Maurizio Landini – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 10 Feb 2026 21:00:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La normalizzazione del neofascismo passa per la CGIL https://www.carmillaonline.com/2023/04/11/la-normalizzazione-del-neofascismo-passa-per-la-cgil/ Tue, 11 Apr 2023 21:55:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76870 di Francisco Soriano

Per reggere la bandiera di un’idea bisogna avere mani poderose e piedi profondi come radici. Nel nostro Paese si assiste da tempo e costantemente alla destrutturazione e, per meglio dire, alla cancellazione di simboli e riferimenti valoriali della lotta per i diritti dei lavoratori e dei disoccupati.

Questa azione è perpetrata in questi mesi con scientifica consapevolezza da chi, al potere, è entrato dalla porta principale. Il tentativo riuscito ormai su più fronti, nella comunicazione, nella politica, nell’economia, nel lessico, sta definendo la conquista degli ultimissimi avamposti che rappresentano, al di [...]]]> di Francisco Soriano

Per reggere la bandiera di un’idea bisogna avere mani poderose e piedi profondi come radici. Nel nostro Paese si assiste da tempo e costantemente alla destrutturazione e, per meglio dire, alla cancellazione di simboli e riferimenti valoriali della lotta per i diritti dei lavoratori e dei disoccupati.

Questa azione è perpetrata in questi mesi con scientifica consapevolezza da chi, al potere, è entrato dalla porta principale. Il tentativo riuscito ormai su più fronti, nella comunicazione, nella politica, nell’economia, nel lessico, sta definendo la conquista degli ultimissimi avamposti che rappresentano, al di là di come la si pensi, gli ultimi baluardi di resistenza democratica a forme di neofascismo. Nessuna retorica, ci rimane solo un lucido racconto della strategia, dell’insulso attacco e depauperamento culturale di questo Paese, ormai prono a ogni oscena propensione a legittimare e adombrare un modello sociale ed etico, nella visione di un mondo diverso, conservatore, liberista, talvolta neofascista e oscurantista.

L’invito di partecipazione al Congresso della CGIL, al presidente del consiglio, lo ha fatto recapitare il segretario generale Maurizio Landini. Sorpresi, eravamo piuttosto ignari delle qualità contorsionistiche di Landini: queste ultime farebbero impallidire dall’emozione qualsiasi astante presente in uno spettacolo circense. Ma non si era in un circo bensì nella cattedrale intonsa, fino a questo momento, della CGIL, cioè quello spazio definito e identitario di coloro i quali con immane senso del sacrificio, anche a costo della propria vita, hanno combattuto contro ogni forma di autoritarismo o forma di potere fra i più odiosi e criminali: come il fascismo.

Questi i fatti. L’eroica presenza del presidente del consiglio al Congresso della CGIL è stata fortemente voluta dal segretario generale del più grande e rappresentativo sindacato italiano che, con tempismo straordinario, affermava la necessità impellente di questo dialogo anche con chi non la pensa allo stesso modo. Gli faceva da eco il premier del governo in un’armonia, anche dialettica, davvero sconcertante, ritenendo utile parlare con tutti: non avrà creduto ai propri occhi quanto straordinaria fosse stata questa occasione per presentarsi legittimato e invincibile in un contesto storicamente ostile. In definitiva, se gli (il presidente del consiglio) fosse stato impedito di parlare, il grado di inciviltà degli oppositori sarebbe stato finalmente e senza dubbio certificato. Se invece gli fosse stata “concessa” la possibilità, non avrebbe fatto altro che dimostrare quanto fosse legittimamente insignito del suo potere di interlocutore. E così è stato, dando uno scacco matto al sindacato in una partita con un solo giocatore. Il premier così affermava: Non mi sottraggo a un contesto sapendo che è un contesto difficile. Non ho voluto rinunciare a questo appuntamento in segno di rispetto del sindacato. All’entrata in sala del presidente del consiglio, una parte residuale di iscritti al sindacato, in particolare della FIOM, uscivano in segno di sdegno, intonando Bella Ciao. In perfetto stile sciovinista, il presidente rispondeva, piccato da questa parentesi contestataria: Mi sento fischiata da quando ho 16 anni. Potrei dire che sono Cavaliere al merito su questo. Non mi sottraggo a un contesto sapendo che è un contesto difficile. Non mi spaventa. La ragione per cui ho deciso di essere qui è più profonda. Oggi si celebra la nascita della nostra nazione. Con questa presenza, con questo confronto, questo dibattito, possiamo autenticamente celebrare l’unità nazionale. La contrapposizione è positiva, ha un ruolo educativo, l’unità è un’altra cosa, è un interesse superiore, è il comune destino che dà un senso alla contrapposizione.

Non si nutrono dubbi sulla funzione educativa della dialettica e della contrapposizione nella sua positività, soprattutto quando i confronti avvengono in contesti altamente democratici senza la necessità, però, di sentirselo dire da questo presidente del consiglio, che ha sfidato le più severe evidenze lapalissiane per confortarci con la sua pedagogia senza senso e senza storia. Anche perché, sulla storia e sulla cultura della più ignorante destra europea a cui fa ideologicamente riferimento il nostro presidente del consiglio, ci sarebbe da discutere con una certa dose di preoccupazione. Non è necessario ricordare anche i crimini contro l’umanità, le guerre, le leggi razziali, i campi di sterminio e quant’altro per capire che cosa sia stato, durante il fascismo, questo Paese?

Come già fatto intuire precedentemente, le parole del premier sono apparse abbastanza scontate dal punto di vista di chi le sente da tempo, peraltro sbandierate nei telegiornali mainstream e dai giornali genuflessi: la legge delega per la riforma fiscale è stata frettolosamente bocciata da alcuni. Si concentra sui più fragili, sul ceto medio. […] Lavoriamo per una riforma che riformi l’efficienza della struttura delle imposte, riduca il carico fiscale e contrasti l’evasione fiscale. Infatti, il leader dei fratelli nostrani conosce perfettamente il teorema gradito ai potenti e agli oppressori: non pagare le tasse e sfruttare in piena deregulation coloro i quali non ce la fanno più neppure ad arrivare alla seconda settimana del mese. Questi ultimi rappresentano la maggioranza di chi, al contrario, paga regolarmente le tasse. La rottamazione delle cartelle esattoriali e i condoni sono la “prova provata” di quanto sosteniamo, ma la cecità assale gli italiani come in un romanzo di Saramago. Nel pieno del discorso, inoltre, da chi dell’ideologia ne ha fatto una bandiera intorno alla quale combattere eroicamente, difendendone l’origine e rivendicandone l’identità, si è sentito dire dal pulpito: Credevamo che il tempo della contrapposizione ideologica feroce fosse alle nostre spalle e invece in questi mesi, purtroppo, mi pare che siano sempre più frequenti segnali di ritorno alla violenza politica, con l’inaccettabile attacco degli esponenti di estrema destra alla Cgil e le azioni dei movimenti anarchici che si rifanno alle Br. Accuse che ci fanno impallidire se si ricordano gli strali di odio ideologico lanciati dai fratelli nostrani nei confronti degli immigrati, ad esempio, buoni solo a essere carne da macello per i malfattori e sfruttatori del nostro Paese, copiosi dal nord al sud; le posizioni omofobe e apertamente in contraddizione con la laicità dello Stato, infine le promesse dell’abolizione delle accise, le accuse al potere finanziario che sono utili solo a quella parte di elettorato protofascista e populista, le rivendicazioni identitarie della cristianità, razziste, xenofobe e omofobe, e la revanche di una cultura dei posteri che risale all’antica Roma, a Dante Alighieri e altre sciocchezze che trovano un vuoto funzionale paradossalmente utile solo a gestire il potere e controllarlo da ogni punto di vista.

La retorica è proseguita fitta, man mano che il discorso del premier si è dipanato prevedibilmente in parole senza l’impellenza di essere tradotte se non a sostegno dei veri detentori dell’economia e del potere di questo Paese mentre, alla faccia del patriottismo sbandierato come un mantra in campagna elettorale, si passa a smantellarlo con la riforma in salsa leghista di un’Italia “differenziata” a doppia velocità economica: Partiamo da un dato e cioè che l’Italia fa registrate un tasso di disoccupazione del 58,2%, un gap che continua ad aumentare. La situazione peggiora se si considera quella femminile che registra 14 punti in meno – ha continuato Meloni – I salari sono bloccati da 30 anni, dato scioccante perché l’Italia ha salari più bassi di prima del ‘90 quando non c’erano ancora i telefonini. In Germania e Francia sono saliti anche del 30%. Significa che le soluzioni individuate sinora non sono andate bene e che bisogna immaginare una strada nuova che è quella di puntare tutto sulla crescita economica. Banalità dette in cattiva fede come pianificazione futura, semplicistica, farcita di ricette ben collaudate da sempre (sulla inutilità delle ricette economiche precedenti conveniamo addirittura con il premier), non da governi composti di pericolosi comunisti e anticapitalisti, ma da bravi tecnocrati e liberisti con le loro belle cravatte da persone perbene fingendo anche di essere di sinistra. Lo svelamento tuttavia si è definitivamente realizzato: questi ultimi non erano di sinistra e, infatti, sono arrivati gli originali.

Dunque, il premier ha ben riferito di essere contro il reddito di cittadinanza, perché la ricchezza si produce con il lavoro prodotto dalle imprese e lo Stato è delegato a creare le regole giuste per poi redistribuire gli introiti. A quali regole si riferisca non è dato sapere, ma le prevediamo. Come le tutele crescenti di Matteo Renzi, astro nascente della sinistra italiana (quella delle ZTL), presentate come una soluzione moderna e avveniristica, ma che sono servite solo alla cancellazione totale e tombale (era già in parte avvenuta), dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. La posizione più insopportabile, tuttavia, è stata la presa di posizione contro il salario minimo, nel silenzio assordante dei presenti al Congresso: Il Governo ha voluto dare in questo senso un messaggio destinando 300 milioni di euro per un più significativo stipendio per i lavoratori della scuola, senza contare l’intenzione di innalzare le pensioni più basse e di tagliare di 2 punti percentuali il cuneo fiscale che il governo precedente aveva immaginato finisse quest’anno. Vogliamo retribuzioni adeguate – ha detto – ma voglio ribadire che per raggiungere questo obiettivo il salario minimo legale non è la strada più efficace perché la fissazione per legge di questo non sarà una tutela aggiuntiva, rispetto a quella della contrattazione collettiva, ma potrebbe diventare sostitutiva, facendo un favore alle grandi concentrazioni economiche. La soluzione, a mio avviso, invece è stendere contratti collettivi a vari settori e intervenire per ridurre il carico fiscale sul lavoro.

Nel calderone delle proposte inderogabili, il presidente ha poi chiarito che uno dei grandi temi è la questione degli ammortizzatori sociali che dovrebbero tutelare tutti i lavoratori, siano autonomi o dipendenti, parlando del problema della “glaciazione demografica” come  parte integrante della crisi: sarebbe sanabile solo se gli investimenti verranno utilizzati per rilanciare la centralità della famiglia (immagino tassativamente cristiana). Molte le perplessità sollevate circa la proposta di far diventare l’Italia un hub di approvvigionamento energetico d’Europa e del Mediterraneo. Addirittura, il progetto è di aiutare i paesi africani a “vivere bene”: il piano Mattei sarebbe il modello di collaborazione non predatoria e la risposta più umana contro l’immigrazione. Dunque, il ragionamento del presidente del consiglio si sposta a questo punto su una proposta di riforma costituzionale, sempre funzionale a volgere le sorti del Paese in senso autoritario, cioè presidenzialista: Se in passato non c’è stata una chiara scelta su politiche industriale è perché la politica ha avuto un orizzonte breve. Una politica industriale di lungo periodo non può essere accompagnata da governi che durano qualche mese. Non ci rendiamo conto di quanto abbiamo pagato in questi anni la nostra instabilità politica, in termini di affidabilità internazionale, in termini di concentrazione delle energie e delle risorse su grandi obiettivi strategici. Questa è la ragione per cui continuo a essere certa che una riforma in senso presidenzialista, o comunque un’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, sia, per rispetto della volontà popolare ma anche per stabilità, una delle più potenti misure di sviluppo che possiamo immaginare per questa nazione.

Il disastro è compiuto. Gli oppositori del mainstream, da Gramellini alla Lucarelli fino a Jovanotti, che da genio incontrastato e datato del green wash ben cantava con una abilità profetica da far invidia a Nostradamus, di credere in una grande chiesa che da Che Guevara arrivi fino a Madre Teresa di Calcutta. Come dice qualche giornale di destra è quello che è accaduto con il presidente del consiglio in carica che, ci pare, di umanamente cristiano abbia poco di Madre Teresa se non qualche scolorita espressione verbale. Ricevendo i familiari delle vittime di Cutro, ha chiesto se i disperati erano coscienti del pericolo che correvano. Verrebbe da piangere, ma siamo soliti arrabbiarci e rimanere costernati di fronte a tale disumana consapevolezza. Quando accusava i fantomatici governi di sinistra, nello specifico quello di Matteo Renzi, periodo in cui avvenne uno dei più tragici naufragi della recente storia di migrazioni nel Mediterraneo, fece appello alle dimissioni del su citato premier accusandolo di strage colposa. Perché non debba valere anche per l’attuale presidente del consiglio è ricercabile nella memoria corta degli italiani e nella loro ormai incapacità di discernere il televisivo onirico dal reale drammatico.

Riassumendo, il nostro presidente del consiglio assicura, nella cattedrale (il sindacato) della lotta alla povertà, in difesa del lavoro e la tutela degli ultimi, che non garantirà più il reddito di cittadinanza, riformerà il fisco con la flat tax (una misura che andrebbe proprio contro la redistribuzione della ricchezza prodotta), l’inconsistenza della proposta del salario minimo, la riforma della Costituzione in senso presidenziale.

Per quello che ci riguarda, la presenza del presidente del consiglio al Congresso CGIL è un messaggio simbolico orribile che disorienta; è fortemente disarmonico, improprio, inutile, non richiesto. Un errore imperdonabile da attribuire a Maurizio Landini. Forse è la testimonianza più lampante dello stato del sindacato italiano, proprio in un momento in cui milioni di persone scendono nelle piazze transalpine, guidate dalle organizzazioni dei lavoratori per protestare contro la riforma delle pensioni di Macron. Un dialogo nato morto sul nascere, in questo Congresso, per le premesse e le visioni ben enucleate dal presidente del consiglio italiano. Questa enorme sciocchezza compiuta da Landini, che mostra segni di inconciliabilità con il ruolo assegnatogli nel sindacato, non ha avuto senso per motivi strategici, per questioni di comunicazione, per pudore e buon senso, perchè il presidente del consiglio ha una responsabilità umana e politica senza precedenti nei confronti di 80 esseri umani annegati nelle acque di Cutro. Non si intravede un solo motivo sensato nell’invito di Landini, se non quello di fornire al presidente del consiglio una vittoria schiacciante su un ultimo baluardo di opposizione, avvenuta peraltro con parole vuote, desuete e ricette economiche del secolo scorso.

Il presidente del consiglio, nel suo stile consueto, ha mentito con ipocrisia indicibile, mostrandosi addirittura comprensivo e quasi materno, quando ha condannato l’assalto di qualche mese fa alla CGIL, orchestrato dai vergognosi fascisti Roberto Fiore e Giuliano Castellino di Forza Nuova. Il presidente in quell’occasione, all’opposizione, aveva però dichiarato che non conosceva la matrice dell’attentato, che la responsabilità era addirittura del governo e, se dovevano chiedersi le dimissioni di qualcuno, quelle dovevano essere avanzate al ministro Lamorgese. Landini ne ha memoria?

