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Nicholas Carr, Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano?, traduzione di Francesco Peri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025, pp. 378, € 24,00

Passando in rassegna la storia dei principali mezzi di comunicazione, Nicholas Carr ne mette in luce la funzione politica, il loro agire sulla società e sugli individui incentrando la sua analisi su come, superato un certo livello, la comunicazione attuata attraverso di essi tenda ad alimentare conflittualità piuttosto che dispensare armonia.

L’avvento del telegrafo, che aveva un suo precedente nel sistema postale, è stato salutato come una rivoluzione, ma ad essere realmente tale è stata piuttosto [...]]]> di Gioacchino Toni

Nicholas Carr, Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano?, traduzione di Francesco Peri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025, pp. 378, € 24,00

Passando in rassegna la storia dei principali mezzi di comunicazione, Nicholas Carr ne mette in luce la funzione politica, il loro agire sulla società e sugli individui incentrando la sua analisi su come, superato un certo livello, la comunicazione attuata attraverso di essi tenda ad alimentare conflittualità piuttosto che dispensare armonia.

L’avvento del telegrafo, che aveva un suo precedente nel sistema postale, è stato salutato come una rivoluzione, ma ad essere realmente tale è stata piuttosto la comparsa della radio con il suo offrire a un pubblico disperso geograficamente la possibilità di captare quanto trasmesso dall’emittente nello stesso momento e azzerando il tempo di latenza.

Se a lungo la comunicazione si è data attraverso una pluralità di mezzi distinti, la convergenza permessa dalle nuove tecnologie non ha soltanto spazzato via la settorializzazione normativa e comunicativa, ma anche

ogni discrimine tra le diverse forme di informazione (diverse rispetto alla forma, al registro, al senso, al valore posizionale): una varietà che la vecchia architettura epistemica invalsa nel mondo analogico tendeva a conservare, anzi, accentuava addirittura. I contenuti subiscono un collasso gravitazionale: convergono, tendono all’indistinzione, come attesta peraltro lo stesso utilizzo di un termine generico e vago come “contenuto” (p. 87).

Se in un primo tempo l’universo online resta ancora legato a metafore rinvianti ai mezzi di comunicazione fisici tradizionali (pagina, dominio, sito…), con il nuovo millennio le cose cambiano, tanto che le nuove metafore insistono sull’immaginario della fluidità (erogazione, ciclo, flusso, scorrimento…). «Non c’è nulla che dura, sembrano dire. L’interesse è effimero per definizione» (p. 88). Non a caso, l’architettura del News Feed – la selezione algoritmica delle notizie veicolata tramite social – è fondata su una logica algoritmica che seleziona le informazioni in base alla probabilità che hanno di catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. «A ogni contenuto è assegnato lo stesso peso semantico, cioè nessun peso. Ciascun elemento è inquadrato dallo stesso contesto semantico, cioè da nessun contesto» (p. 89).

Per il sistema News Feed l’ordine di importanza tra la notizia di un genocidio in atto e una lite all’interno di una coppia di personaggi noti è dato dalla possibilità che hanno queste notizie di catturare l’attenzione dell’utente trattenendolo il più a lungo possibile1. A decidere cosa sia o debba essere di “pubblico interesse” sono i grandi network commerciali che guardano al pubblico non come cittadini ma come clienti.

Nell’ambito dei sistemi di comunicazione, la posta elettronica si è rivelata un fenomeno transizionale, afferma Carr, un raccordo tra la comunicazione analogica e quella digitale. Ben presto, soprattutto tra i più giovani, si è guardato a programmi si messaggistica più spicci e meno formali, incuranti della punteggiatura, disseminati di acronimi e di puntini di sospensione utilizzati per simulare l’informalità della comunicazione verbale tra amici ecc.

Grazie soprattutto ai più giovani, in apertura di millennio la messaggistica da computer è stata soppiantata dagli SMS. Il nuovo stile linguistico introdotto dai messaggini, sostiene Carr, non deriva da ragioni di spazio ma di tempo. È la ricerca dell’efficienza espressiva a creare il nuovo linguaggio e si può dire che la diffusione dello smartphone a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio «ha ulteriormente accelerato l’evoluzione simbiotica delle tecnologie, dei linguaggi e del business» (p. 127).

Gli emoij hanno sostituito le emoticon e le app hanno introdotto intuitive funzionalità che permettono di inserire senza “perdere tempo” immagini e video. Con Internet, l’efficienza comunicativa non è più soltanto un obiettivo di ordine tecnologico, ma diviene un «obiettivo sociale» anche quando si tratta di un messaggio intimo.

Agli occhi delle nuove generazioni cresciute comunicando con un linguaggio stringato, la posta elettronica appare non solo un sistema obsoleto ma persino ansiogeno perché presuppone un momentaneo distacco dal flusso comunicativo in cui gli individui si sentono immersi e da cui faticano a sottrarsi. La sintassi, la ricercatezza lessicale e gli stili specifici necessari alla corrispondenza scritta hanno lasciato il posto ad una comunicazione a flusso costante, non meditata né filtrata in quanto l’efficacia comunicativa sembra ormai misurarsi esclusivamente in termini di tempo.

I contenuti hanno subito un collasso gravitazionale, scrive Carr, «ogni cosa si è appiattita sul comune denominatore dello smartphone, anche il discrimine tra comunicazione privata e comunicazione pubblica ha finito per cancellarsi. Lo stile compatto, informale, spesso anche crudo dei messaggini è diventato il paradigma di riferimento del discorso che circola sui social. […] Lo spirito dei messaggini ha permeato la sfera pubblica» (p. 131).

Se tale tipo di comunicazione è necessario per non soccombere al flusso ininterrotto entro cui si gravita, il prezzo da pagare, scrive l’autore, «è la rinuncia alla profondità ed al rigore. Quando il linguaggio è costantemente rivolto all’esterno smette di essere uno strumento per riordinare i pensieri, per ragionare in modo autonomo, e si riduce a un sistema di reazione al pensiero altrui» (p. 132). Dunque si procede per giudizi immediati dettati soprattutto dall’emotività, non essendoci tempo (né desiderio) di meditare e rispondere in maniera più ponderata ed argomentata. Se il pensiero rapido/emotivo rappresenta il lubrificante per la macchina delle reti di comunicazione, quello lento/ponderato ne rappresenta l’attrito, dunque deve essere evitato.

Per quanto si tenda a credere che l’incremento della condivisione comporti una maggiore cordialità tra gli esseri umani, diversi studi dimostrano che non è proprio così. Si tende a cercare rifugio in una bolla omogenea che non contraddice i convincimenti che già si hanno, una bolla composta da soggetti che superficialmente si apprezzano, ma più questi si conoscono davvero più aumenta il rischio di vedere svanire l’apprezzamento.

La spinta a cercare informazioni sui social a proposito di un individuo appena conosciuto suggerisce la tendenza a interpretare le persone «come assemblaggi di tratti caratteriali, come configurazione di dati» (p. 141). Se in un contesto in cui si valorizzano le misure quantitative del prestigio social a risultare maggiormente attrattivi tendono ad essere coloro che comunicano senza interruzione mettendo in vetrina la vita privata e le opinioni, non di rado la quantità di informazioni possono però comportare l’effetto opposto. «Trasformandoci tutti in personalità mediatiche, i social media hanno fatto di noi dei rivali a tutto campo» (p. 143).

Secondo alcuni studi riportati da Carr, negli ambienti in cui non si è tenuti a incrociare e mantenere lo sguardo, come i social, è più difficile che si crei empatia e quando la frequentazione di questi ambienti tende a divenire sostitutiva delle relazioni interpersonali in presenza ecco che la possibilità di strutturare relazioni empatiche tende a scemare. Non è un caso che i più assidui frequentatori dei social siano anche quelli che hanno maggiori difficoltà a confrontarsi con le emozioni umane, comprese le proprie.

«Le tecnologie di comunicazione sono strumenti di penetrazione sociale. Ce ne serviamo per rivelarci e per sondare il Sé altrui […] I social sono tutti spada e niente scudo» (p. 149) La rete è stata osannata sin dalla sua comparsa come un modello di trasparenza ma, sottolinea Carr, nei rapporti sociali e in quelli interpersonali occorre anche una dose di opacità, altrimenti si pongono le basi per la discordia.

Se i social media non mancano di dispensare effetti benefici sugli utenti, la psiche umana pare però essere inadeguata al nuovo ambiente mediatico.

A mano a mano che le connessioni si moltiplicano e i messaggi proliferano, la nostra capacità relazionale, sempre più distribuita, si va rarefacendo. La diffidenza dilaga. Le antipatie si aggravano. È la tragedia dei beni comunicativi. Quando al comunicazione è troppa, le valenze si rovesciano, finendo per erodere quelle stesse qualità sociali e personali che proprio grazie alla comunicazione cercavano di promuovere (p. 151).

I contenuti collassano nel flusso indifferenziato e, dismesso il ruolo di vettori, le tecnologie mediatiche assumono quello curatoriale, editoriale, automatizzando i giudizi sulla pertinenza e sulla qualità delle informazioni. In un tale contesto gli utenti, ottimizzando la loro comunicazione, si fanno snodi telematici, ricetrasmittenti di messaggi ad alta velocità, mentre i social che incentivano l’autoespressione sembrano indurre all’ostilità e all’isolamento.

Nonostante, soprattutto ai suoi esordi, si sia voluto celebrare Internet per aver liberato la diffusione dei contenuti dalle scelte di un numero ristretto di individui (redazioni, editori e sponsor dei media tradizinali), nei fatti a muovere i flussi importanti di informazioni nella rete non è certo una comunità orizzontale. Con l’avvento del News Feed, a occuparsi della valutazione, del filtraggio e della diffusione dei contenuti sono gli «algoritmi informatici, tenuti da soggetti economici privati e centralisti nell’impianto» (p. 165).

