Luca Cangianti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 24 Oct 2026 20:06:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Errico Malatesta e il nuovo sole che viene https://www.carmillaonline.com/2026/10/23/errico-malatesta-e-il-nuovo-sole-che-viene/ Thu, 22 Oct 2026 22:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=97441 di Luca Cangianti

Errico Malatesta, Un “nuovo sole che viene”. Scritti, lettere e documenti inediti (1873-1932), edizione, note e saggio introduttivo a cura di Roberto Carocci, Nova Delphi, 2026, pp. 176, € 20,00.

I governi borghesi lo consideravano l’anarchico «più pericoloso di tutti», Gaetano Salvemini il «nuovo Garibaldi», i popolani una sorta di «nuovo Cristo». Stiamo parlando di Errico Malatesta, vissuto avventurosamente dal 1853 al 1932 tra arresti (il primo a quattordici anni per una lettera sovversiva inviata al re d’Italia), esili, espulsioni, travestimenti, fughe, processi trasformati in occasioni di propaganda, galera (ben dieci anni), viaggi attraverso l’Europa e il mondo intero [...]]]> di Luca Cangianti

Errico Malatesta, Un “nuovo sole che viene”. Scritti, lettere e documenti inediti (1873-1932), edizione, note e saggio introduttivo a cura di Roberto Carocci, Nova Delphi, 2026, pp. 176, € 20,00.

I governi borghesi lo consideravano l’anarchico «più pericoloso di tutti», Gaetano Salvemini il «nuovo Garibaldi», i popolani una sorta di «nuovo Cristo». Stiamo parlando di Errico Malatesta, vissuto avventurosamente dal 1853 al 1932 tra arresti (il primo a quattordici anni per una lettera sovversiva inviata al re d’Italia), esili, espulsioni, travestimenti, fughe, processi trasformati in occasioni di propaganda, galera (ben dieci anni), viaggi attraverso l’Europa e il mondo intero (Egitto, Stati Uniti, Cuba, Argentina). Si guadagnò da vivere come elettricista, meccanico, gelataio a Londra e cercatore d’oro in Patagonia. Fu amico di Michail Bakunin, Pëtr Kropotkin e Carlo Cafiero, fondatore seriale di organizzazioni e fogli rivoluzionari, animatore di insurrezioni generose e sconfitte.

Di quest’uomo, lo storico Roberto Carocci ha curato una raccolta di scritti, lettere e documenti inediti: Un “nuovo sole che viene”. Malatesta non realizzò un’opera che sistematizzasse il suo pensiero, eppure scrisse continuamente, in ogni situazione e in qualsiasi parte del mondo si trovasse. Le sue lettere potevano affrontare fino a cinque passaggi diversi prima di arrivare a destinazione e perfino sotto il fascismo continuò ad alimentare la sua rete di comunicazione. Nel volume troviamo procedimenti giudiziari, interrogatori, documenti politici e perfino appunti per la realizzazione di inchiostri simpatici, esplosivi e veleni che nel complesso gettano luce sul contesto storico nel quale si svolgeva la lotta politica ottocentesca.

Il pensiero teorico che emerge da questi documenti è quello di una nuova società comunista che «deve sorgere localmente, tra gruppi affini, per la esperienza ed i vantaggi materiali che procura, per la sicurezza che ispira, per la soddisfazione dei sentimenti di sociabilità, di cordialità, che stanno nell’animo di ogni essere umano». Quella agognata da Malatesta è insomma una società che «deve essere nel sentimento prima di essere nelle cose. Gli è come in una famiglia o in un gruppo di compagni che vivono insieme. Si vive il comunismo se ci si ama ed in proporzione di quanto ci si ama.» Si tratta insomma di una aspirazione profondamente umanistica e volontaristica: la rivoluzione e il comunismo anarchico infatti non sono basati su determinazioni economiche o sociali, ma su una pulsione solidaristica che coniuga libertà individuale e sociale, arrivando a tematizzare precocemente perfino la liberazione della donna: «combattiamo la brutale pretesa del maschio a credersi padrone della femmina».

Gli scritti raccolti da Carocci hanno una sicura rilevanza storica, ma non solo. Una pratica politica, come quella anarchica, che assolutizza il concetto di libertà, indipendentemente dai vincoli della necessità (storica, economica, sociale, antropologica, etologica), può essere accusata di essere una propaggine estrema del pensiero liberale. Eppure non c’è bisogno di esser anarchici per riconoscere l’imprescindibilità delle istanze etiche, umane, immaginarie e sentimentali nell’azione politica. Una rivoluzione che non sia capace di farci sognare, innamorare, cantare e ballare fino all’alba non può che condurci al gulag e poi, inevitabilmente, di nuovo qui, nell’inferno capitalista.

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Sceneggiature e droni https://www.carmillaonline.com/2026/10/14/sceneggiature-e-droni/ Tue, 13 Oct 2026 22:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=97181 di Luca Cangianti

Federico Greco, Guerra e cinema. Capire il cinema di guerra: tra immaginario della violenza e creazione del consenso, Poets & Sailors, 2026, pp. 206, € 16,00.

Il Pentagono collaborò alla produzione di Top Gun fornendo caccia F-14, mentre in Act of Valor recitano veri Navy SEALs. Esempi di questo tipo danno la cifra della compenetrazione tra attività bellica e industria cinematografica, tuttavia con il saggio Guerra e cinema – seguito di Cinema e potere – il filmaker Federico Greco va molto oltre.

Il libro è un originale arrangiamento in versione cartacea di alcune puntate della rubrica di successo [...]]]> di Luca Cangianti

Federico Greco, Guerra e cinema. Capire il cinema di guerra: tra immaginario della violenza e creazione del consenso, Poets & Sailors, 2026, pp. 206, € 16,00.

Il Pentagono collaborò alla produzione di Top Gun fornendo caccia F-14, mentre in Act of Valor recitano veri Navy SEALs. Esempi di questo tipo danno la cifra della compenetrazione tra attività bellica e industria cinematografica, tuttavia con il saggio Guerra e cinema – seguito di Cinema e potere – il filmaker Federico Greco va molto oltre.

Il libro è un originale arrangiamento in versione cartacea di alcune puntate della rubrica di successo Desaparecinema, settimanalmente in streaming su OttolinaTV. Attraverso una carrellata di titoli (capolavori, ma anche mattonate istruttive) che spaziano da Finché c’è guerra c’è speranza di Alberto Sordi a E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo, da Va’ e vedi di Elem Klimov a W. di Oliver Stone, fino a La seconda guerra civile americana e Armageddon, l’autore mostra che lo schermo è un prolungamento degli odierni campi di battaglia. Anzi, diciamola tutta: il cinema in quanto potente creatore di immaginario serve alla guerra tanto quanto le bombe, i missili e i droni.
Ciò avviene sia mediante le interessate forniture in mezzi e in personale di cui sopra, ma soprattutto attraverso un’azione di tipo cognitivo. E qui sta la parte più originale del libro (che fa dimenticare anche qualche scivolata su pretesi e inesistenti ruoli “rivoluzionari” del socialismo reale): l’accettabilità delle bombe, che non cadono certo in testa ai potenti, striscia narrativamente tra le pagine delle sceneggiature attraverso il viaggio dell’eroe hollywoodiano: «l’eroe subisce un torto; l’eroe si addestra; l’eroe sconfigge il cattivo in una “Prova Centrale” o “Resurrezione”». E così se il Dipartimento della Difesa statunitense è pronto a fornire portaerei e carri armati in cambio di interventi mirati sui copioni, la Nato vuole «che lo sceneggiatore, quando deve scrivere di un conflitto moderno, utilizzi spontaneamente le categorie mentali fornite dai briefing: sicurezza collettiva, minaccia ibrida, stabilità democratica.»