Credo che Maurizio Landini non potrà essere ricordato, nella storia del sindacato, per una sola vera vittoria in rappresentanza dei lavoratori, dei disoccupati, degli ultimi derelitti, dei migranti.

Ha banalizzato il male e ha normalizzato con questo gesto enorme e stupido i neofascisti. La sua rielezione è un pessimo segnale di una sinistra senza spinta propulsiva e senza identità, laddove è necessario invece ritrovarla e riproporla in forme diverse di lotta con un antagonismo serio e tangibile.

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Sull’epidemia delle emergenze / 6: Crisi pandemica, neo-togliattismo e iniziativa di classe. Una questione aperta. https://www.carmillaonline.com/2020/05/14/sullepidemia-delle-emergenze-6-crisi-pandemica-neo-togliattismo-e-iniziativa-di-classe-una-questione-aperta/ Wed, 13 May 2020 22:01:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59959 di Maurice Chevalier, Sandro Moiso e Jack Orlando

“Se l’aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina.” (Sergio Spazzali)

“Non basta lavarsi le mani e mettersi una mascherina, dobbiamo costruire altri mondi” (testo dal Chiapas ribelle)

Mentre nel secondo giorno della “fase 2” si sono contati 5 morti sul lavoro … Mentre già 37000 sono i contagiati sul posto di lavoro, di cui 9000 nelle ultime due settimane… Mentre i padroni chiedono di rilanciare la ripresa delle grandi opere e dei cantieri superando i vari ‘cavilli’ [...]]]> di Maurice Chevalier, Sandro Moiso e Jack Orlando

“Se l’aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina.”
(Sergio Spazzali)

“Non basta lavarsi le mani e mettersi una mascherina, dobbiamo costruire altri mondi”
(testo dal Chiapas ribelle)

Mentre nel secondo giorno della “fase 2” si sono contati 5 morti sul lavoro …
Mentre già 37000 sono i contagiati sul posto di lavoro, di cui 9000 nelle ultime due settimane…
Mentre i padroni chiedono di rilanciare la ripresa delle grandi opere e dei cantieri superando i vari ‘cavilli’ riguardo alla sicurezza sul lavoro e i vincoli ambientali…

Mentre, col cinismo classico del capitalismo, Trump dichiara che non si può fermare l’estrazione di plusvalore e quindi bisogna ‘riaprire tutto’ anche se ciò comporta più vittime…
Mentre la pandemia continua ad estendersi nel mondo e il disastro sanitario continua con le stragi nelle Residenze Sanitarie per Anziani, in Italia come nei principali paesi europei…

Mentre la recessione galoppa e la crisi sociale si delinea come sempre più devastante1, come dimostrano già i 36 milioni di nuovi disoccupati nei soli Stati Uniti…
Mentre la guerra civile mondiale si sviluppa in conflitti tra forze reazionarie e forze rivoluzionarie, in conflitti interreligiosi, in conflitti tra gli Stati e all’interno degli Stati fra le differenti fazioni della borghesia…
Mentre l’ONU dichiara che in conseguenza del coronavirus si prospettano carestie di proporzioni bibliche…

Mentre i soldi promessi dal governo Conte per cassa integrazione, bonus ecc. lasciano milioni di persone in attesa e si allungano progressivamente le file davanti agli sportelli bancari, piuttosto restii a praticare i “prestiti” e le casse integrazione in deroga2, e ai banchi dei pegni…
Mentre nelle banlieues parigine continuano le mobilitazioni, il 1 maggio i lavoratori e le le loro organizzazioni sono scesi in piazza in molte parti del mondo, come anche diversi movimenti, a Francoforte, in Turchia, in Cile e in Grecia (con la grande manifestazione indetta dal sindacato PAME), e in Bolivia esplodono ‘petardi’ in tutto il paese…

Mentre accade tutto questo, cosa succede in Italia, nella casa dei movimenti?

L’avvio della fase 2 proposta dal Governo Conte, che estende l’obbligo al lavoro di fabbrica ma con divieto di fare assemblee nei luoghi di lavoro, riporta tutte e tutti al fronte con la quasi certezza di ulteriori morti e feriti3.
Confindustria e padronato, come hanno fatto durante tutto il periodo precedente alla fase 2 con la strage di lavoratori, soprattutto della sanità, in Lombardia, impongono la ‘riapertura totale’; da un lato battono cassa al governo, dall’altro richiedono di mettere in discussione le rimanenti conquiste dei lavoratori del secolo scorso. Bonomi, presidente neo-eletto di Confindustria, chiede infatti che : «Il Governo agevoli quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020, da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali» chiedendo di fatto, che i contratti nazionali vengano sospesi e si proceda ad una rinegoziazione totale dei diritti su base aziendale.

I sindacati confederali, mentre vengono vietate le assemblee e le iniziative nei luoghi di lavoro, rilanciano ancora una volta la concertazione e per bocca di Maurizio Landini, dichiarano «come associazioni sindacali, non da soli ma assieme ad associazioni e governo, abbiamo fatto cose importanti» e ‘gongolano’ per aver ottenuto i tavoli di lavoro programmatici.
Governo, Confidustria e Sindacati Confederali rilanciano ancora una volta “l’unità nazionale – tutti uniti contro il covid”, poi, sconfitto il virus, si potrà tornare a manifestare ‘in modo democratico e consociativo’. Un autentico trionfo dei principi della Carta del Lavoro fascista e del suo collaborazionismo di fondo, coperto mediaticamente dal canto immarcescibile e interclassista di “Bella ciao”.

Sul fronte dei movimenti e dei gruppi antagonisti, invece, sta prevalendo una sorta di neo-togliattismo, una politica dei due tempi potremmo dire, ovvero: oggi ci occupiamo di assistere i settori più poveri ed emarginati, chi ha bisogno della spesa ecc., rischiando spesso di diventare gli scaricatori dei camion con gli aiuti alimentari della Caritas, di Emergency o di altre organizzazioni cattoliche, valdesi oppure laiche …. e domani, quando ci sarà permesso di uscire di casa, quando sarà tolto il divieto di assembramento, ripartiremo con le lotte e “allora sì che ci organizzeremo per fargliela pagare”.

Oggi sembra che si possa agire solo, o quasi, sul piano delle videoconferenze o scioperi e cortei virtuali. Questa posizione comprende varie sfumature, da chi fa circolare petizioni ai parlamentari, finanche al Papa, per i detenuti e i migranti, a chi richiede a Confindustria e più in generale ai padroni di garantire la sicurezza in fabbrica; da chi si stupisce della violenza di carabinieri, guardia di finanza e polizia a chi richiede redditi ‘di sostegno’ allo stato: tutte iniziative condivisibili, ma nulle politicamente per chi abbia individuato nell’attuale devastante e vampiresco modo di produzione l’origine di una ‘catastrofe’ la cui accelerazione non permette più di coltivare l’illusione riformistica.

Tralasciando le iniziative di denuncia sardinesche, che come la propaganda del regime del ventennio, non sanno far altro che ripetere ossessivamente: «tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»4, va subito annotato come troppo spesso compagni e compagne, i movimenti, pur nelle rispettive differenze temano di essere identificati come untori se si cerca di aggirare i divieti sugli assembramenti e l’uscire di casa. Temono che oggi accompagnare la giusta costituzione di brigate per l’aiuto ai soggetti più colpiti dalla crisi con un’esplicita denuncia del capitalismo come responsabile di questo virus possa far passare per avvoltoi… per chi strumentalizza la sofferenza del covid 19; finendo così col dare vita, per l’appunto, a strategie che ricordano quelle togliattiane del PCI del secolo scorso, quelle che promettevano: “oggi unità nazionale per ricostruire l’Italia del dopoguerra, domani, risanata l’Italia, si farà la Rivoluzione”. 
Ma questo, purtroppo, significa consegnarsi al Nemico, essere sconfitti senza lottare.
Anche perché è proprio la parola ‘Rivoluzione’ ad essere sospinta, forse ancora più di allora, fuori dal discorso.

Non può esserci sempre un prima e un dopo, poiché è proprio nella lotta che ci si organizza.
Non si può infatti stare solo ad aspettare gli aiuti statali, oltretutto fantasma e non si può partecipare alla distribuzione di cibo con le pettorine del Comune, di Emergency o della Caritas … tutto è immediato: fame, paura, sangue, merda … sono concreti adesso e non rispettano le fasi stabilite dalle discussioni, neanche quelle della critica radicale.

Le iniziative da un punto di vista individuale (anche apprezzabili) di sostegno e aiuto ai più colpiti dalla crisi che, però, non sanno tenere insieme questo con una pratica anticapitalista e la denuncia delle responsabilità per la diffusione del virus e della gestione della pandemia, che non costruiscono autorganizzazione, sono nulle sul piano collettivo, nulle nella costruzione della/delle comunità resistenti, necessarie per l’oggi e fondamentali per il domani.

Le iniziative che si sono invece tenute in varie città, in occasione del 1° maggio, come a Trieste, Torino (con una provocatoria ‘chiusura’ di Mirafiori) e in Valle di Susa a Bussoleno; lo sciopero dei riders e dei lavoratori della logistica, anche se non hanno portato in piazza grandi numeri, costituiscono esempi di altri percorsi possibili. Se le azioni mutualistiche permettono infatti di costruire rapporti nei territori, sono utili a patto che coltivino già da oggi il radicale rifiuto del modo di produzione vigente e delle sue regole.

Se le varie forme di assenteismo, i blocchi, le fermate, gli scioperi nei luoghi di lavoro, torneranno a esplodere come nel mese di marzo, finiranno col divenire un elemento cruciale dei conflitti scatenati dalla crisi. Mentre anche le lotte in carcere e dei migranti potranno trarre vantaggio dallo sviluppo e dalla diffusione di una forte mobilitazione intorno al tema centrale del conflitto tra capitale e lavoro. Come è già avvenuto in passato.

Soprattutto tornando a parlare dei migranti come proletari sfruttati e non come vittime di un generico razzismo atemporale cui contrapporre l’amore caritatevole e la generica solidarietà che tanto piacciono alla Chiesa e ai benpensanti di ‘sinistra’. Gli stessi che coltivano come una grande dimostrazione di civiltà la concessione di permessi di soggiorno temporanei per i braccianti agricoli, da rimettere al lavoro in pandemia e da riscaricare nel nero a emergenza finita. Una dimostrazione, più lampante che mai, di come il razzismo, quello di Stato da cui discendono tutti gli altri, sia quello nei confronti della ‘razza’ messa a produrre profitto5, e che si può combattere con i subalterni in quanto lavoratori, non in quanto vittime di una generica disuguaglianza.

Oggi, superare i divieti, aprire vertenze sui luoghi di lavoro, autorganizzarsi, praticare l’essere comunità e classe, con autodisciplina rivoluzionaria, applicando le necessarie misure sanitarie di autodifesa dal virus, è fondamentale per chi si dice antagonista del modo di produzione vigente. Così come in montagna e sui territori è importante che le comunità continuino a ritrovarsi, organizzarsi, fare il pane, coltivare le terre, lottare in modo collettivo.

Una comunità in salute si costruisce con intelligenza e consapevolezza volta al benessere collettivo e all’antagonismo irriducibile; si costruisce nella lotta, non con opere di assistenza, droni e decreti presidenziali finalizzati al profitto di pochi. Perché, in fin dei conti la gemeinwesen, la comunità umana di marxiana memoria, è ben altra cosa dalla comunità nazionale o da quella definita dalle strutture giuridiche e amministrative derivate dagli interessi del capitale.

Le limitazioni sull’assembramento, sul diritto di assemblea ecc. saranno durature e aspettare un ‘dopo’ basato su un vaccino miracoloso prodotto e distribuito da Big Pharma, delega allo Stato la questione della salute e ci costringe all’angolo, lasciando spazio soltanto alla mobilitazione reazionaria, che in Italia già è scesa in piazza con i bottegai, con i gruppi neofascisti che occupano case ‘solo per gli italiani’ o con manifestazioni fintamente spontanee, come quelle promosse dalle Mascherine Tricolore, nuovo cartello di CasaPound, oppure ancora, come negli Stati Uniti, con lavoratori e miliziani del Michigan che chiedono, armi alla mano, di riaprire tutte le attività lavorative6.

Se infatti, a parte pochi casi, i movimenti si sono astenuti dal mobilitarsi, ciò è stato comunque agito in forma spontanea e spesso disorganizzata con modalità e in situazioni diverse. Dei nuovi fronti si muovono e compongono nell’ombra, spesso esplicitamente alla ricerca di una chiave di lettura o di una direzione politica, e sono i rigagnoli di quelle forze sprigionate dalla crisi, che hanno iniziato a sgorgare dalle crepe nell’edificio della tenuta sociale, spesso sporchi e senza ideologia, ma potenzialmente fecondi e agguerriti7.
Come insegna la teoria dei piani inclinati, dove non avanza la rivoluzione allora avanza la reazione. Se questi rigagnoli reclameranno soviet o case del fascio è tutto ancora da scrivere. Intanto, però, l’affermazione del fascismo storico una cosa ci insegna ancora:

“Nella misura in cui, nella crisi della vita sociale italiana, il movimento socialista commetteva un errore dopo l’altro, il movimento opposto – il fascismo – cominciò a rafforzarsi, riuscendo in modo particolare a sfruttare la crisi che si profilava nella situazione economica, e la cui influenza cominciò a farsi sentire anche sulla organizzazione sindacale del proletariato […] Il proletariato era disorientato e demoralizzato. Il suo stato d’animo […] aveva subito una profonda trasformazione […] (e) quando la classe media constatò che il partito socialista non era in grado di organizzarsi in modo da ottenere il sopravvento, espresse la propria insoddisfazione, perse poco a poco la fiducia che aveva riposto nelle fortune del proletariato e si rivolse verso la parte opposta […]. È in questo momento che ebbe inizio l’offensiva capitalistica e borghese. Essa sfruttò essenzialmente lo stato d’animo in cui la classe media era venuta a trovarsi. Grazie alla sua composizione estremamente eterogenea, il fascismo rappresentava la soluzione del problema di mobilitare le classi medie ai fini dell’offensiva capitalistica […] Nell’industria l’offensiva capitalistica sfrutta direttamente la situazione economica. Comincia la crisi e si afferma la disoccupazione. […] La crisi industriale fornisce ai datori di lavoro il punto di partenza che permette loro di invocare la riduzione dei salari e la revisione delle concessioni disciplinari e morali che precedentemente erano stati costretti a fare agli operai” (A. Bordiga, Rapporto sul fascismo al IV congresso dell’Internazionale Comunista – 16 novembre 1922)

Cogliere l’occasione e afferrare il tempo del cambiamento e del rifiuto dell’esistente, quando si presentano, è dunque un’indicazione necessaria e tutt’altro che velleitaria, considerato che ai movimenti che intendono superare il modo di produzione dominante non sarà mai concesso, dai loro avversari, di procedere per fasi dilazionate nel tempo. A meno che non accettino di essere diluiti come uno sciroppo colorato nell’acqua.

“Come possono vincere, pensavo? Come può il nuovo mondo, pieno di confusione e di equivoci e di illusioni e abbacinato dal miraggio delle frasi idealistiche, vincere contro la ferrea combinazione di uomini abituati a governare, legati da una sola idea, quella di non mollare quanto posseggono?” ( Introduzione alla guerra civile: 1916-1937 – John Dos Passos).


