Belle Epoque – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 06 Feb 2026 21:00:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le due città (Victoriana 36/I) https://www.carmillaonline.com/2022/05/16/le-due-citta-victoriana-36-i/ Mon, 16 May 2022 20:35:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71999 di Franco Pezzini

All’insegna del Gran Lunare

AA.VV., La Belle Époque dell’esoterismo. Maghi, stregoni e alchimisti nella Parigi fin de siècle, a cura di Vittorio Fincati, pp. 294, euro 24, Edizioni Studio Tesi, Roma 2018.

“[…] la mia università fu Piccadilly. È là che ho intrapreso lo studio della vasta scienza che mi occupa tuttora”.

“Di quale scienza si tratta?”

“La scienza della metropoli, la fisiologia di Londra. Sia in senso letterale, che metafisico, è il più grande soggetto che mente umana possa concepire. […] Vede, a volte mi sento disarmato al pensiero [...]]]> di Franco Pezzini

All’insegna del Gran Lunare

AA.VV., La Belle Époque dell’esoterismo. Maghi, stregoni e alchimisti nella Parigi fin de siècle, a cura di Vittorio Fincati, pp. 294, euro 24, Edizioni Studio Tesi, Roma 2018.

“[…] la mia università fu Piccadilly. È là che ho intrapreso lo studio della vasta scienza che mi occupa tuttora”.

“Di quale scienza si tratta?”

“La scienza della metropoli, la fisiologia di Londra. Sia in senso letterale, che metafisico, è il più grande soggetto che mente umana possa concepire. […] Vede, a volte mi sento disarmato al pensiero dell’immensità di Londra, della sua complessità. Con ragionevole sforzo si può capire Parigi, ma Londra no, Londra resterà sempre un mistero. A Parigi si può dire: qui abitano le attrici, qui i bohèmien, qui i falliti; ma a Londra è diverso. Lei può indicare una certa strada come la strada delle lavandaie, ma in quella stessa via, al secondo piano, un uomo sta studiando forse le radici del caldeo, e in soffitta, magari, un artista dimenticato si sta spegnendo lentamente”.

 

Così il flâneur Dyson spiega al più pragmatico amico Salisbury, nel racconto di Arthur Machen “The Inmost Light” (1894). E, forte delle sue esercitazioni di botanico da marciapiedi, parlando di complessità sa quel che dice: nel corso dell’Ottocento, Londra è cresciuta in modo vertiginoso, e alla fine dell’età vittoriana rappresenta un intero mondo. Già più o meno dal primo quarto del secolo è divenuta la città più grande del pianeta, il maggior porto del mondo e il cuore pulsante di finanza e commercio internazionale, connesso in vario modo a tutto il resto della Terra. Non è un caso che i movimenti dei lavoratori, protocomunisti e poi comunisti vi abbiano un importante luogo di confronto, che Marx vi si trasferisca (e vi muoia, nel 1883): Londra è davvero il luogo delle contraddizioni del Mondo Nuovo. Il numero di abitanti, da oltre 1 milione nel 1801 ha conosciuto un’impennata a 5,567 milioni nel 1891: entro il 1860 è divenuto maggiore di un quarto rispetto alla seconda città più popolosa del mondo, Pechino, di due terzi maggiore di Parigi e cinque volte di New York. Nel 1897, l’anno del Dracula che enfatizza l’opposizione tra la metropoli moderna e i remoti confini del mondo civilizzato, la popolazione della Greater London è valutata in 6,292 milioni di persone, sorta di immensa vetrina di pasticceria per il Grande Vampiro.

Che tutto ciò impatti anche a livello immaginale e che in questo coacervo delle più varie realtà trovino spazio dimensioni molto lontane, almeno apparentemente, da quelle della politica e dell’economia – per esempio l’esoterismo – non è strano: e anche da questo fronte, che influisce sulla stessa letteratura, tra sette rosicruciane, gruppi magici e conventicole spiritualiste la metropoli vittoriana è davvero la capitale del pianeta.

