Corrado Farina – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 05 Jul 2026 19:36:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le notti viola dei pascal https://www.carmillaonline.com/2023/05/12/le-notti-viola-dei-pascal/ Fri, 12 May 2023 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77159 di Franco Pezzini

Cristiana Astori, Tutto quel viola, prefaz. di Steve Della Casa, pp. 400, € 18,90, Fratelli Frilli, Genova 2023.

Mentre leggo, il cielo è grigio: a colpo d’occhio, pare lo stesso grigio che spesso vedevamo sulle nostre teste nella Torino degli anni Settanta.

Eppure non è proprio così: per ritrovare davvero l’immagine di quel cielo coperto, denso di fumi industriali, ci si può procurare il geniale Hanno cambiato faccia di Corrado Farina (1971), e puntare alle prime scene, con fiumane d’auto sotto la cappa di smog precedente una serie di normative [...]]]> di Franco Pezzini

Cristiana Astori, Tutto quel viola, prefaz. di Steve Della Casa, pp. 400, € 18,90, Fratelli Frilli, Genova 2023.

Mentre leggo, il cielo è grigio: a colpo d’occhio, pare lo stesso grigio che spesso vedevamo sulle nostre teste nella Torino degli anni Settanta.

Eppure non è proprio così: per ritrovare davvero l’immagine di quel cielo coperto, denso di fumi industriali, ci si può procurare il geniale Hanno cambiato faccia di Corrado Farina (1971), e puntare alle prime scene, con fiumane d’auto sotto la cappa di smog precedente una serie di normative antinquinamento. Farina (1939-2016), che persona deliziosa: lo ricordo in un paio di occasioni in cui, a un passo da me, avrei potuto trovare l’eroina Susanna Marino di Cristiana Astori – una volta (2008) mentre il regista presentava da Fogola il suo romanzo L’invasione degli ultragay. Una storia politicamente scorretta, un’altra al Circolo dei lettori (2009), in occasione di un ciclo di proiezioni e conferenze a lui dedicato. Nell’impossibilità, ai giorni nostri, di trovare produttori, i suoi romanzi – spiegava con grande dignità – erano i suoi nuovi film. In Tutto quel viola, l’autrice lo richiama in scena molto bene, ma evidentemente si spinge oltre, fino a lasciare a me che leggo l’impressione di un tuffo atmosferico in quegli anni lontani.

Mi occupo raramente di polizieschi. Non sopporto “l’usato sicuro” che invece trionfa sugli scaffali del giallo da grande distribuzione, dove poliziotti umani, troppo umani vengono ammanniti per il brivido della divisa e l’estasi di un ordine tranquillizzante, paternalista, soavemente antilibertario. Mi piacciono i gialli antichi e mi piacciono quelli che comportano originalità e ricerca: per questo Tutto quel nero mi aveva affascinato, come poi le successive puntate della saga di Susanna Marino. Cristiana Astori scrive molto bene, si ammazza di ricerche per ricostruire uno sfondo in modo credibile – non solo costumi ma atmosfere, modo di ragionare… uno non può scrivere un romanzo storico di età romana imperiale dove il protagonista ragiona come James Bond – e lavora con competenza su un immaginario complesso anche perché fortemente condiviso, quello del cinema. Ma non solo su quello: qui per esempio, con un’incursione avventurosa, punta la prua nell’arte surfantica di una Torino ormai scomparsa, immaginando – inventando, ma in termini credibili – un nesso tra il pittore Lorenzo Alessandri (1927-2000) e un film perduto e morbosetto che di certa visionarietà lisergica degli anni Settanta sembra un distillato, il torbido Sortilegio di Nardo Bonomi.

La ricostruzione della vicenda, a cavallo tra quel passato e gli anni nostri, è condotta con un gusto artistico genuino, e tra l’altro conferma che i romanzi di Cristiana Astori sono romanzi fantastici almeno altrettanto che polizieschi: fantastico non è tanto un contenuto, quanto un modo di narrare, e in una storia dove zampettano i grotteschi pascal di Alessandri (come lui chiamava i suoi mirabilia, dalla dicitura della cartellina in cui originariamente li stornava dagli sguardi scandalizzati dei familiari) e gli omicidi seguono gli antichi rituali di esecuzione delle streghe, siamo in pieno fantastico di matrice gotica. Con un occhio al fantastico di un’epoca che gente della mia età può ricordare benissimo. Al punto che le pagine sono un po’ una chiamata di morti, e aggirandomi idealmente nella Torino d’epoca incontro i fantasmi. A partire dai miei.

