Kronstadt – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 È stato tutto inutile? Il valore delle battaglie perse in Valerio Evangelisti https://www.carmillaonline.com/2022/06/15/e-stato-tutto-inutile-il-valore-delle-battaglie-perse-in-valerio-evangelisti/ Tue, 14 Jun 2022 22:01:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72509 di Luca Cangianti

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.

In “Sepultura”, uno dei quattro [...]]]> di Luca Cangianti

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.

In “Sepultura”, uno dei quattro racconti della raccolta Metallo urlante (Einaudi, 1998), gli ultimi rappresentanti di una popolazione originaria brasiliana sono immersi fino alle ginocchia nell’ectoplasma, una sostanza organica che si fonde con le loro gambe impedendone il movimento. Questi prigionieri, tuttavia, utilizzano creativamente un altro composto chiamato squaglio, normalmente impiegato per le torture. Grazie a questo stratagemma entrano in simbiosi con l’ectoplasma ed evocano uno spirito appartenuto alla loro tribù morta suicida per protestare contro la distruzione della foresta amazzonica.

Olavo vide il getto di colla erompere da Sepultura, come un pitone affamato e gigantesco avido di preda. Sotto l’urto, le pareti del carcere si sgretolarono, incise in tutta la loro ampiezza da fessure profonde.

Le suggestioni sono molte. Lo squaglio, nella sua logica bifronte, può esser paragonato all’immaginario che in mani diverse è arma di dominio oppure di liberazione. L’ectoplasma, a sua volta, è la composizione di classe che può essere, in situazioni diverse, immobilizzante, oppure mobilitante. Infine lo spirito ancestrale simbolizza la memoria mitologica dei passati cicli di lotta.

Il Babalaò si versò in gola un nuovo sorso di pemba. – Oshumare stanotte è scatenato, – mormorò con voce arrochita dall’alcol. – Nessuno lo potrà fermare.
Olavo alzò le spalle. – Sciocchezze. All’aria aperta la colla tornerà a solidificarsi. Vedi? Ha già smesso di fluire.
Il vecchio scrutò il buio rimpicciolendo gli occhi. – Vuoi dire che è stato tutto inutile? – chiese dopo un poco, tossicchiando piano.
– Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno -. Olavo si avviò alla porta. Mentre spalancava il battente tornò a girarsi verso il Babalaò. – Ti sembra poco?

Una struttura analoga è presente in Black flag (Einaudi, 2002). A tal proposito Fabio Ciabatti rileva che «l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta Battallon de la dignidad. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti! C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente.»1
Se questo avviene è grazie all’immaginario e alla narrazione che lo tramanda di generazione in generazione in un gioco di conservazione e trasformazione. Ecco perché la resistenza di fronte al mostro più orrendo non è mai inutile: «Se la causa è giusta, le battaglie perdute sono le più belle» dice un’adolescente irlandese a Pantera prima che entrambi si lancino contro le fila nemiche per ritardarne l’attacco e permettere ai rivoltosi di mettersi in salvo. È il finale del fantawestern Antracite (Mondadori, 2003) e siamo ai tempi della Comune di Saint Louis del 1877.

Il cavallo accelerò l’andatura, tutto piegato in avanti. I soldati guardarono attoniti i folli che si gettavano contro di loro. Parevano non sapere che fare.
In quel momento Kate gridò, con la sua voce limpida: «Viva i Mollies! Viva l’Irlanda!»
Il sorriso di Pantera si allargò. Sollevò la pistola e sparò un colpo verso le mitragliatrici. Poi un altro. Poi vuotò l’intero caricatore.

1849. I guerrieri della libertà (Mondadori, 2019) si chiude in maniera meno drammatica, ma il senso è lo stesso. La Repubblica Romana è stata sopraffatta dall’esercito francese; Folco, il protagonista, dopo aver acquisito coscienza e partecipato alla rivoluzione, sopravvive, ma non segue Garibaldi. Torna più umilmente a Ravenna con la rivoluzionaria Adele. Insieme saranno i capostipiti della famiglia Verardi intorno alla quale si articolerà la trilogia del Sole dell’Avvenire (Mondadori, 2013, 2014 e 2016), cioè la storia di un secolo di ribellioni che non potranno esser domate né dai massacri bellici né dal fascismo.

Non è affatto casuale che nella prima parte della sua vita, quando Evangelisti era ancora un ricercatore sociale, il suo interesse si concentrasse sulle “sinistre eretiche” (il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, gli anarchici, il Black Panther Party, il sandinismo delle origini), cioè quelle esperienze ad alta conflittualità nate per contrastare l’ossificazione statuale e burocratica dei processi rivoluzionari.2 La ricorrenza dei finali esaminati, infatti, altro non è che la trasposizione in chiave narrativa di tale predisposizione politica: la rivoluzione non è un singolo evento insurrezionale in cui le forze della reazione sono sconfitte da quelle della ribellione generando una mera sostituzione di un assetto statuale con un altro. La reazione e la ribellione sono destinate a fronteggiarsi indefinitamente. Come in Tolkien, l’eternità del Male deve esser contrastata con la continuazione del viaggio dell’eroe: «Possibile che le avventure non abbiano una fine? – riflette Bilbo a Gran Burrone – Ma forse no. C’è sempre qualcun altro che prosegue la storia».
In verità non è esattamente così. Alcune avventure sembrano continuare indefinitamente, mentre di altre si fatica a intravedere una rinascita.
Gli eventi russi del 1917 sono un esempio di rivoluzione vittoriosa. Tuttavia i bolscevichi, nei tempestosi anni che seguirono, ritennero le richieste di autogoverno dei marinai di Kronštadt troppo avanzate, temettero che potessero compromettere irrimediabilmente le sorti nel nuovo stato, optarono per la Realpolitik e la repressione. La formazione economico-sociale sovietica, svuotata della propria natura consiliare, sopravvisse per oltre settant’anni, creò la sua casta dirigente, le sue carceri, i suoi gulag e poi crollò miseramente, portando nel fango tutti i suoi simboli. In futuro, quale nuovo potente movimento di liberazione potrà mai ispirarsi a quella storia, a quell’immaginario? Nessuno, credo. Se ve ne sarà una resurrezione è più probabile che avvenga sul versante nemico, quello autoritario, nazionalista e patriarcale.
La Comune di Parigi invece fu sconfitta. Gli ultimi comunardi si comportarono nelle barricate di Belleville e Montmartre come Sheryl, Pantera e Kate. L’indomabile rivoluzionaria Louise Michel combatté fino alla fine, fu processata e, come molti altri, deportata. Quando dopo nove anni tornò in Francia, alla Gare Saint-Lazare c’erano diecimila persone che l’acclamavano gridando: «Viva la Comune! Abbasso gli assassini!»

[Dalle 18.00 alle 20.00 di oggi presso Scup (via della Stazione Tuscolana 82-84b, Roma), il Gruppo di Studio Antongiulio Penequo organizza “Nella notte ci guidano le stelle. Tributo a Valerio Evangelisti” con Loredana Lipperini (scrittrice e conduttrice radiofonica) e Alberto Sebastiani (ricercatore e pubblicista). Vedi qui la locandina dell’evento]


  1. Cfr. anche Alberto Sebastiani, Nicolas Eymerich. Il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, Odoya, 2018, p. 20. 

  2. Cfr. Valerio Evangelisti, Sinistre eretiche. Dalla banda Bonnot al Sandinismo, SugarCO, 1985; Storia del partito socialista rivoluzionario 1881-1893 (con Emanuela Zucchini), Odoya, 2013; Il gallo rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna, 1880-1890 (con Salvatore Sechi), Odoya, 2015. 

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Il “tesoro” dell’Internazionale Situazionista e i suoi eredi https://www.carmillaonline.com/2022/04/13/il-tesoro-dellinternazionale-situazionista-e-i-suoi-eredi/ Wed, 13 Apr 2022 20:30:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71360 di Gianfranco Marelli

Sono già trascorsi cinquanta anni da quando l’Internationale Situationniste [1957/1972] decise di interrompere la propria avventura, dal momento che l’obiettivo di presentarsi «come un’avanguardia artistica, come una ricerca sperimentale di una libera costruzione della vita quotidiana ed infine come un contributo all’articolazione teoretica e pratica di una nuova contestazione rivoluzionaria»1, sembrava ormai essere superata da una [...]]]> di Gianfranco Marelli

Sono già trascorsi cinquanta anni da quando l’Internationale Situationniste [1957/1972] decise di interrompere la propria avventura, dal momento che l’obiettivo di presentarsi «come un’avanguardia artistica, come una ricerca sperimentale di una libera costruzione della vita quotidiana ed infine come un contributo all’articolazione teoretica e pratica di una nuova contestazione rivoluzionaria»1, sembrava ormai essere superata da una realtà che aveva saputo far tesoro della critica radicale espressa dai situazionisti. Infatti, il modello di vita consumistico propagandato dalla “società dello spettacolo” – sia nella versione “diffusa” propria dei regimi capitalisti, sia nella versione “concentrata” dei regimi comunisti – aveva iniziato a riconquistare l’appeal di modernità che la contestazione giovanile della seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso aveva profondamente osteggiato, cercando soluzioni alternative, e in molti casi rivoluzionarie, allo sviluppo tecnologico raggiunto (dalla conquista dello spazio alla corsa agli armamenti nucleari) e al progresso economico e sociale conseguito dalla gran parte della popolazione dei Paesi industrialmente avanzati.

Un “tesoro” che in molti hanno finito per spartirsi in tutti i modi possibili con il fine di accrescere il proprio valore rivoluzionario, quanto la propria capacità di governare la trasformazione sociale in atto, con l’intento reciproco di guadagnarsi riconoscimenti, prebende e vantaggi di posizione. E proprio per non volere affidare il “tesoro” dell’I.S. a simili eredi, Debord decise, cinquant’anni fa, di sciogliere l’organizzazione, denunciando «l’immagine di eroi estremisti in una comunità trionfante» che i suoi presunti epigoni – i tanto disprezzati pro-situs – avevano finito per accreditarsi al fine di vantarsene, così da ridurla «in un’organizzazione rivoluzionaria utilizzabile per loro, non occupandosi affatto del progresso della rivoluzione se non nella misura in cui questo si sarebbe occupato di loro»2 .

Del resto, l’esperienza storica dei situazionisti, della loro organizzazione, della loro démarche, è sempre stata costellata da ripetuti e reiterati tentativi di annoverarla nel solco di percorsi tracciati da precedenti avanguardie artistiche, culturali, politiche, sì da trarne un lauto profitto di immagine per altri. Non a caso, infatti, dopo essere stata inizialmente ignorata, osteggiata e denigrata, l’Internationale Situationniste ha visto crescere la sua notorietà nell’olimpo delle avanguardie del secondo ‘900, al punto che oggi la teoria situazionista è ormai considerata la precorritrice di tutte le analisi più radicali nei confronti dell’infosfera, a partire dalla critica ai social media, attraverso il concetto di “spettacolare integrato”; interpretazione, questa, che ha in gran parte travisato qual è stato il “tesoro” nascosto dell’I.S., sopratutto da parte di chi – a tempo ormai scaduto – ha creduto di averlo finalmente individuato, rovistando fra un mucchio di cianfrusaglie, buone, certamente per i mercanti d’arte e per i rivoluzionari di professione, ma del tutto inutilizzabili per chi non vuole «lavorare allo spettacolo della fine di un mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo»3.

