The Fog of War – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 16 Jun 2026 06:30:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Divine Divane Visioni (Cinema di papà 06/07) – 60 https://www.carmillaonline.com/2014/06/13/divine-divane-visioni-cinema-papa-0506-60/ Thu, 12 Jun 2014 22:01:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15193 di Dziga Cacace

Se non sei ancora estinto, batti le mani! (Syd in L’era glaciale 2)

ddv6001 Deep Throat598 – La pornografia di Inside Deep Throat, di due noiosi, USA 2005 Come movimentare il week end? Come agitare il bacino con coerente giustificazione intellettuale? Ma con un bel documentario che allenti i sensi e disinibisca la mia prorompente sensualità! Con astuta mossa cinefila produco questo Inside Deep Throat dal buon viatico critico: ci sbattiamo sul divano e… ogni desiderio è castrato con un secco colpo di machete. Se qualcosa dimostra questo documentario è come il sesso – seppure con un brutto [...]]]> di Dziga Cacace

Se non sei ancora estinto, batti le mani!
(Syd in L’era glaciale 2)

ddv6001 Deep Throat598 – La pornografia di Inside Deep Throat, di due noiosi, USA 2005
Come movimentare il week end? Come agitare il bacino con coerente giustificazione intellettuale? Ma con un bel documentario che allenti i sensi e disinibisca la mia prorompente sensualità! Con astuta mossa cinefila produco questo Inside Deep Throat dal buon viatico critico: ci sbattiamo sul divano e… ogni desiderio è castrato con un secco colpo di machete. Se qualcosa dimostra questo documentario è come il sesso – seppure con un brutto film come Gola profonda, diventato “importante” per una botta di culo, o di altre parti anatomiche – fosse nei primissimi anni Settanta vissuto con leggerezza e avventura, cercando veramente una liberazione (interessata, nel caso della pornografia, nessuno lo nega), combattendo contro una morale corrente ipocrita e bacchettona. Che ha stravinto. E quella che all’epoca era una scommessa per fare qualche soldo oggi è diventata un’industria globale che macina soldi e macella carne a getto continuo e non ha liberato un bel cazzo, se non quello di qualche superdotato. Inside Deep Throat è la dimostrazione del clima odierno: un documentario freddo firmato da tali Fenton Bailey e Randy Barbato, con una ricostruzione storica da cinegiornale Luce, senza entusiasmo e con – e qui non ci si poteva far nulla – l’attore Harry Reems, l’attrice Linda Lovelace (in immagini di repertorio) e il regista Gerard Damiano appassiti, con problemi di ogni tipo ma soprattutto senza una storia da raccontare attivamente perché tutti vittime e mai veri consapevoli protagonisti: non scatta affezione o partecipazione, semmai pena. La Lovelace è morta nel 2002, avendo più volte denunciato la sua condizione di sfruttata, cosa che getta un’ulteriore luce ambigua sulla celebrazione del film. Ragazzi: Gola profonda (in Italia La vera gola profonda) era una fetecchia senza grandi pretese, in linea con certa produzione coeva, e che per le imperscrutabili coincidenze della storia è diventato un cult. Ma non c’era un pensiero dietro e non possiamo pretendere adesso che ci fosse, anche se puoi attribuire al film tutti i significati che vuoi (vedi le testimonianze di Gore Vidal, Erika Jong, pure John Waters). L’operazione del documentario mi risulta falsa e fragile, viziata oltretutto da un linguaggio paratelevisivo. Zero invenzioni, nessun rischio, nessun guizzo, e alla fine altro che eccitazione, ti viene il membro interno. E guai a vedere un porno, adesso, senza complessi di colpa. Film inerte sponsorizzato da critici che sbagliano. (Dvd; 23/9/06)

ddv6002Capturing599 – Che botta, Capturing the Friedmans di Andrew Jarecki, USA 2003
Fastidio, fastidio, fastidio. Perché questo è un gran bel documentario, tremendo e spietato, dove si parla di abusi su minori. Giusto per chiarire: vera famiglia americana (agghiacciante), i Friedman appunto, con padre accusato di pedofilia e uno dei figli presto coinvolto (l’altro fa l’intrattenitore e il clown a feste di compleanno di bambini…). Lo scandalo travolge tutto e tutti, in un clima delirante da caccia alle streghe, con giudici e avvocati che mettono genitori e figli l’uno contro l’altro. Ammissioni e denunce sono chiaramente finalizzate a guadagnare sconti processuali o evitare altre condanne, non per appurare la verità che rimane infatti vaga, lasciandoci un’insopportabile senso di ingiustizia e disagio. E noi sappiamo tutto ciò perché in famiglia c’è pure il vizietto di filmare morbosamente ogni cosa, discussioni comprese. Per cui Jarecki s’è trovato tra le mani una vicenda incredibile da non dover ricostruire, ma da raccontare col conforto delle immagini autentiche. Devastante. Se uno sceneggiatore concepisse una storia così tutti gli direbbero: ma non ci crederà mai nessuno, ‘a scemmu! Ah: e se qualcuno pensa che la giustizia americana abbia un senso, questo è il suo film. (Dvd; 23/9/06)

ddv6003Three Burials600 – Le tre sepolture di Tommy Lee Jones, USA 2005
Chissà perché, ma mi ricorda Peckinpah. La sofferenza che nasce lungo il border, la fatica della vita, la stessa voglia di farla finita alla grande. Tommy Lee Jones dirige in modo classico, elegiaco, senza tempo, una vicenda per nulla glamour: Melquiades Estrada è un immigrato messicano illegale e una guardia di frontiera lo secca per errore. Un ranchero texano amico di Estrada (lo stesso attore e regista) lo scopre e vuole dargli la promessa degna sepoltura in Messico. Non vi dico come va a finire, ma il percorso alla ricerca di un po’ di giustizia e di redenzione è imprevedibile e commovente. Film coraggioso, premiato a Cannes e per niente attuale per cui doveroso e attualissimo. Bravi gli attori e pure i paesaggi. (Dvd; 24/9/06)

