sanità – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 26 Jul 2026 20:00:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Pensa alla salute https://www.carmillaonline.com/2026/05/17/pensa-alla-salute/ Sun, 17 May 2026 20:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94236 a cura di Orizzonti*

Rivolgendo lo sguardo al proletariato l’ambito in cui si è manifestata più chiaramente e ferocemente la lunga crisi capitalista di questi decenni in Occidente è quello della riproduzione sociale. Sì, i salari sono stagnanti, l’inflazione è salita, l’occupazione è altalenante e la precarietà è pervasiva. Ma è nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle politiche per la casa che la qualità della vita del proletariato si è drasticamente ridotta ed è qui che si sono manifestati alcuni dei conflitti più significativi del presente. Se poi si considera la riproduzione sociale non solo economicamente, cioè dal punto [...]]]> a cura di Orizzonti*

Rivolgendo lo sguardo al proletariato l’ambito in cui si è manifestata più chiaramente e ferocemente la lunga crisi capitalista di questi decenni in Occidente è quello della riproduzione sociale. Sì, i salari sono stagnanti, l’inflazione è salita, l’occupazione è altalenante e la precarietà è pervasiva. Ma è nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle politiche per la casa che la qualità della vita del proletariato si è drasticamente ridotta ed è qui che si sono manifestati alcuni dei conflitti più significativi del presente. Se poi si considera la riproduzione sociale non solo economicamente, cioè dal punto di vista di quello che una volta si sarebbe definito salario indiretto, ma anche dal punto di vista delle gerarchie sociali capitaliste è qui che il comando (verticale) e la guerra tra poveri (orizzontale) si mostrano più chiaramente. Presidi sceriffo, aggressioni nelle scuole, sui treni e negli ospedali, sfratti, profilazioni razziali sui trasporti, morti durante il trasporto in ambulanza a causa della distanza dei presidi sanitari: è un bollettino quotidiano di violenza. Fino ad arrivare al nucleo basico dell’organizzazione della riproduzione sociale capitalista cioè la famiglia tra abusi e sopraffazioni.

Le considerazioni precedenti non vogliono sminuire la centralità dell’ambito della produzione nei rapporti sociali capitalistici, ma è una fotografia dei terreni in cui l’attacco alle conquiste della classe operaia si è fatto più crudo.

La sfera della salute è un buon punto di osservazione per cogliere le contraddizioni, i processi, le meccaniche ed i conflitti, dispiegati o potenziali, che riguardano l’ambito della riproduzione sociale. Basta pensare al cuore imperiale del sistema di sviluppo in cui viviamo, gli USA, per comprendere quanto è profonda la crisi. È il paese delle epidemie di oppioidi, dei feriti che fuggono dalle ambulanze perché privi di un’assicurazione sanitaria adeguata, di Luigi Mangione. I tagli al Medicaid 1 da parte dell’amministrazione Trump hanno rappresentato uno dei primi momenti di frattura emotiva dentro al movimento MAGA. Ma anche alle nostre longitudini la situazione si sta degradando velocemente. L’accesso alla sanità va incontro a sempre maggiori disparità territoriali e di classe. In Italia coesistono regioni considerate in cima alle classifiche mondiali per quanto riguarda il sistema ospedaliero, Emilia e Lombardia su tutte, ed altre che sono sull’orlo del collasso, ben noto è il caso della regione Calabria. Questa situazione dà vita a quello che viene chiamato, senza vergogna, turismo sanitario. Allo stesso tempo si evidenziano sempre più chiare differenze di classe: in una grande città come Torino l’aspettativa di vita può diminuire di 5-6 anni per chi vive in periferia rispetto a chi vive in centro2.

A livello nazionale, secondo le stime, nel 2024 un italiano su 10 ha rinunciato alle cure. Subito dopo le liste d’attesa vi sono i costi troppo alti tra le cause di questo fenomeno3. Ciò significa che dentro un quadro di impoverimento complessivo circa il 9,9% della popolazione è messo di fronte alla scelta di prendersi cura della propria salute oppure pagare l’affitto, le bollette, la spesa.

Sull’aspettativa di vita e soprattutto sull’aspettativa di vita in buona salute (cioè in condizioni che permettono una vita “normale” per la propria età) del proletariato impattano poi gli ambienti di vita, di lavoro, il tipo di lavoro, l’alimentazione, la quantità e la qualità di relazioni, l’educazione alla prevenzione, il benessere psicofisico tanto che generalmente le malattie croniche incidono in modo sproporzionato sulle classi sociali più povere. Questa condizione tendenzialmente innesca un tragico meccanismo: chi ha un malato cronico in casa deve dedicare tempo e soldi alle sue cure dovendo così sacrificare un’altra parte del già risicato reddito. Chiunque abbia anche solo passeggiato nei cortili di un caseggiato popolare sa quanto è diffusa questa situazione e quanta sofferenza comporta. É una sofferenza silenziosa perché spesso con un malato a carico ed un reddito basso mancano le forze e gli strumenti per rivendicare i propri diritti.

La pandemia da Covid19 non ha invertito la tendenza ma semmai ha contribuito a cronicizzare le insufficienze del sistema sanitario. Dunque che fare? Larga parte della sinistra moderata e radicale si attiene al copione consolidato di rivendicare maggiori fondi alla sanità pubblica. Una rivendicazione giusta e basilare che però non prende atto di una situazione molto più complessa e incistata e dei bisogni emergenti della popolazione.

Dunque quali prospettive di liberazione ed uguaglianza possiamo immaginarci oggi nel campo della salute? Una lettura utile può essere il libro Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata (Edizioni Studium, 2025) di Luca Antonini e Stefano Zamagni. Gli autori non sono certo dei rivoluzionari: Luca Antonini è il Vicepresidente della Corte Costituzionale e Stefano Zamagni è un economista di area cattolica, ma il libro è interessante per due motivi: in primo luogo rileva il fatto che serve un ripensamento radicale del Sistema Sanitario non solo per quanto riguarda le risorse e la loro distribuzione, ma anche le tendenze organizzative e relazionali. In secondo luogo sostiene che una delle principali cause della crisi del Sistema Sanitario è la sua taylorizzazione. Sono due considerazioni da cui è utile partire anche per chi, come noi, ha posizioni anticapitaliste. Ma andiamo con ordine.

Scienza medica e capitalismo
Il libro fin dalle prime righe dell’introduzione riprende l’utile distinzione nella lingua latina tra valetudo (benessere fisico) e salus (salvezza del corpo e dell’anima). Gli autori individuano la radice del pensiero moderno sulla salute in un preciso momento storico:

Fino a tutto il XVI secolo, la seconda [salus NdR] è stata l’accezione prevalente, ma a partire dalla Rivoluzione Scientifica inizia ad affermarsi la concezione “cartesiana” secondo cui – semplificando – esiste la malattia e non l’ammalato. Il medico “cartesiano” spiega la patologia (il disease), non la infermità (l’illness)4.

Dunque la concezione moderna della salute nasce in concomitanza con l’affermarsi del capitalismo come modo di produzione dominante, con il progressivo diffondersi dell’industria e con il prevalere del pensiero positivista in ambito scientifico. Qui un primo punto importante: esattamente come in altri campi la scienza capitalista tende ad oggettivare il malato. Questo non è altro che un «portatore di patologie, che vanno curate e possibilmente guarite»5. Ma la realtà empirica ci mostra quanto siano invece importanti le condizioni soggettive del malato nella sua guarigione:

È un fatto, impossibile da negare, che gli interventi in chiave terapeutica sono di natura relazionale (si pensi al rapporto medico-paziente di cui già parlava Platone a proposito del patto di cura) il che significa che non si soddisfano i bisogni dell’ammalato in modo anonimo, prescindendo dalla sua storia di vita e dalla trama di relazioni che lo legano alla famiglia, agli amici, e ad altri ancora6.

La stessa critica si può applicare in maniera più ampia all’intera scienza capitalista. Su impulso dei movimenti ecologisti ad esempio è tornata alla luce la nozione marxista di frattura metabolica:

Negli appunti per la stesura del Capitale, che sarebbero poi stati raccolti da Engels per comporre il terzo volume, Marx scrive che il capitalismo aveva reciso quel legame con la natura, «producendo una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale [metabolismo] prescritto dalle leggi naturali della vita (Karl Marx, Il Capitale, libro III (2), Editori Riuniti, 1980, p. 926)7.

L’esempio più comune, utilizzato dallo stesso Marx, è quello dell’agricoltura. Semplificando si può dire che mentre i modelli di produzione agricoli pre-capitalistici prevedevano la rotazione delle colture per permettere ai terreni di rigenerarsi dal punto di vista organico, l’agro-industria capitalista, votata alla massimizzazione del profitto, tenta di aggirare i cicli biologici attraverso l’uso delle macchine e dei fertilizzanti chimici. Ma a lungo andare questo modo di produzione sterilizza i terreni, genera appunto una frattura metabolica tra i cicli naturali e quelli produttivi.

Tracciando un parallelo, in parte ardito, l’agronomo dell’agro-industria ed il medico cartesiano condividono la stessa prospettiva: individuano la patologia (nel caso dell’agronomo l’infertilità del terreno), la isolano dalle condizioni soggettive ed ambientali oggettivandola, e provano a porvi rimedio in una maniera standardizzata (i fertilizzanti). Tra l’altro spesso questo rimedio è un prodotto chimico. Continuando il parallelo si può dire che il caffè, il tabacco, gli integratori, la cocaina, gli oppioidi e vari altri tipi di farmaci e droghe sono per l’essere umano ciò che l’introduzione di specie allogene per predazione, pesticidi e fertilizzanti chimici sono per l’agricoltura. Come i secondi vengono utilizzati per intensificare lo sfruttamento dei terreni, così i primi vengono utilizzati per estrarre più valore dal nostro lavoro, con le conseguenze degenerative che ben conosciamo.

Un esempio palese di frattura metabolica in ambito medico si può riscontrare ad esempio nel fenomeno dell’antibiotico-resistenza: l’utilizzo massiccio degli antibiotici tanto nell’allevamento industriale (e quindi nell’alimentazione umana), quanto nelle prescrizioni mediche ha generato un effetto avverso potenzialmente devastante. I batteri si stanno evolvendo ed adattando divenendo più resistenti ai farmaci8.

Questa piccola divagazione serve a comprendere quanto la storia del capitalismo e della moderna scienza medica siano intrecciate ben oltre l’attuale privatizzazione della sanità o la questione dei brevetti sui farmaci. Per certi versi le differenti configurazioni che hanno caratterizzato i sistemi sanitari dall’Ottocento in poi corrispondono a differenti fasi dello sviluppo capitalista (e della lotta di classe). Richiederebbe tempo ricostruire in maniera sufficientemente dettagliata queste fasi per cui, insieme agli autori ci atteniamo a considerare il lasso di tempo tra la nascita del Servizio Sanitario Nazionale in Italia nel 1978 fino ad oggi.

La crisi del welfare state
Nel capitolo “All’origine del modello universalista” Luca Antonini ricostruisce i passaggi politici che hanno portato alla nascita del SSN. Spiega che il dibattito sulle forme che avrebbe dovuto assumere il sistema sanitario in Italia affonda le sue radici nell’Assemblea Costituente e si protrae per tre lunghi decenni, fino a che nel 1978:

La nascita del Servizio sanitario nazionale poneva fine al sistema di copertura sanitaria delle mutue: un sistema divenuto costoso, obsoleto e ingiusto. L’assicurazione mutualistica, infatti, era legata al posto di lavoro e questo comportava grandi differenze di assistenza in riferimento all’occupazione; discriminava quindi a seconda della classe sociale9.

Il libro dà velocemente conto del clima politico del paese in quel momento in cui era in corso il sequestro Moro e al governo vi era Andreotti con l’appoggio esterno del PCI, ma glissa sul fatto che la nascita del SNN sia stato uno dei prodotti dei due decenni di conflittualità sociale e operaia che alcuni autori hanno ribattezzato “il lungo ‘68 italiano”. Anche qui servirebbe una lunga disquisizione sulle dinamiche che dal basso hanno portato alla costituzione di uno dei modelli sanitari universalisti tra i più avanzati al mondo, ma per il momento ci fermiamo a proporre un’ipotesi. L’SNN è stato il prodotto di due tendenze contrapposte, da un lato è stata l’ultima conquista del movimento operaio nelle sue varie forme e declinazioni, dall’altro la conseguenza sul fronte della riproduzione sociale della ristrutturazione capitalistica in corso. Infatti mentre la legge 833 veniva approvata il modello industriale a grande concentrazione operaia che aveva caratterizzato i precedenti decenni era sulla via del tramonto. Al decentramento produttivo e alla delocalizzazione industriale corrispondevano un aumento della disoccupazione e del lavoro precario. Il vecchio sistema delle mutue avrebbe escluso dalla copertura sanitaria la nuova classe operaia precaria espulsa dalla grande fabbrica. Dunque si può ipotizzare che la nascita del SNN fosse una qualche mediazione tra queste due esigenze: placare la conflittualità sociale offrendo delle concessioni ed allo stesso tempo riorganizzare questo aspetto della riproduzione sociale proletaria in maniera funzionale alle mutazioni del mondo del lavoro.

Il SNN rimane però lungamente un’opera non del tutto compiuta, infatti bisogna aspettare il 1999 perché vengano definiti i famosi LEA, cioè i livelli essenziali delle prestazioni che il sistema sanitario è tenuto ad offrire. Nel frattempo però in tutto il mondo occidentale il modello del welfare state è entrato in crisi. Stefano Zamagni spiega così l’origine di questa crisi almeno in ambito sanitario:

Quattro i fattori causali maggiormente responsabili delle tendenze in atto. Il primo concerne l’influenza degli aumenti di reddito sulle prestazioni sanitarie. […] aumenti del reddito medio pro-capite trascinano con sé aumenti più che proporzionali della domanda di servizi sanitari […] il consumatore razionale all’aumentare della propria disponibilità di bilancio muta la struttura, cioè la composizione, dei propri consumi, riducendo la quantità acquistata di beni inferiori e normali e aumentando quella di beni superiori, come appunto è il bene salute 10.

In sostanza nella breve parentesi della “società del benessere” la domanda di beni sanitari è aumentata alla luce dell’aumento dei redditi. Il secondo aspetto considerato da Zamagni è in parte collegato al primo:

[…] si accresce l’interesse degli utenti per la qualità dei servizi sanitari. All’aumentare cioè delle sue disponibilità economiche, l’utente sanitario tende a diventare sempre più esigente 11.

L’autore spiega che essendo la sanità un ambito ad alta intensità di lavoro umano, difficilmente sostituibile dalle macchine, l’aumento della qualità dei servizi sanitari non può che determinare aumenti tendenziali della spesa sanitaria. La terza causa riguarda invece il progresso scientifico e tecnologico:

[…] quello sanitario è uno dei pochi settori dell’economia in cui il progresso tecnico tende a non essere risparmiatore di lavoro e dunque un settore che tende a conoscere costi unitari crescenti nel lungo periodo 12.

Infine a pesare è la transizione demografica in atto in alcune delle società a capitalismo avanzato dove vi è sia un allungamento della vita media sia il declino del tasso di morbilità. La convergenza di queste tendenze evidenzia come i costi sanitari (ma per certi versi si potrebbe fare lo stesso ragionamento sulla formazione) all’interno del modello del welfare state classico sono destinati ad aumentare a prescindere da sprechi ed inefficienze, proprio per la natura particolare di questa attività, fino a rappresentare una voce di bilancio sempre più pesante sulla contabilità pubblica.

