Giuseppe Di Caterino – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Culture e pratiche di sorveglianza. Internet in ogni cosa https://www.carmillaonline.com/2021/09/16/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-internet-in-ogni-cosa/ Thu, 16 Sep 2021 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68144 di Gioacchino Toni

«La trasformazione di Internet da rete di comunicazione tra persone a rete di controllo, incorporata direttamente nel mondo fisico, potrebbe essere ancora più significativa del passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione digitale»1. Così si esprime Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi (Luiss University Press, Roma 2021), a proposito della portata della funzione di controllo permessa dalla connessione alla [...]]]> di Gioacchino Toni

«La trasformazione di Internet da rete di comunicazione tra persone a rete di controllo, incorporata direttamente nel mondo fisico, potrebbe essere ancora più significativa del passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione digitale»1. Così si esprime Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi (Luiss University Press, Roma 2021), a proposito della portata della funzione di controllo permessa dalla connessione alla rete di oggetti e sistemi al di fuori dagli schermi come veicoli per la mobilità, dispositivi indossabili, droni, macchinari industriali, elettrodomestici, attrezzature mediche ecc… Oltre che con le sofisticate forme di controllo esercitate dalle piattaforme di condivisione di contenuti in rete, ad introdursi nell’intimità degli individui concorrono sempre più oggetti di uso quotidiano in grado di raccogliere e condividere dati personali. Oltre a evidenziare come il cyberpazio premei ormai completamente – e non di rado impercettibilmente – l’universo offline dissolvendo sempre più il confine tra mondo materiale e mondo virtuale, tutto ciò induce a domandarsi se nel prossimo futuro esisterà ancora qualche aspetto privato della vita umana o se invece si stia navigando a vele spiegate verso il superamento stesso del concetto di privacy.

Nel volume DeNardis espone alcuni esempi utili a comprendere come il contraltare del controllo esercitato sugli oggetti connessi ad Internet sia la loro vulnerabilità. Un esempio riguarda la possibilità che estranei da remoto possano accedere e manipolare dispositivi medici dotati di radiofrequenza impiantati nel corpo umano e connessi alla rete. Altro caso su cui si sofferma l’autrice concerne l’ambito dei “sabotaggi di Stato”2, come nel caso del virus Stuxnet individuato nel 2010 con buona probabilità progettato da statunitensi e israeliani esplicitamente per sabotare i sistemi di controllo dei sistemi nucleari iraniani, o del sabotaggio della rete elettrica ucraina presumibilmente per mano dei servizi segreti russi. Altro inquietante esempio riguarda la vicenda della “botnet” Mirai del 2016, probabilmente il più vasto cyberattacco dispiegato sino ad ora attuato attraverso il sabotaggio di semplici apparecchi casalinghi connessi a Internet che ha reso inaccessibili a vaste aree statunitensi oltre ottanta tra i siti più popolari (Netflix, Amazon, Twitter…). L’attacco è stato condotto prendendo il controllo di milioni di dispositivi domestici ricorrendo a una sessantina di username e password comuni o di default per impiantare malware attraverso cui inondare di richieste i siti e mandare in tilt il loro consueto traffico, dunque nei fatti rendendoli inaccessibili.

Oggi esistono più oggetti connessi digitalmente che persone e si tratta di un fenomeno in rapida espansione tanto da prospettare significative implicazioni, oltre che economiche, nell’ambito della governance e dei diritti dell’individuo.

Nel gergo dei sistemi cyberfisici, le cose connesse sono oggetti del mondo reale che integrano direttamente elementi digitali. Esse interagiscono simultaneamente con il mondo reale e con quello virtuale. Il loro scopo principale [è orientato a] mantenere i sistemi in funzione rilevando e analizzando i dati, e controllando automaticamente i dispositivi. […] Già oggi milioni di sensori monitorano le condizioni ambientali, i sistemi industriali, i punti di controllo e il movimento degli oggetti. Questi sistemi inoltre fanno direttamente funzionare i dispositivi […] I sistemi digitali sono oggi sistemi di controllo delle cose e dei corpi del mondo reale. I sistemi biologici fanno parte dell’ambiente degli oggetti digitali. L’internet delle cose è anche l’Internet del sé. Le “cose” dell’Internet delle cose comprendono anche i sistemi biologici delle persone, attraverso tecnologie indossabili, dispositivi di identificazione biometrica e sistemi di monitoraggio digitale medico3.

Il confine tra fisico e non fisico, tra online e offline si sta facendo sempre più labile; Internet si è esteso dal solo campo cognitivo degli utenti fino a divenire lo sfondo invisibile della vita quotidiana trasformando la connettività degli esseri umani da una modalità momentanea tramite schermi ad una modalità costante attraverso oggetti di uso quotidiano. L’essere o meno online non dipende più da una scelta dell’individuo di operare o meno con un dispositivo con uno schermo.

Le sfere ibride online-offline penetrano nel corpo, nella mente, negli oggetti e nei sistemi che collettivamente compongono il mondo materiale. Internet non ha più solo a che fare con le comunicazioni e non è nemmeno più un semplice spazio virtuale. La concezione aprioristica della rete come un sistema di comunicazione tra le persone deve essere superata. L’impennata di sistemi che integrano simultaneamente componenti digitali e del mondo reale crea condizioni che mettono profondamente in discussione le nozioni tradizionali della governance di Internet. Non ha più senso vedere gli spazi online come sfere distinte, tecnicamente o politicamente, all’interno di un mondo virtuale separato in qualche modo dal mondo reale. Online e offline sono intrecciati4.

Tale intreccio tra oggetti del mondo reale e ambito della rete richiede un ripensamento della categoria di “utenti Internet”; sarebbe riduttivo limitarsi a conteggiare gli esseri umani connessi alla rete – passati dall’1% (in buona parte concentrati negli Stati Uniti) di metà anni Novanta a circa il 50% della popolazione mondiale nel 2017 –, visto inoltre che il computo non discerne facilmente tra le persone reali e i “bot”, sistemi automatici come i web crawlers che passano in rassegna i contenuti di Internet per indicizzarli, o i “chatbot”, in grado di sostenere conversazioni con gli utenti. Si stima che una percentuale compressa tra il 9% e il 15% degli account Twitter sia composta da “bot” non di rado utilizzati per marketing, propaganda politica, attivismo e campagne di influenza. Al di là del fenomeno degli account automatici, gli oggetti connessi risultano oggi più numerosi rispetto alle persone e si tratta di oggetti che non hanno relazione formale con gli utenti umani, non sono dotati di schermo né interfaccia utente.

Anche individui mai stati online risultano coinvolti da ciò che avviene in rete; tutto è connesso e dirsi “non presenti in Internet” non ha più molto senso. Un attacco hacker nel 2013 ha colpito una importante catena commerciale statunitense ottenendo accesso ai dati personali (carte di credito, indirizzo di abitazione, numero di telefono ecc…) di circa 70 milioni di clienti sfruttando il sistema climatico del network aziendale. Ad essere violati non sono stati soltanto i dati dei clienti che hanno effettuato acquisti sul web ma anche quelli di chi si è recato esclusivamente nei negozi fisici della catena commerciale. Non è dunque indispensabile, sottolinea DeNardis, “essere su Internet” affinché la vita di un individuo possa dirsi in parte dipendente dalla rete. Maggiore è la diffusione delle tecnologie e meno queste si fanno visibili; più sono integrate nei sistemi materiali e meno necessitano di consensi espliciti.

L’integrazione di queste reti di sensori e attuatori nel mondo fisico ha reso la progettazione e la governance dell’infrastruttura cibernetica una delle questioni geopolitiche più significative del Ventunesimo secolo. Ha messo in discussione le nozioni di libertà e le strutture di potere della governance di Internet, e indebolito ancora di più la capacità degli Stati Uniti di affrontare sul piano politico queste strutture tecniche intrinsecamente transnazionali5.

DeNardis evidenzia le strutture di potere integrate nell’ambito infrastrutturale fisico-digitale insistendo sulla rilevanza che l’ibrido fisico-virtuale viene ad assumere a livello economico, sociale e politico. Facendo attenzione a non cadere nel “determinismo tecnologico”, l’autrice si dice convinta che la composizione dell’architettura tecnica sia anche composizione del potere. «Le tecnologie sono culturalmente modellate, contestuali e storicamente contingenti. L’infrastruttura e gli oggetti tecnici son concetti relazionali in cui gli interessi economici e culturali danno forma alla loro composizione»6. Per comprendere le politiche tecnologiche è indispensabile riconoscere tanto le realtà materiali ingegneristiche quanto le costruzioni sociali di queste.