  1. Il Financial Times continua ad annunciare la crisi più grave e profonda degli ultimi tre secoli: Bank of England warns UK set to enter worst recession for 300 years, F.T. 8 maggio 2020  

  2. V. Conte, Cassa in deroga solo a uno su cinque. In mezzo milione sono ancora senza, la Repubblica 9 maggio 2020  

  3. Si veda, già citato in apertura, C. Voltattorni, Covid-19, 37mila contagiati sul posto di lavoro: 9mila in più in due settimane, Corriere Economia, 8 maggio 2020  

  4. B. Mussolini, Opera omnia, vol. XXI, p.425; cit. in R.J.B. Bosworth, Mussolini. Un dittatore italiano, Arnoldo Mondadori Editore 2004, p.257  

  5. “Non era una straniera Paola Clemente, 49 anni e tre figli, morta di fatica nei campi di Andria mentre lavorava all’acinatura dell’uva per due euro l’ora. Non era straniero Paolo Fusco, 55 anni e tre figli pure lui, stroncato da un infarto mentre caricava cocomeri a temperature intollerabili, per 40 euro a giornata.” F. Perina, La scelta della civiltà, La Stampa 12 maggio 2020  

  6. A.Lombardi, America in piazza, dal Texas all’Illinois. Armati pur di riaprire, la Repubblica 13 maggio 2020  

  7. Secondo un recentissimo sondaggio di Euromedia Research, 7 italiani su 10 pensano che la crisi economica generata dalla pandemia possa far esplodere rivolte sociali, soprattutto al Nord, mentre soltanto più il 5% dichiara di aver fiducia nei politici; si veda A. Ghisleri, Il virus alimenta le paure degli italiani, La Stampa 12 maggio 2020  

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Sull’epidemia delle emergenze / fase 4: pandemia, crisi, clima e guerra https://www.carmillaonline.com/2020/03/24/sullepidemia-delle-emergenze-fase-4-pandemia-crisi-clima-e-guerra/ Mon, 23 Mar 2020 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58907 di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva. La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.” (The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più [...]]]> di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva.
La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.”
(The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più immediato” (Perfidia – James Ellroy)

Per una volta iniziamo la nostra cronaca da oltre frontiera. Prendendoci, oltretutto, la libertà di modificare parzialmente i nomi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Quello che salta subito agi occhi ovunque, dalla Francia agli Stati Uniti passando per l’Australia, è che per i governi e i media la preoccupazione più importante fino ad ora è stata quella di salvaguardare economia, produzione e profitti.

Come al solito gli americani sono i più pragmatici ed espliciti, motivo per cui il Wall Street Journal può tranquillamente ratificare, nell’editoriale redazionale del 20 marzo, che nessuna società può salvaguardare a lungo la salute pubblica al costo di minare quella economica. Chiaro abbastanza no? Ma se l’organo per eccellenza del capitalismo e della finanza americana lo afferma con chiarezza, anche qui da noi non sono mancate le spinte in tale direzione. L’abbiamo misurato con l’enorme ritardo con cui il governo degli ominicchi e degli abbracci è giunto a decretare una chiusura vaga e fumosa che lascia non pochi dubbi sulla sua reale entità, evitata a ogni costo fino all’ultimo momento e poi, una volta varata, posticipata per dare una nuova mano agli squali di Confindustria.

Uno degli aspetti più evidenti è dato dal fatto che la richiesta ufficiale per giungere a tali chiusure non è mai pervenuta dalle associazioni imprenditoriali o da almeno una delle forze di governo, ma principalmente dalle associazioni dei medici che operano sui territori maggiormente colpiti dal virus (qui e qui) e dai sindaci delle province di Bergamo e Brescia (qui), con il secondo che non ha esitato a puntare il dito sulle associazioni degli imprenditori e le loro responsabilità, a livello centrale e regionale, nel ritardare il più possibile la chiusura delle fabbriche.

«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo – rileva – si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, il 7 marzo avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo la filiera di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori nelle fabbriche è molto elevato. Fontana ha sempre tenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito». Così ha affermato, in un’intervista al Fatto quotidiano del 17 marzo, Emilio Del Bono, sindaco di Brescia1 di area Pd.

Pur muovendo molta aria, meno espliciti sono stati i governatori delle Regioni del Nord e la Lega che hanno invece sviluppato un discorso meno esplicito sulla necessità della chiusura, giocando d’anticipo sul governo emanando, in autonomia, nuove misure restrittive che comunque non toccavano minimamente gli interessi padronali. In un conflitto tra potere centrale e Regioni che ha assunto ancora una volta prima di tutto i caratteri del confronto elettoralistico e della salvaguardia dei rapporti con le associazioni di categoria degli industriali, dei banchieri e del commercio.

Ma il vero motore sotterraneo, per giungere alla proposta di serrata dei luoghi di lavoro e delle fabbriche è stato rappresentato dalle fermate spontanee dei lavoratori delle fabbriche, soprattutto di quelle grandi, e dei magazzini. Tutta una serie importante di blocchi, picchetti, astensioni dal lavoro e resistenze varie che l’opinione pubblica e i media hanno quasi ignorato, ma che non è passata inosservata ai tutori dell’ordine che già si preparavano alle varie misure di contenimento della conflittualità (qui).

Le parole di Maurizio Landini, poste in esergo, ben sintetizzano le paure che i sindacati confederali, sempre tardivi a ricevere ed accogliere le richieste dal basso, hanno sventolato davanti al naso di Conte e degli imprenditori. Imprenditori tetragoni insofferenti, fino all’ultimo momento, a qualsiasi ipotesi di chiusura degli stabilimenti, come ha denunciato fin dal 12 marzo un uomo non certo di sinistra come Carlo Nordio, in un editoriale del Messaggero:

“Poteva e doveva vincere la ragione. Quella dei previdenti, ingiustamente liquidati come Cassandre dagli sprovveduti. Invece è arrivato – per giunta con grande ritardo – il solito compromesso di palazzo. Conte chiude l’Italia a metà. Non c’è l’atteso e necessario blocco totale che serve al Paese per arrestare il contagio e garantire la salute pubblica. Ma solo la chiusura di negozi e commercio, salvando ovviamente alimentari e prima necessità. Restano fuori industrie e fabbriche. Una grave omissione che potremmo scontare tutti a causa delle falle che lascia aperte nella cruciale guerra al virus. […] vi è tuttavia una categoria intermedia, che tenta di conciliare il diavolo con l’acqua santa. Alludiamo alla richiesta inoltrata al Governo dalla Regione Lombardia, che da un lato chiedeva, giustamente, la chiusura delle attività commerciali, artigianali, ricettive e terziarie (escluse, com’è ovvio, quelle assolutamente essenziali), ma dall’altro comunicava che era stato raggiunto un accordo con Confindustria lombarda “che provvederà a regolamentare l’eventuale sospensione o riduzione delle attività lavorative per le imprese”. Insomma, par di capire, la chiusura o meno delle fabbriche sarà affidata – secondo il premier – alla iniziativa degli industriali.”2

Cosa che dopo la delusione dovuta alla mancata chiusura di tutte le imprese attesa dal Dpcm Conte, ha fatto sì che la lotta ripartisse, con dimensioni che non si vedevano da decenni, in numerosi stabilimenti del settentrione dove gli operai e le operaie sono tornati ad incrociare le braccia, quasi sempre con astensioni dal lavoro pari al 100% dei lavoratori. Dall’Avio di Rivalta e Borgaretto all’Alessi Tubi, alle Officine Vilai, all’Alcatar, alla Brugnasco di Avigliana in Piemonte fino a tante altre aziende lombarde (qui). Mentre la Fiom di Verona ha proclamato due giorni di sciopero a partire da oggi e, nelle zone più colpite dal virus, gli operatori sanitari scalpitano per la macanza di sufficienti protezioni individuali e per i turni massacranti dovuti al mancato turn over del personale ospedaliero.

L’abbiamo detto nella terza fase di questa serie di riflessioni: la crisi disvela l’anima di classe e la guerra civile che la normalità quotidiana e la società dello spettacolo solitamente nascondono.
Mentre, però, alcuni grandi stabilimenti hanno chiuso al primo accenno di ripresa dello scontro di classe, sono state quasi ovunque le piccole, piccolissime e medio-piccole aziende ad opporsi alla chiusura e a portare avanti la produzione, chiamando in causa la responsabilità degli operai nel mantenerle in vita. Un discorso/ricatto odioso che fa, finalmente, piazza pulita di quel pietismo per i piccoli imprenditori che è stato cavalcato dal populismo di ogni risma nel corso degli ultimi anni.

Per non fare troppo torto ai piccoli comunque vediamo cosa ha detto in un’intervista Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani che è anche alla guida della Feralpi, uno dei principali produttori siderurgici in Europa, a proposito delle condizioni di salute in fabbrica:

“Abbiamo avuto anche qualche positività, non puoi non averne, ma le aziende hanno messo in atto tutti i controlli e le procedure di sanificazione previste dal governo. Hanno fatto quello che dovevano fare. E Non è detto che quelli che sono stati trovati positivi dentro l’azienda abbiano contratto il virus sul posto di lavoro. Magari sono rimasti contagiati nei giorni precedenti all’ordinanza di chiusura, fuori dalle aziende.“3

Già, affermazione che si accompagna bene con la colpevolizzazione individuale che viene fatta continuamente dagli organi di informazione e dai governanti con il proposito allontanare da sé ogni responsabilità in materia di contagio e mancati provvedimenti per prevenirlo e contrastarlo.
Tralasciando il grottesco flash- mob di solidarietà cui la Abb, azienda italo-svizzera che occupa nei suoi stabilimenti in Italia seimila dipendenti, ha chiamato suoi operai (qui):

“Quasi un terzo dei contagi si trova tra le distese di aziende d’ogni genere dei due polmoni economici d’Italia, Brescia e Bergamo. La prima in vetta alla classifica per densità produttiva, seguita da Milano e, appunto, Bergamo, che ha 4.305 contagi e 84 mila imprese attive nelle quali lavorano 385 mila dipendenti. Brescia ha 3.783 contagi, 107 mila ditte e 402 mila lavoratori. Stare a casa è più facile dirlo che farlo qui, dove per ammissione di Confindustria Lombardia il 73% di piccole, grandi e medie imprese sta andando avanti, come in tutta la regione. Come dire che nelle aree più epidemiche mezzo milione di lavoratori continua a fare avanti e indietro casa-lavoro, anche se poi in fabbrica si è cercato di rispettare i protocolli imposti per decreto. A Brescia nel settore industriale sono stati raggiunti 63 accordi per la sicurezza anti-Covid sul lavoro. A Bergamo soltanto 2, informa la Fiom. Che non possa bastare per contenere la crescita esponenziale dei contagi lo pensano i tecnici del comitato scientifico che affianca il governo e che suggerisce a Conte di «fermare tutto salvo le filiere che producono beni di consumo essenziali». Ci mette la faccia il Presidente dell’Ordine di Milano Roberto Carlo Rossi che tuona: «Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». E che non siano tutte produzioni di beni essenziali lo si intuisce scorrendo l’elenco delle imprese nelle due province, dove a fianco a quelle zootecniche troviamo aziende che producono acciaio, chiusure industriali per capannoni, verniciature, calcestruzzi, strumenti elettronici. Ma anche auto di lusso come la Bugatti, o armi come Beretta e Perazzi.”4

Al di là del dramma implicito nei numeri, si può e deve affermare che mai come ora il movimento antagonista ha avuto tra le mani tali potentissimi strumenti critici per assalire l’ordine esistente, proprio nel cuore del cuore del capitalismo industriale e finanziario, italiano ed internazionale. Il problema è che gli imprenditori e i loro rappresentanti nei governi e negli Stati lo hanno immediatamente capito davanti ai tre giorni di fuoco nelle carceri e alle prime fermate operaie, affidandosi alle ordinanze prefettizie e agli apparati militari e polizieschi per il contenimento di eventuali proteste e insofferenze diffuse5, mentre ancora tardano a comprenderlo molti compagni, pur volenterosi, che si arrabattano ad inseguire dibattiti piuttosto fumosi sulla limitazione delle libertà individuali (come se il lavoro salariato e coatto non fosse già di per sé la più stringente e odiosa limitazione delle libertà individuali, nato guarda caso proprio all’epoca della fondazione del carcere moderno6) oppure sull’inaspettato pericolo (come se non fosse già presente da lungo tempo) di fascistizzazione di uno Stato che dal fantasma concreto del ventennio non si è poi mai liberato, piuttosto che approfondire l’analisi critica del presente e del divenire che ci attende per poterlo meglio affrontare e rovesciare.

Mentre nella società dello spettacolo attuale, senza necessità di adunate oceaniche, la mobilitazione solidale con lo Stato e il capitale nazionale può essere convocata via FB, Twitter, WA e tutti gli altri social per invitarci a sventolare il tricolore dai balconi e dalle finestre, ad accendere fiammelle e torce cantando inni nazional-popolari di ogni genere e risma e diffondere l’idea dello spionaggio collettivo per denunciare qualunque comportamento ritenuto anomalo, mentre le forze dell’ordine procedono con assoluta arbitrarietà a eseguire direttive confuse e mai chiare e a comminare multe e ammende a pioggia. Il pop incontra il nazionalismo con alcune tra le più note influencer che iniziano ad imbrattare le coscienze collettive fingendo un impegno che resta comunque tutto di parte.

La crisi da coronavirus ha aperto anche un’altra solida possibilità in cui si incrociano due grandi temi che, fino ad ora, erano stati unificati nelle idee (di alcuni) ma lontani tra di loro nella realtà materiale: la lotta operaia e la lotta per l’ambiente. In questi giorni infatti risulta sempre più chiaro che la lotta per la difesa della salute, in fabbrica e fuori, è strettamente intrecciata al discorso della crisi climatica e ambientale. Occorre sviscerare il tema e diffonderlo in una situazione che per un certo periodo sarà feconda e ricettiva. Un metro di Tav vale quanto centodieci giorni di terapia intensiva è solo l’inizio di una parola d’ordine destinata a coinvolgere molte più persone e molti più lavoratori rispetto a prima, in un contesto in cui:

“Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana.[…] la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.
Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.[…] Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog.[…] Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.”7

“La correlazione tra inquinamento atmosferico ed infezioni delle basse vie respiratorie è ormai scientificamente dimostrata. E’ un fattore che aggrava la situazione infettiva senza alcuna ombra di dubbio”, dice Giovanni Ghirga, membro dell’Associazione medici per l’ambiente. Il 19 febbraio ha scritto una lettera pubblicata dal British Medical Journal, sottolineando l’esistenza di un comune denominatore tra l’esplosione in Cina, Sud Corea, Iran e Italia del nord: tutte aree dove l’indice di qualità dell’aria è molto basso.
Una ricerca della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha già trovato una risposta: esaminando i dati delle centraline che rilevano lo smog e in particolare il superamento dei limiti di legge, ha potuto trovare una correlazione con il numero dei casi di persone infettate dal Covid-19. Le curve dell’infezione hanno avuto delle accelerazioni, a distanza delle due settimane necessarie alla manifestazione, con i livelli più alti di polveri sottili.
Numerosi esperti dunque stanno ora identificando nel cambiamento climatico e nell’inquinamento le cause che hanno portato il Pianeta a essere vittima della pandemia.
«La correlazione tra attività antropiche e diffusione dei virus è sempre più evidente. E non è un caso se le aree di maggiore diffusione del Covid-19 sono le stesse dove si verificano più casi di patologie oncologiche. Bergamo, e soprattutto Brescia, hanno i numeri più alti di bambini malati di cancro. Inoltre, a causa della tolleranza indotta, vale a dire al fatto che mediamente le persone hanno già un certo grado di infiammazione polmonare, non è stato possibile accorgersi subito dell’espansione. I sintomi lievi non sono stati notati.»”8

Non si contano ormai le ricerche che dimostrano che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario. Tenerne conto diventerà sempre più obbligatorio, anche di fronte alla minaccia contenuta in uno studio realizzato dall’Organizzazione del Lavoro (che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) che dimostra che la pandemia rischia di provocare la perdita di 25 milioni di posti di lavoro al termine del tunnel attuale9. Cui però, senza esitazione, occorrerà contrapporre i milioni di morti che la stessa pandemia, ultima di una lunga serie di morbi contemporanei, potrebbe causare proprio a causa del regime attuale. Ad esempio in Italia, dove negli ultimi vent’anni sono stati tagliati 70.000 posti letto, a beneficio di una sanità privata che anche negli attuali frangenti cercherà di gonfiare i propri guadagni con autentici profitti di guerra che lo Stato, esattamente come durante i due conflitti mondiali, non si è minimamente preoccupato di calmierare, contribuendo così a ridistribuirne i costi sulla pelle dei cittadini.

