Leo Zeff – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Controstoria della psichiatria dal manicomio alla psichedelia https://www.carmillaonline.com/2023/07/07/controstoria-della-psichiatria-dal-manicomio-alla-psichedelia/ Fri, 07 Jul 2023 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78034 di Gioachino Toni

Piero Cipriano, Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia. Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche, Luca Sossella Editore, 2023, pp. 206, € 12.00

Quella proposta da Piero Cipriano – «psichiatra, ovvero terapeuta moderno occidentale e scientifico, per così dire, almeno nel senso con cui si intende la scienza galileianamente», anarchico e basagliano –, è indubbiamente una storia della psichiatria singolare, una storia che, oltre a far dar di spalle ai suoi ambienti più reazionari, farà storcere il naso anche a qualche onesto basagliano che fatica [...]]]> di Gioachino Toni

Piero Cipriano, Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia. Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche, Luca Sossella Editore, 2023, pp. 206, € 12.00

Quella proposta da Piero Cipriano – «psichiatra, ovvero terapeuta moderno occidentale e scientifico, per così dire, almeno nel senso con cui si intende la scienza galileianamente», anarchico e basagliano –, è indubbiamente una storia della psichiatria singolare, una storia che, oltre a far dar di spalle ai suoi ambienti più reazionari, farà storcere il naso anche a qualche onesto basagliano che fatica a fare i conti con la metamorfosi chimica che ha subito il manicomio e, soprattutto, con le potenzialità di quelle sostanze che possono espandere le coscienze anziché restringerle.

Al pantheon della psichiatria appartengono sicuramente Philippe Pinel, che inaugura il manicomio fisico, e Franco Basaglia, che lo chiude, ma Cipriano vi inserisce anche Timothy Leary che, pur non essendo psichiatra, ha di fatto lavorato ai presupposti per porre fine all’epopea della psichiatria. Questo ultimo inserimento basta a trasformare la storia della psichiatria proposta dall’autore in controstoria e un posto in questa spetterà, sostiene Cipriano, a chi saprà darle fine ricorrendo al pharmakon psichedelico.

La vita del manicomio concentrazionario prende il via, un secolo dopo l’editto francese che nel Seicento aveva concentrato presso il Grand Hôpital Géneral parigino tutti i devianti, con la distinzione e la separazione operata da Philippe Pinel tra fuorilegge, destinati al carcere, e folli, concentrati nell’ospedale psichiatrico. Tale epopea concentrazionaria si chiude con Basaglia che riesce a chiudere il manicomio di mura e sbarre separato dal resto della società.

Nel corso degli anni Sessanta – in un clima culturale segnato dalla pubblicazioni di opere come Storia della follia (1961) di Michel Foucault, Asylums (1961) di Erving Goffman, I dannati della terra (1961) di Frantz Fanon, Il mito della malattia mentale (1961) di Thomas Szasz; L’io diviso (1961) di Ronald Laing – Basaglia trova la forza per fare quello che né i padri nobili della psichiatria psicodinamica (Freud, Joung, Adler e Janet) né i fenomenologi (Jaspers, Minkowski, Binswanger ecc.) hanno mai fatto. Convintosi che una società civile debba saper accettare i diversi stati di coscienza, ordinari o extra ordinari che siano, giunge alla conclusione che le persone internate nei manicomi debbano essere al più presto restituite al mondo comune.

A partire dalla fine degli anni Sessanta Basaglia matura la convinzione che però non basta mettere in discussione i soggetti che compongono il manicomio (medico, infermiere e paziente): occorre cambiare la società che li ha rinchiusi affinché possa riaccoglierli a tutti gli effetti. Mosse dal convincimento che le cure (volontarie) debbano restare nelle società civile e non in luoghi separati, le battaglie portate avanti da Basaglia nel corso del decennio successivo ottengono la chiusura per legge del manicomio fisico ma palesano anche come, una volta riammessi in società, gli ex reclusi siano drammaticamente costretti a fare i conti con i bisogni primari comuni a ogni essere umano: relazioni, affetti, abitazione e autonomia economica. Pur percepita dal gruppo di Basaglia come un compromesso, la Legge 180 del 1978 rappresenta probabilmente il massimo ottenibile all’interno di quel contesto storico-culturale; per una riforma più radicale sarebbe servita una società più avanzata.