Per quanto controintuitivo possa sembrare questa è la dimostrazione di quanto il modello sociale capitalista sia un limite al pieno sviluppo del benessere e delle capacità umane. Detto in soldoni entrambe le principali configurazioni dell’organizzazione della riproduzione sociale capitalistica emerse nell’ultimo secolo portano ad un vicolo cieco. Quella welfaristica, cioè quella in cui la riproduzione sociale del proletariato viene appaltata allo Stato che la finanzia attraverso la redistribuzione della tassazione, si va a schiantare sull’aumento dei costi, mentre quella privatistica, a cui i proletari hanno accesso solo attraverso l’indebitamento, si va a schiantare nell’insolvenza. Senza considerare poi le conseguenze indirette del sistema privatistico: una classe operaia che non può curarsi sufficientemente è una classe operaia debilitata, affaticata, meno produttiva. Una parte della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti è derivata proprio dalla sostituzione della cura delle malattie da lavoro con la cosiddetta “terapia del dolore”. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti.

Taylorismo e salute
Dunque quale è stata la risposta alla crisi del welfare state?

In buona sostanza, si interviene sui livelli di efficienza (allocativa e tecnica) allo scopo di ridurre gli sprechi e migliorare la produttività del lavoro di tutti coloro che prendono parte al processo sanitario. È in ciò il senso ultimo dell’aziendalizzazione e delle varie pratiche (esplicite e, più spesso, implicite) di razionamento delle prestazioni 13.

Con il razionamento delle prestazioni Zamagni si riferisce anche alla questione delle liste d’attesa. Naturalmente a corredo, implicito, di questo processo di aziendalizzazione del SSN va inserita la sostanziale delega al privato ed al privato-convenzionato di tutta una serie di prestazioni, quelle che producono un qualche tipo di profitto, che proprio attraverso i meccanismi di razionamento il pubblico devolve al mercato.

Ad ogni modo la risposta che i governi, a partire dagli anni ‘90, hanno dato alla crisi del welfare state è stata l’applicazione della filosofia aziendale taylorista al lavoro di cura. L’idea alla base del taylorismo è quella di scomporre i processi produttivi in mansioni semplici e ripetitive codificando metodi e standardizzando i tempi per svolgerle. L’obiettivo naturalmente è quello di ridurre i tempi e gli sprechi ed aumentare la produttività del lavoro.

L’applicazione delle strategie manageriali tayloriste alla sanità ha diverse implicazioni in primo luogo sull’organizzazione del lavoro. Visite mediche brevi e contingentate, aumento dei carichi di lavoro e razionalizzazione delle risorse a disposizione. Medici ed infermieri svolgono un lavoro sempre più alienato e ripetitivo che contribuisce a privare tanto i sanitari quanto i pazienti di quella preziosa soggettività che è fondamentale in un processo relazionale come quello della cura. Inoltre il principio di economicità alla base di questa ristrutturazione predilige la centralizzazione delle strutture ospedaliere, riducendo i presidi sanitari sui territori. Uno dei grandi elementi di fragilità del sistema sanitario che la pandemia da Covid19 ha mostrato chiaramente.

Il tentativo è quello di provare a rendere scalabile dentro dei processi produttivi di tipo simil-industriale qualcosa che per sua natura scalabile non è come la salute umana.

Pensare la salute
In Pensare la sanità Antonini e Zamagni provano a proporre una terza via rispetto a quella welfaristica e a quella privatistica che salvaguardi il principio dell’universalismo. Si chiedono:

Se si vuole conservare […] l’impianto universalistico del nostro sistema sanitario, quali problemi di natura propriamente organizzativa devono essere risolti per far sì che il vincolo dell’economicità della gestione non interferisca negativamente con le scelte mediche che per natura loro, mirano al miglioramento della qualità delle prestazioni?14

La risposta che viene data è duplice, da un lato l’abbandono del modello taylorista di organizzazione del lavoro a favore di

un ambiente organizzativo che amplifichi l’immaginazione umana e liberi la creatività latente che esiste, tanto o poco, in ogni persona 15.

Dall’altro la realizzazione di una sanità plurale che includa soggetti di offerta pubblica, privati e civili. Per gli autori il fatto che:

[…] la salute di ciascuno dipende da quella di tutti comporta chela salute sia un bene comune […] né un bene pubblico, né un bene privato, e pertanto né la sola gestione pubblicistica, né la gestione privatistica sono adeguate.

L’idea è che la società civile ed il Terzo Settore vadano inclusi nel processo decisionale e nelle articolazioni organizzative del sistema sanitario.
Ciò che si può apprezzare di questa proposta è che implicitamente sostiene la necessità di una de-mercificazione della sanità, di una maggiore possibilità di decisione sui processi sanitari da parte della società e infine di una trasformazione dell’organizzazione del lavoro che rimetta al centro la molteplicità di relazioni che concorrono alla salute.

Il problema di fondo che si può rintracciare in questo testo è che pur criticandola assume per assodata la dicotomia tra pubblico e privato, tra Stato e Capitale come due entità in contrapposizione. Questa idea, residuo della semplificazione ideologica della Guerra Fredda, è ancora troppo diffusa negli ambienti di sinistra che distinguono tra un pubblico “buono” ed un privato “cattivo”. Per noi lo Stato rimane, secondo la definizione di Marx, “il comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”. È lo Stato che attraverso l’attività legislativa, giuridica e burocratica ha aperto la strada all’aziendalizzazione e alla privatizzazione, è lo Stato che ha preparato il terreno per la mercificazione della sanità. Dunque a meno che una frazione dominante della borghesia torni a considerare vantaggiosa per i propri scopi la visione della sanità universale o che nuovi conflitti sociali riescano ad imporla è improbabile vedere realizzata una trasformazione che fornisca potere e decisionalità alla società ed ai professionisti ed alle professioniste della sanità sulla salute.

Al netto di ciò va constatato che negli ambienti antagonisti e nella sinistra di classe la capacità di costruire un “pensiero forte” sulla salute e più in generale sulla riproduzione sociale è piuttosto limitato e nebuloso, nonostante l’eredità di sperimentazioni, teorie di critica della scienza e possibilità di intervento. Tra guerre, pandemie e crisi climatica la questione della riproduzione sociale del proletariato sarà sempre più centrale, dunque forse è ora di iniziare a pensare alla salute.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.


  1. https://www.avvenire.it/attualita/senza-assistenza-cosi-la-legge-bellissima-di-trump-fara-vittime-negli-usa_93342  

  2. https://volerelaluna.it/territori/2024/07/09/torino-la-salute-e-laspettativa-di-vita-la-variabile-sociale/  

  3. https://www.ilsole24ore.com/art/crescono-italiani-che-rinunciano-curarsi-ora-sono-su-dieci-colpa-liste-d-attesa-e-motivi-economici-AHFmlGs  

  4. Luca Antonini, Stefano Zamagni. Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata, Roma, Studium Edizioni, 2025, p. 11.  

  5. Ibidem.  

  6. Ivi, p. 12.  

  7. https://www.antropocene.org/index.php/341-che-cos-e-la-frattura-metabolica  

  8. https://www.marionegri.it/magazine/antibioticoresistenza#:~:text=L’antibiotico%20resistenza%20(AMR),grazie%20a%20mutazioni%20del%20DNA.  

  9. L. Antonini, S. Zamagni. Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata, op. cit, p. 28.  

  10. Ivi, p. 93.  

  11. Ivi, p. 94.  

  12. Ivi, p. 96.  

  13. Ivi, p. 102.  

  14. Ivi, p. 121.  

  15. Ivi, p. 127.  

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Economia di guerra / 2: ancora sulla centralità del lavoro e del necessario conflitto che l’accompagna https://www.carmillaonline.com/2020/04/20/economia-di-guerra-2-ancora-sulla-centralita-del-lavoro-e-del-necessario-conflitto-che-laccompagna/ Mon, 20 Apr 2020 21:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59487 di Sandro Moiso

Il lampo del virus illumina l’ora più chiara. Smaschera il mondo in maschera.

Viviamo giorni di confusione, ma anche di grande chiarezza. Il balletto del tutti contro tutti che si svolge a livello politico (nazionale e locale), scientifico (con il dilagare degli esperti e delle task force) e mediatico dovrebbe aver già da tempo aperto gli occhi dei cittadini e dei lavoratori. Date di riapertura diffuse come se ciò non avesse conseguenze sull’andamento del contagio e da quest’ultimo non dovessero dipendere, ottimismo sparso a piene mani su un picco che dovrebbe assomigliare a un altipiano (per il [...]]]> di Sandro Moiso

Il lampo del virus illumina l’ora più chiara.
Smaschera il mondo in maschera
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Viviamo giorni di confusione, ma anche di grande chiarezza.
Il balletto del tutti contro tutti che si svolge a livello politico (nazionale e locale), scientifico (con il dilagare degli esperti e delle task force) e mediatico dovrebbe aver già da tempo aperto gli occhi dei cittadini e dei lavoratori. Date di riapertura diffuse come se ciò non avesse conseguenze sull’andamento del contagio e da quest’ultimo non dovessero dipendere, ottimismo sparso a piene mani su un picco che dovrebbe assomigliare a un altipiano (per il tramite di ingegnose acrobazie linguistiche, geomorfologiche e statistiche), dati di una autentica strage a livello sanitario che i partiti istituzionali si rimpallano, con minacce di inchieste e commissariamenti, tra Destra e Sinistra come in una partita di volley ball, noiosissima e già vista centinaia di volte. Una guerra tra rane, topi e scarafaggi che, se fosse ancora vivo Giacomo Leopardi, sarebbe degna soltanto di un nuova “Batracomiomachia”.

In questo autentico bailamme, che sembra soltanto peggiorare di giorno in giorno, sono però ancora troppi coloro che, pur animati dalle migliori intenzioni, affrontano le questioni legate all’attuale pandemia in ordine sparso. Rincorrendo il momento, chiedendosi quando si potrà ricominciare ad agire, senza chiedersi su cosa si potrebbe davvero incidere, scambiando un problema per il “problema”, anteponendo l’idea dell’azione allo studio delle azioni necessarie, contrapponendo l’individuale al sociale oppure scambiando per sociale ciò che in sostanza è individuale. In una girandola di iniziative che tutto fanno tranne che fornire prospettive concrete per un’uscita dall’attuale catastrofe che, occorre ancora una volta dirlo, non è né naturale né umanitaria, ma derivata direttamente dalle “leggi” di funzionamento del modo di produzione capitalistico. Come afferma Frank M. Snowden, storico americano della medicina, nel suo Epidemics and Society: non è vero che le malattie infettive “siano eventi casuali che capricciosamente e senza avvertimento affliggono le società”. Piuttosto è vero che “ogni società produce le sue vulnerabilità specifiche. Studiarle significa capirne strutture sociali, standard di vita, priorità politiche”1

Gli elementi che potrebbero aiutare a definire il campo per un intervento immediato, concreto e condivisibile a livello di massa sono già molti. Sono compresi nelle parole, nelle promesse fasulle e nei provvedimenti che i governi e i loro padroni, nazionali e internazionali, stanno esplicitando, come si affermava all’inizio, sotto gli occhi di tutti. Una lunga sequenza di leggi, prevaricazioni, distruzioni e violenze che costituiscono la trama della più lunga crime story mai raccontata.
Ancora una volta è inutile, infatti, cercare l’ordito nascosto o segreto della realtà, basta saperla osservare e ascoltare, oppure semplicemente leggere, following the money.

Ad esempio, nella “Convenzione in tema di anticipazione sociale in favore dei lavoratori destinatari dei trattamenti di integrazione al reddito di cui agli Artt. da 19 a 22 del DL N. 18/2020” concordata il 30 marzo 2020 a Roma, alla presenza del Ministro del lavoro e delle politiche sociali tra Associazione Bancaria Italiana (ABI), l’ Alleanza delle Cooperative Italiane, tutte le maggiori associazioni imprenditoriali e confederazioni sindacali.

Il tema è sostanzialmente quello della cassa integrazione ordinaria o in deroga. Provvedimenti da sempre destinati a ricadere economicamente sulle spalle dello Stato, degli imprenditori e dell’INPS, ma che grazie a questo accordo, in piena crisi economica (di cui la pandemia da coronavirus costituisce un’aggravante ma non l’unica origine), potrebbe ricadere direttamente sulle spalle dei lavoratori che la vorranno o dovranno richiederla.

Se già la cassa integrazione comporta sempre e comunque un costo per i lavoratori, consistendo mediamente in un 80% del salario, a partire da questo accordo la stessa si trasforma in una sorta di prestito che viene accordato ai lavoratori in attesa che sia l’INPS a ripianarlo e a provvedere ai successivi pagamenti, ma il cui costo iniziale ricadrà interamente sui dipendenti coinvolti, a differenza della cassa integrazione comunemente intesa che prevede, in caso di ritardo delle prestazioni dell’INPS, che il costo iniziale ricada sugli oneri delle imprese che, di fatto, sono costrette ad anticipare per qualche mese gli stipendi parziali pagati dall’ente previdenziale.
Come si può leggere nel testo della Convenzione, invece:

Al fine di fruire dell’anticipazione oggetto della presente Convenzione, i/le lavoratori/trici […] dovranno presentare la domanda ad una delle Banche che ne danno applicazione […]
Il/la lavoratore/trice e/o il datore di lavoro informeranno tempestivamente la Banca interessata circa l’esito della domanda di trattamento di integrazione salariale per l’emergenza Covid-19.
In caso di mancato accoglimento della richiesta di integrazione salariale […] qualora non sia intervenuto il pagamento da parte dell’INPS, la Banca potrà richiedere l’importo dell’intero debito relativo all’anticipazione al/la lavoratore/trice che provvederà ad estinguerlo entro trenta giorni dalla richiesta.
Nei casi della anticipazione del trattamento di integrazione salariale da parte della Banca, quest’ultima, in caso di inadempimento del lavoratore, […] comunicherà al datore di lavoro il saldo a debito del conto corrente dedicato.
In tal caso, a fronte dell’inadempimento del lavoratore, il datore di lavoro verserà su tale conto corrente gli emolumenti spettanti al lavoratore, anche a titolo di TFR o sue anticipazioni, fino alla concorrenza del debito. Il lavoratore darà preventiva autorizzazione al proprio datore di lavoro […] in via prioritaria rispetto a qualsiasi altro vincolo eventualmente già presente evitando che sia il datore di lavoro a dover regolare i criteri di prevalenza tra i diversi impegni presenti, nei limiti delle disposizioni di legge2.

