Recensioni – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 31 Aug 2025 00:00:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’invidia tremenda degli dei verdi https://www.carmillaonline.com/2025/08/29/linvidia-tremenda-degli-dei-verdi/ Fri, 29 Aug 2025 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89945 di Franco Pezzini

Monique Watteau, La collera verde, trad. di Camilla Scarpa, introd. di Isabelle Moreels, pp. 220, € 16, Alcatraz, Milano 2025.

“So bene che non sfuggiremo così facilmente agli dèi verdi, ma bisogna ben tentare”. Il fantastico francofono ha offerto nel corso del Novecento una serie di meraviglie sia a livello narrativo che filmico che solo a distanza di un po’ di Alpi (ma di tanta distrazione) abbiamo per lungo tempo faticato a recepire nel nostro orizzonte. Per la narrativa – e direi proprio per la letteratura – tanto più prezioso è dunque il lavoro di dissodamento portato avanti [...]]]> di Franco Pezzini

Monique Watteau, La collera verde, trad. di Camilla Scarpa, introd. di Isabelle Moreels, pp. 220, € 16, Alcatraz, Milano 2025.

“So bene che non sfuggiremo così facilmente agli dèi verdi, ma bisogna ben tentare”.
Il fantastico francofono ha offerto nel corso del Novecento una serie di meraviglie sia a livello narrativo che filmico che solo a distanza di un po’ di Alpi (ma di tanta distrazione) abbiamo per lungo tempo faticato a recepire nel nostro orizzonte. Per la narrativa – e direi proprio per la letteratura – tanto più prezioso è dunque il lavoro di dissodamento portato avanti da Agenzia Alcatraz che, in una collana senza paletti nazionali (ci sono anche gli anglofoni Vernon Lee, cfr. qui e James Hogg, di cui si parlerà prossimamente) sta di fatto offrendo una formidabile ricognizione.
E l’ultimo di questo gioielli è il presente La colère végétale, il formidabile esordio nel 1954 di un’autrice di rara eleganza, Monique Watteau: in realtà primo pseudonimo della belga Monique Dubois (Liegi, 1929) ma oggi più conosciuta come Alika Lindbergh, al tempo venticinquenne e reduce dal trasferimento a Parigi per intraprendervi la carriera di attrice, modella e scrittrice. Tra il 1954 e il 1962 produce quattro romanzi fantastici – dopo il primo, La nuit aux yeux de bête (1956), L’ange à fourrure (1958), e Je suis le ténébreux (1962) – facendosi notare per il mix di forza, sensualità (qui brandita da una donna, inusuale per l’epoca), originalità e la presenza di provocazioni taoiste, ecologiste, oniriche, liberamente surrealiste alla Leonor Fini che verrà definito a partire dal primo romanzo un nouveau fantastique (Albert-Marie Schmidt). La colère végétale sarebbe stato anzi considerato al Prix Goncourt e al Prix Femina, se non fosse emerso che l’autrice aveva posato per foto nuda: oggi questo ci fa sorridere (in Francia, suvvia, ma era troppo presto) però la storia del fantastico è stata ostacolata anche da tali tipi di riserve. L’elegante, vivida, fisica sensualità di questo romanzo rappresenta peraltro non un mero connotato stilistico più o meno provocatorio, ma un elemento portante della narrazione, con una maestria e un controllo impressionante per una giovane esordiente.
L’ambiente in cui Monique si muove è straordinariamente fertile e stimolante, visto che frequenta interlocutori come André Breton (che davanti a lei si chiede “Maga della pittura, strega della letteratura o fata dell’era atomica?”), Orson Welles, Marc Allégret, Michel Simon, Leonor Fini (ovviamente), Louis Pauwels (sì, quello del Mattino dei maghi), Georges Moustaki, Alain Delon e Yul Brinner che l’amerà dandole il nome Alika, “Gattina”, da lei poi utilizzato come pseudonimo. In modo diverso ma analogo a Fini (come a Carrington, Varo e altre immense visionarie del Novecento), Monique Watteau offre la prova provata dell’entusiasmante vitalità di un surrealismo non prigioniero di qualche dottrina, ma libero e aperto alle sperimentazioni.
Dal 1963, sciaguratamente, l’autrice abbandona la scrittura visionaria per vivere di pittura e lavoro d’illustratrice – con una sensibilità fantastica e onirica che la colloca idealmente alla scuola delle grandi surrealiste del Novecento, alcune tavole meravigliose sono presenti nel volume in esame – e portare avanti il suo attivismo ecologista e animalista. Pubblicherà ancora qualcosa a sostegno animalista come Alika Lindbergh, a seguito del matrimonio con lo zoologo Scott Lindbergh figlio del celeberrimo aviatore, e sotto questo nome recherà in libreria nel 2002 l’autobiografia Le Testament d’una Fée.
Dedicato all’amato Bernard Heuvelmans (1916-2001), ricercatore, scienziato ed esploratore tra i padri della moderna criptozoologia (che anche dopo il divorzio nel 1961 resterà caro amico e collega), alla propria piccola scimmia cappuccina Boulimie e idealmente al padre Hubert Dubois (1903-1965), poeta e drammaturgo vicino al surrealismo, di cui incastona alcuni versi in incipit, il romanzo nasce dalla frequentazione della grande biblioteca del Musée de l’Homme a Parigi e dal caleidoscopio di suggestioni da lì tratte, anche per illustrare i lavori di criptozoologia del compagno.
La collera verde, su cui si cercherà in questa sede di non spoilerare troppo, si ambienta tra Bali e l’île du Levant, luogo solare al largo della Costa Azzurra dove l’autrice ama fuggire col compagno, e in apparenza privo di minacce ma in una magione chiamata Maupertuis che già può porre qualche domanda (nome di una delle porzioni autentiche dell’isola, finisce col giocare sul richiamo al capolavoro Malpertuis di Jean Ray edito da Alcatraz nella stessa collana: romanzo da cui oltretutto il film omonimo di Harry Kümel, 1971, con l’Orson Welles amico di Watteau).
Tragedia d’amore e morte, La collera verde racconta della passione – letteralmente – fatale tra l’avventuriero francese Mara e l’incantevole Jennifer, di sangue frisone ma cresciuta come balinese: portandola via da Bali, dove la ragazza ha un rapporto viscerale con la vegetazione, Mara rischia di perire in strani incidenti. Il rapimento di lei al suo mondo di riti e patti con la natura e con il cosmo la lascia però piena di domande, alle quali Mara non saprà dare congrue risposte. Così la situazione non migliorerà in Francia, e la storia si fa via via più angosciosa: l’espressione collera verde evoca insieme l’invidia ma nello specifico in questo caso quella degli dei verdi, i demoni del mondo vegetale. A sostenere almeno emotivamente i due amanti arriva – quasi dalle antiche mitologie – un misterioso personaggio, Khan: ma neppure lui può cambiare il tragico dato di fatto che l’eros sia un dono dal tempo tanto breve, un tesoro immenso che si paga carissimo.

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Dare una forma al caos: una lettera di Howard P. Lovecraft https://www.carmillaonline.com/2025/08/27/ridare-una-forma-al-caos-una-lettera-di-howard-p-lovecraft/ Wed, 27 Aug 2025 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89910 di Sandro Moiso

Howard P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, a cura di Ottavio Fatica, Piccola Biblioteca Adelphi 819, Milano 2025, pp. 161, 14 euro.

La cosa più misericordiosa al mondo è l’incapacità della mente umana di correlare tutti i suoi contenuti. Il sonno della ragione genera mostri; la veglia ininterrotta della ragione ne genera di più, forse peggiori. (Ottavio Fatica, Senza soluzione di continuità)

Ci informa il curatore del testo, nella sua postfazione, che H. P. Lovecraft ha dato vita ad uno dei più copiosi epistolari di tutti i tempi. Un autentico diario in pubblico composto, [...]]]> di Sandro Moiso

Howard P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, a cura di Ottavio Fatica, Piccola Biblioteca Adelphi 819, Milano 2025, pp. 161, 14 euro.

La cosa più misericordiosa al mondo è l’incapacità della mente umana di correlare tutti i suoi contenuti. Il sonno della ragione genera mostri; la veglia ininterrotta della ragione ne genera di più, forse peggiori. (Ottavio Fatica, Senza soluzione di continuità)

Ci informa il curatore del testo, nella sua postfazione, che H. P. Lovecraft ha dato vita ad uno dei più copiosi epistolari di tutti i tempi. Un autentico diario in pubblico composto, si vocifera, di 100.00 lettere scritte tra i venti e i quarantasette anni, più o meno dal 1910 al 1937, anno della sua morte. Lettere lunghe anche 20, 30 o, come quella scelta per l’attuale pubblicazione presso Adelphi, 70 pagine.

Lettere che, però, non trattavano soltanto degli incubi di uno scrittore che, fin da quando aveva sei anni, aveva cominciato a trascrivere il sogno di «un ragazzino che origliò un orribile conclave di esseri sotterranei in una spelonca», così come, ad esempio, quelle riportate nelle sue “Lettere dall’altrove” scritte tra il 1915 e il 19371 estratte dall’ampia selezione di lettere, raccolta in cinque volumi, da August Derleth e Donald Wandrei tra il 1965 e il 1968 e pubblicate dalla Arkham House nel 1976.
Autentiche testimonianze di una mente, allo stesso tempo, enciclopedica e disturbata, anche al di fuori dei riferimenti, ben noti a tutti i lettori, al Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred o all’immondo e folle universo retto da Yog-Sothoth, Subb-haqqua Nyarlathotep, Shubb-Niggurath, Azathoth, Dagon e Cthulhu.

Una lettera, quella pubblicata da Adelphi, indirizzata all’amico Harris il 9 novembre 1929 (tenga ben presente tale data il lettore di queste righe), nella quale sembra essere racchiusa l’autentica cosmogonia del solitario di Providence e in cui, tra pessimismo, razzismo, arianesimo, ateismo, fiducia nella scienza e letture che andavano da quelle di stampo classico fino a quelle svolte sul già allora popolare «Reader’s Digest», il padre dell’orrore cosmico rivela «una vena da eterno dilettante, da veemente autodidatta».

Le cui convinzioni ruotavano intorno al rifiuto di alcuni mostri sacri del sentire comune del tempo, e forse ancora di oggi: la religione, l’amore romantico, il macchinismo e la democrazia. Con un’interpretazione di quest’ultima non lontana dal «grigio diluvio», in cui tutte le responsabilità si confondono annullandosi, di pirandelliana memoria. In particolare Lovecraft, che si definì sempre come un conservatore, se la prende con il declino di una civiltà, quella anglo-sassone e soprattutto in America, che sembra ai suoi occhi essere stata travolta dalla modernità industriale e dai suoi, inevitabili, corollari.

Per come la vedo io, la civiltà americana è quasi estinta ma autentica laddove sopravvive: in certi gruppi sparsi per tutto il paese e in certe aree geografiche, nella Virginia occidentale in particolare e in alcuni punti del New England. Quella che i conservatori deplorano e combattono non è certo la nostra cultura ancestrale ma una nuova e oltraggiosa barbarie di villani rifatti fondata sulla quantità, il macchinismo, la velocità, il commercio, l’industria, l’opulenza e l’ostentazione del lusso, che è spuntata in mezzo a noi come una pianta infestante intorno al 1830 con l’ascesa della massa becera. Ha poco a che spartire con la nostra civiltà – la corrente principale di pensiero e sensibilità classica e inglese instaurata in queste colonie da oltre due secoli di presenza ininterrotta, 1607-1820 –, non più della barbarie polinesiana o degli indiani Sioux. Si tratta di una piaga da estirpare, qualora possibile, altrimenti da fuggire, tutto qui. Ma chiamarla « civiltà americana » sarebbe un affronto ai nostri antenati. È « americana » solo in senso geogra$co e tutto è meno che una « civiltà », se non secondo la definizione spengleriana del termine. È una barbarie totalmente avulsa e totalmente puerile, basata sul benessere fisico anziché sulla superiorità mentale, e non ha titoli per essere tenuta in considerazione dai discendenti dei coloni.2.

Da questa paura del dissolvimento della società americana così come poteva essere raffigurata dalla tradizione del New England e della Virginia occorre iniziare per entrare nelle riflessioni dello scrittore americano, a partire dalle originali considerazioni polemicamente svolte a proposito di William Shakespeare.