Insomma o la vita o il salario e il suo vampiro, il profitto.
Termini decisivi e incompatibili tra chi lotta per salvaguardare la specie e chi lotta e opprime per salvaguardare il presente modo di produzione. Inconciliabili tra di loro e, oltre tutto, irriformabile il secondo. Se ne faranno una ragione le anime pie che lo credono capace di modificarsi per mezzo del green capitalism.

Non a caso quello che molti governi, e molti titoli anticipati in apertura, mettono in risalto è l’autentico clima di guerra che si va via via allargando sul pianeta. Guerra psicologica e di classe, poca guerra al virus e tanta preparazione per i giochi militari e geopolitici, tutt’altro che pacifici, che seguiranno la crisi economica mondiale, ineludibile alla fine della pandemia e già durante il suo decorso.

Con buona pace di tutti coloro che hanno sempre pensato alla guerra allargata come ad un’ipotesi risibile e catastrofista, proprio nel pieno di questa crisi, ogni potenza sta già giocando le sua carte e mettendo in campo le sue strategie economiche e geopolitiche. La fine dell’Europa Unita si profila come scenario credibile ormai, con la politica dell’ognuno per sé, in cui la Germania ha già iniziato a schierare tutte le sue pedine in vista di un terzo tentativo di riprendersi un lebensraum ormai di dimensioni continentali, con buona pace per portavoce del governo che hanno sventolato con troppa bramosia i “soldi facili” provenienti dal Mes (qui).

La Cina si presenta come la vincitrice, per ora, politica del confronto basato sulla crisi indotta dal Covid-19 e i suoi medici, medicinali e aiuti fanno parte di un moderno Piano Marshall sanitario indirizzato a raccogliere consensi e alleati all’interno del pianeta NATO. Idem per la Russia che con il suo invio di aerei, medici e virologi oltre che ospedali da campo in Italia gioca sullo stesso campo, pestando un po’ i piedi sia alla prima che agli Stati Uniti. Non sono pochi gli indizi del sorgere di un rinnovato bipolarismo in cui l’Europa torna frontiera e terreno di contesa e l’Italia un nuovo tassello cruciale da conquistarsi al proprio campo.

Gli Usa nel chiamare, come vuole Trump, lo stesso virus con il nome di virus cinese già affilano le armi comunicative che saranno ben presto affiancate da nuove armi di distruzione di cui il missile ipersonico (capace di volare ad una velocità superiore di cinque volte a quella del suono, qui) appena testato è solo l’anteprima. Mentre nemmeno la gara per la scoperta, produzione e distribuzione del vaccino sfugge ad una logica di confronto che soltanto nella guerra aperta per il controllo del mercato mondiale troverà, presto o tardi, la sua soluzione.

Ospedali da campo di varia nazionalità, truppe per le strade da New York a Milano, discorsi sempre più marcati da termini come nemico comune, guerra, solidarietà nazionale preparano, o almeno dovrebbero preparare, le popolazioni al clima di guerra reale che seguirà a questo periodo di clausura; quando non solo gli interessi geopolitici, ma la fame, le economie disastrate e parassitate e le rivolte per una vita degna dilagheranno in scontro aperto nei tessuti metropolitani. Riuscirà il nostro nemico collettivo e dichiarato, che per ogni nazione avrà prima di tutto il volto del proprio governo e dei propri spietati imprenditori, a ottenere l’effetto desiderato (qui)? Forse, soprattutto se noi, dopo aver seppellito in silenzio i nostri morti ed aver accettato per forza di cose quarantena ed isolamento, non sapremo opporci, sia nelle lotte che nell’immaginario politico che le produrrà e di cui sarà il prodotto, con altrettanta forza e determinazione al suo percorso catastrofico, che in questo ultimo periodo ha ulteriormente sfoggiato il suo volto più autentico, cinico e spietato.

In tutti i frangenti e con ogni mezzo necessario.

“Noi abbiamo il compito quasi impossibile di promulgare un amore che sia ancora più spietato, e con uno spirito di sacrificio che non avremmo mai conosciuto, se non fossimo stati chiamati dalla Storia. In questo momento, le nostre opzioni sono soltanto due: fare tutto, oppure non fare nulla.” (Perfidia – James Ellroy)


  1. https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/coronavirus-del-bono-le-fabbriche-andavano-chiuse-prima-1.3467623  

  2. C. Nordio, I ritardi del governo. Compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese, Giovedì 12 Marzo 2020 il Messaggero  

  3. G. Colombo, “Il motore bresciano si sta fermando”. Intervista a Giuseppe Pasini, Huffington Post 20 marzo 2020  

  4. I. Lombardo, P. Russo, Governatori e scienziati a Conte: “Fermi le fabbriche in Lombardia”, La Stampa 20 marzo  

  5. Si veda come esempio https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/
    il_questore_torino_e_ubbidiente_ma_in_periferia_primi_segnali_di_insofferenza_-251968980/?ref=RHPPTP-BH-I251947184-C12-P5-S11.3-T1  

  6. M. Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Mondadori 1978 e D.Melossi, M.Pavarini, Carcere efabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, il Mulino 1977  

  7. P. Bevilacqua, Ambiente e pandemia: il drammatico connubio della pianura padana, il Manifesto 20 marzo  

  8. M.Bussolati, Sembra che il Covid-19 colpisca più duro nelle aree più inquinate, Business Insider 18 marzo 2020  

  9. P. Del Re, Coronavirus: la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati, la Repubblica 20 marzo  

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Verbatim https://www.carmillaonline.com/2014/11/23/verbatim/ Sun, 23 Nov 2014 22:23:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18960 di Alessandra Daniele

landiniLandini – Renzi deve rendersi conto che oggi il consenso di chi lavora, delle persone oneste in questo paese, lui non ce l’ha. Titolo: “Landini insulta la maggioranza degli italiani accusandoli d’essere ladri e fancazzisti”. Landini – Non è quello che intendevo, mi dispiace di non essere stato chiaro. Titolo: “Landini si scusa ipocritamente d’aver sputato in faccia a milioni di italiani, ma ormai è troppo tardi per rimediare all’offesa”. Landini – Per la verità siete stati voi a esagerare il senso delle mie parole… Titolo: “Landini attacca la libertà di stampa. Fermatelo prima che sia troppo [...]]]> di Alessandra Daniele

landiniLandini – Renzi deve rendersi conto che oggi il consenso di chi lavora, delle persone oneste in questo paese, lui non ce l’ha.
Titolo: “Landini insulta la maggioranza degli italiani accusandoli d’essere ladri e fancazzisti”.
Landini – Non è quello che intendevo, mi dispiace di non essere stato chiaro.
Titolo: “Landini si scusa ipocritamente d’aver sputato in faccia a milioni di italiani, ma ormai è troppo tardi per rimediare all’offesa”.
Landini – Per la verità siete stati voi a esagerare il senso delle mie parole…
Titolo: “Landini attacca la libertà di stampa. Fermatelo prima che sia troppo tardi”.

Renzi – Chi più spende, meno spende.
Titolo: “Renzi escogita una soluzione geniale e tempestiva alla crisi economica, che rilancerà i consumi e creerà milioni di posti di lavoro”.
Renzi – Non esiste più la mezza stagione.
Titolo: “Renzi elabora una soluzione geniale e innovativa al Global Warming. L’ONU gli tributa una standing ovation”.
Renzi – Meglio un uovo oggi, che una gallina domani.
Titolo: “Renzi accelera le riforme per il bene del paese e dichiara: non mi lascerò frenare dalla palude dei gattopardi dei gufi e dei pollastri, cambieremo l’Italia!”
Landini – Ma non ha detto niente…
Titolo: “Violento e immotivato attacco al governo da parte di Landini, che strumentalizza le sofferenze dei lavoratori per le sue inconfessabili mire politiche. Fermatelo prima che sia troppo tardi”.

Salvini – Basta negri!
Titolo: “Acuta e raffinata manovra politica di Salvini, che si dimostra l’unico esponente dell’opposizione capace di intercettare il disagio sociale”.
Salvini – Basta negri!!
Titolo: “Sagace ed elaborata tattica politica di Salvini, che si rivela l’unico leader possibile per il centrodestra”.
Salvini – Basta negri!!!
Titolo: “Astuta e sofisticata strategia politica di Salvini, che si conferma l’unico avversario credibile per Renzi”.
Landini – Ma ha detto solo ”basta negri”.
Titolo: “Aiuto, Landini mi segue! Sta cercando di uccidermi, fermatelo prima che sia troppo tardi!”

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Il capotreno di Trenitalia https://www.carmillaonline.com/2014/02/06/il-capotreno-trenitalia/ Wed, 05 Feb 2014 23:20:23 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=12483 di Sandro Moiso

runaway-train-1 Per chi viaggia sui treni regionali delle ferrovie dello Stato è sempre più frequente sentire ripetere, dalla voce impersonale utilizzata per le comunicazioni, l’avviso che il Capotreno è a tutti gli effetti un ufficiale giudiziario nel pieno svolgimento delle sue funzioni e che qualsiasi rifiuto di declinare allo stesso le proprie generalità oppure di presentare un documento di viaggio convalidato oppure, peggio ancora, che qualsiasi forma di resistenza sarà perseguibile pecuniariamente e penalmente. Così può capitare, durante un solo viaggio tra Milano e Torino, di sentirlo ripetere anche una [...]]]> di Sandro Moiso

runaway-train-1
Per chi viaggia sui treni regionali delle ferrovie dello Stato è sempre più frequente sentire ripetere, dalla voce impersonale utilizzata per le comunicazioni, l’avviso che il Capotreno è a tutti gli effetti un ufficiale giudiziario nel pieno svolgimento delle sue funzioni e che qualsiasi rifiuto di declinare allo stesso le proprie generalità oppure di presentare un documento di viaggio convalidato oppure, peggio ancora, che qualsiasi forma di resistenza sarà perseguibile pecuniariamente e penalmente. Così può capitare, durante un solo viaggio tra Milano e Torino, di sentirlo ripetere anche una decina di volte.

Ora è evidente che il personale delle ferrovie si trova, talvolta, a far fronte, a bordo dei treni, a situazioni oggettivamente difficili, tali da giustificare saltuariamente la diffusione di tali avvertimenti a garanzia di chi lavoro sui convogli. Ma la ripetizione continua degli stessi e le sempre più frequenti scene di autentica repressione sui treni e nelle stazioni, combinate con gli agenti della Polfer o dei reparti anti-sommossa, ai danni soprattutto di immigrati, manifestanti e viaggiatori in difficoltà economica, non possono che far immediatamente venire in mente un paragone con l’attuale situazione italiana.

Così come suggerisce qualcosa sull’attuale clima politico italiano la recente richiesta, avanzata dalla giunta comunale di Brescia e dalla polizia locale, di giungere anche ad una condanna per reato di associazione a delinquere per alcuni giovani writers (tra i quali due sedicenni) recentemente fermati mentre decoravano treni automatici della metropolitana e pareti esterne di scuole. La parola d’ordine su scala nazionale è diventata, infatti, quella di reprimere duramente qualsiasi forma di opposizione alla politica, all’economia, alla cultura di una società che va affondando tra i debiti e i prestiti alle banche. Mentre Piazza Affari festeggia il trend positivo con una danza macabra che ricorda gli ultimi sussulti di un malato di peste.

Ricordare che nessuna opposizione potrà più essere ammessa è, per lo Stato e i suoi tutori, sempre più necessario: coi fatti e con le parole. Strumenti di mediazione non possono più essere concepiti o previsti. Se ne nega ogni forma e non sono previste possibilità in tal senso nel pareggio di bilancio oppure nella spending review. Nelle parole del premier Enrico Letta: “L’opposizione non può impedire alla maggioranza di realizzare il proprio programma“.

Dalla Val di Susa e dalla repressione con penali e pene detentive della lotta No TAV fino a Brescia e dai treni dei pendolari su, su fino ai facchini della Granarolo e ai lavoratori della logistica in lotta l’azione istituzionale deve rendere chiaro che non vi è più spazio per la dissidenza. Come nel Macbeth di Shakespeare, si governa con la paura perché si ha paura. Strumento e destino finale di ogni totalitarismo.

Così, mentre si accusa di “fascismo” qualsiasi forma di opposizione, grazie alla definitiva alleanza tra FI e PD l’ideale fascista dello stato autoritario è finalmente convolato a (in)felici nozze con il Gulag.
E, si badi bene, la colpa non è solo di Renzi. Anzi il giovane rampollo non costituisce altro che la seconda generazione di coloro che hanno dato vita a tali accordi e abitudini e ha pure un merito: con il suo segretariato più nessuno potrà dire o affermare che il PD è un partito di sinistra. Chiusa per sempre la possibilità di giustificare le sue scelte con: ”Scusate, ma stiamo lavorando per voi”. Sì, col cazzo!

Certo, da perfetto rampollo di buona famiglia il nuovo, possibile capotreno nazionale sta sgomitando per far vedere a zii, nonni e genitori quant’è bravo e, soprattutto, quanto più di loro saprà spingersi a destra, ma, in fin dei conti, ed esattamente come tutti i bravi eredi di una fortuna di famiglia, non farà altro che procedere sulla strada già tracciata dagli antenati. Che rimpiangono soltanto di non aver più la stessa età e la stessa energia del ruspante galletto fiorentino, non certo una verginità politica persa ormai da decenni.

Anzi, lo stupefacente silenzio in cui è ripiombato negli ultimi giorni il sindaco di Firenze, dopo settimane di presenza mediatica continua e disturbante, rende evidente che, tutto sommato, all’interno del PD non vi è stato nessuno scontro reale sulla dichiarata alleanza istituzionale col cavaliere nero e che la sua simulazione è soltanto servita a cercare di far digerire l’accordo agli elettori più restii. Come è stato confermato anche dalla recentissima alleanza che, a partire dall’Emilia-Romagna, vede uniti PD e FI nella loro lotta contro le battaglie dei lavoratori della logistica, degli studenti e dei centri sociali.

Così anche uno dei padri “nobili” della difesa della carta costituzionale (Stefano Rodotà) si è sbilanciato a dire che l’Italicum non va poi così male. Eggià, ci mancherebbe che dicesse qualcosa di contrario qualcuno che è stato personaggio influente del PD-PDS-PCI!! Mentre, nel frattempo, anche un moderato come Maurizio Landini rischia di pagare il fio della sua opposizione alle recenti scelte della segreteria della CGIL e l’intera FIOM rischia di essere messa in stato di accusa in caso di rifiuto degli accordi, infami, raggiunti dai vertici dei tre sindacati confederali a proposito della firma “unitaria” dei contratti che di fatto esautorano completamente i lavoratori dalla possibilità di decidere se firmare o meno un nuovo contratto.

E’ chiaro che tutta l’attenzione è ormai rivolta alla governabilità, al bipartitismo, alle soglie di rappresentanza e ai premi per i vincitori delle elezioni e tutto ciò non sta facendo altro che ripercorrere ciò che già Mussolini riuscì ad ottenere con il sistema elettorale maggioritario approvato nel lontano 1923.