Il risultato desiderato, e spesso conseguito, è che l’attività di sterminare, stuprare e dominare per conto delle classi dominanti si trasforma in avventura epica, necessaria, inevitabile e magari perfino piacevole. E tuttavia la micidiale arma cinematografica, nelle mani giuste, si presta anche a un utilizzo opposto e (questo sì) veramente rivoluzionario: sabotare l’antenna feticistica di Essi vivono e mandare in chiaro la bruttezza dei mostri che ci usano come carne da macello.

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Ogni cosa e nessuna: lo stormo come alternativa politica https://www.carmillaonline.com/2026/08/08/ogni-cosa-e-nessuna-lo-stormo-come-alternativa-politica/ Fri, 07 Aug 2026 22:01:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96164 di Luca Cangianti

Nicoletta Vallorani, Ogni cosa e nessuna, Zona 42, 2025, pp. 335, stampa € 16,90, ebook € 8,49.

Fuori c’è il Grande Nulla. Milano è una città circondata da mura, sporca, devastata dalle gang. È una società autoritaria e ferocemente classista: si è estinta la mediazione politica, anche nelle sue versioni liberali di puro belletto; i manifestanti residuali vengono pestati nell’indifferenza generale; il velo e la danza sono proibiti nei luoghi pubblici; «Il clima è diventato un clown che procede a casaccio saltellando tra dune e pozzanghere», ma il governo nega tutto. Nel frattempo sono comparse malattie incomprensibili: in mancanza [...]]]> di Luca Cangianti

Nicoletta Vallorani, Ogni cosa e nessuna, Zona 42, 2025, pp. 335, stampa € 16,90, ebook € 8,49.

Fuori c’è il Grande Nulla. Milano è una città circondata da mura, sporca, devastata dalle gang. È una società autoritaria e ferocemente classista: si è estinta la mediazione politica, anche nelle sue versioni liberali di puro belletto; i manifestanti residuali vengono pestati nell’indifferenza generale; il velo e la danza sono proibiti nei luoghi pubblici; «Il clima è diventato un clown che procede a casaccio saltellando tra dune e pozzanghere», ma il governo nega tutto. Nel frattempo sono comparse malattie incomprensibili: in mancanza di meglio vengono chiamate «cancro generico». L’aspettativa di vita crolla, ma «Per i notiziari va tutto bene». I bambini nascono mediante stupro istituzionalizzato nel Reparto grembi, dove «le donne sono incubatrici da smaltire a nascita avvenuta». La sterilità dilaga, spietata come la giustizia poetica.
È questo il mondo narrativo di Ogni cosa e nessuna, l’ultimo romanzo di Nicoletta Vallorani. Si tratta di un panorama trasversale a molte narrazioni dei nostri tempi. Alcuni esempi a caso: Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (biopolitica del corpo femminile), Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (implicazioni politiche della crisi climatica), Don’t Look up (negazionismo), L’attacco dei giganti (il muro come dispositivo totalitario). Un caso? Niente affatto: è l’inconscio sociale che emerge nelle accoglienti pieghe del fantastico proiettando luce sulle tendenze della vita contemporanea.

All’interno di questo contesto s’incrociano le storie di due personaggi. Il primo è Giuditta, una donna sterile, non conforme, ferita, malata. Per professione racconta storie ai bambini che crescono nella clinica ostetrica, il Corelli – dal nome del tristemente reale Cpr del capoluogo lombardo. Giuditta, sembra innocua, ingenua, affetta da deficit cognitivo, ma esercita una sottile agency eversiva «infilando qualche folletta monella qui e là, o qualche animaletto burlone che se ne infischia delle norme, o qualche maghetta nubile e senza figli che però è felice così. Basta poco per cambiare la direzione delle storie, e quel poco è rivoluzione.» La seconda co-protagonista è un’aliena. Non ha un genere specifico e nemmeno un singolo corpo. Di volta in volta, nel corso delle epoche, è vittima di violenza sessuale, “strega” che cura con le erbe, transessuale, lupo artico, aquila, formica. Medusa è come uno stormo: «Il mio corpo si modella col combinarsi del puzzle delle mie parti», spiega. «Diversamente dagli umani, non nasciamo con un corpo: lo componiamo in relazione al tempo e al movimento da una sfera all’altra, da un mondo a uno diverso.» Il suo obiettivo è conoscerci. Nel corso del suo viaggio millenario scopre la fragilità dei maschi della nostra specie che «si pensano eroi» e la nostra passione per la binarietà: «Voi esseri umani siete rassicurati dalle opposizioni senza vie di mezzo: il bianco e il nero, il morto e il vivo, il maschio e la femmina; il buono e il cattivo; il giusto e quello che non lo è, e via così.»

Da una parte, Medusa è la cugina stellare dei viaggiatori delle Lettere persiane, ma dall’altra è l’incarnazione di un’alternativa di vita sociale. La sua specifica corporeità rimanda al rapporto hegeliano del singolo (uccello) con la totalità (stormo), o addirittura all’individuo sociale pienamente liberato così come descritto nei Grundrisse marxiani. Medusa non ha genere, eppure si è trovata «quasi sempre femmina», perché l’apertura del corpo femminile, sembra dirci Vallorani, è, d’altra parte, disposizione alla relazione.

Il punto di vista che ondeggia tra le varie forme personali, lo stile delicato e riflessivo, gli inserti lirici, predispongono il lettore e la lettrice ad accogliere il messaggio libertario e salvifico di questo romanzo. Medusa non ha nemmeno un esplicito orientamento politico-filosofico, eppure sembra giungere a noi da un modo di vita superiore, non per guidarci, ma forse per accompagnarci, via da questo inferno capitalistico. Al tramonto, come uno stormo migrante, le une accanto alle altre, prendendoci cura gli uni degli altri.

