voto – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 21 Mar 2026 21:00:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Loopers https://www.carmillaonline.com/2019/10/13/loopers/ Sun, 13 Oct 2019 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55260 di Alessandra Daniele

Looper1Se c’era una cosa sulla quale gli elettori il 4 marzo 2018 erano stati chiari è quanto si fossero rotti i coglioni di Renzi. L’attuale governo Conte bis è appeso per le palle ai capricci di Renzi, e del suo fan club, il PD bis. The dead don’t die. Italia Semiviva non esiste al di fuori del parlamento. Lapidi Uguali dei precedenti scissionisti Bersani e D’Alema ha il 3%. Oggi sono di nuovo tutti insieme al [...]]]> di Alessandra Daniele

Looper1Se c’era una cosa sulla quale gli elettori il 4 marzo 2018 erano stati chiari è quanto si fossero rotti i coglioni di Renzi.
L’attuale governo Conte bis è appeso per le palle ai capricci di Renzi, e del suo fan club, il PD bis.
The dead don’t die.
Italia Semiviva non esiste al di fuori del parlamento. Lapidi Uguali dei precedenti scissionisti Bersani e D’Alema ha il 3%. Oggi sono di nuovo tutti insieme al governo col PD. E il M5S, che li ha chiamati zombie per dieci anni.
Il voto è una pippa. Perciò vogliono darlo ai ragazzini.
Reclutare i minorenni come ultima risorsa: ci aveva provato anche il Terzo Reich.
Se le elezioni sono inutili, gli eletti sono, per loro esplicita corale ammissione, addirittura dannosi: questa settimana le camere hanno approvato per acclamazione l’auto-riduzione dei parlamentari, propagandata come una salutare disinfestazione. Una derattizzazione improrogabile.
Questo, firmato Casaleggio, è già il terzo tentativo di sfoltire il parlamento dopo quello berlusconiano e quello renziano, entrambi respinti da un referendum costituzionale.
I capibastone continuano a provarci, millantando propositi redentori, perché in realtà un parlamento più maneggevole ed economico è proprio quello che gli serve. Minima spesa, massima resa.
E poi ogni riforma consente a tutta la classe politica di rimettersi a discutere d’uno dei suoi argomenti preferiti di sempre: la legge elettorale.
Era il tema delle mie prime Schegge Taglienti del 10 gennaio 2008, e già allora era un tormentone pluridecennale:

Molti si chiedono quali reali esiti pratici possa avere spendere ancora tempo e risorse nell’ennesimo dibattito sulla legge elettorale.
La risposta è in questo passo poco noto del Vangelo.
“Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere tra Gesù e Barabba, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva di votare col sistema uninominale secco, l’altra metà preferiva il proporzionale con sbarramento al 3%.
Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere con quale sistema scegliere,
e subito la folla si divise.
Metà chiedeva una raccolta di firme per un referendum propositivo, l’altra metà preferiva una legge costituzionale da sottoporre a referendum abrogativo.
Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere con quale sistema scegliere il sistema col quale scegliere, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva l’istituzione d’una commissione apposita, l’altra metà preferiva il televoto.
Allora Ponzio Pilato guardò Gesù e Barabba, e lanciò una moneta.
Uscì croce”.

Siamo prigionieri d’un timeloop. L’ho già detto? Ho già detto che l’ho già detto? E grazie al cazzo, è un timeloop.
A questo punto, propongo di sfruttarlo per un ulteriore taglio dei parlamentari: ognuno di loro, appena eletto, per occupare il proprio seggio dovrà uccidere il se stesso del futuro, come nel film Looper. Questo garantirà il limite del mandato singolo, e l’abolizione totale e definitiva dei vitalizi.