DDV6004 Grand Illusion601 – La grande illusione di Jean Renoir, Francia 1937
Buttare via una vhs è doloroso. Se contiene un Renoir, un abominio. Ma lo spazio latita anche in questa nuova casa che pagherò fino al 2730. E allora mi costringo a rivedere questo classico, come se fosse una terapia per disincrostare lo sguardo dalle troppe brutture che subisco in tivù. Ed è un film così bello che non riesco neanche a esprimerlo. Comodo, eh? Capolavoro di poesia, eroismo, fratellanza, libertà e voglia di futuro e pace: può bastare? (Vhs da RaiTre; 29/9/06)

ddv6005 Joey TempestJoey Tempest, per dire
Era il momento della festa del liceo che aspettavamo tutti: quando sulla consolle passava il vinile degli Europe, il gruppo svedese che aveva conquistato il mondo con un’aberrazione musicale, il pop metal. Prima arrivava The Final Countdown, pezzo zarro come pochi che però si cantava tutti assieme con consapevolezza autoironica, e poi Carrie, il lentazzo smielato per far capire che in fondo avevamo un cuore d’oro anche noi. Il risultato era che comunque le ragazze non ci filavano, ma nella nostra beata innocenza aspettare quei momenti era già qualcosa. Ecco, tra le tante cose che avrebbero potuto capitarmi nella vita a venire, mai avrei pensato di incontrare vent’anni dopo, in carne e boccoli, Joey Tempest. Quello che allora, all’epoca della festa del liceo, si agitava sui palchi di tutto il mondo immerso in una nube di lacca. Con jeans strappati ad arte e foulard, esibiva su un faccino da Barbie un testone di capelli degno del Cugino di campagna afro. Al punto che, confesso, la prima volta che vidi un videoclip degli Europe rimasi col conturbante dubbio se il cantante fosse una donna. Vabbeh, ho già detto che di ragazze (per mancanza di interscambio microbiotico) si capiva poco. Ad ogni modo oggi il gruppo s’è riformato e l’ultimo album Secret Agent non è malaccio, anche se l’ho ascoltato per meri motivi professionali e mai più mi capiterà. L’intervista allo svedese è nella suite imperiale dello Scandinavia Hotel (ovvio, no?) e Tempest, con la faccia da ragazzino e il capello mosso ma di media lunghezza, è un bell’ometto di quarant’anni che ne dimostra meno, felice, realizzato e ansioso di sapere, lui, un sacco di cose. Per esempio che colazione ho fatto. Caffè, dico. E come lo fate qui? E allora gli spiego la differenza tra moka, espresso e all’americana, giocandomi il termine “percolazione”, cosa che mi deve avere accreditato professionalmente. Nero vestito, asciutto, risponde felice sull’ultima fatica della band: finito il suo periodo solista country rock, ha solo voglia di musica potente che, per risultare ottimale, presenti anche qualche bel chorus cantabile dal pubblico. Ovviamente Secret Agent, il settimo disco come Europe, è il migliore della loro carriera (mai trovato un artista che dicesse una cosa diversa), ma il buon Joey auspica ulteriori novità, magari svolte inaspettate: del resto gli piacerebbe collaborare con David Bowie. Oggi nel suo iPod ci sono Audioslave, Hellacopters, Hives e (giacché è il migliore etc. etc.) l’ultimo Europe, ma nel cuore porta Rainbow, Deep Purple e Whitesnake e quando faccio il ganassa dichiarando che ho intervistato Blackmore comincia il controinterrogatorio. Vuole sapere tutto e allora racconto io. Poi contrattacco e gli chiedo degli italiani che conosce. Ammira la Nannini e gli è rimasto impresso un pezzo di Ramazzotti: Se bastasse una canzone. Son passati quasi vent’anni e canta perfettamente la frase melodica. Poi però chiarisce che non ama il pop: guai a deludere i fan che potranno vederlo in concerto in Italia a fine gennaio. Magari viene anche Eros, chissà. (Live, 5/10/06)

Ddv6006 Alice602 – Ha i suoi annetti Alice’s Restaurant di Arthur Penn, USA 1969
Film epocale, per la musica e i significati, ma che visto oggi fa simpatia perché è un brutto anatroccolo che mai diverrà cigno. Esaltante come vedere crescere un rampicante, dialogato (e tradotto) in maniera ingenua, sconclusionato negli avvenimenti e con poco mordente, è un’opera di alcun cinismo che nel bene e nel male rappresenta le speranze di un’epoca e l’impossibilità a buttare via (metaforicamente e non solo) tutta la spazzatura fisica e morale che produciamo. Barbara si è inesorabilmente addormentata, io ho resistito fino in fondo perché sono un romantico cazzone facile all’intenerimento, ma l’ho visto più per dovere che per piacere. (Vhs da Tele+, 12/10/06)

ddv6007 Kinski603 – Lo splendido Mein liebster Feind – Kinski di Werner Herzog, Germania/Gran Bretagna 1999
Klaus Kinski, da paura. Folle, spiritato, dolcissimo, violento: questo singolare atto d’amore in pellicola ci mostra come si possa amare una persona nonostante la persona stessa sia insopportabile e ripugnante. Si parte con l’attore tedesco a teatro che litiga ferocemente col pubblico, facendo passare Carmelo Bene per un lord. E poi lo vediamo sui diversi set di Werner, talmente nella parte da sfasciare con un colpo di spada l’elmo di metallo di una comparsa india durante Aguirre. Tutti fuori controllo, come sempre nel cinema di Herzog, tutto che alla fine ha una sua sbalestrata coerenza. E per questo Kinski era l’attore perfetto. Per-fet-to. Negli extra del dvd prestato da Roberto (visto perché nella mia vhs mancavano gli ultimi 5 minuti) c’è anche un grandioso corto di Les Blank in cui Herzog si mangia (realmente, giuro) una scarpa per aver perso una scommessa col regista Errol Morris, quello del futuro Fog of War. E ditemi voi se non poteva essere uno come Werner Herzog ad eleggere il demoniaco Klaus a suo feticcio. (Vhs da RaiTre; 18/10/06)

