Unabomber – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 28 Apr 2026 07:19:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Paul Auster e i fantasmi della guerra civile americana 2.0 https://www.carmillaonline.com/2022/08/10/la-metafisica-delle-guerre-civili-americane-paul-auster/ Wed, 10 Aug 2022 20:02:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72827 di Sandro Moiso

“Forse questo è il punto più interessante di tutti: vedere quello che accade quando non rimane più nulla e scoprire se, anche così, sopravviveremo”. (Paul Auster – Nel paese delle ultime cose)

“Negli Stati Uniti sta destando sempre più scalpore un sondaggio realizzato dall’Institute of Politics dell’University of Chicago e reso pubblico in questi giorni, secondo cui la maggioranza degli americani ritiene che il governo sia “corrotto” e che agisca “contro gli interessi della gente comune”. La stessa indagine demoscopica ha inoltre evidenziato che un terzo degli statunitensi sarebbe [...]]]> di Sandro Moiso

“Forse questo è il punto più interessante di tutti: vedere quello che accade quando non rimane più nulla e scoprire se, anche così, sopravviveremo”. (Paul Auster – Nel paese delle ultime cose)

“Negli Stati Uniti sta destando sempre più scalpore un sondaggio realizzato dall’Institute of Politics dell’University of Chicago e reso pubblico in questi giorni, secondo cui la maggioranza degli americani ritiene che il governo sia “corrotto” e che agisca “contro gli interessi della gente comune”. La stessa indagine demoscopica ha inoltre evidenziato che un terzo degli statunitensi sarebbe pronto a “imbracciare le armi contro le autorità”. (Gerry Freda – Il Giornale, 27 luglio 2022)

“La guerra civile è già in corso”. (Gloria Feldt, femminista americana, 26 giugno 2022)

E’ il fantasma della guerra civile che oggi sembra assumere, sempre più spesso, forme concrete e tangibili nella società statunitense. Qualcuno, gravemente contagiato dal politically correct, potrebbe affermare che ad aggirarsi nell’immaginario di quella società sia ancora e soltanto il fantasma di Donald Trump, ma in realtà quel fantasma agita le coscienze e l’immaginario americano da ben più tempo.

Almeno dagli anni che precedettero e seguirono la Guerra Civile svoltasi tra il 12 aprile 1861 e il 23 giugno 1865. Quella guerra che costituisce infatti, al di là di ogni retorica, il fatto politico fondamentale della nazione nord-americana, ben più della Dichiarazione di Indipendenza e della successiva guerra contro la corona britannica. Un fatto politico e militare la cui valenza mitopoietica e fantasmatica per l’immaginario collettivo fu chiaramente colta già all’epoca dal fondatore della poesia americana moderna, Walt Whitman:

Quattro anni in cui si sono concentrati secoli di passioni ancestrali, immagini di prima categoria, tempeste di vita e di morte – una miniera inesauribile di vite e di morti, che riempiranno la storia, il teatro, la letteratura e persino la filosofia dei secoli a venire – anzi, un’autentica colonna vertebrale della poesia e dell’arte (anche di carattere personale) per tutta l’America futura (molto più possente, secondo me, per le penne che saranno in grado di cimentarsi con esse dell’assedio di Troia di Omero e delle guerre francesi di Shakespeare)1.

Se all’epoca di Thoreau e John Brown furono molti gli scrittori che si schierarono apertamente con la causa della lotta contro la schiavitù, da Melville a Whitman e da Whittier ed Emerson ad Hawthorne, ancora nel corso del ‘900 molti sono stati gli autori statunitensi a schierarsi con la causa della lotta contro le guerre imperiali o per la libertà dei popoli, dalla guerra civile spagnola alla lotta contro la guerra in Vietnam. Si pensi soltanto a Ernest Hemingway, John Dos Passos, William March, Joseph Heller oppure Allen Ginsberg e i poeti, soprattutto, della generazione beat, come Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti.

Gli scrittori degli ultimi decenni invece, almeno a partire dalla dubbia elezione di George Bush Jr., sembrano maggiormente preoccupati da ciò che i rappresentanti dei vertici economico-finanziari e dei media mainstream iniziano a denunciare sul pericolo di rivolte e di rimessa in discussione dei principali assunti dell’attuale modo di produzione, rendendo ancor più significativo il fatto che ormai da diversi anni proprio dagli Stati Uniti provengano opere letterarie che trattano il tema della guerra civile oppure della resistenza armata contro lo Stato e tutti i suoi addentellati economici, politici e militari.