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Riflettendo sulle elezioni con Sartre https://www.carmillaonline.com/2018/02/07/riflettendo-sulle-elezioni-con-sartre/ Tue, 06 Feb 2018 23:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43526 di Fabio Ciabatti

“Perché dovrei andare a votare?” si chiedeva Sartre molti anni fa. Perché sono stato convinto che è il solo atto politico della mia vita. In realtà, proseguiva, mettere il suffragio nell’urna è il contrario di un atto: significa confermare la mia passività, abdicare al mio potere, cioè alla possibilità che è in ciascuno di noi di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non ha bisogno di rappresentanti. Confermo cioè l’impotenza, la separazione, la sospettosità, il pessimismo che connota il pensiero di un individuo [...]]]> di Fabio Ciabatti

“Perché dovrei andare a votare?” si chiedeva Sartre molti anni fa. Perché sono stato convinto che è il solo atto politico della mia vita. In realtà, proseguiva, mettere il suffragio nell’urna è il contrario di un atto: significa confermare la mia passività, abdicare al mio potere, cioè alla possibilità che è in ciascuno di noi di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non ha bisogno di rappresentanti. Confermo cioè l’impotenza, la separazione, la sospettosità, il pessimismo che connota il pensiero di un individuo immerso nella serialità, nell’atomismo. Nella solitudine dell’urna non agisco in qualità di membro di uno o più gruppi, appartenenza che connota la mia concreta esistenza sociale, ma come cittadino, qualità che mi rende astrattamente uguale a tutti gli altri. Nella cabina elettorale mi limito a decidere di obbedire al potere di un partito che esiste indipendentemente dal mio voto. Siamo nel 1973 e Sartre può ancora contrapporre al potere legale che scaturisce dalle urne quello legittimo, ancora embrionale, sparso, oscuro anche a se stesso, rappresentato dal vasto e diffuso, sebbene ancora disorganizzato, movimento antigerarchico e libertario che è nato dal maggio ’681.
Nulla di simile esiste oggi, ma nell’ambito della rappresentanza politica (e a livello diverso anche in quella sindacale e sociale) continuano a operare quegli stessi meccanismi che tendono inerzialmente all’alienazione/separazione dei rappresentanti dai rappresentati; meccanismi che, in mancanza di un sufficiente livello di conflittualità sociale, portano i rappresentanti a costituirsi come corpo a sé stante, con interessi suoi specifici e potenzialmente in contrasto con quelli dei rappresentati. Non si tratta di un’astratta legge delle élite, ma di una dinamica storicamente determinata che dipende dalle specifiche condizioni della società capitalistica: atomismo sociale derivante dalla diffusione dei rapporti di mercato, separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione, separazione del lavoro manuale dal lavoro intellettuale, separazione della sfera economica da quella politica. Poiché parliamo di un fenomeno che affonda le sue radici nelle condizioni stesse di esistenza del modo di produzione capitalistico, non possiamo contrapporre astrattamente una rappresentanza sana a una degenerata: abbiamo a che fare con una contraddizione ineludibile all’interno dello stesso meccanismo della rappresentanza. La critica della cosiddetta Casta altro non è che la caricatura della critica della politica, frutto di una visione meramente moralistica di un fenomeno le cui cause vengono fatte risalire interamente alla corruzione, in quanto se ne ignorano le radici socio-economiche; radici che, dunque, non si sente alcun bisogno di estirpare.