Vorrei correggere la tua impressione radicalmente sbagliata che Shakespeare avesse un atteggiamento o un metodo da intellettuale. Santiddio! Non ti rendi conto che quel tipo era l’esatto opposto! un poeta incolto, imprevedibile, spontaneo, non accademico, non curante, che credeva di seguire le mode popolari e si serviva della lingua più comune e colloquiale del periodo. Shakespeare, come artista immortale, è stato un puro caso di genio. Era dotato di una naturale combinazione di senso della lingua e percezione dei moventi umani che pochi hanno mai posseduto, però non lo sapeva e visse tutta la vita come un teatrante da strapazzo e uno scribacchino, raccogliendo i racconti popolari che trovava in giro (ballate a buon mercato, cronache storiche da quattro soldi e traduzioni popolari di autori classici e stranieri) e rimaneggiandoli nel sapido vernacolo del giorno per il consumo di massa. Era un grande artista suo malgrado e senza volerlo. Tutte le sue aspirazioni erano sociali, non estetiche. Voleva semplicemente elevarsi al di sopra della classe borghese-contadina e fondare una famiglia con tanto di stemma. Mirava alla nobiltà e al rango, non all’arte e alla dottrina. Gli sarebbe dispiaciuto essere preso per uno studioso serio o per un esteta: ai suoi tempi i signori non andavano oltre il livello dilettantesco nel coltivare il sapere o l’arte. Analizza una qualunque delle sue opere e troverai più errori assurdi per centimetro quadrato che in qualunque altro autore riconosciuto nella nostra lingua. E paragona la sua dizione […] per vedere quanto fosse lontano dal letterario o dall’accademico in fatto di stile. Era spigliato e colloquiale quanto Sherwood Anderson o Ring W. Lardner: se lo troviamo assurdo oggigiorno è solo perché la lingua è cambiata. Ai suoi tempi si serviva degli accenti semplici che sentiva in giro, tenendo conto della differenza ben nota e comunemente accetta tra la prosa letterale e la poesia colorata dalle metafore. A dire il vero era ritenuto sciatto e incolto proprio dai contemporanei […] Che diavolo! Se c’è una cosa che il povero vecchio Bill non era è un intellettuale!3.

Una descrizione che rimanda alla cultura popolare da cui Lovecraft, che per tutta la vita pubblicò su riviste pulp o popolari, era contemporaneamente attratto e infastidito un po’ come il Philip K. Dick del Ritratto di un artista di merda. Una riflessione che sembra anticipare, però, anche quelle di Valerio Evangelisti sulla paraletteratura, la letteratura d’evasione e la cultura di massa che sottende il lavoro degli scrittori in essa coinvolti oppure ad essa confinati dalla critica4.

La parte più corposa della lettera, però, è rappresentata da una sorta di storia universale in pillole che non sarebbe forse dispiaciuta al Donald Trump dei muri, alle alleanze ariane ancora attive oggi negli Stati Uniti e ai membri del Ku Klux Klan. L’evoluzione della civiltà, greca prima e anglosassone poi, ma quest’ultima solo fino ad un certo punto, sembra infatti articolarsi intorno alla convinzione che:

le razze più isolate e più aristocratiche sono sempre quelle che salgono più in alto sulla scala che porta fuori dall’ottusità, dall’ignoranza e dall’insensibilità animale. Ricostruisci qualsiasi teoria antagonista e scoprirai che nasce da sofismi etici, religiosi o politici, non da un esame imparziale dei fatti. Tu citi l’attuale tendenza all’amalgamazione e all’appiattimento tra le razze esistenti e sostieni che futuri crolli culturali – frutto di noia estetico-mentale – coinvolgeranno un numero sempre più grande di persone finché da ultimo se ne presenterà uno in grado di coinvolgere tutte le specie umane. Il principio è senz’altro valido, anche se c’è da dubitare fino a che punto sia dato applicarlo. La repulsione tra certi estremi razziali è ancora molto forte e, in taluni casi, insormontabile. Una fusione bianco-mongola non è quasi concepibile, meno ancora lo è un’inclusione dei neri. Perfino un gruppo con una vena di mulatto eviterebbe la fusione con i neri puri, quindi la scomparsa di una razza nera separata è quanto mai improbabile se non per un massacro. In pratica è assai probabile che i filoni occidentale, mongolo, indù e negroide non s’incontreranno mai e che l’unica forma di contatto sarà il conflitto5.

Alle genti “ariane”, naturalmente, viene riservato uno sguardo di riguardo così come, paradossalmente ma non così tanto, alla Cina.

La condizione di semplicità animale non è certo una cosa così decisamente ignobile per un ariano bianco come il termine – o il paragone con il selvaggio non bianco – sembrerebbe insinuare. Il caucasico ha la sua bella riserva di trucchi radicati negli istinti e, finché conserva puro il sangue, non si avvicinerà mai molto al gorilla o, se è per questo, al negro o all’eschimese. Gli antichi galli e germani selvaggi non erano il porco o lo zerbino di nessuno; in realtà erano audaci, abbastanza disciplinati, razionali e amanti della bellezza […] sbagli di grosso a dire che una cultura non può prosperare in perfetto isolamento. Basta guardare alla Cina per avere un esempio calzante. La Cina, fino a tempi recenti, non ammetteva alcuna influenza esterna; eppure ha goduto di un periodo di esistenza lungo e pieno, con fasi di fioritura culturale pari a quelle mai conosciute da qualsiasi altra nazione. Bertrand Russell la ritiene la cultura più grande che questo pianeta abbia mai prodotto: nel suo periodo supremo superò perfino l’Atene di Pericle nella piena padronanza della vita e della bellezza, unico indice razionale del livello culturale raggiunto. Non c’erano contatti con il mondo esterno: tutti i forestieri erano « diavoli stranieri » […] La stessa Grecia era altrettanto eccezionalmente isolata. Sapeva del mondo esterno, ma solo per respingerlo e rifiutarlo. Il termine βάρβαρος (barbaro) serviva a indicare sia uno straniero sia un selvaggio6.

Torniamo ora a quanto sottolineato all’inizio, ovvero la data della lettera: 9 novembre 1929, esattamente quindici giorni dopo il “giovedì nero” di Wall Street che avrebbe trascinato con sé e fatto sprofondare in un autentico maelstrom l’economia e la società statunitense, i suoi lussi, i suoi risparmi e le speranze riposte in un progresso infinito del capitalismo industriale e finanziario.

Così c’è è traccia di quello che stava succedendo e di ciò che, all’epoca, sarebbe potuto avvenire in diverse parti della lettera, in cui si rimpiange la scomparsa di una vera aristocrazia a vantaggio di una nuova il cui prestigio si sarebbe basato sul denaro e l’industria.

Il futuro socio-politico degli Stati Uniti è quello di essere dominati da vasti interessi economici consacrati a ideali di guadagno materiale, attività priva di scopo e comodità fisica; interessi controllati da autorità astute, insensibili e di rado educate, reclutate in mezzo a un branco omologato mediante una competizione di acume affilato e furbizia pratica, una lotta per la posizione e il potere che eliminerà il vero e il bello come obiettivo, per sostituirli con il forte, l’enorme e il meccanicamente efficace. Detesterei avere discendenti che vivono in una simile barbarie, una barbarie così tragicamente diversa dalla vecchia civiltà del New England e della Virginia che appartiene di diritto a questa terra. Grazie a dio sono l’ultimo della mia famiglia: requiescamus in pace!7

Per contrapporsi a ciò, senza affidarsi a «tipi completamente irrazionali e ossessionati dall’etica quali i comunisti o sindacati come gli Industrial Workers of the World», sarebbe occorso:

scoraggiare i contadini e gli operai dal voler diventare borghesi e commercianti alzando quanto più possibile il salario e migliorando le condizioni di vita. Con maggiori benefici e agi per il plebeo e minori per il mercante e l’industriale si potrebbero gettare le basi per una struttura culturale più solida. E […] l’agricoltore andrebbe favorito per primo in quanto proprietà terriera e posizione economica lo vincolano più strettamente alla struttura storica tradizionale della nostra civiltà. Il cambiamento più grande dovrebbe essere un sottile cambiamento spirituale instillato dall’educazione e dalla propaganda, cioè l’insegnamento di una grande verità fondamentale: che volume e « prosperità » non significano niente in sé, e che il solo bene dal valore permanente nella vita è l’agio e la libertà di sviluppare una personalità intelligente e immaginativa. Cambiare lo scopo popolare dalla velocità, dal denaro facile e dalla ricchezza, alla parsimonia, alla sicurezza e al tempo libero riempito con gusto; sradicare l’invidia del plebeo per l’aristocratico agiato dimostrando il valore dell’esistenza di quell’aristocratico nello stabilire criteri che inducono a sopportare il lungo fardello della vita8.

Tralasciando ora, e soltanto per motivi di spazio, altre due lunghe trattazioni riguardanti i disastri e l’eventuale utilità della guerra e la separazione tra amore romantico, attività sessuale e erotismo femminile, diventa importante sottolineare come nel delirio onnicomprensivo e ordinativo dello scrittore sia ravvisabile una sorta di scrittura della crisi, così come poi, ma con ben altri risultati, sarebbe avvenuto con Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (1925), che in qualche modo anticipava la crisi morale prima ancora che economica degli Stati Uniti dei “ruggenti” anni Venti, oppure Le avventure di un giovane americano di John Dos Passos (1939) che, sulla scia del disastro economico e sociale che le riforme del New Deal non bastarono a colmare, giunse a denunciare con fermezza gli errori e le illusioni legate allo sviluppo dei partiti comunisti stalinizzati, sia negli Stati Uniti che nel corso della guerra civile spagnola.

Ma, ovviamente, la crisi di Lovecraft non è soltanto socio-economica e politica: è anche una crisi della ragione che si rifiuta di accettare l’ovvietà del presente e dei suoi disastri e cerca di correggerla con ricostruzioni, indicazioni e modelli, in questo caso quello aristocratico anglo-sassone d’antan oppure in altri quello bolscevico-proletario, che spesso conducono al delirio o a qualcosa di simile se presi troppo alla lettera.

Ecco allora che all’interno di quel caos primordiale, insondabile e orrendo, che fonda l’universo ideato da Lovecraft per dare spazio ai suoi miti e ai suoi incubi e «al cui centro balla un dio cieco, nudo e idiota al suono di una cacofonia di flauti e tamburi blasfemi», possiamo individuare la causa reale del malessere dell’autore che, ancora una volta, si ricollega ad un più generale malessere della società e della cultura americana degli anni Venti e Trenta.

Un disordine irrecuperabile che svela il vero volto di una società sorta dal sogno dell’eguaglianza e del progresso, della libertà e dell’affermazione del singolo individuo; di una Land of Freedom che per essere tale, aveva già fatto scontare col sangue e lo sfruttamento intensivo il proprio predominio ai nativi, agli schiavi e a tutti gli immigrati non WASP. Con una autentica ossessione per la purezza del sangue, di cui si è già parlato qui con la recensione di I Robinson d’America di David W. Belisle, in un disordine morale, economico, sociale il cui autentico dio Azathoth è rappresentato soltanto dall’espansione e dalla voracità del capitale.

Cosa che il conservatore, come amava definirsi, Lovecraft non avrebbe mai del tutto accettato consciamente, ma che sarebbe trapelata in altri scritti non fantastici successivi, come A Layman Looks at the Government (1933), dove guardando da profano al governo avrebbe affermato: «il sistema economico attuale dovrà perire, in primis la concezione attuale della proprietà privata su larga scala, non regolamentata, e del profitto individuale»9. Un’affermazione che costringe i lettori a considerare la possibilità che l’uomo della Maschera di Innsmouth non possa essere sempre e soltanto relegato al ruolo di scrittore razzista, ossessivo e “fallito”, come invece ebbe ancora a definirlo Ursula Le Guin10.


  1. H. P. Lovecraft, Lettere dall’altrove. Epistolario 1915-1937, a cura Giuseppe Lippi, Oscar Mondadori, Milano 1993.  

  2. H. P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, Piccola Biblioteca Adelphi 819, Milano 2025, pp. 13-14.  

  3. Ivi, pp. 27-28.  

  4. In proposito si vedano i saggi raccolti in V. Evangelisti, Le strade di Alphaville. Conflitto, immaginario e stile nella paraletteratura, a cura di A. Sebastiani, Odoya, Bologna 2022 e L’insurrezione immaginaria. Valerio Evangelisti autore, militante e teorico della paraletteratura, a cura di S. Moiso e A. Sebastiani, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2023.  

  5. H. P. Lovecraft, op. cit., pp. 37-38.  

  6. Ibidem, pp. 36-37  

  7. Ivi, p. 99.  

  8. Ibid, pp. 117-118.  

  9. Cit. in O. Fatica, Senza soluzione di continuità, postfazione a H. P. Lovecraft, op. cit., p. 157.  

  10. Sulle contraddizioni in tal senso di H. P. Lovecraft, si veda H. P. Lovecraft, Cthulhu Rivoluzione. Il pensiero politico del solitario di Providence, a cura di M. Spiga, Heinserb3rg Studio, 2017.  

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Margherita e Dolcino: ribellarsi non è mai inutile https://www.carmillaonline.com/2025/08/26/margherita-e-dolcino-ribellarsi-non-e-mai-inutile/ Mon, 25 Aug 2025 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90195 di Luca Cangianti

Fabrizio Bozzetti, Margherita dei ribelli. Sorella, eretica, rivoluzionaria, DeriveApprodi, 2025, pp. 416, € 20,00.

Valerio Evangelisti ci ha fatto conoscere contropelo le forze femminili, lunari ed eretiche della ribellione attraverso gli occhi della reazione, dell’inquisitore Eymerich. Fabrizio Bozzetti con il romanzo Margherita dei ribelli compie la stessa operazione, ma usa direttamente lo sguardo di un’insubordinata: Margherita Boninsegna di Trento, una giovane nobile segnata dal tradimento del fratello che l’ha rinchiusa in convento per aver rifiutato un matrimonio indesiderato. Questa ferita la disallinea rispetto al mondo ordinario dei primi anni del XIV secolo. Come si presenta l’occasione fugge insieme a [...]]]> di Luca Cangianti

Fabrizio Bozzetti, Margherita dei ribelli. Sorella, eretica, rivoluzionaria, DeriveApprodi, 2025, pp. 416, € 20,00.