Un autore come Paul Auster, con il suo Man in the Dark (uscito in Italia per Einaudi con il titolo Uomo nel buio), nel 2008 è stato uno dei primi a introdurre il tema all’interno della letteratura non di genere, seguito poi da diversi altri scrittori. Ma occorre dirlo, prima di procedere successivamente all’analisi della trama libro: sembra non esservi più vitalità. partecipazione e convinzione nell’osservazione dei drammi in atto o a venire. Come se si fosse persa la causa per cui combattere, che, in fin dei conti, per gran parte degli scrittori americani del passato è sempre stata rappresentata dai valori “autentici” della democrazia e della libertà americana, più che da qualsiasi altra esplicita causa politica.

Questo è il deserto sociale, ideale, umano che sta alle spalle dei romanzi di Paul Auster, soprattutto della guerra civile soltanto immaginata ma dalle conseguenze e cause reali, anche se tutte racchiuse nella psiche dei disturbati protagonisti e dell’anziano narratore di Man in the dark2. Un confronto militar-terroristico in cui gli Stati Uniti si sono divisi, almeno nella mente dell’anziano critico letterario August Brill che svolge il ruolo di narratore, secondo linee di faglia molto simili a quelle determinate anche dall’ultimo voto americano.

Una guerra in cui chi combatte non comprende le ragioni di ciò che sta succedendo e vorrebbe in realtà abbandonare il campo il più in fretta possibile. Senza riuscirci, in un alternarsi di piani temporali e narrativi che inseguono inutilmente un centro, che sembra non esistere più da tempo, se non nei sogni, deliri e costruzioni narrative di uno scrittore vecchio e malato. Cui è toccato assistere, alla tv, più e più volte alla decapitazione da parte dei miliziani dell’Isis dell’ex-boy friend della nipote, recatosi nelle aree incendiate dal califfato islamico per un servizio di trasporti privato al fine di avere un lavoro meglio pagato.
Sogno dentro sogno seguiamo per un attimo le riflessioni di Owen Brick, il personaggio immaginato da August Brill:

Memore dei discorsi di Serge su una guerra civile, si domanda perché ci si combatta e chi stia combattendo contro chi. Ancora il Nord contro il Sud? L’Est contro l’Ovest? Il Rosso contro il Blu? Il Bianco contro il Nero? Qualunque sia stata la causa della guerra, si dice e qualunque interesse o ideale sia in gioco, non ha senso. Come può essere l’America se Tobak non sa nulla dell’Iraq? Completamente smarrito, Brick torna all’ipotesi precedente, cioè di essere prigioniero di un sogno3.

E’ lo smarrimento a dominare la narrazione, smarrimento che domina anche nelle altre opere di Auster che andremo ad esaminare. Ed è così che Il folle mondo viene avanti rotolando, intuizione tratta da da una poesia di Rose Hawthorne, ultima dei tre figli di Nathaniel Hawthorne, nata nel1851, come ci ricorda lo stesso Auster nel riassumerne brevemente la vita nell’ambito del romanzo.

Rose rossa di capelli, nota in famiglia come Rosebud, Bocciolo di Rosa, una donna che visse due vite, la prima triste, tormentata, fallimentare, la seconda straordinaria […] una donna che per quarantacinque anni ha brancolato per il mondo, una persona difficile e scontrosa, una «straniera a se stessa» per propria ammissione, che dapprima tentò la sorte con la musica, poi con la pittura, e non avendo avuto risultati con nessuna di queste attività si volse alla poesia e ai racconti, riuscendo anche a pubblicarne alcuni (senz’altro grazie al nome di suo padre), ma la sua produzione era pesante e goffa, a essere generosi mediocre: tranne un verso di una poesia […] E il folle mondo viene avanti rotolando.
Aggiungiamo al ritratto pubblico le circostanze private della fuga d’amore, a vent’anni, col giovane scrittore George Lathrop, un talento che non mantenne mai le promesse, gli amari conflitti del loro matrimonio, la separazione, la riconciliazione, la morte a cinque anni del loro unico figlio, la separazione definitiva, i litigi protratti di rose con suo fratello e sua sorella […] Ma poi, nella maturità, Rose subì una metamorfosi. Si convertì al cattolicesimo, prese i voti e fondò un ordine di suore, le Serve del conforto per il cancro incurabile, dedicando i suoi ultimi trent’anni alla cura dei malati terminali poveri come appassionata tutrice del diritto di ognuno a morire con dignità. Il folle mondo viene avanti4.

L’immagine, già tipica del blues e della folk music, della pietra che rotola (rolling stone) sul fondo di un fiume, sulle strade del mondo oppure verso l’abisso, viene qui, indirettamente, ripresa e portata alle sue estreme conseguenze. Sia sul piano dell’esperienza personale, sia sul piano simbolico di una Nazione che rotola verso il suo incerto futuro senza più alcun punto di riferimento o legame certo.