Le leve del controllo della governance di Internet non si limitano affatto alle azioni dei governi tradizionali, ma includono anche: 1. le politiche inscritte nel design dell’architettura tecnica; 2. la privatizzazione della governance, com’è il caso delle politiche pubbliche messe in atto tramite moderazione dei contenuti, termini di servizio sulla privacy; modelli di business e struttura tecnologica; 3. il ruolo delle nove istituzioni globali multi-stakeholder nel coordinare le risorse critiche di Internet oltre confine; e qualche volta 4. l’azione collettiva dei cittadini. Per esempio, la progettazione degli standard tecnici è una faccenda politica. Sono i modelli, o le specifiche, che permettono l’interoperabilità tra prodotti creati da aziende differenti. […] Se i punti di controllo dell’infrastruttura distribuita danno forma, vincolano e abilitano il flusso delle comunicazioni (email, social media, messaggi) e dei contenuti (per esempio, Twitter, Netflix, Reddit), l’infrastruttura connessa con il mondo fisico (corpi, oggetti, dispositivi medici, sistemi di controllo industriale) è in grado di sortire effetti politici ed economici molto superiori7.

Nel rimarcare come la manipolazione diretta e connettiva del mondo fisico attuata attraverso il web possa comportare un miglioramento della vita umana viene però spesso omesso come tali miglioramenti si riferiscano ai tempi e ai fini imposti agli individui dalla “società della prestazione”8 che, nella sua finalità disciplinare si preoccupa di «Come sorvegliare qualcuno, come controllarne la condotta, il comportamento, le attitudini, come intensificare la sua prestazione, moltiplicare le sue capacità, come collocarlo nel posto in cui sarà più utile9. Scrive a tal proposito Salvo Vaccaro:

Alle istituzioni disciplinari con i suoi innumerevoli regolamenti minuziosi e dettagliati, tipici di un apparato amministrativo in via di burocratizzazione e centralizzazione statale nel XVIII e XIX secolo, oggi le nuove tecnologie mediatiche consentono una verticalità abissale della potenza regolativa in grado di controllare persone e cose – basti pensare all’Internet of Things e alla regolazione remota della connessione di funzionamento reciproco umano-macchina specifico alla domotica. Come sempre in ottica foucaultiana, tale potere non è solo repressivo e ostativo, anzi tutt’altro, non fa che ampliare le capacità di conoscenza e di sapere, le forme e i modi del nostro comportamento online e offline, sino a divenire quasi tutt’uno: onlife. Una vita permanentemente connessa, appunto onlife, alimenta e moltiplica a sua volta le opportunità di potere e controllo, grazie al servizio fornito da ciascuno di noi nell’uso del digitale in ogni suo apparato […] e alla governamentalità algoritmica che ne incanala gli usi opportuni, anche al fine di espandere mercati, creare nuovi business e nuove imprese, accrescere profitti e più in generale beneficiare l’economia. La mercatizzazione della società in via di digitalizzazione automatizza la gestione manageriale degli individui sia come corpi fisici che come corpi virtuali, assegnando loro funzioni, standard, obiettivi, distribuendo loro incentivi e disincentivi, integrandoli o espellendoli secondo necessità, su scala mondiale, come ci insegnano i processi di delocalizzazione repentina. Questa nuova biopolitica digitale configura inediti assetti di potere ridisegnando le relazioni che ne tessono la trama e ne delineano forme plastiche, fluide, mobili, e tendenze dinamiche, vorticose, al limite caotiche. La velocità di evoluzione e trasformazione repentine delle innovazioni tecnologiche ne sono l’emblema, la cifra, sarebbe proprio il caso di dire, che si tratta di individuare al fine di cogliere il terreno su cui attualmente ci muoviamo, di intercettare le faglie di resistenza agli effetti di potere che la nuova tecnologia politica scatena, infine di sperimentare inedite forme di conflitto all’altezza con il divenire-digitale delle nostre società e delle nostre vite10.

Al di là dell’auto-propaganda degli artefici della manipolazione diretta e connettiva del mondo fisico attuata attraverso Internet, è impossibile non vedervi una potente forma di controllo, una «forma di manipolazione che può essere talmente prossima al corpo umano da arrivare fin dentro esso e tanto lontana quando lo sono dei sistemi di controllo industriale dall’altra parte de mondo»11.

DeNardis pone l’accento su come la capacità di influenza tra digitale e mondo fisico si dia in entrambe le direzioni: se è ovviamene possibile manipolare il mondo fisco connesso attraverso la rete, altrettanto, agendo sulla realtà fisica collegata a Internet è possibile agire sulla realtà digitale. L’autrice si sofferma sulla questione della governance in un tale contesto a proposito di privacy, sicurezza e interoperabilità. In ambito di privacy vengono, ad esempio, analizzati non solo quegli ambiti – industriali, abitativi, sociali e persino relativi al corpo umano – un tempo nettamente sperati dalla sfera digitale, ma anche gli aspetti discriminatori, come nel caso del ricorso ai dati accumulati online ai fini lavorativi, assicurativi e polizieschi.

Nel volume viene evidenziata «la dissonanza cognitiva tra come la tecnologia si stia rapidamente spostando nel mondo fisico e come le concezioni di libertà e governance globale siano invece ancora legate al mondo della governance e della comunicazione»12. A lungo si è insistito sul ruolo dell’autonomia umana e dei diritti digitali nel contesto della web pensandolo come «una sfera pubblica online per la comunicazione e l’accesso alla conoscenza. L’obiettivo delle società democratiche è stato preservare “una rete aperta e libera”: un concetto acritico che è diventato più che altro un’ideale feticizzato»13. La questione della “libertà di Internet” ha certamente un suo sviluppo storico ma ha sempre teso a concentrarsi sulla libera trasmissione dei contenuti sottostimando tanto la questione dei diritti umani alla luce del contesto cyberfisico quanto il controllo dell’informazione esercitato non solo da parte del potere autoritario ma anche del settore privato14.


Bibliografia

  • Calzeroni Pablo, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019.
  • Chicchi Federico, Simone Anna, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017.
  • Dal Lago Alessandro, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.
  • DeNardis Laura, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma 2021.
  • Foucault Michel, Le maglie del potere, in Archivio Foucault, III. Estetica dell’esistenza, etica, politica (1978-1985), Feltrinelli, Milano 1998.
  • Giannuli Aldo, Curioni Alessandro, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine 2019.
  • Han Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.
  • Vaccaro Salvo, Gli algoritmi della politica, elèuthera, Milano 2020.
  • Veltri Giuseppe A., Di Caterino Giuseppe, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017.

Su Carmilla – Serie completa: Culture e pratiche di sorveglianza


  1. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma 2021, p. 17. 

  2. Cfr. Aldo Giannuli, Alessandro Curioni, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine 2019. Su Carmilla

  3. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, op. cit., pp. 23-24. 

  4. Ivi, p. 25. 

  5. Ivi, pp. 32-33. 

  6. Ivi, p. 32. 

  7. Ivi, pp. 33-34. 

  8. Cfr.: Federico Chicchi, Anna Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017; Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012; Pablo Calzeroni, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019, p. 23. Su Carmilla

  9. Michel Foucault, Le maglie del potere, in Archivio Foucault, III. Estetica dell’esistenza, etica, politica (1978-1985), Feltrinelli, Milano 1998, p. 162. 

  10. Salvo Vaccaro, Gli algoritmi della politica, elèuthera, Milano 2020, pp. 141-143. Su Carmilla

  11. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, op. cit., p. 35. 

  12. Ivi, p. 38. 

  13. Ibidem. 

  14. Cfr.: Alessandro Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017; Giuseppe A. Veltri, Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017. Su Carmilla

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Cultura della sorveglianza https://www.carmillaonline.com/2021/09/09/cultura-della-sorveglianza/ Thu, 09 Sep 2021 20:30:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67967 di Gioacchino Toni

Pensare alla cultura della sorveglianza contemporanea facendo riferimento all’immaginario della distopia orwelliana rischia di far perdere di vista quanto sta accadendo nella realtà. Se ultimamente si guarda con preoccupazione all’incremento del livello di controllo sugli individui e sulla collettività dispiegato dagli apparati statali, decisamente meno allarme sembra destare quanto in termini di sorveglianza e indirizzo individuale e sociale l’ambito economico sta già, e da tempo, mettendo in atto. È stato detto che il ricorso alla digitalizzazione dell’esperienza umana a scopo di profitto ha potuto prosperare grazie a una certa propensione alla “servitù volontaria” che gli individui sembrano scambiare [...]]]> di Gioacchino Toni

Pensare alla cultura della sorveglianza contemporanea facendo riferimento all’immaginario della distopia orwelliana rischia di far perdere di vista quanto sta accadendo nella realtà. Se ultimamente si guarda con preoccupazione all’incremento del livello di controllo sugli individui e sulla collettività dispiegato dagli apparati statali, decisamente meno allarme sembra destare quanto in termini di sorveglianza e indirizzo individuale e sociale l’ambito economico sta già, e da tempo, mettendo in atto. È stato detto che il ricorso alla digitalizzazione dell’esperienza umana a scopo di profitto ha potuto prosperare grazie a una certa propensione alla “servitù volontaria” che gli individui sembrano scambiare volentieri con qualche “servizio” offerto dal web o qualche piattaforma social attraverso cui supplire a una sempre più marcata carenza di rapporti sociali e di azione fuori dagli schermi, ma tale propensione più che riconducibile alle debolezze umane sembra piuttosto essere il risultato di alcune importanti trasformazioni – non solo tecnologiche – che hanno segnato gli ultimi decenni.