Senza quel sistema, che regalava al vincitore delle elezioni il 65% dei seggi (i due terzi) del Parlamento, nemmeno col successivo e truffaldino Listone de1 1924 ( prefigurazione di ogni successivo ed attuale polo o alleanza elettorale) il futuro Duce degli Italiani sarebbe riuscito a vincere le elezioni. Né, tanto meno, a trasformare definitivamente il regime in dittatura totalitaria con l’approvazione delle leggi fascistissime tra il 1926 e il 1928.

Ma tutto questo, nell’Italia di oggi, è già avvenuto nei fatti. Governa ormai da tempo il regime o, meglio, la dittatura delle banche e del capitale finanziario. Il Parlamento, storicamente luogo di confronto e di conflitto e di mediazione, non è più altro che lo squallido teatrino in cui individui privi di senso morale e di qualsiasi reale identità politica, che non sia quella legata agli interessi propri e dei potentati economico-finanziari, approvano tutto ciò che piove dall’alto del Colle o delle banche. Scannandosi solo per la spartizione del cibo e dei posti a tavola.

Lo stesso dibattito sull’Italicum, sul Porcellum o sul Mattarellum non è altro, alla fine, che un modo per sviare l’attenzione dai reali problemi indotti dalla crisi economica e dai sempre più arruffati e infingardi sistemi proposti per fare loro fronte. Soprattutto a discapito dei lavoratori, delle loro condizioni di lavoro e dei giovani disoccupati.

D’altra parte lo spauracchio dell’ingovernabilità è stato sempre agitato da coloro che intendevano e intendono, in questo modo, concentrare in poche e ancora più ristrette mani (caso mai ce ne fosse ancora bisogno) il potere dello Stato. Non nuoce ricordare che proprio lo spettro dell’ingovernabilità permise al presidente tedesco Hindenburg di nominare cancelliere Hitler, nel 1933, dopo che questo aveva già raggiunto la maggioranza relativa (37,2%) nelle elezioni dell’anno precedente. Comunque, in quel caso, bastò sommare ai seggi del partito Nazionalsocialista quelli già conquistati dagli altri partiti conservatori per giungere ad una maggioranza parlamentare, senza nemmeno far ricorso ad un cambiamento della legge elettorale.

Certo questo non serve a mostrare un nazismo “più democratico” del fascismo nostrano o dei nostri attuali polli conservatori, ma piuttosto a mostrare come non vi sia legge elettorale o struttura parlamentare borghese che possa o voglia garantire pienamente gli interessi e i diritti della gran parte dei cittadini e, soprattutto, dei lavoratori. Se questi, naturalmente, già non lo fanno con le loro lotte e la loro autonoma organizzazione politica sui luoghi di lavoro e nelle strade.

Se qualcuno volesse ancora illudersi sulle potenzialità di un Parlamento diversamente eletto non dovrebbe far altro che ripercorrere le vicende parlamentari del Movimento 5 Stelle nel corso degli ultimi nove mesi e, in particolare, degli ultimi giorni e delle vicende legate al provvedimento di sostanziale privatizzazione della Banca d’Italia…ah, scusate, di Bankitalia. E della canea congiunta di tutte le forze parlamentari, di ogni risma e colore, che si sono scagliate nell’evidente tentativo di criminalizzare il movimento di Beppe Grillo.

Chi scrive non è mai stato tenero con i 5 Stelle e col suo leader, e continuerà a non esserlo in futuro, ma il fatto che ogni iniziativa, proposta o provvedimento suggerito da quello che alle ultime elezioni politiche è stato il partito più votato, nonostante le sue ambiguità e la scarsa trasparenza dei suoi scopi finali, sia stata di fatto cancellato, ignorato o presentato sotto una pessima luce dovrebbe far riflettere sulle possibilità di utilizzare, anche solo come cassa di risonanza (come avrebbe un tempo voluto Lenin nella sua polemica con i comunisti di sinistra europei che si dichiaravano astensionisti e anti-parlamentari), l’agone parlamentare.

Zero, niente, nulla! Al massimo ci si va per farsi denigrare… e per correre il rischio di esser messi sullo stesso piano degli “altri”. Di tutti gli altri. Cosa per cui i vecchi dinosauri del comunismo di sinistra, sempre evitarono o rifiutarono il politicantismo, cui aggiungevano “personale ed elettoralesco”. Politicantismo che non stava nelle lotte e nella loro organizzazione, ma proprio lì tra i seggi vellutati delle aule parlamentari, delle commissioni e delle sottocommissioni. Inutili mascheramenti di decisioni che devono essere prese in altro luogo.

Colle, CEI, Madame Guillotine, partiti e media hanno chiarito che il Parlamento è e deve essere soltanto un’aula bunker, come quelle in cui si sono celebrati e si celebrano a tutt’oggi i processi contro l’antagonismo sociale. Un luogo in cui l’unica parola ammessa è quella della volontà di chi già governa. Per l’opposizione rimane soltanto una gabbia insonorizzata come quella riservata all’ex-presidente egiziano Morsi, di cui, come per i grillini, si devono cogliere i comportamenti esagitati ma, appunto, non le parole.

Aule, poltrone, commissioni e sottocommissioni che hanno finito col risucchiare qualsiasi sforzo “altro” e che, anche in tempi di lotte durissime, sono sempre stati, al massimo, il palcoscenico di trattative al ribasso per gli interessi dei lavoratori, dei giovani disoccupati e dei diseredati di ogni sesso e colore.
Ciò che avviene ora, davanti agli occhi di tutti, non fa altro che confermare ciò che i fondatori del Partito Comunista d’Italia, nel 1921, videro già con grande chiarezza. La truffa e la pantomima parlamentare che non solo non porta da nessuna parte, ma che, in più, mira anche a seminare confusione e fasulle speranze nella massa degli sfruttati.

Quel partito nacque astensionista, proprio in polemica rottura con quel Partito Socialista che, pur mantenendo maggior dignità degli epigoni staliniani e togliattiani che sarebbero poi venuti, in un frangente storico drammatico come quello degli anni che accompagnarono e seguirono il primo conflitto mondiale, aveva già mostrato tutte le debolezze e le vacuità politiche che derivavano dal diffondersi della lue parlamentarista.

L’unico risultato dell’accettazione delle logiche parlamentari fu la divisione del partito, il suo indebolimento, cui contribuì anche la campagna di arresti del 1923, e l’incapacità di andare oltre il semplice ritiro sull’Aventino dei partiti sedicenti d’opposizione nei giorni del delitto Matteotti e delle spontanee mobilitazioni popolari che, in alcuni casi, ne conseguirono.
Oltre che, naturalmente, vent’anni di regime, totalitario ed anti-operaio, fascista.

Serve una lezione di storia stringata come questa? Forse, se si pensa che dal regime non se ne uscì con il voto. Questo, dal 1928 in avanti, poté manifestarsi solo attraverso la forma plebiscitaria, così come le attuali leggi elettorali attualmente prefigurano. Dividendo in due il potere soltanto per salvare la faccia di un Giano bifronte di cui, però, le due fisionomie coincidono perfettamente.

Regime che, di fatto, aveva esautorato e seppellito il vecchio sistema parlamentare liberale che, anche dopo il secondo conflitto mondiale, non sarebbe più tornato ai suoi splendori. L’illusione post- resistenziale, legata ai compromessi nel CLN, fu quella di restaurarlo con una nuova funzione di mediazione. Ma fu solo la riesumazione di una salma già piuttosto compromessa e non sarebbero bastate le belle e fatue parole sul secondo risorgimento a cambiarne segno e destino. Ciò che è morto deve rimanere sepolto e riesumarlo e farlo tornare in vita non può che produrre mostri, come la migliore fantascienza ci ha insegnato dal Frankenstein di Mary Shelley in poi.

Oggi, quando si parla di ripresa, troppo spesso opinionisti di scarso valore, imprenditori e politicanti venduti amano ricordare gli anni della ricostruzione con una sorta di nostalgia e di orgoglio. Ma quelli, per i lavoratori e le classi sociali meno abbienti, furono anni tremendi, da cui non si uscì con la mediazione parlamentare, ma soltanto con lotte durissime che, tra il 1960 e gli anni settanta, portarono alla progressiva conquista di garanzie e miglioramenti salariali per i lavoratori e i giovani. Anche allora il parlamento sarebbe stato inutile senza le lotte e, comunque, rappresentò solo e sempre un collo di bottiglia attraversò cui il PCI e la DC poterono sempre vigilare sulla conflittualità sociale.

Certo, il sistema parlamentare ideale è sicuramente quello basato su una legge elettorale proporzionale e il resto sono solo chiacchiere per coprire svolte sempre più scopertamente autoritarie. Ma domani non sarà più un parlamento liberal-democratico a poter dirimere e risolvere il futuro ed inevitabile scontro tra le classi; poiché, attualmente, questo paese è un treno in corsa verso il baratro e il suo capotreno, chiunque esso sia, dopo aver già da tempo eliminato ogni forma di democrazia, sta spingendo le macchine al massimo. .

Un Jon Voight impazzito che, come nel classico “Runaway Train”,1 preferisce schiantarsi piuttosto che cambiare marcia o prospettiva.
Occorre farlo deragliare per poter andare oltre, fuori da questo incubo, ma non lo si può fare dalla locomotiva. Occorrerà divellere i binari oppure staccare i vagoni dal locomotore in corsa, con la lotta…prima dello schianto finale.

N.B.
Le opinioni contenute nell’articolo sono espressione del pensiero dell’autore e, pertanto, non attribuibili alla Redazione di Carmilla nel suo insieme


  1. A trenta secondi dalla fine” di Andrej Konchalovskij, 1985  

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Talking Dead https://www.carmillaonline.com/2013/12/10/talking-dead/ Tue, 10 Dec 2013 00:00:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11360 di Sandro Moiso

NAPOLITANO-LETTA “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i [...]]]> di Sandro Moiso

NAPOLITANO-LETTA “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.1

Non siamo stati noi a suggerirglielo. Hanno fatto tutto da soli.
Speravano di prolungare la vita dei morti al governo scoraggiando legalmente le arruffate speranze elettoralistiche grilline e renziane. Speravano nell’ennesimo, pirandelliano gioco delle parti. Invece si sono dati una bella zappata sui piedi. Diciamolo pure: se li sono proprio amputati. La Consulta lo ha detto elegantemente: “Il Porcellum ( legge n. 270 del 21 dicembre 2005, altrimenti detta “legge Calderoli”) è una legge incostituzionale!

E anche se il dubbio che dietro alla decisione della Consulta vi sia anche qualche fibrillazione dei partiti maggiormente propensi ai possibili “inciuci” legati al sistema proporzionale sia più che legittimo, ciò non toglie che Pietro Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista abbia potuto dichiarare: “Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale”.

Fine. Stop. Il gioco è finito, anche se durerà ancora troppo a lungo con gli strascichi di discussioni, accuse reciproche, sceneggiate napoletane, giravolte, piroette filosofico-giuridiche, paso doble e tanghi della gelosia. Come ben dimostra la lotta di tutti contro tutti che si è immediatamente aperta nelle sedi istituzionali.

Ora, nonostante gli sforzi del nonno della patria di tranquillizzare gli animi e convincere i cittadini che nella sentenza non è contenuto niente di grave per l’attuale governo in carica, quello che deve saltare immediatamente agli occhi, qualora vi fosse ancora qualche dubbio, è che gli attuali governanti e i partiti che fanno loro da corollario non sono altro che dei golpisti al governo.
Compreso l’ex-PdL-FI-NCD e con buona pace dell’esagitato Berlusconi.

Sono dei fantasmi che nessuno vorrebbe avere in casa, anche se lo stridere delle loro catene o, almeno, di quelle con cui hanno avviluppato questo paese fa ormai soltanto ridere.
Nonostante il disgusto che suscitano. Infinito e rivoltante come quello suscitato da una carogna, gonfia e putrefatta.
In un paese in cui oltre 18 milioni di persone (il 29,9 %) sono a rischio povertà, mentre nella zona euro solo la Grecia è messa peggio con il 34,6% della popolazione.

Il 21 novembre 1946 il partigiano Giuseppe Dossetti, uno dei 75 membri della Commissione per la Costituzione, presentò una proposta relativa al diritto di resistenza da inserire nella Costituzione della Repubblica Italiana: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Doveva costituirne l’art. 3 e si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: ” Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”. In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, ma non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente.

DC, cui pure apparteneva l’”estremista” Dossetti, PCI, Chiesa e Stati Uniti avevano messo al riparo la classe dirigente italiana dal rischio rappresentato dalle possibili esuberanze delle classi oppresse.
Così, oggi, dall’alto si può impunemente ribadire che i seggi parlamentari rubati, le gozzoviglie dei governanti e dei partiti tutti sono perfettamente legali. “Il Parlamento e il Governo sono perfettamente legittimi” si continua a ripetere attraverso la maggioranza dei media, riprendendo le parole del Capo dello Stato.

Ma le parole di Capotosti, riportate da ben pochi mezzi di informazione, rimangono inequivocabili: ”Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale. Quindi non potrà più fare niente […] La sentenza entrerà in vigore quando sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, presumibilmente verso la fine di gennaio” Quindi il giorno dopo “i deputati che sono stati eletti grazie al premio di maggioranza diventano illegittimi“. Infatti, sottolinea, “l’annullamento che pronuncia la Corte costituzionale ha effetto retroattivo2

Berlusconi, Brunetta e Grillo si sono immediatamente lanciati all’assalto dei 148 deputati in più ottenuti dal PD alla Camera grazie al “premio di maggioranza”, definito oggi incostituzionale, e dello stesso Presidente della Repubblica, per il quale richiedono l’impeachment.
Questo non ci farà certo piangere né, tanto meno, schierare a difesa degli assetti governativi attuali o di re Giorgio in nome di un confuso antifascismo a-classista, buono per tutte le stagioni. PD e Presidenza della Repubblica già da soli bastano per sbraitare contro gli “assalti della Destra e del populismo”.

Già, sbraitano. E come non farlo, vista la sentenza di morte contenuta nel giudizio del solito Capotosti: ”a Montecitorio devono ancora convalidare tutti e 630 i deputati. Diciamolo chiaramente: questa sentenza ha un effetto dirompente[…] In teoria, dovremmo annullare le elezioni due volte del Presidente della Repubblica, la fiducia data ai vari governi dal 2005, e tutte le leggi che ha fatto un Parlamento illegittimo”.

C’è da ridere al pensiero di questo esercito di naufraghi che affondano tra le onde del disastro dilaniandosi a vicenda. E c’è ancor più da ridere guardando Grillo, Brunetta, Berlusconi e lo stesso neo-reuccio del PD che cercano di trarre vantaggio elettorale da una sentenza che li condanna esattamente come i loro avversari. Morti, finiti, defunti. TUTTI!

Sarà per questo che, parallelamente alla sentenza della Consulta, si è mossa di nuovo anche la commissione Affari Costituzionali del Senato. A sorpresa i ‘governisti’ del Pd insieme al NCD e Scelta Civica hanno approvato l’istituzione di un comitato ristretto che entro gennaio proverà a cercare un accordo sulla legge elettorale. Per cercar di salvare capra e cavoli. Travolti da un mare di merda.

Ma se il Capo dello Stato, il Centro Sinistra (quello vecchio dalemiano) e l’altro Centro Sinistra (quello nuovo renziano), il Centro Destra (quello nuovo alfaniano), il Populismo grillesco e l’altro Centro Destra (quello vecchio berlusconiano) hanno iniziato a muovere le loro miserevoli pedine, riempiendo la scacchiera politica di mosse così prevedibili da far rimpiangere una partita a scacchi tra Franco e Ciccio e Fantozzi, ci sarebbe stato da aspettarsi che almeno gli autentici “difensori” della Costituzione, i tre cavalieri di Libertà e Giustizia (Landini, Rodotà e Zagrebelsky) impugnassero la sentenza per dimostrare che contro la Costituzione non si deve e non si può andare impunemente.

