Luca Cangianti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 02 Mar 2026 22:55:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 I mutanti della D’istruzione pubblica https://www.carmillaonline.com/2026/02/17/i-mutanti-della-distruzione-pubblica/ Mon, 16 Feb 2026 23:01:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93122 di Luca Cangianti

Sta nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità. È questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta [...]]]> di Luca Cangianti

Sta nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità. È questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta in Italia, sul servizio sanitario nazionale. Insieme a queste, D’istruzione pubblica, completa una trilogia critica sul capitalismo contemporaneo.

Il film, uscito a inizio febbraio, ha scatenato un dibattito divisivo. Alla prima romana, dopo alcuni interventi da parte degli spettatori e le repliche dei registi, i capannelli di discussione hanno tardato a sciogliersi e la sala è stata liberata con difficoltà. Mi è capitato di vedere qualcosa del genere solo all’uscita di Mulholland Drive: in questo caso nessuno ci aveva capito nulla; all’uscita di D’istruzione pubblica, invece, tutti sostenevano di aver capito, ma se le davano (verbalmente) di santa ragione. Nei giorni seguenti, le proiezioni nelle varie città italiane registravano un sold out dopo l’altro, mentre il dibattito si riversava sulla stampa e dilagava nei social – un fenomeno piuttosto inusuale per un film prodotto (Studio Zabalik) e distribuito (OpenDDB – Produzione dal Basso) indipendentemente grazie a una campagna di crowdfunding.

Greco e Melchiorre ormai hanno consolidato uno stile riconoscibile. La pellicola non è un reportage, ma una storia di vita intrecciata a una tesi forte. La prima riguarda Lorenzo Varaldo, dirigente dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, e le sue battaglie: contro la riforma Berlinguer che prevedeva di accorpare elementari e medie in un ciclo unico; per la difesa del tempo pieno, dei programmi nazionali e della libertà di insegnamento. Si tratta di una vicenda di grande impatto emotivo, accompagnata dalla musica dei Pink Floyd, dalle testimonianze di docenti umiliati e pagati una miseria, dalle immagini degli edifici scolastici che cadono a pezzi, mentre i fondi del Pnrr vengono usati in gran parte per progetti di digitalizzazione di dubbia finalità.
Accanto a questa microlinea narrativa, ce n’è un’altra macro: la demolizione dell’istruzione pubblica cominciata nel 1997 con la legge Bassanini e con l’autonomia scolastica, proseguita attraverso tutti i governi, sia di sinistra (impareggiabili alzatori di palla) che di destra (diligenti schiacciatori). Qui i registi montano velocemente interviste di insegnanti, psicanalisti ed economisti avvalendosi anche di animazioni. Infine il documentario sostiene la tesi che il neoliberismo si sia appropriato dei contenuti di alcune scuole di pensiero pedagogico sostituendo la didattica basata sull’apprendimento di saperi con quella delle competenze al servizio del mercato. Questo processo, in un contesto di definanziamento pubblico, ha costretto le scuole a competere le une con le altre, a fare attività promozionali, open day accattivanti per rendersi attrattive e raccogliere risorse economiche. Il risultato, indipendentemente dalle buone intenzioni di alcuni sostenitori della didattica per competenze, avrebbe prodotto un degrado generalizzato del livello culturale degli studenti e delle studentesse.

E qui veniamo all’acceso dibattito tuttora in corso. Alcuni hanno visto rappresentato nel documentario il proprio sconcerto di fronte a una vita scolastica grottesca, asservita a logiche di valutazione algoritmica, deprivata di qualsiasi aspetto realmente formativo. Altri hanno sostenuto che l’autonomia scolastica e la didattica per competenze non vanno a discapito della conoscenza, mentre il lavoro di Greco e Melchiorre contrapporrebbe un Eden scolastico degli anni Settanta e Ottanta al degrado del presente. Questa nostalgia, a detta dei critici, rischierebbe di fornire un assist alle pulsioni restaurazioniste e discriminatorie della destra politica e culturale.

La scuola è un’agenzia di socializzazione e quindi dev’essere funzionale (almeno sul lungo periodo) alla società che la circonda: non può esistere una scuola “socialista” in una società capitalista, né si costruisce il socialismo (qualsiasi cosa esso sia) a partire dalla sola scuola. La scuola del dopoguerra, in barba al dettato costituzionale, era ancora la scuola gentiliana, classista, selettiva e meritocratica. La sua funzione era formare una classe dirigente funzionale a un capitalismo molto diverso da quello contemporaneo. Le lotte sociali e il movimento studentesco, a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni Settanta, incrinarono la funzionalità di questa istituzione: vasti strati di proletariato entrarono in aule che gli erano state precluse; per lungo tempo, anche dopo l’esaurirsi del decennio rivoluzionario, il corpo gentiliano dovette convivere con istanze critiche che non furono addomesticate nemmeno dal tentativo di istituzionalizzazione delle lotte concepito con i Decreti Delegati del 1974.
Da questo punto di vista gli attuali trend bipartisan in materia di politica scolastica possono esser letti in due sensi.
Da una parte come tentativo, più o meno maldestro, di rifunzionalizzazione della scuola alle necessità di una struttura produttiva italiana che dagli anni Novanta in poi ha perso progressivamente peso: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ormai residuali e la quota principale della manifattura nazionale è di tipo maturo. A questo capitale micragnoso servono poca filosofia e spirito critico, un po’ di tecnici di qualifica base e media, e tanto risparmio in formazione on the job.
D’altra parte, specularmente a quanto in corso nella sanità, per far posto a un mercato scolastico, dove possa trovar sbocco una parte dell’ingente massa di capitale finanziario accumulato e in pericolo di deterioramento, bisogna prima rendere residuale e di bassa qualità l’offerta pubblica.

Insomma, se a qualcuno la scuola del secolo scorso può apparire migliore di quella odierna non è certo per la pedagogia gentiliana, ma solo perché – per fare un esempio microstorico – ancora nel 1981 di fronte a un colpo di stato stalinista in Polonia, capitava che studenti e studentesse interrompessero la lezione di italiano per capire insieme che cosa stava accadendo nel mondo e quale contributo avrebbero potuto offrire. Loro, a quattordici anni.
Quando nel buio della sofferenza sogniamo un mondo migliore, può anche succedere di guardare al passato. I rivoluzionari francesi in fondo si facevano chiamare cittadini, sognavano la repubblica e indossavano il berretto frigio, ma la presa della Bastiglia non restaurò le istituzioni del mondo antico. Unico antidoto per non cadere nella trappola di un romanticismo nostalgico è rimanere in ascolto di chi esprime disagio e conflitto.
La rete capillare di contatti, le discussioni con docenti, sindacati di base e attivisti del mondo della scuola che stanno alle spalle di D’istruzione pubblica vanno in questa direzione. Poi ognuno giudichi per conto proprio. Per me è un film da vedere, se trovate posto.

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Anche l’amore è sussunto al capitale https://www.carmillaonline.com/2026/02/04/anche-lamore-e-sussunto-al-capitale/ Tue, 03 Feb 2026 23:01:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92849 di Luca Cangianti

Rosa Fioravante, Il mercato dell’amore. Il capitalismo digitale delle app di dating, Alegre, 2025, pp. 160, € 15,00 stampa, € 7,99 ebook.