Se la digitalizzazione di numerosi servizi ha praticamente imposto il costante ricorso a Internet – tanto da discriminare nettamente la componente più anziana della popolazione, meno capace di ricorrere alla tecnologia digitale, e quella più svantaggiata economicamente, inevitabilmente meno dotata delle risorse necessarie – non di meno è oggettivamente difficile sottrarsi da quelle piattaforme digitali che sembrano offrire gratuitamente una sensazione di partecipazione, di relazione sociale, di identità e di protagonismo, tanto che vi viene fatto ricorso anche per protestare contro quel controllo sociale a cui si sta contribuendo immettendo dati in rete. Gli utenti delle tecnologie digitali sono «materie prime, merci e macchine produttive da dirigere, impiegare, scansionare e assemblare […]. Nel capitalismo digitale il soggetto-consumatore di beni e servizi è sempre al lavoro perché produce informazione incessantemente»1. Poco importa cosa le persone si scambiano on line, vanno benone anche le proteste più accese e radicali; ciò che conta è che si producano dati in grande quantità.

Quello che è stato chiamato “capitalismo della sorveglianza”2 fuoriesce dagli schermi ed entra nel reale non solo attraverso le applicazioni e le piattaforme che si utilizzano quotidianamente ma anche grazie all'”Intenret delle cose”3, agli oggetti connessi digitalmente con la rete, e lo fa sfruttando: i tempi ristretti imposti agli individui dalla “società della prestazione”4; la propensione a ricorrere a comodi sistemi intuitivi e pronti all’uso percepiti come neutri5; la parcellizzazione dell’apprendimento6; l’accesso selettivo alle informazioni utili a immediate esigenze di relazione7; il desiderio di aderire a una visione certa di futuro pianificata a tavolino dagli elaboratori aziendali a partire dalle informazioni sui comportamenti degli individui8; le politiche progettuali e amministrative che strutturano e finalizzano le tecnologie9; il primato dell’appropriazione temporanea dell’utente sul contenuto nell’ambito di un contesto in cui è la tecnica a delineare i confini delle nuove modalità di una conoscenza sempre più orientata al conformismo10. Si è di fronte al più sofisticato strumento di monitoraggio e predizione comportamentale mai visto all’opera nella storia e buona parte di tali pratiche di controllo e manipolazione sociale non sono in possesso degli Stati, ma di aziende private, le nuove superpotenze11.

Sarebbe importante approfondire il sempre più marcato passaggio di mano della tradizionale funzione censoria, di indirizzo etico, un tempo prerogativa degli Stati, alle grandi piattaforme private di comunicazione e commercio; la partecipazione in rete è sempre più sottoposta alla regolamentazione aziendale piuttosto che alla legislazione degli Stati, tanto che, come si è visto, gli stessi leader politici, se vogliono usufruire delle piazze virtuali per comunicare, devono adeguarsi ai parametri censori decretati dalle corporation. Anche questo è sintomo di un passaggio di consegne divenuto inevitabile nel momento in cui si è incrementata la propensione all’abdicazione della politica all’economia.

È ormai chiaro che il concetto di superpotenza non può essere applicato esclusivamente a uno Stato dotato di un forte apparato militare ma deve contemplare anche l’ambito cibernetico. Se una superpotenza cibernetica per dirsi tale deve poter avere ampio accesso alla rete esercitando un certo controllo dei flussi di dati, allora tale definizione risulta oggi riferibile a colossi come Google, Microsoft, Apple, Amazon e le più importanti aziende fornitrici di tecnologie infrastrutturali e produttrici di microprocessori. Nella riunione sulla sicurezza informatica del G7 del 2017, tenuta ad Ischia sotto la presidenza italiana, accanto ai leader dei sette paesi più potenti del mondo hanno preso posto i rappresentati dei colossi del web e dell’informatica sancendo, ancora una volta, il ruolo sempre più importante di queste grandi corporation sul panorama politico mondiale.

Oggi il 90% delle ricerche su Internet avviene attraverso Google. La stessa Google, insieme a Facebook, controlla oltre il 90% della pubblicità on line. I sistemi operativi di Apple (iOS) e Google (Android) equipaggiano il 99% degli smartphone. Ancora Apple, ma questa volta con Microsoft, forniscono il 95% dei sistemi operativi nel mondo. Il 95% degli under trenta che usano Internet (cioè tutti) ha un profilo Facebook o Instagram (che è sempre di Facebook). Amazon controlla la metà delle vendite on line degli Stati Uniti. Nei paesi occidentali ormai una persona su tre utilizza un assistente vocale come Alexa (Amazon) o Siri (Apple). Un orecchio sempre attivo che ascolta, ascolta, ascolta e immagazzina informazioni. Numeri simili riguardano servizi come la classiche e-mail, le mappe, lo sviluppo di intelligenza artificiale o di auto a guida autonoma12.

A spartirsi gli spazi cloud, ove sono presenti informazioni di ogni tipo, sono Amazon, che controlla quasi la metà del mercato globale, Microsoft – che vanta un rapporto privilegiato con il Pentagono – e Google.

Insomma, “la più grande opera di digitalizzazione mai fatta” è stata in realtà realizzata da queste grandi corporation private che stanno ulteriormente rafforzando la loro capacità di dominio13.

Può pertanto risultare contraddittorio inveire in Internet contro le pratiche di sorveglianza o farlo in una piazza con uno smartphone in tasca, quando non impugnato per digitalizzare prontamente la realtà e diffonderla sui social quasi a volerla certificare all’interno di quel mondo vissuto sempre più come primario. Se è innegabile che la digitalizzazione ha allargato e intensificato la sorveglianza, più difficile è dire quanto questa stessa tecnologia, in un tale contesto, possa essere utilizzata con finalità davvero altre14.

Ad insistere su come siano cambiate negli ultimi decenni l’esperienza e la percezione della sorveglianza è il libro di David Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori (Luiss University Press 2020), uscito originariamente in inglese nel 2018. Con l’espressione “cultura della sorveglianza”, Lyon si riferisce a tutti quegli ambiti di interesse propri solitamente dell’antropologia, come gli usi e i costumi, le abitudini e le modalità con cui si guarda e si interpreta il mondo. Piuttosto che sui centri di potere politico-economico interessati al controllo, l’autore preferisce soffermarsi sulle modalità con cui la sorveglianza viene immaginata e vissuta dagli individui, su come le più banali attività quotidiane siano influenzate dalla sorveglianza e come a loro volta la influenzino e su come si tenda a promuoverla o a prendervi parte rendendola parte del proprio stile di vita.

La sorveglianza non è più soltanto qualcosa di esterno che influisce sulle “nostre vite”. È anche qualcosa a cui i cittadini comuni si conformano – volutamente e consapevolmente o meno –, che negoziano, a cui oppongono resistenza, a cui prendono parte e, in modi nuovi, a cui danno inizio e che desiderano. Da aspetto istituzionalizzato della modernità o modalità tecnologica di disciplina sociale, ora la sorveglianza è stata interiorizzata in modi nuovi. Permea le riflessioni quotidiane sulla realtà e il repertorio delle pratiche quotidiane […] La cultura della sorveglianza è sfaccettata, complicata, fluida e piuttosto imprevedibile15.

La cultura della sorveglianza contemporanea parrebbe dunque caratterizzarsi, rispetto al passato, per una maggiore partecipazione attiva alla propria e all’altrui sorveglianza, in quest’ultimo caso occorre sottolineare che se si possono controllare agevolmente le vite altrui attraverso i social, ciò avviene anche perché i “controllati” fanno di tutto per permetterlo, ossessionati come sono dall’esibirsi sulla rete senza che ciò venga loro direttamente imposto, anche se è chiaro che i sistemi presenti sul mercato, come le piattaforme web, sono esplicitamente progettati per incoraggiare tutto ciò.

Da un parte, il coinvolgimento dell’utente nei confronti di dispositivi e piattaforme come smartphone e Twitter crea dati usati nella sorveglianza delle organizzazioni. E dall’altra gli utenti stessi agiscono come sorveglianti quando controllano, seguono e danno valutazioni ad altri con i loro “like”, le loro “raccomandazioni” e altri criteri di valutazione. Quando lo fanno, non interagiscono solo con i loro contatti online, ma anche con modi subdoli in cui le piattaforme sono create per favorire particolari tipologie di interscambio16.