Cos’era successo? Lungo il corso del lunare decennio Sessanta – un aggettivo che, a partire da una suggestione di Ornella Volta, Fabio Camilletti usa per il densissimo Italia Lunare. Gli anni sessanta e l’occulto (Lang, 2018) – ciò che al tempo era detto l’insolito restava un po’ sotto il pelo del discorso pubblico, emergendo solo attraverso voci di artisti (Landolfi, Buzzati, Fellini, Valerio Riva, appunto Alessandri…) o realtà culturalmente liminari come l’archeologia misteriosa di Peter Kolosimo o la cosiddetta clipeologia (l’archeologia dei dischi volanti, come emergenti in antiche raffigurazioni o quadri sacri). Consideriamo il boom planetario dell’horror marca Hammer dal 1957 ma anche, nel Bel Paese, la nascita di un horror indigeno molto interessato al tema della strega, la donna deviante, femmina folle o satanica, o vittima designata come in Sortilegio, e che anche in Tutto quel viola trova parecchio spazio. Donne come le incredibili figure dei quadri di Alessandri, che compendiano nebulose o doppie eliche in vertiginose riletture di qualche Grande Dea cosmica.

Però alla fine degli anni Sessanta, in rapporto con la Grande Contestazione e la rivoluzione sessuale – oltre che, va detto, al rilassarsi generale della censura, non solo su seni e siparietti sessuali ma sull’alterità di credenze – da ogni fenditura del suolo occidentale l’occulto sembra eruttare: è il grande Revival magico, annunciato alla televisione dall’avvio di sceneggiati come Il segno del comando (scritto nel 1968 e prodotto nel 1971, giustamente ricordato in Tutto quel viola) che portano sedute spiritiche ed esoterismo in prima serata, e tale da vedere in ogni numero di rotocalco almeno un cenno a pratiche medianiche, maghi celebri del passato o fenomeni paranormali. Per un ragazzino affamato di mistero e d’insolito qual ero si trattava di una pacchia. Il revival magico – con la sua propaggine presuntamente “scientifica”, la parapsicologia – detterà la linea di una stagione di sogni per tutti gli anni Settanta, e si esaurirà assieme alle altre utopie del decennio: negli Ottanta del riflusso e della Milano da bere, l’occulto tornerà a colare come aperitivo frizzantino tra le pieghe e le fratture della società italiana, ma non avrà più un reale spazio pubblico.

Negli anni Settanta, comunque, tra rotocalchi e giornali della sera, radio private, prime (piccolissime, locali) televisioni private, si sviluppa da brandelli di storie autentiche e grandi affabulazioni il mito della Torino magica, e quanto cova in città – si pensi all’azione tra i salotti sabaudi di un mentalista brillante come Rol – viene letto alla luce di una presunta antica tradizione con topoi ossessivamente riproposti: il passaggio di Nostradamus con nebulosa di profezie sulle città, la presenza di tre grotte alchemiche (dal significato discusso) cui si potrebbe accedere decrittando i simboli della Fontana Angelica in Piazza Solferino, la tolleranza dei Savoia in funzione anticlericale di una serie di credenze non allineate – quest’ultimo dato storico, almeno per una certa fase dell’Ottocento. Luca Rastello mostrerà in Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) come la simbologia alchemica possa essere congrua, sul piano narrativo, a raccontare i sogni di trasformazione che in quella città fermentano negli anni Settanta tra i giovani, ma che i locali sotto i palazzi sabaudi fossero davvero addetti a esperimenti alchemici per conto della casa sovrana resta tutto da provare. Certo l’ex-capitale, nella seconda metà degli anni Settanta, vanta persino un negozio di articoli magici (in via Barbaroux, mi fermavo sempre a guardare la vetrina, mi affascinavano particolarmente i gessetti per tracciare il cerchio magico da evocazioni) e le sedute spiritiche – a Torino come ovunque – sono talmente frequenti da rendere temporaneamente credibile la bubbola sulla presunta rivelazione di “Gradoli” nel corso di una séance medianica con lo spirito di Don Sturzo quale luogo di prigionia di Aldo Moro. Per noi, adolescenti negli anni del ginnasio e del liceo, usi a vedere le librerie piene di volumi sul magico, un certo tipo di orizzonte è al tempo occasione di discorsi, scherzi, inevitabili sedute spiritiche.

