School of the Americas – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 28 Apr 2026 07:19:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Oscar Arnulfo Romero: un martire civile / seconda parte https://www.carmillaonline.com/2017/08/16/oscar-arnulfo-romero-un-martire-civile-seconda-parte/ Tue, 15 Aug 2017 22:01:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39108 di Paolo Bruschi

Monsignor Romero, in quel disastro sociale e politico, aveva deciso di stare dalla parte del suo popolo. E di portare avanti la causa degli ultimi, come Cristo gli aveva insegnato. Non professava nessuna fede marxista, era anzi un sacerdote ortodosso, considerato mite e conservatore, tanto che prima di diventare primate di El Salvador, nel febbraio 1977, faceva fatica ad accettare i grandi cambiamenti e aperture del Concilio Vaticano II e vedeva con sospetto i primi virgulti della Teologia della liberazione in America Latina: tutte ottime credenziali per essere accolto [...]]]> di Paolo Bruschi

Monsignor Romero, in quel disastro sociale e politico, aveva deciso di stare dalla parte del suo popolo. E di portare avanti la causa degli ultimi, come Cristo gli aveva insegnato. Non professava nessuna fede marxista, era anzi un sacerdote ortodosso, considerato mite e conservatore, tanto che prima di diventare primate di El Salvador, nel febbraio 1977, faceva fatica ad accettare i grandi cambiamenti e aperture del Concilio Vaticano II e vedeva con sospetto i primi virgulti della Teologia della liberazione in America Latina: tutte ottime credenziali per essere accolto con molto favore dalla cricca che controllava il Paese. Ma poi, davanti alle atrocità quotidiane compiute ai danni dei più indifesi, iniziò a puntare il dito contro il governo e le milizie, muovendo accuse precise e circostanziate. Senza mai fomentare la violenza e anzi chiedendo esplicitamente ai suoi concittadini che la risposta non fosse l’odio o il desiderio di vendetta.

Naturalmente l’oligarchia cambiò in fretta opinione sul conto dell’arcivescovo. E le minacce di morte cominciarono a fioccare anche sulla sua testa. Ma pur con le spalle al muro, Romero non rinunciò a lottare, e anzi si mise a scomodare i massimi sistemi:
il 17 febbraio 1980 prese carta e penna e scrisse una lettera all’allora presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, nella quale fra le altre cose chiedeva al Potus:1

Garantisca che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche nella determinazione del destino del popolo salvadoregno.

Ma già il 24 marzo, Carter non avrebbe avuto alcun interlocutore a cui rispondere.

Per due volte si recò anche da Giovanni Paolo II, ma in entrambe le circostanze non riuscì a convincere il papa polacco della sua condotta, e soprattutto a farsi difendere.
Durante le due udienze Wojtyla gli raccomandò genericamente di prodigarsi per migliorare le relazioni col proprio governo: il neo papa si rivelò deciso a glissare su come agivano quei politici, senza farsi carico in prima persona di quanto stava accadendo a una parte del (suo) clero, e in generale alla martoriata popolazione di El Salvador.

Così scrisse lo stesso Romero nel suo diario dopo la prima visita, nel maggio del 1979, alla quale si recò portando in dote voluminosi faldoni pieni di documenti e fotografie, alcuni dei quali facevano riferimento agli omicidi di sacerdoti:

Mi raccomandò molto equilibrio e prudenza, soprattutto nel fare denunce concrete, e che era meglio mantenersi ai principi generali.

Ma di fronte all’uccisione di prelati e di gente inerme, Romero trovò più cristiano elencare, durante le sue omelie, i nomi di vittime e carnefici, piuttosto che attenersi a “principi generali”.

Dopo la seconda udienza, avvenuta il 16 gennaio 1980, a poco meno di due mesi dal suo omicidio, Romero scrisse, sempre sul diario:

Mi disse che lo preoccupava il ruolo della Chiesa, che avremmo dovuto prendere in considerazione non solo la difesa della giustizia sociale e l’amore per i poveri, ma anche l’eventuale risultato di uno sforzo rivendicativo popolare di sinistra, che poteva arrecare danno alla Chiesa.

