droni – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 06 Jul 2026 20:00:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Nei labirinti della guerra https://www.carmillaonline.com/2024/09/11/un-generale-nei-labirinti-della-guerra/ Wed, 11 Sep 2024 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84253 di Sandro Moiso

Gen. David Petraeus, Andrew Roberts, L’arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del nazismo al conflitto in Ucraina, UTET 2024, pp. 650, 34 euro

Se, anche troppo spesso, le spiegazioni per le cause delle guerre moderne sono state riduttive e perfino evanescenti nell’appoggiarsi a questa o quella ideologia (da quella che ne indica la causa in quella della difesa della libertà e della democrazia a quella che ne individua l’origine nelle necessità o nella crisi dell’imperialismo, soprattutto occidentale), il loro sviluppo e svolgimento ha rivelato come quasi sempre queste finiscano con l’avvilupparsi in autentici labirinti di contraddizioni, menzogne, [...]]]> di Sandro Moiso

Gen. David Petraeus, Andrew Roberts, L’arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del nazismo al conflitto in Ucraina, UTET 2024, pp. 650, 34 euro

Se, anche troppo spesso, le spiegazioni per le cause delle guerre moderne sono state riduttive e perfino evanescenti nell’appoggiarsi a questa o quella ideologia (da quella che ne indica la causa in quella della difesa della libertà e della democrazia a quella che ne individua l’origine nelle necessità o nella crisi dell’imperialismo, soprattutto occidentale), il loro sviluppo e svolgimento ha rivelato come quasi sempre queste finiscano con l’avvilupparsi in autentici labirinti di contraddizioni, menzogne, disastri e massacri in cui gli stessi responsabili iniziali rimangono imprigionati e faticano a districarsi.

Winston Churchill, al tempo del secondo conflitto mondiale, aveva già potuto affermare che «in guerra la verità deve essere sepolta sotto un cumulo di menzogne», ma oggi si potrebbe tranquillamente affermare che sotto alle menzogne non vi è più alcuna verità e che soltanto le bugie delle parti in causa rimangono a spiegare le motivazioni, le scelte e le azioni che le determinano.

Valga come esempio per tutte l’attuale conflitto russo-ucraino con le reciproche accuse di terrorismo e nazismo che i due principali protagonisti si rimpallano ormai da più di due anni. Chi scrive non si aspetta certo altro da personaggi del calibro di Zelensky e Putin, ma almeno un po’ di dignità dovrebbe spingerli a dire che ciò che accade è una guerra, non un’operazione militare speciale o un’perazione di polizia o altro, e che non vi è altro modo di condurre una guerra, in età moderna, se non ricorrendo a bombardamenti massicci sia sugli obiettivi militari che civili, l’invio al fronte di soldati sempre più numerosi e sempre meno motivati destinati a diventare carne da cannone nel giro di poco tempo e a tecnologie sempre più micidiali nell’opera di distruzione.

Il buon vecchio, ma sempre vituperato, Céline, in tutta onestà, aveva definito tutto questo come “il tritacarne”, mentre oggi politici, finti pacifisti e giornalisti da strapazzo parlano a sproposito di “crimini di guerra”, indicando nell’avversario l’autentico mostro che occorre distruggere con il massimo impiego di violenza e tecnologia della devastazione, giustamente e opportunamente distribuite per poter giungere ad una pace “giusta”.

Motivo per cui tutto viene giustificato quando si tratta di infliggere colpi al nemico e, grazie ai social media e alla loro diffusione, trasmesso attraverso uno sguardo sulla morte altrui degno dei peggiori snuff movie. Ciò che colpisce la parte che si vuole difendere è sempre visto come orribile stragismo, disgustoso e sintomo delle malevoli intenzioni dell’avversario, mentre i colpi portati allo stesso sembrano sempre essere “giusti”, meritati e auspicabili in forme sempre più devastanti.

Così anche il surreale dibattito sulle armi che è possibile utilizzare sul territorio ucraino oppure sul territorio della Federazione russa, come anche l’eterna questione di lana caprina tesa a definire e a separare i concetti di “difesa” e “attacco”, soprattutto quando la costruzione di sempre nuove basi militari NATO ai confini della Russia oppure l’incursione ucraina in direzione di Kursk vengono considerate scelte “difensive”, rivelano l’ipocrisia di una rappresentazione della guerra che mira soltanto a nasconderne i limiti e le finalità dei contendenti. Peccato, però, che in mezzo a tutto ciò ci siano i civili, gli adulti, i bambini, le donne, gli anziani e anche i soldati che muoiono davvero o riportano ferite e mutilazioni, oltre che traumi psicologici, spesso orribili e irreparabili.

Per uscire da questa rappresentazione ipocrita e binaria della guerra, in cui l’intelligenza diventa artificiale non solo in virtù degli strumenti elettronici usati, ma grazie soprattutto al soffocamento di qualsiasi capacità individuale di interpretare e reagire con disgusto allo spettacolo osceno della morte rappresentata soltanto come un evento dovuto alla malvagità dell’avversario oppure alla bontà della causa rappresentata è, talvolta, meglio affidarsi alle riflessioni di chi la guerra la fa, per così dire, “per mestiere” e, proprio per questo, si trova costretto a non condirne l’immagine con troppi imbellettamenti o, al contrario, con un eccessivo imbarbarimento del nemico.

Strumento spesso usato in politica per rendere l’avversario degno soltanto di odio, avversione e distruzione (più o meno programmata). Strumento che, più le guerre vanno avanti trascinandosi in situazione sempre più complesse, confuse, imprevedibili e devastanti, diventa quasi sempre, come si accennava già all’inizio, l’unico per spiegarne l’utilità ai propri cittadini e alleati da parte dei governi e delle forze politico-economiche e militari coinvolte.

Ecco dunque il motivo per cui vale la pena di affrontare la lettura del testo del generale David Petraeus edito dalla UTET. Un generale che certo non potremmo catalogare tra i “nostri”, ma che per la lunga esperienza, anche là dove si lascia più facilmente trasportare dall’orgoglio del ruolo di difendere le libertà garantite dal sistema dei diritti di stampo occidentale e statunitense, deve, per forza di cose, render ragione delle scelte fatte sul campo, le difficoltà incontrate dagli attori delle guerre e le conseguenze, spesso impreviste, delle stesse. Sempre a partire dalle armi utilizzate, dalle tattiche adottate e dalle strategie messe in atto negli scenari di guerra.

Esperto di “guerra concreta”, il generale, insieme al coautore Andrew Roberts, storico e giornalista specializzato in biografie quali quelle di Napoleone e Churchill (personaggi in cui ruolo politico e militare risultano inseparabili), ci guida nei labirinti delle numerose guerre che hanno devastato il mondo successivamente al secondo conflitto mondiale, contribuendo a ridefinirne spazi geo-politici e, talvolta, i rapporti tra le classi sia a livello nazionale che internazionale. Poiché, ed è questa piena convinzione di chi scrive, la guerra non è un errore, un fatale incidente che, con altre scelte, avrebbe potuto essere evitato se solo i governi e le forze politiche lo avessero voluto, ma è parte integrante della storia delle società divise in classi e del loro sviluppo, ascesa o caduta. Potremmo definirla come la massima rappresentazione, formale e sostanziale allo stesso tempo, di ciò che certa storiografia si ostina a definire come “civiltà”.

Non a caso, per lungo tempo e ancora oggi, ad ogni svolta militare dei rapporti tra gli stati e le classi, tra oppressori e oppressi, tra potenze in ascesa e altre in declino, si è parlato e ancora si parla di “scontro di civiltà”, Che si tratti del vecchio conflitto tra USA e URSS ai tempi della mai calda davvero “guerra fredda”, del confronto possibile domani tra Stati Uniti e Cina, oppure di quello Medio Orientale che ha sempre come epicentro la presenza militare e politica israeliana mentre di volta in volta gli avversari possono cambiare (Lega Araba, Egitto di Nasser, Hezbollah libanesi, Iran e palestinesi espropriati delle loro terre e dei loro diritti minimi, solo per citarne alcuni), o, ancora, quello sempre attuale come esempio (per i teorici dello scontro di civiltà), ancora a distanza di quasi duemilacinquecento anni, tra Atene e Sparta e l’impero persiano. Che poi quarant’anni dopo la vittoria greca sull’impero asiatico, le due città vincitrici si impegnassero in una guerra distruttiva tra di loro, durata quasi trent’anni, per chi dovesse dominare sul Peloponneso è storia che viene tenuta in disparte dalla prima, anche se di grande interesse per chi voglia studiare le contraddizioni e gli interessi che creano alleanza oppure le disfano trasformandole in nuovi fattori di guerra.

David Petraeus (n. 1952), va detto subito, è un ex generale dell’esercito degli Stati Uniti ed ex direttore della CIA (dal settembre 2011 al novembre 2012), e ha guidato i contingenti americani in Iraq (dal febbraio 2007 al settembre 2008) e in Afghanistan (dal luglio 2010 al luglio 2011). Complessivamente ha servito per trentasette anni nelle forze armate statunitensi ed oggi è considerato, a livello internazionale, un esperto di scienza bellica mentre è attualmente Senior Fellow e Lecturer presso l’Università di Yale.

Un curricolo che certo non lo rende appetibile per gran parte dei lettori di Carmilla, ma che pure ne rende interessanti le osservazioni sulle decine di conflitti che hanno insanguinato il mondo dalla guerra di Corea fino all’attuale confronto russo-ucraino, passando per le guerre di decolonizzazione, a quelle in Vietnam, Medio Oriente, Falkland, Iraq e Afganistan. Tutte analizzate dal punto di vista delle scelte strategiche e tattiche e dei conseguenti errori di valutazione oppure di accelerazione in direzione della vittoria o della sconfitta dei protagonisti. Fattori determinati spesso dalle tecnologie e dalle armi a disposizione dei combattenti e, molto spesso, dal morale delle truppe e delle popolazioni coinvolte. Tutte guerre, comunque, in cui la presenza degli interessi statunitensi è passata di volta in volta dal ruolo di semplice giocatore-ombra a quello di protagonista.

L’immagine di copertina, in cui compaiono sia un Kalašnikov Ak-47 che un drone di ultima generazione, riassume abbastanza significativamente le evoluzioni delle tecniche e degli strumenti di distruzione che hanno sempre più caratterizzato i conflitti dalla seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni. Cui andrebbero aggiunti gli strumenti della cosiddetta “guerra ibrida”, basata sull’uso o sul disturbo degli apparati e dei dispositivi elettronici e della rete, affiancati dall’uso del terrorismo diretto e indiretto (il secondo soprattutto su scala mediatica).

Un’evoluzione che, invece di ridurre l’importanza dei soldati sul campo di battaglia, ha fatto sì che gli eserciti abbiano dovuto sviluppare competenze e specializzazioni prima inimmaginabili. Trasformando in potenziale arma letale qualsiasi strumento o competenza dell’agire quotidiano e, contemporaneamente, in potenziale obiettivo militare strategico qualsiasi struttura (reale o virtuale), edificio o attività sociale, di ordine economico, sanitario e logistico. In un gioco al massacro dell’avversario in cui, pur di evitare l’uso dell’arma nucleare che comunque non appare mai esclusa dall’orizzonte della guerra, si amplificano e moltiplicano i danni e le sofferenze portate alle popolazioni civili e ai combattenti coinvolti nei conflitti. Su una scala un tempo impensabile.

L’illusione delle guerre rapide, travestite da operazioni di polizia sostenute da piccoli contingenti militari, come anche l’ultima scatenata da Putin in Ucraina, sembra essere definitivamente tramontata, rivelando che il numero dei soldati impegnati sul campo e nella logistica sia destinato a diventare sempre più grande. Fattore che oggi pesa enormemente non soltanto sulle scelte politiche occidentali nel possibile rilancio e utilizzo degli eserciti di leva1, ma sulla stessa politica militare russa che dei fanti trasformati in carne da cannone fino all’esaurimento delle scorte di munizioni degli avversari ha fatto il suo punto forza fin dal secondo conflitto mondiale.

Quello della crescita numerica degli eserciti, che in un campo di battaglia come quello ucraino si affianca alla necessità di tornare ad attuare nuovamente tattiche ereditate fin dalla prima guerra mondiale (trincee, uso delle forze corazzate su vasta scala, tentativo di dominare i cieli con l’uso dell’aviazione e azioni marittime di varia portata destinate al controllo delle vie d’acqua, dei porti e dei mari) tenendo conto di nuovi e micidiali strumenti (quali droni e missili e bombe capaci di cercare da sé i bersagli) messi a disposizione dalla più recente tecnologia bellica, comprende però anche sempre quello del morale delle truppe.

Tema cui Petraeus dedica molte pagine nel contesto di svariate guerre, sottolineando indirettamente come la rivolta dei soldati sia sempre possibile, come conseguenza delle sempre peggiori condizioni in cui questi vengono a trovarsi durante l’evoluzione dei conflitti e degli strumenti bellici adottati dalle parti in causa. Motivo per cui se lo storico militare Norman Keegan aveva sottolineato come nelle trincee della prima guerra mondiale si fossero realizzate le peggiori e maggiormente paurose condizioni di combattimento e sopravvivenza dei soldati2, fattore inseparabile dagli eventi che portarono alle rivolte nelle trincee del 1917 e alla successiva ondata rivoluzionaria iniziatasi in Russia, ma che oggi vedono un ulteriore peggioramento delle stesse con un aumento repentino dei morti sia militari che civili nei conflitti.