ddv6008 Springtime604 – Buddhistico Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera di Kim Ki-Duk, Corea del Sud, 2003
Immoto (il film e io), ma i sentimenti girano a mille. La semplicità ha del miracoloso, la messa in scena è di una purezza abbacinante. Kim Ki-Duk asserisce di non avere mai visto film prima di farne lui. Forse è vero, sicuramente questa narrazione compassionevole e fuori dal tempo è veramente fuori dal tempo e commuove. Moooolto bello. (Dvd; 22/10/06)

ddv6009 Ice Age 2605 – Freddino con Ice Age 2 di Carlos Saldanha, USA 2006
Mi mancavano Syd & company, al punto che vedo il nuovo episodio senza neanche avere obblighi paterni, ma proprio per infantile piacere mio. E il film è caruccio ma meno riuscito del primo episodio, molto meno. Stavolta alla ghenga formata da mammut, tigre dai denti a sciabola e bradipo si unisce una mammutona, ma la storia d’amore tra i due pachidermi non è ‘sta gran cosa, con lei un po’ sciacchella e che si crede sorella di due opossum odiosi. Intanto Scrat continua imperterrito a inseguire la sua ghianda, mentre Syd affronta lo scioglimento dei ghiacci con stolida saggezza e speranza. Però, però… Sufficienza abbondante, dài, ma non il capolavoro che avrei voluto e di cui parlano i critici che si erano evidentemente persi il primo L’era glaciale e ora fanno i gggiovani, perché tra nuovi Pixar, Miyazaki e il resto bisogna far finta di conoscere anche il mondo dei cartoni. Di cui vi rullerei. (Dvd; 29/10/06)

ddv6010 DevilsRejects606 – Sbaglierò, ma per me The Devil’s Rejects di Rob Zombie è un capolavoro, USA 2005
Premessa: La casa del diavolo è semplicemente grandioso e questo pezzullo contiene più spoiler, vi ho avvertito. Dunque, questo è un horror (dissimulato, ma costruito citando a più non posso per esegeti e cultori) che parla del presente, delle follie dell’America, del culto delle armi, delle ossessioni pop (musicali e non solo), della divisione capitalistica in classi, coi gendarmi delle forze dell’ordine a tenere tutti al loro posto. Non dite a Zombie che è marxista (non ci crederebbe) ma qui – meglio che in tanti altri film perbene, sanificati e moralmente accettabili – abbiamo i buoni veramente cattivi e i cattivi in fin dei conti umanamente comprensibili (perdonabili no, ma nessuno lo è). E alla fine, piuttosto che schiavi, meglio morti, come Peckinpah ci ha insegnato tanto tempo fa. Colonna sonora southern da orgasmo, fotografia seventies abbacinante, facce perfette, regia abilissima capace di qualche momento di autentico genio (l’esecuzione del poliziotto col colpo alla testa, col silenzio dilatato e quella detonazione che ti fa fare il classico salto sulla sedia). E quando nella sequenza finale parte la Freebird dei Lynyrd Skynyrd, ho pensato: come in Forrest Gump adesso ci sarà un atroce taglio e amen. Invece il pezzo c’è tutto, nella gloria dei suoi 9 minuti, allungando epicamente all’inverosimile questa magnifica scena, con le chitarre che si inseguono in uno stampede solistico. E un’idea così, da sola, farebbe già del film un’opera unica. Capolavoro. (Dvd; 1/11/06)

ddv6011 V for Vendetta607 – L’equivoco di V for Vendetta di James McTeigue, UK/USA 2005
Cercavo il coreano Vendetta e basta ma sono totalmente rincoglionito che affitto per errore un film forse più adatto ancora a svoltare la serata da divano, copertona di flanella e rutto libero. Trovo qualche scompenso narrativo, ma come opera ludica V fa il suo sporco mestiere e diverte, alimentando tensioni anti Sistema nel momento adatto, con rimandi neanche troppo occulti al G8 e a Seattle. Ideologicamente, non provo neanche ad affrontare la vicenda, però: non ne sarei stato capace anni fa, figuriamoci adesso che ho ancora l’ormone sballato per la paternità. Il fumetto di Alan Moore da cui è tratto il film, invece, m’ha fatto schifo ma è colpa mia che vorrei di nuovo leggere Manara sceneggiato da Pratt, non so voi. (Dvd; 2/11/06)

ddv6012 the-departed-608 – The Departed – Il bene e il male di Martin Scorsese, USA 2006
Ci concediamo un cinema e becchiamo un Martin cattivello, che ci trascina in una storia di malavita irlandese dove bene e male si confondono fino a un finale che non ti aspetti. Ma è anche l’unica cosa che mi piace veramente del film. Gli attori sono azzeccati (Mark Wahlberg, Peppino DiCaprio, un Baldwin ciccio, pure il bambolo Matt Damon) e il cast funziona nonostante un Jack Nicholson gigione da farsa e una comprimaria donna (tale Vera Farmiga, vera cagna) che mi pare un inno funebre alla chirurgia plastica e che immagino non rivedrete mai più sul grande schermo da quanto è scarsa. Musica discreta, montaggio anonimo e fotografia lattiginosa orrenda. Alla fine, che dire di ‘sto Departed? Mah, sono un po’ deluso, ma non posso prendere a pugni un uomo solo perché stato un po’ Scorsese, eh. (Cinema Orfeo, Milano; 3/11/06)