C’è stato un tempo in cui i siti d’incontro online erano soggetti a stigma: chi vi si rivolgeva era considerato uno sfigato o una sfigata che si metteva nelle mani di bugiardi e malintenzionati. Oggi non è più così: già nel 2020 le app di dating contavano 320 milioni di utenti e quasi la metà dei giovani adulti statunitensi dichiara di averle usate. L’enorme ameba capitalistica, nella sua brama d’inglobare e mettere a profitto tutto ciò che [...]]]> di Luca Cangianti

Rosa Fioravante, Il mercato dell’amore. Il capitalismo digitale delle app di dating, Alegre, 2025, pp. 160, € 15,00 stampa, € 7,99 ebook.

C’è stato un tempo in cui i siti d’incontro online erano soggetti a stigma: chi vi si rivolgeva era considerato uno sfigato o una sfigata che si metteva nelle mani di bugiardi e malintenzionati. Oggi non è più così: già nel 2020 le app di dating contavano 320 milioni di utenti e quasi la metà dei giovani adulti statunitensi dichiara di averle usate. L’enorme ameba capitalistica, nella sua brama d’inglobare e mettere a profitto tutto ciò che è gratuito, sta progressivamente sussumendo quelli che (a torto) potevano sembrare incomprimibili ambiti extramercantili: la ricerca del partner, l’amore, il romanticismo. È questo il contesto del nuovo saggio di Rosa Fioravante, Il mercato dell’amore, che tuttavia si concentra su come queste app siano progettate e commercializzate.

Le piattaforme di dating si basano sullo sfruttamento del meccanismo di rilascio della dopamina generato dagli apprezzamenti ricevuti online. Nel 2013, Tinder introduce per prima lo swipe, il dito strisciato sullo schermo che consente di scegliere le foto degli utenti graditi. Se la preferenza è reciproca si apre la chat e il corteggiamento può iniziare con una base quantitativa di possibilità che nessun concerto, bar o festa universitaria avrebbe mai potuto offrire. Tuttavia, passato oltre un decennio da quell’innovazione di marketing, le statistiche testimoniano una crescente insoddisfazione degli utenti che esperiscono «un conflitto valoriale sulla piattaforma, ovvero un conflitto attivo tra valori personali (amore autentico, spontaneità) e valori di mercato (efficienza, scelta illimitata, ottimizzazione). Questo conflitto genera dissonanze, incertezza e malessere nei consumatori… L’utilizzo della piattaforma, anziché arricchire, può lasciare l’utente frustrato o disilluso.»
Tali delusioni hanno contribuito a creare spazio per nuovi brand come Bumble, definito il Tinder “femminista” per il fatto di consentire alle sole donne di fare il primo passo nel matching eterossessuale; Grindr, l’app focalizzata sul superamento dello storico ostacolo della comunità omosessuale: riconoscersi in un ambiente stigmatizzante; Hinge, soprannominato l’“anti-Tinder” (nonostante la stessa proprietà) per il fatto di concentrarsi sulla qualità e durabilità delle relazioni, piuttosto che sulla quantità.

Secondo Fioravante, non sono le app la causa prima di questa nuova conquista territoriale del capitale: è piuttosto il processo d’individuazione e atomizzazione capitalistico che distrugge le reti sociali, le comunità e i corpi intermedi. L’ottimismo marxiano che immaginava una correlazione positiva tra sviluppo del capitalismo e rafforzamento dei sui “seppellitori” incontra anche in questo campo una parziale disconferma. Solo nel vuoto relazionale postfordista l’algoritmo delle app può succhiarci un altro pezzetto di vita.
Il mercato dell’amore getta un raggio di luce potente sulla lotta all’ultimo swipe tra valore d’uso e valore di scambio nell’ambito del dating online. Si tratta di un libro che offre una strumentazione tecnica, chiara e asciutta a chi voglia navigare criticamente il mare mosso della contemporaneità capitalistica, senza rifugiarsi nelle isole, ideologiche e reazionarie, dell’amancord.

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Logistica: il panta rei della merce https://www.carmillaonline.com/2025/09/16/logistica-il-panta-rei-della-merce/ Mon, 15 Sep 2025 22:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90546 di Luca Cangianti

Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitti, Carocci, 2025, pp. 120, € 14,00.

Un mondo liscio, lubrificato, incanalato, senza conflitti, attrito e soluzioni di continuità. È questo il paradiso sognato dall’inconscio logistico: il panta rei, il tutto scorre della merce. La logistica è costituita da tutte le attività necessarie da far giungere un prodotto ai clienti. Solo allora sarà merce, perché, come giustamente ricorda Karl Marx, il trasporto è parte integrante della produzione. La logistica in Italia, il nuovo saggio di Andrea Bottalico, illustra attraverso documenti d’archivio, interviste e osservazione partecipante, come questo settore industriale, che [...]]]> di Luca Cangianti

Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitti, Carocci, 2025, pp. 120, € 14,00.

Un mondo liscio, lubrificato, incanalato, senza conflitti, attrito e soluzioni di continuità. È questo il paradiso sognato dall’inconscio logistico: il panta rei, il tutto scorre della merce.
La logistica è costituita da tutte le attività necessarie da far giungere un prodotto ai clienti. Solo allora sarà merce, perché, come giustamente ricorda Karl Marx, il trasporto è parte integrante della produzione. La logistica in Italia, il nuovo saggio di Andrea Bottalico, illustra attraverso documenti d’archivio, interviste e osservazione partecipante, come questo settore industriale, che costituisce oltre l’8% del pil italiano, rappresenti la nuova frontiera avanzata del capitalismo contemporaneo. Le navi, i camion, le gru, i treni, gli aerei, i nastri trasportatori, i software e i robot utilizzati da multinazionali quali Amazon, Walmart, Ups, FedEx, Dhl, Tnt, Gls, Msc, non spostano meramente prodotti, ma scompongono e riassemblano continuamente processi produttivi agendo sul valore complessivo, sui tassi di profitto e sulla composizione della forza lavoro.

Nata con la scienza bellica, lo sviluppo delle infrastrutture e il mercato degli schiavi, la logistica, secondo l’autore, attraversa tre fasi principali. Nella prima, dagli anni cinquanta ai settanta  del secolo scorso, siamo ancora a un livello da sussunzione meramente formale, con il trasporto ferroviario che cede progressivamente il passo a quello su gomma. La seconda fase, negli anni ottanta e novanta, è connotata dalla rivoluzione del container1: la centralità fordista della produzione viene scomposta e il trasporto diventa uno degli aspetti cruciali del processo di accumulazione. In questo modo si pone in essere il bisogno di nuovi porti, interporti, ferrovie, strade, ma anche di infrastrutture immateriali e sociali: «Se in passato il trasporto delle merci era costituito da un seguito di segmenti operati da vettori diversi», afferma Bottalico, «ora il container elimina la cosiddetta “rottura del carico”, trasformando il trasporto in un unico flusso ininterrotto e riducendo sia i tempi che i costi». Infine, nella terza fase in corso, l’autore individua i seguenti fattori principali: utilizzo dell’informatica e delle pratiche just in time, sviluppo dell’intermodalità, consolidamento della figura dello spedizioniere come organizzatore del trasporto integrato, frammentazione, esternalizzazione dei servizi logistici e di trasporto, subappalto e precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Stando a quanto emerge perfino da alcune ordinanze di tribunali, queste ultime due componenti nel modello logistico italiano raggiungono livelli parossistici mediante l’utilizzo spesso fraudolento di cooperative, lavoro nero, evasione fiscale e contributiva. Si inserirebbero in questo contesto le morti per investimento del lavoratore egiziano Abd Elsalam Ahmed Eldanf nel 2016 e del lavoratore marocchino Adil Belakhdim nel 2021, nonché vari raid punitivi ai danni di altri lavoratori. D’altro canto, mentre il sindacato confederale legato al mondo delle cooperative non ha saputo guadagnarsi la rappresentanza della forza lavoro migrante del comparto, emergono nuove forme di lotta radicale che hanno conseguito vittorie contrattuali e miglioramenti delle condizioni lavorative.
Il sogno capitalista dell’inarrestabile fluire non riesce a prescindere dalla rugosità operaia – una contraddizione che il saggio di Bottalico mette bene in luce, con equilibrio sociologico, ma senza ossificare un presente privo di dinamica e di speranze.