La Convenzione con le banche non è un inedito, è già stata usata nel 2008/2009 e se la pratica di cassa non va in porto l’impresa è comunque obbligata a pagare le mensilità al lavoratore, che può così restituire gli anticipi versati dalla banca. La Convenzione è un accordo astratto, ma agli sportelli (persino di due filiali diverse dello stesso gruppo) possono nascere piccoli ricatti o fraintendimenti che il lavoratore, di solito inesperto, può non saper gestire – tipo l’obbligo di aprire una posizione permanente in quella banca, al di là del conto corrente e a termine della Convenzione. Inoltre:

“«L’accordo con l’Abi parla di un’istruttoria di merito creditizio nei confronti del lavoratore. Ma questa previsione rischia di essere un problema per chi ha un finanziamento in corso e magari non sia riuscito a pagare qualche rata di credito al consumo», spiega Roberto Cunsolo, consigliere dell’Ordine nazionale dei commercialisti. Tanto basta, infatti, per essere segnalati alla Centrale rischi finanziari (Crif) e di conseguenza vedersi rifiutare l’anticipo degli ammortizzatori.
L’argomento non è da poco visto che il governo nei provvedimenti adottati finora non ha previsto lo stop alle rate per i piccoli prestiti.” (qui)

Fermiamoci qui. E’ chiaro però che, in questo modo, la cassa integrazione ordinaria o in deroga si trasforma in nient’altro che in un prestito ai lavoratori/trici, che gli stessi sottoscriveranno con le banche, liberando quasi del tutto i datori di lavoro da qualsiasi responsabilità economica in merito. Un sistema perfetto di sfruttamento circolare del lavoro dipendente. Soprattutto nel caso della cassa in deroga per la quale viene del tutto esclusa la possibilità che questa possa essere anticipata dal datore di lavoro.
L’anticipo è sui conti dei lavoratori e, se qualcosa va storto, i padroni possono detrarre le cifre per il ripianamento del debito direttamente dai salari (senza neanche il limite del quinto dello stipendio). In questo modo il lavoratore diventa il garante ultimo della politica economica d’emergenza. Il lavoro è il fideiussore generale di riserva, la banca l’intermediario, l’impresa fa la ritenuta alla fonte per conto del sistema bancario di governo. L’accordo, inoltre, non prevede il vincolo di non licenziare, come indirettamente confermato dal silenzio sindacale in proposito. Così il salario è eventuale, ma se c’è, il padrone può versarlo ai suoi finanziatori.

In un contesto in cui si prevede che siano più di 11 milioni i lavoratori che dovranno far ricorso alla cassa integrazione (o ai bonus) e in un panorama in cui le imprese con meno di 10 dipendenti, ovvero quelle ritenute maggiormente a rischio, costituiscono l’82,4% (col 22,6% dei dipendenti complessivi) delle imprese manifatturiere, il 96,2% (con il 66% dei dipendenti) delle imprese edili e il 96,6% (con il 52,3%) di quelle legate ai servizi, commercio all’ingrosso e al dettaglio3 i tempi della Cig saranno già più lunghi di almeno 10-15 giorni. Mentre, per la complessità delle operazioni richieste in modalità diversa per ogni istituto bancario, i lavoratori meno esperti di strumenti informatici, considerato che le banche escludono la possibilità di una ‘consulenza’ sindacale a soccorso degli stessi, rischieranno di essere tra gli ultimi ad essere pagati, vista anche la precedenza che sia le banche che l’Inps accorderanno agli aiuti per le aziende.

Più che lo sdegno per lo strumento in questione, andrebbe rimarcato l’eterno ineliminabile ruolo delle banche. Dal Q.E., all’Ape, alla Cassa: tutto deve passare dalle banche, che tra l’altro in questa fase non hanno assolutamente uomini e mezzi per svolgere il ruolo “burocratico” che lo Stato gli appalta – oltre al costo economico e sociale che questo parassitismo bancario comporta. Questa pletora di ammortizzatori (Cigo, Cig, Naspi, Bonus autonomi, Reddito Gigino di Maio, contributi comunali) di cui alla fine non ci si capisce più nulla, costituisce però il risultato della mancanza di uno strumento di reddito generale e universale. Così, sia a livello sindacale che prefettizio, inizia a crescere l’allarme per il clima da insorgenza sociale ed economica che sembra nascere spontaneamente, soprattutto in città come Torino dove le code davanti al Monte dei pegni si allungano ormai di giorno in giorno (qui).

Ma occorre fare ancora qui alcune osservazioni di carattere generale.
La prima, naturalmente, è quella riguardante il fatto che tale provvedimento conferma la tendenza generale alla completa finanziarizzazione di ogni attività o provvedimento un tempo compresi in ciò che veniva definito welfare state. Che si tratti di sanità, di lavoro o di previdenza (con tutti gli addentellati del caso: cassa integrazione, pensioni, etc.) il costo oggi non solo non deve più essere sostenuto dalla finanza e dall’intervento pubblico, ma deve anche costituire motivo di realizzazione di interessi per chi si sostituisce, anche solo momentaneamente, allo Stato e alle sue agenzie in veste di ufficiale pagatore. Insomma, in soldoni le banche non muovono un dito se non ne ricavano una qualche forma di profitto.

La seconda, non meno importante, è che le casse dello Stato si avviano ad essere sostanzialmente vuote. Anni di ruberie, rapine politico-mafiose autorizzate, prebende, investimenti fantasma o in grandi opere inutili e dannose mai terminate (e interminabili), premi a consorterie politiche di ogni tendenza e genere, profitti e prestiti garantiti a imprese e banche too big to fail, tasse mai pagate e attività svolte in nero hanno letteralmente prosciugato la casse dello Stato e dell’INPS. La quale ultima, nata come Istituto di previdenza sociale per i lavoratori, ha dovuto sempre più farsi carico anche delle pensioni e dei trattamenti di fine servizio milionari di manager e dirigenti, privati e pubblici, oltre che diventare il tappabuchi per i periodi di sospensine dell’attività produttiva programmati dalle grandi aziende (come la Fiat).
Impressione generale confermata dallo slittamento in avanti continuo della data di presentazione dei provvedimenti economici governativi resi necessari dalla crisi.

Lo Stato sociale ha un costo sicuramente elevato che è andato crescendo nel tempo, ma non tutto è stato dissipato, come vorrebbe far credere una narrazione tossica e di parte, a causa delle pensioni un tempo calcolate su una età media più bassa e una vita lavorativa che veniva calcolata su un numero di anni inferiore a quelli attualmente necessari. Né si tratta soltanto di truffe rappresentate dai falsi invalidi, che pur ci sono state ma non tali da determinare l’attuale situazione di difficoltà.
Certo l’innalzamento dell’età media della vita ha comportato un prolungamento inaspettato dei pagamenti pensionistici e delle spese assistenziali per la terza età, ma troppo spesso ci si dimentica di sottolineare come proprio nel settore dell’assistenza alla stessa e in quello della Sanità non sia mai stato messo in pratica alcun tipo di controllo e di calmiere dei prezzi. Contribuendo così a fare dell’assistenza sanitaria e agli anziani un autentico Far West dove tutto è concesso, in termini di guadagno e profitto privato, e dove nessuna attività, o quasi, è svolta avendo come primo obiettivo quello della salute e del benessere dei cittadini.

Le tanto venerate privatizzazioni, concesse tanto da destra che da sinistra4, hanno dimostrato, proprio nel cuore dell”eccellenza’ sanitaria lombarda, la loro reale efficienza. Soprattutto nelle RSA, ovvero nelle residenze per anziani, sempre più costose (per lo Stato e per i cittadini) e meno protette dal punto di vista sanitario.
Residenze per anziani che sono diventate, in tutta Europa, uno dei settori più interessanti di investimento per le società finanziarie a caccia di nuovi territori in cui poter praticare le proprie scorrerie, garantendo profitti annui anche del 6-7% e trasformandosi, almeno fino all’esplodere della pandemia, in uno dei settori in cui si attendevano i maggiori investimenti nei prossimi anni. Fino a 15-20 miliardi di euro entro il 2035.
Basti pensare che in Lombardia l’84% delle RSA, che nel loro insieme rappresentano un affare da 1,4 miliardi di euro, è privato. Un affare che coinvolge 8.000 strutture e 262.000 persone censite dallo Spi-CGIL soltanto per il 2018 in tutt’Italia5.

«È un settore a metà tra l’immobiliare e l’infrastrutturale, che rappresenta un ottimo modo per diversificare e proteggere i portafogli, soprattutto nei momenti di ciclo economico debole», ha affermato in un recente convegno Giuseppe Oriani, ceo per l’Europa di Savills Investment Management. Ma che cosa attira gli investitori? In primo luogo, si tratta di un investimento a basso rischio, che si traduce in una sostenibilità dei canoni su un arco temporale medio lungo. «A questo, concorre il fatto che nel sistema italiano, così come in quello francese o tedesco, solo una parte delle rette di degenza è a libero mercato, ma una quota consistente è coperta dal pubblico, nel nostro caso dalle Regioni. Questo è un elemento di garanzia per chi investe», spiega Pio De Gregorio, responsabile Industry trend & benchmarking analysis di Ubi Banca, che ha redatto un accurato studio sul settore.
Naturalmente fanno gola i rendimenti medi lordi, stimati in un range compreso tra il 6% il 7,5%. La dinamica demografica è legata a doppio filo a questa classe di investimento. Infatti, a seconda degli scenari che si verificheranno, e dunque della necessità di posti letto in Rsa, si parla di investimenti in nuove strutture per 15 miliardi di euro entro il 2035, secondo l’ottica più conservativa, o fino a 23 miliardi secondo lo scenario più generoso. L’Italia ha ancora un forte gap da recuperare. In Germania ci sono oltre 12mila strutture per circa 876mila posti letto, in Francia 10.500 strutture e 720mila posti letto, in Spagna rispettivamente circa 5.400 e 373mila.6

Quello delle RSA, alla luce dei decessi ricollegabili alla mancata prevenzione sanitaria in occasione dell’attuale pandemia, sembra essere un esempio piuttosto efficace per dimostrare concretamente come salute, assistenza e finanza non possano collimare nei loro obiettivi ultimi7.
L’assalto finanziario ad ogni aspetto del sociale infatti non rappresenta soltanto una riduzione della spesa dello Stato nel settore dei servizi ai cittadini, ma un vero rovesciamento di questi ultimi che si trasformano in un autentico settore di investimento protetto per il capitale finanziario sempre più alla ricerca di aree garantite in cui essere “parcheggiato” con una resa maggiore di quella fornita dall’investimento produttivo.

La strategia messa in atto da anni nei confronti della spesa pubblica e del suo taglio, si rivela dunque sempre di più per quello che di fatto è: fornire la possibilità di continuare ad investire speculativamente senza rischiare che l’enorme bolla finanziaria che si è venuta a creare negli anni (con scarsa o nulla base nell’economia reale) finisca con l’esplodere.
Questo può tranquillamente farci affermare che proprio per tale motivo i paperoneschi fantastiliardi promessi dal governo di Totò e Peppino per fronteggiare la crisi non esistono. Non esistono nelle casse del governo e non esistono nemmeno nelle casse delle banche. Le quali ultime avendo investito cifre da capogiro in titoli gonfiati, se non in veri e propri junk bond, oppure in titoli di Stato per impedire l’aumento dello spread e degli interessi pagati oggi non hanno disponibile tutta la liquidità richiesta dal governo per finanziare le imprese in crisi.

Interessante, da questo punto di vista, può rivelarsi la posizione assunta dall’AD di Intesa San Paolo, Carlo Messina, che, nei giorni scorsi, ha dichiarato che se la banca farà la sua parte mettendo a disposizione 50 miliardi di crediti, anche gli imprenditori che hanno spostato i loro investimenti e le loro ricchezze all’estero dovrebbero fare altrettanto facendoli rientrare in Italia8. La globalizzazione si incrina quindi, proprio ai suoi vertici, di fronte a una crisi che, al di là delle vacue dichiarazioni di Conte e Gualtieri, non troverà nei finanziamenti europei la sponda troppo a lungo strombazzata. Né i 1500, né i 400 miliardi ma, per ora e al massimo, i 37 messi a disposizione dal ferreo fondo salva stati (MES).

Da qui due conseguenze immediate e tutte due da consumarsi sulla pelle dei lavoratori: la prima è la riapertura di tutte le aziende che ne hanno fatto richiesta in deroga9 in cambio del mancato aiuto promesso su così larga scala (certo qualcosa ci sarà, ma non nella misura attesa da gran parte del mondo imprenditoriale), mentre la seconda (che non sarà comunque l’ultima) è compresa nell’accordo di cui abbiamo parlato all’inizio di questo intervento.

Non vedere in questo accordo una forma di liberalizzazione dei contratti di lavoro destinata a durare ben oltre l’emergenza sarebbe da imbecilli e non denunciarlo semplicemente criminale.
Ecco allora serviti gli snodi su cui articolare la nuova protesta sociale, non sull’idealità o l’ideologia o su un solidarismo più di marca cattolica che rivoluzionaria, ma sulla salda concretezza costituita dall’impossibilità di far coincidere gli interessi dei lavoratori con quelli dello Stato e del capitale, soprattutto nei periodi di crisi. Si tratti dei lavoratori dell’industria, si tratti dei lavoratori e degli operatori della sanità, si tratti ancora dei lavoratori dei servizi pubblici e privati e della scuola, la crisi ha tolto la maschera alla controparte. E’ ora di smettere di considerare il lavoro dipendente un privilegio o una fortuna, anche là dove sembrava garantito. E’ venuta l’ora di riportarlo al centro del conflitto e dell’attenzione antagonista.

In questi giorni il Fondo Monetario Internazionale ha dichiarato che siamo davanti ad una crisi peggiore di quella del 1929, dalla quale, occorre sempre ricordarlo, si uscì soltanto con il secondo macello imperialista mondiale; sorto ed esploso non per un insanabile conflitto tra democrazia e autoritarismo, ma soltanto per ridefinire i confini delle aree di influenza economica e politica nel e sul mercato mondiale. Il Financial Times si è spinto a dichiarare in prima pagina (15 aprile) che questa sarà la peggiore crisi economica degli ultimi 300 anni. Ma è stato il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, a giungere ad una sintesi storica più adeguata, dichiarando che:

Una volta che l’emergenza sanitaria dettata dalla pandemia sarà sotto controllo, il rischio è che si apra una delle più grandi fasi di stagnazione economica degli ultimi secoli e con essa una ristrutturazione dei sitemi politici di riferimento. Il pericolo è di ritrovarsi in una nuova «grande crisi generale» paragonabile a quella che gli storici definiscono la «crisi generale del XVII secolo», quando la seconda ondata pandemica di peste fu accompagnata da un profondo cambiamento degli assetti politici ed economici […] La conseguenza è che dobbiamo attenderci non solo della povertà la più grave recessione economica degli ultimi secoli, con un crollo inimmaginabile della capacità produttiva e un aumento mai registrato e delle disuguaglianze a livello globale, ma anche lo stravolgimento dell’ordine esistente. Già all’indomani della grande crisi del 2008, infatti, l’ordine internazionale liberale ha cominciato a dare segni di cedimento strutturale.10

Mai come in quest’occasione la salvaguardia della salute e delle garanzie sul lavoro sono state coincidenti; mai come in questo momento lotta sindacale e lotta politica (intesa nel suo senso più ampio di ridefinizione delle necessità sociali e del modo di governarle) si sono avvicinate nelle loro finalità; mai come oggi la lotta per la ripartizione della ricchezza prodotta è stata tanto importante per ridefinire i modi della sua creazione, delle sue finalità e della difesa dell’ambiente. E della salvaguardia della specie umana.

Soprattutto in un contesto in cui la sostanziale confusione sui dati epidemiologici, la chiacchiera politica, la propaganda mediatica e le continue e contraddittorie illazioni di presunti esperti quali Roberto Burioni e Ilaria Capua (nomi che valgono soltanto come esempio considerato che l’elenco potrebbe continuare a lungo) non hanno fatto altro che coprire di parole inutili e pietose la sostanziale scelta dell’immunità di gregge come unica strategia da applicare nei confronti dell’epidemia, pur senza averlo mai dichiarato pubblicamente.