Nel dicembre 2022, sottolinea Petraeus, i membri della 155ma brigata di fanteria navale russa avevano inviato una lettera aperta a Oleg Kožemjako, governatore della regione del Territorio del Litorale, denunciando un’offensiva cui avevano partecipato:

«In conseguenza all’offensiva pianificata “con cura” dai “grandi generali”, i quattro giorni abbiamo perso circa trecento uomini tra morti, feriti e dispersi, oltre a metà dell’equipaggiamento». Persino inviare una lettera del genere equivaleva ad ammutinamento. In quella fase della guerra, ormai gli ucraini trovavano cadaveri di ufficiali russi cui i loro uomini avevavo sparato alle spalle, pratica che ricordava gli episodi di fragging, cioè l’uccisione intenzionale di un ufficiale, nell’esercito statunitense in Vietnam3

Se Petraeus si sofferma sul dilagare della demoralizzazione tra i soldati, come elemento di difficoltà per l’esercito di Putin, è altresì vero che anche Zelensky ha dovuto fare i conti con lo stesso problema, a partire dal rifiuto, talvolta sostenuto dai civili presenti, all’arruolamento forzato da parte dei giovani e delle giovani ucraine,

Nei soli primi 4 mesi dell’anno, i procuratori ucraini hanno avviato procedimenti penali contro quasi 19mila soldati che hanno abbandonato le loro posizioni o hanno disertato. Lo scrive la Cnn in un servizio dedicato alla situazione delle truppe ucraine sul fronte. «Sono dati impressionanti», commenta l’emittente, diffondendoli. E molto probabilmente incompleti: diversi comandanti hanno infatti dichiarato che molti ufficiali non segnalano le diserzioni e le assenze non autorizzate, sperando di convincere le truppe a rientrare volontariamente, senza incorrere in punizioni. Questo approccio è diventato così comune che l’Ucraina ha cambiato la legge per depenalizzare la diserzione e le assenze senza permesso, se commesse per la prima volta. L’emittente ha parlato con 6 comandanti ed ufficiali che sono ancora o sono stati fino a poco tempo fa sul fronte impegnati a combattere o coordinare le unità dislocate nell’area. Tutti loro hanno parlato di diserzione e insubordinazione come di problemi diffusi, soprattutto tra le reclute4.

Quello delle tecnologie obsolete oppure avanzate è un altro elemento che serve a valutare gli andamenti delle guerre, anche se in determinati contesti, come ad esempio in Afghanistan, tecnologie piuttosto antiquate hanno validamente tenuto testa a quelle più avanzate messe in campo dall’esercito statunitense. Tecnologie, quelle più avanzate in cui intelligence e azioni dei droni servono ad eliminare singoli soggetti (da comandanti di settore oppure generali e dirigenti politico-militari), ma falliscono nel controllo completo del territorio, Che, ancora una volta, può essere tale soltanto mettendo sul terreno, boots on the ground, un numero elevatissimo di soldati con il rischio di perdite enormi e difficilmente sopportabili dalle opinioni pubbliche coinvolte.

Ecco allora che la combinazione di Kalašnikov Ak-47 e droni o aereo a guida remota MQ-I Predator, come quello rappresentato sulla copertina del libro, possono diventare egualmente importanti sul campo di battaglia moderno, finendo anche col limitare l’efficacia delle forze corazzate e della stessa aviazione militare tradizionale.

Per il resto, tecnologie e potenza delle reti in termini di Giga e diffusione, controllo dallo spazio e dall’alto delle mosse del nemico, possono contribuire ulteriormente al successo o meno delle campagne militari. Anche se, in ambienti più ristretti di confronto militare, l’uso dei pizzini da parte dei responsabili politici e militari (Osama Bin Laden o Yahya Sinwar ad esempio) possono mettere al sicuro sia la persone fisiche che le reti di trasmissione degli ordini dei comandanti.

Così un‘eccessiva fiducia nell’uso dei telefonini ha tradito molti generali ed alti ufficiali russi e pure i loro contingenti, esponendoli a micidiali e precisi attacchi, di cui anche la guerra mediorientale è altrettanto stata teatro. Teatri di guerra in cui, per ora, la tecnologia statunitense sembra mantenere ancora una certa superiorità, non comprovata però da effettive conquiste territoriali per le quali sarebbe necessario, lo si ricorda ancora una volta, impiegare un numero enorme di soldati ed aumentare il rischio di un confronto armato con la Russia (o con la Cina).

Per questo motivo il generale americano si sofferma in chiusura sulle possibili evoluzioni delle guerre di domani, in cui il tentativo di evita e confronti di caratter enucleare potrebbe comunque portare a scenari altrettanto paurosi. In cui accanto all’omicidio mirato dei responsabili della ricerca nucleare o tecnologica. Si affianca una maggiore attenzione per la guerra asimmetrica e ibrida.

Citando l’esperto in controinsurrezione David Kilcullen, Petraeus sottolinea ancora come l’azione decisiva possa avvenire altrove, in un ambito che non si considera di guerra guerreggiata:

per mezzo della manipolazione del trasferimento tecnologico, l’influenza della guerra cibernetica esercitata da attori civili, il controllo di risorse minerarie fondamentali5, o l’acquisto di beni immobili strategici. Simultaneamente, ai margini, la Cina6 ha fatto progressi rapidi e significativi in ambiti (come le telecomunicazioni cellulari a 5G, le operazioni cibernetiche , le nanotecnologie, l’intelligenza artificiale, la robotica, il potenziamento dell’azione umana, il calcolo quantistico, la guerra politica genomica e biotecnologica, oltre alla manipolazione finanziaria) che vanno oltre la comprensione di chi in Occidente si occupa di guerra, e quindi trovano scarsa competizione militare diretta7.

Al di là dell’allarme, sicuramente strumentale, lanciato da Kilcullen e sottolineato da Petraeus, di sicuro ed evidente rimane il fatto che ormai nessuna attività di ricerca scientifica e tecnologica, economica o “criminale” sfugge ad una possibile applicazione di stampo bellico. Anche se l’attitudine a tradire anche gli alleati rimane una costante sullo sfondo, come Petraeus dimostra nelle pagine dedicate al conflitto per le isole Falkland tra Gran Bretagna e Argentina, in cui la vittoria del contingente militare aereo-navale inglese, piuttosto ridotto e a migliaia di chilometri di distanza dalla madre patria, fu reso possibile non solo dallo scoramento delle truppe di terra argentine, ma anche, e forse soprattutto, dal contributo e dall’aiuto ricevuto in termini di intelligence e sorveglianza dal cielo con gli aerei Awacs forniti dagli Stati Uniti e dalla loro intelligence. Stati Uniti che pure avevano in precedenza sostenuto il regime sanguinario dei colonnelli argentini, ma che pure preferivano mantenere intatta l’immagine del domino anglo-americano di quella parte del mondo, pur apparentemente così poco importante sotto tutti i punti di vista.

L’impiego di tecnologie avanzate non elimina però ancora la necessità di mantenere un grande numero di uomini e donne sotto le armi, poiché come si sottolinea ancora nel libro:

In modo un po’ paradossale, i sistemi senza pèilota controllati da remoto richiedono una gestione umana significativa. L’aviazione americana valuta che per un’unica orbita senza interruzione di un solo Predator UAV sia necessario un equipaggio di 168 militari addetti all’efficientamento di armi, carburante, riparazioni a terra e n volo verso e dall’obiettivo, oltre che per elaborare, sfruttare, analizzare, immagazzinare e diffonder l’intelligence che raccoglie. Il Reaper 180 e il Global Hawk, veicoli senza pilota più grandi, richiedono ben 300 persone per orbita. «Il primo problema di pilotaggio dell’aeronautica statunitense è di pilotare le nostre piattaforme senza pilota» afferma uno dei suoi generali8.

Si assiste così ad una crescita esponenziale della spesa militare e del personale coinvolto nelle attività militari, magari pur vestendo abiti civili, vista anche l’importanza che cibernetica e IA assumeranno sempre più nella conduzione delle guerre future.

Grazie alla capacità di computer sempre più sofisticati di valutare grandi quantità di dati, è probabile che gli assassinii guidati da intelligenza artificiale diventeranno molto comuni nel corso di questo secolo […] per usare le parole di Henry Kissinger, l’intelligenza artificiale aumenta la facoltà degli stati di «attivare macchine e sistemi che impiegano rapidamente la logica e un comportamento emergente e in sviluppo per attaccare, difendere, controllare e diffondere la disinformazione» ma anche per «individuarsi e neutralizzarsi a vicenda». […] L’AI è già stata utilizzata nella guerra russo-ucraina in vasti settori, come il software per il riconoscimento facciale, l’ottimizzazione delle catene di rifornimento militari e la produzione di video deepfake, e possiamo essere certi che continuerà a progredire in questo e altri campi9.

A delineare e suggerire il panorama futuro più allarmante è stato però Peter Warren Singer che, capacità, autonomie e ee nel suo libro Wired War, ha scritto:

Le guerre del futuro avranno una vasta gamma di robot diversi per misure, design e intelligenza. I piani, le strategie e le tattiche impiegati in questi futuri conflitti saranno costruiti partendo da nuove dottrine che si stanno appena creando e che coinvolgeranno praticamente tutto, dalle ammiraglie robotizzate e gli sciami di droni autonomi a combattenti a tavolino che gestiranno la guerra a distanza […] In queste battaglie le macchine assumeranno ruoli più significativi, non solo eseguendo missioni, ma pianificandole. […] Le nostre creazioni robotiche stanno generando nuove dimensioni e nuove dinamiche per le guerre e le politiche umane che stiamo appena cominciando a immaginare10.

Affermazioni che hanno fatto sì che lo storico militare Max Boot sia giunto a chiedersi se «un giorno le guerre saranno combattute con macchine tipo Terminator?»11, Riflessione che, per chi conosca la saga fantascientifica basata sulla ribellione delle macchine guidate dalla rete Skynet, pur non abolendo la possibilità dell’uso dell’arma nucleare, contribuisce a delineare un futuro sempre più fosco e labirintico per le guerre in corso e a venire e per la specie umana.


  1. Mentre anche per l’arruolamento volontario si parla apertamente di crisi, proprio a partire dagli Stati uniti. Cfr. D. Bartoccini, Gli Stati uniti non trovano soldati. Cosa sta succedendo?, “il Giornale”, 31 agosto 2024.  

  2. N. Keegan, Il volto della battaglia, il Saggiatore, Milano 2005.  

  3. D. Petraeus, A. Roberts, L’arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del nazismo al conflitto in Ucraina, UTET 2024, p. 476.  

  4. C. Guasco, Guerra, Ucraina in grave difficoltà: 19mila soldati hanno già disertato (e il morale crolla), “Il Messaggero”, 8 settembre 2024.  

  5. Si pensi soltanto a quello delle “terre rare” di cui la Cina sembra detenere, insieme alla Russia, il monopolio, o quasi.  

  6. Autentica ossessione per la difesa, l’economia e le attività controinsurrezionali statunitensi. 

  7. D. Kilcullen, The Dragon and the Snakes. How the Rest Learned to Fight the West, Oxford University Press, New Yok 2020, p. 29, Ora citato in D. Petraeus, A. Roberts, op. cit., pp. 516-517.  

  8. Ibidem, p. 520.  

  9. Ivi, p. 518.  

  10. P. W. Singer, Wired War. The Robotic Revolution and Conflict in the 21st Century, Penguin, Nee York 2009, p. 430, ora in D. Petraeus, A. Roberts, op. cit., p. 519.  

  11. Cit, in Petraeus, Roberts, op. cit., p.519. 

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Il nuovo disordine mondiale / 19: First Strike? https://www.carmillaonline.com/2022/11/04/il-nuovo-disordine-mondiale-19-first-strike/ Fri, 04 Nov 2022 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74620 di Sandro Moiso

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. (George Orwell)

Boom! Scoperta e ‘dichiarata’ l’acqua calda: gli Stati Uniti, nell’ultima versione della loro dottrina militare (detta, in onore dell’attuale presidente, “Biden”), potrebbero usare per primi l’arma nucleare. E questo, secondo alcuni commentatori disattenti alla storia militare e politica dell’ultimo secolo, potrebbe costituire soltanto ora il detonatore per una Terza guerra mondiale.

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di Sandro Moiso

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile.
La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. (George Orwell)

Boom! Scoperta e ‘dichiarata’ l’acqua calda: gli Stati Uniti, nell’ultima versione della loro dottrina militare (detta, in onore dell’attuale presidente, “Biden”), potrebbero usare per primi l’arma nucleare.
E questo, secondo alcuni commentatori disattenti alla storia militare e politica dell’ultimo secolo, potrebbe costituire soltanto ora il detonatore per una Terza guerra mondiale.

Ancora una volta occorre dunque sottolineare e ricordare ciò che, da più di un decennio, l’autore va affermando in testi, articoli e interventi sulla questione della guerra: elemento ineliminabile di una società fondata sullo sfruttamento di ogni risorsa ambientale e umana, sulla concorrenza più spietata sia a livello economico che sociale e sulla spartizione imperialistica del mercato mondiale e dei territori di importanza strategica (sia dal punto di vista geopolitico che economico-estrattivistico).

