Gran Bretagna – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 21 Feb 2026 21:00:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Un nero caso di evangelizzazione nel Giappone del dopoguerra https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/tra-lonore-della-katana-e-lumiliazione-della-croce/ Wed, 28 Jan 2026 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92408 di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui [...]]]> di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui suono si ispirava ai Black Sabbath e agli Iron Maiden (qui).

Un modo, questo, per segnalare l’enorme distanza che separa la tradizione giapponese dalle attuali mode e posizioni espresse da una società che per lunghi periodi si oppose alla penetrazione occidentale entro i suoi confini, rifiutandone merci, imposizioni politico-militari e cultura religiosa e subendo, a sua volta, alcuni dei traumi imprescindibili dalla sua storia.

Il primo nel 1853 con l’apertura a suon di cannonate dei suoi porti da parte della flotta del commodoro americano Matthew Perry, che portò alla firma della Convenzione di Kanagawa con gli Stati Uniti; un trattato commerciale che pose termine all’isolamento con in cui il paese aveva difeso i propri confini per circa duecentoventi anni. Trattato poi seguito da quello di amicizia anglo-giapponese firmato il 14 ottobre 1854 che riproponeva in sostanza gli stessi accordi della convenzione firmata pochi mesi prima, fortemente sbilanciato a favore della Gran Bretagna, sancendo l’apertura alle navi britanniche dei porti di Nagasaki e Hakodate e riconoscendo alla stessa lo status di nazione favorita.

Nagasaki tornerà in scena novantun anni dopo quando il Giappone sarà sottoposto ad un secondo shock, ancora più violento del primo, quando il 6 e il 9 agosto 1945 le forze aeree statunitensi sganciarono due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, crimine mai sottoposto a processo e mai nemmeno registrato come tale alla fine del secondo conflitto mondiale1. Due traumi che si sono diversamente riflessi nella cultura, nella politica e nell’immaginario, anche cinematografico e dei manga, giapponesi. E che dovrebbero da soli ricordare anche qui, in un Occidente ormai in crisi e fortemente diviso dalla competizione per la sopravvivenza del benessere per i suoi cittadini, o almeno quelli che costituiscono la parte più ricca degli stessi, che la politica delle cannoniere e dell’imperialismo americano, ma anche europeo, non è certo iniziata con l’avvento di Donald Trump al potere. Ma cosa c’entra tutto ciò con l’opera di uno scrittore, Seichō Matsumoto (1909-1992), reso famoso soprattutto dai suoi romanzi polizieschi lo vedremo tra poco.

Dopo aver abbandonato gli studi molto presto il futuro scrittore giapponese lavorò per qualche tempo in una tipografia, iniziando soltanto nel 1942 a lavorare per una rivista dove riuscì a pubblicare alcuni racconti di carattere storico. Proprio in questo ambito, nel 1953, avrebbe vinto il Premio Akutagawa e tale successo gli permise, nell’arco di pochi anni, di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Così dal 1955 avrebbe iniziato a pubblicare romanzi polizieschi di stampo realistico, in netto contrasto con l’allora vigente letteratura di genere giapponese, impregnata di elementi fantastici.

Per questo motivo le tematiche dei suoi polizieschi affondano le radici nei problemi della società giapponese, cosa che farà sì che sia stato avvicinato a Georges Simenon. Probabilmente non soltanto per i temi scelti e lo stile, ma anche per aver scritto più di 300 romanzi, oltre a moltissimi racconti, che hanno riscosso un certo successo anche al di fuori del Giappone.

In Italia, dopo un lungo ritardo, prima Mondadori, nella collana «Il Giallo Mondadori» (con cinque romanzi e una raccolta di sei racconti pubblicati tra il 1971 e il 2021) e successivamente le Edizioni Adelphi (cinque romanzi di cui quattro nella collana «Fabula» e due raccolte di racconti di cui una nella medesima collana tra il 2018 e il 2025) hanno iniziato a pubblicare le sue opere. Mentre va infine segnalato che dalla sua opera sono stati tratti 19 film, due speciali televisivi dedicati ai suoi racconti, ed una serie televisiva basata su Come sabbia tra le dita (Il Giallo Mondadori n.2112, Milano, luglio 1989), rimasti ancora del tutto sconosciuti al pubblico italiano.

E’ interessante qui ancora sottolineare come del suo passaggio dal genere storico al romanzo poliziesco, sia rimasta traccia nel romanzo pubblicato ora da Adelphi, Vangelo nero, apparso originariamente in Giappone prima a puntate fra il 1959 e il 1960 e poi in volume nel 1961. La trama, infatti, non solo si ispira a fatti realmente accaduti, ma rinvia a ciò che della storia del paese del sol levante si è detto poc’anzi.

Per esempio al fatto che se, dall’inizio del XVII secolo, lo shogunato Tokugawa che governava il Giappone perseguì una politica di pressoché completo isolamento del paese questo non fu dovuto soltanto al fatto che il commercio estero fosse stato mantenuto solo con gli olandesi e i cinesi e condotto esclusivamente a Nagasaki sotto uno stretto monopolio del governo, ma anche alla volontà di impedire la diffusione del cristianesimo nel paese.

Quel periodo, cosiddetto “Sakoku” (paese chiuso), fu caratterizzato dalla pace interna, dalla stabilità sociale, dallo sviluppo commerciale e dall’espansione dell’alfabetizzazione e i Tokugawa temevano che il commercio con le potenze occidentali, portando influenze quali il cristianesimo avrebbe finito col creare instabilità nel paese Così, anche se in un recente film di Martin Scorsese, Silenzio (2016), tratto da un romanzo di Shūsaku Endō pubblicato nel 1966, si tratta la storia delle persecuzioni subite dai cristiani giapponesi in quel periodo attraverso la storia di due gesuiti portoghesi in chiave di martirologio cristiano, è possibile qui ricordare che lo scontro sui confini economico-politici e le tradizioni religiose rivestì un’importante ruolo anti-coloniale della storia del Giappone prima della sua modernizzazione politica, industriale e militare.

Un elemento che non va separato dalle successive reazioni antiamericane e antioccidentali che avrebbero percorso il paese dopo la fine, catastrofica, del secondo conflitto mondiale non soltanto nelle file della sinistra di ispirazione comunista e socialista contro l’imposizione di basi americane nell’arcipelago giapponese e il ferreo controllo esercitato dai vincitori sulla vita sociale, economica e politica del paese2, ma anche in quei settori più conservatori, nostalgici della potenza passata e delle sue tradizioni, come ad esempio quello rappresentato dallo scrittore e militante tradizionalista Yukio Mishima, morto suicida praticando il rito del “seppuku” il 25 novembre 1970, quando, insieme a quattro membri della sua milizia, aveva fatto irruzione in una base militare di Tokyo, preso in ostaggio il comandante della base e tenuto, dal balcone del suo ufficio, un discorso alle truppe accorse, incitandole all’insurrezione contro la costituzione post-bellica.

Vangelo nero, inevitabilmente, risente di questo contesto e di queste reazioni al dominio occidentale, così la detective novel ancora una volta, si rivela essere un valido strumento per denunciare, in maniera audace e implacabile, ciò che una normale, per quanto coraggiosa, inchiesta potrebbe non poter del tutto fare, rivelando non soltanto i fatti in sé, ma anche ipotizzando le loro meschine motivazioni e la macchina messa in moto per nasconderle e rimuoverne le tracce. Come afferma il curatore nella nota posta al termine del volume:

Nel corso della sua articolata attività di scrittore, la vocazione di Matsumoto Seicho all’indagine storica e sociale si è misurata e non di rado scontrata con i limiti della finzione narrativa, fino ad approdare alla produzione di opere dal taglio documentaristico e di marcato impegno civico. Vangelo nero si colloca in una fase ancora germinale di questa metamorfosi: a metà strada fra l’inchiesta giornalistica e la fiction, impiega « nomi falsi in una storia vera » […].
Al centro della narrazione vi è un omicidio realmente avvenuto nel marzo del ’59, e ancora oggetto di una forte copertura mediatica quando, nel novembre dello stesso anno, il romanzo cominciò a uscire a puntate sulla rivista « Shukan Koron ». Il 10 marzo 1959, la ventisettenne Takekawa Tomoko (alias Ikuta Setsuko), hostess giapponese della British Overseas Airways Corporation, fu trovata morta sulle rive del fiume Zenpukuji, a Tokyo. Il principale sospettato fu il sacerdote belga Louis Charles Vermeersch (Charles Tolbecque nel romanzo), un salesiano dell’ordine di Don Bosco, che non venne mai arrestato né formalmente incriminato. Il caso venne archiviato nel ’74, e Vermeersch morì da uomo libero in Canada nel 2017, all’età di novantasei anni3.

La trama della vicenda narrata, molto semplicemente, è tutta riassunta in queste poche righe. Ciò che interessa all’autore non è far arrivare poco a poco il lettore alla scoperta dell’assassino poiché, in fin dei conti, l’evento divenne celebre come «il caso della hostess BOAC» rendendo inutile nascondere l’identità di colui che rimase soltanto l’assassino presunto. Ma delineare un ambiente, uno stile di vita, una scelta culturale religiosa che non può portare ad altro che alla rovina.

Nei sobborghi a nord di Tokyo c’è una ferrovia privata con due linee che corrono verso ovest partendo da due stazioni differenti. Attraversano Musashino quasi in parallelo, a una certa distanza l’una dall’altra. A causa dell’aumento demografico nella capitale, che di anno in anno preme sulle aree periferiche, sia al mattino sia alla sera le affolla un gran numero di passeggeri. Tuttavia, fra le due linee, lo spazio è rimasto come in sospeso, e ci sono luoghi che non sono più rurali ma nemmeno pienamente urbani o frequentati.
Sparse ovunque vi sono macchie d’aceri e di querce lobate, appuntite e glauche. La strada vecchia serpeggia in mezzo agli alberi, e nel fitto della vegetazione si cela un gruppetto di case contadine. Proseguendo oltre, il piccolo abitato si trasforma all’improvviso in un’area residenziale di recente costruzione, una nuova Tokyo che stride con i vecchi campi di Musashino su cui sorge.
A tarda ora il panorama è splendido, bucolico: i campi aperti e il bosco in lontananza si fanno lividi, poi neri, mentre la bruma della sera si solleva bianca ai margini. Il tetto acuto di una chiesa si profila come un’ombra ritagliata sugli estesi nuvoloni accesi di luce, suscitando un sentimento poetico e carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto.
[…] Di notte, invece, la zona è terribilmente desolata. Da qualunque stazione delle due linee ci si arrivi, superato il distretto commerciale che corre tutto in una via, la vivace luminaria cede il passo a un susseguirsi di recinzioni buie. Cessate le luci artificiali, si avverte a un tratto l’oscuro estendersi della natura4.

Si traduce quasi in un sussurro tutta l’abilità narrativa dello scrittore che, in poche righe, rende l’idea di una città in trasformazione dove il passato viene rimosso insieme al suo originario panorama per lasciar spazio a stazioni, casette della classe media e a un classico elemento dell’alterità occidentale: una chiesa. Che in prossimità delle ombre serali sembra celare una pace opposta all’oscurità della notte che scende. Ma è proprio l’oscurità a circondare già il primo personaggio che ci viene incontro dalle pagine del libro: Ebara Yasuko, vestita all’occidentale, che frequenta quella chiesa quasi quotidianamente, anche se dista tre chilometri da casa.

«Di corporatura florida, aveva sopracciglia fini, occhi a mandorla molto sottili, un grosso naso e un paio di labbra carnose. Non era bella, affatto, ma nemmeno brutta, e le sue rotondità la rendevano procace. Rideva in modo sguaiato»5. Una donna dalla riservatezza estrema, al limiti della scontrosità che non permette a nessun di entrare in casa sua. Tranne che a un prete europeo.

I vicini, quando scoprivano che quella donna di mezza età dall’aria non particolarmente affabile era una fervida credente e si occupava di traduzioni bibliche, si vedevano costretti a riconsiderarla in quanto religiosa, e anche i suoi scarsi contatti con il prossimo potevano essere letti come un segno della sua devozione.
[…] Stando così le cose, il fatto che un prete europeo si recasse a bordo di una piccola vettura dalla chiesa a casa della donna non pareva poi tanto strano. Incontrava la traduttrice, era evidente. Eppure le ripetute visite di un prete dai capelli rossi, per giunta a cadenza quotidiana e a qualsiasi ora del giorno e della notte, avvenivano un po’ troppo spesso. Ma si trattava pur sempre di traduzioni bibliche, non potevano certo essere affrontate alla leggera, occorreva zelo negli incontri.
L’uomo che arrivava in auto era sempre lo stesso prete, un tipo magro, alto, con un viso rubicondo. Era calvo, ma gli restava una corona di capelli fulvi che da dietro le orecchie gli scendeva sulla nuca. Sebbene per i giapponesi non sia mai facile capire quanti anni abbiano gli occidentali, lui doveva averne cinquantadue o cinquantatré. Si chiamava René Villiers ed era il parroco, ovvero la massima autorità presso la chiesa di San Guglielmo6.

L’evidente carnalità del rapporto, nonostante il non detto, e la jeep americana con cui si muove il parroco costituiscono già elementi significativi e certo non soltanto simbolici del dramma che si svilupperà a partire dal ritrovamento del cadavere di una giovane hostess, Ikuta Setsuko, restituito dalle acque del vicino fiume Genpakuji. In cui entreranno in gioco anche delle misteriose casse consegnate da un gruppo di energumeni, due o tre volte la settimana, proprio a Ebara.

Così, poco a poco, per centri concentrici come quelli creati da un sasso scagliato in uno stagno, verrà a galla tutto il malessere, la corruzione, la perdita di dignità ricollegabile al lungo e sofferto dopoguerra giapponese. Un periodo in cui, religiosi e stranieri, protetti da una rete di potenti amicizie, i sacerdoti della chiesa cattolica appaiono intoccabili.

Almeno fino a quando la morte della hostess rivelerà anche il sordido desiderio di nuove esperienze del più giovane dei sette sacerdoti della chiesa di San Guglielmo, Charles Tolbecque, che la frequentava in segreto. E in questo intrico di vergognosi interessi e protezioni tra le alte sfere ecclesiastiche e non solo, dovranno mettere le mani, nella seconda parte del romanzo, più dedicata all’inchiesta sull’omicidio, il detective Fujisawa Rokuro e il cronista Sano la cui ricerca della verità darà vita a una impari lotta contro le gerarchie della Chiesa, risolute a insabbiare il caso, e contro il potere politico, timoroso di urtare le nazioni di cui queste sono espressione.

Specchio di un Giappone ferito, ma animato dai primi sussulti di orgoglio, Vangelo nero è un implacabile atto d’accusa contro chi ha trasformato il Paese in un «territorio in concessione», dove persino la Chiesa pensa di potersi impunemente arricchire ai danni di un popolo che in fondo disprezza.

[Matsumoto] prendendo le mosse dal suo precedente Suchuwadesu-goroshi ron (Saggio sull’omicidio della hostess), uno studio rigoroso dedicato al caso BOAC, nella stesura del romanzo […] in assenza di un movente certo, congetturò la presenza di un terzo uomo, Lancaster, e l’esistenza di una rete di traffici internazionali che spiegasse la sistematica e occulta opposizione dei poteri forti, non solo giapponesi, ai tentativi della polizia di dare un volto all’assassino.
Dopo l’esperimento di Vangelo nero Matsumoto, sempre più convinto che « l’inserimento di finzione finisca per offuscare e indebolire la verità oggettiva », diede il via alla stesura di Nihon no kuroi kiri (Nebbia nera sul Giappone ), vasta silloge saggistica redatta nel bel mezzo delle proteste del ’60 contro l’Anpo – il trattato che permetteva agli Stati Uniti di mantenere basi militari sul suolo giapponese –, culminate nel ’70 in quell’apice simbolico che fu il suicidio rituale di Mishima Yukio7. Se Nebbia nera sul Giappone affronta di petto casi irrisolti e scandali, riconducendoli all’inquietante e vasta rete delle ingerenze estere nella politica nipponica, Vangelo nero rappresenta il primo vero tentativo di squarciare questa coltre oscura8.

Una storia nera come l’abito talare dei suoi protagonisti, ma che aiuta il lettore a prendere coscienza di alcuni aspetti del modo in cui si affermarono in Asia i sacri valori dell’Occidente uscito vittorioso dal secondo conflitto mondiale.


  1. Si veda in proposito: Gary J. Bass, Il processo di Tokyo. La seconda guerra mondiale a giudizio, Mondadori Libri S.p.a., Milano 2025.  

  2. Realtà ben descritta nei romanzi della Trilogia di Tokyo dell’autore inglese David Peace (Tokyo anno zero; Tokyo città occupata e Tokyo riconquistata, tutti editi in Italia da Il Saggiatore), quando sotto l’occupazione dei vincitori americani Tokyo era ridotta in macerie, con le strade invase da cani randagi e da un’umanità disperata. Mentre le notti erano dominate dai traffici del mercato nero, dalle lotte tra gruppi criminali, dall’impotenza della polizia, dalla connivenza della stessa e il passato cancellato insieme ai simboli dell’impero e ai nomi svuotati di significatp dai cambi d’identità. Ma dove, soprattutto, la memoria collettiva e individuale era rimossa e cancellata.  

  3. A. Passarella, Nota al testo in Matsumoto Seichō, Vangelo nero, Edizioni Adelphi, Milano 2025, p. 419.  

  4. Matsumoto Seichō, op. cit., pp. 13-14.  

  5. Ivi, p. 16.  

  6. Ibidem, p. 17.  

  7. Le proteste del 1959 e del 1960,riprese poi ancora nel 1970, contro l’Anpo si verificarono per contrastare la revisione, avvenuta definitivamente nel 1960, del Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone e finirono per dare vita alle più grandi manifestazioni popolari del Giappone moderno. Già il 27 novembre 1959, 80.000 tra lavoratori e studenti irruppero nel cortile della Dieta avendo ragione di 5.000 agenti di polizia; successivamente, il 15 giugno 1960, i manifestanti si fecero ancora strada all’interno dell’edificio della Dieta, dove uno scontro violento con la polizia portò alla morte di una studentessa dell’ Università di Tokyo. A seguito di questo incidente, la visita pianificata in Giappone del presidente americano Dwight Eisenhower fu cancellata e il primo ministro conservatore Nobusuke Kishi costretto a dimettersi. Un secondo ciclo di proteste si verificò nel 1970, con il rinnovo del Trattato. Nonostante la minor durata, le proteste raggiunsero ugualmente dimensioni significative. – NdR – cfr. L’Ampo ‘60 in S. Bellieni, Hiroshi Sano (a cura di), Zengakuren Zenkyoto. Giappone: rapporto su una generazione in rivolta, Gian Giacomo Feltrinelli Editore, Milano 1969, pp. XVI-XXI.  

  8. A. Passarella, op. cit., p. 420.  

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Fumo di Londra https://www.carmillaonline.com/2024/08/10/fumo-di-londra-2/ Sat, 10 Aug 2024 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83866 di Giovanni Iozzoli

Mentre scrivo queste brevi note, dall’Inghilterra giunge qualche confortante segnale di reazione al ciclo di violenze di matrice xenofoba, che ha incendiato diverse città del Regno Unito. Grandi manifestazioni “antirazziste” hanno superato nei numeri quelle di segno opposto, coinvolgendo le comunità straniere, pezzi di sindacato e di sinistra politica. Una buona cosa, perché l’incubo delle strade in mano ai teppisti islamofobi, non poteva essere tollerato più a lungo.

Questa ondata di violenza – non prevista da alcuno – ha reso l’idea di una pentola a pressione improvvisamente scoperchiata da un evento tragicamente occasionale. Da questo punto di vista, [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Mentre scrivo queste brevi note, dall’Inghilterra giunge qualche confortante segnale di reazione al ciclo di violenze di matrice xenofoba, che ha incendiato diverse città del Regno Unito. Grandi manifestazioni “antirazziste” hanno superato nei numeri quelle di segno opposto, coinvolgendo le comunità straniere, pezzi di sindacato e di sinistra politica. Una buona cosa, perché l’incubo delle strade in mano ai teppisti islamofobi, non poteva essere tollerato più a lungo.

Questa ondata di violenza – non prevista da alcuno – ha reso l’idea di una pentola a pressione improvvisamente scoperchiata da un evento tragicamente occasionale. Da questo punto di vista, sapere che l’assassino di bambini di Southport non è un aspirante jihadista ma un cristiano figlio di ruandesi, ha cambiato poco il quadro: la scintilla non descrive l’incendio né offre previsioni sulla sua diffusione. A bruciare in Inghilterra in questo momento è proprio il mito della convivenza multietnica di cui il comunitarismo britannico è sempre sembrato laboratorio avanzato.

E’ inutile negarlo, siamo scioccati dalle immagini di nostri fratelli di classe – giovani segmenti di working class bianca – totalmente succubi di parole d’ordine e suggestioni di segno fascista. Non è la prima volta che ciò accade: tra la precarietà della coscienza operaia e il tribalismo sottoproletario, si cammina sempre su una lama sottile. Più di trent’anni sono passati dai fatti di Rostok – sempre agosto ma del 1992: l’ouverture di un processo storico in cui una maligna talpa nazistoide ha ben scavato per decenni, fino a portare l’AFD a diventare primo partito nei territori ex DDR.

Cosa abbiamo visto all’opera, in questi giorni, lungo le strade da Liverpool a Belfast? Odio per il diverso? Certo. Soprattutto se è considerato un competitor sul mercato del lavoro, della casa e del welfare.
Rifiuto della democrazia? Certo, soprattutto se letta come semplice ricambio al potere di élite tecnocratiche, espressione dei piani alti della piramide sociale. E se qualcuno martella per decenni i quartieri proletari e l’infosfera, con l’idea che quelle élite hanno “creato” scientemente il modello sociale multietnico per fottere l’Inghilterra, i suoi valori e gli interessi del “popolo”, ebbè: la miscela è pronta ad esplodere; e le menti obnubilate possono pensare che attaccare un centro per richiedenti asilo sia come attaccare una propaggine del potere finanziario globale.

Le manifestazioni antirazziste di massa di queste ore, però, palesano una criticità: corrono seriamente il rischio di finire arruolate ed inglobate dentro il perbenismo mainstream. Infatti i grandi giornali – in Italia in testa “Repubblica” – si spellano le mani ad applaudire gli “antifascisti” che ricacciano indietro la white trash, il sottoproletariato bianco degli stadi e dei pub. In questo modo, la lettura degli schieramenti, soprattutto da parte dei settori giovanili, diventa fatalmente torbida: e i movimenti antifascisti corrono il rischio di sembrare gli scherani del potere politico-mediatico, chiamati a difendere nelle piazze la società liberale, con tutte le sue “aperture e tolleranze”, contro la feccia bianca, ignorante e da respingere nelle zone d’ombra dei perdenti sociali.

A questo aggiungiamo che il multiculturalismo non è un pranzo di gala. Le differenze di fedi e stili di vita hanno un peso preponderante, nella vita sociale dei quartieri proletari (lo sa chi li frequenta, ovviamente…). A sinistra abbiamo cretinamente sottovalutato questo aspetto pensando paternalisticamente che la macchina della storia – progressiva, ça va sans dire! – avrebbe omologato le anime, le radici, le subculture, i sentimenti religiosi. Ed è paradossalmente la medesima hybris del liberismo: che assegna tale funzione livellatrice alla moderna divisione del lavoro, al mercato e al consumo. Né il progressismo di sinistra, né l’ottimismo capitalistico, hanno anestetizzato le radici culturali dei popoli. Anzi, talvolta quelle radici vengono strumentalmente recuperate e sbandierate, proprio per sottrarsi all’alienazione e alla spoliazione che l’individuo moderno subisce. Quindi: la società multietnica è ben lungi dal configurare un modello pacificato. E’ piuttosto un magma in perenne movimento, in cui le contraddizioni di classe si intersecano alle “linee del colore”, mentre larghi settori di popolazione non sono disposte a mandare in soffitta le loro storie, i loro legami arcaici. Un bel casino.

Se parli con le persone comuni che si sentono vittime della “globalizzazione” – e parlare è necessario, sempre, con tutti –, mettersi a predicare la bellezza della società multietnica non è una bella strategia. Daremmo l’idea di aver contribuito noi a crearlo, questo modello, mentre esso è solo l’espressione di una fase storica del capitalismo – e il fatto che a noi soggettivamente “piaccia” o meno, non cambia molto. Dobbiamo spiegare ai nostri interlocutori che questa società – nei suoi aspetti brutti e belli – è essenzialmente il risultato di grandi processi, anonimi e collettivi. Nessuno “modella” o riconfigura le società complesse. Nessuno ha “chiamato” gli immigrati: arrivano da soli, con ogni mezzo possibile, senza chiedere permesso a chicchessia, perché questa è la storia dell’umanità. Una storia in movimento. Non facciamo apologia delle brutture delle nostre periferie e di questo modello sociale: spieghiamo bene che noi non c’entriamo, che non siamo complici, che non la vogliamo così, la storia; che per noi convivenza significa tutta un’altra cosa….