E, invece, no. Niente. Silenzio. Anzi, nemmeno silenzio-assenso, perché quando uno dei tre ha parlato è stato per difendere l’opinione espressa da Napolitano che, nella giornata di domenica, lo ha poi pubblicamente ringraziato. “Il Parlamento attuale è delegittimato, ma non annullato […] Per il principio di continuità dello Stato: lo Stato è un ente necessario. L’imperativo fondamentale è la sua sopravvivenza […] Perfino nei cambi di regime c’è continuità, ad esempio dal fascismo alla Repubblica3

Siamo grati a Gustavo Zagrebelsky per averci confermato ciò che, da inguaribili antagonisti, già sospettavamo da anni ovvero che non ci sia mai stata una effettiva discontinuità tra regime fascista e regime parlamentare repubblicano, ma le sue parole confermano che la carta Costituzionale, sventolata ad ogni piè sospinto quando si tratta di distogliere l’attenzione dei lavoratori dalla lotta di classe, è comodamente ignorata quando può servire come arma contro l’oppressione del capitale e dei suoi faccendieri politici. Grazie per il chiarimento. La Costituzione, anche per voi, è solamente un feticcio.

Ma il problema rimane: il Parlamento è incostituzionale e così pure il Governo Letta; incostituzionale è stata la rielezione di Giorgio Napolitano; incostituzionali tutti i governi dal 2006 in avanti e tutte le leggi approvate nel delirio berluscomontilettiano. Parità di bilancio, legge Fornero, salvataggio delle banche (MPS in testa), grandi opere, tutte sono da buttare, insieme ai tanti voti di fiducia, alle missioni militari e chissà quanto altro ancora. Al macero, via, sciò.
E’ la più grande arma che il movimento antagonista potesse sperare di avere tra le mani. Chi la vorrà davvero impugnare? Chi saprà e vorrà trarne le conseguenze?
Il movimento dei forconi forse? Oppure una decisa e, finalmente, chiara opposizione di classe che sappia indirizzare anche le proteste del primo, oltre il populismo?

Il fatto stesso di essere costretti a ricordare questo estremo principio (la sopravvivenza dello stato – NdA ) significa che siamo ormai sull’orlo del baratro4 walking-dead-michonne-
Da anni in Italia governi e parlamenti legiferano pur essendo illegittimi. Oggi sappiamo che sono soltanto dei morti che parlano. Coraggio compagni… occorre solo una spinta per ributtarli nella fossa da cui stanno cercando di uscire!


  1. Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, 4 luglio 1776  

  2. Porcellum incostituzionale, Pietro Alberto Capotosti: “Parlamento esautorato, serve il voto”, Huffington Post del 5/12/2013 

  3. Gustavo Zagrebelsky intervistato da Liana Milella in “Schiaffo dalla Consulta ma lo Stato deve sopravvivere e il parlamento è legittimo”, La Repubblica, 8/12/2013, pag.11 

  4. G. Zagrebelsky, intervista cit. 

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La tempesta perfetta. https://www.carmillaonline.com/2013/10/02/la-tempesta-perfetta-lettera-aperta-chi-si-oppone/ Tue, 01 Oct 2013 23:00:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9724 di Sandro Moiso

tempesta

La tempesta perfetta più famosa, dal punto di vista meteorologico, fu quella che si abbatté sull’Oceano Atlantico  in prossimità dei  banchi di Terranova nel 1991, descritta nell’omonimo libro di Sebastian Junger del 1997 e nel  film di Wolfang Petersen, dallo stesso titolo, del 2000.  Ma la tempesta perfetta di cui occorre qui parlare è quella che sta per abbattersi sull’intero sistema politico-economico occidentale a partire dal quello che un tempo si sarebbe chiamato l’anello  debole: l’Italia.

L’attuale crisi politica italiana, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno, va inquadrata infatti [...]]]> di Sandro Moiso

tempesta

La tempesta perfetta più famosa, dal punto di vista meteorologico, fu quella che si abbatté sull’Oceano Atlantico  in prossimità dei  banchi di Terranova nel 1991, descritta nell’omonimo libro di Sebastian Junger del 1997 e nel  film di Wolfang Petersen, dallo stesso titolo, del 2000.  Ma la tempesta perfetta di cui occorre qui parlare è quella che sta per abbattersi sull’intero sistema politico-economico occidentale a partire dal quello che un tempo si sarebbe chiamato l’anello  debole: l’Italia.

L’attuale crisi politica italiana, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno, va inquadrata infatti in un orizzonte molto più ampio,

in cui la sempre più evidente debolezza diplomatica e militare dell’impero americano incrocia il costante rischio di défaut economico dello stesso (rinviato sino ad ora soltanto dalla continua immissione sul mercato di nuovi dollari che valgono come carta straccia e sono garantiti unicamente dalle portaerei di Washington); la crisi del progetto europeo (misurabile nella distanza sempre più evidente tra la Germania e gli altri paesi del Sud e dell’Ovest, nei sempre più marcati dubbi Londra nei confronti del progetto e nell’inutile rigonfiamento di penne militari da parte del galletto francese); la presa di distanza che per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale, ha caratterizzato le scelte del parlamento inglese rispetto a quelle politico-militari americane e la gigantesca crisi economica (caratterizzata da una disoccupazione senza precedenti) che caratterizza l’assetto generale dell’economia occidentale.

 Va detto subito: per quanto, ancora una volta, la minaccia più paventata di fronte all’elettorato sia quella del défaut italiano o del commissariamento europeo delle politiche economiche e sociali nazionali, la verità è che la crisi politica ed istituzionale di quella che rimane la seconda economia industriale d’Europa non ha assolutamente la valenza di quella greca né di altre nazioni. E’ roba da far tremare i polsi, anche a quella finanza che fino ad oggi ha giocato abilmente sull’interesse pagato sui titoli di stato e sul conseguente taglio di ogni spesa sociale e dei salari. Come ben dimostrano le preoccupazioni del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, quando dichiara alle agenzie di stampa che la crisi italiana “creerebbe enormi turbolenze politiche e sui mercati finanziari”.

 Per ottenere interessi e vantaggi di carattere finanziario per gli investitori, in cambio di lacrime e sangue per i lavoratori, i giovani e tutte le fasce deboli (donne, pensionati, disoccupati), occorre infatti un governo forte o, almeno apparentemente, autorevole. E questo in Italia non esiste più, a meno che il colpo di stato politico continuato degli ultimi anni non si trasformi in un autentico colpo di stato militare. Non esiste più alcuna possibilità di giustificare politicamente i governi dei sacrifici: sia perché c’è ormai ben poco da sacrificare, ma anche, e soprattutto, perché nel giro di meno di 24 mesi sono state bruciate le due carte principali del progetto, Mario Monti ed Enrico Letta. E, con loro, il principale artefice istituzionale del tutto: Giorgio Napolitano.

 Un governo, come si è già detto in passato, nato morto che per sei mesi non ha fatto nulla; blaterando di tutto e di niente, sempre pronto ad accondiscendere alle volontà del Popolo della Libertà, in effetti l’unica forza politica ad avere avuto due, per quanto inutili e mefitiche, proposte politiche da portare avanti in accordo col proprio elettorato: abolizione dell’Imu e blocco  dell’aumento dell’IVA. Ci voleva poco a capire che il grande progetto napolitanico non aveva gambe e speranze per marciare e durare. E le tardive lacrime presidenziali in occasione della celebrazione di Luigi Spaventa (che fu, ai tempi del PCI, fermamente contrario alla moneta unica europea), sono diventate simboliche lacrime di rabbia per il proprio fallimento. 

Il colpo di testa o coup de théâtre berlusconiano è intervenuto a frantumare la destra prima che una parte di questa potesse ricostituirsi in quella tanto auspicata destra moderata (e democristiana) su cui tanti (PD in testa, seguito da CEI, Casini e Monti) facevano affidamento per un passaggio ad un’alleanza di ferro, blindata nei contenuti e nelle comuni modalità di governo. La mossa del cavaliere di Arcore ha reso più difficile, se non impossibile, tale passaggio di consegne, di cui il sacrificio del suo ruolo politico avrebbe costituito la garanzia formale. Le parole del pallido Bondi sono state, per una volta, chiare: “Non ci faranno fare la fine del PSI e della DC“.

La crisi è istituzionale, ma in senso più profondo rispetto a quello suggerito da tutte quelle forze (PD, Confindustria, CEI, banche) che vedevano nella grande coalizione all’italiana la soluzione ideale per calcificare all’infinito i rapporti di classe a proprio esclusivo vantaggio. Bruciata questa carta, e questo è sicuro, anche se Re Giorgio riuscirà a far ripartire con  novelli senatori a vita e con un nuovo gruppo parlamentare  di transfughi berlusconiani (Nuova Italia? Allegria!) un miserevole e cagionevole di salute governo Lettino-bis, non rimangono in mano a quelle stesse forze altre carte importanti o possibili.

 Oggi, domani e dopodomani, nelle eventuali elezioni politiche a breve o brevissimo periodo non ci sarebbero vincitori, con o senza porcellum. Non il Pdl frantumato, non il PD azzoppato definitivamente dalle scelte operate anche nell’ultimo semestre e rimasto, nonostante le bufale di D’Alema, con il solo Renzi come possibile candidato premier, e neppure Grillo che, nello stesso semestre, ha dimostrato tutta l’insipienza della sua farraginosa e raccogliticcia armata Brancaleone.

La più grave crisi della Repubblica è aperta, l’Europa è preoccupata e la finanza internazionale pure. Ma le forze antagoniste e/o di opposizione cosa possono e devono fare? Perché questo è il problema che sta più a cuore di chi da sempre si oppone all’esistente, in generale, e a questi governi in particolare. Governi e non nomi di premier perché gli ultimi torneranno, fin che potranno, l’uno a pontificare dalla cattedra universitaria e l’altro a giocare a subbuteo con l’amico Angelino, impallinato come lui dal fuoco ex-amico del Sansone di Mediaset.

 “Muoia Berluscones con tutti i Filistei!” sembrerebbe poter essere lo slogan alla base dell’attuale crisi politica, ma se l’antagonismo e le forze di opposizione dovessero cedere ancora una volta al richiamo mediatico delle sirene anti-berlusconiane e costituzionaliste l’errore sarebbe gravissimo perché già nelle precedenti elezioni l’anti-berlusconismo era stata l’unica e poco proficua, dal punto di vista del risultato elettorale, foglia di fico con cui il PD  poteva cercare di nascondere ancora la propria subalternità al capitale e alla finanza internazionale. L’unica cosa, pretesa, di sinistra che potesse dire o sbandierare. E tradita comunque nell’alleanza realizzata  a sostegno di  quest’ultima  e disastrosa legislatura.

  Per chi non ha perso la bussola è invece chiaro che, almeno dalla Comune di Parigi in poi, qui, in Europa, qualsiasi alleanza con la borghesia, una sua parte o alcuni suoi partiti, non può più portare alcun vantaggio alla maggioranza della classe storicamente avversa: quella dei lavoratori. E la questione morale, su cui in questi anni si è tanto, inutilmente dibattuto, è stata ben riconosciuta come trappola per l’opposizione di classe fin dagli albori del ‘900.

 “Ad esempio la moralizzazione politica e amministrativa del Meridione è certamente un postulato rispettabile. La caccia al ladro è un’ottima cosa, purché, però, non ci faccia perdere di vista che la nostra critica investe tutto il sistema politico attuale, e che nemici dei proletari sono tutti i borghesi, ladri e onesti. Se questo non si vuol dimenticare si vedrà subito come sia un errore unirsi al borghese sedicente onesto per sloggiare il ladro: poiché si confondono quei concetti nella mente dei lavoratori. Infatti, la mancata differenziazione politica dei partiti ridiviene causa della immoralità degli amministratori, che approfittano dell’incoscenza delle masse per cambiare appena giunti al potere il loro programma moralista con la pratica del più sfacciato affarismo”. (Amadeo Bordiga, Il socialismo a Napoli e nel Mezzogiorno, in Utopia, Rivista quindicinale del Socialismo Rivoluzionario Italiano, Milano 15 – 28 Febbraio 1914)

 Altro terreno scivoloso e infido è quello della difesa della carta costituzionale, intesa come intoccabile e sacro strumento di garanzia democratica, vero altare della patria, dimenticando che le costituzioni sono sempre frutto di un compromesso tra le forze e, quindi, sostanzialmente frutto dei rapporti di forza in campo. Quella italiana non è, come qualcuno afferma, la Costituzione più bella del mondo, ma il frutto di un compromesso tra democratici cristiani, stalinisti e liberali alla fine del secondo conflitto mondiale, con un articolo 1 preso di peso da quella, mai entrata in vigore, della Repubblica di Salò e con l’esclusione di qualsiasi accenno al diritto dei cittadini ad insorgere contro il cattivo governo (così come aveva almeno richiesto una parte della Sinistra Cattolica).

 “In generale, una storia del costituzionalismo borghese non può che essere la storia dei tentativi di cogliere, di volta in volta, le caratteristiche fondamentali della composizione politica di classe e di assoggettarne l’esistenza alle necessità dello sviluppo capitalistico. Assoggettarne l’esistenza significa da un lato identificare ed organizzare gli elementi di riproduzione della classe, mistificandoli e possedendoli dal punto di vista capitalistico, dall’altro identificare ed escludere (coattivamente) tutti quei momenti della composizione di classe sui quali può organizzarsi il partito rivoluzionario.

La vecchia Costituzione del 1948 è stata capace di piegarsi, talora concedendo notevoli spazi, alla composizione politica della classe uscita dalla seconda grande guerra imperialista. Un grado di conflittualità medio, da comprendere nella trionfante ideologia del lavoro; una possibilità di mediazione fondata sulle caratteristiche arretrate del rapporto tra classe operaia e contadini; una condizione di miseria delle classi inferiori (ivi compresa la piccola borghesia) da giocare nel progetto di sviluppo: la Costituzione del ’48 è in realtà un «piano di lavoro». E’stata la base sulla quale il capitale è riuscito a porre il progetto di un passaggio ad una fase più avanzata di sviluppo, in tutte le sue dimensioni” (Antonio Negri,  La forma Stato, pp. 466 – 467, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2012, prima edizione Milano 1977)

 “Oggi non è solo morta la Costituzione del ’48. E’ morta la costituzione materiale che la costituiva in progetto. I rapporti di forza che presiedevano ad ogni eventuale modello di sviluppo si sono fracassati” (Antonio Negri, op. cit., pag 468) Parole profetiche (1977) che, se all’epoca erano scritte durante l’ultima grande esplosione di lotte e rivolte operaie e giovanili, e prime in nome della specie, oggi valgono ancora, dopo decenni di sconfitte e trionfi della Destra sostenuta fedelmente dalle politiche economiche del PD e dei governi di centro-sinistra. Con buona pace di Landini, Rodotà e Zagrebelsky.

Archiviati questi due punti (anti-berlusconismo e costituzionalismo d’accatto), restano però ad una opposizione reale parecchie e significative frecce nella propria faretra,  tali da permetterle di rappresentare una efficace cassa di risonanza delle lotte e delle esigenze sociali, di cui in ultima analisi i movimenti reali sul territorio e sui luoghi di lavoro sono l’espressione materiale, qualora  cogliessero l’occasione per dare forma e sostanza a un nuovo potere costituente, totalmente avverso a quello che ha dominato gli ultimi trent’anni di storia.