Secondo Carr, nel contesto attuale della rete, gli utenti sono tenuti: ad operare come creatori e rifornitori a getto continuo di contenuti capaci di massimizzare il coinvolgimento di altri utenti; ad operare come ripetitori ed amplificatori dei messaggi; a svolgere il ruolo di fruitori finali del meccanismo a cui vengono somministrati materiali in linea con i gusti e i preconcetti posseduti.

Ricerche pubblicate da «Science» nel 2018 mostrano come su Twitter le informazioni erronee o fuorvianti vantino il 70% di possibilità in più di essere riproposte dagli utenti rispetto a quelle fattualmente corrette, soprattutto nel caso di notizie politiche. Le notizie false tendono a propagarsi più facilmente e più velocemente di quelle vere. «Lungi dal promuovere il pluralismo, paradossalmente, la democratizzazione dei media ha creato un ecosistema informativo favorevole ai movimenti autoritari e al culto della personalità. Un leader populista forte assurge a totem di un’identità di gruppo, diventa un meme umano la cui immagine e le cui parole si possono condividere per mezzo dei social» (p. 187).

Gli algoritmi non fabbricano dal nulla la polarizzazione identitaria, ma amplificano tendenze già presenti tra gli utenti. Se la polarizzazione non è un fenomeno nuovo nato con la rete, quest’ultima, sostiene Carr, propone però un’inedita piazza virtuale in cui gli individui sembrano perdere ogni inibizione ed ogni controllo manifestando anche gli aspetti più brutali che covano nel profondo scatenandoli su di un qualche nemico.

Tra i dirigenti e gli architetti dei grandi social network che hanno manifestato pentimenti (tardivi e comunque non di rado a conto in banca sistemato) circa il loro operato, c’è chi ha ammesso esplicitamente che l’unico scopo delle piattaforme è quello «di consumare tutto il tempo e tutta l’attenzione consapevole che si potevano estrarre dall’utente» (p. 188). Nei nostalgici dell’Internet dei pionieri Carr coglie il vecchio mito della frontiera tanto caro agli statunitensi.

Ci era stato concesso un territorio vergine, uno spazio dalle possibilità pure, e noi ce lo siamo lasciato soffiare dall’avidità dei latifondisti […] Ma Internet non è mai stata un territorio vergine […] Le reti telematiche esistono per massimizzare la velocità di trasferimento ed elaborazione dei dati, per abbreviare al massimo lo scarto tra l’input e l’output […] Più ci sforziamo di accelerare le nostre capacità di elaborazione e l’efficienza delle nostre risposte decisionali, meno ponderati e razionali diventiamo. Prevalgono invece l’impulsività e i meccanismi affettivi, che paradossalmente nuocciono alla qualità dei processi decisionali. Una volta innestati su reti informatiche, il pensiero e l’espressione si trasformano in beni virtuali, ottimizzati in vista di uno scambio il più possibile rapido. Internet […] ha sempre fatto, né più né meno, le cose per cui è stata inventata. È risuscita a realizzare davvero il nostro sogno di una comunicazione perfetta: efficiente, immersiva, scevra di vincoli e limiti. Solo che al tempo stesso ha smascherato la natura illusoria di quel sogno (p. 191).

Da questo punto di vista il lockdown attuato nel corso della recente pandemia non deve essere visto come momento di svolta ma come momento di rivelazione del livello di adattamento ai media digitali raggiunto. Se ad inizio millennio ancora si parlava di “collegarsi”, “andare su Internet”, come se si trattasse di un luogo a parte rispetto alla quotidianità materiale, improvvisamente ci si è resi conto di essere sempre online, con i social che mantengono gli utenti in uno stato di attesa permanete.

Prima del News Feed le reti sociali online rispecchiavano gli schemi di socializzazione tradizionale: occupavano un luogo, un sito ben preciso, in cui occorreva trasferirsi per far visita a qualcuno o qualcosa. Gli aggiornamenti rispettavano un ordine cronologico così come i pensieri e le esperienze facevano tradizionalmente.

L’avvento del feed ha sostituito alla vecchia struttura del mondo sociale la logica del computer. Ha cancellato le suddivisioni, sconvolto le sequenze, strappato le interazioni sociali ai loro vincoli spaziotemporali per ricollocarle in un ambiente senza attrito fatto di istantaneità e simultaneità. Socializzare all’interno di questa nuova sfera è un’attività nuova, sganciata dagli schemi familiari, dai modelli umani che consociamo: le sue vibrazioni caotiche sono intonate ai ritmi di un altro mondo, quello del calcolo algoritmico. Il sociale ha finito per scindersi dal reale. […] La digitalizzazione ha il potere di agire come un solvente universale: smaterializza tutto ciò che, in una civiltà, era tangibile (pp. 205-206).

Nel corso degli anni Dieci del nuovo millennio i più giovani si sono allontanati dalle vecchie piattaforme social aperte e, quasi a volersi sottrarre dal mostrarsi ad un pubblico indistinto, sono andati alla ricerca di social più intimi e riservati, preferendo «incarnare personaggi diversi su scene diverse per pubblici diversi» (p. 209), come del resto gli esseri umani hanno sempre fatto nel grande teatro che è il mondo. Il proliferare di piattaforme specializzate consente di riacquistare un maggior controllo sulla visibilità.

Se i media tradizionali imponevano una programmazione che raggiungeva i sensi degli utenti dall’esterno, i media contemporanei, come ha colto Jean Baudrillard (Le crime parfait, 1995), lavorano dall’interno.

Questo trasferimento de Sé, trapiantato dai corpi fisici ai sistemi di comunicazione, non si è verificato all’improvviso. È un processo in corso da tempo, anche se prima non ce ne accorgevamo. Quando abbiamo adattato i nostri siti di vita alle esigenze del moderno Stato burocratico, ai meccanismi di società strutturate come reti intessute con i fili di informazioni ultratrasformate, ci siamo abituati anche a esprimere il nostro essere e a vederci riflessi in documenti e fotografie, registrazioni audio e film, incartamenti e registri (p. 211).

Con l’avvento dei social media e dello smartphone l’inscrizione del Sé cessa di assumere una forma materiale; si assiste alla separazione dell’essere dal corpo, all’inscrizione dell’individuo sullo schermo in tempo reale che così da consentirgli di reimmaginarsi come flusso di testi e immagini.

Quando il Sé collassa, confondendosi con i contenuti, si viene anche restringendo per prendere la forma del medium che funge da vettore. Al pari di tutti gli altri contenuti insieme ai quali viaggia e con i quali si trova in competizione, deve risultare riconoscibile e decifrabile a prima vista. Deve comportarsi come un meme […] Nel mondo virtuale l’identità funge da contenitore del Sé, e perciò da surrogato del corpo. E come il corpo faceva un tempo in altri ambiti, fornisce i mezzi necessari per entrare a far parte di una società, per innestare l’“Io” su un “Noi”. Sennonché l’identità, a differenza del corpo, sottintende un processo di affiliazione esplicita (per autocategorizzazione): cosa ben diversa dai vecchi accumuli di comprensioni simpatetiche dai confini sempre un po’ labili e indefiniti. Le frequentazioni che l’identità produce sono una compagnia esclusiva, non inclusiva (pp. 213-214).

Stando ai dati relativi alla generazione cresciuta disponendo di Internet, si ha la l’impressione che quanti sono stati socializzati e informati sin dall’infanzia principalmente in rete vivano da reclusi, cioè tendano a preferire i rapporti sui social piuttosto che di persona abbandonando quell’impazienza di uscire di casa tipica dei giovani. Numerosi studi rivelano come molti statunitensi passino una parte sempre più consistente della loro gioventù in condizioni di isolamento sociale, con tutte le ricadute che ciò comporterà sulla loro vita adulta. Stando ai dati forniti da alcune agenzie del governo statunitense, tra il 2010 ed i 2019, il tempo medio dedicato alla socializzazione da parte dei giovani statunitensi tra i 15 e i 20 anni si è praticamente dimezzato e tutto ciò si è dato lungo il decennio che ha preceduto il lockdown.

«Più tempo dedichiamo alle tecnologie di connessione, più ci sentiamo disconnessi» (p. 216). Circa l’impatto che la prolungata frequentazione dei social comporta sulla personalità e sulle salute degli individui esistono opinioni molto differenziate che spaziano dai mini effetti agli esisti disastrosi, ma, scrive Carr, stando ai dati a disposizione, è difficile negare il ruolo dei social media nell’incrementare la depressione e l’ansia nei giovani.

Insomma, quando si è iniziato a parlare di Metaverso come di una rivoluzione in procinto di avvenire, in realtà si viveva già in esso. Quello che si stava andando ad aprire era piuttosto il mondo dell’intelligenza artificiale. Nell’universo della comunicazione, un momento di transizione importante si ha con il passaggio da una fase in cui le macchine avevano un ruolo di trasporto dei contenuti ad una in cui le piattaforme social sono state sottoposte al controllo algoritmico così da sostituire gli umani in mansioni redazionali, curatoriali e di selezione dei contenuti da trasmettere a ciascun pubblico. Ora, le macchine di intelligenza artificiale generativa producono contenuti in proprio e stabiliscono a chi debbono essere erogati.

Se il medium televisivo ha saputo appagare «l’istinto di ricerca» inondando i salotti di casa di stimoli audiovisivi, questo lasciava ancora la possibilità di alzarsi dal divano e staccarsi da esso. «Solo la rete è riuscita a risucchiarci nella simulazione, a fare di noi stessi un aspetto dello show. Con l’avvento dei social siamo diventati comprimari attivi del meccanismo produttivo dei media, smettendo i panni dei meri osservatori. Quindi è arrivato lo smartphone che ci ha intimato di non uscire mai dalla simulazione» (p. 273).