ddv6013 Heimat 2609 – Uno dei film della (mia) vita: Heimat 2 di Edgar Reitz, Germania 1993
Servirebbe una recensione vera, coi controcazzi, per manifestare la mia commozione e felicità nell’aver rivisto, dodici anni dopo, una delle opere cinematografiche più belle e complete mai realizzate. Qui dentro ci sono la giovinezza, la speranza, la musica, l’arte, la scoperta, l’amore, il tradimento, l’illusione… c’è la vita, come poche volte può capitare di esperire al cinema (l’angelo custode mi suggerisce: “Capirai: dura anche 26 ore, eh…”). Più riuscito del già splendido Heimat 1 (questo è più fluviale, meno ostico linguisticamente, più vicino come argomenti), Heimat 2 è un capolavoro – credo – inarrivabile. Dopo il primo episodio ho passato i giorni seguenti a tre metri da terra, raggiante: è un film che parla di studenti universitari che scoprono il loro ruolo nel mondo e io ho avuto la fortuna di vederlo mentre credevo di essere uno studente universitario che scopriva il suo ruolo nel mondo. Ambientato lungo tutti gli anni Sessanta fino all’alba dei Settanta, c’è tutto quello che ti aspetteresti, ma con una prospettiva intima e personale che riesce a essere universale senza mai scadere nella ricostruzione nostalgica: Kennedy, i Beatles, la rivoluzione sessuale, la lotta armata, la musica sperimentale, l’assunzione di responsabilità, Venezia come non l’avete vista mai, i campi di sterminio, il passato nazista e la sua riemersione sotto altre forme, il velleitarismo politico, la chiacchiere artistoidi, l’aria fritta e la vita concreta… Sono un cialtrone, è evidente, ma su questo film ho ragione da vendere: è unico e imprescindibile e comunica con straordinaria semplicità il senso della vita: imparare ad aspettare (dalle mie parti, più volgarmente: ghe voe tanta pasiensa). E poi, perdonatemi lo spoilerino, ma anche adesso – come dodici anni fa – continuo a pensare che alla fine Ansgar non sia veramente morto: accadrà come nei telefilm americani e si scoprirà che invece è vivo ma nascosto da qualche parte… Ridatemi Ansgar, per piacere! (Dvd; da novembre 2006 ad aprile 2007)

ddv6014 devil-wears-prada610 – L’immondo Il diavolo veste Prada di un delinquente, USA 2006
Una solenne cazzata: siamo andati al cinema di sabato e ben ci sta. I film decenti hanno le sale piccole strapiene per cui – una volta usciti, parcheggiato, preso pure la pioggia – si è costretti a vedere una schifezza come questa che ha un pubblico fittizio, costretto da martellamento pubblicitario e critici comprati con un cocktail blandamente alcolico al buffet dell’anteprima. L’immondo film è un Eva contro Eva dei giorni nostri, dove la cattiveria è tramutata in farsa e tutto sommato le porcate lavorative sono accettate con una strizzatina d’occhi perché così va il mondo. Salvo giusto Meryl Streep per antica fedeltà e  gli occhioni da cerbiatto della pettoruta Anne Hathaway – a tanto son ridotto – e rilevo che il finale orrendo è l’adeguato coronamento di questa gigantesca stronzata commessa da tale David Frankel, una di quelle che ti arrecano dolore al momento dell’espulsione, scusate il francesismo. (Cinema Ducale, Milano; 11/11/06)

ddv6016 lost625 – Lost – Seconda serie di J.J. AbramsDamon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2005
Barbara mi ha fatto questo esatto sintetico suntino: “C’è della gente su un’isola”. Ah beh, come Selvaggi, dei Vanzina, quindi. “No: io non so e loro non sanno che cosa stia succedendo”. Punto. Per quanto la traduzione italica sia fastidiosa lo vedo godendomelo abbastanza fino a che (cfr. il parere #630, nella prossima puntata di questo sciagurato cinediario) non mi guardo la prima serie al confronto della quale questa seconda risulta decisamente inferiore, specialmente verso il finale quando l’apparizione di un enorme piede litico a sei dita mi getta nella più totale costernazione: gli sceneggiatori ci stanno mica a coglionare? Comunque, dài, anche Lost 2 è un bel prodottino che esalta la potenza del flashback, dà dipendenza e fa lavorare gli emisferi per capire cosa stia accadendo su ‘sta cazzo di isoletta. (Vhs da RaiDue; da febbraio a maggio ‘07)

ddv6017 Freddie Mercury628 – Queen Live at Wembley Stadium di Gavin Taylor, GB 1986
Visto (innumerevoli volte) non solo per ottusa passione musicale ma anche perché la piccola Sofia è rimasta folgorata dalla performance di Freddie Mercury, subito ribattezzato “omo nudo” a causa delle sue esibizioni a torace scoperto. La hit preferita è Bohemien Rhapsody che contiene il memorabile verso “oh mama mia”. Grande cornice di pubblico, cori a go-go, assolazzi come si deve, fumi e Freddie incontenibile: si straccia la maglietta, si fa incoronare con tanto di mantello d’ermellino e non risparmia una stilla di sudore per un pubblico che tiene in pugno (da cui anche l’accusa un po’ confusa di fascismo di Dave Marsh, su Rolling Stone…). Certo, i Queen sono stata l’ultima grande band edonistica degli anni Settanta, uber-cafona, sicuramente kitsch, senza menate e falsi moralismi (erano a Live Aid per gli etiopi? Ma va’!), ma capaci di scrivere grandissimi canzoni, spaziando dall’hard più terremotante al funk, al pop, al gospel e al vaudeville. È una mia debolezza e ho l’incubo dei Take That: Sofia non ha neanche due anni e va tirata su come si deve, eh. (Dvd; febbraio e marzo ‘07)

(Continua – 60)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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Divine divane visioni (Urlando furioso 04/05) – 51 https://www.carmillaonline.com/2013/07/16/divine-divane-visioni-urlando-furioso-0405-51/ Mon, 15 Jul 2013 22:01:21 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7240 di Dziga Cacace

Liberate i cani! (Shakespeare… e Mr.Burns)

ddv5101504 – Prigioniero di What Women Want di Nancy Meyers, USA 2000 Succede ancora, talvolta. Bollito come un nasello, comatoso sul divano, indugio col telecomando sull’offerta televisiva e vengo catturato nella rete. Senza difese razionali, bastano una scena, una battuta o una faccia e non ho la forza per ribellarmi. Ed è così che ci vediamo questo What Women Want che non era stato ricevuto neanche tanto male, se non sbaglio. Probabilmente ricordo male o più probabilmente avranno sbagliato i critici, ma siccome stasera ci casco anch’io non starò a [...]]]> di Dziga Cacace