Sarebbe però sbagliato pensare che esperienze importanti non sorgano anche altrove: e lo studioso di esoterismo Vittorio Fincati ha proposto una bella raccolta incentrata sull’altra (per definizione) metropoli del Vecchio Mondo, la rivale storica di Londra, cioè la Ville Lumière, pure cresciuta immensamente nell’Ottocento. Le trasformazioni impresse durante il Secondo Impero con la grandiosa ristrutturazione condotta dal barone Haussmann, rappresentano una delle maggiori e più discusse rivoluzioni urbanistiche nella storia dell’umanità: e intanto, un po’ a ridosso del grande romanzo francese dell’Ottocento che a Parigi raccorda fili dal profondo della provincia, a somma glorificazione della borghesia, cresce come edera irrorata dal romanticismo la letteratura fantastica di Francia. Anche lì, più o meno condizionata da suggestioni esoteriche.

Certo, ascoltando le voci antologizzate da Fincati, talora molto “tecniche”, dobbiamo sforzarci di immaginare la parallela prassi, la vita, i dialoghi concreti degli autori: non è un limite del libro, semmai lo spunto per un altro che possa mappare i caffè dove mistici e stregoni s’incontrano confabulando tra loro o invece pontificando tra la gente, le biblioteche storiche come quella dell’Arsenal dove il mago inglese Mathers (1854-1918) traduce i grimori, le esposizioni d’arte in cui ciabatta, paludato da babilonese, il Sar Peladan (1858-1918) animatore di vari Salon rosacrociani/simbolisti, i salotti che vedono i discepoli di Allan Kardec, grande codificatore dello spiritismo (1804-1869) ricevere da tavolini a tre gambe sensazionali rivelazioni sull’aldilà, le trombe delle scale di vecchie case polverose (carte da parati ingiallite, muri umidi), con alloggi dove celebrati studiosi come il mago socialista Éliphas Lévi (Alphonse-Louis Constant, 1810-1875) o il prolifico Papus (Gérard Encausse, 1865-1916, più di centosessanta testi all’attivo) meditano sulle proprie carte…

Secondo Fincati sarebbe Parigi la vera “capitale delle scienze iniziatiche e magiche per un arco di tempo di parecchi decenni se non addirittura ininterrottamente per più di un secolo”: e attribuisce tout court il fenomeno alla rivoluzione francese, in grazia dell’enfasi sulla libertà che, ormai libera da roghi, avrebbe finito con l’abbracciare anche questo sottomondo. Va d’altronde ricordato che una tradizione dell’occulto e dell’esoterico nei palazzi parigini è ben solida fin dal medioevo tra Bafometti e alchimisti, si consolida nella città di Caterina de’ Medici e di un’aristocrazia che ancora nel Settecento sguazzerà tra rituali di ogni genere (con conseguenti grandi scandali, va detto, e processi epocali). È un esoterismo che muove all’ombra delle cattedrali e tra le pieghe nascoste del solidissimo cattolicesimo francese, ora in forme visionariamente misticheggianti che grondano simboli criptici (e nutriranno le speculazioni balliste dell’esothriller nostro contemporaneo: sono questi gli anni del discusso don Bérenger Saunière, 1852-1917, parroco di Rennes-le-Château nel Midi e amatissimo dai devoti del Codice di Dan Brown, un po’ meno dai superiori del reverendo che constatano un suo truffaldino e redditizio traffico di servizi liturgici), ora in chiave decisamente magica se non stregonesca. E mentre in Gran Bretagna le massonerie di frangia – come le logge principali coi loro riti razionalisti – possono operare con grande libertà, in Francia il frisson della segretezza è probabilmente un elemento che contribuisce a calafatare un certo tipo di occulto (fino a giustificare le bubbole di Léo Taxil sulla presenza compiaciuta del diavolo nel chiuso delle adunanze massoniche, 1891-1897). Gli immortali in carrozza del Settecento, prima o poi, a Parigi li troviamo tutti: Cagliostro, Saint-Germain, Mesmer… e a distanza di un paio di secoli non potrà che arrivarvi pure la contessa di Cagliostro combattuta da Arsène Lupin (1923-1924).