  1. Al tema l’autore ha dedicato un volume specifico recensito qui

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Margherita e Dolcino: ribellarsi non è mai inutile https://www.carmillaonline.com/2025/08/26/margherita-e-dolcino-ribellarsi-non-e-mai-inutile/ Mon, 25 Aug 2025 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90195 di Luca Cangianti

Fabrizio Bozzetti, Margherita dei ribelli. Sorella, eretica, rivoluzionaria, DeriveApprodi, 2025, pp. 416, € 20,00.

Valerio Evangelisti ci ha fatto conoscere contropelo le forze femminili, lunari ed eretiche della ribellione attraverso gli occhi della reazione, dell’inquisitore Eymerich. Fabrizio Bozzetti con il romanzo Margherita dei ribelli compie la stessa operazione, ma usa direttamente lo sguardo di un’insubordinata: Margherita Boninsegna di Trento, una giovane nobile segnata dal tradimento del fratello che l’ha rinchiusa in convento per aver rifiutato un matrimonio indesiderato. Questa ferita la disallinea rispetto al mondo ordinario dei primi anni del XIV secolo. Come si presenta l’occasione fugge insieme a [...]]]> di Luca Cangianti

Fabrizio Bozzetti, Margherita dei ribelli. Sorella, eretica, rivoluzionaria, DeriveApprodi, 2025, pp. 416, € 20,00.

Valerio Evangelisti ci ha fatto conoscere contropelo le forze femminili, lunari ed eretiche della ribellione attraverso gli occhi della reazione, dell’inquisitore Eymerich. Fabrizio Bozzetti con il romanzo Margherita dei ribelli compie la stessa operazione, ma usa direttamente lo sguardo di un’insubordinata: Margherita Boninsegna di Trento, una giovane nobile segnata dal tradimento del fratello che l’ha rinchiusa in convento per aver rifiutato un matrimonio indesiderato. Questa ferita la disallinea rispetto al mondo ordinario dei primi anni del XIV secolo. Come si presenta l’occasione fugge insieme a un’altra donna, conoscitrice di erbe e seguace di Dolcino, il capo di un gruppo di ribelli che rivendica il ritorno al cristianesimo delle origini: rifiuto dell’opulenza ecclesiastica, condivisione dei beni, uguaglianza di genere e libertà sessuale.

Come nella migliore fiction storica i rimandi all’attualità politica sono molti, ben integrati nel mondo narrativo, ma anche piacevolmente individuabili: «L’unica colpa di Dolcino e di chi lo ama è aver lottato per un mondo migliore, di liberi ed eguali, padroni di niente e servi di nessuno!», grida Margherita in faccia al nemico. Nella sua voce riecheggia sia la parabola evangelica (Luca 17,7-10), sia lo slogan dello spezzone anarchico nelle giornate di Genova 2001: «Padroni di niente, servi di nessuno, all’arrembaggio del futuro!». E ancora: in uno dei blocchi in corsivo, che marcano l’introspezione della protagonista, leggiamo: «Ora intravedo il balenare di ciò che i maschi temono in noi, il grande potere dello spirito selvaggio che dentro ciascuna grida altissimo e feroce.» Uno degli slogan più popolari nei cortei femministi degli ultimi anni è stato appunto: «Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce».

Margherita dei ribelli è molte cose insieme: romanzo storico, di formazione, d’introspezione, d’amore e di critica politica. È attentamente ambientato nel medioevo e incastona la finzione senza attrito con le vicende reali. Narra della graduale presa di coscienza di una ragazza che incontra il mondo deviante dei ribelli, prima incomprensibile e respingente, poi via via affascinante. È la storia di due anime ferite, quelle di Margherita e di Dolcino, che si scontrano, si conoscono, si amano e si armano per affermare un ideale di giustizia. Per tutti questi motivi il romanzo di Bozzetti è un racconto d’azione, di tradimenti, di violenze efferate, di vittorie parziali e di sconfitte umilianti. Come qualsiasi grande vicenda umana, del resto. Allo stesso tempo, nel corso delle vicende, emerge con forza la convinzione (anche questa centrale nella poetica di Evangelisti) che insorgere contro l’ingiustizia, al di là degli esiti, non sia mai inutile. Anche in caso di sconfitta le gesta dei ribelli serviranno d’ispirazione alle future generazioni. È per questo che, passati più di sette secoli, Margherita e Dolcino parlano ancora al nostro cuore.

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Decolonizzare l’immaginario cinematografico https://www.carmillaonline.com/2025/08/08/decolonizzare-limmaginario-cinematografico/ Thu, 07 Aug 2025 22:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89906 di Luca Cangianti

Federico Greco, Cinema e Potere. Leggere la propaganda nella storia del cinema di Hollywood, Poets & Sailors, 2025, pp. 276, € 16,00.

Valerio Evangelisti sosteneva che l’immaginario è un campo di battaglia: le forze dello status quo fanno di tutto per conquistarlo, mentre quelle della ribellione cercano di sabotarne la colonizzazione. L’immaginario affonda le proprie radici nell’inconscio collettivo, nel mito, e si manifesta nella musica, nella pittura, nella letteratura, nel cinema e nei videogiochi. Non è quindi un caso che il film-maker Federico Greco (Il mistero di Lovercraft, Piigs, C’era una volta in Italia, alcune delle sue [...]]]> di Luca Cangianti

Federico Greco, Cinema e Potere. Leggere la propaganda nella storia del cinema di Hollywood, Poets & Sailors, 2025, pp. 276, € 16,00.

Valerio Evangelisti sosteneva che l’immaginario è un campo di battaglia: le forze dello status quo fanno di tutto per conquistarlo, mentre quelle della ribellione cercano di sabotarne la colonizzazione. L’immaginario affonda le proprie radici nell’inconscio collettivo, nel mito, e si manifesta nella musica, nella pittura, nella letteratura, nel cinema e nei videogiochi. Non è quindi un caso che il film-maker Federico Greco (Il mistero di Lovercraft, Piigs, C’era una volta in Italia, alcune delle sue opere) apra il saggio Cinema e potere con un’affermazione di Elmer Davis, direttore dell’Ufficio per l’informazione bellica degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale: «Il modo più semplice per iniettare un’idea propagandistica nella mente della maggior parte delle persone è farla passare attraverso un film di intrattenimento, quando non si rendono conto di essere oggetto di propaganda».

