universi paralleli – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 24 Oct 2026 20:06:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Distruggi il male https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/distruggi-il-male/ Mon, 21 Apr 2025 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87658 di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico. La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata [...]]]> di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico.
La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata ai tempi dell’occupazione nazista e della Resistenza. Ne nasce un’avventura fantastica in cui sono in gioco la vita, la morte, la salvezza della Terra e il desiderio di una società libera dallo sfruttamento e dalla tristezza.
Per gentile concessione dell’editore si riporta di seguito il primo capitolo di Distruggi il male, il nuovo romanzo di Luca Cangianti (DeriveApprodi, 2025, pp. 128, € 15,00).]

Oggi. Val di Susa

«Fanno troppo schifo! Niente primi piani, altrimenti la gente vomita e cambia canale». La giornalista si rivolgeva alla regia, ma aveva urlato nel microfono ed era andata in onda.
L’uomo si avvicinò allo schermo per distinguere meglio le immagini. Le creature uscivano dal tunnel e dilagavano nella valle tra i piloni dell’autostrada. Emettevano suoni gravi che increspavano l’acqua nelle vasche di raffreddamento. I bacini servivano a contenere le temperature prodotte dallo scavo.
Scosse la testa e rimase interdetto. Il pulviscolo scorreva nel raggio di sole che attraversava il salotto fino agli scaffali carichi di libri. Erano disposti senza cura. Sul divano dell’Ikea era appoggiato un portacenere, nell’angolo cottura le stoviglie sporche battevano sulle pareti del lavello. Il lampadario dondolava.
Il rombo degli elicotteri da combattimento attirò la sua attenzione. Guardò fuori dalla finestra e scorse l’ultimo velivolo della formazione. La regia trasmise le riprese dall’alto: le maestranze del cantiere uscivano dalle cabine degli escavatori lasciando le portiere aperte. Alcuni si mettevano alla guida di pulmini che risalivano la strada, altri si rifugiavano in un edificio dal tetto verde.
L’uomo uscì di casa, percorse una via lastricata di sampietrini, passò di fronte a una fontanella e raggiunse il centro del paese: alcune case avevano i tetti d’ardesia, altre balconi di legno. Svoltò per una via che scendeva a zig zag verso la Dora. Gruppi di giovani correvano nella stessa direzione. Sul muro del terrapieno qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali: «LA VALLE NON VI VUOLE».
Attraversò il ponte e vide il vecchio murale sbiadito: figure umane a carponi si cibavano del denaro defecato da chi le precedeva. Il checkpoint della centrale idroelettrica era deserto. Al bivio prese la strada che saliva costeggiando le vigne. Le vibrazioni assordanti adesso si mescolavano al rumore metallico della battitura. Si coprì le orecchie con le mani. Al museo archeologico di Chiomonte centinaia di dimostranti percuotevano le recinzioni del cantiere. Una donna sventolava una bandiera bianca con un treno sbarrato da una croce rossa. Alcuni giovani indossavano il casco: agganciarono le grate con uncini fissati a corde robuste e iniziarono a tirare. Il camion idrante della polizia bersagliò i ragazzi. Quattro attivisti portarono una lastra di plexiglas per usarla come protezione. Le corde furono afferrate da altre decine di persone. Le recinzioni caddero al suolo accompagnate da un boato di urla. I militari spararono i candelotti, i dimostranti lanciarono pietre e bottiglie. Partì una carica, gli attivisti indietreggiarono. Alcuni rimasero al suolo.
L’uomo fuggì lungo un sentiero in salita. Si sostenne a un arbusto per riprendere fiato. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi guardò in basso oltre il terrapieno realizzato con i detriti dello scavo.
La vallata era colma di filamenti arancioni che galleggiavano a mezz’aria tra i fumi dei gas lacrimogeni.

[Luca Cangianti e Giovanni Acquarulo (giornalista Rai) dialogheranno su Distruggi il male il 23 aprile 2025 alle 19.00 presso la Libreria Caffé Giufà, via degli Aurunci 38, Roma]

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Mondi paralleli, tempo e rivoluzione in Auguste Blanqui (e nelle opere di Valerio Evangelisti) https://www.carmillaonline.com/2023/11/15/mondi-paralleli-tempo-e-rivoluzione-in-auguste-blanqui-con-uno-sguardo-a-valerio-evangelisti/ Wed, 15 Nov 2023 21:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79822 di Sandro Moiso

Auguste Blanqui, L’eternità viene dagli astri. Ipotesi astronomica, Traduzione di Raffaele Fragola, con una nota di Ottavio Fatica. Adelphi Edizioni, Milano 2023, Piccola Biblioteca 795, pagine 132, 13 euro .

Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) è stato una delle figure principali dei movimenti rivoluzionari socialisti dell’Ottocento. Nato da una famiglia benestante, passò dal repubblicanesimo giovanile (cosa che già gli costò due anni di carcere per della polvere pirica ritrovata durante una perquisizione nella “Société des familles” da lui fondata nei primi anni Trenta del XIX secolo) al socialismo di carattere comunista proprio durante gli anni della prima detenzione. Che [...]]]> di Sandro Moiso

Auguste Blanqui, L’eternità viene dagli astri. Ipotesi astronomica, Traduzione di Raffaele Fragola, con una nota di Ottavio Fatica. Adelphi Edizioni, Milano 2023, Piccola Biblioteca 795, pagine 132, 13 euro .

Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) è stato una delle figure principali dei movimenti rivoluzionari socialisti dell’Ottocento. Nato da una famiglia benestante, passò dal repubblicanesimo giovanile (cosa che già gli costò due anni di carcere per della polvere pirica ritrovata durante una perquisizione nella “Société des familles” da lui fondata nei primi anni Trenta del XIX secolo) al socialismo di carattere comunista proprio durante gli anni della prima detenzione. Che non fu l’unica, visto che avrebbe complessivamente trascorso, tra il 1831 e il 1879, trentasei anni e cinque mesi in prigione, motivo per cui ci si riferisce ancora oggi a lui come all'”Enfermé” (il Recluso).

Con l’amnistia del 1836 tornò in attività e fondò la “Société des saisons” con la quale, nel 1839, partecipò all’organizzazione di un’insurrezione che gli costò la condanna a morte, commutata in ergastolo, dal quale fu graziato otto anni dopo. Partecipò ai moti del 1848 e aderì alla “Société républicaine”, ma fu nuovamente arrestato e condannato alla deportazione in Africa, da dove tornò con l’amnistia del 1859 per essere ancora arrestato nel 1861. Dopo essersi sottratto alla legge andando in esilio in Belgio, continuò incessantemente la propria azione di propaganda politica, fondando i periodici «Candide» e «La patrie en danger». Per rientrare poi in Francia nel 1870 dopo la caduta di Napoleone III a seguito della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana. Dopo un’ennesima incarcerazione, Blanqui avrebbe pubblicato, nel biennio 1880-81, il giornale «Ni Dieu ni maître» (“Né Dio né padrone”), titolo talmente programmatico da esser diventato un dei motti più conosciuti dell’anarchismo1.

Uomo d’azione più che elaboratore di teorie, egli fu sempre fermamente convinto che il proletariato avrebbe potuto creare da sé una società di liberi e di uguali soltanto mediante un’insurrezione armata guidata da una piccola minoranza ben organizzata e decisa ad imporre la dittatura del proletariato (di cui fu il primo ad elaborare il concetto, in anticipo sugli stessi Marx e Engels)2.

Blanqui con la sua opera e la sua azione fu fonte di ispirazione non solo per generazioni di rivoluzionari, ma anche per scrittori come Valerio Evangelisti, anche se il legame che esiste tra l’opera di Valerio Evangelisti e quella di Auguste Blanqui è molto più profondo di quanto possa suggerire il fatto che il primo abbia intitolato il secondo volume della trilogia del Sol dell’avvenire con una delle frasi più celebri del rivoluzionario francese: Chi ha del ferro ha del pane.

Infatti, al di là delle simpatie “politiche” blanquiste e per l’azione spontanea degli oppressi spesso presenti nelle riflessioni e negli scritti di Evangelisti, occorre qui ricordare l’autentica venerazione che l’autore bolognese aveva per un’opera meno conosciuta del rivoluzionario francese, scritta mentre quest’ultimo languiva in carcere per essere stato arrestato proprio il giorno prima della proclamazione della Comune, il 17 marzo 1871. A seguito di ciò era stato prima condannato alla deportazione, il 17 febbraio 1872, poi commutata in carcere a vita e per motivi di salute incarcerato a Clairvaux, da cui fu in seguito trasferito al Chateau d’If, da dove poté uscire nel 1879 in seguito ad un provvedimento di amnistia, che non riconobbe però il fatto che Blanqui fosse stato eletto deputato a Bordeaux.

Quest’opera, ora ripubblicata dalle edizioni Adelphi, intitolata L’éternité par les astres e uscita per la prima volta in Francia il 20 febbraio 1872, tre giorni dopo la sua condanna all’ergastolo, va considerata come un autentico livre de chevet per Valerio Evangelisti, tanto da averlo spinto ripetutamente a consigliarlo come utile lettura ad amici, compagni e redattori di «Carmillaonline», la webzine di cultura, letteratura e immaginario di opposizione da lui fondata nel 2003.

Come si è detto poco innanzi, nel 1871 Auguste Blanqui, «l’eterno cospiratore», stava scontando l’ennesima pena detentiva di una vita trascorsa per metà in carcere. In tale occasione, per impedirgli qualsiasi contatto con la Comune che stava infiammando Parigi, lo avevano trasferito nel remoto castello di Taureau, in Bretagna, dove fu sottoposto a una reclusione tra le più dure, in totale isolamento. E tuttavia, pur in condizioni estreme, Blanqui riescì a scrivere e a far arrivare all’esterno, eludendo la censura, il testo di quello che sarebbe stato il suo primo libro, pubblicato l’anno successivo a Parigi. Ci si aspetterebbe, dall’ormai vecchio rivoluzionario, un pamphlet politico. E invece quello che Blanqui aveva meticolosamente composto nella sua cella è un visionario trattato di «astronomia metafisica», uno scritto insieme scientifico, poetico e filosofico, che – ispirandosi all’edificio cosmologico di Laplace – avanzava un’ipotesi vertiginosa:

Ogni astro, qualunque esso sia, esiste dunque in numero infinito nel tempo e nello spazio, non soltanto sotto uno dei suoi aspetti, ma quale si trova in ognuno degli istanti della sua vita, dalla nascita sino alla morte. Tutti gli esseri distribuiti sulla sua superficie, grandi o piccoli, viventi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità.
La terra è uno di questi astri. Ogni essere umano è dunque eterno in ogni secondo della sua esistenza. Ciò che sto scrivendo in questo momento in una cella del Forte di Taureau l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, su di un tavolo, con una penna, degli abiti addosso, in circostanze del tutto analoghe. Questo vale per chiunque.
Tutte queste terre sprofondano, l’una dopo l’altra, nelle fiamme rinnovatrici, per rinascerne e ripiombarvi ancora, monotono fluire d’una clessidra che da sola si capovolge e si svuota eternamente. È un nuovo sempre vecchio, e un vecchio sempre nuovo3.