Il fatto che Corrado Farina mostri vampiri a Torino non è strano: Furio Jesi, nel geniale L’ultima notte scritto nel corso degli anni Sessanta e pubblicato solo postumo (Marietti 1987), immagina Torino come città dell’ultimo conflitto tra uomini e vampiri, stirpe “altra” cui Dio ha concesso di riprendersi la terra maltrattata dagli umani (e che avrebbero il quartier generale nella torre Littoria di piazza Castello, mentre gli scontri assomigliano a quelli d’epoca in piazza). Nessi tra una città liminare come Torino e uno status liminare come il vampirismo sono stati evidenziati in parecchie opere narrative, e Astori stessa, prima di Tutto quel viola, ha dedicato un’altra quest di Susanna Marino – l’ottimo Tutto quel buio (Elliot 2018) – alla ricerca del perduto film Drakula halála, ambientandola appunto tra Torino e Budapest. Ma a prescindere dai vampiri (che in Tutto quel viola non ci sono), chi ha memoria degli anni settanta delle sedute spiritiche e del fiorire di esperienze artistiche anche un po’ sopra le righe (qui il folle film Sortilegio, 1970, una specie di sabba onirico su pellicola che in nessun altro periodo – salvo forse la Weimar prenazista – sarebbe stato possibile produrre) trova riferimenti ricchi e congrui. La parabola artistica degli gruppo Surfanta (1964-1972) di cui Alessandri è leader, nella Torino del boom ma anche del decennio lunare, è emblematica di come il fenomeno della cosiddetta Torino magica coinvolga a pieno titolo artisti e relative suggestioni, abbracciando quello che oggi definiremmo tout court il Fantastico: correttamente un antropologo esperto in cose torinesi come Massimo Centini nel recente Torino magica fantastica leggendaria (Il Punto – Piemonte in bancarella, 2017), strutturato a voci di dizionario, non si limita a riunire, come in genere accade, un centone di storie dalla doppia pista di tradizioni (variamente) antiche e leggende urbane postmoderne – le due anime cioè di un mito arcano torinese ampiamente costruito sui giornali, tale da muovere oggi un fatturato importante attraverso iniziative turistiche, esercizi commerciali e ovviamente produzione editoriale. A questo contenuto canonico Centini unisce anche una messe di riferimenti ad autori e realtà del Fantastico torinese letterario, pittorico, cinematografico, e del relativo fandom: a sottolineare in fondo la dimensione affabulatoria di tante storie, come reagenti assieme nel matraccio immaginale di una città-laboratorio. Il caso di Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria è del resto emblematico.

Tale è il contesto magmatico in cui il cattolico Alessandri, esponente – pare – della massoneria torinese, curiosus dell’occulto, dell’esoterismo e del macabro,  gioca a provocare attraverso affabulazioni goliardiche, come quella degli extraterrestri sul Musinè (altro topos dell’immaginario d’epoca, e legato a stretto filo alla Torino magica: una testimone eccellente di quella stagione, la scrittrice e giornalista Giuditta Dembech (morta ahimè pochi giorni fa) che apre un intero filone editoriale con il saggio popolare Torino città magica – per l’Ariete, 1978 – aveva già pubblicato Musinè magico – Piemonte in Bancarella, 1976 – rimasto un classico del genere). Ricordare oggi il gruppo Surfanta – rappresentato, oltre che da Alessandri, da Abacuc (Silvano Gilardi: celeberrimo e surreale il suo Rinoceronte assunto, 1969), Lamberto Camerini, Enrico Colombotto Rosso (i cui quadri tornano in Profondo rosso), Giovanni Macciotta, Mario Molinari e Raffaele Ponte Corvo – non è soltanto un’operazione vintage sul bizzarro, ma la doverosa riscoperta per le più giovani generazioni di una straordinaria esperienza immaginale e artistica.

È vero, una certa vulgata cialtrona ha fatto di Alessandri il presunto papa nero dei satanisti, ma sono frottole: e un colto esoterista come lui patisce sinceramente una simile banalizzazione del proprio profilo. A cavallo tra anni Sessanta e Settanta nasce anche la bufala sui presunti 40.000 satanisti a Torino che periodicamente echeggia ancor oggi, varata per opera di alcuni allegroni guidati dall’erudito Gianluigi Marianini (1918-2009) – che ricordo come persona di grande garbo e piacevolissimo commensale – e che riescono a piazzare la fantasiosa informazione addirittura su Stampa Sera, grazie pare alla complicità di Vittorio Messori. Romanzi sulla Torino magica non sono mancati, anche se il più classico la prende un po’ alla lontana: A che punto è la notte di Fruttero & Lucentini (1979), dove prevale piuttosto una dimensione criptoecclesiale da esothriller gnosticheggiante. Tutto quel viola presenta dunque carte tali da poter risultare tra i candidati migliori a il romanzo della Torino magica.