Tanto da spingerlo a rovesciare, come già aveva fatto con largo anticipo Michel Foucault nel corso degli anni ’70, la celebre affermazione di Karl von Clawsevitz nel suo contrario, ovvero che sarebbe proprio la politica a costituire nient’altro che la continuazione della guerra con altri mezzi1. Con buona pace di chi ancora oggi, pur proclamandosi antagonista e antimperialista, pensa che le logiche della politica istituzionale possano (o almeno dovrebbero) sfuggire alle logiche della guerra e dei suoi sfracelli.

Certo non ha colpa chi si accorge del precipitare delle situazioni create da conflitti ritenuti locali in guerra mondiale soltanto attraverso le dichiarazioni ufficiali, dopo anni, se non decenni, di totale disattenzione per le logiche profonde dell’imperialismo e, forse soprattutto, per la “questione militare” e la sua “arte”, mai sottostimata invece dai teorici autentici del pensiero rivoluzionario: da Marx a Lenin, da Engels a Trotzkij fino alla Sinistra Comunista (nelle figure di Jacques Camatte e Roger Dangeville) e a Guy Debord.

Dinamiche di sottovalutazione legate sia ad una superficiale convinzione dell’avvenuto superamento delle contraddizioni interimperialistiche, scaturita sia dalle predicazioni liberal-democratiche che da un certo estremismo di maniera che ha fondato le sue valutazioni di classe sulle analisi del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) originatesi dalla riflessione di alcune formazioni armate a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Solo apparentemente confermate dai processi di globalizzazione economica degli ultimi decenni.

Ma questa disattenzione, chiamiamola così, affonda le radici anche in un rifiuto dello studio di quella che abbiamo qui chiamato “questione militare”, legato sia in un’imbelle concezione pacifista dell’antimilitarismo di stampo cattolico che a una concezione, di tale questione, iniziata con lo stalinismo che, proprio nella figura del piccolo padre di tutte le Russie, fin dallo scontro sulla campagna polacca dei primi anni ’20, si era opposto all’utilizzo degli specialisti militari sia nell’esercito rosso, fortemente voluta invece da Trotzkij per rafforzare l’armata rossa durante la guerra civile 1918-21, che nelle scuole di formazione dei quadri militari, per dare maggior spazio ai commissari “politici” e ai rappresentanti del partito2.

Cosa che, all’epoca dei grandi processi di Mosca (1936-37), costò la decapitazione dello stato maggiore sovietico, soprattutto con il processo per tradimento e l’eliminazione di Michail Nikolaevič Tuchačevskij (Smolensk, 16 febbraio 1893 – Mosca, 12 giugno 1937) autentico innovatore del pensiero militare della guerra di movimento moderna, supportata da truppe corazzate, aviotrasportate e meccanizzate3, con i conseguenti disastri militari subiti dall’Armata rossa nel corso della fase iniziale dell’Operazione Barbarossa ovvero dell’invasione nazista del territorio russo.

Questi due fattori, riassunti qui fin troppo sinteticamente, hanno quindi grandemente contribuito allo sviluppo di una tradizione politica che ha per troppo tempo eluso il problema della “centralità della guerra” nel sistema di relazioni economiche, sociali e politiche internazionali. Un’analisi che troppo frequentemente ha scambiato la dominazione di stampo coloniale e neo-coloniale esterna come l’unico settore in cui l’Occidente avrebbe dovuto e potuto ancora dispiegare la sua potenza militare. Condividendo perciò, anche se indirettamente, la stessa concezione degli apparati militari ad effettivi “ridotti ma professionalizzati”, messa in pratica da gran parte degli eserciti dei paesi più avanzati.

Ancora una volta con il plauso del ‘pacifismo’ che vedeva nell’abolizione degli eserciti di leva un passo avanti verso un mondo privo di guerre o, almeno, lontano da quelle di portata planetaria. Cadendo così in una duplice ed egoistica contraddizione che mentre da un lato si rassegnava ad una sorta di guerra in permanenza fuori dai territori delle metropoli imperialiste per mantenere i privilegi economici di queste ultime, dall’altro vedeva nell’abolizione della leva una riduzione del militarismo all’interno delle società in cui questa fosse stata abbandonata.

L’anticolonialismo perdeva così la concezione internazionalista per rifugiarsi tra le sottane del pietismo solidale, mentre la storica questione dell’armamento delle masse sfruttate attraverso la formazione militare universale (o almeno maschile), difesa dal socialismo radicale fin dai tempi di Friedrich Engels, veniva accantonata a favore di eserciti professionali di stampo pretoriano, in cambio dei sempre corruttibili “diritti individuali”. Che, oltretutto, non ledevano affatto i diritti degli Stati di contribuire allo sviluppo e all’ampliamento del settore militare dell’economia industriale. Settore in cui, a differenza di tanti altri, l’Italia è sempre stata ai primi posti a livello mondiale.

Oggi, tra guerra in Ucraina e dichiarazioni del neo-ministro della difesa Guido Crosetto sulla necessità di provvedere ad un aumento del numero di soldati a disposizione della ‘nazione’, il risveglio è stato piuttosto brusco, seppur ancora confuso. Oltre a tutto ciò, la notizia della dottrina del diritto al First Strike dichiarata apertamente dal presidente americano ha certamente contribuito a seminare ulteriormente la paura di una guerra aperta, diffusa e devastante tra i grandi schieramenti militari e le grandi potenze economiche, fino ad ora, per alcuni, inconcepibile. Eppure, eppure…

Non è certo il quadrante centro-europeo a far dichiarare, per ora, agli Stati Uniti la necessità dell’uso per primi dell’arma nucleare. Sul fronte ucraino le forze della Nato, seppur con vaste contraddizioni al proprio interno, hanno trovato il modo di far combattere e soffrire, in nome dei propri interessi strategici, prima di tutto i militari e i civili ucraini. Mentre tutto intorno all’area interessata direttamente dal conflitto, per vecchi e mai sopiti odi e interessi nazionalistici, altri stati, come la Polonia e gli stati baltici, potrebbero contribuire con il sangue dei propri soldati e la parziale devastazione dei propri territori a mantenere a lungo il conflitto in una dimensione di dissanguamento progressivo dell’esercito russo.

E’ possibile fare questa affermazione poiché ciò che l’attuale conflitto ha rivelato fin dai primi giorni è di aver dato inizio ad una nuova guerra di grandi eserciti, in cui i corpi specializzati (mercenari occidentali, della Wagner o corpi speciali britannici [qui]) possono svolger un ruolo soltanto se attorno ad essi esiste una fitta e ampia rete logistica di supporto, oltre che il paravento di un gran numero di corpi di soldati e di civili sacrificabili. Su entrambi i fronti del conflitto.

Il sogno di una guerra lampo oppure “altamente tecnologica”, con risparmio di vite e militari impegnati nei combattimenti è andato via via dissipandosi, lasciando al suo posto le immagini e lo svolgimento di una guerra convenzionale fatta di artiglieria, fanteria, truppe corazzate, avanzamenti e ripiegamenti che richiedono un gran numero di soldati impegnati e tempi estremamente lunghi per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Qualunque essi siano e da qualsiasi parte in conflitto siano essi stati, o meno, dichiarati.

La propagande deve fare i conti con le necessità di una guerra il cui compito non è soltanto quello del search and destroy cui, da diversi decenni, si erano abituati i commentatori e gli spettatori, interessati o meno, come nel caso di tanti, e comunque fallimentari, interventi della Nato o degli USA e delle forze armate occidentali, in aree del mondo esterne al cuore dell’Europa o delle metropoli imperialistiche, ma anche, e soprattutto, quello di conquistare, mantenere e occupare vaste porzioni di territorio, urbano o meno, compreso all’interno di aree densamente popolate, industrializzate e ricche di impianti e investimenti agricoli, industriali, minerari e quant’altro.

Uno scenario che non si vedeva dalla fine del secondo conflitto mondiale e che per forza di cose, nonostante le promesse e le illusioni sul superamento delle modalità di quello e delle contraddizioni che lo avevano causato, rinvia a quello nelle modalità, terribili e distruttive, di svolgimento.
Per anni infatti ci si è interrogati, a livello militare e politico, tattico e strategico, sulla possibilità di lasciar definitivamente da parte i grandi apparati bellico-militari che avevano rappresentato la più tipica caratteristica delle forze armate nazionali degli Stati moderni.

Per anni le scrivanie dello studio ovale o degli altri centri di potere occidentali sono state inondate di proposte di apparati difensivi, e quindi immancabilmente offensivi alla faccia di tutte le anime belle che pensano di poter separare la difesa dall’offesa o viceversa, miranti a diminuire il numero dei militari impiegati in servizio attivo, attraverso la formazione di corpi d’élite o unità destinate alle operazioni speciali, altamente addestrate e appoggiate da tecnologie particolarmente avanzate sul piano della sorveglianza elettronica dei territori e delle forze nemiche oppure destinate a colpire con estrema precisione gli obiettivi nemici (singoli individui, unità o basi militari che siano).

La guerra intelligente, che tale non è mai stata come hanno dimostrato le stragi di civili in Palestina, Libano, Siria, Iraq e Afghanistan, senza dimenticare le guerre balcaniche successive alla riunificazione tedesca, si è però rivelata utile ed efficace, se non si contano le vittime reali e i danni collaterali in cui rientrano solitamente, nei confronti di paesi che non potevano porsi sullo stesso piano militare e tecnologico di Stati Uniti, Israele, Europa Occidentale, ma che, allo stesso tempo, potevano riuscire a mettere in difficoltà i più forti aggressori attraverso tattiche e tecniche di guerriglia che hanno fatto sempre più propendere anche le forze armate più importanti verso forme di guerra asimmetriche e non convenzionali.

Ma sulla distruttività della guerra moderna, fin dagli albori del XX secolo, in ambito civile si è già parlato diffusamente negli articoli precedenti di questa serie per rispondere all’idiozia formale dei “crimini di guerra” (come se già questa non costituisse di per sé stessa un crimine); mentre è sul gran numero di soldati necessari per condurla, quando si tratti di confronti militari tra potenze di “pari grado”, che è necessario soffermarsi per comprendere dove sta il rischio reale dell’utilizzo dell’arma nucleare.

Truppe relativamente poco numerose, con grande uso di tecnologie sofisticate e dell’arma aerea, in mancanza di necessità o possibilità di mettere gli stivali per terra (boots on the ground), hanno relativamente funzionato nella “guerra al terrore”, senza però mai ottenere risultati decisivi, come il ritiro dall’Afganistan ha in seguito dimostrato. Un modello di guerra “coloniale tecnologicamente avanzata” che il conflitto in Ucraina sta testando in profondità.

Se c’è un elemento evidente del conflitto attualmente in corso è infatti quello dell’uso di tecnologie avanzate a fianco delle tattiche militari classiche derivate ancora dal secondo conflitto mondiale: largo impiego di artiglieria, fanteria (meccanizzata e non), truppe corazzate, lanciarazzi/missili multipli, sommergibili, aviazione e…droni. Soprattutto questi ultimi costituiscono la novità più rilevante, quella che, sia a livello di rilevamento della posizione degli avversari che della distruzione localizzata e precisa degli obiettivi, ha messo maggiormente in difficoltà le forze armate di Putin fino ad ora.

Ma che ha anche rivelato, almeno nell’ultimo periodo, come, pur costituendo una tecnologia innovativa e perniciosamente precisa, anche un paese non propriamente all’avanguardia come l’Iran può produrre su vasta scala e con risultati di poco inferiori a quelli ottenuti con quelli prodotti dalla Turchia o in area occidentale. Un gap tecnologico facilmente aggirabile e capace di rivoltarsi nel suo contrario. Ovvero una tecnologia dal costo non elevatissimo che anche chi non appartiene ai settori della difesa della Nato e dei suoi satelliti può facilmente procurarsi (ed utilizzare pericolosamente).

Ora diventa evidente, e chi scrive l’ha affermato fin dai primi giorni del conflitto, che le armi nucleari accumulate per decenni negli arsenali dell’Est e dell’Ovest, oltre che in quelli di svariati altri stati (allineati e non), non sono affatto armi giocattolo o spaventapasseri con cui minacciare gli avversari senza però aver la reale intenzione di utilizzarle. Tutto sommato nemmeno durante la Guerra Fredda fu del tutto così, anche se allora i margini per una trattativa erano molto più ampi di quelli odierni. Inoltre Nagasaki e Hiroshima stanno lì, ancora adesso, a dimostrare che l’impero americano non è disposto a fermarsi, se lo ritiene necessario, davanti a nulla. Cosa cui, con evidente facilità, si sono adeguati anche i suoi principali ed ‘imperialistici’ avversari: Russia e Cina. Come ha affermato Cechov nei suoi scritti sul teatro: “se un’arma da fuoco compare in scena nel primo atto di un’opera, sicuramente avrà sparato prima dell’ultimo”.