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Sottopagati, sporchi e puzzolenti: il lato cattivo della società https://www.carmillaonline.com/2026/07/21/sottopagati-sporchi-e-puzzolenti-il-lato-cattivo-della-societa/ Mon, 20 Jul 2026 22:01:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96079 di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la [...]]]> di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la passano meglio, ma solo economicamente, per il resto l’umanità che emerge da queste pagine è proletariato in un contesto rurale e periferico, la Maremma. Non ha nulla a che fare con la composizione sociale fordista: quella della grande industria, della catena di montaggio, dei quartieri operai stretti intorno a fabbriche sbuffanti, delle tute blu, della fiera autopercezione di sé come gruppo portatore di interessi omogenei, dei muscolosi bicipiti da cliché e dello sguardo rivolto al sole dell’avvenire. Qui siamo in una terra desolata, dopo il grande reset sociale, iniziato negli anni Ottanta a colpi di ristrutturazioni tecnologiche, repressione del conflitto sociale e diffusione dell’eroina. È un proletariato fatto di individui «sottopagati, sporchi e puzzolenti», spogliati di ogni retorica: disprezzano il lavoro che svolgono, non sono politicamente impegnati, si rilassano consumando sostanze, hanno il «calendario con il pelo» affisso al muro, amano «macchine col tubo di scappamento grosso, e le donne con le cisterne fuori misura», esibiscono tatuaggi verdi sbiaditi, ruttano, non sono immuni da pulsioni razziste e intessono ghirlande di bestemmie: «diodeglinutili», «diosabotatore», «dioperbene», «diopluto», «diotraditore», «diostraniero», «dioimpostore», «diocapitalista», «diobagnato», «diogiudice». Nel romanzo Simone dice convinto: «non ho mai pregato né votato in vita mia e continuerò a non farlo», e si può immaginare che anche tutti gli altri facciano parte dei milioni che non partecipano più alle elezioni politiche; e che, se lo fanno, è solo per esprimere il proprio dolore con parole d’ordine rancorose, lontane da qualsiasi forma di coscienza di classe.
L’ambientazione periferica e l’estraneità dei personaggi al mondo cittadino non sono meri dettagli folclorici: «La città ti fotte, ti dice guarda in alto, i palazzi, i lampioni accesi, le vetrate a specchio»; «I tavolini dei bar di città sono minuscoli come le porzioni, sembrano bocconcini da aperitivo, a prenderne due a testa si finiscono prima i soldi della fame». Nell’ultimo decennio uno dei movimenti sociali più radicali in Europa è stato quello dei Gilets jaunes: nato per rivendicare la riduzione della tassazione “verde” dei carburanti, che penalizzava i ceti popolari rurali obbligati a utilizzare l’auto, si è scagliato contro le élite urbane privilegiate (i “quadrinai” di città, per usare il lessico del romanzo) incarnate dal presidente della repubblica francese; ha rivendicato migliori condizioni di vita e democrazia diretta; ha occupato la scena politica con manifestazioni settimanali, presidi e blocchi stradali per un anno intero mobilitando milioni di cittadini nonostante le migliaia di arresti e di feriti, tra cui decine di manifestanti che hanno perso occhi e mani. Quella di Culo al caldo non è un’identità geografica. È una scelta di campo sociale: «Meglio il bosco, devi guardare in basso per non inciampare tra i rovi e non ti fai fregare dagli arcobaleni.»

Oggi il carattere postfordista della produzione, la sua frammentazione etnica e geografica, l’architettura urbana, l’articolazione mondiale delle catene di valore, disincentivano una percezione del proprio sé adeguata alla posizione sociale ricoperta. Si può perfino ipotizzare che lo sviluppo capitalistico piuttosto che produrre una soggettività antagonista, la disarticoli strutturalmente.
Nel famoso Manifesto, Karl Marx e il suo amico Friedrich Engels esaltano – con qualche venatura etnocentrica – le capacità prometeiche della borghesia. Essa è stata capace di rivoluzionare modi di produzione antiquati, ha reso i fiumi navigabili, concentrato la popolazione nelle città, scatenato le forze della scienza e della tecnologia moltiplicando la produttività del lavoro. Nel compiere questa missione storica, tuttavia, la classe borghese avrebbe firmato la propria futura condanna a morte: «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia – dicono i due pensatori tedeschi – è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.»1
L’esperienza delle rivoluzioni sconfitte, lo studio dell’antropologia e dei modi di produzione precapitalisti sopravvissuti, portarono Marx a un giudizio più articolato e prudente. Oggi è più facile capire che le conquiste produttive del capitalismo non sono propedeutiche a un mondo migliore in cui la tortura del lavoro sia ridotta ad attività residua, volontaria e autorealizzante. La distruzione dei valori comunitari delle forme precapitaliste di vita associata produce solo entropia e sfruttamento aggiuntivo. Così è lecito chiedersi se il contropotere messo in campo nei passati cicli di lotta novecenteschi fosse frutto dello sviluppo capitalistico oppure di una resistenza a questo stesso processo. Insomma: l’operaio massa dell’autunno caldo è figlio dell’omogeneizzazione fordista o dei modi di vita degli immigrati meridionali che non sopportavano il bioritmo industriale?
Molti sociologi hanno analizzato il processo di individualizzazione in corso: Ulrich Beck, Anthony Giddens, Zygmunt Bauman e, prima di loro, Georg Simmel. Esso consiste nel progressivo spostamento del peso delle scelte, delle responsabilità e della costruzione dell’identità, dall’ambito collettivo (famiglia, classe sociale, tradizione, religione) al singolo individuo: le norme sociali rigide perdono forza, le tradizioni sbiadiscono, le scelte biografiche (studio, lavoro, famiglia) percorrono iter meno standardizzati, aumenta lo spettro degli stili di vita, ma anche ed esponenzialmente l’incertezza, la solitudine, la perdita di senso e l’angoscia. Insomma le persone sono sempre meno inquadrate in ruoli già definiti e sempre più chiamate a costruire “autonomamente” il proprio futuro.
Tuttavia, dietro questo processo sociologico, apparentemente foriero di libertà, si nasconde un meccanismo ben più cogente. Infatti è il modo di produzione capitalistico che pone in essere il concetto di individuo come parallelo immaginario degli scambi tra liberi ed eguali possessori di merci. Ciò che non compare alla superficie è la trama di questi scambi, che è di natura vampirica. Una di queste merci è infatti incistata nel corpo stesso degli esseri umani: la forza lavoro. Essa è capace di produrre più ricchezza rispetto al valore con il quale è remunerata per riprodursi fisicamente e culturalmente. Tale ricchezza aggiuntiva viene espropriata invisibilmente dal capitale sotto forma di plusvalore.
Gli esseri umani venditori della propria forza lavoro tendono così a non vedere la mappa complessiva dei condotti idraulici dove scorre il sangue loro estratto e sono spinti a concepirsi come atomi, scatole vuote riempibili a piacere di valori liberamente scelti: identità politiche, religiose, sessuali, calcistiche, morali, alimentari, estetiche, nazionali, etniche e di consumo.
Questo, ovviamente, vale anche per chi li sfrutta, che in Culo al caldo si concede tutte le possibili sfumature di washing, dal green al pink. Come la signora Velluto dell’omonima azienda di autonoleggio: finanzia i Fridays for Future, si muove su un lussuoso plug-in hybrid e assume pose femministe, anche se la ditta usa gasolio di contrabbando e le assunzioni delle impiegate sono decise dal figlio Pierolo – quello che porta al collo un «crocifisso d’oro giallo da mezz’etto» e ha affibbiato a un’impiegata il soprannome di Vivianal «sfruttando una confidenza intima mentre erano strafatti».

