suprematismo bianco – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 14 Apr 2026 20:00:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 I palestinesi, l’avanguardia dell’ultima generazione globale senza futuro https://www.carmillaonline.com/2025/07/09/i-palestinesi-lavanguardia-dellultima-generazione-globale-senza-futuro/ Tue, 08 Jul 2025 22:30:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88845 di Fabio Ciabatti

Franco  Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, pp. 250, € 18,00.

Pensare dopo Gaza significa guardare in faccia la catastrofe dell’umano riconoscendo il definitivo fallimento dell’universalismo della ragione, della democrazia e della civiltà. Capire è l’unica cosa che ci rimane, anche se “Il pensiero non può pensare altro che la propria impotenza”. La disperazione è rimasta l’unico sentimento umano. L’unica opzione a nostra disposizione è quella di disertare la storia, pur non avendo alcuna idea di come farlo. Franco Berardi, al secolo Bifo, non conosce mezze misure nel suo ultimo libro [...]]]> di Fabio Ciabatti

Franco  Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, pp. 250, € 18,00.

Pensare dopo Gaza significa guardare in faccia la catastrofe dell’umano riconoscendo il definitivo fallimento dell’universalismo della ragione, della democrazia e della civiltà. Capire è l’unica cosa che ci rimane, anche se “Il pensiero non può pensare altro che la propria impotenza”. La disperazione è rimasta l’unico sentimento umano. L’unica opzione a nostra disposizione è quella di disertare la storia, pur non avendo alcuna idea di come farlo. Franco Berardi, al secolo Bifo, non conosce mezze misure nel suo ultimo libro intitolato, appunto, Pensare dopo Gaza. L’argomentazione è sempre portata all’estremo e talvolta sconfina nell’invettiva senza curarsi dei suoi possibili effetti disturbanti per i benpensanti, compresi quelli di sinistra. Per lui Israele è il paese che, dal punto di vista della ferocia sterminatrice, è quello più sviluppato e per questo mostra a quelli meno progrediti l’immagine del loro avvenire. Per esempio attraverso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale le cui ricerche sono essenzialmente finalizzate, in tutto il mondo, a ottimizzare lo sterminio, dal momento che il sistema militare è il loro principale committente. Applicazioni come il programma Lavender, utilizzato dagli israeliani a Gaza secondo le rivelazioni della rivista  israelo-palestinese +972, consentono di perpetrare massacri in modo asettico, superando definitivamente gli ostacoli rappresentati dalle emozioni umane e dalla fatica di uccidere.

L’idea che gli israeliani si stiano comportando come i nazisti dà le vertigini. Eppure, sostiene Bifo, non si può arretrare di fronte a questo tabù perché la storia dello stato sionista ci insegna che ci sono traumi che non possono essere elaborati, ma solo riprodotti. Israele si costituisce per prevenire una nuova aggressione antisemita, ma lo fa rispondendo allo shock storico della Shoah in modo vendicativo e asimmetrico, punendo chi non ha alcuna colpa e non può difendersi. Per i sionisti la ragione universale, che ha preso forma con il contributo essenziale dell’intellettualità ebraica, non è stata una protezione sufficiente dallo sterminio antisemita. Un pensiero legittimo, sottolinea Bifo, che rende tragicamente comprensibile il passaggio successivo: per non essere più prede bisogna diventare predatori.
Di qui l’amarissima conclusione: “Se il solo modo per evitare di ripetersi del genocidio è costituire uno stato destinato a perpetrare a sua volta il genocidio, significa che la ferocia, nella storia, ha preso il posto della legge”.1 Ma c’è anche di peggio, perché al di là della ferocia, che è la logica della sopravvivenza animale, c’è la crudeltà, cioè il desiderio tutto umano di infliggere dolore, come emerge da innumerevoli testimonianze sulla violenza dei soldati israeliani nei confronti dei palestinesi che rivelano un intento meramente vessatorio privo di effettivi obiettivi militari. Ci troviamo, insomma, di fronte a forme così estreme di crudeltà da essere mediatizzate e spettacolarizzate senza vergogna alcuna, tanto da suscitare l’allegria psicopatica degli assassini dell’esercito israeliano e l’ilare protervia dei coloni.
Questi e altri comportamenti degli israeliani provano che nel loro paese è in corso un collasso psicotico che deriva dall’aver preso atto, dopo la strage del 7 ottobre, che il sogno di vivere in pace accanto all’inferno di milioni di persone era un’illusione malvagia e impossibile. Lo stato sionista, con un popolo già irrimediabilmente diviso, non uscirà integro da questa prova, sentenzia Bifo. In questo paese vorranno rimanere soltanto i fanatici religiosi e i coloni che il ministro Smotrich ha armato con centomila mitragliatrici. “Israele è un mostro destinato a diventare sempre più mostruoso”.2 

Inutile girarci attorno. “Israele non avrebbe dovuto mai nascere”3 e ha potuto farlo solo grazie al regalo avvelenato che gli europei hanno fatto agli ebrei dopo averli sterminati e, come ha scritto il romanziere israeliano Amos Oz, dopo averli “vomitati” fuori dal vecchio continente. Solo un’opzione post-statalista avrebbe potuto evitare la tragedia, ma il sionismo partiva proprio dal rifiuto di una cultura internazionalista che era stata maggioritaria nella politica ebraica fino agli anni Trenta. D’altra parte il fallimento dell’internazionalismo è un fenomeno storico di più ampia portata, a cominciare dalla sua sconfitta nell’Unione Sovietica di Stalin. Sin dal principio la formula “due popoli due stati” sanciva il carattere identitario e tribale dello stato nazionale e negava ogni possibilità di convivenza pacifica all’interno della stessa entità politica, spingendo ciascuna comunità nazionale tra le braccia delle rispettive componenti più integraliste, religiose o apertamente fasciste. Ancor prima, la formula “una terra senza popolo per un popolo senza terra” non era solo una menzogna, perché in Palestina un popolo esisteva, ma anche “la dichiarata intenzione di un genocidio”.4 Poteva uno stato occupante, odiato da un miliardo di islamici costretti a subirne la presenza, non evolvere in direzione del fondamentalismo religioso, del razzismo, e del suprematismo nazistoide? Ogni guerra contro i palestinesi produce nuovi aspiranti martiri, a partire dai bambini che vivono i suoi orrori. “Perciò Israele ha un solo modo per sradicare Hamas: uccidere tutti i palestinesi che vivono a Gaza, nei territori occupati e anche altrove: tutti, tutti, tutti, soprattutto i bambini”.5
Questo terrificante progetto può nascere perché il trauma passato ha reso i cittadini israeliani ciechi alla sofferenza altrui. La memoria non garantisce affatto che le tragedie della storia non si ripetano, ma da sempre promuove il prolungarsi eterno dell’odio. Il nazionalismo, la sopraffazione, la guerra traggono origine dal ricordo di un passato che si trasforma in rancore e poi evolve in vendetta. Le vittime di solito preferiscono dimenticare (è questo è stato vero per lungo tempo anche per i sopravvissuti della Shoah), mentre i loro pronipoti ricordano continuamente che sono vittime e quindi assolti per principio da qualsiasi crimine.
E allora, se l’oblio non ci è concesso, almeno che la memoria sia rispettosa di alcune verità fondamentali. La prima, elencata da Bifo, è che gli ebrei sono stati vittime di una violenza immensa non solo da parte del regime nazista, ma anche di tutti i popoli europei (francesi, italiani, polacchi, romeni e ucraini sostennero le persecuzioni antisemite); la seconda è che che quello sterminio è uno dei tanti che hanno consentito al suprematismo bianco di sottomettere, colonizzare e sfruttare i popoli del mondo; la terza è che lo stato di Israele sta proseguendo questa catena di crimini e di vendette uccidendo, umiliando, distruggendo e opprimendo i palestinesi da settantacinque anni.

Perché, si chiede Bifo, in Occidente è quasi impossibile affermare queste semplici verità? Come è possibile un’aperta complicità con il genocidio sionista? E qui veniamo al secondo ordine di problemi trattati dal suo libro che non è solo un’invettiva contro Israele, ma anche un impietoso j‘accuse nei confronti dell’intero Occidente che nello stato ebraico si rispecchia. 

Una popolazione invecchiata sia dal punto di vista demografico sia dal punto di vista intellettuale si ritira spaventata di fronte all’enormità delle minacce: la guerra è tornata, la minaccia nucleare è sempre più spesso e sempre più realisticamente impugnata nello scontro tra l’Occidente e i suoi innumerevoli nemici, lo sterminio appare come la regola dei rapporti tra nord colonialista e masse migranti del sud del mondo, di cui i palestinesi sono diventati il simbolo sanguinante6

A Gaza si sta svolgendo un primo atto di una guerra mondiale che il suprematismo bianco declinante e senile ha scatenato contro l’umanità. Poiché il semiocapitalismo ha creato le condizioni per la circolazione planetaria delle informazioni, in territori lontani dalle metropoli del Nord è possibile sentirsi, illusoriamente, parte del suo ciclo di consumo e produzione. Ecco allora che, per necessità o per desiderio, una massa crescente di persone, soprattutto giovani, si muovono verso l’Occidente che reagisce a questo assedio con spavento, aggressività e razzismo.
A differenza del nazifascismo storico, la nuova onda suprematista fonde razzismo e conservatorismo culturale con un’accentuazione isterica del liberismo economico che, ridicolizzando l’empatia per la sofferenza altrui, ha eroso i fondamenti della solidarietà. Mentre la giustizia sociale è condannata come un’abberrante intrusione del socialismo statale nella libertà degli individui, la ferocia competitiva viene naturalizzata. Al tempo stesso si consumano le nostre capacità cognitive: viene meno la possibilità di discriminare il vero dal falso e di costituire un percorso individuale di elaborazione critica, facoltà annichilite dall’azzeramento del tempo di elaborazione delle informazioni, soprattutto per i più giovani che vivono tredici ore al giorno nell’infosfera elettronica e sono immersi in un ambiente di gaming indifferente alla distinzione tra vero e falso. In questo contesto, “Donald Trump è il talismano attraverso cui la cultura bianca tenta di scongiurare la sua agonia”.7 Il trumpismo è l’estroversione aggressiva dell’intollerabile disprezzo di sé della cultura bianca americana. 

Come siamo arrivati a questo punto? Con questa domanda entriamo in un terzo filone di ragionamento presente nel libro di Bifo che ha a che fare con il declino della classe operaia non in termini numerici, ma politici. E qui conviene ripartire dalle considerazioni dell’autore su Marx. A cominciare dall’idea che, a differenza di quello illuminista, l’universalismo marxiano non si fonda sulla ragione ma, darwinianamente, sulla forza. Quella del soggetto collettivo operaio che, attraverso la lotta di classe, ha  reso possibile la democrazia come affermazione degli interessi dell’intera società. Il comunismo internazionalista era la mitologia che permetteva ai proletari di superare la propria condizione di individui separati e di diventare parte di un corpo sociale unitario e potente. In queste condizioni la selezione naturale era stata in grado di virare verso l’egualitarismo e la solidarietà riuscendo, almeno parzialmente, a umanizzare la storia. Quella illusione condivisa, prosegue Bifo, si è dissolta  nell’epoca neoliberale a causa di ragioni materiali, strutturali e psicologiche.
La classe operaia, sostiene l’autore, ha perso la capacità di esprimere solidarietà e organizzazione a causa della concorrenza permanente tra i lavoratori, effetto della rivoluzione tecnologica e della delocalizzazione della produzione. Distanti migliaia di chilometri i lavoratori sono incapaci di creare legami tra di loro. Il lavoro in rete appare non organizzabile perché precario, decentrato e spesso schiavistico. La socialità operaia è perduta anche perché il lavoratore cognitivo incontra i suoi colleghi solo in forma di numeri su uno schermo. La soggettivazione del lavoro cognitivo era il progetto politico che si era affacciato nel movimento di Seattle, sostiene Bifo. Ma la mattanza poliziesca di Genova nel 2001 ha preso di mira questa nuova soggettività in formazione e l’ha annichilita.
In assenza dell’egemonia della classe operaia, prosegue l’autore, anche il fronte anticolonialista è impossibilitato ad assumere una direzione internazionalista e a creare un fronte solidale, come accaduto nella seconda metà del Novecento. Assistiamo  così alla moltiplicazione dei paesi del Sud che, per rovesciare l’egemonia globale americana, fondono l’economia ultraliberista con aggressività nazionalista, integralismo religioso e repressione autoritaria.
Di conseguenza cambiano le prospettive di chi, almeno in Occidente, solidarizza con i paesi del Sud. Chi manifestava contro la guerra in Vietnam si identificava con i vietcong, con il socialismo e con un’emancipazione possibile. Gli studenti nel Nord che manifestano oggi contro Israele non si identificano con Hamas o con l’islamismo. Dalla resistenza palestinese non si attendono alcun tipo di emancipazione sociale. Si identificano con la loro disperazione perché, più o meno consapevolmente, si attendendo un continuo deterioramento delle proprie condizioni di vita. C’è la comune percezione di un’assenza di futuro “che fa dei palestinesi l’avanguardia dell’ultima generazione globale”.8