D’accordo difendere i poveri e la giustizia sociale, insomma, ma se questo poteva creare problemi alla Chiesa perché considerato di sinistra, allora era forse meglio lasciar stare.

La morte annunciata di Romero, purtroppo, non servì a nulla. I fatti anzi precipitarono, tanto che molti storici identificano l’inizio della guerra civile in Salvador proprio con quell’omicidio.
Con l’ingresso ufficiale della guerriglia nel panorama politico, le operazioni degli squadroni della morte si intensificarono insieme a quelle, nemmeno troppo nascoste, delle forze regolari salvadoregne: l’esercito e gli organismi di polizia presenti all’epoca (la Guardia Nacional, la Policia Nacional e la Policia de Hacienda).

Istituzioni appartenenti al governo, dunque, si macchiarono di delitti di stampo terroristico, alcuni dei quali talmente efferati da guadagnarsi il titolo di massacri. Il più ripugnante dei quali avvenne tra il 10 e il 12 dicembre 1981 nel villaggio di El Mozote (municipio di Arambala, dipartimento di Morazán) e nei suoi dintorni: i soldati del Battaglione Atlacatl, un’unità specializzata dell’esercito salvadoregno, entrarono nei villaggi contadini, considerati arbitrariamente fiancheggiatori della guerriglia. Divisero donne, uomini e bambini. Agli interrogatori e torture seguirono le esecuzioni sommarie. E infine lo scempio dei cadaveri, orrendamente mutilati o bruciati. Prima di andarsene, le bestie dell’Atlacatl lasciarono un cartello appeso a un muro del villaggio:

Qui è passato l’Atlacatl, il papà dei sovversivi, Seconda Compagnia. Ve la siete presa in culo, figli di puttana. Se vi mancano le palle, chiedetele per corrispondenza al battaglione Atlacatl. Noi angioletti dell’inferno torneremo perché vogliamo terminare il lavoro.

Ma in realtà c’era poco da terminare.
Nel volgere di due soli giorni, l’intera popolazione di tre villaggi era stata cancellata. Soltanto una donna miracolosamente si salvò: le uccisero il marito e quattro figli.
In totale la strage di El Mozote, il più grande massacro di civili perpetrato nel continente americano durante il ventesimo secolo, lasciò sulla nuda terra i corpi di circa 1.000 salvadoregni (molti corpi non furono mai identificati): cittadini inermi, tutti assassinati dall’esercito della propria nazione. Tra essi, furono ammazzati come cani almeno 400 bambini, alcuni ancora in fasce e strappati ai seni delle loro madri.
L’intero battaglione Atlacatl, circa 1.200 uomini, fu creato, addestrato ed equipaggiato dal governo degli Stati Uniti alla School of the Americas.

Quando i responsabili di tali stragi vennero alla luce, ormai era troppo tardi: D’Aubuisson nel 1981, in piena guerra civile, aveva fondato il partito di destra Arena, e per pochi voti perse le elezioni presidenziali del 1984 (morirà nel 1994 per un cancro alla gola). Ma Arena riuscirà, a partire dal 1989, a governare il Paese per i successivi 20 anni.
Una delle più controverse leggi fatta approvare quando salì al potere, appena il conflitto intestino ebbe termine, fu l’amnistia nazionale per i crimini di guerra, nel marzo del 1993.

Nessuno ha mai pagato per tutto questo.

Appendice.

Papa Woytila, in occasione del Giubileo del 2000, ebbe la faccia tosta di citare ancora Romero nel testo della “celebrazione dei Nuovi Martiri”, riprendendo quanto aveva scritto il giorno della sua morte alla Conferenza Episcopale salvadoregna: “Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita, mentre offriva la vittima eucaristica.

La causa di beatificazione dell’arcivescovo, rimasta ferma per anni, fu sbloccata dall’intervento di Benedetto XVI il 20 dicembre 2012, e in seguito proseguita da Papa Francesco che, con proprio decreto del 3 febbraio 2015, ha infine riconosciuto il martirio in odium fidei di monsignor Romero, che è stato elevato strumentalmente alla gloria degli altari, come beato, il 23 maggio 2015. Strappandolo, letteralmente, dal novero delle altre migliaia di vittime della repressione fascista e dell’oppressione imperialista cui avrebbe dovuto essere più autenticamente e significativamente accomunato.[S.M.]