Valerio Evangelisti ci ha fatto conoscere contropelo le forze femminili, lunari ed eretiche della ribellione attraverso gli occhi della reazione, dell’inquisitore Eymerich. Fabrizio Bozzetti con il romanzo Margherita dei ribelli compie la stessa operazione, ma usa direttamente lo sguardo di un’insubordinata: Margherita Boninsegna di Trento, una giovane nobile segnata dal tradimento del fratello che l’ha rinchiusa in convento per aver rifiutato un matrimonio indesiderato. Questa ferita la disallinea rispetto al mondo ordinario dei primi anni del XIV secolo. Come si presenta l’occasione fugge insieme a un’altra donna, conoscitrice di erbe e seguace di Dolcino, il capo di un gruppo di ribelli che rivendica il ritorno al cristianesimo delle origini: rifiuto dell’opulenza ecclesiastica, condivisione dei beni, uguaglianza di genere e libertà sessuale.

Come nella migliore fiction storica i rimandi all’attualità politica sono molti, ben integrati nel mondo narrativo, ma anche piacevolmente individuabili: «L’unica colpa di Dolcino e di chi lo ama è aver lottato per un mondo migliore, di liberi ed eguali, padroni di niente e servi di nessuno!», grida Margherita in faccia al nemico. Nella sua voce riecheggia sia la parabola evangelica (Luca 17,7-10), sia lo slogan dello spezzone anarchico nelle giornate di Genova 2001: «Padroni di niente, servi di nessuno, all’arrembaggio del futuro!». E ancora: in uno dei blocchi in corsivo, che marcano l’introspezione della protagonista, leggiamo: «Ora intravedo il balenare di ciò che i maschi temono in noi, il grande potere dello spirito selvaggio che dentro ciascuna grida altissimo e feroce.» Uno degli slogan più popolari nei cortei femministi degli ultimi anni è stato appunto: «Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce».

Margherita dei ribelli è molte cose insieme: romanzo storico, di formazione, d’introspezione, d’amore e di critica politica. È attentamente ambientato nel medioevo e incastona la finzione senza attrito con le vicende reali. Narra della graduale presa di coscienza di una ragazza che incontra il mondo deviante dei ribelli, prima incomprensibile e respingente, poi via via affascinante. È la storia di due anime ferite, quelle di Margherita e di Dolcino, che si scontrano, si conoscono, si amano e si armano per affermare un ideale di giustizia. Per tutti questi motivi il romanzo di Bozzetti è un racconto d’azione, di tradimenti, di violenze efferate, di vittorie parziali e di sconfitte umilianti. Come qualsiasi grande vicenda umana, del resto. Allo stesso tempo, nel corso delle vicende, emerge con forza la convinzione (anche questa centrale nella poetica di Evangelisti) che insorgere contro l’ingiustizia, al di là degli esiti, non sia mai inutile. Anche in caso di sconfitta le gesta dei ribelli serviranno d’ispirazione alle future generazioni. È per questo che, passati più di sette secoli, Margherita e Dolcino parlano ancora al nostro cuore.

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Una criptopoetica per fare luce sull’oscurità del Tecnocene https://www.carmillaonline.com/2025/08/24/una-criptopoetica-per-fare-luce-sulloscurita-del-tecnocene/ Sun, 24 Aug 2025 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88849 di Gioacchino Toni

Nadim Samman, Criptopoetica. L’arte nell’era del Tecnocene, Traduzione di Valerio Cianci, Prefazione di Valentino Catricalà, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 248 € 24,00

Se da un lato il Tecnocene – inteso da Nadim Samman come l’era in cui le nuove tecnologie riscrivono i confini del sensibile, del pensabile e del visibile – manifesta una tendenza all’esibizione più estrema – basti pensare all’esposizione senza riserve che caratterizza i social e alla presenza sempre più massiccia di sistemi di riconoscimento e sorveglianza nelle città – è innegabile che sia al contempo caratterizzato da un’estrema opacità delle tecnologie che plasmano [...]]]> di Gioacchino Toni

Nadim Samman, Criptopoetica. L’arte nell’era del Tecnocene, Traduzione di Valerio Cianci, Prefazione di Valentino Catricalà, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 248 € 24,00

Se da un lato il Tecnocene – inteso da Nadim Samman come l’era in cui le nuove tecnologie riscrivono i confini del sensibile, del pensabile e del visibile – manifesta una tendenza all’esibizione più estrema – basti pensare all’esposizione senza riserve che caratterizza i social e alla presenza sempre più massiccia di sistemi di riconoscimento e sorveglianza nelle città – è innegabile che sia al contempo caratterizzato da un’estrema opacità delle tecnologie che plasmano la quotidianità. Le dinamiche interne che guidano le tecnologie contemporanee risultano infatti inaccessibili, oscure al punto che nemmeno chi li ha progettati è in grado di comprendere e spiegare fino in fondo la logica con cui operano gli algoritmi che governano le macchine e con loro una parte sempre più estesa della vita quotidiana degli individui e delle società.

«Affrontare le dimensioni sepolte, nascoste o inaccessibili della tecnologia – mettendo in campo concetti che hanno a che fare con un interno occulto – è un prerequisito fondamentale poter discutere della condizione umana del Tecnocene, dove la formazione del soggetto si articola in relazione a siti criptati» (p. 119). La cultura digitale non manca di accumulare tracce del passato e del presente con l’intento di conservare una memoria digitale di quello che è, o è stato, dando luogo a spettri digitali che, gestiti dall’intelligenza artificiale, non si limitano a proporsi come memoria di ciò che è stato ma sembrano dotarsi di nuova e autonoma vita.

Del prendere vita autonoma dei fantasmi digitali costruiti sul trascorso degli individui si sono più volte occupati anche il cinema e la televisione. Nel primo caso basti pensare al recente The Shrouds (2024) di David Cronenberg, in cui il protagonista del film si propone di prolungare la presenza della moglie defunta non solo osservando il suo cadavere in decomposizione avvolto in uno speciale sudario tecnologico, ma anche attraverso la creazione di un suo avatar digitale gestito dall’intelligenza artificiale. Nel secondo caso si pensi ad alcuni episodi della serie televisiva Black Mirror (dal 2011) ideata da Charlie Brooker: in Torna da me (Be Right Back, 2013) si narra di un software che rielabora il materiale che un individuo ha condiviso online durante la vita, mentre in San Junipero (2016) si affronta la possibilità di trasferire la coscienza degli individui in una paradisiaca eternità virtuale capace di vincere lo scorrere del tempo.

Nonostante il digitale in ambito artistico, ma non solo, tenda ad essere presentato come sinonimo di novità intesa come tabula rasa del passato, questo ne è in realtà saturo, tanto che vi si possono scorgere fantasmi del tempo che si vuole ormai scomparso. «Nel Tecnocene, ciò che è stato sepolto, ciò che è morto, si manifesta nel presente, tanto come ciò che è (o era), così come qualcosa di nuovo»; insomma pare «contraddistinto da un’impellente necessità di stare nell’adesso» (p. 23).

Il digitale può anche essere uno spazio di ritorno, di memoria sedimentata utile non solo per creare il nuovo ma anche per riflettere su ciò che sopravvive e su quali siano i soggetti che archiviano per tutti.

Quando si guarda al digitale occorre non confondere il progresso tecnologico con quello culturale; l’universo smart che il Tecnocene invita a desiderare, di realmente smart sembrerebbe avere soprattutto l’innegabile abilità con cui le imprese tecnologiche contemporanee estendono oltremodo gli ambiti di monitoraggio, datificazione e sfruttamento degli individui rendendoli giocosamente corresponsabili.

Numerose proposte di arte digitale di carattere immersivo e/o interattivo promettono a chi si rapporta con con esse di avere il controllo ma non è affatto così; si tratta di una narrazione neoliberale che mira a confondere l’interfaccia con l’agenzia. Il fascino emotivo emanato dall’immersività e dall’interattività digitale è costruito su infrastrutture inaccessibili e oscure a cui è richiesto di assoggettarsi acriticamente.

Non si tratta di prescindere dai sistemi digitali in nome di un nostalgico ripiegamento in un’idilliaca era analogica, scrive l’autore di Criptopoetica, ma piuttosto di decidere come e a quali condizioni utilizzarli. Le pratiche artistiche contemporanee che si rapportano con le tecnologie digitali a cui guarda Samman sono quelle che smascherano tale narrazione, che rendono visibile l’illeggibile, che evidenziano i meccanismi dominanti.

Allo storytelling dominante delle Big Tech che narra di una nuova cultura della trasparenza e dell’apertura, una parte dell’arte contemporanea risponde esplorando il nascosto e l’invisibile, addentrandosi nei luoghi segreti della raccolta dati (black sites), nei sistemi tecnologici inaccessibili (black boxes) e nei vuoti informativi strategici (black holes) alla ricerca di simboli, narrazioni e forme utili ad evidenziare e raccontare l’impatto sociale, politico e spirituale della tecnosfera.

Forte della sua esperienza di critico e curatore d’arte e di autore di numerose pubblicazioni riguardanti l’arte digitale, la sorveglianza e l’estetica tecnologica, Nadim Samman si dice convinto che il compito di interpretare la contemporaneità spetti all’arte nel suo proporsi come strumento di rivelazione capace di far luce sull’oscurità dei data center e degli algoritmi. Intrecciando filosofia, politica ed universo artistico e creativo, ad essere indagata dall’autore in questo volume è quella “criptopoetica” che, nell’ultimo decennio, interroga l’invisibile che ci circonda.

Con Criptopoetica, nel proporre un panoramica sulle esperienze artistiche che nell’ultimo decennio hanno indagato i misteri della tecnologia, Samman invita a guardare nelle pieghe della cripta dei dati, in ambiti che sembrano abitati soltanto da un codice inaccessibile e incomprensibile, oltre l’interfaccia degli schermi che fa credere agli utenti di essere gli unici osservatori mentre in realtà sono loro ad essere visti, spiati e ipnotizzati. Si tratta, dunque, di una riflessione critica e poetica della contemporaneità condotta attraverso e attorno una serie di esperienze artistiche che hanno voluto confrontarsi con i misteri della tecnologia.

L’obiettivo di una poetica della criptazione è rendere l’inaccessibile virtualmente presente con le funzionalità di un vecchio sistema operativo. […] Non importa quanto sicuro sia lo spazio criptato – è sempre possibile avventurarsi seguendo la via negativa: parlando dell’insormontabile sfida di chinarlo col suo vero nome; raffigurando la farsa e non la perfezione; e, soprattutto, producendo un profluvio di immagini che rendano conto dell’esistenza incarnata delle relazioni con questa oscura interiorità (119).

Il volume è strutturato in tre sezioni dedicate rispettivamente ad altrettante modalità di relazione all’interno criptografico. Se la prima sezione (Sito nero), che si apre con una recente rivisitazione del mito di Orfeo ed Euridice, fa riferimento all’esperienza dell’essere rinchiusi, al tentativo di sfuggire dalla tumulazione in una tomba tecnologica, la seconda (Scatola nera) riguarda l’esclusione dal dilagare dei prodotti industriali e di consumo e propone una riflessione incentrata su un’opera cinquecentesca di Dürer, la terza (Buco nero), infine, si concentra sulla reclusione nell’inestricabile intreccio tra esterno e interno, tra aperto e chiuso intrecciando i miti del Bitcoin e di Qanon.

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Terrestri e Viandanti https://www.carmillaonline.com/2025/08/22/terrestri-e-viandanti/ Fri, 22 Aug 2025 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89949 di Sara Passannanti

Arkadij e Boris Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio, con una postfazione di Boris Strugackij, trad. Claudia Scandura, pp. 256, € 18,50, Carbonio, Milano 2024.

“Noi non avevamo scritto un giallo. Noi avevamo scritto una storia tragica sul fatto che, persino nel mondo più buono e giusto possibile, l’apparizione della polizia segreta porta inevitabilmente sofferenza e morte a persone che non sono colpevoli di nulla, per quanto nobili siano gli scopi di questa polizia segreta e per quanto onesti, corretti e per bene siano i collaboratori di cui si è dotata.” Corre l’anno 2179. Maksim Kammerer, agente al servizio [...]]]> di Sara Passannanti

Arkadij e Boris Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio, con una postfazione di Boris Strugackij, trad. Claudia Scandura, pp. 256, € 18,50, Carbonio, Milano 2024.

