalorizza) come merce immateriale e veicolo della lingua.
Il capitale, invece, condivide con la religione i contenuti della penitenza e del millenarismo: da un lato minaccia l’apocalisse, dall’altro chiama a sé a specie come gregge della sopravvivenza, inquadrato dalle nuove ideologie neocristiane del dubbio, del problema, dell’autocritica.
La produzione di persone di nuovo tipo è parte integrante del progetto planetario della carestia: trasferimento del grosso della produzione di merci materiali alla periferia del mondo capitalista e sua sostituzione con la colonizzazione dell’interiorità e la creazione di nuove merci corrispondenti (ruoli sociali, farmaci, comunità terapeutiche, servizi)4.

Santini scriveva decenni or sono di un libro apparso nel 1973, ma basterebbe aggiungere all’elenco i social media, che oggi hanno letteralmente colonizzato la mente e l’immaginario della specie, per avere un quadro completo dell’Apocalisse in atto e della necessità di superare la mera sopravvivenza con una svolta rivoluzionaria. Anche se, per ora, lontana dal venire.

All’epoca, la stessa scelta “armata” sembrava proiettare ancora i militanti all’interno del mondo della Carestia5, poiché in tal modo la vera guerra veniva sostituita con l’autovalorizzazione per mezzo del sacrificio sanguinoso e dell’eroismo ritualistico, ma, sempre secondo Cesarano, la prospettiva del capitale di assoggettare definitivamente la specie, facendola parlare con la propria stessa voce, stava per fallire.

Il movimento della rivoluzione, pur col ritardo necessario ma non inevitabile degli infortuni della passione, pur con le perdite causate dalla disperazione e dalla solitudine dovute all’esigenza di inverarsi immediatisticamente e di non recede dai livelli di radicalità raggiunti, si appresta a disvelare la menzogna del mondo fittizio in cui ogni corpo è strappato all’essere e abolito, e, trapassando tutte le ideologie e i travestimenti dell’inorganico fattosi uomo, si avvicina allo scontro ultimativo e alla vittoria6.

Il dramma che sorge dalla lettura dell’antologia di testi di Francesco Santini, proposta dalle sempre stimolanti e attente Edizioni Colibrì, sorge però dal fatto che a fronte di tanta determinazione critica e politica i principali protagonisti di quella stagione (Eddy Ginosa nel 1971, Giorgio Cesarano nel 1975 e lo stesso Santini nel 1996) decisero tutti, in maniera decisamente ultimativa, di non piegarsi alla mediocrità del momento, esattamente come Guy Debord, uno dei loro principali ispiratori, avrebbe fatto nel 1994.

Il Je mange pas de ce pain-la di Benjamin Péret, diventava un imperativo assoluto, tale da far sì che la spasmodica attesa dell’evento rivoluzione finisse, a causa della sua prolungata assenza, col coincidere con la stoica decisione di rinunciare a una non-vita, il cui unico valore, per chi la viveva consciamente, poteva essere costituito soltanto dalla depressione e dal senso di impotenza. Non resa dunque, ma estrema affermazione di alterità nei confronti di un mondo ancora non pronto a recepire la radicalità di un messaggio che, in compenso, la borghesia dell’epoca aveva già percepito e represso attraverso arresti e accuse di coinvolgimento nelle sue trame più oscure, proprio nei confronti degli ambienti anarchici e proletari in cui la critica radicale, pur rivendicandosi comunista, aveva trovato maggior ascolto e accoglienza.

Tra i testi ripubblicati, oltre a quello già contenuto nella Cronologia della vita e delle opere che introduceva il terzo volume delle opere complete di Giorgio Cesarano, pubblicato con il titolo Critica dell’Utopia Capitale per conto dell’associazione culturale «Centro d’iniziativa Luca Rossi», sono compresi vari contributi di Santini apparsi sulla rivista «Insurrezione» e in altri contesti. Tra questi il più importante è proprio quello che dà il titolo al libro e in cui l’autore, prendendo le mosse dal suicidio di Cesarano, traccia una storia delle origini e degli sviluppi della critica radicale italiana, indicandone le radici nel movimento ’68, nell’Internazionale Situazionista e nelle correnti più lucide del pensiero comunista, consigliare e anarchico, anche se, a ben vedere, la critica radicale si differenziò da tutte queste.

Non soltanto storia, però, ma anche necessario bilancio critico di un’esperienza che perso in gran parte l’appuntamento decisivo con quello che avrebbe potuto costituire l’affermazione materiale delle sua anticipazioni, ovvero il movimento del ’77, finì, secondo Santini, troppo spesso col rinchiudersi su se stessa, inaridendosi. Come scrive ancora:

Verso la fine del’76, mentre i piccoli nuclei di «radicali» presenti in varie città d’Italia tendevano a prendere un atteggiamento di vuota superiorità che li avrebbe resi incapaci di realizzare qualsivoglia intervento efficace, esistevano occasioni di incontro con i Circoli del Proletariato Giovanile e l’incipiente Autonomia.
[…] A partire dalla fine del ’76, con l’esperienza dei Circoli del Proletariato Giovanile, preannunciata dagli scontri della primavera del ’75,la situazione italiana si riaprì rapidamente tornando a offrire ai rivoluzionari ricche occasioni di comunicazione col sociale.
La comparsa sul palcoscenico della politica dell’Autonomia Operaia non costituì in sé una novità. Infatti l’Autonomia può essere giustamente considerata nient’altro che una forma di militantismo di sinistra conseguente. La spiegazione del successo dell’Autonomia sta essenzialmente nella chiara scelta da parte sua della pratica dell’illegalità e della violenza. Lo scompiglio provocato nel quadro politico dai gruppi autonomi aprì un varco entro cui poterono irrompere i selvaggi delle metropoli.
[…] I grandi movimenti di Roma e Bologna nei primi mesi del ’77 realizzavano il sogno delle grandi rivolte armate fuori e contro i racket politico-sindacali covato dai radicali per tanti anni. Il ’77 non ebbe la portata, la profondità sociale e la durata del movimento precedente del ’67-’69; tuttavia determinò una situazione ancora più favorevole per il comunismo radicale.
Intanto, questa volta la politica militante dei gruppettari – che per tanti anni aveva costituito un freno e un blocco con cui, volenti o nolenti, i rivoluzionari avevano dovuto fare i conti – fu investita subito dalla critica feroce e irridente di un movimento che esprimeva come proprio presupposto l’esigenza di lottare per sé, per la vita di ciascuno, contro il sacrificio, la noia, il lavoro, per cambiare immediatamente se stessi, affrontando nel contempo a viso aperto l’assedio del mondo delle merci. Inoltre, stavolta, il blocco staliniano PCI-CGIL venne identificato come il nemico; si schierò subito apertamente contro il movimento e,per la prima volta, perse completamente il controllo della piazza7.

Per Francesco Santini, così come lo era stata per la critica radicale prima e per la rivista «Insurrezione» sul finire degli anni Settanta, l’ago magnetico della bussola politica rivoluzionaria doveva essere sempre rivolto in direzione degli episodi insurrezionali, di violenza e illegalità (come confermano ulteriormente gli scritti sul comontismo), che si caratterizzavano per il proprio essere di massa e spesso spontanei, quasi sempre con il proletariato giovanile metropolitano nei panni del principale attore protagonista.

Una concezione che vedeva nel rivoluzionario colui che sapeva cogliere e seguire con attenzione (se impossibilitato alla partecipazione diretta) tutte le possibili anticipazioni della Rivoluzione a venire, per momentanee e caduche che fossero, al fine di stilare un autentico atlante delle città insorte e del cammino verso la liberazione della specie dall’attuale modo di produzione dominante. Fatto che, come ci insegnano i nostri giorni, potrebbe rendersi ancora necessario nel nostro immediato futuro, in ogni angolo del mondo e in ogni frangente riconducibile allo scontro tra specie e capitale.