La rivoluzione può cercare di imporre la logica dei Lumi e gli altari della dea Ragione, ma da un lato accanto all’illuminismo non è affatto sparito l’illuminatismo, e dall’altro ristagnano aree ben più oscure: fili che correranno ben oltre gli anni della rivoluzione, tripudieranno di diableries romantiche anche attraverso i salotti letterari (emblematica la rilettura romantica un po’ forzata e forzosa del Cazotte del Diavolo in amore, giocosa fantasia rococò, come invece venata di mistero esoterico) e condurranno oltre la boa di fine Ottocento all’esoterismo francese tra le due guerre mondiali. Il lascito al fantastico francese – la cui stagione d’oro è proprio l’Ottocento – sarà immenso, con una ricaduta popolare attraverso la mitologia dei feuilleton e un livello alto nella grande letteratura e nell’arte visionaria dei Salon rosacroce.

A fini di riordino d’una materia tanto magmatica, Fincati propone, con ampia libertà dall’indicazione fin de siècle del sottotitolo (si sfora fino agli anni Cinquanta del Novecento), alcune tipologie di interlocutori, privilegiando nomi e testi meno ovvî. Attenzione, segue qualche spoiler.

Anzitutto troviamo quelli che chiama i Pontefici: il dotto occultista e poeta Stanislas de Guaita (1861-1897) con il pezzo La morte e i suoi arcani, vero e proprio Libro dei morti dell’esoterismo occidentale moderno, di grande fascino anche letterario, costituente il cap. 6 del II tomo di Le serpent del la Genèse, 1897, e che nella sua riflessione sulla fine dell’esistenza giunge a speculare sui riti curiosi praticati alla morte del papa, sul vampirismo e sull’elisir di vita; un Anonimo un po’ nel solco del Guaita, con Il demone del gioco, 1909, che invece punta a un tema più banalotto e modaiolo, il rapporto tra occulto e sale d’azzardo, dove impazzerebbero – attenti, signori – larve ed eggregore peculiari; un altro Anonimo identificato nell’esoterista e mistico Paul Sédir (1871-1926) o con maggiore fondamento nel maestro americano Paschal Beverly Randolph o qualche suo discepolo, a offrire ampi estratti di Venere magica, 1897, plausibilmente legato alla sezione parigina della Hermetic Brotherhood of Luxor. “La lussuria degli uomini d’oggi ha ipocritamente preso a prestito gli argomenti che stai per studiare per infiggere nei caratteri deboli lo spillone di Lilith”, ma chi cerca qui materia pruriginosa resterà deluso.

Una seconda sezione è quella degli Stregoni, dove proprio il sesso gioca un ruolo speciale. Qui i testi sono un po’ più tardi, del periodo di entusiasmo occultista tra le due guerre: probabilmente per evitare l’ovvio, cioè le precedenti storie sui bizzarri riti neognostici in odor di satanismo – più liturgici che magici, ma con tutte le ambiguità del caso – della bislacca saga mistica/blasfema di Eugène Vintras (1807-1875) e Joseph-Antoine Boullan (1824-1893) sullo sfondo delle opere di Huysmans, Là-bas (1891) in particolare. Che pure dicono qualcosa sull’euforia sessuale nel sottomondo esoterico francese tra i due secoli. Si inizia con un racconto di René Thimmy, Il maestro degli Efialti, 1934, sul curioso caso di donne, perlopiù giovani, che tra la folla in metropolitana sono state punte con un ago (il titolo originale è in effetti Les piqueurs du Métro): contro ogni apparenza, non si tratta di una delle fantasiose parafilie trattate con rigore da Krafft-Ebing, ma della sottrazione di piccole quantità di sangue femminile per produrre Efialti (in pratica Incubi), “creazioni larvali che emanano dal sangue umano dopo avervi assorbito una certa vita e che conducono nel mondo invisibile una effimera esistenza, in una forma che la volontà umana può modellare”. Ovviamente si cita anche Magia Sexualis di Randolph… Seguono Il potere della nudità di Jean Lignières, che comprende i capitoli VIII e IX di Les Messes Noires, la sexualité dans la Magie, 1928, dal contenuto trasparente pur nella vastità visionaria delle implicazioni; e Pratica dell’amore platonico di Maurice Meyer, estratto da Le Mystère de l’amour platonique, essai d’érotisme ésotérique, 1938, le cui strane speculazioni – persino in tema di abbigliamento, per cui la toga sarebbe “il più adeguato per l’erotismo iniziatico” – meritano la lettura.