Non è facile commentare un testo come quello di Bifo che è pervaso da una disperazione tutt’altro che priva di ragioni. Il pessimismo oggi appare d’obbligo perché altrimenti si cade in una forma di stolida fiducia nel futuro, di fatto complice dello stato di cose presenti perché non riconosce l’estrema difficoltà delle trasformazioni radicali di cui abbiamo bisogno per evitare la catastrofe. O si finisce nel feroce tecno ottimismo, di cui ci parla lo stesso Bifo, null’altro che una nuova versione di spietato darwinismo sociale. Ciò detto, il pessimismo, anche estremo, è una cosa diversa dalla disperazione che dà per definitivamente consumata la “terminazione dell’umano”.
Credo che questo esito sia influenzato, tra l’altro, dall’eccessiva enfasi posta sul lavoro cognitivo che Bifo presenta come l’espressione per eccellenza della nuova classe operaia in una sorta di pars pro proto. In questo si ravvisa una continuità con il filone post-operaista, sebbene Bifo dia a questo paradigma una torsione tragica che consiste nella presa d’atto dell’incapacità di questo segmento di classe di sottrarsi alla suo sottomissione nei confronti del semiocapitalismo. Scomparso dai radar l’esodo multitudinario del lavoro cognitivo senza nessun sostituto a portata di mano, Bifo è portato a concludere che la soggettività rivoluzionaria sia definitivamente tramontata. E con ciò si conferma la difficoltà del filone post-operaista, anche nella versione rivista e corretta di Bifo, di dare conto dei lunghi periodi di latenza della soggettività operaia e proletaria, come quello che stiamo vivendo, essendo nato da quel ramo dell’operaismo che assume la priorità ontologica della classe operaia e delle sue lotte rispetto al capitale e al suo sviluppo. Un approccio che forse contribuisce a sopravvalutare il peso dell’egemonia operaia sul processo di decolonizzazione nel secondo dopoguerra e, di conseguenza, a valutare con estremo pessimismo le dinamiche attuali nel Sud globale, in considerazione dell’attuale debolezza, materiale e ideale, della stessa classe operaia a livello globale.

Più interessante, dal nostro punto di vista, l’idea di disertare la storia sebbene sia dichiaratamente priva, nell’immediato, della capacità di tradursi in una concreta prassi politica. Quantomeno ci offre alcune interessanti suggestioni. La prima rimanda alla necessità di abbandonare la concezione di un percorso tutto sommato lineare che porta dallo sviluppo capitalistico al comunismo, con la classe operaia a fare da traghettatore da una fase all’altra. Insomma, non si tratta oggi di umanizzare una storia che prosegue lungo traiettorie già consolidate, cioè di democratizzare il capitalismo, ma di spingere la storia stessa verso nuove inedite direzioni.
La seconda suggestione ci riporta alla Prima guerra mondiale che ha visto la diserzione di una moltitudine di individui dagli eserciti in guerra quale premessa di nuovi eventi rivoluzionari. Non si trattò allora della radicalizzazione lineare di tendenze già in atto determinate da una soggettività rivoluzionaria già formata, ma di una ridefinizione complessiva dei termini dello scontro che ha dato il via alla costituzione di un nuovo soggetto collettivo. Una simile ridefinizione sarà necessaria, anche oggi, per consentire l’emergere delle istanze di classe che oggi affiorano solo confusamente, per esempio nei movimenti neopopulisti in Occidente o nelle aspirazioni nazionaliste del Sud Globale. A tal fine potrebbe anche essere necessaria una nuova diserzione di massa, intesa in senso letterale, dati gli attuali scenari bellici.

In conclusione, Bifo ci aiuta a capire che  la portata tragica della genocidio di Gaza va al di là dei numeri del massacro, già di loro scioccanti. Il suo libro, infatti, ci mostra come lo sterminio perpetrato dai sionisti, per quanto mostruoso, non possa essere ridotto a un singolo caso aberrante perché non può essere disgiunto dalla traiettoria storica del capitalismo globale nella sua fase attuale. A rischio di risultare eccessivamente enfatici, si può affermare che il genocidio non è altro che la prosecuzione del neoliberismo con altri mezzi, cioè la forma più estrema di distruzione di ogni convivenza umana già iniziata da quando è stato dichiarato, per bocca di Margareth Thatcher, che la società non esiste perché esistono solo gli individui e le loro famiglie, in feroce competizione tra loro. Però, a differenza di quello che emerge dal libro di Bifo, la diffusa identificazione con i palestinesi potrebbe non essere la pietra tombale sulla speranza. Potrebbe invece rappresentare la forma estrema di ribellione contro la disperazione, proprio perché nutrita dalla comune percezione di un’assenza di futuro. Quella stessa percezione che, portata all’estremo nelle trincee della prima guerra mondiale, ha indotto moltissimi soldati a voltare le spalle ai propri ufficiali. Sicuramente l’accostamento è azzardato, ma in tempi tragici come i nostri non è forse d’obbligo l’azzardo se non vogliamo cedere alla disperazione? 


  1. Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, p. 15. 

  2. Ivi. p. 37. 

  3. Ivi, p. 96. 

  4. Ivi, p. 62. 

  5. Ivi, p. 33. 

  6. Ivi, p. 17. 

  7. Ivi, p. 41 

  8. Ivi, p. 58. 

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Il genocidio di Gaza tra decolonizzazione e competizione vittimaria https://www.carmillaonline.com/2025/06/13/il-genocidio-di-gaza-tra-decolonizzazione-e-competizione-vittimaria/ Thu, 12 Jun 2025 22:15:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88346 di Fabio Ciabatti

Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, pp. 320, € 20,00.

Sentimento di impotenza di fronte alla tragedia, senso di “colpa metafisica” per non aver fatto tutto il possibile per evitare l’abisso, sensazioni di vertigine, di caos e di vuoto. Il libro Il mondo dopo Gaza ci descrive queste angoscianti emozioni del suo autore, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra, di fronte al terrificante destino riservato ai palestinesi. Reazioni più che giustificate se è vero che la posta in gioco, politica ed etica, non è mai stata così alta come quella che ci propongono le vicende [...]]]> di Fabio Ciabatti

Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, pp. 320, € 20,00.

Sentimento di impotenza di fronte alla tragedia, senso di “colpa metafisica” per non aver fatto tutto il possibile per evitare l’abisso, sensazioni di vertigine, di caos e di vuoto. Il libro Il mondo dopo Gaza ci descrive queste angoscianti emozioni del suo autore, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra, di fronte al terrificante destino riservato ai palestinesi. Reazioni più che giustificate se è vero che la posta in gioco, politica ed etica, non è mai stata così alta come quella che ci propongono le vicende della martoriata Striscia di terra tra Israele e Egitto: le atrocità commesse a Gaza, approvate senza vergogna dall’élite politica e mediatica del cosiddetto mondo libero e sfacciatamente rivendicate dagli israeliani, non si limitano a minare la nostra fiducia nel progresso, ma mettono in discussione la nostra stessa concezione della natura umana, soprattutto l’idea che essa sia capace di empatia.

L’antisemitismo, oramai lo sappiamo, è stato cinicamente trasformato nella foglia di fico dietro cui si nasconde la ferocia di un genocidio trasmesso in diretta. Ma “La narrazione secondo cui la Shoah conferisce legittimità morale illimitata a Israele non è mai apparsa più debole”.1 Infatti “molta più gente, dentro l’Occidente e fuori, ha iniziato ad abbracciare una contronarrazione secondo cui la memoria della Shoah è stata pervertita per consentire degli omicidi di massa, mentre al tempo stesso si oscurava una storia più ampia di moderna violenza occidentale al di fuori dell’Occidente”.2
Come è possibile che tanta atrocità abbia un appoggio internazionale così ampio, nonostante il comportamento israeliano neghi alla radice qualsiasi forma di autorappresentazione della civiltà occidentale? Certamente ci sono fondamentali ragioni di natura geopolitica. Ma c’è anche qualcosa di più che ha a che fare con il fatto che il cosiddetto mondo sviluppato si rispecchia in qualche modo nello stato sionista.

Tra i movimenti maggioritari c’è un forte senso di identificazione con uno stato etnonazionale che scatena la sua forza letale senza alcun vincolo. Questo spiega, molto meglio di qualsiasi calcolo di interesse geopolitico ed economico, la sorprendente complicità di molti occidentali in quella che è una trasgressione morale assoluta, vale a dire un genocidio3

Tutto ciò ha a che fare con il ritorno del suprematismo bianco nel cuore dell’Occidente che, a differenza del passato, non è la baldanzosa ideologia di una civiltà che si impadronisce del resto del mondo, ma l’espressione delle paure di quella stessa civiltà che oggi si percepisce sotto assedio.

Il 7 ottobre 2023 il suo feroce atteggiamento difensivo si è infiammato, quando Hamas ha distrutto, in modo definitivo, l’aura di invulnerabilità di Israele. Quest’assalto a sorpresa da parte di persone che si presumeva fossero state schiacciate rappresenta, per molte maggioranze bianche turbate e inorridite, la seconda Pearl Harbor del Ventunesimo secolo, dopo l’11 settembre. E, come è già successo, la percezione diffusa che il potere bianco sia stato pubblicamente violato, ha ‘scatenato’, secondo le parole di John Dower, ‘una rabbia che rasenta la furia genocida’4.

Insomma Israele è assurta al ruolo di avamposto ideologico di un mondo sviluppato che si sente asserragliato nelle cittadelle del suo benessere ed è pronto a respingere con la più feroce violenza i barbari invasori. Non è un caso che “La vecchia linea del colore separa oggi chi tra gli ex colonizzati è istintivamente solidale con i palestinesi dalle classi dominanti dei vecchi domini […], che difendono Israele”.5 Già nel 1972 lo storico israeliano Jacob Talmon, citato da  Mishra, aveva scritto che era difficile aspettarsi “che lo straordinario successo del piccolo Stato di Israele nella sua lotta per l’esistenza contro milioni di persone che lo assediano non ricordi loro il successo dei conquistatori bianchi nel loro tentativo di dominare le razze di colore”.6 Non è un caso l’opera inaugurale degli studi post-coloniali, Orientalismo, sia stata scritta da un palestinese, Edward Said. 

Oggi, la risonanza mondiale dell’accusa a Israele di genocidio davanti alla Corte dell’Aia da parte del Sud Africa, attesta la diffusione di un’indignata consapevolezza di massa sull’interconnessione tra i destini dei miserabili della terra. Come risponde l’Occidente a questa nuova consapevolezza? Solo per citare alcuni esempi riportati da Mishra, sull’Atlantic, una delle più antiche e prestigiose riviste degli Stati Uniti, mentre esplodono le proteste pro-palestinesi nei campus universitari, si afferma che la decolonizzazione è una “teoria tossica e disumana” che sta corrompendo le giovani menti al pari della teoria critica della razza, null’altro che un mix di marxismo, propaganda sovietica e antisemitismo. Dal canto suo Elon Musk vuole vietare la parola decolonizzazione che, secondo il suo illuminato parere, è generata dal “virus della mentalità woke” e comporta “necessariamente” un genocidio.
In questo scontro ideologico assistiamo a “Un’identità ebraica fondata sulla memoria di essere state vittime [che …] è aggressivamente sfidata da altre identità costruite in modo simile”.7 Dalla memoria dei popoli colonizzati. Se in un recente passato sembrava possibile costruire una società civile globale attorno alla ridefinizione della Shoah come l’atrocità suprema e dell’antisemitismo come la forma più odiosa di intolleranza, oggi altri gruppi avanzano rivendicazioni analoghe e, denunciando genocidi, schiavitù e imperialismo razzista, chiedono riconoscimenti e risarcimenti. E tutto questo si inscrive in un processo storico di respiro ancora più ampio.

Se gli occidentali bianchi hanno affermato di aver creato il mondo moderno, oggi molte più persone si riconoscono in una narrazione della decolonizzazione altrettanto avvincente, in cui i bianchi hanno soggiogato e denigrato gran parte della popolazione mondiale e ora devono rinunciare alle loro crudeli prerogative8.