Paragonato al mondo virtuale, quello reale appare ora lento, noioso e, paradossalmente, privo di vita. Il flusso travolgente di stimoli nuovi e la crescente esagerazione di ogni sensazione psichica dell’iperreale di cui parlava Baudrillard, cioè il mondo transustanziato in informazioni e comunicazione, finisce per sembrare più vero del vero.


  1. Stando ad una recente indagine del Parlamento europeo, il 42 per cento degli europei di età compresa tra i 16 e i 30 anni accede a notizie di carattere politico e sociale principalmente attraverso piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. Cfr. Eurobarometer website: Youth survey 2024 – European Union. I dati relativi all’Italia sono consultabili qua

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Quando il sogno tecnomodernista si rivela un incubo https://www.carmillaonline.com/2023/06/04/quando-il-sogno-tecnomodernista-si-rivela-un-incubo/ Sun, 04 Jun 2023 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77364 di Gioacchino Toni

Nel volume 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi 2015) Jonathan Crary, docente alla Columbia University e tra i fondatori delle edizioni indipendenti Zone Books, ha argomentato come attraverso le innovazioni tecnologiche digitali il capitalismo sia giunto a inediti livelli di dissoluzione della distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro. In continuità con quanto esposto in 24/7, Jonathan Crary, Terra bruciata. Oltre l’era del digitale verso un mondo postcapitalista (Meltemi 2023), evidenzia come le disuguaglianze e il dissesto ambientale siano correlati al capitalismo digitale, da lui indicato come fase terminale del capitalismo globale votato alla finanziarizzazione [...]]]> di Gioacchino Toni

Nel volume 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi 2015) Jonathan Crary, docente alla Columbia University e tra i fondatori delle edizioni indipendenti Zone Books, ha argomentato come attraverso le innovazioni tecnologiche digitali il capitalismo sia giunto a inediti livelli di dissoluzione della distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro. In continuità con quanto esposto in 24/7, Jonathan Crary, Terra bruciata. Oltre l’era del digitale verso un mondo postcapitalista (Meltemi 2023), evidenzia come le disuguaglianze e il dissesto ambientale siano correlati al capitalismo digitale, da lui indicato come fase terminale del capitalismo globale votato alla finanziarizzazione dell’esistenza sociale, all’impoverimento di massa, all’ecocidio e al terrore militare.

Ritenendo assurda la pretesa di poter perseguire il cambiamento sistemico ricorrendo ai medesimi apparati che garantiscono la sottomissione a concessioni e regole imposte da chi detiene il potere, lo studioso denuncia come, a differenza di quanto sostenuto da alcuni ambienti di tecno-attivismo1, lungi dal poter essere strumento di cambiamento radicale, l’universo di internet sia del tutto incompatibile con una Terra abitabile e con le relazioni umane di stampo egualitario.

Ritenendo del tutto illusoria «l’idea che internet possa funzionare indipendentemente dalle dinamiche catastrofiche del capitalismo globale», lo studioso sostiene che la dissoluzione di tale sistema non possa che comportare «la fine di un mondo guidato dal mercato e modellato dalle odierne tecnologie in rete». I mezzi di comunicazione presenti in un mondo postcapitalista assomiglieranno necessariamente poco alle reti finanziarizzate e militarizzate dominanti, visto che i dispositivi e servizi digitali attualmente in uso «sono resi possibili dall’esacerbazione illimitata della disuguaglianza economica e dal deturpamento accelerato della biosfera terrestre, indotto dall’estrazione di risorse e dal consumo superfluo di energia» (p. 13).

Internet, sostiene l’autore, si è rivelato del tutto funzionale a quel processo di globalizzazione capitalista, con relativa «“dissoluzione della comunità” e di qualsiasi relazione sociale indipendente dalla “tendenza universalistica del capitale”», previsto da Marx.

Il complesso di internet è divenuto rapidamente parte integrante dell’austerità neoliberale, nella sua costante erosione della società civile e nella sostituzione delle relazioni sociali con dei loro simulacri online monetizzati. Esso promuove la convinzione di non essere più dipendenti gli uni dagli altri, l’idea per la quale siamo amministratori autonomi delle nostre vite, che possiamo gestire le nostre amicizie nella stessa maniera in cui gestiamo i nostri conti online (p. 15).

Tutto ciò ha dato luogo a quell’“apatia narcisistica”2 propria di individui sempre più «svuotati del desiderio per la comunità, che vivono nella passiva conformità all’ordine sociale esistente» e, continua Crary, al «deterioramento della memoria e l’assorbimento delle temporalità vissute; non tanto la fine della storia, quanto piuttosto il suo divenire irreale e incomprensibile» (p. 15). Una paralisi del ricordo che tocca tanto l’ambito individuale che collettivo e che – come sul finire degli anni Ottanta aveva intuito Guy Debord3 – nell’esaltazione dell’istantaneo lo perpetua, altro e identico, uguale a sé stesso.

Se storicamente i sistemi di comunicazione hanno sempre teso a disgregare le comunità locali inserendole all’interno di ambiti più allargati ove è stato mantenuto il monopolio del sapere e la dominazione culturale ed economica4, è possibile vedere in internet un sofisticato apparato globale volto alla dissoluzione della società.

«Internet disperde i senza-potere in un bazar di identità, sette e interessi separati, ed è particolarmente efficace nel solidificare le formazioni di gruppi reazionari. L’isolamento che produce diventa infatti un incubatore di particolarismo, razzismo e neofascismo» (p. 20). Storicamente, sostiene l’autore, i tentativi operati dai gruppi soggiogati di appropriarsi efficacemente dei media della comunicazione per portare avanti finalità politiche altre in fin dei conti non hanno ottenuto granché.

A meno che il difficile compito di creare nuove forme di vita comunitarie e cooperative non divenga una priorità politica, tutte le forme di attivismo online continueranno a essere del tutto innocue, incapaci di ottenere alcun cambiamento radicale o di fondo. Dimostrazioni, proteste, cortei hanno sì luogo, ma, al contempo, avviene una re-immersione nella separazione atomizzante della vita digitale. I legami che sembrano sbocciare nel mezzo dell’azione finiscono poi per evaporare. Persino negli effettivi eventi dei cortei, delle occupazioni, delle zone liberate e delle mobilitazioni di ogni tipo, la solidarietà di gruppo è affievolita da una massa critica di individui che sono sempre anche altrove, appiccicati ai loro dispositivi e alle risorse di autopromozione messe a disposizione dai social media (p. 22).

La retorica green con cui vengono presentati progetti e industrie per l’energia rinnovabile cela l’intenzione di mantenere modelli devastanti di consumo, competizione e disuguaglianze crescenti, pertanto nasconde secondo Crary un dispositivo di devastazione sociale e ambientale a cui occorre urgentemente contrapporre un immaginario in cui la dimensione sociale torni a ricoprire il ruolo che le spetta, cessando di essere una semplice appendice dell’universo online.

Una fase cruciale della lotta degli anni a venire per una società equa consiste nella creazione di assetti sociali e personali che abbandonino il predominio del mercato e del denaro sulle nostre vite associate. Ciò significa respingere il nostro isolamento digitale, rivendicare il tempo in quanto tempo vissuto, riscoprire i bisogni collettivi e resistere ai livelli montanti di imbarbarimento, inclusi la crudeltà e l’odio che traboccano dall’online. Non meno importante è il compito di riconnettersi umilmente con ciò che resta di un mondo pieno di altre specie e forme di vita (p. 12)

Crary sostiene la necessità e la possibilità di attuare forme di rifiuto radicale contro la martellante pretesa dell’indispensabilità di internet e dell’insignificanza di tutto ciò che risulta refrattario ad assimilarsi ai suoi protocolli. L’accettazione passiva della «intorpidente routine online quale sinonimo di vita» palesa, secondo lo studioso, un deficit collettivo di immaginazione derivato dalla resa a una cultura e ad un’economia di matrice tecnoconsumista responsabili delle devastazioni ambientali e della vita degli esseri umani.

lo stesso storytelling dell’alfabetizzazione tecnologica necessaria a ridurre le diseguaglianze, sostiene Crary, si rivela un eufemismo che, nei fatti, si traduce in shopping, videogiochi, serie televisive e altre attività tendenti ad indurre a dipendenza; occorrerebbe guardare all’universo di internet come alla quintessenza del libero mercato deregolamentato del tardo capitalismo secondo cui tutto è permesso soltanto se può essere monetizzato e vendibile.

Se nel corso dello sviluppo del capitalismo industriale si sono approfonditi gli studi e le tecniche di gestione scientifica dei movimenti corporei al fine di renderli efficienti sul lavoro, ora i colossi tecnologici si concentrano invece sull’“economia dell’attenzione” monitorando e guidando i movimenti dello sguardo sugli schermi con l’obiettivo di addestrare la visione relegandola al ruolo di mero accessorio dell’elaborazione di informazioni. In linea con le richieste del capitalismo neoliberale, le architetture degli attuali dispositivi digitali agiscono omogeneizzando al ribasso e meccanizzando l’universo emotivo umano.

Internet, continua lo studioso, produce una sorta di naturalizzazione di un individualismo che ha fatto propria una logica di disimpegno nei confronti di un mondo vissuto in comune con gli altri5. Crary sostiene che sin dalla metà degli anni Novanta internet ha mirato a neutralizzare le energie ribelli dei giovani negando loro spazi e tempi di autonomia e autoriconoscimento collettivo, dunque la possibilità di costruirsi una memoria e di avere esperienze reali. Distolti dall’azione politica, i giovani sono divenuti il target su cui costruire conformismo tecnologico e consumistico inducendoli ad abitudini e comportamenti prevedibili e duraturi.

