Chiapas – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 14 Mar 2026 21:00:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sull’epidemia delle emergenze/ Fase 5: i movimenti sociali al tempo della quarantena https://www.carmillaonline.com/2020/04/01/sullepidemia-delle-emergenze-fase-5-i-movimenti-sociali-al-tempo-della-quarantena/ Wed, 01 Apr 2020 21:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59070 di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

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di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

Abbiamo proceduto ad analizzare, allora, come questa crisi metta in discussione e demolisca molti degli assunti e delle posizioni consolidate fino a ieri; una catastrofe che non ha risparmiato alcuno spazio dell’agire umano e politico: dalle relazioni internazionali, al controllo sociale, alle relazioni, alla geopolitica, alla guerra o all’accumulazione di capitale. Tutto viene tritato a grande velocità e tutto, altrettanto velocemente, si rinnova buttando via ciò che è obsoleto.
Crediamo che i movimenti sociali non siano estranei a questo processo e che, certamente, non possano esserlo (chi ne rimane al di fuori, d’altronde, è più cera da museo che essere vivente). È all’analisi di questo altro elemento che vorremmo concentrarci adesso.

Nell’ultima settimana abbiamo assistito ad un rapidissimo espandersi del contagio a livello europeo e internazionale, con una forte accelerazione di processi geopolitici ed economici che sembravano premere ormai da un po’(qui).
Se per molti governi europei il caso italiano ha fatto in un certo senso scuola, sembra che anche i movimenti abbiano guardato all’Italia per elaborare le proprie risposte.
La reazione maggioritaria delle strutture politiche del Bel paese è stata quella di mettere in moto una grossa serie di piccole o grandi opere di solidarietà dal basso e mutuo appoggio; un’operazione importante di messa a sistema di quelle pratiche mutualistiche, che si erano da anni accumulate come patrimonio dell’autorganizzazione e dei centri sociali, dentro lo scenario di una crisi sanitaria e di un confinamento sociale inediti. A ruota sono seguite operazioni simili negli altri paesi, elemento che diventa allora di non secondaria importanza nel guardare i fenomeni in atto.

Se da un lato possiamo dire che la capacità di risposta autonoma e dal basso ai bisogni sociali sia un tassello essenziale della strategia antagonista per come la conosciamo, dall’altro non possiamo che rilevare come spesso questa risposta assorba la totalità dell’impegno non solo della prassi ma anche dell’orizzonte teorico di queste strutture.
Sembra, quindi, che l’ipotesi del conflitto venga allora definitivamente espulsa dal campo delle possibilità: nella tutela dei soggetti più fragili e nel lavoro di cura, il corpo militante si mette al servizio di una collettività da cui si era ritrovato ormai estraneo, e che attraversa ora andando a riempire i vuoti lasciati dalla macchina statale neoliberista. Ma se diamo per assodato il concetto per cui, al tempo del libero mercato, chi può essere messo a valore allora può beneficiare della macchina capitalistica mentre chi è inutile si arrangi da sé per non crepare; un lavoro di cura della fragilità finisce per essere sussidiario alle articolazioni assistenziali dello Stato e rischia, infine, di fare da agente pacificatore: gli “angeli che portano la spesa” vanno allora a spegnere o lenire quella frustrazione da cui può, in prospettiva, accendersi la miccia della rabbia sociale. Non è un caso che nell’ultimo decreto presidenziale, del 27 marzo, che è andato a rincorrere una tiepidissima ipotesi di insorgenza urbana, si sia fatto esplicitamente appello alla “catena della solidarietà”, o che diversi servizi televisivi abbiano lodato le gesta di questi giovani generosi, tacendo la loro provenienza dai famigerati centri sociali abusivi.

Non solo, nello schiacciarsi su questo volontarismo, si finisce per perdere di vista una tempesta che si avvicina a passi sempre più spediti: quando la quarantena sarà finita, quando si cercherà di tornare alla normalità dopo questa sospensione della vita, le città non saranno più le stesse. La loro fisionomia resterà invariata magari ma la loro sostanza, il tessuto vitale e le loro possibilità saranno ridotte in macerie. È un domani molto vicino quello in cui si inizierà a sanguinare per la disoccupazione, per il carovita, per la crisi degli alloggi, per i nuovi tagli fatali allo stato sociale. Ma a forza di lenire i graffi di oggi, non ci si accorge degli sventramenti che ci attendono; il rischio è quello di seguire una logica dei due tempi per cui oggi si temporeggia, domani si agisce; ma il tempo dell’azione non è rimandabile, i bastimenti vanno approntati quando la tempesta è in avvicinamento, non quando si scatena e sbalza i marinai fuori bordo, ad annegare tra le onde di una conflittualità che non si è saputo leggere.

Si differenzia in tale contesto, però, l’approccio di chi, dichiarandolo, organizza attività di sostegno alla popolazione per contrastare quell’opera della protezione civile e dei militari che portando aiuti si presentano con volto amico alla popolazione, poiché è proprio con queste strutture militari e paramilitari che si giocherà anche lo scontro per l’egemonia politica e sociale. La penetrazione del ‘repressore buono’ nelle menti oltre che nei quartieri proletari va denunciata sin da ora, non quando spareranno sui cortei, caricheranno i picchetti operai e faranno i rastrellamenti per le strade.

Parimenti, vediamo un’altra sensibilità che, anche quando non esclude l’ipotesi mutualistica, è più attenta al fronte che si sta costruendo e ai campi d’azione che già oggi emergono. Una sensibilità che però è spesso immobile ed incapace di agire. Nell’indicare la centralità del reddito per tutti, nel denunciare la colpevole inadeguatezza del sistema sanitario o la criminale carenza di misure di supporto alle fasce basse della popolazione piuttosto che l’infamia delle associazioni padronali, certamente si è colto nel segno dell’indicazione.
Ma un’indicazione senza prassi incisiva è poco più che uno di quei buoni propositi da capodanno la cui immancabile fine è il dimenticatoio di fine gennaio.
E se certo le condizioni ostiche della quarantena non aiutano lo sforzo d’immaginazione militante nel cercare altre pratiche, sempre quell’espulsione del conflitto come possibilità concreta sembra essere alla base di un raggio d’azione limitato alle campagne social, ai meme, al mailbombing, alla sensibilizzazione, o agli ambiziosi quanto velleitari annunci di scioperi degli affitti.

Altre esperienze, possono essere quelle attuate, ad esempio, a Milano, Varese, Genova, Trento e in Valle di Susa che hanno ripreso l’antica pratica dei tazebao e degli striscioni, con parole chiare su chi siano i responsabili di questa strage in corso, con testi semplici, comprensibili, richiedendo diminuzione dei prezzi dei generi alimentari, denunciando la militarizzazione del territorio, lo smantellamento della sanità, evidenziando in modo esplicito la farsa di un governo che punisce le passeggiate e tiene aperte le fabbriche, che dona elemosine illuso di prevenire possibili sommosse, saccheggi e rivolte.
Semplici tazebao che invitano chi li condivide a riprodurli, diffondendoli così sulle mura dei quartieri e nei piccoli paesi di montagna … un modo per rendere tutti protagonisti, senza chiedere adesioni a forze politiche, un modo per prepararsi, per metter fieno in cascina .

Come ancora diversa può essere considerata l’iniziativa nazionale del 1° Aprile: con striscioni e battiture dai balconi e con fuochi nelle valli alpine per sostenere le detenute e i detenuti e chiedere amnistia e indulto per tutte-i. Diverse dal mutualismo caritatevole e importanti perché indicano forme, tutte da inventare nel periodo della quarantena, e che possono coinvolgere tutte/tutti: battiture, tatzebao, canzoni di lotta cantate dai balconi invece degli inni nazional-popolari, parlare con i vicini per costruire rapporti di complicità necessari oggi, fondamentali per il domani. Come avviene a Torino in alcuni quartieri operai.
Queste esperienze, seppur non estese come sarebbe necessario, indicano un modo per lottare anche dentro l’isolamento sociale prodotto dalla quarantena e per non agire solo sul piano virtuale.

Nulla è da escludere in una fase di sconvolgimento come questa, tutto è da rilanciare e nulla da lasciare al caso, ma ancor più centrale è la necessità di guardare all’esperienze in corso, alle tensioni, spesso sotterranee che si muovono sotto il cielo, comprendere come per la guerra che verrà ogni elemento utile vada incastonato nel mosaico di una strategia rivoluzionaria ancora tutta in divenire.

Un dato interessante che ci sembra di cogliere, per quel che riguarda le reti di solidarietà , più all’estero che dalle nostre parti a dire il vero, è come esse siano sorte del tutto o quasi al di fuori degli ambiti di movimento1 e come esse inizino a masticare temi prima appannaggio dell’habitat militante che ora diventano urgenza collettiva, come il reddito o l’affitto, ma restino sostanzialmente impermeabili al linguaggio politichese che tuttora le porta avanti. E se il rent strike2 passa sotto traccia, nondimeno ci si organizza autonomamente per autoriduzioni collettive o, più placidamente, si smette di pagare l’affitto al padrone di casa.
Una serie di smottamenti che interessano soprattutto quelle aree metropolitane, patrie dell’atomizzazione capitalistica, in cui le fragilità si ammassano più numerose e lo Stato lascia scoperti e abbandonati migliaia di individui per limitarsi a gestirne le escandescenze e proseguire il solito scorrimento delle merci. Le metropoli, o meglio i loro margini, iniziano a brontolare e rivendicare sommessamente il proprio spazio sulla scena. Un sussurro, per ora, ma che minaccia di essere presto un grido.

Un’altra indicazione feconda ci viene invece da quei territori, come l’Euskal Erria, dove le organizzazioni antagoniste e una certa cultura politica hanno storia e radici forti, dove quindi la prassi militante sembra riuscire ad intercettare l’autorganizzazione spontanea e diffusa e agire in sintonia con essa. Lì, dove le reti di mutualismo spontanee sono nate in ogni quartiere o cittadina senza reciproco coordinamento, incontrando spesso la capacità tecnica dei gruppi militanti, è emersa un’ipotesi di avanzamento del discorso politico relativo al contropotere territoriale fondata sul concetto di autodifesa e sostanziata tramite un doppio fronte, di lotta e di cura3.

Vi sono, poi, luoghi dove il conflitto è da anni già luogo di ‘conflitto in armi’ , di spazi dove le esperienze rivoluzionarie hanno il controllo di parti del territorio e di fronte a questa epidemia, prodotta dal tessuto sociale, economico e produttivo del capitalismo, hanno dovuto porsi la questione di garantire la difesa delle proprie zone e delle proprie comunità, sapendo assumersi tutte le responsabilità del caso nei confronti della catastrofe generata dal modo di produzione avverso.
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Nel Chiapas, di fronte alla pandemia Covid-19, con le parole del subcomandante insurgente Moisés, l’EZLN ha dato disposizioni perché tutti i municipi autonomi e le organizzazioni amministrative aderenti alla lotta zapatista dichiarino l’allerta rossa, impediscano l’ingresso nei loro territori agli estranei e adottino misure igieniche straordinarie.
Come spiegano gli zapatisti, questa scelta non è dovuta solo alla pericolosità del virus bensì anche all’irresponsabilità dei vari governi del pianeta, tutti intenti a fornire dati e informazioni molto discutibili (se non addirittura falsi) finalizzati al controllo sociale e non alla reale difesa della salute pubblica.
Questa scelta che all’apparenza potrebbe sembrare una sospensione della battaglia in corso deve proseguire anche in questa situazione, trovando i modi necessari pur nelle condizioni attuali che impongono provvedimenti sanitari (qui).

Nella Siria del Nord, invece, mentre la Turchia approfitta del virus per colpire l’Amministrazione autonoma del Rojava continuando gli attacchi militari e togliendo l’acqua ai profughi e ai residenti, il Consiglio Esecutivo del Rojava ha posto in atto (a partire dal 21 marzo) misure di divieto di spostamento senza autorizzazione, la chiusura dei confini, la chiusura di negozi e scuole, il distanziamento e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, e esonera dal lavoro il 40% dei lavoratori dei panifici (attività essenziale in quelle zone per poter sfamare la popolazione) e di altre attività, arrivando anche a dover chiudere le ‘tende del commiato’. Misure drastiche, ma che rappresentano l’interesse collettivo.

Il Rojava ha anche adottato misure di distanziamento, in una situazione di vita comunitaria e quindi molto dificili da realizzare, non imponendolo in modo militarista come nel nostro paese, bensì tramite l’appello dei vari feriti di Kobane e delle grandi battaglie di questi anni e appellandosi all’autodisciplina rivoluzionaria, un tema che andrebbe ripreso con chi in Italia grida allo scandalo di dover stare in casa non per porlo come contraddizione con le fabbriche aperte, non per denunciare le angherie di militari e polizia contro una solitaria corsa o passeggiata, ma finendo, anche non consapevolmente, col contrapporre la libertà individuale all’interesse di classe e collettivo. Così, se nei paesi capitalisti, nel ventre della bestia, bisogna denunciare l’utilizzo del distanziamento a fini repressivi e nella logica dell’emergenza, va al tempo stesso ripreso il concetto di disciplina rivoluzionaria, di rinuncia individuale per gli interessi collettivi della vita e della comunità, utile già oggi ma fondamentale per il domani.

Ma proprio perché si tratta di un’esperienza rivoluzionaria, quella del Rojava, si trova con poche strutture, attrezzature e strumenti sanitari a causa di un duro embargo e del non riconoscimento da parte dell’ONU e, di conseguenza, non riceve aiuti alcuni per la popolazione (come i kit per rilevare il virus, le mascherine e i respiratori), il che dimostra, una volta di più, come solo la solidarietà rivoluzionaria può sostenere queste esperienze.
Altro che versare i fondi per la protezione civile, le ASL, la Caritas ecc.… Oggi è necessario praticare l’internazionalismo e quindi di sostenere con casse di resistenza le varie esperienze rivoluzionarie e di mutuo soccorso, soprattutto da costruire nelle fabbriche e sui territori, poiché in questo modo si costruiscono rapporti concreti per un’alleanza comune contro il capitalismo.
In questo senso l’esperienza in Francia della ZAD dI Notre-Dame-des-Landes che ha portato le proprie autoproduzioni alimentari alle varie lotte presenti in Francia, vale di più di mille dichiarazioni di principio sui sacri testi.

In altri termini, dove la gestione autoritaria ed emergenziale dello Stato semina dispositivi di contenimento che facilmente saranno convertiti in strumenti repressivi all’occorrenza, molto raramente corrisponde un contrappeso che va incontro ai bisogni generati dall’epidemia. È lì che si generano le fratture ed è lì che si inserisce il militante per convertire una ferita in una carica sovversiva.
D’altronde la natura di classe di questo sistema viene a galla in ogni piega di questa emergenza e disvela tutto l’orrore e l’insostenibilità a cui il quotidiano ci aveva abituati. Il sostegno alle grandi aziende e le briciole alle famiglie, la cassa integrazione pagata dallo Stato e le ferie forzate dei lavoratori, le fabbriche che restano aperte e gli operai costretti ad ammalarsi dentro i reparti, i medici che crepano di malattia e superlavoro negli ospedali pubblici mentre le cliniche private intascano soldi. Nessuna di queste cose passa inosservata agli occhi di chi vive dal basso questa società e per i più ottusi, che ancora nutrono buonafede verso questo sistema, ci pensano i portavoce del governo a togliere ogni dubbio, con la loro retorica di guerra che sempre più prende i contorni di minacce velate a chi avesse in mente di alzare la voce e pestare i piedi, o con il loro darwinismo sociale che innerva tanto i discorsi quanto le misure. Non sono vite quelle che si vogliono tutelare ma forza lavoro, carne da cui estrarre valore. L’alternativa resta sempre una: la nostra vita o il loro profitto.

È solo a partire da questo assunto, ormai visibile a chiunque, che è possibile cogliere il senso pieno della sfida attuale, su cui possiamo seminare il germe di una incompatibilità sistemica in grado di seminare gli scontri di classe che verranno.
È su questo assunto che l’indicazione dei padroni e degli imprenditori come vampiri e assassini è diventata chiara e assumibile da chiunque, creando una linea di spartizione tra chi ci è amico e chi no nell’ora del bisogno, intrecciandosi alla voce di quegli operai che spontaneamente hanno incrociato le braccia per dire che non erano disposti a morire per un salario di merda.

Ed è sempre qui che la problematica del reddito, che coglie l’antica quanto principale contraddizione del capitalismo, non è più soltanto una velleità, ma l’esigenza di milioni di persone cui il blocco dell’economia pone il serio problema di cosa mettere in tavola la sera. Un problema che non può più essere una richiesta velleitaria o riformista. Ma deve diventare uno dei cardini di un agire antagonista: se lo Stato non è in grado di provvedere ai nostri bisogni e questo mercato ci esclude da un reddito allora ci si deve organizzare da soli per ottenerlo. Dalle assemblee sui luoghi di lavoro, già fin da ora e dopo la riapertura delle aziende, al picchetto e il blocco della fabbrica che non è stata chiusa da un’ordinanza; dalle assemblee e i convegni territoriali da convocare subito, a partire dalle aree più colpite, dopo il parziale ritorno alla normalità all’autoriduzione dell’affitto e delle bollette nella loro insostenibilità, la richiesta oppure l’imposizione autonoma di un calmiere dei prezzi contro il carovita e lo sciacallaggio in atto fin dall’inizio della pandemia.

Ognuno di questi atti, organizzati o meno, politicizzati o meno, andrà nella direzione di riprendersi pezzi di reddito e di vivibilità in seno a questa catastrofe; il compito del rivoluzionario non è fare una campagna su una o l’altra di queste cose, ma fondere spontaneità e organizzazione, pratica e discorso. È la nostra stessa possibilità di vita che difendiamo e nulla ci legittima più di questo nel forare ogni dispositivo. La questione del mutualismo e della presa in cura della comunità, d’altronde, non può essere slegata da un discorso simile e non può che essere strumento di radicamento e costruzione di contropotere autonomo nei quartieri e sui territori, realizzando articolazioni sociali di un discorso politico più complessivo e di rottura.