Queste righe comprese nel Riassunto, posto al termine dell’opera, suggeriscono il contenuto delle riflessioni di Blanqui sul cosmo, gli astri e il destino o il divenire di ogni singolo essere vivente, incluso l’uomo. Il tutto, però, inserito in un contesto in cui l’esistenza di infiniti mondi paralleli supera il mito dell’eterno ritorno, poi ripreso e rafforzato nel pensiero di Nietzsche, per aprirsi alle infinite possibilità che si offrono, seppur in mondi diversi, all’agire umano in direzione del cambiamento dell’esistente.

Il testo affronta il tema attraverso una visione che, però, non è suggerita dalla disperazione legata alla lunga prigionia prevista, inserita nel corso di una vita già segnata da decenni di detenzione, ma dalla speranza o addirittura dalla sicurezza che ciò che è stato sconfitto o non è possibile qui ed ora può risultare vincitore, e quindi essere possibile, in un altro momento, in un altro mondo. Massima espressione quindi della fiducia nel positivo esito della lotta contro lo sfruttamento e il dominio dell’uomo sull’uomo.

Il tema dei mondi e degli universi paralleli, oltre ad essere discusso come uno dei paradossi o delle possibili conferme della fisica più avanzata, ha certamente costituito un tema ricorrente della Fantascienza, dai fumetti di Brick Bradford ai romanzi e racconti di Murray Leinster, Jack Williamson, Philip K. Dick, Poul Anderson, Michael Moorcock e molti altri ancora.

Romanzi e racconti che immaginano possibilità diverse per l’evoluzione dell’uomo e della sua storia, di cui The Man in The High Castle di Dick (1962)4, che immagina un mondo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta dal Giappone e dalla Germania e gli Stati Uniti sono stati occupati e colonizzati per gran parte del loro territorio, costituisce ancora uno dei più validi esempi.

Mondi paralleli che assumono spesso il volto dell’ucronia e della distopia o anti-utopia come capita, soltanto per citarne ancora uno, nel mondo dominato dai vampiri, in cui Dracula ha sposato la regina Vittoria, del ciclo di romanzi e racconti di Kim Newman5. Ma in cui occorre intraveder la possibilità che, come aveva affermato Albert Einstein, in occasione della morte di un suo caro amico, “ciò che non è qui ora e adesso non è detto che non sia invece presente in un altro angolo dell’Universo”. Ovvero nel tempo e nello spazio o, se si preferisce, nello spazio-tempo intuito dallo steso ideatore della teoria della relatività.

Lasciamo per un momento da parte i sistemi stellari originali per occuparci più particolarmente della terra. La ricollegheremo fra poco a uno di essi, al nostro sistema solare, del quale fa parte e dal quale dipende il suo destino. Si capisce che nella nostra tesi l’uomo, così come gli animali e le cose, non ha uno specifico diritto all’infinito. Di per sé, egli non è che un essere effimero. È il globo di cui è figlio che lo rende partecipe della sua patente d’infinità nel tempo e nello spazio. Ognuno dei nostri sosia è figlio d’una terra sosia essa stessa della terra attuale. Noi facciamo parte del calco. La terra-sosia riproduce esattamente tutto ciò che si trova sulla nostra, e di conseguenza ogni individuo, con la sua famiglia, la sua casa, quando ne ha una, e tutti gli avvenimenti della sua vita. È un duplicato del nostro globo, contenente e contenuto. Non vi manca nulla6.

Ciò che anima lo scritto di Blanqui è, innazitutto, un materialismo inflessibile, in cui l’uomo, come tutti gli esseri viventi che lo circondano, deriva le sue caratteristiche da un ambiente dato e definito dalla materia e dalle sue infinite combinazioni che lo costituiscono, in tutte le loro possibili differenze e variazioni. Rilessione che gli fa aggiungere:

Supponiamo tuttavia alcune differenze che ne limitino l’accostamento a una semplice analogia. Si conteranno miliardi di terre di questo tipo prima di incontrare una somiglianza completa. Tutti questi globi avranno, come noi, terreni che digradano a terrazza, una flora, una fauna, dei mari, un’atmosfera, degli uomini. Ma la durata dei periodi geologici, la ripartizione delle acque, dei continenti, delle isole, delle razze animali e umane offriranno innumerevoli varietà. Andiamo avanti.
Una terra nasce, infine, con la nostra umanità, che dispiega le sue razze, le sue migrazioni, le sue lotte, i suoi imperi, le sue catastrofi. Tutte queste peripezie cambieranno i suoi destini, la getteranno su strade che non sono quelle del nostro globo. In ogni minuto in ogni secondo, migliaia di diverse direzioni si offrono a quel genere umano, che ne sceglie una e abbandona per sempre tutte le altre. Quanti scarti a destra o a sinistra modificano gli individui, modificano la storia! Ma non è ancora lì il nostro passato. Mettiamo da parte queste copie confuse. Non per questo non faranno la loro strada e non saranno dei mondi.
Ma alla fine ci arriviamo. Ecco un esemplare completo, cose e persone. Non un sasso, non un albero, non un ruscello, non un animale, non un uomo, non un incidente che non abbia trovato il suo posto e il suo momento nel duplicato. Si tratta d’una vera e propria terra-sosia… per lo meno fino a oggi. Perché domani gli avvenimenti e gli uomini proseguiranno il loro cammino. D’ora innanzi per noi è l’ignoto. Il futuro della nostra terra, così come il suo passato, cambierà strada milioni di volte. Il passato è un fatto compiuto; è il nostro passato. Il futuro si concluderà solo alla morte del globo. Da qui fino allora, ogni istante porterà la sua biforcazione, la strada che si prenderà e quella che si sarebbe potuta prendere. Qualunque sia, quella che dovrà completare l’esistenza propria del pianeta fino al suo ultimo giorno è già stata percorsa miliardi di volte. Non sarà che una copia impressa in anticipo dai secoli7.

Sono le scelte fatte dagli uomini, almeno sulla Terra che li riguarda, a determinare il loro destino. Definitiva affermazione dello spirito che animava Blanqui. Anche a costo di passare attraverso infinite sconfitte, carcerazioni e battaglie sanguinose.

Gli avvenimenti non creano da soli varianti umane. Quale uomo non si trova talvolta di fronte a due strade? Quella da cui egli si allontana gli procurerebbe una vita molto diversa, pur lasciandogli la medesima individualità. L’una conduce alla miseria, alla vergogna, alla schiavitù. L’altra portava alla gloria, alla libertà.
[…] Che si prenda una determinata strada a caso o per scelta, indifferentemente, non si sfugge alla fatalità. Ma la fatalità non trova appoggio nell’infinito, il quale ignora l’alternativa e ha posto per tutto. Esiste una terra dove un uomo segue la strada disdegnata dal suo sosia in un’altra. La sua esistenza si sdoppia, un globo per ciascuna, poi si biforca una seconda, una terza volta, migliaia di volte. Egli possiede così dei sosia completi e innumerevoli varianti di sosia, che moltiplicano e rappresentano sempre la sua persona, ma prendono solo dei frammenti del suo destino. Tutto ciò che si sarebbe potuto essere quaggiù lo si è in qualche altro luogo. Oltre alla propria intera esistenza, dalla nascita alla morte, che si vive su una moltitudine di terre, se ne vivono, su altre, diecimila edizioni differenti8.

L’enfermé, come lo aveva definito Gustave Geffroy, il primo autore di una biografia di Blanqui (L’enfermé, pubblicata in Francia nel 1897), aveva saputo, quindi, sollevarsi ben oltre le strette mura di una cella, ben oltre le condanne e le vicissitudini che lo avevano accompagnato per decenni, per librarsi, comunque libero di pensare e di immaginare, al di sopra dei limiti sociali, economici, fisici che sembravano limitare l’agire umano da tempi immemori. E tutto ciò non poteva certo dispiacere ad un autore come Valerio Evangelisti, non soltanto dal punto di vista scientifico e fantascientifico, ma anche filosofico e politico.

L’avventura o la ribellione, oppure la Rivoluzione e il cambiamento radicale sono resi possibili dai viaggi tra i mondi e le infinite possibilità sparse nell’Infinito e nel Tempo, sempre sorprendenti, ma sempre ferreamente definite da quei cento elementi fisico-chimici che, nel gioco ricombinatorio del Cosmo e della Natura, nell’opera di Blanqui rendevano possibile sia la varietà che l’uniformità degli universi o mondi paralleli.

Ecco allora che il “pensare cosmico” di Blanqui incrocia perfettamente la battaglia di Evangelisti per strappare l’immaginario alla sua colonizzazione da parte del capitale, per rifondarne un altro. Ovunque sia possibile. Una battaglia in cui spazio e tempo giocano un ruolo fondamentale, finendo spesso col coincidere come nello spazio-tempo della fisica successiva ad Einstein.

Tempo su cui oggi si gioca, nel tentativo di cancellare ogni memoria delle possibilità di cambiamento radicale che si son presentate agli uomini e alle loro strutture sociali nel corso della storia pregressa, soprattutto una partita fondamentale rappresentata dalla celebre affermazione sulla fine della storia di Francis Fukuyama. Affermazione arrogante e apodittica che nel negare la Storia finiva col negare non solo l’importanza e la presenza del passato per la comprensione dei problemi della società (e la loro possibile risoluzione sulla base di diverse prospettive e aspettative), ma anche il futuro. Riducendo tutto ad un eterno presente, immodificabile e in cui sono destinati a vigere perpetuandosi i valori della società liberale eretta dal dominio del capitale.

Ed ecco allora il perché della scelta di Valerio Evangelisti, proprio all’interno del ciclo di Eymerich, di non cogliere mai, nella tripartizione temporale di ogni romanzo, il momento attuale, il presente.
Nei romanzi gli avvenimenti si svolgono nel Medio Evo dell’inquisitore catalano, in un futuro sempre lontano, se non lontanissimo, e in un presente sempre rappresentato, però, per mezzo di uno scarto temporale che fa sì che l’azione non coincida con il tempo del lettore. Una sorta di presente parallelo e sfuggente, non inquadrabile in un ordine temporale e sociale definito una volta per tutte.