Al manicomio di mura e sbarre1 si è via via sostituito il manicomio chimico2 somministrato al paziente attraverso psicofarmaci grazie al sostegno di una “macchina diagnostica” che ha la sua bibbia nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders3.

Mentre la comunità medica già nella prima metà degli anni Cinquanta dispone di antibiotici, anestetici, antistaminici, antidiabetici, antiepilettici, sedativi ecc., gli psichiatri si sentono disarmati nell’affrontare la sofferenza mentale. È dalla frustrazione provata a causa dell’incapacità di ottenere terapie efficaci, dal desiderio di disporre di medicinali efficaci al pari del resto della comunità medica che prende il via l’era della psichiatria chimica.

La rimonta della psichiatria prende il via nel 1949, quando Hanri Laborir, dopo aver somministrato ai sui pazienti la prometazina (un antistaminico), nota la sua efficacia nell’alleviare il dolore. Ben presto viene sintetizzata la clorpromazina che, essendo capace di rallentare il sistema nervoso centrale, a partire dai primi anni Cinquanta, viene somministrata nei manicomi ai pazienti psicotici rendendoli atarassici. Nel giro di un decennio la psichiatria si è trovata a poter disporre di tre farmaci capaci di fronteggiare altrettante importanti dimensioni psicopatologiche: la clorpromazina, destinata ai malati aggressivi, maniacali e psicotici; il clordiazepossido, per gli ansiosi; l’iproniazide, per i depressi.

Il successo commerciale della clorpromazina ha accelerato la ricerca tanto che nel giro di poco tempo sono state sintetizzate le principali classi di neurolettici di prima generazione, poi sostituiti, negli anni Novanta, dai neurolettici di seconda generazione, gli antipsicotici atipici. I risultati della rivoluzione chimica dovrebbero però far riflettere sulla sua efficacia: a fronte dei 267.000 pazienti ricoverati nei manicomi statunitensi con diagnosi di schizofrenia nel 1955, agli albori dell’epopea psicofarmacologica, si è passati a 2.500.000 casi nel 2010. Il bacino a cui si sono indirizzati gli psicofarmaci si è allargato a dismisura dal momento che la macchina diagnostica si è fatta prendere dall’urgenza burocratica ed economica di considerare malattia qualunque disagio psichico con conseguente prescrizione farmacologica.

Mentre procedeva questa storia della psichiatria, passata dalle mura del manicomio fisico agli psicofarmaci neurolettici imposti dalla riscrittura farmaco-orientata dei manuali diagnostici, si è sviluppata anche un’altra storia, quella della psichedelia occidentale che può essere riassunta nella successione di tre fasi principali. Una “pionieristica”, che ha preso il via sin dai primi anni Quaranta, scandita dalle ricerche di personalità come Albert Hoffmann, Aldous Huxley e Timothy Leary, a cui la psichiatria dell’epoca ha, per un certo periodo, guardato con interesse. Un “medioevo”, derivato dalla messa al bando negli anni Settanta delle molecole psichedeliche, segnato dalla pratica clandestina di personaggi come Leo Zeff e dall’ostinata controinformazione portata avanti da Terence McKenna. Un “rinascimento” che, sull’onda delle ricerche di Rick Strassman, ha preso il via attorno al cambio di millennio grazie agli studi scientifici di Ronald Griffiths della Johns Hopkins University, David Nutt e Robin Carhart-Harris dell’Imperial College London, Stephen Ross, direttore dello Psychedelic Research Group alla New York University, e Charles Grob dell’Harbor-UCLA Medical Center in California4.