“Noi non avevamo scritto un giallo. Noi avevamo scritto una storia tragica sul fatto che, persino nel mondo più buono e giusto possibile, l’apparizione della polizia segreta porta inevitabilmente sofferenza e morte a persone che non sono colpevoli di nulla, per quanto nobili siano gli scopi di questa polizia segreta e per quanto onesti, corretti e per bene siano i collaboratori di cui si è dotata.”
Corre l’anno 2179. Maksim Kammerer, agente al servizio della Commissione di Controllo (COMCON), riceve l’incarico di trovare Lev Abalkin, esiliato dalla Terra che è tornato sul pianeta senza registrare il proprio ingresso. Tutto quello che Kammerer sa di Abalkin è che è un progressore, ovvero un esperto facilitatore nelle relazioni interplanetarie.
Inizia così a prender forma una detective story nella quale la caccia all’uomo si trasforma pagina dopo pagina in ricerca della verità e in cui più volte Maksim Kammerer (e noi con lui) si trova a chiedersi quale sia la parte del giusto, in un conflitto che travalica quello individuale tra fuggitivo e inseguitore.
Più di altri romanzi dei fratelli Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio appare dialogico già nella sua costruzione: un dialogo in cui le domande hanno più rilevanza delle risposte e in cui le stesse risposte non hanno mai la forma di affermazioni, piuttosto di ipotesi; ma comunque un dialogo che rende vive le motivazioni dell’una e dell’altra parte. Gli autori mescolano le carte: una detective story scritta come una relazione investigativa dal taglio scientifico, schematico, in cui le ipotesi vengono scandagliate e tutti i passaggi di azione vengono precisati in modo analitico (con indicazione metodica di date, orari, durate e localizzazione: la frase di apertura del romanzo è proprio “Alle tredici e diciassette Sua Eccellenza mi convocò”); dall’altro lato, un romanzo nel romanzo che consta di un dossier scientifico vero e proprio, detto semplicemente “Rapporto di Lev Abalkin sull’operazione Mondo Morto”, la cui forma invece è libera e concepita per consentire agli psicologi di desumere dal testo le sensazioni soggettive e personali del suo autore.
Anche all’interno di ciascuno dei due blocchi narrativi c’è poi un continuo gioco di doppi.
Oltre alla contrapposizione Kammerer/Abalkin, il conflitto che innesca tutta la vicenda è quello tra i due monoliti Rudolf Sikorski e Isaak Bromberg. Entrambi sono a conoscenza del mistero che aleggia intorno ad Abalkin ma, mentre Bromberg, anziano storico ottimista, reputa Lev innocuo come uno scarabeo in un formicaio, Sikorski, a capo del COMCON, deve farsi carico della sicurezza mondiale e pertanto assume una postura sospettosa e valuta Lev come una possibile minaccia per la Terra.
Nel dossier, l’elemento del doppio è incarnato nella coppia formata da Lev Abalkin e Ščekn, un ranger appartenente alla specie dei testoni, alieni con l’aspetto di uomini-cane. Uno dei temi più affascinanti nel testo è la descrizione del rapporto tra le due diverse specie, umana e testona. Si tratta di una relazione complessa, perché presenta contemporaneamente elementi di trasparenza e di opacità: trasparenza nel momento in cui i testoni sono perfettamente integrati in un ambiente e perciò le loro azioni appaiono “naturali”; opacità perché tale disinvoltura è legata a un istinto che segue regole aliene diverse da quelle alle quali è sottomessa la razionalità umana e ha delle motivazioni che sono e restano incomprensibili. Lungo tutto il suo rapporto, Lev Abalkin si interroga sulle azioni del suo amico Ščekn, cerca di interpretarne i movimenti, senza mai raggiungere ipotesi soddisfacenti. E noi che leggiamo abbiamo l’impressione di un profondo non detto e non dicibile che separa i due, un buco nella comprensione reciproca talmente profondo che ci porta a chiederci se e in che misura sia possibile un’amicizia non solo tra due specie diverse (certo, questo ci interroga a maggior ragione), ma tra due qualsiasi individui diversi, perché le intenzioni e i pensieri profondi dell’altro rimangono per noi sempre e solo sul piano delle ipotesi e della fiducia.
E questo risulta ancora più interessante se messo nella prospettiva di una scrittura a quattro mani, in cui non è scontato che i due autori insieme vogliano e non vogliano le stesse cose.
La diversità di Abalkin e Ščekn viene resa non solo attraverso il loro dialogo – o l’assenza di esso nelle riflessioni di Lev – ma anche attraverso la differenza di percezioni tra i due, così dove Lev vede “una casa come un’altra”, “Ščekn la guarda fisso, la punta con un’attenzione vigile” attribuendole un pericolo definito “un odio fortissimo”. O ancora, in un altro passaggio, Lev dice nella lingua dei testoni di non vedere alcuna fossa e Ščekn replica “Non puoi vedere. Non sei capace.”
È curioso che nella postfazione al romanzo questo, che in fase di progetto non aveva ancora un titolo, venga chiamato provvisoriamente “Bestie”, che è la parola che usiamo in due casi: quando dobbiamo indicare un animale non umano che non sappiamo identificare e quando vogliamo connotare negativamente l’animale. Entrambe le sfumature di significato sono presenti nel modo in cui i terrestri si riferiscono ai Viandanti.
In effetti, la comprensione dell’altro, dei suoi bisogni e delle sue intenzioni, non è solo il nocciolo del romanzo nel romanzo, ma si erge a tema portante di tutto il testo e ne influenza la struttura. È il motivo per cui Lev Abalkin scappa e viene inseguito e, prima ancora, per cui parte dell’umanità, nonostante sia un’utopia in cui tutti gli abitanti della Terra convivono nell’interesse del bene collettivo, è così spaventata dai sarcofagi-incubatrici che i Viandanti hanno abbandonato sul pianeta. Il problema dell’inconosciuto si propaga e si somma a un’ulteriore questione che i due autori hanno particolarmente a cuore, ovvero il ruolo della polizia segreta, per quanto utopica sia la società in cui essa opera e per quanto nobili siano le intenzioni dell’istituzione.
La sintesi tra queste due tensioni ci conduce alla domanda che costituisce il nodo cruciale del romanzo, nodo che non ha soluzione: in che misura è possibile superare la paura dell’ignoto e assicurare la sicurezza e il bene dell’intera civiltà terrestre senza sacrificare la libertà e i diritti dell’individuo?
Questa domanda, come l’indagine di Maksim Kammerer, rimane un mistero aperto, che ammette nessuna o più risposte possibili. Ed è sul dubbio che sia o meno possibile trovare una risposta al dilemma che Lo scarabeo nel formicaio instaura con noi che lo leggiamo un dialogo profondo e durevole.

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Diritto all’abitare, diritto alla città https://www.carmillaonline.com/2025/08/21/diritto-allabitare-diritto-alla-citta/ Thu, 21 Aug 2025 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89896 di Giovanni Iozzoli

Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025, pp. 109, € 12,00

Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste.

Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025, pp. 109, € 12,00

Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste.

Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le due categorie – casa e lavoro – si sono in qualche modo sganciate dal reciproco rapporto di dipendenza. Si può avere un lavoro e non avere diritto all’abitare, anche dentro condizioni contrattuali dignitose. Si può lavorare 50 ore a settimana e finire col dormire in una macchina.

La specialissima merce casa si è come autonomizzata dall’ordinario meccanismo di formazione del prezzo delle merci. E’ diventato un terreno nuovo di gerarchizzazione dei rapporti sociali, la linea di confine tra il “dentro” e il “fuori”, tra l’appartenenza alla polis e la collocazione nei suoi bordi sfrangiati. La casa è un prisma attraverso cui si possono leggere in controluce diverse tendenze generali in atto: la crisi dei ceti medi, la ripolarizzazione feroce della distribuzione del reddito, lo spazio urbano come luogo privilegiato di incontro tra capitale finanziario e produttivo, l’espansione della bolla immobiliare come indicatore ultimo della decadenza economica di un “capitalismo nazionale”.

Infatti l’impazzimento del valore e dei prezzi del mercato immobiliare è in stretta connessione con la crisi generale del sistema capitalistico, con le sue difficoltà di autovalorizzazione che costringono ad individuare le superfici edificabili, come unica controtendenza alla caduta dei profitti nei settori di impiego tradizionale. Quando una metropoli si deindustrializza, sposta tutte le sue energie e risorse su quel terreno – dietro le ambigue formule del ridisegno urbanistico, della riqualificazione, del contrasto al degrado, del restyling etc – e la città, le sue mura, le sue strade, le sue piazze, le sue abitazioni, diventano snodo centrale del ciclo di valorizzazione.

Il possesso/eredità di un immobile (familiare) è oggi la modalità  prevalente e quasi esclusiva per accedere al mutuo/acquisto, mentre l’affitto è sopposto ad un vertiginoso processo di rendita speculativa pressoché inarrestabile – tendenza che rende la società italiana sempre più simile a quella degli Stati Uniti. Lavoro/reddito/casa rappresentano un intreccio tematico in radicale ridislocazione; e per raccontare la moderna condizione proletaria nella metropoli, sarà necessaria una nuova qualità dell’indagine sociologica e dell’inchiesta sul campo.

E’ lo sforzo che affronta Barbara Russo nel suo libro Le case dei sogni, un testo che si inserisce nel filone di indagine che il ricercatore collettivo Monitor  continua a produrre, partendo dalla metropoli napoletana ma relazionandosi agli analoghi fenomeni più generali della società italiana.

A Napoli, il nodo del diritto all’abitare si intreccia strettamente con i processi di turistificazione e gentrificazione (alla napoletana) di quello che è il centro storico più vasto e popolato d’Europa. E tali processi a loro volta ridisegnano il mercato del lavoro e riconfigurano la cartografia dei poteri sul territorio – tra governi locali, imprenditoria privata tradizionale e nuova imprenditoria del terzo settore. Un approccio analitico che inquadra Napoli, quindi, non come eterna capitale dell’arretratezza, bensì laboratorio avanzato di tendenze della ristrutturazione capitalistica – nonché di forme originali di resistenza sociale.

Barbara Russo sceglie l’approccio etnografico, ormai indispensabile per indagare le fenomenologie sociali complesse, intervistando diverse tipologie di figure che si ritrovano nel vortice dei cambiamenti. Si va dai privati cittadini lanciati nella speculazione del b&b fai da te, agli operatori più strutturati che hanno scelto la via del property manager – l’intermediazione professionale che si va regolarizzando sul piano normativo e fiscale, creando anche nuovi elementi di stratificazione sociale. Fino ad arrivare ai “danni collaterali” prodotti da ogni espansione di mercato: le persone vittime dell’espulsione dal centro di Napoli, cacciate da case destinate ad essere fagocitate dentro al ciclo della speculazione turistica.

Molti degli intervistati raccontano di essere rimasti nelle loro case quando i proprietari hanno alzato i canoni di locazione all’improvviso, di aver accettato di pagare fitti più alti pur di continuare a vivere in quelle case, di aver assecondato le sempre nuove richieste dei proprietari nonostante l’assenza di manutenzione e contratti registrati per metà o del tutto in nero. Quando sono arrivati gli sfratti, alcuni di loro hanno provato a resistere, non solo perché non avevano altri posti dove andare, ma anche per salvaguardare il legame affettivo con le loro case e non perdere i rapporti con il vicinato, che in molti casi fornivano loro anche una possibilità di accedere al lavoro e al welfare. Chi alla fine ha dovuto lasciare la casa, ha preferito accettare canoni di locazione più alti a fronte di condizioni abitative peggiori, oppure si è fatto ospitare da amici e parenti, rinunciando ad avere una casa propria pur di rimanere in questi quartieri, vicino alle proprie comunità, ai luoghi di lavoro, alle scuole dei figli e agli spazi dove si svolge la propria vita quotidiana. (pag. 11)

La maggior parte dei soggetti più deboli, non possono che cedere alla speculazione e alla forza di impatto dell’industria turistica. Racconta una famiglia intervistata:

Da otto anni viviamo in questa casa, qui abbiamo le nostre abitudini, la scuola, il parco, la chiesa; si tratta di perdere tutto (…). Il proprietario ci ha detto che ce ne dobbiamo andare perché vendono tutto, anche gli altri due appartamenti che hanno nel palazzo. Gli avevo chiesto di mantenere l’affitto ma mi ha risposto che tutti gli appartamenti diventeranno b&b e che quindi non è possibile restare. Saranno venute a vedere la casa più di cinquanta persone: parlano di come aggiustarla, di cosa cambiare per farne un b&b… (pag. 60)

Quindi il passaggio storico, epocale, che ha investito Napoli, nel racconto di Barbara Russo, è facilmente leggibile.
Attori sociali vecchi e nuovi individuano nel centro storico della città un terreno di valorizzazione che può essere venduto all’industria dell'”esperienza turistica”, che dall’inizio del secolo in corso ha cominciato a inserire Napoli nella sua mappa di itinerari pregiati. La composizione sociale popolare e sottoproletaria di quei quartieri rappresenta un ostacolo a tale valorizzazione, ma anche una risorsa in quanto serbatoio di mano d’opera inutilizzata. Comincia il processo di espulsione delle classi povere che liberano metri quadri per l’uso turistico e allo stesso tempo la messa in valore della forza lavoro che in quei territori vive. Nasce la retorica del turismo come Grande Occasione di emancipazione. Si uso lo stigma che ricade da sempre sui quartieri popolari – parassitismo e malavita – per legittimare il ridisegno urbanistico e sociale dei territori. Nel racconto che ne fanno i residenti, alcuni rioni, come la Sanità, aderiscono perfettamente a questo schema – senza dimenticare che le vite delle persone non sono né schemi né statistiche.

Una delle maggiori contraddizioni che saltano all’occhio quando si osserva ciò che sta accadendo alla Sanità riguarda lo squilibrio tra il potere d’acquisto dei turisti e quello dei residenti. Dai beni di prima necessità, fino alle attività commerciali e di ristorazione, i prezzi sono aumentati ma la povertà del quartiere è rimasta invariata. Applicato al campo degli affitti, questo scarto rivela un nuovo cortocircuito prodotto dall’economia turistica, capace di tagliare in due la città: un mercato immobiliare dai valori sempre più alti che non coincide con i redditi e le possibilità economiche degli abitanti, apre la strada a nuovi attori (pag. 67)

E quindi, sovente, lo sfrattato, diventa anche carne da macello dell’industria turistica.