(Fine)


  1. Acronimo che in inglese sta per President Of The United States  

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Oscar Arnulfo Romero: un martire civile / prima parte https://www.carmillaonline.com/2017/08/15/oscar-arnulfo-romero-un-martire-civile-parte/ Mon, 14 Aug 2017 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39106 di Paolo Bruschi

Oggi, 15 agosto 2017, cade il centenario della nascita dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. Ai suoi concittadini aveva promesso: “Se sarò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Il National Security Archive (Nsa1 ) è un ente non governativo che negli Stati Uniti si occupa di pubblicare documenti politici desecretati, inclusi quelli della Cia e dell’Fbi. Uno di questi atti, declassificato nel 1992, è [...]]]> di Paolo Bruschi

Oggi, 15 agosto 2017, cade il centenario della nascita dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. Ai suoi concittadini aveva promesso: “Se sarò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Il National Security Archive (Nsa1 ) è un ente non governativo che negli Stati Uniti si occupa di pubblicare documenti politici desecretati, inclusi quelli della Cia e dell’Fbi.
Uno di questi atti, declassificato nel 1992, è un telegramma ricevuto dal Dipartimento di Stato, datato 21 dicembre 1981, proveniente dalla propria ambasciata in El Salvador. Il titolo recita “Assassinio dell’arcivescovo Romero” e si tratta di una delazione fatta da un membro dei servizi segreti salvadoregni a un pari ruolo americano: “L’omicidio di monsignor Romero fu pianificato in una riunione presieduta dal maggiore Roberto D’Aubuisson. Durante l’incontro venne estratto a sorte, tra alcuni partecipanti, il privilegiato che avrebbe ammazzato l’arcivescovo.”

Roberto D’Aubuisson Arrieta, classe 1943, era uno dei tanti militari salvadoregni che, dopo essersi diplomato nell’accademia del suo Paese, a partire dal 1965 studiò alla School of the Americas (Soa2 ). Uno dei tanti, ma probabilmente un prediletto e un predestinato, se è vero che fu istruito a Washington, Fort Gulick (Panama) e Taiwan, e tornato in patria fece una rapida carriera all’interno dell’Ansesal (Agencia Nacional de Seguridad Salvadoreña – i servizi segreti salvadoregni), di cui negli anni settanta divenne capo.

La School of the Americas è un collegio militare nato nel 1946 a Panama per volere del Dipartimento di Stato Usa, trasferitosi poi a Fort Benning, in Georgia, nel 1984.
Questa strana istituzione possiede almeno un paio di caratteristiche distintive: la prima è che non addestra (salvo rarissime eccezioni) soldati statunitensi, ma soltanto ufficiali stranieri appartenenti a forze armate e di polizia latinoamericane. Molti allievi, al termine della preparazione, vengono iscritti direttamente sul libro paga della Cia.

La seconda si deduce dagli atti delle commissioni d’inchiesta nazionali e internazionali istituite in diversi Paesi dopo le relative dittature e stragi del secondo dopoguerra, e dai processi conclusi o in corso: sono milioni le denunce, sporte soprattutto attraverso la mediazione di organizzazioni per i diritti umani, in relazione a cittadini torturati, violentati, assassinati, fatti sparire o costretti all’esilio come risultato delle azioni compiute da ufficiali formati alla Soa.

Da queste fonti emerge con chiarezza come l’istituzione sia stata, e in qualche modo sia ancora oggi, una scuola di coercizione, dittatura e terrorismo: uno degli strumenti più potenti utilizzati dagli Usa per garantirsi una duratura ingerenza politica ed economica in America Latina.

Nel 1996 l’Nsa portò alla luce alcuni manuali in uso alla Cia e all’esercito all’interno del collegio. In quei testi si giustificava l’opportunità dell’estorsione mediante tortura e addirittura delle esecuzioni extragiudiziali (omicidi arbitrari, per essere chiari). Il fatto è ben noto allo stesso Congresso americano: ormai da diversi anni, molti deputati si battono perché la Soa chiuda i battenti, non esitando a definirla una vergogna nazionale.