Un presente parallelo o anticipatorio che nega la solidità di quello “reale”, ancora determinato dal Capitale e dalle sue leggi e magari anche da un passato sanguinario e sanguinoso di sconfitte e illusioni, ma che non conferma affatto la stabilità e l’eternità dello stesso. Un presente fuggevole, quello reale, e insignificante rispetto a cui contano molto di più l’esperienza del passato, con i suoi crimini e le sue sconfitte, e le possibilità che si aprono ad ogni bivio per ogni uomo, donna o società in rivolta. Ci sarà sempre un nuovo inizio e una nuova partita da giocare, fino alla fine del globo su cui viviamo e da cui non possiamo separarci. Ed è proprio in questa prospettiva di superamento del miserabile presente che l’opera di Valerio Evangelisti e la visionarietà di Auguste Blanqui hanno finito col coincidere perfettamente.

E proprio quest’ultimo elemento può costituire un ulteriore motivo di interesse, nei confronti del trattato di “astronomia dell’immaginario politicato” appena ripubblicato da Adelphi, per i lettori delle opere dello scrittore bolognese scomparso da poco più di un anno.


  1. Per una più ampia ricostruzione della vita di Auguste Blanqui si rinvia a M. Dommaget, Blanqui, Erre emme edizioni, Roma 1990.  ↩

  2. Per un primo sguardo antologico alle opere di Louis-Auguste Blanqui, si rinvia invece a L.A. Blanqui, Socialismo e azione rivoluzionaria, a cura di G.M. Bravo, Editori Riuniti, Roma 1969.  ↩

  3. A. Blanqui, L’eternità viene dagli astri, Adelphi Edizioni, Milano 2023, Piccola Biblioteca 795, pp. 98-99.  ↩

  4. P. K. Dick, La svastica sul sole, Science Fiction Book Club, Piacenza 1965.  ↩

  5. K. Newman, Anno Dracula (1992), prima traduzione italiana Fanucci, Roma 1997; K. Newman, The Bloody Red Baron (1995), prima traduzione italiana come Il barone sanguinario, Fanucci, Roma 1998 e K. Newman, Dracula Cha Cha Cha (1998), prima traduzione italiana Urania n. 1538, Arnoldo Mondadori Editore, Milano settembre 2008.  ↩

  6. A. Blanqui, op. cit., p. 74.  ↩

  7. Ivi, pp. 75-76.  ↩

  8. Ibidem, p. 77.  ↩

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Esperienze estetiche fondamentali / 3: Joe Doppelberg https://www.carmillaonline.com/2023/03/31/esperienze-estetiche-fondamentali-3-joe-doppelberg/ Fri, 31 Mar 2023 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76533 di Diego Gabutti

Mezzo sdraiato sul divano, una coperta sulle spalle, spiluccando quel che restava d’un panettone, fu a Natale del 1963, e più precisamente la notte dopo Natale, tra Natale e Santo Stefano, quando tutti dormivano da un pezzo, che cominciai a sfogliarlo. Era un Omnibus Mondadori. Anche se lì in un angolo c’era un albero di Natale con le lucine rosse, bianche e blu intermittenti, il libro che presi a leggere verso mezzanotte, e via così fino alle ore piccole, non era un regalo di Natale.

A nessuno, in famiglia, [...]]]> di Diego Gabutti

Mezzo sdraiato sul divano, una coperta sulle spalle, spiluccando quel che restava d’un panettone, fu a Natale del 1963, e più precisamente la notte dopo Natale, tra Natale e Santo Stefano, quando tutti dormivano da un pezzo, che cominciai a sfogliarlo. Era un Omnibus Mondadori. Anche se lì in un angolo c’era un albero di Natale con le lucine rosse, bianche e blu intermittenti, il libro che presi a leggere verso mezzanotte, e via così fino alle ore piccole, non era un regalo di Natale.

A nessuno, in famiglia, sarebbe mai venuto in mente di regalarmi un libro intitolato Universo a sette incognite. Quindi me lo ero regalato da solo, come faccio spesso. Mi stavo trasformando in un lettore forsennato (all’epoca soprattutto di fantascienza, o «science-fiction», come mi piaceva chiamarla per farmi bello, dunque in una specie di Joe Doppelberg, a pensarci ora). Ma all’epoca questa particolare ossessione per il fantastico (e tutto lo è, dice Borges, la storia, le religioni, la filosofia) non era evidente neppure a me; figurarsi cosa ne sapevano in casa. A Torino, sul controviale di Corso Vittorio Emanuele, tra via Accademia Albertina e Via San Francesco da Paola, ogni anno prima e durante le feste sparivano le automobili posteggiate e al loro posto s’apriva una specie di fiera del libro. Fu probabilmente lì che comprai anche questo libro, tra i tanti.

Dimenticato sul treno, in autobus, prestato, oppure perduto in un trasloco, di Universo a sette incognite, un libro di cui negli anni mi sono ricordato spesso e che talvolta mi è anche capitato di citare (direttamente o indirettamente) in qualche articolo, non c’era più traccia, fino a tempi recenti, nella mia biblioteca. Questa consiste di ere geologiche sovrapposte e, qua e là, di territori inesplorati e terre incognite, tipo le città perdute di Tarzan o le età future che Brick Bradford, nei fumetti di William Ritt e Clarence Gray, oggi dimenticati, esplora con la sua singolare macchina del tempo: un ordigno volante e piroettante a forma di mongolfiera. Ma di Universo a sette incognite restava soltanto un’immagine residua nella mia memoria, sempre meno affidabile. Finché, tre o quattro anni fa, durante la pandemia, chiuso in casa e alla mercè delle tentazioni quasi irresistibili da shopping digitale, ne ho trovata una copia su eBay («buone condizioni, lievi segni d’uso e del tempo»).

È ancora un gran bel libro. Solido, maneggevole, ottima rilegatura, il disegno sulla sovraccoperta è di Karel Thole: un enorme occhio a palla sospeso a mezz’aria che fissa due tizi che, visto l’occhio incombente, sono a giusto titolo spaventati. Era curato da Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che nel titolo dichiaravano sette incognite, tra cui un classico romanzo di Robert A. Heinlein, The Puppet Masters, da noi Il terrore della sesta luna, e nientemeno che The Shadow Over Innsmouth, o La maschera di Innsmouth, di H.P. Lovecraft, qui tradotto per la prima volta. C’era dentro anche Il giorno dei trifidi di John Wyndham: una variazione particolarmente claustrofobica e spaventevole sul tema della Guerra dei mondi di H.G. Wells. C’era il tecnohorror Killdozer! di Theodore Sturgeon: la storia d’una scavatrice infestata dai fantasmi uscita nel 1944, con largo anticipo sull’autocisterna indemoniata di Duel (Steven Spielberg, 1973) e sulla Plymouth Fury spiritata di Stephen King (Christine. La macchina infernale, 1983). C’erano William Hope Hodgson con La casa sull’abisso e Arthur Machen con La storia del sigillo nero. Erano tutti classici dell’horror e della «science-fiction». Roba robusta. Ma io quasi non ci badai. Una sola delle sette incognite mi lasciò a bocca aperta lì seduto nel salotto di casa, la notte dopo Natale, una coperta sulle spalle, il panettone, un bicchiere di latte freddo, le luci intermittenti dell’albero di Natale, mentre tutti dormivano, i miei genitori, mio fratello, e persino il gatto dei vicini, che di notte miagolava sempre un po’. Ero caduto sotto l’incantesimo di Joe Doppelberg e di Doppelle, il suo doppio. Assurdo universo di Fredric Brown (in originale What Mad Universe, uscito nel settembre del 1948 su “Startling Stories”, pulp di scarso lignaggio) era l’incognita delle incognite, l’incognita suprema. Ogni altra incognita impallidiva al confronto.

Siamo da qualche parte intorno a New York. Una villa fastosa, tardo pomeriggio, primavera. Keith Winton, che nel nostro mondo dirige una rivista di fantascienza, Amazing Stories, storie sorprendenti, siede ai bordi d’una piscina con una penna stilografica e un taccuino dalle pagine gialle. Ospite per il weekend del suo editore, con un Martini posato sul tavolino lì accanto, sta scrivendo le risposte alle lettere dei lettori che escono in appendice alla rivista. Tra un momento lo chiameranno per la cena. Si sta facendo buio. In cielo brilla qualche stella. La luna, se non ricordo male, è piena. Winton scrive, si firma «l’uomo dei razzi», ma è distratto. Sta pensando a Betty Hadley, di cui è innamorato, e che dirige Romantic Stories, o Perfette storie d’amore, un’altra testata del suo gruppo editoriale. Anche Betty è ospite dell’editore. Forse le chiederà un appuntamento. Forse lei dirà «okay, facciamo mercoledì sera», o forse dirà grazie, uscirei volentieri, ma sono molto impegnata. È quasi buio, scrivere è complicato. Winton posa taccuino e penna stilografica, sorseggia assorto il Martini. Sta pensando anche a un particolare lettore d’Amazing Stories, il più irritante di tutti, quello che commenta ogni numero della rivista, uno smargiasso, mai contento: il giovanissimo Joe Doppelberg, l’antenato di tutti i nerd.

Betty, le lettere, Joe Doppelberg, i razzi. Poi l’evento.
C’è un sibilo e, per uno di quei casi della vita prima o poi ci siamo augurati tutti, ecco che gli cade dritto sulla testa un «razzo lunare» uscito dall’orbita. Bang, e Keith Winton, l’«uomo dei razzi», viene sbalzato, per l’impatto, in una Terra parallela, modellata a immagine delle riviste di fantascienza. È l’incipit di What Mad Universe.

Cresciuto negli anni, passo dopo passo, a classico della fantascienza, Assurdo universo è un romanzo di Fredric Brown, fantascientista (e giallista) di grande fama e bravura. Federico Fellini, come si diceva in chiusura del capitolo precedente, verso la fine degli anni cinquanta, tra Le notti di Cabiria e La dolce vita, meditò di ricavarne un film. Sembra, ma non è sicuro, che avesse anche già firmato un contratto con Dino De Laurentis. Questo progetto, si racconta, ebbe col tempo un’evoluzione e si trasformò in un film fantasma felliniano: Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet, il più cult dei film inesistenti. Se è così, e sarebbe bello se lo fosse, allora G. Mastorna sarebbe diventato una sorta di creatura chimerica, da bestiario medievale, per metà Keith Winston e per metà Fellini: un eroe dei pulp con un Borsalino sformato e una lunga sciarpa bianca.