Certo, non fu un’impresa semplice quella compiuta dall’Internationale Situationniste nel districarsi e differenziarsi da un pensiero circoscritto e limitato all’interno del modernismo, quale orizzonte d’esperienza e percezione della realtà affermatosi nel secondo dopoguerra, dove l’invenzione del nuovo e l’intuizione della novità contraddistinsero l’azione e l’impegno delle avanguardie, vincolate tuttavia saldamente alle esigenze economico-produttive di uno sviluppo della società fondato sul valore consumistico della merce. Ogni intervento estetico, ogni opera d’arte furono, infatti, cooptate dalle esigenze del funzionalismo architettonico ed urbanistico, intento ad abbellire la crescita smodata della ricostruzione post-bellica nelle grandi metropoli, divenute il proscenio dello spettacolo sociale in cui agli artisti (in quanto specialisti di un mestiere) si affidò il ruolo di “guardiani della passività” degli individui, a fronte di una realtà che incitava alla trasformazione, al cambiamento radicale della vita quotidiana, già possibile grazie allo sviluppo stesso della società attraverso la soddisfazione di nuovi bisogni, nuovi desideri, non più indotti dal consumismo.

Il nuovo e la novità espressi in campo pittorico non rappresentarono, dunque, che uno stravagante e colorito ornamento dello spazio/tempo della società capitalista, e pertanto l’arte moderna assunse il compito di ancella del progresso tecnologico e scientifico, esaurendo la carica propulsiva e rivoluzionaria che precedentemente contraddistingueva le avanguardie estetiche. Divenne così prioritaria – per un’organizzazione accampata ai confini fra arte e politica, quale l’I.S. – una lotta senza esclusione di colpi contro il modernismo, smascherando non soltanto la vacuità e la dabbenaggine di un’arte e di una politica incapace di riconoscere il cambiamento in atto nella società del secondo dopoguerra (figuriamoci, anticiparlo!), ma denunciando pubblicamente la connivenza con il sistema dominante nel fabbricare prodotti culturali ed ideologie politiche finalizzati a decorare l’insignificante esistenza della vita quotidiana.

Ecco, dunque, la noia sofferta dai situazionisti nei confronti delle avanguardie che tentarono di riproporsi come le legittime eredi di un passato glorioso – attraverso l’appiccicaticcio utilizzo del “post” e del suo equivalente “neo” – , al punto da comprendere quanto fosse necessario ridefinirsi a partire dall’impellente urgenza di cambiare la vita e trasformare il mondo con cui le avanguardie d’inizio ‘900 si erano cimentate per condurre l’assalto al cielo contro una società disumana, alienata e infelice. Questione affatto risolta, poiché non occorreva semplicemente criticare l’azione di recupero attuata dalla società dei mercanti nei confronti di coloro che amaramente avevano ottenuto l’agognato riconoscimento artistico e politico – sottostando all’imperativo economico che tramuta ogni arte in merce e di qualsiasi merce fa un capolavoro d’arte – , quanto piuttosto ritrovare il “tesoro” nascosto che le precedenti avanguardie erano riuscite ad individuare, senza, purtroppo, esser state capaci di tramandarlo in eredità.

Tale aspetto fu il fil rouge che fin dalla prima Conferenza organizzativa – svoltasi il 28 luglio 1957 a Cosio d’Arroscia, un piccolo comune dell’interno savonese – si dipanò e diede vita all’Internationale Situationniste: un’esperienza collettiva che, fra alti e bassi, proseguì per quindici anni, attraversando un momento storico gravido di tensioni internazionali, scatenatesi all’indomani della fine della II Guerra mondiale. Basti infatti pensare al processo di decolonizzazione nelle ex-colonie, alla cortina di ferro fra le due superpotenze con l’innalzamento del muro a Berlino, alla crisi dei missili a Cuba, al ruolo di Giovanni XXIII e all’importanza del Concilio Vaticano II, alla guerra in Vietnam, alla rivoluzione culturale in Cina,… . Questi ed altri avvenimenti scossero profondamente gli assetti nazionali, generando profonde crisi politiche sia all’interno del blocco sovietico (Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia), sia in Occidente (Grecia, Italia, Francia, Stati Uniti, …), al punto da far montare un’onda di protesta generale contro il “sistema”, in quanto non più in grado di garantire pace e prosperità, ma soprattutto assicurare un futuro fulgido e radioso alle giovani generazioni, sebbene lo sviluppo scientifico e tecnologico (erano gli anni della corsa alla conquista dello Spazio) e il relativo progresso socio-economico promettessero il raggiungimento del benessere, della tranquillità e della finalmente ritrovata felicità.

Del resto gli storici, nel ricostruire l’ordito che caratterizzò l’intera trama situazionista, non poterono non constatare in quel momento una convergenza di interessi fra la sperimentazione di pittori e architetti fra i più influenti dell’avanguardia del secondo ‘900, – come Jorn e Constant, epigoni di “Surréalisme Révolutionnaire”, poi artefici del gruppo CoBrA – con la vita scapestrata e ai margini della legalità attuata dai giovani componenti dell’Internationale Lettriste (tra cui Debord, Bernstein, Wolman) nella Parigi di inizio anni ’50. Li accomunava l’intento di unire le critiche contro il funzionalismo architettonico e l’industrial design – allora all’apice della visione modernista dello spazio urbano e del vivere quotidiano scandito dal tempo della produzione/consumo della merce – a pratiche d’intervento, quali la deriva e la psicogeografia, considerate esperienze concrete per non subire passivamente un habitat urbano che ingabbia la vita dei suoi abitanti, così da teorizzare l’impellente necessità di opporsi radicalmente alla rigida pianificazione di un’esistenza chiusa fra le anguste regole della famiglia, dello studio, del lavoro, del divertimento/loisirs, che genitori, insegnanti, datori di lavoro, consideravano ambìti traguardi per raggiungere la “felicità”, il “benessere”, il “successo”.

Questa “felicità” di una vita intera, spesa nel “desiderio” compulsivo di consumare “beni” al fine di sentirsi importante e di stimato per la società, poteva mai sostituire i desideri autentici con bisogni artificiali, percepiti come bisogni senza esser mai stati desideri? O, non era finalmente arrivato il momento di rivendicare la realizzazione della vita vera, in cui il tempo di vivere non sarebbe mancato più, grazie alla costruzione di situazioni, «vale a dire la costruzione concreta di ambienti temporanei di vita, e la loro trasformazione in una qualità passionale superiore»4? E chi, se non i situazionisti, potevano boriosamente affermare di conoscere le regole principali in grado di sovvertire i rapporti reificati fra l’ambiente e i suoi abitanti attraverso la critica della vita quotidiana, inseparabile dalla costruzione di un ambiente generale, l’urbanismo unitario, «base indispensabile della costruzione delle situazioni nel gioco e nel serio di una società più libera»?5

Quasi sempre, però, tali ricostruzioni storiche finirono per avvalorare l’ipotesi che l’I.S., sebbene nascesse da istanze e problematiche presenti nelle avanguardie artistiche della seconda metà del Novecento, ben presto si liberasse di un simile ingombro per approdare ad una più lucida e critica teoria politica della società; soprattutto Raul Vaneigem – avvicinatosi all’I.S. nei primi anni ‘60 – impresse tale svolta, rimarcando che, come per l’urbanistica e l’informazione, anche le ideologie politiche e i cosiddetti rivoluzionari di professione fossero complementari nelle società capitaliste e “anticapitaliste”, in quanto organizzano il silenzio per mantenere lo status quo e trarne laute ricompense.

Ma possiamo davvero soddisfarci di una siffatta interpretazione che, così facendo, rassicura il senso dell’agire dei situazionisti ad un progressivo, maturo, ineluttabile, cammino verso la pratica rivoluzionaria attraverso la progettazione di una teoria politica che – abbandonata ogni proposizione artistica tesa alla sua realizzazione/superamento nella vita quotidiana – riscoprì la necessaria affermazione del potere (sia pure quello dei consigli) quale orizzonte per definire una nuova idea di felicità e con essa una nuova società?

Sicuramente la notorietà e la celebrità dei situazionisti sono da ascrivere agli avvenimenti che caratterizzarono il Maggio francese, in quanto seppero anticiparlo di qualche anno (il noto “Scandalo di Strasburgo” del novembre 1966), e riuscirono a prefigurarlo attraverso un’analisi critica della società contemporanea: questa risultava caratterizzata dall’alienazione prodotta da un ambiente urbano mercificato, tale da privare gli uomini delle proprie emozioni vive per organizzar loro una sopravvivenza obnubilata dal consumismo spettacolare. Tuttavia, i dodici numeri della rivista “internationale situationniste” [1958/1969], le mostre, i film e le iniziative politiche, le decine di brochure e i libri che scandirono il maturarsi del pensiero situazionista, attestano il fatto che l’obiettivo ultimo di questa organizzazione fu – da sempre – la realizzazione dell’arte in quanto immaginazione di ciò che manca, come bisogno cioè di trasformare da subito la realtà presente; dopotutto, come scrisse uno dei principali protagonisti dell’I.S., se «la moneta è l’opera d’arte trasformata in cifra, il comunismo realizzato è l’opera d’arte trasformata in totalità della vita quotidiana»6.

Un sogno? Un’utopia? O piuttosto il “tesoro” che l’Internationale Situationniste aveva saputo dissotterrare dal cumolo di macerie delle passate rivoluzioni e che, nonostante i numerosi pretendenti all’eredità, non ha ancora trovato i legittimi esecutori testamentari? Certo è che i situazionisti, e pochi altri, sono stati ad un passo dal riconoscerlo e dal provare a utilizzarlo prodigandosi in tutto ciò che allora poteva essere fatto per arricchire la rivoluzione, come avvenne durante la Comune di Parigi nel 1871, Kronstadt nel ’21, Barcellona nel ’36, Budapest nel ’56, nel Joli Mai ‘68… . Quello che in seguito accadde, purtroppo è davanti ai nostri occhi: in tanti si arricchirono, al punto che la rivoluzione è ritornata ad essere “roba per poveracci”. Ma il TESORO è ancora lì: senza padroni, né servi!


  1. Guy Debord, Les situationnistes et les nouvelles formes d’action dans la politique ou l’art, in «Destruktion af rsg-6», catalogo trilingue (danese, francese, inglese), Galerie exi, Odense (Danimarca), giugno 1963  

  2. Guy Debord, La véritable scission dans l’Internationale. Circulaire publique de l’Internationale Situationniste, Champ Libre, Paris 1972. Il testo – scritto interamente da Debord, ma cofirmato da Gianfranco Sanguinetti in «quanto membro dell’I.S. espulso dalla Francia per conto del ministero degli Interni il 27 luglio ’71, al fine di dare a questo studio storico un piacevole tocco d’attualità» – volle sostanzialmente giustificare i motivi che avevano portato allo scioglimento dell’Internationale Situationniste, precisandone il contesto storico e sociale, sottolineando la portata rivoluzionaria del movimento proletario internazionale, ma guardandosi bene dall’evidenziare la debolezza organizzativa e l’incapacità teorico-progettuale che caratterizzarono gli ultimi anni dell’esperienza situazionista.  

  3. “Il senso del deperimento dell’arte”, internationale situationniste, n.3, dicembre 1958.  