L’Italia di Roma e Bologna del ’77 si aggiungeva, come nuovo laboratorio insurrezionale, a Detroit, Stettino, Danzica, Belfast, Oakland, la Torino di corso Traiano, Parigi del maggio e tante altre città in rivolta, così come oggi Minneapolis, Beirut, Santiago del Cile, Barcellona, Hong Kong, le città francesi invase dai gilets jaunes e dai giovani delle banlieues, e altrettante ancora segnano e segneranno puntualmente il cammino sull’atlante stradale della rivoluzione. Che non potrà essere, per forza di cose e sempre di più, che anonima e tremenda.

Anche soltanto per questo il testo qui proposto dovrebbe essere letto da chiunque si voglia porre sul lato giusto delle barricate di oggi e domani. Nella certezza che soltanto la promessa di sviluppo infinito del capitalismo costituisce in sé un’illusoria utopia, al contrario di quanto molti servitori della sua causa hanno sempre voluto far credere al fine di segare le gambe all’immaginario e alla materialità della concretezza rivoluzionaria.


  1. Francesco “Kukki” Santini, Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano, Appendice 1 a F. “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza, Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 90-91  

  2. Della quale si è parlato già qui su Carmilla  

  3. Come suggerisce invece Jason W. Moore in Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, Ombre Corte, Verona 2017  

  4. F. “Kukki” Santini, op. cit. pp.91-92  

  5. Sulla critica radicale all’esperienza della lotta armata si veda ancora Parafulmini e controfigure, numero speciale della rivista «Insurrezione», maggio 1979 qui oppure l’intero opuscolo, contenente estratti da Terrorismo o rivoluzione di Raoul Vaneigem (1972) e da Apocalisse e Rivoluzione (1973), ripubblicato con lo stesso titolo dalle Edizioni Anarchismo nella collana «Opuscoli provvisori» con il n° 28 e giunto alla sua terza edizione nel novembre 2013  

  6. F. K. Santini, Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano, Appendice 1, op.cit., p. 92  

  7. Francesco “Kukki” Santini, La grande occasione del’77, in Apocalisse e sopravvivenza, op.cit., pp. 73-74  

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Terre di confine https://www.carmillaonline.com/2021/03/24/terre-di-confine/ Wed, 24 Mar 2021 22:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65234 di Sandro Moiso

Luca Trevisan, Il respiro del bosco. Le montagne della città di Vicenza sull’Altopiano dei Sette Comuni, Cierre edizioni, Verona 2020, pp. 200, 14,00 euro

Nel corso degli ultimi decenni la storia locale, emancipatasi gradualmente dalla retorica del localismo e della tradizione identitaria, ha contribuito a proporre ricerche che, pur rimanendo all’interno di tale ambito, hanno saputo cogliere momenti e casi capaci di illuminare la storia con la “s” maiuscola, ponendo e affrontando concretamente problemi che la seconda aveva relegato spesso ai propri confini o a studi specialistici di carattere [...]]]> di Sandro Moiso

Luca Trevisan, Il respiro del bosco. Le montagne della città di Vicenza sull’Altopiano dei Sette Comuni, Cierre edizioni, Verona 2020, pp. 200, 14,00 euro

Nel corso degli ultimi decenni la storia locale, emancipatasi gradualmente dalla retorica del localismo e della tradizione identitaria, ha contribuito a proporre ricerche che, pur rimanendo all’interno di tale ambito, hanno saputo cogliere momenti e casi capaci di illuminare la storia con la “s” maiuscola, ponendo e affrontando concretamente problemi che la seconda aveva relegato spesso ai propri confini o a studi specialistici di carattere quasi esclusivamente istituzionale.

Prova ne sia il testo di Luca Trevisan, dottore di ricerca presso il Dipartimento Culture e civiltà dell’Università di Verona e docente nella scuola superiore, pubblicato da Cierre edizioni nella collana Nordest (nuova serie) di cui costituisce il volume n° 188.
La ricerca di Trevisan, nel ricostruire le vicende dello scontro tra il Comune di Vicenza e le comunità dell’Altipiano dei Sette Comuni per la delimitazione spaziale e lo sfruttamento dei boschi e dei pascoli, soprattutto a partire dal XVI secolo, finisce anche con l’affrontare indirettamente la questione dei confini o del “confine”, anche se quest’ultima non è posta al centro dell’opera o nel titolo.

Dopo un plurisecolare contrasto con la città, infatti, i comuni dell’Altopiano riuscirono ad acquisire e quasi immediatamente a spartire tra diversi possidenti i territori montani, in particolare i boschi, posti a quote elevate, vicini al crinale e alle pendici della Valsugana, che il Comune di Vicenza aveva acquisito nel 1261, dopo la fine del dominio di Ezzelino III da Romano. Motivo per cui, come afferma Gian Maria Varanini (Università di Verona) nella sua prefazione al testo:

il problema del “delimitare”, del definire lo “spazio frontaliero” – quale che sia la frontiera -, è presente in ogni pagina di questa approfondita sintesi.
[…] Il punto di partenza di molte riflessioni è stato costituito da alcune celebri pagine di Febvre (Frontière: le mot e la notion), che posero il problema sin dagli anni Venti. Il problema del confine “politico”, del confine degli Stati, circolò poi variamente nella storiografia europea, nei decenni successivi, incrociandosi con il dibattito sul concetto di frontiera “naturale” messo in discussione dagli antropologi […] Inutile dire che le Alpi e le montagne in genere sono il terreno d’elezione per queste riflessioni. […] In generale questi studi hanno spinto molto avanti nel tempo, sino al Settecento inoltrato la trasformazione sostanziale del confine. Solo allora c’è un cambio di paradigma, e si può parlare di un “processo di frontierizzazione”, di un definitivo orientamento verso la trasformazione del confine in una “linea di separazione” fra due sovranità consapevoli ed esclusive. Per molto tempo invece, nei secoli dell’età moderna che da questo punto di vista diviene un lungo medioevo, il confine era rimasto un “campo di tensione”, un luogo di confronto e di sfruttamento condiviso e contrastato. E non solo: è stata importante in questi studi, la progressiva messa a fuoco, che avviene appunto nel Settecento, fra un confine “politico” (verso l’esterno) e un confine “amministrativo” (ad intus)1.

Una questione, quella dei confini nazionali e politici, che nelle Alpi centro-orientali troverà una sua definitiva sistemazione soltanto con l’avvento del primo conflitto mondiale, destinato a dividere comunità che fino a poco tempo prima si erano più sentite unite dall’appartenenza alle “montagne” più che divise da ben specifiche appartenenze nazionali. Come, per esempio, anche solo una semplice passeggiata nella zona del Passo dello Stelvio, nei luoghi della guerra sui tre confini, potrebbe facilmente far comprendere anche all’escursionista più distratto.

Riprendendo però il tema centrale della ricerca, occorre sottolineare che il duello vero e proprio tra le due entità (Comune di Vicenza e Comuni dell’Altopiano), nella ricostruzione di Trevisan, ha inizio nella seconda metà del Cinquecento nell’epoca in cui, occorre forse qui ricordare, inizia a diventare decisiva la questione dei confini statali e istituzionali2. Un’epoca in cui non solo gli storici iniziano a situare il golden nail dell’inizio dell’antropocene o, per meglio dire, capitalocene3, ma in cui una stagione di raffreddamento del clima (la cosiddetta Piccola glaciazione) si era accompagnata ad una situazione piuttosto grave di crisi economiche e sociali. Tra le cui conseguenze va annoverata anche l’ultima grande epidemia di peste nel ‘600.

