Collectif Boxe Massilia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 22 Feb 2026 21:00:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Cronache marsigliesi /8: la guerra civile in Francia. Un tentativo di bilancio https://www.carmillaonline.com/2023/07/13/cronache-marsigliesi-8-la-guerra-civile-in-francia-un-tentativo-di-bilancio/ Thu, 13 Jul 2023 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78242 di Emilio Quadrelli

La rivoluzione è un’ideologia che ha trovato delle baionette. (N. Bonaparte)

I fuochi della rivolta si sono, almeno momentaneamente, sopiti. Con questo articolo cerchiamo di comprendere che cosa i sei giorni di rivolta hanno determinato e quali scenari si vanno delineando. L’articolo si compone di tre interviste rilasciate da attori sociali, già ascoltati in precedenza, che in virtù della loro militanza politica possono vantare un qualche legame con il “popolo dei quartieri”. La nostra interazione con le interviste è stata minima ripromettendoci, in un successivo articolo, di tentare una [...]]]> di Emilio Quadrelli

La rivoluzione è un’ideologia che ha trovato delle baionette. (N. Bonaparte)

I fuochi della rivolta si sono, almeno momentaneamente, sopiti. Con questo articolo cerchiamo di comprendere che cosa i sei giorni di rivolta hanno determinato e quali scenari si vanno delineando. L’articolo si compone di tre interviste rilasciate da attori sociali, già ascoltati in precedenza, che in virtù della loro militanza politica possono vantare un qualche legame con il “popolo dei quartieri”. La nostra interazione con le interviste è stata minima ripromettendoci, in un successivo articolo, di tentare una lettura politica di quanto andato in scena. Una lettura che, senza una base empirica, diventa puro esercizio retorico. “Solo chi fa inchiesta, ha diritto di parola” e a partire da Mao, ma si potrebbe aggiungere tranquillamente da tutta la storia dello “operaismo”, abbiamo cercato in tutti i nostri articoli di mantenere questa “linea di condotta”.
Diamo pertanto, senza fronzoli di troppo, la parola a M. R., operaio precario dell’edilizia attivo nel Collectif Chomeurs Precaries.

Che percezione c’è nei “quartieri” a Marsiglia dopo la rivolta?
Allora, in linea di massima, c’è un senso di soddisfazione abbastanza generalizzata. Questo è ampiamente comprensibile perché, almeno per sei giorni, i “quartieri” sono stati in grado di riversare, e con gli interessi, ciò che abitualmente subiscono. Questo è un fatto che puoi facilmente constatare attraversando una qualunque zona ghetto. La polizia, almeno per il momento, sta tenendo un profilo basso il che rafforza l’orgoglio della banlieue anche se questa calma, più che essere la ratifica di un mutamento dei rapporti di forza, appare come la classica calma che precede la tempesta. Questo è il timore che cogli se esci dalle fasce giovanili. Mentre i petit sono decisamente esaltati perché ritengono di aver vinto, gli altri, che sono passati più volte per l’inferno pensano che le ricadute repressive potrebbero essere molto pesanti.

Ma questo significa che nei “quartieri” vi è una rottura interna?
No, questo no diciamo che, piuttosto, mentre i più giovani focalizzano lo sguardo sull’immediato, gli altri cercano anche di pensare a cosa accadrà a breve. Questa non è una cosa sbagliata ma che rimanda, per quanto magari non esplicitata in maniera chiara, a una visione e consapevolezza politica che ha più di una ragione di essere. In qualche modo molti nei “quartieri” si chiedono: “Adesso cosa facciamo, adesso cosa succede?” Credo che la sintesi esatta di quanto è accaduto possa sintetizzarsi così: una vittoria militare a fronte di una sostanziale debolezza politica. Il che non è proprio una novità, a fronte di una capacità militare e volontà di combattimento che non trovi da nessuna altra parte, ti ritrovi sempre dentro una difficoltà a trasformare in forza permanente, come esercizio di contro potere effettivo, tutto ciò che è stato messo in campo nella battaglia di strada.

Questo vuol dire che la rivolta, almeno sul piano organizzativo, ha lasciato tutto come prima?
Non è facile dare una risposta a questa domanda. Non lo è perché l’internità politica, anche la nostra per carità, a tutto quello che è successo è stata veramente minima per cui quello che possiamo dire con onestà è solo il frutto di alcune relazioni e contaminazioni periferiche con questi mondi. Sulla base di queste possiamo dire che le gang dei petit ne escono notevolmente rinforzate e agguerrite. Non bisogna dimenticare la quantità di armi che sono state sottratte nel corso delle sei giornate il che significa che, di fatto, c’è un livello di armamento operaio e proletario non proprio irrisorio ma è anche vero che, al momento, nessuno è in grado di dire come verranno utilizzate queste armi. Diciamo che l’ipotesi più probabile è che si scivoli dentro, uso un termine che non ha bisogno di molte spiegazioni, un militarismo tanto eroico quanto suicida. Questo, ovviamente, non è scontato, ma se su tutto ciò non si innesta una prospettiva di lotta di lunga durata il rischio c’è anche perché i petit, di loro, hanno una mentalità più affine all’insurrezione, intesa come spallata, che a una lotta che comprende tattica, strategia e disciplina. Per molti versi possiamo dire che vi è una situazione che non si è ancora cristallizzata e quindi un vero bilancio è veramente difficile farlo. In tutto ciò non bisogna sottovalutare il modo in cui, nel suo insieme, la società legittima ha reagito e sta reagendo. Forse è dai tempi dell’Algeria, almeno a memoria d’uomo, che non si vedevano livelli repressivi militari così alti e il richiamo all’Algeria ha a che fare anche con un altro aspetto, in campo sta scendendo, anche sul piano militare, un intero fronte di classe. L’apparire delle “ronde fasciste” va considerato e osservato non come qualcosa che rimanda al passato perché questi non sono i fascisti di ieri ,che cercano di avere un po’ di notorietà nel presente, ma un fronte di classe nazionalista che rappresenta ampi strati di società francese.

Quindi, se quanto affermi è vero, è stato giusto dire, come abbiamo fatto, che siamo di fronte all’incipit della guerra civile?
Penso proprio di sì ma questo non deve stupire. L’epoca attuale è contrassegnata da crisi, guerre dentro uno scenario che vede un obiettivo tramonto dell’occidente, questo riaffiorare del nazionalismo ha ben poco di nostalgico, questo nazionalismo è un frutto moderno e contemporaneo che allinea un fronte di classe anche variegato. Contro la rivolta non vi è solo la grande borghesia ma tutte le classi intermedie e pezzi di classe operaia. La solidarietà mostrata nei confronti del poliziotto omicida non deve essere presa sotto gamba perché mostra come intorno alla polizia e a ciò che rappresenta, si coagulano diverse forze sociali. Qua non si tratta di gridare al fascismo e neppure Le Pen, per essere chiari, pensa di restaurare Vichy, ma di cogliere la messa in atto di una guerra civile su basi nazionaliste intorno alla quale si coagulano diversi pezzi di società. Questo meccanismo è in atto e, come sempre, a un certo punto le cose cominciano a marciare da sole. Questo fa capire anche la cautela che c’è tra la gente dei “quartieri”. Però questo indica anche un’altra cosa, la possibilità che questa situazione offre alle forze rivoluzionarie ma, e lo ripeto sino alla noia, bisogna uscire dall’estetica del conflitto e dalla logica della spallata. In Francia, oggi, va sperimentata una forma organizzativa, su più piani, che sia in grado di instaurare un dualismo politico a tutti gli effetti. Chiaramente questa scommessa è tutto tranne che facile e scontata. Quello che sta andando in scena in Francia, nonostante le indubbie particolarità che ovviamente vi sono e vengono da lontano, ha a che fare con un modello politico e sociale che appartiene al mondo capitalista contemporaneo e, proprio per questo, credo che sia un errore, come spesso accade, ridurre il tutto al “caso francese”. Io credo che in quanto sta accadendo dobbiamo leggere una tendenza in atto del comando capitalista e non il frutto di ciò che viene comunemente definita “frattura coloniale”. Se guardiamo bene la Francia, in realtà, è il laboratorio europeo del modello americano e quindi del punto più avanzato dello sviluppo capitalista.

Questo mi sembra veramente il cuore della questione e mi spiego. Tutti hanno osservato come il livello di scontro di questi sei giorni sia stato di un tale portato da far impallidire persino le rivolte del 2005 e del 2006 le quali non erano state certamente una bagatella. Questo sembra essere vero sia per come si sono mossi i “quartieri”, sia per la risposta militare messa in atto dallo stato. Nel 2005 e 2006 lo stato si è mosso ponendo in atto, accanto alla repressione militare e poliziesca, un tentativo di politiche sociali finalizzate a gestire, non solo in termini di guerra e conflitto, la questione banlieue. Al proposito basta ricordare la quantità di interventi di politologi, sociologi e intellettuali che si erano riversati sul popolo dei quartieri e, insieme a questi, anche il proliferare di organismi sociali in banlieue. Oggi, invece, sembra che l’unico linguaggio che lo stato è disposto a parlare è quello della guerra. Allora, se tutto questo è vero, questa rivolta più che in continuità con il passato sembra incarnare una rottura del presente. Le cose possono essere viste in questo modo?
Cominciamo con il dire che sicuramente lo scontro posto in atto da entrambe le parti è sicuramente incommensurabile a quanto visto nel 2005 e nel 2006 ed è sicuramente giusto rilevare come, questa volta, la risposta statuale sia stata unicamente militare. Sono passati diciotto anni e in questo periodo sono cambiate parecchie cose. La crisi del 2008, che in qualche modo è ancora lì, la guerra come linea strategica del comando capitalista a livello internazionale, la necessità, quindi, di pacificare le retrovie, la guerra preventiva a quella composizione di classe che incarna, in tutto e per tutto, la non possibilità di un patto sociale con il comando. Questo non ha più nulla di francese, secondo noi sbagliano quelli che leggono quanto sta accadendo come un continuum del colonialismo francese. Certo, questo c’è, ma quello che deve essere colto è come questa particolarità francese oggi si inserisce dentro un modello che caratterizza un po’ tutte le metropoli imperialiste occidentali che si stanno sempre più plasmando sul modello americano. Paradigmatico il modo in cui Macron ha attaccato le donne di banlieue. Di questo ne parlerai dopo con M. B.

Ciò che, in qualche modo, prefiguri è uno scontro a tutto tondo tra questo nuovo soggetto proletario e ciò che si sta coagulando intorno alla polizia. Abbiamo letto tutti il comunicato dei sindacati di polizia così come abbiamo dovuto constatare come la solidarietà, che poi in realtà è il dichiararsi favorevole con l’esecuzione di Nanterre, nei confronti del poliziotto omicida abbia trovato consensi non proprio irrilevanti infine, ma certamente non per ultimo, quanto le cosiddette ronde fasciste riscuotano un notevole consenso. Tutto questo, per la società francese, cosa significa? Cosa dobbiamo aspettarci?
Io credo che dobbiamo aspettarci una realtà sociale plasmata sul modello della società americana dove guerra di classe e guerra di razza si intersecano in continuazione anche se è molto utile precisare che quando si parla di razza bisogna precisare che si è neri perché si è poveri. Al fianco della polizia e dello stato non vi sono solo i bianchi, per questo ho più volte detto che qua non siamo dentro a alcun remake fascista, ma anche tutta quella popolazione, soprattutto araba che nel tempo ha acquisito un certo status sociale, che odia il nuovo proletariato. Impostare la lotta sul’antirazzismo significa non vedere che cosa concretamente è diventata questa società. Il fallimento a cui sono andate incontro tutte le associazioni di questo tipo presenti nei quartieri ne sono una buona esemplificazione.