Detto altrimenti l’evento più importante del secolo scorso per una parte consistente dell’umanità non è stata la prima o la seconda guerra mondiale e neanche la Shoah, ma la decolonizzazione: non si è trattato soltanto di “un processo di liberazione per la maggioranza non bianca del mondo” ma anche di “una promessa seducente e perpetuamente rinnovabile di uguaglianza”.9 Tutto bene dunque? Abbiamo trovato il villain della storia, il suprematismo bianco e il suo campione israeliano, nonché l’eroe che sconfiggerà il male, i popoli del Sud globale in viaggio verso la definitiva decolonizzazione?
Non proprio, sottolinea l’autore, perché autocrati come il premier indiano Modi e il presidente turco Erdoğan incarnano il tradimento delle promesse della decolonizzazione e il decadimento morale e politico di molti stati postcoloniali. 

I nazionalisti indù e gli islamisti turchi usano spudoratamente narrazioni di vittimizzazione ereditaria per fa passare come emancipatrici politiche autoritarie ed escludenti e per forgiare una nuova identità nazionale ipermaschile dai loro racconti di umiliazione, impotenza e insicurezza10

Modi ha addirittura lanciato una politica commemorativa che imita da vicino quella di Israele: il giorno della memoria indiano celebra le sofferenze degli indù durante la partizione dell’ex colonia britannica che nel 1947 ha stabilito la creazione del Pakistan a maggioranza musulmana. Le nuove identità derivanti dalla vittimizzazione ereditaria rivendicano un’innocenza storica simile a quella degli ebrei, escludendo vaste aree dell’esperienza individuale e collettiva e creando uno stallo politico apparentemente insolubile.  

È ormai evidente che il pregiudizio etnico-razziale costituisce una forza politica permanente della modernità, potente e mutevole. Inseparabile sia dal nazionalismo sia dal capitalismo, fiorisce su entrambi i lati della vecchia linea del colore e divora continuamente nuove vittime: ieri ebrei europei, asiatici e africani, oggi musulmani e immigrati11.

Non basta essere stati delle vittime per stare dalla parte giusta della storia. E questo vale sia per gli israeliani sia per i popoli del Sud globale. Oggi sappiamo che “la sofferenza, lontana nel tempo e nello spazio, si trasforma in uno spettacolo competitivo”.12 Se questo è vero,  dobbiamo forse cambiare prospettiva, sostiene l’autore. Solo se partiamo dall’intuizione “di una sofferenza indivisibile, possiamo iniziare a cercare modi per conciliare le narrazioni contrastanti della Shoah, della schiavitù e del colonialismo”.13 Non è stato forse il palestinese Edward Said a definirsi “l’ultimo intellettuale ebreo”, in quanto portavoce di un popolo perseguitato che sostiene le virtù della solidarietà e della fratellanza?  Per resistere alla barbarie che avanza, Pankaj Mishra fa appello a un’etica della solidarietà tra gli esseri umani che non “finisce con la linea di colore”. Solo una “memoria multidirezionale”, secondo l’espressione coniata da Michael Rothberg, può avere la capacità di unire storie separate e di scoprire una versione più ampia di solidarietà umana che vada al di là delle comunità etnico-raziali.
Lo scrittore indiano non è certo ottimista. Ritiene molto probabile che Israele riesca a portare a termine la pulizia etnica a Gaza e anche in Cisgiordania. Pensa però che i crimini israeliani e i numerosi atti di complicità che li hanno resi possibili abbiano avuto un impatto più profondo tra i giovani nella tarda adolescenza e nei ventenni, molti dei quali, ebrei compresi, si sono mobilitati a loro rischio e pericolo. Anche se la loro sconfitta appare probabile, le loro manifestazioni e i loro atti di resistenza “potrebbero avere in qualche modo alleviato la grande solitudine del popolo palestinese. E possono offrire una speranza per il mondo dopo Gaza”.

Personalmente, sono ben lontano dal minimizzare questo livello etico-morale della resistenza. Ma temo che difficilmente potrà bastare. A cos’altro appellarsi? Qualche indizio lo troviamo nello stesso testo di Mishra. Per esempio quando afferma che “In un mondo in cui flussi economici indisciplinati compromettono la sovranità nazionale, le vecchie fantasie di purificazione culturale e di unità etnico-razziale sono diventate più forti”.14 Oppure quando rileva che India e Israele hanno avuto traiettoria storica molto simile essendo passati da un regime secolare e di ispirazione socialista a uno di natura religiosa e millenarista praticamente in contemporanea. Per quello che qui ci interessa, questo passaggio è stato favorito dal rifiuto degli ideali di una crescita inclusiva ed egualitaria in favore delle idee reaganiane-thatcheriane di privatizzazione, liberalizzazione e decimazione dello stato sociale. L’enorme crescita della diseguaglianza economica ha contribuito a creare nuovi panorami elettorali in cui si sono facilmente inseriti demagoghi ultranazionalisti che hanno riversato la frustrazione sociale su nemici esterni ed interni. Senza considerare queste dinamiche socio-economiche diventa difficile comprendere i processi politico-ideologici che Mishra descrive, compresi quelli che accomunano India e Israele.

I dalit indiani, probabilmente il più numeroso tra i gruppi storicamente vittime di persecuzioni, si erano uniti ai loro aguzzini di casta superiore nell’uccidere e stuprare i musulmani durante il pogrom coordinato nel 2002 da Narendra Modi nello stato del Gujarat. Gli ebrei di origine mediorientale, un tempo soggetti ad abusi razziali e discriminazioni da parte della classe dirigente israeliana di origine europea, ora dettavano i termini dell’umiliazione ai palestinesi15.

Insomma, in passato si è pensato, in modo troppo schematico, che bastasse la guida della classe operaia per cementare l’unione tra i popoli e le classi oppresse di tutto il mondo. Anche se oggi possiamo considerare simili idee troppo semplicistiche, rimane il fatto che la solidarietà di classe, la concreta complicità tra gli esseri umani in quanto proletari e sfruttati e non solo in qualità di vittime, è ancora necessaria per dare gambe materiali a una nuova fratellanza umana. Più facile a dirsi che a farsi, certo. Comunque da farsi, ora più che mai. 


  1. P. Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, p. 187, edizione kindle. 

  2. Ivi, p. 188. 

  3. Ivi, p. 155. 

  4. Ivi, p. 211. 

  5. Ivi, p. 174. 

  6. Ivi, p. 177. 

  7. Ivi, p. 189. 

  8. Ivi, p. 178. 

  9. Ivi, p. 176. 

  10. Ivi, p. 197. 

  11. Ivi, p. 211. 

  12. Ivi, p. 197. 

  13. Ivi, p. 220. 

  14. Ivi, p. 210. 

  15. Ivi, p. 70. 

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Guerriglia psichica https://www.carmillaonline.com/2025/06/10/guerriglia-psichica/ Tue, 10 Jun 2025 05:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88523 di Fabio Malagnini

Stefano Tevini, Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico, D Editore, Roma, 2025, pp. 224, 16,90 euro

In un futuro distopico dove sopravvivere è tutto ma vivere decentemente un lusso per adesso fuori dalla mia portata, mi sveglio con indosso l’avatar di un essere mutante dagli strani poteri psichici. In qualsiasi momento, mi viene ricordato, il mio corpo potrebbe venire catturato, torturato e sottoposto a un intervento per privarlo chirurgicamente delle sue capacità extraumane, in gergo chiamate “diapason”. Chi ha il diapason può, ad esempio, a seconda delle facoltà ricevute in dote da [...]]]> di Fabio Malagnini

Stefano Tevini, Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico, D Editore, Roma, 2025, pp. 224, 16,90 euro

In un futuro distopico dove sopravvivere è tutto ma vivere decentemente un lusso per adesso fuori dalla mia portata, mi sveglio con indosso l’avatar di un essere mutante dagli strani poteri psichici. In qualsiasi momento, mi viene ricordato, il mio corpo potrebbe venire catturato, torturato e sottoposto a un intervento per privarlo chirurgicamente delle sue capacità extraumane, in gergo chiamate “diapason”. Chi ha il diapason può, ad esempio, a seconda delle facoltà ricevute in dote da Madre Natura, manipolare la percezione della popolazione normale, dare vita ad allucinazioni collettive, diffondere calma e concentrazione tra le fila dei compagni o, infine, dialogare con i dispositivi elettronici nelle vicinanze per metterli in funzione. Il 99% della popolazione – stima arbitraria – il diapason non ce l’ha e non sospetta neppure l’esistenza di questa displasia evolutiva, ad accezione delle guardie e dell’apparato di sicurezza che conoscono i nostri poteri e sanno quasi sempre come neutralizzarli. Noi, cioè io e la mia squadra, siamo in definitiva, tipo i buoni.

Se questo scenario alla X Men vi è familiare, vi gioverà sapere che al termine di ogni missione, dall’esito imprevisto e per lo più catastrofico, la simulazione finisce e subito ci si ritrova in un’aula didattica al cospetto di una specie di Professor Xavier. È proprio la sua voce, anzi, che per tutto il tempo ha commentato la missione, sottolineando il valore della collaborazione, del gioco di squadra e altro, che alla fine valuta lo scenario strategico a cui ci siamo sottoposti e le modalità con cui abbiamo interagito, di regola bocciate.

La struttura di Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico non coincide, ovviamente, né con quella di un manuale di sopravvivenza per superumani o di altro genere, né con la linea di una spy story tradizionale. Semmai con un breviario situazionista, aggiornato all’epoca delle IA, a uso delle giovani generazioni. Ciò che colpisce maggiormente è, nell’ordine, la scelta di un linguaggio totalmente operativo, senza concessioni autoriali, dall’inizio alla fine, e la scelta di ricondurre ogni spunto narrativo, allo status di “simulazione”. In questo senso la narrazione si presenta anche come una macchina testuale funzionale, “anti romanzo”.

L’universo narrativo del Manuale è chiaro e definito, il suo world building non affiora tanto da una massa di dettagli spaziali in emersione quanto dai registri mentali che i componenti della squadra – Hector, Lex, Nina, Sooki, Khaled, che il prof chiama “i miei studenti” – intrecciano telepaticamente, in qualsiasi momento della “missione”.

Più che i mutanti Marvel, qui il mondo intermittente del Manuale incontra un altro ciclo a fumetti, forse meno noto ma destinato a definire negli anni Dieci il canone paranoico degli agenti segretissimi con poteri ESP, ovvero la serie Mind Mgmt (2012-2015) di Matt Kindt per Dark Horse, che Tevini nell’introduzione cita infatti tra le fonti di ispirazione del libro insieme al “nume” Grant Morrison. Il terzo e ultimo riferimento non rappresenta un credito letterario o ispirazionale, se non in senso molto lato: si tratta infatti The Turner Diaries (1978) di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce, romanzo di formazione e testo sacro dei suprematisti bianchi che Tevini ha indagato magistralmente nel suo precedente studio White Power (Red Star Press, 2024), assieme all’immaginario dell’estrema destra razzista e rivoluzionaria statunitense. Di scarso valore letterario, tradotto in italiano da Bietti La seconda guerra civile americana, come il testo fu scritto non per fare nuovi proseliti ma per fare da cinghia di trasmissione tra cultura politica, ideologia e mito nel mondo leaderless dei nazisti americani. Tevini lo riconosce e, da una prospettiva politica diametralmente opposta, ammette che anche il Manuale aspira a una scrittura che, andando oltre l’introspezione del romanzo storico, psicologico o “borghese”, vuole collegare la narrazione alla pratica e all’azione politica.

Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico dopotutto non è solo un oggetto narrativo insolitamente originale e poco classificabile ma fa parte della neonata collana Intermundia, diretta da Claudio Kulesko per D Editore, aperta ai giovani autori, ma dedita negli obiettivi a nuovi, dirompenti immaginari di genere (weird, sf, horror e quant’altro).

Riassumendo: ho finito di leggere il Manuale e a caldo mi sembra il primo capitolo di un ciclo più lungo e articolato, la premessa di un progetto, forse multimediale, con una miccia che ne assicuri la detonazione ritardata nel tempo. È veramente così? Nel dubbio, l’ho chiesto direttamente al suo autore assieme a un paio di altri chiarimenti.

Il Manuale Diffuso del Guerrigliero Psichico va pensato come un esperimento a sé stante o come il primo capitolo di una ipotetica saga?

Il Manuale nasce come racconto lungo, quello che trovi a puntate su Metatron, la rivista di Claudio Kulesko, che corrisponde poi al romanzo alleggerito di tutta la parte della simulazione degli scenari. Il discorso della simulazione è figlio del periodo fertile e fin troppo breve che ho avuto con il gruppo che si radunava intorno al blog La Grande Estinzione (Antonio Vena, Andrea Meschiari e tanti altri), abbiamo ragionato moltissimo sull’immaginazione come strumento, come tool, come facoltà conoscitiva fondamentale per la sopravvivenza. Qui sono partito con meno pretese, per fare un lavoro di transizione rispetto ad altre idee che ho in mente, ma gli eventi hanno portato me e il libro verso un’altra direzione. Claudio ha apprezzato molto il mio lavoro e lo ha proposto, chiedendomi di trasformarlo in quel che hai letto perché inizialmente era troppo breve, a Intermundia. Quindi no, non nasce già alla sorgente come capitolo di una saga, lì è stato Emmanuele a vederci una futuribilità. A ogni modo sì, sto pensando al secondo capitolo e, pur senza una scaletta, un’idea a grandi linee della struttura e di dove voglio arrivare a livello di evoluzione del world building ce l’ho. E sì, l’idea di creare una proprietà intellettuale con output molteplici c’è. Bisogna poi vedere come effettivamente andranno le cose ma come minimo un seguito è in programma. Ma sì, vogliamo espandere i vari universi narrativi di Intermundia. Come lo scopriremo lungo la via.