E’ in questo quadro di regressione economica e di autentica caccia alle risorse che si apre e si svolgono principalmente gli eventi narrati da Trevisan, ruotanti, guarda caso, intorno alla gestione e all’uso commerciale del patrimonio boschivo dell’Altopiano di Asiago.
Dopo aver infatti analizzato le caratteristiche del popolamento dello stesso e il lento consolidamento istituzionale delle comunità montane in età tardo medievale, la ricerca si focalizza da un lato sulle prerogative proprietarie del Comune di Vicenza che affitta i pascoli e permette l’uso dei boschi per i soli fini domestici e dall’altro sulle comunità rurali dell’Altopiano. Il motivo del contendere era dato (anche se la questione si trascinò fino al 1783) dallo sfruttamento commerciale del legname, cui si opponeva il primo.

Nei confronti di tale risorsa, e dei boschi nel loro insieme, il Comune vicentino vantava i diritti ottenuti dopo la spartizione delle proprietà di uno degli ultimi difensori della causa ghibellina, dopo la sua sconfitta e morte4, mentre gli abitanti delle comunità dell’Altopiano erano pronti a tutto pur di vincere la partita principale. Quella, appunto, della “mercanzia del legname”, condotta per mezzo di malizie, trucchi ed illegalità varie cui si aggiungeva, da parte dei montanari, una antica conoscenza dell’ambiente, delle sue caratteristiche e risorse.

Si trattava cioè di valorizzare una materia prima sempre più necessaria e ricercata, soprattutto in un periodo di piccola glaciazione. Commercio che in quello stesso periodo era diventato particolarmente significativo nell’area delle Alpi centro-orientali. Così le comunità «insediate tra i 700 e i 1200 m di quota erodono, usurpano, attaccano in età moderna il possesso cittadino», ricorrendo anche alla falsificazione di documenti precedenti5.

Le diatribe emerse, non solo con il Comune di Vicenza ma anche tra le stesse comunità, si trascineranno ben oltre l’epoca, fino a Novecento inoltrato. Confermando così che, come già analizzato sia in opere di ricerca storica locale che letterarie6, il lento e progressivo disfacimento delle comunità alpine, trasformatesi da comunità che in età antica e medievale erano organizzate intorno alla condivisione e alla gestione comune delle risorse e del lavoro a comunità istituzionalizzate e dedite all’appropriazione individuale e privata o perlomeno parzializzata dei beni, della ricchezza e delle risorse, abbia costituito la strada principale attraverso cui il capitalismo, prima mercantile e poi industriale, si è affermato anche nelle zone inizialmente più ostili alla creazione di confini statali, governativi e, non dimentichiamolo, proprietari nell’accezione più moderna del termine.
Come afferma ancora il Varanini nella sua prefazione:

Chi esce con le ossa rotte da questo studio è naturalmente la retorica, la retorica della concordia e del decantato spirito comunitario che si scioglie come neve al sole: e ciò emerge con tanta maggior evidenza dalla parte finale dello studio di Trevisan, dedicata al disfacimento ottocentesco del patrimonio boschivo. Alla fine, nel 1783, Vicenza aveva infatti allivellato ai Sette Comuni le sue Montagne, ma questo patrimonio alcuni decenni più tardi viene avviato allo smembramento, in mezzo a liti feroci fra le comunità, che durano sino al Novecento inoltrato7.

Osservazioni sicuramente e ampiamente condivisibili, se non si tiene però conto del fatto che il disfacimento delle comunità era già iniziato, sia sui monti che nelle pianure, diversi secoli prima e che il periodo da cui ha inizio la ricerca di Trevisan segnava già un primo momento di superamento o, in altre parole, di sconfitta sociale, economica e politica dell’organizzazione comunalistica, ancor più che comunale. Solo così si può autenticamente parlare di una retorica comunitaria che si vorrebbe, più per motivi politici e identitari attuali che per autentico amore per la Storia, mantenere in vita ancora oggi. In un’epoca in cui l’appropriazione privata delle risorse e la valorizzazione del capitale ha trionfato ovunque, tanto in quota quanto in basso.

La ricerca di Trevisan si rivelerà perciò utile per chiunque sia interessato alla ricostruzione delle vicende e dei conflitti, dalle forme spesso differenti e inaspettate, che hanno portato all’affermazione dei confini, più ancora che territoriali e istituzionali, proprietari e, perché no, di classe della società attuale.


  1. Gian Maria Varanini, Prefazione a Luca Trevisan, Il respiro del bosco, Cierre edizioni, Verona 2020, pp. 10-11  

  2. Si veda, nella letteratura storica recente, Charles S. Maier, Dentro i confini. Territorio e potere dal 1500 ad oggi, Giulio Einaudi editore, Torino 2019  

  3. Si veda ancora su questo tema: Simon L. Lewis, Mark A. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, Giulio Einaudi editore, Torino 2019  

  4. Sulla figura di Ezzelino da Romano e le contraddizioni di un uomo troppo spesso, sbrigativamente e opportunisticamente, liquidato come uno dei “cattivi” della Storia (forse proprio per la sua ostinata e implacabile opposizione al potere e al dominio del Papato), si veda l’opera di Giorgio Cracco, Il Grande Assalto. Storia di Ezzelino, Marsilo Editori, Venezia 2016  

  5. G. M. Varanini, op.cit., p. 11  

  6. Si vedano, solo per citare due esempi, Franco Ghigini (a cura di), Gli Antichi Originari. Cimmo e Tavernole. La storia, la comunità, l’arte, il paesaggio, 2 voll., Comunità Montana di Valle Trompia 2018 e Umberto Matino, La valle dell’Orco, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2016  

  7. G. M. Varanini, op.cit., p.13  

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Estetica del capitalocene https://www.carmillaonline.com/2021/03/05/65123/ Fri, 05 Mar 2021 22:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65123 di Gioacchino Toni

A cavallo del cambio di millennio, il critico e curatore artistico francese Nicolas Bourriaud1 ha sostenuto la necessità di approcciare l’arte contemporanea a partire da alcune sue potenzialità: agire come attivatore [...]]]> di Gioacchino Toni

A cavallo del cambio di millennio, il critico e curatore artistico francese Nicolas Bourriaud1 ha sostenuto la necessità di approcciare l’arte contemporanea a partire da alcune sue potenzialità: agire come attivatore di rapporti sociali, mettere in discussione il sistema di produzione, sottrarsi al regime dello Spettacolo abbattendo, almeno momentaneamente, i confini tra arte e mondo.

Le recenti riflessioni incentrate sulla presa d’atto della catastrofe ecologica non potevano che toccare anche il ruolo dell’arte nell’attuale società; secondo il francese la creatività, lo spirito critico ed il rapporto con l’Altro sono soltanto alcune delle questioni ruotanti attorno alla pratica artistica con cui l’umanità è tenuta a confrontarsi.

Il nuovo volume di Nicolas Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitalocene (Postmedia Books 2020) delinea e analizza alcune delle figure estetiche che fluttuano nell’immaginario planetario descrivendo le sfide dell’attività artistica nell’epoca del capitalocene. Lo studioso propone la necessità di attuare una svolta nel pensiero e nella pratica al fine di rinnovare le categorie tradizionali dell’umanesimo per confrontarsi con la contemporaneità dando vita a «un universo di esseri in attività simultanea all’interno di un ecosistema condiviso» ove l’essere umano dismetta la sua funzione predatoria. Per fare ciò è pertanto necessario, secondo Bourriaud, preoccuparsi dei marginalizzati dall’ideologia occidentale e capitalista, umani o altre forme viventi che siano.