Scusa se ti interrompo. Queste associazioni che ruolo hanno avuto nel corso della rivolta?
Ne sono state travolte e non poteva essere altrimenti. Sono diventate, e non da oggi, una struttura superflua e questo indica anche il mutamento di passo che c’è stato dentro la società francese. Ora provo a spiegarti. Tutte queste organizzazioni, nate anche con buoni propositi, facevano, direttamente o meno, parte di quel “pacchetto sociale” finalizzato a gestire i quartieri non solo in maniera militare. Ben presto, però, queste realtà, la cui esistenza dipende dai finanziamenti pubblici cosa che non bisogna dimenticare, si sono trovate di fronte a un bivio: o cercare di assolvere sino in fondo il loro ruolo di addomesticatori di una situazione sociale la quale, giorno dopo giorno, diventava sempre più esplosiva oppure farsi carico di questa. Farsi carico di questa, però, significava affrontare di petto alcuni nodi che chiaramente entravano direttamente in rotta di collisione con le politiche statali e cittadine nei confronti dei quartieri. Chi ha provato a farlo si è ritrovato con i fondi tagliati e con la quasi impossibilità di svolgere una qualche attività. Chi, per capirsi, si è del tutto integrato con la “linea dello stato” è stato foraggiato ma, in contemporanea, ha iniziato a essere odiato dentro i quartieri perché considerato, e con ampia ragione, come l’altra faccia della polizia. Durante la rivolta queste associazioni sono state attaccate e distrutte. Le poche associazioni non allineate sono semplicemente state scavalcate dagli eventi. La rivolta ha fatto tabula rasa un po’ di tutto di per sé, il fatto che vi siano solo macerie non è un male, bisogna vedere che cosa si sarà in grado di ricostruire.

Questa tabula rasa ha comportato anche l’azzeramento delle strutture islamiche?
Le uniche cose che sono rimaste in piedi delle realtà islamiche sono state le moschee, per il resto i petit non hanno fatto sconti a nessuno. Non sono state risparmiate le macellerie islamiche, le tabaccherie gestite da arabi o i negozi. Quelli che parlano di islamizzazione dei quartieri dicono solo cazzate. Per quello che ci è dato sapere molti Imam hanno cercato di fare da pacificatori ma nessuno è stato ad ascoltarli. Quella che si chiama , in giro c’è anche, è un discorso che appartiene prevalentemente alla vecchia destra, la reazione in atto è contro il proletariato non è di destra e borghese, questo è ciò che va compreso.

Grazie per averci fornito una lettura ben poco convenzionale di ciò che sta accadendo ora, però, torniamo a cosa succede adesso nei “quartieri”.Vi è una possibilità di interazione con questo settore proletario oppure tutto ciò che ha un qualche sapore di politico, dai petit, viene rifiutato a priori?
No, un rifiuto a priori non c’è, parlo almeno per quanto riguarda noi, però è anche vero che esiste una difficoltà enorme di comunicazione e di lettura della cornice diciamo culturale e esistenziale dei petit. Sicuramente rileviamo che gran parte di tutto il nostro armamentario politico e teorico con questi ha ben poco a che fare e che, quindi, occorre un grosso sforzo da parte di chi si ritiene avanguardia di ricalibrare la teoria comunista a partire da ciò che il movimento reale esprime. Su questo, però, occorre essere chiari per non finire in ciò che, di fatto, è l’intellettualismo del movimento. Qua non si tratta di sfornare analisi sociologiche o di fare delle interpretazioni più o meno fantasiose su ciò che accade, si tratta di stare dentro a ciò che il movimento reale esprime. In altre parole si tratta di andare sempre a scuola dalle masse e tenere sempre ben a mente che le masse del presente non possono mai essere uguali e neppure simili alle masse di ieri. Le masse, come noi tutti del resto, siamo il frutto di una realtà in perenne trasformazione. Il marxismo è un metodo non una verità assoluta e rivelata. Noi nei quartieri un po’ ci siamo, delle cose le stiamo facendo e sappiamo che dovremmo continuare, con pazienza, a percorrere questa strada. Solo l’internità alla classe può dare dei frutti, poi si vedrà.

Nel corso dell’intervista si è accennato alle donne di banlieue e come proprio contro di loro si sia riversato l’odio delle istituzioni in quanto considerate dirette responsabili dei comportamenti dei petit. Su questo aspetto riportiamo un sintetico ma molto significativo punto di vista di M.B., una giovane donna di banlieue, pugile agonista e attiva all’interno del Collectif boxe Massilia

Macron ha chiaramente tirato in ballo le famiglie e le donne di banlieue ree di non saper educare i figli. Di fronte a ciò il movimento femminista ha preso posizione?
Diciamo che su questo si è veramente toccato il fondo. Un attacco di questo tipo non si era mai visto, qua siamo veramente alla messa al bando di interi pezzi di società. In questo passaggio si consuma, sul piano formale, la stessa idea dell’esistenza della République. Questo attacco ci racconta di quanto sempre più la banlieue sia stata del tutto assimilata al modello dei ghetti americani. In questi sono le donne a vivere la condizione di maggiore oppressione e sfruttamento oltre a essere, quasi sempre, sole a gestire i figli. Su questo andrebbero dette e scritte una marea di cose, ma non è questo il momento. Ciò che va evidenziato è come di fronte a questo attacco specifico e mirato alle donne di banlieue il movimento femminista non abbia aperto bocca, A noi questo non stupisce perché da tempo ripetiamo che il movimento femminista è tutto interno allo stato e da questo è foraggiato. Il movimento femminista è un movimento borghese e non possiamo aspettarci certo da questo la nascita di strutture di autodifesa delle donne di banlieue. Ma le donne di banlieue non sono l’anello debole dei quartieri, semmai il contrario. Non è utopia pensare che proprio da loro possano prendere forme di organizzazione politica particolarmente avanzate. I presupposti, non solo oggettivi, ma soggettivi vi sono tutti e chi ha un qualche rapporto reale con questi mondi lo può facilmente constatare.

Chiusa questa prima parte abbiamo provato attraverso le parole di J. B., militante del Collectif Chomeurs Precaries e redattrice della rivista Revue Supernova, a dare uno sguardo sull’insieme di ciò che si sta muovendo in Francia dove, prima dell’esplosione dei “quartieri”, si era assistito a due grossi movimenti di massa, i gilet gialli e il movimento contro la riforma delle pensioni, per comprendere se e come questi movimenti hanno, in qualche modo interagito con il “popolo dei quartieri”. Infine abbiamo provato a capire in che modo le varie forze politiche hanno interagito con i petit focalizzando lo sguardo anche sui sommovimenti che la rivolta ha prodotto nel fronte borghese.

C’è stata una qualche interazione tra questa rivolta e i segmenti sociali che avevano dato vita al movimento dei “gilet gialli”
Come ben sai io vengo proprio da quella esperienza e ti ho spiegato anche i motivi per i quali, a un certo punto, l’ho abbandonata. D’altra parte quel movimento si è dissolto e oggi di esso non vi è alcuna traccia. Solo alcune delle persone con le quali ero in più in stretta relazione all’epoca dei gilet ha guardato con una qualche simpatia alla rivolta i più, però, mi sono sembrati contrari.

Eppure i gilet avevano mostrato una non secondaria radicalità e non sembravano particolarmente afflitti dal legalitarismo. Sicuramente non con i toni della rivolta attuale però, nel corso dei loro sabati, si era assistito a livelli di scontro di notevole spessore. Come mai, allora, questa distanza?
Mah, il problema è essenzialmente una questione di classe. Il movimento dei gilet era principalmente un movimento di settori sociali in via di proletarizzazione, di lavoratori autonomi in grave difficoltà e, cosa da non dimenticare, sviluppatosi in gran parte in quelle aree che vengono definite come “la Francia profonda”, ovvero molto poco cittadina. Era un movimento che esprimeva un grosso malessere sociale che aveva manifestato anche alcune punte di radicalizzazione, ma non era riuscito a darsi una chiara connotazione di classe tanto che non è mai riuscito a mettere in piedi uno sciopero. Quel movimento, alla fine, è andato per conto suo senza riuscire a collegarsi con altre realtà ma se ci pensi questa è la storia di tutti i movimenti che nell’ultimo periodo si sono espressi.

Questo mi porta inevitabilmente a chiederti se c’è stata una qualche interazione tra il “popolo della rivolta” e la composizione di classe scesa in piazza contro la riforma delle pensioni?
Direi proprio di no e la cosa non deve certo stupire. Si tratta di due ambiti completamente diversi che rimandano a postazioni e visioni del mondo ben difficilmente compatibili. Non esagero se dico che una parte di quelli che sono scesi in piazza per la riforma delle pensioni nei confronti della rivolta si sia posizionata sulla stessa lunghezza d’onda della polizia- Pensare che l’aristocrazia operaia possa inserirsi in massa dentro una prospettiva rivoluzionaria è pura follia, l’aristocrazia è parte dello stato e questo non da oggi. Storicamente l’aristocrazia operaia, nei momenti di crisi, si è sempre schierata, e anche in maniera attiva, con la borghesia. Ciò che mi riesce veramente difficile capire è come in tanti abbiano potuto prendere un simile abbaglio. Come ti ho detto ogni movimento è andato per conto suo, ma le cose sarebbero potute andare in altro modo? Io non credo. Siamo di fronte a una trasformazione complessiva delle condizioni di classe e ogni frazione di classe combatte a partire dal suo punto di vista. La borghesia in via di proletarizzazione non vuole diventare proletaria, l’aristocrazia operaia vuole rimanere tale e il nuovo proletariato combatte eroicamente contro tutto e tutti ma non ha un programma. Ma le cose vanno avanti e la piccola borghesia sarà proletarizzata e la aristocrazia operaia spazzata via e, a quel punto, se il proletariato sarà stato in grado di elaborare un programma, molte cose potrebbero cambiare. In tutto questo mi sembra importante dire che forse il principale problema che ci troviamo a affrontare è l’assenza di una idea–forza. Che cosa significa comunismo? Cosa significa rivoluzione? Cosa vuol dire dittatura operaia? In un passato ormai remoto a queste domande vi erano delle risposte, oggi palesemente no. Questa mi sembra essere la vera strettoia che dobbiamo affrontare. Diciamo che è chiaro contro cosa lottare, molto meno per che cosa. A me sembra molto significativo che, come abbiamo visto qua a Marsiglia, le merci siano state il principale obiettivo della rivolta. Al momento la merce è, chiamiamolo, il programma di questo proletariato il che non è né un bene, né un male ma un fatto. Da questo orizzonte, da questo immaginario occorre partire.

Quindi, è una domanda che ho già fatto ma vorrei tornarci sopra, tutti i discorsi sulla islamizzazione e via dicendo non hanno alcun senso?
Assolutamente. I petit erano interessati a portare via tutto, oltre che a scontrarsi con la polizia, erano quelle merci che a loro sono negate a mandarli all’attacco. Erano tutti quegli oggetti che potevano solo guardare da lontano a smuovere il loro immaginario, le merci erano e sono la loro idea–forza. Da lì, può piacere o meno, devi partire. In questo, però, devi leggere il rifiuto della povertà, il rifiuto di condurre una vita fatta di continue rinunce, di assenza di risorse, insomma il rifiuto all’essere operai e proletari. Qua, ed è qualcosa di completamente diverso da quel passato che ha caratterizzato per lo più il movimento comunista, vi è tutto tranne che l’orgoglio di essere operai e proletari, semmai ciò che si odia è proprio questa condizione. Prendersi le merci è sicuramente una cosa illusoria, ma appare il modo più semplice e immediato per emanciparsi dalla propria condizione. Come puoi capire in tutto questo l’Islam non c’entra niente. Semmai, ma questo è un altro discorso, in certi casi l’Islam può essere assunto in maniera simbolica in quanto antifrancese il che, come puoi capire, è ben diverso da una adesione a questo. Le realtà islamiche presenti nei quartieri hanno provato a svolgere un ruolo di pacificazione nel corso della rivolta, ma non sono stati minimamente ascoltate.