Ora siamo vicini se non all’ultimo, almeno al penultimo atto del decorso storico dell’imperialismo occidentale e, soprattutto, americano. Sicuramente non è tanto la Russia di Putin a rappresentare la prima minaccia economica e militare per gli Stati Uniti, ma lo sono sicuramente la Cina e la situazione di rifiuto del comando statunitense (e della sua moneta) sviluppatasi non soltanto nell’ambito dei BRICS, ma in ogni continente esterno alla porzione occidentale del mondo.

Scontro, ipotizzabile su scala mondiale e dalle alleanze contraddittorie e non ancora del tutto date, che oltre a costituire il vero epicentro del terremoto economico e militare attuale, di cui la campagna ucraina di Putin potrebbe rivelarsi soltanto come un modo (parzialmente fallimentare) di saggiare il terreno avversario dopo il disastro afgano (qui e qui), sta alla base dell’inevitabile terzo o quarto conflitto mondiale (dipende soltanto dai punti di vista)4 ormai prossimo (almeno sulla scala del tmpo storico), se non già in atto.

Conflitto in cui il numero di soldati necessari potrebbe ampiamente sopravanzare le disponibilità di arruolamento statunitensi ed europee e, soprattutto, la disponibilità al sacrificio e alla sofferenza delle popolazioni occidentali e del loro dispendioso stile di vita e che richiederebbe sicuramente la necessità di anticipare le mosse dell’avversario, si pensi alla caldissima questione di Taiwan e del controllo del Mar della Cina e del Pacifico Orientale, con un primo e “decisivo”(?) lancio di testate o bombe nucleari.

Situazione drammatica, ma da tempo ampiamente prevedibile anche senza il recente annuncio del presidente dormiente.

(19 – continua)


  1. Si veda: Sandro Moiso, Warzone ovvero da Flint a Flint: la guerra come condizione di esistenza, introduzione a S. Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismo, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 11-15  

  2. Spesso inseriti con il compito di controllare e indirizzare tutte le scelte militari sulla base delle tattiche e alleanze elaborate o concordate con altre forze dalla direzione del Partito, anche nell’ambito della guerra partigiana come avvenne durante la Resistenza, più che di fornire un’effettiva ed adeguata formazione politica ai militari e ai combattenti.  

  3. Cui la strategia della “guerra lampo” di Erwin Rommel, e degli altri generali della Wermacht nel corso della prima parte del secondo conflitto mondiale, si ispirò invece totalmente.  

  4. Si veda ancora in proposito: S. Moiso, War! e Yankee Doodle Goes to War in S. Moiso, La guerra che viene, op. cit., pp. 28-39  

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Culture e pratiche di sorveglianza. Leviatano 4.0 e società onlife della prestazione https://www.carmillaonline.com/2022/04/27/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-leviatano-4-0-e-societa-onlife-della-prestazione/ Wed, 27 Apr 2022 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71546 di Gioacchino Toni

Digitalizzazione, intelligenza artificiale e tutto ciò che vi ruota attorno prospettano mondi nuovi che però non mancano di rifarsi a dinamiche di potere non necessariamente nuove, su ciò si concentra il volume di Mirko Daniel Garasic, Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie (Luiss University Press, 2022). Accolte come possibilità di estrema valorizzazione dell’autonomia e delle opportunità degli individui, capaci di aprire loro inedite possibilità di interfacciarsi con contesti, realtà, paesi e individualità altre, a distanza di tempo gli entusiasmi per queste trasformazioni digitali sembrano essersi sgonfiati di fronte al manifestarsi [...]]]> di Gioacchino Toni

Digitalizzazione, intelligenza artificiale e tutto ciò che vi ruota attorno prospettano mondi nuovi che però non mancano di rifarsi a dinamiche di potere non necessariamente nuove, su ciò si concentra il volume di Mirko Daniel Garasic, Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie (Luiss University Press, 2022). Accolte come possibilità di estrema valorizzazione dell’autonomia e delle opportunità degli individui, capaci di aprire loro inedite possibilità di interfacciarsi con contesti, realtà, paesi e individualità altre, a distanza di tempo gli entusiasmi per queste trasformazioni digitali sembrano essersi sgonfiati di fronte al manifestarsi di una crescente perdita di ciò a cui si guardava come direttamente rappresentativo della libertà e dell’autonomia dell’individuo. Se tale “cambio di umore” nei confronti della rivoluzione digitale è percepibile tra gli studiosi, non si può forse dire che qualcosa di analogo accada a livello diffuso o che, perlomeno sin qua, sia adeguatamente percepita e problematizzata la portata della trasformazione in atto.

L’obiettivo che si pone l’analisi di Garasic è quello di «integrare gradualmente l’analisi della tecnologia in maniera “neutra”, incentrata quindi su valutazioni oggettive di impatto e uso delle stesse, con la presa di coscienza di come questi cambiamenti sistematici abbiano finito per modificare il modo di relazionarsi con gli altri (la polis) e con sé stessi» (p. 26).

Dopo aver velocemente passato in rassegna le ideologie classiche a cui fa o ha fatto riferimento la politica moderna, compresa la più recente, lo studioso approfondisce il ruolo che algoritmi, tecnologie ed applicazioni quali robot, droni, 5G, Internet of Things, Blockchain, ecc., hanno ed avranno non solo sulle dinamiche lavorative e politiche, ma anche a livello etico e antropologico.

Garasic si sofferma, come esempio, sull’estensione , in piena emergenza pandemica, del “raggio d’azione” della app Dreamlab di Vodafone, sino ad allora utilizzata per raccogliere dati durante il sonno dei clienti affetti da cancro (che ne avevano dato i consenso) utili, se combinati con altri parametri comportamentali (stile di vita, sedentarietà, abitudini alimentari) alla ricerca scientifica.

Il rapido “riciclo” di una app, come questa, pianificata per raccogliere informazioni riguardanti individui in condizione di malattia al fine di verificare l’incidenza di certi comportamenti su di essa ad uno scopo di tipo “preventivo” – il diffondersi di un virus non ancora contratto – non può che sollevare numerose perplessità.

Volgiamo davvero consentire a qualsiasi azienda di iniziare a raccoglier i nostri dati solo perché potrebbero potarci a dei risultati utili in futuro? Che dire di tutti quei dati che le aziendale private raccolgono e utilizzano per il loro profitto? Non prestare attenzione a questa distanza inquietante tra ciò che già sappiamo e ciò che speriamo di trovare, potrebbe rendere il nostro consenso informato limitato sin dalla sua genesi. […] L’intento generale di Dreamlab e di altri progetti simili pare nobile da un certo punto di vista, ma, alla luce del fato che questa iniziativa è portata avanti da una società privata che si basa anche su studi di neuromarketing che hanno come obiettivo principale quello di scoprire le debolezze del consumatore, alcuni dubbi sull’obiettivo non svelato dell’esperimento (perché di questo si tratta) rimangono (p. 81).

Ad essere affrontate dal volume sono anche le cosiddette città intelligenti, a proposito delle quali l’autore mette in risalto come a fronte di una presentazione entusiastica che le vuole esempi virtuosi di ecologismo e, persino, di democrazia diretta, si diano, però, non poche preoccupazioni a proposito dell’annientamento della privacy, di un crescente divario digitale che rischia di condurre a far vivere la cittadinanza in maniera completamente differente e di discriminazioni derivanti dalla non neutralità della tecnologia. Su quanto il razzismo sia radicato in molte tecnologie, l’autore riprende il volume di Ruha Benjamin, Race After Technology: Abolitionist Tools for the New Jim Code ‎(Polity Pr, I. ed. 2019) – il “nuovo codice Jim” richiama le leggi razziste “Jim Crow” in uso fino agli anni Sessanta del Novecento negli Stati Uniti del Sud – in cui vine mostrato il razzismo soggiacente agli algoritmi utilizzati dalle autorità pubbliche statunitensi circa la “propensione al crimine”.

In particolare nel volume si prendono in esame, oltre al “sistema di credito sociale di stato” cinese, di cui i media occidentali hanno dato conto – più in funzione propagandistica che di reale denuncia di un meccanismo che in realtà si sta diffondendo anche tra gli autoproclamati “esportatori di democrazia” –, anche sistemi utilizzati da piattaforme come Alibaba che con il suo Sesame Credit struttura un sistema di “moralizzazione dei consumi” premiante permettendo, ad esempio, i clienti che acquistano con regolarità attrezzature sportive per tenersi in forma, con “crediti” vantaggiosi nel noleggio di automobili, nella prenotazione di alberghi e persino di ascesso privilegiato negli ospedali. «Per esempio in Giappone l’assicurazione sanitaria nazionale richiede alle persone di vedere uno specialista se il girovita supera determinati parametri mentre il punteggio della Fair Isaac Coroporation (FICO) con sede negli Stati uniti fornisce analisi di credit score (che permette l’accesso o meno a mutui, prestiti, e altro) a tantissimi paesi occidentali» (p. 96).

Il volume si sofferma anche sulla complessa relazione tra corpo, tecnologia e politica. Oltre all’indagato impatto di dispositivi tecnologici separati e indipendenti dall’individuo, è infatti importante analizzare situazioni in cui tale separazione si affievolisce comportando un’inedita, quanto marcata, incidenza non solo sulla concettualizzazione del sé ma anche del più generale sistema giudiziario e politico.

Si può prendere come esempio il ricorso agli esoscheletri sui luoghi di lavoro: se da un lato è indubbio che il ricorso a tali dispositivi può comportare reali benefici sulla salute dei lavoratori e delle lavoratrici, riducendo in parte i loro sforzi fisici, dall’altro, “quel che esce dalla porta può rientrare dalla finestra” sotto forma di incremento dei ritmi produttivi. Inoltre, se l’utilizzo di dispositivi tecnologici nell’accudimento degli anziani o dei malati può alleviare le fatiche fisiche del personale sanitario, dall’altro possono anche comportare una diminuzione dei rapporti umani tra i soggetti in causa, rendendo le cure e l’accudimento sempre più spersonalizzati.

La tecnologia tende ad essere piegata all’ossessione per la prestazione che permea la contemporaneità. «Dall’economia, all’educazione, passando per il mondo lavoro, il potenziamento del livello delle nostre attività è visto, in Occidente almeno, come un obiettivo positivo e ricercato» (p. 112). Esemplare in tal senso è la ricerca prestazionale in ambito militare e non solo a proposito di protesi tecnologiche volte al miglioramento ad esempio di visione aumentata1 ma anche al ricorso a farmaci di ogni tipo per il potenziamento performante – DDP, performance enhancing drugs – a cui sono stati sottoposti i soldati già ne corso della seconda guerra mondiale, poi gli statunitensi in Vietnam e ancora in epoca contemporanea, compresi i combattenti dell’ISIS.

Se in ambito militare il ricorso alle droghe si pone storicamente l’obiettivo di vincere la paura, sedare le truppe di ritorno dal campo di battaglia e vincere la fatica, in ambito civile è proprio a questo ultimo fine che vi viene fatto ricorso, ad esempio, in ambito aeronautico, vi si ricorre in sostanza per “far reggere” ai piloti i turni sempre più massacranti a cui sono sottoposti. Inoltre, sottolinea Garasic, se per quanto riguarda gli ambienti militari il ricorso a farmaci performanti tende ad essere giustificato in virtù della sua eccezionalità, nell’universo civile-lavorativo la motivazione risiede nel dover ottemperare quotidianamente – e non eccezionalmente – all’imperativo della prestazione produttiva finalizzata al profitto.

La portata dei cambiamenti sin qua tratteggiati comporta anche la necessità di confrontarsi con i nuovi diritti e doveri che attraversano la società contemporanea anche alla luce del fatto che «la possibilità di poter leggere il pensiero di qualcuno senza il suo consenso sta diventando ogni giorno una possibilità più concreta» (p. 28). Converrà tornare su questa ultima questione su cui si sofferma la parte finale di Leviatano 4.0.


Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza


  1. Cfr. Ruggero Eugeni, Le negoziazioni del visibile. Visioni aumentate tra guerra, media e tecnologia, in Maurizio Guerri (a cura di), Le immagini delle guerre contemporanee, Meltemi, Milano, 2018. [Su Carmilla]

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Quando la narrativa per l’infanzia serve per uccidere https://www.carmillaonline.com/2018/04/26/la-narrativa-linfanzia-uccideva/ Wed, 25 Apr 2018 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44814 Ivano Palmieri (a cura di), EDUCARE ALL’ODIO. L’antisemitismo nazista in tre libri per ragazzi, Cierre edizioni, Verona 2018, pp. 190, € 19,50

[In tempi oscuri come quelli che stiamo vivendo, in cui qualche giornalista può inneggiare ai massacri compiuti a Gaza dall’esercito israeliano lungo la buffer zone (qui)), è bene ricordare come nel corso del ‘900 la propaganda più razzista e intollerante sia spesso passata attraverso la deformazione dell’immaginario delle giovani, se non addirittura giovanissime, generazioni. Con esiti, come ben ci ricordano i lager nazisti, devastanti. Sia per le menti che per i comportamenti dei soggetti esposti a tale [...]]]> Ivano Palmieri (a cura di), EDUCARE ALL’ODIO. L’antisemitismo nazista in tre libri per ragazzi, Cierre edizioni, Verona 2018, pp. 190, € 19,50

[In tempi oscuri come quelli che stiamo vivendo, in cui qualche giornalista può inneggiare ai massacri compiuti a Gaza dall’esercito israeliano lungo la buffer zone (qui)), è bene ricordare come nel corso del ‘900 la propaganda più razzista e intollerante sia spesso passata attraverso la deformazione dell’immaginario delle giovani, se non addirittura giovanissime, generazioni. Con esiti, come ben ci ricordano i lager nazisti, devastanti. Sia per le menti che per i comportamenti dei soggetti esposti a tale tipo di narrazione. Narrazione spesso accompagnata, come ben dimostra il testo curato da Ivano Palmieri, da illustrazioni allo stesso tempo “accattivanti” (per l’uso del colore e per i richiami alla tradizione della letteratura per l’infanzia del primo novecento) ed “agghiaccianti” per il loro esplicito e spietato contenuto.
Una sensazione che oggi si potrebbe provare di fronte a decine di video giochi, spesso in uso delle generazioni più giovani, in cui il nemico è sempre rappresentato come privo di qualsiasi umanità e meritevole, quindi e soltanto, di essere ucciso. Giochi che preludono già alle guerre future e alla formazione di soldati destinato ad uccidere attraverso l’uso dei droni. Lontani e privi di qualsiasi coscienza etica, come in un videogioco appunto.
Riportiamo perciò, qui di seguito, un significativo estratto dallo scritto di Arnaldo Loner, “La brutale rottura di un’armonia”, che introduce la ripubblicazione integrale dei tre testi presi in esame nell’elegante, terribile e interessantissimo volume curato da Palmieri. Soprattutto per tutti coloro che, oltre che alla storia dell’antisemitismo, vogliano interessarsi alla formazione dell’immaginario collettivo in epoca moderna. S.M.]

La produzione nel Terzo Reich dei tre libri illustrati antisemiti oggetto del presente volume e destinati a bambini e ragazzi, pubblicati negli anni dal 1936 al 1940 dall’editore della rivista nazista «Stürmer» Julius Streicher, rappresenta un qualcosa di assolutamente nuovo e sconvolgente.
Naturalmente, come è buona abitudine di ogni dittatura, il nazismo non si era disinteressato dell’infanzia e dei giovani in età scolare anche prima del 1936. La ben oliata macchina propagandistica del ministro Goebbels non poteva certo trascurare il mondo giovanile. Subito dopo l’avvento al potere nel 1933 di Hitler cominciarono ad apparire numerosissimi sillabari e libri di scuola in cui venivano celebrati il nazismo, i suoi gerarchi e la sua ideologia con abbondanza di svastiche, di divise, di adunate e cortei. La figura del Führer era dominante. Veniva rappresentato con disegni e fotografie a colori nei più diversi atteggiamenti, da quello marziale di supremo comandante a quello di padre del popolo, sorridente e tenero nei confronti di bambini adoranti che gli porgevano mazzi di fiori.

Però questo genere di pubblicazioni, abituale e tipico dei regimi totalitari – basta ricordare in proposito i libri di scuola del regime fascista – ha ben poco a che vedere con i libri antisemiti presentati qui. Se i testi scolastici nazisti, pur tra strombazzate di regime, si propongono in fondo di costruire una generazione forte e determinata, obbediente e disciplinata, quello cioè che dovrà essere l’“uomo nuovo” tedesco, i tre libri qui riproposti alzano bruscamente il tiro e vogliono fare di quest’uomo nuovo un persecutore e un assassino, costruendo solide fondamenta di disprezzo e di odio verso gli ebrei intesi come esseri subumani, indegni di esistere, pericolosi se esistono, che non si devono lasciar esistere. Quindi non sta tanto in molte pubblicazioni per bambini e ragazzi che si sono avute sotto il Terzo Reich, pur tronfie e ideologicamente marcate, la vera, brutale rottura con il precedente, armonico mondo dell’illustrazione infantile che ho descritto; ma sta qui, in questi messaggi colmi di ostilità, di intolleranza e di propositi distruttivi.

D’altra parte non dobbiamo nemmeno commettere l’errore di considerare questi tre libri come una parentesi, una semplice deviazione da un ordinato percorso propagandistico, perché non sono certo mancate nel periodo del potere hitleriano un gran numero di pubblicazioni di vario genere con feroce contenuto antisemita, ad iniziare proprio dalla rivista «Der Stürmer» di Streicher. Ma l’antisemitismo diretto ai bambini è qualcosa di più e di peggio. […] Questi tre libri costituiscono una vera e propria scuola dell’odio, dove nulla viene trascurato per colpire il bersaglio con la massima durezza.

Nel Fungo velenoso un intero capitolo viene dedicato al quesito: “Esistono ebrei perbene, ebrei rispettabili?” […] Dalle considerazioni che concernono l’intero popolo ebraico si passa, nelle opere in questione, a una specifica analisi per categorie al fine di rafforzare la tesi generale, e si esaminano gli ebrei per gruppi, per professione; ecco allora che gli avvocati calpestano ogni regola deontologica accordandosi per frodare i loro clienti, i medici molestano le pazienti, i padroni di casa mettono sul lastrico i loro inquilini, torve figure di pervertiti cercano di adescare i bambini. La valutazione generale sul popolo ebraico e la valutazione sui suoi singoli componenti concorrono a determinare il giudizio finale, che è poi il tema di un discorso pubblico di Streicher riportato nel Fungo velenoso: «Die Juden sind unser Unglück», “Gli ebrei sono la nostra disgrazia”. E nei due primi libri viene ripetuta e ribadita come un suggello finale, nel primo libro attraverso un vero e proprio logo con il viso ghignante ebraico e la stella di David, la massima «Senza soluzione della questione ebraica, nessuna salvezza per l’umanità».

Questo lavoro disumano e martellante di calunnia e di denigrazione trova un potente sostegno nelle illustrazioni, di cui viene fatto un uso distorsivo, in particolar modo nei primi due libri. Nel primo, Non ti fidare di una volpe… le immagini sono più scaltre, perché più raffinate: il segno è sottile, i colori brillanti. Nel secondo libro le immagini sono più cupe, le figure più grossolane; nel terzo si riducono a rapidi schizzi velenosi. E poiché le immagini rappresentano uno strumento essenziale nella manipolazione delle menti dei giovani, in tutti e tre i libri l’ebreo si staglia quasi sempre al centro del quadro, con caratteristiche somatiche che devono suscitare disgusto in contrapposizione ai lineamenti piacevoli e regolari di adulti o bambini dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Il suo corpo è grasso e deforme, è il corpo di una persona che non lavora e non combatte, tutta dedita invece a trame e raggiri; un corpo ben diverso da quello del giovane tedesco, fatto per la battaglia e per la vittoria. La postura dell’ebreo, la sua gestualità, il ghigno che gli distorce perennemente il viso esprimono odio per chi non è della sua razza, e sorda volontà di nuocere. Il tedesco deve allora imparare a difendersi da questo essere subumano e cattivo, e giungere prima o poi a spazzarlo via, dalla Germania e da tutto il mondo. I tre libri devono preparare l’humus per questa “nobile” guerra.

Ma l’opera di indottrinamento dei giovani è da attuare anche con la collaborazione dei genitori e degli insegnanti, come emerge dai libri stessi: nel Fungo velenoso una madre insegna al bambino a distinguere gli ebrei dalle persone normali come si fa per distinguere i funghi velenosi da quelli mangerecci e il maestro in classe fa disegnare alla lavagna il naso adunco degli ebrei. Del resto la sinergìa di strumenti di propaganda, soprattutto con parola scritta e illustrata, di attività scolastica e di insegnamento dei genitori era necessaria per formare sin dall’infanzia una generazione pronta a mettere in atto uno spietato programma eliminazionista, che prese come sappiamo forma precisa nella conferenza dei capi nazisti del 21 gennaio 1942 a Wannsee. Ed è di poco prima, pubblicato nel 1940, il terzo di questi tre libri, il Pudelmopsdachelpinscher, che predica lo sterminio con impressionante schiettezza e con estrema brutalità, concludendosi con un appello alla gioventù – si noti bene: non solo tedesca, ma di tutto il mondo – perché partecipi alla battaglia per la liberazione dell’umanità dalla “calamità” ebraica.

[…] Contrariamente al pensiero di alcuni antiquari tedeschi che, nei loro cataloghi di vendita, quando offrono al potenziale acquirente queste opere, scrivono in calce alla descrizione del libro – testuamente – «Può essere dato solo se viene provato l’utilizzo per un lavoro scientifico o per l’allestimento di una raccolta storica di libri per l’infanzia», quasi nel timore di un uso improprio da parte di qualche acquirente, siamo convinti che la pubblicazione di queste opere naziste, praticamente sconosciute nel nostro paese, possa rappresentare ad ogni effetto un importante contributo di conoscenza e venga così a potenziare quell’obbligo di memoria che rappresenta non soltanto un dovere verso chi patì tanta atrocità, ma anche una necessaria difesa contro il risorgere dei fantasmi del passato.

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Foreign Fighters https://www.carmillaonline.com/2016/08/06/foreign-fighters/ Sat, 06 Aug 2016 18:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32464 di Sandro Moiso

foreign fighters 1 Mentre la caccia ai possibili “lupi solitari” affiliati all’Isis prosegue in maniera apparentemente implacabile, sembra sfuggire ai più, e in particolare ai media ufficiali, che sul territorio italiano è presente un apparato del terrore che può usufruire di più di cento basi, sparse su ben sedici regioni italiane, che possono contare, a loro volta, su almeno diecimila uomini e donne ben addestrati e preparati a portare la violenza e il terrore in un’area che attualmente va dai Balcani al Vicino Oriente. Il dato più straordinario è però costituito dal fatto che queste basi sono ufficialmente [...]]]> di Sandro Moiso

foreign fighters 1 Mentre la caccia ai possibili “lupi solitari” affiliati all’Isis prosegue in maniera apparentemente implacabile, sembra sfuggire ai più, e in particolare ai media ufficiali, che sul territorio italiano è presente un apparato del terrore che può usufruire di più di cento basi, sparse su ben sedici regioni italiane, che possono contare, a loro volta, su almeno diecimila uomini e donne ben addestrati e preparati a portare la violenza e il terrore in un’area che attualmente va dai Balcani al Vicino Oriente. Il dato più straordinario è però costituito dal fatto che queste basi sono ufficialmente presenti sul territorio italiano dal 1951 e che, in alcuni casi, nascondono al loro interno un vero arsenale atomico.1

Negli ultimi giorni è poi diventato evidente che l’area interessata si allargherà al Nord Africa, in particolare alla Libia, e che il Governo, ben lungi dal discuterne pubblicamente o anche soltanto in Parlamento, risponde agli ordini e alle esigenze di tale apparato del terrore senza colpo ferire.
Si, perché come si afferma sull’Huffington Post del 3 agosto scorso2 il tentativo di silenziare le bombe in Libia potrebbe infrangersi in Parlamento.3

Il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti ha infatti appena ammesso che, se richiesto, daremo la base di Sigonella per i raid sulla Libia e Mario Mauro, ex ministro della Difesa, può affermare: “Sa cosa stanno facendo? Glielo dico che a quel ministero ci sono stato. Stanno facendo il gioco delle tre carte. Gentiloni dice ‘valuteremo’, la Pinotti il giorno dopo dice una frase su quel che è ovvio ed è stato già deciso e cioè che daremo le basi, e domani? Domani è prevista la riunione delle commissioni Eteri e Difesa congiunte. E loro mandano i sottosegretari, non i ministri, per non metterci la faccia”.

Già, non metterci la faccia, ché tanto la pelle ce la rimetteranno inevitabilmente i civili delle zone bombardate e poi, successivamente, gli italiani colpiti da attentati di rappresaglia o i soldati inviati sul territorio libico.
Già, ancora, la faccia: quella di dire che la guerra durerà trenta giorni, anzi per alcuni quindici, dimenticando o nascondendo quante guerre lampo e blitzkrieg del Novecento appena trascorso, che dovevano durare settimane o mesi, si sono trascinate per anni, come già sta avvenendo, causando milioni di morti.4

Mauro prosegue poi affermando: “Non mi stupirei che un governo che si rifiuta di esporsi con i ministri in commissione non abbia già autorizzato di fatto ciò che evita di discutere di Parlamento.” E’ infatti possibile che “da Sigonella sia già decollato un drone Usa, sganciando un missile su una postazione dell’Isis. Del resto la concessione d’uso di Sigonella è stata già concordata con Washington. Né è stato smentito un articolo molto documentato del Fatto sui sette raid in Libia in due giorni, dal titolo «Da Sigonella già partono i Droni Usa contro l’Isis»”.5

foreign fighters 2 Senza, infine, dimenticare che ancora una volta sarà una guerra tutta interna all’Occidente, in cui lo Stato italiano cercherà di riprendersi, concedendo più di qualcosa al potente alleato americano, il petrolio libico e la sua influenza sulle coste nord africane miserevolmente persi, con la caduta del regime di Gheddafi, a favore di Francia e Gran Bretagna.