Lontani dalla memoria storica della Chiesa, che ha motivo di mantenerla non per ragioni di cambiamento e sovvertimento dell’ordine esistente, ma al contrario per la necessità di conservare i suoi apparati e la sua funzione11, i tecnici del dream team di Vittorio Colao già insistono per rendere obbligatorio lo smart working, il telelavoro, per le grandi aziende e ovunque sia possibile. Mentre alcuni lavoratori e alcune lavoratrici possono vedere in questa “modernizzazione” una forma di flessibilità che potrebbe andare incontro alle loro esigenze personali e famigliari, è inevitabile osservare come tale ristrutturazione del lavoro white collar sia destinata a promuovere un’ulteriore parcellizzazione dello stesso e un’atomizzazione dei suoi esecutori che, ben presto, dovranno fare i conti con una totale privatizzazione dei loro contratti e con una tendenza inarrestabile alla creazione di lavoratori “autonomi” (in realtà dipendenti) assolutamente non più garantiti sia sui tempi di lavoro che sulle retribuzioni. Come già ben sanno molti lavoratori precari.

Sarebbe poi da affrontare il tema della ristrutturazione del lavoro nel comparto sanità, dove è evidente che dietro agli untuosi elogi agli “eroi che ci difendono in prima linea” si cela una totale ristrutturazione peggiorativa delle condizioni di lavoro dei medici (qui) e di tutto il personale sanitario12, già da tempo iniziata con le privatizzazioni messe in atto nel settore. Non solo in Lombardia, caso più eclatante, ma in tutta Italia e da ogni governo nazionale o locale.

Nella scuola anche non ci sarà da scherzare. Anche qui il telelavoro di queste settimane, le lezioni a distanza e le riunioni fiume per via telematica, non costituiranno altro che un ulteriore aumento dei carichi di lavoro dei docenti, una riduzione delle risorse disponibili (che bisogno ci sarà di pagare i corsi di recupero, se gli insegnanti saranno obbligati a tenere delle lezioni da casa al pomeriggio?) e se le classi saranno ridotte di numero sarà solo per sdoppiarle su un lavoro che potrebbe svolgersi sia di mattina che pomeriggio, con un aumento dell’orario settimanale dei docenti non accompagnato da un’adeguata retribuzione. Non a caso già si parla di un nuovo contratto e di nuove assunzioni che certo non sarebbero minimamente adeguate a coprire un raddoppio delle cattedre.

Del lavoro in fabbrica, nei cantieri, nella distribuzione e nel commercio abbiamo già indirettamente parlato anche negli articoli precedenti. Ma se da un lato su ogni lavoratore di questi settori, come anche di quelli citati prima, graverà la spada di Damocle del licenziamento e della disoccupazione, è chiaro che su tutti i lavoratori e le lavoratrici peseranno fin da subito l’aumento dei ritmi, l’inasprimento delle turnazioni, la probabile riduzione delle retribuzioni per permettere alle aziende, grandi e piccole, di superare ‘insieme’ il difficile momento. Lo ha sintetizzato benissimo il presidente degli industriali vicentini, Luciano Vescovi, quando ha affermato: “Si tratta di trovare un percorso italiano per tamponare l’emergenza e aiutare il sistema, ma è molto complicato in uno Stato privo di soldi. Bisogna dirlo chiaramente: bisogna tornare a lavorare, e tirare la cinghia per un po’” (qui). Mentre lo stesso presidente del consiglio Conte ha già preannunciato che, con la prossima riapertura, si lavorerà sette giorni su sette.

D’altra parte l’elezione di Carlo Bonomi alla presidenza di Confindustria e l’immediata proposta di anticipare ufficialmente la riapertura produttiva del settore auto (che significa, in realtà, praticamente tutta la metalmeccanica) e di quello della moda (tessile e non solo: cuoio. chimica, etc.) mostrano chiaramente come tutte le decisioni della politca siano completamente assuefatte, a Destra come a Sinistra, agli ordini provenienti dai “padroni del vapore” e dagli investitori. In fin dei conti, nella pletora di tecnici arruolati di giorno in giorno per svolgere le funzioni che dovrebbero essere specifiche del Governo e del Parlamento, i veri specialisti sono loro: gli imprenditori. Che, però, non ancora soddisfatti dagli omini di pezza posti al governo o nel parlamento, si spingono già a chiedere la presenza di un nuovo de Gaulle13.

Non tenere conto di ciò, chiudersi nello specifico o nel proprio orticello, scimmiottando gli orridi specialisti ed esperti come i 17 membri della super-commissione varata dal governo in questi giorni, sarebbe semplicemente perdente e conservatore.
In tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti i lavoratori di tutti i settori hanno capito che la lotta contro la crisi da coronavirus coincide con la lotta contro il virus del capitale (qui).
Ma ciò che fa paura, forse, è proprio il fatto che nelle crisi sistemiche tutti i nodi sono destinati a venire al pettine e non ci sia più spazio per le incertezze e i tentennamenti.
Stiamo dunque ben attenti a non perdere questa occasione, a partire proprio dalle assemblee, dalle discussioni e dalle eclatanti contraddizioni che si svilupperanno sui posti di lavoro. Non abbiamo bisogno di inventarci spazi, ma di riconquistare quelli che ci sono e conosciamo già.
In fin dei conti, se già gli “esperti”, i media e l’economia ci dicono che “fa brutto”, anche noi avremo prima o poi il diritto di sbroccare, no?14

N.B.
Questo lungo articolo, la cui responsabilità per i contenuti e gli eventuali errori ricade interamente sull’autore, non sarebbe stato possibile senza i consigli, le critiche e le considerazioni espresse da Luca B., Giovanni I., Maurizio P., Gioacchino T. e Cosetta F.


  1. F.M.Snowden, Epidemics and Society. From the Black Death to the Present, New Haven- London 2019, Yale University Press, p.7  

  2. Convenzione in tema di anticipazione sociale in favore dei lavoratori destinatari dei trattamenti di integrazione al reddito di cui agli Artt. da 19 a 22 del DL N. 18/2020  

  3. Dati Istat riferiti al 2016  

  4. Resta qui da ricordare sempre il vademecum prodiano per la “proficua collaborazione “ tra Stato e mercato: Romano Prodi, Il capitalismo ben temperato, il Mulino 1995  

  5. R. Galullo e A. Mincuzzi, Residenze per anziani, affare da 1,4 miliardi in Lombardia. L’84% delle Rsa è privato,il Sole 24ore, 8 aprile 2020  

  6. Adriano Lovera, Residenze per anziani, mercato in crescita costante, il Sole 24ore, 14 ottobre 2019  

  7. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Irlanda la metà dei decessi da Covid-19 è avvenuta nelle residenze pr anziani (qui)  

  8. A. Greco, Intervista a Carlo Messina, la Repubblica, 7 aprile 2020  

  9. Facendo sì che il lockdown promesso e strombazzato non sia mai neppure lontanamente esistito per la maggioranza dei lavoratori, come si può osservare anche solo dai dati dell’ISTAT (qui); fatto evidente che soltanto da qualche giorno il Viminale e alcuni quotidiani fingono invece di scoprire 

  10. Raul Caruso, Dopo la pandemia si rischia una crisi degli assetti globali, Avvenire 14 aprile 2020  

  11. Anche quando per bocca di Papa Francesco avanza la richiesta di un salario universale per i lavoratori più poveri (qui)  

  12. Come spiega molto bene l’intervista ad un’infermiera contenuta qui  

  13. Carlo Andrea Finotto, Virus e rischio baratro. Perché all’Italia servirebbe un nuovo de Gaulle, il sole 24ore, 18 aprile 2020  

  14. Sia ‘far brutto’ che ‘sbroccare’ sono due possibili traduzioni in italiano dell’americano ‘breaking bad’  

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Sull’epidemia delle emergenze/ Fase 5: i movimenti sociali al tempo della quarantena https://www.carmillaonline.com/2020/04/01/sullepidemia-delle-emergenze-fase-5-i-movimenti-sociali-al-tempo-della-quarantena/ Wed, 01 Apr 2020 21:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59070 di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

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di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

Abbiamo proceduto ad analizzare, allora, come questa crisi metta in discussione e demolisca molti degli assunti e delle posizioni consolidate fino a ieri; una catastrofe che non ha risparmiato alcuno spazio dell’agire umano e politico: dalle relazioni internazionali, al controllo sociale, alle relazioni, alla geopolitica, alla guerra o all’accumulazione di capitale. Tutto viene tritato a grande velocità e tutto, altrettanto velocemente, si rinnova buttando via ciò che è obsoleto.
Crediamo che i movimenti sociali non siano estranei a questo processo e che, certamente, non possano esserlo (chi ne rimane al di fuori, d’altronde, è più cera da museo che essere vivente). È all’analisi di questo altro elemento che vorremmo concentrarci adesso.

Nell’ultima settimana abbiamo assistito ad un rapidissimo espandersi del contagio a livello europeo e internazionale, con una forte accelerazione di processi geopolitici ed economici che sembravano premere ormai da un po’(qui).
Se per molti governi europei il caso italiano ha fatto in un certo senso scuola, sembra che anche i movimenti abbiano guardato all’Italia per elaborare le proprie risposte.
La reazione maggioritaria delle strutture politiche del Bel paese è stata quella di mettere in moto una grossa serie di piccole o grandi opere di solidarietà dal basso e mutuo appoggio; un’operazione importante di messa a sistema di quelle pratiche mutualistiche, che si erano da anni accumulate come patrimonio dell’autorganizzazione e dei centri sociali, dentro lo scenario di una crisi sanitaria e di un confinamento sociale inediti. A ruota sono seguite operazioni simili negli altri paesi, elemento che diventa allora di non secondaria importanza nel guardare i fenomeni in atto.

Se da un lato possiamo dire che la capacità di risposta autonoma e dal basso ai bisogni sociali sia un tassello essenziale della strategia antagonista per come la conosciamo, dall’altro non possiamo che rilevare come spesso questa risposta assorba la totalità dell’impegno non solo della prassi ma anche dell’orizzonte teorico di queste strutture.
Sembra, quindi, che l’ipotesi del conflitto venga allora definitivamente espulsa dal campo delle possibilità: nella tutela dei soggetti più fragili e nel lavoro di cura, il corpo militante si mette al servizio di una collettività da cui si era ritrovato ormai estraneo, e che attraversa ora andando a riempire i vuoti lasciati dalla macchina statale neoliberista. Ma se diamo per assodato il concetto per cui, al tempo del libero mercato, chi può essere messo a valore allora può beneficiare della macchina capitalistica mentre chi è inutile si arrangi da sé per non crepare; un lavoro di cura della fragilità finisce per essere sussidiario alle articolazioni assistenziali dello Stato e rischia, infine, di fare da agente pacificatore: gli “angeli che portano la spesa” vanno allora a spegnere o lenire quella frustrazione da cui può, in prospettiva, accendersi la miccia della rabbia sociale. Non è un caso che nell’ultimo decreto presidenziale, del 27 marzo, che è andato a rincorrere una tiepidissima ipotesi di insorgenza urbana, si sia fatto esplicitamente appello alla “catena della solidarietà”, o che diversi servizi televisivi abbiano lodato le gesta di questi giovani generosi, tacendo la loro provenienza dai famigerati centri sociali abusivi.

Non solo, nello schiacciarsi su questo volontarismo, si finisce per perdere di vista una tempesta che si avvicina a passi sempre più spediti: quando la quarantena sarà finita, quando si cercherà di tornare alla normalità dopo questa sospensione della vita, le città non saranno più le stesse. La loro fisionomia resterà invariata magari ma la loro sostanza, il tessuto vitale e le loro possibilità saranno ridotte in macerie. È un domani molto vicino quello in cui si inizierà a sanguinare per la disoccupazione, per il carovita, per la crisi degli alloggi, per i nuovi tagli fatali allo stato sociale. Ma a forza di lenire i graffi di oggi, non ci si accorge degli sventramenti che ci attendono; il rischio è quello di seguire una logica dei due tempi per cui oggi si temporeggia, domani si agisce; ma il tempo dell’azione non è rimandabile, i bastimenti vanno approntati quando la tempesta è in avvicinamento, non quando si scatena e sbalza i marinai fuori bordo, ad annegare tra le onde di una conflittualità che non si è saputo leggere.

Si differenzia in tale contesto, però, l’approccio di chi, dichiarandolo, organizza attività di sostegno alla popolazione per contrastare quell’opera della protezione civile e dei militari che portando aiuti si presentano con volto amico alla popolazione, poiché è proprio con queste strutture militari e paramilitari che si giocherà anche lo scontro per l’egemonia politica e sociale. La penetrazione del ‘repressore buono’ nelle menti oltre che nei quartieri proletari va denunciata sin da ora, non quando spareranno sui cortei, caricheranno i picchetti operai e faranno i rastrellamenti per le strade.

Parimenti, vediamo un’altra sensibilità che, anche quando non esclude l’ipotesi mutualistica, è più attenta al fronte che si sta costruendo e ai campi d’azione che già oggi emergono. Una sensibilità che però è spesso immobile ed incapace di agire. Nell’indicare la centralità del reddito per tutti, nel denunciare la colpevole inadeguatezza del sistema sanitario o la criminale carenza di misure di supporto alle fasce basse della popolazione piuttosto che l’infamia delle associazioni padronali, certamente si è colto nel segno dell’indicazione.
Ma un’indicazione senza prassi incisiva è poco più che uno di quei buoni propositi da capodanno la cui immancabile fine è il dimenticatoio di fine gennaio.
E se certo le condizioni ostiche della quarantena non aiutano lo sforzo d’immaginazione militante nel cercare altre pratiche, sempre quell’espulsione del conflitto come possibilità concreta sembra essere alla base di un raggio d’azione limitato alle campagne social, ai meme, al mailbombing, alla sensibilizzazione, o agli ambiziosi quanto velleitari annunci di scioperi degli affitti.

Altre esperienze, possono essere quelle attuate, ad esempio, a Milano, Varese, Genova, Trento e in Valle di Susa che hanno ripreso l’antica pratica dei tazebao e degli striscioni, con parole chiare su chi siano i responsabili di questa strage in corso, con testi semplici, comprensibili, richiedendo diminuzione dei prezzi dei generi alimentari, denunciando la militarizzazione del territorio, lo smantellamento della sanità, evidenziando in modo esplicito la farsa di un governo che punisce le passeggiate e tiene aperte le fabbriche, che dona elemosine illuso di prevenire possibili sommosse, saccheggi e rivolte.
Semplici tazebao che invitano chi li condivide a riprodurli, diffondendoli così sulle mura dei quartieri e nei piccoli paesi di montagna … un modo per rendere tutti protagonisti, senza chiedere adesioni a forze politiche, un modo per prepararsi, per metter fieno in cascina .

Come ancora diversa può essere considerata l’iniziativa nazionale del 1° Aprile: con striscioni e battiture dai balconi e con fuochi nelle valli alpine per sostenere le detenute e i detenuti e chiedere amnistia e indulto per tutte-i. Diverse dal mutualismo caritatevole e importanti perché indicano forme, tutte da inventare nel periodo della quarantena, e che possono coinvolgere tutte/tutti: battiture, tatzebao, canzoni di lotta cantate dai balconi invece degli inni nazional-popolari, parlare con i vicini per costruire rapporti di complicità necessari oggi, fondamentali per il domani. Come avviene a Torino in alcuni quartieri operai.
Queste esperienze, seppur non estese come sarebbe necessario, indicano un modo per lottare anche dentro l’isolamento sociale prodotto dalla quarantena e per non agire solo sul piano virtuale.