Si passa poi agli Alchimisti. Qui il primo testo è la memoria Il Gran Lunare di Pierre Geyraud, tratto da Les Sociétés Secrètes de Paris, 1939: accantoniamo la tradizionale alchimia dei minerali e il vecchio Nicolas Flamel celebrato anche da Harry Potter, si torna alle suggestioni di Thimmy su un’alchimia del sangue per creare Efialti e alla magia sessuale della società luciferiana T.H.L. (Très Haute Lunaire), il cui papa nero è un alchimista. Sempre Geyraud è però autore di un articolo Alchimia – intesa in senso più tradizionale, estratto da L’Occultisme à Paris, 1953 – dove fornisce alcuni ritratti testimoniali di maestri della dottrina agli inizi del Novecento: in particolare il colto e modesto Eugène Canseliet (maestro di un altro grosso nome dell’ermetismo francese, Claude d’Ygé), lo sfuggente Jean-Julien Champagne (destinato – si sostiene – a morir male nel 1932 per aver tradito la setta luciferiana che aveva contributo a fondare, e dietro cui si celerebbe il misteriosissimo personaggio noto come Fulcanelli, autore di Il mistero delle cattedrali), e Rosny Aîné di cui riparleremo. Un terzo testo, di Magophon, alias l’erudito e dotto ellenista Pierre Dujols (1864-1926, un altro dei candidati all’identificazione con Fulcanelli), Hypotyposis. Alcune considerazioni sul “libro muto” dell’alchimia, 1914, affronta dottamente l’esame di un classico seicentesco, il Mutus Liber (1677), composto come “raccolta di immagini enigmatiche” (una ipotiposi, spiega Dujols, “è una spiegazione data sotto forma di figure astratte”).

Poi ecco gli Evocatori: del già citato Paul Sédir, Incantesimi, raccolta di brani tratti da Les Incantations – le logos humain, la voix de Brahma – les sons et la lumière astrale, comment on devient enchanteur, 1897, dal contenuto piuttosto tecnico sul Verbo magico, in particolare sul ruolo del suono; di Victor-Émile Michelet, I segreti delle pietre preziose, da L’Amour et la Magie, 1909, sulle qualità magiche di una serie di minerali; di Pierre Noël de la Houssaye, Una evocazione necromantica, suggestivo cap. 20 di L’Apparition d’Arsinoë, roman d’un Frère d’Héliopolis, 1948. Una canonica di provincia ospita il dialogo concitato con un domenicano di un fedele caduto in peccato di magia, evocando una donna bellissima da un remoto passato egizio, con tanto di manifestazioni d’un raccapricciante guardiano della soglia, amplesso con la fantasima e blasfemi richiami al Cantico dei cantici.

In ultimo i Narratori. Il fatto è che uno dei lasciti più importanti della cultura magica riguarda proprio la narrazione: non tanto nel senso di romanzi esoterici o narrazioni a chiave (che pure ci sono, ma meno di quanti vengano sussiegosamente considerati tali da pretesi beninformati), quanto per l’idea del potere evocativo della narrazione in sé. La letteratura, lo sappiamo, della magia è parente stretta (e talora i maghi vi si riferiscono per far capire meglio alcuni concetti, indipendentemente da una natura “cifrata” dei romanzi), ma Fincati attinge qui a testi che vedono un legame stricto sensu con l’occulto. Si parte da Rosny Aîné, all’anagrafe Joseph Henry Honoré Boex (1856-1940, un altro dei candidati all’identificazione con Fulcanelli), attivo nella Parigi letteraria accanto a Edmond de Goncourt: il racconto La giovane vampira, 1920, primo di questa sezione, è percorso da sottili sberleffi verso gli inglesi, compresa forse la prima moglie da cui l’autore divorzia. Segue La donna che morì due volte. Magia passionale, 1895, di Jules Lermina, scrittore popolare e militante socialista, autore anche de L’A.B.C. du libertaire, 1906: un racconto debitore in qualche misura del Casa Usher di Poe, e forse di Véra di Villiers de L’Isle-Adam, dove un’osmosi d’amore diventa base per una malsana reviviscenza. Poi, nuovamente del poeta, ed evocatore di entità, Pierre Noël de la Houssaye, ecco la lirica La ninfa al cervo, estratto da Le premier livre des odes pindariques, 1823.