Il secondo romanzo di Auster qui analizzato è Leviatano5, liberamente ispirato alle imprese di Unabomber, identità fittizia, attribuitagli in parte dai media e in parte dal Federal Bureau of Investigation, di Theodore John “Ted” Kaczynski, terrorista individualista contrario alla società dominata dalla tecnologia, matematico ed ex-docente universitario statunitense che tra il 1978 e il 1996 inviò numerosi pacchi postali a varie persone, causando 3 morti e 23 feriti. E’ stato anche autore di un celebre manifesto politico-filosofico che riuscì a far stampare su alcuni quotidiani USA, prima di essere denunciato dal fratello che ne aveva riconosciuto lo stile leggendo quello stesso testo.

Auster non ripercorre esattamente le vicende di Ted Kaczynski, ma ancora una volta ricorre alla figura di invenzione di uno scrittore, Peter Aaron, che, dopo aver intuito che la vittima di un’esplosione, causata dalla preparazione di una bomba, per un attentato è il suo più caro amico: Benjamin Sachs, autore di un unico romanzo, decide di narrare la vita e le vicende che l’hanno condotto alla decisione di diventare terrorista.

Ben si dedica alla distruzione con l’esplosivo delle copie della Statue della Libertà sparse in centinaia di località americane, sempre evitando di fare vittime. Anche in questo caso la scelta simbolica rinvia alla delusione nei confronti delle mancate promesse di libertà, uguaglianza e democrazia che il monumento originale, posto in mezzo alla baia prospicente New York, dovrebbe rappresentare. Ben in realtà ha preso il posto di un uomo che ha ucciso per difendersi, Reed Di Maggio, ma di cui ha iniziato ad apprezzare le idee dopo aver scovato, in una stanza chiusa nella casa della vedova, i suoi documenti, i suoi libri e la sua tesi. Uno studio sulla figura di Alexander Berkman l’anarco-comunista americano che aver sparato a Henry Clay Frick, colui che durante lo sciopero degli operai metallurgici di Homestead del 1892 aveva riunito un esercito di detective e agenti di compagnie private e ordinato loro di fare fuoco sugli scioperanti.

Giovane radicale ebreo emigrato pochi anni prima, all’epoca Berkman aveva vent’anni e scese in Pennsylvania inseguendo Frick con una pistola, con la speranza di eliminare quel simbolo dell’oppressione capitalista. Frick sopravvisse all’attentato e Berkman fu rinchiuso in un penitenziario di Stato per quattordici anni. Dopo il suo rilascio […] portò avanti il suo impegno politico, soprattutto insieme ad Emma Goldman. Fu direttore di “Mother Earth”, contribuì alla fondazione di una scuola libertaria, tenne discorsi, si batté per cause come lo sciopero degli operai tessili di Lawrence […] Quando l’America entrò nella Prima guerra mondiale fu messo di nuovo in carcere, questa volta per aver parlato contro la coscrizione obbligatoria6.

Quindi Ben si ispira a Reed che, a sua volta, si era ispirato a Berkman. Così in qualche modo farà anche Peter, iniziando a scrivere un romanzo intitolato come il secondo progettato dall’amico, che finirà col narrare la storia di Ben e si intitolerà Leviatano, come il libro vero a e allo stesso fittizio che il lettore si trova a leggere, finito pochi istanti prima dell’arrivo degli agenti del FBI decisi ad interrogarlo per perseguirlo penalmente per i suoi precedenti silenzi sull’amico scomparso. Ancora una volta una vicenda di scambi di identità e di acquisizione casuale di ruoli già appartenuti ad altri, in un’America sempre più confusa, ad ogni livello, che sembra anch’essa andare avanti rotolando follemente.

Tema che costituisce anche il centro del terzo romanzo di cui si vuole qui parlare, Nel paese delle ultime cose (In the Country of Last Things, 1987)7, che in realtà, pur mostrandoci da vicino gli effetti devastanti sulla vita americana di una catastrofica guerra civile una volta avvenuta, è il primo dei tre.

L’epoca è indefinita, ma non molto distante nel tempo rispetto al presente e l’unica cosa certa è che Thanatos ha trionfato, insieme al disordine, alla fame e all’impossibilità di immaginare un futuro diverso, illuminato magari da un barlume di speranza.