Nel caso di Cinzia, come in quelli di Dinesh, Pramila e altri intervistati che hanno perso la casa, proprio chi è impiegato come mano d’opera precaria, flessibile e sottopagata nel comparto alberghiero o extra-alberghiero, è poi coinvolto nelle sue “esternalità negative”, in primis gli sfratti e la perdita della casa. (pag. 81)

La retorica delle Grande Occasione, l’eterno mito del Risanamento napoletano, il turismo come moderna panacea alla crisi delle metropoli e il nodo casa come nuovo ordinatore sociale, sono fenomeni ricorrenti che investono tante città ma che a Napoli si presentano nelle forme più trasparenti e leggibili. Le analisi elaborate in questo libro, prodotte “dall’interno” dello tsunami sociale che sta ridisegnando le metropoli, rappresentano il racconto vivo, in presa diretta, di un grande cambiamento che arricchirà pochi e peggiorerà le condizioni di tanti. Senza il protagonismo dei soggetti che vivono la città, senza il rispetto dei loro bisogni e della loro storia, nessuna emancipazione è possibile: soprattutto se fondata sulla speculazione immobiliare.

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Il corollario razzista e imperialista del mito della Frontiera https://www.carmillaonline.com/2025/08/20/il-mito-della-frontiera-e-il-suo-corollario-razziale/ Wed, 20 Aug 2025 18:30:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89654 di Sandro Moiso

David W. Belisle, I Robinson d’America. Le avventure di una famiglia persa nel gran deserto del West, Bibliotheka Edizioni, Roma 2025, pp. 336, 16 euro

Sull’importanza della Frontiera nella storia degli Stati Uniti e, soprattutto, per la creazione del mito americano non vi può essere più alcun dubbio. Questo assunto è d’altra parte facilmente verificabile a partire dall’opera di Frederick Turner, intitolata The Frontier in American History pubblicata nel 1953, che raccoglieva una serie di saggi dello stesso autore editi tra il 1920 e il 1947.

Come ben riassumeva Mauro Calamandrei nell’introduzione all’edizione italiana dello stesso testo [...]]]> di Sandro Moiso

David W. Belisle, I Robinson d’America. Le avventure di una famiglia persa nel gran deserto del West, Bibliotheka Edizioni, Roma 2025, pp. 336, 16 euro

Sull’importanza della Frontiera nella storia degli Stati Uniti e, soprattutto, per la creazione del mito americano non vi può essere più alcun dubbio. Questo assunto è d’altra parte facilmente verificabile a partire dall’opera di Frederick Turner, intitolata The Frontier in American History pubblicata nel 1953, che raccoglieva una serie di saggi dello stesso autore editi tra il 1920 e il 1947.

Come ben riassumeva Mauro Calamandrei nell’introduzione all’edizione italiana dello stesso testo (il Mulino, Bologna 1959): «Cos’è la teoria o l’ipotesi della frontiera? La storia americana, secondo la teoria di Turner, è essenzialmente una storia di colonizzazione dell’Ovest. La chiave di questo processo è la presenza di una frontiera mobile che continuamente si ritira aprendo nuovi orizzonti economici e umani».

Aggiungendo poco dopo che il termine frontiera, nella lingua e nell’immaginario americani non ha mai avuto il senso di una linea di confine e di chiusura di spazi definiti, come nell’originale termine inglese “frontier”, ma piuttosto quello attribuitogli da Walter P. Webb, uno dei più significativi discepoli di Turner, secondo il quale: «La frontiera non costituisce una linea in cui fermarsi, ma un’area che invita ad entrare».

Originariamente il termine aveva lo stesso significato e in Inghilterra e nel continente europeo e nelle colonie inglesi del Nord-America. Il cambiamento di significato del termine fu determinato dalla consapevolezza che, attorno agli insediamenti coloniali, non c’era un confine rigido e impenetrabile se non sotto la pressione eccezionale di un conflitto bellico; c’era invece spazio aperto e disponibile. La scoperta di questo fatto dava al dinamismo espansionista, che era alla base della creazione delle colonie, nuovo vigore e nuova vitalità. La consapevolezza di trovarsi all’orlo di un continente, che aspettava solo di essere esplorato, conquistato e sfruttato, era travasato nel linguaggio stesso e nel significato traslato che parole come frontier venivano ad assumere. Mitford M. Mathews è in grado di citare esempi di un simile uso del termine che risalgono a prima della fine del ‘6001.

Ma in realtà il mito della frontiera ha costituito da sempre, e per questo è possibile far risalire l’uso traslato del termine a prima della fine del XVII secolo, l’orizzonte dell’espansionismo coloniale europeo che proprio sulle rotte atlantiche, e quindi ad Ovest del continente, aveva iniziato a costruire i propri imperi. Rompendo così quella tradizione antica, ancora riportata da Dante Alighieri nel XXV canto dell’Inferno, quello di Ulisse, secondo cui ad Occidente poteva estendersi soltanto il mondo dei morti.

Morti in effetti ce ne sarebbero poi stati parecchi, milioni addirittura, nel corso dell’espansione europea verso occidente, ma quasi tutti furono gli abitanti, fino allora ben vivi e felici, di quelle terre che si ritenevano disabitate e selvagge. Prive di civiltà e barbare. Motivazioni per cui una certa razzializzazione della storia poteva permettere di fare affermare a Jesup D. Scott nel 1859 che:« Il movimento verso Occidente del ramo caucasico della razza umana, dagli altopiani dell’Asia, prima verso l’Europa e poi, con crescente marea, verso il Nuovo Mondo, con gran moltitudine di uomini, è il fenomeno più grandioso della storia»2.

In un contesto in cui, come bene ha ricostruito lo storico e sinologo Martin Bernal nella sua opera più importante e controversa, Atena nera3, alle precedenti ricostruzioni delle origini della civiltà greca che trovavano spunto in quelle mesopotamiche ed egizie si stava ormai sostituendo una visione indo-europea o ariana della nascita della stessa. Ipotesi fortemente sostenuta, anche a livello di formazione scolastica e universitaria fin dai primi decenni dell’Ottocento, prima in Germania e poi anche nelle società di lingua inglese.
Come sostiene Bernal l’incoraggiamento dato all’istituzione di corsi di Altertumswissenschaft (Scienza dell’Antichità) all’interno delle Università tedesche determinava la visione di un uomo greco di carattere “divino”, poiché capace di arte e filosofia.

Era inoltre necessario che i Greci – così come voleva l’immagine idealizzata dai Tedeschi – fossero integrati al proprio suolo nativo, e fossero puri. Il modello antico, con le sue varie invasioni e frequenti prestiti culturali e le implicite conseguenze di mescolanza razziale e linguistica, divenne sempre più intollerabile4.

Ora al di là della persistenza e della validità o meno dell’esistenza di una lingua indoeuropea o di popoli accomunabili sotto questa definizione come ariani o arii5, la fascinazione esercitata da una cultura di tali origini per lo sviluppo delle società germaniche divenne di fondamentale importanza per lo sviluppo del razzismo dell’imperialismo e del colonialismo sia inglese che tedesco e più in generale di un Occidente che sempre più spesso avrebbe rivendicato le proprie origini culturali nella tradizione “classica”.

Ogni razza che ha lasciato segni profondi sulla comunità umana è stata la portavoce di qualche grande idea che ha imposto una direttiva alla vita nazionale una forma alla sua civiltà […] Le razze più nobili sono sempre state amanti della libertà. Quell’amore operava fortemente nel primigenio sangue germanico e ha profondamente fatto sentire il proprio influsso sulle istituzioni di tutti i rami della grande famiglia tedesca; ma venne riservata alla razza anglo-sassone la missione di riconoscere nella sua pienezza il diritto dell’individuo a se stesso e a dichiarare formalmente tale diritto fondamento del governo.

Così si esprimeva, nel 1885, Josiah Strong (1847-1916), un ecclesiastico e autore protestante, fondatore del Social Gospel movement, dedito alla difesa delle libertà e alla diffusione di un’opera missionaria che facesse sì che tutte le razze potessero essere migliorate ed elevate e quindi portate a Cristo. Nel suo libro Our Country da cui è tratta la precedente citazione, Strong sosteneva che gli anglo-sassoni costituiscono una razza superiore che deve “cristianizzare e civilizzare” le razze “selvagge”, il che sosteneva sarebbe stato un bene per l’economia americana e per le “razze minori”6.

E’ chiaro che tutto questo insistere sull’”amore per la libertà” rimandava inevitabilmente a quella civiltà classica, possibilmente ateniese dal punto di vista del pensiero politico e filosofico, che gli storici tedeschi e inglesi dell’Ottocento cercavano di avvallare come essenza di una civiltà che era sorta proprio combattendo la barbarie asiatica, poi rimasta nell’immaginario politico occidentale fino agli attuali deliri sulle autocrazie nemiche della libertà e della “vera” democrazia. Che poi, proprio ad Atene, questa democrazia e questa libertà riguardassero soltanto un ristretto numero di individui maschi e non le donne, gli schiavi e i meteci (gli stranieri più o meno integrati nell’economia della città-stato) sembra avere oggi, come allora, scarsa importanza nel dibattito politico liberale.

Secondo Albert J. Beveridge (1862- 1927), storico e senatore statunitense, infine, il generale dell’Unione e poi diciottesimo presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant (1822-1885):

Non dimenticò mai che siamo una razza conquistatrice e che dobbiamo obbedire agli imperativi del nostro sangue e conquistare nuovi mercati e se necessario nuove terre. Grant ebbe la virtù profetica di prevedere, come parte dell’imperscrutabile piano dell’Onnipotente, la scomparsa delle civiltà inferiori e delle razze decadenti di fronte all’avanzata delle civiltà superiori formate dai tipi più nobili e più virili di uomini.
[…] Grant aveva l’istinto dell’impero. Sognò gli stessi sogni che Dio suscitò nelle menti di Jefferson, Hamilton, di John Bright e di Emerson, e di tutti gli intelletti imperiali della sua razza; il sogno dell’America che si espande finché tutti imari vedranno sbocciare il fiore della libertà e sventolare la bandiera della nostra repubblica […] E la legge americana, l’ordine americano, la civiltà americana e la bandiera americana verranno stabiliti su spiagge lontane che, fino ad oggi insanguinate e oscure, diventeranno magnifiche e felici.
Se questo significa un canale sull’istmo con bandiera a stelle e strisce che sventola anche sulle Hawaii, su Cuba e sui Mari del Sud, se questo significa un impero americano nel nome della grande repubblica e delle sue libere istituzioni, accogliamo questo significato con gioia esultante e realizziamo concretamente questo significato, senza curarci di ciò chele forze della barbarie e dei nostri nemici possono dire o fare7.

Il discorso fu pronunciato in occasione della guerra ispano-americana con cui, nel 1898 e a seguito di un attentato inventato, gli Stati Uniti portarono i loro confini occidentali ancora più lontano, sul Pacifico con le isole Hawaii e al di là dello stesso oceano, nelle Filippine. Un discorso dal carattere “profetico” cui nulla ha aggiunto ogni promessa americana da Franklyn Delano Roosevelt a John Fitzgerald Kennedy (promotore di una Nuova Frontiera nello spazio), fino a Donald Trump e al suo pupillo e nemico Elon Musk.

Tutto questo per delineare il clima culturale che aveva circondato la stesura del romanzo appena pubblicato dalle edizioni Bibliotheka, che, più che per il suo valore letterario, vale la pena di essere letto come testimonianza di un periodo in cui, soprattutto nella cultura di lingua tedesca e anglofona, si andava affermando un mito ben preciso: quello della derivazione ariana della cultura greca, ritenuta all’epoca, e poi ancora successivamente, non soltanto fondativa di quello che allora era ancora un confuso, e non del tutto definito nei suoi confini geografici, “Occidente”, ma massima espressione di una civiltà destinata a sottomettere a sé tutti i popoli ancora barbari.

Il romanzo The American Family Robinson, pubblicato per la prima volta nel 1853 a Filadelfia, narra la storia della famiglia Robinson e delle sua avventure durante il trasferimento verso Ovest cui dà inizio il desiderio “innato” dei suoi componenti di trasferirsi sempre più a Ovest. Come afferma lo stesso autore nel Prologo:

Le altissime montagne, le possenti foreste, i fiumi e le valli del West, buona parte dei quali a tutt’oggi rimane inesplorata, sono spesso motivo di immensa gratificazione per i nostri valevoli naturalisti, lapidari e archeologi. E’ pertanto con l’intento di mettere in luce una tale tipologia di fonti che l’autore ha raggruppato in questa piccola opera i numerosi e sconvolgenti avvenimenti della vita nelle praterie, facendo qua e là cenno a resti del passato che inequivocabilmente testimoniano l’esistenza di una misteriosa e progredita civiltà, rispetto alla quale svariate scoperte hanno in seguito provato che le ipotesi da lui propagate erano corrette.
Del fatto che questo paese sia stato popolato da una civiltà che ha preceduto le tribù indiane, nonché i loro progenitori, non vi è ormai più dubbio alcuno. Ovunque nel West, e in molti luoghi ad est della valle del Mississippi, prove inconfutabili attestano l’antichità dei cimeli e dei monumenti lasciati da un popolo di cui razza, nome e costumi sono andati perduti nell’oscurità che sempre aleggia su di un passato maestoso. Al fine di richiamare con maggiore efficacia la curiosità del lettore su queste remote testimonianze, e per instillare nelle menti dei giovani la sete per l’indagine scientifica, l’autore ha incidentalmente accennato a queste vestigia mentre seguiva la famiglia di Mr. Duncan nella sua faticosa peregrinazione attraverso il Gran Deserto Americano8.