A questo punto vorrei chiederti che rapporto c’è stato, se è avvenuto, tra la frazione proletaria della rivolta e le varie anime del “movimento”?
Intanto diciamo che non c’è stato. Tutti hanno preso una posizione che andava dall’entusiasmo proprio delle aree autonome, anarchiche e maoiste, a quello di appoggio sì ma con dei distinguo delle varie anime trotskyste sino alla condanna propria degli eredi del PCF e dell’associazionismo sociale e pacifista. In linea di massima, però, non si è andati oltre a un atteggiamento da tifosi. Questo il vero problema della situazione. Non mi sto a ripetere sulla nostra, pur modesta, presenza dentro alcuni ambiti di questa composizione di classe, ne abbiamo già ripetutamente parlato ed è inutile tornarci sopra. Potrei dirti, a partire da ciò, che noi siamo stati dentro alla rivolta, ma direi una falsità. Il lavoro che abbiamo fatto e stiamo facendo sta dando anche dei frutti ma ciò non toglie che, anche noi, siamo molto distanti da tutto ciò che è successo. Ora, come sempre accade in queste situazioni, si consumeranno fiumi di inchiostro, ognuno dirà la sua, ognuno si sentirà di essere il vero interprete della rivolta e tutto questo, ovviamente, sino alla prossima volta. Nel frattempo i quartieri continueranno a stare lì e il movimento a stare qua. Da questa situazione se ne esce solo in un modo: alzando il culo e andando a relazionarsi con la classe. Tutto il resto sono parole che lasciano il tempo che trovano. Potrei mettermi qua a fare le pulci a questo e quello ma non credo che sia questo il modo per affrontare la situazione. Ha senso mettersi a polemizzare che so con gli anarchici piuttosto che con i maoisti? Questo ipotetico dibattito sposta forse di una sola virgola la realtà dentro i quartieri e la sua composizione di classe? Se le domande che mi faccio sono queste allora il mio agire non può che assumere tutta un’altra dimensione. Devo partire dalla classe e non dal movimento. La discussione sul movimento e le sue prese di posizioni mi sembra solo una perdita di tempo. Invece, questo sembra essere l’ultimo dei problemi. I vari siti sono già inondati di articoli, saggi, analisi e chi più ne ha più ne metta ma di come relazionarsi a questa composizione di classe proprio non si parla. C’è la gara a chi fa l’analisi più raffinata, anche se non si capisce sulla base di che cosa, e tutto il resto viene messo tra parentesi. Avrai notato come noi e le realtà simili a noi con le quali stiamo cercando di costruire, a partire dal movimento dei precari e dei disoccupati, un rapporto organizzato con questo proletariato siamo stati i più cauti, quelli che hanno scritto di meno e questo perché, a differenza di altri, abbiamo cercato di capire di più.

Vorrei chiudere chiedendoti qual è stato il comportamento di La France Insoumise di fronte alla lotta dei banlieuesards?
Qualcuno ha sentito la sua voce? A parte la battuta no, La France Insoumise è completamente scomparsa, di lei non si è avuto alcuna traccia. Ma la vera domanda da porsi è: “Che cosa avrebbe potuto fare?” La France Insoumise è un cartello elettorale e basta. Un cartello elettorale, in un paese dove la maggioranza non vota, che pensa di essere ancora negli anni ’60 dove le politiche riformiste avevano un notevole spazio e la ricerca di un patto sociale tra le classi era anche nelle corde della borghesia. In una situazione in cui tutto tende a declinarsi dentro un conflitto politico–militare cosa può fare, che ruolo può avere una forza come La France Insoumise ? Palesemente nessuno. Poi, anche volendo, sulla base di cosa avrebbe potuto agire? Non ha strutture territoriali, non ha strutture di lotta, non ha Comitati di quartiere, La France Insoumise è una forza politica virtuale al pari di tutte le altre. Il suo distacco dal paese reale non è poi così diverso da quello di Macron. Il parlamento è un corpo vuoto e questo vale per tutte le forze politiche. Al proposito mi sembra indicativo il fatto che la controffensiva borghese non sia partita da qualche forza politica, ma che a dettare la linea della guerra civile sia stata la polizia. La stessa Le Pen si è accodata alla polizia, il che vuol dire ben qualcosa. Le classi si stanno organizzando, sicuramente questo è vero per il fronte borghese, attorno a corpi e strutture non riconducibili ai partiti politici i quali non hanno alcun legame, se non quello puramente elettoralistico, con la società. Questo è un mondo che, in qualche modo, aveva decretato la fine della società di massa dove, per società di massa, si intende la partecipazione attiva e organizzata delle classi sociali alla vita pubblica. Una convinzione che attraversa tutti gli schieramenti politici i quali, non per caso, non hanno alcuna articolazione di massa. Chiaramente questa è una illusione perché le masse, tutte le masse, finiscono sempre con l’entrare in gioco. Quando questo succede i partiti politici rimangono spiazzati. Qua non si tratta neppure più di tirare a mezzo il “cretinismo parlamentare”, non si tratta di questo, qua si tratta di prendere atto come le masse per affermare il loro protagonismo non possano fare altro che, nel caso della classe operaia e del proletariato, costruire i suoi organismi ex novo, mentre la borghesia fa leva su alcune strutture, come la polizia, le quali iniziano a assolvere un compito politico. La France Insoumise ha dimostrato di non essere altro che un fetido cadavere, fuori dal tempo e dalla storia.

Ma con tutta quell’area sociale che è stata l’anima del successo elettorale de La France Insoumise è possibile costruire delle relazioni in funzione della costruzione di organismi di massa?

Se consideriamo l’ossatura politica de La France Insoumise direi proprio di no. Politicamente questi sono il retaggio di tutte le cose peggiori della vecchia sinistra francese, il PCF e dintorni. Con loro non è possibile neppure parlare, figuriamoci ipotizzare dei percorsi organizzativi comuni. Se il discorso si sposta su quelli che hanno votato il movimento allora le cose possono anche cambiare ma è qualcosa che devi andare a verificare nella pratica, dentro a delle proposte e iniziative concrete, non si può rispondere in astratto. Tieni presente che la gran massa degli elettori de La France Insoumise è riconducibile a quel settore di classe che ha dato vita al movimento contro la riforma delle pensioni. Sui limiti e le contraddizioni di quel movimento mi sembra che abbiamo già discusso a sufficienza. Rispetto a questi ci potranno essere, per un verso, minimi spostamenti soggettivi, dei quali tra l’altro abbiamo già parlato, dall’altro, e si tratta della cosa più importante, degli spostamenti oggettivi ovvero quanta di quella composizione di classe si ritroverà sempre più alle condizioni del soggetto operaio e proletario che ha dato vita alla rivolta. Lo smembramento della aristocrazia operaia è uno dei progetti del governo Macron ed è un progetto che verrà realizzato, a partire da questo si potranno fare altri ragionamenti che però avranno una base materiale e non ideologica. La France Insoumise e tutto il suo ceto politico in tutto questo non possono avere alcun ruolo.

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Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia / 4 https://www.carmillaonline.com/2023/04/22/le-probleme-nest-pas-la-chute-mais-latterrissage-lotte-e-organizzazione-dei-dannati-di-marsiglia-4/ Sat, 22 Apr 2023 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76442 di Emilio Quadrelli

Chourmo

L’intervista appena riportata ha ben reso la cornice e il senso all’interno della quale si dipana l’attività del Collectif un’attività che, tra l’altro, ha catturato l’attenzione anche di soggetti provenienti dall’esperienza dei gilets jaunes. Proprio due di questi, M. C., e J.B., una donna e un uomo approdati al Collectif dopo essere stati particolarmente attivi nel movimento dei gilets jaunes sono gli attori sociali con i quali si è cercato di ricostruire il percorso autonomo dei precari e dei disoccupati. Ciò è apparso particolarmente utile perché il terreno [...]]]> di Emilio Quadrelli

Chourmo

L’intervista appena riportata ha ben reso la cornice e il senso all’interno della quale si dipana l’attività del Collectif un’attività che, tra l’altro, ha catturato l’attenzione anche di soggetti provenienti dall’esperienza dei gilets jaunes. Proprio due di questi, M. C., e J.B., una donna e un uomo approdati al Collectif dopo essere stati particolarmente attivi nel movimento dei gilets jaunes sono gli attori sociali con i quali si è cercato di ricostruire il percorso autonomo dei precari e dei disoccupati. Ciò è apparso particolarmente utile perché il terreno dell’autonomia operaia e proletaria pare essere il possibile sbocco politico e organizzativo di tutte quelle energie e forze che il movimento dei gilets jaunes ha messo in campo senza riuscire, però, a dare a tutto ciò forza, progettualità e organizzazione. Le riflessioni dei due ex militanti del movimento, pertanto, assumono un particolare interesse poiché, attraverso le loro parole, viene posto il problema di come trasformare in effettivo dualismo di potere la non secondaria radicalità presente tra quote non irrilevanti di subalterni. Cominciamo con l’ascoltare M. C.

Tu sei approdata al Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille dopo due esperienze politiche legate prima al movimento femminista e, in seguito, ai gilets jaunes. Come hai maturato questa decisione?
Per quanto riguarda il femminismo e le sue tematiche radicali sono cose che mi porto dentro e che immetto dentro l’esperienza del Collectif. Io nasco all’interno del movimento femminista e di fatto non ne sono mai uscita. Ma partiamo, intanto, con il dire che cosa sono io. Oggi sono una “lavoratrice autonoma” del mondo del turismo. Quello del lavoro autonomo è una delle molteplici facce della precarietà. In passato, quando si parlava di lavoratori autonomi, si ci riferiva a un ceto sociale medio alto, quello dei professionisti. Oggi, invece, essere un lavoratore autonomo è una imposizione delle aziende, per svolgere funzioni in passato di lavoratori dipendenti cioè salariati con un rapporto contrattuale di un certo tipo. Questo tipo di lavoro autonomo non è una forma di emancipazione dal lavoro salariato ma esattamente il contrario. In questo modo l’azienda ti tiene continuamente sotto scacco e tu, di fatto, hai ben pochi strumenti per difenderti perché, proprio per la sua tipologia, la relazione con l’azienda è del tutto individuale. Di fatto noi siamo precari a tutti gli effetti e quindi la mia collocazione dentro il Collettivo risponde a una condizione oggettiva. Lo è anche in relazione alla condizione di disoccupata poiché noi non abbiamo alcuna garanzia di lavoro continuativo, anzi. Può succedere, come accaduto in più occasioni, che un tour sia annullato, in quel caso si
rimane a casa senza paga oppure, quando la stagione turistica è in calo, i momenti di pausa si prolungano notevolmente. L’organizzazione di questa condizione di lavoro, che è una condizione subordinata a tutti gli effetti, è un aspetto, ovviamente non il solo, della attività del Collettivo. Guardando la cosa in maniera più ampia mi sembra di poter dire che questa struttura consente di dare visibilità e legittimità politica e sociale a tutta quella parte di società oggi invisibile e marginalizzata.

Invece, dell’esperienza dei gilets jaunes, cosa porti dentro al Collettivo?
Di quella esperienza che inizialmente mi ha molto coinvolta e affascinata porto ben poco poiché, facendone un bilancio, mi sembra essere stata una grossa delusione o meglio ha deluso del tutto le aspettative che aveva aperto. Questo perché non è andata oltre a una sostanziale genericità e non è stata in grado di darsi un programma, una forma organizzata e degli obiettivi. Questo lo si vede bene oggi quando, di tutto quel movimento, non è rimasto nulla. È stato un grande momento di protesta, con forme anche radicali ma che non aveva una vera direzione di classe e alla fine non ha potuto far altro che evaporare. Con ciò non rinnego la mia partecipazione al movimento, che è stato un po’ una jacquerie solo che tutta quella mobilitazione mi ha fatto comprendere che occorre costruire su basi di classe. A partire da questa considerazione il mio approdo dentro questo Collettivo.

Passiamo così a J.B., il quale, sulla base di una rivisitazione critica dei gilets jaunes, matura la sua adesione al Collectif e, in poche battute, sembra cogliere tanto la grandezza quanto i limiti di quel movimento.