Quella della cura collettiva è una pratica che non può essere mossa dalla generica solidarietà (cosa buona e giusta, la solidarietà, ma non è mai stata motore di processi rivoluzionari), ma dall’obbiettivo di costruire un rinnovato rapporto di forza, in vista degli sconvolgimenti che verranno, all’interno di un territorio. Quest’ultimo, nella sospensione della normalità, assume un rinnovato valore strategico ed è all’interno di questa situazione imprevista che, specialmente nell’atomizzato ambito metropolitano, possiamo legare i fili delle nostre possibilità. Chi oggi distribuisce la spesa alimentare dovrebbe porsi in prospettiva il problema di bloccare il flusso delle merci, di redistribuire il reddito indiretto, di scioperare, di indicare il nemico e di legarsi all’amico prima estraneo, tutto nel tentativo di costruzione di una forza in grado di smantellare ogni pezzo dell’attuale sistema di dominio.

Nulla oggi può essere lasciato intentato, nulla deve essere abbandonato al caso. Si buttino a mare gli ideologismi inutili e le formule stantie, è di prassi forte e teoria laica che abbiamo bisogno. Dobbiamo necessariamente cogliere, per dirla con Fanon, l’importante nel contingente.
Si prepara oggi uno scenario che forse mai più ci sarà dato di rivivere: in queste intemperie si colga l’occasione di liberare la prassi politica e la società dalle ragnatele del passato o ci si lasci morire.


  1. Un esempio è il caso della società inglese che, da iperatomizzata, scopre la comunità come ambito di forza http://commonware.org/index.php/neetwork/929-pinte-e-pandemia 

  2. https://www.thestranger.com/slog/2020/03/27/43264462/so-you-want-a-rent-strike  

  3. https://eh.lahaine.org/auzo-elkartasun-sareak-larrialdi-egoeraren  

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Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo https://www.carmillaonline.com/2019/07/12/por-la-vida-y-la-libertad-il-messico-di-amlo-tra-resistenze-e-capitalismo/ Thu, 11 Jul 2019 22:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53572 di Fabrizio Lorusso

[Pubblichiamo come segnalazione un estratto di Fabrizio Lorusso dal libro, a cura di Andrea Cegna*, Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo, Agenzia X, Milano, 2019. Il libro, illustrato, contiene un’interessante introduzione sulla storia recente del Messico di Andrea Cegna, un prologo di Pino Cacucci e interviste con Juan Villoro, Paco Ignacio Taibo II, Raúl Zibechi, Fernanda Navarro, Gilberto López y Rivas, Fabrizio Lorusso, Oswaldo Zavala, Pablo Romo, Araceli Olivos, Gustavo Esteva, Amaranta Cornejo, Federico Mastrogiovanni, Claudio Albertani, Carlos Fazio, Guillermo Briseño].

Nota di contesto. Alla guida di una coalizione di centrosinistra [...]]]> di Fabrizio Lorusso

[Pubblichiamo come segnalazione un estratto di Fabrizio Lorusso dal libro, a cura di Andrea Cegna*, Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo, Agenzia X, Milano, 2019. Il libro, illustrato, contiene un’interessante introduzione sulla storia recente del Messico di Andrea Cegna, un prologo di Pino Cacucci e interviste con Juan Villoro, Paco Ignacio Taibo II, Raúl Zibechi, Fernanda Navarro, Gilberto López y Rivas, Fabrizio Lorusso, Oswaldo Zavala, Pablo Romo, Araceli Olivos, Gustavo Esteva, Amaranta Cornejo, Federico Mastrogiovanni, Claudio Albertani, Carlos Fazio, Guillermo Briseño].

Nota di contesto. Alla guida di una coalizione di centrosinistra e supportata da alcuni movimenti sociali, Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, è il vincitore delle ultime presidenziali in Messico, un’elezione che ha suscitato molte speranze, anche se le riforme proposte non sono molto diverse da quelle di chi lo ha preceduto.
Por la vida y la libertad è una visione caleidoscopica del Messico di oggi e una tesi, ovvero che nulla come l’insurrezione zapatista e la firma del Nafta, entrambi nel 1994, hanno determinato una radicale trasformazione del paese. Due fronti opposti per un conflitto che ha molto da insegnare anche a noi. Il 2019 è un anno cruciale per capire i nuovi rapporti di forza che si stanno sviluppando tra il potere costituito e l’Ezln, tra Obrador e tutte quelle voci fuori dal coro che non hanno alcuna intenzione di illudersi. In questi anni l’autore ha collezionato numerosi viaggi nel paese centroamericano, le opinioni qui raccolte rappresentano alcuni punti di vista critici, un insieme di riflessioni da diversi profili intellettuali, artistici e militanti che garantiscono al lettore una straordinaria immersione nella contemporaneità messicana.

Intervista di Andrea Cegna con Fabrizio Lorusso

A.C.: Immaginando due linee, la prima che rappresenta il potere, le leggi, lo stato, l’economia e la repressione; la seconda le resi- stenze, le ribellioni, i movimenti Possiamo immaginarle che si muovano con direzioni differenti per lunghi tratti dello spaziotempo che va dalla fine della rivoluzione messicana al luglio 2018. In questo loro movimento indipendente, però, ci sono stati dei momenti in cui le due linee si sono incrociate. Nel 1968, nel 1988, nel 2012 e sicuramente il 1° gennaio del 1994 con l’entrata in vigore del Nafta da una parte e l’inizio dell’insurrezione zapatista dall’altra. Cosa è diventato il Messico venticinque anni dopo quel primo gennaio del 1994?

FL: L’incontro-scontro tra la linea dei movimenti e quella politica istituzionale è sicuramente una costante della storia messicana. Anche nel 1985, l’anno in cui il terremoto del 19 settembre fece circa 10.000 morti e decine di migliaia di persone si riversarono per le strade in preda al panico ma altre invece erano lì con la voglia di aiutare e organizzarsi. Così facendo, però, segnalarono l’inerzia e le menzogne del governo del presidente Miguel de la Madrid che voleva far credere alla comunità internazionale che tutto andava per il meglio, che i morti erano relativamente pochi e che lo stato aveva mantenuto il controllo e l’ordine. 

Era l’epoca del vecchio Pri, il partito egemonico e quasi unico della “dittatura perfetta” del Novecento e della transizione al neoliberalismo. Oggi le famiglie dei desaparecidos hanno creato un imponente movimento di “cercatori di tesori”, di resti dei loro familiari scomparsi, e hanno trovato migliaia di ossa nelle fosse clandestine. Oggi, come nel 1985, la società è sottoposta a vessazioni e repressioni che evidenziano l’incapacità, la mala fede e la collusione narco-politica delle autorità. Per mesi e mesi anche Enrique Peña Nieto, presidente del Messico rappresentante del cosiddetto nuovo Pri neoliberista dal 2012 al 2018, il quale dopo la sparizione forzata dei quarantatré studenti e l’uccisione di tre di loro e di altre tre persone a Iguala, il 26 e 27 settembre 2014, ha provato in tutti i modi, senza riuscirci peraltro, a ricostruire un’immagine del Messico da cartolina a uso e consumo della platea internazionale dei turisti e degli investitori stranieri. Ha cercato anche di nascondere le responsabilità statali, federali e governative specialmente dei depistaggi nelle indagini condotte dalla procura, anche mediante l’uso di tortura e manipolazione delle prove.

Il 1985 credo sia stato un punto di svolta importante in cui la società civile è potuta riemergere come un attore decisivo, almeno nella capitale, e ha portato alla vittoria delle sinistre guidate da Cuauhtémoc Cárdenas alle elezioni del 1988. Sappiamo però che la storia andò diversamente. Durante i giganteschi brogli del sistema, Salinas de Gortari, del Pri, si insediò alla presidenza e spinse il Messico sempre più nella direzione della globalizzazione neoliberale. Il suo modo di condurre il paese fu sregolato, selvaggio, incomparabile rispetto alle realtà europee. Il mercato e la concorrenza cominciarono ad applicarsi sfrenatamente in ogni campo, erodendo il tessuto sociale e la solidarietà in ampi settori della popolazione, distruggendo le comunità indigene e rurali perché, secondo il dogma, sarebbero stati “ostacoli per la modernizzazione del paese”. Nel 1994 le promesse di Salinas relative all’ingresso del Messico nel “primo mondo” si infransero contro il muro della degna rabbia dell’insurrezione zapatista, di certo uno dei momenti più importanti nella storia dei movimenti sociali a livello globale contro il capitalismo, specialmente nella sua versione neoliberale e la globalizzazione, non quella delle culture, dei popoli e dei saperi ma quella della finanza, del gran capitale e dell’accumulazione per spoliazione. Forse a Seattle nel 1999, a Porto Alegre nel gennaio 2001 e a Genova nel luglio dello stesso anno si vissero momenti più alti e intensi, ma anche i più duri dei movimenti globali che lottavano per un altro mondo possibile e contro la globalizzazione neoliberale, del quale gli zapatisti del Chiapas erano un riferimento importantissimo.

Il Nafta non nasce il 1° gennaio del 1994, quella è la data simbolica che norma una legge che permette a Peña Nieto, durante il suo mandato, di applicare le cosiddette cinque riforme strutturali che erano già state progettate da Salinas de Gortari negli anni Come e perché il Nafta è stato deflagrante per il Messico e come si inserisce dentro le logiche del potere messicano?

Quando il Messico entra nel Gatt, nel 1986, inizia ad applicare le politiche di aggiustamento strutturale dell’economia secondo le ricette standardizzate dell’Fmi. Salinas promulga la legge mineraria e apre la possibilità di vendere le terre comuni delle campagne messicane. Intanto si privatizza e liberalizza l’economia a marce forzate. Questi provvedimenti, potenziati e ampliati dai governi successivi, aprono la strada al land grabbing, cioè all’espropriazione di terre e all’incremento drammatico delle concessioni per lo sfruttamento del sottosuolo e delle risorse naturali. Il Nafta diventa quindi il suggello di una strategia più ampia e articolata ed è questa la condizione che influenzerà gli eventi futuri, tanto dal lato dell’espansione capitalista accelerata, quanto da quello delle resistenze, delle assimilazioni, delle pratiche e delle socialità che emergono come conseguenza. Dal 2000 in poi le imprese minerarie, in gran parte statunitensi e canadesi in associazione con poche poderose famiglie appartenenti al Consiglio messicano degli affari (Cmn, Consejo mexicano de negocios), vedranno moltiplicarsi le concessioni e saranno al centro di conflitti sociali a causa degli avvelenamenti e della distruzione del territorio. Soprattutto con il fracking e le mine a cielo aperto, ma anche perché non pagano praticamente le tasse e operano in combutta con il crimine organizzato e le autorità pubbliche per reprimere la dissidenza sociale, far sparire o ammazzare persone, oppure corrompere le autorità locali e statali. Solo una misera parte dei loro guadagni finisce alle comunità, che vedranno compromessi per sempre il tessuto sociale e la loro salute, vedendo invece una quantità di soldi considerevole confluire nelle casse di politici locali, in quelle delle forze armate nazionali e in quelle di gruppi criminali difficili da descrivere come narcotrafficanti che assomigliano sempre più ai paramilitari colombiani.

Nel 1994 Salinas lascia il governo a Ernesto Zedillo e il sogno “da primo mondo” si trasforma in un incubo quando all’inizio del 1995 esplode una delle più gravi crisi finanziarie e del debito nota come El efecto tequila: svalutazione e nuove misure draconiane fanno sprofondare il paese nella morsa delle istituzioni creditizie internazionali e delle agenzie di rating. La povertà torna ad aumentare, arriva a oltre il 60% e, come negli anni ottanta, si parla di un altro decennio perduto. Gli economisti dicono che la medicina neoliberale va rinforzata e che la crisi è dovuta alla poca risolutezza nell’applicazione della formuletta magica.

Il Nafta era entrato in vigore nel gennaio del 1994, e proprio il primo giorno di quel mese l’Ezln ricordava al mondo e al governo messicano che esisteva un “Messico altro” che era stato abbandonato e che ora esplodeva, rivendicando autonomia e riconoscimento. Curiosamente, anzi in modo calcolato, il trattato di libero commercio che avrebbe dovuto sancire il take off del Messico, entrava in vigore mutilato: piena libertà commerciale in Nord America, anche se gli Usa si riservavano la protezione a oltranza del settore agricolo e della proprietà intellettuale, con libera circolazione dei capitali, ma nessuna libera circolazione delle persone. Anzi, Clinton si dedica alla costruzione del muro alla frontiera e la militarizza pesantemente, una politica seguita praticamente da tutti i suoi successori. Trump non ha inventato nulla, solo qualche tweet in più e una retorica razzista palese, ma di fatto la frontiera è stata blindata giusto quando entrava in vigore il trattato per evitare i flussi di persone. La frontiera è diventata dunque una risorsa strategica per la creazione di valore e di consensi politici. La migrazione si è trasformata in una questione di sicurezza. Questo ha provocato il Nafta. I principi classici del libero commercio in economia sono stati violentati perché, direbbe Smith, senza la libera circolazione di tutti i fattori produttivi non c’è libero commercio ed equilibrio. Ma va meglio così, anzi il modello è pensato apposta per lo sfruttamento della frontiera e per i territori che si estendono a sud di essa.

Dunque il Messico di oggi è la conseguenza di decisioni politiche che invece vengono spesso presentate come scelte tecniche, economiche e neutrali, come se l’economia non fosse parte delle scienze sociali e della politica. Però il Messico che lotta e resiste è senza dubbio debitore dell’insurrezione zapatista e di tutta la storia dei ribelli chiapanecos. La costruzione dell’autonomia nei caracoles e di altre comunità messicane come Cherán o Ostula serve da esempio per le nuove e le vecchie generazioni, anche se l’élite preferisce cancellarla o occultarla dietro al miraggio del consumismo e al mito della meritocrazia e le pari opportunità. Una linea contestataria dal basso ha continuato a creare immaginari e rinnovare repertori a favore della trasformazione con i movimenti dei genitori dei quarantatré studenti di Ayotzinapa, con il femminismo, il movimento per la pace Giustizia e dignità, il #YoSoy132 e le proteste dei docenti democratici della Cnte (Coordinadora nacional trabajadores de la educación) contro la riforma educativa, che in realtà punta solo a precarizzare il lavoro. Ricordo che la Cnte rappresenta l’ala dissidente dei docenti, nata negli anni settanta e molto forte a Oaxaca, Guerrero, Michoacán, Chiapas e Città del Messico, un’organizzazione che lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori, non per la loro cooptazione governativa, e per la democratizzazione del sindacato più grande dell’America Latina, il Snte (Sindicato nacional trabajadores de la educación) che per anni è stato legato a livello corporativo ai governi del Pri e del Pan. Dall’altra parte il neoliberalismo, nonostante il suo discredito dopo la crisi del 2007 e 2009, è incarnato nella politica dei tecnici che con Peña Nieto hanno approvato le riforme strutturali, tra cui spicca quella energetica, e resta un sistema di pensiero egemonico che deve essere sconfitto attraverso un lavoro fino di accompagnamento delle grandi lotte nazionali o regionali a livello locale.

Il Nafta entra nella logica del potere messicano da due punti di vista: esterno e interno. Da una parte è un trattato geopolitico con il Messico che si separa idealmente dal resto dell’America Latina e dalla solidarietà subcontinentale per abbracciare Washington. In Sud America il caso più simile è forse quello della Colombia. La politica statunitense passa da questi fedeli alleati che, guarda caso, sono anche quelli più coinvolti e penalizzati, in termini di vittime e di economia, dalla cosiddetta guerra alle droghe: sangue e armi a sud, droghe e denari a nord. Ma c’è dell’altro. Questo posizionamento, forse più stringente nel caso messicano per motivi geografici e storici, implica una sovranità limitata e il pagamento di un costo umano enorme: oltre 250.000 morti in Messico e 36.000 desaparecidos dal 2007 a oggi per una guerra al narcotraffico che, in realtà, si traduce in una politica di sicurezza interna militarizzata. E qui arrivo agli affari interni. La guerra alle droghe giustificata e rilanciata dagli Usa, dopo che si è spenta la guerra al “pericolo comunista” con la caduta dell’Urss, è la versione latinoamericana della guerra al terrore o al terrorismo post attentato alle Torri gemelle del 2001 e in qualche modo la completa, la rinforza.

Andiamo al 2006, alla guerra alla droga di Calderón. Possiamo responsabilizzare il Nafta o i taciti accordi congiunturali se il Messico è diventato un paese di transito di droghe e migranti?

Internamente Messico e Colombia usano questa guerra e i finanziamenti generosi del governo americano per fini di controllo sociale della popolazione, non delle droghe. I due paesi vivono in uno stato di eccezione permanente, come descritto da Walter Benjamin, che è diventato la regola: i militari s’incaricano della sicurezza pubblica, che sarebbe appannaggio delle polizie, con la scusa che un presunto nemico dello stato (i narcos) sta prendendo il sopravvento, lo stato in parte è colluso e corrotto, ma apparentemente sta combattendo dal lato dei buoni contro i cattivi trafficanti. Con questa retorica ufficiale il governo può militarizzare intere regioni e violare costantemente i diritti umani (sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziarie, spostamenti di popolazione, tortura), la lotte ai narcos, che vengono mitizzati ed esaltati oltremodo mediante narrazioni propagate dalle autorità e dai mass media, è solo una scusa mentre il vero obiettivo è l’espropriazione dei territori e l’implementazione di politiche neoliberiste che favoriscono una minoranza rapace di investitori stranieri e nazionali.