La guerra è terrore puro, per chi la combatte e per chi la subisce; i bombardamenti aerei, che mai sono stati intelligenti, sono terrore puro, soprattutto per le popolazioni civili, proprio così come li volle il suo ideatore, italiano e futuro fascista Giulio Douhet, che nel 1921 pubblicò un testo poi divenuto fondamentale per le strategie di annientamento aereo delle nazioni “nemiche”: Il dominio dell’aria.6

Testo che, insieme alla successiva e postuma raccolta di scritti “La guerra integrale” (pubblicata nel 1936 con una introduzione del Maresciallo dell’aria Italo Balbo), avrebbe costituito il primo, vero e autentico trattato del terrorismo “di massa” applicato contro le popolazioni civili nelle guerre “moderne”.


  1. Per l’elenco completo si consulti: http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm oppure http://www.iraqlibero.at  

  2. Alessandro De Angelis, Libia Pinotti dà il via libera alle basi. Le opposizioni promettono bagarre in aula, http://www.huffingtonpost.it/2016/08/03/libia-basi-opposizioni_n_11317888.html?1470248921&utm_hp_ref=italy  

  3. Minaccia probabilmente già sventata con i 40 giorni di “ferie” parlamentari che proprio da oggi avranno inizio  

  4. Soltanto per la Seconda guerra mondiale la cifra si aggira, a seconda dei calcoli, dai 50 ai 200 milioni di morti  

  5. Alessandro De Angelis, cit.  

  6. https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Douhet  

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Le tre sepolture di Giulio Regeni https://www.carmillaonline.com/2016/03/01/le-tre-sepolture-di-giulio-regeni/ Mon, 29 Feb 2016 23:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28772 di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso. La prima è stata rappresentata dai servizi [...]]]> di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso.
La prima è stata rappresentata dai servizi egiziani fin dal primo momento della sua scomparsa e delle prime ricerche messe in atto per ritrovarlo. Secondo quanto riferito in un’intervista rilasciata al quotidiano filo governativo egiziano AlYoum7, il titolare delle indagini, il generale Khaled Shalabi, ha parlato di un incidente stradale sostenendo che la polizia avrebbe ritrovato il cadavere dopo la segnalazione di un passante.

Ma sul luogo dove la polizia aveva sostenuto di aver ritrovato il cadavere di Giulio Regeni nove giorni dopo la sua sparizione, sulla parte superiore di un cavalcavia dell’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto, non ci sono mai state tracce “né di brusche frenate, né di vetri, né di sangue, né di ripulitura nello spesso strato di polvere mista a rifiuti che ricopre tutto”.1 In compenso come altri hanno già riportato vi sono significative tracce di pratica di torture messe in atto dal generale Khaled Shalabi, che “venne condannato nel 2003 per aver falsificato rapporti di polizia e per aver torturato – fino a ucciderlo – un uomo, insieme ad altri due poliziotti”,2 anche se la sentenza fu poi sospesa.

La terza ed ultima sepoltura però, ed anche la più blasfema, è quella messa in atto dalle autorità governative e da vari media italiani che, pur fingendo di voler ottenere giustizia e pur facendo, come al solito e così come piace al nostro Presidente del Consiglio, la voce grossa, in realtà tardano a denunciare con certezza e sicurezza che gli autori del barbaro assassinio potranno essere soltanto individuati tra gli agenti dei servizi, nemmeno tanto segreti, del sanguinario regime di Al Sisi.

Così si sta letteralmente prendendo e perdendo tempo, in attesa che lo scorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi finisca con il fare levigare la memoria dell’omicidio politico dalle sabbie millenarie del deserto egiziano. Fino a farne scomparire ogni traccia, quasi si trattasse del naso della Sfinge o di qualche altra decorazione delle antiche piramidi ormai erose dal vento e svuotate più dai tombaroli secolari che non dagli archeologi.

Un autentico sepolcro di menzogne e depistaggi, dalla diffusione di notizie riguardanti una presunta collaborazione di Giulio con agenzie di intelligence oppure un rapimento dovuto ai Fratelli Mussulmani3 fino all’ipotesi di una vendetta personale avvallata negli ultimi giorni dalle autorità egiziane,4 viene ormai quotidianamente costruito al fine di ostruire ogni possibile accesso alla più semplice delle verità. Anzi la sponda che l’informazione nazionale presta, in gran parte, alle notizie rilanciate dai giornali filo-governativi egiziani, come il sopracitato AlYoum7 oppure Al Ahram, permette al regime di Al Sisi di presentarsi come vittima di un possibile complotto.

Così, mentre il macellaio si traveste da agnello, le indagini brancolano in un buio, più che voluto, desiderato. Soprattutto dalle stesse autorità italiane che, denunciando la scarsa collaborazione di quelle egiziane, sembrano non veder l’ora di poter archiviare il tutto come delitto irrisolto. Che volete che sia, in fondo, un ricercatore scomparso, magari di sinistra, ai margini di un deserto immenso in cui sono scomparse culture millenarie, faraoni, templi e armate?

Contro le illazioni su una sua possibile collaborazione con qualche forma di intelligence Oxford Analytica, il think tank britannico col quale aveva collaborato Giulio Regeni, ha fatto sapere “di non voler parlare in questo momento coi media italiani sulla vicenda del ricercatore ucciso in Egitto. Fonti in contatto col centro studi hanno riferito che si respira un’aria di irritazione fra i responsabili dell’organizzazione, che negano di essere legati a qualunque agenzia di intelligence e lamentano inesattezze sulle ricostruzioni della loro attività”.5 Mentre “invece, al Department of Politics and International Studies (Polis), l’istituto che Regeni frequentava nel campus di Sidwick Site, trapela un misto di dolore e irritazione. Glen Rangwala, un docente esperto di questioni mediorientali, si limita a dire di non voler fare commenti dopo “le inesattezze” – deplora – comparse su alcuni media italiani”.6

Un balletto così vergognoso quello inscenato tra Mukhabarat (la centrale dei servizi segreti egiziani7 ), governo e media italiani da spingere il mondo accademico inglese a formulare un appello “affinché il Parlamento britannico chieda e ottenga sulla morte di Regeni ‘un’indagine indipendente e imparziale’. Quale evidentemente non è ritenuta quella italo-egiziana”.8

Ma cosa spinge ad un comportamento tanto vile il nostro governo e buona parte dei nostri media? Soltanto gli interessi economici oppure anche qualcosa d’altro? “Non fosse altro perché sul tavolo delle relazioni tra i due Paesi, oltre al cruciale ruolo strategico svolto dal Cairo in chiave antiterrorismo, ci sono commesse per 10 miliardi di dollari (7 soltanto dell’Eni per lo sfruttamento del giacimento di gas Zohr, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo9 ). Può il destino di un ventottenne “comunista” valere di più di quel fiume di denaro?10 E già soltanto su questo il regime di Al Sisi potrebbe ampiamente scommettere che l’Italia non vorrà fare di questo assassinio una questione capitale.

abu omarMa anche un’altra risposta è arrivata in questi giorni proprio da Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani ha infatti condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 con la decisiva collaborazione del Sismi, servizio segreto militare. Collaborazione, guarda caso con la CIA e i servizi segreti egiziani. “Tenuto conto delle prove, la Corte ha stabilito che le autorità italiane erano a conoscenza che Abu Omar era stato vittima di un’operazione di ‘extraordinary rendition’ cominciata con il suo rapimento in Italia e continuata con il suo trasferimento all’estero“, afferma la Corte di Strasburgo e prosegue: “L’Italia ha applicato il legittimo principio del segreto di Stato in modo improprio e tale da assicurare che i responsabili per il rapimento, la detenzione illegale e i maltrattamenti ad Abu Omar non dovessero rispondere delle loro azioni”. Concludendo poi che: “nonostante gli sforzi degli inquirenti e giudici italiani, che hanno identificato le persone responsabili e assicurato la loro condanna, questa è rimasta lettera morta a causa del comportamento dell’esecutivo”.11

Ci sono segreti, e la storia d’Italia almeno da piazza Fontana in avanti lo dimostra tristemente, che non possono essere rivelati. A qualsiasi costo. Perché ne nascondono altri. Asservimenti che non possono essere rifiutati, come le rivelazioni degli ultimi giorni, a proposito dei controlli esercitati dai servizi di sicurezza americani sui governi “amici” e anche su quello italiano, ben dimostrano. Al massimo possono produrre un abbaiare di cani, come quando di notte siamo risvegliati da un breve latrato che, una volta interrotto, ci lascia tornare ai nostri sogni.

Le proteste di alcuni membri del governo e le indagini di questi giorni sembrano infatti ricordare l’abbaiar dei cani, spesso inutile e soltanto molesto. Perché mentre la guerra si delinea sempre più come unico orizzonte possibile, gli alleati possono chiedere ed ottenere dal governo italiano tutto ciò che vogliono. E falsificare la verità di un delitto non sarà certo la sola richiesta o la peggiore.

sepoltura 2 Il governo del pifferaio magico ci aveva garantito, qualche giorno fa, che i droni americani della base di Sigonella sarebbero stati usati soltanto per azioni di risposta a pericoli immediati e che, in sé, non avrebbero rappresentato un preludio ad una escalation militare. Peccato che, successivamente, sia stato riunito il Consiglio supremo di Difesa che “ha valutato ‘la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto’“.12 Mentre è stata rivelata, ad esempio dal quotidiano Le Monde, la presenza di truppe francesi in Libia, così come quella di corpi speciali americani e britannici.

Così sebbene lo si neghi, si è discusso del fatto che “Gli specialisti del Cosubin e del Col Moschin ma anche i parà della Folgore potranno agire grazie alle stesse garanzie funzionali degli 007 che la legge ha concesso loro con il provvedimento varato larga maggioranza proprio in previsione di un possibile intervento in Libia“. Potrebbero essere circa 3000 i soldati italiani “impiegati a protezione dei siti sensibili come gli impianti energetici, i giacimenti, gli oleodotti13 che ancora forniscono l’ENI, mentre “la macchina dei raid è già in azione. C’è una ricognizione aerea continua, condotta dai droni americani e italiani che decollano da Sigonella; da quelli francesi che perlustrano l’area desertica del Fezzan e da quelli britannici che partono da Cipro. Altri velivoli spia, inclusi i nostri Amx schierati a Trapani, scattano foto e monitorano le comunicazioni radio grazie ad apparati a lungo raggio, che gli permettono di restare fuori dallo spazio aereo libico. Una sorveglianza che avrebbe permesso di selezionare circa duecento potenziali bersagli […] Ma nessuno si illude: una manciata di bombardamenti e colpi di mano isolati non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno” […] l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. Al momento è una sorta di “ultima minaccia”, per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk, ma potrebbe trasformarsi in fretta in un’opzione concreta. Con un ribaltamento di fronti: mentre a Tripoli il potere è in mano a formazioni islamiche più o meno moderate, il governo rivale aveva ispirazione laica e supporto occidentale. E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati14.

Un balzo indietro di oltre cento anni senza consultare, nemmeno per conoscenza, i libri di storia […] un “piano B” per la Libia che troppo assomiglia a vecchi progetti coloniali europei”.15 Confermato dallo odierne dichiarazioni del Segretario alla Difesa statunitense Ash Carter che ha dichiarato: “L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza16

Piano, ormai tutt’altro che “segreto”, che va in direzione totalmente contraria al comunicato congiunto pubblicato dopo la riunione ministeriale per la Libia del 13 dicembre 2015 in cui veniva affermato “il nostro pieno appoggio al popolo libico per il mantenimento dell’unità della Libia e delle sue istituzioni che operano per il bene del paese“.

Menzogne, nient’altro che menzogne: la guerra al terrorismo, la difesa della democrazia, la fedeltà e l’affidabilità degli alleati, l’azione umanitaria a favore dei profughi, la collaborazione tra stati e polizie per stabilire la verità sul caso Regeni. Vittima, come noi tutti, i vivi e i morti, di una macchina di oppressione, violenza, sfruttamento e falsificazione che solo la lotta per la liberazione dell’umano che è ancora in noi potrà un giorno ribaltare e distruggere.
migranti


  1. http://www.corriere.it/video-articoli/2016/02/07/egitto-luogo-dove-stato-trovato-corpo-giulio-regeni/5049aef8-cdaa-11e5-9bb8-c57cba20e8ac.shtml?refresh_ce-cp  

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/10/news/regeni_informativa_da_egitto_nessun_elemento_riconduce_a_rapina_-133135353/  

  3. http://www.panorama.it/news/esteri/morte-di-giulio-regeni-legitto-rifiuta-le-accuse/  

  4. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/regeni_egitto_non_escludiamo_nessuna_pista_-134137778/?ref=HREA-1  

  5. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  

  6. ancora http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  

  7. che si dividono rispettivamente in Gihāz al-Mukhābarāt al-ʿĀmma (Apparato d’informazioni generali), Idārat al-Mukhābarāt al-Harbiyya wa al-Istiṭlāʿ (Direzione dei servizi militari e d’indagine) e Gihāz Mabāḥith Amn al-Dawla (Apparato d’informazioni per la sicurezza dello Stato)  

  8. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/15/news/giulio_tradito_dai_suoi_report_sui_gruppi_di_opposizione_intercettati_dagli_apparati_-133450148/?ref=HREA-1  

  9. con riserve stimate in 850 miliardi di metri cubi di metano  

  10. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  

  11. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  

  12. http://www.huffingtonpost.it/2016/02/25/libia-_n_9318500.html?1456431239&utm_hp_ref=italy  

  13. Fiorenzo Sarzanini, Intervento in Libia. Ok a missioni segrete dei nostri corpi speciali, Corriere della sera, Venerdì 26 febbraio 2016  