Dal Sedicesimo secolo, quando in Europa fu stabilita la dissociazione tra il corpo, vile e meramente animale, e lo spirito, che riceve una delega divina per controllare il corpo, diventò facile condannare lo “stato di natura” in tutte le sue manifestazioni. La razionalizzazione capitalista del lavoro si è rivelata indissociabile da questa cesura radicale tra l’essere umano e i suo ambiente, essa stessa inseparabile da una suddivisione della natura in unità astratte e commercializzabili. Ma anche inseparabile da un fenomeno di cui si è parlato meno: effettivamente all’epoca dei Comuni, prima di diventare il luogo del loro lavoro retribuito i campi rappresentavano per i contadini uno spazio di vita e di sussistenza, il loro campo. L’arte ha seguito una strada paragonabile: è a partire da questa fase di esproprio (le enclosures) che si diffonde in Europa un mercato privato delle opere d’arte, che erano state essenzialmente prodotte fino a quel momento nell’ambito di una comunità, di un contesto (pp. 10-11).

È con lo strutturarsi del capitalismo, sostiene Bourriaud, che la produzione artistica inizia a perdere la funzione sociale e spirituale che aveva nelle società precedenti per essere in buona parte risucchiata in un «movimento generale di razionalizzazione astratta» finalizzato al mercato. In un tale contesto di dominazione del valore-lavoro non sono però mancate eccezioni, refrattarietà, linee di resistenza o di fuga che hanno permesso, magari sotterraneamente, all’arte di preservare «valori occultati o marginalizzati dal processo di razionalizzazione delle esistenze».

Contrariamente a quanto accade nel lavoro così come lo si concepisce in ambito capitalista, sostiene lo studioso, chi produce opere d’arte realizza oggetti nei quali proietta la propria persona; «la singolarità sociologica di cui beneficiano ma soprattutto i contenuti delle loro creazioni, irriducibili all’ideologia produttivista, fanno sì che gli artisti dell’epoca capitalista siano eredi dei maghi, degli alchimisti e delle streghe del Medioevo e che occupino oggi una posizione analoga» (p. 12).

Secondo Bourriaud è possibile scorgere nell’arte contemporanea tendenze di resistenza alla logica binaria (natura/cultura, materia/forma…) che struttura il meccanicismo occidentale di dominazione del mondo.

Ciò che emerge chiaramente è che la materia, la “natura” svilita in “ambiente”, la donna, il selvaggio, il povero e ogni individuo irregolare sono costretti a sottomettersi alla volontà del principio attivo, ad accettare questa condizione di supporto su cui si imprimono la formattazione e l’assoggettamento: l’hylé e la morphé, come dice la formula algebrica dell’assoggettamento inscritta nella teoria dell’arte occidentale (p. 13)

Ed ora, con il progressivo accorciamento del lasso di tempo che separa la merce dalla spazzatura, dopo aver ridotto il mondo un deposito di oggetti, sostiene Bourriaud, «abbiamo la libertà di ripopolarlo di soggetti attivi titolari di diritti. Dato che anche la nozione di soggetto è stata costruita in Occidente su una serie di esclusioni, oggi si tratta di estenderla e disseminarla» (p. 14).

Nel corso del volume, riprendendo pensatori come Lévi-Strauss, Michel Foucault, Georges Bataille, Félix Guattari, Emanuele Coccia, Levi Bryant e Viveiros de Castro e artisti come Tomás Saraceno, Philippe Parreno, Pierre Huyghe e Anicka Yi, Bourriaud giunge a motivare perché l’arte debba essere considerata “un bisogno vitale”. «Abbiamo bisogno dell’arte per dare un senso alle nostre vite – il sistema bancario ce ne fornirà ben poco» (p. 16).


  1. Per una ricostruzione dell’itinerario teorico sviluppato dal francese si veda il volume di Stefano Castelli, Radicale e radicante. Sul pensiero di Nicolas Bourriaud (Postmedia books 2020). Viene qua passata in rassegna l’intera produzione editoriale del francese: Postproduction; Estetica relazionale; Il radicante; Forme di vita e L’exforma. Tutti i volumi sono pubblicati in lingua italiana da Postmedia Books. 

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La vita al tempo della peste https://www.carmillaonline.com/2021/01/27/la-vita-al-tempo-della-peste/ Wed, 27 Jan 2021 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64673 di Sandro Moiso

Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica, Editoriale Jouvence, Milano 2020, pp. 218, 18,00 euro

«Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza». La prima testimonianza scritta dell’incontro tra le prime forme di società capitalistica ed epidemie gravi ha una data compresa tra il 1349, anno in cui Giovanni Boccaccio diede piglio alla penna per ambientare all’interno [...]]]> di Sandro Moiso

Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica, Editoriale Jouvence, Milano 2020, pp. 218, 18,00 euro

«Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza». La prima testimonianza scritta dell’incontro tra le prime forme di società capitalistica ed epidemie gravi ha una data compresa tra il 1349, anno in cui Giovanni Boccaccio diede piglio alla penna per ambientare all’interno del panorama delineato dalla diffusione della peste della metà del XIV secolo il Decameron, e il 1351, anno in cui ne terminò la stesura.

E’ necessario cogliere questo collegamento tra albori del capitalismo bancario e mercantile ed epidemie poiché è proprio da quel momento che prende le mosse il testo di Maria Paola Zanoboni pubblicato da Jouvence. Infatti, anche se il capitalismo ha progressivamente spostato le sue radici e le sue origini, e la sua forza politica ed economica, sempre più a Nord e verso Occidente, in realtà le sue forme primitive si manifestarono proprio nei territori delle repubbliche marinare, per i commerci e la cantieristica navale, e di Firenze e di alcune altre città toscane in cui si svilupparono, invece, le prime attività legate al credito e alla manifattura tessile su una scala più ampia rispetto a quella dell’epoca precedente.

Sono infatti poche le pagine iniziali dedicate alle epidemie di peste nell’Antichità, tutte riferite alle testimonianze di Tucidide e Lucrezio, mentre il corpo principale della ricerca si occupa del periodo compreso tra il XIV e il XVII secolo, con una breve puntata nel XVIII per parlare dell’ultima epidemia di peste avutasi in Europa: quella del 1720 a Marsiglia, rapidamente debellata.
In questo periodo di tempo si situa quello che per molti studiosi è considerato come il vero inizio dell’Antropocene1 o, ancor meglio, Capitalocene ovvero quella trasformazione del rapporto uomo-ambiente basato su una progressiva devastazione degli equilibri ambientali e climatici causata dall’estrattivismo, dallo sfruttamento accelerato del suolo e delle risorse naturali oltre che dall’occupazione di una percentuale sempre maggiore di suoli precedentemente “liberi” dalla presenza dell’uomo e delle sue opere. Processo determinato da una ricerca di profitti e accumulo di ricchezze destinate al reinvestimento sempre più esosa, rapida e diffusa.

«Nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata»2. Non a caso la peste medievale di cui fu testimone il Boccaccio e intorno a cui si articola buona parte della ricerca, iniziò a diffondersi in Europa seguendo le rotte commerciali tra Oriente e Occidente. In particolare sulle rotte seguite dai genovesi tra i loro magazzini sul Mar Nero e il Mediterraneo.

Mentre sussistevano dubbi sulla contagiosità degli esseri umani, vivi o morti, e degli animali (tra i quali erano però ritenuti pericolosi quelli dotati di pelo o piume), già dal’400 furono infatti individuati nelle merci i veicoli principali dell’infezione:

A Ragusa alla fine del ‘500 le autorità sanitarie consideravano altamente pericolosi la lana e i tessuti di lana, per cui le imbarcazioni cariche di questi articoli e materie prime provenienti da luoghi sospetti non venivano accolte […] verso la metà del ‘600,in ogni caso, sussisteva la perfetta consapevolezza della trasmissione del contagio anche attraverso le merci infette, e di quali oggetti o materiali lo propagassero più di altri. Un documento emanato dalle autorità sanitarie genovesi all’epoca della grande epidemia del 1656/57 elenca minuziosamente i prodotti in cui non si annidava il morbo, quelli in cui si annidava e quelli su cui si era incerti […] la maggior parte del legno, se ruvido e pieno di crepe era tra i principali veicoli di contagio, tanto che fin dal ‘400, nella costruzione dei lazzaretti, erano banditi i soffitti in legno e utilizzato esclusivamente il laterizio3.

«Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermità il contaminasse ma quello infra brevissimo spazio uccidesse»4. Il ripresentarsi nel XIV secolo della peste, assente fin dall’VIII secolo sul territorio europeo, da un lato colse la società impreparata ad affrontarla e successivamente spinse le autorità a prendere provvedimenti di quarantena e divieto di spostamento non troppo dissimili da quelli attuali. L’autrice ne fa un lungo elenco, pur ricordando che nonostante questo la peste rimase a lungo endemica nel Vecchio Continente: «ripresentandosi ovunque con cadenza decennale, e divenendo parte integrante del normale ritmo di vita, per cui, soprattutto nei centri urbani, la popolazione fu costretta suo malgrado ad adeguarvisi»5. Tutto ciò fa svolgere alla Zanoboni, alcune ulteriori riflessioni:

Comprese in un arco cronologico esteso dall’antichità greca e romana ai primi decenni del XVIII secolo, le epidemie di peste coinvolsero in ogni epoca tutti i possibili aspetti della vita economica, politica, sociale, pubblica e privata, dando ampia materia di discussione a svariate discipline. La storia della medicina e quella sanitaria, la psicologia, la letteratura, la demografia, la storia economica e quella politica, hanno affrontato nel corso dei secoli questo tema affascinante e terribile, mettendo in evidenza impressionanti analogie.
E’ incredibile soprattutto constatare come, nonostante i progressi straordinari delle discipline mediche, gli strumenti a disposizione ai nostri giorni per la prevenzione delle epidemie siano ancora quelli elaborati nel ‘300 a partire dal Nord della Penisola (Milano, Firenze, Venezia, Genova, Lucca), recepiti tardi dal resto dell’Europa (tardissimo dall’Inghilterra), e adottai con successo fino al 17206.

Anche se oggi, infatti, si pone perentoriamente l’accento sui vaccini, occorre qui sottolineare che due scienziate e ricercatrici del King’s College di Londra e dell’università di Bristol, in Gran Bretagna, specializzate in storia della medicina e della scienza, Caitjan Gainty ed Agnes Arnold Forster, spiegano che la speranza che vi stiamo riponendo, almeno sotto l’aspetto di sanità pubblica su scala globale, è esagerata7.
Inoltre, anche Richard Horton, direttore della celebre rivista scientifica “The Lancet”, tra le cinque più autorevoli al mondo, ha voluto sottolineare come

la gestione dell’emergenza, basata solo su sicurezza ed epidemiologia, non raggiunge l’obbiettivo di tutelare la salute e prevenire i morti. Covid-19 non è la peste nera né una livella: è una malattia che uccide quasi sempre persone svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse oppure perché affette da malattie croniche, dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzione. Senza riconoscere le cause e senza intervenire sulle condizioni in cui il virus diventa letale, nessuna misura sarà efficace. Nemmeno un vaccino.
[…] la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali o socio-economiche. L’interagire tra queste patologie e situazioni rafforza e aggrava ciascuna di esse. Questo nuovo approccio alla salute pubblica è stato elaborato da Merril Singer nel 1990 e fatto proprio da molti scienziati negli ultimi anni. Consente di studiare al meglio l’evoluzione e il diffondersi di malattie lungo un contesto sociale, politico e storico, in modo di evitare l’analisi di una malattia senza considerare il contesto in cui si diffonde. Per intenderci, chi vive in una zona a basso reddito o altamente inquinata, corre un maggior rischio di contrarre tumori, diabete, obesità o un’altra malattia cronica. Allo stesso tempo, la maggiore probabilità di contrarre infermità fa salire anche le possibilità di non raggiungere redditi o condizioni di lavoro che garantiscano uno stile di vita adeguato, e così via, in un circolo vizioso.
La sindemia è quel fenomeno, osservato a livello globale, per cui le fasce svantaggiate della popolazione risultano sempre più esposte alle malattie croniche e allo stesso tempo sempre più povere8.

Infine può rivelarsi utile ricordare come già David Quammen, autore del fondamentale Spillover (Adelphi, Milano 2012), abbia suggerito, in largo anticipo, che:

Le ragioni per cui assisteremo ad altre crisi come questa nel futuro sono che 1) i nostri diversi ecosistemi naturali sono pieni di molte specie di animali, piante e altre creature, ognuna delle quali contiene in sé virus unici; 2) molti di questi virus, specialmente quelli presenti nei mammiferi selvatici, possono contagiare gli esseri umani; 3) stiamo invadendo e alterando questi ecosistemi con più decisione che mai, esponendoci dunque ai nuovi virus e 4) quando un virus effettua uno “spillover”, un salto di specie da un portatore animale non-umano agli esseri umani, e si adatta alla trasmissione uomo-uomo, beh, quel virus ha vinto la lotteria: ora ha una popolazione di 7.7 miliardi di individui che vivono in alte densità demografiche, viaggiando in lungo e in largo, attraverso cui può diffondersi […] Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo […] consumiamo risorse in modo troppo affamato, a volte troppo avido, il che ci rende una specie di buco nero al centro della galassia: tutto è attirato verso di noi. Compresi i virus.
Una soluzione? Dobbiamo ridurre velocemente il grado delle nostre alterazioni dell’ambiente, e ridimensionare gradualmente la dimensione della nostra popolazione e la nostra domanda di risorse.
Siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia9.

Quindi, potenzialmente, la scienza attuale parrebbe aver fatto degli importanti passi in una direzione impensabile nei secoli analizzati dal libro della Zanoboni, mentre al contempo la società umana non è ancora uscita dal modo di produzione che proprio in quel periodo si sviluppava e rafforzava, fino a diventare dominante. Per questo, in attesa di abolirlo insieme a tutte le sue nefaste conseguenze, la lettura e lo studio del testo edito da Jouvence può rivelarsi davvero utile. Tenendo conto del fatto che l’attenzione dell’autrice per le contraddizioni sociale ed economiche e le caratteristiche politiche di una società capitalistica ai suoi albori non è affatto casuale ed è particolarmente presente anche in un altro suo bel libro, edito sempre da Jouvence: Scioperi e rivolte nel Medioevo. Le città italiane ed europee nei secoli XIII -XV (Milano 2015).


  1. E’ grosso modo in questo periodo, intorno alla fine del XVI secolo, che gli storici inglesi Simon Lewis e Mark Maslino situano quell’accelerazione delle trasformazioni destinate a modificare la posizione dell’Uomo sul pianeta e l’affermazione dell’idea di poter dominare la Natura a proprio vantaggio. Simon L. Lewis – MarkA. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, Giulio Einaudi editore, Torino 2019  

  2. Giovanni Boccaccio, Decameron, Prima giornata  

  3. Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste, Editoriale Jouvence, Milano 2020, p. 41  

  4. G. Boccaccio, op. cit.  

  5. M. P. Zanoboni, op. cit. p. 47  

  6. Ibidem, p. 13  

  7. Simone Cosimi, Perché non bastano i vaccini per sconfiggere un virus, e varrà anche per il Covid-19, “Esquire”, gennaio 2021  

  8. Si veda Edmondo Peralta, “Covid-19 is not a pandemic”: non una pandemia, ma una “sindemia” (qui mentre qui è reperibile l’originale )  

  9. Si veda qui  

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The Great Green Capitalism Swindle https://www.carmillaonline.com/2019/09/24/the-great-green-capitalism-swindle/ Tue, 24 Sep 2019 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54873 di Sandro Moiso

Julien Temple nel 1980, con il film The Great Rock’n’Roll Swindle, ci aveva informati, in maniera irriverente e trascinante, del fatto che non solo la musica pop con tutto il suo circo mediatico e mercantile, ma anche il fenomeno punk, apparentemente così trasgressivo e diverso come nel caso degli iconici Sex Pistols, altro non fosse che una ben congegnata truffa ai danni dei giovani consumatori. Anche di quelli più radicali nei gusti e nei comportamenti.