Dai gilets jaunes al Collectif, come avviene questo passaggio? Come valuti la tua precedente esperienza e perché, oggi, ti collochi in questa realtà?
L’esperienza dentro i gilets jaunes ha due facce. Una molto positiva ha mostrato come la società francese sia estremamente esplosiva e che basta un piccolo detonatore per innescare dei momenti di lotta duri e radicali. Come gilets jaunes siamo andati ben oltre la protesta formale. Basta pensare agli attacchi alle banche, agli scontri con la polizia ma, a mio avviso, vi è un aspetto anche più importante che in questa esperienza è venuto fuori, mi riferisco al senso di comunità che le persone, in questa lotta, hanno espresso. Una cosa che ho potuto verificare di persona partecipando ai blocchi organizzati fuori dalle città. Soprattutto lì le persone si riunivano anche per ritrovare una socialità e un senso di appartenenza che la società contemporanea tende a schiacciare. Di questo si parla poco, anzi nulla, ma una cosa veramente importante che in tutti quei mesi è emerso è stata la volontà delle persone di rompere l’isolamento in cui il potere ci costringe. Questo è stato particolarmente vero per quel modo che abitualmente chiamiamo “Francia profonda” dove, a riemergere, sono state le abitudini comunitarie del mondo contadino. Di questo mondo non si parla pressoché mai eppure una grossa fetta della popolazione francese vive lì. Credo che senza di loro sarà difficile arrivare a cambiare radicalmente la situazione. Però questo è un lato del problema. Importante, ma non decisivo. E qua veniamo al limite che si è mostrato insormontabile per il movimento dei gilets jaunes, quello di non essere stato in grado di bloccare la produzione e quindi il paese. Questo movimento non è stato in grado di dare una direzione operaia, eppure i sabati gli operai erano in piazza, alla lotta. I gilets jaunes sono stati un grande movimento di popolo ma non di classe. Questo il suo grande limite. In questo modo tutta la sua pur enorme potenzialità ha finito con il disperdersi e l’evaporare. A partire da ciò mi sono orientato verso questa esperienza del Collectif perché è una esperienza che nasce su basi di classe e lo fa a partire, senza fronzoli di troppo, dalla condizione materiale delle masse.

Voi siete, però, una cosa molto atipica rispetto al variegato mondo antagonista e delle stesse organizzazioni della sinistra radicale. Che cosa è, in poche parole, ciò che vi caratterizza?
Ma intanto noi siamo una struttura che si richiama al marxismo cosa che, oggi, per gran parte dei movimenti è quasi una bestemmia. Parliamo di direzione e centralità operaia cosa sicuramente anomala rispetto a tutti gli altri. Per altro verso, però, non abbiamo neppure alcuna affinità o contiguità con tutti quei micro gruppi comunisti che si rifanno a una qualche tradizione comunista. Questo è bene chiarirlo perché anche questi parlano di classe operaia solo che, nel loro immaginario, la classe operaia è praticamente una icona del tutto priva di concretezza. La riprova la puoi avere sulla questione dei disoccupati che, questi gruppi non prendono neppure in considerazione sul piano dell’analisi mentre noi ne siamo una specifica forma organizzata. Noi lavoriamo per la centralità e direzione operaia avendo in mente la classe operaia del mondo contemporaneo non quella che sta nelle pagine dei libri.

Un’ultima cosa. Il Collectif ha incentrato la sua attività sui precari e i disoccupati. Questo vuol dire che non avete rapporti con altre realtà di classe o nei confronti di queste avete altre forme di interazione?
Hai fatto bene a farmi questa domanda perché mi permette di spiegare alcune cose e non creare confusione e malintesi. In realtà noi stiamo costruendo, però fuori Marsiglia perché il grosso della produzione industriale da tempo è stata spostata nelle città satelliti, una rete operaia. Siamo in una fase embrionale e, in alcune situazioni, abbiamo preso noi in mano la struttura sindacale della CGT. Dentro Marsiglia, invece, in alcuni luoghi di lavoro più tradizionali lavoriamo dentro strutture sindacali più piccole ma che, in certe situazioni, hanno un grosso peso. Si tratta di un lavoro già in atto ma ancora tutto da definire. Crediamo che non si debba avere un modello assoluto di organizzazione ma lavorare per lo sviluppo dell’autonomia operaia dentro tutte le forme possibili.

Prima di concludere, al fine di capire meglio ciò di cui stiamo parlando, vediamo come opera concretamente il Collectif. Lo facciamo attraverso le parole di D. N. un corso da tempo stabilizzatosi a Marsiglia che è stato uno dei primi animatori del collettivo dei disoccupati.

Puoi farmi un esempio di come interviene il Collectif?
Certamente. Posso parlarti della campagna che abbiamo iniziato a sviluppare con le operaie e gli operai che lavorano nel Mama Restaurant Marseille. Questa è una catena di ristoranti di cucina italiana, la Big Mama, presente in tutta Europa. A Marsiglia occupa un 200 persone, in gran parte donne, in condizioni di super sfruttamento, tempi e ritmi di lavoro di tipo semi coatto, con contratti a termine, un modo quindi per ricattare costantemente la forza lavoro, e con scarsissima attenzione sulla sicurezza sul lavoro. Una situazione che è una vera e propria fotografia della condizione operaia marginalizzata. Questa condizione non è una anomalia ma il livello medio della condizione dei precari e dei disoccupati. In questi posti non vi è alcuna forma di organizzazione sindacale, cosa che condividono con tutte le realtà simili, oltre a un continuo dispotismo esercitato dai capi i quali, per di più, si distinguono per continue molestie sessuali nei confronti delle dipendenti. Alcune ragazze che vi lavorano hanno conosciuto un paio del Collectif e così hanno iniziato a parlare della loro situazione. Abbiamo così valutato la possibilità di intervenire nella situazione. Abbiamo prima sondato il terreno, senza uscire allo scoperto, e abbiamo così costruito una rete interna di una trentina di dipendenti. A quel punto abbiamo iniziato a mettere dei volantini negli spogliatoi e, una volta verificato che intorno alla lotta c’era una sostanziale adesione da parte dei più, abbiamo iniziato a fare dei volantinaggi all’esterno del ristorante denunciando la situazione lavorativa. Abbiamo ripetuto la cosa più volte e, oltre ai volantini, ci siamo messi a tenere dei comizi di denuncia. In questo modo abbiamo reso noto che cosa è Mama Restaurant.

Questo cosa ha comportato?
Subito c’è stato un tentativo di brutale reazione da parte della direzione, tentativo subito andato in vacca perché noi eravamo organizzati anche per fronteggiare una situazione simile che ritenevamo molto probabile. A quel punto la direzione ha iniziato a fare del terrorismo interno minacciando licenziamenti, denunce e così via. In seguito, però, hanno dovuto fare marcia indietro perché si sono ritrovati la quasi totalità dei dipendenti contro e pronti a scioperare e a bloccare con i picchetti tutta l’attività del ristorante. Si è arrivati così a una contrattazione che ha modificato dipendenti. notevolmente sia il livello salariale, sia le condizioni di vita all’interno oltre alla stabilizzazione di un buon numero di dipendenti. Diciamo che, senza farla più grossa di quello che è, si è trattato di una vittoria, piccola ma significativa perché è stata in grado di incrinare una condizione che sembrava inattaccabile. Con ciò abbiamo dimostrato che è possibile lottare ed è possibile vincere. Sul piano simbolico, per quanto piccola, questa lotta dice a tutti gli invisibili che con l’organizzazione collettiva si può uscire dal ghetto in cui stato e padroni vogliono rinchiuderti.

Immagino che, a partire da questa esperienza, stiate pensando a uno sviluppo di queste pratiche?
Assolutamente sì. Il nostro passaggio già in atto è lo sviluppo di questa lotta in tutta la catena Mama Restaurant.

In tutto questo avete una qualche forma di appoggio da parte della sinistra radicale e antagonista?
No, se si escludono alcune realtà anarchiche che si sono mostrate immediatamente solidale da tutti gli altri non abbiamo avuto alcuna forma di appoggio.

Secondo te per quale motivo?
I gruppi di area comunista, non ritengono la lotta autonoma e autoorganizzata un metodo giusto. Diciamo che loro hanno un’idea di una lotta di classe del tutto ideologica e libresca. Soprattutto hanno idea di una classe che esiste solo nelle loro teste e nei loro documenti. Non è un caso che questi gruppi siano irrilevanti e privi di contatto con la realtà. Per tutto il mondo che si definisce movimento radicale e antagonista molto semplicemente gli operai non esistono. Quindi è normale che non considerino minimamente situazioni come queste.

A quanto capisco siete una realtà che ha poco o nulla a che fare con ciò che comunemente è definito “movimento”. Vi sentite isolati? Oltre a queste iniziative, ne avete altre? Tra le realtà politiche con chi avete una qualche relazione?
Intanto credo che sia importante dire che abbiamo anche iniziato una stretta collaborazione con il Collettivo autonomo dei muratori il quale raccoglie un buon numero di operai e si muove in una direzione molto simile alla nostra. Questo significa che la lotta autonoma operaia non solo esiste ma che sta cercando di darsi progetto e organizzazione. I rapporti che abbiamo con strutture operaie nelle città satelliti di Marsiglia è molto indicativa. Rimanendo su Marsiglia abbiamo iniziato anche a organizzare delle occupazioni di case nel terzo arrondissement oltre che una campagna per l’autoriduzione delle bollette non solo nel terzo ma anche a Les Caillos e La Castellane. Quindi, per rispondere alla tua domanda, non siamo isolati per nulla . Per quanto riguarda, invece, i rapporti con altri gruppi e realtà qua a Marsiglia li abbiamo, come ti ho detto, soprattutto con gli anarchici mentre, in giro per la Francia, con alcuni gruppi di provenienza maoista sopratutto di origine marocchina e tunisina.

Una conferma di quanto appena riportato mi è stata possibile constatarla osservando, scendendo in piazza insieme a loro, nel corso degli scioperi generali del 2 e del 7 febbraio. In entrambi i casi quello che possiamo definire “blocco autonomo” si è presentato per le vie della città con spezzoni di circa 1500 persone facendo sì che, lo spettro della “centralità operaia” e della sua autonomia”, ritornasse a aleggiare tra le vie e le piazze di Marsiglia. Con ciò il mitologema della città parrebbe rivivere depurato, però, da ogni sorta di ricordo bensì nell’attualità di una memoria che guarda al presente con le spalle al futuro1. A questo punto il pur stringato resoconto etnografico e possibile canovaccio di una ricerca a tutto tondo ci consente pur sempre di dire qualcosa su questa città. Marsiglia ci racconta una storia, per nulla edulcorata, del proletariato contemporaneo, delle sue lotte, dei suoi sogni, dei suoi desideri. La città del minstral, a differenza di ciò che sognano le classi dominanti, non ci porta il vento pacificato del non – luogo turistico dove masse senza volto e in continua competizione tra loro si prostrano e svendono, ma a soffiare è la tempesta di una soggettività proletaria che della lotta ha fatto il suo fine. Contro tutto e tutti i dannati della metropoli alzano la testa e affermano la propria esistenza. Tutto ciò nel più completo silenzio e disinteresse di ciò che si definisce “sinistra antagonista e radicale” la quale, da tempo, ha del tutto espunto dal suo orizzonte le lotte operaie e proletarie ma, proprio per questo, rimettere al centro del conflitto la nuova composizione di classe e non adagiarsi alle e sulle parole del potere, è ciò che una teoria critica dovrebbe cominciare a fare. Certamente non sarebbe tutto, ma sarebbe sicuramente qualcosa.