Il libro è una trascrizione rivista e approfondita delle prime undici puntate della seguitissima rubrica Desaparecinema che Greco cura per OttolinaTV. Si tratta di un’operazione di controegemonia che analizza e decostruisce pellicole famosissime o mai arrivate in sala. Si va dalle distopie L’uomo che fuggì dal futuro (1971), Soylent Green (1973) e Zardoz (1974 – film adorato da Evangelisti, dicasi per inciso), che descrivono sotto metafora i meccanismi del capitalismo contemporaneo, a pellicole mai distribuite come Il giorno in cui il clown pianse di Jerry Lewis. Scorrendo le pagine veniamo a sapere molti retroscena politici dell’industria hollywoodiana e perfino che il padre di Paperino e Topolino è stato un informatore segreto dell’Fbi. Tuttavia Greco non compila una lista dei “buoni” e dei “cattivi”: «Il cinema dei grandi registi rimane grande cinema anche se quei registi lo hanno fatto per imporre ideologie e propaganda. Rimane cinema quello di John Ford, che era contiguo alla Cia; rimane cinema quello di Chaplin, comunista convinto; rimane cinema quello di Stanley Kubrick, cui di fascismo e antifascismo non importava nulla.» Ciò che è imprescindibile è decodificare cosa vediamo, altrimenti siamo destinati a rimanerne vittime inconsapevoli: «guardiamo i film che vogliamo, anche la Cortellesi (no, Veltroni no), ma almeno cerchiamo ogni volta di capire cosa e chi c’è dietro. Quale idea di mondo propongono. Il cinema è ancora un’arma potente e tocca difenderci, se non vogliamo diventare, o rimanere, zombie analfoliberali. Mettiamola in un altro modo: vedetevi pure i film di merda che vi pare ma poi non lamentatevi se in cabina elettorale la matita va da sola». E già, Greco ha le sue idiosincrasie e quando sente parlare di sinistra meanstream mette la mano sulla pistola. Ma chi siamo noi per giudicare?

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Mikasa ti amo. L’attacco dialettico dei giganti https://www.carmillaonline.com/2025/07/22/mikasa-ti-amo-lattacco-dialettico-dei-giganti/ Mon, 21 Jul 2025 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89757 di Luca Cangianti

L’antagonista, il villain, il mostro, il nemico si presentano come doppio dell’eroe. Di questo abbiamo parlato in un articolo precedente. Nell’Attacco dei giganti – manga di Hajime Isayama dal quale è stato in seguito realizzato un anime – si fa un passo avanti verso una relazione dialettica dalle tinte hegeliane.

Uno spoiler titanico Per argomentare questa tesi partiamo da un’esposizione priva di qualsiasi cautela in materia di spoiler. Da cento anni l’umanità residua vive nella città di Paradis protetta da un muro alto cinquanta metri. Fuori c’è il “nemico naturale”, i giganti. Si tratta di umanoidi che ricordano [...]]]> di Luca Cangianti

L’antagonista, il villain, il mostro, il nemico si presentano come doppio dell’eroe. Di questo abbiamo parlato in un articolo precedente. Nell’Attacco dei giganti – manga di Hajime Isayama dal quale è stato in seguito realizzato un anime – si fa un passo avanti verso una relazione dialettica dalle tinte hegeliane.

Uno spoiler titanico
Per argomentare questa tesi partiamo da un’esposizione priva di qualsiasi cautela in materia di spoiler. Da cento anni l’umanità residua vive nella città di Paradis protetta da un muro alto cinquanta metri. Fuori c’è il “nemico naturale”, i giganti. Si tratta di umanoidi che ricordano degli zombie in formato ciclopico. Nei documenti storici non c’è traccia della causa che ha portato alla loro apparizione; divorano solo gli esseri umani, ma non disponendo di un apparato digerente li rigurgitano; non respirano, non soffrono la fame né la sete, non hanno organi sessuali e se privati di un arto lo rigenerano. Hanno bisogno solo di luce e il loro punto debole si trova dietro il collo.
L’incidente scatenante avviene quando due giganti, il Colossale e il Corazzato, aprono una breccia nelle mura: i mostri dilagano causando morte e distruzione. Eren Jaeger, l’eroe, assiste impotente alla morte della madre. Giura vendetta e, insieme ai suoi amici Armin e Mikasa, si unisce al Corpo di Ricerca, il cui scopo è scoprire l’origine e la natura dei giganti. I suoi militi, tenaci e indomiti, sono gli unici a uscire dalle mura. Sono rivoluzionari e sognatori: in una società chiusa e dominata dalla paura, rappresentano la speranza di un mondo migliore, il coraggio di andare oltre i limiti, praticamente e metaforicamente. Il loro motto è: «Offriamo i nostri cuori!»
Nel corso degli eventi Eren scopre di avere la capacità di trasformarsi egli stesso in gigante, pur conservando la sua coscienza umana. Inizia così una lunga guerra, non solo per sconfiggere i giganti, ma anche per svelare molti misteri. Si scopre che i giganti sono esseri umani trasformati e che il vero nemico è il mondo esterno alle mura – in particolare la nazione di Marley, che da secoli opprime gli eldiani, gli unici esseri umani capaci di trasformarsi in giganti. L’isola di Paradis altro non è che l’ultimo rifugio di questo popolo dopo la caduta dell’impero di Eldia. Gli abitanti della città fortificata pensavano di combattere contro i mostri e adesso scoprono che i mostri sono loro, o almeno che il mondo li considera tali.
Ereditando i ricordi del padre, Eren scopre l’origine dei nove giganti primordiali, la storia del popolo di Ymir, cioè Eldia, e i conflitti tra questa e Marley. Eren decide allora di distruggere il mondo per garantire la sopravvivenza del suo popolo. Alleatosi temporaneamente con il fratellastro Zeke Jaeger, s’impossessa del potere della Fondatrice Ymir che permette il controllo assoluto su tutti i giganti. Infine scatena il Boato della Terra che consiste nella liberazione di milioni di giganti colossali imprigionati nelle mura di Paradis. Questi si mettono in marcia per sterminare l’umanità fuori dall’isola.
Quando Mikasa e Armin scoprono gli intenti di Eren, si ribellano al suo piano e formano un’alleanza con alcuni ex avversari, uniti da un obiettivo comune: fermare Eren e salvare l’umanità. Quest’ultimo nel frattempo si è trasformato in un mega-mostro osseo. Durante lo scontro finale, Armin colpisce la bestia con il potere del Colossale, mentre Mikasa penetra all’interno della struttura titanica per cercare il corpo umano di Eren. Lo trova in stato semicosciente, con un’espressione di pace sul volto. Mikasa, da sempre legata a Eren da un amore tragico e sconfinato, si trova di fronte alla scelta più difficile: salvare il mondo oppure l’uomo che ama. Gli taglia la testa e lo bacia (esattamente in quest’ordine). In una realtà alternativa mostrata nei capitoli finali, Eren rivela a Mikasa di aver voluto essere fermato da lei. Sapeva di essere oltre ogni redenzione, ma desiderava che fosse Mikasa a chiudere il cerchio. Il potere dei giganti scompare e l’umanità, pur se ridotta a un misero venti per cento, sopravvive. Ciò nonostante la tensione tra Paradis e le altre nazioni rimane.