Leggendo gli editoriali dei giornali, gli attori in campo sembrano al momento essenzialmente due: il potere politico-mediatico che invita all’integrazione, alla “convivenza” e al rispetto dell’ordine sociale capitalistico; e un arcipelago livoroso e informe di malessere “bianco”, costituito dai perdenti della globalizzazione. Manca un terzo “discorso pubblico”: il nostro, quello che si dovrebbe distinguere radicalmente dagli altri due; quello che dovrebbe evitare lo schiacciamento delle nostre energie vive e della nostra storia, dentro il fronte della “tolleranza liberale” – l’ideologia per cui si possono e si devono spremere e sfruttare i proletari di ogni colore senza alcun pregiudizio etnico…

Non stupiamoci se i fascisti fanno il loro mestiere e provano ad organizzare le persone (e del resto un riot suprematista chi dovrebbe guidarlo, i gesuiti?). Proviamo a chiederci piuttosto perché non riusciamo più a farlo noi. Abbandonare il campo del “malessere bianco” dandolo per perso è sbagliato. Si rischia di ripetere quanto visto durante l’emergenza covid: mentre l’incubo della governance bio-politica diventava prassi ordinaria – dopo decenni di chiacchiericcio sull’argomento nei seminari accademici –, una tacita ritirata della “sinistra alternativa” fiancheggiava oggettivamente lo stato di eccezione. Mai più, please.

Le manifestazioni di massa antirazziste che stanno rispondendo in queste ore sono dunque sacrosante. E la discesa in campo dei giovani delle seconde (e ormai terze) generazioni, può rappresentare un dinamismo sociale dirompente. Sarebbe però una beffa tragica, se gli antifascisti della strada e del quotidiano, passassero per difensori del potere liberale, lasciando intendere che siano apologeti di questa schifosa società: davanti a cui qualsiasi fascistello acquisirebbe il carisma del “rivoltoso in lotta contro il sistema”.

Le dame progressiste della buona società di “Repubblica”, del Lilligruberismo, del PD, del mondo associativo – tutti coloro che cercano di indorare la pillola di questi grandi processi storici, raccontando quanto siano belli, desiderabili e il migliore dei mondi possibili, rispetto ai terribili mostri orbaniani – non sono nostri amici o alleati. La loro compagnia ci scredita, almeno quanto ci screditerebbero gli orbaniani stessi. “Né Boldrini né Meloni”, è la giusta linea: gli immigrati non sono “risorse utili” né ovviamente nemici; sono persone che probabilmente (soprattutto quelli arrivati nell’ultimo decennio) avrebbero preferito restare a casa loro piuttosto che rischiare la pelle e soffrire viaggi che possono durare anni per approdare qui, a pulire i nostri cessi, tenere aperti i nostri cantieri, vivere in stamberghe o per strada, supplicare permessi provvisori che consentano loro di creare plusvalore nella legalità, perseguire ricongiungimenti familiari che ormai sono odissee burocratiche e donare la loro nuda vita e la loro giovinezza al capitalismo metropolitano. Il fatto che sono qui significa che il mondo fa schifo: non c’è bellezza, non c’è “incontro dei popoli”, non c’è United Colors, non c’è open society – non sono turisti, sono vittime del retaggio coloniale e del sistema imperialista.

E torniamo al punto di partenza: perché gli xenofobi hanno elaborato una loro contorta elaborazione e una loro (orrida) visione su questi fenomeni epocali, mentre noi brancoliamo nel buio e al massimo scendiamo in piazza “a posteriori”, a inseguire i processi cantando Bella Ciao? Qual è il nostro punto di vista, qual è la nostra narrazione: qual è il nostro immaginario, che dovrebbe disegnare i contorni di una società diversa fondata sul conflitto verticale? Quali sono le parole d’ordine che possono ri-accreditarci dentro le platee di massa a cui gli xenofobi attingono? Qual è la strada per sottrarci all’abbraccio mefitico dei difensori del presente, che nella stessa edizione dei loro giornaloni possono lodarci o esecrarci, a seconda di quanto possiamo risultare loro utili?

Dobbiamo costruire forme della politica che tengano dentro i bianchi e i “non bianchi”: poche chiacchiere, da qui non si scappa. Organizzare i profughi e le microminoranze, è cosa buona e giusta, ma serve fino a un certo punto. O li organizziamo dentro forme condivise – realtà politiche o sindacali a larga riconoscibilità autoctona – o diventiamo i rappresentanti di un ultra minoritarismo nobile e inutile. Da questo punto di vista, alcune lezioni de La France Insoumise, con tutti i suoi limiti (come siamo bravi a spiegare i limiti degli altri…), possono essere utili: una forza di massa che parla contemporaneamente ai ragazzi delle periferie, alla piccola borghesia che studia all’università e a pezzi sindacalizzati di mondo del lavoro tradizionale. Poco? Abbastanza per fermare il lepenismo, abbastanza per tenere la dialettica aperta tra “politica e classe”.

Nella crisi generale della società capitalistica globale – che è anche crisi ideologica, morale, di senso –, milioni di uomini e donne, persone semplici, spesso fragili o prive di strumenti, persi nel mare della iperconnessione globale, sono alla disperata ricerca di un ordine che dia loro sicurezza. Fino ad ora è stato loro proposto il carnevale dell’individualismo liberale, la fiera delle occasioni, lo spettacolo della decadenza, l’effimero della vetrinizzazione social. Hanno visto che dietro questo paese dei balocchi c’è la miseria materiale, l’arretramento del proprio segmento sociale, la contesa per dividersi le briciole con masse di indistinti “nuovi arrivati” che non possono far altro che svendersi e competere a prezzi migliori. Se facciamo capire che condividiamo i lineamenti di questo perverso meccanismo, qualsiasi fascistello di passaggio risulterà più attrattivo e credibile.

C’è bisogno di un ordine nuovo (cfr: Gramsci). Ripeto: un ordine nuovo, non chiacchiere sulle libertà, i diritti e la correttezza politica. Un ordine da cominciare a teorizzare, discutere e praticare. E noi dovremo essere identificati non come i difensori dei centri di accoglienza, ma come i propugnatori di questo nuovo ordine: in cui le persone non saranno più messe in competizione, ma valorizzate in funzione dei loro bisogni e del lavoro utile che potranno fornire alla società. Dobbiamo reimparare a sillabare queste verità elementari che un tempo ci distinguevano nettamente dall’avversario di classe e che abbiamo smarrito sotto i colpi dell’egemonia liberista, subita unilateralmente per trent’anni. Costruire, a partire dall’immaginario collettivo, la terza via tra l’apologia democratica del presente e il moto reazionario che gli si oppone: questo è il duro compito dell’oggi. Non abbiamo niente da difendere.

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Hammer Show (II) https://www.carmillaonline.com/2022/08/05/hammer-show-ii/ Fri, 05 Aug 2022 20:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73330 di Franco Pezzini

(qui la prima parte)

Fantasmi a West Wycombe

La nostra indagine non può dirsi conclusa davanti al muro di cinta di Medmenham: e per trovare qualche altra traccia dello sfuggente Sir Francis puntiamo verso West Wycombe, sede del suo palazzo di famiglia e di una certa parte delle sue gesta. Mentre maciniamo le circa sei miglia del tragitto abbiamo agio di pensare all’entità dell’impatto dell’epopea libertina sul paese dove poi sboccerà l’età vittoriana – due poli simbolici più profondamente connessi, in realtà, di quanto superficialmente si possa immaginare. Certo [...]]]> di Franco Pezzini

(qui la prima parte)

Fantasmi a West Wycombe

La nostra indagine non può dirsi conclusa davanti al muro di cinta di Medmenham: e per trovare qualche altra traccia dello sfuggente Sir Francis puntiamo verso West Wycombe, sede del suo palazzo di famiglia e di una certa parte delle sue gesta. Mentre maciniamo le circa sei miglia del tragitto abbiamo agio di pensare all’entità dell’impatto dell’epopea libertina sul paese dove poi sboccerà l’età vittoriana – due poli simbolici più profondamente connessi, in realtà, di quanto superficialmente si possa immaginare. Certo in questa galleria di personaggi c’è di tutto: ma per capire Dashwood è opportuno proprio considerare la contraddittoria commistione di scandali e pretese di status, istanze genuine di libertà e sprofondamenti nichilistici nell’autodistruzione fisica e morale di cui è punteggiata una stagione culturale protratta in Inghilterra dal Sei all’Ottocento.

Si pensi per esempio a John Wilmot, secondo conte di Rochester (1647-1680), autore di opere satiriche ed erotiche, amico di Carlo II ma periodicamente in disgrazia a corte – e abbastanza spudorato, durante uno di questi esilî (ma sarebbe meglio dire latitanze) da dispensare cure sotto falsa identità come “dottor Bendo” specialista in problemi ginecologici. Muore ancor giovane devastato da malattie veneree e abuso di alcolici, ma raccoglie stima tra i letterati dell’epoca e si guadagnerà il ruolo di protagonista nel film The Libertine con Johnny Depp, presentato al Toronto Film Festival nel 2004. E d’altra parte, restando ai letterati, pensiamo ad Aphra Behn (1640-1689), una delle prime donne inglesi a fare della scrittura una vera professione, capace di cantare liberamente e analizzare con sottigliezza il desiderio da un’ottica femminile, ma senza rigide barriere di genere – tanto più che è serenamente bisessuale. Autrice prolifica – poesia, prosa e soprattutto opere teatrali – riesce a svolgere anche attività di spia per conto della corona.

Per il secolo successivo, ricordiamo il convitato delle ultime feste George Augustus Selwyn (1719-1791), educato a Eton e Oxford (da cui è cacciato per una parodia dell’eucarestia dove forse ha usato il suo sangue), in seguito sfaccendato parlamentare con qualche redditizia sinecura. Molto popolare in società per il suo gusto artistico, e frequentatore egli pure – pare – dell’orizzonte Hellfire Club, è però un personaggio molto più sinistro di Dashwood. Come testimonierà Walpole che l’ha conosciuto già a Eton, Selwyn non apprezza nulla quanto un criminale, a parte l’esecuzione di costui: il Nostro ama infatti i dettagli più macabri dei fatti di sangue, e nutre una vera passione per le scene sui patiboli. Basti dire che nonostante la guerra dei Sette Anni, nel 1757 si fionda a Parigi per godersi la (spaventosa) esecuzione di Robert-François Damiens, attentatore alla vita di Luigi XV: nessuno stupore che i francesi, considerando la professionalità del turista, arrivino a chiedergli se il boia è lui. Risposta del Nostro (se non è una leggenda): “No, Monsieur, non ho un tale onore: sono solo un amatore”. Selwyn non si sposerà mai, ma è documentata la sua tenerezza (un po’ ossessiva ma pare candida) verso figli e figlie di amici, in particolare Maria “Mie Mie” Fagniani figlia della marchesa Fagniani e del Duca di Queensberry, della quale otterrà la custodia tutelare lasciandola alla fine ricchissima. Selwyn impazzerà in società persino quando ormai sembra un manichino di cera, tanto è conciato, e morirà di gotta come tanti aristocratici d’epoca rimpinzati di carne, ma avrà sopravvivenza nel ricordo e nell’immaginario: dal già citato Chrysal, Or the Adventures of a Guinea al Melmoth the Wanderer di Maturin, e ancora molto più tardi. Per esempio, il raggelante personaggio di Le Convive des dernières fêtes di Auguste Villiers de L’Isle-Adam, 1883, è ispirato probabilmente a lui, e in modo anche più diretto La Faustin di Edmond de Goncourt, 1914, mostra un gentiluomo inglese con pulsioni sadiche, tale George Selwyn, in cui l’omonimo settecentesco è mixato col virtuoso della frusta Algernon Swinburne. Di fronte a simili personaggi hanno buon gioco i connazionali di Sade a etichettare un po’ acidamente il sadomasochismo (più propriamente il gioco con le fruste) come vice anglais. Ma ci si può domandare se il Selwyn Mangiamorte di Harry Potter non sia ancora un ricordo del vecchio necrofilo.

E ancora – ma l’elenco dei simil-libertini eccellenti in terra britannica potrebbe continuare assai più a lungo – pensiamo a William Beckford (1760-1844), il voltairiano e (proto)romantico Califfo di Fonthill autore del fantasmagorico Vathek, nonché edificatore di un’altra Abbey ancora più folle nella campagna del Wiltshire: non solo il suo romanzo più noto rappresenta una sorta di malizioso mandala del Caos, una rilettura cinica e gotica delle Mille e una Notte, ma la sua relazione con il giovanissimo amico William “Kitty” Courtenay sarà causa di scandalo e scomunica sociale… Volti insomma diversissimi, accomunati tra gli eccentrici padri di ogni futura sovversione britannica.

 

 

Arriviamo finalmente a West Wycombe. Con la grandiosa villa della famiglia Dashwood costruita tra 1740 e 1800, West Wycombe Park, a ricapitolare la storia delle mansion aristocratiche del Settecento britannico tra palladiano e neoclassico e riccamente ispirata a spunti italiani: una lunga serie di produzioni cinematografiche e televisive vi troveranno set, dall’Arancia meccanica di Kubrick (1971) alle serie The Crown (2019), Belgravia (2020) e  A Very British Scandal (2021). Ovviamente passeggiando nello splendido parco non è possibile accorgersi che la forma rappresenti un corpo femminile: ma nella ricca serie di tempietti, padiglioni e follies disseminati qua e là secondo l’uso dell’architettura di giardini settecentesca, il Temple of Venus abbina il tempietto vero e proprio con una copia della Venere di Milo, a un piccolo tumulo sottostante con un parlatorio, una grotta artificiale grande quanto una stanza. Vi si accede attraverso un’apertura ovale fiancheggiata da pareti curve, a evocare un sesso femminile come punto focale del parco, almeno se visto dalla casa (cfr. qui). Puntiamo però, a questo punto, alle famigerate Caves.

Il negozio di dolci.

 

Il pittoresco paesotto, un migliaio di abitanti, è amorevolmente curato dal National Trust fin dal ’29: stretti attorno alla solita High Street sono infatti piccoli gioielli dell’architettura di villaggio databili dal Cinque al Settecento, come il Church Loft già luogo di accoglienza dei pellegrini, e alcune deliziose botteghe – compresa quella con la grande scritta Sweets, dolci a volontà, che attira le concupiscenti attenzioni dei nostri figli. Un’attenzione particolare merita però The George and Dragon Hotel, per la storia (riporta il depliant del posto) di “Sukie, la deliziosa arrampicatrice sociale il cui fantasma, si dice, infesta l’edificio”. La storia richiede un preambolo.

Da moltissimo tempo – se non dalla preistoria – le Chiltern Hills sono state sforacchiate per trarne selci, abbondanti nel bianco gessoso del calcare dove formano macchie e striature scure; e nelle maps della zona (compresa quella di Google) sono indicate varie Hell Fire Caves, in qualche modo connesse agli allegroni di cui sopra. Proprio di fianco a West Wycombe si apre in effetti la più nota, fatta scavare da Dashwood dichiarando fini simili alle odierne occupazioni di pubblica utilità. Tre successive crisi nei raccolti hanno messo a terra gli abitanti, per cui Milord offre loro lavoro per uno scellino al giorno: dovranno scavare un lungo tunnel all’interno della collina – il calcare è abbastanza morbido da non offrire eccessiva resistenza – ricavando selce per pavimentazioni stradali e costruzioni, come in parecchi edifici a West Wycombe. È possibile che i lavori facciano sparire tracce di una cava preesistente; visto però, fa notare qualcuno, che la selce copre i fianchi della gessose Chiltern Hills, la motivazione di uno scavo tanto profondo a fini estrattivi pare almeno discutibile. Comunque sia, tra il 1748 e il 1754 la Caverna è estesa alle attuali ragguardevolissime dimensioni, offrendo al Nostro una simpatica tavernetta, la gratitudine degli ex-contadini e – sostengono i malevoli – la loro disponibilità a chiudere un occhio su quanto avverrà all’interno. Pare in effetti che le riunioni dei Monaci dopo il ’62 avvengano qui dentro, o almeno un certo numero di riunioni: ma sulla loro natura c’è dibattito. Certo, ricordando i bunga-bunga di Medmenham, è abbastanza facile immaginare che i grandi spazi ricavati nelle cosiddette Hell Fire Caves siano finalizzati alle stesse attività; e non manca chi faccia confusione tra i due luoghi. In realtà non sussistono prove certe per sostenere un uso orgiastico, anche se i motivi per negarlo a priori (la datazione relativamente tarda dell’utilizzo, quando l’esperienza dei Monaci sarebbe stata ormai al tramonto, e l’oggettiva scomodità di talune pratiche nell’umido di una grotta) restano altrettanto deboli.

Nel cortile d’ingresso alle Caves.

Comunque sia, dai giorni di Dashwood le Caves rappresentano un importante punto di riferimento per l’immaginario della comunità di West Wycombe: e ad esse si collega anche la storia di Sukie. Secondo la tradizione, la ragazza fa parte della servitù del The George and Dragon. E se la tira un tantino: carinetta, ha rifiutato le proposte di tre giovanotti del villaggio sulla base del deterministico progetto di diventare moglie di un aristocratico. Ovvio che quando un bel giorno un tipo dall’aria altolocata si ferma alla locanda, Sukie ce la metta tutta per farsi notare. E ci riesce così bene che il gentiluomo comincia a farsi veder lì ogni giorno. Se davvero si tratta di un aristocratico non è così facile che alla fine ci scappi un matrimonio, ma in campagna non si può mai dire: e possiamo immaginare questa signorina tutto pepe che, tra cambi di asciugamani e piatti da rigovernare, brilla di luce propria ogni volta che appare il suo bello. Il problema è che i tre spasimanti rifiutati non l’hanno presa affatto bene, e decidono a questo punto di darle una lezione. Preparano così una lettera firmata – simulano – dal gentiluomo: travolto dalla passione, chiede a Sukie di fuggire con lui. La ragazza dovrà solo indossare un vestito bianco e andare a incontrarlo quella notte stessa alle Caves… Sukie non se lo fa dire due volte, col buio raggiunge il posto, accende una torcia e penetra nella grotta. Ovviamente non immagina che i tre birbanti se ne stiano in agguato nascosti dietro una roccia: e appena lei passa, fanno in modo che la torcia le cada e si spenga. Terrorizzata, Sukie si mette a scappare nelle tenebre, con i tre urlanti alle calcagna: ed è allora che capita l’incidente. Un piede in fallo, la craniata contro la parete della grotta… Invano i tre, con i soccorsi subito chiamati, la raccolgono riportandola alla sua stanza nella locanda: Sukie è ormai in coma, e il dottore chiamato non può impedire che si spenga. Sono le prime ore del mattino: e da allora la sventurata apparirebbe come fantasma proprio in quel tempo fatale. Sono passati infatti solo pochi giorni e una coppia di ragazze che si dividono quella stanza finiscono con lo scappare a gambe levate per la fifa, rifiutando poi di tornare alla locanda – e in seguito si moltiplicheranno le attestazioni sull’ombra bianca femminile lì a zonzo nelle prime ore del mattino. Insieme, va detto, ad altri fantasmi, secondo la migliore tradizione britannica.

Le Grotte del Fuoco dell’Inferno.

Se a Medmenham tutto cospira per rendere difficile la nostra ricerca, qui la situazione è opposta: le Grotte del Fuoco dell’Inferno sono un luogo da weekend per famiglie, con sala da tè e vendita di libri e pupazzetti gotici. Ad accoglierci troviamo un ingresso amabilmente in tema, comprensivo di rovina pittoresca sovrastante la grotta (originale) e fiamme finte (moderne); e la definizione web usata da un visitatore per le Caves, “fantastically kitsch”, pare congrua. Pagato il biglietto entriamo infatti in una dimensione sotterranea popolata di manichini in costume, che riesce tuttavia a risultare suggestiva – a patto almeno di non soffrire di claustrofobia.

Le pareti del tunnel – quelle, si presume, su cui la povera Sukie si ruppe la testa – offrono cartelli con dettagliate spiegazioni sulla storia del luogo e le avventure di Dashwood & soci, ma anche altre iscrizioni di epoca varia: dal graffito che commemora un ottocentesco Lord Luxford, forse di passaggio, a un più moderno pentacolo a gessetto. Può restare invece il dubbio se alcune facciotte che sembrano spuntare dalle pareti rappresentino grottesche – o meglio, ombre appena sbozzate di grottesche, come spiritelli che prendano lentamente forma – o non piuttosto formazioni casuali. In qualche caso però sono chiaramente volute, e si apre piuttosto la questione se siano originali o invece risalgano ai lavori di sistemazione che a metà del ventesimo secolo permettono la riapertura delle Caves. L’undicesimo baronetto discendente e omonimo del vecchio Sir Francis, impressionato dalla quantità di visitatori nelle americane Carlsbad Caverns, ha fiutato l’affare per quelle di famiglia: dunque già nel ’51 il percorso sotterraneo è aperto ai turisti, ma i lavori continuano e la Grande Sala viene sistemata solo nel ’74.

Le facciotte sulle pareti delle Caves.

 

Diavoli, burloni e cinefili

Tra gli amici del vecchio peccatore figura, curiosamente, anche Benjamin Franklin: e la quinta tappa nel condotto (dopo l’ingresso, il Toole Store, la Whitehead’s Cave e il Lord Sandwich Circle – quest’ultimo così chiamato perché il tunnel vi assume una forma ad anello) è appunto la cosiddetta Franklin’s Cave. Benché qualcuno annoveri senz’altro Franklin tra i Monaci, sembra che egli prenda parte agli incontri della Fratellanza solo occasionalmente, come non-membro, durante il suo soggiorno in Inghilterra. Non è strano, perché i Monaci comprendono parecchi nomi politici di rilievo, e Franklin – che potrebbe aver svolto sull’isola attività in qualche modo spionistica – avrebbe avuto motivi obliqui e molto concreti per interloquire con loro. In quel contesto, o forse più tardi, l’americano visita anche le Caves. Sembra comunque che la strana coppia Dashwood-Franklin funzioni, e i due si trovino simpatici. Passeranno insieme tre soggiorni estivi a Wycombe; e il vecchio blasfemo che negli ultimi anni si era volto a una visione deistica, intraprendendo anche una revisione in tal senso del Prayer Book, chiederà l’aiuto dell’americano per le sue riscritture. A pensarci, non è strano: entrambi sono massoni, e la prospettiva di un’iniezione di deismo massonico in credo e liturgie della Chiesa d’Inghilterra non può che vederli fare comunella.

La Franklin’s Cave ha una strana forma, e culmina nella cosiddetta Children’s Cave. Ma di fianco il condotto riprende e conduce alla spettacolare, gigantesca Banqueting Hall, con l’alta volta e statue pagane piazzate nelle nicchie (sospetto, in realtà, dai gestori moderni): un posto sicuramente pittoresco per cenette con gli amici. Possiamo immaginare alla luce di infinite candele i gentiluomini imparruccati che si affaccendano con dita unticce su pollame e selvaggina, mentre il fuoco strappa riverberi dai bicchieri: e si può sospettare che non manchi loro la buona compagnia. La sala è rotonda, ma il tunnel continua di lato a semicerchio – forse anche per permettere alla servitù un più libero movimento. Proseguendo, si arriva dunque a un’altra curiosa struttura, chiamata Triangle perché il tunnel corre con un percorso triangolare attorno a un pilone di roccia; e, superata anche la cosiddetta Miner’s Cave, si arriva a un piccolo corso d’acqua sotterraneo pretenziosamente chiamato Stige. L’Inner Temple – ultima tappa, da cui si è poi costretti a tornare indietro – è popolato di manichini, più numerosi di quelli incontrati qui e là durante il percorso: anche Dashwood vi è effigiato, nel costume sultanesco di un altro suo celebre ritratto (del resto fa parte anche dell’esclusivo Divan Club, dei gentiluomini che abbiano avuto contatti con la Turchia), e in un angolo compare un babbuino.

Qualcuno dei manichini nelle Caves.