I dibattiti sulle guerre culturali (identità di genere, diritti riproduttivi, wokismo e cancel culture, immigrazione/identità nazionale, cambiamento climatico), qualora non contestualizzati materialisticamente, rischiano di oscurare la trama profonda che soggiace alla realtà sociale contemporanea: gli oppressi (donne, omosessuali, transessuali, non binari, soggetti razzializzati, disabili, immigrati, poveri) possono aspirare solo al riconoscimento della loro sofferenza, in quanto vittime. In questo modo, sostiene Mimmo Cangiano, si ingenera «una lotta infinita fra tribù che, perso il comune riferimento al sistema economico, o si auto-accusano o riescono a compattarsi solo mediante l’utilizzo di strumenti normativi come il politically correct».2 Il risultato di questa deriva non casuale, conclude Fabio Ciabatti, da una parte provoca una «balcanizzazione del fronte dei subalterni» e dall’altra la prospettiva surreale di «Uno scontro in cui, contro il patriarcato grande russo, fantomatici soldati gay ucraini possono combattere fianco a fianco con i nazisti del battaglione Azov, attenti lettori della kantiana Per la pace perpetua».3
Se la classe lavoratrice – anche quella più malmessa che descrivono Benocci e Fracasso – è il luogo centrale di una possibile speranza di riscatto, non lo è in quanto identità presuntamente superiore alle altre o maggiormente vittimizzata, ma solo perché cuore della totalità vampirica del capitale, che sussume, funzionalizza e gerarchizza tutte le forme di oppressione, comprese quelle che esistevano prima della sua comparsa: patriarcali, coloniali, razziali, abiliste e religiose. La classe lavoratrice, per la sua peculiare posizione nella sfera produttiva, non è una edenica comunità originaria cui i vari soggetti oppressi devono genuflettersi, come potrebbero affermare dei reazionari verniciati di rosso. Tale classe è un terreno in cui le varie forme di oppressione culturale e di violenza epistemica si intersecano materialisticamente con la dimensione dello sfruttamento. È questo che la rende inaggirabile per chi aspiri a una vita collettiva migliore.
Pensavamo che Benocci e Fracasso ci parlassero solo della Maremma e invece scopriamo che in gioco c’è tutta la nostra vita, tutta la nostra sofferenza, il mondo intero.

I personaggi di Culo al caldo non sono rappresentati con pietismo deamicisiano, ciò nonostante traboccano di umanità. Spesso hanno soprannomi rivelatori, ferite profonde e poteri speciali, sono come «supereroi con il medesimo costume tutti i giorni». Il capofficina della Velluto Viaggi è FAP (come i filtri anti-particolato), Banano si chiama così perché «guida come se avesse un albero in culo», Flebo, autista di ambulanze, perché «Al pronto soccorso prima di metterlo al volante gli fanno una flebo di soluzione fisiologica per diluire l’alcool», Tripla perché «mangia sempre tre primi e tre secondi», Sciopero «perché i suoi l’hanno concepito in fabbrica durante uno sciopero a oltranza».
Culo al caldo è l’equivalente in letteratura di un saggio di sociologia sulla composizione di classe, ma a differenza di un’opera scientifica illustra il suo tema alternando cazzotti sul plesso solare e buffetti di humor. Il registro comico attraversa tutto il romanzo, anche se forse è maggiormente presente nella prima sezione: Iribus chiamati INRI per problemi di surriscaldamento, Tesla padronali che attraversano il piazzale silenziose come la Morte Nera, vecchi proprietari di azienda che collezionano compulsivamente Fiat 500, ma non hanno più controllo sulla continua e pubblica emissione di flatulenze. Si tratta di una trappola: il lettore si diverte e quando la mazza chiodata colpisce, fa ancora più male. Come nella scena struggente in cui due operai edili abbattono per sbaglio un tramezzo e ritrovano nell’appartamento attiguo il maestro di quando andavano alle elementari. L’uomo, vecchio e dimenticato, simboleggia il genitore archetipico che protegge e mai abbandona, il tempo immaginario in cui ancora i giochi non si erano chiusi sul presente fallimentare.

In questo romanzo si mette a nudo la realtà di gran parte del terzo settore che a partire dagli anni Novanta fu visto come surrogato della militanza politica o addirittura come via di fuga smart dal modo di produzione capitalistico. In quegli anni, archiviato il sogno di un cambiamento radicale della società, fu tutto un ribollire di teorie vagamente keynesiane e debitrici inconsapevoli del pensiero socialista proudhoniano. Colonizzarono il dibattito politico dal Sole 24 Ore ai movimenti sociali più radicali. Oggi, a trent’anni di distanza, risulta chiaro che si trattasse di un cavallo di Troia, utile a scarnificare il salario sociale globale: molti servizi che prima erano offerti dallo stato rispettando le normali (ancorché insufficienti) condizioni di lavoro, vengono erogati oggi da soggetti come le cooperative “La Cardarella” o la “SPpp” di cui ci narrano Benocci e Fracasso. Tali entità riescono a pagare meno la forza lavoro, sia contrattualmente che mediante traffici sui mercati grigi e neri; beneficiano di una manodopera più ricattabile e dunque economica, consentendo alle amministrazioni pubbliche di destinare globalmente meno ricchezza ai redditi da salario. «Cooperativa di ‘sta cippa», esclama la voce narrante ed è difficile non darle ragione. L’avessimo capito trent’anni fa sarebbe stato meglio.

Benocci e Fracasso danno voce a chi non ce l’ha. Lo fanno con uno stile che riproduce una parlata popolare ricca di similitudini («Più intricata di un nido di gazza», «brutto come l’Agenzia delle Entrate»), con un vocabolario edile (paiola, pennellessa, embrici, coppi, scavatore, benna, pala) e con una terminologia automotive («l’olio arriva alle punterie, le valvole smettono di cicalare, il fumo denso si fa più leggero, meno catramoso»; «Le gomme a occhio sembrano seminuove, ma hanno dodici anni e sono più dure degli addominali di Saturday, i freni fischiano come un pastore e il cambio gratta fisso»).
La voce narrante è in prima persona, anche se il soggetto cambia a ogni capitolo (Roberto, Mauro, Simone). Il punto di vista è volutamente lasco: prende a calci i manuali di scrittura creativa statunitensi, s’intrufola nelle teste di molti, conferisce al dolore della narrazione un carattere pervasivo.
La speranza in Culo al caldo è una pietra rara, ma non filosofale: «Che faccio? Mi arrendo? O provo a mantenere probabile un sogno?», si chiede Roberto e conclude: «Sognare è bello. Sognare è da signori. Se si accetta che il sogno rimane tale se non lo si realizza.»
L’attuazione di questo sogno non sta e non deve stare nel romanzo, ma fuori, nelle brecce di possibilità che si aprono ciclicamente nei muri dello status quo. La missione riuscita degli autori è porci in empatia con il «lato cattivo» della società, quello che, non per bontà o meriti morali, ma per necessità, è costretto ogni tanto a «produrre il movimento che fa la storia».4


  1. K. Marx-F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Einaudi, 1948, pp. 116-117. ↩

  2. M. Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo, Nottetempo, 2024, p.37. ↩

  3. F. Ciabatti, “God save the drag queen! La cultura woke tra antagonismo e neoliberismo”, Carmilla online, 17.9.2024. ↩

  4. K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1993, pp. 78-79. ↩

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Il giallo è un cavallo di Troia https://www.carmillaonline.com/2026/04/27/il-giallo-e-un-cavallo-di-troia/ Sun, 26 Apr 2026 22:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94296 di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.

Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.

In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto [...]]]> di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.

Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.

In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto che quella di genere. Il primo consente infatti di far risaltare meglio il dialogo che il poliziesco intrattiene con altri modi: fantastici (come nella Casa femmina di Lino Aldani, nel ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti e in Eva di Nicoletta Vallorani), spionistici (come nel Candeliere a sette fiamme di Augusto De Angelis) e horror (come in Bloodyline di Gianfranco Nerozzi). Certo, il poliziesco è figlio della modernità borghese, della fiducia nella conoscibilità del mondo e nella capacità umana di risolvere gli enigmi con il potere della razionalità e della scienza. Tuttavia, con lo stesso sviluppo storico della società capitalistica, le cose si evolvono e già il commissario Maigret, ci ricorda l’autore, nel «Caso Saint-Fiacre non riesce a leggere la realtà, diventa un gregario, inetto, incapace di svolgere le indagini e quindi di scoprire la verità, cioè quanto più di lontano si possa pensare da un investigatore.»
Ma c’è di peggio (o di meglio, a seconda dei punti di vista). Sebastiani, rifacendosi alla lezione di Valerio Evangelisti, sostiene che i temi più scomodi, sommersi e indicibili, si nascondono spesso proprio dove meno te lo aspetti, per esempio in una pubblicazione di carta a basso costo con la copertina gialla: «il giallo è un cavallo di Troia, dove Ilio è il lettore da conquistare nell’ecosistema mediale attuale, e il cavallo una storia che può acquisire più configurazioni, ma attraente, e in grado di veicolare contenuti non banali, o addirittura “impegnati”, per cercare di orientare una (diversa?) coscienza del reale.»

Ciò vale massimamente per il poliziesco italiano, nato a cavallo tra il XIX e il XX secolo, che si caratterizza subito per l’attenzione alle classi disagiate, alle ingiustizie sociali e alla criminalità organizzata, in un clima di sfiducia per le istituzioni e nella possibilità di ristabilire, o perfino concepire, un ordine, una linea di demarcazione tra legale e illegale. Sebastiani passa così in rassegna – con larghe spalle accademiche, ma l’affabulazione del narratore – molti dei fondatori riconosciuti del giallo italiano, da Alessandro Varaldo ad Augusto De Angelis, dedicando tuttavia molto spazio alla produzione più recente. In quest’ultimo caso, oltre alla ricca base empirica va menzionato il taglio multimediale del saggio con un’attenzione originale a webzine, blog letterari e podcast.

Il virus delle tematiche “massimaliste” viene rilevato nel Nome della rosa di Umberto Eco, in cui vengono trasposti i conflitti degli anni settanta, in Falange armata, in cui Carlo Lucarelli descrive una nuova strategia della tensione, nella saga dell’Alligatore, in cui Massimo Carlotto mette in scena l’irriducibilità della memoria del decennio rivoluzionario italiano a fronte del potere dei vincitori. E così il “delitto” finisce per diventare un mero pretesto per parlare d’altro: lotta armata, repressione politica, mafia, razzismo, omofobia, overtourism. Alla faccia del mero intrattenimento!

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Mensaleri e l’immaginario della creatura oppressa https://www.carmillaonline.com/2026/03/10/mensaleri-e-limmaginario-della-creatura-oppressa/ Mon, 09 Mar 2026 23:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93345 di Luca Cangianti

Wu Ming 2, Mensaleri, Einaudi, 2025, pp. 480, € 21,00 stampa, € 13,99 ebook.

Per descrivere l’essenza del capitalismo Marx non trovò di meglio che disseminare la sua principale opera teorica, Il capitale, di vampiri, lupi mannari, macchinari posseduti, creature frankensteiniane e altre stregonerie. Similmente Wu Ming 2 colloca al centro del suo romanzo Mensaleri la figura del mago aziendale Horus. Gli eventi si snodano lungo due linee principali. Una si svolge tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento; riguarda l’imprenditore filantropo Nazzaro Mensa che costruisce una cartiera sull’isola di Parpai e un villaggio operaio sulla sponda del [...]]]> di Luca Cangianti

Wu Ming 2, Mensaleri, Einaudi, 2025, pp. 480, € 21,00 stampa, € 13,99 ebook.

Per descrivere l’essenza del capitalismo Marx non trovò di meglio che disseminare la sua principale opera teorica, Il capitale, di vampiri, lupi mannari, macchinari posseduti, creature frankensteiniane e altre stregonerie. Similmente Wu Ming 2 colloca al centro del suo romanzo Mensaleri la figura del mago aziendale Horus.
Gli eventi si snodano lungo due linee principali. Una si svolge tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento; riguarda l’imprenditore filantropo Nazzaro Mensa che costruisce una cartiera sull’isola di Parpai e un villaggio operaio sulla sponda del fiume Leri. Dalla giustapposizione del cognome dell’industriale e del corso d’acqua si ricava il nome dell’abitato: Mensaleri, per l’appunto. L’uomo d’affari, guidato dai tarocchi del suo consulente magico, si scontra con un’antica confraternita capeggiata da donne che costudiscono un temibile segreto capace di deformare il tempo – altra ossessione filosofica marxiana.
La seconda linea narrativa è ambientata nel 1995. Riniero Mensa, imprenditore della moda, pronipote del fondatore, decide di rilanciare il villaggio operaio ormai deindustrializzato con un progetto di rigenerazione. In questo ambito, la regista teatrale Toni Pohlmann è incaricata di allestire uno spettacolo che racconti la storia del centro abitato. Inizia così una ricerca che scatena eventi inattesi, coinvolge anche la figlia di Toni, Neda, e si intreccia con la prima linea narrativa.

Un primo elemento caratterizzante del romanzo è il mondo narrativo: «ogni dramma», afferma non casualmente la regista, «porta in scena un ordine sociocosmico. I personaggi e l’intreccio vengono dopo.» Mensaleri è infatti un romanzo “geografico” in cui la descrizione rurale e industriale di un’Emilia immaginaria spingono il lettore e la lettrice in una situazione di esitazione fantastica («Sarà tutto vero? Ci si può fidare dei ricordi di una novantenne?»).
Un secondo fattore distintivo è la ricerca stilistica che si avvale di un punto di vista multiplo, a volte onnisciente, altre lasco, sincronico, transtemporale, inclusivo perfino di animali non umani («Il tordo capì che lo strano rapace, appollaiato su un moncone di tronco, doveva essere drogato.»). La voce autoriale è calda, riflessiva, a tratti ricorda quella di un cantastorie, in alcuni capitoli assume le forme esplicite di un “noi” corale che funge da coscienza etica e guida delle emozioni. La lingua è ibridata dal dialetto, la terminologia oscilla tra il mondo contadino e quello della meccanica, narrazione e metanarrazione si inseguono.