Liberate i cani! (Shakespeare… e Mr.Burns)

ddv5101504 – Prigioniero di What Women Want di Nancy Meyers, USA 2000
Succede ancora, talvolta. Bollito come un nasello, comatoso sul divano, indugio col telecomando sull’offerta televisiva e vengo catturato nella rete. Senza difese razionali, bastano una scena, una battuta o una faccia e non ho la forza per ribellarmi. Ed è così che ci vediamo questo What Women Want che non era stato ricevuto neanche tanto male, se non sbaglio. Probabilmente ricordo male o più probabilmente avranno sbagliato i critici, ma siccome stasera ci casco anch’io non starò a rampognare, anche perché lo spunto è astuto. Io me la vedo così: un gruppo di executive in riunione al piano più alto di un grattacielo di L.A. Il più intelligentone fa sfoggio di cultura e annuncia che ha visto il film di un nebuloso regista tedesco, un film dove gli angeli possono sentire i pensieri della gente. “E vabbeh, ne faremo un remake”, dice il praticone della compagnia. Poi interviene il creativo (cioè il ladro della congrega): “E se usassimo l’idea del sentire i pensieri attribuendola a un uomo che può ascoltare cosa pensano le donne?”. Mmh, brusio in sala, rotelle che girano. Poi si fa avanti con prepotenza il maschilista della riunione, con voce gutturale e mano a sprimacciare il pisello: “Non dimentichiamo che capire cosa cacchio pensi il gentil sesso – se e quando pensa, ah ah – è da millenni la preoccupazione principale dell’uomo maschio di genere maschile, eh!”. Allora interviene il ragioniere: “Cioè di colui che tiene il borsellino e decide cosa si va a vedere al cine”. “Ma non rischiamo di farla sporca?”, chiede il timoroso. “No”, conclude l’ipocrita: “Diamo la regia a una donna!”. “Venduto!”, decide il capo. Taglio di montaggio ed ecco What Women Want nei cinema. La commedia parte un po’ lentamente, ma poi ha una mezz’ora centrale ruffiana quanto si vuole ma decisamente riuscita, col macho Mel Gibson che finalmente capisce cosa vogliono le donne e sfrutta l’indescrivibile vantaggio in affari (anche sentimentali/sessuali). Ovviamente siamo dalle parti di quel maschilismo paternalistico per cui le donne sono magnifiche creature inutilmente complicate, che dicono bianco per intendere nero etc. etc., ma la porcata ricattatoria è organizzata con sapienza criminale, lo ammetto. Però poi si getta la maschera e tutta la parte finale scade in un perbenismo moralista da far accapponare ulteriormente la pelle. Quell’antisemita sanguinario neocoglione di Gibson ha capito la lezione ed è diventato buonissimo, intuitivo, sensibile e rispettoso delle legittime richieste femminili. Trova l’amore di una collega (Helen Hunt) e l’affetto di una figlia che ancora quindici minuti prima voleva darla via con la fionda e adesso diventerà presumibilmente una vergine di ferro, comprensiva anche lei delle ansie paterne. E cosa potevo aspettarmi di meglio? Vabbeh, mi sta bene. (Diretta su Canale5; 19/12/04)

ddv5102505 – The Making Of Grace dell’amico Fritz, USA 2004
Me lo sono regalato a Natale, pur avendone già una copia (ma vuoi mettere? Questo ha le bonus tracks!) (L’industria discografica prospera sulla stupidità di gente come me, lo so): si tratta di Grace, l’unico clamoroso album di Jeff Buckley, pubblicato finché era vivo. E negli extra di questa Legacy Edition (termini che il marketing deve avere verificato misurando la salivazione di fessi come chi scrive) c’è anche un professionale documentario, firmato da Ernie Fritz che racconta la nascita di un capolavoro, probabilmente uno degli ultimi dischi “importanti” del rock. E il regista, già autore di altri documentari musicali e di videoclip, asseconda il fantastico materiale visivo e sonoro fornitogli dall’angelico Jeff e assembla diligentemente. Non c’è spazio per grandi invenzioni: la musica dice già tutto. Rimane solo il rimpianto per la perdita di un talento cristallino e una voce e una scrittura commoventi. Buckley era un genio multiforme, affamato di scoperte e invenzioni e riusciva a racchiudere in se stesso Dylan, Van Morrison, Edith Piaf, il padre Tim Buckley e Leonard Cohen, mediandoli con una sensibilità, che – a differenza del suo Pantheon di riferimento – capiva la potenza di un accordo amplificato. E dalla sintesi era nata una musica pulsante come il rock dei Pearl Jam, ma sorretta da un’immaginazione, una potenza e un lirismo originali e ineguagliabili. Nella sua semplicità, il documentario fa piangere di rabbia. Il santino è dietro l’angolo e il prodotto discografico non potrebbe certo ragionare in termini critici, ma quel 29 maggio 1997 in cui Jeff Buckley è affogato (mica droghe o altro: un banale e idiota bagno in un affluente del Mississippi) abbiamo veramente perso qualcosa. Rimane solo la musica. Splendida. (Dvd; 29/12/04)

ddv5103506 – L’imperfetto e necessario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, USA 2004
Un presidente eletto con una frode palese. Menzogne e inadempienze del suo governo inetto che portano a due guerre sanguinose, pagate in contanti da chi consuma la benzina in Occidente e con la vita da chi sta in Medio Oriente. Gli investimenti che ripartono, la rielezione assicurata e guadagni stratosferici per chi commercia in armamenti e petrolio, casualmente in affari con chi risiede alla Casa Bianca. Michael Moore ci racconta con le armi del documentario l’intreccio vertiginoso di affari e politica che parte da Washington e arriva in quel posto a noi e ne viene fuori un film discreto se lo guardiamo da un punto di vista tecnico-narrativo (ha pause, divagazioni, banalità, contorcimenti, compiacimenti e scorciatoie), importantissimo però per il messaggio che porta al pubblico: ci stanno pigliando per il culo in maniera mortale. Non ci sono grandi novità né rivelazioni sconvolgenti, eppure s’è parlato di cinema di propaganda e di faziosità diffuse. Ammesso che sia fazioso far vedere lo sguardo ottuso di Bush (non ha altre espressioni, cosa si può fare?), ciò che viene raccontato è inoppugnabile nella sua basica linearità. Semmai è sconvolgente la palese partigianeria – questa sì – di chi rifiuta di confrontarsi con la materia proposta dal film. In questi giorni tutto il mondo assiste alla catastrofe del sud-est asiatico, sconvolto da uno tsunami che ha provocato (in previsione) oltre duecentomila morti. Pensose riflessioni sulla matrigna Anima Mundi, complessi di colpa, aiuti umanitari per le economie in ginocchio. Tanto bla bla e nessuno che faccia due conti e si renda conto che, dati alla mano, George W. Bush è già responsabile di mezzo tsunami, in Iraq. Le feste di Natale, gli auguri di Capodanno e – qui ci starebbe anche una colorita bestemmia – nessuno che si ricordi che anche noi siamo una nazione in guerra, con un corpo militare in azione in un paese occupato, senza sovranità reale. In Fahrenheit 9/11 Moore rinuncia ad essere in scena dall’inizio alla fine, limita il suo acre umorismo a poche battute e all’uso intelligente del montaggio e prova a realizzare qualcosa che faccia pensare. Che il film sia frutto di un work in progress è evidente dalla disarmonia delle parti, con l’urgenza dell’attualità che inseguiva lo script e non viceversa, ma il risultato – anche se puntualmente discutibile – è potente. Efficace, non so: nonostante gli incassi clamorosi, non è riuscito nel suo intento primario, impedire la rielezione del figlio di puttana. Ma Moore ha fatto quello che un artista dovrebbe fare, mettere la sua competenza al servizio di un’idea, cosa che in Italia sembra non sfiorare minimamente alcun supposto intellettuale. A proposito: lo tsunami ha risparmiato Emilio Fede e Max Ferrari (il gioviale direttore di Telepadania). Non è l’amore a essere cieco. È la Natura, cazzo. (Dvd; 29/12/04)