Va anche detto che in quegli anni (tra il 1968 e il 1972, sui calcola) nasce anche il mito dei due triangoli magici con vertici a Torino, e quello detto della magia nera – Torino, Londra, San Francesco – è direttamente debitore della lettura provincialotta di notizie come la nascita nel 1966 della Chiesa di Satana a San Francisco per opera di Anton LaVey, con la pittoresca novità della definizione di un “satanismo razionalista” o “ateo” (Satana come mera figura di ribellione a valori tradizionali e peculiarmente cristiani) che a Torino sembra  a tutt’oggi rappresentato (Chiesa di Satana di Torino, forse non più di 500-600 adepti). Certo, l’allegro LaVey uso a travestirsi da diavolone avrebbe riscosso poco successo nella Torino dell’esageruma nen. Tale tipo di satanismo è comunque diverso da quello “occultista” votato all’adorazione di Satana come entità (come per il Tempio di Set fondato da Michael Aquino nel  1975 – o per il gruppo che a Torino ha aperto contatti nel 1969 con il romanziere e folklorista francese Claude Seignolle) e dal classico luciferismo per l’adorazione di Lucifero come angelo diffamato. Quanto alla setta satanica femminile che appare a un certo punto nel romanzo, alcuni esempi sono attestati anche nell’Italia contemporanea: per esempio le Ierodule di Ishtar, della zona di Pescara. C’è poi (in Italia dal 1999), L’Ordine della Sorellanza di Lilith, gruppo lilithiano formato da sole donne, la cui età varia attualmente dai 18 ai 28 anni, in qualche modo vicino – ma senza confondervisi – al fronte della stregoneria. Su tale complesso mosaico Astori gioca senza perdervisi (è un romanzo, non un saggio di sociologia religiosa) ma sembrava il caso di dar conto delle sue letture.

La ricostruzione del romanzo è ovviamente di fantasia, ma una serie di aspetti appaiono credibili (senza spoilerare). Che per esempio il divulgatore Dario, belloccio strafottente e presunto esperto dell’occulto, confonda messe nere e culti crowleyani: il che ci riporta da un lato agli anni Settanta, quando una certa divulgazione non riconosceva tali distinguo, e dall’altro ancora adesso a tanta vulgata che considera Crowley semplicemente un satanista. Quanto al  termine “messe nere”, è stato usato nel tempo – specie sui giornali – per evocare anche riti molto diversi dal rituale noto con tale nome tecnico, una parodia blasfema della messa cattolica. Come Crowley spiegava ai giornalisti dei tabloid che lo etichettavano “Uomo più malvagio del mondo” (nell’epoca, si badi, in cui i grandi dittatori del Novecento si macchiavano di spaventosi genocidi, magari tra le acclamazioni dei “buoni” dell’epoca perché in grado di combattere l’ateo comunismo), lui non avrebbe potuto neanche volendo celebrare una “messa nera”, che richiede la presenza di un prete cattolico regolarmente ordinato e pervertito al culto diabolico. Non si tratta dunque di un limite nella ricostruzione (attentissima) dell’autrice, ma di un aspetto di costume di cui tener conto.

Alcuni ritratti consegnati dal romanzo sono poi impagabili. Quello divertito e complice di Steve Della Casa, destinato qui a una pessima fine, o appunto quello affettuoso ed elegante di Corrado Farina, protagonista di un’epoca del cinema davvero fantastica. Ma anche le scene, i luoghi di Torino: dalla zona delle villette della Crocetta, allo spazio sotto la Gran Madre dove si consuma l’adunata della setta attingendo a uno scenario must della Torino magica (la Gran Madre come luogo-simbolo dei presunti misteri graalici e magari egizi della città). Chiudo il romanzo genuinamente divertito, grato all’autrice e in dialogo con i miei fantasmi: i giri con gli amici nelle viuzze del centro storico fitte di storie magiche, la sosta davanti alla vetrina del negozio (ormai sparito da decenni) su oggettistica occulta. Malinconia canaglia su un’epoca della vita ormai lontana? Ci sta, ma niente affatto sgradita. Mentre qui fuori, nella notte viola, si aggirano i pascal.