Fellini aveva letto il romanzo di Fredric Brown molto prima di me. Assurdo universo era stato infatti tradotto in italiano sul n. 25 di “Urania” nel maggio del 1953. In copertina c’era un’illustrazione di Kurt Caesar, non soltanto brutta ma anche fuori tema: nessuno gli aveva evidentemente detto niente del libro e lui pertanto disegnò astronavi e anelli planetari che c’entravano un pero con la storia. All’interno, in compenso, c’erano tre o quattro bellissime illustrazioni di Carlo Jacono. Fellini, che aveva probabilmente letto l’Urania n. 25 quando uscì, dieci anni prima che lo leggessi anch’io, aveva appena diretto I vitelloni, con una Rimini da piangere per la tristezza e la nostalgia e un Alberto Sordi in grandissimo spolvero nella sua seconda parte drammatica dopo Lo sceicco bianco, sempre roba di Fellini, che dopo I vitelloni d’accingeva a girare La strada, con Anthony Quinn e Giulietta Masina. Io stavo per compiere tre anni.

Romanzo satirico, à la Swift, ma anche d’avventura, sempre à la Swift, Assurdo universo è a suo modo una sorta di Gulliver’s Travels ambientato nei bassifondi delle riviste di fantascienza (o come si diceva un tempo, quando Umberto Eco studiava Les mystères de Paris e Il caso Bond, nelle loro «strutture narrative», se non peggio: nei loro «topos»). Lemuel Gulliver, medico e gentiluomo, esplorava le storture della comunità inglese del suo tempo (ma anche, con l’occasione, le spine perenni della condizione umana) viaggiando nei mondi utopici e distopici in cui ogni singolo ingiustizia sociale, come pure ogni singola bêtise culturale, politica e religiosa, cresceva a metafora dell’«intero sotto sortilegio» (così Adorno, filosofo fantasy, cioè hegeliano). Keith Winton, Gulliver dei pulp, perlustra al suo turno l’universo dei clichés fantascientifici: i fucili disintegratori, le eroine discinte, gli alieni ridicoli, le automobili volanti, i robot autocoscienti, le guerre spaziali, le astronavi «superluce», i superuomini per metà Einstein e per metà Doc Savage o Batman, ma in primis le fantasie da sfigati dei suoi lettori adolescenti, foruncolosi e tapini ma spavaldi.

È proprio lì, all’interno dei mondi iperbolici di Storie sorprendenti, la rivista di cui lui è il direttore e Joe Doppelberg il fan più sfegatato, che Winton viene sbalzato dalla botta del razzo lunare. Un attimo prima siede ai bordi d’una piscina nella villa nababba del suo editore e un attimo eccolo al centro d’una guerra mortale contro gli «arturiani», ultracorpi extrasolari decisi a conquistare la Terra senza fare prigionieri.

Nella Terra parallela della fantascienza pienamente dispiegata – una specie di socialismo reale, ma senza un filo di realtà, con i fumetti al posto del socialismo, e niente Stalin – ci sono abitanti della Luna «coperti completamente di vello d’un brillante color porpora». Alti «due metri e venti», i seleniti non hanno naso ma «denti, molti denti», e fortunatamente sono alleati dei terrestri. Si combatte nello spazio, al largo di Nettuno e di Plutone, e nelle grandi città, come New York, dove Winton s’avventura a proprio rischio e pericolo. Si consumano droghe che procurano allucinazioni vivide come film felliniani e ogni notte vige l’assoluto coprifuoco della «totalnebbia»: una tenebra da buco nero nella quale si muovono tossici, poliziotti spietati e bande d’assassini. Questo mondo è difeso da un eroe da fumetto: il giovane superscienziato Dopelle. Biondo e bellissimo, tra Luke Skywalker di Star Wars e Katzone della Città delle donne, Dopelle è «il più grande, il più forte, il più valoroso, il più romantico uomo della Terra». Non basta: la sua ragazza, in questo universo, è Betty Hadley, che anche qui dirige Perfette storie d’amore e che, al pari d’ogni altra donna di questa Terra alternata, segue un look particolare: abiti succinti, color argento, che la lasciano mezza nuda, come le ragazze sulle copertine dei pulp di fantascienza.

Winton ci mette un po’ a capire cos’è capitato, ma alla fine ci arriva: sulla nostra Terra, prima della dislocazione spaziotemporale e bang, un altro mondo, stava rispondendo a una lettera di Joe Doppelberg, che in prosa bamboccia lamentava che gli aliens delle illustrazioni di Storie sorprendenti non erano «abbastanza terrificanti», diavolo, e che le ragazze dei racconti scelti da Winton erano troppo timide, via. Siamo uomini o seminaristi? Doppelberg voleva ragazze meno caste e più intraprendenti e «demoni mercuriani» disegnati da Salvador Dalí («scommetto che Dalí ce la farebbe a tirar fuori un mostro dagli occhi di pulce come dico io»). Winton, che al momento del botto stava pensando alla cara Betty Hadley e a quel babbione di Joe Doppelberg, e che per deformazione professionale ha sempre le insulsaggini della fantascienza per la testa, ha fornito le coordinate metafisiche del balzo quantico (qualunque cosa significhi) ed è finito nel mondo sognato da Doppelberg, qui diventato Dopelle.

Era una storia perfetta per una perfetta notte natalizia. Mi sarebbe piaciuto, intanto che la leggevo, parlarne con qualcuno, ma ai tempi non conoscevo ancora nessuno che avrebbe apprezzato il soggetto della conversazione. Poche settimane più tardi, entrato nel club di fantascienza torinese, avrei potuto parlarne con Riccardo Valla, che a fine decennio si sarebbe trasformato nel Keith Winston delle Edizioni Nord, ma tra affiliati al club di fantascienza si parlava poco di fantascienza (la questione all’epoca più discussa, quando ci s’incontrava per un caffè o un gelato, era come procurare alla ghenga qualche copia di “Playboy”). Non parlavamo di Joe Doppelberg. Eravamo Joe Doppelberg.

Vent’anni dopo, quando ogni tanto mi capitava d’incontrare Carlo Fruttero alla stazione di Porta Susa, entrambi diretti a Milano, lui atteso a Segrate, io per una puntata al “Giornale”, avrei potuto parlare con lui di Assurdo universo. Dopotutto era lui, con Franco Lucentini, il curatore di Universo a sette incognite, Fruttero, d’inverno, indossava una sorta di mantello a ruota da vecchio anarchico, o da notaio delle romanze («al mio paese nevica / e il campanile della chiesa è bianco / tutta la legna è diventata cenere / io ho sempre freddo e sono triste e stanco»). Be’, di Fredric Brown non parlammo mai. Ma una volta, tra Chivasso e Leinì, gli chiesi perché Urania, all’epoca diretta da lui e Lucentini, non avesse mai pubblicato i romanzi di Philip Josè Farmer e lui mi rispose che valevano poco. Poco? Mi sembrò, senza offesa, una risposta assurda. Non gli chiesi perché invece uscissero su “Urania” tutti quegli orribili romanzetti di Ron Goulart. Se c’era una ragione sensata, me la persi.

Quanto a What mad Universe, di cui a lungo (così pensavo, esagerandomi) ero stato il solo estimatore, adesso è un cult, universalmente apprezzato. Tutti tifano per la doppia personalità di Joe Doppelberg, lo sfigato redento dall’«interpretazione a molti mondi della fisica quantistica». Chi non vorrebbe essere bello, biondo, intelligente, atletico e salvare un pianeta abitato da ragazze desnude? Qui ci tocca la sfiga per destino, ma ci consola pensare che altrove, in qualche dimensione irraggiungibile, un nostro omologo si sta godendo una vita intensa, hollywoodiana: imprese eroiche, stravizi. Doppelle, l’Io ideale del lettore medio di fantascienza, era insieme il fotocolor delle ridicolaggini della fantascienza e un monumento alla sua grandezza. Parlava di noi, dei consumatori di pulp e del nostro «diritto all’alienazione» (per citare sempre Adorno). Brown prendeva la fantascienza per il cecio e contemporaneamente la esaltava facendone una divertita e inquietante allegoria trompe-l’oeil della condizione umana.

C’erano naturalmente anche altri invitati alla festa di cui Assurdo universo era l’anima. Doveva essere qualcosa nell’aria in quell’America degli anni cinquanta. Come Joe Doppelberg, per dire, anche Walter Mitty (il personaggio di James Thurber che Danny Kaye interpretò in Sogni proibiti, 1947, un film di Norman Z. McLeod, già regista dei Marx Brothers) stava ai pulp come Don Chisciotte ai romanzi cavallereschi. Tutti, in America, cominciavano a sognare un’altra vita, e il resto del mondo, fiutata l’aria delle nuove culture pop, cominciava a sognare quel che si sognava in America. Era un fenomeno, a quanto pare, socialmente pericoloso, almeno agli occhi perplessi del bacchettonesino da Bible Belt, visto che in qualche Stato americano i fumetti, specie horror e fantascientifici, finirono fuori legge dopo la condanna pronunciata dallo psichiatra Fredric Wertham della Hopkins University, autore di Seduction of the Innocent, un libro che chiamava i fumetti a rispondere dell’aumento della criminalità giovanile, degli aborti, del crescente consumo di droghe e d’ogni possibile attentato alla morale. Eppure Whertam, che oggi passa per reazionario, era in realtà «un irriducibile progressista liberale, molto impegnato nel processo di integrazione dei neri in America», come racconta Abraham Riesman nella sua biografia di Stan Lee (Stan Lee, Rizzoli 2023). Morale: c’era qualcosa nell’idea di passare da questo a un altro universo che metteva mezz’America (e anche l’altra mezza) in ansia. Ma intanto la via per accedere a nuove dimensioni era stata aperta dalle culture pop.

In Assurdo universo, è il cervello elettronico Mekky, una sfera galleggiante nell’aria, braccio destro di Doppelle, a spiegare tecnicamente la faccenda dei mondi paralleli. «Tutti gli universi concepibili esistono», spiega Mekky a Winton. «Per esempio un universo in cui in questo momento si svolge questa stessa scena, con la sola eccezione che tu, o il tuo omologo, porti scarpe nere invece di scarpe marrone. C’è un numero infinito di permutazioni dei caratteri variabili, per cui in un altro caso avrai una graffiatura in un dito, e in un altro corna purpuree. Nessuno di questi sei tu. Prendiamo il Keith Winton di questo universo. In questa particolare variante c’è una sensibile differenza fisica, anzi non c’è nessuna rassomiglianza, ma tu e il tuo prototipo in questo universo avete grosso modo la stessa storia. Ci sono inoltre delle somiglianze fra il mio padrone, Dopelle in questo mondo, e il fan di fantascienza chiamato Doppelberg nel tuo universo».