Infine, Mensaleri narra di una guerra secolare che si combatte anche nella sfera dell’immaginario. Da una parte individui che espropriano ricchezza altrui, recintano, trasformano l’incanto in magia prezzolata, le feste popolari in competizioni, l’utilità delle cose in valore di scambio, il tempo per vivere in tempo di lavoro; dall’altra una comunità di miserabili che per vivere e resistere si affida alla doppiezza della religione: essa, come affermava Marx nell’Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel, è «oppio dei popoli», ma allo stesso tempo «protesta contro la miseria reale», «sospiro della creatura oppressa». E così, sfruttando questa seconda caratteristica, le figure devianti e sofferenti descritte da Wu Ming 2 esprimono la loro ribellione, evocano «Le ipotesi che non si sono avverate», «Le forze del possibile contro quelle del passato, l’immaginazione contro la realtà, il salto invece della ripetizione».

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I mutanti della D’istruzione pubblica https://www.carmillaonline.com/2026/02/17/i-mutanti-della-distruzione-pubblica/ Mon, 16 Feb 2026 23:01:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93122 di Luca Cangianti

Sta nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità. È questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta [...]]]> di Luca Cangianti

Sta nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità. È questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta in Italia, sul servizio sanitario nazionale. Insieme a queste, D’istruzione pubblica, completa una trilogia critica sul capitalismo contemporaneo.

Il film, uscito a inizio febbraio, ha scatenato un dibattito divisivo. Alla prima romana, dopo alcuni interventi da parte degli spettatori e le repliche dei registi, i capannelli di discussione hanno tardato a sciogliersi e la sala è stata liberata con difficoltà. Mi è capitato di vedere qualcosa del genere solo all’uscita di Mulholland Drive: in questo caso nessuno ci aveva capito nulla; all’uscita di D’istruzione pubblica, invece, tutti sostenevano di aver capito, ma se le davano (verbalmente) di santa ragione. Nei giorni seguenti, le proiezioni nelle varie città italiane registravano un sold out dopo l’altro, mentre il dibattito si riversava sulla stampa e dilagava nei social – un fenomeno piuttosto inusuale per un film prodotto (Studio Zabalik) e distribuito (OpenDDB – Produzione dal Basso) indipendentemente grazie a una campagna di crowdfunding.

Greco e Melchiorre ormai hanno consolidato uno stile riconoscibile. La pellicola non è un reportage, ma una storia di vita intrecciata a una tesi forte. La prima riguarda Lorenzo Varaldo, dirigente dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, e le sue battaglie: contro la riforma Berlinguer che prevedeva di accorpare elementari e medie in un ciclo unico; per la difesa del tempo pieno, dei programmi nazionali e della libertà di insegnamento. Si tratta di una vicenda di grande impatto emotivo, accompagnata dalla musica dei Pink Floyd, dalle testimonianze di docenti umiliati e pagati una miseria, dalle immagini degli edifici scolastici che cadono a pezzi, mentre i fondi del Pnrr vengono usati in gran parte per progetti di digitalizzazione di dubbia finalità.
Accanto a questa microlinea narrativa, ce n’è un’altra macro: la demolizione dell’istruzione pubblica cominciata nel 1997 con la legge Bassanini e con l’autonomia scolastica, proseguita attraverso tutti i governi, sia di sinistra (impareggiabili alzatori di palla) che di destra (diligenti schiacciatori). Qui i registi montano velocemente interviste di insegnanti, psicanalisti ed economisti avvalendosi anche di animazioni. Infine il documentario sostiene la tesi che il neoliberismo si sia appropriato dei contenuti di alcune scuole di pensiero pedagogico sostituendo la didattica basata sull’apprendimento di saperi con quella delle competenze al servizio del mercato. Questo processo, in un contesto di definanziamento pubblico, ha costretto le scuole a competere le une con le altre, a fare attività promozionali, open day accattivanti per rendersi attrattive e raccogliere risorse economiche. Il risultato, indipendentemente dalle buone intenzioni di alcuni sostenitori della didattica per competenze, avrebbe prodotto un degrado generalizzato del livello culturale degli studenti e delle studentesse.

E qui veniamo all’acceso dibattito tuttora in corso. Alcuni hanno visto rappresentato nel documentario il proprio sconcerto di fronte a una vita scolastica grottesca, asservita a logiche di valutazione algoritmica, deprivata di qualsiasi aspetto realmente formativo. Altri hanno sostenuto che l’autonomia scolastica e la didattica per competenze non vanno a discapito della conoscenza, mentre il lavoro di Greco e Melchiorre contrapporrebbe un Eden scolastico degli anni Settanta e Ottanta al degrado del presente. Questa nostalgia, a detta dei critici, rischierebbe di fornire un assist alle pulsioni restaurazioniste e discriminatorie della destra politica e culturale.

La scuola è un’agenzia di socializzazione e quindi dev’essere funzionale (almeno sul lungo periodo) alla società che la circonda: non può esistere una scuola “socialista” in una società capitalista, né si costruisce il socialismo (qualsiasi cosa esso sia) a partire dalla sola scuola. La scuola del dopoguerra, in barba al dettato costituzionale, era ancora la scuola gentiliana, classista, selettiva e meritocratica. La sua funzione era formare una classe dirigente funzionale a un capitalismo molto diverso da quello contemporaneo. Le lotte sociali e il movimento studentesco, a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni Settanta, incrinarono la funzionalità di questa istituzione: vasti strati di proletariato entrarono in aule che gli erano state precluse; per lungo tempo, anche dopo l’esaurirsi del decennio rivoluzionario, il corpo gentiliano dovette convivere con istanze critiche che non furono addomesticate nemmeno dal tentativo di istituzionalizzazione delle lotte concepito con i Decreti Delegati del 1974.
Da questo punto di vista gli attuali trend bipartisan in materia di politica scolastica possono esser letti in due sensi.
Da una parte come tentativo, più o meno maldestro, di rifunzionalizzazione della scuola alle necessità di una struttura produttiva italiana che dagli anni Novanta in poi ha perso progressivamente peso: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ormai residuali e la quota principale della manifattura nazionale è di tipo maturo. A questo capitale micragnoso servono poca filosofia e spirito critico, un po’ di tecnici di qualifica base e media, e tanto risparmio in formazione on the job.
D’altra parte, specularmente a quanto in corso nella sanità, per far posto a un mercato scolastico, dove possa trovar sbocco una parte dell’ingente massa di capitale finanziario accumulato e in pericolo di deterioramento, bisogna prima rendere residuale e di bassa qualità l’offerta pubblica.