La vita online genera bisogni governabili all’interno della sua clausura autosufficiente e regolamenta ciò che è consentito sognare. È solo quando i desideri e le speranze si aggrappano alla vita di un mondo fisico condiviso, non importa quanto compromesso, che una persona cresce capace di rifiutare e di provare ostilità verso i poteri e le istituzioni che opprimono e soffocano queste speranze. […] Adesso l’obiettivo è impedire che i giovani godano mai delle circostanze nelle quali immaginare e costruire un futuro che appartenga a loro. Vediamo piuttosto un’infinità di notizie che ci parlano di giovani che utilizzano “creativamente” e in modo “dirompente” i loro strumenti e piattaforme digitali. La priorità è far deragliare la possibilità di una gioventù potenzialmente ribelle e, al fine di nascondere il loro futuro senza un lavoro e senza un mondo, abbiamo la triste narrazione di una generazione che aspira a diventare “influencer”, fondatrice di start-up, o altrimenti allineata a valori imprenditoriali senz’anima (pp. 52-54).

Insomma, sostiene lo studioso, le élite si preoccupano di mantenere gli individui rinchiusi all’interno delle “irrealtà aumentate” di internet, ove «l’esperienza è frammentata in un caleidoscopio di fugaci rivendicazioni di importanza, di ammonimenti senza fine su come condurre la nostra vita, come gestire il nostro corpo, cosa comprare e chi ammirare o temere. La separazione e atomizzazione indotta da internet è aggravata dall’umiliazione e lo sminuimento alimentati dalla cultura dei miliardari» (pp. 98-99). Rispetto al passato sembrano essersi ridotti i terreni comuni su cui «costruire nuove solidarietà che emergano dalle realtà e necessità del conflitto di classe. Nostro malgrado, capitoliamo di fronte al sentimento di impotenza o alle illusioni di “soluzioni” individuali» (p. 99).

Il fenomeno dell’atomizzazione della società in individui assorbiti dai contenuti dei propri schermi amplifica l’implosione dello spazio pubblico palesando il rifiuto della comunità voluto dal neoliberalismo. L’eliminazione dell’incontro, di un modello di vita fondato sulla comunità viene presentato dalla narrazione dominante come fastidioso effetto collaterale da concedere al sistema produttivo dell’era digitale.

Questa frammentazione di un mondo sociale si basa però sull’imperativo della frenesia e dell’essere sempre occupati. È irrilevante cosa si stia effettivamente facendo, se guardare, lavorare, mandare messaggi, fare shopping, navigare su internet, ascoltare musica, giocare o qualunque altra cosa. Il risultato è comunque l’acquiescenza di massa a un’impalcatura immateriale di separazione, sostenuta da un’attività fittiziamente autonoma e dall’indifferenza a qualsiasi cosa avvenga al di fuori di quella determinata pratica (p. 136).

Dopo il 2008 l’economia globale sembra essere tenuta in vita artificialmente dalle élite senza alcun calcolo di lungo periodo propense come sono soltanto ad incassare il possibile per poi cercare, invano, qualche esclusiva via di fuga prima della catastrofe finale6 anche se, ricorda Crary riprendendo Walter Benjamin, la vera catastrofe è piuttosto la perpetuazione dell’attuale mondo, il proseguimento delle sue forme di violenza, ingiustizia e devastazione. La stessa ossessione di sopprimere l’invecchiamento che caratterizza la contemporaneità deriverebbe dalla volontà di immaginare la vita come un presente esteso esente da decadimento e cambiamento7.

Per migliaia di anni, la finitezza della vita è stata ciò che ha dato significato, passione e scopo alla nostra esistenza e ai modi in cui amiamo e dipendiamo dagli altri. La svalutazione della finitezza umana, proponendosi di rendere la longevità delle persone un ricercato prodotto biotecnologico per ricchi, fa parte dell’estinzione di qualsiasi valore o credenza che trascenda la voracità del capitalismo. Con l’assimilazione del “tempo della vita” alla logica della finanziarizzazione, la mercificazione e privatizzazione del futuro si fa adesso esplicita (p. 81)

Ad essere ripresa dallo studioso è anche la convinzione di Robert Kurz secondo cui l’economia dell’informazione trainata dai servizi che ha preso il via negli anni Settanta non è in realtà mai riuscita ad inaugurare una vera e propria nuova fase di accumulazione; il collasso del 2008 ha strettamente a che fare con l’informatizzazione dell’economia globale, una volta che il lavoro e il tempo di lavoro cessano di essere la principale fonte e misura di ricchezza, sostiene Kurz, il capitalismo si indebolisce. Quest’ultimo «si approssima al suo esaurimento quando la tecnologia non si limita ad accrescere la produttività umana, ma a rimpiazzarla» (p. 65).

Ai sogni di un futuro migliore, ai piani per realizzarlo, si è così sostituito sul finire del vecchio millennio un immaginario votato al “presentismo” indotto da tecnologie progettate per abolire il tempo privilegiando l’“adesso” e l’illusione dell’istantaneità, dando luogo a un’accessibilità “on demand” che presuppone una realtà libera da vincoli spaziali, materiali e temporali. A ciò si associano maniacali analisi del rischio, previsioni e simulazioni volte a neutralizzare il futuro prima che esso si dia. D’altra parte, ricorda Crary riprendendo Joseph Gabel8, l’esperienza della temporalità prodotta dal capitalismo è sempre stata costruita su una concezione di progresso come successione quantitativa di momenti presenti volti a mantenere gli assetti socio-economici esistenti.

L’insistente promozione dell’universo tecnologico contemporaneo, sostiene Crary, cela il tendenziale relegamento degli esseri umani ai margini del sistema tecnologico. È, secondo lo studioso, mal riposta la convinzione che vede nell’interecciarsi di internet, intelligenza artificiale ecc. la nascita di un unitario assetto panottico di controllo sociale in quanto a darsi, a suo avvuiso, sarà piuttosto «un patchwork di sistemi e componenti incompatibili e in concorrenza tra loro, che produrrà malfunzionamenti, guasti e inefficienze» (p. 75).

Insomma, secondo lo studioso, la logica capitalista del costante rinnovamento dettato dall’obsolescenza programmata, da una complessità tecnica sempre maggiore, dal taglio dei costi e dalla smania di introdurre aggiornamenti non necessari e non ancora rodati, entra inevitabilmente in conflitto con la stabilità richiesta ad un funzionamento efficiente di un controllo autoritario. Crary prospetta un futuro prossimo non dissimile da quello messo in scena da film distopici in cui la pretesa del controllo sociale assoluto tende a risolversi, di fatto, nell’ingovernabilità.

La soglia di un mondo postcapitalista non è lontana, al massimo pochi decenni. Ma a meno che non vi sia una prefigurazione attiva di nuove comunità e formazioni capaci di autogoverno egualitario, proprietà condivisa e cura per i propri membri più fragili, il postcapitalismo sarà un nuovo regno di barbarie, dispotismi regionali e, ancora peggio, nel quale la scarsità prenderà forme inimmaginabilmente feroci. Sartre vide che le insorgenze emergenti avevano una capacità unica di rompere le maglie della sottomissione ad “apparati antisociali” e di trasformare la passività e l’isolamento in nuove forme di solidarietà. I gruppi rivoluzionari, diceva, nel rispondere allo stato di emergenza potevano definire la propria temporalità e determinare “la velocità con cui l’avvenire gli viene incontro”. Oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, tra le fiamme e le devastazioni del nostro mondo vitale, ci rimane poco tempo per andare incontro a un futuro di nuovi modi di vivere sulla Terra e tra di noi (p. 141).

Circa il come far sì che che il postcapitalismo anziché ridursi a ulteriore barbarie si traduca in nuove forme di vita comunitaria cooperativa è tremendamente difficile pronunciarsi. Non a caso lo stesso libro di Crary, opera di denuncia dal registro a tratti apodittico, evita di avventurasi sul che fare. Iniziano ad essere tanti i testi che infrangono la narrazione dominante sull’universo digitale e questo è certamente un primo passo positivo e necessario, restano da trovare le modalità per compiere collettivamente i passi successivi volti al superamento del sistema di sfruttamento contemporaneo.


  1. Su posizioni differenti è, ad esempio, Carlo Milani, Tecnologie conviviali (elèuthera 2022) il quale, ritenendo che il potere debba essere distribuito affinché non si accumuli strutturando gerarchie di dominio, invita a concepire gli strumenti elettronici come potenziali alleati per costruire relazioni solidali e libertarie [su Carmilla]. Autori come Henry Jenkins hanno insistito sull’inedito potenziale partecipativo dei media contemporanei mettendone in luce la possibilità allargata di produzione mediatica, o di incidenza sui contenuti prodotti da altri. A differenza di studiosi come John Banks e Sal Humphreys, che denunciano come il fenomeno partecipativo rappresenti una modalità di espropriazione di lavoro non retribuito sapientemente sfruttata dalle aziende del settore, Henry Jenkins individua nella pratica partecipativa una possibilità di trasformazione sociale emancipativa dal basso. Cfr.: Henry Jenkins, Collaboration, participation and the media, in “New Media & Society”, vol. 8, n. 4, 2006, pp. 691-698; Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Adria 2014; John Banks, Sal Humphreys, The labour of user co-creators: Emergent social network markets?, in “Convergence: The International Journal of Research into New Media Technologies”, vol. 14, n. 4, 2008, pp. 401-418. . 

  2. Cfr. Elena Pulcini, L’individuo senza passioni. Individuo moderno e perdita del legame sociale, Bollati Boringhieri, Torino 2001. 

  3. Cfr. Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, in La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 2019. 