Questa la giostra sulla quale, nel frattempo, sono saliti scienziati, romanzieri mainstream, filosofi, registi, poeti, rock band (come per esempio i Red Hot Chili Peppers che, in un track di Californication, un album del 1990, cantano che «nel profondo di un universo parallelo / sta diventando sempre più difficile / dire che cosa viene prima». Ci sono state quattro stagioni di Sliders, da noi I viaggiatori: un gruppo di naufraghi sperduti nel bosco dei mondi paralleli cerca la strada di casa senza mai trovarla e senza mai smettere di lamentarsi (dopo un po’, persino io non ne potevo più). Ci sono state le ucronie hitleriane, anche troppe (da Philip K. Dick, L’uomo nell’alto castello, a Philip Roth, Il complotto contro l’America, quasi che per scrivere un’ucronia hitleriana tocchi chiamarsi per forza Filippo): mondi in cui il Terzo Reich vince la guerra mondiale e sono cavoli per tutti.

Ultimo a saltare con un volteggio da ginnasta sulla giostra degli universi paralleli è stato il giallista Lawrence Block con Il ladro che leggeva Fredric Brown, tredicesima (un po’ deludente) avventura di Bernie Rhodenbarr, topo d’appartamenti e rivenditore di libri usati con bottega nel West Village, a Manhattan. Nel nostro mondo non ci sono più le serrature d’una volta, da aprire maneggiando con destrezza forcine per capelli, carte di credito, limette per le unghie, cacciavite e grimaldelli. Da noi questa è l’età delle serrature elettroniche, e per i ladri in guanti gialli i tempi si sono fatti cupi. Idem per chi possiede una bottega di libri usati: i clienti entrano, chiedono il prezzo d’un libro, poi cercano un’offerta più vantaggiosa su eBay e l’affare sfuma. Scoraggiato, perché ormai rubare è diventato impossibile e perché la bottega è deserta, Bernie Rhodenbarr siede dietro il banco della libreria in compagnia del suo gatto, Raffles, e comincia a leggere un libro. È What Mad Universe.

E così, senza che si capisca come, il mattino dopo, quando si sveglia, scopre d’essere finito in un universo parallelo in cui c’è Internet e l’elettronica fa meraviglia come da noi, ma dove nessuno ha mai pensato d’usarla per le serrature, e dove non esiste eBay né un qualunque altro mercato digitale di libri usati. Bernie può continuare a rubare e a tener bottega. Tra tutti «gli universi concepibili», e perciò esistenti, come Mekky ha spiegato all’«uomo dei razzi», Rhodenbarr è finito (proprio come Keith Winton alla fine d’Assurdo universo, quando ha potuto scegliere in quale mondo, tra tutti gl’infiniti mondi del multiverso, prendere residenza) proprio nell’universo a sua misura, «corna purpuree» (diciamo così) e tutto. Purtroppo, a differenza di Winton, Rhodenbarr torna indietro, giù e poi su, come lo yo-yo (uno dei regali di Natale della mia infanzia). Ma intanto è stato per un po’ in vacanza in un altro universo. È per questa ragione, per dare respiro alle proprie alienazioni, e per visitare altri mondi, che si leggono i libri.

Passato il Natale del 1963, mi restò la fissa, sempre per autoregalo, degli universi paralleli e delle ucronie. Su in solaio ne devo avere a centinaia. Pile su pile di libri, ciascuno dei quali potrebbe rivelarsi una via d’accesso, soltanto ne avessi la password, ad altri universi, dove ogni giorno è una festa, un’avventura. Ho compulsivamente e ossessivamente schedato più libri sugli universi paralleli di quanti ne abbia letti o mi proponga di leggere. Ho anche scritto, in forma dada, una specie di catalogo di questi libri, e da esperto potrei testimoniare in qualsiasi tribunale, se mai Perry Mason mi citasse come testimone, che nessuno è all’altezza dell’eccezionale romanzo di Fredric Brown. Ancora non mi è riuscito, però, di schizzare anch’io, con un oplà extradimensionale stile Storie sorprendenti, nel mio universo su misura. Ma continuo a provarci.

Un tentativo al solito rovinoso, eppure a suo modo mezzo riuscito, fu la mia stagione da fan di Theodor W. Adorno. Adorno era la rock star della filosofia radicale: Mick Jagger e G.W.F Hegel in una persona sola. Primo contatto: il Centro addestramento reclute di Avellino, dove capitai quando c’era ancora il servizio di leva, e lo Stato autoritario, per dirla nell’«argot» della Scuola di Francoforte, voleva fare di me un bersagliere, niente meno. Grazie, ma grazie no, decisi io. Per scansare le fatiche e l’umiliazione dell’addestramento finsi di dover preparare un esame sulla Dialettica negativa, appena tradotta da Einaudi. Ne ebbi licenza. Cominciai a leggere. Non si capiva una parola.

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Challenger, un ventaglio infinito di possibilità https://www.carmillaonline.com/2017/05/18/challenger-un-ventaglio-infinito-possibilita/ Wed, 17 May 2017 22:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38301 di Sandro Moiso

Challenger_explosion Guillem López, Challenger, Eris 2017, pp. 403, € 20, 00

Appena ho finito di leggere questo, lo dico subito, bellissimo romanzo, non ho potuto fare a meno di pensare alla prosopopea con cui Mario Draghi, dall’alto del suo scranno alla guida della Banca Centrale Europea, continua a ripetere il suo mantra sull’impossibilità di modificare ciò che è stato scelto una volta per tutte. In questo caso la possibilità di recedere dall’Euro come moneta unica europea.

Si tranquillizzi immediatamente il lettore di queste prime righe: l’opera di Guillem López non si occupa di economia e tanto meno [...]]]> di Sandro Moiso

Challenger_explosion Guillem López, Challenger, Eris 2017, pp. 403, € 20, 00

Appena ho finito di leggere questo, lo dico subito, bellissimo romanzo, non ho potuto fare a meno di pensare alla prosopopea con cui Mario Draghi, dall’alto del suo scranno alla guida della Banca Centrale Europea, continua a ripetere il suo mantra sull’impossibilità di modificare ciò che è stato scelto una volta per tutte. In questo caso la possibilità di recedere dall’Euro come moneta unica europea.

Si tranquillizzi immediatamente il lettore di queste prime righe: l’opera di Guillem López non si occupa di economia e tanto meno di Euro o di Unione Europea.
E’ invece un romanzo, che definire di fantascienza è poco, che si occupa di universi paralleli, dell’infinito ventaglio di possibilità attraverso cui la realtà appare e dell’esistenza o meno della realtà stessa. Almeno in chiave oggettiva e scientifica.

Il 28 gennaio 1986, alle ore undici e trentotto del mattino, dopo soli settantatre secondi di volo, lo Space Shuttle Challenger, appena decollato da Cape Canaveral in Florida, si disintegrò in volo a 14.000 metri di altezza mentre stava accelerando ad una velocità superiore a Mach 1,92 (quasi due volte la velocità del suono). Per i sette membri dell’equipaggio, cinque uomini e due donne, non vi fu alcuna possibilità di salvezza quando, due minuti e quarantacinque secondi dopo, il modulo spaziale in cui erano rinchiusi si schiantò sulle acque dell’Oceano e si inabissò.

Challenger Da questa drammatica vicenda prende spunto l’autore per imbastire la sua storia, che si articola intorno a 73 episodi o capitoli, tanti quanti i secondi trascorsi prima del disastro del modulo spaziale. 73 capitoli che ci guidano a comprendere come la realtà sia composta da una combinazione di storie infinite che, a loro volta, possono riproporci un numero infinito di finali.
Una visione che già è appartenuta a tante letterature e narrazioni antiche, come nel poema narrativo L’oceano dei fiumi dei racconti di Somadeva – brahmano del Kashmir – che risale all’undicesimo secolo e da cui furono tratti molti racconti contenuti nelle Mille e una notte.

Intuizione che soltanto la logica occidentale, bisognosa di un ordine generale in cui sistematizzare le proprie certezze e insicurezze, ha contribuito a demolire per sostituirla, non solo nella letteratura, con una narrazione in cui il plot o la trama degli eventi fosse pienamente comprensibile e predeterminata, con cause e conseguenze riconoscibili e strettamente collegate tra di loro. Una visione che ha cercato di riportare la concezione meccanicistica dell’Universo all’interno delle cose umane e del loro “effettivo” svolgimento”. Ignorando, ancora al giorno d’oggi, le infinite possibilità suggerite dalla fisica quantistica oppure anche solo da quella lettera di Engels a Bloch1 in cui, lui l’apparente padre di ogni determinismo, sottolineava come la complessità delle azioni umane fosse difficilmente interpretabile attraverso la rigidità delle formule economiche e scientifiche.

Da qui il proliferare di romanzi e racconti in cui, sempre più spesso, il bisogno di legare tra di loro e dare senso agli eventi costringe gli autori a ricorrere a trame in cui i complotti e le forzature narrative portano a soluzioni poco soddisfacenti sia sul piano letterario che su quello dell’effettivo coinvolgimento del lettore. Sempre meno libero di interpretare gli eventi narrati e sempre più obbligato a piegarsi alla volontà, spesso meschina, dello scrittore. Con grande rimpianto per il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore e con il conseguente rischio di veder prodotto e riprodotto all’infinito un immaginario fossilizzato sia nelle sue forme artistiche che scientifiche e politiche.

Guillem Lopez Guillem López (classe 1975), autore spagnolo di cui Challenger costituisce il terzo romanzo e il primo pubblicato in Italia, per la sua complessità e per la sua capacità di andare oltre le classiche divisioni tra generi letterari, ha già ricevuto diversi riconoscimenti. Proprio il romanzo appena pubblicato in Italia da Eris è stato inserito nella lista dei migliori libri del 2015 redatta dalla rivista statunitense di fantascienza Weird Fiction, mentre nel 2016 ha vinto il premio Kelvin 505 come miglior romanzo di fantascienza pubblicato in Spagna e il premio Ignotus della AEFCT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror).