La negazione determinata
L’attacco dei giganti è una narrazione di scontro, di guerra, di svolte, di rivelazioni e di paradossi, ma i termini che si oppongono e cozzano non sono estrinseci. Essi si strutturano secondo uno schema prossimo alla negazione determinata di Hegel. Come il filosofo spiega nella Scienza della logica «L’unico punto, per ottenere il progresso scientifico […] è la conoscenza […] che il negativo è insieme anche il positivo, ossia che quello che si contraddice non si risolve nello zero, nel nulla astratto, ma si risolve essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare, vale a dire che una tale negazione non è una negazione qualunque, ma la negazione di quella cosa determinata che si risolve, ed è perciò negazione determinata. […] Codesta negazione è un nuovo concetto, ma un conetto che è superiore e più ricco che non il precedente […] ed è l’unità di quel concetto e del suo opposto.»1 Facciamo un esempio: nel confliggere frontale di due figure sociali (negazione astratta), una potrebbe esser pronta a sottomettersi all’altra per salvare la propria vita (negazione di sé). Si genera così la relazione tra servo e signore descritta nella Fenomenologia dello spirito.2 Hegel dice che il lato dominato di questo rapporto è costretto a lavorare per quello dominante, ma in questo modo apprende a plasmare gli oggetti e il mondo, dunque acquisisce potere e coscienza di sé (negazione determinata), mentre il signore si limita a fruire immediatamente dei prodotti creati dal servo. Quest’ultimo grazie al lavoro nega sé stesso come pura passività e trasforma tale negazione in un momento positivo: si forma nel lavoro e si riconosce come soggetto più libero e cosciente del signore. La negazione determinata non comporta distruzione, ma trasformazione e conservazione di un contenuto in un nuovo contesto più avanzato.

Le contraddizioni dei giganti
Riassumiamo ora i conflitti principali dell’Attacco dei giganti. 1) I giganti sono nemici degli umani rinchiusi in Paradis, ma poi si rivela che anche quest’ultimi possono trasformarsi in giganti. L’alterità nemica è quindi interiorizzata e il conflitto si sposta fuori le mura. 2) Le mura proteggono l’umanità dai giganti, ma la loro capacità di resistenza è dovuta al potere d’indurimento dei giganti che sono intrappolati all’interno delle fortificazioni stesse. 3) Eren e Armin sognano il mare e la libertà oltre le mura e i giganti, ma scopriranno che al di là dell’oceano c’è Marley che vuole sterminare gli abitanti di Paradis considerandoli mostri. È da Marley infatti che provengono i giganti che assediano Paradis. Essi altro non sono che parte della popolazione eldiana trasformata forzosamente. 4) Eren è l’eroe che sogna un mondo migliore, ma si trasforma nel distruttore della Terra. 5) Sempre lui dichiara: «Io sono uno schiavo della libertà!». Vuole andare oltre le mura, conoscere il mondo, essere libero di scegliere, ma quando accede ai ricordi del futuro del Gigante Fondatore si rende conto che le sue azioni erano già state previste. È lui che ha mostrato al padre gli eventi a venire per costringerlo a compiere determinate azioni. 6) Mikasa ama Eren, ma lo uccide: la ragazza compie l’impresa dell’eroe Eren sconfiggendo l’antagonista Eren e la sua dialettica priva di sintesi – il Boato della Terra.

L’amore di Mikasa
«Il primo momento nell’amore», sostiene Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto, «è che io non voglio essere una persona autonoma per me e che, se lo fossi, mi sentirei manchevole e incompleto. Il secondo momento è che io acquisto me in un’altra persona, che io valgo in lei ciò che a sua volta essa consegue in me. L’amore è pertanto la contraddizione più prodigiosa, che l’intelletto non può sciogliere, giacché non vi è nulla di più arduo di questo carattere puntiforme dell’autocoscienza, che viene negato e che io pur tuttavia devo avere come affermativo.»3 Il primo momento è simbolizzato da Mikasa che non si separa mai dalla sciarpa regalatale da Eren; il secondo dalle caratteristiche di Eren che attraggono Mikasa: lo spirito combattivo, il desiderio di giustizia e di libertà. Il motto ricorrente dell’eroe è infatti: «Combatti, devi combattere!» Nel momento in cui questi stessi elementi rischiano di provocare la distruzione, Mikasa compie il più grande atto di amore. Uccide il suo amato per conservarne le aspirazioni. Gli taglia la testa e, dopo un bacio che toglie il fiato, la trattiene in grembo. In questo modo, prossemicamente, Mikasa nega, ma conserva Eren e ciò che egli simbolizza. Dando la morte, Mikasa è la vita che trionfa sulla morte, la dialettica allo stato puro, lancinante, eroica, struggente. Per questo non si può che amare Mikasa.

L’antagonista come motore della storia
Jean Hyppolite afferma che nella Fenomenologia dello spirito «la dialettica producentesi nell’esteriorità si traspone all’interno dell’autocoscienza stessa». In questo modo «la dualità delle autocoscienze viventi diviene la duplicazione dell’autocoscienza all’interno di sé. L’indipendenza del signore e la severa educazione del servo divengono la padronanza-di-sé dello stoico – sempre libero quali che siano le circostanze o i casi della sorte – o l’esperienza della libertà assoluta dello scettico, il quale dissolve ogni posizione diversa da quella dell’io stesso.»4 E così come Alexandre Kojève ricorda che la negazione dell’Altro in Hegel non è assoluta, ma sempre determinata,5 noi possiamo affermare che il gigante rappresenta la negazione determinata di Eren e che, più in generale in narratologia, l’antagonista nega determinatamente l’eroe. Questo infatti riesce a compiere il proprio viaggio6 grazie alla lotta con l’antagonista così come il servo progredisce spiritualmente in virtù del conflitto con il signore, che funge da catalizzatore. Il nemico, l’antagonista, non è mera opposizione esterna, ma momento interno del processo dialettico che permette all’eroe di confliggere, negarsi e autogenerarsi in una nuova superiore identità. Non si sconfigge il nemico annientandolo, ma passandoci attraverso, interiorizzandolo come negativo.
Marx affermava che «È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia». Noi possiamo aggiungere che senza «questo inconveniente della società»7 non ci sarebbe stato né incidente scatenante né conflitto. Saremmo rimasti a casa, non avremmo intrapreso viaggio alcuno e di conseguenza non ci saremmo evoluti. Nessuna storia sarebbe stata scritta o raccontata; non ci saremmo innamorati di Mikasa, non saremmo morti e non continueremmo a vivere in lei.


  1. G.W.F. Hegel, Scienza della logica, vol. I, Laterza, 1988, p. 36. 

  2. Cfr. id., Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, 1988, pp. 159-164. 

  3. Id. Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio con le aggiunte di Eduard Gans, a cura di G. Marini, Laterza, 1999, pp. 332-333. 