( 4Fine)


  1. Al proposito si veda: W. Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Id., Angelus Novus, Einaudi, Torino 1981  

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Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia / 3 https://www.carmillaonline.com/2023/04/16/le-probleme-nest-pas-la-chute-mais-latterrissage-lotte-e-organizzazione-dei-dannati-di-marsiglia-3/ Sun, 16 Apr 2023 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76436 di Emilio Quadrelli

Non, je ne regrette rien

Tra i molti temi che l’intervista ha evidenziato, centrale pare essere la questione della violenza e delle coeve pratiche illegali. Una illegalità che, per gli abitanti dei quartieri popolari, ha ben poco di esotico ma rappresenta la prosaica realtà vissuta quotidianamente. Di ciò si è parlato con un pugile senegalese con alle spalle una “vita di strada” piuttosto intensa. L’approdo nel Collectif, la sistematica pratica sportiva e la successiva politicizzazione lo hanno emancipato da ciò che, per gli abitanti dei quartieri poveri, appare come [...]]]> di Emilio Quadrelli

Non, je ne regrette rien

Tra i molti temi che l’intervista ha evidenziato, centrale pare essere la questione della violenza e delle coeve pratiche illegali. Una illegalità che, per gli abitanti dei quartieri popolari, ha ben poco di esotico ma rappresenta la prosaica realtà vissuta quotidianamente. Di ciò si è parlato con un pugile senegalese con alle spalle una “vita di strada” piuttosto intensa. L’approdo nel Collectif, la sistematica pratica sportiva e la successiva politicizzazione lo hanno emancipato da ciò che, per gli abitanti dei quartieri poveri, appare come un “destino” dal quale è impossibile sottrarsi. Un destino fatto di brevi “carriere criminali” le quali, il più delle volte, conducono a una esistenza fatta di carcere, tossicodipendenza e morte, oltre a una marginalizzazione pressoché assoluta. Dentro le enclave dell’esclusione sociale la guerra per il controllo del territorio, che in alcuni casi si riduce alla gestione di un solo palazzo, è tanto cruenta quanto violenta. Le micro gang che gestiscono lo spaccio sono continuamente in guerra tra loro ma non solo. Con una certa frequenza si assiste a rotture all’interno delle stesse micro gang e allo scatenamento di obbligate “rese dei conti” tra gli appartenenti mentre, nel frattempo, gli scontri con le forze dell’ordine si moltiplicano. Di tutto ciò ne parliamo con il nostro pugile senegalese C. M.

Ciao, hai ascoltato le cose sin qua dette, da te vorrei, per prima cosa, una descrizione di cosa significa vivere in uno dei “quartieri Nord”. In poche parole vorrei che tu riuscissi a descrivermi la vita sociale di questi quartieri nel modo più oggettivo possibile e, in particolare, la vita dei ragazzi.
La vita nei “quartieri Nord” non ha alcun mistero. Come tutti sanno vi è tantissima disoccupazione, molta precarietà e una enorme economia illegale, soprattutto droga. Lì ci cresci, quella è la tua vita. Lo spaccio è la principale attività, anche se qualche gang si dedica ai furti e alle rapine, il grosso è legato allo spaccio. In questa attività sono coinvolti i ragazzi sin dai 13, 14 anni perché in un “quartiere Nord” a quell’età sei già grande. Entri presto in una gang e spesso inizi anche a farti. Così entri in un circolo che ti brucia la vita. L’illegalità non è una scelta ma una via obbligata. A questo aggiungici i comportamenti dei flics con i quali sei, indipendentemente da cosa tu possa fare o non fare, continuamente in guerra. Loro si comportano come se fossero delle truppe di occupazione. Noi siamo la colonia interna, questa la nuda e cruda realtà.

Tu oltre che un pugile sei un attivista politico e sociale. Cosa puoi dire della tua esperienza, come valuti le cose che stai portando avanti?
Mi sembra che le cose che stiamo facendo con la boxe siano molto importanti, abbiamo costruito una realtà importante che ha permesso a molti, me compreso, di acquisire una identità sociale che prima non avevano. Poi è molto importante quanto stiamo facendo come precari e disoccupati anche se credo che, però, abbiamo una carenza grossa rispetto al carcere e alla attività dentro i quartieri. Dovremmo riuscire a costruire qualcosa dentro i quartieri come avevano fatto le Pantere nere. Una organizzazione che sia in grado di trasformare tutta quella rabbia – che lasciata a se stessa finisce in una guerra fratricida tra gang – in qualcosa di positivo, qualcosa che serva veramente alla nostra gente. Poi c’è il carcere e lì c’è proprio un vuoto.

Quindi, secondo te, una delle grosse mancanze è un intervento sul carcere?
A me sembra di sì. Il carcere, per la nostra realtà, non è un imprevisto ma un passaggio praticamente obbligato. Nei confronti del carcere, almeno nei confronti della massa carceraria, vi è un totale disinteresse. Eppure lì passa una fetta di classe. Credo che a noi manchi una esperienza come quella delle Pantere nere, perché penso che dal carcere potrebbero uscirne dei quadri veramente rivoluzionari che potrebbero avere grande peso e influenza per tutta la gente dei nostri quartieri.

Quanto affermato arricchisce di non poco l’insieme di questioni che fanno da sfondo alle vite dei “dannati della metropoli”. Repressione, razzismo, militarizzazione del territorio sono la cornice abituale con la quale devono confrontarsi le “masse senza volto”. Da tempo l’ordine discorsivo dominante a Marsiglia, non diversamente dalle altre metropoli europee, è governato dalle retoriche dell’ “insicurezza urbana” prodotta dall’agire fuori controllo delle nuove classi pericolose1. Ciò, per gli abitanti dei “quartieri popolari”, comporta un costante corpo a corpo con gli apparati polizieschi, un confronto che tuttavia viene affrontato in maniera del tutto impolitica dai primi. Le parole di C. C., una pugile franco algerino di 25 anni, riescono a mettere bene a fuoco tutta la politicità che la questione polizia, repressione e militarizzazione del territorio si porta appresso.

Con C., M., abbiamo parlato del carcere, della condizione illegale in cui molti di voi, almeno in certi momenti della loro vita, hanno vissuto e di come, tutto questo, comporti il dover affrontare continuamente il rapporto con la polizia. Questo problema è affrontato tra voi e, se lo è, in che maniera?
Questo è un problema enorme al quale tutte le nostre vite sono confrontate. La polizia si comporta con noi come un esercito di occupazione, è da questo che dobbiamo partire. Mi chiedi se tra noi abbiamo affrontato questo problema? Sì, lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo soprattutto tra noi donne perché siamo noi quelle che subiamo maggiormente l’oppressione poliziesca e razzista. Per prima cosa abbiamo dovuto capire noi stesse che l’essere donne e il non essere bianche ci metteva in una certa condizione, una condizione da colonizzate. In seguito abbiamo compreso che non esistevano vie di uscita individuali, ma solo collettive e che, tutto questo, voleva dire lotta e organizzazione.

Lotta e organizzazione cosa significano concretamente?
Significa, intanto, costruire dei momenti collettivi nei nostri territori, dove vederci, incontrarci, discutere, fare delle attività autogestite. Avere, insomma, delle forme di socialità interamente nostre. In questo modo è possibile rompere la gabbia dell’individualismo che ti porta o a diventare un servo e una spia dei flics o a entrare in qualche gang con l’illusione di fare soldi e diventare qualcuno. Tutto questo, però, non avrebbe alcun senso, perché lascerebbe il tempo che trova, se non ci ponessimo anche il problema dell’autodifesa. Se vogliamo che nei nostri territori le persone ci vedano come una reale via di uscita dobbiamo essere in grado di esercitare la forza. Senza un esercizio della forza diventa tutto inutile. Sicuramente è importantissimo, anzi direi che è la cosa fondamentale, avere uno spazio dove i problemi e le questioni vengono affrontati così come non è meno importante costruire dei momenti di vera e propria scuola politica, ma tutto questo ha senso solo se sei in grado di esercitare la forza. Qua i problemi sono infiniti anche se, alla fine, il principale è la mancanza di soldi. Però, nel frattempo, almeno su alcune cose è possibile intervenire. Dobbiamo imparare a combattere contro chi, dall’interno, sfrutta e umilia la propria gente. Ma qua torniamo al discorso sulla polizia. La polizia governa grazie a tutte quelle figure che, in cambio della loro impunità, permettono il controllo del territorio. Queste agiscono come spie e informatori per cui sono, a tutti gli effetti, parte attiva della dominazione. Far capire, concretamente, che questi possono essere attaccati significa far crescere fiducia e consapevolezza tra le persone. Come vedi, anche in questo caso, si torna alla questione della forza perché per poter lottare occorre, per prima cosa, liberare il proprio territorio da chi ti è nemico ed è del tutto completare della polizia.

Cosa intendi per “scuola politica”?
Come puoi immaginare, la cosa valeva anche per tutte noi, non è che tra noi fosse presente una grande cultura politica. Di conseguenza, non vi sono strumenti per comprendere il vero senso della realtà che ci circonda. L’abitudine è quella di ricondurre tutto alla propria esistenza senza saperla collegare alla sua dimensione generale. Per “scuola politica” non intendiamo delle lezioni intellettuali su questo o quello ma, a partire da un fatto concreto – la storia di uno sciopero, di una organizzazione operaia, di una lotta di liberazione, di una battaglia delle donne e così via – organizziamo delle discussioni, intorno a dei testi, attraverso cui diventa facile dimostrare come l’agire collettivo consenta di raggiungere determinati obiettivi pratici. Poi, sicuramente, c’è chi, a partire da questo, sviluppa anche interessi più approfonditi. Io, per esempio, a partire dallo studio, minimo, della rivoluzione algerina sono passata ai testi di Marx e Fanon ma credo che non vi sarei mai arrivata se non fossi stata smossa da questioni concrete. Noi abbiamo letto e imparato molto da Mao perché nelle sue cose abbiamo sempre trovato un discorso teorico legato alla soluzione di problemi concreti.

Veniamo, così, alla questione polizia e autodifesa.
Noi sappiamo benissimo che non possiamo affrontare, o almeno lo possiamo fare raramente, i flics in campo aperto. Questo è possibile farlo nei cortei e nelle manifestazioni organizzandoci in squadre in grado di portare attacchi a determinate strutture, come banche, multinazionali, luoghi simboli dello stato ma questo è, come dire, quasi routine nel senso che in quei casi il numero di persone attrezzate per fare questo è abbastanza vasto. Tutta un’altra cosa è affrontare i flics sul territorio. Anche in questo caso agire collettivamente è l’arma principale. Se, di fronte a un fermo del tutto ingiustificato o a una irruzione in una casa, non si scappa ma si scende in strada, i rapporti di forza possono cambiare perché, a quel punto, i flics si trovano in svantaggio e non possono affrontare, se non chiamando numerosi rinforzi, la situazione. A quel punto, però, la situazione diventa talmente tesa che basta un nulla per farla esplodere e così, di solito, se ne vanno. Questo atteggiamento, però, non è facile da ottenere perché c’è molta paura, una paura che, in certi momenti, si traduce in rivolta a tutto campo ma, come in tutta la nostra storia abbiamo imparato, queste rivolte sono quasi sempre dei fuochi di paglia che si lasciano alle spalle ben poco. Ciò che serve, invece, è costruire organizzazione, consapevolezza e addestramento.

Vorrei chiudere chiedendoti sia che dimensioni ha, nei vostri territori, il ciclo economico legato allo spaccio sia in che modo, se lo avete fatto, lo affrontate?
Intanto cominciamo con il dire che lo spaccio, seppure sia sicuramente una realtà grossa e importante, riguarda pur sempre una parte, sicuramente considerevole ma pur sempre una parte, degli abitanti dei quartieri. La maggioranza sono operai, precari, disoccupati i quali possono anche lavorare come spacciatori ma non sono, come dire, spacciatori di professione. Quello che vale per lo spaccio vale anche per altre attività illegali.