Oggi la grande truffa è diventata green, verde come quel capitalismo che in [...]]]> di Sandro Moiso

Julien Temple nel 1980, con il film The Great Rock’n’Roll Swindle, ci aveva informati, in maniera irriverente e trascinante, del fatto che non solo la musica pop con tutto il suo circo mediatico e mercantile, ma anche il fenomeno punk, apparentemente così trasgressivo e diverso come nel caso degli iconici Sex Pistols, altro non fosse che una ben congegnata truffa ai danni dei giovani consumatori. Anche di quelli più radicali nei gusti e nei comportamenti.

Oggi la grande truffa è diventata green, verde come quel capitalismo che in nome della propria sopravvivenza finge di rinnovarsi affinché nulla realmente cambi, sia nel suo devastante rapporto con l’ambiente che nei rapporti di classe, dominio e sottomissione che le sue regole economiche da sempre sottendono.

Greta Thunberg è sicuramente un personaggio ispiratore di grande simpatia e i giovani che si sono mossi dietro di lei e con lei sicuramente hanno molto a cuore il destino di questo pianeta e della nostra specie. Ma il discorso sulla casa comune, come ho già affermato la settimana scorsa proprio su Carmilla (qui), rimane profondamente inficiato dal fatto che in una società divisa in classi c’è ben poco in comune tra chi sta in alto (pochi) e chi sta in basso (la maggioranza, soprattutto nelle aree esterne all’Occidente o ai paesi del G dai vari numeri che lo accompagnano a seconda delle occasioni). Molto spesso, infatti, mentre le case di molti bruciano o vengono travolte dal fango o da altri disastri naturali (dall’Amazzonia a New Orleans fino ai nostri Appennini), in altre case si festeggia: non lo scampato pericolo come sarebbe lecito supporre, ma il guadagno che tali disgrazie altrui possono portare nelle tasche di pochi fortunati.

Pochi fortunati che dalla loro hanno a disposizione capitali, media, stati con i loro apparati repressivi e di intervento. Strumenti che di volta in volta vengono utilizzati per investimenti e ricostruzioni, per propagare l’idea di un futuro di sviluppo sostenibile oppure reprimere, con vari gradi di interdizione, tutti coloro o i movimenti che a queste situazioni di disagio e disuguaglianza economica e sociale cercano di opporsi con la controinformazione e con i fatti (là dove ciò è possibile).

Stati che almeno in una parte del mondo si dichiarano oggi preoccupati dall’attuale situazione di emergenza ambientale e/o climatica, proponendo di fatto soluzioni che più che provvedere a tirare immediatamente il freno a mano dell’inversione di tendenza immediata sul piano della produzione e dei consumi, oltre che della proprietà dei mezzi di produzione (uno dei più importanti dei quali è rappresentato proprio dalla terra e dalle risorse naturali contenute sopra e sotto di essa), propendono nel trovare nuovi territori di investimento proficuo e di rinnovamento economico e tecnologico per la macchina capitalistica e il modo di produzione che l’ha generata, e che ne consegue allo stesso tempo, affinché la stessa non si fermi. Sia nella produzione che nell’accumulo di profitti che ne derivano.

In numerosi scritti degli anni Cinquanta, sia in occasione delle alluvioni del Polesine che di fronte al rapporto che lega lo sfruttamento intensivo dei suoli alla rendita fondiaria, Amadeo Bordiga aveva già affrontato il problema. Fu forse l’unico comunista novecentesco a non avere paura di affrontare la fasulla realtà dello sviluppo proposto dal capitalismo e dai suoi funzionari, denunciandone l’avidità tutta tesa a lucrare sui cosiddetti “disastri ambientali” e, allo stesso tempo, senza ritenere, però, che il discorso sull’ambiente fosse soltanto un espediente per fermare lo sviluppo della classe operaia e delle sue forze organizzate (come taluni “estremisti” odierni sostengono, appellandosi truffaldinamente a Marx e al Manifesto del Partito comunista e alle vestigia di un’analisi imbastardita dal marxismo-leninismo staliniano che dello sviluppo industriale aveva fatto il nerbo del proprio discorso, sia in Unione Sovietica che in tutte quelle aree in cui fosse rappresentato dai cosiddetti partiti comunisti del Novecento).1

Tale necessità di introdurre il discorso di una critica del capitalismo, e dei disastri ambientali che ne conseguono inesorabilmente, fondata su reali istanze di classe resta tutt’ora valida e urgente. Valida perché anche se le teorizzazioni del comunismo novecentesco ispirato dall’esperienza sovietica si sono rivelate insufficienti e dannose nel concepire un società diversamente organizzata, in cui troppo spesso la visione del progresso ha finito col coincidere in tutto e per tutto con quella ispirata dallo sviluppo economico di stampo capitalistico, la società è rimasta ferreamente divisa in classi e il numero degli espropriati e dei diseredati è aumentato in maniera esponenziale, man mano che si riduceva vistosamente il numero di coloro che da tale espropriazione economica, politica e culturale traevano beneficio e profitto. Urgente perché effettivamente la situazione attuale del pianeta non farà ulteriori sconti alla nostra specie, in un contesto in cui i processi devastanti indotti dal mutamento climatico saranno probabilmente ancora più rapidi del timing che la scienza ha già previsto (qui).

Urgenza cui gli Stati e i grandi interessi finanziari ed imprenditoriali internazionali fingono soltanto di rispondere con opzioni (tasse destinate a colpire indistintamente i consumi popolari, fasulli tagli alle emissioni, promozione di grandi opere destinate a “migliorare i trasporti”, provvedimenti contro l’uso della plastica e dei carburanti fossili che richiedono tempi lunghissimi e che sono destinati a rivelarsi come inutili e, quasi sicuramente, dannosi sul lungo periodo) che sono autentica sabbia gettata negli occhi di chi si sforza di comprendere ciò che succede o che si illude di poter salvare la società senza modificarla radicalmente.

Illusione che anima, non per cattiva fede, un movimento come Friday for Future e i giovani che in maggioranza lo compongono, anche se la fiducia che alcuni di loro dimostrano ancora nei confronti dei concetti di sviluppo e progresso potrebbe portarli ad essere involontari portavoce non dell’interesse della maggioranza, ma di un ulteriore rafforzamento della profittevole bestia dello sfruttamento della Natura e dell’Uomo come specie.