  4. Cfr. Harold Innis, Impero e comunicazioni, Meltemi, Roma 2001. 

  5. Éric Sadin ha denunciato come l’universo di internet tenda a relegare gli individui ad una “sferizzazione della vita” che li isola all’interno di bolle tendenti a vincolarli alle abitudini consolidate e a limitare le occasioni di confronto con l’extra-sfera di appartenenza, dunque a far percepire l’esistenza – reale o vissuta come tale – come del tutto immodificabile. Al posto di una società composta da una pluralità di persone chiamate a confrontarsi, sembra prendere piede «un ambiente costituito da un brulichio di monadi felici di godere continuamente di ciò che si presume possa fare al caso loro in ogni momento. Una nuova condizione, questa, destinata a diventare naturale o a dare la misura di ogni cosa» Éric Sadin, Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune, Luiss University Press, Roma 2022, p. 97 [su Carmilla 1 e 2]

  6. Le élite sembrerebbero procedere senza alcuna pianificazione, interessate ormai alla ricerca di una frenetica, quanto improbabile, via di fuga. Si veda a tal proposito Douglas Rushkoff, Solo i più ricchi, Luiss University Press, Roma 2023 [su Carmilla]

  7. La studiosa Alessia Buffagni ha indagato l’estensione temporale delle esistenze degli individui determinata soprattutto dalla tecnica medica che ha innalzato l’aspettativa di vita e aumentato la popolazione anziana concentrandosi in particolare sull’estensione anatomica protesica nel corso dei secoli e sull’estensione qualitativa contemporanea. «Il concetto di estensione – prolungamento, allungamento – della vita, del suo limite temporale, è una costante nella storia della nostra specie. All’estensione temporale si accompagna l’urgenza di estensione ‘materiale’: l’estensione materiale delle prestazioni – e della prestanza. In principio per normalizzare le proprie funzionalità (in caso di handicap), quindi per accrescerle, e infine, dove possibile, per estremizzarle, fino a metterne alla prova i limiti» Alessia Buffagni, Modellare la tecnologia su un corpo che invecchia. La ricerca di un metodo, Mimesis, Milano-Udine 2022, p. 71 [su Carmilla]

  8. Cfr. Joseph Gabel, La falsa coscienza. Saggio sulla reificazione, Dedalo, Napoli 1967. 

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La perdita della presenza https://www.carmillaonline.com/2023/01/07/la-perdita-della-presenza/ Sat, 07 Jan 2023 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75240 di Gioacchino Toni

Dal momento che «la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva», Eugenio Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis 2022), si chiede se «in nome delle “magnifiche sorti e progressive” della realtà virtuale, della realtà aumentata […] gestita dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale», non si stia sradicando la vita dell’essere umano, il suo «esserci, dall’essere-nel mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” [...]]]> di Gioacchino Toni

Dal momento che «la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva», Eugenio Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis 2022), si chiede se «in nome delle “magnifiche sorti e progressive” della realtà virtuale, della realtà aumentata […] gestita dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale», non si stia sradicando la vita dell’essere umano, il suo «esserci, dall’essere-nel mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” accessibili all’esperienza individuale» (pp. 11 e 15).

Nel corso di una conferenza tenutasi il 28 ottobre del 2021, Mark Zuckerberg ha annunciato l’intenzione di voler superare il social network da lui creato costruendo un ambiente capace di fondere offline e online. Nonostante il progetto Metaverso sia stato presentato come novità volta a sostituirsi all’esistente, in esso è forse piuttosto individuabile uno sviluppo di un processo di ibridazione tra online e offline in corso da tempo e che sarebbe semplicistico ridurre ad aggiornamento del sistema di produzione-consumo pianificato a tavolino da qualche diabolica corporation, affondando le radici in una serie di innovazioni tecnologico-comunicative – dalle pretese ontologiche foto-cinematografiche, passando dalla televisione per poi giungere alla svolta digitale che, con i suoi sviluppi interattivi, plasma la contemporaneità – non per forza di cose progettate da qualche Grande Fratello ma, piuttosto, abilmente sfruttate e indirizzate a scopi profittevoli.

Rivoluzione o evoluzione che sia, sarebbe, dunque, riduttivo vedere nel progetto Metaverso una mera trovata commerciale, visto che, almeno nelle intenzioni di chi lo ha presentato, per quanto fumosamente, sembrerebbe piuttosto ambire a diventare una sorta di «“sistema operativo” delle nostre vite e della nostra società» (p. 17) risultando ben più invasivo di quanto le tecnologie siano sin qua state.

A quale ansia da “prestazione”, se vuole essere all’altezza di questo “mondo” digitale, sarà sospinto [l’essere umano] che conosciamo […]? Per tacere della già classica domanda nietzscheana strutturante il nostro rapporto con il passato, su quanta memoria, nei termini dell’onlife, della realtà ri-ontologizzata dal digitale, dalle ICT (cioè su quanti data, ovvero informazioni già date, quante tracce mnestico-cognitive magari affluenti in tempo reale, quello di una digitazione informativa) sia in sé capace di reggere l’hardware psico-biologico umano conosciuto; quello almeno che l’evoluzione fin qui ci ha consegnato nelle mani. Dietro una tale, inedita promesse de bonheur sembra celarsi una pulsione neo-gnostica (tecno-gnostica) che è vero e proprio disprezzo per il corpo, odio per la carne (p. 21).

Secondo lo studioso risulta quanto mai importante riflettere sul processo di dismissione del reale, sul transito nell’onlife innescato dai più tradizionali social web, con le sempre più evidenti degenerazioni in termini di alienazione sociale, esistenziale e percettiva «in obbedienza a un esse est percipi ormai declinato sempre più grazie al web in senso mediale-passivo come un essere percepiti che rimbalza e costruisce non solo il nostro percepire ma il nostro stesso percepirci. Il web essendo per comune ammissione la più potente tecnologia di manipolazione del sé sociale – individuale e collettivo – che si sia mai conosciuta» (p. 25).

Mazzarella individua dunque nel web «la nuova gleba a cui siamo asserviti […] racchiusa nel fazzoletto di terra di uno schermo che ci viene fornito a “casa”», uno stato di  gleba che entrerebbe a regime nel momento in cui il connubio tra AI (Intelligenza Artificiale) e ICT (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) realizza «il transito definitivo dall’attuale struttura sintattica dell’AI al suo farsi struttura semantica autonoma (significante, significativa, e produttiva di senso). Non più semplice “intelligenza” computazionale in senso ingegneristico, capace di riprodurre l’agere, il fare che è stato programmato, ma intelligenza para-umana in senso proprio, produttiva cioè del senso che, per quanto efficiente computazione, ancora non è capace di filare da sé al pari di quella particolare macchina biologica che siamo […] e che la macchina vorrebbe imitare» (pp. 26-27).

Se il processo di dissolvimento della presenza, di relazione sociale offline, non può dirsi “derivato” dalle misure di distanziamento messe in atto per contenere la recente pandemia, è innegabile che queste hanno comportato un’accelerazione in tale direzione conducendo a un livello di onlife da cui sembra difficile poter tornare agevolmente indietro proprio perché non di “svolta improvvisa” si è trattato ma di un più “lungo” sviluppo che, innovazione dopo innovazione, senza per forza essere stato progettato da una “centrale di comando”, si è costituito in immaginario largamente condiviso del quale non solo si preferisce non guardare gli effetti negativi ma da cui non si intende rinunciare.

Occorre, sostiene Mazzarella, prendere atto che «la “quarta rivoluzione” dell’infosfera è un passaggio epocale nella storia dell’alienazione intrinseca all’umano nel rapporto con i suoi mezzi, con l’ambiente – che lo con-costituiscedella sua strumentalità: l’esteriorizzazione essenziale al suo esserci, il suo ontologicamente costitutivo portarsi fuori da sé (il suo trascendersi) che gli ritorna addosso determinandolo (codeterminandolo con la sua base biologiconaturale) nel suo Sé» (p. 60).

Se non è attraverso il “luddismo digitale” che si potranno cambiare le cose – non di meno questo, come tutti i luddismi, avrebbe le sue ragioni, ammette lo studioso – occorre almeno porsi politicamente contro un’ulteriore riduzione dell’umano a protesi della tecnica e «difendere l’essenziale del “mondo di ieri”, il carattere di presenza dell’individualità umana non surrogabile dalla sua digitalizzazione, dalla sua implementazione virtuale quanto a definirne la “realtà”» (p. 98).

Di certo con questo intrecciarsi di prodigi digitali si è giunti a un punto di svolta circa il carattere presenziale della natura umana, il suo essere.

Un passaggio epocale che riguarda il modo in cui l’esserci umano ci-è a sé stesso, agli altri e al mondo, e cioè vincolato alla realtà come presenza di sé e delle cose; un modo sempre più sospinto nella presenza atona del digitale intesa come virtualità, che non è irrealtà ineffettuale, bensì una potenza, una forza, una virtus, estranea al qualcosa in cui si mette in atto […]. Virtus che quindi, implementando questo qualcosa, ne muta la natura, l’essenza nelle sue potenzialità, facendo del qualcosa implementato, quando non lo annichili in un’altra cosa, una protesi della sua autoattuazione come realtà. Che è lo scenario di rischio di quel qualcosa che siamo noi, il qualcuno. […]
È difficile pensare che una virtualità così invasiva del nostro esserci quotidiano possa essere gestita con la riserva mentale autoconsolatoria che possiamo sempre premere il pulsante dell’on/off in modo reversibile, riassorbendo i tempi brevi dell’esposizione del nostro sistema, della nostra “energia iniziale”, alle particelle virtuali che noi stessi avremo generato, per altro immaginando un’AI che possa anche generarle autonomamente.
È questo l’orizzonte di rischio antropologico che in un mondo intramato di reti artificiali e di AI abbiamo davanti. Con in aggiunta un altro potente strumento di disabilitazione della presenza come “presenza a noi stessi” in capo alla padronanza di noi come abilità innanzi tutto deliberativa e morale; e cioè le neuroscienze, già attrezzate a venire in soccorso dello stress di questa distopia dell’umano nell’universo digitale, di questa dislocazione dalla presenza finora abitata dal nostro esser-ci. A stupefarci con una farmacologia che da riparativa si propone da tempo ampiamente come possibilità di riprogrammare la stessa psichicità umana (pp. 109-112).