Scusa se ti interrompo. Vuoi dire che in realtà ciò che avviene è un passaggio, più o meno costante, tra lavoro legale e lavoro illegale?
Sì, possiamo dire che è così. Certo esistono sicuramente gruppi criminali abbastanza organizzati, ma si tratta, almeno come numeri, di realtà limitate. Poi succede che, in assenza di altro, qualcuno per un periodo lavora per questi. Fa un po’ ridere ma esiste anche una precarietà illegale. Comunque questa è la realtà. Per questo lottare per il salario garantito ha anche lo scopo di emanciparci da questa condizione che, in un modo o nell’altro, ciascuna di noi ha conosciuto. Detto questo, però, il problema resta ed è un problema grosso perché, come facilmente puoi capire, spesso spaccio significa tossicodipendenza e tutto ciò che ne deriva. Al momento siamo obbligati a convivere con questa situazione, non siamo in grado di condurre una guerra aperta contro gli spacciatori e non solo e non tanto per una questione di rapporti di forza ma perché lo spaccio è una fonte di sopravvivenza per molti. Tutto questo lo potremmo affrontare in maniera radicale e definitiva solo quando saremo in grado di avere una determinata forza ma, soprattutto, quando avremo vinto la battaglia per garantire a tutti, occupati e non, un salario vero. Il problema dello spaccio e della droga lo si risolve modificando i rapporti di forza con lo stato e il potere politico perché è lì che sta il problema. Affrontare il problema dello spaccio pensando che questo non sia un problema di rapporti di forza, quindi un problema politico, con lo stato e le istituzioni significa demandare alla République e ai suoi flics in veste di assistenti sociali, educatori e via dicendo, un problema che è proprio la République che ha creato.

Solo un ultima cosa: per quale motivo hai equiparato gli assistenti sociali, gli educatori e altre figure simili ai flics?
Perché loro sono l’altra faccia della dominazione, sono delle figure del tutto complementari il cui fine è addomesticarci. Ma noi non abbiamo bisogno di narcotici di stato ma di autonomia politica, lotta e organizzazione.

Le cose ascoltate, per molti versi, parlano da sole. Ciò che nell’insieme emerge è la dimensione “concreta” dell’essere proletario in una città come Marsiglia. La molteplicità dei temi ascoltati obbligherebbe a una serie di riflessioni e ragionamenti che esulano dai limiti che un reportage etnografico obiettivamente comporta. Gran parte dei ragionamenti e riflessioni possiamo tuttavia in parte approfondirli volgendo lo sguardo verso il Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille, il quale mostra non poche “affinità elettive” con il Collectif Boxe. In origine, precari e disoccupati, rimandavano a due realtà distinte ma che a breve giro, sulla base delle non secondarie comunanze, si sono unificate. Questo percorso lo ascoltiamo attraverso le parole di L. B., infermiera precaria di una struttura medica privata, che del Collectif è una delle principali animatrici.

Tu sei una delle fondatrici del Collectif Autonome Précaires, su quali basi nasce questa esperienza?
Intanto nasce su base territoriale nel senso che la condivisione di una determinata condizione lavorativa l’abbiamo socializzata dentro il quartiere. Il nucleo originario del Collettivo nasce a Frais Vallon ma si è allargato abbastanza velocemente in altre zone e oggi siamo una realtà cittadina. La nascita territoriale è in qualche modo obbligatoria perché la precarietà rende, almeno inizialmente, praticamente impossibile organizzarsi sul posto di lavoro. Inoltre, cosa che non bisogna dimenticare, quando si parla di precarietà si parla anche di lavoro del tutto irregolare il che complica ancora più le cose. Prendere atto di una situazione collettiva è stato il primo passo per uscire da quell’individualismo a cui la condizione di precario conduce. La condizione precaria è una condizione che ti isola, che ti porta a pensare che solo tu puoi risolverti i problemi, che non esiste una condizione collettiva anzi, l’assurdo di questa condizione è che ti porta a vedere gli altri come nemici, come gente che può prendere il tuo posto e lasciarti senza lavoro. In quanto precario non hai alcuna possibilità di contrapporti, anche sulle minime cose, con il padrone. Devi accettare tutto, oppure andartene. Tieni anche presente che tanti precari hanno avuto qualche problema con la polizia e hanno precedenti penali e si ritrovano spesso con la polizia sul collo. Abbiamo costruito il Collectif per cercare di dare una risposta a questa situazione. Forse, però, prima bisogna dire un’altra cosa, il primo obiettivo che ci siamo posti è uscire dalla condizione di invisibilità sociale in cui la precarietà sociale ti obbliga. Questo ci è sembrato il problema di fondo. La condizione di precario ti relega nel mondo delle ombre, uscire da questa condizione è stato il nostro primo obiettivo. Oggi essere precario significa essere un marginale, un povero, un escluso e essere deprivati di una dimensione di classe. La stessa sinistra, basta pensare a ciò che è stato scritto in relazione alle rivolte delle banlieue, non parla mai di queste realtà come realtà di classe ma come luoghi della povertà e della marginalità. Pertanto, riacquistare una dimensione di classe, è stato il nostro primo obiettivo.

Quindi, per capirsi, la prima cosa che avete fatto è stato rovesciare le retoriche che, tanto a destra quanto a sinistra, fanno da sfondo a ciò che, nel passato, veniva chiamata questione sociale?
Esattamente. Rimettere al centro la questione di classe è stato il passaggio fondamentale per non cadere nelle trappole del sicuritarismo o del paternalismo assistenzialista che ne è l’esatto aspetto complementare. Il precario e il disoccupato sono considerati o come potenziali criminali o come soggetti da prendere in carico e disciplinare si tratta, cioè, di due forme di stigmatizzazione che deprivano il soggetto di qualunque identità. In questo modo tutta una fetta di società cessa di essere iscritta alla relazione capitale – lavoro salariato con tutto ciò che, inevitabilmente, ne consegue. Lottare come operai e proletari è stato il passaggio costruito dentro il Collectif.

Come si caratterizzano queste lotte e che tipo di strategia hanno?
Qua affrontiamo uno snodo essenziale che, secondo me, ha una valenza che va oltre la lotta in sé. Come si sa, per rimanere nell’ambito del precariato, gran parte di questa forza lavoro è impiegata in posti di lavoro non troppo numerosi, come per esempio la ristorazione o il settore turistico. Si tratta di aprire vertenze, con blocchi e picchetti, davanti a questi posti di lavoro e, al contempo, socializzare questa lotta con volantinaggi e megafonate per arrivare, in alcuni casi, a momentanei blocchi stradali. In questo modo si fa emergere l’invisibilità di questi lavoratori e si apre una vertenza. Coinvolgendo, almeno entro certi limiti, la città. Alla cosa si cerca di dare, chiaramente, la massima visibilità possibile ma anche la messa in campo di una forza rilevante. Per questo, nonostante si tratti di micro vertenze, mobilitiamo gran parte delle forze disponibili. Questo per due motivi. Per prima cosa un certo numero di persone presenti al blocco rende più sicuri i lavoratori scesi in lotta; secondo, questo modello, rompe concretamente l’isolamento in cui i lavoratori pensavano di essere. Se sei, per esempio, in dieci a lavorare in un ristorante e magari solo cinque o sei sono decisi a entrare in sciopero è normale che abbiano dei timori ma se vedono che una cinquantina di persone sono lì a sostenerli, la cosa cambia. Cambia per coloro che non hanno aderito, i quali magari cominciano a avere meno paura, cambia per il padrone che capisce che non può fare il bello e il cattivo tempo come gli pare. A ciò va aggiunto la cassa di risonanza che la lotta si porta dietro e che raggiunge anche altre situazioni le quali, a partire da ciò, possono pensare di mettersi in moto. Questo è ciò che la lotta in sé produce nell’immediato, poi vi è il resto.

Ecco, proprio questo resto sarebbe importante che venisse ben esplicitato.
Intanto c’è una considerazione che potremmo definire strategica e mi spiego. Sappiamo tutti benissimo quanto il lavoro sia frammentato e ciò, in una città come Marsiglia assume dei tratti macroscopici. L’idea, pertanto, di avere grosse lotte, se escludiamo gli scioperi generali ma quello è un altro discorso, è abbastanza difficile. Ciò che dobbiamo sforzarci di fare, questo il nostro obiettivo, è trasformare questa debolezza in forza. Se noi riempiamo la città costantemente di micro vertenze la rendiamo, di fatto, difficilmente controllabile. Sappiamo di non inventarci nulla di nuovo perché non si tratta di far altro che applicare nella metropoli imperialista attuale il principio della guerra nel deserto di Lawrence, ossia mille punture di insetto possono abbattere il rinoceronte. Alla frantumazione del lavoro dobbiamo contrapporre l’apertura di mille fronti. Mille fronti che, però, non rimangono isolati perché le vertenze non vanno viste come solo questioni sindacali ma come questioni politiche. Per questo, anche dentro la più piccola vertenza, cerchiamo di far convergere lì il maggior numero di militanti. In questo modo la vertenza diventa veicolo politico dello scontro tra le classi. Quella della separazione tra lotta politica e lotta economica, assunta in maniera rigida, è un retaggio tardo comunista che sicuramente non ci portiamo dietro. L’altro resto è dato dal giornale che stiamo provando a fare. Un giornale dei precari e dei disoccupati che metta al centro le lotte. Noi riteniamo che sia fondamentale avere un organo che amplifichi e metta in collegamento le lotte. Un giornale che esprima il punto di vista dei precari e dei disoccupati il quale diventa anche uno strumento finalizzato alla costruzione di organizzazione. Avere, chiamiamolo un “nostro giornale”, significa intanto avere una visibilità e rompere quindi le tante gabbie della marginalità ma, sopratutto, significa mettere in collegamento diverse situazioni ed esperienze. L’organizzazione non si costruisce a tavolino ma con e dentro le lotte.

A conclusione di tutto questo vorrei chiederti come siete arrivati a unificarvi con i disoccupati?
Si è trattato di un processo in gran parte scontato. La soglia tra precarietà e disoccupazione è quanto mai sottile per cui le due lotte sono molto simili. La condizione di disoccupato, e tieni presente che qua a Marsiglia è una condizione molto diffusa, è quella che conduce alle maggiori forme di marginalizzazione e criminalizzazione per cui esserci organizzati in quanto disoccupati ha voluto dire rivendicare, per prima cosa, la propria esistenza di classe una condizione che, per di più, tende a farsi tanto endemica quanto strutturale oltre che altamente funzionale all’attuale ciclo capitalista. È strutturale perché l’espulsione di forza lavoro stabilizzata è ormai un dato di fatto, funzionale perché dai disoccupati sono prelevate, volta per volta, quelle quote di forza lavoro momentaneamente necessarie per essere poi nuovamente confinate ai bordi della società. Il percorso dei precari e quello dei disoccupati, pertanto, non poteva che unificarsi. Va aggiunto, anche se questo è tutto un intervento da costruire, che la lotta dei disoccupati non può che affrontare anche la questione della militarizzazione del territorio.

In che senso?
I disoccupati sono identificati come classe pericolosa la quale è principalmente concentrata dentro determinate aree urbane le quali sono oggetto, in nome della sicurezza, di una massiccia militarizzazione del territorio. Ciò che stiamo vivendo è una guerra civile di bassa intensità condotta costantemente dallo stato imperialista nei confronti delle masse subalterne.

(3continua)


  1. Cfr.: E. Ciconte, Classi pericolose. Una storia sociale della povertà dall’età moderna a oggi, Editore Laterza, Roma – Bari, 2022  

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Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia / 2 https://www.carmillaonline.com/2023/04/12/le-probleme-nest-pas-la-chute-mais-latterrissage-lotte-e-organizzazione-dei-dannati-di-marsiglia-2/ Wed, 12 Apr 2023 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76426 di Emilio Quadrelli

Le Cercle Rouge

Il punto di partenza di questo lavoro è stato il “Collectif boxe massilia”, situato in rue du Refuge nello storico quartiere Le Panier. Qua ho avuto modo entrare in relazione con un certo numero di attori sociali impegnati non solo sul fronte sportivo ma anche nel lavoro sindacale e politico. Innanzitutto è importante rimarcare come questo centro abbia optato per una impostazione sportiva “tradizionale”, fuggendo le sirene dello “sport alternativo” che trova non pochi consensi tra la “nuova sinistra”. In questo modo il Collectif ha potuto [...]]]> di Emilio Quadrelli

Le Cercle Rouge

Il punto di partenza di questo lavoro è stato il “Collectif boxe massilia”, situato in rue du Refuge nello storico quartiere Le Panier. Qua ho avuto modo entrare in relazione con un certo numero di attori sociali impegnati non solo sul fronte sportivo ma anche nel lavoro sindacale e politico.
Innanzitutto è importante rimarcare come questo centro abbia optato per una impostazione sportiva “tradizionale”, fuggendo le sirene dello “sport alternativo” che trova non pochi consensi tra la “nuova sinistra”. In questo modo il Collectif ha potuto diventare un punto di incontro dei subalterni e non un ambito puramente autoreferenziale come succede alle “strutture sportive di movimento”.