Ma i premi e i riconoscimenti potrebbero anche voler dire poco o nulla se alla base della sua scrittura non ci fosse una solida capacità di unire tra di loro e, allo stesso tempo, lasciare libere, storie di mostri (umani e non), assassini, drop-out di vario genere, fantasmi, cani ed oggetti che parlano o pensano, la motosilurante PT 109 del futuro Presidente Kennedy durante la seconda guerra mondiale, medium, piccoli delinquenti, profughi cubani, pensionati ed alcolisti americani, maniaci sessuali, studenti e studentesse di vari ordini di scuole, bambini prodigio, insegnanti repressi, la guerra in Vietnam, idioti di vario genere, scienziati pazzi (o quasi), invasori spaziali, tecnici confusi e poliziotti delusi .

Tutte le vicende, tranne in un caso, si svolgono in un arco temporale ristretto, tra le 5,45 e le 12,08 della stessa mattina, e all’interno o nelle immediate vicinanze della città di Miami, mentre il tutto è narrato con uno stile che va da Philip Dick a Raymond Carver, passando per William Burroughs, Michail Bulgakov, Howard Phillips Lovecraft, Don DeLillo, i fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons e la cinematografia di Quentin Tarantino e dei fratelli Cohen. Un’autentica orgia di divertimento, mistero, orrore, suspense, in cui il collante è costituito dalla quotidianità di vite minime, destinate a scontrarsi con eventi inspiegabili, talvolta enormi e talaltra quasi impercettibili.

Un autentica summa di mondi e universi paralleli costituiti dalle vite e dalle reazioni dei diversi personaggi, piccoli o grandi, giovani o vecchi che siano. In cui la routine quotidiana nasconde oppure lascia spazio a squarci di luce e di buio, spesso inaspettati e imprevedibili.
Una ricostruzione di una realtà che è costituita da una trama apparentemente priva di ordito in cui il lettore è lasciato libero prima di scivolare, affascinato dalle vicende e travolto dal senso del meraviglioso (sense of wonder), e poi di interpretare tutto ciò che sta accadendo davanti agli occhi della sua mente.

challenger 1 Tutti i registri del possibile e del meraviglioso, del drammatico e del banale quotidiano, del desiderio e del disgusto sono racchiusi nelle 400 pagine del libro e il lettore, arrivato alla fine, forse ne vorrebbe ancora e ancora e poi ancora. Non resta quindi che sperare che la giovane e coraggiosa Eris, già distintasi per la pubblicazione di altre opere narrative e a fumetti, voglia ancora pubblicare gli altri lavori di López. Magari ancor accompagnati dalla grafica più che efficace di Sonny Partipilo che già arricchisce il presente volume.

Attenzione però, ed è l’unica rivelazione che voglio fare ai lettori, il fatto che l’offensiva del Tet, durante la guerra del Vietnam, sia datata al 1965, potrebbe non essere frutto di un errore o di una svista, in un romanzo troppo intelligente per contenerne.


  1. F. Engels, Lettera a J. Bloch del 21 settembre 1890  ↩

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Punto di convergenza https://www.carmillaonline.com/2013/08/18/punto-di-convergenza/ Sun, 18 Aug 2013 20:48:58 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=8519 di Alessandra Daniele

radioLa donna si tolse la maschera col filtro mezzo intasato dalla sabbia radioattiva. – Qui l’impianto d’areazione funziona ancora – disse, guardandosi attorno nel bunker. Sulla parete di fronte all’entrata, un arazzo istoriato di svastiche oscillava lentamente. L’uomo si avvicinò al mobile che c’era accanto. – Cosa sarà questo scatolone col vetro davanti? – Un televisore. Un’altra delle invenzioni di cui i nazisti andavano fieri. Però, al contrario delle armi nucleari, non hanno fatto in tempo a sperimentarla su tutto il pianeta. La donna tossì un paio di volte, [...]]]> di Alessandra Daniele

radioLa donna si tolse la maschera col filtro mezzo intasato dalla sabbia radioattiva.
– Qui l’impianto d’areazione funziona ancora – disse, guardandosi attorno nel bunker. Sulla parete di fronte all’entrata, un arazzo istoriato di svastiche oscillava lentamente. L’uomo si avvicinò al mobile che c’era accanto.
– Cosa sarà questo scatolone col vetro davanti?
– Un televisore. Un’altra delle invenzioni di cui i nazisti andavano fieri. Però, al contrario delle armi nucleari, non hanno fatto in tempo a sperimentarla su tutto il pianeta.
La donna tossì un paio di volte, poi si pulì il sangue dalla bocca col dorso della mano fasciata.
– Sei sicura che possiamo respirare qua dentro?
– Sì, tanto ormai il danno è fatto. Questa è probabilmente l’aria più depurata che abbiamo mai respirato, e che respireremo mai.
– Però puzza – commentò l’uomo. Poi indicò il televisore.
– Come funzionava?
– Come una radio, con le immagini in più.
L’uomo trafficò con le manopole, la donna scosse la testa
– È inutile, anche se s’accendesse perché la pila atomica del generatore funziona ancora, non c’è più nessuno che trasmetta.
Lo schermo del televisore s’illuminò lentamente.
Comparve l’immagine sfumata d’una ragazza dai tratti mediorientali.
« …Speriamo che questa informazione possa esservi utile in qualche modo» disse.
La donna tossì violentemente, poi si precipitò ad alzare il volume.
«Ripetiamo: questa è una trasmissione interdimensionale. Appena acquisita la capacità di comunicare con altri universi, abbiamo scoperto che in alcuni di essi la terra è stata devastata da una guerra nucleare. Il punto di divergenza fra il nostro universo e il vostro è Heisenberg».
– Di che cazzo parla questa? – Chiese l’uomo. La donna lo zittì con una gomitata.
«Nel nostro universo, il professor Werner Karl Heisenberg, emigrato in Inghilterra nel 1933, si dedicò esclusivamente agli studi di meccanica quantistica. Dalla sua collaborazione col professor Alan Turing nacque il primo computer quantico, i cui successivi sviluppi hanno consentito la comunicazione interdimensionale».
Una striscia di calcoli matematici cominciò a scorrere in fondo allo schermo.
«Nel vostro universo – continuò la ragazza – il professor Heisenberg invece fornì al Terzo Reich le conoscenze necessarie per dotarsi di armi nucleari».
L’arazzo con le svastiche ondeggiò, come spinto da uno scarto nel sistema di ventilazione.
«Abbiamo scoperto anche una dimensione intermedia, nella quale il professor Heisenberg, pur lavorando in un laboratorio del Terzo Reich, per qualche motivo indeterminato, non elaborò mai le formule che gli venivano richieste. Mentre il professor Turing venne perseguitato e spinto al suicidio dal governo inglese per la sua omosessualità. In quell’universo la guerra nucleare scoppiò solo alcuni decenni dopo, in medioriente».
– Miccia lunga – commentò sarcastico l’uomo.
«Altri mondi sono possibili. Speriamo che questa informazione possa esservi utile in qualche modo». La ragazza sorrise. Poi il messaggio ricominciò da capo dall’inizio.
La donna tossì, e azzerò il volume.
– Altri mondi sono possibili – disse – ma non per noi.

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A sua immagine https://www.carmillaonline.com/2008/08/17/a-sua-immagine/ Sun, 17 Aug 2008 01:43:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2744 di Alessandra Daniele

CoffuraniaMini.jpg[Questo breve racconto di Alessandra Daniele è compreso nell’antologia falsamente e perfidamente attribuita a Philip K. Dick, Scorrete lacrime disse lo sceriffo pubblicata dal centro sociale Crash! di Bologna. L’antologia sarà presentata il 19 marzo, alle ore 20, presso la festa di Radio Onda d’urto di Brescia dai due curatori, Paola Papetti e Valerio Evangelisti]

Il sindaco Seldrig ispezionava con aria soddisfatta il Termo-valorizzatore di Risorse Umane. – Come uomo di sinistra — disse — oggi sono particolarmente fiero. Infatti da tempo è stato delegato a noi sindaci il potere di comminare la pena di morte e farla [...]]]> di Alessandra Daniele

CoffuraniaMini.jpg[Questo breve racconto di Alessandra Daniele è compreso nell’antologia falsamente e perfidamente attribuita a Philip K. Dick, Scorrete lacrime disse lo sceriffo pubblicata dal centro sociale Crash! di Bologna. L’antologia sarà presentata il 19 marzo, alle ore 20, presso la festa di Radio Onda d’urto di Brescia dai due curatori, Paola Papetti e Valerio Evangelisti]

Il sindaco Seldrig ispezionava con aria soddisfatta il Termo-valorizzatore di Risorse Umane.
– Come uomo di sinistra — disse — oggi sono particolarmente fiero. Infatti da tempo è stato delegato a noi sindaci il potere di comminare la pena di morte e farla eseguire, ma sarà la nostra città la prima a farlo in modo del tutto eco-compatibile — Un applauso felpato dei giornalisti intervenuti all’inaugurazione coronò la frase del primo cittadino, che aggiunse con un sorriso — D’altronde, visto che non permettiamo alla feccia e ai rifiuti umani di sporcare la nostra bella città da vivi, non vedo perché dovremmo lasciarglielo fare da morti.
Mentre la platea ridacchiava, l’inviato del TG commentò verso la telecamera:
– Dopo la demolizione dei lobi frontali cerebrali per chi viola il coprifuoco, Seldrig presenta un’altra iniziativa all’avanguardia: il TRU. Il sindaColt prosegue nella sua opera di modernizzazione legalitaria trasformando la città a sua immagine.
– Ma dove finiranno le scorie allora? — Chiese la rappresentate dell’associazione Società Pulita, in tono velatamente polemico
Il professor Zenchi, creatore della pistola Electro Colt personale del sindaco, e del TRU, sorrise.
– In un altro universo.
Un mormorio di perplessa incredulità si diffuse per la platea. Zenchi continuò a sorridere.
– Se mi concedete un paio d’ore, vi spiegherò nei dettagli come il processo di accelerazione subatomica provochi un trasferimento istantaneo…
– Ma no, professore, molto meglio ottimizzare il tempo e passare subito alla dimostrazione pratica — intervenne il sindaco, premendo il pulsante start sul pannello di controllo del TRU.
Il tetto della cabina si aprì come un’iride, e il condannato scivolò dentro.
Seldrig digitò con noncuranza il codice di attivazione.
Il display segnò la temperatura in rapido aumento.
Raggiunto il massimo si fermò con un bip.
Il sindaco sorrise.
– Adesso eliminiamo le scorie rimaste.
Ricominciò a digitare sul tastierino del pannello.
Il TRU produsse un sibilo acuto.
I numeri sul display si trasformarono in caratteri illeggibili.
La porta frontale della cabina si spalancò di colpo.
Dopo un attimo di perplessità, il sindaco s’avvicinò cautamente e guardò dentro.
– È completamente vuota — annunciò tornando a sorridere — Il collaudo è perfettamente riuscito!
La cabina lo risucchiò, e implose.
Quando Seldrig riprese conoscenza, sdraiato sul pavimento, gli parve di guardarsi allo specchio.
Poi vide il volto identico al suo moltiplicarsi. Sembravano almeno una decina, e lo fissavano.
– Ne è arrivato un altro — disse il primo, gelido.
– Ormai è chiaro, stanno arrivando tutti qui da TRU situati in vari universi paralleli, tutti simili fra loro — aggiunse il secondo, con una smorfia.
– Ma quanti sono? — Chiese il terzo.
– In teoria un numero infinito — rispose il quarto — possono esserci infiniti TRU implosi, con infiniti Seldrig quasi identici che differiscono tra loro soltanto per un microscopico particolare, un capello, una cellula, un atomo, un elettrone…
– E stanno arrivando tutti qui.
– Adesso basta con quest’invasione — Il terzo estrasse la sua Electro Colt, e fulminò due dei suoi doppi con una scarica di 600 volt. Gli altri schizzarono ai quattro angoli della stanza, e cominciarono a loro volta a sparare. Il sindaco ultimo arrivato si rigirò, e sgusciò carponi nel corridoio. Lo spettacolo che si trovò davanti lo terrorizzò. La stessa battaglia fra decine, centinaia di suoi doppi sembrava in corso in tutto il palazzo, e a giudicare da quello che si scorgeva dalle finestre, in tutta la città.
Una città popolata soltanto da sindaci Seldrig.
Sotto il cielo plumbeo, le uniche luci visibili erano i bagliori delle scariche elettriche.
L’aria sfrigolava e puzzava di carne bruciata.
Seldrig si appiattì in un angolo cercando con mani tremanti di attivare la sua ECo. Appena rialzò gli occhi, si trovò davanti la canna dell’ECo d’un suo doppio.
– Ma non ha senso ammazzarci a vicenda, siamo tutti uguali – balbettò.
– Uguali un cazzo — sibilò l’altro — Solo io sono quello vero. Voi siete feccia — disse, e sparò.