Almeno la metà della gente è senza casa e non sa assolutamente dove andare. Pertanto ogni volta che giri l’angolo trovi cadaveri, sul marciapiede, sotto i portoni, sulla strada stessa.
[…] I cadaveri il più delle volte sono nudi. Gli spazzini perlustrano le strade senza interruzione, e non passa tanto tempo prima che un morto sia spogliato dei propri averi. Le prime a sparire sono le scarpe, molto richieste e molto difficili da trovare. Subito dopo vengono le borse e poi di solito ogni altra cosa, gli abiti e tutto quel che contengono. Gli ultimi ad arrivare sono gli uomini con pinza e scalpelli, che strappano i denti d’oro e d’argento dalla bocca.
[…] Ogni mattina passano i camion per la raccolta dei cadaveri. Questa è la funzione principale del governo, che investe in quest’operazione più che in qualsiasi altra cosa. Tutt’intorno alla città ci sono i forni crematori – i cosiddetti Centri di Trasformazione – e giorno e notte si vede il fumo che sale in cielo. Ma dato che le strade sono in così cattivo stato e molte si trovano ridotte in macerie, il compito diventa sempre più difficile. Gli uomini sono costretti a fermare i camion e andare a piedi a raccogliere i corpi, e questo rallenta considerevolmente il lavoro. Come se non bastasse, ci sono frequenti danni meccanici ai veicoli, seguiti dagli occasionali scoppi di risate di chi sta a guardare. Lanciare pietre agli uomini dei camion della morte è una comune occupazione tra i senzatetto. Anche se questi uomini sono armati e sono noti per puntare le loro mitragliatrici sulla folla, alcuni di questi lanciatori di sassi sono molto abili nel nascondersi, e le loro tattiche di «toccata e fuga» ottengono talvolta il risultato di paralizzare completamente la raccolta. Non c’è un motivo coerente dietro questi attacchi. Maturano nella rabbia, nel risentimento e nella noia, e poiché i raccoglitori di cadaveri sono gli unici dipendenti municipali a farsi vedere nei quartieri, diventano facili obiettivi. Si potrebbe dire che i sassi rappresentano il disgusto della gente nei confronti di un governo che non fa nulla per loro finché non sono morti. Ma questo discorso ci porterebbe troppo in là. I sassi sono un’espressione di infelicità e basta. In città infatti non c’è posto per la politica, di nessun tipo. Le persone hanno troppa fame, sono troppo sconvolte, troppo in lotta le una contro le altre8.

La forma è quella di un diario in forma epistolare, scritto da una giovane donna di buona famiglia che ha attraversato l’Oceano per tornare nella grande metropoli sconvolta (la Grande Mela?) a cercare tracce del fratello William scomparso dopo essersi recato là per scrivere un reportage. Un contesto in cui Beckett sembra incontrare il Boccaccio della Cornice del Decameron, mentre le immagini dei forni crematori e dei morti privati di tutto, anche dei denti, rinviano alle grandi tragedie del ‘900.
Come nel romanzo La strada di Cormack Mc Carthy (Einaudi, 2007 – edizione originale 2006) tutto è già avvenuto e non ha bisogno di essere spiegato. I protagonisti o l’io narrante non possono far altro che andare incontro alla fine, anche se quest’ultima, come scrive Auster:

è solo immaginaria, una destinazione che inventi per continuare ad andare avanti, ma arrivi a un punto in cui ti accorgi che non vi giungerai mai.
[…] Qualunque cosa è possibile, ed è come non dire niente, come essere nati in un mondo che non è mai esistito. Forse troveremo William dopo aver lasciato la città, ma cerco di non sperarci troppo. L’unica cosa che chiedo, per ora, è la possibilità di vivere ancora per un giorno9.

Sopravvivere, ancora per un giorno, in un mondo privato di qualsiasi senso, se non ancora quello della guerra e della rivolta senza scopo.

L’unica alternativa che abbiamo eliminato del tutto è il nord. Sembra infatti che in quella parte del paese vi sia un grande pericolo e la possibilità di tumulti, ed è già un po’ di tempo che si parla di un’invasione di armate straniere radunate nella foresta e pronte a colpire la città quando la neve sarà sciolta.[…] Boris continua a spiare e ascoltare, ma i discorsi che sente sono troppo confusi e discordi per avere un valore concreto. Lui ritiene che ciò significhi che il governo sarà di nuovo rovesciato. Se così fosse, potremmo avere il vantaggio della temporanea confusione, ma a questo punto nulla è davvero chiaro. Nulla è chiaro e noi continuiamo ad aspettare10.

Non si fugge da ciò che un tempo si annunciava come il Paradiso e che oggi è soltanto più uno degli inferni possibili sulla Terra. Il senso è finito insieme a ciò che ne produceva una possibile, e riduttiva, espressione. Il lungo tramonto dell’Occidente rimane tale, soltanto un interminabile crepuscolo, alla cui luce incerta si possono consumare tutti i delitti, tutte le meschine vendette, tutte le perversioni dell’essere umano alimentate dalla fame e dalla disperazione. Cannibalismo compreso.