  4. Jean Hyppolite, Genesi e struttura della «Fenomenologia dello spirito» di Hegel, La Nuova Italia, 1989, p. 191. 

  5. Cfr. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, 1996, p. 65. 

  6. Cfr. A. Penequo (a cura di), Il viaggio rivoluzionario dell’eroe. Narrare, conoscere, ribellarsi, Mimesis 2020. 

  7. K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1993, pp. 78-79. 

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Cent’anni di lotte. Una mostra per restituire alla città tutta la Ex Snia https://www.carmillaonline.com/2025/05/30/centanni-di-lotte-una-mostra-per-restituire-alla-citta-tutta-la-ex-snia/ Thu, 29 May 2025 22:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88724 di Luca Cangianti

Un gruppo di pischelli scavalca un muro e si fa strada tra la vegetazione selvaggia. Ridono e scherzano, ma hanno anche un po’ paura: sono entrati in una proprietà privata. Alla fine si bloccano e rimangono a bocca aperta: gli uccelli gridano dall’alto e la luce del sole si riflette su grande specchio d’acqua purissima. Hanno scoperto un lago, proprio vicino a casa loro, nella periferia romana.

Adesso un “pischello” di quel gruppo ce l’ho di fronte a me, anche se sono passati più di trent’anni: «Le panche di legno per noi erano vascelli pirata», racconta. «Con gli amici [...]]]> di Luca Cangianti

Un gruppo di pischelli scavalca un muro e si fa strada tra la vegetazione selvaggia. Ridono e scherzano, ma hanno anche un po’ paura: sono entrati in una proprietà privata. Alla fine si bloccano e rimangono a bocca aperta: gli uccelli gridano dall’alto e la luce del sole si riflette su grande specchio d’acqua purissima. Hanno scoperto un lago, proprio vicino a casa loro, nella periferia romana.

Adesso un “pischello” di quel gruppo ce l’ho di fronte a me, anche se sono passati più di trent’anni: «Le panche di legno per noi erano vascelli pirata», racconta. «Con gli amici ci divertivamo a giocare a battaglia navale sul lago. Poi un giorno in un edificio diroccato ho trovato delle schede di cartoncino: c’erano le foto di chi lavorava qui, le loro mansioni e persino le punizioni che subivano. E così mentre gli altri facevano i graffiti, io me ne rimanevo imbambolato per ore a sfogliare l’archivio abbandonato della Snia Viscosa». Marco si riferisce alla fabbrica di fibre tessili artificiali fondata nel 1923. Dopo trent’anni di attività e quaranta di abbandono, l’area è acquistata nei primi anni novanta da una società che inizia i lavori per costruire un centro commerciale, intercettando però una falda idrica. Questa è l’origine del lago metropolitano di diecimila metri quadrati di superficie. Dopo molti esposti presentati dai residenti riguardo alla correttezza delle concessioni edilizie e la richiesta di destinare gli spazi al verde pubblico, inizia una lunga vicenda giudiziaria. Su parte del terreno espropriato nel 1997 viene aperto al pubblico il Parco delle energie, grazie a una battaglia del Centro sociale Ex Snia sorto dall’occupazione di alcuni capannoni del complesso industriale. Nel 2015, infine, il lago è finalmente aperto alla cittadinanza. «Adesso dobbiamo completare il lavoro: è giunta l’ora di far arrivare al sindaco la voce dei residenti: bisogna espropriare gli ultimi quattro ettari e mezzo di terreno in mano ai privati per impedire l’edificazione di un polo logistico e di uno studentato per ricchi di cui non c’è alcun bisogno, mentre invece è vitale tutelare gli spazi verdi in una zona di Roma interamente edificata.»

Questa storia centenaria è raccontata nella mostra “Viscosa di Roma. 100 anni di Storie, Lotte e Natura all’ex Snia”, la cui apertura gratuita dal venerdì alla domenica (ore 16.00-20.00) è stata prolungata fino al 6 di giugno. A promuovere l’iniziativa sono il Centro di Documentazione Maria Baccante e il Forum Parco delle Energie.
Guardo le foto e vedo le immagini sbiadite di alcuni alberelli; adesso sono enormi pini centenari. Vedo i volti delle donne e degli uomini che migrarono dalla provincia per affollare borghetti e baraccopoli; che fecero la Resistenza, che condussero scioperi lunghi e coraggiosi, che erano multati dalla dirigenza per tremore delle mani e lavorazione incompleta. Anni dopo si sarebbe scoperto che si trattava di solfocarbonismo, una malattia professionale che provocava disturbi al sistema neurologico, allucinazioni, vertigini e, per l’appunto, tremori. Molti operai finirono i loro giorni all’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà.
«Il quartiere ci riconosce ormai come depositari delle loro memorie» afferma Maria. «Se qualcuno trova un documento della Viscosa viene a donarcelo.» E poi passa a elencare le attività di public history e di mobilitazione sociale che rendono così originale questa esperienza di attivismo: percorsi di storia industriale e del quartiere, studio dell’immigrazione italiana e straniera, analisi della fauna e della vegetazione locale, coinvolgimento delle scuole, ragazzi che raccolgono le memorie degli abitanti del quartiere e persino una piccola Colonna di Traiano a manovella realizzata dai bambini per raccontare la storia del territorio.

È il 25 aprile, finisce la visita guidata della mostra e inizia un percorso che si ferma davanti alle case dei partigiani e delle partigiane. A ogni tappa prende la parola un residente e ne racconta la storia. In mezzo alla piccola folla di partecipanti rimugino su quel che vedo e sento: dalla fine del ciclo di lotte degli anni settanta a oggi tanti si sono affannati a costruire gruppi e partiti residuali di sinistra più o meno radicale; tanti hanno corso appresso a una rappresentanza elettorale ormai deprivata di qualsiasi potere dal reset postfordista. Il risultato? Nuove sconfitte, depressione e masochistica coazione a ripetere. E invece questi attivisti qui combattono il processo di individualizzazione e atomizzazione capitalistica creando una nuova mitologia territoriale. Fanno parlare le vie, i palazzi e le vecchie fabbriche dismesse; risignificano lo spazio urbano, creano identità condivise, comunità. Lontano dai centri commerciali, lontano dal loro immaginario seducente e traditore. Senza questo lavoro umile e grandioso, mi dico, come possiamo pretendere di suscitare una nuova coscienza rivoluzionaria? Un nuovo e prorompente desiderio di veder realizzato un mondo migliore?
Ma forse sono solo mie elucubrazioni e quindi chiedo a Marco se tutte queste attività facciano parte di un progetto politico più ampio: «E certo!», mi risponde di getto, come se la mia domanda fosse scontata. In quel momento il suo sorriso malizioso mi ricorda un pischello che trent’anni fa scavalcava i muri delle proprietà private.

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Economia neoclassica: una rete che non prende pesci https://www.carmillaonline.com/2025/05/21/economia-neoclassica-una-rete-che-non-prende-pesci/ Tue, 20 May 2025 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88585 di Luca Cangianti

Francesco Schettino, Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene, pref. Clara E. Mattei, Meltemi, 2025, pp. 262, € 20,00.

Alcune parti del pensiero di Karl Popper sono sicuramente discutibili, specialmente in ambito politico. Però la metafora delle teorie scientifiche che sarebbero reti gettate sul mare della realtà per afferrare i «fatti» mi sembra suggestiva. Certo, è stato detto che a ben vedere i «pesci» stessi sarebbero prodotti (piuttosto che pescati) da tali reti, e che, a seconda della rilevanza del pesce, i pescatori sarebbero indotti a mutar metodo di pesca. Fatto sta che intorno al 1870 gli [...]]]> di Luca Cangianti

Francesco Schettino, Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene, pref. Clara E. Mattei, Meltemi, 2025, pp. 262, € 20,00.