Per raggiungere questo obiettivo, però, i movimenti dovranno smettere di delegare ad altri la politica (ad esempio ai 5 Stelle). Per essere più chiari: dovranno evitare, ad ogni costo, di farsi rinchiudere in una sorta di ghetto limitando la propria azione alle manifestazioni pubbliche, al sabotaggio o alle mailing list  e riuscire a far valere direttamente le proprie istanze politiche anche di fronte all’istituzione stessa. Così come tutti i gruppi e gruppuscoli dovrebbero una volta per tutte abbandonare il settarismo ideologico che li contraddistingue e le speranze nella rappresentatività dei propri minuscoli ed insignificanti leader. Le lotte e i programmi contano, gli individui molto meno. Solo così sarebbe possibile superare le divisioni tra i vari settori di movimento che si distinguono per le differenti pratiche messe in atto (pacifisti integrali, ambientalisti, comunisti duri e puri, etc.), come i giorni di Seattle, nel 1999, avevano già saputo vittoriosamente dimostrare.

 Proseguendo sulla strada della delega politica ed istituzionale si rischierebbe soltanto di non vedere che tutto ciò che così arrogantemente vorrebbe ergersi al di sopra dei propri avversari è già superato. Come il progetto per il TAV, che non è affatto forte come si vorrebbe dimostrare con qualche centinaio di metri di galleria scavati dalla talpa o mandando ancora più soldati a cercare di controllare e soffocare la Val di Susa, ma che è già morto nel semplice annuncio che sul lato francese gli espropri dei terreni coinvolti nel progetto avverranno nell’arco dei prossimi quindici anni o più. Oppure, ancora, le continue, arroganti, insopportabili dichiarazioni di Napolitano a proposito dell’anomalia rappresentata da eventuali elezioni anticipate (alla faccia della democrazia…appunto) e quelle di Letta a proposito della durata del suo governo fino al 2015. Hanno soltanto paura! E’ il capitale a non credere più in se stesso e tanto meno dovranno credere ancora nelle sue risorse i suoi antagonisti. Non occorre  uccidere un drago già morto, come alcuni irresponsabili inviti alla lotta armata ancora vorrebbero far credere, ma occorre già pensare al futuro, al dopo. In teoria i movimenti hanno già vinto, ma così non sarà se non sapranno o non vorranno ragionare in questa prospettiva.

 Le settimane e i mesi a venire saranno segnati da forti tensioni politiche, economiche e sociali. Istituzioni europee ed internazionali (BCE e FMI in testa), governi stranieri, servizi ed apparati repressivi insieme ad una risorgente estrema destra intorbidiranno le acque e mireranno a diffondere paura e scoramento tra i cittadini e i lavoratori con minacce, provocazioni ed aggressioni e la probabile coincidenza della crisi italiana con il défaut pubblico statunitense sarà motivo di autentici terremoti borsistici. La partita che si è aperta è troppo grossa. Per tutti.

La prova per il movimento reale sarà durissima, ma soltanto la capacità di porsi propositivamente davanti al mondo e al futuro, guardando già oltre lo squallido e fallimentare presente, potrà rafforzarlo, più di qualsiasi scaramuccia notturna e più di qualsiasi astratta discussione. Giovani e lavoratori hanno già dimostrato di saper reggere lo scontro fisico: oggi e domani dovranno sostenere quello politico. Il più duro. Con tutte le difficoltà  organizzative e di informazione che tutto ciò comporterà. A meno che non si voglia lasciare per sempre al capitale ogni spazio di iniziativa, nella convinzione di dover solo e sempre giocare di rimando e in contropiede. Ovvero dopo e mai, come oggi occorre, in anticipo sui tempi.

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Ilva connection https://www.carmillaonline.com/2013/07/10/ilva-connection/ Tue, 09 Jul 2013 22:01:34 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7345 di Loris Campetti ilva_campetti

[Anticipiamo l’introduzione all’inchiesta di Loris Campetti Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni (Manni editore, Lecce 2013, pp. 192, € 14.00). La voce di Campetti si aggiunge a quelle di Cosimo Argentina, Girolamo De Michele, Gianmarco Leone, Mauro Vanetti, con le quali, da diversi punti di vista, Carmilla cerca di mantenere l’attenzione sull’Ilva di Taranto]

L’allevatore Vincenzo Fornaro è rimasto senza gregge perché i suoi armenti sono stati avvelenati dalla diossina e dalle polveri dell’Ilva di Taranto, il cui famigerato camino E312 proietta la sua [...]]]> di Loris Campetti ilva_campetti

[Anticipiamo l’introduzione all’inchiesta di Loris Campetti Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni (Manni editore, Lecce 2013, pp. 192, € 14.00). La voce di Campetti si aggiunge a quelle di Cosimo Argentina, Girolamo De Michele, Gianmarco Leone, Mauro Vanetti, con le quali, da diversi punti di vista, Carmilla cerca di mantenere l’attenzione sull’Ilva di Taranto]

L’allevatore Vincenzo Fornaro è rimasto senza gregge perché i suoi armenti sono stati avvelenati dalla diossina e dalle polveri dell’Ilva di Taranto, il cui famigerato camino E312 proietta la sua ombra sinistra in una campagna dove il pascolo è stato vietato. Sono a rischio incenerimento anche le prelibate cozze del Mar Piccolo, di cui il miticoltore Egidio D’Ippolito canta le meraviglie. Delle cozze pelose, quelle rarità del mare che nobilitano la tavola e intorbidano la moralità di taluni politici pugliesi, neanche a parlarne perché crescono in colonie, nei fondali del Mar Piccolo, dove per decenni si sono depositati i metalli pesanti, residui malsani di tutte le stagioni dell’industrializzazione tarantina, dall’Arsenale all’acciaio.

Camminando insieme a Vincenzo e attraversando in barca il Mar Piccolo con Egidio mi sono tornate alla mente alcune frasi di Karl Marx: «Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che è esso stesso soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza lavoro umana». A snaturare l’ambiente è il capitalismo che tutto piega e subordina al profitto. Il lavoro, trasformato in variabile dipendente dell’intero ciclo di accumulazione capitalistica, è la logica conseguenza del passaggio dal valore d’uso al valore di scambio che è la merce, sia essa materiale o immateriale. Immateriale può essere la merce, mai il lavoro.
Inizio questo libro con un riferimento alla Critica al programma di Gotha perché penso che non vi sia molto da inventare per districarsi tra le contraddizioni dell’oggi che si incarnano nel conflitto costruito tra due diritti inalienabili: al lavoro e alla salute, quest’ultima a sua volta condizionata dall’ambiente.
Gli stessi concetti, espressi dal grande vecchio di Treviri, ricorrono in alcuni passaggi dell’ordinanza del gip di Taranto con cui si conferma il carcere per il patriarca della siderurgia italiana, Emilio Riva, per i suoi rampolli e i suoi cavalier serventi. Il lavoro senza la sicurezza e la salubrità non è un diritto ma una maledizione. Questa incontestabile considerazione non è prodotta dall’ideologia, bensì dalla lettura di svariati articoli della Costituzione (1, 4, e dal 35 al 40); le responsabilità della distruzione ambientale di Taranto, e il conseguente disastro sanitario che colpisce operai e cittadini, non possono essere equamente spartite tra chi impone un ricatto e chi talvolta è costretto a subirlo perché è debole, e viene afferrato alla gola da chi usa tutto il suo potere per cancellare il riscatto insito nell’antica cultura del lavoro.

Se è vero che chi fa impresa ha il diritto di garantirsi degli utili, è altrettanto vero che i profitti non possono essere accumulati a danno di chi lavora e della collettività – e che danno: si sta parlando di ogni tipo di tumori, malattie respiratorie e cardiache. A suggerire queste riflessioni contenute nell’ordinanza è, ancora una volta, la nostra Carta costituzionale che si basa su un principio: padrone e operaio non partono dallo stesso livello e non hanno le stesse opportunità, è dunque giusto tutelare maggiormente chi è più svantaggiato. E per rendere ancor più esplicito il concetto, vent’anni dopo la Carta fondamentale ha visto la luce lo Statuto dei lavoratori.
Eppure, quel che appare è ciò che si vuole far apparire, riproponendo per l’ennesima volta la teoria dei due interessi contrapposti: da un lato quello dei lavoratori dell’Ilva che difendono il loro lavoro a ogni costo, anche se il prezzo da pagare è un tumore al polmone e l’inquinamento del territorio, e dall’altra quello dei cittadini che mettono al primo posto la salute, in nome della quale pretendono la chiusura del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Strana idea della cittadinanza questa, che esclude gli operai, trattati da untori. Persino una parte dell’ambientalismo più sensibile alla condizione operaia pretende da loro l’obiezione di coscienza, cioè il rifiuto di lavorare se il prodotto della propria attività provoca un danno sanitario a sé e alla collettività. Così, nella latitanza o peggio con la complicità di tanta politica e tante istituzioni pubbliche e private, laiche e religiose, di tanta stampa asservita e di tanto sindacato cooptato, si perde di vista il nemico principale, il padrone, che grazie a tanta subalternità è riuscito a scatenare la guerra tra poveri, tra le vittime della sua avidità, trasformando il conflitto verticale classico (capitale-lavoro) in un conflitto orizzontale.
Questa contraddizione, che possiamo definire antica, tra diritti inalienabili agita dai soggetti a cui viene negato ora il lavoro ora la salute, ora entrambe, è ben analizzata attraverso una lettura di classe dalla rivista di storia della conflittualità sociale “Zapruder. Storie in movimento”. «Negli anni Settanta, durante la recessione, nelle città statunitensi dell’acciaio circolava uno slogan molto incisivo: ‘Niente lavoro niente cibo – mangia un ambientalista’. […] Non molto diverso era il messaggio di un adesivo, uno di quelli che tanti statunitensi applicano alle loro automobili, tanto popolare in una cittadina dello Stato di Washington completamente dipendente dall’industria del legname e quindi coinvolta nella battaglia ecologista per la difesa del gufo maculato (spotted owl) e del suo habitat: ‘Sei ambientalista o lavori per vivere?’. Ma ‘la separazione tra le due sfere, quella sociale e quella ambientale, è fittizia e politicamente oppressiva, perché l’ingiustizia sociale riflette e (ri)produce l’ingiustizia ambientale in un metabolismo poroso tra corpi, lavoro e potere’. Insomma, quando una fabbrica inquina, i suoi veleni ammazzano anzitutto chi lavora dentro quella fabbrica; poi devastano il territorio dove è collocata, difficilmente un quartiere delle éliteurbane, e fanno ammalare chi ci vive; ed infine i suoi scarti troveranno la via che li condurrà in qualche discarica del sud del mondo o magari di quei tanti sud interstiziali dove vivono i poveri del nord. È l’ingiustizia ambientale che distribuisce i costi della crescita tra i poveri e i marginali, permettendo, invece, ai ricchi di massimizzare i loro profitti» (Un’altra primavera. Le lotte popolari per la giustizia ambientale, di Marco Armiero, Stefania Barca e Andrea Tappi, “Zapruder”, gennaio-aprile 2013).

Alla manifestazione a sostegno dei magistrati, che domenica 7 aprile 2013 ha solcato il centro di Taranto, c’erano medici, infermieri, farmacisti, cittadini, ambientalisti e, in fondo al corteo, il penultimo striscione era tenuto dalla moglie e dalle figlie di Ciro Moccia, l’ultima vittima dell’Ilva. L’operaio si era schiantato al suolo dopo un volo di dieci metri precipitando da una passerella mal posizionata mentre lavorava sull’impianto tarantino. Quello striscione non avrebbe dovuto aprire il corteo, davanti ai camici bianchi? Invece in testa non c’era, e dietro, a sfilare, non c’erano gli operai, i compagni di Ciro. Fino a quando quello striscione resterà in fondo al corteo e finché sarà seguito soltanto dai parenti di un operaio ammazzato, il padrone avrà vinto la sua battaglia.
Il conflitto tra i diritti fondamentali al lavoro e alla salute ha una storia lunga che inizia ben prima dell’Ilva di Taranto. Viene da lontano, dagli impianti chimici di Porto Marghera, dall’Acna di Cengio, da altri impianti inquinanti in Liguria, in Puglia, in Toscana, in Campania. Viene da Casale Monferrato, dove decenni dopo la chiusura dell’Eternit si continua a morire di mesotelioma. Ma all’Ilva questo conflitto ha una specificità che si chiama Emilio Riva, il “rottamaio” di cui questo libro racconta l’epopea: con pochi danari si è portato a casa la siderurgia italiana svenduta dallo Stato che, invece di tutelare un bene della collettività, ha scelto di liberarsene incassando per questa tipica privatizzazione all’italiana la metà dei soldi spesi per ammodernare lo stabilimento tarantino.
L’impero e le ricchezze di Riva si sono realizzate attraverso un sistema basato su ricatti e corruzione, cooptazioni e repressioni, sfruttamento e scambio politico. È impressionante come la storia del conflitto iniziato nello stabilimento di Genova si sia reincarnato tale e quale, quindici anni più tardi, nella fabbrica di Taranto. Due insediamenti produttivi costruiti a ridosso di popolosi quartieri, potremmo dire dentro questi quartieri, Cornigliano a nord e Tamburi a sud. La fabbrica sputa veleni, la popolazione protesta, la politica e le istituzioni “osservano”, si girano dall’altra parte, ma se si permettono di avanzare qualche proposta di risanamento e di ridimensionamento produttivo, pressate dalla rabbia delle vittime dell’inquinamento, Riva le corrompe e arma i suoi operai per lanciarli in una guerra insensata. A Taranto si ripete, più in grande, la storia di Genova che si concluderà con la chiusura della produzione a caldo, trasferita otto anni fa a Taranto per aumentarne la produzione d’acciaio fino a 10,5 milioni di tonnellate annue. Quando nella città dei due mari si materializza la percezione del disastro ambientale e sanitario provocato da diossina, Pcb, polveri sottili e metalli pesanti, comincia a svilupparsi una sensibilità ambientalista. Riva, grazie a un utilizzo senza precedenti della legge sull’amianto, svuota la fabbrica mandando a casa 12.000 lavoratori cinquantenni “usurati”, per sostituirli con altrettanti giovani meno costosi, rimasti a lungo precari, e corre ai ripari con i suoi metodi: disarma e coopta i sindacati, strumentalizza le preoccupazioni operaie, carezza la politica “glocalmente” – a Roma, a Bari, a Taranto – e la Curia arcivescovile, si compra i periti.