Durante la sua attività, la School of the Americas ha addestrato circa 65.000 militari latinoamericani a tattiche di comando e tecniche di combattimento, compresa la guerriglia urbana e la guerra psicologica. Dal Messico, scendendo per tutto il continente fino a Capo Horn, non esiste nessun governo che dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi non abbia usufruito di professionisti formati da tal collegio. E non si tratta di soldati semplici, ma di ufficiali e generali che hanno ricoperto ruoli chiave nelle rispettive forze armate, forze di polizia, unità speciali e sevizi segreti, compresi dittatori e capi di Stato. Solo per citare alcuni di questi ultimi: Rioss Mont in Guatemala, Leopoldo Galtieri e Roberto Eduardo Viola in Argentina, Hugo Banzer Suárez in Bolivia, Juan Velasco Alvarado in Perù, Guillermo Rodriguez in Ecuador. Tutti presidenti golpisti dei loro relativi Paesi, protagonisti di dittature talvolta spietate e delitti accertati.

La Commissione per la Verità, istituita dall’Onu nel corso degli accordi di pace avuti luogo dopo la guerra civile in El Salvador (1980-1992), ha stabilito che due terzi dei militari coinvolti nei crimini perpetrati durante il conflitto fratricida fossero usciti dalla Soa. Il piccolissimo Stato centroamericano, nonostante le dimensioni e il trascurabile ruolo geopolitico, risulta incredibilmente secondo, dopo la Colombia, nella classifica degli ufficiali formati dal collegio (quasi 7.000).

Per il governo di Washington, giustificare tale ingerenza e tale prassi della violenza è sempre passato da un’unica, confortevole argomentazione: la lotta al comunismo, la cosiddetta politica del containment. Una spiegazione ritrita e ormai non più plausibile.

Gli Stati Uniti uscirono dal secondo conflitto mondiale in una condizione assai privilegiata: oltre alle immense aree di influenza stabilite a tavolino a partire da Yalta, gli Usa da soli esprimevano circa la metà della ricchezza del pianeta, mentre tutte le altre maggiori nazioni, sia vincitori che vinti, avevano subito distruzioni dei loro apparati produttivi talvolta esiziali.

Già durante il conflitto, analisti politici ed economici americani misero le mani avanti, cercando di progettare il mondo del dopoguerra e pensandolo in funzione del mantenimento dei loro interessi. Nel nuovo organigramma ogni contesto geopolitico avrebbe dovuto assumere un ruolo e un compito specifico. Non stiamo parlando di chiacchiere o ricostruzioni fantasiose, ma di studi, circolari e memorandum espressi in particolare dal Dipartimento di Stato, messi nero su bianco e assai articolati: e puntualmente, fatta la giusta sintesi, portati a compimento.

Da quei documenti si evince come il destino pensato per il Terzo Mondo (di cui l’America Latina era considerata parte) fosse adempiere alla sua “naturale” funzione di fonte di materie prime e avamposto delle imprese multinazionali statunitensi, che inoltre vi avrebbero aperto i loro mercati e imposto i propri prodotti.

Il problema maggiore nel garantirsi questo tipo di subordinazione era rappresentato dal fastidioso anelito di certe nazioni alla democratizzazione: un Paese sottosviluppato che si emancipa e ridistribuisce diritti e ricchezze al suo interno, magari nazionalizzando alcuni settori produttivi, sarebbe stato un ostacolo al “padrinato” americano, ai suoi investimenti e ai suoi profitti.

L’azione migliore, dunque, era soffocare sul nascere i venti di cambiamento: senza esporsi troppo in prima persona, venne ritenuto vantaggioso stringere alleanze con le zelanti oligarchie locali e con politici corrotti, reazionari e possibilmente violenti, formando all’uopo generali, milizie e paramilizie, appoggiandole e finanziandole. Sarebbero state loro a sporcarsi le mani agli occhi del mondo.