  14. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/l_allarme_la_casa_bianca_agiremo_ogni_volta_che_verra_individuata_una_minaccia_diretta_renzi_roma_fara_la_sua_parte_-134100071/  

  15. libia-divisione-in-tre-sconfitta_n_9306502.html  

  16. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/29/news/libia_usa_appoggeremo_con_forza_ruolo_guida_dell_italia_in_intervento_militare_-134513426/?ref=HRER1-1  

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Vincere o morire… o capitolare. Una storia della resa https://www.carmillaonline.com/2015/11/09/vincere-o-morire-o-capitolare-una-storia-della-resa/ Mon, 09 Nov 2015 22:30:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26424 di Armando Lancellotti

Girl-and-a-Soldier-by-BanksyHolger Afflerbach, L’arte della resa. Storia della capitolazione, il Mulino, Bologna, 2015, 296 pagine, € 25,00

Aut vincere aut mori, proclamava solennemente il codice dei valori militari della Roma antica, sul quale si incardinava anche quello dei valori civili; Min sicherheit si din (La mia garanzia sia la tua), diceva un cavaliere medievale tedesco che, arrendendosi, si consegnava nelle mani del rivale, confidando nel suo senso dell’onore. Nel primo caso non si concepisce alcuna alternativa accettabile alla vittoria che non sia la morte armi in pugno, come pretende una concezione [...]]]> di Armando Lancellotti

Girl-and-a-Soldier-by-BanksyHolger Afflerbach, L’arte della resa. Storia della capitolazione, il Mulino, Bologna, 2015, 296 pagine, € 25,00

Aut vincere aut mori, proclamava solennemente il codice dei valori militari della Roma antica, sul quale si incardinava anche quello dei valori civili; Min sicherheit si din (La mia garanzia sia la tua), diceva un cavaliere medievale tedesco che, arrendendosi, si consegnava nelle mani del rivale, confidando nel suo senso dell’onore. Nel primo caso non si concepisce alcuna alternativa accettabile alla vittoria che non sia la morte armi in pugno, come pretende una concezione eroica del guerriero ed epica dell’atto bellico, nell’altro, più pragmaticamente e ragionevolmente, si contempla la possibilità di un’uscita dalla battaglia che non sia il manicheo “vincere o perire” e che, osservando un codice di gesti rituali e formule prestabilite, garantisca la vittoria dell’uno e la vita, non solo l’onore, dell’altro.
E’ di questi momenti, quelli in cui finisce uno scontro, in cui termina una battaglia o si conclude una guerra che lo storico Holger Afflerbach si occupa nel suo saggio, che si dà come obiettivo quello di tracciare una storia della capitolazione, di declinare una fenomenologia delle possibilità e delle modalità della resa di un soldato, di un esercito, di una intera nazione. La fine dei combattimenti, questione di solito trascurata dagli storici, prende il posto delle strategie belliche, delle tecnologie degli armamenti e dei metodi di comando – di queste cose infatti gli studiosi di storia militare si sono spesso occupati – per divenire il tema di un excursus storico che dall’antichità ad oggi osserva il comportamento e il destino degli sconfitti, seppur in relazione alle possibilità a loro concesse dalle pretese e dai vantaggi dei vincitori.

La capitolazione, ci ricorda l’autore, non è l’unico modo, sia per il singolo soldato sia per un esercito e lo stato di riferimento, di terminare una guerra. Il primo può disertare, fuggire, farsi catturare; uno stato può negoziare l’armistizio, se le condizioni della guerra lo rendono ancora possibile. Diverso il caso della capitolazione, quando i combattenti decidono di deporre le armi, in relazione alle possibilità/modalità di resa eventualmente dai vincitori concesse ai vinti, in modo tale che queste siano per i vinti stessi accettabili.
I vertici in dialettico rapporto tra loro di una sorta di “quadrilatero aristotelico della resa” che racchiude e definisce forme e modi del capitolare sono l’onore del soldato che combatte, il suo istinto di sopravvivenza, le condizioni di resa imposte dal vincitore e la disponibilità o la possibilità del vinto di accettarle. E il principio regolatore dell’intero meccanismo è una sorta di “mano invisibile della guerra” che, ritiene l’autore, come quella smithiana regolatrice del mercato, dovrebbe solitamente essere in grado di condurre al termine del conflitto prima dell’annientamento di una delle parti coinvolte. «L’idea […] mefistofelica di una forza che mira al male e realizza il bene può venire trasposta nel contesto della cessazione dei conflitti: i moventi egoistici e individualistici delle parti belligeranti […] impediscono normalmente che la guerra raggiunga i suoi eccessi, ossia il completo annientamento dell’avversario sconfitto». (p. 9) Ma talvolta la “mano invisibile” fallisce nel suo intervento e cioè quando la superiorità del vincitore è tale che questo si convince di non avere nulla da guadagnare da una qualche forma di riguardo o clemenza verso lo sconfitto e che anzi la sua eliminazione spietata possa essere un vantaggio.

Più volte l’autore si rifà alle parole di Carl von Clausewitz, generale e teorico militare prussiano protagonista delle guerre contro Napoleone, e in particolare a quelle del suo Della guerra (postumo, 1832), in cui si sostiene che il fine di un conflitto sia l’annientamento del nemico, ove «il termine “annientamento” non significa lo sterminio fisico del nemico, la morte dei soldati sconfitti, ma indica una condizione in cui i vinti non sono più in grado di infliggere danni significativi al vincitore» (p. 13) Pertanto, è stato possibile nel corso della storia che gli uomini abbiano progressivamente abbandonato l’idea (senza mai, però, rigettarla completamente, come gli eventi bellici novecenteschi frequentemente dimostrano) che una guerra si debba concludere necessariamente con l’eliminazione fisica del nemico, fino all’ultimo uomo, ed invece abbiano introdotto norme, condiviso consuetudini con cui “civilizzare” la brutalità ferina della guerra e tra queste, appunto, rientra la pratica della capitolazione. Questa poi può verificarsi nella forma di una resa che contempla la negoziazione di condizioni oppure in quella della resa incondizionata (che trova il suo archetipo nella deditio romana), che pone come unici limiti alle pretese del vincitore quelli previsti dal diritto internazionale, da quando esiste e se sufficientemente forte per imporsi; ovvero la capitolazione può essere spontanea o forzata, ma in ogni caso precedente la debellatio, cioè la distruzione totale della forza militare nemica, che conduce al disarmo e che rende superflua la capitolazione stessa.

afflerbach_arte_della_resaDi queste ed altre forme di dedizione, delle specifiche circostanze storiche e delle rispettive conseguenze si occupa Afflerbach nei diversi capitoli del libro, ma una è la “regola aurea” della capitolazione che egli individua: “il principio di reciprocità”, cioè del vantaggio vicendevole, seppur tra due parti in relazione così squilibrata come i vincitori e i vinti di una battaglia o di una guerra. Se lo sconfitto capitola tempestivamente, risparmia ulteriori perdite e lutti non solo alla propria parte, ma anche a quella del nemico vincitore, che sarà perlopiù ben disposto a considerare l’eventualità di un atteggiamento clemente. La resistenza accanita priva di reali possibilità di capovolgimento delle sorti dello scontro produce invece l’effetto opposto e induce il vincitore alla brutalità e alla eliminazione di ogni scrupolo morale nell’imposizione della propria superiore forza. Il ricorso al principio di reciprocità risulta conveniente anche al vincitore che, se si dimostrasse incapace di clemenza, indurrebbe futuri nemici a comportarsi allo stesso modo nei suoi confronti o a non arrendersi per nessuna ragione, non intravedendo a quel punto più alcuna differenza tra il soccombere combattendo o disarmati.
L’efficacia di questa regola risulta evidente nel caso degli assedi, del passato come del presente, dell’età antica come di quella moderna o contemporanea, quando cioè diviene cruciale capire quale sia il momento giusto per dichiarare la resa; l’alternativa – la difesa a oltranza – si risolve solitamente con un inutile massacro. «Non sempre si riuscivano a bilanciare con successo i costi e i benefici: l’occupazione di Cartagine nella Terza guerra punica, quella di Numanzia durante l’avanzata dei romani in Spagna, quella di Magdeburgo nella guerra dei Trent’anni e di Berlino nel 1945 dimostrano che sia nelle guerre dell’antichità, sia in quelle moderne i tentativi di resistenza eccessivamente prolungati si ritorcevano drasticamente contro il vinto». (pp. 25-26)
Ed il medesimo principio, quello di reciprocità, agisce anche da strumento di mediazione e passaggio tra “ideale”, la lotta fino alla morte, riproposta nelle sue varianti in quasi tutte le epoche storiche, e “prassi”, il pragmatismo, che porta il vincitore a comportarsi magnanimamente per interesse e l’istinto di sopravvivenza, che spinge il vinto ad arrendersi.

Nella Grecia antica i modelli ideali di guerriero e di battaglia erano rispettivamente rappresentati da Leonida e dallo scontro delle Termopili, in cui gli spartani non presero in considerazione l’idea di capitolare dinanzi alle soverchianti forze nemiche e preferirono morire combattendo. Il comportamento di Leonida e dei suoi uomini, celebrato e indicato come paradigma valoriale da poeti e storici antichi, riprendeva l’idea epica di battaglia dei poemi omerici, ma spesso un più prosaico e ragionevole pragmatismo contribuiva a scelte diverse dalla indisponibilità alla capitolazione, come ci dice Tucidide riguardo ai fatti dell’isola di Sfacteria nel 425 a.C., durante la guerra del Peloponneso, quando gli stessi spartani decisero di capitolare incondizionatamente per avere salva la vita. Se all’ateniese Tucidide questo fatto tornò utile per sfatare il mito che dipingeva tutti gli spartani come altrettanti Leonida alle Termopili, ad Holger Afflerbach serve per mostrare il funzionamento del meccanismo della moderazione. «Le fonti rivelano la presenza di due fattori determinanti: innanzitutto, la disperazione e il tenace istinto di sopravvivenza degli spartani sconfitti […]; in secondo luogo, le mire politiche degli ateniesi […] che si attendevano dalla cattura degli spartani vantaggi superiori rispetto a quelli che avrebbero avuto massacrandoli. Qui mancava l’unico elemento cha avrebbe potuto vanificare il funzionamento di un meccanismo di questo tipo: la presenza di un condottiero disposto a tutto come Leonida». (p. 35)

Anche nell’antica Roma, almeno sul piano ideale, vigeva il principio del vincere o perire e la capitolazione era vista come una ignominia, un colpevole e vergognoso atto di vigliaccheria, ma anche qui come in Grecia erano pochi i determinati ad attenersi ed uniformarsi all’ideale e molti coloro che, nonostante le eventuali conseguenze sociali del gesto, preferivano arrendersi in caso di sconfitta certa. La cultura legalistica di Roma portò, per la prima volta nella storia secondo Afflerbach, all’introduzione di leggi e norme precise che regolamentavano la guerra ed anche i suoi momenti finali, come la resa del nemico sconfitto. I romani miravano ad ottenere la deditio, cioè una capitolazione incondizionata del nemico, con cui quest’ultimo si consegnava totalmente all’autorità di Roma ed anche al suo arbitrio. Così si esprime Polibio: «Coloro i quali si arrendevano alle autorità romane, consegnavano loro ogni terra e le città, con tutti gli uomini e le donne che si trovavano in quelle terre e città, nonché le acque, i porti, i templi e le tombe; sicché i Romani divengono i signori assoluti e ai capitolati non rimane più nulla». (p. 45) Per questo – sostiene Afflerbach – si può dire che la pax romana per i popoli non romani fosse, in realtà, la pace del campo santo.

Nel capitolo che tratta delle regole della capitolazione nel medioevo, l’autore per prima cosa rileva come, nonostante i profondi rivolgimenti e lo scenario politico completamente mutato rispetto all’età antica, il codice d’onore dei soldati rimanga lo stesso, tanto che nei poemi epici quali il Canto dei Nibelunghi, Beowulf, la Chanson de Roland o il Cantar del mio Cid si continua a combattere fino alla morte e quella che si può considerare la differenza principale rispetto all’antichità, lo sfondo culturale e religioso cristiano, non fa altro che confermare il principio del vincere o morire attraverso l’ideale del martirio per fede. Ma ancora una volta la distanza tra la teoria e la prassi risulta evidente. Innanzi tutto se l’ideale cristiano del martirio o della crociata può essere considerato la declinazione medievale dell’antico principio aut vincere aut mori, nel corso del tempo mutò il modo di rapportarsi dei vincitori nei confronti dei vinti, cosicché nella guerra cavalleresca pratiche quali il massacro spietato del nemico sconfitto o la riduzione in schiavitù di donne e bambini vennero progressivamente considerate incompatibili con i valori religiosi, sebbene non manchino casi contrari come a Gerusalemme nel 1099 o a Costantinopoli nel 1204. Che la mentalità stesse cambiando lo dimostrano anche le parole del cronista Fulcherio di Chartres, secondo le quali «La battaglia è pericolosa, la fuga allettante; ma è meglio sopravvivere da codardo che morire compianto per sempre» (p. 60); parole che nessun autore antico avrebbe mai messo per iscritto.
Ma – come Afflerbach argomenta ripetutamente nel corso del suo libro – è ancora una volta il principio di reciprocità, con le sue logiche di ricerca di un vicendevole interesse, che modifica la prassi della capitolazione, tanto è vero che nel medioevo si diffonde l’abitudine della cattura, non dell’uccisione, del nemico, al fine di richiedere ed ottenere un riscatto. Tutto questo riguardava – vale la pena ricordarlo – soltanto i nobili cavalieri, che avevano mezzi sia per poter trattenere in ostaggio un nemico sia per poter pagare un riscatto e che vicendevolmente si riconoscevano valore e dignità tali da essere garantiti da un codice d’onore vincolante. Diverso il discorso per i rustici pedites, i mediocres de vulgo che, se impossibilitati a darsi alla fuga, venivano uccisi senza alcun riguardo, ma che, a loro volta, non si facevano scrupolo di uccidere un malcapitato cavaliere caduto tra le loro mani, non avendo la possibilità di catturarlo al fine di ottenere un riscatto e preferendo razziarne il cadavere e gli averi.