Una differenza assai nota in Italia e che ha prodotto una radicale rottura tra il mondo delle “palestre popolari”, che hanno decisamente optato per un approccio “classico” all’attività sportiva, e quello radical e alternativo proprio dei “centri sociali”. Nel primo caso, come per esempio a Genova, Livorno, Roma e Palermo, si sono consolidate realtà di massa con non secondarie entrature nel tessuto operaio e proletario le quali si sono conquistate una certa fama portando alcuni atleti, nella boxe, nella muay thai e nel powerlifting a competere per titoli nazionali e internazionali mentre, nel secondo, la frequentazione non è andata oltre il ristretto numero di frequentatori abituali del “centro sociale” senza alcuna capacità di attrazione nei confronti dei mondi operai e proletari. Non è secondario rilevare come le “palestre popolari” conoscano una notevole frequentazione del proletariato immigrato il quale, all’interno di questi ambiti, ha l’opportunità di affiancare all’attività sportiva dei momenti di socialità che lo emancipano dai ghetti sociali ed esistenziali in cui è confinato un aspetto del tutto estraneo alle realtà radical e alternativa le quali, in linea di massima, sono frequentati da bianchi di classe media.

Il senso di ciò è spiegato e ben argomentato da V. L., uno degli istruttori della sala.

Intanto cominciamo con il dire che questo Collettivo nasce grazie all’iniziativa di un paio di ex pugili con una certa carriera agonistica alle spalle. Pugili che, però, oltre che atleti erano e sono comunisti. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo constatato che, per gli abitanti dei quartieri popolari, le possibilità e le occasioni di fare sport erano ridotte all’osso. Questo per tre motivi. Troppo onerosi i costi delle strutture private; percepite, e non a torto, come forma di controllo e disciplinamento coatto le poche e rare strutture pubbliche; culturalmente non proponibili le attività sportive alternative presenti nel variegato mondo della sinistra. Attività che sono svolte al di fuori delle federazioni sportive, senza sbocchi agonistici e prive di una qualunque serietà professionale e coeva disciplina atletica. Nessun proletario metterebbe piede in un posto simile perché ciò che ricerca è la possibilità di fare una attività sportiva vera nella prospettiva di poter diventare, come nel nostro caso, un pugile di valore. Con ciò abbiamo spiegato il terzo punto. Il primo è semplice poiché i costi delle nostre attività sono un quarto di quelli normalmente in uso nelle strutture commerciali. Il secondo punto è quello più importante e interessante. Possiamo dire che noi siamo un collettivo, per usare un’espressione ben nota a voi italiani, di boxe e di lotta, nel senso che non ci limitiamo ad allenare le persone e portarle ai campionati o dare la possibilità di svolgere una preparazione atletica anche a chi, per età, non andrà mai oltre a qualche round in allenamento, ma dentro la nostra sala svolgiamo anche attività politica e sindacale tanto che, proprio da qua, hanno preso forma, almeno in parte, le realtà organizzate dei precari e dei disoccupati che stanno conoscendo una certa espansione in città.

A questo punto dovresti dire qualcosa di più articolato sulla composizione di classe del collettivo e, in che misura, detta composizione riflette la realtà sociale di Marsiglia.
Marsiglia è una città dove l’indice di disoccupazione e precarietà è tra i più alti di Francia. Per molti questo dato oggettivo farebbe di Marsiglia l’elemento tanto anomalo quanto di retroguardia della società francese. Secondo noi, invece, Marsiglia racconta esattamente una storia del futuro. Disoccupazione e precarietà non sono una condizione anomala bensì la condizione in cui gran parte delle masse operaie e proletarie saranno confinate. Per questo i disoccupati non sono un’appendice della classe operaia ma sono classe operaia a tutti gli effetti. Disoccupazione e precarietà si intersecano perché il passaggio da una condizione all’altra è costante. Nel Collectif abbiamo raccolto per lo più, anche se vi sono presenti condizioni di maggiore stabilità, le tipiche espressioni di questa condizione e ciò ci ha permesso, insieme a militanti operai che provenivano da altre esperienze, di sviluppare un’attività politica e sindacale proprio a partire da queste condizioni.

Avete un qualche modello politico e organizzativo a cui fare riferimento?
Noi ci definiamo come collettivi autonomi, il che già dice molto. Come tutte le esperienze che vivono la realtà dell’oggi non possiamo certo pensare di riprodurre i modelli del passato anche se, in qualche modo, di queste esperienze teniamo conto. Non esiste una ortodossia dell’autonomia di classe, esiste l’autonomia della classe qui e ora. Se proprio vogliamo cercare un modello, noi siamo molto interessati a ciò che fa il Sicobas in Italia, soprattutto la sua sezione napoletana attraverso il “Movimento dei disoccupati 7 Novembre”. Ci ispiriamo anche al movimento americano per i 15 dollari, con il quale abbiamo dei contatti, e siamo attenti a ciò che si sta muovendo in Inghilterra sulla questione delle bollette. Infine, abbiamo un legame abbastanza stretto con esperienze similari alla nostra in Irlanda. Qua, in Francia, abbiamo legami stretti con realtà simili alla nostra a Parigi, Lione, Montpellier e Tolone. Stiamo ipotizzando di organizzare per la primavera prossima un’assemblea di tutte queste realtà, alla quale vorremo invitare anche compagni di altri Paesi, sicuramente il movimento dei disoccupati napoletani, in modo da costruire un coordinamento autonomo di realtà operaia e proletarie. Un’altra cosa che cercheremo di fare è di costruire un coordinamento nazionale delle esperienze sportive affini alla nostra. Alcuni nostri compagni, infine, lavorano anche dentro le strutture sindacali più tradizionali. In Francia i sindacati hanno perso gran parte dei loro quadri e dirigenti per cui, specialmente nelle strutture periferiche, vi sono parecchi vuoti che, in alcuni casi, siamo riusciti a riempire potendo così utilizzare una parte della logistica rimasta intatta.

Voi siete palesemente distanti dai vari movimenti della sinistra alternativa e antagonista. Che cosa rimproverate? Che cos’è che vi differenzia principalmente?
Direi, per semplificare, che a differenza di quella che comunemente viene definita sinistra radicale o antagonista, noi ci caratterizziamo per la nostra “centralità operaia”. Quando parliamo di “centralità operaia” non lo facciamo nel modo in cui lo fanno le varie sette comuniste ortodosse, per le quali la classe operaia è ridotta a icona fuori dal tempo e dallo spazio. “Centralità operaia”, per noi, significa partire dalla attuale composizione di classe, la quale, chiaramente, è il frutto delle trasformazioni economiche e sociali intervenute dentro il modo di produzione capitalista. “Centralità operaia”, pertanto, significa organizzare le lotte, dentro un programma comunista, di tutti quei settori operai e proletari che oggi vivono le contraddizioni maggiori della società capitalista. In una città come Marsiglia sono i precari e i disoccupati i settori sociali sui quali poggia l’attuale ciclo di accumulazione capitalista, sono questi i settori dove più alto è il tasso di estorsione di plusvalore. Questi settori, che la sociologia borghese definisce marginali e un marxismo da operetta sottoproletari, sono ormai una componente maggioritaria della classe, sono la storia del presente e non i residui del passato. Non sono i frutti indiretti della putrefazione imperialista ma i punti più avanzati della nuova organizzazione del lavoro. Questi settori sono socialmente esclusi e marginalizzati perché è esattamente questa la condizione normale nella quale la classe operaia è stata ascritta. Le lotte di questa classe sono ciò che ci interessa organizzare in una prospettiva comunista. Con ciò la differenza con quanto è definibile come sinistra radicale e antagonista appare sin troppo evidente. Quella sinistra e quei movimenti hanno come settori sociali di riferimento tutti quei corpi intermedi della società che possono vantare una sostanziale inclusione sociale, che sono estranei alla produzione di plusvalore e che, nei confronti della società presente, hanno a muovere una critica di natura prevalentemente culturale. Estremamente significativo il fatto che tutti questi movimenti eludono la questione della violenza e della forza dimenticando che, fuor di metafora, la relazione tra capitale e lavoro salariato è sempre una relazione di guerra. Una buona esemplificazione della linea di condotta di questi movimenti può essere il quartiere La Plaine: una sorta di gestione socialdemocratica dello spazio pubblico, costruita sulla precarizzazione del lavoro, fruibile a una certa tipologia di pubblico e che, nei confronti delle masse operaie e proletarie, mantiene meccanismi di esclusione e marginalizzazione del tutto in sintonia con quelli della società ufficiale.

Questo, in maniera molto sintetica, il frame entro cui si dipana l’attività del Collectif boxe. A un primo sguardo potrebbe sembrare che il Collectif sia qualcosa di “tardo operaista” oltre che l’eterna madeleine di qualcuno sempre alla ricerca del tempo perduto, ma le interviste che seguono smentiscono questa impressione. Ciò che emerge non ha nulla a che vedere con il “mondo di ieri” ma incarna il qui e ora delle determinazioni della classe, i suoi nervi tanto vivi quanto scoperti.
Il Collectif è frequentato da numerose donne, molte delle quali di origine araba, soprattutto algerine. Ciò ha fornito una buona occasione per affrontare la “questione di genere” nella sua più piena “materialità” e “concretezza”. Da tempo siamo sommersi da iniziative in “favore delle donne” o contro la violenza di genere, tanto che le dichiarazioni istituzionali in “favore e per le donne” conoscono una inflazione pari a quella seguita alla crisi del 1929, mentre le università un po’ in tutta Europa straboccano di corsi tenuti da “femministe radicali”. Tutto ciò farebbe presupporre che la “questione di genere” sia uno tra gli snodi essenziali delle agende politiche dei vari governi e, sotto tale aspetto, il governo francese sembrerebbe addirittura primeggiare. Questo, sicuramente, contiene più che un grano di verità anche se a uno sguardo minimamente attento non sfugge il prosaico fatto che queste retoriche hanno un qualche senso tra i mondi socialmente inclusi, ma risultano sostanzialmente ignote tra le donne appartenenti alle masse subalterne e marginalizzate. Un discorso che, per molti versi, vale anche per la “questione razziale” per cui essere donna e di pelle scura obbliga a fare i conti con una realtà dura, difficile e poco propensa a fare sconti. Mi è sembrato pertanto sensato provare ad affrontare, vista la disponibilità dimostratami, questi argomenti con alcune donne del Collectif.

La prima a parlare è Y. N., una ragazza algerina con alle spalle già più di venti match, con ambizioni di titolo regionale e possibile accesso ai campionati nazionali.