Circa la consapevolizza della sorveglianza occorre dire che se l’intreccio tra gli ambiti militari, statali e aziendali nelle pratiche di controllo si è palesato nettamente negli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, successivamente il dilagare dei social network ha piuttosto evidenziato un tipo di sorveglianza aziendale volta a estrarre valore dai dati personali. A rafforzare tra la popolazione la percezione del controllo diffuso è stata poi la diffusione nel 2013 da parte di Edward Snowden di documenti relativi a pratiche di sorveglianza telefonica e Internet di massa tra Stati Uniti e Unione europea.

Nonostante l’essere tracciati dalle corporation risulti secondo diverse ricerche tra le maggiori preoccupazioni degli statunitensi, ciò non sembra aver modificato granché la loro partecipazione alla grande macchina di raccolta dati; le stesse rilevazioni Snowden hanno sì generato indignazione e preoccupazione ma non hanno modificato in maniera sostanziale le abitudini dello “stare in rete” e dell’autoprofilazione via social. Come qualsiasi altra cultura, anche quella della sorveglianza si sviluppa in modalità diverse e, soprattutto, tende a trasformarsi rapidamente a maggior ragione in contesti di crescente liquidità sociale.

Per tratteggiare lo sviluppo della cultura della sorveglianza nel libro vengono riportati alcuni esempi di profilazione dei clienti da parte di catene come Tesco e Canadian Tire da cui si apprende che persino l’acquisto di feltrini da collocare sotto le sedie potrebbe influire sulla concessione di un presito. Altro ambito indagato è quello degli aeroporti ove gli individui sapendo di essere osservati modificano il proprio comportamento partecipando così al “teatro della sicurezza”; nell’approssimarsi ai controlli i passeggeri si atteggiano al fine di fornire un’immagine di sé affidabile e trasparente a maggior ragione se appartengono a “categorie” considerate a “rischio” (in cui si può rientrare anche soltanto per avere una determinata tonalità di pelle o per portare la barba)17.

Dopo l’11 settembre negli Stati Uniti l’agenzia statale che sarebbe poi diventata la Homeland Security ha palesato tra le sue priorità quella di strutturare collaborazioni con le società private attive nella raccolta dati dei propri clienti per meglio individuare potenziali terroristi. Si potrebbe dunque essere fermati in aeroporto anche in base a qualche fantasiosa associazione prodotta da un algoritmo che riprende il monitoraggio relativo agli acquisti nei supermercati o ai termini inseriti in un motore di ricerca sul web.

Se non mancano atteggiamenti di resistenza o almeno di ritrosia alla sorveglianza, vi sono anche casi in cui questa viene adottata dai singoli ad esempio attraverso: la “condivisione” del tracciamento tramite GPS di “smartphone amici” (perlopiù in ambito famigliare); il controllo di conoscenti o vicini di casa attraverso le informazioni da loro caricate sui social; i baby monitor utilizzati per controllare la babysitter; i sistemi di telecamere degli allarmi anti-intrusione nelle abitazioni; il monitoraggio delle attività online dei figli attraverso software; più in generale tutti gli oggetti connessi a Internet. Secondo Lyon tutto ciò contribuisce a rafforzare la convinzione che la sorveglianza sia diventata parte di uno stile di vita, un modo con cui ci si rapporta al mondo.

A conocorrere alla grande macchina della sorveglianza sono anche le “automobili senza guidatore” che non solo accumulano dati sugli itinerari e sulle abitudini dei passeggeri ma che, per interagire con essi, necessitano di conoscere numerosi dati che li riguardano, tenendo inoltre presente che tutte queste informazioni verranno sempre più messe in rete con quelle di altri utilizzatori al fine di gestire la viabilità urbana. Le stesse “smart cities” – sul modello che si sta sperimentando a Songdo, nei pressi di Seul in Corea del Sud – possono essere lette, suggerisce Lyon, come veri e propri incubatori della cultura della sorveglianza.

A partire dallo smartphone, con cui soprattutto i più giovani strutturano un rapporto di interazione strettissimo, basato sulla concessione dei dati personali18, le tecnologie di comunicazione digitale si configurano ormai come sensori nella routine quotidiana vissute come del tutto “naturali”. A permettere che quanto è divenuto familiare possa essere vissuto come normalità concorre una cultura che propaganda in maiera martellante l’individualismo e l’autopromozione.

La smania di trasparenza degli ambiti sia privati che pubblici, tanto fisici che digitali, fa leva sull’idea che non si ha “nulla da nascondere”, inoltre a incentivare l’esposizione è il bisogno di percepirsi parte di una comunità. Il desiderio di trasparenza insomma sembra indirizzare a una società di “schiavi della visibilità” in cui ci si sottopone volontariamente al controllo sociale, in un sistema di coercizione dell’individuo impegnato a fornire e a gestire un’immagine personale adeguata alle richieste sociali mercificate.19.

É soprattutto grazie alle tecnologie interattive digitali che avviene il passaggio da una sorveglianza fissa a una fluida.

I dati del contatore dell’elettricità smart mostrano se siete in casa o no. Il vostro smartphone registra la vostra posizione e i vostri “like” oltre alle persone che contattate Ma ciò avviene all’interno di un contesto culturale più ampio, in cui calcolare rischi e opportunità è centrale, precedere il futuro è un obiettivo fondamentale e ovviamente la prosperità economica e la sicurezza dello Stato sono strettamente collegate20.

Ne deriva l’inseparabilità della sorveglianza smart da ciò che lo studioso definisce “social sorting”, ossia lo smistamento sociale sulla base dei dati raccolti sulla rete con lo scopo di profilare gli individui e di sorvegliarli costantemente.

Le tecnologie integrate, indossabili e mobili si infilano facilmente nelle routine e nei regimi della vita quotidiana. Vengono acquistate da persone a cui offrono vantaggi seducenti e convenienti, tra cui miglioramenti personali. L’aspetto più ovvio, con i cellulari e poi con gli smartphone, è che il dispositivo diventa parte della vita, un oggetto personale, non solo uno strumento di comunicazione. Ma più in generale, con lo sviluppo dell’“ubiquitous computing” e dell’Internet delle cose, sia i programmatori che gli “utenti” sono maggiormente consapevoli della necessità di “interfacce” appropriate che diminuiscano la “distanza” tra gli utenti e le loro macchine. Da qui, per esempio, gli accessori di abbigliamento con sensori che troviamo anche in dispositivi di tracciamento personali come Fitbits21.

Se le forme di sorveglianza convenzionali, deputate alla sicurezza nazionale e alle attività di polizia, difficilmente sono associate a “piaceri estetici” e tendono a generare ansia, le nuove forme familiari e quotidiane che la sorveglianza sta adottando si rivelano non solo abili nell’evitare impatti ansiogeni ma riescono persino in diversi casi a rendersi desiderabili e tali tipi di sorveglianza percepita come soft comportano una maggior propensione alla complicità nella sorveglianza di se stessi e degli altri.


Bibliografia

  • Calzeroni Pablo, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019.
  • Chicchi Federico, Simone Anna, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017.
  • Codeluppi Vanni, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino 2007.
  • Id, Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre «vetrinizzazioni», Mimesis, Milano-Udine 2015.
  • Del Corno Mauro, Dalle riunioni online “obbligate” al caso Trump: così i 5 colossi del web hanno aumentato ricchezza e potere. “Ormai contano più degli Stati”. Ecco scenari ed effetti, il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2021.
  • DeNardis Laura, Internet nelle cose. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma, 2021.
  • Del Rey Angélique, La tirannia della valutazione, Elèuthera, Milano 2018.
  • Drusian Michela, Magaudda Paolo, Scarcelli Cosimo Marco, Vite interconnesse. Pratiche digitali attraverso app, smartphone e piattaforme online, Meltemi, Milano 2019.
  • Giannuli Aldo, Curioni Alessandro, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine 2019.
  • Grespi Barbara, Il controllo dei corpi nel quadro dei conflitti contemporanei, in Guerri Maurizio (a cura di), Le immagini delle guerre contemporanee, Meltemi, Milano 2018.
  • Han Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.
  • Ippolita, Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo, Milano, Ledizioni 2012;
  • Id., Anime elettriche, Jaca Book, Milano 2016;
  • Id., Tecnologie del dominio. Lessico minimo di autodifesa digitale, Milano, Meltemi 2017.
  • Id., Il lato oscuro di Google, Milieu, Milano 2018.
  • Lyon David, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, Luiss University Press, Roma 2020.
  • Murri Serafino, Sign(s) of the times. Pensiero visuale ed estetiche della soggettività digitale, Meltemi, Milano 2020.
  • Toni Gioacchino, Immaginari di guerra civile permanente, in Sandro Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del terzo millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021.
  • Veltri Giuseppe A., Di Caterino Giuseppe, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017.
  • Zuboff Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019.