A rivelare la portata dell’incidenza delle tecnologie digitali sull’identità stessa dell’essere umano può essere, ad esempio, quel senso di disagio prodotto dall’uso continuativo di piattaforme per il lavoro o la formazione a distanza accresciuto in maniera esponenziale durante la fase di distanziamento adottato in risposta alla recente pandemia. Secondo le neuroscienze, ricorda Mazzarella, tale malessere è determinato dallo “spiazzamento” subito da una serie di neuroni (place cell e border cell) che si attivano quando si occupa una posizione nell’ambiente permettendo di orientarsi nello spazio. L’individuo costruisce la sua identità attraverso il ricordo degli accadimenti e delle persone presenti nei luoghi frequentati; quando si vivono “luoghi multipli” – si è contemporaneamente in una stanza e sullo schermo in videoconferenza – il cervello umano, sempre stando alle neuroscienze, non riesce a identificare le piattaforme di presenza digitale come luoghi, dunque non collega le esperienze vissute sullo schermo con la memoria autobiografica e ciò fa vivere una sensazione di “eterno presente digitale” che non lascia segni, dunque non sviluppa identità.

Sarebbe, in definitiva, tale cancellazione della presenza, con i suoi riflessi sull’identità, a procurare il senso di disagio vissuto nell’overdose digitale contemporanea. Le ricerche relative allo “stress da lavoro correlato” andrebbero aggiornate tenendo conto che questa, a maggior ragione dovesse andare in porto il Metaverso fantasticato da Zuckerberg, potrebbe presto diventare una fonte importante di malessere legato alle condizioni di lavoro.

Se da un lato la sparizione dei corpi, della loro comunione quotidiana, della carnalità del nostro spirito, sembra consegnarci a «una relazionalità di pura ragione, magari produttiva», dall’altro

è proprio per come siamo “incarnati” che possiamo contare sul fatto che non andrà così, e non deve andare così. Perché sarà proprio la nostra costitutiva “anima bassa”, sensitiva, volitiva, quella che ogni progetto di “vita buona” ha sempre voluto e dovuto domesticare, a salvarci come lo spirito che siamo. Saremo salvati – questo è il felice paradosso di questa congiuntura del distanziamento sociale – dai sensi bassi, come sensi della prossimità, di una prossimità insopprimibile: dall’olfatto, dal gusto, dal tatto. Da quanto della nostra cinestesi corporea non è “viralizzabile”, dislocabile sul virtuale-reale della relazione di distanza (la vista e l’udito). E che ci trattiene presso noi stessi, nello stesso dialogo con noi che la storia del genere ci ha approntato. Perché “io” è una costruzione conquistata alla coscienza, nella coscienza; perché “io” non ho solo relazioni, ma sono relazione, anche però con me stesso, il me stesso dell’intimità, del foro interno della coscienza (di cui l’invocazione della privacy oggi nell’infosfera è un ben debole schermo di difesa) che ho costruito e che il decentramento nel virtuale sta tacitando, facendo sempre più parlare il sé omologato e controllato costruito dalle ICT e dall’AI come tecnologie del Sé.
La nostra umanità relazionale sarà salvata dall’incomprimibilità espressiva dei corpi, dell’anima bassa (pp. 66-67).

Mazzarella invita a cercare la possibile salvezza da questa deriva che riduce l’umano a protesi della tecnica proprio in quella fisicità che se storicamente il potere ha preteso di addomesticare, ora le tecnologie potrebbero letteralmente cancellare.

Contro Metaverso ha il merito di tracciare sinteticamente la portata del cambiamento in atto evidenziando come questo stia nei fatti, già da tempo, lavorando alla cancellazione della presenza, dunque della centralità che vengono ad assumere i corpi in una lotta che più che di resistenza assume il carattere di una vera e propria lotta per la sopravvivenza dell’essere umano. E non sarà sufficiente cambiar di segno all’impianto o sostituire la bandiera sul palazzo.

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Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale https://www.carmillaonline.com/2022/05/11/pratiche-e-immaginari-di-sorveglianza-digitale/ Wed, 11 May 2022 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71738 di Gioacchino Toni

[Di seguito una breve presentazione del volume in uscita in questi giorni – Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Prefazione di Sandro Moiso, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 220, € 15.00 – Disponibile in pre ordine direttamente presso l’editore e presto in tutte le librerie on line e di fiducia – ght]

Ad un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente [...]]]> di Gioacchino Toni

[Di seguito una breve presentazione del volume in uscita in questi giorni – Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Prefazione di Sandro Moiso, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 220, € 15.00 – Disponibile in pre ordine direttamente presso l’editore e presto in tutte le librerie on line e di fiducia – ght]

Ad un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente si chiamava realtà, sembrò divenire una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione e dalla pubblicità. L’impressione era quella di vivere ormai all’interno di un grande racconto in cui i personaggi che popolavano la fiction hollywoodiana sembravano ormai più reali dei vicini di casa. La finzione giunse così ad affliggere la vita sociale, a contaminarla e a penetrarla al punto da far dubitare di essa, della sua realtà e del suo senso. La televisione continuava a raccontare la sua storia come si trattasse della storia di chi stava di fronte allo schermo; d’altra parte gli spettatori sembravano ormai da tempo vivere per e attraverso le sue immagini. Le stesse guerre smisero di essere viste per quello che erano e assunsero l’aspetto di un videogioco, così da risultare meglio sopportabili da chi ancora poteva viverle dal divano di casa.

I nuovi media digitali permisero agli esseri umani di farsi produttori e distributori di immagini, consentendo loro di costruirsi testimonianze di esistenza e così le metropoli iniziarono a essere attraversate da zombie dall’aspetto ben curato dotati di potenti attrezzature tecnologiche tascabili sempre più disinteressati della realtà che si trovavano di fronte intenti a immagazzinare senza sosta immagini da condividere sui social con comunità digitali composte da persone pressoché sconosciute. Il mondo, con i suoi parchi di divertimento, i club vacanze, le aree residenziali, le catene alberghiere, i centri commerciali riproducenti il medesimo ambiente, venne dunque organizzato per essere distrattamente filmato e condiviso, più ancora che visitato e vissuto.

La visione umana si era ormai assoggettata a una visione tecnologica capace di riscrivere le modalità di comprensione del mondo filtrandola attraverso schermi di computer, bancomat, smartphone e smart-tv che offrivano procedure operative già pronte, cui non restava che adeguarsi. Questa nuova visione guidava ormai i percorsi di soggettivazione, determinando le modalità con cui gli esseri umani si rapportavano nei confronti degli oggetti e degli altri individui fruiti quasi esclusivamente attraverso una visuale inorganica dell’occhio tecnologico.

Nei dibattiti, ormai svolti quasi esclusivamente attraverso sistemi digitali, raramente gli interlocutori entravano nel merito di ciò che commentavano, solitamente si limitavano a sfruttare l’occasione per ribadire fugacemente punti di vista e credenze già posseduti: l’importante era restare aggrappati alla bolla comunitaria in cui si era inseriti. La logica della spettacolarizzazione e dell’esibizione merceologica finì con l’estendersi dalle vetrine dei negozi agli individui obbligandoli a creare e gestire la propria identità al fine di catturare l’attenzione altrui adeguandosi agli standard di rappresentazione sociale prevalenti. I processi di digitalizzazione sembrarono disattendere le promesse di potenziare le capacità umane dispensando libertà, informazione e una generale propensione al bene comune per trasformarsi in amplificatori di fragilità, isolamento e alienazione sociale.

Le pratiche di sorveglianza raggiunsero livelli prima impensabili. Alcune corporation iniziano a tradurre l’esperienza privata umana in dati comportamentali da cui derivare previsioni su di loro. A molti tale trasformazione dell’esperienza umana in materia prima gratuita per le imprese commerciali, capace di rendere obsoleta qualsiasi distinzione tra mercato e società, tra mercato e persona, sembrò non procurare grandi fastidi. Si diceva che tutto ciò fosse potuto accadere anche grazie a una certa propensione alla servitù volontaria scambiata volentieri dagli individui con qualche servizio offerto dal Web e dai social, ma la carenza di rapporti sociali fuori dagli schermi e la dipendenza dalla Rete derivavano in buon parte dallo smantellamento delle comunità e dei rapporti sociali tradizionali operato da un sistema che aveva fatto dell’individualismo più cinico e spietato il suo filo conduttore e l’asservimento digitale sembrava piuttosto la logica conseguenza di quella ricerca spasmodica di nuovi ambiti di sfruttamento giunti a coinvolgere anche gli aspetti più privati dell’individuo.

Questo sistema economico fondato sulla sorveglianza iniziò a incidere sul reale attraverso le applicazioni, le piattaforme digitali e gli oggetti tecnologici utilizzati quotidianamente sfruttando i tempi ristretti imposti agli individui dalla società della prestazione, la propensione a ricorrere a comodi sistemi intuitivi e pronti all’uso, l’accesso selettivo alle informazioni utili a esigenze immediate di relazione, il desiderio di aderire a una visione certa di futuro pianificata a tavolino dagli elaboratori aziendali. Insomma ci si trovò di fronte al più sofisticato sistema di monitoraggio, predizione e incidenza comportamentale mai visto all’opera nella storia e tali pratiche di controllo e manipolazione sociale erano nelle mani di grandi corporation private che sembravano ormai divenute le nuove superpotenze.