Nella logica “metafisica” di Auster tutti e due gli altri romanzi, di cui si è parlato più sopra, convergono quindi inesorabilmente verso la fine che era già contenuta nell’inizio di questa immaginaria trilogia delle guerre civili americane.
Tornano in mente le affermazioni di Karl Marx sulla fine dell’Impero romano, che causò e fu causata allo stesso tempo dalla comune rovina delle classi in lotta. Tornano le immagini di imperi millenari o secolari che scompaiono in un batter d’occhi, soltanto un po’ più lungo del solito. Tornano alla memoria le immagini di imperi le cui frontiere sono sorvegliate da eserciti alleati e stranieri, ma pronti a divorarli appena mostreranno un minimo di debolezza in più.

Tornano le immagini di rivolte senza scopo, rebellion without a cause parafrasando il titolo di un celebre film di Nicholas Ray dove già il protagonista correva incontro alla morte su una strada che conduceva soltanto ad un precipizio11. Le immagini del Campidoglio assaltato, dei diritti inutilmente negati, degli scontri inter-razziali, dei massacri nelle scuole, nei mall e nelle chiese. Tutte pietre lanciate per infelicità, rabbia, risentimento o forse soltanto per noia.

Tornano le immagini di Jayland Walker, afroamericano poco più che ventenne, ucciso con sessanta colpi d’arma da fuoco dalla polizia di Akron, Ohio, e ai mille casi di uccisioni che avvengono ogni anno negli Stati Uniti ad opera delle forze del dis/ordine. Mille morti ammazzati di cui almeno il trenta per cento è costituito da afro-americani.
E tornano anche le immagini di un 4 luglio insanguinato non soltanto dalla strage alla parata di Chicago, ma anche dai nove tentativi messi in atto in altrettante località degli Stati Uniti, nello stesso giorno di quest’anno.
Giorno in cui, nella sola Chicago, 57 persone sono rimaste uccise in sparatorie al di fuori di quella di Highland Park 12.

Mentre politologi e storici – come la docente di San Diego, Barbara Walter, autrice del saggio How Civil Wars Start – avvertono che il rischio di guerra civile è reale […] l’espressione “guerra civile” diventa subito tra gli argomenti più cercati su Google, così come lock and load: caricare un’arma da guerra nel gergo militare13.

L’Occidente cade nelle pagine di Auster, la grande metropoli non mantiene le sue passate promesse e il mondo sta a guardare in attesa che altri vengano (da Nord, Est, Sud?) a rivendicarne il ruolo, le aspirazioni e le fasulle promesse. Benvenuti alla fine del viaggio di un modo di produzione che da troppo tempo sta morendo, come un malato terminale, però, cui sia stata negata per sempre la possibilità del suicidio assistito. Mentre anche i suoi possibili killer, impoveriti e indigenti, preferiscono rivolgere le proprie armi contro i propri simili piuttosto che sveltire le pratiche funerarie per la sua definitiva eliminazione.

Ancora una volta, però, non sono l’analisi politica e sociologica o il piagnisteo democratico a condurci ad una tale cruda e inesorabile visione, bensì la letteratura. Ma, per favore, non definitela nichilista.


  1. Walt Whitman, Taccuini della guerra di secessione, Mattioli 1885, Fidenza 2017, pag. 19  

  2. Paul Auster, Uomo nel buio, Einaudi, Torino 2008  

  3. Paul Auster, op. cit., p.41  

  4. Paul Auster, op. cit., pp. 38-39  

  5. Paul Auster, Leviatano, Einaudi, Torino 2003 – Leviathan, prima edizione americana 1992  

  6. Paul Auster, Leviatano, p. 257  

  7. Il paese delle ultime cose, Guanda, 1996 – Nel paese delle ultime cose, Einaudi, 2003  

  8. P. Auster, Nel paese delle ultime cose. Einaudi, Torino 2003, pp. 16-17  

  9. P. Auster, op. cit., pp. 163-167  

  10. Ibidem, p. 166  

  11. Rebel Without a Cause (1955), in Italia meglio noto con il titolo Gioventù bruciata, di Nicholas Ray e con James Dean  

  12. Marina Catucci, La tradizione del “mass shooting”: 4 luglio di fuoco in nove stati, il Manifesto, 7 luglio 2022  

  13. Massimo Gaggi, “Caricate i fucili”. Si scaldano le milizie (e torna l’incubo della guerra civile) , Corriere della sera, 10 agosto 2022  

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Il desiderio, l’immaginario e i fantasmi rimossi della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2020/05/06/il-desiderio-limmaginario-e-i-fantasmi-rimossi-della-lotta-di-classe/ Wed, 06 May 2020 21:01:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59659 di Sandro Moiso

Annie Le Brun, L’eccesso di realtà. La mercificazione del sensibile (a cura di Martina Guerrini), BFS Edizioni, Pisa 2020, pp. 188, 14,00 euro

Noi viviamo di domande fatte al mondo immaginario (Victor Hugo)