  4. Guy Debord, “Rapport sur la construction des situations …”, Parigi, Giugno 1957.  

  5. Debord-Constant, “Dichiarazione di Amsterdam”, internationale situationniste, n. 2, Dicembre 1958.  

  6. Asger Jorn, “Critica della politica economica”, Rapporti presentati all’I.S., Bruxelles, maggio 1960.  

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Gli altri volti della Rivoluzione: considerazioni di un antimarxista https://www.carmillaonline.com/2022/01/30/gli-altri-volti-della-rivoluzione-riflessioni-di-un-antimarxista/ Sun, 30 Jan 2022 21:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70321 di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Mangia ananas, mastica fagiani. Vol.I – Dal Manifesto del partito comunista alla Rivoluzione d’Ottobre, WriteUp Books, Roma 2021, pp. 484, 28,00 euro

Lasciate oltrepassare al vostro pensiero i limiti di questo mondo, perché vada a contemplarne un altro completamente nuovo, che farò nascere in sua presenza negli spazi immaginari. (Descartes, Le Monde de M. Descartes ou le Traité de la lumière)

Per chi, come il sottoscritto, crede che il politico costituisca principalmente null’altro che uno dei tanti territori dell’immaginario, non è difficile condividere l’idea di Diego [...]]]> di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Mangia ananas, mastica fagiani. Vol.I – Dal Manifesto del partito comunista alla Rivoluzione d’Ottobre, WriteUp Books, Roma 2021, pp. 484, 28,00 euro

Lasciate oltrepassare al vostro pensiero i limiti di questo mondo, perché vada a contemplarne un altro completamente nuovo, che farò nascere in sua presenza negli spazi immaginari. (Descartes, Le Monde de M. Descartes ou le Traité de la lumière)

Per chi, come il sottoscritto, crede che il politico costituisca principalmente null’altro che uno dei tanti territori dell’immaginario, non è difficile condividere l’idea di Diego Gabutti che anche la Storia non sia altro che un aspetto, forse il più antico e meglio conservato, della narrazione letteraria e che come tale vada trattata.

I due aspetti, il politico come una delle tante espressioni dell’ immaginario e la Storia come uno dei generi letterari possibili, si intrecciano profondamente infatti nella monumentale opera in due volumi, di cui si recensisce qui il primo, dedicata alla ricostruzione dei percorsi del marxismo e delle sue rivoluzioni attraverso aforismi letterari e filosofici, recensioni di saggi e di romanzi, divertite e divertenti analisi di testi che da sempre dovrebbero costituire il “canone” marxista, che si accavallano nelle sue pagine, non concedendo al lettore un attimo di tregua (ma in compenso regalandogli numerosi motivi per sorridere oppure riflettere su “verità” date troppo spesso per scontate).

Un’opera che se, nei suoi tratti essenziali, potrà infastidire più di un lettore, da un altro lato potrebbe rivelarsi davvero necessaria e stimolante in ambienti sinistresi in cui, ancora e forse soprattutto oggi, il dibattito sul fallimento delle rivoluzioni novecentesche rifiuta troppo spesso il peso avuto nello stesso dall’autentica controrivoluzione staliniana e dagli eccessi ideologici, che ebbero però risvolti drammatici nelle scelte politiche, sociali e culturali che ne derivarono, di coloro che dissero di ispirarsi a Marx e ancor più al marxismo-leninismo (non importa qui se di stampo bolscevico o maoista). Una sinistra che, fingendo si averlo digerito e superato, così come aveva già fatto il PCI nei confronti dello stesso retaggio storico, ogni qualvolta si approccia allo stalinismo afferma che ormai qualsiasi diatriba che lo riguardi è un fatto meramente ideologico. Appartenente ad un passato ormai morto e sepolto.

Cosa che ha fatto sì che nel nostro paese qualsiasi riferimento ad un possibile binomio lager-gulag sia ancor considerato da molti come lesivo della dignità rivoluzionaria bolscevica e leniniana. E che, peggio ancora, ha contribuito al fatto che ad appropriarsi del ricordo delle vittime italiane dello stalinismo in URSS sia stata spesso più la Destra che la Sinistra, la quale ultima dopo averle negate per decenni attraverso la voce dei rappresentanti del PCI ha finito poi, senza alcun timore di rendersi ridicolmente colpevole, di cercare di nasconderle sotto il tappeto rappresentato dal paragone con un dramma, quello della Shoha, che, nella vulgata ufficiale, qualsiasi altra violenza dovrebbe superare in termini di unicità e nefandezze.

A farne le spese sono stati alcuni dei più importanti scrittori del ‘900: Aleksandr Isaevič Solženicyn che, solo per citare un intellettuale ex-organico del più grande partito comunista dell’Occidente, Umbero Eco all’uscita delle sue prime opere in Italia definì come un «Dostoevskij da strapazzo»; oppure Varlam Tichonovič Šalamov che con le sue memorie del Gulag non ha mai trovato il dovuto spazio sulle pagine di riviste e webzine che si vorrebbero radicali oppure, ancora, Gustaw Herling, polacco e autore della drammatica testimonianza contenuta in Un mondo a parte, la cui prefazione alla raccolta dei Racconti di Kolyma di Salamov è stata respinta dall’editore Einaudi, pochi anni or sono, poiché tracciava il paragone di cui si è parlato più sopra tra lager nazisti e gulag sovietico, mentre nel 1965 il quotidiano del PCI «Paese sera» ne aveva chiesto l’espulsione dall’Italia, dove viveva, proprio a causa della sua testimonianza sul Gulag, ritenuta ancora allora, nove anni dopo il XX congresso del Partito sovietico che aveva aperto uno spiraglio sui crimini di Stalin, falsa e blasfema.

Fermiamoci qui, soltanto per dire che i motivi per leggere l’ultima raccolta di saggi e recensioni di Gabutti potrebbe rivelarsi utile soprattutto per i giovani che soltanto adesso scoprono una storia narrata troppe volte con l’enfasi della leggenda e del mito, ma priva di molti elementi tesi a disvelarne completamente i volti, anche quelli orrendi e insopportabili della Rivoluzione e delle sue promesse troppe volte non mantenute. Un dichiarato antimarxista potrebbe, in tal senso, rivelarsi più utile di tanti “marxisti” che sicuramente hanno conoscenze meno approfondite della materia, dei fatti e dei testi (di cui tanti dichiarano l’avvenuta lettura senza mai averla realmente fatta).

Lo stesso titolo, tratto dai versi di una poesia di Vladimir Vladimirovič Majakovskij che i marinai, secondo la leggenda aurea dell’Ottobre, avrebbero cantato nei giorni dell’insurrezione1, gioca sulle illusioni e l’immaginario, tra ciò che si vorrebbe e ciò che realmente è oppure è stato in ogni sommovimento rivoluzionario degno almeno di questo nome. In un contesto in cui, oltre agli interpreti principali si muovono una miriade di figuranti, controfigure, terroristi, intellettuali (più o meno raffinati), cospiratori, prime donne e donne di malaffare, bohémien, banditi, dittatori e grassatori, poeti, resurrezionisti, baroni sanguinari, Kafka e Lovecraft (sì, anche loro) in una girandola di cui è impossibile, in una recensione, rendere pienamente e dettagliatamente conto.

A fare una classifica di questo vasto compendio di testi, opere ed idee che si sarebbero volute rivoluzionarie si potrebbe dire che, dopo il trattamento riservato loro dalla penna di Gabutti, Marx ed Engels ne escono con diversi lividi e lesioni da codice giallo, mentre Lenin, Stalin e lo stesso Trotsky, invece, con le ossa fracassate ancor più che rotte, così come l’esperienza bolscevica nel suo insieme e quella dei socialisti rivoluzionari prima, durante e dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Anche per gli anarchici sono riservati sonori schiaffoni e brusche tirate d’orecchie e soltanto Amadeo Bordiga sembra cavarsela con qualche scappellotto sul coppino, forse per personale e antica simpatia dell’autore per lo stesso e la sua lingua letteraria che non aveva nulla da invidiare a quella di Gadda (l’altro ingegnere colto e letterato della cultura italiana) in termini di ricchezza ed inventiva.

Il tutto senza mai dimenticare la contraddizione derivante dal fatto che, in origine:

Per Marx la guerra allo «zarismo, gendarme d’Europa» non era solo un chiodo fisso. Era il chiodo fisso. Trascurando la stesura del Capitale, tra il 1863 e il 1864 Marx lavorò ai Manoscritti sulla questione polacca, che dopo un lunghissimo oblio vennero ripubblicati proprio nei giorni di Solidarność, al principio degli anni ottanta, quando l’URSS minacciava un intervento militare in Polonia. Marx sapeva che fin dai tempi di Caterina II, «sincera democratica» (come si sarebbe detto un secolo dopo in langue de bois stalinista) e grande protettrice degli enciclopedisti, non c’era che una politica estera russa, la stessa che i sovietici avrebbero adottato, due secoli più tardi, in Ungheria e Cecoslovacchia: l’intervento dell’esercito russo ovunque una ribellione minacciasse la tenuta dell’Impero. Nel 1863, quando scrisse i suoi appunti sulla questione polacca, era scoppiata a Varsavia l’ennesima insurrezione antirussa2.

Cosa che a lungo gli studiosi sovietici, escluso David Borisovič Rjazanov poi condannato a morte il 21 gennaio 1938, in esito ad un processo superficiale, dal Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS, cercarono di nascondere e sminuire, insieme agli scritti di Engels contro la politica degli zar.

Però, a ben guardare, vi sono alcuni eventi che, nonostante qualche eccesso di idealismo romantico secondo l’autore torinese, escono dal libro in altra maniera: la Comune di Parigi e l’insurrezione di Kronštadt, insieme alle motivazioni dell’insurrezione dei marinai della corazzata Potëmkin. Con le ossa rotte, ma soprattutto a causa dello scontro impari tra utopia e realtà autoritaria dello Stato, qualunque esso sia (capitalista, zarista, bonapartista o bolscevico poco cambia), o del Partito.

Siamo nel marzo del 1871 e via con la leggenda: i borghesi fuggono dalla città, sparisce l’esercito, dio è morto, il governo va in fumo, via le chiese, via la servitù del lavoro, o la va o la spacca, niente più polizia, libertà o morte. Comincia la grande avventura della Comune detta di Parigi. È festa grande e così sono tutti presenti. Gli anarchici, gli studenti sfaccendati, i gazzettieri, la teppa, i membri della Prima Internazionale, che qualche anno più tardi Zola celebrerà in Germinale, i seguaci del grande cospiratore Louis-Auguste Blanqui e la pasionaria Louise Michel in persona, i bottegai spremuti dal fisco, i soldati e gli ufficiali che sono passati al popolo, dirà Marx, «disertando il campo della borghesia» […] È una scena originaria, anzi una première: le altre rivoluzioni moderne, quella russa come quella cinese – la Comune di San Pietroburgo come quella di Canton – saranno solo una nota a piè di pagina di questo mese di guerra feroce, classe contro classe, il socialismo contro tutti, il capitale pure. Circoscritto quanto si vuole, senza che si diffonda oltre le mura della città, la Commune è un dramma che si recita su scala ciclopica ed è all’interno di questo dramma storico, nel suo microcosmo, che il regista e romanziere francese Jean Vautrin muove le pedine e tira le fila del Grido del popolo, un perfido feuilleton alla Éugene Sue, ma scritto nella lingua di Céline e di Leo Malét, che si dipana attraverso le strade di Parigi dove dilagano le barricate, lampeggiano i fucili, si fucilano i traditori e le spie, s’indicono e si sciolgono le assemblee […] . Seguono avventure atroci, scannamenti, immersioni nella Parigi del crimine e dei peggiori bordelli, frequentazioni a rischio di ghenghe assassine e corti dei miracoli […] C’è la materia bruta e canagliesca di cui sono fatti i feuilleton, le tinte forti, gli sguardi feroci, gli strippamenti, le passioni erotiche divoranti. Be’, a pensarci è la stessa materia di cui son fatte anche le rivoluzioni, altra cosa, com’è noto, dai pranzi di gala3.

