narrativa italiana contemporanea – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 07 Feb 2026 21:00:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Gruppo di famiglia in un prisma https://www.carmillaonline.com/2026/01/24/gruppo-di-famiglia-in-un-prisma/ Sat, 24 Jan 2026 21:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92053 di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema [...]]]> di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema d’autore restano fonti d’ispirazione non accantonabili – per non parlare della vita vissuta. D’altronde va detto che oggi simili romanzi, riflettendo il mondo triste in cui viviamo, fin troppe volte patiscono le strette claustrofobiche di un fondamentale ombelicocentrismo: perché mai dovremmo dunque com-patire certe insopportabili coppie autocentrate alla deriva delle proprie paturnie? E cosa possono dirci le grandi saghe familiari in un’età in cui la famiglia si destruttura sempre più? Su questi fronti non è stato già detto tutto quel che si poteva dire?
Eppure c’è chi riprende la sfida con una freschezza nuova, smontando proprio i nodi più problematici denunciati e additando semmai alcune faglie interessanti in quel filone di romanzi. Strappando al particulare certi tipi di dinamiche e cercando una diversa apertura, che permette di non affossare il tutto in un pessimismo nichilista o nella balbettante afasia, né nel riciclone modaiolo. Quando poi, come in questo caso, la voce è molto giovane (1999, cioè ieri dal punto di vista di chi scrive), l’apertura alla speranza risulta persino più genuina, impastata con la spinta a vivere appieno ma senza ingenuità e mirando alto sul piano della credibilità.
La storia, diciamolo subito, fin dall’inizio afferra il lettore. Il clan familiare Raccis che gestisce un’avviata ditta in Sardegna si regge su accordi mai formalizzati, tesi attraverso una rete di non-detti, umoralità, irrisolti e lavoro nero di familiari. Una situazione, qui proiettata sul piano del lavoro, che in fondo ben metaforizza non-detti e umoralità nei rapporti con tanti clan familiari, creduti magari solidissimi e invece tessuti di ambiguità, odiosi impliciti o orrendi teatrini.
Quando la carismatica Piera, morendo, lascia la sua importante quota al prediletto fratello Claudio ma senza alcuna scrittura a provarlo, come una torma di sciacalli o una cospirazione plantageneta da dramma di Shakespeare gli altri disconoscono la decisione. Claudio, nonostante le esortazioni dei suoi cari, ha scelto negli anni di fidarsi di Piera e degli altri, o piuttosto ha neghittosamente mancato di far formalizzare il suo concreto impegno in azienda e in ultimo i diritti riconosciutigli dalla morente. Per indolenza e scarsa attenzione alle invidie e ai rancori serpeggiati da una vita, per pelosa accondiscendenza a dinamiche in cui è invischiato anche legalmente, ma anche per irresponsabile ingenuità, ha finito così col consegnare moglie e figli a un precipizio economico. Alla famiglia della roba, quella di provenienza, si contrappone in effetti la famiglia che Claudio ha saputo costruire, la splendida moglie Cecilia e i figli adolescenti Amanda e Rocco: che però, “traditi” da quella sua pelosa disattenzione, devono rimettere in discussione tutto il loro rapporto con l’anello debole Claudio.
Particolarmente Cecilia è ferita e furiosa, per la scelta del marito di essersi appoggiato indiscussamente all’ambigua Piera e non aver considerato o condiviso con moglie e figli lo specifico della situazione. Una mancanza di fiducia, in ultima analisi, che impatta pesantemente sul legame matrimoniale. L’introverso Claudio dovrà dunque affrontare una crisi interiore, di coppia e della famiglia ristretta, ed esteriore con i subdoli parenti dell’azienda che prontamente lo scaricano: dovrà cercare di reimpostare l’intero quadro, ma soprattutto si confronterà nelle sue debolezze – perché è chiaro a tutti, a partire da sua moglie, che alcuni elementi di fragilità possono appartenere al suo io immodificabile – con la necessità di recuperare una credibilità agli affetti. Ma alla fine del romanzo, non siamo più così certi che l’anello debole del titolo sia il povero Claudio: perché forse la realtà è più complessa.
Siamo partiti dalla presa d’atto dell’esistenza di una narrativa di crisi di coppia e di saghe familiari, ma in questo caso, a ben vedere, l’autrice ne riprende i temi principalmente per far esplodere il tutto.
Sia perché la famiglia estesa in quanto tale, erede di una lunga tradizione letteraria, è in scena (brillantemente) soprattutto nel teatro del tradimento all’inizio, ma poi resterà sullo sfondo come groviglio sterile di interessi e di arroganze, alleanza di cattivi soggetti tutti pronti a tradire e rubare. Il tutto nel gioco di luci e ombre di un sostanziale realismo, senza fughe caricaturali in Atridi 2.0 e con amaro rispetto di situazioni in fondo non sconosciute ai lettori (c’è sempre qualche ramo delle famiglie eroso da simili piaghe).
Sia perché la famiglia “ristretta” e più vera, moglie e figli, e la stessa relazione di coppia che vi sta alla base, non si appiattiscono nei malumori modaioli di psicanalismi da salotto: il primo vincolo è la responsabilità reciproca, alla base di affetti che lì trovano la loro stabilità e fertilità. La vera, intensa e appassionata protagonista del romanzo, dunque, è Cecilia, severa custode di quegli affetti e quel progetto, e idolatrata dalla figlia con cui condivide tale serietà di fondo. L’autrice scommette sul senso autentico di un certo modello senza ottimismi buonistici, fa piazza pulita di introspezioni farlocche e crisi di coppia tra autocentrati, presenta relazioni esigenti pur nella consapevolezza di una perfettibilità e di una dimensione umanissima del limite. A mutare insomma non potrà essere solo Claudio, nella presa d’atto che qualunque rapporto vivo è chiamato a una continua e onesta ridefinizione.
Questa impegnativa serietà e questo senso della fatica fiero e realistico l’autrice rielabora e rinnova da un intero filone di scrittrici sarde (idealmente da Deledda a Murgia). Lo fa con un romanzo dalla salda struttura, dove riesce abilmente a gestire una coralità complessa – in cui anche il passato vibra i suoi affondi. Particolarmente interessante, nella sua ambiguità ed enigmaticità, è il profilo di Piera, donna delle missioni in Africa ma anche dei movimenti equivoci e vagamente manipolatori. Con la sua ombra, Cecilia e anche il lettore dovranno confrontarsi: e se qualche forma di pacificazione con la morta emergerà, l’autorevole Piera resta legata a filo stretto a un contesto di ambiguità e menzogne.
Ma se Piera è, nel bene e nel male, un’ombra indecifrabile nel proprio agire sotterraneo, altre grandi presenze di una tradizione familiare femminile che trionfa in Cecilia per poi raggiungere Amanda, pur appartenendo alle schiere dei morti e della nostalgia non sono riducibili a fantasmi. Vivono infatti, resistono e s’impennano proprio in Cecilia: e qui appare una dimensione diversa dell’essere famiglia, come passaggio di testimone e di dignità. A differenza che a casa Raccis, questo modo differente e tanto più alto di essere con-giunti vede indissolubilmente combinati affetti e dignità. Ciò grazie al lascito di donne immense – non fantasmi ma presenze vive, non soltanto nel dna o nella memoria ma nello stile e nel richiamo, che non è solo (moralisticamente) esempio ma sangue che tira, appello innamorato, desiderio di meritare un certo lascito. Dunque Donna Armida, la mitica nonna, figura da antiche storie mediterranee, dai tratti volitivi di chi cerca giustizia ma capace anche di biasimare se stessa per la scomoda eredità lasciata ai figli, come filata in un mito greco e oggetto di una veglia funebre leggendaria; e poi l’immensa Beatrice, la madre di nostalgie increspate come sfondi di presepio, “vigorosa, pratica e regale ma del tutto estranea a un qualunque tipo di esternazione di sentimento, […] sempre da conquistare”, per Cecilia “cuneo di amore disperato, quello di cui avrebbe sentito sempre l’esigenza per soccorrere le vertigini della sua suprema ansia d’affetto” e oggetto di rispetto di cristallo anche per il genero. Perché appunto le Madri, anche quando ormai inarrivabili nel loro abbraccio tra i morti, restano a fondare il nesso tra affetto e dignità. E se la forte Cecilia svela in sé fragilità sapientemente narrate dall’autrice (anche quelle che potrebbero definirsi problemi di circolazione sono in realtà molto di più, segno di inevitabili sconcerti in un abisso quasi ctonio del sangue), la sua nostalgia ripropone il sentire vivo di loro, il loro modo di essere e la loro presenza autorevole. Permettendo un ricordo non al passato, ma al presente e al futuro – e forse è emblematico il futuro implicito nel nome della figlia Amanda, “colei che deve essere amata”, la “degna di essere amata” di questo tipo di amore.
Nel caso dei personaggi che più frequentiamo in queste pagine, lo scavo psicologico offerto è in effetti a tutto tondo: superbo, intenso e profondo, sapientemente emotivo e insieme lucidissimo. Si coglie nel quadro – in progress, perché la vicenda va avanti – una sovrabbondanza di umanità che non esaurisce l’apologo in finzione ed è indubbiamente frutto di sensibilità dell’autrice. In scena è così uno straordinario prisma dove cogliamo da sfaccettature diverse e cangianti le dinamiche esteriori e interiori della famiglia di Claudio: un insieme per nulla “facile” o prevedibile da gestire sul piano narrativo.
Con un ulteriore punto di forza nella voce. Grivel Serra mostra una lingua matura, ricchissima e vivida persino nelle scelte lessicali (non mancano termini ricercati, che mai si piegano però alla forzatura compiaciuta); un’eleganza stilistica pienamente letteraria che davvero colpisce.
E su tutto, anche per il tramite di frasi in dialetto e per la figura di un testimone anziano e un po’ particolare a casa di Claudio, si impone la presenza di una Sardegna libera da ogni concessione allo stereotipo, tra durezze autentiche, rigori e serietà esigenti. Come quella della giovane autrice.