Humphry Osmond, Aldous Huxley e Stanislav Grof sono stati tra i primi occidentali a comprendere la valenza tanatodelica di certe molecole, cioè a capire che «far morire l’ego (non il corpo) è terapeutico». Un ruolo fondamentale nel far conoscere ad Hoffmann i funghi magici, da cui estrarrà il principio attivo alcaloide psilocibina, spetta alla sabia María Sabina che ha saputo anche denunciare quanto possano essere sbagliate e dannose le modalità con cui gli occidentali si rapportano con le “piante sacre”, o “maestre”. Lo stesso gruppo di ricercatori guidato da Griffiths, in apertura del nuovo millennio, facendo sobbalzare la comunità scientifica, ha sostenuto la centralità dell’elemento mistico nel processo di guarigione. Più cautamente l’equipe diretta da David Nutt e Robin Carhart-Harris, ha preferito parlare di «temporanea disattivazione di una rete neuronale detta DMN».

Delle potenzialità trasformative degli psichedelici per il genere umano erano convinti Osmond, Huxley, Grof e Leary, ma mentre i primi tre si muovono con una certa cautela, l’ultimo, incapace di mediazioni, ritiene si debba procedere a una diffusione repentina e generalizzata delle sostanze psichedeliche in modo che tutti ne possano beneficiare. Che le posizioni radicali di Leary abbiano inciso sulla messa al bando delle sostanze psichedeliche è più che probabile ma, più di lui, ricorda Cipriano, poté l’establishment statunitense intenzionato, sin dagli anni Cinquanta, a utilizzare la LSD come “arma chimica”.

Mentre negli anni Settanta le molecole psichedeliche sono costrette a inabissarsi – e le strade vengono letteralmente inondate di eroina e, poco dopo, di cocaina –, Basaglia «libera i corpi dalle gabbie murarie». Curiosamente nello stesso decennio vengono messi fuori legge tanto il «manicomio prigione dell’estasi», quanto le «molecole che agevolano l’estasi». «La casa (il manicomio) della psichiatria è distrutta: occorre riedificarne una nuova e la nuova casa della psichiatria si edificherà sui farmaci che – essendo più semplici, funzionali al controllo e antidoto della trascendenza – vinceranno la partita. E così la nuova casa della psichiatria si edifica su centinaia di casematte diagnostiche, caselle nosografiche, costruzioni nosologiche».

Alla fine della stagione psichedelica si aggiunge, con la morte di Basaglia nel 1980, la fine della della rivoluzione portata dalla psichiatria antistituzionale e ad occupare la scena ci pensa l’American Psychiatric Association con il suo sofisticato manicomio nosografico e molecolare fondato sul manuale diagnostico DSM e sugli psicofarmaci.

I “rinascimentali della psichedelia”, sostiene Cipriano, sembrano intenzionati a trattare con la terapia psichedelica i depressi, gli ossessivi, i traumatizzati, «insomma coloro che devono tornare al lavoro», abbandonando agli antipsicotici depot, oggi detti LAI, gli schizofrenici, i deliranti, i maniaci, cioè gli irrecuperabili.

Cipriano intreccia abilmente le diverse linee narrative evidenziando come in alcuni casi le storie procedano parallelamente e come, se si fossero incontrate, o se alcune di queste non fossero state interrotte, si sarebbe arrivati molto prima ove si potrebbe a breve arrivare: all’incontro di Franco Basaglia con Timothy Leary.

Nel caso in cui la psichedelia riesca a compiere la sua «rivoluzione scientifica e sgomini la psichiatria» indirizzando verso l’espansione della coscienza, anziché la sua restrizione, operando per il dissolvimento dell’ego, sostiene Cipriano, «non ci saranno più psichiatri distributori di pillole che impasticcano le persone con farmaci che loro non hanno assunto, fidandosi dei bugiardini delle case farmaceutiche; il nuovo terapeuta sarà più simile allo sciamano che non a Freud o a qualunque dei duecentomila psichiatri di oggi».

È probabile che la psichiatria, per non morire, faccia di tutto per espellere la medicina psichedelica da sé, costringendola alla clandestinità, a restare esoterica, misterica e fuori legge, ma, conclude Cipriano, forse è meglio che la psichedelia, sull’esempio di Leo Zeff, continui ancora per qualche tempo a operare fuori dai riflettori preparando le condizioni affinché la psichiatria muoia permettendo una cura di sé capace al contempo di curare il mondo.