  1. Pablo Calzeroni, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019, p. 23. Su Carmilla

  2. Cfr.: Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Su Carmilla

  3. Cfr. Laura DeNardis, Internet nelle cose. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma, 2021. 

  4. Cfr. Federico Chicchi, Anna Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017; Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012. 

  5. Cfr. Ippolita, Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo, Milano, Ledizioni 2012; Id., Anime elettriche, Jaca Book, Milano 2016; Id., Tecnologie del dominio. Lessico minimo di autodifesa digitale, Milano, Meltemi 2017. Su Carmilla; Id., Il lato oscuro di Google, Milieu, Milano 2018. Su Carmilla

  6. Cfr. Angélique del Rey, La tirannia della valutazione, Elèuthera, Milano 2018. Su Carmilla

  7. Cfr. Giuseppe A. Veltri, Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017. Su Carmilla

  8. Oltre al volume citato di Shoshana Zuboff, si vedano: David Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, Luiss University Press, Roma 2020 e i testi prodotti dal collettivo precedentemente citati. 

  9. Cfr. Laura DeNardis, Internet nelle cose. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, op. cit. 

  10. Cfr. Serafino Murri, Sign(s) of the times. Pensiero visuale ed estetiche della soggettività digitale, Meltemi, Milano 2020. 

  11. Cfr. Aldo Giannuli, Alessandro Curioni, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine 2019. Su Carmilla 

  12. Mauro Del Corno, Dalle riunioni online “obbligate” al caso Trump: così i 5 colossi del web hanno aumentato ricchezza e potere. “Ormai contano più degli Stati”. Ecco scenari ed effetti, il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2021. 

  13. Per le tematiche sin qua tratteggiate si rimanda a Gioacchino Toni, Immaginari di guerra civile permanente, in Sandro Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del terzo millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021

  14. Cfr. Pablo Calzeroni, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, op. cit. Su Carmilla

  15. David Lyon, La cultura della sorveglianza, op. cit., p. 26. 

  16. Ivi, p. 35. 

  17. Cfr. Barbara Grespi, Il controllo dei corpi nel quadro dei conflitti contemporanei, in Maurizio Guerri (a cura di), Le immagini delle guerre contemporanee, Meltemi, Milano 2018. Su Carmilla

  18. Cfr. Michela Drusian, Paolo Magaudda e Cosimo Marco Scarcelli, Vite interconnesse. Pratiche digitali attraverso app, smartphone e piattaforme online, Meltemi, Milano 2019. Su Carmilla

  19. Cfr. Vanni Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino 2007. Id, Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre «vetrinizzazioni», Mimesis, Milano-Udine 2015. Su Carmilla

  20. David Lyon, La cultura della sorveglianza, op. cit., p. 105. 

  21. Ivi, p. 106. 

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Illusioni partecipative. Il populismo della/nella rete nell’era della post-verità https://www.carmillaonline.com/2017/09/24/illusioni-partecipative-populismo-dellanella-rete-nellera-della-post-verita/ Sat, 23 Sep 2017 22:02:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40564 di Gioacchino Toni

«Ritengo che la fortuna dei movimenti d’opinione che chiamiamo populismi sia in gran parte dovuta alla diffusione della comunicazione digitale e quindi al prevalere dei soggetti digitali sugli esseri umani reali. Proprio per il fatto di essere attivo soprattutto nella dimensione virtuale questo tipo di attore ha caratteristiche uniformi, modulari, che integrano quelle eterogenee degli esseri sociali reali. Così, indipendentemente dalla professione, dalla posizione sociale, dall’educazione e così via, i soggetti digitali tenderanno a provare le stesse paure, a manifestare le stesse ossessioni, a essere sensibili agli stessi messaggi politici. [...]]]> di Gioacchino Toni

«Ritengo che la fortuna dei movimenti d’opinione che chiamiamo populismi sia in gran parte dovuta alla diffusione della comunicazione digitale e quindi al prevalere dei soggetti digitali sugli esseri umani reali. Proprio per il fatto di essere attivo soprattutto nella dimensione virtuale questo tipo di attore ha caratteristiche uniformi, modulari, che integrano quelle eterogenee degli esseri sociali reali. Così, indipendentemente dalla professione, dalla posizione sociale, dall’educazione e così via, i soggetti digitali tenderanno a provare le stesse paure, a manifestare le stesse ossessioni, a essere sensibili agli stessi messaggi politici. Le differenze degli attori sociali reali sono integrate nell’uniformità delle loro versioni o estensioni digitali» (A. Dal Lago, Populismo digitale, pp. 73-74)

«La ‘post-truth politics’ appare come un processo di deterioramento degli spazi di discussione della sfera pubblica in cui, soprattutto quelli online, sembrano luogo valido solo per il rafforzamento delle proprie credenze pregresse. [Si tratta di una] degenerazione che va tutto a vantaggio delle forze populiste [che] hanno saputo trasformare il web in un luogo utile per il consolidamento del loro macroframe, che ha bisogno di massicce dosi di sfiducia e di una dinamica fortemente conflittuale per poter crescere e affermarsi» (G. A. Veltri, G. Di Caterino, Fuori dalla bolla, p. 11)

Dalla grave crisi economica e sociale contemporanea sono scaturite paure collettive e incertezze di cui hanno approfittato leader politici populisti e ciò avviene in un contesto caratterizzato dall’importanza assunta dalla comunicazione digitale nell’informazione e nella narrazione politica che, non di rado, non lesina di ricorrere a false notizie. Tali questioni sono al centro delle analisi di due saggi usciti recentemente: Alessandro Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra (Raffaello Cortina Editore, 2017) e Giuseppe A. Veltri – Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, (Mimesis, 2017).

Pur restando in Italia la televisione il principale strumento di informazione e intrattenimento, conviene riportare qualche dato per farsi un’idea della diffusione della comunicazione digitale in rete, tenendo presente che tra i più giovani quest’ultimo strumento è comunque già prioritario. «Secondo l’ultimo rapporto Censis-Ucsi [2016] sulla comunicazione, il 73,7% degli italiani sono sul web, con punte del 95,9% per quel che riguarda gli under 30 […] Facebook viene utilizzato dal 56,2% degli italiani, raggiungendo un’utenza dell’89,4% tra gli under 30. Nel mondo sono iscritti a Facebook 1 miliardo e 650 milioni di persone. A connettersi ogni giorno più di un miliardo, con 45 miliardi di messaggi scambiati nelle 24 ore. Youtube ha circa un miliardo di utenti, Instagram ne ha 500 milioni e Twitter 300 milioni» (G. A. Veltri, G. Di Caterino, Fuori dalla bolla, p. 9). Tali dati suggeriscono le potenzialità dalla rete nei processi di orientamento dell’opinione pubblica contemporanea, soprattutto della sua componente più giovane. Le posizioni politiche populiste non solo hanno saputo sfruttare gli ambienti digitali, soprattutto i social media, ma, come vedremo, i populismi sembrano essere, almeno in parte, il risultato della logica prevalente prodotta da tali ambienti.

 

Il populismo della/nella rete…

Il volume di Dal Lago si concentra su quello che egli definisce “populismo digitale”: populismo in quanto i leader pretendono di agire in base al mandato diretto del popolo e digitale perché la relazione leader-popolo viene a darsi soprattutto nella rete. L’analisi prende il via dalla constatazione di come, da qualche tempo, il ricambio di leader politici sia rapidissimo e l’ipotesi avanzata dall’autore è che «l’imprevedibilità elettorale dipenda dal prevalere della politica digitale su quella reale» (p. 11). Visto che buona parte delle scelte della vita pubblica sembra essere ormai elaborata proprio nella rete, il prevalere della politica virtuale su quella reale avrebbe trasformato l’opinione pubblica in opinione digitale.

Esiste evidentemente un legame tra il declino dell’informazione tradizionale e l’ascesa della rete ma, sottolinea il sociologo, Internet non dovrebbe essere pensato come sostituto dei media nati precedentemente ma, piuttosto, come sistema d’integrazione di vari media, dunque di vari tipi di messaggio. Prima dell’era della rete erano soprattutto i giornali e la televisione generalista, con la loro capacità di definizione della situazione politica, ad influenzare l’opinione e pilotare il consenso. Tali media tradizionali avevano un ruolo importante nel determinare le crisi politiche e nell’orientare i cittadini-spettatori che, di tanto in tanto, venivano chiamati a partecipare esercitando la loro azione sul terreno politico attraverso il voto.

Non sono certo mancate stagioni in cui i cittadini hanno saputo forzare la scena politica prendendo direttamente la parola e imponendo l’agenda e l’indirizzo della politica al di fuori della delega elettorale; si pensi alla conflittualità che ha caratterizzato l’Italia deli anni ’60-’70, periodo in cui la classe operaia ha dato prova di autonomia decisionale e politica dotandosi anche di propri strumenti comunicativi. Tuttavia, è indubbio il ruolo di primo piano svolto dai mezzi di comunicazione di massa generalisti nell’orientare l’opinione pubblica.