]]>
Augusta Wampyrorum https://www.carmillaonline.com/2021/06/19/augusta-wampyrorum/ Sat, 19 Jun 2021 21:23:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66804 di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni, Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano, per i tipi Odoya (pp. 400, € 25,00), Città di Castello 2021 – dove lo scarto tra i due termini anglosassoni folk e pop (entrambi resi in italiano con l’aggettivo popolare) è colto come tensione e contaminazione. Un’altra coppia di fattispecie resta però implicita, quella tra Folk Horror e Urban Wyrd: il volume, attraverso saggi e brevi narrazioni, affronta in chiave liberissima il primo ma con aperture al secondo, oggetto di [...]]]> di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni, Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano, per i tipi Odoya (pp. 400, € 25,00), Città di Castello 2021 – dove lo scarto tra i due termini anglosassoni folk e pop (entrambi resi in italiano con l’aggettivo popolare) è colto come tensione e contaminazione. Un’altra coppia di fattispecie resta però implicita, quella tra Folk Horror e Urban Wyrd: il volume, attraverso saggi e brevi narrazioni, affronta in chiave liberissima il primo ma con aperture al secondo, oggetto di un successivo volume dei curatori al momento in preparazione. In questo, tra storie di lupi e fantasie su Lovecraft in Italia, etruscologia metapsichica e teatri della morte, anime pezzentelle, bambole sinistre, sopravvivenze sciamaniche, massoni a Trieste e tanti diavoli, è apparso anche un contributo di chi scrive sulla genesi di un fortunato mito pop da giornali della sera emerso nella Torino degli anni Settanta e ormai assurto a brand: The Wicker Town. Torino magica & orrore popolare. Se ne riporta uno stralcio.

 

[…] Nella galleria di Haining & Parker [Peter Haining, Stregoneria e magia nera, I colibrì Mondadori 1972, a poca distanza dall’originale inglese Witchcraft and Black Magic, 1971, con un meraviglioso corpus d’illustrazioni di Jan Parker – cfr. qui] non manca uno spazio sui vampiri: e la bellissima raffigurazione di un volto inquietante con occhi azzurri, capelli rossi e labbro leporino, la consistenza incorporea venata però da una circolazione malsana, che emerge in un cimitero con aria maligna e assetata, è accompagnata da una spiegazione (un po’ banalizzante, ma tant’è) deliziosamente vintage.

 

Recentemente fantasiosi romanzi e films (specialmente quelli su Dracula, personaggio creato da Bram Stoker) hanno reso molto popolari questi “mostri” che molto probabilmente erano solo persone che soffrivano di disturbi mentali, bandite a causa della loro brama morbosa per il sangue [Peter Haining, Stregoneria e magia nera, cit., p. 93]

 

Tra le concause del revival magico si può senz’altro identificare – si è detto – il decennio di successo capitalizzato dai film gotici Hammer, a partire dai primi a fine anni Cinquanta con i quattro moschettieri Cushing, Lee, Fisher, Sangster (due attori, un regista, uno sceneggiatore) a innesco di una straordinaria operazione di mitopoiesi: e Haining pensa proprio a quelli. Non è questa la sede per un’analisi del fenomeno, dove la riappropriazione di un’eredità gotica inglese già sfruttata e buttata oltre oceano, ristrutturata film dopo film in chiave di sistema mitologico, si accompagna alla vera e propria liturgizzazione di misteri pagani: e tutto ciò attraverso storie che sempre più innervano i classici del fantastico di concessioni a una cultura del magico (riti, culti, sette…) covata nelle Isole Britanniche fin dall’Ottocento, poi rinverdita dai fasti popolari delle tesi negli anni Venti/Trenta di Margaret Murray sul presunto “dio delle streghe” e dal successo popolare dei romanzi di Dennis Wheatley. La provocatoria saldatura tra tutto questo e una Swinging London per una breve stagione tornata centro del mondo offre una nuova marcia all’horror popolare saldando nostalgie e nuove provocazioni. E incentivando lo sviluppo di filoni dall’origine autonoma come la (grande) stagione del gotico italiano su schermo.

Certo il pantheon (o pandemonium) Hammer comprende un’estrema varietà teratologica: ma altrettanto certamente i vampiri vi vantano un ruolo e un fascino particolare. Sia quelli della vecchia generazione – in particolare Dracula/Lee, vero mattatore dell’epoca nonostante le continue frenate dell’interprete che teme di restare confinato nella parte – sia le sempre più disinibite nipotine del ciclo Karnstein, Carmilla & Co. In rapporto da un lato, del resto, con un boom vampiresco nel segno della trasgressione, a cavalcare un’euforia sessuale d’epoca che vede ammorbidirsi drasticamente le maglie della censura: si pensi alle belle succhiatrici di Jean Rollin e Jess Franco, a La novia ensangrentada di Vicente Aranda, 1972, allo stesso recupero filmico di una figura amata dai surrealisti fin dagli anni sessanta, la Contessa sanguinaria Erzsébet Báthory, da cui la definizione per i primi anni del nuovo decennio come “the Golden Age of the Lesbian Vampires”. E dall’altro con l’entusiastica divulgazione da parte di Raymond T. McNally e Radu Florescu dell’esistenza di un Dracula storico, Vlad III Țepeș, argomento presto amato dalle riviste anche italiane [cfr. qui].