Queste politiche distruttive del tessuto sociale hanno suscitato nel 2017 circa 1200 conflitti sociali legati all’attività delle compagnie minerarie. La repressione, specialmente per quanto riguarda quella armata interna, viene delegata alle forze armate con uno stato d’eccezione, sostenuto da training e finanziamenti degli Usa. Certamente esistono gruppi criminali più o meno potenti e più o meno organizzati, ma ormai la maggior parte lucrano tanto con il traffico di droga quanto con quello di persone e armi, con l’estorsione e la tratta, con il furto di combustibile e il riciclaggio. I business criminali si sono moltiplicati, ma va detto che quelli che sono stati ampliati o legalizzati con le riforme strutturali degli ultimi sei anni, per esempio quelli relazionati alle concessioni minerarie, alla privatizzazione dell’acqua, allo sfruttamento dei boschi e all’estrazione di idrocarburi, sono diventati preda dei poteri de facto sul territorio, cioè delle compagnie straniere o nazionali, comunque private, e dei gruppi armati organizzati che lavorano per queste e cogestiscono l’estrazione di risorse, oltre che delle autorità stesse. L’esercito in molte zone si dedica a controllare gli affari leciti e illeciti e a partecipare come azionista nella ripartizione delle prebende del narcotraffico, utilizzando come braccio armato le polizie locali colluse con gli stessi gruppi criminali. Si può parlare tranquillamente di paramilitarismo in ampie zone del paese. Lo stato e la politica, nell’ambito del modello socioeconomico adottato, sono da intendersi come precondizioni per lo sviluppo dei business illeciti: paramilitarizzazione, vendita di protezione e traffico di armi e persone, droghe, espropriazioni, land grabbing, furto e contrabbando di combustibili, compravendita di permessi, appalti e concessioni, estorsioni ecc. E si occupano anche di creare mercati attraverso la regolazione selettiva dell’economia per favorire i settori più potenti delle élite. Il potere dei gruppi armati e dei narcotrafficanti, a volte notevole, è spesso sovrastimato dall’opinione pubblica e dalla mitologia del narco come se si trattasse di entità onnipotenti. Questo deriva da una serie di affari legali, nel limbo della legislazione oppure totalmente illegali, i quali non sarebbero possibili senza la partecipazione di alcuni apparati statali, funzionari pubblici e imprese regolarmente operanti nel mercato. La situazione è dunque molto più articolata e complessa, frammentata e diversa a seconda delle regioni e delle autorità coinvolte, rispetto a quella dipinta dai media in questi anni.

Anche l’insurrezione zapatista non nasce il 1° gennaio del 1994. Si forma in almeno dieci anni di preparazione clandestina e ha le sue radici a Monterrey con le Fln. In che maniera lo zapatismo ha influenzato i movimenti messicani e in generale tutta la società?

I movimenti messicani, almeno dal 1968 in poi e di nuovo dal 1994, hanno vissuto fasi alterne, ondulatorie con esplosioni entusiasmanti e riflussi, senza riuscire del tutto a vincolarsi a livello nazionale, internazionale o nelle singole lotte. Spesso quando nasce un movimento, i resti dei suoi predecessori tendono a unirvisi e a sommare le domande sociali, con il rischio però di diluire l’essenza del nuovo movimento e creare contraddizioni. Si percepisce quindi una certa discontinuità, determinata anche dalla vigorosa repressione e dagli strumenti di cooptazione che lo stato messicano ha dispiegato dall’epoca del partito egemonico (Pri al governo dal 1929 al 2000) fino a quella attuale in cui la violenza di stato viene giustificata e legittimata dalla permanente “narcoguerra” militarizzata. Il Chiapas e il Guerrero, da sempre in povertà estrema, sfruttati e militarizzati per le loro immense ricchezze naturali, esprimono alti potenziali di ribellione dovuti alle disuguaglianze e grazie alla tradizione storica di lotta indigena e dissidenza sociale. Queste regioni sono state dagli anni sessanta dei laboratori della repressione e delle sue legittimazioni ideologiche in voga attualmente. Ciudad Juárez e la frontiera settentrionale lo sono stati dalla metà degli anni novanta con l’entrata in vigore del Nafta, il boom delle maquiladoras e il fenomeno criminale dei femminicidi. Juárez inquadrata mediaticamente dal governo come “il centro del male”, è stata un laboratorio dove sperimentare la militarizzazione in modo diverso perché si trattava di una metropoli di frontiera, non di una regione montagnosa o tropicale come il Guerrero e il Chiapas. In realtà però i centri del dolore e della violenza sono stati e sono molti di più, al di là delle costruzioni mediatiche e politiche di alcuni luoghi ben delimitati ed emblematici. È provato inoltre che, come è successo a Juárez, la strategia d’invasione militare del governo ha portato a maggiori indici d’omicidio, femminicidio e violenza in generale, mostrando apertamente come l’obiettivo non era risolvere un problema (il narcotraffico, i business illeciti, le pandillas, l’insicurezza ecc.) ma mantenerlo e magari riportarlo sotto il controllo delle forze federali e della sovranità centrale. A ogni modo le diverse grida di ribellione e ondate dei movimenti messicani degli ultimi anni, almeno dal 1994 zapatista in avanti, hanno sempre lasciato boccioli d’insurrezione, repertori, esperienze condivise, narrazioni e immaginari che sono passati e si sono riprodotti nel tempo grazie al lavoro incessante di mantenimento e rielaborazione della memoria, individuale e collettiva, di militanti e attivisti, dei loro movimenti, delle loro azioni, delle loro vittorie e dei loro errori.

Non credo che il Nafta sia il solo responsabile del fatto che il Messico sia diventato lo snodo di flussi migratori ed economici, tra cui anche il trasporto di droga. Tuttavia il Nafta e la globalizzazione, non controllabile del tutto, hanno anticipato e accelerato processi e problematiche in atto, anche perché il contesto era quello di un paese in forte crisi, con un sistema politico in disfacimento alla fine del periodo egemonico del Pri e con una democrazia in transizione, una struttura sociale ed economica sempre più esposta e lasciata alle forze del mercato e anche al capitalismo de compadres. C’è anche da tenere da conto la democratizzazione lenta e deludente dei paesi del Centroamerica dopo la fine delle guerre civili negli anni ottanta e novanta. In realtà la regione non ha recuperato la pace e i problemi che segnalavano los de abajo si sono esacerbate con il neoliberalismo. La migrazione è di certo un fatto prevedibile e strutturale in una situazione del genere. Inoltre il Messico è diventato un paese di transito di droghe e, in parte, di consumo, soprattutto dagli anni 2000. È tra i primi al mondo in quanto a produzione di oppiacei e marijuana. La coca colombiana e peruviana, così come i precursori chimici per produrre metanfentamine, hanno nel Messico un grande hub, uno snodo di elaborazione e redistribuzione, per cui le organizzazioni criminali messicane hanno guadagnato importanza da una parte, ma dall’altra la loro supremazia e le loro attività dipendono dalla presenza e dalla partecipazione degli apparati di stato agli affari criminali. Storicamente buona parte del business del narcotraffico è stato gestito dal potere politico. Quando l’alternanza al potere in vari stati e a livello federale si è rotta, il sistema si è spezzettato in tanti centri di potere, legittimati dalla legge e non, ma comunque in rapporto dialettico tra loro. La guerra al narcotraffico può anche essere intesa come una forma di riconquista di equilibri di sovranità in parte perduti dalle autorità federali rispetto a quelle locali e ai gruppi armati, siano essi criminali o legali, come alcune polizie comunitarie e autodefensas. Ma non penso si possa prescindere dal fatto che il narcotraffico è stato nella storia un affare di stato, cogestito da bande paramilitari di poliziotti e militari di vari livelli gerarchici che, in momenti diversi della loro “carriera”, si unirono alle file della delinquenza organizzata o furono da questa stipendiati e fondarono nuovi gruppi armati per proteggere interessi del capitale privato.

Nel nord del Messico la storia racconta che sono stati proprio i governatori, per esempio nel Sinaloa, a cominciare i traffici di morfina e marijuana nella prima metà del XX secolo. Gli Stati Uniti in questa partita sembrano uscirne vincitori, i soldi che si muovono beneficiano il sistema finanziario, sempre meno regolamentato e controllato. Per anni le droghe sono state usate negli Usa anche come strumento di controllo sociale. Si pensi al crack, sottoprodotto dannosissimo della coca, spacciato o spinto dalla Cia nei ghetti neri di Los Angeles, in accordo con i narcotrafficanti messicani che cogestivano il business con la Dfs (Direzione federale di sicurezza, la Fbi messicana negli anni ottanta). I guadagni venivano reinvestiti dalla stessa Cia, illegalmente e a insaputa del Congresso, per armare i paramilitari-contras che facevano la guerra sporca al regime rivoluzionario sandinista in Nicaragua. Infine gli americani muovono anche la loro industria bellica con la scusa della guerra alle droghe attraverso la Iniziativa Mérida (Messico) e il Piano Colombia, oltre a mantenere il controllo più o meno diretto delle risorse naturali in territori strategici. Dire che il Messico è governato dai narcos o altri gruppi criminali fa parte di una narrativa che giustifica la lotta a quel poco che resta di buono dello stato contro le sue parti viziate e i delinquenti trafficanti. In realtà mi pare che ci sia maggiore complessità e anche zone oscure che ancora non riusciamo a decifrare. Non è che non esista la violenza tra bande o cartelli, nel senso di criminalità organizzata, ma il ruolo principale della violenza che vive il Messico, ai massimi storici nel 2017 e nel primo semestre 2018, con oltre centotrenta candidati e politici ammazzati nei nove mesi di campagna elettorale del 2018, deve essere spostato dalle organizzazioni criminali alle forze di sicurezza, specialmente i militari e i federali. Prima della “guerra” lanciata nel 2006-2007 da Calderón, il Messico viveva gli anni più pacifici della sua storia, ma da allora la militarizzazione dei territori e il tentativo di stabilire uno stato di eccezione ha reso le masse, i militanti, gli indigeni, i cittadini comuni, i giornalisti e più o meno tutto il popolo, il bersaglio casuale di una violenza senza controllo in una situazione che alcuni esperti, come Andreas Schedler, definiscono come una guerra civile non ideologica o politica, ma economica.

Seguendo la pista indicata qualche anno fa dalla giornalista Dawn Marie Paley con il suo libro Capitalismo antidroga. Una guerra contro il popolo (disponibile on line gratis in spagnolo), non possiamo eliminare la dimensione politico-ideologica del conflitto messicano ma dovremmo invece considerarlo come una guerra di tipo antinsurrezionale per l’imposizione del neoliberalismo mediante il saccheggio e la combinazione di interessi, poteri e violenze di tipo simbolico, territoriale, economico-strutturale, sociale e politico, tanto legali (statali o sanciti dalla legge) quanto illegali, tanto nazionali quanto transnazionali.

Siamo come l’homo sacer di Agamben, umani sacrificabili, immersi nella precarietà della vita stabilita dal controllo biopolitico che si manifesta con le sparizioni forzate, con l’amministrazione del dolore, con gli omicidi, con le incarcerazioni ingiuste e le esecuzioni extragiudiziarie. In media, nel 2018, sono state assassinate ottantanove persone al giorno. Ci vuole un cambio di vedute e di rotta, a partire dalla revisione profonda del modello economico e dalla gestione della sicurezza.

In Messico la violenza di genere e le disparità uomo/ donna, oltre che quelle legate a differenti scelte e orientamenti sessuali, è un un grosso Le donne zapatiste già nel 1994 hanno mostrato una via diversa. Si può pensare che il femminismo in Messico sia una chiave di volta per trasformare il paese andando oltre al paradigma capitalista, machista che si replica da anni. In questo che ruolo ha avuto e ha lo zapatismo?

Non sono un esperto del movimento femminista in Messico anche se ho vissuto qui molte manifestazioni di piazza e dibattiti. Mi pare sia un movimento vitale e attivo, anche se forse più frammentato e magari meno visibile rispetto all’Argentina o alla Spagna o il resto d’Europa, più concentrato in alcune città del paese, in primis la capitale. Il tema del femminicidio è un problema strutturale, si contano almeno sette donne uccise al giorno nel paese, la violenza di genere è molto presente, ma c’è da dire che Città del Messico e Guadalajara sono avanti una generazione rispetto alle altre città. Di fatto la capitale è un’isola rispetto al resto del Messico perché è riconosciuto il diritto ad abortire e al matrimonio egualitario. Vivo a León, nel Guanajuato, da un paio di anni. È lo stato più cattolico e conservatore del Messico, un feudo del destrorso Partido acción nacional e delle manifestazioni per la famiglia, antiabortisti detti pro-vida e contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso. La ferocia del conservatorismo qui è proverbiale e terrificante, i cortei per la Madonna di Guadalupe sono i più folti e partecipati del paese e le donne che interrompono la gravidanza sono incarcerate. Il Messico è molto eterogeneo e la lotta per l’uguaglianza (di opportunità e nei risultati) è condotta in un contesto di repressione e violenza estrema. Lo zapatismo in questo senso ha vissuto i suoi processi evolutivi, infatti inizialmente lo si tacciava di essere un movimento patriarcale dominato da figure maschili. In effetti il mondo rurale messicano e in parte le comunità indigene mantengono molti tratti di questo tipo. Con il tempo però le donne zapatiste, anche se non propriamente come parte di un movimento femminista di tipo occidentale, hanno saputo collocare il tema dell’uguaglianza e dei diritti nelle comunità proponendo cambiamenti nelle relazioni di genere. Nel marzo 2018 c’è stato un importante incontro in Chiapas in cui la Comandancia Generale dell’Ezln ha convocato 8000 femministe del mondo per il primo incontro internazionale, politico, artistico, sportivo e culturale delle donne che lottano. Un’iniziativa inedita per un internazionalismo femminista in cui le zapatiste hanno dato un messaggio di speranza e resistenza: “Non ti arrendere, non ti vendere, non rinunciare” per continuare “in vita e nella lotta”. Da quando è nato il movimento, le indigene zapatiste hanno lottato dentro e fuori le comunità per conquistare diritti negati mediante un femminismo sui generis, determinato soprattutto dalle differenze del patriarcato nei contesti urbani e rurali, per via dell’ambiente in cui si sviluppa e della situazione di subalternità dei popoli di cui fanno parte, come afferma per esempio l’antropologa femminista messicana Sylvia Marcos. Nel senso che si muovono su più fronti e in modo più collettivo in quanto comunità originarie che agiscono idealmente come uno stormo per tutti e tutte nel quadro di limiti strutturali e locali, specialmente evidenti nel mondo rurale. Il processo di autonomia e empoderamiento politico dello zapatismo sicuramente può favorire nello specifico l’organizzazione delle donne.

Il Messico è un paese di rivoluzioni e rivolte in cui l’assenza di strutture nazionali conflittuali è sempre stato un elemento asimmetrico rispetto al potere dello stato, soprattutto del partito-stato L’Ezln dalla sua nascita ha provato a colmare questo buco. Ti chiedo una valutazione sui risultati ottenuti dalle zapatiste e dagli zapatisti anche in relazione al tentativo di raccogliere le firme per candidare Marichuy alle elezioni presidenziali del 2018.

La candidatura di Marichuy è stata una sfida enorme, come direbbe Boaventura, “anticoloniale, antipatriarcale e anticapitalista”, dunque diversa dalle altre e di rottura. È stata osteggiata dal sistema elettorale, pensato per le classi medie e le città. L’app che si usava per raccogliere le firme dei candidati indipendenti era disfunzionale, inaccessibile ai più, soprattutto dove il Congresso nazionale indigeno ha le sue basi. I due candidati che sono riusciti a raccogliere le oltre 860.000 firme necessarie, Margarita Zavala (moglie ed erede politica dell’ex presidente guerrafondaio Calderón) e Jaime Rodríguez “El Bronco” Calderón (governatore del Nuevo León legato al Pri), l’hanno fatto in modo evidentemente fraudolento, sostenuti dal tribunale elettorale in modo irregolare. Marichuy ha raccolto decine di migliaia di firme vere e soprattutto ha portato le tematiche care a poveri, indigeni, comunità rurali in resistenza in giro per il paese, collocandole nell’agenda nazionale e suscitando non pochi consensi ed entusiasmi. In questo senso la campagna dal basso che ha condotto con scarse risorse è stata coraggiosa ed efficace, visti anche i vari incidenti e attentati che ha subito, un vero esempio di candidatura indipendente. Quest’iniziativa non cercava il potere, ma ha comunque riportato l’Ezln e il Consiglio nazionale indigeno al centro della scena e nella tessitura di nuove reti fuori dal Chiapas. Dopo le escuelitas e l’ideale passaggio generazionale, annunciato da Marcos dopo l’assassinio paramilitare del maestro Galeano e la marcia dei quarantamila, gli incontri di questi ultimi anni nei caracoles e San Cristóbal, anche con scienziati e femministe per un altro mondo possibile, e la campagna di Marichuy hanno rappresentato un nuovo impulso costruttivo e dialogante, al di là dell’arena politica tradizionale dei partiti e oltre i confini del Chiapas e del Messico.

Cosa pensi succederà con la nuova amministrazione di Amlo?

Con la vittoria schiacciante di Andrés Manuel López Obrador, candidato di parte delle sinistre messicane alle presidenziali del 1° luglio 2018, ci saranno sicuramente dei cambiamenti anche se la profondità della tanto sbandierata “IV trasformazione del Messico” sarà tutta da vedere. Obrador e il suo partito, Morena (Movimiento de regeneración nacional), non rappresentano forze anticapitaliste, ma promettono una certa discontinuità per lo meno con il neoliberalismo. Le maggioranze nel parlamento e le correnti non sono sempre stabili e Morena si è alleato con un partitino della destra evangelica e conservatrice (Partido encuentro social) che potrebbe influire sugli alleati e bloccare alcune riforme specialmente nell’ambito sociale. Sul fronte dei diritti c’è poco da sperare nei primi anni, anche se si potrebbero indire dei referendum. Non è la via migliore, certo, però anche in molti altri paesi aborto e matrimonio tra persone dello stesso sesso, o la legalizzazione delle droghe, sono passati grazie al voto diretto popolare.