 

Tra alcuni di questi contributi, qualche lettore potrebbe vedere un nesso sottile, sostanziato dai rapporti che alcuni autori ebbero con una fantomatica società magica parigina, la Très Haute Lunaire. Possiamo rassicurarlo che non è stato con questa idea che abbiamo messo assieme i saggi. Ma a esser maliziosi talvolta si indovina.

 

Si sta discretamente alludendo a qualche sottesa chiave – o clavicula – luciferiana? (un aggettivo che indica qualcosa di molto diverso, chiariamolo subito, da satanista.) Non sta al recensore azzardare ipotesi: il testo in esame resta ricco di dati poco noti e senz’altro di grande interesse – pur nell’ovvia soggettività del taglio, che privilegia alcuni autori ad altri – per una storia dell’esoterismo. Sull’ambiguità di un quadro che rimane in gran parte coperto, fitto di trasversalità contraddittorie e che nutre per li rami una realtà ideologica molto più vicina ai nostri giorni, non resta che prendere atto: tanto più considerando il grigiore sussiegoso e la spocchia cialtrona di vari paralleli nell’Italietta provinciale a tali fioriture in Inghilterra e Francia.

Ma dobbiamo tornare a Rosny Aîné…

(continua)

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Due stranieri a Parigi: Giovanni Boldini e Brassaï https://www.carmillaonline.com/2015/04/16/due-stranieri-a-parigi-giovanni-boldini-e-brassai/ Wed, 15 Apr 2015 22:03:54 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21950 di Mauro Baldrati

Marchesa_CasatiDue stranieri a Parigi: potrebbe essere questa la definizione comune di due mostre d’arte, una di pittura e una di fotografia, in atto in questi giorni. Gli stili sono diversi, post impressionista il pittore, espressionista il fotografo. Eppure, ciascuno a modo suo, il pittore e il fotografo hanno ritratto un ambiente, il segmento di un’epoca, soprattutto attraverso le figure umane, e i segni che da esse si sprigionano.

Giovanni Boldini, a Forlì, Museo San Domenico, Piazza da Montefeltro 12, fino a 14 giugno.

Boldini, nato a Ferrara nel 1842, si trasferisce a Parigi nell’ottobre del 1871, vale [...]]]> di Mauro Baldrati

Marchesa_CasatiDue stranieri a Parigi: potrebbe essere questa la definizione comune di due mostre d’arte, una di pittura e una di fotografia, in atto in questi giorni. Gli stili sono diversi, post impressionista il pittore, espressionista il fotografo. Eppure, ciascuno a modo suo, il pittore e il fotografo hanno ritratto un ambiente, il segmento di un’epoca, soprattutto attraverso le figure umane, e i segni che da esse si sprigionano.

Giovanni Boldini, a Forlì, Museo San Domenico, Piazza da Montefeltro 12, fino a 14 giugno.

Boldini, nato a Ferrara nel 1842, si trasferisce a Parigi nell’ottobre del 1871, vale a dire cinque mesi dopo la feroce repressione della Comune. La restaurazione è già in fiore, i salotti del bel mondo riaprono più sfavillanti che mai, duchesse, principesse, banchieri e bellimbusti riprendono le loro feste in maschera, i loro ricevimenti e le loro chiacchiere vuote. Come dimenticare la confusione del giovane Narratore della Récherche quando finalmente, dopo mesi e anni di appostamenti, viene ammesso nel leggendario salotto dei Guermantes? E’ sconvolto dalla fatuità delle discussioni, non riesce a credere che loro, i semidei, parlino di cose tanto meschine, e soprattutto che lei, la duchessa della quale è perdutamente innamorato, sia così superficiale. Sono i segni della mondanità, naturalmente, i segni “maggioritari” e futili di cui parlò Deleuze nel suo piccolo saggio su Proust, segni effimeri, vuoti e bugiardi, che si dissolvono nel nulla e non lasciano traccia.