Se sono vere le cose fin qui dette, non dovremmo forse abbandonare ogni ipotesi di rappresentanza politica? Non credo, perché il superamento dell’alienazione politica (comunismo a parte) si ottiene soltanto nei momenti di alta e dispiegata conflittualità sociale. In questi momenti è il calore del conflitto che forgia quello che Sartre definiva il gruppo in fusione. In esso i legami sono immediatamente orizzontali, cioè si instaurano tra i singoli che sono uniti direttamente nel conflitto e non hanno bisogno della mediazione verticale del rappresentante per riconoscere la loro unità; non hanno cioè bisogno di identificarsi tra di loro per il tramite della comune identificazione con un terzo che ha uno statuto superiore ai singoli.
Il gruppo in fusione, sostiene però Sartre, tende a essere di nuovo assorbito nella serialità quando vengono meno le circostanze immediate ed eccezionali che lo hanno generato. Il gruppo, dunque, sviluppa una divisione di compiti e di funzioni che si mantiene inizialmente allo stato fluido in quanto nasce dalle sue stesse caratteristiche materiali. Il gruppo organizzato è un’evoluzione spontanea, anche se non scontata, del gruppo in fusione quando quest’ultimo da mezzo diviene fine ragionando su se stesso, sulla sua efficacia e sul problema della sua permanenza. Si instaura così quella che Sartre, con un evidente rimando alle rivoluzioni francese e russa, definisce la “fraternità-terrore”: ognuno si assicura contro se stesso e contro gli altri accordando a ciascun membro del gruppo il diritto di punire il sempre possibile tradimento del singolo nel tentativo di mantenere un’unità oramai in disgregazione, sebbene ancora presente come ricordo del gruppo in fusione.
Ma proprio questa disgregazione facilita l’ulteriore passaggio al gruppo istituzionalizzato: l’organizzazione si trasforma in gerarchia, la divisione delle funzioni si irrigidisce, la sovranità esercitata con reciprocità da tutti i componenti del gruppo diventa autorità di un terzo regolatore che risulta oramai insuperabile quale intermediario tra la volontà dei singoli e quale concentrazione dell’esercizio della violenza interna al gruppo. Il progetto comune si annuncia come volontà individuale. Il vero scarto, dunque, non si dà tra spontaneità e organizzazione, ma tra questi due termini e l’istituzionalizzazione. Con essa il gruppo si trasforma in realtà separata.
Il gruppo istituzionalizzato si basa sulla passività seriale e dunque, in ultima istanza, sul mantenimento dello status quo, mentre il gruppo in fusione è partecipazione diretta in vista superamento del presente, capacità di raggiungere l’obiettivo immediato e di proiettarsi verso una meta più generale. Il conflitto portato avanti da uno o più gruppi in fusione/organizzati, superata una certa soglia, entra fatalmente in contrasto con l’autorità del gruppo istituzionalizzato: di qui la classica dinamica che vede i partiti o i sindacati, compresi quelli che si proclamano radicali o rivoluzionari, cercare di raffreddare il conflitto per farlo rientrare nell’alveo delle relazioni istituzionali.

Senza entrare nel merito delle complesse questioni che questo approccio porterebbe con sé, si può assumere che la presenza di un’alta e dispiegata conflittualità sociale non può essere considerata come una condizione normale. Quella che possiamo considerare endemica nella società contemporanea è una microconflittualità che si manifesta in molteplici forme, non sempre chiaramente riportabili alla contraddizione capitale/lavoro. Se questo è vero, nel corso normale delle cose possiamo limitarci a sostenere e organizzare lotte di natura sostanzialmente vertenziale sperando in una loro più o meno spontanea convergenza, magari in attesa dell’evento, per dirla con Badiou, che unifichi le singolarità disperse? Oppure dobbiamo impegnarci, in queste fasi, nel cercare di strutturare una qualche forma di organizzazione in grado di coordinare la molteplicità dei conflitti sparsi? Credo che la seconda ipotesi sia quella più corretta e aggiungo che, date le condizioni ipotizzate, questo implicherebbe, superata una certa soglia quantitativa, una qualche forma di rappresentanza, con tutto il portato potenziale di meccanismi alienanti di cui si è parlato prima.
Ragionare di organizzazione con una qualche concretezza richiederebbe di prendere in considerazione, con sufficiente articolazione, la composizione sociale, di classe, di chi si vorrebbe organizzare. Non è questo il luogo. Ma da quanto abbiamo fin qui detto scaturisce comunque una significativa indicazione per chi voglia cimentarsi nel compito di costruire un’organizzazione che vada al di là delle singole lotte, coniugando una certa dose di realismo e la consapevolezza derivante dalla critica della politica: occorre costantemente impegnarsi al fine di restringere al massimo, date le condizioni di volta in volta esistenti, lo iato tra rappresentanti e rappresentati, tra lotta sindacale/sociale e lotta politica, senza pensare di poterlo annullare del tutto. Non si tratta di una ricetta magica, evidentemente, ma di una tensione soggettiva destinata fatalmente a scontrarsi con meccanismi oggettivi, inerziali, che vanno in senso opposto. Implicito in questo approccio c’è l’impegno a mettere sempre in discussione il proprio ruolo di mediatori. Ciò significa sforzarsi di mantenere una dialettica sempre aperta con le istanze di conflitto che si esprimono, una dialettica il cui obiettivo prioritario non deve essere la conservazione dell’organizzazione così come è in un dato momento (a mo’ di universale che sussume il particolare), ma che preveda come possibilità concreta la trasformazione e finanche la dissoluzione dell’organizzazione stessa, qualora le circostanze lo richiedano.