Nulla è da escludere in una fase di sconvolgimento come questa, tutto è da rilanciare e nulla da lasciare al caso, ma ancor più centrale è la necessità di guardare all’esperienze in corso, alle tensioni, spesso sotterranee che si muovono sotto il cielo, comprendere come per la guerra che verrà ogni elemento utile vada incastonato nel mosaico di una strategia rivoluzionaria ancora tutta in divenire.

Un dato interessante che ci sembra di cogliere, per quel che riguarda le reti di solidarietà , più all’estero che dalle nostre parti a dire il vero, è come esse siano sorte del tutto o quasi al di fuori degli ambiti di movimento1 e come esse inizino a masticare temi prima appannaggio dell’habitat militante che ora diventano urgenza collettiva, come il reddito o l’affitto, ma restino sostanzialmente impermeabili al linguaggio politichese che tuttora le porta avanti. E se il rent strike2 passa sotto traccia, nondimeno ci si organizza autonomamente per autoriduzioni collettive o, più placidamente, si smette di pagare l’affitto al padrone di casa.
Una serie di smottamenti che interessano soprattutto quelle aree metropolitane, patrie dell’atomizzazione capitalistica, in cui le fragilità si ammassano più numerose e lo Stato lascia scoperti e abbandonati migliaia di individui per limitarsi a gestirne le escandescenze e proseguire il solito scorrimento delle merci. Le metropoli, o meglio i loro margini, iniziano a brontolare e rivendicare sommessamente il proprio spazio sulla scena. Un sussurro, per ora, ma che minaccia di essere presto un grido.

Un’altra indicazione feconda ci viene invece da quei territori, come l’Euskal Erria, dove le organizzazioni antagoniste e una certa cultura politica hanno storia e radici forti, dove quindi la prassi militante sembra riuscire ad intercettare l’autorganizzazione spontanea e diffusa e agire in sintonia con essa. Lì, dove le reti di mutualismo spontanee sono nate in ogni quartiere o cittadina senza reciproco coordinamento, incontrando spesso la capacità tecnica dei gruppi militanti, è emersa un’ipotesi di avanzamento del discorso politico relativo al contropotere territoriale fondata sul concetto di autodifesa e sostanziata tramite un doppio fronte, di lotta e di cura3.

Vi sono, poi, luoghi dove il conflitto è da anni già luogo di ‘conflitto in armi’ , di spazi dove le esperienze rivoluzionarie hanno il controllo di parti del territorio e di fronte a questa epidemia, prodotta dal tessuto sociale, economico e produttivo del capitalismo, hanno dovuto porsi la questione di garantire la difesa delle proprie zone e delle proprie comunità, sapendo assumersi tutte le responsabilità del caso nei confronti della catastrofe generata dal modo di produzione avverso.
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Nel Chiapas, di fronte alla pandemia Covid-19, con le parole del subcomandante insurgente Moisés, l’EZLN ha dato disposizioni perché tutti i municipi autonomi e le organizzazioni amministrative aderenti alla lotta zapatista dichiarino l’allerta rossa, impediscano l’ingresso nei loro territori agli estranei e adottino misure igieniche straordinarie.
Come spiegano gli zapatisti, questa scelta non è dovuta solo alla pericolosità del virus bensì anche all’irresponsabilità dei vari governi del pianeta, tutti intenti a fornire dati e informazioni molto discutibili (se non addirittura falsi) finalizzati al controllo sociale e non alla reale difesa della salute pubblica.
Questa scelta che all’apparenza potrebbe sembrare una sospensione della battaglia in corso deve proseguire anche in questa situazione, trovando i modi necessari pur nelle condizioni attuali che impongono provvedimenti sanitari (qui).

Nella Siria del Nord, invece, mentre la Turchia approfitta del virus per colpire l’Amministrazione autonoma del Rojava continuando gli attacchi militari e togliendo l’acqua ai profughi e ai residenti, il Consiglio Esecutivo del Rojava ha posto in atto (a partire dal 21 marzo) misure di divieto di spostamento senza autorizzazione, la chiusura dei confini, la chiusura di negozi e scuole, il distanziamento e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, e esonera dal lavoro il 40% dei lavoratori dei panifici (attività essenziale in quelle zone per poter sfamare la popolazione) e di altre attività, arrivando anche a dover chiudere le ‘tende del commiato’. Misure drastiche, ma che rappresentano l’interesse collettivo.

Il Rojava ha anche adottato misure di distanziamento, in una situazione di vita comunitaria e quindi molto dificili da realizzare, non imponendolo in modo militarista come nel nostro paese, bensì tramite l’appello dei vari feriti di Kobane e delle grandi battaglie di questi anni e appellandosi all’autodisciplina rivoluzionaria, un tema che andrebbe ripreso con chi in Italia grida allo scandalo di dover stare in casa non per porlo come contraddizione con le fabbriche aperte, non per denunciare le angherie di militari e polizia contro una solitaria corsa o passeggiata, ma finendo, anche non consapevolmente, col contrapporre la libertà individuale all’interesse di classe e collettivo. Così, se nei paesi capitalisti, nel ventre della bestia, bisogna denunciare l’utilizzo del distanziamento a fini repressivi e nella logica dell’emergenza, va al tempo stesso ripreso il concetto di disciplina rivoluzionaria, di rinuncia individuale per gli interessi collettivi della vita e della comunità, utile già oggi ma fondamentale per il domani.

Ma proprio perché si tratta di un’esperienza rivoluzionaria, quella del Rojava, si trova con poche strutture, attrezzature e strumenti sanitari a causa di un duro embargo e del non riconoscimento da parte dell’ONU e, di conseguenza, non riceve aiuti alcuni per la popolazione (come i kit per rilevare il virus, le mascherine e i respiratori), il che dimostra, una volta di più, come solo la solidarietà rivoluzionaria può sostenere queste esperienze.
Altro che versare i fondi per la protezione civile, le ASL, la Caritas ecc.… Oggi è necessario praticare l’internazionalismo e quindi di sostenere con casse di resistenza le varie esperienze rivoluzionarie e di mutuo soccorso, soprattutto da costruire nelle fabbriche e sui territori, poiché in questo modo si costruiscono rapporti concreti per un’alleanza comune contro il capitalismo.
In questo senso l’esperienza in Francia della ZAD dI Notre-Dame-des-Landes che ha portato le proprie autoproduzioni alimentari alle varie lotte presenti in Francia, vale di più di mille dichiarazioni di principio sui sacri testi.

In altri termini, dove la gestione autoritaria ed emergenziale dello Stato semina dispositivi di contenimento che facilmente saranno convertiti in strumenti repressivi all’occorrenza, molto raramente corrisponde un contrappeso che va incontro ai bisogni generati dall’epidemia. È lì che si generano le fratture ed è lì che si inserisce il militante per convertire una ferita in una carica sovversiva.
D’altronde la natura di classe di questo sistema viene a galla in ogni piega di questa emergenza e disvela tutto l’orrore e l’insostenibilità a cui il quotidiano ci aveva abituati. Il sostegno alle grandi aziende e le briciole alle famiglie, la cassa integrazione pagata dallo Stato e le ferie forzate dei lavoratori, le fabbriche che restano aperte e gli operai costretti ad ammalarsi dentro i reparti, i medici che crepano di malattia e superlavoro negli ospedali pubblici mentre le cliniche private intascano soldi. Nessuna di queste cose passa inosservata agli occhi di chi vive dal basso questa società e per i più ottusi, che ancora nutrono buonafede verso questo sistema, ci pensano i portavoce del governo a togliere ogni dubbio, con la loro retorica di guerra che sempre più prende i contorni di minacce velate a chi avesse in mente di alzare la voce e pestare i piedi, o con il loro darwinismo sociale che innerva tanto i discorsi quanto le misure. Non sono vite quelle che si vogliono tutelare ma forza lavoro, carne da cui estrarre valore. L’alternativa resta sempre una: la nostra vita o il loro profitto.

È solo a partire da questo assunto, ormai visibile a chiunque, che è possibile cogliere il senso pieno della sfida attuale, su cui possiamo seminare il germe di una incompatibilità sistemica in grado di seminare gli scontri di classe che verranno.
È su questo assunto che l’indicazione dei padroni e degli imprenditori come vampiri e assassini è diventata chiara e assumibile da chiunque, creando una linea di spartizione tra chi ci è amico e chi no nell’ora del bisogno, intrecciandosi alla voce di quegli operai che spontaneamente hanno incrociato le braccia per dire che non erano disposti a morire per un salario di merda.

Ed è sempre qui che la problematica del reddito, che coglie l’antica quanto principale contraddizione del capitalismo, non è più soltanto una velleità, ma l’esigenza di milioni di persone cui il blocco dell’economia pone il serio problema di cosa mettere in tavola la sera. Un problema che non può più essere una richiesta velleitaria o riformista. Ma deve diventare uno dei cardini di un agire antagonista: se lo Stato non è in grado di provvedere ai nostri bisogni e questo mercato ci esclude da un reddito allora ci si deve organizzare da soli per ottenerlo. Dalle assemblee sui luoghi di lavoro, già fin da ora e dopo la riapertura delle aziende, al picchetto e il blocco della fabbrica che non è stata chiusa da un’ordinanza; dalle assemblee e i convegni territoriali da convocare subito, a partire dalle aree più colpite, dopo il parziale ritorno alla normalità all’autoriduzione dell’affitto e delle bollette nella loro insostenibilità, la richiesta oppure l’imposizione autonoma di un calmiere dei prezzi contro il carovita e lo sciacallaggio in atto fin dall’inizio della pandemia.

Ognuno di questi atti, organizzati o meno, politicizzati o meno, andrà nella direzione di riprendersi pezzi di reddito e di vivibilità in seno a questa catastrofe; il compito del rivoluzionario non è fare una campagna su una o l’altra di queste cose, ma fondere spontaneità e organizzazione, pratica e discorso. È la nostra stessa possibilità di vita che difendiamo e nulla ci legittima più di questo nel forare ogni dispositivo. La questione del mutualismo e della presa in cura della comunità, d’altronde, non può essere slegata da un discorso simile e non può che essere strumento di radicamento e costruzione di contropotere autonomo nei quartieri e sui territori, realizzando articolazioni sociali di un discorso politico più complessivo e di rottura.

Quella della cura collettiva è una pratica che non può essere mossa dalla generica solidarietà (cosa buona e giusta, la solidarietà, ma non è mai stata motore di processi rivoluzionari), ma dall’obbiettivo di costruire un rinnovato rapporto di forza, in vista degli sconvolgimenti che verranno, all’interno di un territorio. Quest’ultimo, nella sospensione della normalità, assume un rinnovato valore strategico ed è all’interno di questa situazione imprevista che, specialmente nell’atomizzato ambito metropolitano, possiamo legare i fili delle nostre possibilità. Chi oggi distribuisce la spesa alimentare dovrebbe porsi in prospettiva il problema di bloccare il flusso delle merci, di redistribuire il reddito indiretto, di scioperare, di indicare il nemico e di legarsi all’amico prima estraneo, tutto nel tentativo di costruzione di una forza in grado di smantellare ogni pezzo dell’attuale sistema di dominio.

Nulla oggi può essere lasciato intentato, nulla deve essere abbandonato al caso. Si buttino a mare gli ideologismi inutili e le formule stantie, è di prassi forte e teoria laica che abbiamo bisogno. Dobbiamo necessariamente cogliere, per dirla con Fanon, l’importante nel contingente.
Si prepara oggi uno scenario che forse mai più ci sarà dato di rivivere: in queste intemperie si colga l’occasione di liberare la prassi politica e la società dalle ragnatele del passato o ci si lasci morire.


  1. Un esempio è il caso della società inglese che, da iperatomizzata, scopre la comunità come ambito di forza http://commonware.org/index.php/neetwork/929-pinte-e-pandemia 

  2. https://www.thestranger.com/slog/2020/03/27/43264462/so-you-want-a-rent-strike  

  3. https://eh.lahaine.org/auzo-elkartasun-sareak-larrialdi-egoeraren  

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Cronache epidemiche https://www.carmillaonline.com/2020/03/26/cronache-epidemiche/ Thu, 26 Mar 2020 22:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58947 di Giovanni Iozzoli

Si scorgeva in lontananza una striscia di fumo nera, indolente, salire verso il cielo. Neanche tanto in lontananza: un paio di chilometri in linea d’aria, da casa mia. Pareva l’eco angosciante di epoche lontane – e vicinissime; il fumo triste che dovevano vedere giorno e notte gli abitanti di certe cittadine una settantina di anni fa, dalle loro finestre – la memoria dannata d’Europa. Le nostre anime, passeranno tutte dal camino.

Ora che siamo piombati dentro il peggior incubo distopico – non uscite, non vi assembrate, non vi toccate -, [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Si scorgeva in lontananza una striscia di fumo nera, indolente, salire verso il cielo. Neanche tanto in lontananza: un paio di chilometri in linea d’aria, da casa mia. Pareva l’eco angosciante di epoche lontane – e vicinissime; il fumo triste che dovevano vedere giorno e notte gli abitanti di certe cittadine una settantina di anni fa, dalle loro finestre – la memoria dannata d’Europa. Le nostre anime, passeranno tutte dal camino.

Ora che siamo piombati dentro il peggior incubo distopico – non uscite, non vi assembrate, non vi toccate -, ora che ogni scenario apocalittico o autoritario sembra plausibile, cominciamo a riflettere seriamente sulla nostra condizione. Non come malati o potenziali infettati, ma come esseri umani improvvisamente risvegliati dal sonnambulismo indotto dal tran tran fasullo e quotidiano a cui eravamo avvezzi.

Un mio amico fischietta allegro, quando va a fare la spesa, nel vuoto desolato nel nostro quartierino di prima periferia: dice che la mascherina gli ha migliorato l’estetica, e trova anche tutte le donne attraenti, coi loro volti esoticamente velati dalla FFP3. Fuori c’è un sole di primavera che ricorda l’aprile berlinese del 1945, magistralmente raccontato da Jonthan Littel ne Le Benevole: la città spettrale, vuota di corpi e desideri, scassata e rassegnata, in attesa della Nemesi terribile – mentre la natura fiorisce irridente, dolcissima, struggente e puntuale, promettendo un futuro di normalità che sembra lontanissimo, sepolto dai rimpianti di tutti coloro che vorrebbero tornare indietro, cancellare gli anni della follia, godersi legittimamente la primavera – come agognavano i berlinesi tardivamente pentiti nel ’45. Solo che non c’è nessun nemico, alle porte. Forse è per quello che le strategie difensive si accatastano inutilmente. Dai nostri bunker antivirali, non si coglie uno spiraglio di futuro ipotizzabile. C’è il qui e ora. Le tragedie sono sempre una lucida immersione nel presente – lo raccontava bene Benedetto Croce quando rammemorava la sua esperienza di sepolto vivo sotto le macerie di Casamicciola, durante il terremoto del 1883 che gli uccise la famiglia. Si resta lucidi, guardando il cielo stellato e sperando che i soccorsi arrivino al più presto, a liberare il corpo imprigionato da tufi e calcinacci.

Quello che fa più paura, non è la situazione economica. Ciò che spaventa è l’irreversibilità delle nostre paranoie. Per quanto tempo, quando sarà finita, continueremo a disinfettare il nostro mondo, in una illusione di incontaminazione, di asetticità? Per quanto tempo continueremo a girare in mascherina, a lavarci ossessivamente le mani, a perpetuare solo rapporti a controllata lontananza? L’ideologia del distanziamento sociale viene introiettata da una società che già, embrionalmente, aveva cominciato a praticarla da anni, in dosi omeopatiche. Metà dei nuclei familiari milanesi sono single – il “distanziamento” era già penetrato nei polmoni. Le relazioni umane come un impiccio da evitare – tra un aperitivo, un pilates o una impiccagione per debiti.