Alcune parti del pensiero di Karl Popper sono sicuramente discutibili, specialmente in ambito politico. Però la metafora delle teorie scientifiche che sarebbero reti gettate sul mare della realtà per afferrare i «fatti» mi sembra suggestiva. Certo, è stato detto che a ben vedere i «pesci» stessi sarebbero prodotti (piuttosto che pescati) da tali reti, e che, a seconda della rilevanza del pesce, i pescatori sarebbero indotti a mutar metodo di pesca. Fatto sta che intorno al 1870 gli economisti hanno cambiato le loro attrezzature di pesca e oggi si insegna quasi esclusivamente il paradigma neoclassico. Tutto il resto è relegato nei pressi dello sgabuzzino delle scope e dileggiato come «eterodossia». Gli eretici però esistono e ciclicamente tornano all’attacco, perché il pesce portato a tavola è piuttosto insipido. In tale contesto, Socializzare i profitti di Francesco Schettino è una scialuppa di salvataggio per tutti i lettori curiosi di capire meglio cosa c’è dietro i manuali patinati che si studiano nelle facoltà di economia di tutto il mondo.

Il libro si prefigge di smontare il paradigma ortodosso e mostrare cosa non va. L’oggetto dell’economia neoclassica è costituito dall’efficienza, ovvero dall’allocazione ottima di risorse scarse. L’autore a tal proposito mette in evidenza una omomorfia tra la teoria e il suo oggetto: il capitalismo, «pur avendo… impresso una accelerazione “mostruosa” alla produzione di merci a livello mondiale, trae origine e incrementa il suo sviluppo quando non c’è abbondanza. In effetti, se si osserva la genesi storica del modo di produzione, e si guarda, in particolare, al processo della cosiddetta accumulazione originaria… ci si accorge che alla sua base c’è stato un processo che ha smantellato la disponibilità diffusa di beni comuni, creando artificialmente la scarsità di possibilità economiche, attraverso le enclosures».
L’unità d’analisi del paradigma dominante è costituita dagli individui-consumatori che agiscono secondo criteri di razionalità soggettiva. Il capitalista possessore di stock di capitale viene posto allo stesso livello del possessore di capacità imprenditoriali, del rentier e del possessore di forza-lavoro. Ognuno dà il suo contributo alla produzione. La scuola neoclassica riduce gli elementi della spiegazione a un comune denominatore, all’essere utili o disutili e quindi scambiabili. Ciò rende possibile l’applicazione diffusa del ragionamento algebrico. Il prezzo ha natura relativa, mentre il valore è trattato soggettivamente e dipende dall’intensità del desiderio; è una relazione mentale tra individuo e merce e, ovviamente, astrae dai processi sociali.
Con questo tipo di rete, valore, distribuzione, crisi e sfruttamento – oggetti delle ricerche degli economisti appartenenti alla precedente scuola classica (Smith, Ricardo e Marx) – scivolarono via nelle profondità oceaniche. Contemporaneamente le nozioni di razionalità, di concorrenza perfetta e allocazione ottimale delle risorse offrirono un tono di scientificità positivista. Fu così che dalla political economy (come sociology, history e psychology) si passò all’economics (come physics e mathematics). Ciò che restava di politico era l’occultamento della dimensione politica dell’economia: la scienza economica, malgrado i progressi tecnici che la svolta neoclassica apportò, subì un impoverimento esplicativo. Schettino infatti mette in evidenza come l’approccio meanstream fallisca nello spiegare i fenomeni socio-economici più rilevanti che abbiamo di fronte agli occhi: le strutturali crisi cicliche, il prosperare dei monopoli a detrimento della tanto decantata concorrenza, l’assurda – ma funzionale dal punto di vista del dominio politico – polarizzazione economica tra ricchissimi e poverissimi in un mondo di crescente abbondanza, l’assottigliarsi dei ceti medi, le guerre commerciali e quelle fatte con i missili e i droni.

Nel quinto capitolo, infine, l’autore sfida il Moloch del Tina (there is no alternative) e abbozza arditamente alcune caratteristiche che una società postcapitalista dovrebbe avere per affrontare le catastrofi contemporanee (sfruttamento, polarizzazione sociale, disoccupazione, monopoli, degrado ambientale, tendenza strutturale alla guerra). Tale nuova formazione economico-sociale dovrebbe basarsi principalmente su cinque elementi: «a) il passaggio a un’economia in cui il valore d’uso sia prioritario e dunque al centro della produzione economica; b) riduzione dell’orario di lavoro anche per migliorare la qualità della vita; c) modificare la divisione standardizzata del lavoro, riportando creatività sul posto di lavoro, coerentemente con quanto sosteneva Marx (1891) nella Critica al programma di Gotha per cui la società futura non vedrà più i lavoratori “schiavi della divisione del lavoro” che diverrà “la principale necessità vitale e non solo un mero mezzo di sostentamento”; d) democratizzazione del processo produttivo anche rallentando l’economia; in altre parole in luogo del dispotismo del capitale si porrebbe la cooperazione e l’associativismo tra lavoratori; e) fornire la corretta rilevanza ai lavori essenziali come quelli di assistenza e cura.»
Lo strumento principe per conseguire questi obiettivi viene individuato in una pianificazione capace di coordinare a priori le decisioni d’investimento e non a posteriori come fa il mercato mediante le fluttuazioni dei prezzi relativi. Ciò limiterebbe le storture legate alla massimizzazione del profitto e permetterebbe di tener conto dei bisogni sociali.

Schettino mette bene in chiaro che si tratta di esperimenti mentali e non «ricette per l’osteria dell’avvenire». Lo sviluppo storico della conflittualità sociale, sia nel bene che più spesso nel male, è sempre più incredibile della più azzardata proiezione fantascientifica e le nuove istituzioni (rivoluzionarie o reazionarie che siano) nascono nel corso della lotta. Ecco perché è difficile scrivere ricette prima di accendere i fuochi sotto le padelle.

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Distruggi il male https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/distruggi-il-male/ Mon, 21 Apr 2025 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87658 di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico. La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata [...]]]> di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico.
La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata ai tempi dell’occupazione nazista e della Resistenza. Ne nasce un’avventura fantastica in cui sono in gioco la vita, la morte, la salvezza della Terra e il desiderio di una società libera dallo sfruttamento e dalla tristezza.
Per gentile concessione dell’editore si riporta di seguito il primo capitolo di Distruggi il male, il nuovo romanzo di Luca Cangianti (DeriveApprodi, 2025, pp. 128, € 15,00).]