Nel citato Chrysal; Or the Adventures of a Guinea, infatti, emergeva la storia divertente e forse inventata di uno scherzo di Wilkes (i nomi mancano, ma l’identificazione è chiara) ai danni dei confratelli. Il burlone nasconde la scimmia, camuffata da diavolo con corna e mantellina, in una cassa sotto il proprio sedile; e al momento giusto la fa aprire, liberando l’animale. Improbabile che un babbuino se ne stia silenzioso in uno spazio tanto ristretto – a meno ovviamente che Wilkes preveda un tale fragore della tavolata da non temere una scoperta prematura. Comunque il babbuino zompa sulle spalle di Lord Sandwich che (continua la storia), avendo un po’ la coda di paglia e credendo di aver richiamato il Maligno con le pratiche della Fratellanza, si metterebbe a strillare: “Risparmiami, grazioso Diavolo! Risparmia un disgraziato che non è mai stato sinceramente un tuo servitore… Ho peccato solo della vanità di seguire la moda – tu lo sai che non sono mai stato perverso neppure la metà di quanto pretendevo. Che non sono mai stato capace di praticare la millesima parte dei vizi di cui mi vantavo…”. E proprio questa figuraccia indurrebbe Lord Sandwich, secondo il gossip, alla sorda ostilità verso Wilkes in cui la Fratellanza sprofonderà. Pare però che a Medmenham un babbuino ci sia davvero, e che Dashwood gli offra regolarmente l’ostia – non sappiamo se consacrata – in una parodia della comunione.

Una delle statue delle Caves.

Se la povera Sukie e qualche collega allignano nella locanda del paese, i beninformati comunicano che queste grotte sono intollerabilmente infestate: non possiamo dire di averne avuto esperienza, ma tutto è possibile. In ogni caso un fantasma c’è, in queste grotte, ed è quello del sesso: e già si è accennato alla diatriba sull’utilizzo o meno degli spazi per baccanali. Ma un altro fronte riguarda la struttura stessa delle Caves, se e quanto cioè la forma bizzarra sia legata a elementi contingenti – la preesistenza per esempio di una cava da allargare, o la presenza di filoni minerali che imponessero talune deviazioni del tunnel – o non sia piuttosto debitrice del sistema simbolico della Fratellanza. Non è chiaro per esempio cosa avvenisse nell’Inner Temple: un’alcova? Suggestiva a questo punto la teoria offerta dallo studioso Daniel P. Mannix (non citata nelle pubblicazioni del National Trust, e rifiutata dai discendenti di Dashwood): si tratterebbe cioè di simbologia sessuale, con l’utero nella Banqueting Hall, la rinascita attraverso il Triangle femminile, una sorta di battesimo nello Stige e i piaceri finalmente raggiunti nell’Inner Temple. Se non è vera, la soluzione è almeno intrigante.

Se comunque a Medmenham si vedeva troppo poco, qui nelle Caves si finisce col vedere troppo – dai manichini ai pupazzetti, tra frotte di famigliole in gita. Col rischio di perdere di vista la complessità storica degli eventi, al di là delle loro connotazioni grottesche. E una terza tappa s’impone.

St Lawrence, sulla collina di Wycombe, con la grande sfera dorata sul campanile.

Sempre qui, in realtà, dobbiamo solo risalire la collina. E posteggiando ritroviamo il silenzio: in questo momento non piove, solo un paio di persone passeggiano sotto il cielo grigio. Un tempo qui sorgeva un hill fort dell’Età del ferro, poi fu eretta una torre normanna: e sulle sue rovine il vecchio peccatore costruì la chiesa che ora ci appare dietro una macchia d’alberi, a sovrastare un cimiterino pieno di fiori. St Lawrence – tale il nome – fu costruita con la solita selce della collina secondo modelli veneziani, in uno di quegli slanci di passione per l’Italia comuni ai gentiluomini del Grand Tour; e sorge in corrispondenza dell’Inner Temple sotterraneo, novantun metri più in basso, a provocare domande sull’eccentrico committente. L’interno vanterebbe affreschi inspirati, pare, a quelli di Palmira in Oriente (richiamata anche nella villa, plausibilmente in memoria delle letture di Robert Wood, The ruins of Palmyra; otherwise Tedmor in the desart, London 1753): ma purtroppo non possiamo vederli, visto che l’edificio è aperto solo in certi orari, e nessun prete o sacrestano è disponibile. Visibilissima è invece l’enorme sfera dorata erta sul campanile. La si avvista a miglia di distanza, e non è un caso: la Golden ball ha un portello e permette l’accesso a un paio di persone. A quanto pare, serviva a Dashwood per spedire eliogrammi agli amici.

Subito oltre il cimiterino, però, c’è dell’altro: e qualunque cultore Hammer è pronto a riconoscerlo. L’enorme Mausoleo di Dashwood, 1765, è ispirato al Colosseo, ma con una strana pianta esagonale. Lo raggiungiamo e giriamo attorno sbirciando all’interno dalle cancellate, chiuse a impedire accessi non rispettosi: una struttura quasi teatrale di enorme fascino, costruita a ridosso del declivio e punteggiata sui muri interni di lapidi e sacelli della famiglia Dashwood. E in centro, serrata da un cancello come all’interno di un piccolo tempio, campeggia la tomba del Nostro. Le sbarre non c’erano, però, quando proprio qui venne girata la scena finale di uno degli ultimi film Hammer, To the Devil a Daughter (Una figlia per il diavolo) di Peter Sykes, 1976, liberamente tratto del romanzo di Dennis Wheatley.

Un personaggio, quest’ultimo, relativamente poco conosciuto in Italia, ma che sul piano narrativo meriterebbe una scoperta. Figura all’incrocio tra fiction, occultismo e servizi segreti, e ben informato sul giardino conchiuso di ciascuno di questi mondi, il prolifico Wheatley (1897-1977) va collocato nel suo mondo di monarchico tradizionalista e reazionarissimo con buoni e cattivi schierati senza equivoci: eppure i suoi romanzi, non esenti (ci pare oggi) da qualche lentezza d’epoca, ma tali da farlo griffare come “il Principe degli scrittori thriller” tra gli anni Trenta e i Sessanta, presentano spunti di notevole fascino. Consideriamo solo che l’immaginario sulla setta quale mostro-plurale, che ai nostri giorni miete tanto successo, trova proprio in Wheatley il proprio codificatore: per li rami, registi e sceneggiatori spesso ripropongono senza saperlo, attraverso una serie di debiti ispirativi, i topoi che proprio lui ha definito. Wheatley bazzica vari filoni, dall’avventura al fantastico/fantascientifico, dalla storia fino appunto all’occultismo di cui è considerato uno specialista (anche in grazia di conoscenze dirette dei mattatori di quel sottomondo, da Crowley a Montague Summers); e le sue opere forniscono abbondante materia al cinema popolare, in particolare alla Hammer.

Speciale rilievo ha, a questo proposito, la serie di undici romanzi incentrata sul personaggio del duca di Richleau, un aristocratico francese esiliatosi in Inghilterra in polemica col regime “socialista e borghese” della sua patria, e costretto a fronteggiare svariati pericoli sovrannaturali legati a sette sataniche. Particolarmente famoso è The Devil Rides Out, 1934, dove il duca combatte una specie di Crowley, lo stregone Mocata: e di lì la Hammer trae nel 1968 una splendida trasposizione sceneggiata da Richard Matheson e diretta da Terence Fisher. De Richleau è interpretato da un carismatico Christopher Lee, che approfondisce la parte con ricerche personali in campo esoterico; negli ultimi anni dell’attore correva anzi la voce di un suo possibile ritorno al ruolo. Rispetto al romanzo The Devil Rides Out, con l’incalzante susseguirsi di colpi di scena e la pirotecnia occultistica sfruttata fino alle estreme possibilità, il successivo To the Devil – A Daughter, 1953, è meno avvincente; e parallelamente il paragone tra i film presenta uno scarto tra il capolavoro di Fisher e l’onesta prova di Sykes – criticatissima dai cinefili seri, ma pur sempre godibile anche per l’ottimo apporto degli interpreti. Dove può non rilevare tanto la qualità del taglio horror – in fondo misurata a posteriori con criteri opinabili, e spesso con giudizi a piedi uniti che in questa sede interessano poco – ma l’enorme fascino antropologico e d’ambiente (un’Inghilterra di metà anni Settanta tra folk horror e nuove inquietudini) che, a dispetto di stroncature “facili”, un film del genere può a tutt’oggi vantare. Le concessioni al sesso inserite nel film (non esclusi i nudi frontali dell’allora quattordicenne Nastassja Kinski) a sviluppo di quelle allusive del romanzo indurranno Wheatley sdegnato a rompere i rapporti con la Hammer.

Se nel romanzo-base il maturo campione che sventa l’intrigo demoniaco è un militare, il colonnello Verney, nella pellicola trattane molto liberamente John Verney diventa uno scrittore esperto di occulto (come Wheatley, insomma) interpretato da Richard Widmark, e Christopher Lee veste i panni del vilain, cioè lo spretato diabolista Michael Rayner. Cambia anche il senso dell’avventura: qui si tratta di salvare la giovane novizia Catherine Beddows (appunto Nastassja Kinski) da un rito che la renderà incarnazione del Demonio. Dopo aver assistito alle orrende morti di due compagni, Verney deve accorrere proprio tra le mura del Mausoleo di Dashwood per strappare la ragazza dalle mani dello stregone – che ovviamente cerca di corromperlo offrendogli il potere supremo accanto a Catherine. Ma (per un complicato intreccio di trama che in questa sede non è importante riassumere) il cattivo Rayner ha mancato nei confronti dello stesso demone che serve, Astaroth, e Verney lo ammonisce: “Tutti i diavoli la odiano, Rayner, e la stanno aspettando”.

 

Rayner: “Il cerchio di sangue mi protegge; se ha consultato il Libro dovrebbe saperlo. Tra poco Astaroth rivivrà in questa fanciulla e io sarò di nuovo l’Eletto”.

Verney: “No, io la porto con me”.

Rayner: “E allora cosa aspetta a entrare nel cerchio e a prenderla?”

Verney: “Se lei pensa davvero che quel cerchio possa proteggerla, è un ingenuo”.

Rayner: “Questo cerchio è situato su una collina di silice [N.d.R.: guarda caso, proprio la selce scavata dagli ex-agricoltori del posto per ordine di Dashwood] e la silice è la pietra sacra di Astaroth”.

Verney: “Ma questa pietra [N.d.R.: quella con cui ha ucciso un adepto di guardia] è stata macchiata dal sangue di un suo discepolo. E adesso i demoni proteggeranno me”.

 

Quindi varca il cerchio, accoppa lo stregone e salva la ragazza. Allo spettatore resta un po’ criptico – ed è stato molto criticato – il fatto che all’improvviso il corpo di Rayner non ci sia più, forse portato via dai demoni. Eppure il bellissimo confronto di questo finale, in un luogo di enorme suggestione come il Mausoleo di Dashwood, resta indimenticabile – e basta a giustificare il viaggio fin qui.

Pur avendo visto il film – nei fatti, il canto del cigno della Hammer – solo molti anni più tardi, ricordo le locandine all’epoca dell’uscita in Italia. Era stata l’estate del mio primo innamoramento, e associo quell’immagine (i volti dei due maturi avversari su fondo scuro, e la ragazza in mezzo, sdraiata a gambe larghe per il parto blasfemo) al confuso rimescolio di emozioni. Un’ulteriore conferma, in fondo, del legame della Hammer con tutta una vita interiore.

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Hammer Show (I) https://www.carmillaonline.com/2022/07/29/hammer-show-i/ Fri, 29 Jul 2022 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73229 di Franco Pezzini

“Piacevoli stradine di campagna”

Arrivando da Heathrow, Windsor si trova a poca distanza: un luogo vivace pieno di negozi e turisti, dominato dalla massa impressionante del Castello reale. Il più grande castello abitato del mondo, visto che copre un’area di quarantacinquemila metri quadri; nonché quello abitato da più tempo, perché già Guglielmo il Conquistatore Buonanima aveva iniziato a costruirlo in un’area dove forse sorgeva una reggia anglosassone, e progressivamente i re hanno provveduto a allargamenti degli alloggi e nuove fortificazioni. La presenza, poco distante, del parco tematico Legoland Windsor col [...]]]> di Franco Pezzini

“Piacevoli stradine di campagna”

Arrivando da Heathrow, Windsor si trova a poca distanza: un luogo vivace pieno di negozi e turisti, dominato dalla massa impressionante del Castello reale. Il più grande castello abitato del mondo, visto che copre un’area di quarantacinquemila metri quadri; nonché quello abitato da più tempo, perché già Guglielmo il Conquistatore Buonanima aveva iniziato a costruirlo in un’area dove forse sorgeva una reggia anglosassone, e progressivamente i re hanno provveduto a allargamenti degli alloggi e nuove fortificazioni. La presenza, poco distante, del parco tematico Legoland Windsor col suo sabba di mattoncini e modellini – compreso un castello – finisce con l’assumere involontariamente un vago sapore allusivo.

Il Castello (quello vero) è una delle tre principali residenze ufficiali della Regina, con Buckingham Palace di Londra e Holyrood Palace di Edimburgo; e rappresenta ovviamente uno dei luoghi-simbolo della monarchia britannica e del suo rapporto con il popolo. Guardie al portone abituate a farsi fotografare sorridenti col bambino di turno, bandiere, la statua della regina Vittoria – “la vedova di Windsor” lì autoesiliata alla morte del marito Albert – davanti alle mura… Tributati dunque i giusti onori al turismo di rito, siamo autorizzati a cercare qualcosa di meno consueto: e a darci idealmente lo spunto è proprio la grande Vittoria, l’imperatrice di Sherlock Holmes e di Jack the Ripper, di Jekyll e dei nemici di Dracula, dei maghi della Golden Dawn e dello steampunk. L’imperatrice, in sostanza, di quella porzione del nostro immaginario – di chiunque in Occidente, in termini più o meno ampi – che risponde alle coordinate dell’età vittoriana.

Montati dunque in macchina, usciamo dal traffico di Windsor e superiamo le indicazioni stradali per Legoland e quelle per Eton – altro luogo di costruzione, sia pure con mattoni un po’ diversi – puntando a ovest in direzione Maidenhead. Dopo un po’ la circolazione si fa più tranquilla, mentre ai due lati della strada si impone una campagna qui e là punteggiata di boschi, memoria di quelli ben più estesi dei secoli passati. Se a Windsor le tracce delle Allegre Comari non sono molto evidenti, è da queste verzure che potrebbero sorgere i folletti farlocchi chiamati a confondere Falstaff.

E proprio tra gli alberi, a un certo punto, si apre sulla destra l’ingresso di un hotel. Ovviamente del tutto al di fuori da ogni possibilità passata, presente e (sono certo) futura delle nostre tasche: ma c’è un motivo specifico per cui vale la pena entrare, percorrere il vialetto fino al parcheggio fitto d’auto di lusso e guardarsi il castelletto turrito in neogotico vittoriano che ospita matrimoni, pranzi ufficiali e turismo d’alto bordo. Inalberando un sorriso da sfinge, entro: e affettando interesse quale potenziale cliente – compresa richiesta di depliant, anche se il mio aspetto straccione deve lasciare parecchio perplessi i custodi – butto un occhio nell’atrio. Tutto che brilla, gran traffico di gente che entra ed esce. Oakley Court, tale il nome del castelletto, viene costruito nel 1859 per un’autorità della zona, Sir Richard Hall Say, pare richiamando modelli d’Oltremanica per sovvenire alle nostalgie della giovane moglie francese. Tra i successivi proprietari vi abita il francese Ernest Olivier, console turco a Montecarlo, che lo rende luogo d’incontro di diplomatici e politici; e ospite è lo stesso De Gaulle allorché, durante la Seconda Guerra Mondiale, il castelletto diviene quartier generale della Resistenza francese. Olivier muore nel ’65, e Oakley Court rimarrà senza abitanti per parecchi anni, fino alla conversione in hotel alla fine del 1981; ma nel frattempo le sue mura conoscono una nuova stagione di celebrità come set cinematografico.

Oakley Court

In un’Inghilterra uscita faticosamente dalla Seconda Guerra Mondiale, i vertici di una piccola casa di produzione cinematografica, quella Hammer riemersa da bancarotta e peripezie assortite, trovano infatti più conveniente girare in vecchie ville di campagna che affittare costosi teatri di posa. Il risultato è che già nel 1949 vari film vengono realizzati a Oakley Court; e il castelletto ricomparirà periodicamente sullo sfondo di trame più o meno fantastiche nei decenni seguenti. Per esempio in The Reptile (La morte arriva strisciando) e The Plague of the Zombies (La lunga notte dell’orrore), due horror interessanti e non troppo considerati, entrambi 1966; ma anche in produzioni extra-Hammer come Mumsy, Nanny, Sonny and Girly, 1969, il pregevole And Now the Screaming Starts! (La maledizione), 1973, il birichino Vampyres (Ossessione carnale), 1974, e persino in The Rocky Horror Picture Show, 1975, come castello del dottor Frank N. Furter.

Però la vicina proprietà di Down Place, con la sua villa elegante e asimmetrica, è anche più spaziosa: all’inizio dunque degli anni Cinquanta la Hammer provvede all’acquisto e vi installa i leggendari Bray Studios, luogo di culto per un’intera generazione di amanti del fantastico. In quest’angolo del Berkshire, località Water Oakley – il villaggio di Bray, da cui il nome, si trova appena oltre – nel ’53 vengono girati i primi due film di fantascienza della casa, Four Sided Triangle e Spaceways (Viaggio nell’interspazio), entrambi diretti da quel Terence Fisher il cui nome resterà indissolubilmente associato al marchio; e qui in prosieguo ricompariranno in scena i grandi mostri dell’horror, archiviati dagli USA con la Guerra Fredda contro il Pianeta Rosso Comunista, e riproposti dalla Hammer con uno scatto di orgoglio gotico (roba inglese, no?) proprio grazie a Fisher e alla mitologica coppia di Peter Cushing & Christopher Lee.

Agli immensi studios Universal con legioni di figuranti si contrappone così alla fine degli anni Cinquanta, con impatto planetario, quest’angolo sperduto di campagna britannica con la sua compagnia quasi teatrale, che va dai produttori alla signora che prepara i panini, e una villa continuamente riadattata come un palcoscenico. Gli Studios sfruttano palmo per palmo gli spazi di Down Place: ci sono due aree per le riprese, cioè una sala al pianterreno della villa e un’altra lì accanto, costruita apposta, destinata ad accogliere in seguito il laboratorio di The Curse of Frankenstein (La maschera di Frankenstein), 1957, e salone e scalinata del successivo Dracula (Dracula il vampiro), 1958. Altri due set verranno allestiti in prosieguo, ma ogni angolo della costruzione può all’occorrenza ospitare riprese, tanto più che pareti teatrali vengono montate e smontate: e i cultori dei film Hammer possono bearsi di riconoscere, da uno all’altro, le ingegnose modifiche apportate attraverso giochi di scenografia e quelle pitture su vetro – le cosiddette matte – antesignane degli sfondi in computer grafica.

Un fan, David L. Rattigan, tempo fa aveva raccolto nel suo sito foto di estremo interesse per cogliere questa trasformazione fantastica degli spazi. Le finestre sporgenti a vetrata della sala da ballo di Down Court appaiono per esempio in The Mummy (La mummia), 1959, quale esterno della casa dell’archeologo protagonista John Banning; e l’ingresso principale della villa, usato per il carcere svizzero di The Curse of Frankenstein, torna come cortile di monastero transilvano in Dracula Prince of Darkness (Dracula il principe delle tenebre), 1966, e mercato russo in Rasputin: The Mad Monk (Rasputin, il monaco folle), 1966. Da un altro lato della villa è allestito il backlot, cioè l’area con set da esterni permanenti: inizialmente usato per suggerire accessi con fossati verso castelli (Dracula, 1958, The Hound of the Baskervilles / La furia dei Baskerville, 1959), diviene scena di villaggio in vari film successivi (The Brides of Dracula / Le spose di Dracula, 1960, The Curse of the Werewolf / L’implacabile condanna, 1961, Captain Clegg / Gli spettri del Capitano Clegg, 1962, The Phantom of the Opera / Il fantasma dell’Opera, 1962, The Scarlet Blade / La lama scarlatta, 1963, e The Devil-Ship Pirates / La nave del diavolo, 1964); acquista una grandiosa struttura a colonne nei citati Dracula Prince of Darkness e Rasputin; e ritorna infine villaggio in The Plague of the Zombies and The Reptile, Frankenstein Created Woman (La maledizione di Frankenstein) e The Mummy’s Shroud (Il sudario della mummia), gli ultimi due del 1967, anno finale della Hammer a Bray prima di passare ai più anonimi studi di Elstree e Pinewood.

Alla vaghezza atemporale degli horror Universal, dove la dimensione storica non interessava, si oppone in Inghilterra una riscoperta del gotico in costume, con la ricostruzione d’ambiente di un Ottocento (mitteleuropeo o britannico non importa) profondamente vittoriano – come profondamente vittoriano è Fisher. E al baraccone dei mostri degli anni Trenta e Quaranta, circonfuso di meraviglioso e poesia e nutrito di Bibbia e freudismi precotti, si contrappone qualcosa di ben più sfuggente e perturbante. In The Curse of Frankenstein e nei seguiti il vero mostro è lo scienziato, coi suoi demoni interiori; nel Dracula, il vampiro è lo spettro erotico che aggredisce dall’interno la società vittoriana nella sua dimensione più profonda, il sesso; in The Mummy, emerge il fantasma di una necrosi generazionale e culturale che rende l’archeologo interiormente sclerotico quanto la Mummia lo è esteriormente… Fino al mostro-femmina di The Gorgon (Lo sguardo che uccide), 1964, il fantasma che si insedia a ogni anello di una catena umana di amanti condannati, in un apologo amarissimo, più poetico che orrifico, sulle conseguenze devastanti del sentimento. Se ormai i dati tecnici sono reperibili ovunque online e l’approccio da fandom può interessare fino a un certo punto, oggi è prezioso riflettere soprattutto sul motivo per cui questi film piacciono ancora tanto: e in particolare sulla mitologia sottesa, sugli archetipi e le dinamiche in scena, sul tipo di “misteri” – in accezione totalmente laica, ma simbolicamente fortissima – celebrati a beneficio di un pubblico che partecipa idealmente e anche contraddittoriamente a una simile liturgia.

I mostri Hammer non sono quelli del baraccone come nell’età Universal, ma fantasmi delle crisi di un’epoca, della psiche e della cultura, dell’educazione e dei sentimenti; mostri di un mondo nuovo, a colori, dove il sangue recupera il suo colore (più o meno) naturale e il sesso è evocato con una potenza allusiva tutta vittoriana, mai prima conosciuta nel cinema popolare. E anzi proprio gli abiti continuamente riproposti dell’età di Vittoria, tempo mitico di certezze e di crisi & paradiso perduto del gotico, finiscono con l’incontrare idealmente le minigonne di una Swinging London che irrompe.

A distanza di parecchi anni, nelle sue memorie, Cushing ricorderà con parole affettuose quegli studi “nella serenità boschiva sulle rive del Tamigi, con ampi prati che scendevano fin sul bordo dell’acqua”; l’autostrada non c’era e occorreva più tempo per arrivare, “ma percorrevamo piacevoli stradine di campagna in mezzo a scenari pastorali, proprio belli nella prima luce del mattino”. Ancor oggi, con un traffico certo maggiore, è possibile capire cose Cushing intendesse: e abbiamo appena ripreso la strada in direzione Maidenhead, quando un’insegna che richiama graficamente uno stralcio di pellicola indica la stradina che sulla destra conduce agli studi. Nell’immetterci, mi scopro emozionato: e dopo un po’, a un gomito dello stretto sentiero, appare il cancello con l’insegna Bray Studios. Non è possibile entrare – le vicissitudini della proprietà hanno movimentato raccolte di firme – ma mi basta fermarmi un momento. I custodi ci guardano perplessi mentre accostiamo e scattiamo qualche foto, ma arriva il furgone della posta e impegna la loro attenzione. In distanza si erge nel verde il profilo di Oakley Court, attorno è silenzio. Del resto, scopriremo, niente qui attorno ricorda esplicitamente quella stagione lontana: non targhe, né vetrine con locandine o pubblicazioni sull’epoca d’oro, e neppure insegne di pub con Dracula che azzanna fanciulle. Solo silenzio, a ricordare che da questo cancello sono passati i protagonisti di una delle più grandi epopee novecentesche dell’immaginario.

L’ingresso ai Bray Studios

Torniamo alla strada principale. Chi abbia tempo può permettersi – ennesima deviazione sulla destra – una capatina al villaggio di Bray, graziosissimo e molto curato, con l’antica chiesa parrocchiale di St Michael, il più antico club di cricket del Paese (1798) e un paio di ristoranti alla moda. Ma la prossima tappa è Maidenhead: non perché ci sia alcunché da vedere in loco (al di là del solito centro commerciale), ma si tratta di una comoda tappa per alcune escursioni un po’ particolari che ci siamo riproposti.