Tornando alle elezioni in senso stretto, vale la pena ricordare quanto sostiene Badiou2 a proposito della democrazia, intesa nel suo significato specifico di rappresentanza istituzionale: essa costituisce oggi la maschera, la finzione fondamentale del capitalismo. L’uguaglianza formale che essa assicura, nascondendo e, al tempo stesso, rendendo giustificabile la diseguaglianza sostanziale che è il portato ineluttabile del capitalismo, impedisce di pensare l’eguaglianza reale. Siamo dunque in grado di sfruttare le opportunità che ci offre la partecipazione al gioco elettorale senza rimanere succubi dalla sua finzione? A partire da queste considerazioni, credo si possa affermare che vale la pena di partecipare a questo gioco solo se ci impegniamo a porre in essere, da subito, comportamenti che, in prospettiva, siano in grado di rovesciarne le regole.
In mancanza del conflitto, però, nessun impegno soggettivo all’interno di un gruppo istituzionalizzato, per quanto sincero, può avere successo. Non è questione di tradimento. Né di smarrire la retta teoria (marxista, leninista, trotzkista o maoista che sia). Per questo non si può che concordare con Sartre quando dice che votare o non votare, di per sé, in fin dei conti è la stessa cosa. Anche astenersi significa confermare la maggioranza che uscirà dalle urne. “Qualunque cosa si faccia a questo proposito non si sarà fatto nulla se al tempo stesso non si lotta”.


  1. Cfr. Jean-Paul Sartre, “Elezioni, trappola per gonzi”, in Jean-Paul Sartre, L’universale singolare, Mimesis, 2009, pp.223-231. Per quanto segue e, in particolare, per i concetti di gruppo in fusione, gruppo organizzato e gruppo istituzionalizzato cfr. Jean-Paul Sartre, Critica della ragione dialettica. Teoria degli insiemi pratici, il Saggiatore, 1963 e Jean-Paul Sartre, L’intellegibilità della storia. Critica della ragione dialettica, Tomo II, Mariotti, 2006. Su questi temi si veda anche Luca Basso, Inventare il nuovo. Storia e politica in Jean-Paul Sartre, Ombre Corte, 2016. 

  2. Cfr. Alain Badiou, Alla ricerca del reale perduto, Mimesis, 2016. 

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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga https://www.carmillaonline.com/2015/06/03/narcoguerra-cronache-dal-messico-dei-cartelli-della-droga/ Tue, 02 Jun 2015 22:46:51 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23057 di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)]

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può [...]]]> di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)]

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti. Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prendono su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai “narcos” quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di Usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché…

Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico, da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

Odoya Bandiera messicana coca proiettiliE chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione, il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?

Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile. È per questo, che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.

Petizione del collettivo Paris-Ayotzinapa: “NO alla presenza del presidente messicano Enrique Peña Nieto alle celebrazioni del 14 luglio 2015” – LINK Firma

Prossime presentazioni a Milano: 13 giugno Libreria Les mots e 16 giugno Macao

Leggi l’introduzione del libro: QUI – Risvolto/Riassunto del libro+Bio: QUI 

Pagina NarcoGuerra: QUI – Scarica PDF Indice + Intro + Prologo del libro: QUI

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