Per quanto riguarda la rivolta dei marinai della corazzata Potëmkin, invece:

Casus belli fu la carne per il borsch, la tradizionale zuppa russa e ucraina. Brulicante di vermi, invereconda, i marinai rifiutarono di mangiarla, per quanto certificata dal medico di bordo come ottima e abbondante. Gli ufficiali, che erano a tutti gli effetti dei poveri pazzi, gente che in nessun altro esercito dell’epoca avrebbe avuto mostrine né (tanto meno) mano libera, s’impuntarono: mangiare il borsch, vermi e tutto, o essere puniti. Uno degli ufficiali puntò il fucile. Ne risultò una sparatoria e il marinaio Afanasij Nikolaevic Matjusenko, figlio di contadini, frequentatore di circoli clandestini fin quasi dall’infanzia, che capeggiava la rivolta, uccise l’ufficiale, che sotto la minaccia delle armi ancora prometteva rappresaglie. «Non ne avrai l’occasione» – disse Matjusenko – «Ora ti mando a fare il mozzo dall’ammiraglio Makarov», e sparò. Stepan Osipovic Makarov, contrammiraglio russo, era morto un anno prima a Port Arthur insieme al suo equipaggio quando la corazzata Petropavlovsk era saltata su una mina giapponese. Ormai non si tornava più indietro: l’ammutinamento, che nei piani dell’organizzazione segreta dei marinai (la cosiddetta Centalka) avrebbe dovuto coinvolgere tutta la flotta contemporaneamente, scoppiò prima del previsto sulla Potëmkin, e così sia. Molti ufficiali, compresi quelli che riuscirono a gettarsi in mare, e che per lo più furono uccisi a fucilate mentre tentavano di raggiungere le banchine a nuoto, vennero brutalmente massacrati, secondo l’uso delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni asiatiche. S’unì agli ammutinati l’ufficiale di macchina, un nazionalista ucraino, che odiava lo zar almeno quanto l’odiava Matjusenko. Un paio di ufficiali vennero utilizzati per le loro competenze tecniche dal Comitato del popolo che aveva assunto il comando della nave. Poi la Potëmkin, un’icona futurista fusa nell’acciaio dei cannoni e dei lanciasiluri, nave corsara della rivoluzione, ammainò la bandiera zarista dal pennone, issò quella rossa e cominciò la sua odissea attraverso il Mar Nero, tra battaglie e fughe e inseguimenti, fino all’olocausto finale.
[Lo zar] ordinò che a Odessa, dove la corrazzata ribelle era attraccata, gli scioperi e le manifestazioni di solidarietà con gli ammutinati fossero soffocati con la forza. Ne risultò l’ennesimo massacro. In poche ore si contarono quasi 1300 morti. Ne seguì l’ammutinamento, quasi subito rientrato, d’una seconda corrazzata, la Georgij Pobedonosov, che per qualche ora affiancò la Potëmkin nel porto d’Odessa. Segnali d’ammutinamento serpeggiavano in tutta la flotta del Mar Nero. In un’occasione, quando la flotta circondò il porto d’Odessa per farla finita con la nave che inalberava la bandiera rossa, nessun ufficiale osò dare l’ordine d’aprire il fuoco, nel timore di scatenare così la rabbia e la ribellione dei propri marinai. Fu la flotta a ritirarsi, poi la Potëmkin lasciò Odessa per Costanza, in Romania, dove sperava di potersi approvvigionare. Ma le autorità rumene non concessero nulla, né cibo né carbone, e la corazzata corsara, che aveva minacciato di bombardare la città qualora le sue richieste fossero state ignorate, lasciò Costanza senza sparare un colpo. Ormai il sogno di trasformare la flotta nell’avanguardia della rivoluzione democratica russa era svanito. Anche la stampa internazionale, passati i primi entusiasmi, non vedeva più di buon occhio l’avventura rivoluzionaria della : gli ammutinamenti sono malvisti da tutti i regimi, e questo ammutinamento in particolare costituiva un pessimo esempio per le masse anarchiche e socialiste sparse in tutti i continenti, e particolarmente minacciose nei paesi democratici. Dopo essere tornata in acque russe, sempre tenuta d’occhio a distanza dalla marina zarista, che sognava di prenderla per fame, la nave ribelle tornò a Costanza e si consegnò alle autorità rumene, che avevano garantito, ignorando le proteste zariste, asilo politico agli insorti.
[…] Soltanto quando Matjusenko, il leader contadino della flotta, che dopo aver vissuto per qualche tempo a New York e Parigi era tornato in Russia per svolgere attività clandestina, fu arrestato due anni più tardi a Nikolaev, in Ucraina, lo zar pretese che nel suo caso la pena di morte fosse ripristinata. Matjusenko morì impiccato. Nicola II «e ultimo» e il suo regime non gli sopravvissero a lungo4.

Destinato altrettanto ad avverarsi sulla pelle dei propri persecutori fu l’ultimo radiogramma lanciato nell’etere dai marinai di Kronštadt insorti, quando ormai tutto era scritto e stabilito, diretto a un loro antico tribuno:

«Ascolta. Trotsky!» profetizzano quelli di Kronštadt. «Fino a quando tu potrai sfuggire il giudizio del popolo, ti sarà facile fucilare in massa gli innocenti. Ma è impossibile fucilare la verità. Essa finirà col farsi strada. E tu e i tuoi cosacchi sarete obbligati a rendere conto delle vostre infamie». Colpito dalla maledizione dei marinai, senza più uomini da mandare all’assalto, Trotsky lascerà, di lì a pochi anni, la Russia sovietica, i killer di Stalin alle calcagna5.

Marinai che erano insorti, pur avendo alle spalle una ben radicata storia politica:

Nel 1918, all’epoca in cui i socialrivoluzionari di sinistra, stanchi di portare acqua al mulino leninista, provocano l’ammutinamento simultaneo di molti reggimenti contro il comando bolscevico, il Soviet di Kronštadt si schiera con i comunisti […] La nuova opposizione, a Kronštadt, si è formata lentamente, faticosamente, quasi controvoglia. È solo quando gli operai di San Pietroburgo entrano in sciopero che Kronštadt perde la pazienza. Mandano una delegazione nella capitale per condurre un’inchiesta nelle fabbriche. «Visto che siete di Kronštadt», urla un operaio, «quelli che tirano sempre in ballo per spaventarci, e volete sapere la verità, eccola. Noi moriamo di fame. Non abbiamo scarpe né vestiti. A tutte le nostre richieste le autorità rispondono con il terrore. Abbasso la dittatura comunista! Vogliamo Soviet liberamente eletti. Soltanto loro possono toglierci da questo imbroglio!». Pochi giorni dopo Kronštadt è in rivolta6.

Come ricorda ancora Gabutti, citando Boris Souvarine, autore di una delle più importanti biografie critiche di Stalin: «Per una sinistra ironia della storia la Comune di Kronštadt soccombette il 18 marzo 1921, cinquantesimo anniversario della Comune di Parigi»7.
Tutto questo e molto altro è possibile leggere e apprendere in questo primo volume di Mangia ananas, mastica fagiani, in maniera tale che per il lettore interessato e curioso non rimane altro che attendere l’uscita del volume successivo, Dai Processi di Mosca al «disgelo» e a Pol Pot.


  1. «Mangia ananas, mastica fagiani, / più non ti resta, borghese, un domani», aveva scritto in gloria della rivoluzione. Un «distico», annota M. a suo proprio margine nel 1927, che «divenne la mia poesia preferita» dopo che «i giornali pietroburghesi dei primi giorni dell’ottobre scrissero che i marinai avevano dato l’assalto al Palazzo d’inverno canticchiando questi due versi»  

  2. D. Gabutti, Mangia ananas, mastica fagiani. Vol. I – Dal Manifesto del partito comunista alla Rivoluzione d’Ottobre, WriteUp Books, Roma 2021, p. 118  

  3. D. Gabutti, op. cit., pp.107-108  

  4. Ibidem, pp. 146-148  

  5. Ibid., p. 301  

  6. Ibid, pp. 299-300  

  7. p. 294  

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L’armata a cavallo (che non cambiò i destini del mondo) https://www.carmillaonline.com/2020/09/23/larmata-a-cavallo-che-non-cambio-i-destini-del-mondo/ Wed, 23 Sep 2020 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62642 di Sandro Moiso

Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, MILLENOVECENTOVENTI. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte d’Europa, traduzione a cura di Fabio Pellicanò, Circolo Internazionalista Francesco Misiano, supplemento a Pagine Marxiste n° 48, gennaio 2020, pp. 160, 10 euro

Isaak Babel’, giornalista e scrittore sovietico, nel 1940, quando fu fucilato nella prigione di Butyrka a seguito di un ennesimo processo farsa, pagò duramente l’onesta descrizione della campagna militare in Polonia durante la guerra civile russa fatta nei racconti contenuti nella sua opera più famosa: L’armata a cavallo (titolo originale “La cavalleria rossa”). [...]]]> di Sandro Moiso

Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, MILLENOVECENTOVENTI. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte d’Europa, traduzione a cura di Fabio Pellicanò, Circolo Internazionalista Francesco Misiano, supplemento a Pagine Marxiste n° 48, gennaio 2020, pp. 160, 10 euro

Isaak Babel’, giornalista e scrittore sovietico, nel 1940, quando fu fucilato nella prigione di Butyrka a seguito di un ennesimo processo farsa, pagò duramente l’onesta descrizione della campagna militare in Polonia durante la guerra civile russa fatta nei racconti contenuti nella sua opera più famosa: L’armata a cavallo (titolo originale “La cavalleria rossa”). Testo, pubblicato in prima istanza nella rivista LEF di Vladimir Majakovskij nel 1924, che era il risultato delle osservazioni fatte sul campo dallo scrittore che era stato assegnato, come giornalista, alla prima armata a cavallo del Feldmaresciallo Semën Michajlovič Budënnyj, diventando così testimone diretto della campagna di Polonia che cercava di portare la rivoluzione comunista fuori dalla Russia. In quell’occasione l’Armata Rossa penetrò fin quasi a Varsavia, ma fu infine respinta nella battaglia del 1920 svoltasi in prossimità della capitale polacca.

Anche l’autore del testo qui recensito, Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, finì col pagare con la vita nel 1937, tra le altre cose, le posizioni sostenute nel corso di quella campagna militare e la critica alle scelte militari dell’incipiente stalinismo. Ma con una non piccola differenza, rispetto al primo: egli aveva diretto, in qualità di generale dell’Armata Rossa, le operazioni sul fronte polacco ed era stato testimone degli errori politico-militari che avevano minato la riuscita di una campagna militare che avrebbe potuto cambiare le sorti della storia d’Europa e del mondo, se le armate sovietiche fossero riuscite a congiungersi con la classe operaia tedesca ed occidentale nei turbolenti anni del primo dopoguerra.

A Tukhachevsky, già sottotenente dell’esercito zarista, dopo la Rivoluzione era stato affidato il comando della I Armata che combatté sui principali fronti della guerra civile. La sua carriera militare fu notevole: capo di stato maggiore dell’Armata Rossa nel 1924, fino al più alto grado, quello di maresciallo dell’Unione Sovietica. Nonostante le divergenze d’opinione su questioni di carattere militare e politico mantenne sempre ottimi rapporti – ufficiali e personali- con Trotsky, nei confronti del quale mai espresse giudizi sfavorevoli o critiche, ignorando così le pressioni del partito. Arrestato nel maggio 1937 nel corso delle grandi purghe staliniane, Tukhachevsky venne condannato per spionaggio con false prove ed eliminato.