In una guerra sul mare, vi è una grande differenza tra l’osservarne la superficie attraverso un periscopio o dalla tolda di una nave. In fin dei conti, ce lo insegna (piaccia oppure no) la seconda guerra mondiale, durante la quale i vincitori furono coloro che impiegarono massicciamente navi e portaerei piuttosto che fare degli U-boot l’arma [...]]]> di Sandro Moiso

Annie Le Brun, L’eccesso di realtà. La mercificazione del sensibile (a cura di Martina Guerrini), BFS Edizioni, Pisa 2020, pp. 188, 14,00 euro

Noi viviamo di domande fatte al mondo immaginario (Victor Hugo)

In una guerra sul mare, vi è una grande differenza tra l’osservarne la superficie attraverso un periscopio o dalla tolda di una nave. In fin dei conti, ce lo insegna (piaccia oppure no) la seconda guerra mondiale, durante la quale i vincitori furono coloro che impiegarono massicciamente navi e portaerei piuttosto che fare degli U-boot l’arma privilegiata. Questi ultimi, infatti, potevano inquadrare e colpire con sufficiente precisione singoli obiettivi, talvolta causando gravi perdite al nemico, ma chi puntò maggiormente sulle prime, potendo spaziare più lontano con lo sguardo, ebbe modo di colpire a distanza e in maggiore profondità.

La metafora della guerra sul mare potrebbe anche non piacere all’autrice, anarchica e antimilitarista, del libro qui recensito, ma può rivelarsi utile per guardare a due differenti approcci al problema del rovesciamento dei rapporti sociali e di produzione ancora vigenti.
Uno si accontenta di singoli, momentanei obiettivi (talvolta raggiunti, talvolta no), attraverso cui arrivare ad un cambiamento graduale, un passo dopo l’altro, destinato in realtà a non aver mai fine; mentre l’altro cerca uno scontro a tutto campo che allarghi la sua azione ad un orizzonte il più vasto possibile, per poter giungere ad una distruzione totale e definitiva dell’avversario. Questo secondo metodo può avere un margine momentaneo di errore un po’ più ampio, ma è sicuramente destinato a rivelarsi come l’unico possibile per una strategia di successo.

Anche la vita dei due equipaggi è in/comparabile: tristi, rinchiusi in un ambiente asfittico e buio i sommergibilisti, più baldanzosi e vivaci coloro che all’aria aperta su una tolda spazzata dal vento e dalle onde, ma illuminata dal sole, possono osservare l’orizzonte. Cogliendo con largo anticipo, anche ad occhio nudo, i mutamenti climatici e le mosse che potrebbero avvantaggiarli nella lotta contro il nemico. Senza parlare poi di quelli che possono librarsi in volo e spingersi a guardare con i loro occhi oltre l’orizzonte stesso. Anche al di là di quello temporale.

Annie Le Brun appartiene senza ombra di dubbio ai secondi, anzi ai terzi, in grado di volare oltre le miserie e le banalità del presente per provare a cogliere la gioia di vivere futura già in ogni istante del vissuto quotidiano. Nata nel 1942 a Rennes, è una poetessa surrealista, scrittrice e critica letteraria. Dopo aver incontrato André Breton a ventuno anni, prende parte alle attività del movimento surrealista dal 1963 fino all’autodissoluzione del gruppo. E’ autrice di numerosi testi di cui soltanto due sono stati tradotti in italiano: Disertate! (il femminismo è morto), pubblicato da Arcana nel 1978 e quello qui recensito. Inoltre, nel 1996, ha curato la prefazione all’edizione francese del Manifesto di Unabomber, L’avvenire della società industriale.

Con il testo edito in Italia nel 1978, Annie aveva già suscitato un certo scalpore, proprio contrapponendo la vita all’ideologia, l’azione alla ripetizione formale di concetti provenienti da un esistenzialismo filosofico virato al femminile da Simone De Beauvoir, che del maggior rappresentante di quella corrente di pensiero (Jean-Paul Sartre) era stata compagna nella vita.

Qui, dove la perseveranza sta al posto dello slancio, e la ripetizione al posto della convinzione, eccoci ben lontani da tutte quelle lavandaie, battilana, brunitrici, calzolaie… della Comune di Parigi che ci hanno svelato le radici della rivolta femminile nel cuore stesso della vita, nel momento stesso in cui essa era più minacciata. Non che io voglia qui opporre l’azione alla riflessione. Voglio piuttosto opporre l’incontenibile esplosione di un’idea, alle ardite speculazioni più o meno interessate di cui essa diviene poco a poco il bersaglio e di cui non mancano mai di ridurre la portata. Quando si tenga bene a mente la tensione di queste donne della Comune prese nella invenzione appassionata del loro destino particolare e collettivo, la falsa obiettività universitaria del Secondo sesso diviene insopportabile, per il suo non essere altro che un artificio capace di ingannare le inquietudini di una personale devozione filosofica1.