ddv5104507 – Emerson Lake & Palmer Master From the Vaults di Valente Cineasta Ignoto, Belgio 1970
Spettacolare esibizione degli ELP, subito dopo la pubblicazione del loro primo disco, registrata per la tivù. Mancando il repertorio, ogni brano è infarcito di improvvisazioni parossistiche e citazioni diffuse: una goduria per chi ama la musica avventurosa e tollera la disposizione circense del supergruppo. Sorretti dall’adrenalina e dall’esuberanza giovanile (e forse qualche stimolante più o meno naturale) i tre si producono in performance agonistiche, divertendosi un mondo. Su tutti spicca lo spaccone Keith Emerson (ma ve lo ricordate nella sigla di Odeon?) che qui trova il modo di montare il suo organo, di accoltellarlo, cavalcarlo, suonarlo al contrario, prenderlo a calci, gomitate e ceffoni, tirandone fuori suoni incredibili. La regia è buona, il montaggio figlio dell’epoca, la fotografia alla carlona: ma che importa? È la musica che conta, ed è eccezionale. Responsabile di cotanta meraviglia la tivù belga: per essere uno dei popoli più noiosi al mondo, c’è da dire che avevano gusti televisivi singolari e apprezzabili. Quest’edizione è abbastanza scrausa (pellicola rigata, scaletta rimontata in maniera opinabile) ma sembra che presto ne uscirà una versione filologica (che non mancherò di procurarmi, figuratevi). Tornando sulla terra: oggi, tale Roberto Dal Bosco, muratore mantovano ventottenne (“un timido”, secondo suo nonno), ha tirato sul collo del premier un treppiede fotografico. Per buona educazione, nessuno a sinistra di Eichman può dire ciò che pensa. Buon anno. (Dvd; 31/12/04)

ddv5105b508 – Il capolavoro The Fog of War di Ellis Morris, USA 2003, e poi Destra di governo e Sinistra televisiva
Premio Oscar 2004, il lacerante ritratto dell’ottantacinquenne Robert McNamara. Segretario della Difesa con Kennedy e Johnson, già presidente della Ford e poi della Banca Mondiale, McNamara è stato anche il cervello dietro i bombardamenti sul Giappone nel 1944 (che, quanto a vittime, altro che Nagasaki e Hiroshima…), era nella stanza dei bottoni durante la crisi dei missili a Cuba e ha avuto un ruolo controverso nell’escalation della guerra in Vietnam. Il vecchiaccio ha carattere da vendere: è lucido, cinico, intelligente e para ogni colpo predisposto dalla regia, umanamente comprensiva ma storicamente e politicamente per nulla accomodante. L’intervista diventa una seduta psicanalitica e si scava nella rimozione interiore, negli alibi, nel senso di colpa e anche nel desiderio di perdono e redenzione. The Fog of War riesce a farci commuovere di fronte a un uomo che ha deciso la vita (e la morte) di molti e ne è consapevole: Morris è bravissimo nell’organizzare il materiale, nell’incalzare il politico, nel sottolineare con immagini perfette ciò che ci viene detto. Un documentario coi controcazzi che parte da un uomo e diventa un trattato sulla natura umana, musicato con classe da Philip Glass. Intanto, qui da noi: La Russa e Gasparri fan cagnara parlamentare per la faccenda del treppiede. È gente che andava all’università con le spranghe, per dire. Calderoli invece teme un colpo di stato (ma l’avete già fatto voi, sveglione!) e – forse dimenticando quella cosina là… credo si chiami separazione dei poteri – ha chiesto al degno compare Castelli di disporre un’inchiesta sul magistrato che ha lasciato libero il blando attentatore. Calderoli ringrazi l’imponderabile Caso che l’ha portato ad essere ministro della Repubblica (!), perché in una società giusta sarebbe in coda ad aspettare un immeritato sussidio di disoccupazione. Dietro a Castelli, Gasparri e La Russa, ovviamente. E per questa bella Destra di governo, c’è sempre anche la Sinistra televisiva a ricordarci che non ne usciremo mai: il primo gennaio RaiTre ha trasmesso il Concerto di Capodanno della Banda Osiris, un programma divertente come un rastrello nelle gengive. Abilità strumentale indiscutibile e qualche invenzione orchestrale al servizio di un umorismo agghiacciante. La regia pare improvvisata ed è spesso fuori tempo e inquadra con allarmante frequenza la platea (semivuota) dove a 78 denti ride come una matta solo Serena Dandini, sponsor di un’operazione che dà la sensazione (sicuramente ingenerosa, ci mancherebbe) che a RaiTre, se fai parte della banda, hai svoltato, perlomeno per un po’. Qualche tempo fa, a Parla con me (egoriferito a partire dal titolo) Michele Santoro, sostenendo che la Sinistra non avesse ancora imparato a fare televisione, ha chiesto provocatoriamente alla Dandini: “Ma quando la Sinistra tornerà al governo, chi la farà la tivù? Tu?!”. E la dentona ha riso, senza comprendere la domanda. E intanto si ramazzano ascolti infinitesimali (in ragione di programmi fatti presuntuosamente male e brutti, non di chissà quali complotti berlusconiani o dell’Auditel), dimenticando che il destinatario finale dei programmi dovrebbe essere il pubblico, cioè la gente. Che in fondo in fondo gli fa schifo, comincio a credere, alla Dandini come ai DS. (Dvd; 2/1/05)