Da questa logica non era esclusa nessuna nazione, per quanto irrilevante sulla carta geografica: la sua emancipazione avrebbe insinuato in America Latina il seme malato del paragone e dell’emulazione, diventando un pericoloso esempio da seguire. Perché in democrazia tutto sommato non si sta male, e il miglioramento delle condizioni di vita si sarebbe potuto trasformare in un’epidemia.

Quando l’insofferenza della popolazione cominciò a traboccare, il destino del Pulgarcito de America (Pollicino, come è chiamato dalla sua gente El Salvador), uno Stato povero, arretrato e grande come la nostra Emilia Romagna, che apparentemente a nessuno poteva nuocere, fu dunque pesantemente indirizzato al prezzo di decine di migliaia di vite umane. Sorte non dissimile è toccata al Nicaragua e più in generale un po’ a tutta l’America Centrale, che ha dovuto soffrire per decenni le vessazioni di governi corrotti e pilotati come burattini.

Ma torniamo a D’Aubuisson.
In El Salvador gli “squadroni della morte” cominciarono a svilupparsi negli anni sessanta proprio in seno all’Ansesal. La loro attività divenne sistematica e spietata a partire dagli ultimi anni settanta fino al termine della guerra civile (1992).
È stato appurato che una volta entrato nei servizi segreti, D’Aubuisson fu il grande riorganizzatore e collante di tali gruppi: bande paramilitari formate da agenti dei servizi o di polizia in borghese, esponenti dell’esercito e civili, questi ultimi emanazione del latifondismo più reazionario.

Il loro scopo era identificare, intimidire, torturare e all’occorrenza eliminare chi veniva considerato (anche a fronte di un semplice sospetto) sovversivo o comunista. Quasi ogni unità regolare dell’esercito o della polizia ne aveva a disposizione una con la quale si divideva i compiti più repressivi.

Tali organizzazioni avevano la cifra stilistica della tortura eccentrica, che portava nella maggior parte dei casi alla morte: tagliavano ai maschi i genitali e glieli infilavano in bocca, violentavano le donne e terminato il divertimento strappavano loro i feti, se incinte. Spesso infierivano poi sui cadaveri, decapitandoli ed esponendo le teste a qualche metro di distanza in bella mostra. Quando questi animali agivano, non guardavano in faccia nessuno: non risparmiavano neppure i bambini. Evidentemente comunisti lo si inizia a diventare molto presto.

Nel periodo in cui gli squadroni si affacciarono nel panorama politico, El Salvador era un Paese arretrato e depresso. Per dare un’idea di quale fosse la situazione: secondo il censimento del 1961, il 73 per cento della popolazione era senza acqua potabile, il 99 per cento senza energia elettrica, il 57 per cento analfabeta. La maggioranza dei cittadini conduceva una vita di sussistenza e i tre quarti delle terre risultavano in mano al 2 per cento dei salvadoregni, nemmeno dieci famiglie.

Negli anni ’70, dopo quasi 40 anni ininterrotti di dittature, golpe militari e governi fantoccio, ce n’era abbastanza perché l’indignazione e il desiderio di una riscossa iniziassero a formarsi e organizzarsi: nacquero così sindacati, associazioni di contadini, comunità di base cattoliche e fecero la loro comparsa anche le prime formazioni di guerriglia rivoluzionaria. Voci critiche verso il governo si levarono anche da parte di esponenti della Chiesa cattolica e in particolare dai gesuiti. Stava emergendo, insomma, una coscienza sociale.

Il triennio 1977-1979 fu segnato da una costante escalation delle violenze, che non risparmiò neppure la parte più progressista dello stesso clero, accusato di simpatizzare con la guerriglia e come tale perseguitato. Emblematico, a questo proposito, uno dei motti preferiti degli squadroni della morte: “Sii patriota, ammazza un prete”.
El Salvador precipitò nel caos, nella violenza, nel terrore. E infine nella guerra civile.

(Fine della prima parte – la seconda sarà pubblicata domani 16 agosto)


  1. Da non confondersi con l’altra e più nota Nsa: la National Security Agency, organismo governativo che si occupa della sicurezza nazionale 

  2. Dal 2001 il suo nome è cambiato in Western hemisphere institute for security cooperation (Whinsec). 

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