ilva_notteA Taranto, però, c’è una magistratura che vigila e fa il suo dovere, perseguendo i reati. Il 26 luglio del 2012 scattano gli arresti che decapitano i vertici del gruppo siderurgico, Emilio Riva, il figlio Nicola (successivamente lo stesso provvedimento toccherà anche all’altro figlio, Fabio, volato nel frattempo sulle rive del Tamigi) e tutti i massimi dirigenti. L’acciaieria viene sequestrata. Ed è soprattutto contro i giudici che si scatena l’azione di Riva, coadiuvato dal sostegno proveniente da troppe sponde: i governi alzano la soglia di inquinanti accettabili; i politici latitano quando non si fanno ammaliare dalle sirene del padrone delle ferriere, non più un nemico, bensì un modello da estendere a tutta la regione, come si evince dalle conversazioni registrate che coinvolgono – politicamente e non giudiziariamente – anche il governatore pugliese Nichi Vendola; un parlamentare del Pd, Ludovico Vico, promette di far uscire il sangue a un altro senatore del Partito democratico, Roberto Della Seta, troppo attento alla salute dei tarantini. E in tanti, a partire dal presidente della Provincia, tentano di dare il benservito al direttore generale dell’Arpa Puglia Giorgio Assennato che, con le sue perizie, sta mettendo a rischio il sistema di potere e i relativi privilegi, destinati a una casta allargata di cui fanno parte anche diversi settori dell’informazione. La compromissione, invece, non è solo politica ma anche giudiziaria nel caso del presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, dirigente del Partito democratico ed ex segretario della Cisl, al centro di quattro nuove ordinanze di custodia cautelare eseguite – poco prima che questo libro venisse dato alle stampe – dalla Finanza a Taranto, sempre in relazione all’inchiesta “Ambiente svenduto”. Il reato contestato dal gip Patrizia Todisco è di concussione e si riferisce alla discarica Mater Gratiae all’interno dell’Ilva, destinata ai rifiuti speciali. Florido si sarebbe fatto in quattro per convincere chi avrebbe dovuto controllare il rispetto delle norme a chiudere un occhio, meglio tutti e due, per non intralciare il cammino dei Riva.
Ha amici negli ambienti più impensabili Emilio Riva, è “generoso” con la politica e nel 2006 arriva a finanziare con 98.000 euro la campagna elettorale di Pierluigi Bersani. Si tratta di un finanziamento lecito ma imbarazzante per il dirigente democratico, così come quello di 110.000 euro proveniente dalla Federacciai, di cui fanno parte le imprese del settore, Riva e Marcegaglia compresi. Quattro anni più tardi, la lettera di Riva a Bersani perché venisse domato il solito irriducibile senatore Della Seta non avrebbe sortito effetti: lo sostiene lo stesso senatore del Partito democratico che nega qualsivoglia pressione di Pierluigi Bersani. È “generoso” anche con gli operai che pretende di usare come massa di manovra, pagando pullman, panini e giornate non lavorate. Quegli stessi operai spinti a manifestare contro i giudici, con la copertura dei sindacati, ma con l’eccezione della Fiom che, dopo aver fatto pulizia al suo interno, senza risparmio di espulsioni, si rifiuta di manifestare a comando, su ordine del padrone. Il sindacato guidato da Maurizio Landini non ci sta a fermare le linee se a promuovere la protesta è proprio chi invece va combattuto, nemico della popolazione e nemico delle sue maestranze, responsabile del disastro ambientale e culturale di un’intera comunità.
Dall’altra parte c’è chi protesta a difesa dell’azione della magistratura e vuole portare lo scontro fino allo stadio finale, chiedendo la chiusura dell’Ilva anche con un referendum consultivo che il sindaco Stefàno ha tentato di evitare finché il Tar non gli ha imposto di indirlo. È durata sei anni l’attesa di un referendum che per molti protagonisti della vita tarantina rappresentava la strada sbagliata per affrontare un problema troppo serio. Come diceva alla vigilia delle urne un vecchio operaio dell’Ilva, andato in pensione grazie all’applicazione della legge sull’amianto, «se per un miracolo improbabile si raggiunge il quorum e vince chi vuole chiudere la fabbrica, perdono gli operai; se vince il no alla chiusura o, ipotesi più probabile, non si raggiunge il quorum, vince Riva. Bel risultato, davvero». È inutile provare a spiegare a chi si batte per la chiusura totale e definitiva dell’Ilva che l’impianto produce il 75-80% del Pil di Taranto ed è il garante dell’autonomia italiana rispetto all’acciaio; che 11.600 posti di lavoro diretti, più altrettanti nell’indotto, non si inventano dall’oggi al domani in una realtà che la cecità della politica ha voluto monoculturale; che l’acciaio si può produrre in un altro modo e dunque bisogna investire sulla trasformazione della fabbrica e del suo ciclo produttivo mentre si avvia il risanamento del territorio, del terreno, del mare, dell’aria, delle falde acquifere. Il referendum si è tenuto domenica 14 aprile 2013; come era facilmente prevedibile, anche per l’intervento massiccio dei poteri forti e istituzionali, il silenzio di una parte dell’ambientalismo e l’ostilità della maggioranza dei sindacati, il quorum non è stato raggiunto e solo il 19,5% degli elettori tarantini si è recato alle urne. Meno di un quinto degli aventi diritto, meno di un decimo nel martoriato quartiere Tamburi, e figuriamoci se a Tamburi il problema Ilva non è sentito. Il fatto è che “chiedere ai cittadini di chiudere o tenere aperta una fabbrica non si può fare con un referendum, per di più consultivo. Non è come decidere il nome di una strada”, diceva ancora il nostro amico operaio.

Sembra impossibile trovare una soluzione radicale, ma condivisa e praticabile. Infatti, chi non vede alternative alla chiusura dell’Ilva e delega questo compito alla magistratura, controbatte a ogni proposta di ristrutturazione dicendo che 20.000 posti di lavoro si possono realizzare con una grande opera di bonifica ambientale, mentre i soldi si possono trovare rinunciando alle grandi opere inutili come la Tav e tagliando le spese militari. Ma queste due voci sempre invocate, possono bastare a coprire le spese di un nuovo modello di sviluppo? Comunque, soldi a parte, l’anima più estrema dell’ambientalismo pensa e sostiene che, alla fin fine, gli operai dell’Ilva devono decidersi a “smettere”, si cerchino un altro lavoro. Come se a Taranto questo, oggi, fosse possibile. A chi sostiene che la chiusura dello stabilimento tarantino non aprirebbe necessariamente la strada alla bonifica – anzi potrebbe capitare come a Bagnoli, dove la bonifica non è mai stata fatta e chi ne era incaricato si è intascato i soldi disperdendo e mettendo sotto il tappeto amianto e altre schifezze – rispondono che è compito della politica mantenere gli impegni, vigilare e via dicendo. A chi spiega come, proprio a Bagnoli, la chiusura dell’Italsider abbia aperto le porte alla camorra, che finalmente è riuscita a conquistare una delle poche trincee napoletane contro la criminalità organizzata, si risponde che se arriva la criminalità la colpa è della politica. Questi ragionamenti aiutano a capire i motivi del boom di Beppe Grillo a Taranto, tanto tra chi manifesta contro i magistrati quanto tra chi sfila in corteo a favore della gip Patrizia Todisco.
Contro o a favore dei magistrati, sembrerebbe trattarsi di due posizioni opposte. Sono invece figlie dello stesso problema che si chiama assenza della politica. Per decenni la città di Taranto ha rimosso la questione Ilva, eppure c’era chi sapeva e sarebbe dovuto intervenire subito: prima che la situazione sanitaria esplodesse; prima che il conflitto tra città e fabbrica diventasse insanabile; prima che nell’immaginario collettivo l’acciaio – non Riva, come sarebbe logico, non quel modo di produrre, ma l’acciaio tout-court – diventasse incompatibile con una città di quasi 200.000 abitanti. Oggi il clima è talmente deteriorato che chiunque cerchi una soluzione condivisa e praticabile è costretto a tacere e ad abbassare gli occhi quando la madre di un bambino di Tamburi, morto di tumore, urla che quel mostro di ferro dev’essere spazzato via, per sempre.

inva_bimboQuesto libro, raccontando Taranto, cerca di mettere a fuoco un sistema di potere e di gestione dell’economia non meno aggressivo, violento e antisociale di quello, più noto, incarnato da Sergio Marchionne. In comune Riva e Marchionne hanno l’arroganza e il disprezzo nei confronti dei sindacati di cui vorrebbero fare a meno, e se non ci riescono se li comprano, o comunque li pretendono succubi e obbedienti. Sia Riva che Marchionne hanno dalla loro il crollo dell’attenzione democratica in tempi di crisi economica: o il lavoro o i diritti, dice l’amministratore delegato della Fiat; o il lavoro o la salute, gli fa eco il padrone dell’Ilva. Ma il lavoro, senza diritti e senza salute, regredisce a schiavitù. Marchionne ha usato una metafora bellica per spiegare la fine di un’era, del Novecento e del conflitto sociale: un’azienda è come una nave da guerra che combatte per conquistare mari, isole e coste. È fondamentale che tutti, all’interno dell’imbarcazione, marcino compatti, dall’armatore al comandante ai rematori. Siamo o non siamo tutti sulla stessa barca? Il nemico è rappresentato dalla nave nemica che vuole conquistare gli stessi mari, isole e coste. I nemici dei nostri rematori, dunque, non sono più armatore, comandante e ufficiali che dettano il tempo tra due colpi di remo con la frusta in mano, i nemici sono i rematori della barca concorrente. Ecco declinata la guerra tra i poveri, se si sostituiscono gli operai ai rematori la metafora diventa chiarissima. Non è forse la stessa strategia con cui, da sempre, Riva conduce le sue battaglie, trattando gli operai come carne da cannone?
La crisi di Taranto vive dentro la crisi italiana che, a sua volta, è parte di una crisi globale. È una crisi di modello economico che, con le risposte oggi prevalenti imposte dagli stessi che la crisi hanno scatenato, si trasforma in crisi sociale e crisi democratica. Taranto non è più in grado di digerire le conseguenze di scelte sconsiderate, non può più sopportare questo modo di produrre acciaio, imposto da quella che per la procura tarantina altro non è che un’associazione per delinquere. Ma Taranto non può vivere, oggi, subito, senza acciaio, quando ogni alternativa economica è stata cancellata (la cantieristica, lo sviluppo del porto, l’agricoltura, l’allevamento, la pesca, il turismo) o mai costruita. Se il lavoro senza salute non è un diritto, è altrettanto vero che senza lavoro e senza mezzi di sussistenza non c’è dignità né c’è salute. E oggi, lo stato di salute dell’Italia è pessimo, al punto che ogni riferimento al primo dopoguerra sarebbe ingannevole, perché nel primo dopoguerra c’era la speranza e con la speranza la fantasia, la voglia di sperimentare e ricostruire. In fin dei conti, nel primo dopoguerra c’era la politica. Oggi che il lavoro è svalorizzato e ignorato, è impensabile ricostruire il futuro, praticare nuove relazioni sociali, in fabbrica e nel territorio, e sperimentare un nuovo modo di produzione restando dentro lo stesso modello di sviluppo, incompatibile con la natura e dunque con la vita. Vuol dire allora che è finita l’età dell’acciaio – metallo prezioso che dava il nome a Stalin e muoveva automobili, carriarmati e frigoriferi, intelligenze e lavoro di milioni di persone a est e a ovest, a nord e a sud del mondo? Non è così. I metalli, più o meno preziosi, non servono soltanto a costruire la merce del passato, energivora e inquinante; anche gli oggetti-simbolo di un nuovo modello di sviluppo, come i pannelli solari, hanno molto a che fare con la trasformazione industriale dei metalli. Inoltre, evocare modelli di vita, consumo e sviluppo ecologicamente e socialmente compatibili, non fa fare molta strada se non si individuano le forme necessarie a costruirli, le tappe, le risorse, le alleanze. A chi chiede di cambiare sviluppo e consumi dobbiamo ricordare che insieme alla finalità del lavoro e alla ricerca di un nuovo valore d’uso marxiano, bisogna rimettere mano, contemporaneamente e non domani, anche al modo di produzione.

Guardando alla filiera dell’acciaio siamo tornati nei luoghi in cui l’acciaio italiano è nato centodieci anni fa, a Bagnoli, e poi a Genova, due luoghi simbolici la cui esperienza, purtroppo, ha insegnato ben poco. Per progettare un futuro più pulito e democratico, per chi lavora e per tutti quelli che respirano, sarebbe il caso di fare, paradossalmente ma non troppo, un tuffo nel passato, quando gli operai pretendevano di controllare l’intero ciclo produttivo per uscire dalla schiavitù della parcellizzazione, dell’alienazione e dell’ignoranza delle loro azioni. Quegli operai scoprirono la suggestione del rischio zero e gridarono che la salute non si vende e non si scambia, volevano essere attori delle scelte, decidere cosa, come, dove e perché produrre. Erano i primi anni Settanta, il sindacato era quello dei consigli di fabbrica, dei delegati di gruppo omogeneo eletti democraticamente dai lavoratori e non, come oggi, dal padrone come avviene alla Fiat, o altrove nominati dalle organizzazioni sindacali. Erano loro i tutori della salute, in linea e fuori dalla linea di montaggio, erano loro a dare agli scienziati le informazioni sui rischi, mentre oggi se va bene le ricevono. Se la salute è peggiorata per tutti, non solo a Taranto, è anche perché, insieme alla rappresentanza politica, è saltata anche la rappresentanza sociale, e con essa l’autonomia sindacale e di classe.
Liberarsi dal modello Riva e, materialmente, dalla proprietà di Riva a Taranto e in Italia, è il solo modo per avviare una discussione seria sulla siderurgia e sul destino di stabilimenti mastodontici, come quello pugliese, appunto. Per liberarsi da questo modello bisogna che il sindacato riconquisti la sua autonomia come ha iniziato a fare la Fiom. Per liberare l’Ilva è necessaria un’assunzione di responsabilità politica. Sequestrare gli impianti e i capitali di Riva per sanare quel che Riva ha inquinato (ambiente e coscienze) è davvero una provocazione? Si direbbe di sì, visto che l’unico sequestro effettuato da parte della magistratura, che aveva sigillato prodotti finiti e semilavorati per più di un miliardo, è stato annullato da una legge dello Stato chiamata “salva Ilva”, con la successiva benedizione della Corte costituzionale. Una mossa, quella coraggiosamente effettuata dai magistrati tarantini, che forse avrebbe dovuto essere accompagnata dalla confisca dei beni del vero untore, per impedire che i capitali accumulati prendessero il volo verso altri lidi, tra il Lussemburgo e lontani paradisi fiscali nelle Antille olandesi. Il solito gioco della scatole cinesi ha portato a un ridisegno della struttura finanziaria del gruppo Riva, al fine di isolare l’Ilva, che pesa per i due terzi sugli affari di famiglia. La proprietà si dichiara disponibile a investire 400 milioni di euro per intervenire sull’impianto per la riduzione delle emissioni, un decimo del danaro necessario che ammonta a 4 miliardi. Ma lo scorporo dell’Ilva dalle casseforti lussemburghesi – con le dépendance caraibiche di Curaçao – potrebbe salvare i beni di famiglia.
Ma finalmente anche i trucchi finanziari della famiglia Riva per trasferire il plus valore dell’Ilva in scatole finanziarie protette – operazione iniziata, a dire il vero, già da molti anni, addirittura dal momento stesso del passaggio dell’azienda dallo Stato a Emilio Riva – sono stati scoperti dalla magistratura, in questo caso dai pubblici ministeri di Milano. Nella terza settimana di maggio del 2013 è stato effettuato un sequestro di un miliardo e 200 milioni di euro, il corrispettivo del danaro che la famiglia di imprendi- tori bresciani ha sfilato dall’Ilva collocandolo in otto trust nell’isola di Jersey nel Canale della Manica “per occultare la titolarità dei beni”. Si tratta di capitali sottratti al fisco, scudati con operazioni irregolari, anche e soprattutto per impedire che quei soldi potessero essere confiscati per sostenere le spese di risanamento industriale e ambientale dell’Ilva. Per fortuna, però, non sono bastati trucchi, prestanome e scatole cinesi per mettere in salvo la famiglia Riva dalle sue gigantesche responsabilità. Dunque, non sono solo i magistrati tarantini a “tramare” contro i Riva, è una “persecuzione” dell’intera magistratura. Ad ascoltare gli avvocati di famiglia, sembra di assistere alla proiezione di un film già visto e in cui cambia solo il nome dell’attore-imprenditore.

Fatta eccezione per Riva e i suoi accoliti, tutte le persone coinvolte in questo reportage sono convinte di una cosa: Riva è ormai incompatibile con Taranto, e forse persino con l’intera siderurgia italiana. Si tratta di capire se una diversa Ilva sia ancora compatibile, e a quali condizioni, con questa città. L’unica strada per tentare di salvare lavoro, economia e salute è quella di liberarsi dal giogo di chi si è reso responsabile del disastro di Taranto, facendogli pagare i costi della bonifica.

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