Il confine tra fisico e non fisico, tra online e offline parve annullarsi: Internet divenne lo sfondo invisibile della vita quotidiana trasformando la connettività degli esseri umani da una modalità circoscritta all’uso degli schermi a una modalità diffusa nel quotidiano. Ci si ritrovò online anche senza volerlo o saperlo. Si diceva che tutto ciò serviva per migliorare la vita umana, ma molti di questi miglioramenti riguardavano i tempi e i fini imposti dalla società della prestazione, della mercificazione e del controllo.

La cultura della sorveglianza reciproca venne presto percepita come parte integrante di uno stile di vita, un modo naturale con cui rapportarsi al mondo e agli altri. A differenza delle ansiogene forme di sorveglianza tradizionali, deputate alla sicurezza nazionale e alle attività di polizia, le nuove seppero rendersi desiderabili e farsi percepire come poco invasive, inducendo così ad accettare con estrema disinvoltura di farsi contemporaneamente sorvegliati e sorveglianti. Si diffuse una vera e propria ossessione per la trasparenza e una propensione all’esibizionismo. In cambio di un rassicurante riconoscimento pubblico, sancito dal consenso digitale, si iniziò a mostrarsi e condividersi costruendosi identità adeguate agli standard graditi ai più.

In un tale panorama, invocare libertà impugnando un cellulare mossi dall’urgenza di postare al più presto sulle piattaforme social quel che restava del desiderio di libertà si scontrava con l’impossibilità di liberarsi da quei gratificanti intrattenimenti digitali di cui si continuava, nei fatti, a essere prigionieri nel timore di subire la morte sociale e perdere l’occasione di esprimere dissenso in un contesto che sembrava però ormai irrimediabilmente viziato.

Tutto ciò può sembrare la trama di una fiction distopica ma la realtà in cui viviamo non sembra essere molto diversa. Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale intende dar conto di ciò tratteggiando le trasformazioni in atto senza alzare per forza bandiera bianca e lo fa riprendendo: l’idea di messa in finzione della realtà di Marc Augé; le riflessioni sul visuale contemporaneo di Horst Bredekamp, Nicholas Mirzoeff e Andrea Rabbito; il palesarsi di relazioni sempre più strette tra guerra, media e tecnologie del visibile messe in luce da Paul Virilio, Jean Baudrillard e Ruggero Eugeni; i rapporti tra l’universo videoludico e quello militare suggeriti da Matteo Bittanti; le annotazioni di André Gunthert sull’avvento dell’immagine fotografica digitale e sulla pratica della sua condivisione; il fenomeno della vetrinizzazione e del narcisismo digitale approfonditi rispettivamente da Vanni Codeluppi e Pablo Calzeroni; il capitalismo e le culture della sorveglianza ricostruiti da Shoshana Zuboff e David Lyon; l’affievolirsi della distinzione tra online e offline tratteggiata da Laura DeNardis e Stefano Za a partire dall’internet delle cose; la diffusione dell’intelligenza artificiale, della dittatura degli algoritmi e delle piattaforme digitali di cui si sono occupati Carlo Carboni, Massimo Chiariatti, Dunia Astrologo, Kate Crawford, Luca Balestrieri e il gruppo Ippolita; la privacy digitale e le pratiche di profilazione che coinvolgono gli individui sin da prima della nascita indagate da Veronica Barassi…

Questo volume è dedicato a Valerio Evangelisti

 

 

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Culture e pratiche di sorveglianza. Internet in ogni cosa https://www.carmillaonline.com/2021/09/16/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-internet-in-ogni-cosa/ Thu, 16 Sep 2021 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68144 di Gioacchino Toni

«La trasformazione di Internet da rete di comunicazione tra persone a rete di controllo, incorporata direttamente nel mondo fisico, potrebbe essere ancora più significativa del passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione digitale»1. Così si esprime Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi (Luiss University Press, Roma 2021), a proposito della portata della funzione di controllo permessa dalla connessione alla [...]]]> di Gioacchino Toni

«La trasformazione di Internet da rete di comunicazione tra persone a rete di controllo, incorporata direttamente nel mondo fisico, potrebbe essere ancora più significativa del passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione digitale»1. Così si esprime Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi (Luiss University Press, Roma 2021), a proposito della portata della funzione di controllo permessa dalla connessione alla rete di oggetti e sistemi al di fuori dagli schermi come veicoli per la mobilità, dispositivi indossabili, droni, macchinari industriali, elettrodomestici, attrezzature mediche ecc… Oltre che con le sofisticate forme di controllo esercitate dalle piattaforme di condivisione di contenuti in rete, ad introdursi nell’intimità degli individui concorrono sempre più oggetti di uso quotidiano in grado di raccogliere e condividere dati personali. Oltre a evidenziare come il cyberpazio premei ormai completamente – e non di rado impercettibilmente – l’universo offline dissolvendo sempre più il confine tra mondo materiale e mondo virtuale, tutto ciò induce a domandarsi se nel prossimo futuro esisterà ancora qualche aspetto privato della vita umana o se invece si stia navigando a vele spiegate verso il superamento stesso del concetto di privacy.

Nel volume DeNardis espone alcuni esempi utili a comprendere come il contraltare del controllo esercitato sugli oggetti connessi ad Internet sia la loro vulnerabilità. Un esempio riguarda la possibilità che estranei da remoto possano accedere e manipolare dispositivi medici dotati di radiofrequenza impiantati nel corpo umano e connessi alla rete. Altro caso su cui si sofferma l’autrice concerne l’ambito dei “sabotaggi di Stato”2, come nel caso del virus Stuxnet individuato nel 2010 con buona probabilità progettato da statunitensi e israeliani esplicitamente per sabotare i sistemi di controllo dei sistemi nucleari iraniani, o del sabotaggio della rete elettrica ucraina presumibilmente per mano dei servizi segreti russi. Altro inquietante esempio riguarda la vicenda della “botnet” Mirai del 2016, probabilmente il più vasto cyberattacco dispiegato sino ad ora attuato attraverso il sabotaggio di semplici apparecchi casalinghi connessi a Internet che ha reso inaccessibili a vaste aree statunitensi oltre ottanta tra i siti più popolari (Netflix, Amazon, Twitter…). L’attacco è stato condotto prendendo il controllo di milioni di dispositivi domestici ricorrendo a una sessantina di username e password comuni o di default per impiantare malware attraverso cui inondare di richieste i siti e mandare in tilt il loro consueto traffico, dunque nei fatti rendendoli inaccessibili.

Oggi esistono più oggetti connessi digitalmente che persone e si tratta di un fenomeno in rapida espansione tanto da prospettare significative implicazioni, oltre che economiche, nell’ambito della governance e dei diritti dell’individuo.

Nel gergo dei sistemi cyberfisici, le cose connesse sono oggetti del mondo reale che integrano direttamente elementi digitali. Esse interagiscono simultaneamente con il mondo reale e con quello virtuale. Il loro scopo principale [è orientato a] mantenere i sistemi in funzione rilevando e analizzando i dati, e controllando automaticamente i dispositivi. […] Già oggi milioni di sensori monitorano le condizioni ambientali, i sistemi industriali, i punti di controllo e il movimento degli oggetti. Questi sistemi inoltre fanno direttamente funzionare i dispositivi […] I sistemi digitali sono oggi sistemi di controllo delle cose e dei corpi del mondo reale. I sistemi biologici fanno parte dell’ambiente degli oggetti digitali. L’internet delle cose è anche l’Internet del sé. Le “cose” dell’Internet delle cose comprendono anche i sistemi biologici delle persone, attraverso tecnologie indossabili, dispositivi di identificazione biometrica e sistemi di monitoraggio digitale medico3.

Il confine tra fisico e non fisico, tra online e offline si sta facendo sempre più labile; Internet si è esteso dal solo campo cognitivo degli utenti fino a divenire lo sfondo invisibile della vita quotidiana trasformando la connettività degli esseri umani da una modalità momentanea tramite schermi ad una modalità costante attraverso oggetti di uso quotidiano. L’essere o meno online non dipende più da una scelta dell’individuo di operare o meno con un dispositivo con uno schermo.

Le sfere ibride online-offline penetrano nel corpo, nella mente, negli oggetti e nei sistemi che collettivamente compongono il mondo materiale. Internet non ha più solo a che fare con le comunicazioni e non è nemmeno più un semplice spazio virtuale. La concezione aprioristica della rete come un sistema di comunicazione tra le persone deve essere superata. L’impennata di sistemi che integrano simultaneamente componenti digitali e del mondo reale crea condizioni che mettono profondamente in discussione le nozioni tradizionali della governance di Internet. Non ha più senso vedere gli spazi online come sfere distinte, tecnicamente o politicamente, all’interno di un mondo virtuale separato in qualche modo dal mondo reale. Online e offline sono intrecciati4.

Tale intreccio tra oggetti del mondo reale e ambito della rete richiede un ripensamento della categoria di “utenti Internet”; sarebbe riduttivo limitarsi a conteggiare gli esseri umani connessi alla rete – passati dall’1% (in buona parte concentrati negli Stati Uniti) di metà anni Novanta a circa il 50% della popolazione mondiale nel 2017 –, visto inoltre che il computo non discerne facilmente tra le persone reali e i “bot”, sistemi automatici come i web crawlers che passano in rassegna i contenuti di Internet per indicizzarli, o i “chatbot”, in grado di sostenere conversazioni con gli utenti. Si stima che una percentuale compressa tra il 9% e il 15% degli account Twitter sia composta da “bot” non di rado utilizzati per marketing, propaganda politica, attivismo e campagne di influenza. Al di là del fenomeno degli account automatici, gli oggetti connessi risultano oggi più numerosi rispetto alle persone e si tratta di oggetti che non hanno relazione formale con gli utenti umani, non sono dotati di schermo né interfaccia utente.