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Nella stretta morsa del ragno (Piccole stregherie 3) https://www.carmillaonline.com/2026/01/10/nella-stretta-morsa-del-ragno-piccole-stregherie-3/ Sat, 10 Jan 2026 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91972 di Franco Pezzini

Manuela Maddamma, L’affascino, pp. 164, € 15, Fandango, Roma 2025.

“Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?”. Manuela Maddamma è una narratrice elegante, colta, inquieta. E questo suo secondo romanzo (in genere si occupa di letteratura francese) conferma le doti apprezzate dai suoi lettori. Un romanzo fantastico, da folk horror – a voler usare una categoria consacrata nel mondo anglosassone –, sicuramente originale: una novella o romanzo breve madido di molte letture [...]]]> di Franco Pezzini


Manuela Maddamma, L’affascino, pp. 164, € 15, Fandango, Roma 2025.

“Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?”.
Manuela Maddamma è una narratrice elegante, colta, inquieta. E questo suo secondo romanzo (in genere si occupa di letteratura francese) conferma le doti apprezzate dai suoi lettori.
Un romanzo fantastico, da folk horror – a voler usare una categoria consacrata nel mondo anglosassone –, sicuramente originale: una novella o romanzo breve madido di molte letture e sul piano stilistico molto elegante, letterario. Idealmente richiama Ernesto de Martino (citato fin nell’aletta), soprattutto nella prima parte, anche se è inevitabile pensare al controcanto di certo cinema – Il  demonio di Brunello Rondi (1963), per richiamare solo un titolo noto.
La storia, che qui si riassume a cenni leggeri per evitare quell’effetto spoiler non così grave in caso di buona scrittura, ma sicuramente fastidioso per un lettore, risulta nei fatti un dittico.
1972: Emilio Della Torre, giovane antropologo romano, scende nell’Altrove salentino per studiare il tarantismo. Non incontrerà soltanto il fenomeno cercato, ma l’amore con Mira (quindici anni in più): si accoppieranno nei campi – come avveniva in età arcaiche – mimando le movenze del ragno, in un’unione insieme appassionata e non scevra di brividi. Nel mondo del Salento, la taranta rimanda a competenze tradizionalmente note, la comunità dispone di rituali specifici e in fondo, per quanto misterioso, si tratta di un fenomeno relativamente (con alcune cautele) “controllabile”. Ma Emilio non è del posto: è persona colta, di un mondo moderno totalmente altro, e quella catabasi sarà in qualche modo fatale. Per gente come lui, erudita e scevra da superstizioni, gli antichi rituali non sono a disposizione, e ne patiranno dunque tutta la forza d’urto. Perché l’accoppiamento del paredro con la Grande Dea Aracne è anche un sacrificio, la morte rituale del Re Sacro. La perdita accidentale della bambina in grembo a Mira muoverà dunque qualcosa sui piani sottili. Ma come la Tessaglia delle Madri streghesche apuleiane, il Salento di Maddamma non riuscirà a insegnar nulla al protagonista.
Seconda parte, fine anni Ottanta (1988 con chiusura 1989). Un Emilio snervato, quasi prigioniero e vampirizzato (il pensiero corre al Ragno di Ewers, cfr. qui e qui), vive o sopravvive a Roma in un’enorme, claustrofobica e folle casa ereditata: e vi accoglie Irma, seconda figlia di Mira con cui si sono lasciati, e che viene a studiare all’Accademia di Danza. Qui, senza bisogno di citazioni ma in simile contesto streghesco, si è portati a pensare al suspirante Argento; e sì, c’è un anagramma tra i nomi di madre e figlia. Il fatto è che la giovane ospite inizia a vedere e subire quel che Emilio sospetta/teme/sopporta, una presenza raggelante di bambina spettrale che infesta la casa (chi sarà?): e via via dalla ghost story si passa a qualcosa di ancora più raccapricciante, legato alla ragnatela demoniaca di una donna-ragno del passato e della sua furia, del suo odio satanico. A condurre almeno idealmente a un altro aracnide, quel Ragno nero di Jeremias Gotthelf (Die schwarze Spinne, 1842) che turba Canetti e resta uno degli emblemi più indimenticabili del Male nella letteratura europea. Però questi richiami non sono necessari alla lettura, e pencolano soltanto come da fili di ragnatela sul lettore: per il suo testo sostanzialmente limpido l’autrice non vuole troppe sovrastrutture citazionistiche. Solo qualche citazione c’è, opportuna: il saggio di Irma è sulla danza delle Villi (da Giselle di Adolphe-Charles Adam, su libretto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Théophile Gautier, 1841), creature fatate, vendicative e spettrali del mondo slavo, ragazze tradite e abbandonate morte prima del matrimonio oppure giovanissime madri distrutte dall’ingiusta morte dei loro piccoli. Creature della furia, che impongono una danza fatale: e a far fronte all’odio di amori frustrati non può sovvenire – parrebbe – che un esorcismo gestito dai Padri.

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Distopie in corpo I e II https://www.carmillaonline.com/2025/12/06/distopie-in-corpo-i-e-ii/ Sat, 06 Dec 2025 21:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91718 di Franco Pezzini

Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, pp. 440, € 19, Polidoro, Napoli 2025. Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, pp. 302, € 17, Polidoro, Napoli 2025.

Ormai da parecchi anni, il linguaggio della distopia sta affermandosi come uno dei più presenti e spesso fertili nella narrativa di genere, sia in chiave letteraria che paraletteraria: e al primo filone – senz’altro letteratura – appartengono due uscite recenti nella medesima collana “Interzona” diretta da Orazio Labbate per la napoletana Polidoro, due romanzi che idealmente si parlano pur senza alcuna diretta influenza. Certo, cambiano i contesti, gli spaziotempi: in La città dei Serpenti, [...]]]> di Franco Pezzini


Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, pp. 440, € 19, Polidoro, Napoli 2025.
Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, pp. 302, € 17, Polidoro, Napoli 2025.

Ormai da parecchi anni, il linguaggio della distopia sta affermandosi come uno dei più presenti e spesso fertili nella narrativa di genere, sia in chiave letteraria che paraletteraria: e al primo filone – senz’altro letteratura – appartengono due uscite recenti nella medesima collana “Interzona” diretta da Orazio Labbate per la napoletana Polidoro, due romanzi che idealmente si parlano pur senza alcuna diretta influenza. Certo, cambiano i contesti, gli spaziotempi: in La città dei Serpenti, senza troppo spoilerare, siamo in un pianeta non-terrestre di un lontanissimo futuro, nel secondo l’Oltremondo si incista in un’Italia futurologicamente prossima e autoritaria dove ai ribelli è possibile intervenire tra le pieghe del tempo. Ma entrambi gli affreschi, di notevole ampiezza e originalità rispetto ai pur individuabili modelli dickiani e ballardiani, cifrano tensioni e provocazioni di un presente inquietantemente vicino.
In entrambi i casi – in modo diverso – la distopia investe in prima battuta lo sguardo, il linguaggio, la voce: come in fondo inevitabile (anche se magari non chiaro a chi di distopie si sia occupato in modo meno profondo), perché sono proprio il modo di vedere e di narrare a costituire il marcatore primo di un mondo collassante. In entrambi i casi l’Homo narrans – protagonista narrante più o meno inaffidabile – si confronta con la ridefinizione di categorie dell’esistenza, di miti, di urgenze personali e collettive: ed entrambi sembrano rispondere in chiave provocatoria al crollo delle istanze del Novecento. Entrambi del resto fanno riferimento a una categoria che sguardo e voce possono scomporre ai minimi termini, ma che resta un’ancora fondamentale al nostro essere Homo, cioè il corpo. Un corpo ibridato nel primo, dove uomo e serpente si mixano, e i regni animale e minerale perdono il rispettivo limes – e non solo nella sfera dell’umano, ma nei serpenti-cavi elettrici, nelle macchine senzienti, nel mistero stesso di una Forza Sovrastante non necessariamente metafisica. Un corpo trattato nel secondo con farmaci e droghe come l’oblivion, e che si sbriciola in un tempo storico magmatico e mai fissato definitivamente, in uno stato perenne di stupefazione. Fino a costringere a domandarci se il protagonista ce la conti giusta, se e quanto sia capace di lucidità. Un corpo in entrambi che alla fine si fa linguaggio, voce – ma non è questa, in fondo, la natura prima di qualunque personaggio letterario? –, traducendosi in comunicazione frantumata e reiterata di stringhe alfanumeriche ne La città dei Serpenti, e in L’Oltremondo in conati espressivi, giochi di parole irriflessi, compulsioni verbali di una mente crackata.
In entrambi i casi, poi, alla storia soggiace una rivelazione radicale, che cioè sia l’essere umano in quanto tale l’elemento distruttivo della realtà: non solo imbullonando orride tecnocrazie autoritarie dove il tradimento e la violenza poliziesca, l’illusione e la menzogna paiono ingredienti fondamentali, ma stabilendo rapporti malsani con meccanismi di servizio e strutture sociali, fino a piagare relazioni personali. In modo diverso e autonomo i due romanzi esplorano l’ambiguità radicale con cui è possibile comprendere il reale: nel primo caso per la scarsa comprensibilità effettiva – a dispetto delle pretese degli “interpreti” – dell’Intelligenza Serpente e le faziosità delle lobby in scena, nel secondo per l’equivoco peso decisionale di intelligenze artificiali brandite da un potere sovranista, per cui a decidere norme e letture ufficiali non sono più camere di confronto umano, ma algoritmi da tecnocrati. Come spiega il protagonista de L’Oltremondo,

succede questo: tutti vorremmo sapere, ma nessuno oggi è più in grado di sapere nulla. È la macchina che sa e che proietta e impone il suo sa­pere intorno all’uomo, creandogli una realtà che lo abbraccia, lo culla, lo ghermisce. Realizzandolo. Rea­lizzando l’uomo.