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Futuro Breve IX https://www.carmillaonline.com/2007/12/21/futuro-breve-ix/ Fri, 21 Dec 2007 02:22:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2481 di Alessandra Daniele

Pantocrator.jpgPANTOCRATOR

Trevis mollò una gomitata al collega. — Siamo nella Palestina del primo secolo d.C, piantala di fischiettare canzoni che non sono ancora state scritte! Sidney grugnì. — Ma cos’è che avevano già scritto in quest’epoca di merda? – La Bibbia. – Che faccio, fischietto la Bibbia? Con un’altra gomitata Trevis zittì il collega, poi gli indicò un uomo di spalle davanti a loro. – Eccolo — bisbigliò — L’abbiamo trovato! È solo, prendiamolo! I due si avventarono sull’uomo armati d’un paio di siringhe. Lo stordirono, e lo trascinarono via. Quando si risvegliò era legato a bordo del [...]]]> di Alessandra Daniele

Pantocrator.jpgPANTOCRATOR

Trevis mollò una gomitata al collega.
— Siamo nella Palestina del primo secolo d.C, piantala di fischiettare canzoni che non sono ancora state scritte!
Sidney grugnì.
— Ma cos’è che avevano già scritto in quest’epoca di merda?
– La Bibbia.
– Che faccio, fischietto la Bibbia?
Con un’altra gomitata Trevis zittì il collega, poi gli indicò un uomo di spalle davanti a loro.
– Eccolo — bisbigliò — L’abbiamo trovato! È solo, prendiamolo!
I due si avventarono sull’uomo armati d’un paio di siringhe. Lo stordirono, e lo trascinarono via.
Quando si risvegliò era legato a bordo del Time Runner, veicolo sperimentale della NASA per il viaggio nel tempo, ideato — e poi rubato — dal dottor Horatio J. Trevis, e dal collega, Sidney.
– Qualsiasi cosa stiate cercando di farmi sarà inutile. In verità, vi dico…
Trevis si voltò di scatto dai comandi, e gli puntò un dito contro.
– Non ci provare. Non sperare di fregarci con le tue cazzate.
L’uomo sospirò, appoggiandosi allo schienale per quanto glielo consentivano le cinghie.
— Avete intenzione di uccidermi?
– Ti piacerebbe, vero? — Ghignò Trevis — Faremo molto di più — fece una pausa a effetto — noi ti cancelleremo dalla Storia. — Si girò verso il collega — Sidney, spiega al signore dove lo stiamo portando.
– Beh, in realtà non sappiamo esattamente dove – cominciò Sidney Un’occhiataccia di Trevis gli fece correggere il tiro — Ti stiamo portando nel futuro, ma non nel futuro dal quale noi proveniamo. Quello già non esiste più, perché lo abbiamo cambiato togliendoti dal passato dal quale derivava. Ciò che troveremo sarà un mondo futuro diverso, sviluppatosi senza Cristianesimo, quindi probabilmente migliore…
– Sicuramente migliore — lo corresse Trevis.
– Sicuramente migliore di quello che abbiamo lasciato. Laggiù, dopo aver controllato, potremmo anche lasciarti andare, perché in una società ad alto sviluppo culturale e scientifico non potrai fare più alcun danno.
L’uomo scosse la testa, con un mezzo sorriso.
– Siamo arrivati — annunciò Trevis trionfante — Adesso vedrai.

– Non è possibile, non è possibile! — Ripeteva Trevis sconvolto, aggirandosi per la cattedrale — Non siamo riusciti a cambiare niente! — Strinse i pugni e urlò — Come diavolo ha fatto?
Stavolta fu Sidney a tirargli una gomitata per zittirlo.
– Calmati, o ci scopriranno.
– Lo abbiamo portato via — continuò Trevis, rauco — È ancora di là, legato nella cabina del TimeR, come cris… come ha fatto a impedirci di cambiare la Storia?
– Beh, magari è davvero…
– Stronzate! — Tornò a urlare Trevis. Poi crollò a sedere su una panca — Qual’è il trucco, com’è possibile che sia tutto assolutamente uguale a come l’avevamo lasciato?
– Non proprio tutto — disse il collega, indicando l’imponente mosaico sulla volta — Quando siamo partiti il Cristo Pantocrator lassù aveva i capelli — ridacchiò.
Trevis alzò la testa, come folgorato. Poi afferrò Sidney e lo trascinò nel TimeR nascosto in sagrestia.
– Che succede? — Chiese tranquillo l’uomo che li aspettava legato.
– Si riparte.
– E dove si va?
– A prelevare anche il tuo complice — ghignò Trevis. — Il pelato che ha preso il tuo posto e il tuo nome.
L’uomo sorrise.
— Fatelo pure. Un terzo lo sostituirà. E poi, se sarà necessario, un quarto, un quinto, un sesto…
– Quanti siete?
– Centinaia… non potete fermarci tutti. Ci prepariamo da anni, tutti per interpretare lo stesso ruolo. Altri hanno già provato a fermarci, molti di noi sono stati uccisi. Ma alla fine almeno uno di noi ce la farà — Tornò ad appoggiarsi allo schienale — E potrebbe anche essere uno che non ha la mia pazienza — aggiunse con uno strano sorriso.

PERSISTENZA

Il primo Sovrintendente di Tisra e lo sconosciuto stavano seduti davanti a due bicchieri di glab liscio. Tra di loro galleggiava l’ologramma d’un sistema stellare.
– Tre mega crediti. Ti auguro che la tua informazione li valga.
– Non basterebbero tutti i megac del tuo disgraziato pianeta a pagarmela quanto vale.
– Perché “disgraziato”?
– Interessa ai terrestri.
Il sovrintendente trasalì.
– Provamelo.
Lo sconosciuto allungò le sottili propaggini sulla piastra incastonata al centro del tavolino, e subito l’ologramma si modificò disegnando il tracciato d’una rotta interstellare, affiancato da una colonna di calcoli esplicativi.
– Sacro Jestra! — Mormorò il Sovrintendente — I terrestri! Cosa vorrebbero fare di Tisra?
– Quello che hanno fatto del loro pianeta madre — rispose lo sconosciuto, scolando il suo glab — “Fottimadre” è un tipico insulto terrestre.
Il primo Sovrintendente poggiò i tre megac sul tavolino. Lo sconosciuto li intascò rapidamente, e sparì.

– Com’è andata? – Chiese Hela, speranzosa.
– Bene — rispose Hen, rientrando nella sua navicella in orbita attorno a Tisra — Il Sovrintendente l’ha bevuta e m’ha pagato! — Fece rotolare i megac sotto gli occhi prismatici della sorella.
– E’ bizzarro, basta nominare i terrestri per suscitare il panico — ridacchiò lei — ma i terrestri non esistono!
– Beh, non più — precisò il fratello — Per fortuna si sono autodistrutti completamente ancora prima di mettere piede fuori dal loro sistema solare. Però le onde elettromagnetiche delle loro passate trasmissioni radiotelevisive continuano a propagarsi nella galassia. Da quelle molti hanno imparato a conoscerli come una minaccia orrenda, ed è nata la leggenda d’una loro misteriosa… persistenza.
– Ma come hai fatto a convincere il tisriano che i terrestri puntassero proprio sul suo sistema stellare?
Hen sorrise. S’avvicinò all’olopiastra incastonata sul muro e l’attivò sfiorandola con la propaggine sinistra.
– Vedi questo? Sembra il tracciato stilizzato d’una complicata rotta interstellare
– Da dove viene?
– Dalla terra. Compare in moltissime delle vecchie trasmissioni televisive terrestri, insieme ad altri undici simili. Li chiamavano Zodiaco. Uniscono una serie di stelle raffigurate come apparivano allora viste dalla terra. Questo tracciato in particolare è lo “Scorpione”, e qui in fondo comprende anche Thal, la stella di Tisra.
– Quindi forse i terrestri progettavano davvero di conquistarla — commentò Hela, stupita.
– A me importa solo che lo abbia creduto il Sovrintendente — Hen sorrise indicando i megac luccicanti.
Hela notò l’evanescente sagoma d’un insettoide sovrapposta al tracciato interstellare.
– Cos’è?
– Lo Scorpione, la forma di vita terrestre dalla quale questa rotta prendeva nome — rispose Hen — Era una bestiaccia tremenda, perciò i terrestri l’adoravano, e davano il suo nome a molte cose. Poteva uccidere con una sola puntura della sua coda avvelenata.
La navicella sussultò, le luci si spensero.
– Che succede?!
L’ologramma della rotta Scorpione venne bruscamente sostituito da uno del volto corrusco del Sovrintendente di Tisra.
– Spie dei terrestri, vi abbiamo immobilizzato, preparatevi a essere distrutti!
– Ma no! Noi non abbiamo niente a che fare con loro! — Urlò Hen nel buio.
– Come fate allora a conoscere i loro piani?
– Abbiamo soltanto elaborato i dati ricavati dalle loro trasmissioni radiotelevisive!
– Abbiamo mentito! — Aggiunse Hela.
L’ologramma del tisriano si contorse in uno strana smorfia.
– Siete venuti a estorcere denaro grazie a una minaccia. Non possiamo rischiare, dobbiamo comunque distruggervi preventivamente. Avete gli stessi metodi dei terrestri.
Un solo colpo a fusione centrò la navicella.
– Li avete anche voi — pensò Hen, prima di svanire disintegrato in un lampo silenzioso.