Insomma, se a qualcuno la scuola del secolo scorso può apparire migliore di quella odierna non è certo per la pedagogia gentiliana, ma solo perché – per fare un esempio microstorico – ancora nel 1981 di fronte a un colpo di stato stalinista in Polonia, capitava che studenti e studentesse interrompessero la lezione di italiano per capire insieme che cosa stava accadendo nel mondo e quale contributo avrebbero potuto offrire. Loro, a quattordici anni.
Quando nel buio della sofferenza sogniamo un mondo migliore, può anche succedere di guardare al passato. I rivoluzionari francesi in fondo si facevano chiamare cittadini, sognavano la repubblica e indossavano il berretto frigio, ma la presa della Bastiglia non restaurò le istituzioni del mondo antico. Unico antidoto per non cadere nella trappola di un romanticismo nostalgico è rimanere in ascolto di chi esprime disagio e conflitto.
La rete capillare di contatti, le discussioni con docenti, sindacati di base e attivisti del mondo della scuola che stanno alle spalle di D’istruzione pubblica vanno in questa direzione. Poi ognuno giudichi per conto proprio. Per me è un film da vedere, se trovate posto.

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Anche l’amore è sussunto al capitale https://www.carmillaonline.com/2026/02/04/anche-lamore-e-sussunto-al-capitale/ Tue, 03 Feb 2026 23:01:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92849 di Luca Cangianti

Rosa Fioravante, Il mercato dell’amore. Il capitalismo digitale delle app di dating, Alegre, 2025, pp. 160, € 15,00 stampa, € 7,99 ebook.

C’è stato un tempo in cui i siti d’incontro online erano soggetti a stigma: chi vi si rivolgeva era considerato uno sfigato o una sfigata che si metteva nelle mani di bugiardi e malintenzionati. Oggi non è più così: già nel 2020 le app di dating contavano 320 milioni di utenti e quasi la metà dei giovani adulti statunitensi dichiara di averle usate. L’enorme ameba capitalistica, nella sua brama d’inglobare e mettere a profitto tutto ciò che [...]]]> di Luca Cangianti

Rosa Fioravante, Il mercato dell’amore. Il capitalismo digitale delle app di dating, Alegre, 2025, pp. 160, € 15,00 stampa, € 7,99 ebook.

C’è stato un tempo in cui i siti d’incontro online erano soggetti a stigma: chi vi si rivolgeva era considerato uno sfigato o una sfigata che si metteva nelle mani di bugiardi e malintenzionati. Oggi non è più così: già nel 2020 le app di dating contavano 320 milioni di utenti e quasi la metà dei giovani adulti statunitensi dichiara di averle usate. L’enorme ameba capitalistica, nella sua brama d’inglobare e mettere a profitto tutto ciò che è gratuito, sta progressivamente sussumendo quelli che (a torto) potevano sembrare incomprimibili ambiti extramercantili: la ricerca del partner, l’amore, il romanticismo. È questo il contesto del nuovo saggio di Rosa Fioravante, Il mercato dell’amore, che tuttavia si concentra su come queste app siano progettate e commercializzate.

Le piattaforme di dating si basano sullo sfruttamento del meccanismo di rilascio della dopamina generato dagli apprezzamenti ricevuti online. Nel 2013, Tinder introduce per prima lo swipe, il dito strisciato sullo schermo che consente di scegliere le foto degli utenti graditi. Se la preferenza è reciproca si apre la chat e il corteggiamento può iniziare con una base quantitativa di possibilità che nessun concerto, bar o festa universitaria avrebbe mai potuto offrire. Tuttavia, passato oltre un decennio da quell’innovazione di marketing, le statistiche testimoniano una crescente insoddisfazione degli utenti che esperiscono «un conflitto valoriale sulla piattaforma, ovvero un conflitto attivo tra valori personali (amore autentico, spontaneità) e valori di mercato (efficienza, scelta illimitata, ottimizzazione). Questo conflitto genera dissonanze, incertezza e malessere nei consumatori… L’utilizzo della piattaforma, anziché arricchire, può lasciare l’utente frustrato o disilluso.»
Tali delusioni hanno contribuito a creare spazio per nuovi brand come Bumble, definito il Tinder “femminista” per il fatto di consentire alle sole donne di fare il primo passo nel matching eterossessuale; Grindr, l’app focalizzata sul superamento dello storico ostacolo della comunità omosessuale: riconoscersi in un ambiente stigmatizzante; Hinge, soprannominato l’“anti-Tinder” (nonostante la stessa proprietà) per il fatto di concentrarsi sulla qualità e durabilità delle relazioni, piuttosto che sulla quantità.

Secondo Fioravante, non sono le app la causa prima di questa nuova conquista territoriale del capitale: è piuttosto il processo d’individuazione e atomizzazione capitalistico che distrugge le reti sociali, le comunità e i corpi intermedi. L’ottimismo marxiano che immaginava una correlazione positiva tra sviluppo del capitalismo e rafforzamento dei sui “seppellitori” incontra anche in questo campo una parziale disconferma. Solo nel vuoto relazionale postfordista l’algoritmo delle app può succhiarci un altro pezzetto di vita.
Il mercato dell’amore getta un raggio di luce potente sulla lotta all’ultimo swipe tra valore d’uso e valore di scambio nell’ambito del dating online. Si tratta di un libro che offre una strumentazione tecnica, chiara e asciutta a chi voglia navigare criticamente il mare mosso della contemporaneità capitalistica, senza rifugiarsi nelle isole, ideologiche e reazionarie, dell’amancord.

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Logistica: il panta rei della merce https://www.carmillaonline.com/2025/09/16/logistica-il-panta-rei-della-merce/ Mon, 15 Sep 2025 22:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90546 di Luca Cangianti

Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitti, Carocci, 2025, pp. 120, € 14,00.

Un mondo liscio, lubrificato, incanalato, senza conflitti, attrito e soluzioni di continuità. È questo il paradiso sognato dall’inconscio logistico: il panta rei, il tutto scorre della merce. La logistica è costituita da tutte le attività necessarie da far giungere un prodotto ai clienti. Solo allora sarà merce, perché, come giustamente ricorda Karl Marx, il trasporto è parte integrante della produzione. La logistica in Italia, il nuovo saggio di Andrea Bottalico, illustra attraverso documenti d’archivio, interviste e osservazione partecipante, come questo settore industriale, che [...]]]> di Luca Cangianti

Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitti, Carocci, 2025, pp. 120, € 14,00.

Un mondo liscio, lubrificato, incanalato, senza conflitti, attrito e soluzioni di continuità. È questo il paradiso sognato dall’inconscio logistico: il panta rei, il tutto scorre della merce.
La logistica è costituita da tutte le attività necessarie da far giungere un prodotto ai clienti. Solo allora sarà merce, perché, come giustamente ricorda Karl Marx, il trasporto è parte integrante della produzione. La logistica in Italia, il nuovo saggio di Andrea Bottalico, illustra attraverso documenti d’archivio, interviste e osservazione partecipante, come questo settore industriale, che costituisce oltre l’8% del pil italiano, rappresenti la nuova frontiera avanzata del capitalismo contemporaneo. Le navi, i camion, le gru, i treni, gli aerei, i nastri trasportatori, i software e i robot utilizzati da multinazionali quali Amazon, Walmart, Ups, FedEx, Dhl, Tnt, Gls, Msc, non spostano meramente prodotti, ma scompongono e riassemblano continuamente processi produttivi agendo sul valore complessivo, sui tassi di profitto e sulla composizione della forza lavoro.