Tanto più che strumento di distruzione è addirittura quello che offre le due storia come le leggiamo, il linguaggio: ne La città dei Serpenti troviamo esplicitato che

Il vettore della vostra infezione è la tecnologia che voi usate per definire la vostra infezione ▻▻▻ Linguaggio ▻▻▻ il Linguaggio umano usato ora progressivamente adeguato in apprendimento Macchina da noi per comunicare qui ora con la vostra inferiorità ▻ il vostro linguaggio è infetto di infezione ▻ il vostro linguaggio inutile contro la Macchina ▻ la vostra ▻ Parola infetta somministrata emanata in riproduzione tecnologica espansa non necessaria alla Macchina ▻

Cioè comunicazioni ossessive da amministrazione delirante, slogan ripetuti, elenchi di comandi, formule scandite: interessante e dialettico è il rapporto tra la professione di fedeltà degli Agenti della città (“Noi siamo gli Agenti, fedeli ai Serpenti”, una sorta di credo militante alla tutela dell’Equilibrio claustrofobico della città) e la Fede proclamata una volta uscitine. Mentre L’Oltremondo vede contribuire alla grande cospirazione i messaggi di un’influencer ragazzina (username b4by_flu666) e la diffusione del contenuto del Teorema di Lauda, nuovamente a considerare come infezione uomini e linguaggio:

Il professor Lauda, […] osteggiato da tutti gli atenei del mondo e morto in umiliazione e povertà, sostiene che l’uomo sia un virus, al pari del linguaggio ma più letale di esso, come virus. Il lin­guaggio uccide alcune categorie e sottocategorie del pensiero attraverso la selezione di parole e costrutti, dice Lauda, […] mentre l’uomo è con­centrato solo sulla riproduzione della specie, la quale specie si percepisce sempre sul baratro della scom­parsa. Ma la percezione del baratro della scomparsa è dovuta alla modificazione delle leggi naturali che lo sviluppo tecnologico dell’uomo, messo in atto per alimentare la sopravvivenza della propria specie, im­pone al pianeta e all’ambiente da cui l’uomo viene ospitato e di cui l’uomo si fa parassita, dice Lauda, quindi l’uomo fugge la distruzione della specie e lotta contro la sua propria scomparsa che però egli stesso sta architettando in nome di quella stessa sopravvi­venza della specie guidata e garantita dello sviluppo tecnologico che distrugge l’ambiente ospite del virus-uomo […].

In un caso e nell’altro il punto di riferimento con cui fare i conti sono le macchine: a contrastarle, una società ibrida di uomini & serpenti o invece una rete clandestina che tra varie strategie di lotta usa l’oblivion per aprire fenditure nel tempo e versioni modificate della Storia: i serpenti che prendono – tra lo sconcerto generale – a divorare se stessi come urobori evocano in fondo la possibilità che la Storia come la conosciamo sia finita, si riduca al loop di un ciclo e si possa solo stagnarci dentro.
In un caso e nell’altro un potente linguaggio mitico sottostà all’invenzione narrativa. La paranoica città dei serpenti del primo titolo è simbolizzata in un cranio, come il Golgota del cranio di Adamo, e l’ambiguità del serpente dell’Eden è il suo statuto costituzionale: in luogo dello sguardo terapeutico al Nehustan, il serpente di Mosè, sono previste immersioni “terapeutiche” degli Agenti in vasche di serpenti, che insieme possono però far pensare (in chiave di morte rituale, iniziatica) a quella in cui muore l’eroe vichingo Ragnarr catturato da Ælla di Northumbria. Alle vasche di serpenti del primo romanzo corrispondono idealmente i trattamenti farmacologici del secondo – entrambi imposti perché funzionali a equilibri d’un potere. Ma ne L’Oltremondo, persino più provocatoriamente politico e apertamente critico, si recuperano, in un presente racchiuso come nel cerchio uroborico o in un tempo mitico del Sogno, figure storiche (come Osip Ivanovich Komisarov, coperto di imbarazzanti onori per aver salvato la vita dello zar Alessandro II durante un tentativo di assassinio, Gavrilo Princip, lo studente serbo che uccise l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie, o magari Alberto Magno e la sua testa meccanica) o scorci del passato (Paesi Bassi 1469, Canada 1940, riprese dal set di The Circus del 1928), a iniettare nel presente sovranista elementi di discredito, frattura e fragilità. “Tu sai che il tempo è un sogno, […] e la vita è tempo”.
Certo i due romanzi conducono in direzioni diverse: il fanatico e vigoroso protagonista del primo, l’Agente 1 Kajus, riesce a uscire dalla Città-Teschio dei suprematismi Bianchi e Neri e la storia può continuare altrove, mentre nel secondo più amara è la parabola del povero Don, docente (di storia, non a caso) espulso dall’università, sedato coattivamente in un paese dove la svolta finale autoritaria è imposta – guarda caso – da una riforma della giustizia e il dissenso è liquidato in patologia. Ma in entrambi i romanzi crepitano lingue furiose a concedere al lettore non pigro e non timido davvero molto, in termini di forza espressiva e macchine per pensare.

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Frane e luci https://www.carmillaonline.com/2025/11/01/frane-e-luci/ Sat, 01 Nov 2025 21:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91100 di Franco Pezzini

Germano Antonucci, La ragazza di luce, pp. 200, € 16, Terrarossa, Alberobello (Bari) 2025.

L’Italia, dalle Alpi al Meridione, è fitta di storie di frane. Un fenomeno geologico che presenta impressionanti contraccolpi simbolici: ora sulla storia comunitaria – pensiamo per esempio ai casi in cui gli archivi locali siano stati spazzati via da valanghe di terra e pietre, a ingoiare i documenti di generazioni – ora su quella individuale: travolgendo una comunità si spezzano vite e storie personali, fino a rendere l’evento una vera e propria linea di demarcazione memoriale. E proprio una frana è l’evento mitologico – [...]]]> di Franco Pezzini

Germano Antonucci, La ragazza di luce, pp. 200, € 16, Terrarossa, Alberobello (Bari) 2025.

L’Italia, dalle Alpi al Meridione, è fitta di storie di frane. Un fenomeno geologico che presenta impressionanti contraccolpi simbolici: ora sulla storia comunitaria – pensiamo per esempio ai casi in cui gli archivi locali siano stati spazzati via da valanghe di terra e pietre, a ingoiare i documenti di generazioni – ora su quella individuale: travolgendo una comunità si spezzano vite e storie personali, fino a rendere l’evento una vera e propria linea di demarcazione memoriale. E proprio una frana è l’evento mitologico – evocato di continuo, interiorizzato dai personaggi, richiamato indirettamente persino sulla suggestiva copertina – alle spalle degli eventi di La ragazza di luce.
Si può discutere sull’uso del termine fantastico, per questa storia per molti versi amaramente realista: ma certo una visionarietà a base d’impliciti, di convinzioni, di affabulazioni la percorre tutta, fin dal titolo. Scritto con grande eleganza, finezza e trasparenza stilistica, il romanzo conduce del resto attraverso un set che ha visto la normalità sovvertita nella sua forma più materiale e terrigna, appunto un’apocalittica frana abbattutasi sull’abitato di Lume (e qui attenzione, la copertura del lume con tonnellate di materiali pare suggerire valenze simboliche) recando al contempo frane diverse e interiori. In particolare nella vita dei ragazzini protagonisti, Nina e Ruben, che hanno perso reciprocamente la madre e il padre nel cono d’ombra attorno alla catastrofe, ma in fondo di tutta la comunità, che cerca di riscriversi identitariamente in chiave mitico-magica.
Che succede dunque se presso la croce in capo al promontorio si manifesta una presenza luminosa, appunto la figura eponima, e qualcuno prende a gridare al miracolo? Che succede se una ragazzina di grande fantasia e intraprendenza, che il magico l’ha assorbito fin da piccola nei discorsi in casa, si vota alla quest d’una madre ingombrante e amatissima, misteriosamente perduta – nell’inaccettabilità d’una categoria-morte cui non riesce a dare un senso? E se un ragazzino vissuto nell’ammirazione del padre deve incassare con l’enigmatica fine di lui una nuova definizione affettiva della vita di sua madre? E se una bimba malata diventa motore di ambigui movimenti economici coinvolgenti tutta la comunità? Germano Antonucci, un autore giovane e brillante già emerso tra i finalisti del call Calvino qualche anno fa offre in questa bella storia di formazione – ma anche di solidarietà, di amicizia, senz’altro d’amore – con venature noir una prova di alto livello, densa e profonda.
Fuori dal mito di paese, Nina stessa diventa in qualche modo la ragazza di luce illuminando con la sua azione ribelle le ombre della comunità. Beninteso, non attraverso la stregoneria fai-da-te di sassi bianchi e neri smossi come in una frana simbolica (“Il male arriva e passa, / il male ti punisce, / se metti il nero al centro / il male ti obbedisce”) per colpire chi la ferisca: ma piuttosto nel far uscire allo scoperto i villain e nell’imparare a metabolizzare quell’amore-“cosa rotta” per una madre squilibrata e aggressiva, a tratti alla deriva delle proprie frane patologiche, fino a trovarle un posto più stabile nel proprio sistema affettivo e in un equilibrio emotivo. Nel proprio e, si può dire, nel nostro: abbiamo bisogno che la narrativa – tanto più quella letteraria, come nella scrittura alta di Antonucci – ci aiuti a dire il rapporto con la malattia mentale, suscitatrice di una straziante altalena di emozioni (conflitto, rifiuto, ostilità, pietà, dolore, amore) in chi è legato da rapporti affettivi e poi, a cerchio d’onda, negli altri attorno. Tanto più nell’empatia con persone che non possono vantare la statura pubblica di un’Alda Merini, ma restano isolate e stigmatizzate in giudizi frettolosi dietro i paraventi comunitari. Le ferite interiori della combattiva Nina richiederanno una vita per essere ricucite, ma una nuova luce di comprensione apre a un futuro e a una realistica felicità.
E anche Ruben, in parallelo, dovrà sistemare la “cosa rotta” accettando nuovi equilibri affettivi. Che i genitori siano oggetto di mito (il padre, per Ruben) o invece di conflitto (la madre), è difficile trovare una lingua giusta per parlarne, soprattutto in presenza di vicende drammatiche ma in fondo sempre, per ciascuno di noi. L’adolescenza è sempre terra di frane, grandi e piccole: e questo trovare parole è anche la voce di una crescita, di un salvarsi dalla catastrofe.