Con l’affermazione di internet, sostiene Dal Lago, i media tradizionali hanno diminuito la loro capacità d’indirizzare i cittadini che, rendendosi relativamente più indipendenti da essi, hanno intravisto la possibilità di agire direttamente sul sistema politico proprio attraverso Internet. Gli apologeti delle potenzialità partecipative offerte dalla rete insistono solitamente nell’indicare come essa offra una pluralità di fonti informative senza precedenti, come gli utenti possano intervenire direttamente sulle questioni di pubblico interesse e sulla possibilità dei leader politici di comunicare direttamente con i cittadini-utenti bypassando la mediazione dei mezzi d’informazione tradizionali. Tali entusiasmi, però, evitano di fare i conti con il fatto che la rete non manca di svolgere un’attività di condizionamento; si pensi, ad esempio, alla non neutralità degli algoritmi utilizzati dai motori di ricerca o a come, attraverso la profilatura degli utenti, questi non solo sono indirizzati al consumo, ma finiscono per diventare merce essi stessi. Insomma, nonostante la libertà che si gode sulla rete sia assai minore di quella che molti credono, il web produce una notevole illusione di indipendenza.

Il nuovo tipo di rapporto strutturato dalla rete tra leader e pubblico digitale viene definto da Dal Lago «double bind politico-comunicativo». Con double bind si intende, nell’ambito comunicativo, «il sovrapporsi di due ingiunzioni contraddittorie rivolte a un soggetto in condizione subordinata (one-down) da parte di un’istanza superordinata (one-up)» (p. 19). Un caso di double bind politico è, ad esempio, “Ti ordino di essere libero”. Il double bind risulta efficace anche nel controllo delle procedure politiche che formalmente si presentano come democratiche. «Finora il tentativo più interessante e in parte riuscito di trasformare il double bind comunicativo (o illusione di essere liberi in rete) in double bind politico (ovvero l’illusione di decidere in rete) si deve senz’altro all’italiano Gianroberto Casaleggio (1954-2016) e alla sua pseudo-utopia di una democrazia esclusivamente digitale» (pp. 18-19).

Se è bene ribadire che una delle cause principali dell’ascesa dei populismi, e della più generale deriva di destra, è da ricercarsi nell’incapacità delle sinistre di fare i conti con i processi di globalizzazione, è altrettanto vero che internet sembra offrire ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale.

I leader carismatici contemporanei tendono a prescindere dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità e dall’indifferenziabilità dei partiti tradizionali. «Inevitabilmente, questi leader neo-carismatici tenderanno a rafforzare i rapporti con il loro pubblico e quindi a perseguire politiche neo-nazionalistiche, protezionistiche in economia e ostili agli stranieri. Visto in questa prospettiva il populismo digitale è dilagante [e] capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo. Qui si manifesta un paradosso evidente. La digitalizzazione della cultura è uno degli aspetti decisivi della globalizzazione, ma ora sembra che stia provocando un vero e proprio rigetto anti-globalizzazione» (p. 22).

Dopo essersi dedicato, nel primo capitolo, all’analisi delle categorie di popolo e populismo, nel secondo Dal Lago indaga l’affermarsi dell’illusione partecipativa grazie alla rete. La sensazione trasmessa agli utenti dal web è quella di abitare quello stesso mondo che si presenta loro sui monitor dei dispositivi digitali. L’autore si sofferma su come la velocità di trasmissione dell’informazione digitale possa incidere sulla realtà esterna al web, tanto che il capitolo è emblematicamente intitolato “La realtà come costruzione virale”. Secondo lo studioso si può parlare oggi di realtà virale «ogni qual volta la dimensione spazio-temporale della rete irrompe nella vita sociale» (p. 63).

La percezione di autenticità e democraticità trasmessa dal web, tende a trasformare qualsiasi notizia in notizia vera almeno finché non viene provato il contrario, ammesso che quando ciò avviene interessi ancora. «Nello spazio-tempo di Internet, una notizia, per il solo fatto di circolare, corrisponde a un fatto reale […] Una notizia può essere attivata da qualsiasi fonte, naturale, scritta, visiva o digitale: nel momento in cui entra nei meccanismi della diffusione della rete, può diventare virale e quindi vera, anche se non ha alcun fondamento reale» (p. 64). Si pensi, ad esempio, a come lo staff di Donald Trump ha lavorato sulla falsa notizia che voleva Barack Obama nato in Kenia, dunque non candidabile alla Casa Bianca. A Trump è bastato dichiarare via Twitter nel 2012 di avere ricevuto notizia della falsità del certificato di nascita di Obama da una non meglio precisata “fonte estremamente credibile”, per potersi permettere di ignorare le smentite documentate praticamente fino alla propria elezione, quando ormai la verità circa la candidabilità del rivale risultava del tutto ininfluente in termini elettorali.

Dal Lago sostiene che la versione Internet dei movimenti tradizionalmente sociali della vita pubblica si presenta non come comunità di individui in carne ed ossa ma come utenti della rete e ciò li rende paradossalmente simili e omogenei a prescindere dalle differenze ideologiche, geografiche e di genere. All’esperienza diretta si sostituirebbe «lo scambio di informazioni mediato, sullo schermo del computer, dalla scrittura, dalle immagini e da entrambi» (p. 69). In tale dimensione, continua lo studioso, non si appare come individui dotati di faccia ma come icone di se stessi.

Nell’invadere la sfera pubblica, la digitalizzazione la trasforma assorbendola nella rete e nel delegare le esperienze sociali alla rete si determina un’espansione della sfera privata a spese di quella pubblica. L’individuo in carne e ossa tende a delegare all’informatica la soddisfazione di bisogni reali perdendo la relazione sociale a favore di quella virtuale. Sarebbe dunque così che, secondo l’autore, la sfera politica viene assorbita all’interno di quella digitale e «i soggetti digitali tenderanno a provare le stesse paure, a manifestare le stesse ossessioni, a essere sensibili agli stessi messaggi politici. Le differenze degli attori sociali reali sono integrate nell’uniformità delle loro versioni o estensioni digitali» (pp. 73-74).

Una caratteristica riscontrabile nei dibattiti digitali, sostiene Dal Lago, è la tangenzialità: raramente gli interlocutori entrano nel merito di ciò che commentano, solitamente si limitano a sfruttare l’occasione per ribadire punti di vista e credenze già posseduti e sostanzialmente indipendenti da ciò che si dovrebbe commentare. Nelle discussioni l’utente digitale pare essere alla ricerca di un pretesto per sfogarsi, per ribadire le proprie credenze in maniera, appunto, tangenziale rispetto alla questione iniziale. Dunque si tratterebbe di un tipo di dibattito in cui si interviene senza argomentare. Molte discussioni, inoltre, non sono affrontate da una comunità duratura, per quanto virtuale, ma risultano del tutto occasionali. «È vero che su Facebook ci si può iscrivere a gruppi di discussione più o meno stabili e che spesso i commentatori degli articoli online sono sempre gli stessi, ma si tratta, appunto, della partecipazione a ritornelli o a cori, non della creazione di relazioni stabili» (pp. 80-81).

L’interattività offerta dalla rete finisce frequentemente col rafforzare la conflittualità all’interno di essa; «i ritornelli identitari e oppositivi lasciano spazio, dopo alcune decine di commenti e scambi, a iperboli negative e insulti» (p. 81). Da tali conflittualità in rete deriva una «cultura linguistica del tutto coerente con le iperboli del populismo digitale (evidente in personaggi come Trump e Grillo), la diffusione di pseudo-notizie e così via» (p. 84). I populisti contemporanei trovano dunque in Internet un valido alleato visto che «corrispondono perfettamente allo stile delle discussioni in rete. Ed ecco, perciò, come le inclinazioni degli utenti attivi di Internet incontrano quelle dei leader» (p. 91).

Nel terzo capitolo del saggio viene affrontata la diffusione del populismo digitale e il paradosso che vede proprio i politici digitali, i più attivi nel processo di virtualizzazione della politica, farsi paladini del localismo e dell’identitarismo. Dal Lago individua nei populismi contemporanei diverse analogie con il fenomeno peronista. In generale, i leader del populismo digitale tendono a far coincidere la propria persona con l’essenza della democrazia, a mostrare il proprio movimento come capace di superare la vecchia distinzione tra destra e sinistra, dunque, di fatto, a pescare delusi da entrambi gli schieramenti e a prospettare una società priva di conflitti, apolitica.