Almeno nel campo economico, nella lotta alle disuguaglianze e nei modi per affrontare la guerra e la crisi umanitaria e dei diritti umani, ci sono speranze e aspettative. Già dai primi giorni dopo il voto tante forze sociali e popolari si sono unite al dibattito sui grandi problemi nazionali, una situazione inedita dopo le elezioni in Messico dato che normalmente si viveva un periodo refrattario e quasi di addormentamento. Invece si è vissuto un momento di fervore, lettere pubbliche, proposte e dibattiti. Il programma del nuovo governo contiene proposte per contrastare vari aspetti del neoliberalismo, non il capitalismo tout court. E per farlo si propongono ricette economiche in gran parte keynesiane e, diremmo in Europa, socialdemocratiche che, sebbene abbiano molti limiti, rappresentano comunque un orizzonte migliore per un paese come il Messico che ha vissuto un neoliberalismo selvaggio e prolungato, disuguaglianze estreme e processi brutali di accumulazione per espropriazione. Sarà da vedere se il modello estrattivista, come successe nel Brasile di Lula, seguirà il suo corso senza limiti come succede oggi o se verrà profondamente ripensato, visto che causa centinaia di conflitti sociali, repressioni, paramilitarizzazione e violenze. La speranza è che si favoriscano nuovi canali di dialogo per l’emersione e la risoluzione concertata dei conflitti, tenendo da conto la diagnosi generale critica e riformista del sistema attuale. Il problema è che le politiche redistributive che sono state promesse, seppur senza incrementi delle tasse, prima o poi potrebbero generare una rivolta o un boicottaggio dell’élite, specialmente dei gruppi imprenditoriali e quelli corporativi legati ai partiti Pan e Pri, e la caduta prematura del presidente che, già lo ha annunciato, cercherà di introdurre l’istituto della revoca del mandato a metà sessennio. Un’operazione delicata in un Messico in cui i poteri forti si sono consolidati per oltre trent’anni e in soli tre o sei anni potranno essere scalfiti, non cancellati. Insomma, un governo solido, con una maggioranza parlamentare storica come quella ottenuta il 1° luglio da Amlo, non significa “potere” o “cambio strutturale”. Comunque percepisco un ottimismo inedito e la sensazione che si tratti di una fase storica. Non ho visto in campagna da parte delle sinistre grossa attenzione per lo zapatismo o per la questione indigena, anche se esistono voci sicuramente sensibili all’interno del partito Morena. Sarebbe già un passo avanti se un nuovo governo antineoliberale e progressista riuscisse a rimandare l’esercito nelle caserme, specialmente in Chiapas, nel Oaxaca e Guerrero, stati colpiti duramente dalla repressione sin dagli anni settanta. Andrebbe anche sospesa immediatamente la Iniziativa Mérida, il Piano Colombia alla messicana che ha significato l’aumento dell’ingerenza americana e della militarizzazione con il fine reale di implementare politiche a favore degli investimenti stranieri. Il 1° gennaio 1994 resta un emblema del passato e del presente allo stesso tempo, ma è anche un’utopia, una guida che ha saputo costruire immaginari e autonomie che vanno oltre i caracoles, i territori del Chiapas e le sue comunità autonome, per spingersi globalmente a creare immaginari e rinnovare repertori di lotta.

 

*Andrea Cegna agitatore sociale, giornalista e organizzatore di concerti, è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare e “il manifesto”. Ha pubblicato 20zln. Vent’anni di zapatismo e liberazione ,  Strade strappate. Storia rappata dell’hip hop italianoElogio alle tag. Arte, writing, decoro e spazio pubblico e Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo.

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Galassie da difendere https://www.carmillaonline.com/2018/09/21/galassie-da-difendere/ Fri, 21 Sep 2018 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48823 di Pereira e Maurizio (partecipanti no-tav all’incontro intergalattico tenutosi dal 27 agosto al 2 settembre all’Ambazada della Zad)

Nel recente appello che ha convocato “la settimana intergalattica“ alla Zad, riprendendo l’espressione usata in Chiapas per intitolare i grandi incontri dei “pueblos zapatistas”, si analizza come dopo la vittoria tanto attesa contro il progetto dell’aeroporto, si esca da una primavera per usare un eufemismo “complicata”.

Quest’ultima si scrive nell’appello “ è stata marcata da due fasi di espulsioni durante le quali il governo si è consacrato a vendicarsi dell’affronto rappresentato dalla zad nel corso di tanti anni. Un territorio senza “stato [...]]]> di Pereira e Maurizio (partecipanti no-tav all’incontro intergalattico tenutosi dal 27 agosto al 2 settembre all’Ambazada della Zad)

Nel recente appello che ha convocato “la settimana intergalattica“ alla Zad, riprendendo l’espressione usata in Chiapas per intitolare i grandi incontri dei “pueblos zapatistas”, si analizza come dopo la vittoria tanto attesa contro il progetto dell’aeroporto, si esca da una primavera per usare un eufemismo “complicata”.

Quest’ultima si scrive nell’appello “ è stata marcata da due fasi di espulsioni durante le quali il governo si è consacrato a vendicarsi dell’affronto rappresentato dalla zad nel corso di tanti anni. Un territorio senza “stato di diritto “ secondo lo Stato Francese, una Libera Repubblica secondo l’espressione No Tav.
Queste grandi manovre poliziesche hanno causato il ferimento di molte persone e portato alla distruzione di una parte dei luoghi di vita della zad, oltre ad una lunga presenza militare.”
“ La resistenza sul campo, la solidarietà altrove, e il processo di negoziazione hanno portato ad un accordo sul mantenimento di decine di abitati, spazi comuni piuttosto che di attività sulla gran parte delle terre prese in carico dal movimento.
Lo Stato nonostante la vera e propria campagna politica/militare contro la Zad ha dovuto rinunciare all’obbiettivo di sradicare la presenza “zadista .

Continuano a scrivere nell’appello “Mentre la zad si riprende dalle sue ferite, si ricompone, mentre i lavori sui campi e di costruzione riprendono, noi slanciamo in avanti sulle lotte dei prossimi mesi. Queste vanno oltre le nostre persone, e si legano ad altre lotte condotte dappertutto nel mondo. Sono lotte che riguardano l’uso collettivo e rispettoso della terra, la condivisione dei beni comuni, la messa in discussione degli stati-nazione e delle frontiere, la riappropriazione degli abitati, la possibilità di produrre e di scambiare liberandosi dalle costrizioni del mercato, le forme di auto-organizzazione sui territori in resistenza e il diritto di vivere liberamente…”

La settimana intergalattica dal 27 agosto al 2 settembre ha visto l’inaugurazione dell’Ambazada, una nuova, straordinaria costruzione in legno, argilla, paglia e terra battuta, a fianco della foresta di Rohanne, silenziosa e fresca in queste giornate di fine Agosto, spazio destinato tra altri ad accogliere sulla zad di Notre-Dame des Landes lotte e popoli ribelli dal mondo intero, luogo dove realizzare incontri aperti tra territori e battaglie in cerca di autonomia per contribuire a ridare slancio e orizzonti alle mobilitazioni in corso in Francia come nel resto del pianeta.
Nella settimana che è trascorsa molte delle questioni che hanno interrogato durante tutta la stagione passata gli “zadisti”, e che spesso interrogano i rivoluzionari sono state riflessione e condivisione comune dell’incontro tra i territori in lotta quali : l’ancorarsi in durata a un luogo senza per questo lasciarsi addomesticare, il rapporto di forza più o meno frontale con lo Stato, la valutazione delle nostre forze e di quelle del nemico, la possibilità che le vittorie abbiano risultati duraturi, come organizzarsi, quali progetti e quale posizionarsi terreni di lotta sia in caso di vittoria che di sconfitta, l’uso dalle barricate di sassi e di quelle di carta, come prendere le decisioni, quale legame con il filo rosso delle lotte precedenti i tempi delle lotte come tempi tattici e tempi strategici, il ruolo dell’immaginario dei movimenti e quale legame con il filo rosso delle lotte precedenti nel saper ritrovare gli elementi della nostra storia.

Durante tutta la settimana hanno avuto luogo proiezioni, dibattiti multilingue con traduzione simultanea, incontri, scambi e convergenze tra  le tante lotte ed esperienze di autogestione e di contropotere , dai quartieri-squat di Lentilleres (Dijon, France), Errekaleor (Gasteiz in Euskadi ), Christiania (Copenhagen, Danimarca), ai luoghi della resistenza No Tav contro le grandi opere come da noi in Valsusa e il movimento NO MUOS (Niscemi, Sicilia), alle reti contro il nucleare del Wendland (Bassa Sassonia, Germania ) e di Bure (Grand-Est, Francia) alla lotta per l’abitare con i sindacati inquilini di Barcellona.
Contributi vivi e militanti, con attenzione particolare alla lotta delle donne e dell’ecologia sociale , alla tematica del dominio, alla critica e all’autocritica, con contributi da parte di compagn* attiv* in Kurdistan come nel Chiapas.

Ed ogni sera, al calar del sole, l’Ambassada ha accolto proiezioni e retrospettive sui movimenti sociali che oggi costituiscono la costellazione di riferimento per tanti e tante che combattono in Francia e non solo contro il capitalismo e il suo mondo.

Dalla la battaglia in Giappone contro la costruzione dell’aeroporto internazionale di 
Tokio-Narita negli anni ’60,all’Autonomia italiana degli anni Settanta e quella tedesca negli anni Ottanta, dalla meteora inglese di Reclaim The Streets negli anni ’90, fino ai moti insurrezionali anti-CPE in Francia nel 2005 e 2006 -questi ultimi precursori delle recenti proteste contro la “loi travail” sino ai movimenti studenteschi francesi dello scorso inverno.

Nel corso della settimana ci sono state serate di festa con musiche dei diversi territori in lotta e momenti di lavoro collettivo dalla raccolta delle patate, alla cura delle piante medicinali, alla costruzione/ ricostruzione dei diversi luoghi colletivi. In particolare attività agricole e artigianali in corso di impianto sulla ZAD, che a fianco a fianco della nuova rete “la cagette des terres”, si propongono di sostenere scioperanti, occupanti e migranti nella zona di Nantes e in tutta la Francia. Momenti di lavoro comune, di narrazione e di festa come momenti di costruzione della comunità.

Lunedì 27 Agosto, giornata di apertura della settimana, la discussione è entrata nel vivo delle lotte su diritti,rovesci e storia recente del movimento con e dei migranti “sans papier” nella vicina Nantes. In città decine di profughi/profughe hanno occupato, durante lo scorso inverno, un edificio sfitto di proprietà dell’Università grazie al sostegno dei movimenti studenteschi dando origine ad una straordinaria esperienza di autogestione e condivisione di spazi e lotte comuni.
Dopo lo sgombero di questo e di tanti altri luoghi occupati, oggi centinaia di migranti hanno piantato le tende in pieno centro. In queste tendopoli improvvisate che sfidano la facciata borghese di una città che punta sul turismo e sulla gentrificazione per garantirsi un comunque impossibile futuro di crescita economica, le condizioni di vita già precarie rischiano di diventare insostenibili con l’arrivo della stagione autunnale. E emerso quindi come siano fondamentali in questo contesto le mense popolari, come quella adiacente all’Ambassada, che durante tutta la settimana intergalattica ha nutritole persone presenti con pasti preparati in autogestione, semplici e a prezzo libero e il cui Il ricavato servirà a nutrire le lotte di domani nella zona di Nantes e non solo.

I migranti presenti sia come animatori delle mense popolari che come partecipanti al dibattito hanno ribadito l’importanza di luoghi comuni in cui vivere e discutere senza lasciare nessuno indietro, hanno spiritosamente raccontato come di fronte ad alcune “anime buone “ che portando dei cibi e vestiari si stupivano di trovare solo migranti neri hanno provveduto facendoli parlare con due Tuareg bianchi.

Hanno altresì denunciato installazioni come il Muos in Sicilia che non solo danneggino il territorio in cui sono istallate e avvelenino la popolazione che li abita, ma siano i luoghi da cui si aggredisce il pianeta come nel caso della Libia.

Una settimana intensa di riflessione teorica, di lavoro comune, di festa, che ha dimostrato una volta di più come alcune categorie del nostro passato siano oggi inutilizzabili.
Come sia necessario pensare ad andare oltre alle grandi dimensioni urbane, come sia necessario ragionare su tempi lunghi di costruzione rivoluzionaria, sul sottrarre territori agli stati e come su questo sia importante studiare l’esperienza indigena e come la fiaccola dell’ insurrezione venga presa i mano dalle differenti lotte come faro destinato a rilanciare e a dare forza alle altre esperienze.

Come il capitalismo, finito il periodo in cui cercava di presentarsi con “un volto umano” oggi in ogni angolo del pianeta proponga nuove forme di fascismo, violenza e distruzione, devastando, cementificando, sfigurando corpi, esseri, territori, imponendo ovunque guerre e politiche securitarie.

In questa situazione le tante galassie che in questi giorni si sono incrociate – trasformando ciascuna collisione in fattore di unione, si sono date appuntamento nelle lotte in divenire:
contro l’estensione del cantiere Tav in Valle di Susa, il 29 e 30 Settembre per occupare nuovi terreni alla Zad, al prossimo G7 che si terrà nel Paese Basco e ovunque si accenderà un fuoco di resistenza perché sempre di più vi siano luoghi sottratti agli stati e tante “libere repubbliche” federate nella lotta.

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Autogestione versus homo oeconomicus https://www.carmillaonline.com/2018/02/15/autogestione-versus-homo-oeconomicus/ Wed, 14 Feb 2018 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43658 di Sandro Moiso

Guido Candela – Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, Elèuthera 2017, pp. 224, € 16,00

Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana. In un periodo di apparente tranquillità e [...]]]> di Sandro Moiso

Guido Candela – Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, Elèuthera 2017, pp. 224, € 16,00

Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana.
In un periodo di apparente tranquillità e crescita del mercato azionario, ma sostanzialmente turbolento in termini di investimenti e speculazioni, ciò potrebbe costituire un effetto non del tutto imprevisto e non così catastrofico.

Quello che colpisce, però, in questo caso è l’unanimità con cui tutti i commentatori economici, gli analisti finanziari ed esperti di vario genere, hanno messo al primo posto tra le cause dell’improvvisa caduta degli indici di borsa e dei valori azionari l’inflazione salariale risalita ai massimi da gennaio 2014, seguita dal timore di una nuova stretta della Fed sui tassi di interesse a marzo. Inflazione salariale ovvero aumento, spesso ancora soltanto previsto, dei salari.

Uno strano paradosso in base al quale se l’economia “va bene” il mercato azionario scende. Secondo Josh Barro: “Siccome l’economia sta migliorando e le imprese si stanno espandendo, la maggiore capacità produttiva porterà a un taglio dei prezzi per mantenere i propri clienti. E come conseguenza si dovranno pagare ai lavoratori salari più alti per gestire questa maggiore produzione.
Questa maggiore concorrenza per lavoratori e clienti significa prezzi più bassi, salari più alti e minori profitti per le aziende “.1

E’ davvero la prima volta in cui, in tanti anni di attenzione all’andamento economico dell’attuale modo di produzione, mi capita di vedere così spudoratamente dichiarato qual è il vero motore di ogni intrapresa economica e quale il suo avversario più indesiderato: profitto individuale (o di impresa) da una parte e miglioramento delle condizioni economiche di una parte consistente della società dall’altra. In altri termini l’interesse dell’1% contro quello del 99%. Anche se, è evidente, è l’implacabile forbice tra salari e profitti a ridisegnare ogni volta, e anche solo in prospettiva, il conflitto sociale. In altre parole lavoro salariato versus capitale.

Le “spontanee dichiarazioni” appena citate dimostrano la spudoratezza raggiunta negli ultimi anni dai rappresentanti politici, mediatici ed economici degli interessi del capitale di cui, pur rimanendo semplici funzioni, danno per scontato il predominio degli interessi e dei profitti su quelli della rimanente, e maggioritaria, umanità. Salariata o meno, occupata o meno. Arroganza che raggiunge, proprio qui in Italia, il suo massimo in alcune pubblicità per l’iscrizione ad alcuni licei, là dove si dovrebbe iniziare a formare la futura classe dirigente, in cui le scuole superiori si vantano, sul sito del Ministero della Pubblica (?) Istruzione, così: “Qui niente poveri né disabili né immigrati”.2

Per aggiungere poi al danno anche la beffa, però, occorre segnalare che nella realtà, come ha scritto Maurizio Ricci :

“L’82 per cento dei lavoratori americani continua a non vedere, ormai da due anni, la busta paga gonfiarsi di colpo. I salari di questi lavoratori, mese dopo mese, aumentano ad un ritmo che è la metà di quello registrato prima della crisi: 2 contro 4 per cento.
A fare saltare verso l’alto, a gennaio, la massa totale dei salari è bastato quello che si sono messi in tasca non i lavoratori in generale, ma manager e dirigenti. Il Wall Street Journal calcola che gli stipendi della fascia più alta di dipendenti sono aumentati, nell’arco del 2017, del 5 per cento. Lo 0,8 per cento in più solo a gennaio. Quanto basta per rinfocolare le polemiche sulla crescente ineguaglianza dei redditi.
Ma, forse, neanche di tutti i dirigenti. Scavando più a fondo, il Financial Times conclude che l’effetto busta paga di gennaio è, in buona misura, il risultato dei bonus generosamente distribuiti, a fine anno, nel settore finanziario. Al quotidiano della City non sfugge l’ironia della situazione: lo scossone in Borsa scatenato dagli operatori per il timore dell’inflazione è il risultato diretto dei generosi bonus che gli stessi operatori hanno intascato per aver cavalcato, nei mesi precedenti, il frenetico boom generato dall’assenza di inflazione”.3

Diventa così particolarmente interessante, se non addirittura necessaria, la lettura del testo pubblicato, pochi mesi or sono, da Elèuthera che pone al centro dell’attenzione il conflitto tra gli interessi egoistici dell’homo oeconomicus, così almeno come i teorici di vari modelli economici vogliono prefigurare il tratto distintivo dell’agire umano, e quelli della società nel suo insieme. Nel fare questo gli autori non possono naturalmente limitarsi agli aspetti economici dei rapporti intessuti all’interno della società per cui una parte significativa del testo, dichiaratamente di ispirazione anarchica, affronta anche i rapporti di potere e di organizzazione che si affiancano ai primi, giungendo ad una radicale critica dello Stato, in tutte le sue possibili forme.

Rovesciando la logica dell’”io” (dell’interesse egoistico individuale) in quella del “noi” (dell’interesse comune razionalmente gestito), gli autori oppongono all’homo oeconomicus l’homo reciprocans, scegliendo una delle definizioni che si danno all’interno della letteratura economica alternativa. Letteratura economica alternativa che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non appartiene soltanto al circuito dell’antagonismo, ma si manifesta in un gran numero di riviste, anche “istituzionali”, che vanno dal Journal of Behavioral and Experimental Economics (derivato dalle ricerche pubblicate agli inizi degli anni Settanta del XX secolo nel volume Research in Experimental Economics, a cura di Vernon L. Smith, e da quelli successivi pubblicati nella stessa collana) fino all’American Economic Review e a Nature e Science. A riprova dell’attenzione che anche il mondo accademico dimostra nei confronti di tutti i “possibili” comportamenti all’interno di una gestione delle risorse economiche e produttive considerata troppo spesso come univoca e scontata.