Inevitabile che il successo della creatura liminare per definizione – tra vita e morte, materiale e spettrale, umano e bestiale, ripugnante e seducente – influisca anche sui miti di una città liminare quale Torino. Dove fantasie vampiresche sono attestate in realtà da parecchio tempo, sia pure in forme liberissime: si pensi all’opera lirica Il vampiro di A. De Gasparini rappresentata per la prima volta proprio in città nel 1801; alla commedia satirica in cinque atti Il vampiro del torinese Angelo Brofferio, 1827; allo sfarfallare vampiresco attorno a due veronesi eccellenti insediati a Torino, cioè Emilio Salgari (che ben prima della truce saga uruguayana Il Vampiro della foresta, 1902, aveva messo in scena un Sandokan “che più di una volta era stato visto bere sangue umano, e, orribile a dirsi, succiare le cervella dei moribondi” in La Tigre della Malesia, 1883-1884, protoversione a forti tinte del poi rielaborato Le tigri di Mompracem, 1900) e Cesare Lombroso (che definisce il serial killer Vincenzo Verzeni “Sadico sessuale, vampiro e divoratore di carne umana” e viene omaggiato da Luigi Capuana della sua novella Il vampiro, 1904). Anche non in presenza di un nesso diretto, la pratica (barocca, ma perpetuata a lungo) di conservare nelle chiese corpi santi sotto cera che riempiva d’orrore me bambino traghetta a quella dimensione di cadaveri inquietantemente conservati che trova qualche eco anche nella mitologia vampiresca.

Un discorso a parte andrebbe poi condotto sulle pratiche di assunzione di sangue per via orale: a volte per mantenere un aspetto giovanile (come nel caso della “vampira di Torino” Agnese Draghetti, originaria di Serralunga d’Alba e morta novantottenne nel 1785 a Villadeati, nell’Alessandrino, ma vissuta a lungo nella Contrada degli Angeli, poi chiamata Contrada della Dogana, attuale via Carlo Alberto, al n. 2, che girava i sobborghi pagando giovani donatrici di piccole quantità ematiche); a volte a fini di cura dell’anemia, anche se in quel caso si ricorreva normalmente al sangue animale dei macelli, e la pratica è attestata diffusamente nell’Italia dell’Ottocento.

È una fiaba scherzosa la storia dell’uomo vampiro catturato nel 1863 in città: riportata sul sito del C.A.U.S. – Centro Arti Umoristiche e Satiriche, racconta di questo tipo enorme tenuto agli arresti domiciliari in uno spazio annesso alla caserma di San Salvario onde svolgere con più efficacia il compito di salassare secondo prescrizioni mediche (al tempo normalmente gestito con sanguisughe). Alla sua morte, così vien detto, la municipalità lo ricorderebbe favorendo l’inserimento sulle case di San Salvario di immagini vampiresche (ovviamente i mascheroni sulle facciate degli edifici torinesi presentano spesso fattezze più o meno richiamabili a tali tipologie). Vera e propria leggenda metropolitana è invece quella del vampiro di San Mauro Torinese che nell’autunno 1947 semina il panico soprattutto in due frazioni confinanti con Torino, Cascina del Molino e Barca, guadagnandosi gli onori della cronaca. Occhi fosforescenti, vestito di nero, cappa e cappello da montanaro, morderebbe il collo a donne sole e soprattutto giovani; ma presto emerge che la voce è stata messa in giro per frenare un po’ le figliole in un momento in cui, terminata la guerra, sembra più difficile trattenerle da fughe serali. E tuttavia un’aggressione vera e in apparenza analoga – almeno secondo la vittima, che però non ha il tempo di perdere sangue – si verificherebbe poco dopo in corso Matteotti, pieno centro di Torino. Impossibile ormai stabilire la consistenza dei fatti.