La rete si presenterebbe, dunque, come ambiente che unifica le politiche para-fasciste contemporanee rendendole comunicabili e comunicanti. Se i diversi leader attuassero ciò che propagandano potrebbero in diversi casi portare i rispettivi paesi in rotta di collisione l’uno con l’altro ma, sostiene Dal Lago, «tra tutti questi leader si sta affermando uno stile comune, circolano le stesse parole d’ordine, si sviluppa una sorta di simpatia politica globale. E qui c’è un paradosso. I para-fascisti odiano la globalizzazione, spingono tutto verso il nazionalismo più esasperato (“padroni a casa nostra!” è il loro slogan prediletto), ma si muovono tutti nello stesso ambiente virtuale» (pp. 116-117).

L’autore si mostra ben consapevole di come il fascismo digitale, pur sviluppandosi in ambiente virtuale, si nutra della crisi politica, economica, sociale e culturale ma, sostiene, «il punto è che virtuale e reale tendono a fondersi – o, meglio, il virtuale assorbe il reale e lo modella a suo piacimento. Poiché, in rete, le bufale più colossali sembrano verità per il solo fatto di essere pubblicate, non c’è da stupirsi che l’ondata para-fascista in questione se ne alimenti e le riproduca» (p. 117).

Il populismo digitale non è però riconducibile soltanto agli outsider che si presentano come sbucati dal nulla; lo si ritrova anche all’interno di partiti e movimenti tradizionali formalmente democratici. «Si tratta per il momento di correnti più o meno sotterranee, di un’evoluzione apparentemente pacifica e indolore della democrazia post-bellica, della creazione di formazioni politiche “unitarie”, consociative, non conflittuali» (p. 119). Qui l’autore fa riferimento al Partito della nazione di Matteo Renzi che, rimarcando l’abbandono della vecchia distinzione destra-sinistra, pretenderebbe di ottenere una maggioranza superiore al 51%, oppure, all’esperimento francese di Macron, presentato agli elettori come superamento delle vecchie divisioni ideologiche. In entrambi i casi citati si tratta di progetti politici che pretendono di combattere i populismi emergenti con le medesime armi. Insomma, tutti questi politici populisti, tali più o meno a loro insaputa, un po’ come Peron, sostiene Dal Lago, sognano una nazione pacificata, apolitica, sotto il comando di un uomo solo carismatico. All’ascesa del MoVimento 5 Stelle viene dedicato il quarto, ed ultimo, capitolo, dal titolo “Il fascismo travestito da democrazia diretta”.

 

… nell’era della post-verità

In Fuori dalla bolla Giuseppe A. Veltri e Giuseppe Di Caterino indagano le dinamiche che sono alla base del formarsi delle opinioni e delle decisioni degli individui in un contesto contemporaneo caratterizzato da un’epocale trasformazione tecnologico-comunicativa. Nel volume ci si rifà alla definizione di populismo data da Jan-Werner Müller che lo definisce come «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. Gli attori politici non dediti a questa causa semplicemente non sono populisti. Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico. In altre parole non ci può essere populismo senza qualcuno che parli a nome del popolo nel suo insieme […] è questa la rivendicazione di fondo del populismo solo una parte del popolo è davvero il popolo […] ciò che distingue i democratici dai populisti è che i primi formulano le pretese di rappresentanza quasi come ipotesi che possono essere empiricamente confutate sulla base dei risultati effettivi di procedure e istituzioni regolari quali le elezioni […] i populisti al contrario, persistono con la loro pretesa di rappresentanza a qualunque costo perché essa è di natura morale o simbolica, non empirica, dunque non può essere confutata» (Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, 2017).

Alla vecchia idea che in economia, ma non solo, le decisioni prese dagli individui derivino da procedimenti sostanzialmente razionali, negli ultimi decenni si è affiancato il convincimento che vuole una parte delle decisioni derivare da forme prevedibili di irrazionalità. Secondo diversi studiosi gli individui prenderebbero decisioni soprattutto sulla base «di quello che gli psicologi chiamano “Sistema 1” o del pensiero veloce, che utilizza scorciatoie mentali ed è condizionabile dalle emozioni, anziché fare ricorso al “Sistema 2” o del pensiero lento» (p. 19). Gli individui si trovano in sostanza ad alternare decisioni ponderate, proprie del “pensiero lento”, in cui, ricorrendo a regole logiche, prendono in esame tutte le informazioni disponibili, a decisioni prese in modalità rapida, selezionando soltanto alcune di queste informazioni. È indagando tali modalità decisionali dell’individuo che Daniel Kahneman e Amos Tversky, approfondendo il comportamento economico individuale, ottengono il Nobel per l’economia del 2002 ma, più in generale, sostengono Veltri e Di Caterino, sono gli stessi governi a ricorrere sempre più spesso alla teoria dei due Sistemi per rendere le politiche pubbliche più efficaci.

Ad essere preso in esame dai due autori è anche il legame esistente tra le credenze di un individuo e la sua identità, una componente non irrilevante della quale è definita dall’ambiente sociale e, soprattutto, dai gruppi sociali a cui è legato, la cosiddetta identità sociale. I membri di ogni gruppo sociale hanno una base di credenze comuni che pare vengano elaborate in una parte del cervello diversa da quella utilizzata per il ragionamento razionale. «La conseguenza è che tali credenze sono molto resistenti alla logica o alle evidenze empiriche perché metterle in discussione vuol dire danneggiare la nostra appartenenza al gruppo sociale a cui apparteniamo, mettendo a rischio i benefici sociali che ne riceviamo» (p. 26). L’individuo tenderebbe dunque a prendere posizione in modo da assecondare la sua partecipazione alla rete sociale a cui appartiene e, nell’età contemporanea, occorre fare i conti, soprattutto per i più giovani, anche con la partecipazione ai social network.

I media tradizionali, per il loro essere gerarchici e unidirezionali, necessitano della fiducia dei fruitori e di una realtà sociale il più possibile omogenea. Aumentando la frammentazione sociale e venendo meno un nucleo omogeneo rilevante, diventa difficile per tale tipo di media rispondere a interessi e necessità a loro volta frammentate e differenziate. «Nella network society, il fabbisogno comunicativo viene soddisfatto dalla partecipazione di quelli che erano una volta gli utenti attraverso Internet, prima nella sua incarnazione 1.0 e successivamente in modo ancora maggiore attraverso le piattaforme del social web o Web 2.0» (p. 34). L’informazione via social media sembrerebbe risultare più attraente rispetto a quella dei media tradizionali perché i social media risultano meglio in grado di catturare la complessità ed appaiono più credibili rispetto ai media istituzionali in quanto composti da parigrado. Inoltre, nel suo complesso la rete viene percepita in grado di rappresentare equamente la pluralità dei punti di vista. Si tratta, evidentemente di una visione della rete idillica che non trova riscontro nella realtà dei fatti. «L’autenticità della comunicazione online è spesso basata sull’illusione di una similitudine con le forme di interazione offline: il fatto di poter interagire con individui specifici dà l’impressione di conoscere con chi si parla. Tuttavia, il problema principale delle aspettative sulla comunicazione in Rete dipende da una errata nozione di senso comune di rappresentatività delle opinioni. Visto che le varie voci presenti sui social network sono considerate come rappresentazioni genuine delle comunità da cui provengono, in contrasto con il contenuto prodotto dai media tradizionali, le si considera come rappresentative delle opinioni di una intera comunità, o quantomeno della loro somma. Questo vuol dire che una bassa fiducia in qualche singolo individuo non intacca la fiducia nel collettivo, perché ogni membro della comunità online viene considerato come indipendente e quindi non condizionato dai singoli non credibili» (p. 35).

Occorre, inoltre, tener presente che la percentuale di utenti attivi in rete nel produrre contenuto è molto bassa rispetto agli utenti fruitori e ciò significa che questi utenti attivi non sono assolutamente rappresentativi della comunità di cui fanno parte e che la comunicazione in Internet tende ad avvenire tra membri di una comunità tendenzialmente omogenea e propensa ad autoconfermare le credenze che già la caratterizzano.

Diversi studi hanno dimostrato come gli individui, nel condividere contenuti nei social network, diano scarso valore alla loro veridicità ed accuratezza: «contenuti affidabili e inaffidabili hanno la stessa probabilità di essere condivisi su Facebook […] Allo stesso modo, la vita media di una storia scientifica e di una teoria complottista online sono estremamente simili […] e concentrate in un arco temporale molto breve, a indicare anche come in Rete vi sia una limitata capacità di attenzione. Questa limitata attenzione incide sul fatto che nessuno abbia il tempo di verificare l’accuratezza delle informazioni condivise mentre si fa affidamento su una valutazione basata su scorciatoie mentali» (pp. 39-41).