Avevi in mente un lettore ideale? Se sì, quale?
Diciamo di sì, e con una punta di narcisismo ti potrei dire che il mio lettore ideale mi somiglia parecchio. Scrivo quel che mi sarebbe piaciuto leggere e le mie fonti di ispirazione, come avrai potuto notare, sono gli autori che piacciono a me, autori densi dal punto di vista delle idee ma al tempo stesso con un’anima pop. Non mi interessano gli intellettualoidi ma nemmeno l’intrattenimento vuoto. Un caro amico, Luca Tarenzi, ha definito il Manuale come “non un romanzo ma il file .zip di un romanzo” e credo ci abbia preso in pieno. Io quando leggo un lavoro di Grant Morrison, e ci trovo dentro compresso tanto materiale concettuale da farci altre cinque serie, mi carico tantissimo, voglio leggere roba così, voglio scrivere roba così e vorrei raggiungere lettori così.

In che senso il Manuale si collegherebbe anche a The Turner Diaries, come accenni nell’introduzione?

Il manuale diffuso del guerrigliero psichico è, letteralmente, un anti The Turner Diaries. Non so se avrà la stessa incisività a livello politico, temo di no, ma a livello ideale è un controincantesimo a I diari di Turner, anche qui in filigrana c’è un libro che parla di agire politico, che esorta all’agire politico. Parli di linguaggio operativo e sì, ce n’è a pacchi, con un meccanismo che fa venir giù la quarta parete e prova a raggiungerti, un po’ come ne I diari di Turner. Perché non riconoscere l’efficacia di uno strumento solo perché viene da un nemico è stupido, gli strumenti efficaci vanno usati.

La scelta di un linguaggio strettamente funzionale, operativo alla fine risuona come cifra espressiva del progetto. Da dove proviene questa scelta?

Il linguaggio è una cosa su cui lavoro a modo mio perché odio l’atto di identificare la letteratura con lo stile e di conseguenza la bella pagina fine a sé stessa. Figlio di un musicista, mi viene naturale cercare la musicalità nel linguaggio ma ritengo che l’aspetto più affascinante siano proprio le sue funzioni, il suo aspetto “magico”, e per me l’estetica non si slega dalla funzionalità e il linguaggio sì, o è operativo, o si fa da parte per lasciare spazio alle idee o mi irrita.

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La pillola rossa dell’alt-right – 1 https://www.carmillaonline.com/2023/07/10/la-pillola-rossa-dellalt-right-1/ Mon, 10 Jul 2023 20:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77734 di Gioacchino Toni

You take the blue pill, the story ends, you wake up in your bed and believe whatever you want to believe. You take the red pill, you stay in wonderland, and I show you how deep the rabbit hole goes (The Matrix, 1999)

L’assenza di un modello verticistico promessa da internet e l’insofferenza nei confronti dell’establishment e delle ipocrisie di certo politically correct non si sono rivelate, di per sé, prerogativa della sinistra libertaria. Tanti cyberutopisti di sinistra hanno dovuto ricredersi: la forma (reticolare-partecipativa) offerta dal web non si è rivelata garanzia di contenuto (libertario). Nemmeno la logica [...]]]> di Gioacchino Toni

You take the blue pill, the story ends, you wake up in your bed and believe whatever you want to believe. You take the red pill, you stay in wonderland, and I show you how deep the rabbit hole goes (The Matrix, 1999)

L’assenza di un modello verticistico promessa da internet e l’insofferenza nei confronti dell’establishment e delle ipocrisie di certo politically correct non si sono rivelate, di per sé, prerogativa della sinistra libertaria. Tanti cyberutopisti di sinistra hanno dovuto ricredersi: la forma (reticolare-partecipativa) offerta dal web non si è rivelata garanzia di contenuto (libertario). Nemmeno la logica della “pillola rossa” della “rivelazione” (nientemeno) in alternativa all’anestetica e  tranquillizzante “pillola blu” dispensata dall’establishment si è rivelata metafora esclusiva di una sinistra che, piuttosto, in astinenza da piazze novecentesche, deve saper evitare di farsi trascinare da tale logica in un vortice di lacrimogeni complottismi maleodoranti a rischio di riflessi rossobrunastri.

Sebbene sia ormai passato molto tempo da quando, sugli sgoccioli del vecchio millennio, ha fatto la sua uscita nelle sale, The Matrix (1999) di Lana e Lilly Wachowski si rivela ancora un prodotto culturale influente soltanto che, come afferma Mattia Salvia, «è come se il senso del film originale fosse stato ribaltato»; quella che alla sua uscita poteva essere colta come «l’epica lotta di un individuo per uscire dalla gabbia omologante della società dei consumi risulta inattuale»1.

Se in chiusura di Novecento lo spirito di Matrix sembrava prolungare la critica all’omologazione, al consumismo e allo sfruttamento proposta da They Live (1988) di John Carpenter, oggi il film di Lana e Lilly Wachowski solletica l’immaginario di chi, in balia di un frustrante senso di impotenza, nell’incapacità di decifrare la realtà che lo circonda e privo di una prospettiva futura a cui guardare, è pronto a dare credito a qualsiasi visione altra rispetto a quella a cui si sente costretto, ma da cui, nei fatti, continua a non sottrarsi evitando di mettere davvero in discussione la logica profonda che struttura la realtà che lo opprime. È indubbiamente più semplice prospettare visioni semplicemente, e spesso apparentemente, altre della realtà e individuare carpi espiatori su cui poter scaricare la frustrazione accumulata che non prospettare un mondo altro per cui valga la pena abbandonare la realtà attuale.

«La stessa metafora della pillola blu/pillola rossa», scrive Salvia, «è sopravvissuta solo al prezzo di cambiare completamente di segno»2; la metafora della pillola è entrata far parte dell’immaginario dell’alternative right, la tana del Bianconiglio sembra ormai rinviare direttamente al processo di radicalizzazione che conduce dentro QAnon e Morpheus, anziché presentarsi in impermeabile di pelle e occhiali scuri come la sua epidermide, ha il viso dipinto con colori patriottici e indossa un costume da sciamano.

Possiamo dire che il senso di Matrix ha cambiato di segno allo stesso modo in cui la globalizzazione ha finito per trasformarsi in un processo di ridefinizione dei rapporti d forza globali: la “matrice” indica ancora la realtà nascosta dietro l’alienazione dell’esperienza di vita occidentale, ma adesso quella realtà non è più percepita come spaventosa, bensì denunciata come insufficiente. Uscire dalla matrice non vuol dire più rifiutare di far parte di un mondo che si regge su terribili fondamenta, bensì rifiutare di far parte di un mondo le cui terribili fondamenta vanno così poco a fondo. Oggi Neo non esce dalla simulazione perché vuole la verità: ne esce perché la simulazione non lo soddisfa. Non combatte più per la futura sconfitta delle macchine da parte dl genere umano, ma per ritornare a una passato migliore – reale o simulato, poco importa»3.

Il web ha indubbiamente favorito idee e movimenti marginali, permettendone e incentivandone la crescita, e fino a quando la cultura da essi veicolata è stata – o sembrata – in linea con l’immaginario di sinistra, molti militanti e analisti con tali simpatie politiche hanno guardato all’universo online come a una miracolosa scorciatoia utile a superare l’immobilismo cresciuto insieme al mantra della “fine della storia”.

Il fatto che la reticolarità dell’infosfera potesse esprimere qualsiasi tipo di ideologia, compresa quella che ha poi preso il nome di alternative right, da molti è stato compreso quando questa, un passo alla volta, si è insinuata persino tra le pieghe dell’odiato establishment contribuendo a riplasmarlo.

La battaglia culturale che, negli Stati Uniti, si dispiega in internet da ormai qualche decennio viene a darsi in un contesto in cui, sin dalla metà degli anni Novanta, secondo Jonathan Crary4, vengono neutralizzate le energie ribelli dei giovani – negando loro spazi e tempi di autonomia e autoriconoscimento collettivo, dunque la possibilità di costruirsi una memoria e di avere esperienze reali – trasformati in target su cui costruire conformismo tecnologico e consumistico inducendoli ad abitudini e comportamenti prevedibili e duraturi. Online «vediamo quello che succede come viene visto. E in questo mondo di vita virtuale, anche noi appariamo sugli schermi ancora più di prima. Dobbiamo salire sul nostro piccolo palco virtuale e presentare la nostra immagine, i nostri profili»5.

Impugnane uno smartphone per condividere sulle piattaforme social il proprio desiderio di libertà tradisce l’impossibilità di liberarsi da quei graziosi walled garden digitali di cui si continua, nei fatti, a essere prigionieri nel timore non solo di essere altrimenti esclusi dall’accesso alle informazioni, cosa che equivale di questi tempi alla morte sociale, ma anche dalla possibilità di trasmetterne a propria volta in un contesto però profondamente viziato. Un cortocircuito da cui è indubbiamente difficile difendersi6.

Sin dagli ultimi decenni del Novecento, come sottolinea Éric Sadin, si è andato progressivamente ad affermare il primato sistematico di sé sull’ordine comune in ossequio al progetto politico dell’individualismo liberale richiedente «una ricerca sfrenata della singolarizzazione di sé all’unico scopo di differenziarsi»7. La pretesa di indipendenza e sovranità che serpeggiava in individui delusi e traditi dalle promesse a cui avevano a lungo desiderato credere è stata amplificata dall’avvento di internet le cui lusinghe di partecipazione e autonomia hanno celato, di fatto, l’introduzione di sistemi valutativi e di procedimenti disciplinari sempre più sofisticati sugli individui attraverso la cessione alle grandi corporation del web di dati comportamentali e predittivi.

In molti, la sensazione di essere stati a lungo ingannati, l’aver assistito allo sgretolarsi di quel patto sociale che si voleva votato al solidarismo, l’incrementarsi dello scarto tra edulcorata “narrazione ufficiale” ed amara realtà delle cose, hanno generato l’impressione di trovarsi di fronte a una sorta di “doppia realtà” parallela e incomunicante. Alla narrazione manistream si sono andate a contrapporre narrazioni di soggettività costruite soprattutto su particolarismi che trovano nei social i canali privilegiati in cui incanalare il rancore accumulato spesso accontentandosi di ricorrere a visioni semplicemente altre rispetto a quella ufficiale esponendosi così, non di rado, a complottismi di ogni risma8.

È a tale stato d’animo, a tale malessere esistenziale, oltre che materiale, che sono sembrate venire in soccorso tante salvifiche “pillole rosse” capaci, come per incanto, di smascherare lo storytelling dell’establishment rivelando “tutto ciò che era stato sempre nascosto” a un’opinione pubblica “tradita” in messianica attesa di “verità alternative”. È in tale desiderio di “visioni rivelatrici”, una volta passati di moda gli occhiali di They Live di Carpenter, che ha prosperato l’alternative right costruendo un nuovo regime dell’opinione edificato su asserzioni grossolane o infondate e mirabolanti teorie complottiste capaci di proporsi come risposte altre, rispetto a quelle ufficiali, sufficientemente plausibili a spiegare accadimenti inattesi e spiazzanti.

Nella retorica dell’alt-right, sostiene Luke Munn (Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, in Matteo Bittanti, a cura di, Reset. Politica e videogiochi, Mimesis, 2023 [su Carmilla]), “scegliere la pillola rossa” indica la volontà di guardare la realtà con “occhi nuovi” prendendo coscienza dell’ingannevolezza della narrazione dominante, sostituendo a essa contronarrazioni complottiste imperniate sul disprezzo nei confronti di tutti coloro che promuovono «opinioni socialmente progressiste e liberali, tra cui il femminismo, i diritti civili, i diritti dei gay e dei soggetti transgender e il multiculturalismo»9.

Agli individui in balia di umiliazioni quotidiane e del senso di impotenza, i social network hanno offerto narrazioni compensatorie  capaci di fornire illusorie magnificazioni (manistream) delle esistenze a esseri umani frustrati e/o la possibilità (alt-right) di scaricare l’ira accumulata prendendosela, spesso protetti dall’anonimato, con qualcuno o qualcosa.