  1. Cfr. Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante, elèuthera, Milano, 2013 [su Carmilla]

  2. Cfr. Piero Cipriano, Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, elèuthera, Milano, 2015 [su Carmilla]

  3. Cfr. Piero Cipriano, La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante), elèuthera, Milano, 2016 [su Carmilla]

  4. Cfr. Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023 [su Carmilla]

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Piero Cipriano: “Ayahuasca e Cura del Mondo”. Per una psicoterapia psichedelica https://www.carmillaonline.com/2023/04/26/piero-cipriano-ayahuasca-e-cura-del-mondo-per-una-psicoterapia-psichedelica/ Wed, 26 Apr 2023 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76726 di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023, pp. 173, € 15,00

«Ayahuasca significa viaggio tra mondi che uniscono mentale e reale in modo inedito. È possibile curare i disturbi psichiatrici con questa pianta e metodo ribaltando l’idea che sta alla base della psichiatria e psicanalisi attuale?» A porre tale interrogativo è Piero Cipriano, medico psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, in servizio presso un SPDC di Roma dopo aver lavorato in diversi Dipartimenti di Salute Mentale sparsi per l’Italia, oltre che autore di [...]]]> di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023, pp. 173, € 15,00

«Ayahuasca significa viaggio tra mondi che uniscono mentale e reale in modo inedito. È possibile curare i disturbi psichiatrici con questa pianta e metodo ribaltando l’idea che sta alla base della psichiatria e psicanalisi attuale?» A porre tale interrogativo è Piero Cipriano, medico psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, in servizio presso un SPDC di Roma dopo aver lavorato in diversi Dipartimenti di Salute Mentale sparsi per l’Italia, oltre che autore di numerosi saggi. L’interesse di Cipriano nei confronti della bevanda ayahuasca e altre piante nasce dalla necessità di individuare rimedi efficaci per i disturbi psicopatologici con cui ha a che fare quotidianamente per lavoro.

In apertura di libro l’autore tratteggia il diffondersi in Brasile di culti sincretici basati sull’assunzione della bevanda ayahuasca, rituale a cui le popolazioni amazzoniche fanno ricorso probabilmente da millenni. Tra i culti diffusisi in tempi recenti in ambito brasiliano viene fatto riferimento al Santo Daime, fondato in apertura degli anni trenta del Novecento dal seringueiro Raiumundo Irineu Serra, alla Borquinha, culto nato alcuni lustri dopo ad opera del suo discepolo Daniel Pereira, alla União do Vegetal (UDV), culto fondato da José Gabriel da Costa ad inizio degli anni Sessanta. Se quest’ultimo è attualmente il culto più diffuso nelle città brasiliane, è stato il Santo Daime ad aver fatto conoscere la bevanda ayahuasca agli occidentali nordamericani ed europei.

Mentre negli anni Ottanta tali culti raggiungono gli occidentali, in Amazzonia la pratica di sciamano (curandero, ayahuasquero, vegetalista…) è sempre meno praticata. Le cose cambiano nel corso del decennio successivo, quando l’arrivo in terra amazzonica di occidentali interessati all’esperienza psichedelica trasforma il mestiere dello sciamano da pratica povera a lavoro ben retribuito, dando vita così al fenomeno del neo-sciamanesimo che coinvolge anche messicani, andini, pellerossa, allargando l’esperienza a funghi psichedelici, Peyote, San Pedro, Bufo Alvarius, Dmt fumata ecc. Come facilmente prevedibile, l’improvvisa richiesta di sciamani determinata dalla presenza occidentale, che in apertura del nuovo millennio si fa davvero cospicua, determina anche casi di curanderi improvvisati e inaffidabili.