La pubblicazione italiana del testo, curata dal Circolo Internazionalista Francesco Misiano, in occasione del centenario di quella guerra, riproduce sia le conferenze tenute dal generale sovietico per il Corso di Complemento dell’Accademia militare di Mosca dal 7 al 23 febbraio del 1923 che una lettera dello stesso Tukhachevsky a Zinov’ev del 18 luglio 1920, in cui veniva tracciata una prima e importante valutazione politica delle ragioni del fallimento dell’offensiva sul fronte occidentale.

Il lettore, infatti, troverà tra le sue pagine, oltre ad un’ attenta disamina sulla questione Crisi, guerra e rivoluzione in Marx, Engels e Lenin e sullo specifico della guerra russo-polacca contenuta nella Postfazione curata dai militanti del Circolo Misiano, la possibilità di riflettere su alcune problematiche di carattere sia storico che politico che a cent’anni di distanza non hanno ancora perso significatività.

Quelle di carattere storico riguardano la superficialità con cui negli ultimi decenni, ma forse anche già da prima, si è guardato a quella guerra, interpretandola soltanto come un primo passo dell”imperialismo’ sovietico nei confronti della Polonia, prima, e del resto dell’Europa centrale poi.
In questa dominante vulgata la Polonia del Maresciallo Józef Klemens Pilsudski, che dopo l’entrata in vigore della Costituzione parlamentare nel 1921 e la vittoria elettorale dei democratico-nazionali nel 1922 avrebbe, nel 1926, preso il potere con un proprio partito di ispirazione fascista (Sanacja – Risanamento), abolito il Parlamento e assunto poteri pienamente dittatoriali che avrebbe poi mantenuto fino alla sua morte nel 1935, di solito interpreta il ruolo della giovane e orgogliosa nazione, tutta unita al suo interno, che lotta contro l’aggressione del gigante vicino.

In realtà, prima e durante la guerra con le armate rosse, il paese fu sconvolto da lotte operaie che furono duramente represse e da una ribellione serpeggiante fin nelle file dell’esercito. Motivo per cui, durante lo stesso conflitto, almeno un reggimento tentò di passare, al completo di armi e bagagli, sotto il comando dell’Armata Rossa.

Smontata questa impostazione patriottarda della resistenza polacca al “dilagare” delle armate sovietiche, il passo successivo sarà dunque costituito dall’esame degli errori militari e politici che contribuirono al rallentamento prima e alla sconfitta poi dell’offensiva rivoluzionaria verso il cuore dell’Europa occidentale e della sua ribollente, all’epoca, classe operaia.

E qui militare e politico si intrecciano inequivocabilmente, come d’altronde avviene quasi sempre in ogni guerra, poiché molto spesso gli errori compiuti sul campo derivano da scelte operate lontano dal fronte e intorno ai tavoli della politica.
Nelle settimane dirimenti per l’offensiva, inutili furono i richiami e gli ordini di Tukhachevsky affinché tutti gli sforzi e tutte le forze disponibili sul fronte della Vistola fossero concentrate nel tentativo di prendere Varsavia. Una parte dello Stato Maggiore sovietico, tra cui lo stesso Budënnyj, preferì non dare ascolto alle richieste del comandante delle operazioni, per puntare invece tutte le altre risorse disponibili nel tentativo di conquistare la città di L’vov (Leopoli), obiettivo assolutamente secondario, se non inessenziale, rispetto alle ragioni della campagna rivoluzionaria voluta dagli stessi Lenin e Trotsky.

Qualunque fossero le scelte di carattere personale operate dagli altri generali (tattiche oppure semplicemente legate a motivi di invidia e rancore personale nei confronti del nascente astro di Tukhachevsky), si manifestò proprio in quel momento l’inizio del contrasto tra due differenti concezioni delle finalità della stessa rivoluzione russa.
La prima, fatta propria da Lenin, Trotsky e dallo stesso Tukhachevsky, intendeva la rivoluzione dei Soviet come un primo passaggio verso una rivoluzione internazionale permanente, destinata ad essere esportata anche con le armi o, come si diceva allora, “sulla punta delle baionette”, al fine del rovesciamento su scala mondiale, o almeno europea, del capitalismo.
La seconda, che si rivelò poi vincente con l’ascesa di Stalin ai vertici del potere, intendeva invece ciò che era successo dal febbraio del ’17 in poi come un movimento indirizzato alla creazione del “socialismo in un solo paese”. Sostanzialmente una rivoluzione nazionale il cui compito sarebbe stato quello di rendere indipendente e potente la nascente Unione Sovietica.

E’ facile capire come, su un fronte in movimento, qualsiasi ritardo possa trasformarsi in disfatta per gli eserciti che avanzano e in motivo di rafforzamento per quelli schierati a difesa dell’obiettivo principale che i primi intendevano raggiungere, così, nel giro di poche settimane, l’offensiva fallì, trasformandosi in disfatta.
E qui occorre aggiungere un paio di altre considerazioni.

La prima è che quella offensiva nulla ebbe a che spartire con l’espansionismo sovietico nei confronti dell’Europa centrale e germanica alla fine del secondo conflitto mondiale, compresa la scelta di lasciare massacrare gli insorti polacchi dalle truppe naziste, dopo che i primi avevano già liberato Varsavia dalle truppe tedesche, molto meglio armate, nell’estate-autunno del 1944.
Tanto meno con gli interventi militari a favore dei paesi e dei partiti fratelli (Berlino Est 1953 – Ungheria 1956 – Praga 1968 – Polonia 1981). Operazioni militari e interventi repressivi che invece servirono a manifestare in pieno il volto imperialista del “socialismo in un solo paese” .

La seconda è data dal fatto che, pur tenendo conto delle scelte autoritarie del governo rivoluzionario e del ruolo di comandante svolto da Tukhachevsky nelle operazioni nei confronti dei rivoltosi di Kronstadt e di Tambov, il tentativo di sfondare in Occidente era dettato dal sincero convincimento che soltanto con la partecipazione degli operai e dei comunisti occidentali ad un allargamento internazionale della Rivoluzione questa avrebbe potuto affermarsi in maniera stabile e, forse, definitiva. In un momento in cui in Europa, dalla Germania all’Italia del Biennio Rosso, le insurrezioni e le acque della rivolta sociale erano tutt’altro che placate.

Ed è proprio nella lettera a Zinov’ev che possiamo ritrovare alcune considerazioni, svolte dal generale sovietico, utili ancora oggi, esattamente ad un secolo di distanza, ed estremamente significative per cogliere appieno il significato delle scelte politiche e militari di Tukhachevsky:

La guerra civile, che non fu una piccola guerra né una guerra partigiana, ma una guerra civile vasta, materialmente logorante, durata due anni e mezzo, ci colse di sorpresa per ciò che riguardava le sue proporzioni.
Per ciò che riguarda un esercito proletario regolare, in generale il complesso dei membri del nostro partito non era preparato.
Questa nostra mancanza di preparazione alla guerra fa sentire ancor oggi le sue conseguenze. Il principale motivo di questi errori sta nel fatto che non sono stati studiati né la forma teoretica né i mezzi per resistere alla borghesia nel periodo della rivoluzione socialista. La strategia e la tattica delle guerre civili da una parte e di quelle imperialiste e nazionali dall’altra non sono eguali (per ciò che concerne le forme e i mezzi) neppure in una stessa epoca. E’ necessaria un’indagine sulla teoria della guerra civile: questo tipo di guerra interessa più di ogni altro la classe operaia e quindi il Partito comunista, come elemento attaccante; e quindi essi devono studiarla […]1

I principii fondamentali della strategia della guerra di classe cioè della guerra civile su cui si dovranno basare tutti i calcoli e che sono nettamente diversi dai principi fondamentali della strategia della guerra imperialistica sono i seguenti:

1) La guerra si potrà concludere solo con l’instaurazione dell’universale dittatura del proletariato, perché la borghesia mondiale non permetterà all’isola socialista di vivere in pace.
2) Da questo primo principio segue che lo Stato, una volta soggetto al potere della classe operaia, non dovrà proporsi in guerra uno scopo politico conforme alle sue forze armate e mezzi militari, bensì creare forze bastevoli alla conquista degli stati borghesi in tutto il mondo.
3) La fonte da cui l’esercito trarrà i suoi uomini sarà il proletariato di tutto il mondo, senza riguardo per le nazionalità.
4) Non vi sarà mai pace sulle frontiere tra l’isola socialista e lo Stato borghese. Esse saranno sempre un fronte, sia pure in forma latente.

[…] La guerra civile mondiale non deve coglierci completamente di sorpresa. La classe operaia deve essere addestrata a combatterla […] Mi sembra che la situazione non permetta indugi2.


  1. Lettera a Zinov’ev, compresa in M.N.Tukhachevsky, Millenovecentoventi, pag. 95  

  2. Lettera, op. cit., pp. 96-97  

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La bolscevizzazione e la fine della rivoluzione russa https://www.carmillaonline.com/2019/09/04/la-bolscevizzazione-e-la-fine-della-rivoluzione-russa/ Wed, 04 Sep 2019 20:45:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54228 di Sandro Moiso

Antonio Senta (a cura di), Gli anarchici e la Rivoluzione russa (1917-1922), Mimesis edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 166, 16,00 euro

I dieci saggi che compongono il testo curato da Antonio Senta sul rapporto intercorso tra anarchici e Rivoluzione russa esplorano un tema già più volte affrontato dalla storiografia, non solo anarchica. In tale opera, però, i contributi scritti da Alexander Shubin, Marcello Flores, Giuseppe Aiello, Mikhail Tsovma, Selva Varengo, Pietro Adamo, Roberto Carocci, Lorenzo Pezzica, Davide Bernardini, Massimo Ortalli e dallo stesso curatore, rivisitano la questione da tutte le [...]]]> di Sandro Moiso

Antonio Senta (a cura di), Gli anarchici e la Rivoluzione russa (1917-1922), Mimesis edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 166, 16,00 euro

I dieci saggi che compongono il testo curato da Antonio Senta sul rapporto intercorso tra anarchici e Rivoluzione russa esplorano un tema già più volte affrontato dalla storiografia, non solo anarchica.
In tale opera, però, i contributi scritti da Alexander Shubin, Marcello Flores, Giuseppe Aiello, Mikhail Tsovma, Selva Varengo, Pietro Adamo, Roberto Carocci, Lorenzo Pezzica, Davide Bernardini, Massimo Ortalli e dallo stesso curatore, rivisitano la questione da tutte le angolazioni possibili offrendo così una ricca panoramica del punto di vista anarchico sui vari aspetti della Rivoluzione dal 1917 agli anni immediatamente successivi.

I testi costituiscono gli atti elaborati in occasione di un seminario promosso dalla Biblioteca Panizzi e dall’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, tenutosi l’1 e il 2 dicembre del 2017 presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e ci è sembrata particolarmente efficace la sintesi degli stessi elaborata dal curatore nella sua Introduzione, di cui riportiamo qui di seguito alcune parti.