È questa “l’era dell’individuo tiranno”: l’avvento di una condizione di civilizzazionale inedita, che vede l’abolizione progressiva di qualsiasi base comune e la comparsa di una moltitudine di individui sparsi, convinti di rappresentare l’unica fonte normativa di riferimento e di occupare una posizione preponderante che gli spetta di diritto. È come se in una ventina d’anni, l’intreccio tra la presunta orizzontalizzazione delle reti e l’esplosione delle logiche liberali, sostenitrici della “responsabilizzazione” individuale, fosse approdato a un’atomizzazione dei soggetti, incapaci di instaurare legami costruttivi e duraturi e intenzionati a far prevalere rivendicazioni basate principalmente sulle loro biografie e sulle loro condizioni10.

Negli Stati Uniti, tanto la cultura mainstream (e non certo da oggi), quanto quella dell’alt-right si dimostrano imperniate attorno a un analogo individualismo antisociale; solo che nel secondo caso questo assume forme anticonformiste e trasgressive per mascherare come ribellione la sostanziale non messa in discussione di un modello giunto al capolinea sommerso dalle sue tante contraddizioni.

Secondo Pablo Calzeroni, lʼelaborazione simbolica della realtà contemporanea è

progressivamente impoverita favorendo le epidemie di un immaginario antisociale che è al centro del processo di soggettivazione proprio perché ne comporta il continuo fallimento. Le infrastrutture digitali della comunicazione, invece di favorire le relazioni interpersonali, sfruttano e amplificano a dismisura proprio queste dinamiche di desoggettivazione11.

Nel malessere che si agita online è possibile vedere un indicatore dell’eccesso di fiducia riposta nella portata libertaria del web. «Un malessere che ogni giorno si manifesta in modo sconcertante: ludopatie, bullismo on line, misoginia, xenofobia, radicalizzazione religiosa, polarizzazione delle opinioni, violenza». Dietro alla propagandistica lettura patinata del presente, offerta dalla tranquillizzante “pillola blu” manistream, si celano «sfruttamento, disgregazione sociale, precarietà esistenziale, solitudine, perdita di punti di riferimento, frustrazione. In termini più brutali: il vuoto interno ed esterno al soggetto»12.

Se è pur verso che non è possibile addebitare al processo di digitalizzazione la colpa di tutti i mali, è innegabile il ruolo che ha avuto, e ha, nell’esplicitare e amplificare la fragilità e l’isolamento degli individui contemporanei.

La sofferenza che permea la nostra società e si insinua in modo evidente nelle esperienze mediatiche [è] innanzitutto legata a una mutazione antropologica del soggetto, la quale a sua volta è stata determinata, negli ultimi decenni, da una riconfigurazione del sociale a tutto tondo: non solo del nostro rapporto con le macchine, ma anche delle relazioni interpersonali, del mondo del lavoro, dei nostri sistemi di governo. La questione essenziale non è la tecnica in sé ma l’intreccio tra lo sviluppo tecnico e i grandi cambiamenti che hanno caratterizzato il passaggio dalla società industriale avanzata della seconda metà del Novecento all’attuale società dellʼinformatizzazione. Cambiamenti che hanno determinato un progressivo impoverimento della nostra vita relazionale13.

Analizzando l’ascesa dell’alt-right, Luke Munn ha evidenziato come la sua diffusione online si sia fondata su un processo di ricalibrazione del sistema di credenze attuato attraverso una «lenta, ma sistematica colonizzazione del sé, una progressiva infiltrazione che agisce sulla razionalità e sull’emotività»14.

Nell’analizzare le testimonianze di giovani statunitensi che si sono radicalizzati online, Munn individua alcune costanti nelle modalità con cui ciò è avvenuto. In molti racconti emerge, ad esempio, come l’algoritmo del motore di ricerca di Google, dopo aver elaborato le tracce delle ricerche più personali, si sia prodigato nel suggerire nella barra laterale di YouTube link rimandanti a video in cui vengono denigrate le opinioni socialmente progressiste e che invitano ad approfondire le tesi esposte in specifiche piattaforme. «Si comincia con l’umorismo di Steven Crowder, si passa a sostenitori dei diritti dei bianchi più espliciti come Lauren Southern, si procede con figure apertamente suprematiste come Jared Taylor per culminare con il verbo neonazista. Il processo è scalare, incrementale: non prevede stacchi bruschi»15.

L’escalation avviene lentamente, senza salti evidenti, in modo da rendere il tutto “naturale”. Rebecca Lewis16 ha descritto dettagliatamente il funzionamento di questo Alternative Influence Network, vera e propria ragnatela che compare su YouTube attravero narrazioni retoriche, celebrità di internet, studiosi, comici, influencer, opinionisti accomunati da un feroce disprezzo per tutto ciò che ritengono progressista. Gli utenti vengono dunque rimpallati tra una sessantina di influencer politici distribuiti su un’ottantina di diversi canali che man mano alzano il livello di radicalità così da rendere meglio accettabili le proposte politiche via via sempre più estreme.

Nulla è lasciato al caso. In base a una disamina di centinaia di segnali, agli utenti vengono presentati contenuti dal design attraente, che si innestano sui loro interessi, obiettivi e convinzioni dichiarate (attraverso specifiche scelte di consumo) o implicite (dedotte/ipotizzate dall’algoritmo). I motori di raccomandazione non sono entità statiche, che non operano in base a un presunto “io autentico”, stabile e riconoscibile. Sono, piuttosto, fenomeni dinamici, organici e aggiornati in tempo reale. Il profilo di un utente incorpora la sua cronologia di consumo, ma anche le sue esperienze di fruizione più recenti. […] Il consumo culturale non è mai neutrale e il consumo di video non è un processo astratto. La fruizione dei video, specie se ripetuta e prolungata, finisce per modellare la sfera cognitiva del soggetto, generando nuovi desideri, nuovi interessi e nuove concezioni della realtà. In questo senso, YouTube non è solo una piattaforma bensì un percorso, un iter, un condotto, un imbuto […]. Lentamente, progressivamente, il sistema di credenze di un utente viene ricalibrato. Si tratta cioè di un processo mediale metodico accompagnato da un cambiamento psicologico incrementale17.

Pur senza scivolare nel determinismo tecnologico, occorre prendere atto, sostiene Munn, di quanto siano metodiche ed efficaci le strategie messe in atto all’universo dell’alt-right. La logica di funzionamento delle maggiori piattaforme incentivano tale strategia in quanto garantisce importanti guadagni. Pur non essendo collegate tra loro in modo chiaro e intelligibile, le diverse questioni discusse dall’alt-right offrono agli utenti molteplici soglie d’ingresso e opportunità di immedesimazione. La retorica di fondo è ideologicamente coesa. «L’algoritmo suggerisce contenuti familiari, ma al tempo stesso propongono un barlume di novità. Quest’ultima, tuttavia, non può essere estrema, per non destabilizzare il fruitore. Per quanto il percorso non sia identico per ogni utente – può biforcarsi e divergere – in tutti i casi lo spinge sempre più in profondità [verso] un’unica direzione»18.

L’ingresso nell’alt-right, sostiene Munn, è pertanto il punto di arrivo di un graduale processo di radicalizzazione solitamente costruito attraverso una fase di normalizzazione (in cui l’umorismo e l’ironia giocano un ruolo fondamentale nel normalizzare anche le affermazioni più riprovevoli), dunque una di acclimatazione (sfruttando la ripetizione incessante per produrre familiarità, assuefazione e desensibilizzazione), infine una fase di disumanizzazione dell’alterità nemica, da intendersi come «un processo che pian piano logora, annienta e cancella l’altro, fino a trasformarlo in una non-persona, un personaggio di un videogioco, come uno zombie o un demone, da abbattere senza rimorsi»19.

Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream (Luiss, 2018), ha ricostruito puntualmente i conflitti culturali online che negli ultimi decenni – dapprima in contesti di nicchia, poi in ambiti decisamente più allargati di vita pubblica e politica –, hanno contribuito a costruire l’immaginario di una generazione di statunitensi appassionati di videogiochi, di anime giapponesi e dell’irriverenza al politically correct persino di serie come South Park (dal 1997 – in corso) di Matt Stone e Trey Parker, trasformatisi frequentemente in cyber-molestatori produttori di meme dal cinico umorismo nero, spesso contraddistinti da becere battute antifemministe o razziste che, in un’apoteosi di sguaiata trasgressione fine a sé stessa, hanno così trovato modo di sfogare i loro giovanili impulsi ribellistici e antisistemici.

Le battaglie culturali condotte in internet negli ultimi decenni, spesso condotte al riparo dell’anonimato, sostiene Nagle, hanno mostrato l’emergere di un’inedita sensibilità anti-establishment che ha trovato espressione in quella cultura fai-da-te fatta di meme e user-generated content, in una reticolarità partecipativa scardinante i vecchi modelli gerarchici su cui riponevano grandi aspettative tanti cyberutopisti libertari.

Sulle ceneri dei moralisti difensori dell’etichetta e della consapevolezza culturale, ad avere la meglio è però stata la galassia dell’alternative right, abile nel portare avanti il suo immaginario a suon di sberleffi “anti-politici” e “infrangi-tabù” tanto nei confronti dell’establishment che dell’attivismo liberal online focalizzato quasi esclusivamente sul gender-bender.

Se da una parte gli ambienti liberal online e dei campus, sostiene Nagle, hanno generato una tendenza a “problematizzare” ogni cosa, individuando ovunque tracce di misoginia e suprematismo bianco, dall’altra la galassia della destra online ha alzato il livello degli insulti e delle minacce ricorrendo frequentemente a forme di dileggio compiaciutamente volgari. «Un’intera generazione ha vissuto come formativi questi primi, oscuri approcci alla politica, che hanno così avuto un significativo impatto sulla sensibilità di massa e persino sul linguaggio». Numerosi esponenti di primo piano dell’alt-right hanno costruito la loro carriera «denunciando le assurdità delle politiche identitarie online»20 e la tendenza degli ambienti liberal a individuare ovunque forme di misoginia, razzismo, transfobia, discriminazione nei confronti dei disabili, body shaming ecc.

In apertura degli anni Dieci del nuovo millennio, sull’onda di una serie di manifestazioni di piazza, utopisti tecnologici, come i giornalisti Heather Brooke21 e Paul Mason22, si sono cullati nel sogno che i social network potessero garantire forme di “rivoluzione senza leader”. L’entusiasmo è stato di breve durata; presto si sarebbero palesati movimenti apparentemente “senza leader”, diffusi attraverso i social in maniera tutt’altro che spontanea, capaci di dare luogo a risvolti di estrema destra.

Negli Stati Uniti è attorno alla metà degli anni Dieci del nuovo millennio che, con la conquista della Casa Bianca da parte di un outsider incarnante la sempre più diffusa ostilità nei confronti dei media e dei partiti tradizionali, si è palesata la fine del dominio esclusivo dei vecchi media sulla politica ufficiale. Alla conquista del potere da parte di Donald Trump molti si sono tardivamente accorti del ruolo assunto dalla galassia dell’alternative right, nella cui orbita sono comparsi personaggi come Milo Yiannopoulos e spazi online come 4chan, oltre a svariati siti neonazisti, suprematisti, anti-egualitari, segregazionisti e nazionalisti bianchi ove si sono messi in luce individui come Richard Spencer.

Nonostante la varietà delle tematiche discusse all’interno di tale galassia – dal calo demografico al declino della civiltà occidentale, dalla decadenza culturale al processo di islamizzazione ecc. –, l’elemento accomunante è l’ambizione a creare un’alternativa all’establishment conservatore di destra, definito sprezzantemente con il neologismo cuckservative per la «passività cristiana e per aver offerto, metaforicamente, le loro “donne”, cioè la loro nazione e la loro razza agli invasori stranieri non di razza bianca»23. Il successo otteneuto soprattutto sui più giovani da parte della cultura veicolata da tale galassia è dovuto in buona parte al ricorso insistito alle immagini e all’umorismo irriverente e trasgressivo dei meme di 4chan, poi 8chan, e al ricorso a strategie da hacker.

[continua]

 


  1. Mattia Salvia, Interregno. Iconografie del XXI secolo, Nero, Roma, 2022, p. 234. 

  2. Ibidem

  3. Ivi, p. 235. 

  4. Jonathan Crary, Terra bruciata. Oltre l’era del digitale verso un mondo postcapitalista, Meltemi, Milano, 2023 [su Carmilla]

  5. Hans Georg Moller, Paul J. D’Ambrosio, Il tuo profilo e te. L’identità dopo l’autenticità, Mimesis, Milano-Udine, 2022, p. 221 [su Carmilla]

  6. Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone, Roma, 2022, p. 31. 

  7. Éric Sadin, Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune, Luiss University Press, Roma, 2022, p. 17 [su Carmilla]

  8. Gioacchino Toni, Il nuovo disordine mondiale / 11: dispositivi digitali di secessione individuale generalizzata, in “Carmilla”, 3 aprile 2022. 