Ma coi nuovi tempi il richiamo assume un altro peso. È difficile non cogliere un nesso in chiave di sogghigno colto tra le pellicole vampiresche Hammer e un’opera-chiave del fantastico torinese, L’ultima notte di Furio Jesi (1941-1980), eminente studioso del rapporto tra miti e storia: un romanzo di vertiginosa erudizione e scintillante, divertita intelligenza composto tra il 1962 e il 1970 – in due versioni piuttosto diverse – e pubblicato solo postuma da Marietti nel 1987 (riedizione per Nino Aragno, 2015). Jesi, autore anche della voce “Vampiri” nel Grande Dizionario Enciclopedico Utet e della fiaba vampirica La casa incantata (Vallardi, 1982, poi Mondadori 2000), mette in scena nel romanzo il tentativo di rivincita dei vampiri, stirpe altra un tempo dominatrice della Terra: Dio concede loro, stanco dei guasti prodotti dagli uomini, di riprendersi quanto hanno perduto. Conquisteranno quasi tutto il pianeta, ridando spazio alla natura che gli uomini hanno violato in tutti i modi – torniamo insomma al fiato apocalittico di un’epoca – e proprio a Torino, dove i vampiri hanno installato il quartier generale nella Torre littoria sovrastante Piazza Castello, avverrà lo scontro definitivo. Tra scontri in piazza, piccoli eroi e profittatori, affannati conciliaboli coi santi e giochi anche di piccolo cabotaggio tra Cielo e mondo umano, il risultato lascerà intravedere la fine della Terra…

Con lo sguardo pure alle nuove provocazioni e insieme a una Torino-osservatorio è il film fantastico, visionario e ironico di Corrado Farina Hanno cambiato faccia, 1971, dove il dipendente di una grande azienda torinese dell’auto, Alberto Valle, viene invitato – novello Jonathan Harker – nella villa di campagna del presidente, l’ingegner Giovanni Nosferatu interpretato da Adolfo Celi. Nel parco si aggirano come lupi delle Fiat (pardon, Auto Avio Motor) 500, e il povero Valle dovrà constatare la natura vampiresca dell’industriale e del suo potere sui mezzi di produzione e di comunicazione.

Negli anni che seguono, l’icona del vampiro è molto presente nell’immaginario, veicolata a Torino attraverso pubblicazioni popolari, giornali, proiezioni del Movie Club – piccolo ma importante, sul tesserino figurava l’immagine di Dracula/Lee – e programmazioni sulle prime minuscole televisioni private locali: dove con molta fortuna, in assenza di segnalazioni dei palinsesti, ci si poteva imbattere in quei film horror ancora banditi dalla tv di Stato (la mia prima visione di Dracula il vampiro, incontrato al tempo su una di queste reti, parte in effetti da metà film). La ribellione magica dei Settanta trova nel vampiro eversore di ogni punto fisso di natura e cultura un’icona eminente, e nelle fantasie dei miei anni di liceo (conclusi nel 1980) si tratta di uno degli archetipi fantastici più amati; anche se sul tema non compaiono al tempo e per qualche decennio altri romanzi o produzioni di rilievo torinesi. Negli anni Ottanta, con l’inabissarsi dell’icona vampirica al cinema, si sviluppa però in Italia una vera e propria critica in tema di fantastico, iniziano a moltiplicarsi edizioni di autori introvabili (come Le Fanu, per esempio la bella edizione Sellerio di Carmilla, 1980, o la proposta di altri suoi testi per Serra e Riva e soprattutto per Theoria); e con il revival gotico dei Novanta e nuovi mezzi come i VHS anche la cinematografia sul tema inizia a essere più avvicinabile.

 

Vampiri di passaggio

Un discorso a parte può poi valere per alcuni dei citati (presunti) visitatori a Torino abbinati a storie vampiresche. Si parte naturalmente dall’esorcista di protovampire Apollonio, antenato virtuale di Van Helsing & Co.; mentre il vampiro Nostradamus interpretato da Germán Robles in alcune pellicole messicane (1960-62) sarebbe un solo ipotetico figlio del veggente. Quanto all’immortale Saint-Germain capace a sua volta – secondo alcuni racconti – di cacciare parassiti sovrannaturali, lo troviamo assurgere a vampiro buono nei romanzi di Chelsea Quinn Yarbro: a partire da quell’Hôtel Transylvania, 1978, proposto in Italia agli esordi (2005) della breve gloriosa stagione gotica della Gargoyle di Paolo De Crescenzo, a sua volta grande fucina editoriale di storie di vampiri.  