Piccoli rave a Medmenham

Nel sistema mitologico Hammer ritorna con insistenza la figura dell’aristocratico impenitente, pronto a perpetrare i più empi misfatti, magari all’insegna di quella ritualità (sacrifici di fanciulle e dintorni) che con toni diversi corre un po’ in tutta la produzione della casa. Ovviamente si tratta di un modello mutuato da una lunga tradizione gotica: eppure viene da domandarsi se la squadra di Bray non riceva qualche suggestione dalla fama di un certo personaggio che viveva non distante, e dal suo giro di compari brillanti quanto equivoci. A poche miglia di lì, poco oltre Maidenhead, si trovano infatti i luoghi d’azione del più celebre dei cosiddetti Hellfire (o Hell Fire) Clubs, termine generale per le conventicole libertine di nomi eccellenti sorte tra Inghilterra e Irlanda fin dagli inizi del Settecento, con connotati relativamente misteriosi e fama sulfurea: in questo caso il gruppo di aristocratici e artisti raccolto attorno al potente Sir Francis Dashwood (1708-1781), figlio di un uomo d’affari assurto a baronetto. In realtà l’interessato, che potrebbe aver fatto parte di un Hellfire Club negli anni Trenta e aderiva a una Society of Dilettanti (1732) con membri, pare, di un altro Hellfire Club precedente, non riproporrà mai quel termine per la propria compagnia – ma il contesto sembra analogo e viene pacificamente utilizzato. Si dice sia stata l’esperienza del Grand Tour (comune a ogni gentiluomo dell’epoca, ma nel suo caso estesa fino alla Russia) a fargli incontrare esperienze religiose ch’egli giudica connotate da un totale rifiuto di Natura e Ragione: e restano celebri le sue burle ai danni di pellegrini a Roma e poi ad Assisi. D’altra parte l’idea di fondare in chiave di beffa un’istituzione che ad ascesi e rinunzie contrapponga tra Bacchi, Veneri e Priapi più sollazzevoli pratiche di “social felicity” non pare strana nel contesto di un anticlericalismo inglese nutrito di ateismo libertino e suggestioni neopagane.

Dashwood raccoglie così un gruppo di allegroni, “dilettanti in arte e letteratura” tra gli uomini più potenti del regno: in particolare c’è quel John Montagu, quarto conte di Sandwich che noi rammentiamo quasi solo come inventore del panino imbottito (sul tema c’è discussione), ma che all’epoca vanta ben altro rilievo. Sono poi della partita il fratello del fondatore, John Dashwood-King, gli alleati politici George Bubb Dodington e Paul Whitehead, vari parlamentari tra i quali il giornalista John Wilkes (che più tardi negherà di aver fatto parte della cerchia più ristretta, ma il legame c’era), vari professionisti e possidenti, il noto artista William Hogarth che lascerà una ricchissima documentazione in chiave grottesca sull’Inghilterra del suo tempo, alcuni poeti… Nasce così la cosiddetta Brotherhood of St. Francis of Wycombe, od Order of Knights of West Wycombe, dal luogo della dimora di famiglia di Dashwood nel Buckinghamshire: e pare si scelga di celebrarne proprio a West Wycombe il primo ritrovo nella Notte di Valpurga del 1752 (benchè altre fonti datino l’inizio delle attività sociali al ‘49, o addirittura al ‘46). La villa palladiana del Nostro è abbastanza confortevole per simili festini – in seguito, vedremo, egli disporrà anche delle Caves nella collina, anche se non è sicuro il tipo di utilizzo – e del resto ci sono le ricche case dei confratelli, utilizzabili all’occasione per quei primi incontri.

Ma nel frattempo Dashwood ha adocchiato il corpo in rovina di un’abbazia cistercense del XII secolo a Medmenham (sempre Buckinghamshire), di proprietà dell’amico Francis Duffield: nel 1751 provvede dunque ad affittarlo, e lo affida all’architetto Nicholas Revett per una sontuosa ricostruzione nello stile del revival gotico. L’Abbazia, all’epoca e poi in seguito nella tradizione gotica (fino alla Carfax Abbey del Dracula cinematografico), è il luogo-simbolo di un passato suggestivo, il concentrato di esotismi pseudopapisti, rovine ammantate di mistero e serraglio di sogni. Nessuno stupore dunque che gli incontri della Fratellanza vengano spostati da West Wycombe a Medmenham, rifugio assai più appartato e insieme spalancato a tanta suggestione: donde il nome birichino di Monaci o Frati di Medmenham che i membri assumeranno. Un celebre ritratto dei tardi anni Cinquanta per mano di Hogarth, parodiante l’iconografia sacra, mostra Dashwood in saio francescano (in fondo si chiama Francis), in devota contemplazione di una donnina nuda davanti a un testo erotico, sotto un’aureola da cui occhieggia malizioso il sodale Lord Sandwich. I membri – a sentire almeno il gossip degli anni Sessanta – si chiamano l’un l’altro “Fratello”, sotto la direzione di un “Abate” che periodicamente cambia: e gli abiti rituali prevedono il bianco per i primi (pantaloni, giacca, cappello) e il rosso per il secondo. I “felici discepoli di Venere e Bacco” – così Wilkes – si distinguono però in due ordini: quello superiore di una dozzina di “apostoli” e uno inferiore di quaranta o cinquanta adepti. Quanto alle signorine di servizio – chiamate “ospiti”, secondo l’eufemistico uso per prostitute, o più genericamente nuns, “suore” – non vengono tutte dai bordelli: la schiera è accresciuta da ragazze del posto in cerca di brividi e soprattutto da signore della buona società (Lady Montagu compresa), legate ai Monaci da rapporti di parentela, fidanzamento o matrimonio. Come ricorderà il contemporaneo Horace Walpole – che non li sopporta – gli adepti sono di osservanza “rigorosamente pagana: Bacco e Venere erano le divinità alle quali offrivano sacrifici quasi pubblicamente; e le ninfe e le botti raccolte in occasione delle feste di questa nuova chiesa informavano a sufficienza il vicinato del temperamento di tali eremiti”.

Sempre secondo le informazioni che poi circoleranno, i rave di cibo, vino & sesso (due volte al mese, più un soggiorno di almeno una settimana in giugno o settembre) prevedono parodie di riti sacri con abbondanti connotazioni porno. Ovviamente si diffonde anche la voce, come per i precedenti Hellfire Clubs, che il gruppo coniughi a vizio, nunsploitation e blasfemie assortite un vero culto del diavolo. In teoria non si può escludere che venga scomodato per beffa anche Belzebù; e del resto, considerando come nell’immaginario britannico il diavolo assuma volentieri il saio (si pensi al Faustus di Marlowe) la scelta non apparirebbe così innovativa. Sul tema si favoleggerà tanto che qualunque saggio sul satanismo deve oggi riportare almeno una menzione dei Monaci di Medmenham. Ma una tale devozione è ben poco probabile, al di là di quel satanismo ludico (la definizione è di Massimo Introvigne, cfr. il suo I satanisti, SugarCo 2010), cioè per épater le bourgeois, che i Monaci condividono con altre realtà dell’epoca; mentre troviamo la voce cavalcata dai nemici di Dashwood in quel contesto di divisioni e scandali degli anni Sessanta in cui l’Ordine sembrerà affondare. Nel 1762, il Conte di Bute nomina Dashwood Cancelliere dello Scacchiere, nonostante l’uomo non sia affatto preparato per il ruolo (e lo lascerà di corsa l’anno dopo, per i tumulti causati da una tassa sul sidro che ha inopinatamente varato). In ogni caso il libertino siede alla Camera dei Lord come quindicesimo barone le Despencer quando scoppia il caso (1763) di un libello sedizioso a firma di Wilkes: e le indagini conducono a ulteriori scoperte nei suoi cassetti, relative a materiali pornografici – An Essay on Woman, che parodiava in modo bricconcello An Essay on Man di Alexander Pope, e potrebbe essere stato scritto non da Wilkes ma da Thomas Potter, un altro dei Monaci – subito denunciati da Lord Sandwich in Parlamento. In effetti, a dispetto di alcune pregevoli iniziative per limitare il potere dell’esecutivo e del legislativo (come il divieto degli arresti arbitrari, il diritto degli elettori di scegliere propri candidati senza veti istituzionali e la libertà di critica dei giornali al governo e di riportare i testi delle sedute parlamentari), e di una grande popolarità, il profilo del radicale Wilkes può non risultare limpidissimo: ma è anche grazie a lui, ricordiamolo, che una serie di diritti civili entreranno nella civiltà occidentale. Per contro, certo limpido non è Lord Sandwich, coinvolto nelle attività dei Monaci e per un periodo amante, in contemporanea di Wilkes, della stessa cortigiana, la bella e a suo modo dignitosa Fanny Murray (1729-1778), a cui era dedicato An Essay on Woman: e la popolazione non riconosce a questo maneggione aristocratico la dignità morale di accreditarsi a censore. Col risultato che il tribunale viene invaso dalla folla e il simbolico rogo di An Essay on Woman viene impedito.

Il fatto è che, dosando le rivelazioni, Wilkes ha accennato a presunte attività sataniste all’Abbazia: sperando (dicono i suoi avversari) di estorcere almeno un incarico all’estero. Sia vero o meno, invano l’ex-amico Dashwood ha cercato di chetare Wilkes, e a un certo punto il governo (che a Bute, forse pure coinvolto nei fatti dell’Abbazia, ha visto succedere nel 1763 Grenville) è intervenuto facendogli perquisire casa. Ma all’insegna del tanto peggio, tanto meglio, Wilkes continua i racconti piccanti su Medmenham tramite i propri giornali, e a supportarlo interviene un altro ex-complice, il pastore Charles Churchill che attacca Lord Sandwich – ricordandone tra l’altro la vivace attività nella caccia notturna alle nuns. Quando Lord Sandwich si dichiara dubbioso se la morte verrà a Wilkes sulla forca o per sifilide, si sente rispondere: “Dipende, Milord, se prima abbraccio i principi di Vossignoria o l’amante di Vossignoria” (la battuta in realtà, attribuita spesso a Wilkes perché compatibile con la sua ironia, sembra oggi più credibilmente attribuita al drammaturgo e attore Samuel Foote) – ma ha la soddisfazione a un certo punto di vederlo andare temporaneamente in esilio.

Nel frattempo però l’ondata del gossip viene accresciuta dalla pubblicazione del romanzo Chrysal; Or the Adventures of a Guinea (circa 1760, spesso attribuito all’avvocato Charles Johnstone, ma in realtà scritto forse dalla vivace Frances Vane, viscontessa Vane) attribuendo voce a una moneta – appunto una ghinea – si narrano le avventure dei personaggi tra i quali è passata: e attraverso un mix tra racconti di Wilkes e libera fantasia, volti e situazioni del giro di Medmenham sono descritti in chiave compiutamente satanista. Lo scontro tra confratelli e lo scandalo derivato induce a quel punto Dashwood a far sparire dall’Abbazia il materiale più compromettente, e nel 1766 l’Ordine sembra sciogliersi – anche se si parla di riunioni dei Monaci fino al 1778, poco prima della morte del fondatore. Ma è del ’95 il poema The Confessions of Sir Francis of Medmenham and the Lady Mary His Wife di John Hall-Stevenson, che conferma le accuse e rincara raccontando i presunti incesti di Dashwood con madre e tre sorelle, una delle quali lesbica (sarebbe interessante sapere se Stoker ricorderà tale voce a proposito delle tre spose di Dracula); e nei due secoli successivi la mitopoiesi sull’Ordine demoniaco potrà solo arricchirsi, offrendo una sghemba “ispirazione” ai satanismi successivi.

L’influsso di Dashwood sull’immaginario sarà in effetti notevole. Tanto più se fosse vero, come qualcuno sostiene, che Walpole tragga ispirazione proprio dalla tenebrosa fama della combriccola per il suo The Castle of Otranto (1764), opera prima e fondante del gotico letterario propriamente detto. Sembra d’altronde possibile che il nome del primo vampiro a puntate, quel Sir Francis Varney abitante in Ratford Abbey che tanto successo avrà apparendo tra il 1845 e il 1847 nei settimanali penny dreadful (l’ha riproposto in Italia Gargoyle, tre voll., 2010), possa attingere proprio a Dashwood. Lo stesso Cushing prenderà parte al film The Hellfire Club (Robin Hood della Contea Nera), 1961, liberissimamente ispirato al tema; e il mischione di fantasie sessuali all’insegna del motto Fay ce que vouldras (già proprio della rabelaisiana abbazia di Thélème e in seguito recuperato da Crowley) e il presunto satanismo spalancheranno a Dashwood e complici una carriera postuma di vilain nella cultura popolare attraverso romanzi, fumetti, anime, album di musica gotica e siti web. Un titolo tra tutti, il pastiche di Carrie Bebris, Sospetto e sentimento, 2005 (in Italia 2008, per TEA), nell’ambito della serie di apocrifi pseudo-austeniani Le indagini di Mr. e Mrs. Darcy: i protagonisti di Orgoglio e pregiudizio, ormai sposati, incontrano i Dashwood di Ragione e sentimento, e la suggestiva identità di cognome con il Nostro vede intrecciarsi una storia potenzialmente intrigante a base di magia e possessione. Che poi purtroppo si sgonfia, per la scarsa capacità di una vivace autrice di commedia nel gestire il meccanismo fantastico. Inevitabile dunque pensare a Dashwood e ai suoi sodali di fronte al banchetto dello scellerato Sir Hugo all’inizio del The Hound of the Baskervilles marca Hammer, o di altri diabolici libertini dei film della casa.

Per le suggestive relazioni con l’immaginario, insomma, Dashwood risulta un personaggio almeno meritevole d’indagine. Decidiamo dunque di puntare su Medmenham: e quando superiamo il cartello stradale col nome del luogo, immerso tra gli alberi, scopriamo che è poco più di una frazione. Invano cerchiamo qualcosa di simile a una piazza del paese: in un attimo ci si trova già fuori. Torniamo dunque indietro, fermando l’auto vicino alla graziosa chiesa di St Peter and St Paul: piove, ma l’edificio – soggetto a pesanti restauri nel 1839 – è talmente piccolo che il tempo di un esame dell’interno non permette al pur volubile clima britannico di cambiare parere. Qualcuno racconta che tra queste mura serene, nel 1755, presenti Dashwood e Lord Sandwich, quest’ultimo liberasse una scimmia camuffata durante un servizio liturgico, scatenando il panico tra i fedeli come a un’irruzione di Satana. L’episodio sembra però rappresentare una semplice duplicazione dell’altro più noto che narrerò in seguito.

Medmenham: St Peter & St Paul

A poca distanza sorge un pub-ristorante, lo storico The Dog and Badger risalente nientemeno che al 1390. Il problema è che invece della malfamata Abbey di Dashwood non troviamo traccia, né indicazioni – e non mi sento di chiederle al pio ministro di culto intravisto alla chiesa. Finalmente, in modo fortuito, imbrocchiamo la direzione: tentando lungo un viale perpendicolare tra gli alberi arriviamo al Tamigi, e riesco a riconoscere nell’ultimo edificio sul fiume – appena visibile al di là del muro di cinta – il profilo dell’Abbey incontrato in foto durante le mie ricerche. Certo, dall’altra riva deve vedersi molto meglio, ma l’intrico di strade e la mancanza di un ponte nelle vicinanze ci sconsiglia di cercare una migliore panoramica (scopriremo poi che occorrerebbe dirigersi verso Hurley, via Henley, e aggiungere una mezz’ora di passeggiata). In ogni caso qui, su questo magnifico tratto del fiume tra Henley and Marlow, con sponde verdi sotto il cielo piovoso che suggeriscono una tranquillità assoluta, si fatica a identificare il torbido Tamigi che tanta storia e tante storie ha fatto maturare presso Madre Londra. Come lo stuolo di deliziose paperette, che dalla riva alcuni ragazzini provvedono a rifocillare con briciole di pane, offre una scena di candore lontana mille miglia dal losco quadro delle sere di festa all’Abbazia, con le barche di Monaci e Suore fasulli che tra luci livide arrivano e ripartono nella più equivoca privacy.

Medmenham Abbey (tristemente, dal muro)

Ma l’inavvicinabilità dell’Abbazia oggi, richiusa tra alte mura nella quiete di Medmenham, sembra una buona metafora per i misteri di quella di Dashwood. Resta per esempio la curiosità su come dovesse presentarsi all’epoca, visto che le testimonianze restano vaghe e frammentarie. Pare per esempio che il “garden of lust” presentasse, oltre alle numerose camere da letto, una grande sala da pranzo, un salotto e una sala capitolare, adorni di pilastri marmorei con iscrizioni pornografiche in latino maccheronico e sacelli fintoellenici, statue in pose birichine e figure di divinità omertose – del silenzio, della segreta passione… – dal mondo classico o dall’Egitto. Gli affreschi sui muri, si dice per mano di  Hogarth, recavano copie di fantasie erotiche romane o ritratti di famose prostitute britanniche. Sopra una porta, in vetro colorato, campeggiava il motto (rabelaisiano, prima che crowleyano) Fay ce que vouldras: e al di sotto dell’Abbey, una serie di spazi ricavati da una caverna preesistente (e probabilmente un po’ umidi, considerando il fiume vicino) dovevano apparire essi pure allegramente decorati con temi mitologici e simboli sessuali. Ma si tratta di informazioni non provate: per quanto riguarda per esempio la sala capitolare, nel 1763 Walpole – curiosissimo – riuscirà a corrompere una cuoca per buttare un occhio nell’Abbey in assenza di Dashwood, trovando però quella porta chiusa a chiave. A completare il tutto c’era poi la biblioteca, sembra con una ricchissima collezione di pornografia. Ma di tutto ciò non rimane più nulla, e già nel 1766 – a ridosso degli scandali – la sala capitolare risulta “ripulita”.

Medmenham Abbey (la cancellata)

Tornando indietro lungo il viale ottengo conferma, da un campanello a una lussuosa cancellata, che l’Abbey è proprio l’edificio intravisto. Non so immaginare quanto gli attuali, ricchi proprietari apprezzino la memoria di Sir Francis. Alla morte di lui, il nipote Joseph Alderson fonda però una Phoenix Society – più tardi Phoenix Common Room – con qualche stabilità dal 1786, proprio in onore del vecchio gaudente: a noi il nome ricorda un po’ Harry Potter, ma in quel contesto si tratterebbe di un simbolico rinascere dalla ceneri del gruppo di Dashwood. Animata da un forte orgoglio di appartenenza, la Phoenix Common Room esisterebbe ancor oggi. A saldare idealmente il cerchio, va ricordato che l’attrice che in La furia dei Baskerville interpreta la bella Cecile che flirta col baronetto/Lee, Marla Landi, cioè la torinese Marcella Teresa Scarafina (1933), finisce con lo sposare nel 1977 proprio l’omonimo discendente Sir Francis Dashwood (1925-2000), andando a vivere a West Wycombe House, di cui parleremo in prosieguo.

(continua)

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Il nuovo disordine mondiale / 12: Vittorie perdute*. https://www.carmillaonline.com/2022/04/28/il-nuovo-disordine-mondiale-12-vittorie-perdute/ Thu, 28 Apr 2022 20:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71617 di Sandro Moiso

“Siamo in guerra. Ma per quale vittoria? E se non lo sappiamo, come potremo stabilire se avremo vinto o perso, quando mai finirà?” (Lucio Caracciolo) “Questo è il futuro, sorellina…” (La canzone del tempo – Ian R. MacLeod)

Ci siamo. Dopo più di sessanta giorni dal suo inizio, la guerra nei fatti è dichiarata. Non quella della Russia con l’Ucraina, ma quella che fino ad ora si è manifestata, nemmeno troppo, sottotraccia: Biden contro Putin, Nato contro Russia e contro gli alleati recalcitranti, Occidente “democratico” contro resto del [...]]]> di Sandro Moiso

“Siamo in guerra. Ma per quale vittoria? E se non lo sappiamo, come potremo stabilire se avremo vinto o perso, quando mai finirà?” (Lucio Caracciolo)
“Questo è il futuro, sorellina…” (La canzone del tempo – Ian R. MacLeod)

Ci siamo. Dopo più di sessanta giorni dal suo inizio, la guerra nei fatti è dichiarata.
Non quella della Russia con l’Ucraina, ma quella che fino ad ora si è manifestata, nemmeno troppo, sottotraccia: Biden contro Putin, Nato contro Russia e contro gli alleati recalcitranti, Occidente “democratico” contro resto del mondo “autoritario”.

Ma guai a parlare di imperialismo, se non è quello russo-putiniano; guai a parlare di pace se non è quella dettata dai cannoni e dall’invio di armi; guai ragionare; guai uscire dal coro; guai smontare la propaganda bellica di entrambi le parti in conflitto.
Guai, guai, guai…
Basti invece cantare come i sette nani disneyani: Andiam, andiam, andiam a guerreggiar… (i nanetti di allora cantavano lavorar, ma che importa ormai ai nano-burocrati rappresentanti del capitale internazionale?). Oppure “Bella Ciao”, contro qualsiasi commemorazione della Resistenza che non si limiti ad esaltare l’unità nazionale e interclassista con i fascisti di un tempo e con quelli di oggi.

Così, nei libri di Storia futuri (stampati, online oppure semplicemente scolpiti nella pietra), come data di inizio vero del Terzo conflitto mondiale potrebbe essere ricordata non quella del 24 febbraio 2022 per l’invasione russa dell’Ucraina, ma quella del 26 aprile dello stesso anno. Giorno in cui, a Ramstein in Germania, il vertice Nato allargato ha, di fatto, dichiarato ufficialmente guerra alla Russia. Zelensky (autentico Renfield del vampirismo occidentale, ma tutto sommato personaggio secondario della catastrofe mondiale cui stiamo andando incontro), Boris Johnson (a caccia di una riabilitazione politica per la propria carriera e di un nuovo ruolo imperiale per il Regno Unito, costi quel che costi) e Sleepy Joe Biden (l’esibizione concreta del sonno della ragione che guida le scelte occidentali e della Nato) hanno scelto per noi, per la specie e l’umanità intera: basti leggere i titoli dei maggiori quotidiani del giorno successivo, il cui significato può essere sintetizzato con una frase di antica memoria: Alea iacta est (il dado è tratto).

Così mentre i russi avanzano poco a poco, conquistando i territori orientali ucraini e procedendo nell’opera di accerchiamento dei quarantamila soldati delle forze armate di Kiev attestati su quel fronte, i leader occidentali promettono, già intravedendola attraverso gli occhi spiritati di Zelensky, una vittoria in realtà piuttosto difficile da raggiungere e, in compenso, gravida di rischi già contenuti nelle stesse scelte che dovrebbero favorirla. Come, a solo titolo di esempio, l’ulteriore stanziamento di 33 miliardi di dollari richiesto da Joe Biden al congresso americano per la fornitura di altre armi all’Ucraina. Richiesta che fa inevitabilmente pensare alla previsione di una guerra di “lunga durata”.

Non tanto e soltanto per le parole già pronunciate in precedenza dal ministro degli esteri russo Lavrov a proposito del rischio di deflagrazione di una terza guerra mondiale e neppure per le minacce contenute nel discorso tenuto da Putin, a Pietroburgo il 27 aprile, con il riferimento al possibile ricorso ad armi per ora impreviste o sconosciute per l’alleanza occidentale. Ma anche, e forse soprattutto, per le crepe sempre più evidenti che tale dichiarazione di guerra aperta alla Russia rischia di aprire non soltanto tra i presunti alleati, ma anche con le altre potenze presenti sul pianeta. Cina e India in testa.

Come si afferma nell’editoriale del primo numero della rivista «Domino»:

Per gli esseri umani cogliere la profondità del momento storico che abitano è esercizio assai complesso. Travolti dalle circostanze, impegnati a sopravvivere, non percepiscono il frangente vissuto. Nel 476 d.C. nessuno si accorse che la deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo avrebbe decretato la fine dell’impero romano d’Occidente – ammesso che sia accaduto sul serio1.

Così, se in Europa la questione delle forniture di gas ha già aperto un divario non secondario tra le richieste americane di sanzioni e gli effettivi interessi economici e produttivi di paesi come la Germania, l’Ungheria, la Slovacchia, la “neutrale” Austria e, anche, della timorosa e confusa italietta draghiana (in cui il peso dell’ENI, che avrebbe già deciso di pagare in rubli le forniture, non può affatto essere considerato secondario sia dal punto di vista economico che politico)2, nonostante le dichiarazioni dell’imperturbabile e insignificante Ursula von der Leyen, secondo la quale «l’Europa non si piegherà al ricatto (russo)», nel resto del mondo l’Occidente, per fingere una sua presunta aumentata influenza, ha dovuto accontentarsi di invitare al vertice di Ramstein paesi come la Liberia, la Tunisia, la Giordania, il Kenya e poco altro ancora.

Atterriti dall’aggressività russa, nei prossimi mesi i principali paesi europei aumenteranno grandemente la spesa militare. Su tutti, la Germania. Massimo esportatore relativo al mondo, tra i più capaci soggetti esistenti, da decenni Berlino è priva di reali forze armate – nelle parole dello Stato maggiore britannico, «i soldati tedeschi sono soltanto campeggiatori aggressivi». Dimensione innocua, utile per tranquillizzare i vicini, prossima a scomparire.
[…] Così il Regno Unito vorrà inserirsi nell’estero vicino della Germania, tornando a ergersi a principale sodale di polacchi e rumeni, come capitato in altri drammatici passaggi della storia.