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Futuro Breve III – Santascienza https://www.carmillaonline.com/2007/09/09/futuro-breve-iii-santascienza/ Sun, 09 Sep 2007 01:31:59 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2368 di Alessandra Daniele

CyberChurch.jpgPiù famoso di Gesù

Il talent-scout lo squadrò – Sì, sei fotogenico, ma soprattutto hai il fisico, e sei perfetto per il technicolor. Gli anni ’50 saranno il boom del technicolor — Gli puntò il sigaro contro — Io posso portarti dritto a Hollywood. Per prima cosa dobbiamo cambiare il nome. Cazzo, è impronunciabile, ma da dove vieni?! – Dalla Polonia. – Ehi! Non sarai mica un fottuto rosso? – Indiano? – Comunista! Il ragazzone biondo trasalì, come orripilato. – Assolutamente no! Sono contro, proprio per questo ho lasciato la Polonia. Avevo anche pensato di farmi prete… – [...]]]> di Alessandra Daniele

CyberChurch.jpgPiù famoso di Gesù

Il talent-scout lo squadrò
– Sì, sei fotogenico, ma soprattutto hai il fisico, e sei perfetto per il technicolor. Gli anni ’50 saranno il boom del technicolor — Gli puntò il sigaro contro — Io posso portarti dritto a Hollywood. Per prima cosa dobbiamo cambiare il nome. Cazzo, è impronunciabile, ma da dove vieni?!
– Dalla Polonia.
– Ehi! Non sarai mica un fottuto rosso?
– Indiano?
– Comunista!
Il ragazzone biondo trasalì, come orripilato.
– Assolutamente no! Sono contro, proprio per questo ho lasciato la Polonia. Avevo anche pensato di farmi prete…
– E perché hai lasciato perdere?
– Mi sono dovuto sposare — grugnì il polacco. Il talent-scout sghignazzò.
– Allora hai pure un marmocchio da mantenere.
– No, loro sono rimasti in Polonia.
– Meglio. Fanculo i pesi morti. E poi le fans preferiscono gli scapoli — gli strizzò l’occhio, masticando il sigaro – Tu come hai fatto a scappare?
Il biondo accennò un sorriso.
– Dopo la guerra, la mia compagnia teatrale è andata in tournée nella Germania Est…
Il talent-scout riprese a sghignazzare.
– E tu sei saltato all’Ovest! Bene, questa faccenda dell’anticomunismo farà un figurone nella tua biografia! Adesso pensiamo al nome. John, come Wayne, gli somigli anche.
Il polacco sospirò.
– Dobbiamo proprio cambiarlo tutto, il nome? E’ l’ultimo legame con la mia terra..
– Ma ci tieni così tanto, a ‘sto cazzo di Polonia? — Rise il talent-scout – Ok John Poland. Aspetta, mi piace, John Pol… John Paul… ci manca qualcosa… un numero! Sa di tradizione, valori familiari, padri pellegrini, e tutte quelle stronzate là. Sapresti imparare l’accento del New England?
– Sono portato per le lingue
– Benissimo John Paul II  — il talent-scout sfoderò un sorriso da squalo – Ti piace il tuo nuovo nome? Diventerà famoso!

* * *

– Cazzo, abbiamo persino cambiato la costituzione per poterlo eleggere, quel bastardo!
Il senatore Jameson si tormentava compulsivamente il cravattino dello smoking davanti allo specchio — Quello stronzo polacco invasato. Cazzo, un attore presidente degli Stati Uniti. Un pessimo attore di merdosi B-movie fascistoidi alla Casa Bianca. Come ci siamo arrivati?
– Be’, c’era già stato Reagan governatore della California — disse la moglie, sfilandogli di mano il cravattino ormai ridotto a un grumo di stoffa informe.
– Reagan?! In confronto a John Paul II, Reagan è un intellettuale liberal. In confronto a lui Nixon è un intellettuale liberal! — Il senatore crollò a sedere sul bordo del letto — Frida, se non riusciamo a risolvere questa maledetta crisi che Paul ha provocato con i russi, capisci cosa potrebbe succedere? Questo maggio 1981 potrebbe essere l’ultimo della razza umana.
– Ma Paul non dice sempre di volere la pace?
– L’albero si riconosce dai frutti, non dai discorsi — disse Jameson, cupo — Posso farla anch’io una citazione evangelica, o sono monopolio del polacco?
Frida si agganciò i vistosi orecchini.
– E’ la sua aria profetica che gli ha portato tanti voti.
– E l’odio paranoico per i comunisti.
– Beh, posso capirlo, con quello che hanno fatto alla sua prima moglie…
Il senatore si alzò di scatto.
– Stronzate! E’ stato lui a farla togliere di mezzo, raccontando che era morta in Polonia, per poter sposare una Vanderbilt, e farsi pagare la campagna elettorale.
Frida sogghignò.
– Però non credo che JP scatenerà la fine del mondo, gli piace troppo girarselo a spese nostre.
Un bodyguard irruppe trafelato nella camera d’albergo.
– Senatore, un attentato al presidente!
Jameson trasalì, la moglie mandò un gridolino strozzato.
– E’ stato colpito all’addome, è in coma!
Frida si precipitò ad accendere la tv. Tutti i canali avevano interrotto la normale programmazione per trasmettere le breaking news.
– L’hanno preso! — Disse la Jameson al marito, che s’era rimesso seduto con aria stordita.
– Chi?
– Il tizio che ha sparato al presidente. E’un turco, pare che farnetichi di provenire da un altro mondo, un altro universo… oh mio dio!
– Cosa c’è?
Frida si sedette sul letto accanto al senatore.
– L’FBI ha appena dichiarato d’avere un fascicolo su questo tizio. Pare sia legato al KGB
– Quindi hanno già identificato il mandante?… Ma che bravi. Veramente bravi.
Jameson si sdraiò, e chiuse gli occhi.
– E’ la fine — mormorò — Hai detto che J.P non avrebbe mai davvero cominciato la guerra? Be’, lo farà quel fottuto crucco nazista del suo vicepresidente.

Rituali

– Torno adesso dal pianeta Zrak, ho assistito alla Pioggia del Grande Nummo – disse lo sferoide, fluttuando attraverso l’elegante spazioporto di Alpha Draconis Primo.
– Oh, e com’è?- Chiese il lafadiano, sfregando le 16 antenne in segno di saluto.
– Una cerimonia davvero suggestiva! Su Zrak, chi ricopre la carica di Grande Nummo è considerato il tramite fra le acque del cielo e quelle della terra. Così, quando muore, il suo enorme corpo polpiforme viene bollito per tre rivoluzioni planetarie, e tutto il vapore che ne risulta viene condensato, e sparato nell’atmosfera. La prima pioggia successiva è perciò ritenuta sacra, e tutti accorrono a infradiciarsi sentendosi benedetti.
– Affascinante! – Il lafadiano sgranò gli occhi prismatici. Poi aggiunse – Sai, anch’io ho assistito a qualcosa del genere, su Terra. Un Ricambio Vaticano.
– Davvero? E’morto un altro di quei loro faraoni bianchi… come lo chiamano? Il Pupo?
– Il Papa. Sì, è morto, e milioni di loro si sono precipitati attorno alla sua salma.
– Per mangiarla?
– No, per fotografarla. Anche a costo di aspettare trenta ore pigiati tra la folla, evacuando i liquidi nelle stesse bottiglie da cui li avevano bevuti, e sempre continuando a fotografarsi anche a vicenda.
Il glabide sferoide oscillò pensoso.
– Gli occhi sono molto importanti per i terrestri. E dire che ne hanno solo due.
Il lafadiano annuì curvando le antenne, e riprese:
– Poi c’è stato il funerale. Ho usato l’antigravità per seguirlo dall’alto. Hai presente quella loro piazza circondata dal colonnato a forma di tenaglia?
– Quella che sembra una pista d’atterraggio per i Dischi Xorg?
– Già. Era strapiena di terrestri, tutti rigidamente divisi per caste ben riconoscibili anche dal colore delle livree. Ed anche lì tutti si fotografavano a vicenda.
– E il Klatvin?
Il lafadiano ronzò ironico.
– Ma no, il Klatvin è l’evirazione rituale dei principi di Wrana.. intendevi il Conclave? Beh, era l’unico posto dove non si poteva fotografare. Infatti ci sono rimasti pochissimo. Nella scelta della successione papale si sono limitati a seguire la linea dinastica: hanno nominato la vedova, Ra’hazt-qualcosa, che s’è subito precipitata alla finestra per farsi fotografare.
Il glabide ondeggiò perplesso – Ma questi loro Pupi non dovrebbero essere tutti maschi?
Il lafadiano si strinse nel diafano esoscheletro – Questo non mi è tanto chiaro… comunque non ci si può sbagliare di molto, i terrestri hanno solo due sessi.
– Ciascuno?
– A volte.
Passata l’ora di punta, lo spazioporto s’andava svuotando. Accompagnato dal lafadiano dalle otto propaggini cariche di bagagli, il glabide fluttuava pigramente verso l’uscita riflettendo ancora sui terrestri.
– E i loro rituali d’autodistruzione come procedono?
Il lafadiano sospirò, con uno schiocco della laringe chitinosa.
— La vedova s’è subito unita agli altri principali Necrofori del pianeta, ma credo che il suo influsso sui terrestri sia inferiore a quello del marito suo predecessore.
– E perché? – Chiese il glabide fermandosi davanti all’uscita.
– Non è fotogenica.- rispose il lafadiano, mentre usciva nel tramonto rossastro di Alpha Draconis.

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