“L’economia sperimentale consente di investigare il comportamento umano in date condizioni simulate in cui avviene l’interazione tra due o più controparti: fra le molte situazioni su cui si indaga – la motivazione delle scelte, la definizione delle preferenze e perfino le questioni di ordine morale – vi sono anche quelle dell’altruismo e della volontà di cooperazione. La metodologia sperimentale fa riferimento appunto a esperimenti che realizzati in laboratorio riproducono degli scenari, quindi problemi in versione semplificata e in condizioni controllate. Sulla coerenza, adeguatezza ed efficacia degli esperimenti in economia […] vi sono dubbi e cautele, sostanzialmente non diversi da quelli che si avanzano nei confronti della ricerca sperimentale nelle scienze dure, riconducibili alla difficoltà di isolare le cause in laboratorio. Per l’economia si aggiungono altre e proprie difficoltà, alla pari di quanto avviene con le altre scienze sociali, imputabili alla non spontaneità del contesto umano”4

Il testo così indaga, in particolare nel quarto capitolo attraverso l’uso della teoria dei giochi applicata in tali contesti sperimentali, e comprova l’effettiva razionalità e i benefici derivanti dal comportamento dell’homo reciprocans, in opposizione alle teorie economiche dominanti che si ostinano a ritenere razionali soltanto i comportamenti collegati all’egoismo individuale. Giungendo così, ma tale considerazione è qui soltanto una semplificazione dovuta alla necessità di condensare in poche righe un discorso altrimenti ben più complesso, a definire un’”autogestione” delle risorse economiche che può liberamente manifestarsi soltanto all’interno di un modello in cui sia completamente assente lo Stato ovvero quell’insieme di rapporti di potere e di dominio che intervengono pesantemente nella definizione della normalità dell’agire economico basato esclusivamente sull’interesse individuale.

Nella forma-Stato odierna:

“Ogni barriera è crollata, ogni maschera caduta. Il government si dispiega nella sua potenza per mezzo di gruppi trasversali di potere, corporations, eserciti transnazionali, milizie private, agenzie finanziarie, climatiche, sanitarie.
Gli zapatisti dicono che l’idra capitalista ha perso alcune teste: lo Stato nazionale,il mercato interno, la politica classica, le frontiere nazionali, le classi politi che locali, la piccola e media impresa. Ne ha guadagnate altre però, tra cui quelle del consumo e dei poteri finanziari transnazionali con cui oggi le entità statali sono indebitate per alte percentuali del loro prodotto intero lordo. Il capitalismo non si è fatto più solo modo di produzione ma modo di vita.
La trasformazione dello Stato è data da una parte da una sua degenerazione, dalla perdita cioè delle sue caratteristiche di legittimità e costituzionalità così come delle sue prerogative di regolazione e garanzia, e dall’altra da un suo aumento di potenza, uno strabordare delle modalità coercitive pronte a invadere sfere prima non regolate gerarchicamente. Al ritirarsi dello Stato regolatore, garante e costituzionale fa da contraltare l’accrescimento dello Stato come dominio e government, che guadagna a sé spazi attraverso un meccanismo di accumulazione e per mezzo di attori anche formalmente non statali che occupano mercati «incivili». Il terzo datore di lavoro al mondo, dopo Wal-Mart e Foxconn, è la britannica Group 4 Security (G4S), corporation che sviluppa tecniche di controllo dell’ordine pubblico e di repressione del dissenso negli Stati Uniti e nel Medio Oriente e alla quale è appaltata la costruzione di recinzioni e muri (tra Messico e Stati Uniti, tra Cisgiordania e Israele), carceri private, scuole-blindate, centri di detenzione per migranti, così come la loro deportazione.”5

“L’autogestione, con le sue pratiche di organizzazione orizzontale di gruppi sociali, è chiamata così ad opporsi ai molteplici piani del government che, slegati da qualsiasi legittimità democratica, dominano progressivamente la vita sociale, secondo modalità transnazionali gerarchiche, oppressive e falsificanti. Lo fa dando spazio e consistenza a una volontà di libertà in grado di creare forme più o meno durature di organizzazione sociale, solidali, orizzontali e «acefale», che si oppongono alla ricerca esclusiva dell’interesse personale, alla sublimazione della competizione, all’assoggettamento psichico e fisico, in definitiva al dominio.”6

Soprattutto

“trasforma tutta la vita e i suoi ritmi: richiede infatti impegno e tempo quotidiani. Ma non è totalitaria. Non limita cioè il pluralismo e la possibilità di dissenso, tanto più che si occupa di porzioni, o settori, di società (al plurale), realizzando quanto le è possibile qui e ora, evitando accuratamente di provare a imporsi come modello che debba essere accettato da tutti. Non fa opera di colonizzazione.”7

I network economici e mediatici, il dominio delle agenzie finanziarie e delle banche, delle milizie privatizzate e delle compagnie energetiche potrà essere messo in discussione, pertanto, non dal risorgere dello Stato nazionale e dei suoi (orrendi) confini, ma soltanto dal dispiegarsi di una miriade di comunità libere, autogestite e confederate tra di loro nel pieno rispetto delle proprie autonomie. Autentiche macchie di leopardo distribuite su una tavola dal colore potenzialmente unico che, come tarli di libertà e uguaglianza sono destinate a corroderla e a farla crollare, insieme alle fasulle discipline economiche spacciate per scientifiche che ne sostengono e giustificano gli orientamenti repressivi . Come tante esperienze recenti, dal Chiapas al Rojava e dalla Val di Susa a Notre-Dame –des-Landes, hanno iniziato a fare.

Naturalmente il testo di Guido Candela, già docente di Politica economica e attuale professore Alma Mater nel Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna e Rimini, e Antonio Senta, ricercatore presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste e membro del comitato scientifico dell’Archivio Famiglia Berneri-Chessa di Reggio Emilia, amplia ancora moltissimo gli argomenti fin qui trattati e molti altri ancora ne propone, e proprio per tale motivo si pone come un testo di grande interesse anche per tutti coloro, come il sottoscritto, che non professano esclusivamente la fede anarchica.


  1. cfr. https://it.businessinsider.com/tre-spiegazioni-per-il-piu-grande-crollo-di-wall-street-in-termini-di-punti/ ma si veda anche https://it.businessinsider.com/tre-spiegazioni-per-il-piu-grande-crollo-di-wall-street-in-termini-di-punti/ e Massimo Gaggi, Lo sconto fiscale di Trump, l’aumento dei salari e quell’effetto boomerang, Corriere della sera 7 febbraio 2018  

  2. cfr. Repubblica.it, News del 7 febbraio 2018  

  3. Su Repubblica.it, Eurobarometro: L’illusione dei salari in crescita: tanto rumore, poca sostanza in busta paga, 10 febbraio 2018  

  4. Candela e Senta, La pratica dell’autogestione, pag. 81  

  5. op.cit. pp. 70-71  

  6. pp.71-72  

  7. pp. 68-69  

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Una nuova Comune (al centro dell’Inferno che viene) https://www.carmillaonline.com/2017/12/20/nuova-comune-al-centro-dellinferno-viene/ Tue, 19 Dec 2017 23:01:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42275 di Sandro Moiso

AA.VV. (a cura di Dilar Dirik, David Levi Strauss, Michael Taussig, Peter Lamborn Wilson), Rojava una democrazia senza stato, Elèuthera 2017, pp. 222, € 16,00

L’interessante e ricco di testimonianze testo di Elèuthera è pubblicato in un frangente molto delicato e drammatico delle vicende del Vicino Oriente. Infatti l’edizione ha preceduto di pochi mesi la dichiarazione di Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e le di poco precedenti dichiarazioni tese a costruire una sempre più stretta alleanza con l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo che, nascosta sotto un’operazione mediatica [...]]]> di Sandro Moiso

AA.VV. (a cura di Dilar Dirik, David Levi Strauss, Michael Taussig, Peter Lamborn Wilson), Rojava una democrazia senza stato, Elèuthera 2017, pp. 222, € 16,00

L’interessante e ricco di testimonianze testo di Elèuthera è pubblicato in un frangente molto delicato e drammatico delle vicende del Vicino Oriente. Infatti l’edizione ha preceduto di pochi mesi la dichiarazione di Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e le di poco precedenti dichiarazioni tese a costruire una sempre più stretta alleanza con l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo che, nascosta sotto un’operazione mediatica di maquillage attraverso l’entrata in scena del nuovo erede al trono saudita Mohamed bin Salman, tende alla preparazione di un più vasto conflitto, forse non ancora diretto per gli USA, con l’Iran e gli stati in cui il regime di Teheran rivela un certo peso politico e militare.

Contemporaneamente le dichiarazioni pubbliche del Ministro della Difesa russo sull’addestramento in chiave anti-Assad cui gli americani starebbero sottoponendo i combattenti dell’ISIS e di Al Nusra, fuorusciti da Raqqa poche settimane or sono, hanno ulteriormente contribuito ad aumentare le tensioni in un’area che potrebbe rivelarsi decisiva per lo scoppio definitivo di un terzo conflitto mondiale.

E’ infatti al centro di tale area conflittuale1 che si sta sviluppando l’esperimento di quella che David Graeber, in uno dei due testi che lo vedono coinvolto all’interno del libro, definisce come un’autentica rivoluzione.
Nel Rojava è infatti in corso una trasformazione dei rapporti sociali, economici e tra i sessi destinata sicuramente a lasciare il segno sui movimenti sociali a venire e a ridefinire i compiti di quella che sarà la Rivoluzione del futuro. Esattamente come l’esperienza della Comune di Parigi contribuì a ridefinire, attraverso l’azione dei suoi protagonisti, i compiti del movimento operaio ottocentesco e novecentesco. Così tanto da influenzare e costringere, all’epoca, ad affinare il proprio pensiero i teorici del socialismo rivoluzionario da Marx a Lenin.

Afferma Graeber a proposito del Rojava e della situazione attuale:

Nel corso degli ultimi trenta o quarant’anni, i capitalisti hanno compiuto uno sforzo enorme per diffondere la convinzione che gli attuali assetti economici – non il capitalismo, ma la specifica forma di capitalismo finanziario e semifeudale che conosciamo oggi – costituiscano l’unico sistema economico possibile […] Come risultato, il sistema ci sta crollando addosso proprio nel momento in cui sembra essersi persa la capacità di immaginare qualcosa di diverso.
Ebbene, sono convinto che nel gito di cinquant’anni il capitalismo non esiterà più in nessuna delle forme a noi familiari e, forse, in qualsiasi altra forma conosciuta.Qualcos’altro avrà preso il suo posto […] Per questo ritengo che, in quanto intellettuali, o semplicemente uomini pensanti, sia nostro dovere tentare quanto meno di immaginare quale aspetto potrebbe assumere qualcosa di migliore. E se esiste qualcuno che sta realmente cercando di costruirlo, è nostro dovere fornirgli il nostro aiuto.2

Tutte le testimonianze presenti nel testo di Elèuthera non solo configurano la radicalità dell’esperimento condotto dalle forze curde nei territori del Kurdistan occidentale compresi all’interno dei confini siriani, ma anche il fatto che tale esperimento si basa sulla precisa coscienza che una nuova e differente società egualitaria non possa prendere a modello nessuno dei sistemi organizzativi e produttivi che sono già appartenuti al modo di produzione capitalistico e alla società borghese o che ad essa si sono ispirati.

Da cui derivano non solo la necessità dell’abolizione dello Stato centralizzato e nazionale ma, già nel corso della “rivoluzione” stessa, anche della sua sostituzione con organismi eletti e controllati dal basso a tutti i livelli (giustizia, sicurezza, difesa). Accanto a questa sostituzione federalistica e “comunale” delle strutture statuali deve però essere costruita in corso d’opera una società che non rinvii a “dopo” la questione della parità dei sessi e dell’eguaglianza dei diritti ed economica, ma che già realizzi tali principi nella vita quotidiana e materiale della società in transizione.

I differenti saggi contenuti nel testo curato da Dirik, Levi Strauss, Taussig e Lamborn Wilson toccano tutti i differenti aspetti di questa trasformazione in maniera sintetica, esauriente e convincente, dimostrando appunto che tale esperienza merita una straordinaria attenzione e mobilitazione da parte di tutti coloro che intendono opporsi all’imperialismo e al capitalismo su scala internazionale e a casa propria.

Proprio per questo motivo occorre però porsi alcune altre domande, che stanno alla base di un’altra affermazione contenuta nel discorso dell’antropologo inglese:

Non ho alcuna certezza che questa esperienza non venga schiacciata prima di arrivare a compimento, ma di certo lo sarà se si stabilisce in anticipo che nessuna rivoluzione è possibile, se ci si astiene dal darle un sostegno attivo, se addirittura la si attacca, contribuendo a isolarla ulteriormente, come fanno in molti.3

Occorre cioè non soltanto accettare acriticamente tutte le formulazioni e le scelta fatte sul campo dai combattenti e rappresentanti delle comunità del Rojava, ma anche contribuire a definire aspetti che nel contesto generale potrebbero risultare ambigui o, più semplicemente, contraddittori e confusi a causa della situazione d’urgenza.

Secondo la Encyclopaedia of Islam, il Kurdistan conta 190.000 km² in Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria, per cui l’area totale sarebbe di 392.000 km².
Per il Rojava quindi 12.000 km² con circa 4,6 milioni di abitanti (di cui circa la metà rifugiati) in un Medio Oriente che comprende una superficie di 7 milioni e 300mila km² e circa 402 milioni di abitanti.4

All’interno di tale area il Rojava rischia quindi, a priori, di essere schiacciato non solo dagli interessi dei colossi dell’imperialismo geo-politico (Stati Uniti e Russia), ma anche da quelli dei giganti nazionali e militari rappresentati dai maggiori competitor in loco (Turchia, Israele, Iran e Arabia Saudita, tralasciando per il momento l’Egitto che, con i suoi 90 milioni di abitanti, è il paese più popolato dell’intera area).

Un’area in cui alcune e non secondarie questioni solo apparentemente nazionali (valgano per tutte quelle palestinese e curda in generale) potrebbero trovare nell’esempio kurdo un valido esempio per l’azione e l’organizzazione sociale, con forme di federalismo in grado di metter in relazione e contribuire all’alleanza di settori di popolazione estremamente differenti tra di loro per lingua, etnia, religione e situazione socio-economica.
Un esperimento, quindi, che non può davvero ricevere l’approvazione o la simpatia autentica di alcuni stati (vedi ad esempio Israele) che pur fingono di appoggiare i combattenti curdi o garantire il loro totale appoggio futuro (si pensi alla politica statunitense del divide et impera ). Né tanto meno l’aiuto di quelle forze di stampo sciita, che pur si contrappongono all’Isis e ai giochi saudito-israeliani nell’area, ma in chiave filo-iraniana.

Un errore di fiducia in tal senso potrebbe infatti costare molto caro ai curdi del PKK di Abdullah Öcalan e del Partito democratico del Kurdistano (PYD) e alle sue unità, femminili e maschili, di autodifesa. Un errore che è possibile intravedere in un’intervista, sicuramente interessantissima e chiarissima nei suoi scopi, rilasciata recentemente da Riza Altun (membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) ), in cui l’intervistato si sofferma ripetutamente sul paragonare l’alleanza tattica attuale con gli Stati Uniti con quella stabilita durante il secondo conflitto mondiale tra l’Unione Sovietica di Stalin e le potenze occidentali.5

In tal modo si rischia infatti non soltanto di far rientrare dalla finestra l’esperienza stalinista appena cacciata dalla porta con le scelte coraggiose operate dal PKK e dal suo leader, ma anche di paragonare l’attuale guerra di liberazione rivoluzionaria del Rojava alla condotta, sostanzialmente ispirata dalle logiche nazionaliste ed imperialiste, dell’URSS stalinizzata nel corso del secondo conflitto mondiale. Sopravvalutando allo stesso tempo la potenza militare delle forze curde, assolutamente inferiori per armamenti, numero di combattenti e potenziale produttivo alla macchina bellica messa in atto in Russia tra il 1942 e il 1945.

Oltretutto in un contesto in cui l’aiuto americano alle forze curde potrebbe trasformarsi rapidamente nel suo contrario qualora i giochi diplomatici internazionali richiedessero agli Usa di tornare sui propri passi, nel tentativo di recuperare l’appoggio dell’attuale Saladino islamico Erdogan. L’equilibrio attuale che vede infatti la Turchia pericolosamente schierata “a fianco” della Russia di Putin e contro Gerusalemme capitale dello Stato israeliano potrebbe infatti essere rimesso in discussione da una significativa offerta di espansione territoriale illimitata in Siria e a spese dell’indipendenza del Rojava.

L’esperienza, per quanto sconfitta dolorosamente, della Comune di Parigi del 1870/71 sembra quindi più appropriato dal punto di vista storico e più interessante come paradigma politico.
Dal punto di vista storico perché l’esperienza della Comune si sviluppò in un contesto molto simile: all’interno di una nazione militarmente sconfitta da un avversario più forte, la Prussia bismarckiana, una frazione significativa della sua popolazione, gli abitanti della capitale francese, insorse per determinare la propria indipendenza e il proprio futura. Ridisegnando le condizioni del conflitto di classe a venire, in cui le forze socialiste e proletarie, a differenza del 1848, non avrebbero mai più dovuto affiancare in Europa le aspirazioni borghesi.

Dal punto di vista politico perché il modello Rojava potrebbe essere fonte di ispirazione non solo per le altre esperienze in cui si confondono la lotta in difesa del territorio e dell’ambiente e lotta di classe, dalla Val di Susa all’esperienza francese della ZAD o al Chiapas, ma anche per tutte le questioni politico-territoriali ancora irrisolte in Medio Oriente, dalla Palestina al Libano e allo stesso Kurdistan extra-siriaco.6 Facilitando l’estendersi di una maggiore solidarietà internazionalista “dal basso” più che le sempre incerte ed oscure, nelle loro finalità ultime, alleanze “dall’alto”.