ddv5106509 – Kitsch e potenza sonora in The Song Remains the Same di Peter Clifton e Joe Massot, USA 1976, e il futuro di Israele e Palestina
Il Dirigibile di Piombo, nonostante abbia fregato i piani di volo ad alcuni musicisti meno fortunati (Willie Dixon, Small Faces, Jeff Beck, Spirit, bluesmen assortiti etc.), è stato innegabilmente il gruppo hard rock più fantasioso, potente ed evocativo che la storia ricordi, mantenendo con augusta spocchia il primato e senza cadere nelle trappole delle reunion celebrative e dei dischi inutili. Adesso, dopo anni di ricerche, masterizzazioni e ritocchi, è uscito un clamoroso doppio supporto chiamato immodestamente Dvd, ma se volete vedervi la sublime e abietta zozzura di questa band titanica durante gli anni d’oro, dovete procurarvi l’inadulterato The Song Remains the Same, controverso rock flick che li riprende in concerto al Madison Square Garden del ’73, lardellando il tutto con immagini di finzione girate in Inghilterra, Scozia e Galles. Queste sublimi vaccate raccontano in maniera obliqua l’estetica del gruppo: Tolkien, la mistica dei fuorilegge, gli ideali hippie, il ritorno alla natura, l’esoterismo… Prima di sentire gli Zepp in concerto passano 12 interminabili minuti in cui subiamo, nell’ordine: il manager Peter Grant che entra in scena sterminando una gang rivale di cui fan parte l’Uomo senza volto e l’Uomo Lupo, giuro; il boccoluto Robert Plant in location rurale con famiglia; John Paul Jones con grottesca acconciatura che racconta fiabe ai figli (spaventandoli a morte, direi); John Bonham che coltiva la terra; il luciferino Jimmy Page che suona la ghironda in un bosco incantato. Poi la musica parte ed è decisamente goduriosa. Ma per coprire i lunghi assoli la regia ci regala ulteriori genialate. In No Quarter c’è una confusa storia con un gruppo di cavalieri mascherati guidati da Jones che, poco prima, suonava un immenso organo da chiesa sembrando Herbert Lom in La Pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau. In The Rain Song tocca a Plant, cavaliere pellegrino per lande desolate fino all’assalto di un maniero da cui trae in salvo una vacua biondina. In Dazed and Confused Page scala una montagna per incontrare un vecchio se stesso, con tanto di lanterna come nella busta interna dell’album IV. Infine, durante il monumentale assolo di Moby Dick, vediamo Bonzo dilettarsi con un dragster e addestrare il piccolo Jason. Le riprese live, su un palco minuscolo e spoglio, non sono clamorose, la musica sí: Plant urlacchia, Page incanta con l’archetto, Bonzo squassa la batteria, Jones tiene le fila. Questi hanno scorticato il blues, con incursioni vichinghe in Kashmir, Giamaica, Marocco e Louisiana, e gli si perdona tutto, anche un prodotto cafone come questo film. In serata ho anche visto, su RaiTre, il documentario Promesse di Justine Shapiro e B.Z. Goldberg, ritratto a più voci di bambini israeliani e palestinesi, sovrastati da una realtà di guerra, paura e frustrazione. Tolta qualche ingenuità, si evitano il consolatorio e il piagnisteo e ne risulta un buon lavoro, non clamoroso, ma con momenti di tenerezza e squarci di verità. Ben scelti i protagonisti con Shlomo piccolo studioso della Torah, Moishe colono cazzoso, due gemelli laici, un corridore palestinese protagonista dell’Intifada, le figlie di un dirigente del FLP ancora in attesa di accusa formale e infine Mahmoud, il piccolo dal volto angelico che vuole diventare uno hezbollah e non crede che il regista (cui s’è affezionato, credendolo americano) sia un ebreo come gli altri e fornisce una sua teoria sugli ebrei ebrei, da combattere. Documentario non ideologico, da un lato tragico, ma anche capace di trasmettere la visione fiduciosa che può avere un bimbo. Ah: dopo che il senatore a vita Mario Luzi, ha detto cose di lancinante buon senso, Gasparri ne ha chiesto le dimissioni e Calderoli s’è così espresso: “Disconoscevo che il poeta Luzi esistesse al mondo”. Questi, il conflitto israelo-palestinese ce l’hanno in testa, altroché. (Dvd; 6/1/05)