Le nostre bardature anti-virus fanno riflettere – per noi sono una fastidiosa novità. Ma sappiamo che milioni di cinesi, indiani, indonesiani, nelle sterminate metropoli d’Asia, indossano già normalmente quelle stesse mascherine, da anni. Fa parte della loro routine. E non per proteggersi dai virus: solo per ripararsi dall’intossicazione di uno smog ormai incontrollato – qualcosa di quotidiano, ineluttabile, non eccezionale, che si sa non passerà. Particelle inerti, non virus. Agenti patogeni che aggrediscono il sistema respiratorio e innescano la tosse cronica con cui si convive, nella frenetica tristezza tipica delle metropoli asiatiche. Dov’è il virus nell’aria lercia e irrespirabile di Bangalore? Non è quello il problema principale, da quelle parti. Ma che razza di vita è quella in cui normalmente decine di milioni di persone barattano un po’ di elevazione sociale, un po’ di modernità e di accesso alle merci, con l’impossibilità fisiologica di respirare in maniera normale? Diventare ceto medio significa soffocare? E’ una buona metafora? Intanto, nella ridente Padania – da sempre catino fetido e stagnante – le autorità fanno a gara a smentire la possibilità che il virus possa essere veicolato attraverso le micropraticelle dell’inquinamento urbano. Sarebbe un bel problema, se fosse così. Meglio non pensarci nemmeno. Come faremmo, dopo, quando sarà passata, a risalire ordinatamente sulla giostra?

Chi sono i vecchi padani che stanno morendo dentro reparti stracolmi e improvvisati, a Brescia o Milano? Pensionati di piccoli paesini, insediati in un contesto di solido benessere, sociale e famigliare. Sono passati nel giro di pochi giorni, dai riti placidi della bocciofila alla terapia intensiva; e adesso sono lì, dentro uno scafandro o attaccati ad un respiratore, con gli occhi sbarrati, la fame insaziabile di ossigeno, soli nella morte come nella nascita. Pure loro, ceto medio, medissimo; vecchi eroi del boom, custodi di una solida ricchezza privata: probabilmente non si erano accorti di quanto, negli anni, fosse stata tanto gravemente erosa quella pubblica – né potevano ipotizzare ricadute così drammatiche sulla propria cartella clinica.

Ho letto che nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Bergamo, prima della crisi, c’erano 17 posti disponibili. Non so se il numero sia quello giusto (già la scaramanzia non lasciava presagire nulla di buono), ma comunque era una disponibilità scandalosamente inadeguata, per una grande città. Scenario tipico dell’egemonia liberista: crescono le ricchezze private, decrescono quelle comuni, collettive. Mentre i capannoncini grigi, della meccanica, dell’agroalimentare e della logistica, facevano girare l’economia del Nord, mentre la disponibilità economica delle famiglie ti faceva sentire al sicuro – chi se ne frega delle attese, vado a fare l’esame a pagamento -, ci siamo scordati di vigilare sul lento inesorabile sfilacciamento del sistema pubblico.

Come in un bizzarro cartone animato, una lunga fila di topolini maligni ci aveva sfilato sotto gli occhi migliaia di posti letto, uno alla volta, ogni santo giorno, per anni. Non se ne era accorto nessuno? Reparti chiusi, ospedali e presidi cancellati, pezzi di sanità trasferiti pari pari al privato. Non è vero che il sistema sta facendo fatica ad affrontare la criticità, oggi, per colpa del virus. Era già così da tempo. Adesso sta piangendo il Nord, ma in condizioni normali, erano le strutture sanitarie meridionali, che quotidianamente condannavano ad un’assistenza indegna o addirittura alla morte i pazienti più fragili, anziani, poveri. Con qualche occasionale denuncia pubblica, che dopo due giorni spariva dai giornali, derubricata nell’archivio strapieno, alla voce “malasanità”.

Adesso tra Bergamo e Brescia si sta decidendo a chi dare priorità nelle terapie salvavita. A Sud non c’era bisogno del virus: funzionava più o meno così, nei luridi pronto soccorso trasformati in depositi di fine vita. Abbiamo ballato al ritmo dell’euro-riformismo per vent’anni – ideologia e tagli feroci – e adesso piangiamo sull’austerity versata. Non autosufficienza e invecchiamento: quando la buriana sarà passata, ci ricorderemo che non sono temi a margine? Ci torneranno in mente le file delle bare solitarie caricate dai mezzi militari – i vecchi che spariscono, letteralmente, dai reparti e ricompaiono in forma di urna funeraria? Le bare, Cristo Santo. Almeno quelle le capiamo? Sono un linguaggio esplicito, le bare: 180×50 cm, la misura della verità. Ci ricorderemo, quando qualche illuminato maestrino della Bocconi verrà a dirci che “ce lo chiede l’Europa”? Saremo pronti a reagire, onorando la memoria dei nostri morti?

A proposito di ideologie introiettate: questa estrema, totale, requisizione delle nostre libertà da parte dell’esecutivo – al di là che possa essere ritenuta necessaria in questa fase o meno – quali effetti avrà sulla psicologia di massa? E’ la prima volta, dal 1945, che in questo paese si confinano i cittadini dentro le mura di casa senza una realistica previsione di cessazione della misura. Come ne usciranno gli italiani medi, già immunodepressi sul piano dell’autonomia di pensiero, privati già da tempo di strumenti di lettura o critica che vadano al di là del mugugno anti-casta o anti-negri? Sembrerà normale e acquisito il circuito shock sociale/comando verticale – l’esautorazione di ogni margine non solo di opposizione, ma anche di semplice discussione? L’idea nefasta della “compagine nazionale” potrà essere ritirata fuori dal cassetto ad ogni passaggio di svolta – non solo epidemiologico -, come una specie di bandierina, di retaggio, di orgoglio della “resilienza italiana” che canta dai balconi e invoca i militari nelle strade?

Non preoccupa tanto la propensione autoritaria delle istituzioni – che ormai è un automatismo biopolitico – quanto il pericolo che essa possa trasformarsi, tra la gente, in senso comune, ineluttabilità e indiscutibilità di questi meccanismi. I check point, le ordinanze minacciose, la tracciabilità digitale delle nostre vite: tutte cose già da tempo nella disponibilità degli Stati, ma che adesso rischiano di non aver più bisogno di alcun alibi emergenziale.

Il virus impecorisce o risveglia le coscienze? Certo è che siamo in una congiuntura astrale speciale. Gli imprenditori privati, che per vent’anni avevano rivendicato il primato morale e la guida di fatto del paese, si stanno rivelando meschini bottegai pronti a barattare salute e fatturati; il Presidente del Consiglio è uno scappato di casa, che si trova lì senza sapere bene perché; l’opposizione è clownesca; la Protezione civile assume compiti di governo abnormi e inadeguati. Insomma: non c’è più la borghesia, la classe dirigente che forma le élite del paese e lo dirige. Puff. Estinta. Sparita. La nuova autorità morale è fatta di paramedici che indossano come protezione sanitaria i sacchetti della spazzatura, le infermiere che piangono impotenti i pazienti morti, i medici di famiglia che non sanno che pesci prendere, i facchini e i trasportatori della logistica che alimentano le reti distributive, i lavoratori dei settori di pubblica utilità. I fanti straccioni, insomma – mentre generali e approfittatori di guerra aspettano che passi. A molti verrà il dubbio che tutto sommato, anche “dopo” potremmo fare a meno di loro: capitani d’industria, manager, economisti, euroburocrati, consulenti del nulla.

Nel notte fatale tra il 20 e il 21 marzo, il Governo ha appurato che l’immunità operaia non esiste – né di gregge né individuale. E ha chiuso tutte le attività “non essenziali”, formula che lascia ampi margini di trattativa a squali manageriali di ogni risma. Al momento in cui scriviamo è già aperto il suk sottogovernativo, quello dei protocolli e degli applicativi, dove mezze seghe pseudoimprenditoriali e mezze seghe pseudopolitiche, confrontano le loro mediocrità, patteggiando la soglia della sopravvivenza dei dipendenti o delle aziende. Una trattativa levantina sulle proroghe e le deroghe di ogni genere, guidata dagli ascari di Confindustria. Ricavi, profitti, fette di mercato: se fossero sul Titanic, morirebbero con la calcolatrice in mano.

L’essenzialità produttiva e merceologica è una tale catena di sant’Antonio, che alla fin fine anche Gucci potrebbe rivendicarla (sembra una barzelletta, ma pare stiano riconvertendo a camici ospedalieri parte della produzione. Infermieri con poche protezioni e scarse gratifiche: ma elegantissimi). Gli operai italiani hanno manifestato in queste settimane una sana estraneità alle ragioni della produzione. Lo spettacolo delle multe agli innocui frequentatori di parchi, mentre metropolitane e stabilimenti si riempivano di salariati ogni mattina, aveva provocato sdegno e rabbia sacrosanta, dentro i perimetri aziendali.

Si è scioperato per la salute ma anche per strappare la cortina ipocrita dell’iostoacasa, mentre si impediva alla gente proprio il diritto di starsene a casa. Scioperi che hanno incalzato le timidezze dei confederali, sempre propensi a interpretare un ruolo nello spettacolo dell’union sacrée, modesta particina in cui si sono tristemente specializzati. Ma non in tutti i lavoratori è scattato il normale riflesso autoconservativo. C’è anche “l’insana” fetta degli irriducibili – non solo i fidelizzati, o i terrorizzati: ci sono anche quelli che vogliono continuare a lavorare perché quello è ormai l’unico residuo aggancio che hanno rispetto alla loro idea di normalità. Il lavoro come vera casa, come habitat naturale: una vita deprivata dai ritmi del lavoro come indegna di essere vissuta. Una psicosi, insomma. Un po’ come quella dei maniaci che fotografavano i runner dalla loro finestra e mettevano le foto in rete per esporli al ludibrio che meritano gli untori. Il virus è anche un formidabile rivelatore di malattie mentali che la normalità occulta.

Quel filo di fumo non costituiva un richiamo quasi per nessuno. Tutti voltavano la testa imbarazzati. La città sapeva, che stava succedendo qualcosa, là, a Modena, dalle parti di Sant’Anna, al carcere. Le voci cominciavano a girare, nei notiziari locali on line. Davanti ai cancelli solo qualche attivista solitario e impotente – e i parenti, disperati, e torme di divise che entravano e uscivano. Eppure lo vedevamo tutti, dai quattro angoli della città, il fumo di guerra. Quando sono arrivato lì davanti, ho sentito un operatore di polizia che spiegava con disinvoltura ad un avvocatessa: hanno avvisato tutti gli avvocati dei morti, se a te non ti ha chiamato nessuno, vuol dire che i tuoi sono ancora vivi. Qualche passo più in là un’anziana signora tunisina, velata di turchino, singhiozzava con le mani in faccia appoggiata ad una macchina. Tre ragazzoni intorno a lei l’abbracciavano e se la baciavano, come si deve fare con le vecchie madri: hamdullillah, le dicevano per consolarla, ringraziamo Dio. Nostro fratello non è nell’elenco dei morti. E’ solo scomparso, non si trova: è asserragliato, è deportato, chissà dove, chissà in che condizioni…

Fioriscono le analisi, alcune assai interessanti pubblicate anche da Carmilla, circa le conseguenze globali del virus. In che direzione spingerà, questa formidabile accelerazione della storia? Come si ridisegneranno le gerarchie mondiali, nella divisione internazionale del comando, del lavoro, delle risorse, dei mercati? E’ noto che le grandi epidemie, spesso hanno accompagnato massicci mutamenti degli scenari geopolitici – i rapporti tra città e campagna, lo sviluppo delle forze produttive, della scienza, della tecnica: i virus come araldi della krisis, di uno stadio ulteriore della modernità. Una lettura che diffida di ogni crollismo, di ogni catastrofismo fine a se stesso.

Le tendenze in atto sono contraddittorie: le screditatissime élite occidentali, si rilegittimeranno grazie al senso di protezione che i sudditi umanamente coltivano davanti al Male? O ci sarà il collasso finale degli assetti politici, già così precari, dei vecchi epicentri imperialisti – Washington, Londra, Bruxelles? E l’Iran, la Turchia, l’asse dei paesi intermedi – soprattutto quelli che gli Usa odiano – riuscirà a reggere le grandi onde telluriche in atto, tra sanzioni, profughi, crollo dei prezzi del petrolio? E l’epidemia, può essere paragonata ad una guerra, con i suoi ben noti effetti catartici sul ciclo economico? Può essere che questo contesto così distruttivo di ricchezza, possa determinare una nuova fase di ri-accumulazione, che contrasti almeno per un po’ la tendenza alla depressione che da mesi segnava le economie capitalistiche mondiali? Qualcuno si chiede se stiano cambiando i paradigmi, le categorie, le strutture di pensiero, dopo un quarto di secolo di egemonia liberale. Ma quello non è un problema. Il liberismo è sempre stato una religione del pragmatismo. Le ortodossie vanno bene per l’accademia, mica nella vita. Gli economisti sono al servizio di chi paga. E i padroni già invocano l’economia di guerra, l’eccezionalismo, il cambio di passo – precisando però che “niente nuova Iri”, lo Stato dovrà metterci i soldi, le commesse, gli appalti, gli esoneri fiscali, gli iperammortamenti, il finanziamento alle grandi opere, mica pensare di cambiare spartito. Assisteremo alle pantomime del 2008, quando i boss dell’industria e della finanza americana andavano a Washington col capo cosparso di cenere – oh, quanti paradigmi da cambiare! – per ritrovarsi l’anno dopo più arroganti e famelici di prima.

Intanto gli animali selvatici si stanno riavvicinando ai centri urbani, silenziosi e salubri come non mai. Volpi, lepri, germani reali e fagiani: il microscopico virus sta generosamente aprendo loro le porte delle città, mentre gli abitanti sono costretti a barricarsi in casa. Ci ricorda che non siamo soli sul pianeta, con le nostre malattie, le nostre ipocondrie, il nostro ventaglio di abitudini sguaiate: c’è un mondo che si muove intorno a noi, spesso invisibile – almeno per chi non vuol vedere.

Milioni di persone stanno ignorando il corona virus, semplicemente perché per loro è normale e naturale vedere un bimbo morire di diarrea o chiamare “vecchio” un cinquantenne: una massa enorme di uomini e donne che vive negli infiniti slums del mondo e che convive con ogni genere di virus – e di morte – senza vie d’uscita. Un popolo senza acqua, senza fogne, dall’alimentazione scarsa, dal sistema immunitario fisiologicamente compromesso fin dalla nascita. La vita e la morte di quelli che non hanno paura del coronavirus, che adesso ci vedono annaspare terrorizzati e magari non capiscono, o pensano che finalmente c’è un po’ di giustizia virale, in questo mondo.

Domenica 8 marzo 2020. Nove cani crepano in seguito alla rivolta nel canile di Sant’Anna, in Modena. Non verrà il Gabibbo, a indagare su quelle morti: erano cani cattivi, idrofobi, accusati di reati contro il patrimonio. Assurdi coltivatori di dipendenze. Morti come si muore nei canili, tra guaiti soffocati e anonimato. Nessuno sa come è cominciata la rivolta, nessuno sa bene quando è finita. Un balletto di versioni contrastanti e fatti occultati per giorni, una censura di Stato degna del Guatemala, del Salvador. La stampa locale, il Garante dei detenuti, le autorità, gli amministratori, tutti allineati e coperti, hanno dedicato poche parole distratte a questo inaudito eccidio modenese – il primo dopo quello delle Fonderie del 9 gennaio 1950.