Con queste premesse e promesse il romanzo divenne ben presto un best-seller ed eguagliò in popolarità un romanzo come Robinson Crusoe di Daniel Defoe, che anticipava di quasi due secoli la teoria del White Man’s Burden, ovvero del fardello dell’uomo bianco, espressa da Rudyard Kipling nel 1899. Personaggio dai molteplici interessi, David W. Belisle (New Jersey 1827 – Philadelphia 1890) fu scrittore, poeta, giornalista nonché sindaco di Atlantic City dal 1866 al 1867, e, oltre al romanzo in questione, pubblicò anche una serie di guide turistiche sulla parte orientale degli Stati Uniti.

Nonostante il fatto che le vicende si svolgano tra foreste imponenti, montagne selvagge, fiumi e valli immortalati nella loro naturale bellezza, prima che lo sviluppo capitalistico contribuisse alla loro devastazione insieme alla scomparsa dei bisonti e delle tribù dei nativi, il testo finisce col costituire principalmente una anticipazione delle origini del mito della frontiera e delle giustificazioni razziste dell’espansionismo a stelle e strisce in territori e tra popoli quasi sempre definiti come “selvaggi”.

Ma a differenza di molti altri romanzi di tal fatta, tra i quali quelli di James Fenimore Cooper non sono certo i peggiori, quello di Belisle introduce una novità già anticipata nel prologo citato prima: quello di una civiltà anteriore sia a quella delle popolazioni amerindie che di quella europea giunte successivamente sul continente. Civiltà che si manifesta prima con il ritrovamento di manufatti di rame da parte di due ragazzini della famiglia Duncan e poi attraverso la narrazione dello zio che, durante la sua gioventù, avrebbe incontrato, commerciando con una tribù di nativi sulle sponde del Lago Superiore, uno strano individuo, un anziano, dalla barba fitta, pettinata, divisa in due sul labbro superiore, che gli ricadeva fin sul petto.

La sua doveva essere stata una corporatura forte, atletica, perché era alto più di sette piedi (circa due metri – N.d.R.), e sebbene barcollasse, aveva le ossa dritte e gli occhi blu, irradiati di uno spirito che la vecchiaia non era riuscita a sottomettere. Le sue caratteristiche fisiche, così come la sua carnagione, erano completamente diverse da quelle del resto della tribù. La fronte era alta e spaziosa, il mento largo e prominente; le labbra piene, dotate di un’espressività che non avevo mai veduto in nessun altro essere umano, gli conferivano un’aria di nobiltà mista ad agonia e infelicità senza speranza […] Era un vecchio strano, insomma; tanto diverso da chiunque altro, che la sua sola presenza bastava a suscitare rispetto e riverenza. Gli indiani poi non hanno barba. Questo particolare ci faceva supporre che si trattasse di un uomo bianco; ma a volerlo paragonare alle razze occidentali, ci si rendeva conto che non aveva nulla in comune né con gli europei né con i nativi9.

L’inserimento nella narrazione di questa via di mezzo tra un Neaderthal e un semidio greco, permette successivamente a Belisle di inserire, a mo’ di insegnamento per le giovani generazioni e tutti gli altri lettori, la sua visione del declino delle razze o della loro sopravvivenza, oltre che la convinzione di una razza superiore, quella evidentemente ariana nei tratti fisici descritti, di cui occorrerebbe ritrovare la purezza, così come la famiglia Duncan potrebbe fare spingendosi ai confini dell’Occidente.

Per comprendere appieno la narrazione tossica insita nel romanzo è qui d’uopo riportate le parole del vecchio, esposte dallo zio, la cui curiosità giovanile aveva commosso e spinto l’anziano e unico superstite di una “razza superiore” a raccontare il misterioso passato del continente americano.

Vieni qua, figlio di una razza degenere, e apprendi i segreti del passato. Molto prima che la tua razza sapesse dell’esistenza di questo continente, la mia gente viveva nel vigore e nella gloria della prosperità di una nazione. Dall’estremo Nord, dove gli iceberg resistono al sole, fino alle rocce brulle del profondo e torrido Sud, tutto era nostro, da un oceano all’altro!
[…] Ma sorsero problemi. I nostri re avevano accolto sul loro territorio due altre razze, in principio soltanto una manciata di uomini portati dai venti sulle nostre coste in due diverse ondate. Quelli che per primi erano stati condotti alla nostra ospitalità erano civilizzati, a loro modo, e superiori alle bestie, sebbene inferiori a noi per numero. Ma la differenza fra i nostri popoli era tale che il matrimonio misto veniva punito con la morte. Erano umani, e quindi li proteggevamo, e l’insignificanza era a quel tempo la loro più grande amica […] L’altra razza era invece composta da selvaggi della specie peggiore, rozzi più degli animali da preda. Fu così che si moltiplicarono e divennero forti […] Le nostre foreste si popolarono di bestie in forma umana, e le nostre regioni di una nazione di ebeti. Trascorsero i secoli, e i selvaggi si moltiplicarono e divennero arroganti […] Finalmente, ahimè troppo tardi, ci rendemmo conto del pericolo. Li scacciammo dalle nostre città fino alle montagne. Ma prima che potessimo vendicare i loro oltraggi, l’altra razza si mosse come uno sciame di locuste, e proclamandosi nostra pari chiese di essere riconosciuta come tale […] Poi cominciò una terribile guerra di sterminio. Il continente venne sommerso dal sangue. Noi combattevamo per le nostre famiglie e il nostro paese, loro per la supremazia […] Dopo tutti questi secoli siamo stati dimenticati, nella lotta fra la razza per metà civilizzata e i selvaggi, la mia gente morendo di anno in anno, si è completamente estinta, tranne che per me, l’ultimo padrone legittimo di questo continente10.

E’ incredibilmente riassunto qui, in poche pagine, tutto il variegato pregiudizio delle razze superiori e inferiori e del declino e scomparsa delle prime se non sapranno trattare come si deve, sterminandole e cacciandole da ogni consorzio umano, le altre. Dalla conquista del West allo schiavismo delle piantagioni del Sud, dai Protocolli dei Savi di Sion ai muri di Trump, passando per i campi di concentramento nazisti, la proibizione dei matrimoni misti, la paura nei confronti degli immigrati destinati a sostituirci fino a tutti i deliri di QAnon, è già tutto anticipato nelle pagine di Belisle.

Tutto servito in anticipo sui tempi: dalle teorizzazioni dell’ampliamento ad Ovest dell’impero alle leggi Jim Crow11, dai linciaggi degli afro-americani ai massacri del fiume Sand Creek e Wounded Knee dei nativi delle grandi pianure. Un fiume di sangue che, questo sì davvero, avrebbe accompagnato l’avanzare della Frontiera e del dominio statunitense sul mondo da allora fino al XXI secolo.


  1. M. Calamandrei, Introduzione a F. J. Turner, La frontiera nella storia americana, Società editrice il Mulino, Bologna 1975, pp. 9-10.  

  2. J. D. Scott, Westward the Star of Empire (Verso occidente volge la stella dell’impero), «De Bow’s Review», agosto 1859 cit. in P. Bairati (a cura di), I profeti dell’impero americano. Dal periodo coloniale ai nostri giorni, Giulio Einaudi editore, Torino 1975, p. 181.  

  3. M. Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, il Saggiatore, Milano 2011 – ed. originale 1987, Black Athena. The Afroasiatic Roots of Classical Civilization.  

  4. M.Bernal, op. cit., p. 23.  

  5. Si veda, a solo titolo di esempio: G. Semeraro, La favola dell’indoeuropeo, Bruno Mondadori editore, 2005.  

  6. J. Strong, Our Country, cap. XIII, cit. in P. Bairati, op. cit., pp. 192-206, La razza anglo-sassone e il futuro del mondo.  

  7. A. J. Beveridge, Siamo una razza conquistatrice, 27 aprile 1898 , ora in P. Bairati, op. cit., pp. 242-243.  

  8. D. W. Belisle, I Robinson d’America. Le avventure di una famiglia persa nel gran deserto del West, Bibliotheka Edizioni, Roma 2025, pp. 11-12.  

  9. D. W. Belisle, op.cit., p. 40.  

  10. Ivi, pp. 43-45.  

  11. In proposito si veda: J. Q. Whitman, Il modello americano di Hitler. Gli Stati Uniti, la Germania nazista e le leggi razziali, LEG edizioni, Gorizia 2019 (recensito qui).  

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Napoli che balla, Napoli che lotta: suoni, identità e resistenze postcoloniali https://www.carmillaonline.com/2025/08/19/napoli-che-balla-napoli-che-lotta-suoni-identita-e-resistenze-postcoloniali/ Tue, 19 Aug 2025 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89887 di Francesco Festa

Gennaro Ascione, Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale, Tamu Edizioni, Napoli 2025, pp. 283, € 18,00

O ciuccio è ferito… ma nun è muorto! Io vi avevo già avvertito: Napoli nun adda cagnà! E perciò chi fa ‘o Festivàl more acciso…

Nel 1982 esce No grazie, il caffè mi rende nervoso, una commedia dai tratti thriller diretta da Lodovico Gasparini e interpretata da Lello Arena e Massimo Troisi. Fra battute, situazioni deliranti, la “parlesia” – la lingua segreta dei musicisti napoletani – proprio Lello Arena veste i panni di un misterioso maniaco che vorrebbe custodire la bellezza [...]]]> di Francesco Festa

Gennaro Ascione, Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale, Tamu Edizioni, Napoli 2025, pp. 283, € 18,00

O ciuccio è ferito… ma nun è muorto! Io vi avevo già avvertito: Napoli nun adda cagnà! E perciò chi fa ‘o Festivàl more acciso…

Nel 1982 esce No grazie, il caffè mi rende nervoso, una commedia dai tratti thriller diretta da Lodovico Gasparini e interpretata da Lello Arena e Massimo Troisi. Fra battute, situazioni deliranti, la “parlesia” – la lingua segreta dei musicisti napoletani – proprio Lello Arena veste i panni di un misterioso maniaco che vorrebbe custodire la bellezza di Napoli cristallizzata nella sua immagine oleografica e stereotipata, minacciando di morte ogni velleità di cambiamento e modernità. In particolare la minaccia è una kermesse musicale denominata “Primo Festival Nuova Napoli”, cui avrebbe preso parte anche James Senese se non fosse stato ammazzato.

Ma Napoli è cambiata, ça va sans dire. Senza capo né coda, verrebbe da aggiungere. Ostaggio del turismo a tutti i costi, alla turistificazione è subentrata la gentrificazione, rendendo lo spazio urbano un mondo irriconoscibile, una città che a tratti sembra uscita da un romanzo di Ballard sommersa da un’accozzaglia di ristoranti e take away. Parafrasando Pino Daniele, “Napule è na’ teglia sporca” oltre che “na’ carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta”. La sorte è appesa al filo della parodia di sé stessa, della sua storia e del parco giochi a cielo aperto per turisti. Il che è oggi economia e identità sociale della Napoli contemporanea. Vien da chiedersi, ma doveva per forza andare così?

Il libro di Gennaro Ascione, Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale, sgombera il campo da questa distopia in cui è precipitata la città, illuminando il campo alla visione di un’altra Napoli. Il libro dona luce a realtà ormai sconosciute, fra mondi sotterranei e segreti, che comunque ostinano a vivere.
Il cuore pulsante del libro è la Napoli delle viscere, quella che si nasconde “sotto le botole nel tufo o dietro ai palazzi”, fra vicoli e strade oggi completamente stravolti, dove hanno convissuto scenografie di film, case discografiche, canzoni, musicisti, band e dancefloor. Il libro è un viaggio nella Napoli della cultura musicale, fra Otto e Novecento e fino ai giorni nostri: quella realtà culturale che, forse, non c’è più, ma è più viva che mai nel fermento, nelle resistenze e nelle lotte sociali e culturali.

Premessa di metodo: la cultura non è un campo neutro. Anzi è un terreno di conflitto dove confliggono poteri, identità e rapporti sociali. Il debito di Ascione è verso Stuart Hall, Iain Chambers e verso i Cultural studies, secondo i quali gli aspetti culturali della città lungi dall’essere un insieme fisso di valori, rappresentano invece un processo in continuo movimento, in cui i significati vengono costruiti e contesi all’interno dei rapporti sociali.
In tal modo Napoli balla assume la dimensione di un viaggio stratificato in cui la città, la musica e i corpi si fondono in un racconto che vibra. Vibra di suoni, di memoria e di politica. Ascione guida il lettore in un percorso che sfida i confini del genere saggistico e abbraccia la narrazione ibrida, capace di connettere pratiche urbane, genealogie musicali, conflitti di classe e trasformazioni identitarie. Il testo si configura come una mappa, anche se in realtà è uno spazio aperto al movimento, all’improvvisazione, alla collisione.