ddv5107510 – L’incredibile Con Air, di un autentico cane, USA 1997
Questo film è uno tsunami di merda, così orrendo che, nella categoria dei film pacco, rasenta la perfezione: è tutto talmente fuori misura che diventa quasi bello. Ho detto quasi, eh? Cameron Poe (il tragico Nicholas Cage, calvo coi capelli lunghi) è finito in carcere perché ha ammazzato impulsivamente un ubriacone che importunava sua moglie incinta. Ha pagato il debito con la giustizia facendo flessioni, imparando lo spagnolo e l’arte degli origami (e fin qui siamo già a livello Top Secret). Il giorno in cui ottiene la libertà provvisoria lo imbarcano su un aereo dove c’è la peggio feccia delle carceri statunitensi, tra cui un John Malkovich psicopatico e uno Steve Buscemi maniaco pedofilo. Come è prevedibile (anche se mancano passaggi logici e abbondano voragini di sceneggiatura), l’aereo viene sequestrato e il nostro eroe deve far buon viso a cattiva sorte. Su di lui fa affidamento uno sceriffo che ha la faccia da cretino di John Cusack. Ovviamente finirà benissimo con una conclusione pirotecnica a Las Vegas. Tutto esageratissimo, battute atroci, improvvise manifestazioni di dolore o giubilo come se si recitasse in una filodrammatica del basso Piemonte, facce scolpite nel marmo e montaggio impazzito, senza senso alcuno se non dar l’impressione del movimento. Un filmaccio bestiale commesso da tale Simon West, al cui confronto una porcata immane come Armageddon fa la figura di un Bergman d’annata. Okay: e allora perché l’hai visto? Perché volevo ridere, ragazzi miei: come in tutti periodi di relativa vacanza, sono stordito dalla visione sadomasochistica dei telegiornali e le notizie più importanti di queste due settimane sono risultate: a) se i cadaveri italiani dispersi a causa dello Tsunami fossero o meno bruciati dai locali (impossibile dire se sì o no, ma tant’è ogni giorno il dubbio è stato riproposto per diversi minuti); b) se i bambini orfani ricoverati negli ospedali fossero rapiti (idem c.s.); c) il commento del Papa su qualunque argomento, dallo Tsunami all’arrivo dei saldi; d) i saldi, con inutili interviste ai passanti su cosa avessero comprato o meno e perché; e) varie ed eventuali marchette pubblicitarie. Per cui, credetemi, una schifezza come Con Air, alla fin fine, è quasi un elisir. (Diretta su RaiDue; 7/1/05)

ddv5108511 – Il deludente Giornata nera per l’ariete di Luigi Bazzoni, Italia 1972 e altre cose, tra cui: sono immortale!
Tanto, son vivo per miracolo: venerdì scorso, andando a Genova al matrimonio di Ferro, ho fatto un testacoda sulla Serravalle, dove cominciano le curve dopo Ronco Scrivia. Andavo neanche forte, ma si stava alzando una nebbia insidiosa e l’asfalto era umido. Barbara mi dice: cautela. Io rispondo da maschio cretino e poi, in curva, vedo davanti a me un banco di nebbia. Do una toccatina allo sterzo e la Ka diventa un toboga. Per fortuna non stacco il piede dalla frizione, perché facciamo qualche decina di metri all’indietro e una macchina ci supera mentre noi siamo contromano (ma marciando per inerzia nella direzione giusta). In quei pochi secondi non ho rivisto il film della mia vita ma ho pensato ai due nazisti dell’Illinois in volo nei Blues Brothers. Poi la macchina – senza mia volontà alcuna – ha attraversato le due corsie e s’è lentamente appoggiata alla massicciata sulla minima corsia di soccorso, graffiando giusto il paraurti. Potevamo schiantarci, essere investiti o semplicemente fermarci in mezzo alla strada e venire travolti, ammazzando qualcuno. Niente di tutto ciò: statisticamente siamo nell’altamente improbabile e ci sarebbero tutti gli estremi per un clamoroso ritorno alla fede cattolica. Dopo due minuti di mutismo agghiacciante, ci raggiunge un carro attrezzi. “Ma chi l’ha avvertita?”, chiedo. E il soccorritore: “Crede di essere il primo, stasera?”. Ci ha fatto fare inversione, il sant’uomo, e siamo ripartiti, in silenzio. Arrivati a Genova, abbiamo tremato tutta la notte. Poi la vita è ripresa come sempre, e così i film. Istigato da una golosa recensione di FilmTv mi son procurato Giornata nera per l’ariete, un giallo argentiano che risulta sconclusionato, lungo, impreziosito solo dalla notevole fotografia di Storaro. Franco Nero, come in fondo il resto del cast, presenta una pettinatura risibile. Belle e originali le location a Roma, mentre delude la partitura di Morricone. Un pacco di film, tutto sommato. In questi giorni abbiamo visto anche altre cose, ma mai col dovuto impegno che richiede una seria trattazione come quella cui vi ho abituato, o miei cari lettori. Per esempio, c’è passato distrattamente Demolition Man, dell’italiano Marco Brambilla in trasferta hollywoodiana, curioso esempio di fantascienza retrò, molto anni Trenta nella semplicità produttiva (registica e scenografica) e nell’approccio brillante. Prodotto ideale per famiglie, con poca violenza esplicita. Stallone e la Bullock sono espressivi come dei comò e Wesley Snipes è inaspettatamente azzeccato e meno litico del solito. La vera trovata è nel rappresentare una società del 2036 assolutamente addormentata, coi sensi uccisi dai divieti: sono vietati fumo, sale e alimentazione grassa e il contatto fisico è fuggito con orrore: ci si dà il cinque senza toccarsi e si fa l’amore solo virtualmente. Verrebbe naturale bestemmiare tutto il tempo, ma il turpiloquio è punito da onnipresenti rivelatori sonori e se si finisce nei criopenitenziari, durante il congelamento t’insegnano a fare la calzetta: Stallone che si lamenta perché sente la prepotente spinta a far la sartina rimane la cosa migliore di un film poverello e moscetto. Troppo raffinato per il grande pubblico, ma anche troppo sfigato per il pubblico colto. Non so che cos’abbia fatto dopo, il Brambilla, ma questo suo Demolition Man m’è simpatico come tutti i brutti anatroccoli. Decisamente odioso, invece, Qualcosa è cambiato con Jack Nicholson gigione nella parte del misantropo monomaniaco, omofobico e razzista. Ovviamente portato sulla retta via da un artista gay sensibilissimo e una cameriera umanissima col figlio malatissimo, Helen Hunt. La pappa intossicante si trascina per due ore e venti minuti in cui non riusciamo a schiacciare Off sul telecomando, totalmente irretiti dal crescendo di minchiate. Resistiamo nella speranza di un colpo di coda, e invece, Qualcosa è cambiato non cambia proprio un cazzo e la storia va a finire nel più prevedibile dei modi. Lacrimevole, falso, edificante e ipocrita – caratteristiche intuibili fin dai primi 5 minuti di visione -, questa stronzata ha fatto vincere due Oscar a Nicholson e alla Hunt ed è pure tenuto in gran conto da diversi critici. Anche se sono immortale, non valeva proprio la pena vederlo. (Vhs registrata da RaiUno; 19/1/05)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Continua – 51)

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