  9. Luke Munn, Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, in Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogiochi, Mimesis, Milano-Udine, 2023, p. 138, nota 15. 

  10. Éric Sadin, Io tiranno, op. cit., pp. 26-27. 

  11. Pablo Calzeroni, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine, 2019, p. 124 [su Carmilla]

  12. Ivi, pp. 10-11. 

  13. Ivi, p. 11. 

  14. Luke Munn, Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, op. cit., p. 137. 

  15. Ivi, p. 141. 

  16. Rebecca Lewis, Alternative Influence: Broadcasting the Reactionary Right on YouTube, in “Data & Society”, 18 settembre 2018. 

  17. Ivi, pp. 143-144. 

  18. Ivi, p. 146. 

  19. Ivi, p. 154. 

  20. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, Luiss University Press, Roma, 2018, p. 17. 

  21. Heather Brooke, The Revolution Will Be Digitised. Dispatches from the Information War, Windmill Books, London, 2011. 

  22. Paul Mason, Why It’s Kicking Off Everywhere. The New Global Revolutions, Verso Books, London, 2011. 

  23. Angela Nagle, Contro la vostra realtà, op. cit., p. 22 

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Dagli USA una nuova fase della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2020/07/14/dagli-usa-una-nuova-fase-della-lotta-di-classe/ Tue, 14 Jul 2020 21:55:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61345 di Nico Maccentelli

Gli USA che non hanno mai fatto bene i conti con l’oppressione razziale…

Non è stato un fulmine a ciel sereno. Le forti tensioni sociali antirazziste di queste ultime settimane negli USA, dovute all’assassinio brutale e gratuito di George Floyd ad opera di cops di Minneapolis, sono lo sbocco politico e organizzato che si è snodato da tempo in una sequenza di riots avvenuti negli ultimi anni. Il movimento Black Lives Matter (BLM) in particolare, cresciuto a dismisura negli ultimi sei anni, è stato la risposta [...]]]> di Nico Maccentelli

Gli USA che non hanno mai fatto bene i conti con l’oppressione razziale…

Non è stato un fulmine a ciel sereno. Le forti tensioni sociali antirazziste di queste ultime settimane negli USA, dovute all’assassinio brutale e gratuito di George Floyd ad opera di cops di Minneapolis, sono lo sbocco politico e organizzato che si è snodato da tempo in una sequenza di riots avvenuti negli ultimi anni. Il movimento Black Lives Matter (BLM) in particolare, cresciuto a dismisura negli ultimi sei anni, è stato la risposta agli innumerevoli atti oppressivi e criminali da parte della polizia contro gli afroamericani.

Del resto, dalla guerra civile statunitense del 1861-65 non c’è mai stata una reale emancipazione degli afroamericani, se non nella misura in cui il capitalismo USA aveva necessità di allargare il mercato e formare una classe lavoratrice, un proletariato in funzione dell’accumulazione capitalistica e del profitto. Detto in termini brutali.

A questa minoranza oppressa, e a quella originaria dei nativi, se ne sono poi aggiunte altre nel corso delle migrazioni, lungo un lasso di tempo lungo 150 anni: italiani (poi assimilati nella categoria di “bianchi”) latinos, asiatici. Il pensiero liberale che ha la sua culla nel mondo anglosassone non ha mai messo in discussione ciò che per le élite bianche statunitensi è un dogma intoccabile: la superiorità dei bianchi, la loro egemonia sul resto della società (1). E le varie giustificazioni liberali dello schiavismo, si trasformate nel tempo insieme al dominio di classe in una rete dispositivi discriminatori. Ovviamente l’oppressione ha varie gradazioni: va dalle discriminazioni negli stati del sud ex-confederati (balzate alla cronaca mondiale dai tempi di Rosa parks e M.L. King) e dal suprematismo bianco a un razzismo più sottile, con la presunzione di essere politically correct, ma non meno funzionale all’intero sistema de capitalismo razziale. Ma se i quartieri ghetto e le carceri piene di afroamericani non bastassero, l’asino casca su quella che è la cartina di tornasole del razzismo USA: la polizia.

La realtà è che gli USA bianchi delle classi dirigenti sono razzisti fino al midollo, politically correct o no. E’ l’intera geografia dei simboli in tutto il paese a parlare. Ed è la ragione per cui oggi è presa di mira dal movimento. Per fare un esempio eloquente: immaginatevi che il dipinto di un artista del quattrocento avesse aperto la strada alla visione pittorica della prospettiva. Solo che questo dipinto raffigura un Cristo crocifisso a testa in giù, tra simboli di caproni demoniaci e stella pentangolari. Sarebbe stato tesoro della civiltà e della comunità di qualsiasi paese? Io dico di no.

Bene, Nascita di una nazione di David Wark Griffith sì: la sua pellicola originale è persino conservata presso il National Film Registry della Biblioteca del Congresso a Washington. Il film è considerato patrimonio e tesoro della nazione per il semplice fatto che rappresenta l’atto conciliatorio tra le “due americhe”: quella unionista e quella confederata. Al di là del fatto di essere uno dei primi lungometraggi con una narrazione più articolata (la pellicola è un muto del 1915).

Notate qualcosa? Le due americhe. Con i cattivi di turno nei neri violenti e assassini e addirittura il Ku Kux Klan che libera i cittadini minacciati. Avete capito bene: i suprematisti razzisti fanno da collante del paese, fanno fottutamente nascere la nazione. Gli USA non hanno mai fatto bene i conti con il loro passato schiavistico che poi è divenuto sfruttamento salariato, oppressione razziale e degrado. Potrete ben comprendere dunque gli attacchi alle statue simbolo di questa vera e propria tirannia violenta mai finita, operata da un’oligarchia che può essere più o meno brutale, che può far dire al “tenero” Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, che un nero che delinque non va ammazzato, ma gli si spara alle gambe. (2)

A essere messa in discussione è tutta la narrazione neoliberale che ha accompagnato la “nascita di una nazione” . In questo senso va letta la rimozione delle statue non solo di schiavisti dichiarati e personaggi storici della guerra civile americana come il generale Lee, ma l’origine stessa della colonizzazione selvaggia, dello sterminio dei nativi, della libertà d’impresa nella deportazione di schiavi dall’Africa, arrivando fino a Cristoforo Colombo.

“Le vene aperte” dell’America stanno riversando tutto il sangue di secoli di oppressione proprio nel cuore dell’imperialismo stesso, facendo saltare il tappo della “più grande democrazia del mondo”, che copriva la polarizzazione stridente tra miseria da una parte e lusso dall’altra, tra ghetti sterminati e cittadelle del consumo e del benessere neoliberista.

 

… ora devono fare i conti con qualcosa di più generalizzato: la lotta di classe.

Ma se volessimo soffermarci al carattere razziale dell’oppressione negli USA, avremmo fatto solo una parte della lettura di quella situazione.

Se ci chiedessimo perché a metà degli anni ’50 gli USA hanno avuto un fenomeno repressivo come quello del maccartismo, nel dare la risposta ci metteremmo già sulla strada giusta.

Joseph McCarthy mentre illustra la “presenza comunista” negli USA

Certo, avevamo la guerra fredda tra i due blocchi. Ma intanto l’URSS e i paesi del socialismo reale non rappresentavano solo una nomenclatura, ma un’idea diversa di mondo, e già nel secondo dopoguerra si accendevano lotte di liberazione antimperialiste, dalla guerra di Corea in poi. In particolare, ragione non secondaria della caccia alle streghe del senatore alcolizzato, il marxismo, l’anarchismo e la lotta di classe negli USA non sono mai stati momenti episodici ed estemporanei. 

Non è questa la sede per approfondire la storia della lotta di classe negli USA, ma la classe dirigente statunitense con la sua punta di lancia McCarthy cercò di fare piazza pulita di un fenomeno che aveva profonde radici sociali (si pensi solo all’IWW, il sindacalismo rivoluzionario degli anni ’20), alimentate anche per oltre un secolo dalle forti migrazioni.

La vulgata ideologica USA hollywoodiana che stiamo subendo ormai da una sessantina d’anni, ci mostra invece un paese dove il comunismo è stato debellato: un mondo patinato fatto di kolossal, attori, cantanti, uomini politici di successo e… grandi possibilità di farsi strada. Una “way of life” del tutto falsa da sempre. La realtà è ben diversa; e c’è chi la combatte, ora come allora.

Il ciclo di lotte sociali poderose, avviatosi con l’emergenza COVID-19 negli USA, ha tutta l’aria di aprire di fatto una nuova fase della lotta di classe a livello mondiale. Infatti, la crisi mondiale del capitalismo, sta accrescendo da tempo le contraddizioni sociali e di classe anche nel cuore del capitalismo stesso: gli USA. E la pandemia con la battuta d’arresto dell’economia statunitense, i milioni di licenziamenti non ha fatto altro che accentuare la miseria sociale e le ricadute sulla salute per la mancanza di copertura sanitari per milioni di cittadini. Il COVID-19 ha acuito ancora di più una situazione di miseria e disoccupazione largamente diffuse. In pratica non è piovuto, ma diluviato sul bagnato.

Ma più in generale, la pandemia sta lasciando in uno stato ancora più profondo di miseria e depressione tutti i paesi del mondo occidentale, e naturalmente non solo loro, come ulteriore effetto sulla crisi generale mondiale di sovraproduzione di capitale nella caduta tendenziale del saggio di profitto, che è crisi strutturale e sistemica. Al di là degli indicatori drogati di borsa, che millantano una ripresa con i loro rialzi azionari, assistiamo a una contrazione dei mercati con la riduzione dei flussi commerciali internazionali. Ne consegue una flessione dei livelli occupazionali e una maggior crisi delle economie nazionali.

Per questo, con tutta probabilità la grande onda statunitense può essere considerata una prima importante avvisaglia di un cambio di fase della lotta di classe mondiale. Questo movimento ci dice che siamo arrivati ai limiti di un neoliberismo sfrenato che non ha fatto altro che mettere a profitto con il super-sfruttamento di risorse umane e ambientali l’intero pianeta o quasi. Questi limiti ormai sono piuttosto evidenti e la pandemia non ha fatto altro che imprimere un’accelerazione alle contraddizioni sociali e alla comprensione di massa sempre più estesa della tara economica che il neoliberismo stesso porta con sé.

Un anno fa c’erano già lotte proletarie e popolari di vasta portata come in Cile, ad Haiti, in Libano, in Francia, in Irak, che mostravano le forti crepe nel fronte neoliberista. Ma ovviamente una lotta e un processo di trasformazione sociale che partano dal cuore dell’impero hanno tutta un’altra influenza sull’andamento generale dei movimenti anticapitalisti di vario segno nel mondo.

E negli USA , già negli anni precedenti si intravvedevano delle avvisaglie di protesta nella crescita di un antagonismo organizzato contro le brutalità della polizia statunitense, che sedimentavano una coscienza conflittuale contro il carattere razzista del capitalismo a stelle e strisce. Ma si intravvedevano anche nelle lotte sociali per i 15 $ di salario minimo, nelle innumerevoli lotte autonome sui posti di lavoro (vedremo alcuni esempi tra breve), ma anche nella presenza organizzata alle primarie dei democratici di una forte tendenza socialista aggregata nella coalizione di Bernie Sanders.

L’attivismo di autodifesa armato contro gli attacchi dei suprematisti bianchi si è manifestato un po’ ovunque

L’assassinio di Floyd ha fatto da detonatore a un antagonismo di classe e di massa nato come risposta popolare a un neoliberismo sfrenato.

Per questo, oggi la critica di massa e la massa critica che si sono sviluppate in tutti gli USA, hanno travalicato la questione razziale, estendendo il conflitto sociale a tutto il sistema di rapporti sociali. In campo ci sono soggettività multirazziali che subiscono la miseria e la sopraffazione delle classi egemoni. Soggettività che mettono al centro temi fondamentali come i servizi, il reddito, il pubblico, la qualità e la dignità della vita, la sicurezza da un punto di vista popolare e non dei ceti che attraverso la polizia impongono la tutela della proprietà privata a scapito della vita umana: molto forte infatti è la rivendicazione attorno alla piattaforma Defund the Police. Dunque, ridurre questo movimento a una mera protesta per soprusi estemporanei di alcuni agenti di polizia razzisti significa non capire la situazione, né il conseguente salto qualitativo delle lotte sociali. 