Nata con la scienza bellica, lo sviluppo delle infrastrutture e il mercato degli schiavi, la logistica, secondo l’autore, attraversa tre fasi principali. Nella prima, dagli anni cinquanta ai settanta  del secolo scorso, siamo ancora a un livello da sussunzione meramente formale, con il trasporto ferroviario che cede progressivamente il passo a quello su gomma. La seconda fase, negli anni ottanta e novanta, è connotata dalla rivoluzione del container1: la centralità fordista della produzione viene scomposta e il trasporto diventa uno degli aspetti cruciali del processo di accumulazione. In questo modo si pone in essere il bisogno di nuovi porti, interporti, ferrovie, strade, ma anche di infrastrutture immateriali e sociali: «Se in passato il trasporto delle merci era costituito da un seguito di segmenti operati da vettori diversi», afferma Bottalico, «ora il container elimina la cosiddetta “rottura del carico”, trasformando il trasporto in un unico flusso ininterrotto e riducendo sia i tempi che i costi». Infine, nella terza fase in corso, l’autore individua i seguenti fattori principali: utilizzo dell’informatica e delle pratiche just in time, sviluppo dell’intermodalità, consolidamento della figura dello spedizioniere come organizzatore del trasporto integrato, frammentazione, esternalizzazione dei servizi logistici e di trasporto, subappalto e precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Stando a quanto emerge perfino da alcune ordinanze di tribunali, queste ultime due componenti nel modello logistico italiano raggiungono livelli parossistici mediante l’utilizzo spesso fraudolento di cooperative, lavoro nero, evasione fiscale e contributiva. Si inserirebbero in questo contesto le morti per investimento del lavoratore egiziano Abd Elsalam Ahmed Eldanf nel 2016 e del lavoratore marocchino Adil Belakhdim nel 2021, nonché vari raid punitivi ai danni di altri lavoratori. D’altro canto, mentre il sindacato confederale legato al mondo delle cooperative non ha saputo guadagnarsi la rappresentanza della forza lavoro migrante del comparto, emergono nuove forme di lotta radicale che hanno conseguito vittorie contrattuali e miglioramenti delle condizioni lavorative.
Il sogno capitalista dell’inarrestabile fluire non riesce a prescindere dalla rugosità operaia – una contraddizione che il saggio di Bottalico mette bene in luce, con equilibrio sociologico, ma senza ossificare un presente privo di dinamica e di speranze.


  1. Al tema l’autore ha dedicato un volume specifico recensito qui. ↩

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Margherita e Dolcino: ribellarsi non è mai inutile https://www.carmillaonline.com/2025/08/26/margherita-e-dolcino-ribellarsi-non-e-mai-inutile/ Mon, 25 Aug 2025 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90195 di Luca Cangianti

Fabrizio Bozzetti, Margherita dei ribelli. Sorella, eretica, rivoluzionaria, DeriveApprodi, 2025, pp. 416, € 20,00.

Valerio Evangelisti ci ha fatto conoscere contropelo le forze femminili, lunari ed eretiche della ribellione attraverso gli occhi della reazione, dell’inquisitore Eymerich. Fabrizio Bozzetti con il romanzo Margherita dei ribelli compie la stessa operazione, ma usa direttamente lo sguardo di un’insubordinata: Margherita Boninsegna di Trento, una giovane nobile segnata dal tradimento del fratello che l’ha rinchiusa in convento per aver rifiutato un matrimonio indesiderato. Questa ferita la disallinea rispetto al mondo ordinario dei primi anni del XIV secolo. Come si presenta l’occasione fugge insieme a [...]]]> di Luca Cangianti

Fabrizio Bozzetti, Margherita dei ribelli. Sorella, eretica, rivoluzionaria, DeriveApprodi, 2025, pp. 416, € 20,00.

Valerio Evangelisti ci ha fatto conoscere contropelo le forze femminili, lunari ed eretiche della ribellione attraverso gli occhi della reazione, dell’inquisitore Eymerich. Fabrizio Bozzetti con il romanzo Margherita dei ribelli compie la stessa operazione, ma usa direttamente lo sguardo di un’insubordinata: Margherita Boninsegna di Trento, una giovane nobile segnata dal tradimento del fratello che l’ha rinchiusa in convento per aver rifiutato un matrimonio indesiderato. Questa ferita la disallinea rispetto al mondo ordinario dei primi anni del XIV secolo. Come si presenta l’occasione fugge insieme a un’altra donna, conoscitrice di erbe e seguace di Dolcino, il capo di un gruppo di ribelli che rivendica il ritorno al cristianesimo delle origini: rifiuto dell’opulenza ecclesiastica, condivisione dei beni, uguaglianza di genere e libertà sessuale.

Come nella migliore fiction storica i rimandi all’attualità politica sono molti, ben integrati nel mondo narrativo, ma anche piacevolmente individuabili: «L’unica colpa di Dolcino e di chi lo ama è aver lottato per un mondo migliore, di liberi ed eguali, padroni di niente e servi di nessuno!», grida Margherita in faccia al nemico. Nella sua voce riecheggia sia la parabola evangelica (Luca 17,7-10), sia lo slogan dello spezzone anarchico nelle giornate di Genova 2001: «Padroni di niente, servi di nessuno, all’arrembaggio del futuro!». E ancora: in uno dei blocchi in corsivo, che marcano l’introspezione della protagonista, leggiamo: «Ora intravedo il balenare di ciò che i maschi temono in noi, il grande potere dello spirito selvaggio che dentro ciascuna grida altissimo e feroce.» Uno degli slogan più popolari nei cortei femministi degli ultimi anni è stato appunto: «Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce».

Margherita dei ribelli è molte cose insieme: romanzo storico, di formazione, d’introspezione, d’amore e di critica politica. È attentamente ambientato nel medioevo e incastona la finzione senza attrito con le vicende reali. Narra della graduale presa di coscienza di una ragazza che incontra il mondo deviante dei ribelli, prima incomprensibile e respingente, poi via via affascinante. È la storia di due anime ferite, quelle di Margherita e di Dolcino, che si scontrano, si conoscono, si amano e si armano per affermare un ideale di giustizia. Per tutti questi motivi il romanzo di Bozzetti è un racconto d’azione, di tradimenti, di violenze efferate, di vittorie parziali e di sconfitte umilianti. Come qualsiasi grande vicenda umana, del resto. Allo stesso tempo, nel corso delle vicende, emerge con forza la convinzione (anche questa centrale nella poetica di Evangelisti) che insorgere contro l’ingiustizia, al di là degli esiti, non sia mai inutile. Anche in caso di sconfitta le gesta dei ribelli serviranno d’ispirazione alle future generazioni. È per questo che, passati più di sette secoli, Margherita e Dolcino parlano ancora al nostro cuore.

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