Cipriano ricostruisce dunque come, con qualche millennio di ritardo, le esperienze psichedeliche arrivino anche sul fronte occidentale; grazie ad Albert Hofmann nel 1943 l’Lsd inaugura un paio di decenni di ricerche e sperimentazioni sugli psichedelici a cui la psichiatria dell’epoca ha guardato con interesse vedendo in essi degli psicofarmaci efficaci. Negli anni Sessanta, grazie a Stephen Szára, inizia a farsi strada un’altra molecola psichedelica, la Dmt, dunque è la volta della 5-Meo-Dmt, estratta dalle parotidi del Bufo Alvarius, un rospo del deserto messicano.

Oltre a Lsd, Dmt, 5-Meo-Dmt, mescalina, Peyote/San Pedro, psicocibina o fungo magico, salvinorina A della Salvia divinorum, ibogaina della Tabernanthe iboga e muscimolo dell’Amanita muscaria, iniziano a circolare molecole sintetiche come Ketamina, Mdma, Mda e 2CB.

L’uscita di queste molecole dall’ambito laboratoriale, e l’uso che ne è stato fatto da parte di terapeuti particolarmente eterodossi, ha condotto tali sostanze a una repentina perdita di credibilità dal punto di vista farmacologico tanto da venire rubricate come droghe con relativa messa fuori legge. Il fatto è che, ricorda Cipriano, tutte queste sostanze finirono per spaventano il potere; iniziarono ad essere viste non tanto come sostanze utili per curare depressi, ansiosi, psicotici o dipendenti da sostanze, ma come sostanze che, dissolvendo l’ego che separa il sé dal non sè, indirizzano all’empatia, avrebbero potuto “cambiare il mondo”, “trasformare l’umanità” mandando in frantumi i capisaldi del sistema sociale, politico ed economico egemone.

Timothy Leary, intenzionato a sottrarre queste sostanze psichedeliche prodigiose a una nicchia di privilegiati, ne auspicava una diffusione generalizzata, vedendo in esse “un dono della natura” di cui tutti avrebbero dovuto beneficiare dando così luogo a una trasformazione positiva dell’umanità. Gli Stati Uniti ne decretarono la messa al bando, immediatamente seguiti dalle altre nazioni. Del soffocamento sul finire degli anni Sessanta di questa “epopea psichedelica” tratta Robert Anton Wilson (RAW), uno dei suoi “protagonisti”, nel libro Sex, Drugs & Magik, uscito nel 1973.

Così, a partire dagli anni Settanta, con la loro messa la bando, l’uso di tali molecole finì per essere portato avanti rigorosamente in ambito underground da parte di terapeuti, come Leo Zeff, operanti in clandestinità. Soltanto a ridosso del cambio di millennio ricomparvero studi scientifici condotti alla luce del sole.

Nel corso degli anni Novanta, in anticipo rispetto al cosiddetto “rinascimento psichedelico”, lo psichiatra statunitense Rick Strassman presentò il primo studio in cui si individuava nella molecola Dmt la responsabile delle visioni determinate dalla ayahuasca. Sin dall’inizio del decennio Strassman ipotizza che l’epifisi in particolari situazioni produca quantità di Dmt in grado di dare effetti psichedelici e che lo stato di coscienza definito psicosi sia uno stato psichedelico endogeno determinato da un eccesso di produzione di Dmt. Lo studioso ipotizza che il cervello funzioni di fatto come un ricevitore captante la realtà e che, assumendo Dmt, cambi la captazione del segnale. A bassi dosaggi si avrebbero cambiamenti semplici (intuizioni, ricordi, visioni personali…) in grado di mettere meglio a fuco il segnale, mentre ad alti dosaggi si otterrebbe l’accesso ad “altri mondi” che sembrerebbero non far parte né dell’inconscio individuale, né di quello collettivo.

Paragonando il tutto a un televisione, non si sarebbe più di fronte a un “miglioramento di nitidezza”, ma ad un vero e proprio “cambio di canale”. La giusta quantità di Dmt secreta dalla ghiandola pineale manterrebbe l’essere umano sintonizzato sulla realtà, mentre un eccesso di Dmt endogena lo sintonizzerebbe sua altri piani. Non sapendo come altro fare, per riportare gli individui sul “canale normale” lo psichiatra prescrive antipsicotici che però, se assunti per tempi prolungati, finiscono per “restringere la coscienza”, “sbiadire la percezione della realtà” di queste persone, condannandole alla limitatezza e al grigiore.