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Il labirinto che ci hai donato https://www.carmillaonline.com/2025/10/04/il-labirinto-che-ci-hai-donato/ Sat, 04 Oct 2025 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90152 di Franco Pezzini

Piero Salabè, Mortacci mia, pp. 384, € 20, La nave di Teseo, Milano 2025

– Come è possibile! – Cosa, Aič? – Che il nostro mondo sia già finito se la nostra vita non è neppure iniziata?

La ricerca di un padre perduto, morto o comunque scomparso, da parte di un figlio maschio più o meno fratto dentro, è un topos fertile di declinazioni – idealmente, potremmo dire, dall’Eneide a Dancing Paradise di Pupi Avati, fino a questo bel romanzo. Perché cercare il padre? Per i motivi, come intuibile, più vari: per recuperare la propria adultità o per [...]]]> di Franco Pezzini

Piero Salabè, Mortacci mia, pp. 384, € 20, La nave di Teseo, Milano 2025

– Come è possibile!
– Cosa, Aič?
– Che il nostro mondo sia già finito se la nostra vita non è neppure iniziata?

La ricerca di un padre perduto, morto o comunque scomparso, da parte di un figlio maschio più o meno fratto dentro, è un topos fertile di declinazioni – idealmente, potremmo dire, dall’Eneide a Dancing Paradise di Pupi Avati, fino a questo bel romanzo. Perché cercare il padre? Per i motivi, come intuibile, più vari: per recuperare la propria adultità o per sanare nodi mai sciolti d’un rapporto, per riprendere il filo del proprio passato, per cercare un amore la cui manifestazione nel tempo sia stata difettosa per mancanze del genitore o del figlio, per loro latenze, distanze o incomunicabilità. Tutto ciò, in qualche modo, è presente anche qui.
Come tutti i figli maschi, ho anch’io dovuto “ritrovare” mio padre, e i dettagli non interessano i lettori: ma è per dire che del vorticoso, appassionato, malinconico, ironico romanzo di Piero Salabè, Mortacci mia – titolo da intendere più come gioco affettuoso sui nostri morti che come sorpresa esclamazione d’uso locale – ha poco senso domandarsi quanto vi sia d’autobiografico, al di là della dedica “Alla memoria di mio padre”. Uno scrittore – e Salabè lo è indubbiamente, con una solida consapevolezza letteraria – non affida alla forma romanzo una mera memoria fattuale: a prescindere dai materiali con cui è costruito, un romanzo è sempre fictio, tanto più come in questo caso dove gioca vorticosamente con registri surreali o persino fantastici. Ma in questa fictio – che, potere della letteratura, è deputata a dire cose veridiche – si respira una verità dolente e spudorata, onesta e beffarda, ossessiva e conflittuale che restituisce vita davvero vissuta. Il pigro, in apparenza disincantato Fabio, voce narrante che vive all’estero da tanto tempo, letterato tra le incomprensioni degli altri familiari, di tanto in tanto torna a Roma: e delle città trasfigurata fantasiosamente (fino a trovate come l’Università degli Studi “La Brillanza”), tra figure caratteristiche e luoghi dei tempi andati coglie aspetti lirici e sordidi meditando sul proprio passato. Che ci stiano frammenti di un’autobiografia reale è abbastanza inevitabile ma non è così importante discettarne.
Il romanzo si struttura idealmente in tre parti (attenzione, seguono spoiler). Anzitutto la presa d’atto da parte di Fabio della scomparsa dalla casa di riposo, dov’era ricoverato per sopraggiunta demenza, del padre Luigi Pintor: già luminare della ricerca medica e insieme brav’uomo frustrato dagli scarsi riconoscimenti e dai sogni abortiti, in un impasto strano e malinconico, buffo e tenero di idealismo e fragilità, dedizione alla scienza e coscienza di limiti anche nei rapporti coi figli, conflitto eroico contro poteri forti (lottizzazioni partitiche, abusi di baroni) e sostanziale lucidità su un finale ritrarsi dal mondo. Messo a riposo per età dopo una vita al Policlinico – ufficialmente Policlinico Felisberto II, istituzione labirintica e colossale nel cuore dell’Urbe dove paiono essersi consumate tutte le ruberie, corruzioni e malversazioni dell’orbe –, Luigi potrebbe essersi suicidato tuffandosi in uno degli insondabili pozzi artesiani sparsi nei campi: “Ma perché allora mancava la borsa da medico che si era fatto portare nella casa di riposo?”. Così, mentre una parte della famiglia si rassegna, anche per chiudere la pratica che lascia comunque presumere un decesso, il figlio Fabio da cui l’ha sempre marcato una certa distanza (“Forse noi non ci siamo mai detti niente. Tutto ciò che c’è stato e che ci è mancato, non erano parole”) inizia a cercarlo trascinato dall’attivissima sorella Lara detta Aič. Ricordando l’uomo che aveva elaborato con esemplare discrezione strategie di pace interiore e coi familiari. Del resto,

A Roma era scomparsa tutta una serie di professori estromessi dall’università per raggiunti limiti di età. Era davvero assurdo pensare che si fossero rifugiati nel Policlinico chiuso, in una terra di nessuno, per portare a compimento le loro ricerche in santa pace, senza essere perseguitati dai detrattori di un tempo? Aič ha ragione, e anch’io sono sempre più convinto che papà stia lì, e che non fidandosi ormai di nessuno, avesse messo in scena la demenza per preparare meglio la fuga.

La seconda parte del romanzo narra la febbricitante, sfinente e visionaria catabasi nel grembo ctonio del Policlinico, una Wonderland nera ufficialmente chiusa per far sorgere al suo posto il complesso termale di San (sic) Samael: ma, con le conoscenze giuste, c’è sempre modo di entrarvi di straforo. Come il regno dei morti per Enea alla ricerca di Anchise, insomma, perché il Policlinico così descritto ha molto di infero: luogo di misteriose frequenze sonore, di mutazioni dei corpi, di empatie e abbrutimenti paradigmatici. I due vi inseguono dunque le tracce del padre che potrebbe esservisi nascosto, probabilmente coinvolto nella faida lì celebrata tra due progetti filosofico-sanitari di scuole opposte: quella del collega Castellari, detto il “medico della morte”, contro l’accanimento terapeutico e “la fede irrazionale nella scienza”, e la Nuova Scuola di Fulcani e Semprebene con le tecnologie del Progetto Eternità – “Lo scopo è stabilire una relazione fra l’orgasmo, la cosiddetta ‘piccola morte’, e l’ultimo spasmo, il trapasso. Se le mie tesi dovessero essere corroborate, ci avvicineremmo alla chiave della vita umana” – scuole che si smaltiscono per esperimenti partite di anziani dal Belgio… La provocazione permette di sollevare riflessioni profonde sul rapporto con la sofferenza e con la morte in un mondo dallo scientismo aggressivo. Peccato che, a differenza che nel caso di Enea, la discesa si risolva in un fallimento, perché a dispetto delle piste e di testimonianze (quanto affidabili?) Luigi non si trova. La ricerca del padre negli inferi diventa ricerca di senso e di identità alla propria vita, per Aič in chiave di affetti e forse di sicurezza, per il protagonista a un livello di razionalità e dialogo con le perplessità e provocazioni del reale, per entrambi qualcosa che svela radici. Se infatti infero è il Policlinico, a un livello più ampio lo è l’intera Roma-Wonderland altrettanto ctonia e surreale, teatro d’un passato in cui si sono forgiate le categorie esistenziali, affettive e razionali, dei due esploratori.
Mentre la terza parte (almeno su questo evitiamo spoiler) vede una chiusura almeno temporanea della quest, un’ideale ricollocazione dei tasselli al loro posto: almeno quelli di una provocazione sulle domande fondamentali. La morte è stata ufficializzata, vi crediamo o no, la neghiamo o no – e questo metterla tra parentesi come un’ipotesi da considerare per rifiutarla, come una mera illusione che c’è qualche buon motivo per denunciare (buon motivo in noi e per noi, per quest’unica volta che siamo al mondo) è in fondo una chiave forte di tutto il romanzo.