Va qui poi notato come la stessa definizione di antropocene, adottata per definire le modificazioni che la nostra specie avrebbe indotto sul clima e sull’ambiente, tanto da diventare il fattore che maggiormente li influenza, è riduttiva e troppo generalizzante allo stesso tempo.
E’ un modo di produzione preciso quello che, a partire dal 1500 e dall’espansione del capitalismo mercantile, e poi estrattivista, europeo2 ha iniziato a modificare pesantemente il clima e l’ambiente su scala planetaria, motivo per cui il termine capitalocene è di gran lunga preferibile al primo. Non generalizza la colpa, ma indica precise e perseguibili responsabilità storiche e socio-politiche. Lasciamo perder il primo e usiamo il secondo, ogni discorso ne guadagnerà in chiarezza.3

C’è stato un gran can can mediatico in questi giorni sulla presenza di Greta alle Nazioni Unite, sulle grandi manifestazioni che hanno preceduto nei giorni scorsi l’apertura dei lavori del Youth Climate Summit all’ONU dal 21 settembre e, soprattutto, sul Climate Action Summit che è iniziato il 23 settembre presso lo stesso palazzo di vetro. Vetro che non ha però permesso di nasconder come dei 193 paesi che compongono l’assemblea generale, soltanto 66 di essi abbiano preso parte all’iniziativa, con la significativa auto-esclusione degli Stati Uniti (con una fugace e insignificante comparsata di Donal Trump e del suo vice), del Brasile e del Giappone (solo per citare alcuni dei più importanti assenti).
Mentre nuove e più devastanti guerre si delineano all’orizzonte per il controllo delle energie fossili, questa è la misura reale dell’interesse che il capitalismo e i suoi servi nutrono davvero nei confronti del cambiamento climatico, della salvaguardia dell’ambiente e degli esseri umani, soprattutto dei meno abbienti.

No future recitava uno degli slogan tipici del punk, molto prima che Greta lo denunciasse alle Nazioni Unite. Parole, quelle di Greta, che hanno allarmato il Presidente francese Macron tanto da fargliele subito denunciare come troppo radicali e destinate ad antagonizzare la società (qui). Ma, effettivamente, non ci sarà futuro per i giovani e per l’intera nostra specie se il modo di produzione capitalistico non sarà rovesciato a partire dal basso. Non esiste un modello di sviluppo sostenibile in ambito capitalistico. In tale contesto infatti lo sviluppo, inteso nei termini economici attuali, è sempre di più insostenibile, mentre il cosiddetto sviluppo sostenibile non può costituire altro che un fuorviante ossimoro.
Quasi quanto la protesta autorizzata dal Ministro della Pubblica Istruzione Fioramonti in occasione di venerdì prossimo 27 settembre, poiché, sempre secondo il ministro, tale protesta non può avere una controparte o qualcuno cui opporsi politicamente. Ovverosia una protesta disarmata in partenza, privata di qualsiasi capacità di individuare gli avversari reali.

Un’aprioristica depoliticizzazione e sterilizzazione della protesta giovanile che non impedisce allo stesso ministero di far sì che le scolaresche siano invitate ed accompagnate a visitare autentiche cattedrali della devastazione ambientale, come nel caso dei maxi-cementificio oppure degli impianti di rigassificazione, che con uno stile comunicativo greenwashing cercano di presentarsi come amici dei territori che contribuiscono a devastare.

Uno stile greenwashing che sembra accompagnare le promessi del capitalismo verde sia a livello nazionale che planetario, quando ad esempio si ripromette di eliminare le emissioni dannose entro il 2050 (come è stato fatto in questi giorni all’ONU), fingendo di ignorare che gli scienziati ci concedono ancora undici anni al massimo per agire nei confronti dell’emergenza climatica.

Una comunicazione che più che rivelare un nuova sensibilità delle imprese e dei capi di governo nei confronti dell’attuale devastazione ambientale, rivela il tentativo di rendere più sensibili i giovani e i lavoratori nei confronti dell’utilità e insormontabilità del modo di produzione capitalistico e dei suoi interessi, eternizzandone il modello di sviluppo e lo stile di vita.

Depoliticizzazione, sterilizzazione del conflitto e difesa di un ben preciso modello di distruzione della specie e dell’ambiente che i giovani che hanno preso la testa del corteo per il clima di Parigi di sabato 21 settembre hanno saputo concretamente rifiutare e rovesciare nel loro contrario. Così come d’altra parte il movimento NoTav continua a fare ormai da trent’anni.


  1. Di Amadeo Bordiga si vedano almeno gli assunti del Programma immediato della rivoluzione, meglio noto come Tesi di Forlì, del 1951; Mai la merce sfamerà l’uomo, oggi riproposto dalle edizioni Odradek di Roma e poi i testi (fili del tempo) contenuti in Drammi, gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, http://www.fondazionebordiga.org/Drammi-1.pdf  

  2. Andrebbe approfondita, in altra sede, l’origine della credenza popolare diffusa in varie aree del mondo secondo la quale si crede che colui che scopre una miniera, è destinato a morire in breve tempo. Si confronti: Mircea Eliade, I riti del costruire, Jaca Book 1990-2017, p.53  

  3. Si veda Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, Ombre corte, Verona 2017  

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Avanti barbari! Il ritorno del grande cinema di serie B https://www.carmillaonline.com/2019/08/21/avanti-barbari-ovvero-il-ritorno-del-grande-cinema-di-serie-b/ Wed, 21 Aug 2019 20:15:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53983 di Sandro Moiso

Finalmente la carica politica e critica tipica del cinema di serie B, horror e splatter, degli anni Settanta e Ottanta è tornata. Alla grande direi. Una serie come Zombie Nation (giunta alla sua quinta e ultima stagione), il film Hotel Artemis di Drew Pearce e soprattutto l’ultima prova cinematografica di Jim Jarmusch (The Dead Don’t DieI morti non muoiono), tutti piuttosto snobbati dalla critica, dimostrano che la lezione di Brian Yuzna, Wes Craven e, naturalmente, di George Romero non è andata perduta. Mentre il cinema dell'”assedio” di John Carpenter dimostra di avere ancora qualche cartuccia [...]]]> di Sandro Moiso

Finalmente la carica politica e critica tipica del cinema di serie B, horror e splatter, degli anni Settanta e Ottanta è tornata. Alla grande direi.
Una serie come Zombie Nation (giunta alla sua quinta e ultima stagione), il film Hotel Artemis di Drew Pearce e soprattutto l’ultima prova cinematografica di Jim Jarmusch (The Dead Don’t DieI morti non muoiono), tutti piuttosto snobbati dalla critica, dimostrano che la lezione di Brian Yuzna, Wes Craven e, naturalmente, di George Romero non è andata perduta. Mentre il cinema dell'”assedio” di John Carpenter dimostra di avere ancora qualche cartuccia da sparare attraverso l’ultima prova del suo emulo Drew Pearce.

Pare anzi che la lezione originale si sia arricchita di una nuova consapevolezza e di una ferocia critica che sembrano perfino sopravanzarla.
Lo schema delle trame legate ai morti viventi, alla rivolta e ai suoi archetipi sembra ormai essersi liberato da qualsiasi pastoia narrativa tradizionale per dare vita, in tutti gli esempi citati, quasi sempre distanti mille miglia dalla tradizionale drammatizzazione tipica di una serie come Walking Dead 1, ad una distruzione radicale di qualsiasi giustificazione dell’esistente e dell’immaginario che lo sorregge.

Famiglia, Stato, Proprietà, Democrazia (rappresentativa), Ordine, Consumo, Lavoro, Patria non esercitano più alcun fascino su coloro che ne hanno compresa l’intima essenza e che sanno di poterne fare a meno. Anche soltanto per giustificare i meccanismi di trame narrative (cinematografiche e non) morte e sepolte.
Lo sguardo lucido impone di porsi al di fuori dei rimasugli hollywoodiani e perbenisti, in cui troppo spesso quei contenuti fingono di uscire dalla porta per poi rientrare alla grande da finestre panoramiche che mostrano sempre lo stesso paesaggio: datato e consunto. Non più adatto ai tempi.

Certo Romero aveva precorso i tempi con The Night of the Living Dead (1968) e Dawn of the Dead (1978): la questione razziale prima e la critica legata agli orrori della società dei consumi avevano trovato nel suo cinema strumenti espressivi e linguaggi nuovi.
Strumenti espressivi che, negli anni, altri registi avevano cercato di nascondere, riducendo la carica eversiva dei suoi film a puro motore di un horror basato sulla paura più antica della specie umana: quella della morte e del possibile ritorno in vita di coloro che già sono stati accolti tra le sue braccia.