Sebbene in questa fase salutino con soddisfazione il suo nuovo corso, presto gli Stati Uniti inizieranno a sospettare del satellite berlinese, troppo ingombrante per diventare bellicoso. Fino ad accendere la vecchia competizione bilaterale, soltanto parzialmente sopita con la seconda guerra mondiale. Al di là dell’appartenenza al medesimo fronte, Washington conserva una latente ostilità nei confronti della Repubblica Federale, memore d’aver faticosamente avversato ogni crescente potenza teutonica3.

Sbandierando poi la dichiarazione cinese che «nessuno vuole la terza guerra mondiale», i media italiani guerrafondai fingono una sorta di presa di distanza della Cina dalla politica russa, mentre è evidente che, pur nella sua ovvietà, la Cina non condivide l’attuale politica di aggressione verbale e militare portata avanti dai maggiori rappresentanti della Nato (USA e Gran Bretagna) nei confronti dei governanti e dei territori russi.

L’altro tema su cui si glissa, poi, è il fatto che il nazionalista Modi, in India, abbia di fatto respinto per ben tre volte la richiesta portata avanti, al più alto grado di rappresentanza politica, da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea affinché il suo paese abbandonasse la posizione astensionista nei confronti della condanna della condotta russa, tenuta fin dalla prima votazione alle Nazioni Unite nei primi giorni del conflitto russo-ucraino.

Rifiuto che pone l’India, una delle principali potenze economiche del globo e membro più che importante dei BRICS, in una situazione di attesa che, senza manifestare soverchie simpatie per Putin e la sua politica, si rivela comunque minacciosa per la tranquillità occidentale, la cui politica di intervento militare sempre più esteso si accontenta di giustificarsi attraverso la pretesa di un cambio della guardia in Russia, magari con la speranza di tornare ai tempi di El’cin, senza tener conto dell’autentico tsunami geopolitico che sia le scelte di Putin che proprie hanno e stanno contribuendo a sollevare su scala planetaria.

Ha dunque perfettamente ragione chi ponga l’esiziale domanda, al nostro governo come a quelli occidentali coinvolti, talvolta controvoglia come quello tedesco, nelle decisioni prese a Ramstein: quale vittoria si vuole perseguire? Ma, soprattutto: sono state messe in conto le conseguenze di una possibile sconfitta? A quanto pare, come per l’alterigia che accompagnò il generale Custer al disastro del Little Big Horn, NO.

Sconfitta che potrebbe derivare non soltanto dal differenziale bellico intercorrente tra l’arsenale nucleare russo e quello occidentale in Europa (qualcosa come dieci a uno, 2000 armi tattiche contro 200, secondo Lucio Caracciolo), ma anche dal fatto, che pur in caso di pareggio, le condizioni del continente europeo, soprattutto, potrebbero uscirne radicalmente modificate al ribasso (sia sul piano economico che sociale) a causa delle distruzioni che ne conseguirebbero.

Se tali distruzioni potrebbero già essere, in forma minore, anticipate dalla crisi economica derivante da un embargo del gas russo, paventata dalla gran parte degli imprenditori europei4, e dalle proteste sociali che ne deriverebbero, mentre già una parte significativa dei paesi mediorientali o affacciantisi sul Mediterraneo meridionale vede già accrescersi le spinte delle proteste di piazza per le difficoltà alimentari derivanti dal medesimo conflitto5, le conseguenze reali e finali potrebbero andare oltre qualsiasi previsione politica, economica o militare.

In questo senso, nonostante le minacce reiterate dell’Occidente ai due paesi che continuano ad acquistare il 70% delle loro armi dalla Russia e ad approfittare, oggi e in futuro, della necessità della stessa di vendere le risorse energetiche non più richieste da una parte dei paesi occidentali, India e Cina potrebbero uscire vincitrici da un conflitto destinato probabilmente a indebolire fortemente l’Europa, la Russia e, seppur con qualche differenza se riusciranno ad approfittare delle distanza dal teatro bellico, gli Stati Uniti stessi. Vincere senza muover un dito e senza sparare un colpo costituirebbe la massima realizzazione del pensiero militare orientale e cinese in particolare. Mentre, al contrario, si rivelerebbe un’autentica catastrofe per il capitalismo occidentale, i suoi apparati, le sue società, i suoi sistemi produttivi e le sue dottrine belliche.

Ipotesi non così peregrina se si considera come la Cina ha potuto sostituire gli americani in Afghanistan, dopo la loro precipitosa ritirata, occupandone le basi militari più importanti, come quella aerea di Bagram, oppure accaparrarsi i diritti di sfruttamento degli enormi giacimenti di terre rare, di cui quel paese è ricco, senza colpo ferire.

La minaccia poi contenute nelle dichiarazioni della von der Leyen durante il suo recente viaggio in India, nel tentativo di smuovere Modi dalle sue posizioni, ovvero quella che un embargo dei microprocessori prodotti a Taiwan, che realizza in proprio o su licenza più del 60% della produzione mondiale degli stessi, nei confronti della Russia potrebbe far sì che l’India, insieme alla Cina, potrebbe non più ricevere gli armamenti più sofisticati prodotti dall’industria bellica russa proprio per mancanza di quelli, potrebbe ottenere un effetto contrario a quello desiderato. Ovvero spinger la Cina, con l’avvallo indiano cosa impensabile fino a poco tempo fa, ad affrettare i preparativi per un’invasione dell’isola contesa all’influenza occidentale fin dal 1949.

Mentre, con una certa forzatura nel ragionamento, si continua ad affermare che Putin con la sua azione è riuscito a rendere più forte e collaborativa l’alleanza occidentale, ci si nasconde che in realtà è proprio l’azione occidentale a rendere possibili, magari anche solo momentaneamente, alleanze fino ad ora imprevedibili, come quella tra i due colossi asiatici. Soprattutto in un momento in cui, lo capirebbe anche il più asino degli strateghi, gli USA, nonostante la baldanza dei suoi rappresentati e del suo svanito presidente, non potrebbero impegnarsi su tutti i fronti destinati a svilupparsi a seguito del precipitare della situazione attuale. In cui anche il pesante riarmo giapponese, il più importante dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi, esattamente come per quello tedesco, non significa soltanto allineamento agli ordini americani e occidentali, ma piuttosto l’apertura di una partita in proprio e a tutto campo.

Come sonnambuli, i rappresentanti occidentali riuniti a Ramstein, si sono avviati sul loro viale del tramonto, contenti oppure inconsapevoli di essere destinati a precipitare nel dimenticatoio della Storia, ma, esattamente come il loro avversario Putin, vilipeso, insultato e demonizzato insieme a tutto il popolo russo, ben determinati a cercare di difendere la propria posizione egemonica anche a costo della rovina e distruzione dei propri governati o di buona parte della specie umana.

Così come l’attorucolo Zelensky persegue orgogliosamente, stupidamente e neppure in nome dei reali interessi del popolo che si è trovato ad amministrare.
Con buona pace di tutti coloro in tutto ciò vogliono cogliere, ad ogni costo, un esempio di Resistenza, piuttosto che la demoniaca competizione imperialista che la sottende. Su ogni fronte.

Con leggerezza si parla della guerra, della sua necessità senza averne mai saggiato la pornografia della morte e la crudezza delle sue perversioni. Senza accorgersi che si lustra così la sua forza di attrazione, le si offre uno scopo, un senso, una dignità, una causa, un quarto di nobiltà. E’ un errore fatale. […] Nell’enunciazione di concetti primitivi, l’onore, il dovere riaffiora soprattutto una perfida tradizione irrazionalistica, uno sconclusionato dannunzianesimo fuori tempo: con la voluttà dell’esser eroe, il culto della morale guerresca, il vivo foco della lotta, e altri intrugli che infiammano i piccoli ribellismi borghesi di ogni tempo6.

* Il riferimento è a Vittorie perdute (Go Tell the Spartans), un film di Ted Post del 1978. Ambientato in Vietnam, nel 1964, narra le vicende di un contingente di soldati sud-vietnamiti e americani che si accingono a occupare la base abbandonata di Muc Wa. Dopo aver affrontato attacchi notturni di piccoli contingenti di Vietcong, vengono sterminati. Se sul Vietnam, fino al 1990, sono stati prodotto negli USA più di 100 film, questo, interpretato da un cinico e disincantato Burt Lancaster, è scritto benissimo, con divertito distacco, da Wendell Mayes, ed è uno dei meno noti, ma dei più sottili e dialettici tra tutti quelli realizzati sull’argomento.

(12 – continua)


  1. Punto di svolta in Ritorno al futuro, «Domino» n° 1, aprile 2022, p.7  

  2. Si veda: Vanessa Ricciardi, Putin comincia a togliere il gas e spacca l’Unione europea, «Domani», 28 aprile 2022  

  3. Punto di svolta, op. cit. p.9  

  4. Si veda anche soltanto il tentativo di tenere aperti i rapporti col mercato russo da parte dei maggiori calzaturifici italiani, che nei giorni scorsi in barba ai divieti hanno inviato una loro nutrita delegazione di rappresentanti in Russia  

  5. Si veda: Francesca Mannocchi, La guerra, la carestia e le rivolte del pane, «La Stampa» 23 aprile 2022  

  6. Domenico Quirico, L’ebbrezza militarista che spinge al conflitto, «La Stampa» 28 aprile 2022  

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Il nuovo disordine mondiale / 6: la crisi dell’ordine occidentale e la sua “naturale” soluzione https://www.carmillaonline.com/2022/03/17/il-nuovo-disordine-mondiale-6-la-crisi-dellordine-occidentale-e-la-sua-naturale-soluzione/ Thu, 17 Mar 2022 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71032 di Sandro Moiso

«Il 29 maggio 1453, Costantinopoli cadeva sotto l’assalto degli eserciti di Mehmed II. Solo se la Cristianità fosse subentrata all’impero in disfacimento rilevandone il potere e le funzioni, solo allora forse il destino di Costantinopoli e della Grecia avrebbe potuto essere diverso. Invece proprio in quelle otto settimane di assedio, la Cristianità rivelò di essere un puro nome, privo di contenuto reale, divisa com’era da lotte e rivalità fra stato e stato, fra città e città, priva di un ampio disegno continentale, tutta presa dai grossi e piccoli problemi delle varie nazioni» (Steven Runciman – «The [...]]]> di Sandro Moiso

«Il 29 maggio 1453, Costantinopoli cadeva sotto l’assalto degli eserciti di Mehmed II.
Solo se la Cristianità fosse subentrata all’impero in disfacimento rilevandone il potere e le funzioni, solo allora forse il destino di Costantinopoli e della Grecia avrebbe potuto essere diverso. Invece proprio in quelle otto settimane di assedio, la Cristianità rivelò di essere un puro nome, privo di contenuto reale, divisa com’era da lotte e rivalità fra stato e stato, fra città e città, priva di un ampio disegno continentale, tutta presa dai grossi e piccoli problemi delle varie nazioni» (Steven Runciman – «The Fall of Costantinople 1453»)

Nel corso delle ultime settimane una viscerale e sfegatata propaganda bellica ha visto tutti i media mainstream insistere sull’unità politica, militare e di intenti degli alleati occidentali di Washington, in generale, e dei paesi dell’Unione Europea, in particolare. Vedremo che così non è anche se, sempre nello stesso periodo, gli stessi strumenti di disinformazione hanno particolarmente insistito sulla provenienza “cinese” dell’idea di un nuovo disordine mondiale ovvero di una situazione in cui si può considerare quasi irreversibile il declino delle potenze economico-militari collocate a cavallo dell’Oceano Atlantico.

In realtà, però, la troppa attenzione prestata dai media e dai giornalisti embedded alla causa occidentale ha impedito loro di cogliere che la prima formulazione completa di tale idea, almeno sul piano economico-politico e finanziario, è stata sviluppata in maniera abbastanza compiuta proprio da uno degli organi più rappresentativi del general management statunitense, la «Harvard Business Review», che nel numero di agosto del 2003 titolò un suo articolo, redatto da Nicolas Checa, John Maguire e Jonathan Barney, proprio così: Il nuovo disordine mondiale (The New World Disorder qui).

Per intendere meglio di che cosa si parla, basti sapere che l’«Harvard Business Review» nacque nel 1922 come progetto editoriale della Harvard Business School, ma iniziò a spostare il suo focus editoriale sul general management dopo la seconda guerra mondiale, quando un crescente numero di manager cominciò ad interessarsi alle tecniche di gestione introdotte dalla General Motors e da altre grandi aziende. Nei successivi tre decenni, ha focalizzato la sua attenzione sulla formazione dei decision maker. Contribuendo ad un’idea di gestione manageriale del mondo che rivela tutta l’insopportabile prosopopea connessa alla pratica della privatizzazione e dello sfruttamento di ogni aspetto della vita e della riproduzione della specie.

Nell’articolo anticipato prima, la rivista riassumeva il percorso della globalizzazione a partire da quel 1° gennaio 1995 in cui, con una cerimonia a Ginevra ampiamente pubblicizzata, i rappresentanti di 76 paesi avevano apposto le loro firme alla carta dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’OMC (o WTO, World Trade Organisation), fu l’ultima dei figli di Bretton Woods a diventare maggiorenne, mentre i suoi organi gemelli, tra cui il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, si erano formati tutti nel 1940.

Precedentemente l’OMC era stata per anni classificata come parte di un accordo commerciale temporaneo e il suo emergere finale come organismo sovranazionale pienamente potenziato sembrava riflettere il trionfo di quello che il primo presidente Bush aveva descritto come il “nuovo ordine mondiale”, dopo aver colto i frutti, elettorali ed economici, della reganiana “vittoria sul comunismo” e della Glasnost e della Perestroika avviate da Mikhael Gorbachev .

Quell’ordine era in gran parte basato su due presupposti: in primo luogo, che un’economia sana e un solido sistema finanziario creano stabilità politica, e in secondo luogo, che i paesi in affari insieme non si combattono a vicenda. La priorità numero uno della politica estera degli Stati Uniti era chiara: incoraggiare i paesi ex comunisti d’Europa e le nazioni in via di sviluppo in America Latina, Asia e Africa ad adottare politiche favorevoli alle imprese. Il capitale privato sarebbe fluito quindi dal mondo sviluppato in questi paesi, creando crescita economica e posti di lavoro. […] Come la gente amava dire, nessun paese con McDonald’s era mai andato in guerra l’uno con l’altro.

[…] Questo percorso di riforma, spesso chiamato Washington Consensus, ha comportato disciplina fiscale, liberalizzazione del commercio, privatizzazione, deregolamentazione e diritti di proprietà ampliati attraverso riforme legali. I promotori di queste riforme speravano che i cambiamenti avrebbero reso i paesi in via di sviluppo più attraenti per gli investimenti stranieri e avrebbero integrato ulteriormente quei paesi in una rete economica globale competitiva, ma pacifica. Nella sua forma più estrema, la visione divenne quella in cui questi paesi sarebbero diventati parte di un’economia mondiale liberale e aperta che promuoveva valori occidentali come la democrazia.
Per la maggior parte degli anni 1990, i paesi in via di sviluppo sono stati più che felici di accontentare tali propositi. Nell’agosto 2000, con l’adesione dell’Albania, il numero dei membri dell’OMC era quasi raddoppiato a 139.

La politica degli Stati Uniti di mettere il business al primo posto sembrava rendere il mondo un posto molto più semplice per i manager. Molti presumevano che l’esportazione di capitali dalle economie sviluppate verso i mercati meno sviluppati potesse essere sostenuta indefinitamente; non appena un paese sceglieva di essere integrato nella nuova economia globale, le sue istituzioni si adattavano sotto la stessa pressione implacabile che stava trasformando le imprese di tutto il mondo.

Per le aziende il tutto si riduceva sostanzialmente alle dimensioni: più grande è il paese, meglio è e più sicuro. Sembrava più pericoloso stare fuori dalle grandi economie in via di sviluppo che immergersi. Un miliardo di cinesi avrebbero potuto acquistare un sacco di auto, dentifricio o scarpe, mentre gli investitori finanziari tenevano un atteggiamento altrettanto spensierato.

Finché la valuta di un paese poteva essere scambiata liberamente e un mercato liquido era disponibile nel suo debito, l’economia di quel paese era considerata sicura. Quando il FMI si comportava come prestatore dell’ultimo, e in alcuni casi del primo, ricorso (anche se non ha mai affermato di esserlo), cosa importava se il sistema bancario di un paese era compromesso?
Sembrava troppo bello per essere vero, e così si è dimostrato. Il nuovo ordine mondiale di Bush padre e del suo successore, Bill Clinton, è stato sostituito dal nuovo disordine mondiale di Bush figlio.

Fu infatti alla fine degli anni ’90 che si ebbe il primo assaggio del rovescio della medaglia della globalizzazione finanziaria:

la crisi finanziaria della Thailandia del 1997 ne scatenò un’altra in Corea lo stesso anno. Il virus economico si diffuse in Russia l’anno successivo e, all’inizio del 1999, il Brasile fu costretto ad abbandonare la sua politica di tassi di cambio fissi. Questi paesi avevano poco in comune, eppure le crisi finanziarie si propagavano da uno all’altro come un virus a causa dei legami creati dalla nuova economia globale.
La ragione era semplice: sebbene le destinazioni degli investimenti diretti esteri fossero lontane e diversificate, la fonte di quel capitale non lo era. La banca occidentale che deteneva baht thailandesi deteneva anche real brasiliani. Il fondo che possedeva obbligazioni coreane deteneva anche banconote russe. Nella convinzione che il FMI, con gli Stati Uniti alle spalle, fosse disposto a salvare le economie che si trovavano in difficoltà a breve termine, molte di queste istituzioni avevano fatto incetta di titoli e valuta di quelle stesse.

[…] All’inizio, il FMI è intervenuto per aiutare, ma i costi dei ripetuti salvataggi multilaterali sono diventati sempre meno accessibili. Alla fine, il governo russo è andato in default, rendendo pressoché inutili i quasi 40 miliardi di dollari di debito pubblico interno detenuti dalle istituzioni finanziarie e più che dimezzando il valore di 100 miliardi di dollari delle azioni russe. Gli Stati Uniti hanno usato la loro influenza per costringere il FMI ad aiutare la Russia poco prima dell’agosto 1998; tuttavia, è riuscito ad acquistare meno di un mese di solvibilità aggiuntiva. Con il senno di poi, possiamo vedere che la convinzione degli investitori che gli Stati Uniti sarebbero rimasti indietro rispetto ai grandi paesi desiderosi di riforme aveva innescato una bolla speculativa in quelle economie che sarebbe scoppiata con il default russo.

[In realtà] Le forze della globalizzazione avevano cambiato le istituzioni russe così poco che un funzionario pubblico ha definito gli aiuti del settore pubblico alla Russia come “acqua versata su una lastra di vetro”. I programmi di privatizzazione hanno dimostrato di aver fatto poco più che arricchire le classi dominanti, anche se la gente comune ha pagato per la presunta liberalizzazione economica con il proprio lavoro. L’ostilità che questo ha generato tra gli elettori, spesso di recente diritto di voto, si è solo approfondita quando gli investitori stranieri hanno iniziato a chiudere i rubinetti.
Ironia della sorte, il secondo presidente Bush ha messo l’ultimo chiodo nella bara del nuovo ordine mondiale. Anche prima dell’11 settembre, l’amministrazione stava segnalando di avere una visione molto diversa dell’impegno internazionale da quella del suo predecessore, basata sulla sicurezza, non sulle preoccupazioni economiche. E la sicurezza era ora definita non solo negli stretti termini della Guerra Fredda di sicurezza dall’attacco di una superpotenza ostile, anche se stabile, ma molto ampiamente per includere la sicurezza dal terrorismo e dalle armi di distruzione di massa, così come gli input economici vitali come il petrolio.

Nel maggio 2001, la politica energetica nazionale del presidente Bush e del vicepresidente Cheney sottolineò che: “La sicurezza energetica deve essere una priorità del commercio e della politica estera degli Stati Uniti. Dobbiamo guardare oltre i nostri confini e ripristinare la credibilità dell’America con i fornitori esteri. Inoltre, dobbiamo costruire forti relazioni con le nazioni produttrici di energia nel nostro emisfero, migliorando le prospettive per il commercio, gli investimenti e le forniture affidabili”.
L’implicazione era chiara: la sicurezza, in questo caso la sicurezza energetica, era ora la considerazione principale nel commercio e nella politica estera degli Stati Uniti. La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America pubblicata nel settembre 2002 mostra come il pensiero si sia sviluppato da lì. È diventato molto chiaro che il governo Bush definisva l’impegno internazionale in termini di relazioni bilaterali con alleati strategicamente importanti e confronto unilaterale con quasi tutti gli altri.

Ma è a questo punto che viene la parte più interessante dell’articolo, motivo per cui l’autore del presente chiede venia al lettore per le lunghe citazioni, che ha inizio con una dichiarazione decisamente spudorata:

Le aziende non possono giocare in difesa tutto il tempo; solo l’offesa mette punti sul tabellone. Dal momento che la globalizzazione è qui per rimanere.
Anche le economie sviluppate sono colpite, anche se in modo più sfumato, dal cambiamento epocale delle prospettive geopolitiche. È improbabile che l’acrimonia sollevata nel dibattito sull’Iraq si traduca in una guerra commerciale, ma avrà un piccolo ma percettibile effetto sul modo in cui gli Stati Uniti e l’Unione europea affrontano determinate questioni. Queste includono controversie commerciali, extraterritorialità legislativa degli Stati Uniti e regolamenti sulla concorrenza.
Ancora una volta, l’allontanamento tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei è durato diversi anni, perché la nuova amministrazione è entrata in carica determinata a non lasciare che le alleanze esistenti limitassero la libertà d’azione dell’America. In effetti, il documento sulla strategia di sicurezza nazionale dello scorso settembre fa solo riferimenti di passaggio alla NATO e all’Europa occidentale.

E questo è il momento in cui si spiega, almeno parzialmente, il comportamento a dir poco ambiguo tenuto dalle istituzioni finanziarie e dalle diverse amministrazioni americane nei confronti della Russia.

Gli investimenti passati in Russia forniscono un caso di studio perfetto di questa dinamica. Gli investitori hanno commesso l’errore di interpretare la vittoria di Boris El’cin sul candidato del Partito Comunista nel 1996 come un segno che la Russia era sicura per gli affari. Dal momento che i comunisti erano cattivi, El’cin deve essere buono, giusto? Inoltre, gli Stati Uniti avevano un chiaro interesse per la stabilità (a quasi tutti i costi) della nazione perché la Russia era allora il più grande arsenale nucleare del mondo. A dire il vero, la natura capricciosa del sistema legale russo ha scoraggiato molti investimenti aziendali e ha impedito a molte aziende occidentali di farsi del male. Tuttavia, molti occidentali e capitali occidentali affluirono, rendendo Mosca una delle città più costose del mondo.
Dopo il default, la svalutazione e la moratoria del debito del 1997, la Russia è passata dall’essere percepita come l’opportunità di investimento più brillante del mondo ad essere la peggiore. La nuova percezione ha preso una presa così salda che gli investitori hanno quasi completamente perso la ripresa russa del 1999-2000. A quel tempo, l’aumento dei prezzi del petrolio, la nomina di Vladimir Putin a primo ministro nell’agosto 1999, la sua assunzione della presidenza nel gennaio 2000 e la sua successiva elezione alla carica nell’agosto 2000 si combinarono per trasformare il panorama economico e politico della Russia. Le agenzie di rating hanno notato il miglioramento solo verso la fine del 2000; Standard & Poor’s, ad esempio, ha aumentato il debito estero russo a lungo termine da SD (default) a C solo nel dicembre 2000. E il mercato azionario non ha preso atto della posizione molto migliorata della Russia fino al 2001.
Oggi (2003, NdA) la tentazione è quella di presumere che gli attacchi terroristici dell’11 settembre abbiano portato a un’inversione dell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Russia e, insieme ad esso, a una forte riduzione del rischio di fare affari lì. Sbagliato di nuovo, su entrambi i lati dell’ipotesi. Gli Stati Uniti vedevano la Russia come un partner strategico prima degli attacchi.
Nel maggio 2001, l’amministrazione ha pubblicato un report sulla politica energetica globale che implicava che gli Stati Uniti stavano cercando di diversificare le loro importazioni di energia per ridurre la dipendenza da regimi instabili in Medio Oriente. La Russia era chiaramente uno dei beneficiari previsti della nuova politica degli Stati Uniti.

Ma l’attacco dell’11 settembre e la successiva guerra con l’Iraq avrebbero reso la Russia strategicamente meno importante per gli Stati Uniti. Con la scommessa (poi persa) sulla rimozione dei talebani afghani e di Saddam Hussein, il governo degli Stati Uniti pensava che il Medio Oriente sarebbe diventato più stabile sotto il proprio controllo e che ciò avrebbe ridotto il fabbisogno statunitense di petrolio russo.