Rendiamo almeno l’onore del nome a questi cani ribelli e sfortunati: Hafedh Choukane, 36 anni; Slim Agrebi, 40 anni; Ali Bakili, 52 anni; Lofti Ben Masmia, 40 anni; Erial Ahmadi, 37 anni; Salvatore Cuono Piscitelli, 40 anni; Ghazi Hadidi, 36 anni; Abdellah Rouan, 34 anni (fonte Antigone – e ne manca pure uno). Quattro sono morti in viaggio, li avevano caricati mezzi morti sui furgoni per portarli presso altri penitenziari – capita nel trasporto animali. Per loro non c’è stata nessuna mobilitazione della società civile, nessuna indignazione, nessun dibattito si è aperto: il sindaco ha mandato persino una squadra di imbianchini a coprire celermente qualche scritta solidale comparsa sui muri della città, tanto per calibrare le emergenze… Meglio, così ci risparmieranno in futuro le retoriche sul carcere “casa di vetro”, le irriducibili bugie liberali sul carcere “specchio di una società democratica”. Tutte chiacchiere. Non frega un cazzo a nessuno, di quelli là dentro.

A Sant’Anna non è successo niente, poco più di un incidente, questa è la parola d’ordine. Ricostruiranno il canile – distrutto dalla torma degli ingrati rivoltosi – più funzionale e sicuro di prima. Avevano intuito, le autorità, che con l’avanzare del virus la rivolta di Modena sarebbe semplicemente scomparsa dalle cronache, dalla labile memoria di una città attonita – bastava tenere duro e tacere per qualche giorno in più. Non ci sarà nessun comitato di controinchiesta, a bilanciare le versioni ufficiali. Ci fideremo dei PM e archivieremo alla svelta questa pratica incresciosa. Guai ai vinti. Ai perdenti. Saranno cancellati. E così siamo morti da emarginati, da antichi clandestini della storia – recitava il canto dolente di Domenico Rea nel 1980, contemplando la morte umile e dimessa dei cafoni, durante il terremoto d’Irpinia. Nessun poeta canterà invece la morte di Hafedh o Salvatore, nessuna Spoon River racconterà i loro giorni contorti – e poi cosa scriveresti sulle lapidi a beneficio del poeta: epidemia di overdose? Clandestini tra i clandestini, cani selvatici in mezzo ai cittadini civili. Il fumo nero è andato avanti per due giorni.

Restiamo umani, scriveva Vittorio Arrigoni. L’altro giorno, allineati davanti al Conad, una fila disciplinata di gente di mezza età (tra cui io). Tutti muniti di mascherina, più o meno a norma, tranne un signore sulla sessantina, dall’aria preoccupata, gli occhi sgranati, che esibiva sul muso un fazzoletto da bandito-cowboy, annodato alla nuca. Si vede che non aveva trovato di meglio. Uno della fila, allora, si è avvicinato e gli ha passato una mascherina: – tieni, ne ho una in più, nuova. L’altro l’ha presa riluttante, insisteva per pagarla, ma non c’è stato verso – era un regalo e l’ha accettato; se l’è infilata visibilmente soddisfatto e ha detto al donatore ad alta voce: ti auguro tanta salute! – così con semplicità – e si vedeva che era sincero. Un augurio bellissimo. Poche parole. Forse voleva solo dire: abbiamo i capelli bianchi, ne abbiamo viste, passerà anche questa, cazzo, e ci ritroveremo al bar o giù in polisportiva. Ti auguro tanta salute.

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Guai ai poveri https://www.carmillaonline.com/2019/02/02/guai-ai-poveri/ Fri, 01 Feb 2019 23:01:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50844 di Giovanni Iozzoli

Recentemente mi è capitato di attraversare i gironi grotteschi della sanità campana, un continente perduto e selvaggio dal quale tanti non sono tornati.

Quando si parla di “malasanità”, il senso comune non rappresenta adeguatamente la realtà: le formiche in bocca e le garze nello stomaco sono solo le vette sublimi, il guizzo poetico, si può dire, di un sistema che è nella sua quotidianità, nella sua ordinarietà, che riesce a dare veramente il peggio di sé. E’ una sanità di classe, i cui dispositivi di esclusione incidono ormai in misura notevole sulla distribuzione generale del reddito: sulle famiglie, [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Recentemente mi è capitato di attraversare i gironi grotteschi della sanità campana, un continente perduto e selvaggio dal quale tanti non sono tornati.

Quando si parla di “malasanità”, il senso comune non rappresenta adeguatamente la realtà: le formiche in bocca e le garze nello stomaco sono solo le vette sublimi, il guizzo poetico, si può dire, di un sistema che è nella sua quotidianità, nella sua ordinarietà, che riesce a dare veramente il peggio di sé. E’ una sanità di classe, i cui dispositivi di esclusione incidono ormai in misura notevole sulla distribuzione generale del reddito: sulle famiglie, in Campania e in tutto il martoriato mezzogiorno, sono stati scaricati i costi sociali, occulti e diretti, della massiccia ritirata del welfare sanitario; e il risultato, in termini di impoverimento assoluto e relativo, è tragicamente evidente. Migliaia di nuclei familiari tracollano o si indebitano o si costringono a dolorosissimi viaggi della speranza, per affrontare eventi che dovrebbero essere normalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale sui territori. La continua evocazione della biopolitica, come categoria omnibus dell’analisi, trova proprio su questo terreno una sua evidente giustificazione: una brutta diagnosi diventa immediatamente lotta per la sopravvivenza fisica ed economica – i tempi della vita biologica e le forme della riproduzione sociale, si rivelano nel loro nudo intreccio. Pochi altri terreni sono più immediatamente politici di questo. Eppure la sinistra di classe, i movimenti, lo hanno spesso snobbato pur essendo chiaro, fin dagli anni 70, che la figura del salario, nella sua nuova dimensione sociale, vedeva le prestazioni del welfare assumere un ruolo via via più centrale in una configurazione moderna dell’idea di reddito.

Ma che succede quando si entra nel tunnel della malattia? La via crucis, di solito, comincia con la diagnostica a pagamento. Esperienza comune, quella del medesimo esame che il pubblico offre in 8/12 mesi e il privato il giorno dopo a pagamento, magari nella stessa struttura. Là, immediatamente il destino del malato biforca le sue direttrici: sommersi e salvati si definiscono sulla base di una Tac e di una carta di credito. In alternativa il “viaggio al termine della notte” può iniziare con l’ingresso al Pronto Soccorso, un locale generalmente scassato e insalubre, che ti accoglie senza troppi infingimenti, rivelandosi subito per ciò che è. Il Pronto Soccorso della Campania non è più un mero presidio sanitario – è piuttosto un luogo dell’anima e del destino, anzi, un “non luogo” che ha perso le caratteristiche di pronto intervento ed è diventato tante altre cose: dispositivo di selezione, appendice senza letti che allarga abusivamente la capacità di ricovero, parcheggio per utenti su cui pendono decisioni irrevocabili. Pudicamente etichettato OBI (osservazione breve intensiva), con il retrogusto ironico di una “osservazione” che non sarà “breve” e meno che mai “intensiva”. Per il sociologo può rappresentare una specie di cartina di tornasole attraverso cui leggere la disgregazione della società meridionale. Per il filosofo, un occasione di meditazione sulla caducità dell’esistenza umana. Perchè al Pronto Soccorso si accede liberamente, ma un volta dentro, l’evoluzione di quella destinazione è totalmente ignota, dipendente da un intreccio di cause e condizioni assolutamente non governabile: saloni, corridoi, sedie e lettighe possono rimanere occupati per giorni, dentro un clima caotico, isterico, tra personale cronicamente sottodimensionato (150 milioni di ore di straordinario richieste solo quest’anno!), medici, infermieri e Oss che danzano come formiche impazzite in mezzo a un’umanità derelitta di malati e parenti che stazionano in questo girone, supplicando e minacciando. I morituri vanno sbattuti a casa il prima possibile, per non compromettere le statistiche; gli altri sono in gioco, nella grande lotteria quotidiana di questo o quel letto che può liberarsi, anche a 20 km di distanza.

La noncuranza con in cui trattiamo le questioni malattia/salute, il modo in cui stiamo affrontando l’invecchiamento galoppante della popolazione, è assolutamente incomprensibile, oltre che irresponsabile.

Le dinamiche demografiche del paese e il grande tema delle non autosufficienza, dovrebbero essere al centro di ogni programma e intervento di governo: per semplice calcolo statistico nessuna famiglia sarà esclusa, nel corso dei prossimi anni, dall’attraversamento di questi terreni minati. Il problema è che le classi dirigenti nostrane – la pseudo borghesia italiana senza storia e senza ruolo – sono abituate a trovare ogni risposta nel privato. E’ per quello che c’è così scarsa preoccupazione per il “regionalismo differenziato” che le regioni del nord stanno contrattando in queste settimane, e che tutti sanno rappresenterà la tomba finale dei sistemi sanitari delle regioni del sud.

Ma come siamo arrivati a questo degrado?

E’ necessario interrogarsi bene su cosa è successo negli ultimi 20 anni, in questo paese, perchè questa è una nazione senza memoria collettiva, un grande malato d’Alzheimer facile da interdire. E allora ricordiamoci che l’Italia è da molti lunghi anni in avanzo primario. Avanzo primario. Non è un dettaglio macroeconomico. Vuol dire concretamente che la società ha prodotto più ricchezza, fiscalmente prelevata, delle equivalenti prestazioni sociali di cui ha goduto. E questo anno dopo anno. Poi il debito cresceva lo stesso, perchè sfortunatamente le leggi reali dell’economia sono testardamente irriducibili alla teologia dogmatica impartita alla Luiss o alla Bocconi. Ma di fatto, la società italiana, virtuosamente, dava più di quello che prendeva. A questa materialissima realtà fatta di numeri e segni meno, corrispondeva una pesante operazione ideologica mirante a farci sentire parassiti e cicale. Troppo welfare, troppi sprechi, troppa generosità – e anche se la spesa sociale procapite era in calo costante, tra le più basse dell’area Ocse, le siringhe costavano sempre troppo, con la diagnostica si esagerava, per non parlare poi dei baby pensionati, delle assunzioni abusive, dei furbetti del cartellino… Insomma: un popolo di formiche abbacchiate, veniva descritto come dedito a pantagrueliche crapule collettive, beoni e mangiatori folli, dissipatori dei beni comuni. La costruzione dell’ethos dell'”uomo indebitato” è stata necessaria a tenere in piedi questa colossale bugia sociale e di classe. La creazione della colpa – anonima, collettiva, come una mannaia (poveri neonati, che nascono con 30.000 euro di debiti!) – doveva servire a tenerci bassi, morigerati e disciplinati. Tra parentesi, è più o meno il medesimo approccio che stanno usando sul tema del reddito: la povertà è una colpa, devi emendarti con un adeguato stile di vita, il reddito garantito sarà una provvisoria e parzialissima sospensione della pena a patto che il Tribunale di Sorveglianza (i centri per l’Impiego) certifichi la tua disponibilità a redimerti dalla colpa originaria.

Ideologie colpevolizzanti, aziendalizzazione e tagli selvaggi

Ecco perchè i pronto soccorso sono strapieni di lettighe cariche di vecchi abbandonati. E’ perchè abbiamo creduto alle loro ignobili bugie, alle loro statistiche farlocche, abbiamo creduto alle favole sulla scarsità delle risorse pubbliche nell’epoca di massima esplosione della ricchezza privata. Abbiamo creduto alla leggenda di un popolo di dissipatori non meritevoli neanche di morire in un letto di ospedale.

Bisognerebbe prendere la signora Lagarde o il sig. Moscovici o la cara Emma Bonino (che immaginiamo non abbia affrontato i suoi guai oncologici passando per le forche caudine della sanità dei poveri) e costringerli a trascorrere una bella giornata in un pronto soccorso di Napoli, Avellino, Aversa o Torre del Greco. Obbligarli a parlare con la gente. Presentare la realtà così com’è: eccole qui, le cicale dell’indebitamento italiano, ecco le Caterine, le Carmele e le Marie, con le calze nere e le gambe storte, con al braccio un sacchetto della spesa e una bottiglietta d’acqua, e a fianco una barella con un marito ultraottantenne che piange, cateterizzato, con l’ossigeno e qualche piaga sporca; eccole lì che cercano con lo sguardo implorante un sanitario e pregano Padre Pio che si liberi un posto, un posto qualsiasi che le tolga da quel camerone di pronto soccorso – un cesso per 50 malati -, cercando mentalmente di enumerare amici e conoscenti, per ricordare se hanno un qualche santo in paradiso che può agevolare l’uscita dal purgatorio. E dopo qualche giorno così odi tutti – odi gli stranieri, odi gli irraggiungibili ricchi, odi quelli più poveri di te che sono tuoi competitori – e tutto questo odio non trova sbocco, diventa livore sordo, invettiva contro il destino umano, e invece è solo il risultato di una colossale ritirata degli investimenti pubblici in questo paese, iniziata quando gli illuminati gestori della transizione post-prima repubblica, ci consegnarono tutti, noi, le nostre vite e il bilancio dello Stato, alle delizie del mercato globale.

Abbiate il coraggio di guardare, quei pronto soccorso strapieni di un’umanità sconfitta. Tra i lamenti dei malati, e oltre, nelle periferie gomorizzate, nelle campagne della malamodernizzazione del nostro sud, nei “paesi dell’osso” dell’appennino svuotato e senza anima, lungo l’asse di un paio di generazioni senza reddito e senza futuro, si avverte in sottofondo, minaccioso, l’urlo belluino della modernità: Guai ai poveri! Guai a voi.

E non c’è posto per arcaici razzismi, in questa maledizione sociale : stranieri e italianissimi, guai a voi tutti indistintamente, popolazione eccedente e improduttiva, zavorra umana, non abbiamo posti letto per le vostre vecchiaie luride, non abbiamo soldi neanche per i vostri pannoloni. Possiamo solo trasformare quei Pronto Soccorso eternamente intasati, nei nuovi lazzaretti in cui la società stocca i suoi esuberi in attesa dello smaltimento.

Uno sceneggiatore dell’assurdo, ci vorrebbe. Uno bravo. E anche un regista visionario. Dovrebbero inventare una trama per un film apocalittico-metaforico. All’improvviso – colpa di un esperimento dall’esito incontrollato – i malati, soprattutto i più vecchi, soprattutto i moribondi, si alzano tutti dalle loro lettighe, caracollanti, insensibili, zombi della vendetta sociale. Nonostante le pistolettate delle guardie giurate, arrivano negli uffici dei direttori sanitari, li uccidono e ne dilaniano i cadaveri. E poi imperversano nelle aree ospedaliere, e poi fuori nei quartieri, finalmente liberi dai bomboloni di ossigeno e dalle inutili flebo; e arrivano fino agli assessorati regionali alla sanità, agli uffici pomposi dei “governatori”, dove esercitano una giustizia cieca e sommaria. E poi si mettono in marcia in autostrada, lenti e inesauribili, verso i palazzi romani, con un vago istinto di vendetta, mormorando minacciosi tra le labbra, le parole segrete della loro furia: Fiscal Compact, Maastricht, Patto di stabilità…

I nostri vecchi. Le nostre vecchie storie. Da Napoli a Potenza a Reggio Calabria, giù fino ad Atene, in nome di Dio: ma come abbiamo potuto permettere tanto abbandono? Come abbiamo potuto consentirlo?