– Cosa succede quando una persona muore?
– Non muore.
– Ma come è possibile morire e non morire?
– Non mi chiedere cose difficili, Aič.

Alla morte non riusciamo a rassegnarci, non importa quanto fantastiche, utopiche o francamente oniriche siano le soluzioni con cui intendiamo confutarla: perché in fondo – tale la provocazione – a essere impossibile è la comprensione della verità. Ed emblematica è la citazione d’incipit da Samuel Johnson , “…that immense fear that life could have a sense”, perché allora occorrerebbe comprenderlo.

“La radice della vita è il dubbio,” risuonano in me le parole di mio padre. Ma diffidare stanca, e spesso non si rivela che essere un gioco mentale.

Diffidare stanca, sembra dire malinconico l’autore, e dunque è nel clima di un’esausta sospensione di giudizio che ci lasciamo trascinare da altri alla ricerca. Che pure ci sperde, e sperde il lettore nel dedalo infero. Resta, su tutto, un senso di smarrimento in cui nessuna pista è affidabile e non è mai chiaro chi guidi chi (emblematici gli scambi con Aič all’inizio dei singoli capitoli).
Molto interessante il rapporto tra i due fratelli, liquidati come illusi e “cacciatori di fantasmi” dai due più vecchi (Alessandro e Maddalena), ma legatissimi e insieme in continuo, aspro conflitto. Molto interessante il rapporto dello scomparso con l’istituzione pubblica e le sue arroganze, le baronie, i progetti promossi per gli utili dei soliti: se Pintor ha scelto di nascondersi tra le mura che ben conosceva – seminando sassolini bianchi come in una fiaba in un contesto da incubo, popolato di folli presenze intente a sparlare l’una dell’altra, tra continui inabissamenti e impreviste risalite, caratteristi grotteschi e bizzarrie metapsichiche – non è solo per non farsi trovare. Quel regno dell’assurdo è un’immagine del mondo e di una geografia di potere dove Luigi ritiene forse di avere ancora qualcosa da dire e da dare, o forse l’immagine espiatoria degli incubi dei suoi figli, toccati in ultimo dalle amarezze di lui e per una volta pronti a condividerle. Come in un caleidoscopio, le tracce del vecchio medico si moltiplicano così tra orride putredini e procedure misteriose di iniziati all’abisso: e mentre i figli cercano di non perdere anche quel passato come già l’infanzia, la madre e la casa sgomberata di famiglia (Aič non si rassegna per affetto, il perplesso Fabio si lascia tirare) finiscono con l’imbattersi costantemente in teatrini grotteschi, da farsa. La malinconia non cede mai alla tristezza: la vita – e la morte, in fondo – sono troppo paradossali per evitare di riderne, almeno un po’.

– Hai mai sentito, Aič, di un cervo che bracca i cani?
– No, ma anche la nostra non è la legge del mondo.
– È qual è la nostra legge?
– Restare nel labirinto.

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Venire a patti coi fantasmi https://www.carmillaonline.com/2025/09/20/venire-a-patti-coi-fantasmi/ Sat, 20 Sep 2025 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90038 di Franco Pezzini

Fabio Ferrari, Sottoterra, pp. 336, € 19, Otto Edizioni, Milano 2025.

Una scrittura efficace e malinconica sostiene questo bel mystery ambientato a Lorino, in un’Emilia-Romagna di antiche bonifiche e veleni sedimentati, nutrie onnipresenti (allevate un tempo nell’Italietta per pellicce autarchiche del cosiddetto castorino, poi liberate al fallimento dell’operazione) e divieti di scavo. Perché cosa può emergere da sottoterra e da quella terra altrettanto fangosa che sono le relazioni nel paese, tra fascisti senescenti ed eredi integratissimi dei loro antichi nemici, storie di tesori più o meno improbabili e assetti politici limacciosi dell’oggi? Ma c’è un’altra terra fangosa, [...]]]> di Franco Pezzini


Fabio Ferrari, Sottoterra, pp. 336, € 19, Otto Edizioni, Milano 2025.

Una scrittura efficace e malinconica sostiene questo bel mystery ambientato a Lorino, in un’Emilia-Romagna di antiche bonifiche e veleni sedimentati, nutrie onnipresenti (allevate un tempo nell’Italietta per pellicce autarchiche del cosiddetto castorino, poi liberate al fallimento dell’operazione) e divieti di scavo. Perché cosa può emergere da sottoterra e da quella terra altrettanto fangosa che sono le relazioni nel paese, tra fascisti senescenti ed eredi integratissimi dei loro antichi nemici, storie di tesori più o meno improbabili e assetti politici limacciosi dell’oggi? Ma c’è un’altra terra fangosa, molto più profonda e anzi interiore: ed è quella che spinge sul posto il disincantato Remo, reduce dalla morte della moglie da cui si stava separando in un contesto però di sentimenti irrisolti e affetto ancor vivo.
Giunto al paese dopo aver vagato senza meta, vi si ferma sotto lo sguardo sospettoso degli abitanti: e tra goffaggini e legittime curiosità finisce con l’essere la miccia che fa deflagrare una serie di misteri locali. Fin qui si può dire senza avvilire i segreti dell’intreccio e togliere sorprese: come non è un mistero il fatto che l’accompagni il fantasma tutto interiore della sposa defunta, sorta di levatrice della sua capacità di ripresa interiore. Perché quando non riusciamo a venire a patti coi vivi, ci tocca farlo coi fantasmi. E si tratta d’interlocutori, almeno questi fantasmi, capaci di rispettare la dialettica della vita che prosegue, coi suoi incerti ma anche il bello di ciò che (per fortuna) resta tutto da giocare.
Mentre sono fantasmi più impegnativi e meno duttili, in qualche modo, quelli delle ossa trovate a più riprese sottoterra, con tutto lo sciame di domande annesse dalle vecchie cronache paesane; e qualcosa di fantasmatico avvolge in fondo la stessa soluzione del mystery, tra suggestioni da feuilleton (misteriosi incappucciati, non-detti e rimozioni) e misteri d’Italia mai davvero risolti, in un paese dove scavi sotterranei, ambigue “soluzioni” amministrative e magari armadi della vergogna non trovano un Remo che permetta di chiudere ufficialmente i pozzetti.
La produzione di mystery e veri e propri polizieschi, come detto tante volte, è fin troppo ampia in Italia e ha senso mappare solo qualche uscita di rilievo: in questo caso il testo lo merita. Anzitutto per la qualità di scrittura: i personaggi sono ben sbozzati, a partire dalla famiglia dei locandieri che ha un ruolo importante nella vicenda, e l’ambiente è evocato in termini felici. Si apprezza poi nella storia una genuina originalità: non quella affettata da autori che cambiano un dettaglio secondario e pretendono a quel punto di essersi prodotti in chissà quale novità, ma nel tipo d’intreccio, di dinamiche, in ultimo di soluzioni. E in terzo luogo – e mi verrebbe da dire soprattutto – per l’intelligenza delle suggestioni e per l’affascinante forza metaforica della narrazione. Una terra cedevole dove è vietato scavare ma fin troppi l’hanno fatto diramando sotto tutto il territorio del comune gallerie sotterranee; una terra pronta a farsi fango che insozza e che inghiotte, che causa emergenze e fa affluire fondi pubblici; una terra che nasconde dinamiche collettive e vela sensi di colpa, disagi, malesseri – denunciati qui a più riprese dai personaggi, e che sembrano la cifra connotante della storia. Fantasmi e terra smossa paiono additare dimensioni opposte, le ombre sfuggenti della metafisica e la concretezza fangosa della materia, eppure entrambi guardano lì: a qualcosa d’irrisolto che abbiamo dentro come singoli e come società, e al bisogno disperato di liberarcene. E questo in fondo è il mistero, diciamo pure il mystery, che più ci coinvolge.

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Un ritorno impossibile, eppure necessario https://www.carmillaonline.com/2025/09/19/un-ritorno-impossibile-eppure-necessario/ Fri, 19 Sep 2025 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90319 di Antonino Fazio

Maurizio Cometto, Get Back, pp. 210, € 14, Il Foglio Letterario, Piombino 2022.

Get Back, che vuol dire “tornare indietro”, nel romanzo di Maurizio Cometto è anche il nome di un locale, ma più verosimilmente indica, da parte del protagonista, un ritorno all’indietro ai giorni della sua adolescenza, che non è solo un viaggio della memoria, ma comporta la ripresa di vecchi fili rimasti annodati, e che ora, nel momento della piena giovinezza, devono essere finalmente sciolti. Il meccanismo narrativo del flashback fa oscillare Andrea Borando, e con lui il lettore, tra la Torino del 2002 e [...]]]> di Antonino Fazio

Maurizio Cometto, Get Back, pp. 210, € 14, Il Foglio Letterario, Piombino 2022.