Ascione rifiuta l’estetica folcloristica e nostalgica, per restituire una città che “nun adda cagna”, eppure si reinventa costantemente attraverso il metissage ritmico, delle parole e dei suoni, così com’è complessa, stratificata e mai definita la sua storia secolare. Così Napoli ritrova la sua natura situazionista, dove il détournement non è solo un paradigma, ma una pratica quotidiana incarnata nella trilogia: deviazione, eccedenza e creazione.

L’esperienza della lettura potrebbe sembrare multisensoriale. Napoli balla è infatti un libro da ascoltare e da vedere, con passaggi che citano passi di film ed evocano sequenze cinematografiche, ma anche atmosfere psichedeliche, visioni sciamaniche, beat sincopati.
Si tratta di una narrazione dove il ritmo e il lessico imitano la struttura del sound: ripetizioni, campionamenti, break narrativi, alternanze di registri e toni. Il che rende il testo simile a un DJ set con continui riferimenti interdisciplinari, caratteristica dei Cultural studies, in cui la cultura popolare diventa chiave di lettura dei mutamenti sociali.

Curioso è un riferimento a Gramsci e ad alcune sue osservazioni sulla musica jazz, che ritorna spesso nel primo capitolo. Chissà se quelle suggestioni furono anticipazioni lucide – o paranoiche – sul futuro impiego del jazz nella propaganda americana. Resta il fatto che sono curiosamente illuminanti. In una lettera del 1928 a sua cognata Tania, fra coordinate eurocentriche e talvolta razziste, Gramsci esprime il timore che i subalterni, attratti da modelli culturali borghesi come il jazz, si allontanino dalla necessaria coscienza di classe. Tuttavia, questa diffidenza non gli impedisce di cogliere, con sguardo acuto, la forza antropologica del jazz come intreccio indissolubile tra musica e danza. Il ritmo sincopato, la ripetizione dei movimenti, la facilità con cui quel linguaggio penetra nel vissuto psichico collettivo, diventano per Gramsci segnali di una pratica sociale potente, capace di dar forma a uno spazio di esperienza — il dancefloor — che, nell’epoca della decolonizzazione, assume valenza politica.

Uno dei concetti più potenti del libro è la definizione del dancefloor come “spazio sociale della decolonizzazione”. Una tesi ardita, ma affascinante: la pista da ballo diventa il luogo in cui le soggettività subalterne, ibride, meticce, trovano espressione. In una città che è essa stessa postcoloniale – al margine del discorso nazionale, travolta dalle narrazioni mainstream, sospesa tra centro e periferia – la musica diventa prassi politica, archivio emotivo e gesto performativo.

Fra i tratti più riusciti di Napoli balla è la capacità di costruire una genealogia musicale della città e in realtà di tutto il paese. La musica pop ante litteram è nata grazie ai napoletani di stanza in città o in giro per l’Europa. I “posteggiatori” – i suonatori ambulanti di fine Ottocento – accompagnati dalla chitarra cantavano tra i tavoli di osterie e ristoranti, raccogliendo offerte come facevano un tempo menestrelli e saltimbanchi medievali. In questo girovagare nasce la “parlesia”, una lingua che serviva per comunicare fra posteggiatori. E nello stesso mondo nasce il successo di ‘O sole mio. Con una tournée in Russia nel 1897. Il successo si inserisce nel crescente interesse per la canzone napoletana, diffusa anche grazie ai flussi migratori dopo l’Unità d’Italia. È in questi mondi sovrapposti che Napoli assume una dimensione “post‑italiana”, cioè, uno spazio in cui si frantumano le retoriche identitarie omogenee, e dove si materializzano nuove soggettività culturali.

La cifra della dimensione post-identitaria è riscontrabile nel dopoguerra, quando i soldati afroamericani di stanza in città ascoltano il jazz, il blues, il R&B. Alla devastazione dei bombardamenti e alla fame della guerra, la musica dei militari statunitensi – veicolata attraverso radio militari, vinili “victory disc” e jam session improvvisate – entra nella vita quotidiana, innestandosi nei circuiti culturali e trasformando la stessa idea di musica.

A differenza degli Stati Uniti, dove il jazz nero è confinato nei ghetti, a Napoli viene accolto nei locali clandestini, nelle taverne, nelle radio. Ascione racconta di come, negli anni Quaranta e Cinquanta, si assiste ad una contaminazione imprevista: il lirismo melodico napoletano si mescola con i suoni sincopati afroamericani, generando ibridazioni sonore che preparano il terreno per il funk dei Napoli Centrale, per il Neapolitan power di Pino Daniele, ma anche per l’estetica urban contemporanea di Liberato.

Questa ibridazione non è soltanto musicale: è politica e simbolica. I corpi dei soldati neri – discriminati in patria, accolti come “liberatori” nella città partenopea – diventano veicoli viventi di un’altra idea di modernità. Una modernità nera, diasporica, Black Atlantic – come scritto da Paul Gilroy. Nota Ascione che è attraverso quei suoni che la città inizia a pensarsi come parte del mondo postcoloniale, come crocevia di memorie e resistenze, come luogo di rifondazione culturale. Si tratta, in fondo, di un processo che rilegge la sua stessa storia in chiave “transatlantica”, e che riconfigura la musica come pratica di sopravvivenza e di desiderio collettivo.

Interessante è la relazione fra lotta di classe e parole. Qualcosa di inimmaginabile nei testi delle canzoni coeve. Nelle pagine di Napoli balla si legge lo stridore in queste relazioni, mai pacificate, fra storie, memorie e narrazioni che si sovrappongono. Dai giorni gloriosi e misconosciuti della casa discografica BBB, alle lotte sociali degli anni Sessanta e Settanta ove le fratture si scavano fra lavoratori salariati, operai e disoccupati, chi scolarizzato e chi no, chi emigrante e chi no, in uno spazio urbano in corso di de-industrializzazione distribuito fra industrie, fabbrichette ed ’“economica del vicolo”. James Senese sublima in musica tale frattura nel brano Chi fa l’arte e chi s’accatta

Fino a quando esisterà
chi fa l’arte e chi s’accatta
chi fa il braccio e chi la mente
chi tene troppo e chi nun tene niente?
Fino a quando esisterà
chi fotte e chi è fottuto
chi nun vò e chi nunn’è voluto?
Fino a quando, ’ncopp’a terra ne resta uno ca se lamenta
ne resta uno ca se lamenta!
Fino a quando tutti quanti nun ci facimme ’o culo tante pe’ ll’ammore e l’eguaglianza nuje nun simme ancora niente.
Chisto munno nun vale niente chisto munno nun vale niente! (p. 63)

In questo paesaggio sonoro si iscrive una delle esperienze più radicali della Napoli musicale: il Neapolitan Power. Più che un movimento musicale, una vera insurrezione sonora e culturale. Emerso alla fine degli anni Settanta, il Neapolitan Power ha cercato di scardinare l’immagine stereotipata di Napoli, imposta dai circuiti mediatici e dal turismo culturale, costruendo una lingua musicale nuova, fatta di jazz, funk, dialetto, e tensione sociale.

Gli artisti come James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, ma anche Pino Daniele, si pongono come guastatori del discorso nazionale: reinventano la napoletanità contaminandola con l’Africa, con il Mediterraneo, con l’Atlantico. La musica non è più solo espressione culturale, ma diventa lotta di classe suonata: una “traduzione in versi della rabbia e della bellezza” (p. 57). E dietro ogni riff, ogni break di batteria, ogni urlo rauco del sax di Senese, c’è una città che lotta per restare viva nella sua complessità.

Il libro dedica pagine importanti ai luoghi della marginalità culturale, la “Napoli segreta”, ovvero quei territori urbani dove si sperimentano nuove forme di socialità e di produzione simbolica. È in queste “infraculture” – come le definisce Ascione – che si consuma la rottura con la Napoli turistica: luoghi dove la cultura non è spettacolo da esibire ma materia da vivere. E la cultura underground è anti-museale per costituzione, è archivio del presente: dove si contaminano pratiche postcoloniali, memorie subalterne e resistenze quotidiane. Questa città non si può vedere da fuori, bisogna entrarci, mescolarsi, lasciarsi trasformare.

Napoli segreta altro non è che la sembianza contingente e transitoria che l’anima sfuggente della città ha assunto in forma di musica funk, disco, boogie, afrobeat, wave e balearica, cantata in napoletano, tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 del ’900. Prima che i campionatori colonizzassero l’immaginario acustico globale. (p. 116)

Altro aspetto metodologico adoperato da Ascione è l’intervista o la voce diretta dei protagonisti – a tratti richiama la tradizione operaista dell’“inchiesta a caldo” – cioè osservare i soggetti nel loro contesto, raccogliere le loro parole senza filtri, lasciarli parlare proprio nel vivo dell’attività. Così vengono fuori “autobiografie in movimento” che compongono una narrazione collettiva.

In HyperNapoli. Movimenti, suoni e visioni, vi sono le voci di alcuni protagonisti contemporanei, con focus su artisti come Liberato, Nu Genea, Enzo Dong, Night Skinny, Nicola Siciliano, collettivi come Napoli Segreta, Chico Trujillo e progetti estetico-sonori e post-identitari – menzione speciale per “Fabrizio Sorrentino aka il papa, Officina99”. Sono proprio i “corpi che danzano nella notte” – i raver, i DJ, gli occupanti dei centri sociali, i sound designer, gli studenti fuori sede, i punk invecchiati e i clubber della Napoli nord – a raccontare una verità che sfugge ai sociologi da scrivania.

In un mondo segnato da confini e muri, Napoli balla ci parla di una città porosa, ibrida, post-coloniale. E quest’opera riesce a essere al tempo stesso saggio, memoir, ma anche manifesto politico. Sfugge a qualsiasi classificazione. Proprio com’è Napoli. E d’altronde l’identità si costruisce solo nel movimento e nella lotta.

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Palestina, un popolo che non vuole morire https://www.carmillaonline.com/2025/08/18/palestinaun-popolo-che-non-vuole-morire/ Mon, 18 Aug 2025 21:55:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90104 di Edoardo Todaro

Alain Gresh, Palestina, un popolo che non vuole morire, Sensibili alle foglie, 2025, pp. 160, € 15

“ Sensibili alle foglie “, ormai da tempo, edita libri molto utili per conoscere e capire quanto avviene in Palestina. Si può tranquillamente andare a ritroso e trovare nel catalogo Bambini in Palestina (1) del 2003 e, da poco Voci da Gaza (2), a proposito di un incontro tenutosi a Milano, al csa Vittoria, con Halima ed Ismail Abusalama; recentemente l’attenzione si è rivolta, pubblicando ben tre libri: Dietro i fronti (3), Sumud, resistere all’oppressione (4) e Il tempo del genocidio (5);  a Samah Jabr, [...]]]> di Edoardo Todaro

Alain Gresh, Palestina, un popolo che non vuole morire, Sensibili alle foglie, 2025, pp. 160, € 15

“ Sensibili alle foglie “, ormai da tempo, edita libri molto utili per conoscere e capire quanto avviene in Palestina. Si può tranquillamente andare a ritroso e trovare nel catalogo Bambini in Palestina (1) del 2003 e, da poco Voci da Gaza (2), a proposito di un incontro tenutosi a Milano, al csa Vittoria, con Halima ed Ismail Abusalama; recentemente l’attenzione si è rivolta, pubblicando ben tre libri: Dietro i fronti (3), Sumud, resistere all’oppressione (4) e Il tempo del genocidio (5);  a Samah Jabr, scrittrice ma soprattutto psicoterapeuta che indaga ed analizza le conseguenze psicologiche dell’occupazione sionista, gli effetti che produce e che lascia in chi sopravvive alla furia bestiale e genocida degli occupanti.

Da pochi mesi, Sensibili alle foglie ha aggiunto un ulteriore tassello ai libri già editi sulla Palestina, e di questo non possiamo che ringraziarla per l’opera importante portata avanti, si tratta di: Palestina, un popolo che non vuole morire (6) di Alain Gresh. Gresh è stato caporedattore di Le Monde diplomatique, ed è un profondo conoscitore del Medio Oriente, lo potremmo inserire tranquillamente all’interno di quella categoria rappresentata da quei giornalisti che un tempo si dedicavano anima e corpo all’inchiesta sul campo.

Comunque sarebbe sufficiente il sottotitolo (Un popolo che non vuole morire) per inserire questo libro tra le bibliografie da suggerire a chi è in cerca di un qualcosa che possa aiutare a capire cosa succede in Palestina, e perché succede. Gresh espone, in queste pagine, perché Netanyahu, e con lui il sionismo di cui è portavoce, non ha raggiunto gli obiettivi prefissati, nonostante si muova con una logica di annientamento metodico, sradicamento della cultura della Palestina compreso; l’importanza, decisiva anzi fondamentale, degli “aiuti” militari che gli USA danno ad israele, che non si sa bene perché ha “il diritto a difendersi”; la fame come arma di guerra, questione ormai, purtroppo, all’ordine del giorno; la violazione del diritto internazionale; Gaza come Dresda; i paralleli con quanto avvenne in Algeria e la controinsurrezione dell’occupazione francese, in Viet Nam e cosa significa oggi essere dalla parte dei palestinesi , come negli anni ’60 essere con i vietnamiti o negli anni ’80 con i neri del SudAfrica, oggi la Palestina rappresenta il simbolo di una decolonizzazione mancata; e la resistenza, non viene certamente elusa, anzi Gresh mette in evidenza che è proprio la resistenza a rimettere al centro della politica internazionale “l’emergenza Palestina”, Palestina che è e deve essere un problema politico prima che umanitario.