Anche individui mai stati online risultano coinvolti da ciò che avviene in rete; tutto è connesso e dirsi “non presenti in Internet” non ha più molto senso. Un attacco hacker nel 2013 ha colpito una importante catena commerciale statunitense ottenendo accesso ai dati personali (carte di credito, indirizzo di abitazione, numero di telefono ecc…) di circa 70 milioni di clienti sfruttando il sistema climatico del network aziendale. Ad essere violati non sono stati soltanto i dati dei clienti che hanno effettuato acquisti sul web ma anche quelli di chi si è recato esclusivamente nei negozi fisici della catena commerciale. Non è dunque indispensabile, sottolinea DeNardis, “essere su Internet” affinché la vita di un individuo possa dirsi in parte dipendente dalla rete. Maggiore è la diffusione delle tecnologie e meno queste si fanno visibili; più sono integrate nei sistemi materiali e meno necessitano di consensi espliciti.

L’integrazione di queste reti di sensori e attuatori nel mondo fisico ha reso la progettazione e la governance dell’infrastruttura cibernetica una delle questioni geopolitiche più significative del Ventunesimo secolo. Ha messo in discussione le nozioni di libertà e le strutture di potere della governance di Internet, e indebolito ancora di più la capacità degli Stati Uniti di affrontare sul piano politico queste strutture tecniche intrinsecamente transnazionali5.

DeNardis evidenzia le strutture di potere integrate nell’ambito infrastrutturale fisico-digitale insistendo sulla rilevanza che l’ibrido fisico-virtuale viene ad assumere a livello economico, sociale e politico. Facendo attenzione a non cadere nel “determinismo tecnologico”, l’autrice si dice convinta che la composizione dell’architettura tecnica sia anche composizione del potere. «Le tecnologie sono culturalmente modellate, contestuali e storicamente contingenti. L’infrastruttura e gli oggetti tecnici son concetti relazionali in cui gli interessi economici e culturali danno forma alla loro composizione»6. Per comprendere le politiche tecnologiche è indispensabile riconoscere tanto le realtà materiali ingegneristiche quanto le costruzioni sociali di queste.

Le leve del controllo della governance di Internet non si limitano affatto alle azioni dei governi tradizionali, ma includono anche: 1. le politiche inscritte nel design dell’architettura tecnica; 2. la privatizzazione della governance, com’è il caso delle politiche pubbliche messe in atto tramite moderazione dei contenuti, termini di servizio sulla privacy; modelli di business e struttura tecnologica; 3. il ruolo delle nove istituzioni globali multi-stakeholder nel coordinare le risorse critiche di Internet oltre confine; e qualche volta 4. l’azione collettiva dei cittadini. Per esempio, la progettazione degli standard tecnici è una faccenda politica. Sono i modelli, o le specifiche, che permettono l’interoperabilità tra prodotti creati da aziende differenti. […] Se i punti di controllo dell’infrastruttura distribuita danno forma, vincolano e abilitano il flusso delle comunicazioni (email, social media, messaggi) e dei contenuti (per esempio, Twitter, Netflix, Reddit), l’infrastruttura connessa con il mondo fisico (corpi, oggetti, dispositivi medici, sistemi di controllo industriale) è in grado di sortire effetti politici ed economici molto superiori7.

Nel rimarcare come la manipolazione diretta e connettiva del mondo fisico attuata attraverso il web possa comportare un miglioramento della vita umana viene però spesso omesso come tali miglioramenti si riferiscano ai tempi e ai fini imposti agli individui dalla “società della prestazione”8 che, nella sua finalità disciplinare si preoccupa di «Come sorvegliare qualcuno, come controllarne la condotta, il comportamento, le attitudini, come intensificare la sua prestazione, moltiplicare le sue capacità, come collocarlo nel posto in cui sarà più utile9. Scrive a tal proposito Salvo Vaccaro:

Alle istituzioni disciplinari con i suoi innumerevoli regolamenti minuziosi e dettagliati, tipici di un apparato amministrativo in via di burocratizzazione e centralizzazione statale nel XVIII e XIX secolo, oggi le nuove tecnologie mediatiche consentono una verticalità abissale della potenza regolativa in grado di controllare persone e cose – basti pensare all’Internet of Things e alla regolazione remota della connessione di funzionamento reciproco umano-macchina specifico alla domotica. Come sempre in ottica foucaultiana, tale potere non è solo repressivo e ostativo, anzi tutt’altro, non fa che ampliare le capacità di conoscenza e di sapere, le forme e i modi del nostro comportamento online e offline, sino a divenire quasi tutt’uno: onlife. Una vita permanentemente connessa, appunto onlife, alimenta e moltiplica a sua volta le opportunità di potere e controllo, grazie al servizio fornito da ciascuno di noi nell’uso del digitale in ogni suo apparato […] e alla governamentalità algoritmica che ne incanala gli usi opportuni, anche al fine di espandere mercati, creare nuovi business e nuove imprese, accrescere profitti e più in generale beneficiare l’economia. La mercatizzazione della società in via di digitalizzazione automatizza la gestione manageriale degli individui sia come corpi fisici che come corpi virtuali, assegnando loro funzioni, standard, obiettivi, distribuendo loro incentivi e disincentivi, integrandoli o espellendoli secondo necessità, su scala mondiale, come ci insegnano i processi di delocalizzazione repentina. Questa nuova biopolitica digitale configura inediti assetti di potere ridisegnando le relazioni che ne tessono la trama e ne delineano forme plastiche, fluide, mobili, e tendenze dinamiche, vorticose, al limite caotiche. La velocità di evoluzione e trasformazione repentine delle innovazioni tecnologiche ne sono l’emblema, la cifra, sarebbe proprio il caso di dire, che si tratta di individuare al fine di cogliere il terreno su cui attualmente ci muoviamo, di intercettare le faglie di resistenza agli effetti di potere che la nuova tecnologia politica scatena, infine di sperimentare inedite forme di conflitto all’altezza con il divenire-digitale delle nostre società e delle nostre vite10.

Al di là dell’auto-propaganda degli artefici della manipolazione diretta e connettiva del mondo fisico attuata attraverso Internet, è impossibile non vedervi una potente forma di controllo, una «forma di manipolazione che può essere talmente prossima al corpo umano da arrivare fin dentro esso e tanto lontana quando lo sono dei sistemi di controllo industriale dall’altra parte de mondo»11.

DeNardis pone l’accento su come la capacità di influenza tra digitale e mondo fisico si dia in entrambe le direzioni: se è ovviamene possibile manipolare il mondo fisco connesso attraverso la rete, altrettanto, agendo sulla realtà fisica collegata a Internet è possibile agire sulla realtà digitale. L’autrice si sofferma sulla questione della governance in un tale contesto a proposito di privacy, sicurezza e interoperabilità. In ambito di privacy vengono, ad esempio, analizzati non solo quegli ambiti – industriali, abitativi, sociali e persino relativi al corpo umano – un tempo nettamente sperati dalla sfera digitale, ma anche gli aspetti discriminatori, come nel caso del ricorso ai dati accumulati online ai fini lavorativi, assicurativi e polizieschi.

Nel volume viene evidenziata «la dissonanza cognitiva tra come la tecnologia si stia rapidamente spostando nel mondo fisico e come le concezioni di libertà e governance globale siano invece ancora legate al mondo della governance e della comunicazione»12. A lungo si è insistito sul ruolo dell’autonomia umana e dei diritti digitali nel contesto della web pensandolo come «una sfera pubblica online per la comunicazione e l’accesso alla conoscenza. L’obiettivo delle società democratiche è stato preservare “una rete aperta e libera”: un concetto acritico che è diventato più che altro un’ideale feticizzato»13. La questione della “libertà di Internet” ha certamente un suo sviluppo storico ma ha sempre teso a concentrarsi sulla libera trasmissione dei contenuti sottostimando tanto la questione dei diritti umani alla luce del contesto cyberfisico quanto il controllo dell’informazione esercitato non solo da parte del potere autoritario ma anche del settore privato14.


Bibliografia

  • Calzeroni Pablo, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019.
  • Chicchi Federico, Simone Anna, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017.
  • Dal Lago Alessandro, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.
  • DeNardis Laura, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma 2021.
  • Foucault Michel, Le maglie del potere, in Archivio Foucault, III. Estetica dell’esistenza, etica, politica (1978-1985), Feltrinelli, Milano 1998.
  • Giannuli Aldo, Curioni Alessandro, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine 2019.
  • Han Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.
  • Vaccaro Salvo, Gli algoritmi della politica, elèuthera, Milano 2020.
  • Veltri Giuseppe A., Di Caterino Giuseppe, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017.

Su Carmilla – Serie completa: Culture e pratiche di sorveglianza


  1. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma 2021, p. 17. 

  2. Cfr. Aldo Giannuli, Alessandro Curioni, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine 2019. Su Carmilla

  3. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, op. cit., pp. 23-24. 

  4. Ivi, p. 25. 

  5. Ivi, pp. 32-33. 

  6. Ivi, p. 32. 

  7. Ivi, pp. 33-34. 

  8. Cfr.: Federico Chicchi, Anna Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017; Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012; Pablo Calzeroni, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019, p. 23. Su Carmilla

  9. Michel Foucault, Le maglie del potere, in Archivio Foucault, III. Estetica dell’esistenza, etica, politica (1978-1985), Feltrinelli, Milano 1998, p. 162. 

  10. Salvo Vaccaro, Gli algoritmi della politica, elèuthera, Milano 2020, pp. 141-143. Su Carmilla

  11. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, op. cit., p. 35. 

  12. Ivi, p. 38. 

  13. Ibidem. 

  14. Cfr.: Alessandro Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017; Giuseppe A. Veltri, Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017. Su Carmilla

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