Naturalmente questi rapidi appunti non intendono assolutamente avere la pretesa di opporsi alla politica portata avanti dal PYD e dalle sue forze di autodifesa, né tanto meno criticare l’aiuto e il sacrificio con cui molti rivoluzionari provenienti dal resto del mondo stanno contribuendo alla causa del Rojava. Anzi, al contrario di ciò che schematici e settari rappresentanti delle vecchie ideologie politiche novecentesche continuano a fare criticando e insultando di fatto la lotta e le scelte del PKK e del PYD, intende piuttosto essere un contributo, anche se limitato, ad una causa che oggi come poche altre può indicare davvero una nuova via per la rivoluzione sociale.7

In tal senso i quattordici capitoli di questo prezioso e sintetico libretto, ognuno dedicato ad uno degli aspetti della rivoluzione in Rojava, possono così rivelarsi illuminanti, stimolando i lettori verso quel coraggio di immaginare che Dilar Dirik invoca nell’ultimo. Last but not least il titolo che rinvia al problema centrale di quanto detto fino ad ora: l’impossibilità di realizzare una vera democrazia all’interno dello Stato così come è venuto a formarsi all’interno delle necessità storiche, economiche e nazionali definite dallo sviluppo del capitalismo stesso.
Infatti un’autentica democrazia dal basso impone di spezzare la macchina statale non al termine del percorso rivoluzionario, ma mentre è ancora in corso d’opera. Così come realizzò, anche se per un tempo brevissimo, la Comune di Parigi fornendo, come si è già ricordato, un fondamentale insegnamento per le pagina più ispirate di Marx8 e Lenin9 sull’argomento.


  1. Si confrontino, solo per citare alcuni precedenti interventi sul tema: https://www.carmillaonline.com/2017/04/07/yankee-doodle-goes-to-war/ ; https://www.carmillaonline.com/2016/07/25/ucuncu-dunya-savasi/ ; https://www.carmillaonline.com/2014/08/22/world-war-zombie/ ; https://www.carmillaonline.com/2013/09/10/war/ ;
    https://www.carmillaonline.com/2015/04/06/la-bomba-iraniana/ ; https://www.carmillaonline.com/2016/11/16/laboratorio-rojava/  

  2. David Graeber intervistato da Pinar Ögünç, No, questa è un’autentica rivoluzione, in Rojava una democrazia senza stato, pag. 95  

  3. Graeber, op.cit. pag. 94  

  4. Dati del 2014, mentre erano erano 240 nel 1990  

  5. http://www.uikionlus.com/altun-per-la-prima-volta-abbiamo-creato-zone-di-liberta-in-medio-oriente/ e http://www.uikionlus.com/altun-il-socialismo-non-puo-essere-costruito-con-gli-strumenti-del-capitalismo/  

  6. Si confronti: http://www.uikionlus.com/meglio-di-una-soluzione-con-uno-o-due-stati-sarebbe-una-soluzione-senza-stato/  

  7. Si confronti: http://www.uikionlus.com/il-partito-della-terzarivoluzione-del-kurdistan/  

  8. Karl Marx, La guerra civile in Francia  

  9. Lenin, Stato e rivoluzione  

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Z come Zapatismo. Il colore della terra https://www.carmillaonline.com/2017/09/20/z-zapatismo-colore-della-terra/ Tue, 19 Sep 2017 22:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40638 di Fabrizio Lorusso

[Racconto estratto da Nuova Rivista Letteraria (Semestrale di Letteratura Sociale fondato da Stefano Tassinari) n. 15 (n. 5 Nuova Serie) del maggio 2017. Il numero della rivista ha 21 testi letterari, uno per ogni lettera dell’alfabeto, dedicati ai vari tentativi rivoluzionari e di trasformazione sociale della storia]

Sono il primo di tanti passi degli zapatisti a Città del Messico

e in tutti i luoghi del Messico. Speriamo che tutti voi camminiate insieme a noi.

Comandanta Ramona (1959-2006), EZLN, 1996

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di Fabrizio Lorusso

[Racconto estratto da Nuova Rivista Letteraria (Semestrale di Letteratura Sociale fondato da Stefano Tassinari) n. 15 (n. 5 Nuova Serie) del maggio 2017. Il numero della rivista ha 21 testi letterari, uno per ogni lettera dell’alfabeto, dedicati ai vari tentativi rivoluzionari e di trasformazione sociale della storia]

Sono il primo di tanti passi degli zapatisti a Città del Messico

e in tutti i luoghi del Messico. Speriamo che tutti voi camminiate insieme a noi.

Comandanta Ramona (1959-2006), EZLN, 1996

Città del Messico, 30 giugno 2018

A ventiquattr’ore dal voto di domenica primo luglio nel quartier generale del candidato AMLO, acronimo che distilla il suo lungo nome completo, Andrés Manuel López Obrador, si respira già aria di vittoria. Sarebbe la prima volta nella storia per un partito di sinistra a livello nazionale. Le bandiere del Movimento di Rigenerazione Nazionale o MoReNa, il partito creatura del leader, sventolano un po’ ovunque nella capitale messicana che, da sempre, è la roccaforte delle varie anime del centrosinistra.

Nei sorrisi compiaciuti dei militanti s’incarna l’allegria, la catarsi dopo quasi vent’anni di sconfitte elettorali e frustrazioni. Nelle pupille brillanti di alcuni stretti collaboratori del probabile futuro presidente, dato in testa da tutti i sondaggi e sostenuto dalle grosse catene televisive nazionali e persino da un discreto numero di magnati, progressisti dell’ultimo minuto, s’intravvedono, tra lacrime di gioia e di tensione, le prefigurazioni archetipiche di poltrone ministeriali e seggi parlamentari. C’è voglia di cambiamento.

Finalmente, come più volte ha ripetuto AMLO nei comizi della campagna elettorale, “la terza è quella buona”, per cui dopo essere stato sconfitto prima nel 2006 dal catto-conservatore Felipe Calderón e dai brogli elettorali del suo partito, Acción Nazional (PAN), e poi nel 2012 dal tele-candidato idiotizzato Enrique Peña Nieto, è arrivato il momento del riscatto.

Rifondare il Paese, sconfiggere la corruzione e invertire la rotta intrapresa nel 1982 con l’inizio delle selvagge riforme neoliberiste e lo smantellamento dello Stato: questo, in un tweet, il riassunto del programma, o meglio degli slogan, della sinistra che fa riferimento a MoReNa.

L’altra sinistra parlamentare, cioè una ex sinistra che secondo alcuni sondaggi diventerà anche ex parlamentare, visto che rischia di sparire dalla mappa elettorale, è quella del PRD, il Partido de la Revolución Democrática. Nel 1997 riuscì nell’impresa di espugnare Città del Messico, bastione del PRI (Partido Revolucionario Institucional), egemonico in tutto il Messico e nella capitale per 70 anni nel secolo XX, e da allora l’amministra. Andrés Manuel è stato sindaco della megalopoli dal 2000 al 2005 e poi è stato il candidato del PRD alle presidenziali per due botte consecutive, entrambe perse. Questa volta, però, le cose vanno diversamente, il leader fa da sé ed è certo di vincere.

 

 

Siamo riflessione e grida

Subcomandante Marcos, Città del Messico, 11 marzo 2001

Marzo 2001, Colore della Terra e Autonomia

“Comincia questa marcia oggi, che la luna è nuova, affinché la terra dia infine i frutti della giustizia per coloro che sono il colore della terra. Comincia la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra”. Il comunicato, inviato dalle montagne del Sudest messicano il 24 febbraio, è firmato dal Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e annuncia una marcia in partenza dal meridionale stato del Chiapas. “Che il mondo sia finalmente il luogo di tutti e non la proprietà privata di chi possiede del denaro il colore e l’immondizia. Un mondo con il colore dell’umanità”, prosegue.

(foto: La Jornada-Heriberto Rodríguez)

L’EZLN arriva dal Sud per parlare alla gente nelle piazze e ai parlamentari che stanno discutendo la Ley Cocopa, inviata dal presidente alle Camere. La norma dovrebbe recepire in Costituzione gli Accordi di San Andrés del 1996, che danno personalità giuridica ai popoli indigeni, e aprire uno spiraglio per la risoluzione del conflitto cominciato nel 1994, quando gli zapatisti in armi occuparono cinque città, facendo risuonare globalmente il loro grido di degna rabbia e ribellione: “¡Ya Basta!”, adesso basta.

La povertà in terra azteca esplode ciclicamente e persiste. E anche le disuguaglianze aumentano, il Messico negli anni ’90 s’era “globalizzato” ma era stato assimilato al cinquantunesimo stato dell’Unione Americana. Il presidente neoliberista Carlos Salinas parlava invece di una Paese che stava entrando al “primo mondo”. “Vale la pena, compatrioti, per il bene della nostra grande nazione; è per il Messico”, aveva detto celebrando l’entrata in vigore, il 1 gennaio 1994, del NAFTA, trattato di libero commercio dell’America del Nord. Ma non tutti e tutte la pensavano come lui.

Nonostante la militarizzazione, le aggressioni paramilitari e la guerra di bassa intensità del governo, sette anni dopo l’insurrezione, gli zapatisti continuano a lottare. L’11 marzo 2001 la più grande piazza e cuore politico del Paese, lo zocalo, li riceve, stipata di gente come mai prima per accompagnare da vicino le loro richieste di riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni al governo Fox.

“Fratello, sorella indigena. Fratello, sorella non indigena. Qui siamo per dire che qui siamo. E quando diciamo ‘qui siamo’, anche il diverso nominiamo. Fratello, sorella che sei messicano e che non lo sei. Con te diciamo ‘siamo qui’ e con te siamo. Fratello, sorella indigena e non indigena. Uno specchio siamo”, le parole di Marcos hanno rotto il silenzio e il sole inclemente preannuncia l’eterna primavera dell’altopiano. “Non siamo quelli che, ingenui, aspettano che dall’alto arrivi la giustizia che cresce solo dal basso, la libertà che si conquista solo con tutti, la democrazia che viene combattuta sempre e a tutti i livelli. Non lo saremo”. Una folla attenta e silenziosa ascolta le parole dei ribelli.

Avenida Universidad, la grande arteria viale che collega il centro della capitale alla città universitaria, sede dell’ateneo più grande d’America, è trafficata e in ebollizione. Gli zapatisti pernottano nelle islas, cioè le isole di prati e piazzali dell’Università Nazionale Autonoma che sono chiuse esternamente dagli edifici delle facoltà, dal palazzo del rettorato e dalla biblioteca centrale, imponente coi suoi dodici piani d’altezza e la facciata esterna decorata da un mosaico del muralista O’Gorman. Anche qui, un giorno dopo la manifestazione del zocalo, gli zapatisti raccolgono intorno a sé migliaia di sostenitori.

Uno studente francese, in Messico per uno scambio e per provare a fare una tesi, legge il comunicato della marcia su un volantino distribuito dai compagni dell’università. Ne copia alcuni estratti e li trasferisce a caratteri cubitali su un foglio di cartone. Lo fissa a un tavolo piazzato nel mezzo del cortile condominiale e comincia a distribuirne delle copie ai passanti. Appiccica anche un invito scritto su un rettangolo di stoffa ricavato da un lenzuolo: “Raccolta viveri in solidarietà con gli zapatisti: vestiti, riso e fagioli sono benvenuti”.

Gli indigeni in lotta hanno percorso il Paese, facendo più di seimila chilometri, e sono giunti a Città del Messico dopo tre settimane di viaggio. Hanno bisogno di cibo e indumenti.

Un’anziana signora s’avvicina al giovane studente, lo squadra e lo increpa: “Ci mancava solo gente da fuori che viene qui a immischiarsi nelle questioni politiche del Paese, ricorda che possiamo chiedere l’espulsione per quelli come voi, lo dice la Costituzione!”.

“Perché non si toglie il chip xenofobo dalla testa?”, risponde il giovane che, alterato ma non spaventato, non viene nemmeno capito e riceve in cambio una smorfia. Fino a pochi minuti prima era in compagnia di due compas messicani che, in qualche modo, coprivano la sua presenza, ma poi era rimasto solo in balia degli sguardi scocciati di alcuni condomini destrorsi e degli anatemi di una vecchia antizapatista.

Intanto gli zapatisti, mentre il parlamento litigava sul da farsi, erano tornati in Chiapas. Il 28 marzo una delegazione di ventitré comandanti torna nella capitale. Una donna prende la parola di fronte all’intero Paese, nel palazzo del potere legislativo: “Soffriamo tre volte perché siamo donne, siamo indigene e siamo povere”, incalza. “Veniamo qui per essere ascoltati e ad ascoltare e dialogare”, ribadisce. E’ la comandanta Esther. Marcos non entra, parlano gli altri. La sua assenza è strategica, intelligente. Lo spazio della poesia e dei comunicati viene occupato dalle ragioni della lotta e della marcia e il Sub solo spiega che “oggi la guerra è un po’ più lontana e la pace con giustizia e dignità un po’ più vicina”.

Un mese dopo i partiti che hanno la maggioranza dei due terzi in parlamento, con la quale è possibile modificare la Costituzione, sono il dinosauro PRI e il PAN, arrivato a vincere la presidenza con Vicente Fox l’anno prima, e votano una controriforma che tradisce la lettera e le intenzioni degli accordi. Un PRD diviso e schizofrenico vota contro alla Camera e a favore al Senato, ma la riforma passa comunque. Allora gli zapatisti chiudono con la politica dei palazzi, le loro Basi di Appoggio si stringono intorno alla Comandancia per concretizzare nei fatti, non più nelle leggi, l’autonomia e fondare le comunità dei caracoles.

Passano gli anni, nel 2006 il presidente Calderón lancia una suicida strategia di “guerra al narcotraffico” che lascia sul campo, in un decennio, 200mila morti e 31mila desaparecidos. Ma in Chiapas una nuova generazione zapatista è pronta. Il subcomandante Marcos decide di uscire di scena, dichiara la sua morte e si trasforma in Galeano nel maggio 2014, pochi giorni dopo il brutale assassinio, perpetrato da paramilitari, del maestro e compagno José Solís López, noto appunto come Galeano. “Pensiamo che sia necessario che uno dei nostri muoia affinché Galeano viva”, è la spiegazione che dà Marcos. Il subcomandante Moisés diventa il nuovo portavoce. Marcos annuncia la sua “destituzione” e, parlando delle origini della sua figura pubblica, scrive: “Iniziò così una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un malizioso trucco del nostro cuore indigeno, la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione. Incominciò allora la costruzione del personaggio chiamato Marcos”. Adesso non c’è più, largo alle nuove generazioni.

 

 

Facciamo un appello a tutti e tutte a non sognare, ma a fare qualcosa di più semplice e definitivo: vi chiediamo di risvegliarvi.

Subcomandante Marcos, gennaio 1999

San Cristóbal de las Casas, Universidad de la Tierra, 14 ottobre 2016

“Che tremi nei suoi centri la Terra”, il comunicato viaggia intergalatticamente dalla selva lacandona del Chiapas allo spazio. “Ci dichiariamo in assemblea permanente e consulteremo in ognuna delle nostre geografie, territori e direzioni l’accordo di questo Quinto CNI, per nominare un consiglio indigeno di governo la cui parola sia incarnata da una donna indigena”. Il Congresso Nazionale Indigeno (CNI), spazio d’incontro e di organizzazione del movimento indigeno a livello nazionale fondato nel 1996 e alleato dell’EZLN, spiazza tutti con la proposta di una candidata donna e indigena per la presidenza. “Ratifichiamo che la nostra lotta non è per il potere, non lo cerchiamo, bensì che chiameremo i popoli originari e la società civile a organizzarsi per bloccare questa distruzione, rafforzarci nelle nostre resistenze e ribellioni, ovvero nella difesa della vita di ogni persona, ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere. Costruire la pace e la giustizia rifinendoci dal basso, da dove siamo ciò che siamo”.

“Ciao, ma hai sentito? Hai letto? Il CNI ci prova per combattere la spoliazione dei territori e delle comunità, la ‘questione indigena’ torna al centro”, il tono della voce è concitato. Lo studente, che intanto ha finito la tesi di laurea e frequenta un dottorato, ascolta e chiude gli occhi per concentrarsi. Fa appena in tempo a capire chi è l’amico dall’altra parte dell’apparecchio che viene subito incalzato: “Adesso c’è un’alternativa al sistema politico dominante!”. Dopo la rottura degli zapatisti col sistema politico e le istituzioni il francese, che è rimasto in Messico a vivere, non sa bene cosa pensare ed il suo pessimismo è quasi cosmico: “Sì, ok, ma a te come va? Ho visto un po’ le notizie, infatti, per la prima volta nella storia qua possono presentarsi candidati indipendenti fuori dei partiti, ma devono tirar su 800mila firme, ma poi con chi governano senza gente in parlamento?”. “Va beh, ma è comunque una cosa storica, mai vista, dai”, insiste l’amico al telefono. “Lo so, stiamo a vedere, c’è già chi pensa che vogliano fare un governo ombra o simili, non ho capito”, vagheggia lo studente. “Ne parliamo bene dopo, facciamo un’assemblea, qualcosa…”, conclude il chiamante. “Claro, claro, un abrazo a presto!”, si svincola lo studente. Stenta a credere alla notizia, è sorpreso, pure felice, ma confuso. La politica messicana fa perdere facilmente la bussola anche a chi la mastica da tanto.

Da subito sono feroci le reazioni dell’intellighenzia progressista e di partiti come il PRD e MoReNa che hanno paura di perdere voti a sinistra e già incitano “il popolo” al “voto utile” per bloccare le destre. D’altra parte c’è invece chi rivendica il diritto di chiunque a candidarsi, specialmente se si tratta di organizzazioni storicamente escluse. Il loro obiettivo è comandare obbedendo tramite un consiglio indigeno di governo e una presidente-portavoce scelta dalle basi. I giornali di regime accusano gli zapatisti e il CNI di essere dei provocatori e di non avere speranze. Il dibattito s’accende, ed è un primo importante risultato per i popoli originari organizzati.