Get Back, che vuol dire “tornare indietro”, nel romanzo di Maurizio Cometto è anche il nome di un locale, ma più verosimilmente indica, da parte del protagonista, un ritorno all’indietro ai giorni della sua adolescenza, che non è solo un viaggio della memoria, ma comporta la ripresa di vecchi fili rimasti annodati, e che ora, nel momento della piena giovinezza, devono essere finalmente sciolti.
Il meccanismo narrativo del flashback fa oscillare Andrea Borando, e con lui il lettore, tra la Torino del 2002 e la provincia cuneese del 1989, ai tempi del liceo e della sua prima cotta giovanile. Questa avventura, vissuta con l’intensità tipica del diciottenne, rischia di sfociare in qualcosa di più serio e pericoloso, e da cui sarebbe meglio stare alla larga. Ma Andrea è testardo, e ci sono cose con le quali è destinato a fare i conti una volta per tutte.
Get Back è un romanzo di formazione nel senso più forte del termine. Se ci fossero dentro degli elementi fantastici e un tocco di horror, potrebbe sembrare una storia di Stephen King. Ma in questo caso Cometto non usa il registro del realismo fantastico, sfoderato ad esempio in Cambio di stagione (Il Foglio Letterario, 2011), ma quello di un realismo in cui il fantastico si insinua solo come uno degli effetti dell’attività tipicamente umana del fantasticare.
Tale attività, lungi dal rappresentare qualcosa che ci allontana dal reale, vi si incunea all’interno con tale persistenza da indirizzare il corso degli eventi in una specifica, benché imprevedibile, direzione, anziché verso un’altra. Il realismo quasi cronachistico assume perciò nel romanzo di Cometto un andamento che in alcuni frangenti è determinato più dall’immaginario (i sogni, come li chiama il protagonista) che dalla nuda realtà.
Get Back è anche un tuffo nell’Italia degli anni Ottanta, scandito dai riferimenti a nomi allora noti dello sport (ad esempio, Laurent Fignon nel ciclismo) o della musica leggera (ad esempio, il Bon Jovi di You give love a bad name, e The Style Council di You’re the Best Thing).
La figura femminile principale, Sara, riccioli biondi e una bellezza fresca come un fiore primaverile, è in qualche modo il nodo centrale del romanzo. Per Andrea rappresenta l’incarnazione della magia femminile, un sogno tanto più irresistibile in quanto la ragazza appare irraggiungibile (sta con un altro) eppure sembra talora quasi a portata di mano, un po’ come capita con la Luna.
I sommovimenti emozionali di questo amore giovanile sono descritti da Cometto con precisione e maestria quasi chirurgica, e direi senza uno sforzo apparente, come se attingesse a qualche sua esperienza personale tuttora vivida, benché ovviamente trasfigurata in materiale narrativo.
Per quanto in una certa misura imprevedibili, gli avvenimenti appaiono spontanei e naturali, e seguono un copione che non sembra scontato, né soggetto a forzature. Il ritmo narrativo segue l’ondeggiare della memoria, un va e vieni tra due periodi della vita del protagonista che corrispondono a due momenti di crisi, due snodi esistenziali nei quali le scelte che sembrano aprirsi forse non sono affatto disponibili.
Un aspetto centrale del romanzo ci sembra essere infatti il dubbio se le scelte di vita siano davvero il frutto di una decisione, o se invece gli ingranaggi dentro i quali ciascuno di noi si trova preso ci impediscano in realtà di poter spingere le cose in una direzione, piuttosto che un’altra. Sotto questo aspetto, il protagonista del romanzo mostra di credere nella libertà di scelta, salvo trovarsi poi a seguire una via obbligata, o quanto meno la via di minor resistenza.
In qualunque modo stiano le cose, l’impossibilità di prevedere come due (o più) soggetti reagiranno a una determinata situazione (un fenomeno che in gergo tecnico è definito “doppia contingenza”) fa sì che nessuna decisione abbia la garanzia di produrre un determinato risultato con ragionevole certezza.
Ne deriva che il nostro Andrea si troverà coinvolto in una serie di avvenimenti che non dipendono interamente da lui, o che dipendono da lui in un modo che egli non è in grado di prevedere. Il risultato di tutto questo sarà una sorpresa per lui e, naturalmente, una sorpresa per il lettore. Senza svelare nulla, diremo soltanto che questo romanzo di formazione assume a un certo punto quasi l’andamento di un giallo, al punto che, una volta chiuso il libro, ci potrebbe venire il dubbio se abbiamo letto un romanzo di formazione, un giallo decisamente atipico, oppure entrambe le cose.
Sciogliere questo dubbio non è essenziale, la cosa importante è che Cometto, da autentico narratore, sappia imbastire delle storie che hanno la capacità di farsi leggere. I personaggi sono credibili, la trama è ben condotta, lo stile è preciso, pulito, privo di sbavature. Ogni singola scena ha la sua funzione, ogni frase ha qualcosa da dire. Ci sono autori che si parlano addosso e autori che parlano al lettore. Cometto fa parte della seconda categoria.

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Sono lontani i tempi in cui leggevo i miei testi al Cabaret del Cane Randagio https://www.carmillaonline.com/2025/08/02/sono-lontani-i-tempi-in-cui-leggevo-i-miei-testi-al-cabaret-del-cane-randagio/ Sat, 02 Aug 2025 20:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89647 di Franco Pezzini

Giorgio Bona, Volevo soltanto salvare le mie parole, pp. 201, € 16, Arkadia, Cagliari 2025.

È sempre difficile dar conto in chiave di romanzo della vita interiore di uno scrittore, tanto più di un poeta: ciò che egli vede, ciò che per rifrazione vede il narratore stesso, deve restituire non solo fatti ma echi, toni, persino silenzi. L’operazione è possibile immergendosi nell’opera, magari traducendola nella lingua originale a scoprirne i ritmi e le pause: ma la sfida è resa più ardua dall’evocazione di contesti di vita estremi, lontani da quelli in cui fortunatamente viviamo e tali da mettere [...]]]> di Franco Pezzini

Giorgio Bona, Volevo soltanto salvare le mie parole, pp. 201, € 16, Arkadia, Cagliari 2025.

È sempre difficile dar conto in chiave di romanzo della vita interiore di uno scrittore, tanto più di un poeta: ciò che egli vede, ciò che per rifrazione vede il narratore stesso, deve restituire non solo fatti ma echi, toni, persino silenzi. L’operazione è possibile immergendosi nell’opera, magari traducendola nella lingua originale a scoprirne i ritmi e le pause: ma la sfida è resa più ardua dall’evocazione di contesti di vita estremi, lontani da quelli in cui fortunatamente viviamo e tali da mettere alla prova l’equilibrio stesso della scrittura – con il rischio di produrre un testo ostico al lettore.
Tutte queste considerazioni sono state chiare a Giorgio Bona nella scrittura di Volevo soltanto salvare le mie parole, un testo intenso e partecipe sulla caduta sociale del grande poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam (1891-1938). Bona attinge alle sue liriche, che in parte ritraduce e incastona, e alle memorie della vedova Nadežda Jakovlevna Khazina (1899-1980) che con piena partecipazione alla passione di lui ne tratterrà mnemonicamente i versi, lasciando uno struggente memoriale e tante lacrime. E nel dar conto di un testo scritto quasi in stato d’ipnosi e comunque in punta di piedi, con grande delicatezza e umana empatia, l’autore fornisce un’indispensabile bibliografia.
“Ecco il secolo belva”. Nelle pagine di questa storia, che è anche la storia di un corpo malato e sottonutrito che si sta spezzando, e delle umiliazioni che tuttavia finisce col reggere, incontriamo in modo diretto o meno i grandi nomi della letteratura russa del tempo, in parte amici di Osip, parecchi destinati a finir male – Anna Achmatova, Nikolaj Stepanovič Gumilëv, Sergej Esenin, Marina Cvetaeva, Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Vjačeslav Ivanov… – e in parte nemici o imbarazzati conoscenti come Aleksey Tolstoy cui Osip rifila uno schiaffone, o l’ambiguo Boris Pasternak che cerca di destreggiarsi tra piccoli aiuti e posizioni incensurabili con le autorità. “Quella degli scrittori è una razza dalla pelle puzzolente e dalla cucina sudicia. […] Perché la letteratura adempie a un’unica funzione: aiuta i capi a preservare la disciplina tra i soldati e i giudici a massacrare i condannati”.
E poi una selva di ombre, burocrati o sbirri che in qualunque momento possono fermare per strada o fare irruzione in casa, maltrattare, minacciare e – ciò che massimamente turba chi scriva – confiscare libri e opere, e addirittura il necessario per scrivere. Indicativa la rivendicazione del titolo: Volevo soltanto salvare le mie parole. Ombre, burocrati o sbirri, connotati fino a un certo punto nel farsi massa fungibile: una sorta di pluralità brulicante e volgare a costituire il corpo del qui invisibile ma sempre evocato “montanaro del Cremlino, / l’assassino e il mangiatore di uomini”, Stalin. E poi questa è una storia di stanze: quelle di casa asfittiche, minuscole, dove trascinarsi fragili o fare l’amore o riuscire impensabilmente a scrivere, e quelle di uffici e istituzioni davanti alle quali fare anticamera o nelle quali confrontarsi coi burocrati. Ma le stanze più segrete, in fondo, sono quelle della mente dove la poesia sboccia (in Osip) o viene custodita (in Nadežda): e lì gli sbirri non possono fare irruzione. “Avrai soltanto il mio cadavere, la mia poesia sarà più forte di te”.
Di Mandel’štam sono note soprattutto due foto: la prima giovanile (1914, ventitré anni), riportata qui anche in copertina, mentre la seconda è la foto segnaletica del 1938, all’epoca del suo secondo arresto, dove dimostra molti anni in più dei quarantasette effettivi. Ingrossato, sciupato, con gli abiti trascurati concessigli: si fatica a riconoscere l’elegante ventitreenne dell’altra. Ma questo invecchiamento di fame e vessazioni in stanze fredde e vuote dove, se proprio va bene, qualche vicina magari bussa alla porta a donare un uovo – e resta il sospetto che sia un’informatrice, in un intero panorama di spioni – è il tessuto di cui è fatto questo romanzo doloroso. Tra le cui pieghe, nondimeno, assieme a una grande storia d’amore di coppia, nel terreno ingrato di quella Mosca riesce a germinare intatta la poesia.

No, non appartengo al presente,
non mi conviene così tanto onore.