Boldini in breve tempo diventa un pittore d’élite richiestissimo e il ritrattista ufficiale di tutte queste duchesse e principesse. Ora, noi che siamo dei pronipoti di Lenin, potremmo esaltare l’aristocrazia reazionaria e l’alta borghesia predatrice della Belle Époque? I suoi quadri, i suoi ritratti sono ambientati quasi esclusivamente in questo mondo. Signore magnifiche, illuminate da una luce che le rende semidivine, si offrono leggiadre all’occhio del pittore, che le fissa sulla tela. Sarebbe contro natura, no? Eppure, c’è anche altro. C’è la bellezza, lo stile, una ricerca che sembra andare oltre una certa musicalità dell’impressionismo, che viene per così dire fissato nei segni dell’apparenza, che diventano come ossessivi, monomaniaci, nel loro splendore autistico. Non c’è critica esplicita in Boldini, e neanche camuffata; però di fronte all’interminabile galleria di ritratti sontuosi e perfetti, lo spettatore non può non ricordare gli appunti di Marguerite Yourcenar in contemplazione dei mosaici di Ravenna, la corte d’Occidente immobile nella sua fissità, un’immobilità che ricorda la morte e il Grande Nulla. Tutte le duchesse di Boldini hanno questa fissità, questo manierismo che le rende delle maschere meravigliose e inarrivabili. La sua opera lascia irrisolto il mistero dello stile, che supera il contenuto ed esplode di fronte allo spettatore, che in barba a tutte le teorie e agli idealismi non può esimersi dall’ammirarlo, lasciandosi andare dolcemente alla contemplazione e al sogno.

Brassaï, a Milano, Museo Morando, Via Sant’Andrea 6, fino al 28 giugno.

brassai-lovers-in-cafe-pariSe in Boldini c’è Proust, coi suoi segni e le sue idealizzazioni, in Brassaï c’è Henry Miller. C’è tutto Miller, il Tropico del Cancro, le sue notti folli e miserabili, i suoi bordelli, i tipi assurdi, il “vizio”, i bistrot, la velocità, lo straniamento, l’esaltazione, il voyeurismo. Brassaï (lo pseudonimo deriva dalla regione della Transilvania della quale era originario Gyula Halász – nome impronunciabile che venne cambiato, proprio come il suo quasi contemporaneo Endre Ernő che diventò Robert Capa), arrivò a Parigi nel 1924. Non era uno specialista della fotografia, ma un grande eclettico: dipingeva, scriveva, usava gli strumenti e gli stili per le sue ricerche. La macchina fotografica, come una chiave di ingresso, proprio come la definì Susan Sontag, gli servì per entrare negli ambienti, per conoscere e catalogare tipi umani, per frugare tra le pieghe nascoste del mondo notturno. Percorreva la città di notte, con la massiccia fotocamera sul cavalletto, immortalava marciapiedi lucidi di pioggia, le prostitute, tutta la vita di strada che, proprio come scrisse Henry Miller, che presto diventò suo amico (e come avrebbero potuto non fraternizzare?), “significa accidente e incidente, dramma, movimento. Soprattutto significa sogno”. C’è il sogno, in Brassaï. Il sogno parigino degli anni Trenta, quando il tempo sembrava bruciare come un furioso fuoco fatuo, dopo la fine di un orrore e l’approssimarsi di un altro, e tutti correvano, gridavano, combattevano, si amavano. Il tutto ritratto in un bianco e nero energico, sfrontato, che sembra anticipare quello cannibalesco e ultravoyeuristico del grande Weegee, o quello disperante della tormentata Diane Arbus, coi suoi freaks, le sue creature della notte che sembrano gridare senza che un solo suono umano esca dalle loro bocche. Brassaï, il non-specialista, il catalogatore delle notti parigine, uno dei maestri del bianco e nero e del ritratto, col suo eclettismo ha creato alcune immagini che hanno viaggiato per decenni, come Lovers, i due innamorati che, riprodotti su milioni di poster, sono diventati una delle fotografie più famose del mondo.

[In apertura: la marchesa Luisa Casati Stampa, opera d’arte vivente e musa dissipatrice dell’époque boldiniana; all’interno, Lovers, di Brassaï]

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