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Le nuove plebi globali dentro la crisi sistemica https://www.carmillaonline.com/2018/05/15/le-nuove-pelbi-globali-dentro-la-crisi-sistemica/ Mon, 14 May 2018 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45410 di Giovanni Iozzoli

Carlo Formenti, Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 162, € 15,00

Il nuovo libro di Carlo Formenti è essenzialmente una raccolta di articoli, dispiegati come anelli di un ragionamento continuo e coerente sulla crisi e suoi suoi attori sociali, maturato lungo il corso degli ultimi sette anni. Al centro della riflessione troviamo i due campi in cui si spaccano le società occidentali dentro questa stagione di trasformazioni accelerate: quello delle nuove oligarchie che stanno usando la crisi per concentrare ulteriormente poteri e ricchezza; e [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Carlo Formenti, Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 162, € 15,00

Il nuovo libro di Carlo Formenti è essenzialmente una raccolta di articoli, dispiegati come anelli di un ragionamento continuo e coerente sulla crisi e suoi suoi attori sociali, maturato lungo il corso degli ultimi sette anni. Al centro della riflessione troviamo i due campi in cui si spaccano le società occidentali dentro questa stagione di trasformazioni accelerate: quello delle nuove oligarchie che stanno usando la crisi per concentrare ulteriormente poteri e ricchezza; e quello delle nuove masse proletarizzate, che stanno manifestando una confusa e sempre più diffusa repulsione verso ideologie e prassi delle élite, senza che questa ripulsa maturi in direzione di un qualche progetto di alternativa di società.

La prima parte del libro raccoglie spunti di analisi – quasi una narrazione in diretta – che partono dal 2011 e si allungano fino al 2017. Le pratiche di un neoliberismo feroce e pervasivo, sono al centro di ogni riflessione: il loro incunearsi “microfisicamente” nel tessuto sociale, nella vita, nel bios, fino ai grandi scenari macro – la guerra, il ciclo economico, il rapporto finanza/produzione. Una cronaca in tempo reale del disastro della modernità capitalistica, che può essere letta e declinata a vari livelli.

Si può partire da un tema attuale – l’essenza delle ideologie workfare – a proposito della scelta inglese del 2012, di affidare ad agenzie private la gestione dei sussidi e la ricollocazione degli iscritti alle liste di collocamento:

Il principio del workfare (il sussidio di disoccupazione bisogna guadagnarselo, altrimenti si è passibili di sospensioni o decurtazioni dell’assegno) non è certo una novità, ma qui siamo in presenza di pratiche ancora più penalizzanti. Soprattutto perché il compito di gestire questo avvio al lavoro coatto non è affidato alla pubblica amministrazione bensì a contractor privati che funzionano di fatto come agenzie interinali e hanno il potere di decidere come e quando i soggetti “renitenti” siano passibili di sanzione. Per di più questi nuovi schiavi del XXI secolo non sono affatto utilizzati per svolgere lavori di pubblica utilità: puliscono uffici e abitazioni private, con il risultato che le imprese e gli individui presso i quali vengono “comandati” spesso licenziano i lavoratori che svolgevano in precedenza questo tipo di attività. Detto in poche parole: si sfruttano i disoccupati per creare nuovi disoccupati! A questo punto sorge una domanda: esiste una qualche differenza fra queste ignobili politiche e quelle dei governanti inglesi che, fra fine Settecento e inizio Ottocento, costringevano al lavoro coatto i “vagabondi” (cioè i poveri che rifiutavano di sottoporsi al regime schiavistico delle manifatture)? (p. 14)

E ancora, il tema della privatizzazione dell’istituzione carcere:

Da fonti di stampa apprendiamo che alcuni Stati americani avrebbero stipulato con le imprese dei contratti che li obbligano ad affidare alla loro gestione una quantità minima di detenuti. Insomma: le imprese pretendono che tutti i loro “letti” (per usare una metafora sanitaria) siano occupati, in modo da sfruttare al massimo la capacità produttiva della struttura. Naturalmente ciò impegna le amministrazioni pubbliche a condurre politiche ferocemente repressive anche nei confronti dei reati minori, onde poter fornire “carne fresca” ai carcerieri-padroni. (p. 18)

E il dramma sociale della sanità iperprivatizzata:

dopo la bolla del debito immobiliare, scoppiata nel 2008, e dopo quella del debito studentesco, che minaccia di scoppiare nei prossimi anni, sembra profilarsi una bolla del debito sanitario. Dentisti, dottori e altri operatori sanitari, in combutta con le società finanziarie, hanno infatti iniziato a offrire prestazioni a credito ai pazienti che non possono pagare. Chi cade in questa trappola si trova nelle condizioni di dover sborsare per anni rate gravate da interessi degni dei più efferati strozzini (fino al 30%). (p. 19)

Sulla diffusione dei corsi di laurea universitari on-line:

In un momento in cui l’università di massa è al centro di un duro attacco da parte dei governi neoliberisti, i quali, attraverso l’aumento delle tasse di iscrizione e il taglio delle risorse, cercano di ridurre il numero degli iscritti e di discriminare fra università di serie A (per formare le élite) e B (per formare una forza lavoro flessibile, disciplinata e destinata a svolgere attività esecutive e sottopagate), l’informatizzazione dei corsi è uno strumento ideale per agevolare il progetto: 1) corsi online e a basso costo per la maggioranza degli studenti, che così resteranno a casa evitando di creare pericolose concentrazioni umane (notoriamente nido di velleità sovversive); 2) disciplinamento mentale attraverso moduli didattici che incorporano idee e valori precodificati; 3) sontuosi profitti per le imprese che forniranno le infrastrutture hard e soft alle università digitalizzate. (pp. 20-21)

La sezione centrale del libro è dedicata alle trasformazioni del lavoro, dentro la durissima offensiva liberista che in occidente sta ridefinendo il rapporto salariato, i mercati del lavoro, le forme dello sfruttamento e quelle della resistenza sindacale. A tal proposito Formenti commenta la nascita di una grande associazione di tutela del lavoro freelance negli Usa, l’unica organizzazione sociale in rapido incremento:

la Freelancers Union non è un vero sindacato, bensì qualcosa di simile alle vecchie gilde professionali, un organismo che non ha – né rivendica – alcun potere di contrattazione con i padroni, ma serve a raccogliere fondi per finanziare servizi come l’assistenza sanitaria, che resterebbero altrimenti fuori portata per questi lavoratori “autonomi” […] un’alternativa “mercatista” al sindacato tradizionale: la Freelancers Union si concepisce infatti come un’azienda (sia pure non profit) nata per erogare servizi non ai membri di una classe sociale bensì a individui che vengono presentati come “imprenditori di se stessi”. Finché simili equivoci non verranno spazzati via, non ci saranno speranze di restituire ai lavoratori quel potere che, per sua stessa natura, non può essere che collettivo. (pp. 46-47).

E i rischi del “taylorismo digitale”:

Negli ultimi anni è prevalsa la convinzione che lo spirito del taylorismo sia tramontato assieme alla fabbrica fordista, sostituita da un modo di produrre che – grazie alle tecnologie digitali – si fonda sulla creatività e sull’autonoma capacità di cooperare dei lavoratori. Questa visione ottimista è andata in crisi a mano a mano che ci si è resi conto del fatto che le nuove tecnologie – in particolare gli algoritmi del software – incorporano una serie di regole, procedure e schemi cognitivi che sono in grado di controllare/disciplinare i comportamenti del lavoro “creativo” in misura non inferiore di quanto la catena di montaggio facesse nei confronti del lavoro fordista. (p. 49)

Per arrivare alla degenerazione estrema delle vecchie figure dello sfruttamento salariato – il lavoro gratuito come estremo adattamento alla nuova organizzazione produttiva:

Finiti i tempi della gerarchia e dell’autoritarismo [Formenti cita tesi in voga nella sociologia del lavoro americana], viviamo in un’epoca in cui la prima preoccupazione dei capi non dev’essere più farsi obbedire, bensì fare in modo che i subordinati siano sempre più autonomi e capaci di decidere da soli. […] Secondo un altro articolo, esiste un sistema infallibile per creare questo clima di cameratismo, familiarità reciproca, condivisione ed entusiasmo per la “missione” comune: basta convincere i dipendenti a svolgere lavoro volontario (e gratuito) nei weekend e al di fuori del normale orario di lavoro. […] Tutto questo mi ricorda la campagna di arruolamento di migliaia di giovani volontari per l’Expo milanese, sedotti dal miraggio di un’esperienza che – garantiscono partiti, media, istituzioni e imprese – potrà offrire loro brillanti opportunità future di impiego. (pp. 57-58)

E sugli scioperi nel settore pubblico, commentando un articolaccio liberticida del «Corriere della Sera», a firma Dario Di Vico:

Il messaggio di fondo – cosa aspettiamo a metterli fuorilegge? – è chiaro, ma vale la pena di approfondirne alcuni aspetti. Partiamo dai titoli. Il pezzo di sinistra, quello che fa la cronaca dello sciopero, inalbera sopra a un titolo a effetto (Città in coda aerei a terra), un occhiello che recita: Lo sciopero delle sigle minori blocca i mezzi pubblici, frase che contiene un evidente paradosso: se le sigle sono minori, come mai riescono a bloccare i mezzi pubblici e a raccogliere elevate percentuali di adesione (a Palermo si è arrivati al 78%)? […] Vedrete che una formula per rendere gli scioperi illegali si troverà. Auspicabilmente con l’appoggio delle sigle confederali [che] esorta Di Vico, abbandonino ogni “pigrizia” e si facciano parte attiva per stroncare le velleità dei sindacatini. Un vero grido di guerra, condito da un appello demagogico agli “interessi dei più deboli” vale a dire precari e partite Iva che sarebbero i più danneggiati da questi scioperi. Di Vico recita questa litania un giorno sì e l’altro pure, come se i precari non fossero il prodotto – e le prime vittime – di quelle politiche economiche di cui lui è uno dei più solerti piazzisti. (pp. 62-63)

Tra l’altro la recentissima produzione normativa della Commissione di Garanzia, sta praticamente azzerando il diritto di sciopero per migliaia di lavoratori del trasporto pubblico locale, nel silenzio generale, come fosse una faccenda irrisoria e non un vulnus decisivo alla Costituzione.

La sezione più dolente – e spietata – è quella in cui Formenti descrive la parabola tragica e suicida di tutte le sinistre occidentali, dalla socialdemocrazia agli “tisprasiani” di ogni sorta. L’essersi candidati a gestire il progetto neoliberista, o aver sostenuto l’utopia di un “altra Europa possibile”, ha prodotto un terreno di macerie nel cuore di quelle società in cui, nei “trenta gloriosi”, era prosperata l’esperienza (e il mito) del patto sociale e del compromesso capitale-lavoro. Al tradimento dei partiti dell’Internazionale Socialista e del mondo progressista, segue, tra il 2016 e il 2017, un domino impressionante di sconfitte elettorali epocali: Hollande, la Brexit, Illary Clinton e Matteo Renzi, tutte tappe di una via crucis delle élite, anche intellettuali e accademiche, che avevano teorizzato per anni la “terribile bellezza e la geometrica potenza” della globalizzazione e delle sue mortifere politiche gestite in salsa social-liberale. E mentre le élite sociali manifestano una chiara incapacità di prevedere e controllare le scelte dei popoli, le sinistre politiche brancolano nel nulla.

In entrambi i casi le élite hanno manifestato tutto il loro disprezzo nei confronti dei proletari sporchi, brutti e cattivi che si sono ribellati ai loro diktat. Imitati, ahimè, dalle sinistre (anche radicali!) che hanno detto che non si può stare dalla parte degli operai inglesi perché sono egemonizzati dalla destra razzista e xenofoba. (p. 78)

Le sinistre “per bene” di ogni risma, negli ultimi anni, risultano scioccate e spiazzate da opinioni pubbliche che sono in totale “dissonanza cognitiva e valoriale”, rispetto alle loro fruste narrazioni. La vittoria di Trump negli Usa fa emergere questo sconcerto; Formenti riprende Mark Lilla e il dibattito tra gli allibiti progressisti americani dopo la vittoria di Trump:

l’ossessione per le differenze identitarie – e la retorica “politicamente corretta” che l’accompagna – che pervade da decenni scuole, media e università americane, scrive, ha prodotto una generazione di progressisti “narcisisticamente inconsapevoli delle condizioni dei soggetti esterni ai loro gruppi autocentrati”. Molti di costoro sono convinti che il discorso politico si esaurisca nella narrazione delle diversità e “non hanno praticamente nulla da dire in merito a questioni come le classi sociali, la guerra, l’economia e i beni comuni” […] Questo atteggiamento ha influenzato a tal punto i giovani giornalisti, intellettuali e operatori della comunicazione da renderli del tutto ciechi di fronte a ciò che non riguarda i temi identitari (p. 79)

Un panorama di macerie che però non è un vuoto (in politica non esiste questo concetto) quanto piuttosto un campo aperto, attualmente presidiato dalla galassia delle forze populiste. Su questo mondo, Formenti è molto esplicito:

non va dimenticato che il populismo, pur se si dichiara né di destra né di sinistra, è sempre ideologicamente orientato: può produrre ridistribuzione del reddito, solidarietà e amicizia fra i popoli, come è avvenuto per i populismi bolivariani, ma può anche produrre razzismo, nazionalismo e intolleranza, come avviene con i populismi alla Salvini e alla Le Pen. Detto altrimenti: il populismo è oggi il terreno su cui si gioca la sfida di un cambiamento radicale, con tutti i rischi relativi, mentre la democrazia reale3 è il terreno su cui germogliano oppressione, sfruttamento, dominio sulle masse popolari da parte dell’élite economica e politica (p. 77)

Quello di Formenti, in questi anni, è la traiettoria lucida, rigorosa e a suo modo iconoclasta, di un intellettuale che si è scisso definitivamente dal “progressismo”, dai miti “spinelliani”, da ogni idea di “campo democratico”, dal ripugnante “political correct” che diventa linguaggio religioso della modernità e cerca nell’individualismo solipsistico, nel civismo a chilometri zero, in una idea di libertà fondata sull’assimilazione acritica dell’american way of life, una sua qualche ragion d’essere:

è da qualche decennio che gli intellettuali più intelligenti nel campo della sinistra hanno avviato una riflessione in merito al fatto che, oggi, la critica della società capitalistica non può non accompagnarsi a una critica radicale dell’ideologia “modernista” e della sua grottesca variante postmoderna, il “nuovismo” (p. 83)

La raccolta si chiude con una sezione sanamente intitolata “Polemiche”. Qui l’autore sceglie di polemizzare “dentro” al suo campo, quello del pensiero critico. E i suoi bersagli sono certe sbracature “moltitudinarie” che non sanno più leggere la complessità della stratificazione e delle gerarchie di classe, coltivando il mito di una dimensione orizzontale della cooperazione produttiva già pronta per essere rovesciata come un guanto; o contro gli intellettuali radical che guardano al “popolo” come teppa reazionaria che si lascia ammaliare dai pifferai del populismo; o contro la volgarità di coloro che lanciano accuse di “rossubrunismo” ogni volta che si apre una riflessione seria sulle categorie (storiche non metafisiche) della sovranità nazionale. È la parte più densa del libro, quella forse meno accessibile al lettore occasionale, ma anche quella in cui la vis polemica e il solido retroterra di Formenti, gettano legna nel fuoco del dibattito politico e teorico contemporaneo. E Dio solo sa se ce n’è bisogno.

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