In questi giorni (mentre sto scrivendo) a Richmond, militanti armati di BLM presidiano la statua del generale Lee ormai piuttosto variopinta dalle scritte della comunità in lotta, un intero quartiere di Seattle è in mano ai manifestanti: il CHAZ, Capitol Hill Autonomous Zone, ossia Zona Autonoma di Capitol Hill (o CHOP, Capitol Hill Organized Protest, anche la non definibilità precisa del nome è una modalità di riscrivere il territorio) è una zona liberata e la sindaca della città Jenny Durkan, in contrasto con Trump, anche se sta cercando di mettere fine all’esperienza sociale, definisce questa parte di popolo in rivolta non come terroristi ma come patrioti.

Riaffiorano esperienze che si sono caratterizzate nella fase di Occupy, innestandosi nel radicalismo militante della sinistra rivoluzionaria e creando nuove realtà organizzate e coordinate tra loro. Un esempio è Rising Majority, una coalizione intersettoriale di organizzazioni e movimenti che raggruppa realtà organizzate del sindacalismo di base ed espressioni politiche di opposizione antirazzista degli afroamericani o degli asiatici. (3)

(L’incursione degli attivisti afroamericani a Stoney Mountain, culla del suprematismo del Ku Kux Klan)

 

Le narrazioni interessate di casa nostra su questo movimento

Nell’ambito sovran-populista qualche anima bella punta ad associare il BLM e gli Antifa USA al deep state e a Soros in chiave anti-trumpiana. Operazione per esempio di PandoraTv, network pseudo-alternativo ormai definitivamente decotto dopo la prematura scomparsa di Giulietto Chiesa. Rivelando così di schierarsi con la destra ultrareazionaria anti-globalista ma altrettanto neoliberista, come se Bannon e Orban siano interlocutori politici “anti-sistema” insieme a Salvini. L’alternativa non è certo il capitalismo egoistico, razzista e di territorio dei ceti medi reazionari. Il nuovo movimento USA sta facendo piazza pulita anche di questi mentecatti, finti ignari del fatto che là negli USA l’ultradestra ha i fucili automatici dei suprematisti filo-Trump, che li usa contro le manifestazioni antifasciste e antirazziste. E che la falsa “cura” Trump al globalismo è peggio della malattia.

Altro che Soros! Lungi dall’essere eterodiretta, l’onda antagonista popolare che si è innescata con l’omicidio di Floyd, covava come brace sotto la cenere. Oltre a essere reazionari, gli orfanelli di Chiesa, amici di Fusaro, non hanno capito nulla, o non vogliono capire. Questo movimento ha il pregio di rimettere al centro, insieme alla liberazione dal razzismo, i bisogni delle classi popolari, i diritti sul lavoro della classe operaia, attraverso una rottura generalizzata con le istituzioni del paese. Al suo interno sono presenti tendenze socialiste, comuniste, libertarie anarchiche, femministe, che rendono il movimento piuttosto eterogeneo. Ma questa eterogeneità è una ricchezza, poiché mette in dialettica tra loro le diverse anime del movimento, rappresentando un salto qualitativo rispetto a Occupy. Infatti, tutte le positività politiche anticapitalistiche hanno una parte preponderante nella vastità della protesta sociale e delle sue anime differenziate.

Penso che questo movimento faccia chiarezza anche su ogni nostrana incursione “nazionalista” che una certa sinistra radicale italiana ammalata di populismo ha portato avanti in questi ultimi anni. Una tendenza che ritengo essere arrivata al capolinea e che si è nutrita di un sacrosanto anti-europeismo anti-neocolonialista, ma con il risultato di fare il verso alle destre, nella velleità di competere con loro sul loro stesso campo. Si pensi solo a certe posizioni discriminatorie sui migranti e alla definizione della migrazione come “invasione”. In realtà, il vero discrimine nei paesi occidentali ed europei sulla questione della sovranità non è la nazione, ma la classe, detto in termini molto schematici, certo, ma per capirci fino in fondo. E dagli USA arriva una bella lezione e non a caso da lì: dove la classe è multirazziale e dove al di là del proprio potere classista, non esiste alcun “padrone esterno”. Il centro dell’imperialismo per eccellenza ce l’hanno in casa.

L’insegna del dipartimento di polizia occupato a Seattle

Dunque, la crisi del neoliberismo riaccende la lotta di classe dal basso verso l’alto. Crea i presupposti per rimettere al centro ipotesi di paradigma socialiste, comunità collettivistiche che non possono certo essere riedizioni delle esperienze passate, ma che sono tutte da realizzare e sperimentare. Nel caso italiano, il centro dello scontro sociale non potrà non essere la rottura con l’Unione Europea e i suoi trattati ordoliberisti, perché da qui discende tutta la devastazione economica e sociale degli ultimi decenni, tra privatizzazioni, impossibilità dell’intervento statale a favore delle aziende in crisi, speculazioni finanziarie contro un paese che non stampa moneta, che non ha una politica economica indipendente.

Ma i temi centrali qui come negli USA sono i medesimi: non si può lasciare ai mercati (leggi: i centri del potere finanziario e multinazionale) le redini dell’economia di un paese. Occorre un forte e profondo cambiamento democratico che dia tutti gli strumenti a un potere popolare per pianificare l’economia, per socializzare i mezzi di produzione e di circolazione del capitale a partire da quelli vitali per la società.

Basta, dunque, fare il verso alle destre, che siano europeiste o sovraniste. Più che di nazioni autoreferenziate in un mondo sempre più interconnesso, ci sono tutti i presupposti per il rilancio di un nuovo internazionalismo popolare e proletario.

Vista in maniera più ampia, si può constatare come il centro dell’imperialismo mondiale, gli USA, sia sottoposto a un attacco fuori e dentro il suo territorio nazionale, come portato di secoli  di oppressione schiavistica, coloniale e neocoloniale da parte del capitalismo liberale razziale. Le resistenze bolivariane in America Latina, tra alterni colpi di mano, le lotte popolari in tutto il continente sudamericano esprimono la risposta all’attuale neocolonialismo yankee. E dal cortile di casa, si è passati… direttamente in casa.

Solo la “sinistra” nostrana, euroriformista, non si è accorta di questo fenomeno politico piuttosto dinamico e in progress, che si sta espandendo in tutto il mondo “anglosassone”, ossia in quei paesi come il Regno Unito, che vivono in modo altrettanto stridente il neoliberismo selvaggio sviluppatosi in questi decenni, paesi che sono stati la culla del tatcherismo e del reaganismo. La nostra “sinistra” riduce la rivolta statunitense a proteste umanitarie e antirazziste contro la brutalità poliziesca contro gli afroamericani, senza nulla toccare del sistema che ha generato queste condizioni. Ma perché questa riduzione superficiale fa comodo per non rimettere in discussione nulla qui da noi delle politiche di asservimento europeista e atlantista al capitalismo continentale e del servilismo del nostro ceto politico alle élite d’oltreoceano.

E’ auspicabile che la nuova onda statunitense sia anticipatrice (come gran parte dei i fenomeni sociali partiti da là) di una tendenza che presto inizierà a manifestarsi anche qua. Che chiuda i conti con questi teatrino fatto di Papetee e sardine. Perché se all’ignavia PD e dei suoi cespuglietti che sostengono nei fatti la deriva neoliberista in Italia e in Europa sta facendo da contraltare la peggiore destra ammantata di “sovranismo” populista, l’unica possibilità è sintetizzata della parola d’ordine degli zapatisti: que se vayan todos!.

Ovviamente alla “sinistra” nostrana fa molto comodo ridurre la chiave di lettura della nuova onda americana alla sola questione razziale che sì è fondamentale, ma non ci fa capire nulla di quanto sta accadendo negli USA se ci limitiamo ad essa.

Già abbiamo visto le Sardine cavalcare con la parola d’ordine “I can’t breath” il processo di liberazione irreversibile negli USA, bypassando completamente ciò che è scomodo ai loro mentori italiani, ossia il PD e i partitini vari alla LeU e Coraggiosa che gli fanno da contorno: le questioni del lavoro, lo sfruttamento del capitale sul lavoro e la miseria sociale dilagante in tutti gli stati dell’Unione.

Ma qui in Italia l’impostazione politica è completamente diversa e vede la totale subalternità della post-sinistra (definiamola così, non offenderemo più chi si sta rotolando nella tomba) al neoliberismo: subalternità diretta, da parte del PD, che ne è l’asse politico centrale; o per conseguenza: LeU, Coraggiosa, ecc.. E parlo di quel neoliberismo che là negli USA è ben chiaro a quelle sinistre e che viene quindi combattuto, ma che qua fa l’effetto della latrina per chi ci vive dentro e non sente più il fetore di piscio. Qui vige una sorta di totalitarismo politico che impedisce una presenza realmente critica dentro l’ala sinistra della borghesia imperialista ed euroliberista di qualsiasi realtà organizzata della sinistra radicale, una capacità di incidere nelle sue politiche.

L’esempio di Bernie Sanders, dei DSA e di stelle nascenti del socialismo come la Ocasio Cortez (4), qui sarebbe impensabile e lasciamo al mondo dell’autoillusione, o meglio, alla disonestà intellettuale personaggi come la Schlein o Fratoianni, che vogliono farci credere che in coalizione col PD si possa avere lo stesso scenario del bipolarismo USA, e che quindi con le primarie dem e l’internità sia possibile introdurre elementi progressivi su tanti temi come la salute, il lavoro, l’ambiente. In realtà il ruolino di marcia dei Bonaccini a livello regionale o degli esecutivi governativi in cui partecipa il PD a livello nazionale non si tocca. Il “piccolo dettaglio” che differenzia questi personaggi di piccolo cabotaggio nostrano, che fanno leva su qualche rivendicazione, dalla presenza socialista alle primarie dem, è la forte pressione dal basso che ha consentito anche a personaggi come Sanders di capitalizzare questa forza sui temi sociali. Ma soprattutto è la lotta che attraversa tutta la società civile statunitense.

 

La pressione dal basso sui dem USA, sviluppatasi in anni di conflitto di classe, l’antagonismo, le lotte

I democratici USA devono fare i conti con una marea montante antagonista che, nella migliore delle ipotesi, si presenta come socialista riformista, appunto Sanders e soci (5), ma che di fatto va ben oltre per conflittualità sociale e coscienza politica. L’intera élite statunitense deve fare i conti con lotte che qui nemmeno ci immaginiamo. Vediamone alcune per sommi capi.

Partiamo da un punto sostanziale: sono anni che la sinistra americana, sin dai tempi di Occupy e del “noi siamo il 99%”, ossia dal 2011, sostiene tre punti fondamentali: salario minimo a 15$, il medicare ossia un sistema sanitario che deve tornare a essere pubblico e garantito a tutti, e la questione più politica di democrazia economica, ossia il fatto che il reddito degli americani più ricchi, ossia l’1%, dal 1979 al 2007 è aumentato del 275%, mentre i salari sono cresciuti nel frattempo meno dell’inflazione (6). (Detto per inciso, quando mai queste questioni sono state agitate da una sinistra imbelle e capitolazionista come la nostra?)

A questi punti si accompagna un chiaro orientamento strategico al socialismo che qui non esiste. O viene timidamente sbandierato da forze decotte ed euroriformiste come Rifondazione Comunista. Giusto Potere al Popolo ne fa qualche accenno, avendolo nel suo dna. Il DSA è forse politicamente più rivoluzionario anche della sinistra radicale italiana? (7) E’ una domanda provocatoria, ma pertinente, visti gli esiti del conflitto sociale USA, la sua crescita e il ruolo che giocano le stesse forze “moderate” come i DSA. Negli USA si parla di socialismo, qua no.

Ma torniamo alle tappe della crescita della lotta di classe al capitalismo razziale in USA.

Occupy Wall Street, 2011

Il 2011 segna un passaggio importante per la sinistra radicale americana: è l’anno di Occupy, ossia di un vasto ed eterogeneo movimento contro le forti disuguaglianze sociali e il potere della finanza nato per certi aspetti e caratteristiche dalle esperienze no-global dell’ondata precedente, quella di Seattle del 200. Ma in quell’anno c’è anche un altro fenomeno importante: il governatore del Wisconsin Scott Walker con il Budget Repair Bill cercò di rendere illegali le contrattazioni collettive per i lavoratori del pubblico impiego, oltre a tagli alla sanità, alla tutela dell’ambiente e all’istruzione pubblica. Ciò provocò una risposta di massa piuttosto vasta: oltre centomila persone invasero la capitale Madison, gli insegnanti organizzarono un assenteismo di massa, fu occupato il Campidoglio dai manifestanti (8).

Nel 2014 a Ferguson, l’assassinio di Michael Brown, un adolescente afroamericano ad opera di un ufficiale di polizia bianco, scatenò un’ondata di proteste e scontri e la nascita di Black Lives Matter, che chiedeva la fine del razzismo e delle uccisioni dei neri da parte della polizia. Ma è evidente, come già evidenziato, che tutte queste esperienze di lotta hanno avuto un processo di convergenza alimentata dalla miseria sociale dilagante e dallo strapotere nei luoghi di lavoro e sul territorio da parte dei guardiani razzisti e classisti del capitale.