Un popolo, quello palestinese, come del resto tutti i popoli sottoposti ad occupazione, che non può accettare di vivere in schiavitù a meno che non lo si stermini, ma i palestinesi non vogliono morire, resistono, si ribellano. Gresh pone questioni sulle quali interrogarsi, anche se spesso quelle che pone sono domande retoriche, come ad esempio riguardo a cos’è il terrorismo con i cattivi di ieri che sono diventati i buoni di oggi, oppure come israele si appropria della shoah usandolo come paravento per compiere quanto sta facendo, ed ancora: il 7 ottobre? Terrorismo o operazione militare e gli uccisi del campo israeliano sono stati uccisi in quanto ebrei o in quanto occupanti? E prima di quella data? E di conseguenza Hamas e le comparazioni, assurde, con Daesh o Alqaeda; ostaggi?

Sicuramente i palestinesi incarcerati grazie alla detenzione amministrativa, i prigionieri disumanizzati; il perché dei rapporti, della stretta alleanza tra le formazioni fasciste ed israele; il linguaggio come strumento di guerra e la menzogna usata ed abusata per divenire verità accettabile ma soprattutto accettata e credibile, la menzogna che viene venduta più di frequente: “ israele unica democrazia del Medio Oriente “ ed israele veste i panni della vittima, il colonizzatore/vittima ed il colonizzato/aggressore; e le critiche, del tutto legittime e giustificate, divengono solo e soltanto antisemitismo. Su tutto questo, riporto una frase da tenere a mente e che a mio avviso racchiude quanto Gresh scrive: “ ciò che avviene a Gaza è il futuro “; comunque, sfortunatamente per l’occupante, il popolo palestinese non dimentica nulla nonostante tutto. Il popolo palestinese ha, in particolare, due sentimenti che uniscono: frustrazione e rabbia. Unità che vede insieme nazionalisti e islamisti, laici di sinistra, democratici ecc … Tutti questi elementi sono evidenziati, sottolineati e contestualizzati, quanto riportato non è il punto di vista di Gresh ma è la terribile realtà. Quanto sta compiendo israele non riguarda solo la Palestina ma tutti coloro che sono incompatibili con lo stato di cose presenti. Infine un cenno, dovuto, all’importante postfazione di Maria Rita Prette ed al suo: “Sta a noi non lasciarli soli” e dobbiamo prenderlo come un imperativo categorico.

 

NOTE:

1. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/palestina/8-bambini-in-palestina.html

2. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/523-voci-da-gaza.html

3. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/scenari-di-guerra/339-dietro-i-fronti.html

4. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/423-sumud-resistere-all-oppressione.html

5. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/518-il-tempo-del-genocidio.html

6. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/novita/534-palestina.html

 

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Oltre il Noir, il Black https://www.carmillaonline.com/2025/08/15/oltre-il-noir-il-black-2/ Fri, 15 Aug 2025 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89515 di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore il 10 agosto 2004 su “Carmilla online” e, precedentemente, su “L’Unità il 7 agosto 2004]

In Italia ormai il termine noir è inflazionato. In pratica, ha preso il posto del “giallo” di mondadoriana memoria, e viene usato in riferimento a qualsiasi tipo di narrativa poliziesca o che abbia al centro un crimine. Così, per dirne una, si persiste nel definire noir i romanzi di Andrea Camilleri che, se avessero bisogno di un’etichettatura, dovrebbero essere considerati polizieschi, sia pure anomali; divengono retroattivamente noir persino i mistery molto tradizionali di Renato Olivieri e i romanzi esotici o a sfondo [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore il 10 agosto 2004 su “Carmilla online” e, precedentemente, su “L’Unità il 7 agosto 2004]

In Italia ormai il termine noir è inflazionato. In pratica, ha preso il posto del “giallo” di mondadoriana memoria, e viene usato in riferimento a qualsiasi tipo di narrativa poliziesca o che abbia al centro un crimine. Così, per dirne una, si persiste nel definire noir i romanzi di Andrea Camilleri che, se avessero bisogno di un’etichettatura, dovrebbero essere considerati polizieschi, sia pure anomali; divengono retroattivamente noir persino i mistery molto tradizionali di Renato Olivieri e i romanzi esotici o a sfondo storico-politico di Pino Cacucci.

Certo, la definizione di noir non è facile. La più frequente che capita di udire è questa: la soluzione di un caso criminale, che nel contesto di un giallo risolve il caso, in un romanzo nero non scioglie la problematica che aveva condotto al delitto, destinata a prolungarsi — e a inquietare — anche oltre la chiusura della specifica vicenda narrata. Ciò è grosso modo esatto, però anche un po’ vago. Potrebbe per esempio applicarsi alla serie gialla Calamity Town di Ellery Queen, o a tantissimi romanzi di Simenon.

Sta di fatto che il noir non offre soluzioni consolanti, e questo è un punto fermo. A cui va però aggiunta una caratteristica altrettanto saliente: l’assenza di gabbie narrative e la riluttanza all’etichettatura. E abbastanza eloquente che S.S. Van Dine, feroce conservatore, per non dire protofascista, fissasse alle soglie degli anni Trenta un proprio decalogo del giallo, nello stesso momento in cui il marxista Dashiell Hammett le violava quasi tutte. L’uno stabilizzava il poliziesco, l’altro fondava il noir (nella sua versione detta hard boiled); e la differenza del secondo, rispetto al primo, era che i detective hammettiani si trovavano immersi nello stesso mondo criminale che combattevano, e talora ne facevano parte (come l’indimenticabile giocatore alcolizzato Ned Beaumont, protagonista de La chiave di vetro). Inoltre, spesso nelle loro avventura entrava in gioco la società tutta intera, vista con gli occhi pessimisti di un radicale. Cosa che non è dato trovare né in Van Dine, né in Agatha Christie, né in varie migliaia di imitatori più meno abili di Conan Doyle.

Libertà narrativa che troviamo in seguaci ideali di Hammett, che però si differenziano dal modello, estendendone i confini: sia che rinuncino del tutto alla figura dell’investigatore, cedendo il ruolo di protagonista a emarginati o criminali (Jim Thompson, David Goodis, Donald E. Westlake con lo pseudonimo di Richard Stark, James Hadley Chase, Jean Patrick Manchette, ecc.), sia che si soffermino su patologie individuali o di matrice sociale (Cornell Woolrich, James Ellroy, Derek Raymond), sia che chiamino direttamente in causa il sistema politico e le molte ineguaglianze che ricopre (ancora Manchette, Didier Daeninckx e buona parte del néo-polar francese).

Sta di fatto che, prendendo in mano un noir, siamo sicuri di incontrarvi delitti e attività criminali; non siamo invece certi che lo svolgimento sarà quello di un romanzo poliziesco più duro del consueto Può invece trattarsi di qualsiasi cosa: dal racconto di una rapina e di una fuga, alle conseguenze drammatiche di una vita disperata, a una storia di spionaggio fuori dei canoni. La regola è quella di non avere regole, tranne forse una: l’adozione di un linguaggio essenziale di forte intonazione realistica, tanto da sfociare talora nell’iperrealismo. Ma nemmeno questo va considerato un dogma.

In Italia, quanto detto finora non è stato ancora recepito del tutto. Il fatto è che, sebbene il romanzo nero circolasse da decenni (con le storiche collane di Mondadori, Longanesi o Garzanti, con la collezione Maschera Nera curata da Oreste Del Buono, con le storie durissime di Giorgio Scerbanenco, ecc.), si è cominciato a parlare veramente di noir quando un gruppo di nostri autori, in molti casi bravissimi, ha cominciato a definire così i propri lavori. Eppure, se la qualità dei delitti si è fatta più efferata della norma, la funzione consolatoria del racconto giallo è stata ripresa in pieno. Continua a dominare le storie la figura del poliziotto problematico sì, ma senza macchia, e certo di sapere da che parte stia la giustizia. E se la società viene chiamata alla sbarra, a essere processati non sono i suoi intimi meccanismi, bensì le sue perversioni epidermiche. Malgrado i generosi sforzi di taluni editori (Meridiano Zero con Raymond, Guanda con Hammett, Einaudi con Manchette, Fanucci con Goodis e Thompson) la nozione di noir, in Italia, è lungi dall’essersi impiantata per davvero.

Per fortuna, in tanta confusione anche editoriale, c’è chi ha le idee chiare. Si tratta di Jacopo De Michelis, creatore della collana Marsilio Black, ospitata dall’editore veneziano ma dotata di ampia autonomia. De Michelis ha fatto una scelta coraggiosa: quella di collocare la sua Black agli estremi limiti del noir, dove non esistono vie di ritorno in direzione del giallo convenzionale. A questo fine, si direbbe, ha frugato gli angoli del mondo, radunando una serie di titoli sfuggiti all’attenzione di editors meno scrupolosi.

La grande scoperta è l’australiano Andrew Masterson, personaggio singolare (ha tutta l’aria del teppista reduce da un migliaio di risse) autore di romanzi ancor più singolari. In entrambi i titoli usciti presso Marsilio Black, Gli ultimi giorni e Il secondo avvento, l’investigatore di turno si chiama Joe Panther. Solo che è anche spacciatore di droga e, come se non bastasse, crede di essere, o magari è, Gesù Cristo (figlio del legionario romano Pantera, secondo Celso e alcuni apocrifi). Un Cristo amareggiato e rabbioso, che da secoli si trascina sulla terra lamentando l’ingratitudine degli uomini e della società che hanno creato. Uno schizofrenico, si penserebbe; se non fosse che alcuni ragionamenti teologici inducono a temere che sia proprio chi dice di essere.

Altro autore quanto mai originale il francese François Muretet, autore del brillante Fermate le macchine. Qui è di scena il conflitto sociale che agita una piccola azienda automobilistica, fino a trasformarsi in guerra aperta tra una moltitudine composta da operai indisciplinati, spie padronali, avvocati corrotti, sindacalisti venduti e sindacalisti di base. Dove l’elemento “nero” risiede proprio nella vita di fabbrica, tale da porre più di un dubbio a qualsiasi fautore del neoliberismo.

Altri scrittori proposti da Marsilio Black sono la neozelandese Stella Duffy, i cui romanzi (Calendar Girl, La settima onda) eccedono dall’impianto consueto del giallo per via delle idee radicali dell’autrice, socialista e militante lesbica; l’inglese Denise Danks, autrice di un thriller ambientato nel mondo degli hackers (Phreaks) che è forse il migliore in assoluto in quel filone; e l’americano Tim McLoughlin, che con Via da Brooklyn alterna momenti noir a quadri di vita familiare di notevole intensità.

L’ultima scoperta di Marsilio Black, paragonabile per impatto a quella di Masterson, è però il tedesco Georg Klein, autore di Libidissi: immaginaria città mediorientale in cui, come nella Tangeri dei film di un tempo, prolifera ogni corruzione, non ultima quella delle spie che la hanno eletta a loro nido. Testimone di un allarmante cambiamento di regime che sta per investire la metropoli è per l’appunto una spia: un agente segreto col corpo devastato da intrugli inebrianti e dai medicinali di cui si imbottisce; senza però che possa sottrarre il proscenio a Libidissi stessa e al liquame morale e umano che la inonda.

Fin qui i titoli proposti da Marsilio Black. La caratteristica comune, lo si sarà intuito, è che una volta preso il libro in mano, non si sa in quale girone infernale ci si dovrà aggirare. Un connotato fondamentale del noir correttamente inteso; ma anche un connotato del genere tragedia, di cui il noir, quando è padrone dei suoi mezzi, non è che la variante contemporanea.

Scheda – Il genere noir in otto titoli fondamentali

  • Dashiell Hammett, Piombo e sangue, Guanda 2002 – Un romanzo divenuto un archetipo, ispiratore di Kurosawa e Leone.
  • Jim Thompson, L’assassino che è in me, Fanucci 2003 – La trama è disegnata dal destino e dalla sua crudeltà.
  • David Goodis, Sparate sul pianista, Fanucci 2003 – La parola passa agli sconfitti dalla vita.
  • Jean-Patrick Manchette, Posizione di tiro, Einaudi 2004 – Il noir raggiunge la perfezione stilistica quasi assoluta.
  • James Ellroy, Dalia Nera, Mondadori 2004 – Protagonista è la metropoli con la sua corruzione.
  • Derek Raymond, Il mio nome era Dora Suarez, Meridiano Zero 2000 – L’angoscia spinta ai limiti del tollerabile.
  • Jean-Claude Izzo, Vivere stanca, E/O 2001 – Incrociarsi di vite in una Marsiglia meticcia, riassunto del mondo.

Infine un classico non ristampato da decenni:

  • James Hadley Chase, Niente orchidee per Miss Blandish – Una riscrittura nerissima di “Santuario” di Faulkner. A suo tempo fece scuola.
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