Strassman comprende inoltre che il setting ed il set degli esperimenti scientifici – ben diverso dal contesto sciamanico – ne inquina la ricerca e di ciò, suggerisce Cipriano, occorrerà tener conto se mai si deciderà di ricorrere a sostanze psichedeliche in ambito psichiatrico: che non si pensi di potersela cavare somministrando tali sostanze con lo stresso distacco con cui si somministrano pasticchine tradizionali. Insieme alle sostanze dovrà cambiare lo stesso psichiatra se si vuole che queste risultino efficaci sui pazienti. Occorrerà che la figura dello psichiatra che somministra sostanze psichedeliche si faccia un po’ curandero, che sappia instaurare con il paziente e con le sostanze un’adeguata relazione.

Dunque, ricapitolando, per quanto riguarda la psichedelia occidentale si può parlare di una sua fase pionieristica (coincidente con l’epopea di Albert Hoffmann, Aldous Huxley e Timothy Leary), seguita da una sorta di “medioevo psichedelico”, in cui personaggi come Leo Zeff operano praticamente in clandestinità o altri, come Terence McKenna, continuano ad alimentare la controinformazione psichedelica, per poi giungere a quello che è stato definito il “rinascimento psichedelico” che, sull’onda degli studi di Rick Strassman, ha preso il via con il cambio di millennio grazie agli studi scientifici di personalità come Ronald Griffiths della Johns Hopkins University, David Nutt e Robin Carhart-Harris dell’Imperial College London, Stephen Ross – direttore dello Psychedelic Research Group alla New York University – e Charles Grob dell’Harbor-UCLA Medical Center in California.

Secondo Cipriano sono ormai maturi i tempi per fare i conti con i limiti storici di Basaglia che, pur di tirare fuori i poveri cristi dalle mura manicomiali non poteva che ricorrere ai farmaci disponibili. Nel frattempo, però, alle fasce di contenzione si sono sostituiti i farmaci di contenzione e il manicomio si è fatto chimico, a cielo aperto, a base di psicofarmaci, antipsicotici, antiepilettici e così via. Una serie di sostanze che a lungo termine non possono che restringere le coscienze.

I limiti di tanti “basagliani” è forse quello di non voler prendere atto della trasformazione subita dal manicomio; è contro il manicomio contemporaneo che occorrerebbe battersi oggi non accontentandosi di ribadire la brutalità di quello del passato, anche se quest’ultimo, di tanto in tanto, fa comunque capolino pur sotto altri nomi.

Occorre provare ad andare oltre Basaglia e, soprattutto, sostiene Cipriano, oltre i “basagliani”. «Ora bisogna levare i farmaci che cortano le coscienze e imparare a maneggiare le sostanze che possono espanderle. Sostanze di cui talvolta gli esperti non siamo noi, scienziati o medici, ma gli sciamani selvaggi rimasti fuori dalla scienza».

Pur in mancanza di uno studio scientifico che spieghi cosa sia la depressione, quali ne siano le cause e persino i motivi per cui possa definirsi una malattia, stando ai dati dell’OMS, questa sarebbe la seconda malattia più diffusa al mondo (la prima tra chi ha tra i 15 ed i 44 anni). Distinguendo tra tristezza cum causa e tristezza sine causa (la sola da ritenersi patologica), Ippocrate differenziava una malinconia esogena (con causa) da una endogena (priva di causa). Tale millenaria separazione viene di fatto cancellata dal Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders nella sua edizione del 1980 (DSM-III), la “bibbia diagnostica” degli psichiatri stilata dall’American Psychiatric Association (la prima edizione del manuale risale agli anni Sessanta).