 

Una svolta si ha a Torino con il nuovo millennio, che vede uscire a breve distanza il film Io sono un vampiro di Max Ferro, 2002 – dove il non-morto attraversa i secoli dall’assedio del 1706 alla nuovissima movida – e il romanzo erotico/ironico L’ultima ceretta di Anna Berra per Garzanti, 2003: quest’ultimo avrebbe anzi dovuto intitolarsi Bevimi, a saldare suggestioni da Alice in Wonderland con le suzioni di una setta (umana) praticante il vampirismo in una villa di zona Crocetta. Qualche suggestione vampiresca emerge anche nella sua bella raccolta Piume di sangue. 69 racconti noir, Enrico Casaccia/Co.RE Editrice, 2009 [per un suo lavoro più recente in tema vampiri, cfr. qui]. In Quarto di luna per i tipi SBC, 2008, il musicista Marco Gallesi inscena invece l’arrivo a Torino di un vero vampiro, il soldato tedesco Rutger Haussman, trasformato durante la battaglia di Stalingrado; e vampiri vi porta Carla Oddoero/Blake B (Blink), che nel 2010 inizia a raccontare la saga di Zora von Malice, ventisettenne non-morta svegliatasi all’improvviso in una villa decadente della collina, edita in due volumi per i tipi Golem, La curiosità uccide il gatto e Il silenzio è dorato (l’autrice è purtroppo mancata prematuramente nel dicembre 2017). Più avanti nella città inizia e termina – anche se gran parte è ambientata a Budapest – il romanzo Tutto quel buio di Cristiana Astori per Elliot, 2018, nuova avventura della cacciatrice di film perduti Susanna Marino: la ricerca della prima pellicola su Dracula di attestata produzione, Drakula halála di Károly Lajthay, 1921, conduce a confrontarsi con le dimensioni vampiresche dell’uomo e della Storia. E ancora è chiaramente Torino la città non identificata della storia fantasiosissima e lugubre, e soprattutto vampiresca, narrata da Ade Zeno in L’incanto del pesce luna per Bollati Boringhieri, 2020.

Ma ormai e sempre più i vampiri sono raggiungibili via internet, mentre fioriscono iniziative aperte al tema come il TOHorror Film Fest, fondato nel 1999 e in progressiva crescita, alcuni eventi sgranati negli anni (per esempio la mostra Diversamente vivi al Museo Nazionale del Cinema, tra settembre 2010 e febbraio 2011) e spazi nell’ambito di realtà museali come il MUFANT – MuseoLab del Fantastico e della Fantascienza. Non stupisce peraltro che proprio a Torino, tra Centro, Borgo Medievale e Valentino vengano girate scene della seconda stagione di A Discovery of Witches (Il manoscritto delle streghe), produzione televisiva britannica – 2018-in produzione  – ispirata alla Trilogia delle anime di Deborah Harkness, fitta di fattucchiere e appunto vampiri.

Certo, le storie di non-morti come normalmente presentate non sono ascrivibili a un contesto di Folk Horror o Urban Wyrd. E tuttavia attraverso il tessuto della Torino magica si può parlare di una sorta di obliquo genius loci. Che non movimenta ovviamente i Dracula Tour; ma in una città dagli scorci barocchi come le capitali mitteleuropee delle grandi epidemie vampiriche, e dove i non pochi richiami letterari e cinematografici al tema mantengono sottotono un’elusività tutta piemontese, un intero itinerario nel segno del vampiro potrebbe essere agevolmente disegnato sulla mappa urbana. Una Torino/Karlstadt, a dirla con la Hammer, tra gli uffici di grandi aziende e le chiese con corpi stranamente conservati, le palazzine di sette vampiresche e quel certo negozio (ormai chiuso) di San Salvario dove si trovavano un po’ sottobanco i film sulle vampire di Franco e Rollin; tra il pop dei Seventies, dalla vertiginosa saldatura di miti, e quello di oggi, coi real vampires che rilasciano interviste e la stessa domanda che mi è capitato di sentirmi porre (con serietà, e senza citare Emilio de’ Rossignoli) se credo nei vampiri. A un livello più sottile, per capire la natura di Augusta Wampyrorum occorre considerare come detto la circolazione negli anni Settanta dei primi testi di cinema horror, le apparizioni dei film di vampiri sfarfallanti e sgranate sulle prime tv locali, le fantasie di adolescenti che nell’icona dell’arconte dell’indecidibile – anni luce prima del mieloso Twilight – ritrovavano qualcosa delle loro inquietudini. Ma poi, e sempre più mentre crescevamo, emergeva la percezione di un vampirismo come sopravvivenza di dimensioni non-morte nella storia e nella società italiana, che hanno soltanto cambiato faccia: qualcosa certo non esaurito in Torino, ma che sul set della città di passaggio (già prima capitale, già capitale industriale, già città olimpica, eccetera eccetera) trova un teatro eccellente, a suo modo emblematico. […]

 

P.s. Seguendo i consigli di un’amica specializzata in Lingua e letteratura romena, adotto in questo pezzo la lezione  Augusta Wampyrorum invece che Augusta Vampyrorum come nel contributo al volume o in altre precedenti occasioni.

 

 

 

 

 

]]>