Secondo l’autrice, infatti, mentre le femministe del XVIII e XIX secolo erano impegnate a cancellare l’illusoria differenza che investiva gli uomini di un potere reale sulle donne, il neo-femminismo si affannava e si affanna a stabilire la realtà di questa differenza per pretendere un potere illusorio, che spesso ha portato il movimento a sfociare nel carrierismo, nello psicanalismo più grossolano oppure in un prolisso rivendicazionismo. Nel denunciare tale impasse l’autrice fonde il suo stile con quello dei surrealisti e dei situazionisti, cui sarà sempre fedele, come anche nel testo recentemente curato da Martina Guerrini. Che, nell’Introduzione, può affermare:

Il mio incontro con il pensiero di Annie Le Brun è stato un lampo capace di aprire un orizzonte da troppo tempo oscurato. Il suo unico lavoro tradotto in italiano mi aspettava su una bancarella di libri, e mai come in quel momento è stato comprensibile quanto l’imprevisto fosse benvenuto. Da allora è stata una corsa forsennata ad approfondire, un’immersione in ampi spazi e in abissi profondi, accompagnati da una scrittura sensuale e ruvida allo stesso tempo, difficile, carica di negativo.
Questo testo non fa eccezione, né fa sconti alle sicurezze e ai rituali – teorici, politici, filosofici, artistici – e soprattutto evita accuratamente di dare indirizzi o soluzioni.
È la bellezza sconvolgente dell’autrice, che non si nasconde mai pur chiedendo ai lettori e alle lettrici di abbandonare i propri sentieri perché tutto sia chiaro, […] Vale la pena, certamente, faticare e scalare letteralmente la prima parte dell’Eccesso di realtà, per capire cosa è realmente un testo di critica radicale.
D’altra parte, inerpicarsi su alte vette e raggiungere orizzonti a pochi consentiti è infinitamente più affascinante che cercare e trovare ciò che nutre la noia dei pensieri battuti2.

E’ un percorso di analisi e riflessione ben preciso quello che il testo della Le Brun ci propone. Percorso che va dall’impoverimento del linguaggio contemporaneo, dovuto principalmente ad un abuso di tecnicismi e di vocaboli tratti da una terminologia che si vorrebbe scientifica e specialistica, all’inaridimento della poesia (e più in generale della letteratura), costretta ormai a ripetere soltanto cliché stilistici ed emozionali destinati a fare trionfare il principio di realtà all’interno di ogni discorso e di ogni riflessione. Si badi bene però, l’unica realtà possibile deve essere quella dell’esistente e non quella della sua negazione. Il principio di realtà dominante, derivato ed esaltato da quello degli specialisti, degli intellettuali e dei promotori del pensiero asservito può essere soltanto quello che nega la negazione del mondo che ci è imposto.

E’ questo l’eccesso di realtà di cui ci parla l’autrice. Una realtà che si confonde con il virtuale e che, attraverso la distorsione del linguaggio e della poesia, giunge a delimitare l’immaginario per mezzo della finzione di un certo grado di tolleranza e, ancora, a sradicare il desiderio, incanalandolo lungo una sorta di sistema binario in cui lo 0 e l’1 sono sempre definiti secondo le logiche della assuefazione sistemica al principio di massima soddisfazione possibile all’interno di ciò che già esiste, senza mai superarne i limiti.

Un processo di spersonalizzazione collettiva ottenuta per il tramite di moduli adeguati a soddisfare le più svariate formule identitarie, in cui il politically correct ha la funzione fondamentale di rimuovere l’individuo e le sue passioni, i suoi lati oscuri, la sua sessualità, veri motori di ogni rivolta. Che non può scaturire altrimenti che dall’incontro delle contraddizioni del reale con l’immaginario, non ancora massificato, prodotto da una psiche che affonda le sue radici nella carne e non nella realtà prodotta dal web e dai suoi master.

Ecco allora che «le parole di Shakespeare, Charles Bukowski o Emily Dickinson si trovano poste sullo stesso piano di quelle di Neruda e altri cantori stipendiati»3. Una poesia che non può e non deve contenere già il seme della rivolta, ma funzionare da antidepressivo in funzione della conservazione dell’esistente.