Essenziale nell’intendimento di questo lavoro è la distinzione tra rivoluzione russa e rivoluzione bolscevica. Purtroppo è ancora assai diffusa l’opinione che la rivoluzione russa coincida con quella bolscevica, o d’ottobre. Tale identificazione porta con sé il giudizio secondo cui Lenin sarebbe stato il protagonista massimo di tutto il processo rivoluzionario culminato con l’insurrezione dell’autunno del 1917 e con l’instaurazione del governo sovietico.
La rivoluzione russa è in realtà qualcosa di ben più lungo e complesso: iniziata nel 1905 con la “domenica di sangue” divampa fino al 1907, per placarsi fino al febbraio 1917, quando scoppia di nuovo, tuonando fino alla metà del 1921. Il periodo preso in esame da questo testo è quello che va dall’inizio del 1917 al 1921-1922, con alcuni accenni ed excursus ad anni precedenti e successivi. All’interno di tale periodo si succedono più fasi: la rivoluzione, insieme sociale e politica,liberale e plebea, del 1905-1907, quella di fatto spontanea del febbraio 1917, cui segue lo sviluppo del movimento rivoluzionario sotto il governo provvisorio, l’insurrezione di ottobre – che segna il trionfo della politica quale atto di volontà di una minoranza che riesce a mutare il corso della storia -, la guerra civile del 1918-1920, i tentativi di dare vita a una terza rivoluzione, sociale e sovietista, schiacciati nel sangue dal Partito bolscevico fattosi Stato.

[…] Un contributo, quello del testo che avete tra le mani, che intende concorrere ad arricchire la riflessione storiografica sull’anarchismo, settore che negli ultimi decenni ha avuto uno sviluppo quantitativo e qualitativo di cui è stato tratto un provvisorio bilancio1.
Esso si affianca alle varie pubblicazioni speciali, ai convegni e alle iniziative che si sono tenute in occasione del centenario. I più acuti tra i fautori dell’ottobre russo si interrogano oggi per capire se – cito dal discorso commemorativo di Mario Tronti in Senato del 26 ottobre 2017- “il vero punto di catastrofe dell’intero progetto” sia chi i soviet si siano “fatti partito”. Riflessione tardiva, certo, ma che potrebbe essere importante […]

Necessario, quindi, nel centenario mettere in evidenza la visione anarchica e la sua critica anticipatrice alle caratteristiche autoritarie della rivoluzione bolscevica e dei suoi esiti, in quanto caso concreto di una rivoluzione che si fa Stato. Tale critica si delinea già nel 1918-1919 e diventa patrimonio comune del movimento nel 1921, dopo la repressione violenta del movimento machnovista e della comune di Kronštadt. Alla morte di Lenin, nel 1924, Errico Malatesta scrive su “Pensiero e Volontà”: “egli, sia pure con le migliori intenzioni, fu un tiranno, fu lo strangolatore della Rivoluzione russa – e noi che non potemmo amarlo vivo, non possiamo piangerlo morto. Lenin è morto. Viva la libertà!”
A cento anni di distanza la visione libertaria degli eventi russi emerge nella sua ricchezza e perspicacia. Essa intende far sopravvivere la rivoluzione al bolscevismo, o meglio far vivere la rivoluzione facendo a meno dei due pilastri su cui poggia il bolscevismo: il partito e la polizia segreta. Nel fare ciò gli anarchici provano anche a metter e in moto processi, seppur frammentari di autogoverno popolare, appoggiando i soviet più radicali, come quello di Kronštadt, o l’autogestione delle campagne come nelle zone influenzate dal machnovismo.
Falliscono, schiacciati dal bolscevismo, dalle forze reazionarie e da un’insufficiente capacità di azione autonoma da parte delle masse, lasciando anch’essi insoluta la problematicità del rapporto tra la rivoluzione e la necessità della sua difesa militare, ovvero tra rivoluzione e guerra civile. Un rivolgimento radicale reca con sé un grado inevitabile di lotta militare, col suo portato di abbrutimento: bisognerebbe quindi rinunciare e accontentarsi di un gradualismo riformista incapace di intaccare alla radice i rapporti sociali? Immagino di no. Tuttavia queste e altre questioni scaturite dalla rivoluzione russa nel loro inestricabile intreccio tra tensione all’emancipazione e dolorosa perdita di libertà paiono ancora oggi irrisolvibili.


  1. G. Berti, C. De Maria, L’anarchismo italiano. Storia e storiografia, Biblion Milano 2016  

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Rivoluzione e disillusione https://www.carmillaonline.com/2017/11/15/rivoluzione-e-disillusione/ Wed, 15 Nov 2017 22:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41462 di Sandro Moiso

Franco Bertolucci, A ORIENTE SORGE IL SOL DELL’AVVENIRE. Gli anarchici italiani e la rivoluzione russa 1917-1922, BFS EDIZIONI 2017, pp. 120, € 12,00

La rivoluzione russa del 1917 ha costituito sicuramente uno dei momenti fondativi per la politica, la società, la geopolitica e, forse più semplicemente, per l’intera storia del ‘900. Le trasformazioni politiche, economiche e sociali avvenute nel grande paese eurasiatico tra quel fatidico anno e i due decenni successivi avrebbero suscitato speranze, paure, illusioni, odi, disillusioni e conflitti di classe, nazionali ed internazionali, le cui conseguenze avrebbero [...]]]> di Sandro Moiso

Franco Bertolucci, A ORIENTE SORGE IL SOL DELL’AVVENIRE. Gli anarchici italiani e la rivoluzione russa 1917-1922, BFS EDIZIONI 2017, pp. 120, € 12,00

La rivoluzione russa del 1917 ha costituito sicuramente uno dei momenti fondativi per la politica, la società, la geopolitica e, forse più semplicemente, per l’intera storia del ‘900.
Le trasformazioni politiche, economiche e sociali avvenute nel grande paese eurasiatico tra quel fatidico anno e i due decenni successivi avrebbero suscitato speranze, paure, illusioni, odi, disillusioni e conflitti di classe, nazionali ed internazionali, le cui conseguenze avrebbero trasformato definitivamente le concezioni ottocentesche del socialismo e, allo stesso tempo, la concezione borghese della funzione dei partiti.

Franco Bertolucci, direttore della Biblioteca Franco Serantini di Pisa, storico militante e ricercatore attento a tutte le manifestazioni del pensiero espresso tra Otto e Novecento dal movimento operaio e anarchico italiano ed internazionale, ha condensato in un agile e documentato volumetto, edito dalle edizioni BFS, le contraddittorie posizioni manifestate dal movimento anarchico italiano nei confronti di quella rivoluzione.

Posizioni la cui contraddittorietà non derivava dalla più generale concezione anarchica della trasformazione sociale, quanto piuttosto da quella che fondava la rivoluzione stessa.
Un moto enorme di soldati, operai, donne e contadini che nel giro di pochi giorni, nel febbraio del 1917, aveva di fatto cancellato dalla Storia un’autocrazia che da cinque secoli governava il territorio più grande al mondo: quei 24 milioni di km quadrati che costituivano l’impero zarista.

Un moto rivoluzionario, che avrebbe costituito, ad un primo giudizio storico e politico, l’evento più importante della guerra (la prima mondiale) come ebbe a dire Rosa Luxemburg nel suo scritto dedicato all’evento e scritto a caldo nel 1918 mentre si trovava in carcere.1
Il fatto più importante di un evento che a sua volta avrebbe contribuito in maniera decisiva a fondare le premesse e i percorsi politici e sociali del XX secolo.

Un moto che sembrava smentire le concezioni gradualistiche della socialdemocrazia, sia europea che russa, che fondava le proprie idee di trasformazione sociale su una concezione distorta del pensiero di Marx.2 Un processo rivoluzionario che partiva dalle masse esaurite da anni di guerra, morte, fame e miseria, in un contesto socio-economico e politico che poteva ben considerarsi come il più arretrato d’Europa, ma che si esprimeva in un contesto rappresentativo, i soviet, in cui era ancora forte la funzione dei partiti. Non sempre all’altezza del compito e non sempre, anzi quasi mai, in sintonia con le richieste provenienti dal basso.

Basti qui citare un estratto da una lettera al soviet di Pietrogrado proveniente da un gruppo di soldati al fronte alla fine di luglio del 1917 (quando il governo provvisorio era in carica già da cinque mesi):

Al congresso3
E’ l’ultima volta che vi chiamiamo compagni.
Noi credevamo che il congresso avrebbe portato, o se non altro avvicinato la pace, invece i discorsi vertono su tutt’altro: sugli arresti degli anarchici, sulla disputa con i bolscevichi a proposito dell’allontanamento degli anarchici dalla dacia di Durnovo, sull’esistenza della Duma di Stato, sugli ossequi a Rodzjanko e così via. Ricordate signori ministri e principali dirigenti: noi i partiti li capiamo poco, sappiamo solo che non è lontano nè il futuro nè il passato, lo zar vi ha confinati in Siberia e imprigionati, ma noi vi trafiggeremo con le baionette.
Perché voi menate la lingua come le vacche menano la coda.
A noi non servono le belle parole, a noi serve la pace.4

Testimonianza esplicita di una rivendicazione all’azione diretta ed efficace contro la guerra e le inutili cianfrusaglie ideologiche ed opportunistiche espresse dall’assemblea che avrebbe dovuto innanzitutto dare voce e corpo alle istanze di chi le aveva permesso di esistere e sopravvivere.
Voci e moti che fin da febbraio avevano costituito per il movimento anarchico, italiano e internazionale, un più che valido motivo di speranza nell’avvicinarsi di un più vasto sommovimento di classe internazionale.

Voci e moti che trovavano corrispondenza anche in Italia e sul fronte italiano. Bertolucci non dimentica infatti di ricordare che le speranze degli anarchici italiani si fondavano non soltanto sulla resistenza alla guerra manifestatasi nelle campagne e città italiane già nel 1914, ma anche nei moti insurrezionali di Torino nel corso del mese di agosto del 1917 e, soprattutto, nell’elevato numero di diserzioni e procedimenti contro i renitenti alla leva (circa 470.000). In una situazione in cui in una regione come la Sicilia il numero dei renitenti corrispose al 50% dei chiamati o richiamati al fronte.

«Fare come in Russia» diventa in breve il leitmotiv dei giornali sovversivi e libertari. Gli anarchici e i propri organi tra i quali «L’Avvenire anarchico» e «Guerra di classe», periodico dell’Unione Sindacale Italiana, seguono con trepidazione e crescente simpatia l’evolversi della situazione.
Ragioni politiche e storiche – considerando l’influenza esercitata dal movimento rivoluzionario russo in Italia – determinano questa spontanea ed entusiasta attenzione verso la Rivoluzione russa da parte degli anarchici italiani, che con una visione messianica attendono la rivoluzione sociale come risposta alla guerra imperialista. Le prime notizie dalla Russia confermano le loro attese e le loro previsioni. Gli anarchici, nel marzo-aprile 1917, sperano che l’affermazione di quella rivoluzione sia il prodromo dell’espandersi del moto agli altri paesi coinvolti nel conflitto mondiale.5

Tali speranze e previsioni erano poi ulteriormente alimentate dalla stampa borghese che, come nel caso del quotidiano «La Stampa» di Torino in un articolo del 21 aprile di quello stesso anno, definiva Lenin come un «anarchico russo». Ignorando completamente le differenze che correvano tra le concezioni politiche del leader bolscevico e quelle libertarie. E che di lì a poco si sarebbero pesantemente manifestate in entrambe le direzioni di marcia.

Paradossalmente l’ultima manifestazione pubblica degli anarchici in Russia corrispose ai funerali, nei primi giorni di febbraio del 1921, del vecchio nobile e anarchico Kropotkin che, sebbene criticato dal movimento libertario, sia in Russia che in Italia, per aver scritto e firmato, il 21 febbraio 1916 ma pubblicato sul quotidiano «La Bataille» soltanto il 14 aprile di quello stesso anno, il Manifesto dei sedici in cui si inneggiava alla guerra a fianco dell’Intesa contro l’imperialismo tedesco, proprio nel momento in cui centinaia di migliaia di soldati russi avevano cominciato a disertare,6 costituiva pur sempre un simbolo di continuità tra le vecchie e nuove generazioni del movimento libertario.