Se in generale la valutazione della veridicità dell’informazione dipende dalla credibilità della fonte di provenienza, nelle reti sociali si finisce per condividere informazioni senza alcuna verifica semplicemente perché si ritiene che lo abbia fatto qualcuno degli altri appartenenti alla rete sociale di cui si è parte. Più la fonte di informazione è ritenuta “vicina”, maggiore è la credibilità che si è disposti a concederle. «Per questa ragione, tutti i principali attori tecnologici che operano nella Rete hanno investito per creare filtri in grado di articolare un flusso di informazioni rilevante per ciascuno. L’esempio principale è Google che nel 2009 ha introdotto la sua ‘personalised search’ […] In sostanza, l’uso del motore di ricerca di Google venne modificato per mostrare i risultati di una ricerca in base alla storia di navigazione web di ogni utente […] Negli anni recenti, Google ha ridimensionato questo effetto di filtro ma la tendenza generale non è cambiata: in tante piattaforme online, la personalizzazione delle informazioni è comunque presente […] ognuno si ritrova in una bolla in cui riceve solo informazioni che confermano ciò [in cui crede] Questa forma di algorithmic gatekeeping modifica il libero flusso di informazioni. Visto che un numero sempre maggiore di persone utilizza i social network per informarsi […], il timore riguardo gli effetti sociali di questi filtri appare giustificato. Per questa ragione si parla oggi di echo chambers, una metafora che sta a indicare il fatto che membri di una comunità online si possano trovare nella situazione in cui le proprie opinioni vengono rimbalzate, con conseguente effetto-rafforzamento» (pp. 42-43). Dunque, i contenuti che raggiungono l’individuo sulla rete sono in parte pre-selezionati ed il trovarsi all’interno di una bolla tendenzialmente rafforza il ricorso dell’individuo a quelle scorciatoie mentali a cui abbiamo fatto riferimento presentemente.

Una parte dell’analisi di Veltri e Di Caterino è dedicata al fenomeno della viralità di diffusione in rete di alcuni contenuti rispetto ad altri. Innanzitutto hanno maggiore possibilità di condivisione «contenuti di natura emotiva, umoristica e che ‘risuonano’ con interessi e aspetti salienti della vita di molte persone» (p. 47). In secondo luogo i processi virali sembrano dipendere «anche dal ruolo dei ‘network gatekeeper’, individui che sono in grado di diffondere informazioni a molti altri raggiungendo rapidamente una massa critica di condivisioni che innesca altre» (p. 47). Veltri e Di Caterino sottolineano come le possibilità di rendere virale un contenuto siano diseguali per i diversi appartenenti alle comunità di rete: su Twitter, ad esempio, si hanno pochi soggetti con milioni di followers e questi hanno sicuramente maggiori possibilità di rendere virali i loro contenuti rispetto ai milioni di utenti con un basso numero di followers. Tutto ciò non significa che non si possano dare eventi virali online generati dal basso, semplicemente mostra come non tutti abbiano le medesime possibilità di diffusione di materiali.

Sarebbe un errore pensare che l’influenza del web si eserciti soltanto sui suoi “destinatari diretti”; dalla rete attingono ampiamente anche gli operatori dell’informazione tradizionale. Innanzitutto il web è ormai individuato come luogo, al pari di altri, in cui accadono eventi che possono diventare notizie sui media tradizionali. Inoltre i giornalisti attingono dal web informazioni aggiuntive rispetto a quelle di cui sono in possesso (ad es. setacciando nei social network i profili degli individui di cui intendono parlare). Gli operatori dell’informazione tradizionale, poi, utilizzano la rete anche per captare gli umori dell’opinione pubblica senza dover affrontare inchieste sul campo. «In questo modo il clima respirato sul web si sedimenta nella mente degli operatori dell’informazione e degli opinion makers. Con la conseguenza che la websfera si trasforma in simulacro dell’opinione pubblica: quello che accade sulla Rete è equazione diretta di quello che pensano tutte le persone, è un segnale inequivocabile dei sentimenti che attraversano il Paese, delle sue domande, delle sue necessità. Un’equazione alimentata, e per questo rafforzata, anche dai politici per ragioni di propaganda politica o, perlomeno, nella speranza della profezia destinata ad autoavverarsi» (pp. 64-65).

Il web, sognato come strumento che, grazie alla sua supposta orizzontalità, poteva contribuire a migliorare la partecipazione democratica, sembra essersi tramutato in un luogo ove proliferano iniziative propagandistiche e di manipolazione dell’informazione. Ormai «la targettizzazione consentita attraverso i big data è di una tale precisione per cui si possono somministrare notizie diverse da individuo a individuo, con l’obiettivo di orientarne le decisioni elettorali. Inoltre perché nessuna autorità indipendente potrà mai controllare la dieta informativa che viene offerta a ogni singolo utente, e quindi la presenza o meno di fake-news» (p. 67).

Secondo Veltri e Di Caterino, in Italia, i primi a comprendere le possibilità della rete per orientare il consenso sono stati Grillo e Casaleggio. I due sono stati capaci di costruire, sull’onda dell’indignazione diffusa, «un’architettura di siti, in grado di presidiare differenti hub della rete, attraverso un meccanismo ben descritto da una recente indagine della testata BuzzFeed news [qua], che ha spiegato anche il peso delle false notizie in questa loro strategia […] Anche il leader leghista Salvini negli ultimi anni ha concentrato i suoi sforzi comunicativi sulla Rete, con una strategia diversa ma non dissimile da quella del M5S. Il ricorso alla fake-news appare limitato a quei temi che sono il cavallo di battaglia del posizionamento leghista, a cominciare da quello degli immigrati ospitati in strutture di lusso con tutti i comfort (e gli italiani, invece, lasciati soli ad affrontare le durezze della crisi economica)» (pp. 69-71). Nonostante la strategia del leader leghista appaia meno organizzata rispetto a quella del M5S, pare comunque essere di una certa efficacia. In generale Salvini tende ad utilizzate la propria pagina personale sul web per «veicolare l’immagine di persona semplice, simile nei comportamenti e nei gusti a tantissimi italiani, e quindi distante da un certo stereotipo del politico di sinistra inconcludente ed elitario» (p. 71).

La modalità con cui i politici populisti dei diversi paesi presenziano in rete è tutto sommato abbastanza simile. «Una modalità di straordinaria efficacia, che fa leva sulle emozioni, che rispetta tutti i principi dello storytelling e delle sue figure prototipiche, l’eroe e l’antieroe, i rispettivi aiutanti, l’oggetto di valore. Ma soprattutto una narrazione che attinge e alimenta bufale funzionali a conferire a tutto questo credibilità e verosimiglianza» (p. 71). In effetti le bufale si rivelano estremamente utili alle politiche populiste che fanno costantemente leva su una narrazione dell’antipolitica costruita sulla sfiducia nei confronti dei partiti e dei media tradizionali: «da un parte ci sono le élite, inconcludenti e disoneste che vivono in condizioni di privilegio; dall’altra ci sono le persone normali che non arrivano alla fine del mese; delle élite fa parte anche il sistema d’informazione che non vuole che i cittadini sappiano come stanno le cose; per questo ci fanno anche la morale, ma noi non dobbiamo più crederci, perché tutto quello che dicono è funzionale solo ai loro interessi, adesso è il momento di ribellarsi» (p. 72).

Soprattutto nella sua parte finale del saggio, Veltri e Di Caterino ragionano circa la possibilità di una cultura politica del web alternativa a quella populista a partire dalla convinzione che così «come l’avvento della Tv pubblica ha fornito un impulso decisivo alla costruzione del racconto sulla società di massa, come le Tv commerciali hanno permesso la legittimazione di nuove soggettività sociali che ben presto si sono tramutate anche in un’offerta politica, anche le nuove tecnologie sociali stanno svolgendo una funzione omologa; attorno alle grande trasformazioni mediatiche si possono leggere in controluce le fasi della vita repubblicana, le trasformazioni nel rapporto tra società e partiti, la nascita di nuove soggettività politiche, la trasformazione di vecchie. Le tecnologie sociali si sono inserite nella crisi dei soggetti e delle forme della rappresentanza tradizionale accelerandone la dinamica» (p. 12).

La rete ha reso obsolete le forme di intermediazione esistenti nella politica tradizionale mettendo a contatto diretto, o almeno dandone l’illusione, politici e cittadini. I partiti di sinistra, sostengono gli autori, sembrano restare ancorati all’idea di matrice francofortese che percepisce l’opinione pubblica totalmente acritica e passiva in balia della manipolazione esercitata dai media, soprattutto la televisione. Tale convincimento, continuano Veltri e Di Caterino, ha comportato un atteggiamento della sinistra nei confronti della televisione di tipo contenitivoregolatore e tale idea pare essere stata mantenuta anche nei confronti dei social network. Il rischio di tale approccio normativo, sostengono i due studiosi, è quello di non prendere in considerazione il fatto che «i media non sono (solo) strumenti, ma luoghi in cui vive la contemporaneità e maggiormente aleggia lo spirito del tempo» (p. 13).

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