All’indomani dell’11 settembre, il governo russo si era saldamente allineato con gli Stati Uniti. Ma quell’allineamento è stato il risultato della frettolosa valutazione di Putin degli interessi economici e dell’influenza diplomatica della Russia, specialmente nella sensibile Comunità degli Stati Indipendenti, vicino all’Afghanistan. Alcune visite ai vicini dell’Asia centrale della Russia hanno mostrato al presidente russo che il suo paese non aveva abbastanza influenza per impedire che si sviluppasse una considerevole presenza americana mentre la guerra contro i talebani si avvicinava. Allo stesso tempo, il personale del Cremlino ha convinto Putin del valore economico di un rapporto migliore con gli Stati Uniti.
Gli storici arriveranno a riconoscere che l’allineamento era puramente temporaneo. Alla fine del 2002, i russi erano diventati ben consapevoli che la loro influenza sugli Stati Uniti sarebbe diminuita una volta iniziate le ostilità in Iraq, cosa che costituiva esattamente il motivo per cui erano così contrari alla guerra durante i negoziati delle Nazioni Unite all’inizio di quest’anno. Inoltre, il governo aveva poco da perdere, ma molto da guadagnare, dalla disapprovazione degli Stati Uniti.

Con l’affermazione di Putin, nelle elezioni presidenziali del 2000, erano «ormai lontani i giorni inebrianti di El’cin, quando l’Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare erano visti come la fonte del successo economico e della verità politica».
Se il cambiamento nella politica energetica degli Stati Uniti aveva creato nuovi incentivi per partecipare all’industria energetica russa nel 1999, con una legge costituita per incoraggiare gli investimenti stranieri nello sviluppo energetico russo proteggendo le società straniere in alcune joint venture dalle onerose tasse russe, i cambiamenti geo-politici successivi di fatto hanno decisamente ridotto la funzione degli accordi precedenti. Mentre, nel settore energetico, i passi successivi intrapresi dal governo russo su alcune questioni care agli investitori stranieri, in particolare, l’accordo di condivisione della produzione, avrebbe reso gli investimenti in quel paese «un gioco tutto o niente».

Il nuovo disordine mondiale si era già affacciato alle porte, dalle crisi latino-americane all’ondata di radicalismo islamico che avrebbe reso meno stabili le aree mediorientali, tanto da far sì che fin che Putin aveva condotto la seconda guerra cecena (1999-2009), conclusasi con il ristabilimento dell’ordine della Federazione russa in quell’area precedentemente resasi indipendente con il sanguinoso conflitto del 1994-1996, gli Stati Uniti e l’Occidente in genere ebbero ben poco da dire sui crimini commessi dalle forze russe e dai loro alleati in quell’area. Nonostante le denunce di una giornalista davvero coraggiosa e anti-putiniana come Anna Politkovskaja (1958-2006), poi freddata da diversi colpi di pistola nell’androne del palazzo in cui viveva nel 20061, avessero cercato di far aprire gli occhi sia su ciò che avveniva in quell’angolo del Caucaso che sulla corruzione imperante nel sistema economico-politico russo. Gravi silenzi di allora che rendono ancora più sospetta la forsennata criminalizzazione attuale di Putin e del suo regime2.

Ma, a ben guardare, fu proprio anche in quegli anni di “disinteresse americano per l’Europa” che si andò a definire la politica della Nato nei confronti dell’ex-Patto di Varsavia.
Esclusa infatti la DDR che sarebbe entrata nell’Alleanza Atlantica subito dopo la riunificazione tedesca, soltanto nel 1999 l’avrebbero seguita Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca3, nove anni dopo che, il 9 febbraio 1990, il segretario di Stato americano James Baker aveva promesso a Mikhael Gorbachev che, con la garanzia della Germania unificata, la giurisdizione della Nato non si sarebbe spostata di un pollice verso Est.

Come si rileva dall’editoriale dell’ultimo numero di «Limes»:

Un pollice sono 2 centimetri e 54 millimetri. Trent’anni dopo, l’Alleanza Atlantica è avanzata di circa cinquecento chilometri dall’Elba al Bug, quasi duemila se consideriamo l’intero fronte dal Mar Baltico al Mar Nero. Cammin facendo ha inglobato tre stati ex-sovietici – Estonia, Lettonia, Lituania (nel 2004) – che insieme a Norvegia e Polonia affacciano direttamente sulla Russia.
[…] Baker esprimeva il punto di vista prevalente a Washington sotto George Bush senior: impedire che la perdita dell’impero europeo comportasse la disintegrazione dell’URSS, con relativa dispersione di 35 mila testate atomiche a disposizione dell’Armata Rossa. L’ultimo difensore dell’Unione Sovietica è il presidente degli Stati Uniti. Lo testimonia il suo sferzante monito al parlamento ucraino, il 1° agosto 1991, in cui su suggerimento di Gorbachev denuncia «il nazionalismo suicida» degli ucraini (cosa che l’anno dopo gli costerà il voto etnico degli slavi americani e forse la rielezione).
[…] Come scriverà poco tempo dopo l’ambasciatore americano a Mosca, Robert Strauss, «l’evento più rivoluzionario del 1991 per la Russia potrebbe non essere stato il collasso del comunismo, ma la perdita di qualcosa che i russi di ogni parte politica considerano parte del proprio corpo politico, e molto prossimo al cuore: l’Ucraina»4.

E’ chiaro che con premesse del genere sarebbe stato in seguito buon gioco per Putin giustificare l’invasione di territori limitrofi, prima la Georgia nel 2008 poi l’Ucraina a partire dal 24 febbraio scorso, sventolando la rinnovata minaccia atlantica nei confronti della Russia, esattamente come aveva iniziato a fare fin dal 10 febbraio 2007 nel suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sintomo di una politica estera che, comunque, tra il 1991 il 2007, la potenza dell’Est, sia con Gorbachev che con El’cin e Putin, aveva condotto con la speranza di rientrare nel gioco europeo. A dimostrazione non soltanto di come le cose siano volte in altra direzione, ma anche del fatto che nello scontro attuale si sia di fronte ad una guerra tra due opposte fazioni imperialiste, prima ancora che a una per la libertà o meno del popolo ucraino.

Il quale, abbastanza spudoratamente, è stato incitato fino ad ora sia da i suoi governanti, che non hanno mai rifiutato di includere le milizie fasciste e neonaziste nei ranghi dell’esercito regolare, sia dai paesi europei e dagli Stati Uniti a combattere una guerra per procura, destinata a causare migliaia di vittime e milioni di profughi tra i civili, pur di riuscire ad intrappolare l’esercito e lo Stato di Putin in un pantano destinato, nelle intenzioni di chi lo ha pensato, a svolgere la stessa funzione di indebolimento che ebbe la guerra afghana per l’ex-URSS.

Progetto più facile a dirsi che a realizzarsi, poiché se è pur vero che le tecnologie e le tattiche belliche messe in campo dai russi appaiono, dopo due settimane e nonostante i lenti ma progressivi successi ottenuti sul campo, in difficoltà rispetto alle armi, soprattutto i missili portatili Javelin5 e Stinger, fornite dagli americani, con relativo addestramento e con largo anticipo rispetto all’esplodere della guerra in corso. I secondi, in particolare, autentico terrore per gli elicotteri, come hanno già sperimentato le forze della coalizione occidentale in Afghanistan, che proprio a causa di quest’ultima arma dovettero rinunciare quasi da subito alle missioni elitrasportate diurne. Armi che, inoltre, hanno messo in difficoltà anche le missioni aeree russe che, hanno spesso dovuto abbassarsi troppo per colpire gli obiettivi, pagandone la conseguenze in termini di perdite di velivoli6.

Detto questo, però, occorre ricordare che nel settore di un possibile scontro intercontinentale o nucleare le armi russe probabilmente risulterebbero oggi più avanzate di quelle a disposizione degli U.S.A. e della Nato7. Come dimostrato dall’utilizzo, per la prima volta, in Ucraina dei micidiali missili ipersonici Kinzhal che possono portare sia testate tradizionali (da 480 kg di esplosivo.) che nucleari. Da qui la scommessa su una “guerra di terra” convenzionale in cui gli alleati occidentali vorrebbero forse impantanare il gigante russo che, anche se su un territorio considerato patrio o nazionale si affida ancora a livello di movimenti di fanteria alle tattiche applicate dalle campagne napoleoniche fino a Stalin (tattica vincente non si cambia), in occasione di una guerra allargata potrebbe avere a disposizione un arsenale decisamente più moderno ed efficace.

Lasciando da parte le oziose discussioni sul fatto che l’avanzata russa voglia o meno risparmiare i civili, almeno in parte, occorre ricordare che fin dalle teorizzazioni del generale italiano Giulio Douhet, primo teorico della guerra aerea moderna intesa come guerra totale in cui gli obiettivi civili sono di fatto obiettivi militari a tutti gli effetti (aree industriali, infrastrutture, ospedali), sono state massicciamente applicate da tutte le forze aeree moderne e da quelle occidentali in primo luogo fin dalla seconda guerra mondiale, appare chiaro che si tratta di una pericolosa scommessa di cui è facile perdere il controllo.

Sia per un sempre possibile errore nella traiettoria di un missile o di un proiettile d’artiglieria oppure per una scelta di Putin che, vedendosi in decisiva difficoltà, potrebbe davvero alzare il tiro e la portata della posta in gioco. Motivo per cui non basta nascondersi dietro la scusa degli aiuti senza intervento diretto, soprattutto dopo che la Cina è stata minacciata, in caso di aiuti militari ai russi, di essere considerata cobelligerante. Affermazione statunitense e Nato che apre la porta ad un altro quesito tutt’altro che secondario in una situazione delicata come quella attuale: gli eventuali aiuti cinesi costituirebbero cobelligeranza, degna di essere non solo deprecata ma anche punita con pesanti sanzioni, e quelli europei o americani all’Ucraina no? Bel problema, purtroppo risolvibile più sul campo di battaglia economico e militare che in un’aula di tribunale internazionale.

Sia anche perché alcuni alleati, come si diceva in apertura, non sono troppo soddisfatti delle scelte adottate fino ad ora dagli Stati Uniti e dal Consiglio europeo. Come la scelta di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca di manifestare una più aperta solidarietà a Zelensky, che ha infastidito sia Germania che Italia e Stati Uniti (almeno apparentemente), ha dimostrato, senza contare la costante spinta britannica a ricostituire una sorta di protettorato militare sui paesi baltici così come già era avvenuto al termine del primo conflitto mondiale8. A conferma dell’ipocrisia del governo inglese, così ben disposto a fomentare e armare la guerra, ma che fino ad ora è stato quello che ha accolto il minor numero di profughi ucraini sul proprio territorio nazionale.

Innanzitutto dovrebbe preoccupare la proposta polacca di una missione di peace keeping internazionale in Ucraina, considerato che nella base militare ucraina di Yavoriv, pesantemente bombardata dai missili russi il 12/13 marzo, si custodivano armi e lavoravano istruttori militari e mercenari stranieri pur essendo la stessa definita come Centro internazionale per la pace e la sicurezza (Ipsc, nell’acronimo in inglese). Base militare dove a settembre si erano svolte le esercitazioni militari ucraine in coordinamento con la Nato, Rapid Trident- 2021. Manovre andate avanti fino al 1° ottobre9. Proposta polacca che, nella sua intima essenza, nasconde inoltre l’antica rivalsa di riconquista della Galizia, di cui la capitale sarebbe Leopoli oggi ucraina, da sempre rivendicata come parte del territorio polacco dai nazionalisti di Varsavia.
Mentre la vicina Ungheria, pur appartenente anch’essa alla Nato, ha rifiutato di far transitare sul suo territorio qualsiasi tipo di aiuto militare diretto all’Ucraina.

Senza allargare il discorso all’infinita frammentazione territoriale delle nazionalità racchiuse tra i confini dei paesi che vengono definiti centro-europei, ma che pencolano da secoli tra Est e Ovest, tra mondo slavo e mondo tedesco, occorre segnalare che a distanza di più di un secolo dalla Conferenza di Versailles, che sotto l’egida del presidente americano Woodrow Wilson ridisegnò gli assetti territoriali che erano precedentemente appartenuti agli imperi asburgico, guglielmino, ottomano e zarista, quei territori costituiscono ancora un esplosivo mix di nazionalità, odi, rivendicazioni, rivalità di cui le recenti manifestazioni in Serbia a favore dei serbo-bosniaci o dei serbi del Kosovo (qui e qui) non costituiscono altro che un pallido esempio ciò che potrebbe rivelarsi ben più catastrofico delle guerre balcaniche degli anni ’90.

Due guerre mondiali sono partite dalle rivalità mai sopite in quell’area e ancora una volta questo fattore potrebbe precipitare nel nuovo disordine mondiale come tragico elemento dirompente nel cuore dell’Europa.
In questo senso il riarmo tedesco e la circolare di allerta destinata pochi giorni or sono alle forze armate italiane affinché si tengano pronte e in completa efficienza in previsione di “esercitazioni di warfighting” e l’approvazione dell’aumento al 2% del Pil per le spese militari italiane oppure, ancora, l’affermazione di Emmanuel Macron secondo il quale la Francia dovrebbe prepararsi ad “una guerra di alta intensità che può tornare sul nostro continente”, non fanno certo ben sperare per il futuro.

Così come un’eventuale missione di peace keeping delle Nazioni Unite, come conseguenza della dichiarazioni sulle intenzioni e i comportamenti criminali di Putin e del suo “Stato canaglia”, portate aventi da chi, come Biden, rappresenta nazioni che hanno altrettanto le mani sporche da secoli del sangue di donne, bambini e innocenti, non rappresenterebbe altro che una scusa, nemmeno troppo occultata, per un intervento militare diretto sul campo. Con tutte le possibili conseguenze già elencate prima.

E sono tutte queste contraddizioni, più o meno sotterranee o più o meno aperte, che hanno anche ingarbugliato le diplomazie europee, ormai ampiamente fuori gioco e superate da quello di Israele, Turchia o di uno degli oligarchi più importanti della cerchia di Putin, Roman Abramovič, che ha continuato a volare da una capitale all’altra dei due paesi quasi affiancando l’operato di Lavrov su altri fronti diplomatici.

L’Europa procede in ordine sparso, tenuta insieme soltanto dal decisionismo americano che, dopo il disastro afghano e soltanto per ora, segna un punto a proprio vantaggio, costringendo all’angolo sia la diplomazia europea che l’iniziativa militare ed economica di Putin, ma senza raggiungere con certezza nessun altro obiettivo che quello di sfruttare ulteriormente un’alta guerra in favore dell’industria degli armamenti, mai secondaria nemmeno nei ragionamenti dell’articolo della «Harvard Business Review» con cui si è aperto questo lungo intervento.

Raytheon, una delle principali compagnie di difesa del mondo, ha scelto di strombazzare la sua identità americana piuttosto che minimizzarla. Raytheon ritiene che il successo sul fronte militare sia una buona notizia per l’azienda e i suoi prodotti: dal momento che gli Stati Uniti sono un vincitore, anche Raytheon, come naturale estensione della sicurezza degli Stati Uniti, sarà un vincitore. Questa tattica trasforma la potenziale responsabilità di far parte dell’odiato impero in una risorsa. Certo, sarebbe difficile per un’azienda come Raytheon de-americanizzare il proprio marchio. Ma unirsi alla squadra vincente è certamente una tattica praticabile per qualsiasi azienda la cui base di clienti includa i governi nazionali.10.

Sicuramente anche all’epoca della caduta di Costantinopoli qualcuno avrà affermato che la ruota della Storia o del destino stava tornando indietro, ma in realtà quell’evento modificò per sempre la Storia, indipendentemente da come giri e in quale direzione la grande ruota dell stessa (ammesso che esista). Il Mar Mediterraneo perse la sua centralità per i commerci e questi si spostarono decisamente verso gli oceani, creando le potenze marittime atlantiche e 118 anni dopo, a Lepanto, l’apparente vittoria cristiana sulla flotta ottomana non cambiò di una virgola il sistema che si era intanto andato affermando. Anzi furono proprio alcune nazioni europee a dovere allearsi con i Turchi per dirimere i propri contrasti. Esattamente come fece il regno di Francia per cercare di risolvere manu militari le rivalità con la Spagna.

Qualsiasi possano essere le ulteriori conseguenze del conflitto ucraino o gli accordi che lo rallenteranno o fermeranno, una nuova età di guerre allargate e radicali cambiamenti si è aperta e l’unico spiraglio per la salvezza della specie e per coloro che si oppongono a questo modo di produzione delirante, che ci ostiniamo a chiamare capitalismo, non potrà essere altro che quello rappresentato dall’opposizione ad ogni guerra e dall’appoggio fornito ai lavoratori, ai giovani, alle donne e ai disertori che si scontreranno prima di tutto con i loro governati per rovesciarne, in ogni angolo del mondo e in ogni paese, l’imperio e la fasulla e sanguinaria retorica nazionalista e guerrafondaia.
Poiché la nostra pace significa disertare la loro guerra.

(6 – continua)


  1. Di Anna Politkovskaja sono stati pubblicati in Italia: La Russia di Putin, Adelphi, Milano 2005; Per questo, Adelphi 2009; Diario russo 2003-2005, Adelphi 2007; Cecenia. Il disonore russo, Fandango, Roma 2006; Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, Arnoldo Mondadori, Milano 2007; Un piccolo angolo di inferno, Rizzoli, Milano 2008  

  2. Soprattutto in Italia, dove vale la pena di ricordare la fitta rete di interessi stabilitasi intorno al gas russo, in particolare durante il berlusconismo (qui)  

  3. Seguite nel 2004 da Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovenia e Slovacchia; nel 2009 da Croazia e Albania; nel 2017 dal Montenegro e nel 2020 dalla Macedonia del Nord  

  4. Il silenzio di Puškin, in La Russia cambia il mondo, «Limes» n° 2/2022, pp. 16-17  

  5. L’FGM-148 Javelinè un’arma anticarro portatile, in servizio nelle forze armate statunitensi. L’arma utilizza un sistema di guida automatica ad infrarossi, che permette all’operatore di cercare copertura immediatamente dopo avere sparato. Il sistema è composto da un lanciatore riutilizzabile (CLU, Command Launch Unit) e da un missile HEAT a combustibile solido, che è in grado di superare le difese e le corazze reattive dei moderni carri attaccandoli dall’alto, dove la corazza è più sottile. Il personale di lancio è di norma costituito da due persone, ma può essere lanciato anche da una persona singola. Il bersaglio viene individuato in fase di puntamento, ed è agganciato e seguito autonomamente dal missile, senza che siano necessari altri interventi da parte del personale che lo ha lanciato (“lancia e dimentica”) per mezzo del calore emanato dal bersaglio stesso; il puntamento è facilitato dall’elettronica dell’arma che, oltre ad una funzione di zoom, include anche una di visione notturna.  

  6. Anche se su tutti questi aspetti sarebbe comunque bene tener conto da quanto espresso qui dal Generale Fabio Mini  

  7. Si veda in proposito. Franco Iacch, La stabilità strategica USA-Russia vale più della crisi ucraina, in «Limes» n° 2/2022, cit., pp. 221- 229  

  8. Si veda in proposito: Evgenij Jurevič Sergeev, La Gran Bretagna e gli Stati baltici dal 1918 al 1922 in Davide Artico – Brunello Mantelli, Da Versailles a Monaco. Vent’anni di guerre dimenticate, UTET 2010, pp.14-34  

  9. Fonte: «La Stampa» 13 marzo 2022  

  10. The New World Disorder, op. cit.  

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Kim, prima che l’ipocrisia soffochi il mondo https://www.carmillaonline.com/2021/09/29/kim-prima-che-lipocrisia-sommerga-il-mondo/ Wed, 29 Sep 2021 20:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68366 di Sandro Moiso

Peter Hopkirk, Sulle tracce di Kim. Il Grande Gioco nell’India di Kipling, Edizioni Settecolori, Milano 2021, pp. 282, 26,00 euro

Ho letto Kim diverse volte – non so quante – e l’ho portato con me nei miei viaggi. È l’unico libro di prosa che si può aprire a caso, a qualsiasi pagina, e ricominciare a leggere con lo stesso piacere che se fosse poesia. (Wilfred Thesiger)

Un amico torinese, scrittore, saggista e recensore inveterato, ha definito Kim come il più bel romanzo di avventura che sia mai stato scritto. [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Hopkirk, Sulle tracce di Kim. Il Grande Gioco nell’India di Kipling, Edizioni Settecolori, Milano 2021, pp. 282, 26,00 euro

Ho letto Kim diverse volte – non so quante – e l’ho portato con me nei miei viaggi.
È l’unico libro di prosa che si può aprire a caso, a qualsiasi pagina, e ricominciare a leggere con lo stesso piacere che se fosse poesia.
(Wilfred Thesiger)

Un amico torinese, scrittore, saggista e recensore inveterato, ha definito Kim come il più bel romanzo di avventura che sia mai stato scritto. Certamente l’opera di Rudyard Kipling lo è, ma è anche molto di più: un magnifico romanzo di formazione, un grande affresco storico e antropologico sull’India coloniale e i giochi delle grandi potenze imperialistiche che si svolsero ai suoi confini e al suo interno. Intorno ai personaggi principali, infatti, si sovrappongono, talvolta nell’ombra e talaltra alla luce del sole, i maneggi di spie e avventurieri che incrociano, non sempre solo virtualmente, le loro armi nel tentativo di difendere o indebolire il dominio britannico sul subcontinente indiano e le sue propaggini centro asiatiche.

Ora, prima che sia costituito qualche nuovo ministero da Minculpop perbenista e politically correct destinato a proibire la circolazione e la lettura di un libro scritto da un autore “colonialista”, varrebbe la pena di scoprire quanti di quei personaggi (il curatore del museo di Lahore, il vecchi lama tibetano, i rappresentanti dei servizi segreti inglesi, le spie francesi al soldo dello zar, commercianti e ladri di cavalli, anziane donne indiane autoritarie ma benevole e molti altri ancora) avessero radici e riferimenti in personaggi reali, oltre che in fatti e vicende appartenenti alla dinamica del Grande Gioco ovvero all’infinito sotterraneo conflitto che vide coinvolte, tra l’inizio del XIX secolo e la prima metà del XX secolo Russia e Gran Bretagna per il controllo del grande nulla costituito dall’Asia centrale e dalle aree confinanti con l’India, il Pakistan e il Tibet attuali.

Vicende interessanti soprattutto per chi, ancora oggi e con attori parzialmente cambiati (USA e Cina oltre che la Russia di Putin), si interessi alle vicende centro-asiatiche, e afghane in particolare. Che, al di là del miserrimo e ipocrita discorso liberal sui diritti umani e il politically correct, continuano a sgranare il loro rosario di conflitti, voltafaccia, tradimenti, morti, violenze, contraddizioni, false informazioni, contrasti religiosi e ideologici e, perché no, speranze per le irriducibili popolazioni locali.

Peter Hopkirk, che prima di affermarsi come saggista storico con i volumi che dedicò al Grande Gioco e ai suoi preamboli ed aspetti avventurosi, di cui Sulle tracce di Kim costituì il sesto e ultimo1, fu ufficiale dell’esercito britannico, viaggiatore e reporter per la «Independent Television News», corrispondente da New York per il «Sunday Express» ed in seguito giornalista, per quasi vent’anni, del «Times», cinque come capo reporter e poi come specialista del Medio ed Estremo Oriente (aree che aveva conosciuto personalmente girovagando a lungo tra Russia, Asia Centrale, Caucaso, Cina, India e Pakistan, Iran e Turchia orientale.

Sostenne sempre che ad ispirare questa sua passione fosse stata proprio la lettura del romanzo di Kipling, cui volle dedicare la sua ultima fatica saggistica. Romanzo che, a sua volta, era strettamente ispirato alle vicende famigliari e d’infanzia dello stesso Kipling, visto, ad esempio, come sia facilmente riconoscibile la figura del padre dell’autore nel personaggio del curatore del Museo di Lahore (la Casa delle Meraviglie) che compare nelle prime pagine del romanzo.

Uomo colto, conoscitore delle culture locali, affascinato dall’arte e dal pensiero buddista, in qualche modo sembra rivelare il cuore dell’attenzione di Kipling per il subcontinente e le sue genti, anche se lo stesso autore fu forse l’inventore del termine Grande Gioco per definire lo scontro tra potenze per il suo controllo e possesso e, ancor peggio, il teorizzatore del white man burden (il fardello dell’uomo bianco) con cui l’Occidente, compresa la sua componente socialdemocratica e socialista, spesso guardò a quello e ad altri nell’intento di giustificare come missione (non si parla forse ancora oggi di missioni di pace e di soccorso oppure di polizia quando si tratta di operare in aree poste al di fuori dei confini ufficiai dell’Occidente?) l’opera predatoria messa in atto di popoli e continenti non bianchi.