Ma oggi quella carica eversiva è tornata, si è fatta strumento ideale per parlare di una società, di un modo di produzione e di un mondo che non potranno più sopravvivere a lungo, pena l’estinzione della specie nel suo complesso. Il capitalocene ha trovato la sua critica più radicale nel linguaggio e nelle forme espresse da Z Nation e dall’ultimo film di Jarmusch, mentre la rivolta di Los Angeles del 2028, contro la totale privatizzazione dell’acqua, fa da sfondo al carpenteriano assedio di una struttura medica clandestina della malavita organizzata in Hotel Artemis. Confermando l’attualità dei temi della guerra civile, dell’emergenza ambientale e della rapacità capitalistica in certo cinema amaericano.

Apparentemente lontane nella struttura narrativa e nelle scelte delle differenti regie, le tre vicende in realtà sono accomunate da una libertà creativa e da un radicalismo che infischiandosene altamente del perbenismo e di qualsiasi unitarietà o continuità formale, sfonda lo schermo per proiettare lo spettatore direttamente oltre lo stesso. Come i tagli operati da Fontana sulle sue tele imponevano di guardare oltre la miseria della rappresentazione pittorica tradizionale (anche delle avanguardie dei primi decenni del XX secolo).

Anche se il discorso su Zombie Nation dovrà essere ripreso in altre considerazioni future, vale qui però la pena di soffermarsi con maggiore attenzione su un film, quello di Jarmusch appunto, che, come era prevedibile, è stato largamente anticipato dalla critica prima del Festival di Cannes di quest’anno, per poi essere subito riposto nel dimenticatoio con il pretesto di una trama ritenuta “debole”.

Poiché la trama oppure la soluzione narrativa elegante, qualsiasi sia il finale, devono comunque tranquillizzare lo spettatore o il lettore, così come fino alla fine dell’Ottocento, e purtroppo ancora oggi, un bel tramonto sul mare o una marina tranquilla erano ritenuti preferibili per il grande pubblico, e per lo stesso mercato dell’arte, rispetto a dipinti troppo fortemente marcati dal colore, dalla distribuzione apparentemente casuali delle pennellate sulla tela e da tutti i mezzi con cui i profeti dell’arte moderna hanno cercato di svincolarsi dai limiti del naturalismo e del realismo e dai suoi contenuti intrinseci (il paesaggio, la famiglia, il lavoro, la natura stilizzata, il sentimento e poi aggiunga pure il lettore tutto ciò che gli viene in mente).

Certo nel corso del Novecento non sono mancate le polemiche sulla fine del romanzo, le sperimentazioni linguistiche e cinematografiche che hanno cercato di superare i limiti della narrazione lineare e del montaggio consequenziale, ma spesso, anche nei casi migliori, sono rimaste troppo spesso esperienze soggettive o riservate ad un ristretto numero di cultori. Spesso più attratti dall’originalità dell’opera e dai suoi risvolti estetici, che dalla sua intima essenza. Quando c’era.

Il film di Jarmusch riprende certamente alcune caratteristiche della sperimentazione teatrale e cinematografica del secolo scorso (ad esempio rivelare allo spettatore che i personaggi coinvolti sono ben consci di essere parte di un copione che conoscono bene o almeno in parte), ma va oltre.
Sfrutta il linguaggio dello splatter movie non per colpirci allo stomaco e alle budella, magari anche in quelli, ma per schiaffeggiare lo spettatore, ricordandogli che, potenzialmente, anche lui è già morto!

Tema che Jarmusch aveva precedentemente affrontato nel suo bellissimo Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive, 2014), in cui, in una Detroit notturna e priva di vita economica e sociale, solo i vampiri possono considerarsi vivi a confronto degli zombie umani che vivono da morti convinti di essere ancora realmente in vita.

Alcuni lettori storceranno il naso nel vedere i film di Jarmusch oppure quello di Drew Pearce accomunati al cinema di serie B. Ci sono attori famosi (Bill Murray o Jodie Foster, senza contare Iggy Pop o la stessa Tilda Swinton) e costi di produzione non proprio bassi, ma ciò che conta è dato dal fatto che i codici e il linguaggio dei film horror di serie B si son fatti carne e sangue di una critica radicale che non può più accontentarsi di lemmi, parole, stereotipi, frasi fatte (alcune molto eleganti e raffinate) che potrebbero tornare ad imprigionare il significato in un significante che non lo rappresenta e non può più rappresentarlo con esattezza.

The Dead Don’t Die è una sorta di urlo grazie al quale tutti si devono riscoprire colpevoli.
Non banalmente, come vorrebbe il green capitalism, perché qualcuno non fa la raccolta differenziata oppure non consuma cibo a chilometri zero o altre amenità di questo genere ancora.
No, e non fa nemmeno discorsi come quelli un tempo fatti da ciò che si definiva come “Sinistra” o “sindacalismo”.

Il dramma e la commedia esplodono entrambi dall’ignoranza, dall’egoismo, dall’assuefazione ad un ciclo che non si potrebbe meglio definire che con lo slogan Lavora, consuma, crepa! Che non intende esaltare affatto le differenze di classe, etnia, genere, ideologiche tutte prodotte, ormai da secoli, dallo stesso modo di produzione condiviso, dall’assuefazione all’esistente e alle sue forme di organizzazione e di consumo.

O si è dentro o si è fuori ci dice Jarmusch e i ruoli affidati a Tom Waits (il vecchio eremita dei boschi, profondo conoscitore della Natura e nemico di ogni proprietà e di ogni ordine costituito, cui è affidato il ruolo un tempo svolto nelle tragedie dal coro) ) e Tilda Swinton (presenza aliena, in ogni senso, per una cittadina comune di appena 738 abitanti come Centerville, luogo ideale in cui si ambienta la, verrebbe da dire, non-vicenda) lo sottolineano con estrema chiarezza.

La distruzione dell’ambiente, la corsa all’arricchimento e all’estrattivismo, il fracking su larga scala, la paura di perdere o di non garantire il lavoro e lo sfruttamento premiati da dosi massicce di consumismo, sono le cause del ritorno alla non-vita dei morti. Ma questo avviene perché siamo già immersi in un mondo di non-morti o, meglio ancora, di non-vivi.
Ogni attività, non solo lavorativa e produttiva, è stata sussunta nella sua interezza dal Capitale e non si possono nemmeno più salvare singoli aspetti di una società totalmente integrata.

Privato e pubblico sembrano non più esistere come entità separate. Tutto si è privatizzato e tutto, allo stesso tempo, è diventato strumento pubblico di coinvolgimento dei singoli nelle attività legate ai cicli di valorizzazione e accumulazione del Capitale.
Così l’ambiente non è più comune all’Uomo e a tutte le altre specie, ma è soltanto un ulteriore strumento di arricchimento di poche società e pochi individui. E anche per questo, forse, si sta ribellando.

Se, poi, anche un possibile “eroe” viaggia su una Smart, il finale sarà inevitabile a meno che, saltando i condizionali e le forme tradizionali e consunte di narrazione dell’esistente, non si ricominci a distruggere tutto ciò che di questo è strumento e testimonianza, causa e conseguenza, salvezza o negazione soltanto parziale. Oppure si trovi rifugio nell’unico luogo di vita reale: la rivolta, implacabile e generalizzata.
Così come fa nel finale del film di Pearce il personaggio intepretato da Jodie Foster.
Hic Rhodus, hic salta.


  1. Che è comunque più appassionante e radicale negli albi a fumetti piuttosto che nella trasposizione televisiva, abbondantemente castrata per non dispiacere al pubblico delle serie televisive desideroso di complessificazioni psicologiche e narrative spesso inutili se non ridicole, tipiche anche dell’appena conclusa, per grazia di Dio, Game of Thrones  

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