Di lì a poco, nel marzo del 1921, la distruzione e la dispersione, ad opera dell’Armata rossa diretta da Trockij e dal generale Michail Nikolaevič Tuchačevskij, della comune dei marinai, dei soldati e degli operai di Kronštadt, che aveva costituito una delle anime più generose e determinate della rivoluzione del ’17, avrebbe determinato la definitiva cesura tra movimento libertario e bolscevismo. Come ebbe ad osservare l’anarchica americana Emma Goldman all’epoca ancora presente sul territorio russo.

Cesura, tra movimento rivoluzionario autentico e politiche bolsceviche, che gli anarchici avevano già iniziato a denunciare precedentemente e che la convocazione del I Congresso della Terza Internazionale nel marzo del 1919, dopo un primo momento di partecipazione ideale e di positivo accoglimento dell’iniziativa, aveva portato, per esempio, ad affermare sulle pagine del giornale «Il Risveglio» di Ginevra:

Lenin ci ha fatto intendere chiaramente che non vuole di noi nella Terza Internazionale, a meno che fossimo disposti ad ammettere la conquista dei poteri pubblici e la dittatura cosiddetta del proletariato, ossia cessare d’essere anarchici.7

Dittatura del proletariato in cui gli anarchici non intravedevano altro che una sorta di dittatura di una minoranza di operai specializzati dell’industria, insieme agli intellettuali rivoluzionari e socialisti e ai nuovi proprietari terrieri, come scrivevano sulle pagine di «Umanità nova» nel novembre del 1920.

Delle tragiche conseguenze di quella rottura legata alla progressiva presa del potere da parte del partito bolscevico scrive ancora Bertolucci nel suo testo, così come altri hanno già fatto.
Ciò che occorre, però, qui individuare non sono soltanto le illusioni e le disillusioni che accompagnarono i movimenti reali e quelli sovversivi di quegli anni, ma anche il fatto che le difficili informazioni provenienti dalla Russia e le distorte interpretazioni ideologiche di quegli avvenimenti nascosero, allora come troppo spesso ancora oggi, il fatto che nel 1917 giunsero ad un fatale incrocio quattro treni lanciati in corsa: 1) quello del movimento reale dei soldati, degli operai, delle donne e dei contadini; 2) quello delle aspirazioni anarchiche e populiste attive in Russia fin dalla seconda metà dell’Ottocento; 3) quello dei partiti socialdemocratici, liberali e borghesi che intendevano approfittare di un rinnovamento in chiave capitalistica dell’assetto economico e sociale della Russia zarista e 4) quello della minoranza socialista bolscevica, sospesa tra marxismo ortodosso e rivoluzione. Il tutto in un contesto in cui l’imperialismo internazionale da subito fece di tutto per impedire e distruggere l’esperimento «sovietico» fin dai suoi primi e incerti passi.

Da quel cozzo di forze gigantesche emersero vincitori, ma soltanto per un breve periodo, i bolscevichi. Illusi essi stessi di poter guidare quel magma dopo averlo correttamente interpretato nei giorni di Ottobre. Illusi di essere in grado di rappresentare sempre e comunque le reali esigenze del proletariato, fino ad arrivare a distruggerne le avanguardie insieme agli avversari politici, anarchici e socialisti rivoluzionari. Prima di essere essi stessi divorati dallo stesso infernale e cieco meccanismo partitico e dittatoriale. Come dalle belle e pacate pagine scritte da Bertolucci è possibile correttamente intravedere.


  1. Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, (a cura di Massimo Cappitti), BFS Edizioni 2017  

  2. Si confrontino Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014 e la sua recensione su Carmilla: https://www.carmillaonline.com/2014/09/03/marx-contro-marxismo/  

  3. dei Soviet  

  4. cit. in Alessandra Santin, Lettere di soldati russi al Soviet di Pietrogrado (marzo-novembre 1917) raccolte in Paolo Giovannini (a cura di ), Di fronte alla grande guerra. Militari e civili tra coercizione e rivolta, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche, Il Lavoro Editoriale, Ancona 1997, pp.168-169  

  5. Franco Bertolucci, A ORIENTE SORGE IL SOL DELL’AVVENIRE, pag. 38  

  6. Si calcola che nel solo 1916 siano state un milione e mezzo le diserzioni nell’esercito zarista  

  7. Bertolucci, pag. 77  

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Dopo cinque generazioni https://www.carmillaonline.com/2017/11/08/dopo-cinque-generazioni/ Wed, 08 Nov 2017 22:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41429 di Sandro Moiso

Lorenzo Pezzica, Le magnifiche ribelli 1917-1921, eléuthera 2017, pp. 200, € 15,00

Ti bacerà sul petto la mia palla, io sulla bocca. (Anna Barkòva)

A un secolo di distanza dalla Rivoluzione d’Ottobre diventa sempre più evidente l’importanza del ruolo giocato dalle donne all’interno degli eventi drammatici che la accompagnarono e coronarono. Prima dando vita a quelle manifestazioni che a partire dal 23 febbraio (8 marzo) 1917 avrebbero scatenato la tempesta che nel giro di pochi giorni avrebbe rovesciato un regime autocratico che durava da cinque secoli. Poi attraverso la lotta che le stesse avrebbero condotto per far [...]]]> di Sandro Moiso

Lorenzo Pezzica, Le magnifiche ribelli 1917-1921, eléuthera 2017, pp. 200, € 15,00

Ti bacerà sul petto la mia palla,
io sulla bocca
.
(Anna Barkòva)

A un secolo di distanza dalla Rivoluzione d’Ottobre diventa sempre più evidente l’importanza del ruolo giocato dalle donne all’interno degli eventi drammatici che la accompagnarono e coronarono.
Prima dando vita a quelle manifestazioni che a partire dal 23 febbraio (8 marzo) 1917 avrebbero scatenato la tempesta che nel giro di pochi giorni avrebbe rovesciato un regime autocratico che durava da cinque secoli.
Poi attraverso la lotta che le stesse avrebbero condotto per far sì che quella prima rivoluzione proletaria e socialista non dimenticasse le differenze e le specificità legate alla loro condizione che ancora costituivano un ostacolo alla piena e reale liberazione del genere umano dalle catene dell’oppressione di classe e di genere.
Infine con la lotta serrata che molte di esse, dentro e soprattutto fuori dal partito bolscevico rapidamente salito al potere, condussero per opporsi alla degenerazione non solo progettuale di una rivoluzione che, nata in nome del trionfo dell’eguaglianza sociale ed economica, avrebbe portato ad uno dei regimi massimamente responsabili per il trionfo della controrivoluzione su scala planetaria.

Il volume intenso e serrato di Lorenzo Pezzica, che si era già occupato in parte dell’argomento nel precedente Anarchiche. Donne ribelli del Novecento,1 si occupa fondamentalmente dell’ultimo dei tre punti sopra elencati e lo fa con passione e indiscutibile efficacia. Anche se talvolta le fonti storiografiche utilizzate per la ricostruzione generale del periodo affrontato (1917-1921) appaiono un po’ limitate e segnate dalle interpretazioni liberali tipiche della meritoria, ma pur sempre “orientata”, storiografia anglo-sassone.2

Tenendo come filo conduttore per una parte del testo l’autobiografia dell’anarchica americana di origine russa Emma Goldman,3 che tra il gennaio del 1920 e la primavera del 1921 ebbe modo di compiere un lungo viaggio attraverso il paese dei soviet per osservare più da vicino quella rivoluzione che aveva acceso in lei, come in tanti altri anarchici, grandi speranza in un prossimo avvicinarsi della rivoluzione mondiale, l’autore traccia le sintetiche e più che drammatiche vicende che accompagnarono le vite di Fanya Baron, Marija Nikiforova (meglio conosciuta come Marusja), Fanya Kaplan (detta anche Dora), Marija Spiridonova, Irina Kakhovskaja, Ida Mett, Mollie Steimer (pseudonimo di Marthe Alperine), Senya Fleshin, Marija Veger, Marija Korshunova (nota tra i lavoratori di Pietrogrado con il soprannome di «Perovskaja») e della poetessa Anna Barkòva.

Quasi tutte queste donne furono militanti anarchiche o socialiste rivoluzionarie. Tutte pagarono pesantemente con anni di carcere, deportazione, torture, violenze e quasi sempre con la morte la colpa di essere ribelli e rivoluzionarie. Molte avevano impugnato le armi e sparato contro i funzionari dello zar, i generali delle armate bianche o contro i rappresentanti di un bolscevismo ormai tramutatosi in strumento di oppressione. In un caso anche contro lo stesso Lenin, ferendolo gravemente. Molte di loro erano di origine ebraica e diverse, dopo essere emigrate in giovane età in America da sole o con la famiglia per sfuggire ai pogrom e alle persecuzioni che si abbattevano spesso sulle fasce più povere della popolazione di lingua yiddish, tornarono sul suolo russo proprio a seguito dello scoppio della rivoluzione.

Come afferma l’autore:

“Un aspetto fondamentale che lega la maggior parte di queste donne […] è il fatto che racchiudono in sé una seconda «alterità»: oltre all’essere donne, anche l’essere ebree. In effetti, sono state numerose le donne ebree impegnate nei movimenti rivoluzionari, in particolare anarchici, a cavallo tra Ottocento e Novecento. Molte di loro provengono dall’Europa orientale, dove gli ebrei hanno sofferto una particolare condizione di oppressione politica, economica, sociale legata in primo luogo all’antisemitismo. Sono giovani donne nate nell’impero russo, in special modo nei paesi baltici, che spesso abbandonano la terra d’origine in cerca di una vita migliore negli Stati Uniti o nell’Europa occidentale. […] Sono donne che non hanno mai smesso di praticare la dissidenza e che hanno avuto la capacità e la libertà di pensiero di guardare «le cose come sono». […] La loro testimonianza è di una grande onestà intellettuale. Si schierano risolutamente dalla parte della rivoluzione e condividono un modo di percepirla che è largamente diffuso e che sarà poi l’ostacolo maggiore da superare quando esprimeranno ad alta voce il loro dissenso nei confronti del regime bolscevico a causa della piega che questo imprimerà al processo rivoluzionario dopo l’ottobre 1917.
La loro azione, il loro pensiero e le loro riflessioni abitano il quotidiano di quel periodo e si concretizzano in pratiche effettive. E questo perché il loro pensiero è il risultato di un corpo e una mente, di un temperamento contraddittorio, passionale e complesso, intriso di una storia singolare e allo stesso tempo plurale.
Il «tradimento» della rivoluzione – così è vista la conquista del potere da parte dei bolscevichi – non le porta ad abbandonare il desiderio di un cambiamento sociale radicale, semmai ad esasperarlo e renderlo più urgente. La disillusione, accompagnata dalla denuncia di una politica risolta in pura e semplice paura e in delirio di potere, non ne fa delle «controrivoluzionarie», sebbene questo sarà lo scopo della propaganda bolscevica.” 4

Accanto a loro compaiono anche altre donne, anch’esse rivoluzionarie, anch’esse prese negli ingranaggi spietati della rivoluzione in cui, nonostante tutto, cercano di difendere i diritti di genere e affermare una nuova morale sessuale e sociale. Sono bolsceviche come Aleksandra Kollontaj, Angelica Balabanoff, Inessa Armand o la stessa Nadeshda Krupskaja, compagna di Lenin. Anche nei confronti di queste ultime le figure dei leader rivoluzionari bolscevichi, anche i più importanti come Lenin e Trockij, impallidiscono dal punto di vista umano e politico, trascinati come sono in un fiume di cui non possono, non sanno e, forse, non vogliono dirigere la corrente se non canalizzandola in un flusso costante di repressione e negazione di ogni forma di autonomia di classe e di genere.