Oggi. Val di Susa

«Fanno troppo schifo! Niente primi piani, altrimenti la gente vomita e cambia canale». La giornalista si rivolgeva alla regia, ma aveva urlato nel microfono ed era andata in onda.
L’uomo si avvicinò allo schermo per distinguere meglio le immagini. Le creature uscivano dal tunnel e dilagavano nella valle tra i piloni dell’autostrada. Emettevano suoni gravi che increspavano l’acqua nelle vasche di raffreddamento. I bacini servivano a contenere le temperature prodotte dallo scavo.
Scosse la testa e rimase interdetto. Il pulviscolo scorreva nel raggio di sole che attraversava il salotto fino agli scaffali carichi di libri. Erano disposti senza cura. Sul divano dell’Ikea era appoggiato un portacenere, nell’angolo cottura le stoviglie sporche battevano sulle pareti del lavello. Il lampadario dondolava.
Il rombo degli elicotteri da combattimento attirò la sua attenzione. Guardò fuori dalla finestra e scorse l’ultimo velivolo della formazione. La regia trasmise le riprese dall’alto: le maestranze del cantiere uscivano dalle cabine degli escavatori lasciando le portiere aperte. Alcuni si mettevano alla guida di pulmini che risalivano la strada, altri si rifugiavano in un edificio dal tetto verde.
L’uomo uscì di casa, percorse una via lastricata di sampietrini, passò di fronte a una fontanella e raggiunse il centro del paese: alcune case avevano i tetti d’ardesia, altre balconi di legno. Svoltò per una via che scendeva a zig zag verso la Dora. Gruppi di giovani correvano nella stessa direzione. Sul muro del terrapieno qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali: «LA VALLE NON VI VUOLE».
Attraversò il ponte e vide il vecchio murale sbiadito: figure umane a carponi si cibavano del denaro defecato da chi le precedeva. Il checkpoint della centrale idroelettrica era deserto. Al bivio prese la strada che saliva costeggiando le vigne. Le vibrazioni assordanti adesso si mescolavano al rumore metallico della battitura. Si coprì le orecchie con le mani. Al museo archeologico di Chiomonte centinaia di dimostranti percuotevano le recinzioni del cantiere. Una donna sventolava una bandiera bianca con un treno sbarrato da una croce rossa. Alcuni giovani indossavano il casco: agganciarono le grate con uncini fissati a corde robuste e iniziarono a tirare. Il camion idrante della polizia bersagliò i ragazzi. Quattro attivisti portarono una lastra di plexiglas per usarla come protezione. Le corde furono afferrate da altre decine di persone. Le recinzioni caddero al suolo accompagnate da un boato di urla. I militari spararono i candelotti, i dimostranti lanciarono pietre e bottiglie. Partì una carica, gli attivisti indietreggiarono. Alcuni rimasero al suolo.
L’uomo fuggì lungo un sentiero in salita. Si sostenne a un arbusto per riprendere fiato. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi guardò in basso oltre il terrapieno realizzato con i detriti dello scavo.
La vallata era colma di filamenti arancioni che galleggiavano a mezz’aria tra i fumi dei gas lacrimogeni.

[Luca Cangianti e Giovanni Acquarulo (giornalista Rai) dialogheranno su Distruggi il male il 23 aprile 2025 alle 19.00 presso la Libreria Caffé Giufà, via degli Aurunci 38, Roma]

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Dino Buzzati: un immaginario in espansione https://www.carmillaonline.com/2025/01/13/dino-buzzati-un-immaginario-in-espansione/ Sun, 12 Jan 2025 23:01:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86288 di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Expanded Buzzati. Tra letteratura e fumetto, Serra, 2024, pp. 184, stampa e ebook € 44,00.

Ricerca del senso della vita, angoscia dell’attesa, fluire del tempo, solitudine, ineluttabilità del destino, simbolismo dei luoghi. Sono questi alcuni dei temi emblematici di un classico della letteratura italiana contemporanea: Dino Buzzati, scrittore, drammaturgo, poeta, giornalista e pittore. Tale gamma creativa, già di per sé molto ampia, ha finito per trascendere la stessa persona dell’artista e ha creato un universo in espansione che spazia dagli spettacoli di marionette, al teatro, al cinema, alla televisione fino ai fumetti. A questo fenomeno è dedicato “Expanded [...]]]> di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Expanded Buzzati. Tra letteratura e fumetto, Serra, 2024, pp. 184, stampa e ebook € 44,00.

Ricerca del senso della vita, angoscia dell’attesa, fluire del tempo, solitudine, ineluttabilità del destino, simbolismo dei luoghi. Sono questi alcuni dei temi emblematici di un classico della letteratura italiana contemporanea: Dino Buzzati, scrittore, drammaturgo, poeta, giornalista e pittore. Tale gamma creativa, già di per sé molto ampia, ha finito per trascendere la stessa persona dell’artista e ha creato un universo in espansione che spazia dagli spettacoli di marionette, al teatro, al cinema, alla televisione fino ai fumetti. A questo fenomeno è dedicato “Expanded Buzzati” di Alberto Sebastiani. Si tratta di uno studio di spessore accademico, ma scorrevole e godibile anche da un pubblico generico, interessato a capire come lo spirito del tempo metabolizzi e riproduca immaginario.

In primo luogo Sebastiani certifica, anche con dettaglio quantitativo, la presenza e la notorietà di Buzzati nel dibattito culturale attraverso un’analisi di 253 testi online. In secondo luogo individua due elementi alla base del processo generatore: «il corpo dell’autore, da persona a personaggio, e la sua opera in generale. Infatti, anche se Il deserto dei Tartari e Un amore sono senz’altro i romanzi più ripresi, l’espansione dell’universo narrativo di Buzzati non riguarda un singolo romanzo, ma la sua opera, o una sua buona parte.» E così ci imbattiamo, ad esempio, nelle indagini del giornalista-investigatore Odino Buzzi – alter ego dello scrittore –, protagonista seriale di quattro graphic novel ambientate negli anni sessanta. Un altro esempio sono le strisce di Sturmtruppen di Bonvi in cui una buffa sentinella nazi-tedesca viene lasciata a scrutare «l’orizzonten, e non appena arrifano i nemiken telefona al comando dando l’allarmen». Ovviamente, in omaggio al Deserto dei Tartari, i «nemiken» non si fanno vedere, ma la situazione permette all’anonimo «soldaten» di esporre una surreale ed esilarante cronaca immaginaria della missione. Altrettanto degno di interesse è il fumetto Topolino e il cappotto da 1 dollaro in cui il racconto buzzatiano La giacca stregata fa da ipotesto e dà vita a una parodia in cui «la celebre vicenda della giacca che elargisce soldi, strumento del patto con il demonio, diventa una storia natalizia a lieto fine».

Sebastiani considera il fumetto «come uno dei centri gravitazionali della narrazione contemporanea, uno dei luoghi della riscrittura delle relazioni e degli equilibri tra media e arti. Linguaggio verbo-visivo, di natura anfibia, capace di sfruttare in modo intensivo una intertestualità». Ricorda inoltre «come Buzzati stesso attingeva all’immaginario della pop culture, anche criticamente, per cui low e high culture erano entrambi presenti nel suo orizzonte culturale e tra le sue fonti.» Del resto questo scrittore non solo era un appassionato e competente lettore di fumetti, ma grazie alla sua opera sperimentale del 1969, Poema a fumetti, in cui rielabora in chiave moderna il mito di Orfeo ed Euridice, è considerato anche l’antesignano della graphic novel.

«Ora, però», conclude Sebastiani, «Buzzati è diventato parte di quell’immaginario, a cui attingono autori letterari e fumettisti. Un dialogo che dimostra quanto Buzzati non solo appartenga, ma sia radicato e vivo, persino archetipico, in una tradizione narrativa, in prosa e per immagini, coerente con la sua produzione “anfibia”.» Una produzione che, immergendosi nell’inconscio collettivo, continua a generare nuove onde creative.

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