La prima cosa che vorrei chiederti è se e come tutto ciò che ha a che fare con il sessismo, la “questione di genere” ma anche, più in generale, con la sessualità e le sue forme, ha avuto un qualche ruolo nella storia e nelle pratiche del Collectif.
Forse, per prima cosa, occorre fare una premessa. In una attività sportiva e in questo caso il pugilato, soprattutto se praticata in forma agonistica, essere sportiva diventa la cosa fondamentale alla quale si aggiunge lo spirito di squadra per cui, ciò che conta, è essere il Collectif boxe: questa diventa la principale identità. Questo rende il contesto non immediatamente assimilabile al mondo che lo circonda. Inoltre, altro aspetto che non va trascurato, è che, nel Collectif boxe, il numero di donne pugili agoniste è molto numeroso per cui la legittimità del nostro ruolo non ha neanche troppo bisogno di essere posto in discussione. A me sembra che dentro il Collectif si sia raggiunta una sostanziale autonomia femminile la quale, questo probabilmente è l’aspetto che maggiormente ti interessa, non si limita al ring ma ha ricadute a più ampio raggio. Tutte noi viviamo dentro realtà sociali profondamente segnate dal sessismo, dal patriarcato il che, in non pochi casi, si traduce in violenza, sia fisica che psicologica. Dalla famiglia al lavoro passando per le relazioni amicali, sentimentali o semplicemente sessuali con queste cose hai continuamente a che fare. Molte di noi sono passate dentro questo tipo di esperienze. Alcune, forse le più, lo hanno vissuto in ambito lavorativo, molte in famiglia e non poche anche con il fidanzato o momentaneo compagno. La violenza fisica prevale nelle relazioni personali mentre in quelle pubbliche, come il lavoro, i gradi della violenza sono più sfumati. A tutto ciò, cosa non frequente ma neppure eccezionale, si aggiunge la violenza che puoi subire casualmente per strada o dentro un locale. Prima di ritrovarci dentro il Collectif boxe, e poter affrontare il problema collettivamente, ci pensavamo come vittime individuali mentre, attraverso la discussione, siamo giunte a una consapevolezza diversa e alla necessità di dover affrontare, rifiutando il ruolo di vittime, la questione in prima persona, senza delegare a nessuno questo compito. Solo la lotta autonoma delle donne può contrastare e ribaltare questa situazione.

Mi sembra che, su questo, vi differenziate di molto da gran parte dei movimenti femministi i quali, invece, tendono a vedere nello stato e nelle istituzioni dei validi interlocutori in termini di diritti e garanzie per le donne e, più in generale, contro ogni forma di discriminazione.
Sì, noi non abbiamo e neppure vogliamo avere nulla a che vedere con questo tipo di femminismo. L’oppressione di genere così come quella razziale e in gran parte quella di natura sessuale è frutto dello stato e del patriarcato che lo modella, non vi può essere lotta femminista se non vi è lotta contro lo stato. Il femminismo che si relaziona allo stato è il femminismo borghese ovvero quel femminismo che lascia intatte le coordinate del comando e del dominio perché vuole essere, a tutti gli effetti, parte attiva di questo dispositivo. Mi sai dire, secondo te, quanto cazzo le può fregare a una donna dei “quartieri Nord” di poter far carriera come dirigente in una multinazionale quando, nella migliore delle ipotesi, il suo orizzonte è quello di fare la barista saltuaria in un qualche locale e doversi continuamente difendere dalle manate sul culo del proprietario e dei clienti? Non credo che ci sia bisogno di dare una risposta. Per questo solo l’autorganizzazione autonoma, a tutti i livelli, può farci ottenere dei risultati. Solo un adeguato esercizio della forza può darci una serie di garanzie. La cosa è molto pratica. C’era una nostra compagna continuamente umiliata e maltrattata dal suo fidanzato. Lei aveva provato a mollarlo ma questo non lo aveva accettato. Per lui, lei era una cosa sua. Bene, un gruppo di noi è intervenuto, è questo è sparito dalla circolazione. Oppure, tanto per farti un altro esempio, in una impresa di pulizie il capo aveva provato a violentare una ragazza. Grazie alla sua reazione non vi era riuscito e così l’ha fatta licenziare. Anche in questo caso un intervento adeguato ha rimesso a posto le cose. Al potere dello stato e dei padroni, occorre contrapporre un’altra forma di potere.

Ti riferisci, a quanto capisco, a ciò che possiamo definire “autodifesa”?
Sicuramente sì, però su questo occorre essere molto chiari, e noi lo siamo. L’autodifesa non può essere uno slogan, una cosa detta tanto per dire, bensì una pratica organizzata. Questa presuppone, per prima cosa, il raggiungimento di una piena autoconsapevolezza e sicurezza di sé. Questo vuol dire essere in grado di gestire una situazione senza andare in panico. Un processo che potrebbe sembrare puramente individuale ma, al contrario, è quanto di più collettivo possa esserci. La sicurezza di sé la si raggiunge sapendo di non essere sole e quando dico non essere sole lo affermo a conti fatti. Io so che a qualunque cosa io vada incontro, questa cosa sarà assunta collettivamente e io non sarò sola. Quindi, l’autodifesa, non è un generico solidarismo ma una pratica che un determinato gruppo porta avanti. Questo è il cuore della questione. Tutto il resto segue a ruota. Pratica di autodifesa significa, per prima cosa, non percepirsi come vittima. In questo modo diventa possibile, per quanto difficile possa essere, ribaltare la situazione. In seconda battuta vi è, chiaramente, l’essere in grado, quindi avere la capacità fisica e tecnica, di affrontare una situazione. Sappiamo benissimo, però, che in molti casi tutto questo non basta. Queste sono condizioni sicuramente necessarie ma non sempre sufficienti. É a questo punto che interviene la dimensione collettiva in quanto esercizio effettivo di contro potere. E qua, per forza di cose, dobbiamo spostare il discorso sulla violenza e la sua organizzazione. Di ciò è meglio che ne parli con lei (indica la ragazza che stava seguendo l’intervista) che è la nostra comandante militare, se così la vogliamo definire.

L’intervista si sposta così su M. S., un’altra pugile del Collectif. L’intervista si mostra non solo interessante ma particolarmente densa poiché, oltre alla “questione di genere”, focalizza l’attenzione su razzismo e omofobia. A partire da ciò l’intervista apre su un insieme di questioni e scenari propri di tutto il movimento dei subalterni.

Hai ascoltato ciò che ci siamo detti. Potresti, a questo punto, spiegare meglio quanto, a grandi linee, ha detto Y. N. ?
Faccio una premessa. Oggi noi abbiamo una rete organizzata di auto difesa alla quale siamo giunte col tempo, dopo aver messo a confronto le nostre storie per scoprire così che quanto accaduto o stava accadendo a molte di noi non era una questione individuale ma, con sfaccettature diverse, le violenze subite erano il frutto di un sistema e di un modello politico e sociale dove l’oppressione di genere e il razzismo, i due aspetti vanno di pari passo, non sono una anomalia ma le basi stesse del sistema. É sulle donne, e per capirci meglio, le donne proletarie che si esercita la maggiore violenza. Se poi una donna non è bianca la violenza si moltiplica in maniera esponenziale. A ciò va aggiunta la violenza esercitata contro coloro che non rientrano nei canoni della eterosessualità. Dentro il Collectif abbiamo affrontato le varie facce di queste questioni e lo abbiamo fatto sia elaborando degli strumenti di analisi, sia organizzandoci per difenderci da tutto ciò. Sul piano dell’analisi siamo andate a riscoprire il marxismo e quindi la centralità che il modo di produzione riveste. Questo, sin da subito, ci ha differenziato molto dalle varie realtà femministe, ma anche anti razziste o legate al mondo LGTB. Ci ha fatto, cioè, ricondurre il tutto alla questione della classe e al ruolo che genere e razza hanno oggi nel definire la classe. Ciò ci ha portato a leggere il colonialismo nella contemporaneità e a vedere come questo oggi sia il modello dominante anche dentro le metropoli imperialiste. Questo significa che le forme proprie del colonialismo sono il modello oppressivo esercitato nei confronti delle masse proletarie e proletarizzate. Sessismo, patriarcato, omofobia, razzismo sono il mosaico che compongono lo stato e governano i suoi apparati. Da qui nasce l’esigenza di organizzare e praticare l’autodifesa.

Questo, concretamente, cosa significa?
Significa che per noi assumere la questione della forza è un tema centrale che non può essere eluso. Qua, soprattutto perché tu sei italiano e potresti travisare le cose, occorre essere chiari. Quando noi parliamo di forza e autodifesa, non stiamo proponendo una versione 3.0 della lotta armata. Non siamo interessate a una organizzazione che fa la guerra ma a delle pratiche organizzate che stanno dentro la guerra che ogni giorno, del tutto indifese, siamo comunque costrette a combattere anche se sarebbe meglio dire a subire. Ciò che dobbiamo diffondere è la capacità di lotta dentro tutte le situazioni che hanno a che fare con la vita concreta delle masse. Mao diceva che bisogna occuparsi dei problemi del riso e del sale, ed è esattamente questo che intendiamo come pratica di autodifesa. Dobbiamo costruire pratiche assolutamente riproducibili e che qualunque subalterno possa fare sua. In quanto gruppo di donne, di cui un certo numero lesbiche, abbiamo concentrato la nostra attenzione su persone e obiettivi che avevano avuto pratiche violente di natura sessista e omofoba nei confronti di qualche sorella ma anche in difesa di altre esterne al gruppo che avevamo saputo essere oggetto di una qualche forma di violenza. I posti di lavoro sono quelli dove la violenza, di varia natura, si manifesta costantemente. Sui posti di lavoro la violenza ha un carattere sia sessista che razzista e quindi non si focalizza unicamente sul genere. Questi sono luoghi dove più alto è il livello di discriminazione e sfruttamento oltre che essere posti dove il lavoro in nero è quanto mai diffuso. Sanzionare strutture e personale di queste situazioni rientra nelle nostre pratiche. Infine, e certamente non per ultimo, rimane il discorso legato ai comportamenti dei flics. Del razzismo e del sessismo tra questi mi sembra anche superfluo parlare. Ma i commissariati non vivono sempre notti tranquille…

Vorrei chiudere chiedendoti se, questa pratica, è pensata solo ed esclusivamente come pratica di donne oppure no.
Diciamo che, almeno all’inizio, siamo state molto rigide per cui eravamo solo ed esclusivamente donne. Questo era inevitabile perché, per prima cosa, dovevamo acquisire una consapevolezza che solo agendo in maniera separata potevamo conquistare. Non eravamo separatiste per principio ma dovevamo fare in modo che la nostra autonomia fosse tale a tutti gli effetti altrimenti avrebbe finito con il diventarne un surrogato. In seguito abbiamo allargato la nostra pratica anche ai maschi, anche perché alcuni terreni, come polizia e razzismo, non sono esplicitamente femminili. Diciamo che con i maschi abbiamo attuato un buon livello di cooperazione mantenendo tuttavia la nostra autonomia.

Secondo te questa chiamiamola “linea di condotta” può trasformarsi in pratica di massa o, almeno per tutta una fase, è destinata a essere una pratica di nicchia?
Io non credo che sia questo il modo giusto di porre la domanda. Questa domanda riflette, in qualche modo, una visione tardo comunista ossia che l’azione di avanguardia detta la linea alle masse. Come se, il discorso intorno alla violenza, fosse qualcosa che sta al di fuori delle masse. In realtà le masse vivono quotidianamente dentro relazioni violente, la violenza nei “quartieri Nord” fa parte delle normali relazioni sociali. Il problema, allora, diventa come indirizzare questa violenza. Ogni giorno, in città, vi sono centinaia di episodi che rimandano a ciò ma sono episodi che, per loro natura, rimangono fini a se stessi. Si tratta di trasformare tutto ciò in programma e organizzazione non certo di spiegare alle masse che cosa sia la violenza. La stessa cosa vale per l’illegalità. Questa è una città che vive di illegalità, questo è un dato di fatto, anche in questo caso, allora, non si tratta di spiegare alle masse che cosa sia l’illegalità ma di come sottrarre questa alle logiche del profitto a cui è legata e darle uno sbocco politico. Il che non può voler dire fare semplicemente delle attestazioni di principio ma risolvere, nella prassi, i problemi posti dalle masse. Con ciò, come vedi, torniamo a Mao e ai problemi del riso e del sale. I problemi del riso e del sale dentro una metropoli imperialista del XXI secolo.

(2continua)

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