Scomparse nel Gulag, colpite nei loro affetti, uccise e seviziate nei corridoi più oscuri della Čeka, come Marija Spiridonova torturata e violentata prima dagli agenti della polizia zarista5 e in seguito condannata a lunghe detenzioni in manicomio e infine a morte dai tribunali di Stalin, o ancor prima da quelli messi in atto dai bolscevichi già prima della tragica repressione di Kronstadt, oppure salvatesi soltanto dopo essere state messe nell’impossibilità di esprimere le loro idee, queste rivoluzionarie ferme e coraggiose ci raggiungono ancora oggi con la loro voce e la loro esperienza a cinque generazioni di distanza.

Proprio come la poetessa Anna Barkòva, che passò quasi tutta la sua vita nel Gulag, aveva osato anticipare in una sua poesia:
Chissà, forse tra cinque generazioni
Dopo il terribile straripare del tempo,
il mondo ricorderà l’epoca dei turbamenti
e il mio nome fra gli altri
.

Davanti a tanto coraggio e a tanta lucida passione non ci resta altro da fare che chinare il capo in segno di rispetto e ringraziare l’autore che ha voluto così ricordarcele in occasione di questo contraddittorio centenario di una rivoluzione destinata a diventare, sostanzialmente, la prima delle grandi rivoluzioni nazionali asiatiche, ma non la realizzazione effettiva di una comunità umana più giusta ed eguale.


  1. Shake Edizioni 2013  

  2. Valga da esempio il testo di Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Mondadori 2016  

  3. Emma Goldman, Vivendo la mia vita: autobiografia. 1889-1899, La Salamandra 1980 e Vivendo la mia vita 1917-1929, Zero in condotta 1993 (che forse qualche editore, magari la stessa eléuthera che già nel 2016 ha dedicato alla rivoluzionaria e femminista americana il testo di Max Leroy, Emma la Rossa. La vita, le battaglie, la gioia di vivere e le disillusioni di Emma Goldman, «la donna più pericolosa d’America», dovrebbe prendere la decisione di ripubblicare)  

  4. pp. 10-11  

  5. Marija Spiridonova era stata arrestata e condannata nel 1906 a 11 anni di lavori forzati in Siberia per l’attentato portato a termine contro l’ispettore generale di polizia Gavriil Luznovskij che aveva diretto la repressione dei contadini della regione di Tambov dopo la rivoluzione del 1905. Per un tragico paradosso della Storia quella stessa regione nel 1920 vide ancora i contadini protagonisti di una vasta rivolta contro la leva obbligatoria che, nel 1921, fu duramente repressa dall’armata rossa. La ribellione era stata organizzata militarmente da Aleksandr Stepanovič Antonov (ucciso in combattimento nel 1922 da agenti della Čeka) che, mentre era a capo della Milizia governativa del Soviet di Tambov, era riuscito anche a disarmare le legioni cecoslovacche, autentica spina nel fianco dell’armata rossa durante i primi anni della guerra civile.  

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Ripensare la sete: critica situazionista della società della merce https://www.carmillaonline.com/2016/09/14/ripensare-la-sete/ Wed, 14 Sep 2016 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33177 di Sandro Moiso

una bibita Gianfranco Marelli, Una bibita mescolata alla sete, BFS Edizioni 2015, pp. 128, € 12,00

[L’Internazionale Situazionista può essere senza dubbio considerata come uno dei più luminosi esempi di pensiero critico radicale espresso dalle lotte della seconda metà del ‘900. Il principale motivo per potere sostenere ciò risiede nel fatto che tale movimento, nelle sue espressioni più significative, ha saputo anticipare e tentato di fornire gli strumenti teorici per realizzare una rivoluzione che non fosse soltanto frutto e figlia della necessità, ma anche, e soprattutto, della ricerca della felicità collettiva e individuale e della piena realizzazione dell’essere [...]]]> di Sandro Moiso

una bibita Gianfranco Marelli, Una bibita mescolata alla sete, BFS Edizioni 2015, pp. 128, € 12,00

[L’Internazionale Situazionista può essere senza dubbio considerata come uno dei più luminosi esempi di pensiero critico radicale espresso dalle lotte della seconda metà del ‘900. Il principale motivo per potere sostenere ciò risiede nel fatto che tale movimento, nelle sue espressioni più significative, ha saputo anticipare e tentato di fornire gli strumenti teorici per realizzare una rivoluzione che non fosse soltanto frutto e figlia della necessità, ma anche, e soprattutto, della ricerca della felicità collettiva e individuale e della piena realizzazione dell’essere sociale. In questa ricerca i situazionisti presero le distanza dalle forme partitiche ed organizzative prodotte fino ad allora dal Movimento Operaio, sganciando il pensiero antagonista dalla semplice critica della miseria economica, destinata sempre a produrre soltanto ipotesi di carattere economicistico e riformista, per misurarsi più in generale con l’immaginario che stava alla base di tale produzione ideologica. Così, oltre che critici del lavoro salariato e della società divisa in classi e dello Stato che la giustificava, i rappresentanti dell’ Internazionale Situazionista appuntarono i loro strali su quelli che fino ad allora erano stati aspetti minori, e spesso dimenticati, della teoria rivoluzionaria: le merci, intese come strumento di soddisfazione di bisogni profondi di realizzazione individuale e collettiva attraverso il consumismo, e il tempo libero, inteso come momento dedicato al consumo più che ad una effettiva liberazione dell’individuo e della collettività dal lavoro salariato e dalla schiavitù capitalistica. Nel fare ciò furono forse i primi ad individuare il terreno del politico come uno dei territori dell’immaginario collettivo. Immaginario che se non fosse stato rovesciato non avrebbe fatto altro che prolungare la schiavitù capitalistica basata sul lavoro salariato e sul consumo mercantile di tutto ciò di cui era stato precedentemente espropriato l’essere umano proletarizzato. Anche una volta “fatta” la Rivoluzione, come la drammatica esperienza sovietica e stalinista avevano già fin troppo bene dimostrato. Proprio per questo furono i primi e migliori interpreti del’68, avendo saputo anticiparne i contenuti e gli slogan più originali (“L’immaginazione al potere”) fin dai primi anni sessanta. In questo senso l’ultimo testo di Gianfranco Marelli, studioso da sempre del Situazionismo e dei suoi protagonisti,1 si rivela una guida magistrale per cogliere tutte le sfumature della critica della società delle merci operato dal detournment situazionista nei confronti di quella insaziabile sete di felicità che accompagnava, e probabilmente accompagna ancora, la lotta di classe e che veniva però tradita da un immaginario ancora basato sul consumo di un prodotto già a monte reificato in forma mercantile. Si trattasse, o si tratti ancora, pure di sentimenti, sogni e ideali. Come lo stesso Marelli dimostra ancora una volta in questa occasione non sempre tutto filò liscio e gli stessi critici del “reale” non poterono sempre esimersi dalla critica a cui furono sottoposti dalla “realtà” in grazia anche dei forti personalismi che caratterizzarono e finirono col dividere tra di loro i principali esponenti del movimento, ma ciò non toglie che quella esperienza sia degna ancor di grande attenzione. Qui di seguito pertanto si riproducono le pagine 62 e 63 del testo in questione, utili al fine di riassumere i caratteri generali della “politica” situazionista.]

una bibita 1 Il linguaggio nuovo e irriguardoso nei confronti delle esperienze rivoluzionarie precedenti, applicato ad una critica tagliente della passività cui l’uomo è costretto in ogni momento della sua vita dall’estraneità, dalla separazione, non più circoscritta al solo tempo di lavoro, ma diffusa nell’arco dell’intera esistenza indotta a consumare merce – in quanto che perfino il tempo libero è ormai totalmente scandito dai ritmi delle macchine del consumo e del divertimento obbligatorio che lo consumano e l’uomo, dopo essere stato il «capitale più prezioso», diventa il «bene di consumo più apprezzato»-, finisce per incontrarsi con la protesta giovanile nata dal degrado urbano, sociale e culturale di quelle stesse città di cui i situazionisti furono i primi a denunciare la funzione di controllo e repressione attuata attraverso una manipolazione ideologica consistente nell’appagare artefatti bisogni dei suoi abitanti, che proprio per questo si trovavano continuamente e necessariamente insoddisfatti e frustrati.
La costruzione di basi situazioniste – vere e proprie zone liberate dall’occupazione del mondo della merce in cui viene messa in scena lo spettacolo della divisione, dell’estraneità, della vacuità –finì per recepire le istanze di partecipazione, comunicazione, realizzazione espresse dalla nuova coscienza dei giovani proletari: «la coscienza di non essere in nulla padroni della propria attività, della propria vita».2 Non per nulla, l’attenzione mostrata dai situazionisti nei confronti della gioventù ribelle che, apparentemente «senza causa», esprimeva con rabbia incontrollata il proprio rifiuto della vita così come era organizzata dalla società dello spettacolo. Diventò uno degli aspetti più trattati dalla rivista (soprattutto a partire dal numero 9 in poi), cercando – nella puntuale e minuziosa descrizione degli avvenimenti- di fornire gli insorti le ragioni delle ribellioni che, a partire dagli anni ’60 del XX secolo a Napoli, come Caracas, a Tolone come ad Algeri , a Londra come a Praga, negli USA come in Giappone e in Congo, caratterizzarono le sommosse sociali nei quartieri degradati delle città; ribellioni «contro la merce, contro il mondo della merce e del lavoratore-consumatore gerarchicamente sottoposto alle regole della merce»,3 in cui il saccheggio, lo sciopero selvaggio, l’insubordinazione a qualsiasi imposizione gerarchica, confermeranno definitivamente ai situazionisti l’urgenza di porre, non più in modo oscuro, «la questione di una nuova organizzazione rivoluzionaria, che comprenda abbastanza bene la società dominante, per funzionare effettivamente, a tutti i livelli, contro la società dominante: per trasformarla integralmente senza riprodurla in nulla».

una bibita 2 Non più dunque, operai soddisfatti, come avevano sostenuto i patiti riformisti, i sindacati collaborazionisti, gli pseudo rivoluzionari e l’ala destra dell’I.S., ma proletari ribelli in cerca di un’organizzazione rivoluzionaria che sapesse fare i conti con il fallimento della rivoluzione e con la necessità di reinventarla. Di questo furono convinti assertori i situazionisti, attivandosi affinché il pensiero teorico, a partire dallo stesso Marx, fosse riscoperto, riconsiderando altresì le posizioni degli anarchici nella Prima Internazionale, il blanquismo, il luxemburghismo, il movimento dei Consigli Operai, Kronstadt e i machnovisti; ma non certo – puntualizzarono orgogliosi- «per un fine di eclettismo universitario, o di erudizione, ma unicamente con il fine di essere utile alla formazione di un nuovo movimento rivoluzionario, del quale vediamo in questi ultimi anni tutti i segni premonitori e del quale siamo noi stessi un segno premonitore».4


  1. Si vedano i suoi: L’amara vittoria del stuazionismo, BFS 1996; L’ultima Internazionale. I situazionisti oltre l’arte e la politica, Bollati Boringhieri 2000; la “voce” Internazionale Situazionista per il secondo volume di L’Altronovecento. Il sistema e i movimenti [Europa 1945-1989], Jaca Book 2011  

  2. Il declino e la caduta dell’economia mercantile-spettacolare , in Internazionale Situazionista n°10, marzo 1966, pag.7  

  3. Ibid. pag.4  

  4. I brutti giorni finiranno, I.S. n°7, aprile 1961, pag.12  

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