Eppure, eppure…
Basterebbe scorrere le pagine di Kim, con un minimo di attenzione, per cogliere il realismo e il rispetto con cui vengono descritti non solo i personaggi principali, ma anche quelli secondari e minori che si incontrano lungo l’interminabile viaggio sulla Grand Trunk Road2 che il giovane protagonista intraprende come servitore, astuto e fedele, di un vecchio lama tibetano intento a visitare, prima di morire, i Quattro Luoghi Sacri e a voler scoprire il fiume da cui tutto ha avuto origine.
Pagine e vicende che, come afferma Hopkirk nel Prologo, hanno colpito non soltanto lui ma tantissimi altri lettori di formazione e convinzioni molte lontane tra loro.

L’indirizzo della mia vita lo devo molto alla lettura da giovane del capolavoro di Kipling. Perché è stato proprio Kim, non riesco neppure a ricordare quanti anni fa, a introdurmi per la prima volta nel mondo intrigante del Grande Gioco. Per l’impressionabile e fantasticante ragazzo di tredici anni qual ero – la stessa età di Kim – le attività misteriose, per non dire torbide, di uomini come il colonnello Creighton, Mahbub Ali e Lurgan Sahib erano davvero roba forte. Dopotutto, si era al tempo in cui la Gran Bretagna governava ancora l’India, e molte altre parti del mondo, per cui quasi tutto pareva possibile.
Ero così stregato da questa mia sbirciata dentro i maneggi del servizio segreto indiano che mi portavo sempre dietro, dovunque andassi, una copia di Kim, anche se tante cose non le avevo capite. Perché Kim, nonostante molti non lo sappiano, non è un libro per ragazzi. E in effetti, all’età di tredici anni, ero ben lontano dal capire di cosa veramente si trattasse dicendo Grande Gioco, «che mai cessa di giorno e di notte». Ciò nonostante, quello che appariva era incredibilmente eccitante, e io anelavo di saperne di più. La ricerca sarebbe durata per tutta la vita, e dura ancora.
Scoprii poi che non ero il solo ad essermi appassionato a Kim. Wilfred Thesiger ci dice che raramente si è messo in viaggio senza una copia di questo libro nella bisaccia, mentre T.S. Eliot lo leggeva a voce alta a sua moglie certe sere, giusto per il piacere di sentire il suo linguaggio. Mark Twain disse che lo leggeva da capo ogni anno […] E io una volta ho sentito dire da Tarik Ali,
quell’ex-fustigatore dell’establishment britannico, che Kim era il libro che amava di più quando stava a Lahore, dove anche lui era cresciuto, come Kim3.

Ma chi volesse vedere nell’opera di Kipling, e nella lettura attenta che ne fa Hopkirk, soltanto un segno del paternalismo occidentale nei confronti dei sottoposti o degli ex-tali, dovrebbe fare i conti anche con l’attenzione che l’autore di Kim pone alla presentazione delle culture e delle arti locali. Ad esempio quando l’Amico del Mondo (uno dei tanti soprannomi assegnati al giovane protagonista) entra con il lama nel museo di Lahore: «Nel salone di ingresso erano esposte le figure più grandi della statuaria greco-buddhista; datarle è impresa da eruditi – opera di artefici anonimi dalle mani impegnate a ritrovare, non senza maestria, il tocco greco misteriosamente trasmesso»4.
Tema che sarai poi ripreso, in un’altra delle sue ricerche, dallo stesso Hopkirk.
La vera base di partenza per la diffusione del buddhismo in Cina, ci spiega infatti l’autore inglese

fu in realtà il regno buddhista di Gandhara situato nella valle di Peshawar, che appartiene oggi al Pakistan nordoccidentale. In questi luoghi si era già realizzata un’altra fusione artistica, tra l’arte buddhista indiana importata dai dominatori Kushan (discendenti degli Yueh-chih) nel I secolo d.C. e l’arte greca, introdotta in quella regione quattro secoli prima da Alessandro il Grande.
Il più rivoluzionario prodotto di questa scuola greco-buddhista, o gandharana, fu la raffigurazione del Buddha in forme umane. Era la prima volta che degli artisti si permettevano di rappresentarlo in questo modo […] I primi viaggiatori occidentali che nell’Ottocento raggiunsero la regione di Gandhara dall’India restarono stupefatti alla vista di quest’arte così differente dalle forme dell’arte religiosa indiana alla quale erano abituati. Nella precipitazione con cui si cercò di ottenere campioni di quell’arte per musei e collezioni, furono inflitti a siti e templi irreparabili danni5.

Metafora di tutti i successivi danni causati dal colonialismo occidentale in India e nelle regioni limitrofe (e già abbondantemente segnalati da Marx ed Engels nei loro scritti sull’India e la Cina6), le descrizioni di Hopkirk (e di Kipling) ci parlano dei tempi lunghi della Storia, degli incontri tra culture e civiltà diverse, segnalandoci, se abbiamo orecchie ed occhi per comprenderlo, che tutto quanto sta avvenendo oggi nell’area centro-asiatica ha una lunga storia pregressa con cui occorrerebbe fare i conti e conoscere nel dettaglio. Magari anche prima di lanciarsi in campagne militari destinate alla sconfitta fin dall’inizio. Proprio come quella occidentale in Afghanistan.

Ora, ed è questo il punto principale di questa riflessione, il vento di revisionismo che percorre il pensiero liberal e una certa sinistra immediatista, che in nome di un loro ipotetico superamento “volontario” intende rimuovere ogni ricordo del passato o dell’attuale regime di differenziazione tra le classi, i generi e gruppi etnici e culturali, rischia di non far altro che nascondere e rimuovere le infinite contraddizioni, passate e attuali, su cui si fonda ogni regime di oppressione di classe, razza e genere.

Il rischio è costituito, infatti, dal fatto che, passato il momento della rivolta generalizzata e “illegale” durante la quale, giustamente, statue e immagini di dittatori, schiavisti e generali vengono bruciate o abbattute, si pensi di cancellare le contraddizioni reali e persistenti con un volontaristico e “legalitario” colpo di spugna ed un mea culpa generalizzato e infingardo. Rintracciabili, soltanto per fare due esempi, tanto in dichiarazioni come quella rilasciata in un tweet dall’attrice americana Rosanna Arquette («Sono dispiaciuta di essere nata bianca e privilegiata, Mi disgusta. Mi vergogno molto»), quanto nell’abito indossato dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez in occasione di un (ricco) meeting di gala per la raccolta fondi (Met Gala), considerato l’evento mondano più importante di New York, una serata di “beneficenza” da 30mila dollari a biglietto organizzata dalla direttrice di «Vogue» Anna Wintour. Abito di alta sartoria sul quale era scritto provocatoriamente (?), con grandi lettere rosse, Tax the rich (tassate i ricchi).

La rivolta e la protesta vengono così sostituite dagli atti di contrizione, cui già spesso ci hanno abituato i social7, oppure dalla loro formale spettacolarizzazione mediatica attraverso logo e frasi ad effetto.
Una furbesca operazione di disarmo delle lotte che attraverso l’eliminazione di film, opere letterarie ed altro8 non fa altro che prolungare l’esistenza di violenza, oppressione e ingiustizia semplicemente nascondendo, nel più borghese ed opportunista dei modi, la polvere sotto il tappeto del salotto buono.
La finta intolleranza, che non passa attraverso la lotta aperta e dichiarata, finisce infatti col creare nuova tolleranza nei confronti delle ingiustizie, ben più profonde e radicate che nelle pagine di un romanzo o tra le immagini di un film (dove quasi sempre sono spesso più evidenti proprio perché date per scontate).

Noi, che crediamo che l’attuale modo di produzione abbia bisogno di ben altre iniziative per poter essere negato e rovesciato, continueremo a leggere con attenzione le opere che di tali violenze ed ingiustizie ci parlano, anche e forse soprattutto indirettamente, a distanza di decenni o di secoli da quelle stesse. Per questo vale ancora la pena di leggere la dettagliata ricostruzione storica di Hopkirk e lo stesso romanzo da cui ha tratto ispirazione, prima che nelle biblioteche, solo per fare un’ipotesi banale, siano soltanto più rintracciabili le opere di Elena Ferrante (guarda caso, quest’ultima, autrice prediletta da Hillary Clinton).

Era seduto, in barba alle ordinanze municipali, a cavallo del cannone Zam-Zammah che su un basamento di mattoni fronteggiava il vecchio Ajaib-gher, la Casa delle Meraviglie, come gli indigeni chiamano il museo di Lahore. Chi detiene Zam-Zammah, il «drago sputafuoco», tiene il Punjab, e quel gran pezzo di bronzo verde è sempre stato la preda più ambita del conquistatore.
A parziale giustificazione di Kim – che aveva cacciato il figlio di Lala Dinanath giù dall’affusto – c’era il fatto che gli inglesi tenevano il Punjab, e Kim era inglese. Pur essendo un tizzo nero almeno quanto un indigeno; pur parlando di preferenza il vernacolo, e la lingua madre con un’incerta, zoppicante cantilena; pur facendo comunella su un piano di perfetta parità con i ragazzini del bazar, Kim era bianco…un bianco povero tra i più poveri. La mezzosangue che badava a lui (fumava oppio e faceva mostra di tenere una bottega di mobili usati vicino alla piazza dove stazionavano le vetture da nolo a buon mercato) raccontava a i missionari di essere la sorella della madre di Kim; in realtà la madre del ragazzo aveva fatto la bambinaia presso la famiglia di un colonnello e aveva sposato Kimball O’Hara, giovane sergente portabandiera dei Maverick, un reggimento irlandese. In seguito O’Hara aveva trovato impiego alla Sind, Punjab and Delhi Railway, e il reggimento era tornato in patria senza di lui. La moglie era morta di colera a Ferozepore e O’Hara si era messo a bere e vagabondare su e giù lungo la linea ferroviaria assieme al figlio, un bimbo di tre anni con due occhi vispi. Istituti e cappellani, preoccupati per il piccolo, avevano cercato di sottrarglielo, ma O’Hara aveva preso il largo fino a quando, incontrata la donna che faceva uso di oppio, ci aveva preso gusto anche lui ed era morto come muoiono i bianchi poveri in India 9.

Questo l’incipit del grande romanzo e della contraddizione che il giovane protagonista vivrà sempre nella sua appartenenza a due mondi, entrambi poveri e complessi.


  1. Peter Hopkirk: Diavoli stranieri sulla Via della Seta. La ricerca dei tesori perduti dell’Asia Centrale (Foreign Devils on the Silk Road: The Search for the Lost Cities and Treasures of the Chinese Central Asia, 1980), Adelphi, Milano 2006; Alla conquista di Lhasa (Trespassers on the Roof of the World: The Secret Exploration of Tibet, 1982), Adelphi, Milano 2008; Avanzando nell’Oriente in fiamme. Il sogno di Lenin di un impero in Asia (Setting the East Ablaze: Lenin’s Dream of an Empire in Asia, 1984), Mimesis, Milano-Udine, 2021 (già recensito su Carmilla qui); Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia centrale (The Great Game: On Secret Service in High Asia, 1990), Adelphi, Milano 2004; On Secret Service East of Constantinople: The Plot to Bring Down the British Empire, 1994. [pubblicato negli USA nel 1995 col titolo Like Hidden Fire]; Quest for Kim: in Search of Kipling’s Great Game, 1996.  

  2. Conosciuta anche come Uttarapath, Sarak-e-Azam, Badshahi Sarak, Sarak-e-Sher Shah è una delle strade più antiche e più lunghe dell’Asia. Per almeno 2.500 anni, ha collegato l’Asia centrale con il subcontinente indiano. Si sviluppa per 2.400 km (1.491 miglia) da Teknaf, dal confine con il Myanmar a ovest di Kabul, passando per Chittagong e Dhaka in Bangladesh, Calcutta, Allahabad, Delhi e Amritsar, in India, e Lahore, Rawalpindi,e Peshawar in Pakistan.  

  3. Peter Hopkirk, Prologo. Qui comincia il Grande Gioco in Sulle tracce di Kim, Edizioni Settecolori, Milano 2021, pp. 13-14  

  4. Rudyard Kipling, Kim, Adelphi, Milano 2000, p.17  

  5. Peter Hopkirk, Diavoli stranieri sulla Via della Seta, Adelphi, Milano 2006, p. 45  

  6. Raccolti a cura di Bruno Maffi in K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960  

  7. Si veda qui su Carmilla  

  8. A quando la cancellazione del XXXIII canto dell’Inferno dantesco, quello del conte Ugolino (mai letto, guarda caso, in tv dal servile e liberalissimo Roberto Benigni), per l’insopportabile violenza sui minori in esso descritta?  

  9. R. Kipling, Kim, op. cit., pp. 11-12  

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Pandemia, economia e crimini della guerra sociale. Stagione 2, episodio 2: il falò delle vanità https://www.carmillaonline.com/2021/01/31/pandemia-economia-e-crimini-della-guerra-sociale-stagione-2-episodio-2-il-falo-delle-vanita/ Sun, 31 Jan 2021 22:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64697 di Sandro Moiso

“Possiamo essere pessimisti, darci per vinti e quindi lasciare che accada il peggio. Oppure possiamo essere ottimisti, cogliere le opportunità che certamente esistono e in questo modo cercare di fare del mondo un posto migliore. Non c’è altra scelta.” [Ottimismo (malgrado tutto) – Noam Chomsky]

Il falò della vanità della scienza medica (al servizio del capitale)

Ormai più di un mese fa, domenica 27 dicembre, avrebbe dovuto avere inizio la terapia miracolosa, sospesa tra interessi economici, miracoli degni del cinema di Vittorio De Sica, creduloneria mediatica e (pseudo) [...]]]> di Sandro Moiso

“Possiamo essere pessimisti, darci per vinti e quindi lasciare che accada il peggio. Oppure possiamo essere ottimisti, cogliere le opportunità che certamente esistono e in questo modo cercare di fare del mondo un posto migliore. Non c’è altra scelta.” [Ottimismo (malgrado tutto) – Noam Chomsky]

Il falò della vanità della scienza medica (al servizio del capitale)

Ormai più di un mese fa, domenica 27 dicembre, avrebbe dovuto avere inizio la terapia miracolosa, sospesa tra interessi economici, miracoli degni del cinema di Vittorio De Sica, creduloneria mediatica e (pseudo) scienza. Successivamente i ritardi nelle consegne, gli ingarbugliati (a dir poco) contratti firmati dall’Unione Europea con le ditte produttrici, il malfunzionamento degli apparati sanitari preposti e l’incompetenza delle amministrazioni locali, basata su anni di tagli della spesa per la salute dei cittadini e di prevaricazioni politiche in nome dell’interesse privato sbandierati come “eccellenza sanitaria”, hanno finito col fare più danni di qualsiasi protesta No Vax1.

Come se ciò non bastasse anche il nazionalismo economico si è ritagliato il suo spazio vitale nella corsa ai vaccini così che, nonostante la contrarietà manifestata da numerosi virologi ed esperti (o almeno presunti tali)2, anche il governo italiano, insieme al suo commissario straordinario Arcuri, ha deciso di investire in patria per sostenere quello della Reithera, di cui non si conosce assolutamente il grado di efficacia e la cui prima consegna è stimata per l’autunno di quest’anno. Ma si sa…piatto ricco mi ci ficco!

Forse può essere sufficiente un titolo, pubblicato su Repubblica il 23 dicembre 2020, per svelare il tentativo di confondere le idee del pubblico sulle questioni legate alla pandemia, alla salute pubblica e al vaccino: Peste, colera e vaiolo. Tutte le volte che i vaccini hanno cambiato la storia. L’articolo, a firma di Corrado Augias, riportava correttamente che quello per il vaiolo, scoperto nella seconda metà del XVIII secolo ad opera del medico inglese Edward Jenner, fu il primo vaccino utilizzato per sconfiggere una malattia che a lungo ha afflitto l’umanità e che soltanto all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso è stata dichiarata sconfitta. Ma il titolo sembra suggerire che anche altre gravi malattie epidemiche, come la peste e il colera, siano state sconfitte dall’invenzione di vaccini ad hoc.

In realtà, come già si è riportato in una precedente recensione pubblicata qui su Carmilla, per fare i conti con le grandi epidemie manifestatesi nella storia della nostra specie occorre ricordare che

Comprese in un arco cronologico esteso dall’antichità greca e romana ai primi decenni del XVIII secolo, le epidemie di peste coinvolsero in ogni epoca tutti i possibili aspetti della vita economica, politica, sociale, pubblica e privata, dando ampia materia di discussione a svariate discipline. La storia della medicina e quella sanitaria, la psicologia, la letteratura, la demografia, la storia economica e quella politica, hanno affrontato nel corso dei secoli questo tema affascinante e terribile, mettendo in evidenza impressionanti analogie.
E’ incredibile soprattutto constatare come, nonostante i progressi straordinari delle discipline mediche, gli strumenti a disposizione ai nostri giorni per la prevenzione delle epidemie siano ancora quelli elaborati nel ‘300 a partire dal Nord della Penisola (Milano, Firenze, Venezia, Genova, Lucca), recepiti tardi dal resto dell’Europa (tardissimo dall’Inghilterra), e adottai con successo fino al 17203.

Due scienziate e ricercatrici del King’s College di Londra e dell’università di Bristol, Caitjan Gainty ed Agnes Arnold-Forster, raccontano, poi, ancora un’altra storia. Ad esempio, anche sull’eradicazione del vaiolo – una spietata malattia virale provocata da due varianti del virus Variola, Variola maior e Variola minor, con un tasso di letalità del 30-35% – per la quale non è corretto affermare che solo i vaccini contro il vaiolo abbiano condotto alla sconfitta del patogeno, di cui l’ultimo caso venne diagnosticato nel 1977 in Somalia.
La malattia del vaiolo ha ucciso 300 milioni di persone solo nel corso del Novecento, prima di essere ufficialmente dichiarata eradicata l’8 maggio 1980, ma non ci si è arrivati da un giorno all’altro e non solamente attraverso la vaccinazione. Che è condizione necessaria ma non sufficiente di fronte a certe pandemie.
In un certo senso, dicono le due esperte, per quanto l’eradicazione della malattia sia appunto ricordata come la prova del definitivo successo dei vaccini, “non dovremmo dimenticare che il vaiolo ha imperversato per secoli prima di essere sconfitto”. I 150 anni seguenti alla prima inoculazione del vaccino da parte di Edward Jenner sono stati contraddistinti dalle preoccupazioni sull’efficacia del vaccino, dalla sicurezza e dagli effetti collaterali e ancora nel 1963 i medici britannici erano allarmati dalla scarsa adesione alla vaccinazione rutinaria contro il vaiolo, avvertendo che questa indifferenza avrebbe richiesto un vasto programma rieducativo4.

Basterebbe poi scorrere le pagine di un qualsiasi manuale di Storia delle scuole superiori per venire a sapere che, ad esempio, la peste è stata sconfitta soltanto da un miglioramento delle condizioni di vita (igieniche ed alimentari) anche se oggi non è stata debellata del tutto. Mentre il colera si annida proprio laddove ancora regnano miseria, scarsa igiene e cattiva alimentazione. Tutti e tre elementi più legati alla povertà che a fattori “naturali”.

A ricordacelo, per esempio, è stato anche Richard Horton, direttore della celebre rivista scientifica “The Lancet”, tra le cinque più autorevoli al mondo, secondo il quale:

Abbiamo ridotto questa crisi a una mera malattia infettiva. Tutti i nostri interventi si sono concentrati sul taglio delle linee di trasmissione virale. La “scienza” che ha guidato i governi è composta soprattutto da epidemiologi e specialisti di malattie infettive, che comprensibilmente inquadrano l’attuale emergenza sanitaria in termini di peste secolare. Ma ciò che abbiamo imparato finora ci dice che la storia non è così semplice. Covid-19 non è una pandemia. È una sindemia.

Aggiungendo poi ancora:

Il particolare svantaggio dei ceti meno abbienti e istruiti è stato certificato dalle analisi sui morti condotte negli Stati Uniti e in America Latina, dove decessi e contagi risultano prevalenti tra comunità afroamericane e minoranze. E anche dai dati dell’Istituto nazionale di statistica italiano: a partire dai mesi primaverili del 2020 è stato registrato un aumento dell’incidenza della mortalità tra le persone meno istruite rispetto a quelle più istruite. Nelle donne, il divario porta alla situazione per cui ogni 4 decedute meno istruite ne muoiono 3 con un grado di istruzione superiore, riporta l’Istat.
Le misure restrittive decise dai governi inoltre possono creare un vero e proprio circolo vizioso che riduce i redditi già bassi, diminuendo contemporaneamente condizioni di lavoro e aspettative di vita dei più deboli5.

«Parlare solo di comorbilità è superficiale», ammonisce lo scienziato.
Soprattutto, se i programmi per contrastare l’attuale epidemia, o quelle successive, non terranno conto di fenomeni come la crescita dell’inquinamento, degli effetti della povertà sulla salute psico-fisica e della mancanza di investimenti in sanità pubblica e della diffusione di malattie come obesità, diabete, malattie cardio-vascolari, respiratorie e cancro, questi programmi saranno destinati al fallimento, perché non potranno mai garantire la salute di tutti..

Certamente, il direttore di una delle più autorevoli riviste scientifiche, che al problema sindemia, ovvero quella sovrapposizione di elementi patogeni, degrado ambientale e socio-economico in grado di scatenare nuovi eventi epidemici a partire dal rafforzamento e dall’aggravamento di ognuno dei tre fattori, dedica da diverso tempo una notevole attenzione (qui), non potrà essere accusato di essere un No Vax, termine che sembra oggi definire il campo del “nemico” ogni qualvolta una voce si levi per collegare l’attuale pandemia e i suoi rimedi miracolosi, sia in campo economico (Recovery Fund, Mes, bonus, etc.) oppure scientifico (gli infiniti vaccini promessi e promossi dai governi, dall’industria farmaceutica e dai cittadini di “buona volontà” di ogni colore e risma), alle strutture sociali e ai risvolti climatici, ambientali e medici che queste portano con sé, ma occorre anche dire che non abbiamo mai sentito, in questi lunghi mesi, a livello politico e mediatico ufficiale qualcuno che affrontasse la questione in tali termini.

Anzi, sia il Cnr che l’Arpa Lombardia si sono sforzati di dimostrare, ancora nei primi giorni di gennaio che l’inquinamento non avrebbe nulla a che fare con la diffusione del/dei virus6. Si parla qui di virus al plurale poiché l’esplosione delle varianti scoperte dalla Gran Bretagna al bresciano passando per il Sud Africa e il Brasile, pur ammessa la profonda similitudine all’interno delle stesse, permette ragionevolmente di credere che l’evoluzione del virus sia piuttosto rapida e, nonostante tutte le rassicurazioni, destinata a sviluppare, come già sta accadendo, forme, forse meno letali, ma più aggressive in termini di infettività e in grado di limitare l’efficacia dei vaccini così rapidamente proposti dall’offerta commerciale delle grandi industrie farmaceutiche.

I “fattori naturali” entrano in gioco principalmente là dove la natura e l’ambiente sono stati stravolti e intossicati dall’incontrollabile sviluppo di quelle che un tempo anche la Sinistra chiamava “forze produttive”. Forze produttive il cui sviluppo ha sempre più rivelato l’autentico volto, fatto non soltanto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma anche di devastazione, sfruttamento e distruzione di quell’ambiente e di quelle risorse di cui la specie ha un estremo bisogno per sopravvivere.

Come ha affermato David Quammen, autore del noto ed inizialmente citatissimo Spillover (Adelphi, Milano 2012), ma oggi (chissà perché) sempre meno citato:

Certi gruppi di virus si adattano e cambiano molto più velocemente degli altri. I più rapidi fanno parte di un gruppo di famiglie di virus noto come virus Rna a singolo filamento. Significa che i loro genomi sono composti di un singolo filamento della molecola Rna, invece che il Dna, che è a doppio filamento. Un genoma Rna a singolo filamento commette molti più errori quando si copia mentre i virus si stanno replicando: e quegli errori, che si chiamano mutazioni, sono le materie prime dell’evoluzione per selezione naturale. Il vecchio meccanismo di Darwin. Quindi questi virus Ss-Rna, in costante mutamento e adattamento, sono più capaci di trasferirsi a nuovi ospiti, come gli esseri umani, e proliferare. E tra i più noti virus Rna a filamento singolo ci sono i coronavirus […] siamo parte della natura, di una natura che esiste su questo pianeta e solo su questo. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo […] consumiamo risorse in modo troppo affamato, a volte troppo avido, il che ci rende una specie di buco nero al centro della galassia: tutto è attirato verso di noi. Compresi i virus.
Una soluzione? Dobbiamo ridurre velocemente il grado delle nostre alterazioni dell’ambiente, e ridimensionare gradualmente la dimensione della nostra popolazione e la nostra domanda di risorse”7.