Bisogna forse ricordare che i totalitarismi del xx secolo si sono tutti distinti per un medesimo gusto inveterato per una cultura raggiante di felicità? Stalin e Hitler erano degli allegri buontemponi in materia culturale e su fino a Tito che, alla fine della sua vita, ha condannato tutto ciò che gli sembrava troppo tetro, per promuovere se non ordinare una letteratura e una musica “rosa”. Certo, le cose sono cambiate: la poesia è diventata l’antidepressivo che ci obbligano in ogni momento a ingurgitare…4

Per raggiunger l’obiettivo desiderato occorre far circolare “dizionari della contestazione” in cui:

in buona posizione troviamo premi Nobel, dal “molto politicamente corretto” Dario Fo allo sbirro stalinista Pablo Neruda, mentre non vi figurano, per esempio, i nomi di René Crevel e del poeta Benjamin Péret, disertore francese, condannato in tre paesi diversi, solo menzionato qua e là, in una frase, per la sua partecipazione a Dada, al surrealismo, o ancora per un poema “istericamente anticlericale” […] Ma ci si domanda se non sia meglio essere stati dimenticati piuttosto che figurare in una simile antologia, dove se Georges Bataille è citato come “scrittore francese”, Antonin Artaud è citato,proprio lui, come “scrittore dei limiti”.5

Scriveva Sigmund Freud in una lettera a Eric Jones del 17 maggio 1914: «Colui che permetterà all’umanità di liberarsi dall’imbarazzante sottomissione sessuale, qualsiasi stupidaggine scelga di dire, sarà considerato come un eroe»6.
Perché è proprio al punto di incontro tra impedimenti del reale, immaginario e sessualità che scaturisce il desiderio. Quel desiderio senza il quale non può esistere nemmeno il rovesciamento dell’esistente ovvero la rivoluzione. Perché solo dal desiderio più profondo può scaturire la passione.

Passione e possibilità di rivoluzione viaggiano l’una accanto all’altra. Minare la prima attraverso i percorsi di imposizione dell’unica realtà possibile significa, nella sostanza, minare e impedire la seconda. Impedendone anche soltanto il desiderio. Desiderio che per essere tale, vivo e provocatorio, può soltanto essere individuale, nato nel profondo di ognuno, ma che è destinato ad appassire e a morire ogni volta in cui è canonizzato in formule destinate a risistemarlo e impoverirlo. Per trasformarlo in una merce vendibile ad una maggioranza di consumatori passivi.

L’erotismo mercificato e fintamente liberato dalla cultura dominante odierna, si tratti della pruderie contenuta nelle pagine di noti scrittori invitati a scrivere racconti erotici per le riviste femminili o del voyeurismo mascherato nel discorso di tanti intellettuali e filosofi alla moda, oppure rimosso dal discorso neo-femminista, risponde in fin dei conti alla necessità di deerotizzare l’insorgenza, la ribellione spontanea, la rivoluzione. La fossilizzazione della quale avviene con un percorso lastricato da buone intenzioni, schemi e formule ripetute come mantra, buone per tutte le occasioni. Inutili e riduttive sempre, poiché destinate a rivitalizzare il conformismo dell’esistente.

Affinché la rivoluzione non sia patrimonio dei grigi burocrati e degli insoddisfatti petulanti, di ogni genere e convinzione, deve vivere di pulsioni e di passioni che non possono essere ridotte a formule, pena l’estinguersi ancora prima di essere entrata in scena. Come separarla infatti dalle giovani operaie pietroburghesi senza obblighi famigliari della rivoluzione del febbraio 1917? Come separarlo dalle donne della Comune e, infine, come separarla dall’irrefrenabile pulsione desiderante che animò la rivolta giovanile e operaia del ’68 e del ’77?

Oggi i linguaggi, i corpi, i desideri, le pulsioni devono essere codificati in una finzione di liberazione i cui promotori sono ben lontani, e non potrebbe essere altrimenti, da quella indicata, senza inutili pedagogismi, da Sade, Baudelaire, Rimbaud e dai surrealisti (cui oggi occorrerebbe anche aggiungere almeno un autore come James Ballard). Riscoprire tutto ciò, attraverso lo sguardo d’aquila e il cammino talvolta tortuoso della Le Brun, significa tornare alle origini della rivolta.

Quella che muove sempre da un moto individuale di rifiuto dell’esistente e delle sue leggi. Ciò che spesso non si sa come spiegare, ma che è immancabilmente destinato a diventare collettivo. Si tratti pure del manifesto di Unabomber o degli atti vandalici messi in atto dai giovani teppisti delle banlieue.
Farlo, significa tornare alla radici della negazione radicale, senza la quale non vi è cambiamento reale possibile. Liberando i fantasmi rimossi della lotta di classe dalle loro catene.


  1. A. Le Brun, Disertate!, Arcana 1978, pp. 10-11  

  2. M. Guerrini, Introduzione, A. Le Brun, L’eccesso di realtà, BFS Edizioni 2020, pp. 5-6  

  3. A. Le Brun, L’eccesso di realtà, op. cit. p.86  

  4. A. Le Brun, cit. p.86  

  5. Ibidem, pp. 94-95  

  6. Ivi, p.186  

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