Io lotto per ideali e cerco la trasformazione del Messico per via pacifica

Il voto è l’unica arma che ha il popolo per far sì che le cose cambino

Andrés Manuel López Obrador

Città del Messico, 2 luglio 2018

E’ notte, quasi la mezza. Piove a volontà. Il leader è solo. Rivede le schermate coi risultati. Ride, ha gli occhi lucidi e pensa al da farsi. Gli hanno detto di stare tranquillo, dopo l’infarto di cinque anni fa il suo cuore ha bisogno di meditazione. Sedici ore di lavoro, tre comizi al giorno, emozioni a raffica e una campagna elettorale permanente che dura da più di dieci anni stenderebbero chiunque. AMLO ha fatto quattro volte il tour completo di tutti i comuni del Messico, la sua esperienza sul territorio è preziosa e il suo team ha molti talenti, soprattutto nel campo della cultura e delle politiche sociali.

Il leader ha chiesto a tutti d’uscire dalla stanza. Ancora non ci crede. Convoca i suoi collaboratori a una reunión urgente per gestire al meglio le prime dichiarazioni alla stampa. Su 89 milioni di aventi diritto, ieri hanno votato i due terzi, è stata l’elezione più partecipata della storia. Ma Andrés Manuel non ha vinto. Nessun partito ha vinto.

L’istituto elettorale ha comunicato i dati del conteggio preliminare: AMLO ha preso il 25%, Margarita Zavala, moglie del guerrafondaio Calderón, il 17%, Osorio Chong, del PRI, il 13%, gli indipendenti l’1% e Mancera, del PRD, il 9%. La candidata dell’EZLN e del CNI ha sconfitto i contendenti e blinda la presidenza col 35% dei voti. Il consiglio di governo indigeno l’accompagna, s’insedierà il primo dicembre. Nessun pronostico, nessun indovino, l’aveva financo immaginato. In parlamento, solo MoReNa ha raggiunto una maggioranza che, sebbene risicata, può decidere se sostenere la presidenta o affogare il Paese nel caos.

La stampa viene fatta entrare. AMLO è stanco ma tranquillo. “Che intende fare?”, un reporter de La Jornada lo interroga. Il politico aveva promesso che si sarebbe ritirato a vita privata in caso di sconfitta. “Abbiamo vinto – spiega – ma abbiamo soprattutto perso, perché ero solo io il centro, il partito, ma adesso per MoReNa è giunta l’ora di comandare obbedendo e sostenere il cambiamento”.

Nel frattempo una folla spontanea, immensa e festante inonda Insurgentes e Reforma, le maestose avenidas che tagliano a croce la capitale messicana da nord a sud e da est a ovest. Il rituale è impressionante. Un eterno studente passeggia per il centro, non sembra nemmeno più uno straniero dopo tanti anni, con la sua barba incolta e la pelle bronzea nella perenne primavera messicana. Ha visto tanti colori della terra in questi anni, ha visto la polvere del Messico tingersi di sangue e la speranza ingrigirsi di pallottole e macabri conteggi di vittime. Ma oggi, come nel novantaquattro, sono colorate e ribelli le grida che s’inzuppano di pioggia nel giubilo. Vede aprirsi le nubi, si siede, scorge l’ombelico della luna e sa di non essere più solo mentre aspetta l’alba della verità e della giustizia.

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La Storia di ieri, oggi e domani https://www.carmillaonline.com/2017/05/11/la-storia-ieri-oggi-domani/ Wed, 10 May 2017 22:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38154 di Sandro Moiso

notav-6 maggio 2017 ASinistra è combattere il fascismo. Sia quello nazionalista, che quello globalista, che oggi si contendono il pianeta” (Alessandra Daniele)

Nello scorso week-end, nei giorni 6 e 7 maggio, si sono svolti due eventi che non potrebbero essere più lontani tra di loro per numero oggettivo di partecipanti, rilevanza data loro dai media nazionali ed internazionali e peso rivestito a livello istituzionale. Naturalmente si tratta, in primo luogo, delle elezioni presidenziali francesi, cui la società dello spettacolo ha saputo dare e programmare tutta l’importanza che meritavano a livello di opinione pubblica.

Mentre il secondo, quasi [...]]]> di Sandro Moiso

notav-6 maggio 2017 ASinistra è combattere il fascismo. Sia quello nazionalista, che quello globalista, che oggi si contendono il pianeta” (Alessandra Daniele)

Nello scorso week-end, nei giorni 6 e 7 maggio, si sono svolti due eventi che non potrebbero essere più lontani tra di loro per numero oggettivo di partecipanti, rilevanza data loro dai media nazionali ed internazionali e peso rivestito a livello istituzionale.
Naturalmente si tratta, in primo luogo, delle elezioni presidenziali francesi, cui la società dello spettacolo ha saputo dare e programmare tutta l’importanza che meritavano a livello di opinione pubblica.

Mentre il secondo, quasi invisibile a livello giornalistico e mediatico, se non sulle pagine locali di alcuni quotidiani nazionali oppure sui siti antagonisti, è stato costituito dalla marcia tenutasi in Val di Susa, da Bussoleno a San Didero, contro il modello di sviluppo basato sulle grandi opere e sulla devastazione del territorio, di cui naturalmente l’alta velocità ferroviaria costituisce l’apripista e la punta di diamante.
Eventi lontani tra di loro, si diceva, il cui raffronto appare, ad uno sguardo disattento e superficiale, improponibile. Eppure, eppure…

La Storia di ieri e di oggi
Nel primo si sono apparentemente scontrati il passato e il presente della società e della sua conduzione economica e sociale.
L’internazionalismo finanziario, di cui Emmanuel Macron è stato il campione, e il nazionalismo della passata grandeur francese di cui Marine Le Pen è stata la pulzella destinata al rogo mediatico e politico.

macron-le-pen Un capitalismo che può sopravvivere soltanto abbattendo qualsiasi barriera economica e nazionale, sostituendo i governi e le borghesie nazionali con tecnocrati, dipendenti diretti della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale, il cui potere è inversamente proporzionale alla loro nullità propositiva e politica, ha cercato e ottenuto il consenso dei subordinati, sbandierando il fatto di essere il campione dei diritti contro il pericolo delle derive populiste e fasciste.
Che, a ben guardare, non sono altro che l’altra faccia del capitalismo, le cui ragioni di esistenza stanno soltanto nella difesa dei confini, del mercato nazionale e nell’innalzamento di barriere protettive, senza tuttavia negarsi la possibilità di abbattere quelle altrui.

Un capitalismo, il primo, che, nella sua suprema fase finanziaria, non tollera più alcun limite giuridico ed alcuna forma di mediazione politica ed istituzionale, ma che si scontra quotidianamente con le sue contraddizioni. Un capitalismo che macella gli uomini, le donne e l’ambiente per sostituirli con macchine e realtà virtuali che, a loro volta, lo limitano non essendo in grado di consumare il prodotto che sta alla base della realizzazione del valore.

Confermando una marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto portata ormai alle sue estreme conseguenze cui né la speculazione finanziaria né, tanto meno, il sovraconsumo delle classi che si accaparrano la ricchezza socialmente prodotta possono contrastare. Destinato a creare, in prospettiva, una società di proletari destinati a vivere di panem et circenses come nell’antica Roma imperiale; una autentica plebe schiavizzata, più che dal lavoro, dalla dipendenza dalle elemosine di Stato (bonus, reddito di cittadinanza et similia) che domani potrà trasformarsi in elemosina tout court. Con tanto di benedizione papale affinché il consumo possa continuare all’infinito.

Una realtà già presente, proprio nei paesi un tempo al centro dell’imperialismo, cui si contrappongono ideali nazionalisti e conservatori che fanno della Terra e del Lavoro, unite idealmente nella Patria e nel prodotto nazionale, la base di una protesta perdente e fascistoide. Destinata soltanto a portare alla rovina reciproca le classi in lotta. Di cui guerre, razzismo, fondamentalismo religioso (cristiano, islamico ed ebraico), egoismo, disperazione, suicidi non costituiscono altro che la facciata più visibile.

Realtà, quelle rappresentate da Macron e dalla Le Pen, che i media e i commentatori politici accecati e asserviti si sforzano di presentare come novità, ma che non lo sono. La prima perché pienamente consequenziale ad un modello di sviluppo e ad una forma di produzione ampiamente prevedibile nel suo percorso fin dalla sua nascita. L’altra assolutamente inserita in tutto il percorso dei nazionalismi novecenteschi, di cui, come gran parte dei cosiddetti movimenti populisti, è la legittima erede.

francia-festa- Due modelli politici che rappresentano le due facce di una stessa medaglia, come hanno ben compreso e sintetizzato i francesi che hanno coniato lo slogan Ni patrie, ni patron! Ni Le Pen, ni Macron! E come le bandiere tricolori sbandierate in piazza dai sostenitori dell’uno e dell’altra hanno ulteriormente confermato. Due modelli che non sostituiscono rinnovandoli i partiti e gli schemi politici precedenti, ma che li assorbono e integrano al proprio interno, in attesa di un divenire economico, militare e politico piuttosto incerto.

Due modelli che il 37% dei francesi ha rifiutato, esattamente come al secondo turno delle elezioni presidenziali del 1969 quando, dopo le dimissioni di De Gaulle seguite alla sconfitta subita ai referendum da lui indetti per modernizzare la struttura dello Stato, il 31% dei francesi si astenne dal voto e un altro 6,5% votò con schede bianche o nulle. Mentre, invece, al secondo turno delle ultime elezioni si è astenuto il 25,5 % mentre più del 12% ha votato scheda bianca o nulla.

Certamente il gioco di una parte considerevole dell’attuale potere politico e bancario (Macron rispecchia magnificamente il processo di osmosi e di integrazione avvenuto tra i due poteri) è quello di portare una buona parte dell’elettorato a disinteressarsi completamente di ciò che avviene ai piani alti oppure a riporre le proprie rabbiose speranza in contenitori sostanzialmente vuoti e partecipi dello stesso gioco di conservazione dello status quo economico e sociale.

Ma questo gioco è estremamente pericoloso, poiché mentre per tutto il ‘900 il gioco delle parti ha finito con l’integrare le proteste e le lotte sociali all’interno dell’establishment, attraverso la sussunzione all’interno dello stesso dei partiti che avrebbero dovuto rappresentarle e difenderne gli interessi, oggi il processo di allontanamento da sé e dallo Stato messo in atto dalla rete dei poteri economico-finanziari non potrà avere altra conseguenza che la formazione di comunità nemiche degli stessi e auto-organizzate su altre basi, destinate a negare l’esistenza dell’attuale forma sociale di produzione e riproduzione.

La Storia di domani no-tav-6-maggio-2017
Questa, che è già Storia del domani, ha già iniziato da tempo a manifestarsi. Come la marcia in Val di Susa di sabato 6 maggio ha confermato.
Certo, a ben vedere, sabato scorso si è svolta soltanto una marcia da Bussoleno ai terreni recentemente espropriati nel comune di San Didero. Agli occhi di molti, quindi, una protesta locale. Ma quelle migliaia di persone che hanno manifestato (15.000 per gli organizzatori e, naturalmente, 4.000 per la Questura), sotto una pioggia battente e con la fiducia negli sguardi, rappresentavano qualcosa di più. Molto di più.

Come sempre erano presenti i rappresentanti dei vari comitati contro la costruzione della linea ad alta velocità Torino – Lione, sia italiani che francesi; ma ad essi si aggiungevano i comitati No Tap, contro le grandi navi nella laguna di Venezia, dei terremotati dell’Italia Centrale, della Terra dei fuochi, contrari alla costruzione di nuovi, inutili e dannosi aeroporti, le Brigate di solidarietà attiva e i rappresentanti di altre iniziative, sviluppatesi a partire da specifici territori, contrarie alla devastazione dell’ambiente, allo spreco delle risorse e alle mafie politico-economiche coinvolte nella realizzazione delle presunte grandi o piccole opere.

notav 6 maggio 2017 D Opere inutili e dannose, mancate ricostruzioni e devastazioni dei territori in nome del profitto e della speculazione finanziaria che ben rappresentano, ormai il percorso che i modernizzatori della società, da Renzi a Macron passando per Bruxelles e la Banca centrale europea, intendono mettere in atto. Opere e mancati provvedimenti che toccano ormai centinaia di migliaia di cittadini, forse milioni, già stretti nella morse della crisi economica, dello scarso e sottopagato lavoro e della fine di ogni garanzia.

Stiamo attenti: non diritto, ma garanzia. I diritti possono essere impunemente sbandierati, fin dagli albori delle Rivoluzioni borghesi, dagli affamatori di popoli. Il diritto al lavoro, per esempio e solo per citarne uno, non significa che il lavoro debba svolgersi entro certi margini di garanzia: afferma soltanto che tutti devono poter lavorare. Così il job act e tutte le sue trappole possono essere sbandierati come estensione di un diritto, concesso eliminando tutte le garanzie economiche, sindacali, previdenziali e assistenziali che lo hanno accompagnato per anni, grazie alle battaglie sindacali e alle lotte di classe.

Oggi con il discorso dei diritti, umani e generici, si devastano i territori, si favoriscono le mafie di ogni tipo, si abbassa il costo del lavoro, si annullano le differenze di classe (naturalmente soltanto nel discorso istituzionale), si ignorano le condizioni reali di esistenza di milioni di individui, si va alla guerra e si riducono le differenze di genere e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna ad un puro elemento di mancato ammodernamento della mentalità.1

notav 6 maggio 2017 E Bene, coloro che hanno partecipato alla marcia del 6 maggio, indipendentemente dalla regione di provenienza, sapevano tutti, amministratori, semplici cittadini e militanti, che così non si può più andare avanti e che altre scelte sono possibili e devono essere fatte. Amministratori, sindaci, cittadini non erano lì per una semplice manifestazione di protesta, né erano lì soltanto per manifestare la propria vicinanza alla più antica lotta territoriale italiana.

Erano lì per testimoniare che la lotta NoTav è diventata un modello di riferimento, sia politico che organizzativo. Un modello che ha saputo produrre solidarietà reale e non formale con militanti che sono stati o sono presenti ormai in più di una situazione di disagio (dai territori colpiti dal terremoto alla Puglia). Un modello che ha saputo dimostrare che si può costruire dal basso, by-passando partiti, sindacati e luoghi istituzionali decotti, un’autentica democrazia dal basso e una autentica capacità di resistenza e di lotta. Pienamente cosciente dei propri scopi e degli obiettivi da perseguire.

Una comunità umana cosciente e consapevole che, dalla valle subalpina, estende ormai la sua ramificazione organizzativa e la sua influenza lungo una linea rossa che va dal Piemonte al Veneto e dal Nord al Sud, fino alla Puglia, passando per il Centro devastato dai terremoti. Non più secondo un trito modello classista di Stato, ma attraverso l’unione delle comunità che lottano, per forza di cose, contro di esso.

Questa sembra essere la Storia di domani, ammesso che la specie voglia continuare ad avere una Storia e non voglia invece sprofondare nella catastrofe planetaria verso cui imperialismo economico, speculazione finanziaria e militarismo sembrano volerla indirizzare. Una Storia già raccontata in Francia dalla ZAD di Notre-Dame-des-Landes, oppure dai curdi del Rojava oppure, ancora, dall’EZNL del Chiapas messicano. Senza dimenticare le centinaia di fabbriche autogestite in Argentina e le lotte in difesa della terra e delle differenti colture in India e in Asia.

notav 6 maggio 2017 C Una rete mondiale di comunità su cui basare un nuovo internazionalismo e una nuova visione del futuro della specie, in cui la necessaria eguaglianza economica e il rapporto con l’ambiente non entrino in conflitto tra di loro; rafforzando le diversità e la comunione degli interessi allo stesso tempo. Non più basato su una semplicistica e riduttiva visione operaista e tecnocratica in cui le esigenze del lavoro e della produzione sono destinate a prevalere sull’ambiente e sulle differenti specie, umana compresa.

Un’utopia? Una bestemmia? Un superamento della forma stato oppure una ridefinizione dei suo compiti e dei suoi limiti nazionali e rappresentativi? Forse tutte queste cose insieme, ma tutto ciò è quello la realtà delle lotte ci propone di nuovo, senza dimenticare il passato e la Storia delle lotte contro il capitale e le sue istituzioni. Come diceva lo striscione che apriva il corteo: C’eravamo, ci siamo, ci saremo!

La Storia dell’altro ieri
Quelli che proprio non ci sono mai stati, che non ci sono e non ci saranno più stanno invece in quella che un tempo si chiamava Sinistra e che oggi assume un aspetto ed un significato sempre più ambiguo, se non molesto. Come gli autentici servi del capitale finanziario che hanno ancora una volta agitato lo spettro del fascismo per spingere gli elettori a votare per l’incarnazione vivente del dominio capitalistico, Emmanuel Macron, quasi che questo non fosse egli stesso un rappresentante della concentrazione finanziaria che da sempre si agita dietro al fascismo e all’imperialismo. Oggi malamente travestiti di diritti generici e da globalizzazione della miseria mondiale.

Una Sinistra, che definire opportunista è ancora troppo poco, che sembra ignorare che i governi nazionali e parlamentari sono già stati cancellati dalla storia, insieme alla democrazia rappresentativa e parlamentare, proprio dai campioni del modello che hanno difeso contro il pericolo fascista. Davanti ai quali i difensori dell’ammodernamento della Sinistra e dello Stato, come Manuel Valls, già si prostrano. Mentre altri correranno ancora ad inginocchiarsi, pur tra mille contorsioni ideologiche.

Una Sinistra incapace di cogliere come tale trasformazione del modello politico e contrattuale dell’attuale capitalismo non dipenda soltanto da scelte irrazionali e/o autoritarie, ma da un processo di accumulazione che, rallentato in Occidente, ha spostato l’asse produttivo in altre aree e continenti e che non può più contrattare con i lavoratori prebende che prima erano garantite dallo sfruttamento del proletariato internazionale. Il grasso che colava dallo sfruttamento di quelle classi operaie non entra più soltanto nelle tasche dell’Occidente, né ai piani alti, né, tanto meno, in quelli bassi.

Mentre un’altra Sinistra, meno significativa e che si ritiene alternativa alla precedente, continua tristemente a trascinare le proprie bandiere di partito all’interno delle manifestazioni, come è successo anche sabato a Bussoleno, scambiando il ruolo reale del movimento con qualcosa che possa e debba ancora essere guidato o sfruttato. Una propaganda politica che promette una conquista di un Palazzo d’Inverno che ormai non esiste più e che spera di cavalcare una tigre che nemmeno comprende. Magari cercando di spingere alla creazione di organismi fasulli, simili ai già fallimentari intergruppi degli anni ’70, per ridare fiato a sindacalisti e rappresentanti politici che ormai non rappresentano altro che se stessi. Rinviando all’infinito il problema del cambiamento e accontentandosi, troppo spesso, di testimoniare un avvicendamento di poteri sempre più ambiguo e lontano nel tempo.