Gli esperti dell’Intergovernmental Science Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (Ipbes – organismo itituito dalle Nazioni Unite per monitorare la biodiversità) ipotizzano che esistano attualmente da ottocentomila a un milione e settecentomila virus sconosciuti pronti a fare il salto di specie (zoonosi)8 con conseguenze sanitarie sempre più allarmanti, se la nostra società non deciderà di fermare la deforestazione, la cementificazione e l’urbanizzazione sempre più devastanti dei territori in ogni angolo del mondo cui si ricollegano sia il cambiamento climatico in atto che lo sviluppo di un’agricoltura sempre più intensiva.

Se la Scienza “ufficializzata” non vorrà farsi carico di tutto ciò, con un indirizzo chiaro, per continuare invece a servire la ricerca disperata di profitti ed investimenti del capitale in ogni campo, e non solo nel settore farmaceutico, è chiaro che qualsiasi serio discorso sulla diffusione del Covid-19 o di qualsiasi altro virus, sui suoi possibili rimedi e la difesa della salute pubblica rischia di essere castrato e ridotto, fin dalla partenza, ad una spettacolarizzazione di opinioni asservite e inutili, se non dannatamente pericolose per l’intera specie.

Quanto scritto fin qui va letto come ipotesi provocatoria poiché è chiaro a tutti, o quasi, che la struttura classista di una società fondata sull’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta, delle risorse naturali e della conoscenza in nome dell’accumulazione di profitti e capitali non è certo favorevole ad un salto epocale come quello che sarebbe attualmente necessario.
Ma poiché chi scrive è ben lontano dalle posizioni No Vax e ancor meno è complottista, si rende necessario soffermarsi per un attimo su alcuni concetti.

Il capitale approfitta di qualsiasi occasione, ma non per istinto malevolo, piuttosto per sua intrinseca natura. Questo non vuol dire che il capitale e i suoi funzionari, governanti o imprenditori non importa in che ordine di importanza, siano in grado di affrontare o risolvere sempre qualsiasi situazione a proprio vantaggio, né che i suoi piani strategici siano di così lunga durata. Anzi occorre dire che la “continuità strategica” di certe azioni del medesimo, ad esempio le guerre imperialiste o di controllo dei mercati e delle materie prime, è dovuta più ad una errata percezione di azioni molto più vicine nel tempo di quanto si pensi, più che a reali strategie di lungo periodo. E di questo si deve rendere conto chi lo vuole osteggiare e inviare all’Inferno. Modificando una percezione del tempo che si presenta sempre più velocizzata e che nell’immaginario condiviso globalmente allontana gli avvenimenti grandi e piccoli come fossero sempre enormemente distanti, anche quando non lo sono. Un tempo percepito sulla base del qui, dell’adesso, dell’istante e del momento che impedisce di cogliere come siano i secoli e i millenni a scandire il tempo reale della storia della specie e del pianeta che abita. Che non corrisponde affatto a quello scandito dai media, dai social e dall’alta velocità come fine ultimo del cammino umano.

Le ipotesi espresse poco sopra sono poi confermate anche dagli ultimi dati forniti dall’Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief il nome esteso in inglese).

L’ultimo rapporto, intitolato non a caso “The inequality virus”, rivela con abbondanza di dati come la pandemia abbia “portato alla luce, nutrito e aumentato le disuguaglianze esistenti dal punto di vista della ricchezza, del genere e della razza”. Sono oltre due milioni le persone che nel mondo sono morte finora a causa del virus, e “in centinaia di milioni sono precipitati in povertà, mentre dall’altra parte della barricata i più ricchi del mondo – individui e società – stanno prosperando”, si legge nel report.
A partire dalla militarizzazione dei territori, delle decisioni politico-sanitarie e delle imposizioni cui i cittadini dovrebbero sottostare in tutti gli stati coinvolti. Accettarne compostamente e in silenzio le conseguenze, anche lavorative segnerebbe sicuramente un bel punto per il controllo capitalistico della specie e dell’ambiente negli anni a venire.
[…]L’87% degli economisti interpellati da Oxfam ritiene che il coronavirus porterà a un aumento delle disuguaglianze nel loro Paese, il 56% pensa che la pandemia peggiorerà le disparità di genere e oltre due terzi che porterà a maggiori disparità razziali. “Come una radiografia, il covid-19 ha rivelato le fratture nel fragile scheletro delle società che abbiamo costruito”, ha commentato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. “La pandemia sta portando alla luce ovunque errori e false convinzioni: come l’idea sbagliata che il mercato libero possa garantire a tutti le cure sanitarie, o ancora l’illusione di vivere in un mondo post-razzista o il mito in base al quale siamo tutti sulla stessa barca. In realtà stiamo navigando tutti nello stesso mare, ma è chiaro che qualcuno si trova su un super yacht, mentre molti altri non possono far altro che aggrapparsi ai relitti galleggianti”9.

Un altro esempio? Eccolo: mentre il rigoroso controllo degli spostamenti individuali prosegue, accompagnato da tutta una serie di limitazioni destinate ad impedire non l’affollamento nelle vie dei centri urbani o nei grandi centri commerciali per la celebrazione dei riti del consumo, ma l’eventuale adunata “sediziosa” di coloro che volessero organizzare resistenze e proteste, il governo ha tirato fuori dal cappello magico i 67 siti individuati per lo stoccaggio del materiale radioattivo formato dalle scorie nucleari provenienti dalle centrali di quel genere, forse non solo italiane (qui).

Si son levate le voci di sindaci e governatori regionali, preoccupati forse più per la salvaguardia del proprio serbatoio elettorale che per la salute dei cittadini e dell’ambiente, ma sembra difficile che chi abita quei territori possa nel giro di poco tempo mobilitarsi significativamente per opporsi alla proposta. Eppure, eppure…

Più che farsi sorprendere da ogni singola iniziativa gestionale o politico-economica del capitale e dei suoi servitori, come se queste costituissero costantemente una novità o un’emergenza assoluta (travisamento prospettico che regala al nostro avversario proprio il vantaggio su cui da sempre conta), si rende sempre più necessario anticiparne e prefigurarne le mosse e il destino, individuandone per tempo i punti deboli e le linee di frattura in cui poter inserire la leva adatta ad ampliarne le contraddizioni. Prima che questo riesca recuperare il tempo o il vantaggio, sempre e solo, momentaneamente perduto.

(2continua)


  1. Secondo i dati “reali” forniti dall’Iss e Istat, la campagna vaccinale in Italia, continuando di questo passo e anche senza tener conto del blocco del vaccino di AstraZeneca per gli over 65, potrebbe aver termine nel novembre 2025: Giampiero Maggio, Vaccini anti Covid, altro che marzo 2021: la campagna in Italia finirà a novembre 2025, “La Stampa”, 28 gennaio 2021  

  2. Gli scettici del vaccino italiano. “Due che funzionano già ci sono, che senso ha?”, “Huffpost”, 30 gennaio 2021  

  3. Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste, Editoriale Jouvence, Milano 2020, p. 13  

  4. Si veda: Simone Cosimi, Perché non bastano i vaccini per sconfiggere un virus, e varrà anche per il Covid-19, “Esquire”, gennaio 2021  

  5. Si veda ancora: Edmondo Peralta, “Covid-19 is not a pandemic”: non una pandemia, ma una “sindemia” (qui e qui)  

  6. Si veda, ancora: L’inquinamento non favorisce la diffusione del Covid: lo studio di Cnr e Arpa Lombardia (msn.com)  

  7. Si veda https://www.wired.it/play/cultura/2020/03/09/coronavirus-david-quammen-spillover-intervista/?refresh_ce  

  8. Si veda: Davide Michielin, Le nuove epidemie: dopo Covid quali sono i rischi per l’umanità, la Repubblica, 20/11/2020  

  9. Chiara Merico, Covid e disuguaglianze: i Paperoni hanno recuperato in 9 mesi, i poveri ci metteranno 10 anni. Italia, 10 milioni “senza rete”, “Business Insider Italia, 25 gennaio 2021  

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La vita al tempo della peste https://www.carmillaonline.com/2021/01/27/la-vita-al-tempo-della-peste/ Wed, 27 Jan 2021 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64673 di Sandro Moiso

Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica, Editoriale Jouvence, Milano 2020, pp. 218, 18,00 euro

«Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza». La prima testimonianza scritta dell’incontro tra le prime forme di società capitalistica ed epidemie gravi ha una data compresa tra il 1349, anno in cui Giovanni Boccaccio diede piglio alla penna per ambientare all’interno [...]]]> di Sandro Moiso

Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica, Editoriale Jouvence, Milano 2020, pp. 218, 18,00 euro

«Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza». La prima testimonianza scritta dell’incontro tra le prime forme di società capitalistica ed epidemie gravi ha una data compresa tra il 1349, anno in cui Giovanni Boccaccio diede piglio alla penna per ambientare all’interno del panorama delineato dalla diffusione della peste della metà del XIV secolo il Decameron, e il 1351, anno in cui ne terminò la stesura.

E’ necessario cogliere questo collegamento tra albori del capitalismo bancario e mercantile ed epidemie poiché è proprio da quel momento che prende le mosse il testo di Maria Paola Zanoboni pubblicato da Jouvence. Infatti, anche se il capitalismo ha progressivamente spostato le sue radici e le sue origini, e la sua forza politica ed economica, sempre più a Nord e verso Occidente, in realtà le sue forme primitive si manifestarono proprio nei territori delle repubbliche marinare, per i commerci e la cantieristica navale, e di Firenze e di alcune altre città toscane in cui si svilupparono, invece, le prime attività legate al credito e alla manifattura tessile su una scala più ampia rispetto a quella dell’epoca precedente.

Sono infatti poche le pagine iniziali dedicate alle epidemie di peste nell’Antichità, tutte riferite alle testimonianze di Tucidide e Lucrezio, mentre il corpo principale della ricerca si occupa del periodo compreso tra il XIV e il XVII secolo, con una breve puntata nel XVIII per parlare dell’ultima epidemia di peste avutasi in Europa: quella del 1720 a Marsiglia, rapidamente debellata.
In questo periodo di tempo si situa quello che per molti studiosi è considerato come il vero inizio dell’Antropocene1 o, ancor meglio, Capitalocene ovvero quella trasformazione del rapporto uomo-ambiente basato su una progressiva devastazione degli equilibri ambientali e climatici causata dall’estrattivismo, dallo sfruttamento accelerato del suolo e delle risorse naturali oltre che dall’occupazione di una percentuale sempre maggiore di suoli precedentemente “liberi” dalla presenza dell’uomo e delle sue opere. Processo determinato da una ricerca di profitti e accumulo di ricchezze destinate al reinvestimento sempre più esosa, rapida e diffusa.

«Nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata»2. Non a caso la peste medievale di cui fu testimone il Boccaccio e intorno a cui si articola buona parte della ricerca, iniziò a diffondersi in Europa seguendo le rotte commerciali tra Oriente e Occidente. In particolare sulle rotte seguite dai genovesi tra i loro magazzini sul Mar Nero e il Mediterraneo.

Mentre sussistevano dubbi sulla contagiosità degli esseri umani, vivi o morti, e degli animali (tra i quali erano però ritenuti pericolosi quelli dotati di pelo o piume), già dal’400 furono infatti individuati nelle merci i veicoli principali dell’infezione:

A Ragusa alla fine del ‘500 le autorità sanitarie consideravano altamente pericolosi la lana e i tessuti di lana, per cui le imbarcazioni cariche di questi articoli e materie prime provenienti da luoghi sospetti non venivano accolte […] verso la metà del ‘600,in ogni caso, sussisteva la perfetta consapevolezza della trasmissione del contagio anche attraverso le merci infette, e di quali oggetti o materiali lo propagassero più di altri. Un documento emanato dalle autorità sanitarie genovesi all’epoca della grande epidemia del 1656/57 elenca minuziosamente i prodotti in cui non si annidava il morbo, quelli in cui si annidava e quelli su cui si era incerti […] la maggior parte del legno, se ruvido e pieno di crepe era tra i principali veicoli di contagio, tanto che fin dal ‘400, nella costruzione dei lazzaretti, erano banditi i soffitti in legno e utilizzato esclusivamente il laterizio3.

«Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermità il contaminasse ma quello infra brevissimo spazio uccidesse»4. Il ripresentarsi nel XIV secolo della peste, assente fin dall’VIII secolo sul territorio europeo, da un lato colse la società impreparata ad affrontarla e successivamente spinse le autorità a prendere provvedimenti di quarantena e divieto di spostamento non troppo dissimili da quelli attuali. L’autrice ne fa un lungo elenco, pur ricordando che nonostante questo la peste rimase a lungo endemica nel Vecchio Continente: «ripresentandosi ovunque con cadenza decennale, e divenendo parte integrante del normale ritmo di vita, per cui, soprattutto nei centri urbani, la popolazione fu costretta suo malgrado ad adeguarvisi»5. Tutto ciò fa svolgere alla Zanoboni, alcune ulteriori riflessioni:

Comprese in un arco cronologico esteso dall’antichità greca e romana ai primi decenni del XVIII secolo, le epidemie di peste coinvolsero in ogni epoca tutti i possibili aspetti della vita economica, politica, sociale, pubblica e privata, dando ampia materia di discussione a svariate discipline. La storia della medicina e quella sanitaria, la psicologia, la letteratura, la demografia, la storia economica e quella politica, hanno affrontato nel corso dei secoli questo tema affascinante e terribile, mettendo in evidenza impressionanti analogie.
E’ incredibile soprattutto constatare come, nonostante i progressi straordinari delle discipline mediche, gli strumenti a disposizione ai nostri giorni per la prevenzione delle epidemie siano ancora quelli elaborati nel ‘300 a partire dal Nord della Penisola (Milano, Firenze, Venezia, Genova, Lucca), recepiti tardi dal resto dell’Europa (tardissimo dall’Inghilterra), e adottai con successo fino al 17206.

Anche se oggi, infatti, si pone perentoriamente l’accento sui vaccini, occorre qui sottolineare che due scienziate e ricercatrici del King’s College di Londra e dell’università di Bristol, in Gran Bretagna, specializzate in storia della medicina e della scienza, Caitjan Gainty ed Agnes Arnold Forster, spiegano che la speranza che vi stiamo riponendo, almeno sotto l’aspetto di sanità pubblica su scala globale, è esagerata7.
Inoltre, anche Richard Horton, direttore della celebre rivista scientifica “The Lancet”, tra le cinque più autorevoli al mondo, ha voluto sottolineare come

la gestione dell’emergenza, basata solo su sicurezza ed epidemiologia, non raggiunge l’obbiettivo di tutelare la salute e prevenire i morti. Covid-19 non è la peste nera né una livella: è una malattia che uccide quasi sempre persone svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse oppure perché affette da malattie croniche, dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzione. Senza riconoscere le cause e senza intervenire sulle condizioni in cui il virus diventa letale, nessuna misura sarà efficace. Nemmeno un vaccino.
[…] la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali o socio-economiche. L’interagire tra queste patologie e situazioni rafforza e aggrava ciascuna di esse. Questo nuovo approccio alla salute pubblica è stato elaborato da Merril Singer nel 1990 e fatto proprio da molti scienziati negli ultimi anni. Consente di studiare al meglio l’evoluzione e il diffondersi di malattie lungo un contesto sociale, politico e storico, in modo di evitare l’analisi di una malattia senza considerare il contesto in cui si diffonde. Per intenderci, chi vive in una zona a basso reddito o altamente inquinata, corre un maggior rischio di contrarre tumori, diabete, obesità o un’altra malattia cronica. Allo stesso tempo, la maggiore probabilità di contrarre infermità fa salire anche le possibilità di non raggiungere redditi o condizioni di lavoro che garantiscano uno stile di vita adeguato, e così via, in un circolo vizioso.
La sindemia è quel fenomeno, osservato a livello globale, per cui le fasce svantaggiate della popolazione risultano sempre più esposte alle malattie croniche e allo stesso tempo sempre più povere8.

Infine può rivelarsi utile ricordare come già David Quammen, autore del fondamentale Spillover (Adelphi, Milano 2012), abbia suggerito, in largo anticipo, che:

Le ragioni per cui assisteremo ad altre crisi come questa nel futuro sono che 1) i nostri diversi ecosistemi naturali sono pieni di molte specie di animali, piante e altre creature, ognuna delle quali contiene in sé virus unici; 2) molti di questi virus, specialmente quelli presenti nei mammiferi selvatici, possono contagiare gli esseri umani; 3) stiamo invadendo e alterando questi ecosistemi con più decisione che mai, esponendoci dunque ai nuovi virus e 4) quando un virus effettua uno “spillover”, un salto di specie da un portatore animale non-umano agli esseri umani, e si adatta alla trasmissione uomo-uomo, beh, quel virus ha vinto la lotteria: ora ha una popolazione di 7.7 miliardi di individui che vivono in alte densità demografiche, viaggiando in lungo e in largo, attraverso cui può diffondersi […] Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo […] consumiamo risorse in modo troppo affamato, a volte troppo avido, il che ci rende una specie di buco nero al centro della galassia: tutto è attirato verso di noi. Compresi i virus.
Una soluzione? Dobbiamo ridurre velocemente il grado delle nostre alterazioni dell’ambiente, e ridimensionare gradualmente la dimensione della nostra popolazione e la nostra domanda di risorse.
Siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia9.

Quindi, potenzialmente, la scienza attuale parrebbe aver fatto degli importanti passi in una direzione impensabile nei secoli analizzati dal libro della Zanoboni, mentre al contempo la società umana non è ancora uscita dal modo di produzione che proprio in quel periodo si sviluppava e rafforzava, fino a diventare dominante. Per questo, in attesa di abolirlo insieme a tutte le sue nefaste conseguenze, la lettura e lo studio del testo edito da Jouvence può rivelarsi davvero utile. Tenendo conto del fatto che l’attenzione dell’autrice per le contraddizioni sociale ed economiche e le caratteristiche politiche di una società capitalistica ai suoi albori non è affatto casuale ed è particolarmente presente anche in un altro suo bel libro, edito sempre da Jouvence: Scioperi e rivolte nel Medioevo. Le città italiane ed europee nei secoli XIII -XV (Milano 2015).


  1. E’ grosso modo in questo periodo, intorno alla fine del XVI secolo, che gli storici inglesi Simon Lewis e Mark Maslino situano quell’accelerazione delle trasformazioni destinate a modificare la posizione dell’Uomo sul pianeta e l’affermazione dell’idea di poter dominare la Natura a proprio vantaggio. Simon L. Lewis – MarkA. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, Giulio Einaudi editore, Torino 2019  

  2. Giovanni Boccaccio, Decameron, Prima giornata  

  3. Maria Paola Zanoboni, La vita al tempo della peste, Editoriale Jouvence, Milano 2020, p. 41  

  4. G. Boccaccio, op. cit.  

  5. M. P. Zanoboni, op. cit. p. 47  

  6. Ibidem, p. 13  

  7. Simone Cosimi, Perché non bastano i vaccini per sconfiggere un virus, e varrà anche per il Covid-19, “Esquire”, gennaio 2021  

  8. Si veda Edmondo Peralta, “Covid-19 is not a pandemic”: non una pandemia, ma una “sindemia” (qui mentre qui è reperibile l’originale )  

  9. Si veda qui  

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English Game, tra tradunionismo e darwinismo liberista https://www.carmillaonline.com/2020/04/11/english-game-tra-tradunionismo-e-darwinismo-sociale/ Fri, 10 Apr 2020 22:02:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59010 di Nico Maccentelli

Inghiltera, fine ‘800 in un borgo industriale tessile del Lancanshire divampa la febbre per un nuovo sport come nel resto del paese: il foot-ball. E la passione cresce in modo trasversale, dai nobili e ricchi che detengono il suo monopolio come attività del tutto amatoriale attraverso la neonata federazione, alla working class che muove le prime pedate con palloni fatti alla boia d’un giuda.

Questo è la cornice di fondo di English Game un miniserial a sei puntate prodotto da Tony Charles, Oliver Cotton e da un’autentica stella del cinema britannico: Julian Fellowes, attore, sceneggiatore e regista, vincitore [...]]]> di Nico Maccentelli

Inghiltera, fine ‘800 in un borgo industriale tessile del Lancanshire divampa la febbre per un nuovo sport come nel resto del paese: il foot-ball. E la passione cresce in modo trasversale, dai nobili e ricchi che detengono il suo monopolio come attività del tutto amatoriale attraverso la neonata federazione, alla working class che muove le prime pedate con palloni fatti alla boia d’un giuda.

Questo è la cornice di fondo di English Game un miniserial a sei puntate prodotto da Tony Charles, Oliver Cotton e da un’autentica stella del cinema britannico: Julian Fellowes, attore, sceneggiatore e regista, vincitore nel 2002 dell’Oscar per la miglior sceneggiatura con la pellicola Gosford Park. La distribuzione è sulla piattaforma di Netflix.

Ma definire English Game come un pezzo importante della nascita del calcio, che come si sa ha la sua culla in Gran Bretagna, è ben poco: è rimanere alla superficie del tema sollevato dagli autori. Siamo in piena lotta di classe, tra la gilda dei tessili che abbassa i salari e gli operai che vivono questa diminuzione come la differenza tra sfamare le proprie famiglie o no. Il tutto condito con una patina di buonismo socialdemocratico che potrebbe infatti definire questa serie come un’esaltazione del più tipico laburismo tradunionista britannico. Roba da far sorridere a trentadue denti Jeremy Corbyn.

Ma nel riscatto proletario, tra battaglie sul salario e per il posto di lavoro, la morale è sempre quella: fai il tuo dovere di lavoratore, non ribellarti e la promozione sociale l’avrai col duro impegno e le tue qualità nel tirare calci a un pallone. Del resto qui si tratta del sogno realizzato dai vari Pelè e Maradona e da tutti i pibe de oro nati e cresciuti in favelas e docks degradati, che poi con l’autoaffermazione di campioni hanno percorso i grandi stadi del mondo dal Wembley al Bernabeu.

In English Game, ai margini dei suoi primi rudimentali campi da calcio che assomigliano più a quelli del cricket, ci sta una pletora di ingiustizie e pregiudizi religiosi che bene descrivono l’Inghilterra dell’epoca e la scarsa propensione di una classe dominante a concedere diritti sociali e individuali facendo leva sulla morale imposta al popolo “straccione”, come patina ipocrita per nascondere il più sordido interesse di casta, con i suoi profitti e soprusi. Lo ammetto: vedere questa miniserie con gli occhi di chi ha letto La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels, dà un gran bel gusto. Oltre tutto sembra di veder spuntare Friedrich da una linea di telai e di tornare catapultati in quel mirabile film Il giovane Karl Marx del 2017.

Ma di English Game gratti la crosta e neanche tanto sotto ci trovi il “tutto è bene quello che finisce bene” e trovi il darwinismo sociale liberista accettato da entrambe le parti. E con quattro calci al pallone e a qualche gamba tutto si risolve in un’emancipazione individuale che molto lentamente, solo come un bradisisma della storia contribuisce a quella più generale. La soluzione per la working class, per chi vuole intendere, non è questa ma un’azione collettiva e solidale antagonista e di rivolta che la miniserie stigmatizza in perfetta linea con quella pacificazione sociale che ha da sempre caratterizzato la volontà politica delle socialdemocrazie e del laburismo, per le quali l’unica azione collettiva è nella concertazione con i detentori del potere e della forza. Quindi, ben evidente, anche qui abbiamo la mistificazione ideologica dominante che ci accompagna da oltre 150 anni. In realtà è bene sempre tenerlo presente in ogni operazione culturale a cui si approccia: la soluzione di rottura sociale è quella che il più delle volte ha portato a reali cambiamenti nelle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e lavoratrici. E’ l’unico modo per non incazzarsi e prendere l’opera come spettacolo puro anti-brechtiano, depurato cioè da ogni intendimento di agit prop sulla coscienza dello spettatore, da ogni tentativo di lettura di una data realtà sociale che vada al di là di una mera funzione estetizzante.

Gli attori. Il cast è eccellente dallo scozzese Kevin Guthrie nei panni del protagonista principale Fergus Suter, che mette in scena in modo mirabile il forte conflitto interiore del personaggio, un fuori classe dell’epoca, tra la salvezza della famiglia attraverso soldi e cambi di casacca e la fede coerente per la squadra, nonché una passione molto discreta e rispettosa per un’incantevole Martha Almond, al secolo Niamh Walsh. Altro attore portante è Edward Holcroft, che interpreta il giovane liberale illuminato: Arthur Fitzgerald Kinnaird, undicesimo Lord Kinnaird KT, un calciatore di spicco dell’high class che poi successivamente è divenuto per 33 anni presidente della FA, la prestigiosa organizzazione del calcio britannico.

Il film ha riprese e montaggio impeccabili, con un sapiente incalzare delle sequenze calcistiche come della rivolta, ma anche dei passaggi alternati tra loro dei sintagmi filmici, rendendo godibile e fluido lo spettacolo.

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