Col passaggio all’età moderna, l’ideale epico dell’eroe che lotta alla morte comincia a declinare, come testimoniano le “canzonature” che di esso fanno Cervantes nel Don Chisciotte o Ariosto nell’Orlando furioso, o la critica che Montaigne rivolge a quei generali che pretendono dai loro uomini di combattere oltre ogni limite ragionevole e che meriterebbero di essere trascinanti dinanzi ad un tribunale. La distanza tra “ideale” e “prassi” tende a restringersi a seguito di alcuni cruciali cambiamenti che riguardano soprattutto la tecnologia militare, le modalità di combattimento e quelle di arruolamento. La diffusione delle armi da fuoco, cioè di armi a distanza, rende progressivamente meno frequente lo scontro fisico tra i soldati, il corpo a corpo, e quindi sottrae al singolo soldato la decisione riguardo all’eventualità di arrendersi e consegnarsi al nemico, lasciandola all’ufficiale in comando. A questo si aggiunga la crescita degli eserciti che aumentano sia di numero sia di complessità organizzativa e gerarchica e ciò «costrinse i soldati a una rigida disciplina e sostituiva al valore del singolo combattente – l’ideale dell’eroe antico e medievale – l’omologazione e l’obbedienza» (p. 86)
Un altro cambiamento importante concerne le possibilità di capitolazione previste: viene mantenuto il codice comportamentale dei cavalieri che prevede l’eventualità della resa, della cattura e della liberazione, ma viene riconosciuto anche ai semplici soldati, cioè alle classi sociali inferiori e non solo alla nobiltà. Per questo Afflerbach sostiene che l’età moderna costituisca un momento di grande progresso etico per quel che riguarda la capitolazione, il che non significa ovviamente che le guerre dell’età moderna siano più civili e meno brutali o distruttive di quelle delle precedenti epoche: la guerra dei Trent’anni – giusto per fare un solo esempio – dice il contrario.

La seconda metà del saggio si concentra sulla resa nel corso dei secoli XIX e XX, che l’autore vede manifestarsi all’interno di un arco di possibilità che ha i suoi estremi nel riconoscimento, stabilito da accordi e trattati, dei diritti dei vinti e nel disprezzo di quei diritti stessi, conseguenza di quelle che qui vengono definite guerre extrasistemiche, cioè non normate da un sistema di regole e di cui la guerra totale e di annientamento intrapresa sul fronte orientale dalla Germania nazista durante il secondo conflitto mondiale è un chiaro nonché tragico esempio.
Con la rivoluzione francese e le guerre europee conseguenti due dei processi già in atto nella storia militare moderna giungono a compimento, cioè l’incremento continuo delle dimensioni e della potenza degli eserciti e la tendenza a regolamentare la guerra.
Come è noto l’introduzione nella Francia rivoluzionaria della leva obbligatoria dà il via al progressivo fenomeno dell’arruolamento di eserciti di massa, supportato anche dalla contemporanea crescita demografica in Europa e dalla disponibilità esponenzialmente crescente di armi che l’industrializzazione del XIX secolo rendeva possibile. Si tratta di una tendenza storica che copre il periodo tra 1792 e il 1945, nel corso del quale sia la disponibilità quasi inesauribile di soldati continuamente rimpiazzabili, sia la logica della “guerra totale” o “assoluta” (rientrano in questa categoria, secondo l’autore, le guerre napoleoniche, la guerra di secessione americana e i due conflitti mondiali), logica che pone in secondo piano le considerazioni riguardo a costi e benefici e impone come unico obiettivo quello della vittoria ad ogni costo, producono come effetti la violenza illimitata, la morte di massa e l’annientamento di una delle parti belligeranti. Facendo riferimento alla enorme disponibilità di uomini dovuta alla leva obbligatoria, «il filosofo e pacifista britannico Bertrand Russel ha riassunto questo atteggiamento nella celebre formula maximum slaughter at minimum expense (il massimo massacro con la minima spesa)». (p. 146)

Per quanto riguarda l’altro aspetto – la regolamentazione della guerra – nello stesso periodo vengono progressivamente introdotte non solo norme più vincolanti riguardo alla tutela della vita dei capitolati, ma anche disposizioni relative al sostentamento e alla sistemazione dei prigionieri di guerra. Essendo ora concepite e concordate forme più certe di capitolazione con cui sottrarsi al pericolo della morte in guerra o con cui attendere la fine di essa in condizioni approssimativamente accettabili di prigionia, ci si dovrebbe attendere un crescente ricorso a queste possibilità da parte dei soldati dei moderni eserciti ed invece «la storia delle guerre tra il 1789 e il 1945 mostra che ciò non avvenne affatto, che i soldati degli eserciti di leva combattevano a lungo e resistevano con tutte le loro forze, pensando in generale alla capitolazione soltanto in condizioni catastrofiche e disperate». (p. 148) Quale la spiegazione? L’autore la trova nella teoria della good boy orientation, elaborata dagli psicologi americani dopo la seconda guerra mondiale, che evidenzia le difficoltà della maggior parte degli uomini di vivere al di fuori delle regole della società di appartenenza, da intendersi nel caso del soldato sia come la società “in grande” del paese per cui si combatte sia come il piccolo gruppo dei commilitoni. L’interiorizzazione delle regole sociali produce comportamenti omologati e ritrosia del singolo ad infrangere una norma collettiva e pertanto la scelta di arrendersi ed abbandonare il combattimento non è quasi mai individuale, ma dipende dal consenso generale che ricomprende l’atteggiamento del singolo. Un meccanismo questo che dispiega tutte le sue potenzialità di condizionamento in società di massa che, mosse a questo da esigenze belliche, predispongono ed attivano gli apparati di propaganda, di costruzione e controllo del consenso.

Nelle sue dettagliate analisi delle diverse modalità di resa nelle guerre contemporanee, Allferbach considera gli atteggiamenti dei soldati della Grande Guerra, una volta esauritasi l’ubriacatura patriottica e nazionalistica dell’estate 1914 o dei primi mesi del conflitto, quali la diserzione, l’autolesionismo, l’ammutinamento, lo sciopero militare, che dagli alti comandi degli eserciti e dai governi sono non solo puniti in modo inflessibile, ma anche “disinnescati” nelle loro temute potenzialità disgregatrici del consenso nazional-patriottico con miti negativi quali quello tedesco della “pugnalata alle spalle”, del tradimento interno. La conseguenza è quella che l’autore chiama “ossessione della capitolazione”, che ricorre sia nella teoria sia nella prassi della seconda guerra mondiale. «Nel primo conflitto mondiale la capitolazione aveva rivestito un ruolo importante. Milioni di soldati erano stati fatti prigionieri e l’affievolimento dello spirito bellico, sia dei militari, sia della patria, aveva condotto in alcuni casi al crollo del governo, come in Russia, in altri alla fine dei combattimenti, come in Germania. Per questa ragione nella Seconda guerra mondiale il rifiuto della capitolazione ebbe fin da principio un ruolo importante nella retorica politica, diventando un’ossessione che costò immensi sacrifici». (p. 186)
Ma anche nelle guerre dell’età contemporanea, come in quelle delle precedenti epoche storiche, vale il principio della distanza tra teoria e prassi, tra l’ideale propagandistico della “guerra assoluta”, che non prevede alternative alla vittoria che non sia la morte in battaglia e la prassi di numerose capitolazioni regolamentate con la conseguenza di milioni di soldati fatti prigionieri. Ma se in Occidente questo avvenne nel rispetto sostanziale delle convenzioni internazionali, seppur in un quadro complessivo di una guerra terribile e distruttiva, è in Oriente che il carattere “extrasistemico” del conflitto, cioè trascendente qualsiasi regola o norma stabilita e che trova il suo precedente o modello storico nelle guerre coloniali condotte dai paesi occidentali, produce effetti disastrosi e criminali. La guerra sul Fronte orientale, per chiara intenzione del governo e del comando nazista che coinvolsero buona parte del popolo tedesco e della Wehrmacht, non rispettava qualsivoglia regola o convenzione internazionale, ma la norma tanto criminale quanto elementare dello sterminio, del saccheggio, della distruzione indiscriminata, indotti dall’odio politico verso il comunismo e dal disprezzo razziale verso i popoli slavi e gli ebrei orientali. Si trattò in sostanza di un ritorno al bellum romanum.
La lettura di alcuni dati parla chiaro: a Est il 57% dei prigionieri di guerra sovietici morì nei campi di prigionia e lavoro tedeschi, mentre a Ovest la mortalità dei prigionieri inglesi catturati dai nazisti si attesta intorno al 3,5%. L’effetto inevitabile, come il principio di reciprocità vuole, fu l’indisponibilità totale dei sovietici alla resa e un trattamento intransigente da parte di questi ultimi verso i nemici quando, dopo la battaglia di Stalingrado, le sorti del conflitto si rovesciarono; in questo caso la percentuale dei prigionieri tedeschi che morirono in Russia arriva al 35,8%.
Interessanti anche le considerazioni proposte da Afflerbch riguardo alla riformulazione moderna della deditio romana che portò Roosevelt e Churchill a stabilire il principio della capitolazione incondizionata (unconditional surrender) a Casablanca nel gennaio del 1943. Il principio non era certo una novità e di lì a poco (settembre ’43) lo avrebbe accettato il governo italiano per firmare l’armistizio, ma nuova era – appunto – la sua applicazione non ad una singola unità combattente o fortificazione militare, ma ad una intera nazione.
Le analisi riguardanti la seconda guerra mondiale proseguono e si concludono con lo studio delle motivazioni e delle conseguenze di due casi di rifiuto ostinato di capitolare: quello tedesco e quello giapponese, che si concluderanno con la distruzione di Berlino e le due atomiche sul Giappone.

L’epoca successiva al 1945 è da Afflerbach definita “post-eroica”, in quanto gli orrori del conflitto da poco concluso hanno favorito lo sviluppo di nuovi e diversi atteggiamenti nei confronti della guerra (e di conseguenza della resa): il principale consiste in un rifiuto di essa e della sua “ideologia” e questo è accaduto principalmente nei paesi usciti sconfitti o comunque distrutti dalla guerra mondiale; il secondo, più frequente tra i vincitori, che ripropone la guerra come strumento necessario per debellare sul nascere pericoli e mali peggiori della guerra stessa; il terzo è l’atteggiamento che ha fatto da supporto alle guerre di emancipazione dei popoli del periodo della decolonizzazione e che, in sostanza, riprende un’idea già molte volte proposta nel corso della storia; ed infine, l’atteggiamento di coinvolgimento crescente dell’opinione pubblica mondiale e la sua capacità di influenza sulla cessazione (ma anche sullo scatenamento) di un conflitto. Si tratta, in quest’ultimo caso, di un fenomeno iniziato nel XVIII secolo che nella contemporaneità ha raggiunto la sua piena realizzazione e che nella partecipazione dell’opinione pubblica americana alle vicende della guerra del Vietnam trova un chiaro esempio.

Non manca, nelle ultime pagine di questo interessante ed approfondito lavoro sulla storia della capitolazione, un riferimento alla “illusione” della “guerra pulita”. Si tratta di una costruzione ideologica degli Stati Uniti e dei loro alleati che «una volta superato lo shock della guerra del Vietnam e terminata la guerra fredda [hanno riproposto] la vecchia idea della “guerra giusta” sotto le nuove spoglie dell’”intervento umanitario”». (p. 230) Da un lato gli Stati Uniti e gli europei sostengono di intraprendere azioni militari per ragioni e scopi umanitari e per tutelare popoli perseguitati, dall’altro, intervenendo militarmente, finiscono per uccidere ed arrecare ingenti danni alle stesse popolazioni destinatarie del cosiddetto intervento umanitario. A questo si aggiunga poi la difficoltà di giustificare agli occhi della propria opinione pubblica perdite ingenti subite e violenze eccessive compiute. Per queste ed altre ragioni la nuova frontiera della pratica bellica consiste nella guerra basata principalmente sull’aeronautica, sui cosiddetti bombardamenti chirurgici e, per ultimo, sull’utilizzo dei droni. Se non che, scrive l’autore, riprendendo lo storico Martin van Crefeld, «procurare la morte senza doverla a propria volta temere non è la peculiarità del soldato, ma del boia». (p. 232)

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