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Dove sono i miei occhi? https://www.carmillaonline.com/2025/04/18/dove-sono-i-miei-occhi/ Fri, 18 Apr 2025 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87582 di Giorgio Bona

Sacha Rosel, Rezia, pp. 166, € 17, Qed Edizioni, Praia a Mare CS 2025.

Sacha Rosel ha condotto studi universitari (Lingue e Letterature Straniere Europee, Lingue e Civiltà dell’Asia Orientale, con specializzazioni in lingua inglese e in lingua cinese) sulla letteratura di ispirazione femminista. Scrive – sia in italiano che in inglese (come nel suo blog, (www.sacharosel.substack.com) – opere fantastiche nell’ambito di un ampio panorama del fantasy alla fantascienza, unendo elementi horror a tematiche taoiste.

Nella prefazione a questo libro Giuliana Misserville, tra le massime voci italiane di critica femminista nel fantastico, apre dicendo: il bianco mi [...]]]> di Giorgio Bona

Sacha Rosel, Rezia, pp. 166, € 17, Qed Edizioni, Praia a Mare CS 2025.

Sacha Rosel ha condotto studi universitari (Lingue e Letterature Straniere Europee, Lingue e Civiltà dell’Asia Orientale, con specializzazioni in lingua inglese e in lingua cinese) sulla letteratura di ispirazione femminista. Scrive – sia in italiano che in inglese (come nel suo blog, (www.sacharosel.substack.com) – opere fantastiche nell’ambito di un ampio panorama del fantasy alla fantascienza, unendo elementi horror a tematiche taoiste.

Nella prefazione a questo libro Giuliana Misserville, tra le massime voci italiane di critica femminista nel fantastico, apre dicendo: il bianco mi ha sempre affascinato. E cita, non a caso, il giardino bianco di Vita Sackville-West, i bianchi dei dipinti di John Singer Sargent, i kimono indossati da Setsuko Hara nei film di Yasujiro Ozu, i panorami ghiacciati di The Left Hand of Darkness di Ursula K. Le Guin.

Per alcune culture non occidentali il bianco rappresenta il lutto e al tempo stesso la transizione dell’anima verso una nuova fase. Ma il bianco rappresenta anche il colore di una forma di torture psicologiche volte alla completa privazione sensoriale dell’individuo che arriva a perdere, oltre ai cinque sensi, anche ogni senso di identità. È una lenta agonia in quanto all’individuo non vengono inflitte percosse, ma viene aggredito nei sensi. La tortura consiste nel chiudere la vittima dentro una stanza completamente bianca, dai muri, al pavimento, al soffitto.

Però non partiamo assolutamente da un aspetto violento, nemmeno di pietismo e di commiserazione: c’è qualcosa di ben più alto in questo libro. Angelo Lumelli nel suo Bianco è l’istante (il Verri, 2015) scrive: “il sentimento patetico, a sua volta, sembra appartenere alla grande categoria della carità, alla quale mai è stato chiaro se vi appartenga anche l’amore”. E Sacha Rosel parte proprio da questo colore con una profonda riflessione, articolando una ricerca complessa attraverso la voce della sua protagonista.

Lucrezia Leuco è una quarantenne che vive con la madre malata, in una condizione disperata, imprigionata in una vita anonima e senza futuro. Cercherà riparo nel passato dando vita al ricordo, caratterizzato dalla scoperta del colore bianco e della pittura, accompagnata da un soggiorno forzato in una clinica psichiatrica.

 

Eppure, qualcosa in lei non si è ancora arreso. Che sia fede o rimpianto, qualcosa trattiene ancora la sua volontà, spingendola a tossire nel segno di una ribellione estrema, per gettare un segno definitivo della sua presenza a discapito di ogni cosa – o forse per rassicurarmi, per inscenare per me e per lei un ultimo tentativo di comunicazione a cui far aggrappare entrambe.

 

Ecco l’attacco narrativo che ti fa subito entrare dentro l’immagine di un ricovero, un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) a causa dell’instabilità mentale della protagonista, che coltiva il desiderio di diventare pittrice.

Qui Lucrezia incontrerà una ragazza svizzera, Gisele Rhodopas. Conoscendo Gisele, scoprirà l’importanza di un nuovo colore: il viola. Il colore viola rappresenta la magia, la capacità di fantasticare che i propri desideri vengano realizzati. Sarà un caso che l’autrice associ questo colore ai desideri di Lucrezia di diventare scrittrice? A proposito del viola Sacha Rosel riprende la concettualizzazione che ne ha dato un artista come Derek Jarman, emanazione di una mente bloccata e affamata di libertà.

E poi un altro colore, il grigio:

 

e il grigio dominava su tutto, uniforme e compatto su quegli schizzi di giallo neon appesi al soffitto per simulare la luce, e allontanare la luce assente del bianco. Grigio nel cuore e delle ossa, un amo di ombre a trafiggere le frontiere per seppellirvi il mio cadavere, e riportarmi al presente incontaminata. Il grigio regalava riposo alla fatica e al dolore rendendomi ombra; ritraendosi dal colore riusciva a proteggermi, riparandomi dai miei stessi colpi.

Il grigio è uniforme, ma non unico come il bianco. Accomuna ogni cosa e distribuisce la realtà in parti uguali per tutti, ciascuno secondo le proprie possibilità. È comune perché trasforma l’anonimato in una comunità. È asfalto e cenere, è saio francescano e polvere secca. Non come le parole che invadono il mondo con acari sonanti. Il grigio è il meridiano dei giorni, invisibile stampella che accompagna la terra e ne smuove il concime, la formica che fa provviste d’ombra per i momenti più duri, il cemento rassicurante della cella di un eremita. Uguale a se stesso, dimesso e austero come un burocrate ma timido e indifferente come un pedone, il grigio attutisce le immagini e le lascia passare senza che possano aggredire gli occhi.

 

In queste pagine troviamo passi di vera poesia, una poesia che si tramuta in prosa, un percorso avviato dalla letteratura gotica e che fanno propria anche autori mainstream, perché “nulla può trattenermi in questo salto cieco che rinasce senz’argini nei miei occhi. Dove sono i miei occhi?”.

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Infinitamente si muore in tutto questo apparire https://www.carmillaonline.com/2024/09/21/infinitamente-si-muore-in-tutto-questo-apparire/ Sat, 21 Sep 2024 20:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84474 di Franco Pezzini

Marco Magurno, Persona, pp. 350, € 18, Polidoro “Interzona”, Napoli 2024.

 

Attraverso le immagini il mondo finisce e comincia di nuovo.

 

“Ventidue lettere fondamentali. Egli le estrasse, le sbozzò, le soppesò, le alternò e diede forma per mezzo loro all’intera creazione, e a tutto quanto dovesse in seguito generarsi”, afferma il Sepher Yetzirah: in sostanza tutta la realtà sarebbe fatta di lettere. Gli Oracoli Caldaici ammoniscono a non cambiare mai i nomi barbari, cioè quelle stringhe alfabetiche di significato non riconoscibile, che nondimeno interagirebbero potentemente con la realtà, e vanno usate senza alterazioni. “Siamo simboli e [...]]]> di Franco Pezzini

Marco Magurno, Persona, pp. 350, € 18, Polidoro “Interzona”, Napoli 2024.

 

Attraverso le immagini il mondo finisce e comincia di nuovo.

 

“Ventidue lettere fondamentali. Egli le estrasse, le sbozzò, le soppesò, le alternò e diede forma per mezzo loro all’intera creazione, e a tutto quanto dovesse in seguito generarsi”, afferma il Sepher Yetzirah: in sostanza tutta la realtà sarebbe fatta di lettere. Gli Oracoli Caldaici ammoniscono a non cambiare mai i nomi barbari, cioè quelle stringhe alfabetiche di significato non riconoscibile, che nondimeno interagirebbero potentemente con la realtà, e vanno usate senza alterazioni. “Siamo simboli e viviamo in essi” affermava Emerson – e forse non solo simboli, ma segni. Cammino e lascio un’impronta: quelle impressioni nella sabbia sono io? La mia voce registrata su nastro: sono io? La mia immagine video, mentre mi muovo e parlo: di nuovo, è la mia persona? Lo sarebbe un mio ologramma?

Queste proiezioni sono fantasmi (assoggettati alla schiavitù della ripetizione – ma quante volte siamo noi a ripeterci?), che in qualche modo restano di noi: forme elettriche di sopravvivenza alla morte, presentate da un Bardo elettrico.

 

Se la morte decompone, l’immagine ricompone.

Mentre l’involucro di carne del simile imputridisce, il suo simulacro, l’altro corpo, incorruttibile, può liberarsi al giogo del mondo e continuare a vivere in immagine.

 

Ma il nostro stesso dileguarci dal mondo – spettro/fantasma o spettro/luce, con tutte le frequenze avvertibili o meno – rimanda a una significazione: l’ingresso nel mondo ci proietta irreversibilmente nella dimensione dei segni.

Tali scarne considerazioni possono preparare la presentazione dell’originalissimo, vertiginoso Persona per Polidoro “Interzona”, di Marco Magurno – già narratore di esplosioni della realtà con Diorama, il Saggiatore, 2016 –, ideale oracolo caldaico delle nostre infinite proiezioni in segni, dalla risacca di tempi diversi. Spiega in un’intervista, di cui mi pare interessante offrire alcuni stralci:

 

Ho sempre avuto un rapporto molto stretto con le immagini, sia per diletto che per lavoro.

Mi occupo da quasi trent’anni di immagine e design grafico nel Web, nella pubblicità e nella comunicazione […].