Da allora le diverse edizioni del DSM che si sono succedute hanno via via trasformato in depressione ogni forma di tristezza e di stanchezza superiore alle due settimane, ponendo fine alla distinzione millenaria tra malinconia endogena e tristezza esogena, dunque trasformando la depressione da patologia rara in pandemia. Basti pensare che ora si è considerati depressi se per un periodo di almeno due settimane si palesano almeno cinque sintomi tra: umore depresso; diminuzione di interesse o piacere; perdita o aumento di peso; diminuzione o aumento dell’appetito; insonnia o iperinsonnia; agitazione o rallentamento psicomotorio; affaticamento o perdita di energia; sentimenti di autosvalutazione o colpa; diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi; pensieri di morte o di suicidio.

È facilmente intuibile come nell’attuale società della prestazione i casi di depressione conteggiati siano così elevati. Qualche decennio di chimica antidepressiva e una riscrittura farmaco-orientata dei manuali diagnostici hanno condotto a una vera e propria pandemia di depressi, tanto che ai nostri giorni se ne stimano 400 milioni, a cui si aggiungono 60 milioni di bipolari, in cui la tristezza si alterna all’eccitamento dell’umore.

Con la diffusione degli antidepressivi, da fenomeno raro in epoca pre-psicofarmacologica, il disturbo bipolare diviene la seconda patologia psichica più diffusa. Non a caso le case farmaceutiche hanno negli antidepressivi la fonte maggiore di profitto. Gli antidepressivi e antipsicotici di nuova generazione di cui i colossi farmaceutici hanno inondato il mercato delle sofferenze a partire dagli anni Ottanta, dopo diversi decenni di utilizzo hanno mostrato i loro limiti.

Oggi, dopo che Ssri e antipsicotici di nuova generazione hanno avuto trent’anni per misurarsi, per mostrare la loro non dico inefficacia (non sarei onesto) ma la loro non risolutività, spero che anche gli psichiatri più timidi e gli psicoterapeuti più tradizionali saranno pronti ad affrontare la sfida, quella di una terapia che saprebbe mettere d’accordo l’annoso conflitto tra pillole e parole, tra trattamenti biologici e trattamenti psicologici. Sarebbe il tipo di terapia che praticava Stanislav Grof o che ha praticato in clandestinità l’eroico Leo Zeff, una terapia breve, di poche sedute ma decisamente trasformativa.
Riconosco che questo modello, diciamo di psicoterapia psichedelica, è un rischio sia per lo psichiatria che per lo psicoterapeuta tradizionale, perché una terapia dove lo scopo è procurare un’esperienza mistica o estatica appare decisamente poco scientifica e molto sciamanica, e potrebbe rappresentare davvero una sorta di cavallo di troia introdotto nella pratica medica e psicologica. Questo potrebbe minare alle fondamenta i protocolli scientifici, contaminare di sciamanesimo la medicina, innescare una mutazione, un’inversione di marcia non solo della psichiatria ma dell’intera medicina.

Certo, nel contesto ad egemonia capitalista in cui viene a darsi questo “rinascimento psichedelico” non manca il rischio che i colossi farmaceutici inglobino le molecole psichedeliche, tolgano loro visionarietà addomesticandone l’effetto, le riducano a semplici farmaci anziché tecnologie capaci di cambiare coscienze e società. Nonostante questo rischio, sostiene Cipriano, le frontiere tra misticismo e cura psichiatrica, tra psichedelici e psicofarmaci sembrerebbero ai giorni nostri vacillare come mai è accaduto prima, tanto da poter ipotizzare la possibilità della cura Ayahuasca.

Non sarebbe però sufficiente sostituire farmaci che espandono la coscienza a quelli che la contraggono; occorrere anche una nuova generazione di terapeuti disposti a imparare come gestire gli stati di coscienza espansi, disposta a farsi «insegnare il segreto dai signori del limite, dalle guide della soglia, imparando dunque a conoscere le molecole psichedeliche». L’ultima parte del volume è dunque dedicata a come si possa intraprendere una sorta di viaggio iniziatico, sciamanico di cura dei disturbi psichici.

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