N.B.
Il presente intervento è anche da intendersi come una risposta al Commissario di governo per la Torino-Lione, Paolo Foietta, che in un’intervista, pubblicata su La Stampa del 7 maggio 2017, ha affermato: “Ieri si è svolta una manifestazione che ha assunto carattere nazionale. Una marcia di tutti i movimenti del “no” contro qualcosa e infatti sono arrivati da mezza Italia. Si tratta di una svolta che prefigura la costruzione di un fronte del No che va oltre la Val di Susa e assume un carattere antipolitico e antigovernativo […] ma quella manifestazione è datata nelle parole d’ordine perché non prende in considerazione quello che è successo in questi anni


  1. Straordinario il commento del giudice istruttore di Trieste che si occupa del caso della neonata morta a seguito del suo abbandono, probabilmente ad opera di una ragazza sedicenne, in un campo alla periferia della città: “Sono cose da Sicilia degli anni ’40!” Nossignore, sono cose che capitano ora, adesso e qui nell’Italia della falsa modernità istituzionale e della miseria sociale.  

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EZLN: contro la fattoria-Stato e il suo fattore-capitale https://www.carmillaonline.com/2017/04/29/ezln-la-fattoria-suo-fattore-capitale/ Fri, 28 Apr 2017 22:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37902 di Perez Gallo

supGaleano[Tutte le foto sono di Felipe Perini] Gli scorsi 12, 13, 14 e 15 aprile, a San Cristobal de las Casas, Chiapas, presso le strutture dell’Unitierra Cideci, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha fatto il punto: sulla propria storia, su cosa vuol dire essere davvero anticapitalisti, sulla crisi del cosiddetto ciclo progressista in America latina, su ciò che significa l’elezione di Trump e il moltiplicarsi di frontiere, muri e fili spinati. E soprattutto, sulla proposta del Congresso Nazionale Indigeno di una candidatura indipendente per la [...]]]> di Perez Gallo

supGaleano[Tutte le foto sono di Felipe Perini] Gli scorsi 12, 13, 14 e 15 aprile, a San Cristobal de las Casas, Chiapas, presso le strutture dell’Unitierra Cideci, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha fatto il punto: sulla propria storia, su cosa vuol dire essere davvero anticapitalisti, sulla crisi del cosiddetto ciclo progressista in America latina, su ciò che significa l’elezione di Trump e il moltiplicarsi di frontiere, muri e fili spinati. E soprattutto, sulla proposta del Congresso Nazionale Indigeno di una candidatura indipendente per la contesa presidenziale nel 2018 e su come questa scelta, a dispetto di come in molti hanno pensato, non sia affatto incompatibile ai principi del comandare ubbidendo, ma sia piuttosto il tentativo di rinnovare la lotta contro la finca-Stato (fattoria-Stato) e il suo vero padrone-finquero (fattore), il capitale.

E’ questa la metafora “agricola” utilizzata dal subcomandante insurgente Moises il primo giorno di incontri, quella di una “fattorizzazione” del mondo sotto i comandi del capitale globale, che si serve delle classi politiche come il padrone della fattoria, il latifondista, si serve di maggiordomi e caporali.  Un capitale che mentre calpesta sempre più la sovranità nazionale dei popoli, moltiplica i muri per dividere i popoli stessi, come nel caso della barriera che il neo-presidente statunitense Donald Trump intende estendere lungo il confine messicano.

luís hernández navarro

Luis Hernández Navarro, direttore della sezione “Opinión” del quotidiano La Jornada

E mentre una vertente dell’incontro è stata l’analisi dei “muri del capitale”, un’altra è stata quella delle “crepe” che la sinistra deve saper aprire su quegli stessi muri.

Una categoria, quella di “sinistra”, che torna prepotentemente in auge nel discorso zapatista, dopo anni in cui il tradimento delle sinistre istituzionali in tutto il mondo, non ultime quelle latinoamericane, hanno gettato un tale discredito sul termine a cui dovunque, e sulla spinta della stesso EZLN, si era preferito la dicotomia alto-basso.

Ma forse solo gli zapatisti potevano essere in grado di dare nuovo vigore alla parola sinistra, e lo hanno fatto con discorsi chiari, con prese di posizione nette.

In primo luogo affermando una forte vicinanza con la rivoluzione cubana e con il suo defunto leader Fidel Castro, come fa tanto l’ospite d’onore Pablo Gonzales Casanova, 95enne ex rettore dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, quanto lo stesso Subcomandante Galeano (“Fidel Castro è il Maradona della politica internazionale”). Una vicinanza che, a ben vedere, sta nel dna degli zapatisti da quel lontano 1969, quando in varie parti del paese, e ispirati dalla rivoluzione di 10 anni prima, nascevano i nuclei guerriglieri delle Fuerzas de Liberaciòn Nacional, nel seno dei quali era nato proprio l’EZ nel lontano 1983 nel cuore della Selva Lacandona.

Pablo Gonzalez Casanova

L’intellettuale messicano Pablo González Casanova

Allo stesso modo, prendendo fortemente le distanze da quei progetti di sinistra di governo che si sono succeduti in vari paesi dell’America latina, fatti di estrattivismo, accordi con il gran capitale e una crescente cooptazione dei movimenti sociali. Progetti a lungo non adeguatamente compresi nella loro natura di continuità con le politiche neoliberiste, come ha segnalato il direttore della rivista Rebeldía Sergio Rodriguez Lascano, che ha evidenziato come dietro agli entusiasmi per i governi autoproclamatisi post-neoliberisti ci sia l’illusione diffusa secondo cui un sistema sociale si ridurrebbe alla forma di governo e a quell’altra illusione per cui il neoliberismo si possa considerare semplicemente a partire dalle politiche di distribuzione dei redditi. Progetti che oggi la sinistra istituzionale messicana, sotto le insegne del Movimiento de Regeneración Nacional e il suo leader Andrés Manuel Lòpez Obrador, vorrebbe replicare in Messico. Progetti che il professore della Escuela Nacional de Antropología e Historia Carlos Aguirre Rojas, tra gli ospiti dell’incontro, ha descritto come diversi dalla destra neoliberista tradizionale per il solo fatto di essere vincolati, invece che con il capitale transnazionale, con quei settori di capitalismo nazionali più dipendenti dal consumo interno dei propri paesi. Cosa evidente, nel caso di Lòpez Obrador, dall’appoggio da questi ricevuto da parte di Carlos Slim, il monopolista delle telefonia in Messico e uno degli uomini più ricchi del mondo. E in questo senso netta è stata la critica di Galeano quando ha dichiarato che “non vogliamo scegliere tra un padrone crudele e uno buono, semplicemente non vogliamo padroni”.

comisión sexta

Comisión Sexta zapatista

Infine, la parola “sinistra” è risuonata forte e chiara nella critica della politologa Paulina Fernandez, che facendo la genealogia di quelli che sono i partiti della sinistra istituzionale messicana ha dimostrato di come non ci sia nella loro proposta politica nessun progetto di alternativa di sistema, nemmeno velatamente, e di come essi abbiano partecipato alla trasformazione della “dittatura perfetta” messicana da affare esclusivo del PRI (Partido Revolucionario Institucional) a una sorte di cogestione partitocratica, una sorta di democratizzazione della corruzione.

E mentre vengono messi a nudo i limiti e le miserie di una sinistra latinoamericana e non solo che ha abbandonato la lotta contro il capitalismo in nome della partecipazione alla sua amministrazione, si evidenzia anche come questa stessa sinistra abbia non sia in grado di rinnovare le proprie categorie, che abbia abdicato a sviluppare un pensiero critico. È il caso, in primo luogo, dei molti intellettuali che, da sinistra, hanno salutato eventi come il Brexit e la vittoria di Trump come una sorta di rivolta contro Wall Street e la fine della globalizzazione. Nel mirino è, in primo luogo, il vicepresidente della Bolivia Alvaro García Linera, che rivendicò per sé e per i cosiddetti governi post-neoliberisti l’avere aperto il varco a questa rottura della globalizzazione neoliberista. “E’ possibile che il vicepresidente della Bolivia – lo irride Lascano – consideri che i crescenti investimenti cinesi in paesi come Ecuador e Bolivia non faccia parte della globalizzazione perché in Cina il partito che sta al potere è ‘comunista’”. Ed è lo stesso Lascano a ricordare come il Brexit si sia accompagnato a un’ulteriore abbassamento delle imposte per il capitale straniero nella City e che il primo obiettivo di Trump è fare a pezzi la pur moderatissima legge di regolamentazione finanziaria attuata da Obama, il Dodd-Frank Act.

SupMoisés

Il Subcomandante Moisés

Il mondo, dicono gli zapatisti, è già entrato nella “tormenta”, in quella che viene definita “quarta guerra mondiale”, che il capitale ha dichiarato a tutti i popoli della terra, per aprirsi nuove vie di accumulazione a scapito della loro stessa sopravvivenza, e a scapito della stessa possibilità di vita umana nel pianeta. Per affrontare questa guerra non ci sono altre strade al di fuori dell’organizzazione collettiva. È su questo tasto che premono tanto Moises (“costruiamo noi il mondo dove ci sarà vita. Per farlo dovremo essere organizzati e organizzate”) come Galeano (“quello che si vede ora non è nemmeno lontanamente il punto più algido. Il peggio deve ancora venire. E le individualità, per quanto brillanti e capaci si sentano, non potranno sopravvivere se non con altri, altre, altr*”).

Ed è solo in questa chiave che si può provare a leggere la candidatura che il Congresso Nazionale Indigeno intende lanciare per le presidenziali del 3 giugno 2018, quando una donna di lingua e di sangue indigeno si presenterà, come portavoce di un Consiglio Indigeno di Governo democraticamente scelto tra i 43 popoli indigeni che conformano il CNI, alle elezioni presidenziali. Come, in primo luogo, un momento organizzativo e di lotta. Carlos González dello stesso CNI lo dice in maniera lampante: “La proposta di un consiglio indigeno di governo per governare questo Paese è una proposta per attaccare la tormenta che già ci colpisce, per affrontare e resistere alla guerra che cerca la nostra distruzione”; la candidatura si propone quindi “l’incursione formale nel processo elettorale del 2018, ma non è una proposta ‘elettoralista’ (…). Non vogliamo competere con i partiti politici, né è nostro proposito la conquista del potere politico putrefatto. Abbiamo la ferma convinzione che è urgente smontare il potere di quelli in alto, non amministrarlo. (…) Le elezioni sono per eccellenza la festa di quelli in alto, lo spazio e la forma con cui i finqueros di questo mondo costruiscono e ricostruiscono il consenso politico che occupano per continuare ad accumulare profitti e potere all’infinito. Vogliamo calarci in questa festa, e vogliamo rovinargliela”.

supMoi María de Jesús Patricio e Carlos GonzálezElezioni, quindi, ma con una strategia, un programma e uno stile tali che è impossibile analizzare la proposta come una semplice proposta elettorale. Ed è proprio l’incapacità di comprendere appieno la scelta all’interno di categorie politiche ormai stantie che rende la scommessa interessante. Il Congresso Nazionale Indigeno non proporrà un candidato, ma un Consiglio Indigeno di Governo scelto in base agli usi e i costumi delle comunità aderenti; sceglierà al suo interno una portavoce, perché nessuno più di una donna indigena è un soggetto più sfruttato, discriminato e marginalizzato dal quel connubio di capitalismo feroce, patriarcato e colonialismo che attraversa a tutti i livelli la società messicana (a tal riguardo molto interessante è stato l’intervento di María de Jesús Patricio, indigena nahua di Jalisco, che ha portato molti esempi di lotte nel paese, come nella comunità michoacana di Cherán o nell’Istmo di Tehuantepec, dove sono state proprio le donne a portare avanti le iniziative di lotta piú forti, e a sopportare il peso maggiore dell’autonomia comunitaria); porterà avanti, insieme alle tappe necessarie del calendario de arriba, come i tempi di registrazione e di raccolta firme, un calendario de abajo fatto di carovane in tutto il paese, tessitura di rapporti dentro le comunità indigene e con tutti i settori oppressi della società messicana; e manterrà ben saldi tutti quegli strumenti di cui dispongono gli indigeni in Messico, e che poco hanno a che vedere con una organizzazione elettoralista: polizie comunitarie, assemblee permanenti, un esercito di liberazione mobilitato e costantemente all’erta.

scritta sancrisPerché, come ha detto ancora Carlos González, “per noi è chiaro: dopo il 3 giugno 2018 (giorno delle elezioni presidenziali, ndr) la guerra capitalista aumenterà sproporzionatamente. La nostra rabbia, la nostra decisione, la nostra dignità e la nostra resistenza anche”.

Intanto, EZLN e CNI lanciano le prossime tappe. Per voce di Moises, gli zapatisti annunciano di aver raccolto 3 tonnellate di caffè, destinate ad appoggiare in migranti nella finca di Trump: “ci siamo ricordati del 1994, del 1995… in quel tempo chiedevamo alla società civile del Messico e del mondo di aiutarci. Ora, ci siamo detti, tocca a noi. (…) Ma quando ci siamo frugati le tasche, abbiamo visto che non ci sono euro, non ci sono dollari, non c’è nulla. Però, a ben vedere, abbiamo il risultato del lavoro collettivo dei villaggi, delle regioni e dei municipi autonomi ribelli zapatisti”. Quanto al CNI, si annunciano quattro giorni di incontro dal 26 al 28 maggio, ancora al Cideci, a San Cristobal de las Casas, quando probabilmente si conformerà il Consiglio Nazionale Indigeno e si renderà pubblico il nome della sua candidata-portavoce.

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Eduardo Galeano non è morto – Memoria del Fuoco https://www.carmillaonline.com/2016/04/13/segnali-fumo-memoria-del-fuoco-eduardo-galeano/ Tue, 12 Apr 2016 22:01:19 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29707 Ritaglio Galeanodi Nicola Gobbi e Simone Scaffidi

SEGNALI DI FUMO. Un anno esatto fa, uno dei più grandi scrittori latinoamericani contemporanei, l’uruguayano Eduardo Galeano, consegnava la sua penna a La Flaca in un letto d’ospedale di Montevideo. Aveva 74 anni, un cancro ai polmoni e un’incredibile capacità di raccontare storie. Nelle sue opere erano presenti quelle particelle preziose che nel 1984, un altro nativo latinoamericano, Italo Calvino, aveva proposto per la letteratura del millennio che sarebbe venuto: la «leggerezza», la «rapidità», l’«esattezza», la «visibilità», la «molteplicità» e la «coerenza».

Ritaglio Galeanodi Nicola Gobbi e Simone Scaffidi

SEGNALI DI FUMO. Un anno esatto fa, uno dei più grandi scrittori latinoamericani contemporanei, l’uruguayano Eduardo Galeano, consegnava la sua penna a La Flaca in un letto d’ospedale di Montevideo. Aveva 74 anni, un cancro ai polmoni e un’incredibile capacità di raccontare storie. Nelle sue opere erano presenti quelle particelle preziose che nel 1984, un altro nativo latinoamericano, Italo Calvino, aveva proposto per la letteratura del millennio che sarebbe venuto: la «leggerezza», la «rapidità», l’«esattezza», la «visibilità», la «molteplicità» e la «coerenza».

Quando Calvino scriveva le sue «lezioni americane», Galeano stava ultimando la sua trilogia titolata Memoria del Fuoco, un’opera che s’inserisce senza esitazioni nell’idea di letteratura che aveva maturato Calvino e che – in maniera più trasversale del celebre Le vene aperte dell’America Latina – dà corpo alla complessità dell’universo americano e restituisce con pagine meticce e ribelli lo zeitgeist di un intero continente.

Galeano denudava i potenti Galeano con l’«esattezza» e la «coerenza» che rifugge il dogma; infilzava gli indifferenti con la «leggerezza» e la «rapidità» dei suoi frammenti; e restituiva dignità a coloro ai quali il potere strappava la voce, con la «visibilità» e la «molteplicità» degli sguardi. Oggi le parole di Galeano continuano a nutrirsi di quelle voci e vivono fuori dalla carta con la stessa intensità di quando furono scritte.

Procuratevi Memoria del fuoco, un racconto nei secoli – dalla Conquista al Novecento – che fugge il genere, come dichiara l’autore nell’incipit al terzo volume. Non romanzo, non poesia, non saggio, non cronaca giornalistica. Ma tutte queste cose e nessuna insieme. Proprio come Galeano: non  storico, non romanziere, non poeta, non giornalista, ma grande contastorie.

Ogni Galeano che va, lascia una moltitudine di storie e di vita che riempie e sottrae, ma non svuota. Non ci resta che godere dei frutti di questa moltitudine inquieta e ribelle, e – sull’esempio dei Galeano – moltipicare i sentieri di una resistenza culturale che sia azione quotidiana.

1. Omaggio a Galeano 2 - ITA2


 

2. Omaggio a Galeano 2 - ESP


 

3. Omaggio a Galeano 2 - ING2


 

4. Omaggio a Galeano 2 - FRA2

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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga https://www.carmillaonline.com/2015/06/03/narcoguerra-cronache-dal-messico-dei-cartelli-della-droga/ Tue, 02 Jun 2015 22:46:51 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23057 di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)]

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può [...]]]> di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)]

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti. Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prendono su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai “narcos” quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di Usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché…

Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico, da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

Odoya Bandiera messicana coca proiettiliE chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione, il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?

Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile. È per questo, che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.

Petizione del collettivo Paris-Ayotzinapa: “NO alla presenza del presidente messicano Enrique Peña Nieto alle celebrazioni del 14 luglio 2015” – LINK Firma

Prossime presentazioni a Milano: 13 giugno Libreria Les mots e 16 giugno Macao

Leggi l’introduzione del libro: QUI – Risvolto/Riassunto del libro+Bio: QUI 

Pagina NarcoGuerra: QUI – Scarica PDF Indice + Intro + Prologo del libro: QUI

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