A un certo punto, quindi, mi sono chiesto non più il come ma il perché delle immagini: per quale motivo su uno schermo o su un foglio, su una tela o su una parete di una grotta ci fosse qualcosa al posto di niente. E per quale motivo questo qualcosa fosse la replica, il monumento alla presenza di qualcos’altro, il suo fantasma.

Avevo già tentato di indagare la realtà in quanto fantasma nel mio precedente Diorama uscito per il Saggiatore. Era, Diorama, un libro costruito su giustapposizioni di immagini, analogie e frizioni, nel quale avevo mischiato il registro ironico – forse troppo post-moderno! – con un registro più tragico (che costituiva fisicamente la parte centrale, in bianco e nero, di un volume coloratissimo).

Questa parte oscura, ectoplasmatica, l’ho sempre considerata come un cuore nero da far collassare. Tanto più che, nel corso degli anni, ho sviluppato una avversione crescente all’ironia post-moderna – pur senza perdere il buon umore e l’ironia vera, sia chiaro! Ma sentivo che quell’approccio non era più sufficiente e che occorresse andare più nel profondo.

 

Persona, in latino, è la maschera teatrale, dall’etrusco phersu (“Se ho recitato bene, applauditemi” eccetera), e in seguito attraverso una lunga elaborazione teologica se ne maturerà un’accezione più profonda e metafisica – fino alle tre Persone trinitarie, alla persona diaboli eccetera –, e una serie di significati più consueti qui elencati in una nota iniziale. Ma persona è anche un nodo di interessi e diritti giuridicamente rilevanti, dunque di nuovo un coagulo di potenzialità e di segni legati a una vicenda comunitaria umana.

 

All’inizio piccole cose: un nome, un indirizzo, un appuntamento di lavoro.

 

E poi tornare indietro perché si è dimenticati a casa anche la fonte di ogni informazione, accedere a email, messaggi, mappe, telefonare e scusarsi, rimandare, correre in bagno e sciacquarsi la faccia con l’acqua volutamente gelida evitando il doppio nello specchio. Poi a seguire: dimenticare il luogo del parcheggio, una documentazione imprescindibile, un nome, un altro nome, smarrire il nome delle persone come si fa con un ombrello, un paio di guanti, un oggetto minimo.

 

È così che ho iniziato a dimenticare.

 

Ho pensato che il mondo stesse sparendo poco a poco.

 

Magurno offre il caso di un protagonista, appunto Persona, per antonomasia, consumato da progressiva amnesia e che dunque cerca di riunire tasselli per salvaguardare una propria identità: ma intorno, è il pianeta a conoscere una parallela crisi (“Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi […]”,“il tempo si è fatto breve; […] passa infatti la figura di questo mondo!”). E l’unico modo per raccontare questa crisi duplice o piuttosto incrociata è la chiave transmediale, col risultato di una fucina ergodica di immagini fotografiche e stringhe da codice html, narrazioni ellittiche (con pagine bellissime, poetiche, ricche di riflessione sapienziale), frantumi di fiabe, di chat e di questionari, sessioni di videogioco, tavole di fumetto e poema, “rotte parole”, citazioni ed eclissi, solarizzazioni e inabissamenti nell’ombra. Le narrazioni vi si frantumano come in una risacca onirica. Persino i caratteri si deformano, s’increspano, sdrucciolano nell’invisibile…

 

<Ricordo> lo scorrere del tempo. Quello apparente, frazionato e atomico del secondo: la percezione delle transizioni tra i livelli iperfini dell’atomo di Cesio-133 che riposa nel suo zero Kelvin: una misura assoluta.

 

Ricordo lo spettro temporale elaborato dagli antichi induisti, ai cui due margini opposti le unità sono così estreme da risultare incomprensibili e apparentemente inutili in termini pratici.

Ricordo il kala, che i maestri fanno corrispondere a un intervallo di 44 secondi; ricordo il paramanu, della lunghezza di circa un diciassettesimo di secondo; il mahamanvantara, corrispondente a 311.040 miliardi di anni.

 

Con il kala si misura il battito cardiaco umano, con il paramanu il battito delle ali di un colibrì, con il mahamanvantara il battito delle galassie.

 

Preceduto da citazioni di Morselli (Dissipatio H.G.) e Kafka (Aforismi di Zürau), l’itinerario prende l’avvio, opportunamente, da un’invocazione che apre il tutto al rituale. Seguono Imago mortis (“È insaziabile, l’occhio che guarda […] Ti sia concessa così la grazia: e doppo il morire vivere anchora”) sul rapporto-chiave tra visione e immagini, ombra e riflesso, camera oscura e luce, conversione dell’ordine in dati numerici; Cominciamento, che vede il racconto personale diventare racconto di specie; Terra, “Dove il pianeta vivente respira di tremore”. E finalmente, in Persona, l’identità con questo nome, “tra i frammenti della memoria, esperisce la propria dimenticanza”, con una progressiva erosione che sembra far sparire progressivamente l’intero mondo. Da cui Bardo, “Dove, tra i residui elettrici, avviene il viaggio oltremondano di Persona” e come nell’antica Persia o in riti ancora più antichi il corpo è affidato agli avvoltoi e poi allo spaccacorpo per la frantumazione delle ossa e la macinazione con latte e farina. Di nuovo singole unità minime, frammenti in quel tessuto della realtà di cui l’autore insegue qui il retro, l’ordito, il viluppo di fili. A ciò segue, come nel Bardo tibetano, l’annuncio dell’incontro con deità, alcune regole da osservare e dialoghi ritualizzati per una ruminazione interiore.

 

Un’ars moriendi appresa per disincanto, la nostra, da praticare nella posa.

 

La nostra semenza è già un’orda di ectoplasmi impressi sui display.

 

“Scegli dunque la rinascita e ascolta qualche storia che ti allieti nell’intanto”: per cui segue Fabula, “Dove alcune fole vengono narrate e altrettante vengono taciute”, a narrare di Macchine madri (e della preghiera da loro insegnata in grazia del Cloud: “Sacra memoria salvaci dalla dimenticanza, facci presenza, presenza infinita”), captcha, una città fatta tutta di rumore, una persona blu con “due bestie d’affezione: un pappagallo stocastico di nome Artificio e una quintessenza di polvere” (la fiaba è deliziosa, a tratti esilarante), una stella degenere, e la sequenza lorem ipsum. Tutto si chiude con In exitu, “Dove tutto ha fine e un nuovo cominciamento” – e non avrebbe senso spoilerare – e Opera, con le tavole finali. Di nuovo l’autore:

 

L’immagine mi è dunque apparsa come il nostro talismano contro la morte: il modo che la nostra specie ha escogitato per continuare a esistere, se non più in sostanza quantomeno in figura. Quella stessa morte che, nel presente assoluto dell’oggi, tendiamo a scansare se non proprio a negare. E intorno alla quale non abbiamo, a differenza di tempi e sensibilità altre antiche, elaborato un’ars moriendi o un libro dei morti.

 

Ma forse il nostro libro dei morti, ho pensato, è proprio la Rete, quel “colosso ultimo e terminale che abbiamo eretto un po’ per ricordare e un po’ per ridere”, in cui trasferiamo, attimo dopo attimo, duplicandola in figura, tutta la nostra esperienza.

 

Da qui l’idea del Libro elettrico dei morti, sovrapposto a uno dei testi che mi ossessiona da tempo: il Bardo Thodol, il Libro dei morti tibetano.

 

Nel rito tibetano il defunto, o il moribondo, viene accompagnato nel passaggio finale dalla lettura a voce alta di preghiere, precise istruzioni che lo guidano nel percorso.

La preghiera del Phowa è letteralmente “il trasferimento della coscienza”, una sorta di “mind uploading” pre-tecnologico.

Mentre i testi del Bardo Thodol guidano la coscienza nell’attraversamento del Regno intermedio, dove essa intraprende una lotta con le proprie proiezioni interiori, le divinità benefiche e malefiche, cercando di resistere e porre fine al ciclo delle reincarnazioni o, quantomeno, di ottenere una buona rinascita.

[…]

La tecnologia ci risparmia la fatica, ma non il dolore; ci consegna a un presente assoluto ma ci sottrae l’attenzione.

E a suo modo Persona è un libro sul dolore, che è la prima nobile verità del buddismo, e un libro sull’attenzione, che è sigillo di vera presenza e ratto costante d’ogni demone.

In questo continuum fantasmatico, che ci vede e prevede immersi e salvati, è un libro di spettri: è quindi lo spettro di un libro.

È fatto di parole e di immagini: le immagini di una vita fatta di immagini.

 

Un ultimo appunto sui testi: ho tentato di lavorare su una parola che fosse ultradensa, con un maggior peso specifico possibile. E ho tolto, tolto molto…

 

Certo il risultato è un romanzo molto particolare che richiede un approccio non superficiale, e non si esaurisce in uno sperimentalismo fine a se stesso. Anzi, inserito nella collana “Interzona” diretta da Orazio Labbate, ne costituisce una sorta di sviluppo conseguente, il seguito di una riflessione incalzante portata avanti tra distopia e Libri dei morti per esempio da Michele Neri ed Enrico Sibilla in forme diverse ma vertiginosamente coerenti. Qualcosa che sfida il senso del nostro finire – della persona, della storia, qui della Terra come la conosciamo – a suggerire possibili gnosi e chiavi di sopravvivenza, di rilettura dell’identità e ruminazione su un senso di esperienze anche molto quotidiane.

 

Ora posso vedere il mondo degli spiriti, dirà un indigeno delle isole Figi a chi gli mostra uno specchio.

 

Un’esperienza di lettura e visione di raro fascino, una grande macchina per pensare.

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