Il fronte sociale e politico è piuttosto eterogeneo: va dall’Antifa all’anarchismo organizzato, dal BLM alle campagne per le primarie di DSA e sostenitori di Sanders, alle lotte di realtà autonome nel mondo del lavoro come Fight for 15$. 

In specifico, nell’ambito dell’antagonismo di classe, è significativa l’unificazione di varie entità organizzate sotto il cartello del già prima menzionato Rising Majority, a cui hanno aderito personalità dell’attivismo anticapitalista come Naomi Klein, e comuniste storiche della lotta antirazzista e contro il carcere imperialista e le sue strutture privatizzate come Angela Davis (9).

In particolare è degno di rilievo lo sviluppo e l’unificazione delle proteste in seguito all’assassinio di George Floyd, l’attivismo dei BLM nelle città statunitensi, le mobilitazioni sul territorio come la già citata esperienza di CHAZ a Seattle. Interessanti a tal proposito sono le considerazioni di Noam Chomsky su questa esperienza:

“Creare delle strutture di mutuo soccorso e cooperazione che liberino le persone dalle strutture governative, che si sono dimostrate totalmente inadeguate nell’affrontare problemi specifici, come garantire l’acqua a tutti e tutte – o altri problemi più gravi ancora che spiegano come mai siamo stati così disperatamente impreparati per questa crisi. La zona autonoma è un esempio interessante di questa tendenza. È anche impressionante vedere il supporto che arriva [da persone come] il sindaco di Seattle, e l’enorme sostegno popolare, che sta facendo impazzire Trump e Fox News. È un segnale positivo, una cosa importante. Credo che sia una manifestazione del fatto che iniziamo a pensare di poter prendere il controllo delle nostre vite, di non poterle lasciarle nelle mani delle autorità che si presentano come nostri padroni. Dobbiamo farcene carico noi.” (10)

Ingresso a CHAZ, la zona liberata a Seattle

Un’esperienza di autogestione popolare che va oltre l’accampata di Occupy per arrivare su un terreno di contropotere. A ciò si aggiungono le lotte sui luoghi di lavoro, il costituirsi di comitati popolari, esperienze come il boicottaggio da parte degli autisti di mezzi adibiti al trasporto dei manifestanti nelle carceri, l’appoggio al già citato Defund the Police, all’istanza di definanziare le spese per la polizia nella lotta per estromettere dai sindacati la polizia stessa (11).

In particolare i comitati popolari di base nei luoghi di lavoro e nel territorio delineano l’orientamento che vanno assumendo la ricomposizione di classe, l’organizzazione e la lotta verso la costituzione di consigli operai e popolari. Leggo dal summenzionato articolo di Left Voice:

“Questi comitati popolari di base possono costruire il potere di colpire e fermare la produzione, sia per misure di sicurezza durante la pandemia che a sostegno della rivolta. E possono essere il modo di coordinare nuovi settori della classe lavoratrice per unirsi alle mobilitazioni e ai combattimenti di strada.” (…) “Ma altrettanto importante è l’agitazione ovunque e ogni volta che possiamo per la creazione di assemblee di massa come quelle emergenti a Minneapolis e Seattle. Queste assemblee di massa possono essere cruciali per unificare, collegare e coordinare le lotte di manifestanti, attivisti sindacali e liberi lavoratori non sindacali.”

La rivolta sociale divampata negli USA ha anche e soprattutto le caratteristiche sul piano identitario e delle vertenze di una vera e propria lotta di classe del basso contro l’alto, una lotta proletaria che riunifica una sommatoria di istanze sociali, che tende verso la costruzione di un contropotere consiliare ancora embrionale, ma significativo.

Amazon (Amazonians Unidos) e Instacart sono altri esempi in cui i lavoratori hanno costituito infrastrutture organizzate, ma esperienze di lotta si annoverano anche in altri contesti del lavoro come McDonald e anche tra i lavoratori agricoli.

Afroamericani, latinos, asiatici e tanti bianchi precari e poveri, nonché il soggetto doppiamente sfruttato e vessato, quello femminile, costituiscono la vasta e variegata realtà dell’antagonismo sociale statunitense, espressione dei profondi guasti lasciati dal neoliberismo, che qui ha la sua culla, dell’abissale polarizzazione tra ceti agiati e classi popolari con in mezzo una media borghesia devastata (come qua) dalle veloci dinamiche di esproprio sociale e di rapida caduta dalla scala sociale nella perdita di lavoro e potere d’acquisto, proprie della società USA, quindi dalla fuori uscita dalle coperture previdenziali e dal ritrovarsi dall’oggi al domani in mezzo alla strada.

Per quanto riguarda i “reietti del paese”, il rapido sviluppo di una loro coscienza di classe e di realtà di base antirazziste e anticapitaliste rivoluzionarie, le parole di Angela Davis sono più eloquenti di qualsiasi bella analisi:

“Questo è un momento straordinario. Non ho mai sperimentato nulla di simile alle condizioni che stiamo vivendo attualmente, la congiuntura creata dalla pandemia di Covid-19 e il riconoscimento del razzismo sistemico che è stato reso visibile in queste condizioni a causa delle morti sproporzionate nelle comunità di Blacks e Latinos. E questo è un momento in cui non so se mi sarei mai aspettata di sperimentare (…) ho spesso detto che non si sa mai quando le condizioni possono dar luogo a una congiuntura come quella attuale, che sposta rapidamente la coscienza popolare e ci consente improvvisamente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale.” (13)

 

In conclusione

Se andiamo oltre i singoli alberi e vediamo la foresta nella sua interezza, diviene chiaro ciò che sta accadendo a partire dagli USA, con la caduta dei livelli di gestione capitalistica dello stato di cose vigente. Come le borghesie imperialiste si stiano preparando per contenere le masse d’urto popolari e le possibilità di intervento politico delle forze marxiste rivoluzionarie e antagoniste in una molteplicità di ambiti sociali, del lavoro, ambientali, ma anche più politici sui rapporti di forza tra classi, ossia di contropotere e autogestione, di rimessa al centro del pubblico in una nuova visione di Stato popolare.

Sinora i punti di frizione maggiori di questa lotta di classe erano all’esterno: tra imperialismo e popoli, con punti focali come il Venezuela, la mai doma Cuba, il Medio Oriente, l’intera America latina. Con capovolgimenti di forze alterni: Macrì in Argentina, Bolsonaro in Brasile, Lenin Moreno in Ecuador, il golpe in Bolivia e poi ancora la vittoria popolare del peronismo kirchneriano in Argentina. In particolare l’attacco al bolivarismo pur con le sue contraddizioni e all’emancipazione sociale di cui è portatore nei confronti dei popoli e paesi dell’America latina che si affrancano dal dominio imperiale yankee viene tutt’ora condotta senza esclusione di colpi.

Certo, il tentativo delle oligarchie imperialiste più in generale è quello di contrastare l’ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi attori capitalisti, di predare o mantenere il controllo su materie prime e risorse energetiche, ma anche quello di stroncare esperienze politico-sociali del tutto alternative al modello neoliberale. E questo è il fronte più caldo. Ora però questo fronte è divenuto mobile, e si è esteso arrivando geograficamente e socialmente fino al cuore delle contraddizioni sociali del sistema imperialista stesso. Questa guerra sociale è arrivata fin dentro le metropoli. 

Nella rivolta statunitense, le componenti rivoluzionarie non hanno certo un ruolo secondario. In intere masse giovanili, che si credevano educate da bravi bimboni ad hamburger king size da McDonald e videogame, rivivono le evocazioni anticapitaliste, comuniste, libertarie tipiche degli anni ’60 e ’70. Antichi percorsi che si credevano interrotti definitivamente, si riallacciano con modalità organizzative e in contesti socio-culturali e comunitari diversi, con intelligenza politica e metodo. E le scene delle manifestazioni e del conflitto di strada sono molto simili a quelle nostre degli anni ’70 in Italia: il meglio che il movimento di classe antagonista qui da noi abbia mai potuto esprimere.

La lotta di classe ritrova una sua pratica soggettivazione proprio nell’epicentro del capitalismo mondiale, ormai attraversato dalla devastazione sociale, frutto di decenni di macelleria sulle classi lavoratrici, privatizzazioni, di un liberismo che ha avuto il suo sviluppo con Reagan e Tatcher, e che oggi mostra tutti i suoi limiti più osceni: l’aver portato a dei livelli intollerabili e a un punto di non ritorno le diseguaglianze e tutte le tare mai superate delle “democrazie” liberali come il razzismo, la supremazia oligarchica bianca, la privazione di ogni diritto e dignità nel nome del mercato.

Ecco perché si tratta di un passaggio epocale. La rivolta cilena contro Piñera dell’anno scorso, nel paese simbolico dove tutto è iniziato nel 1973 con gli esperimenti economico-sociali dei fanatici iperliberisti dei Chicago boys, è stato il colpo di diapason. Ma la marea montante ha la sua prosecuzione non in qualche remoto territorio delle periferie dell’imperialismo; il suo sviluppo, che segna il passaggio di fase insieme alle devastazioni profonde accentuate dal Covid, è proprio nell’Occidente nord americano, dove la miseria già da anni segna la vita di decine di milioni di persone senza alcuna soluzione che non sia il tentativo di girare individualmente la roulette del darwinismo sociale, del “cane mangia cane”, del gioco al massacro del libero mercato.
Minneapolis e poi Seattle, Boston, Oakland, New York, Washington e il resto delle grandi metropoli statunitensi, rappresentano l’inizio della grande crisi sociale del capitalismo avanzato, imperialista, l’esplosione del ventre della bestia.

Vedere le immagini degli scontri non rende quanto le migliaia di pugni alzati antifascisti, di una sinistra irriducibilmente antagonista che ci riassume tutta la storia dei movimenti operai e socialisti del secolo scorso, riannodando un filo rosso che si pensava interrotto definitivamente, pensato fino a ieri solo come ipotesi, eventualità quasi utopica. E’ una presa di coscienza della forza sociale che riguarda anche i diretti protagonisti, che in queste settimane si sono ben saggiati. E la questione non finisce qui.

Democratici e repubblicani, neocom di entrambi i campi fittizi della medesima oligarchia, del deep state USA, lo sanno bene: chi sfila nelle piazze degli Stati dell’Unione è una massa eterogenea, composta da una minoranza che vota e una maggioranza che non voterà mai più o che non ha mai votato. Sono i focus target delle campagne politiche che se ne vanno dagli orizzonti di un’autonomia del politico che è solo regime, fuori e contro le vuote e asfittiche istituzioni del comando e delle lobby, che, nella “migliore” delle ipotesi possono essere tutt’al più un’opzione obamiana, quella elitaria, dell’oligarchia, che ha stroncato con la frode clintoniana in due primarie le spinte socialiste e di giustizia sociale incarnate da Bernie Sanders. Tutti passaggi politici che hanno portato nella testa di vaste masse alla caduta di ogni credibilità di poter cambiare lo stato di cose dall’interno, di appoggiarsi al nemico apparentemente più “buono”.

Ma lo stesso copione viene articolato anche qua, in un TINA (there is no alternative) che non guarda neppure più la necessità di gestire il consenso. Come se i bugiardoni di regime, le veline, le menzogne, le bufale potessero influire su un corpo sociale senza alcun new deal, azione concreta per intervenire sulla devastazione acuita dal covid, sulle economie distrutte. Resta solo il vuoto delle cittadelle della rendita, simulacri di patti sociali che non esistono più. Ma questa è un’altra storia, che necessiterebbe altre, più approfondite quanto urgenti riflessioni.

Mi limito ad affermare che sta in noi dunque, alle forze della sinistra di classe, ai comunisti, prendere esempio dal lavoro straordinario fatto dalle realtà marxiste rivoluzionarie statunitensi, per non lasciare al populismo reazionario il ruolo di oppositori e quindi una falsa iniziativa politica “anti-sistema” che non è altro che l’altra faccia dell’orrida medaglia capitalista. Qui c’è ancora molta confusione, c’è tanta arretratezza politica. Ma i segnali della crisi sociale ci sono tutti. Sapremo esserne all’altezza?

 

NOTE

1) A tal proposito consiglio la lettura di Controstoria del liberalismo, di Domenico Losurdo, ed. Laterza, che analizza l’approccio allo schiavismo da parte del pensiero liberale dalla sua genesi: John Locke, John Calhoun, John S. Mill.

2) Sui secoli di oppressione degli afroamericani e sulle attuali lotte antirazziste è interessante l’intervista a Carl Williams, attivista di supporto legale al BLM Boston qui

3) Ecco il sito: https://therisingmajority.com e una lista parziale delle organizzazioni aderenti: Black Lives Matter / Grassroots Global Justice / Working Families Party /  Southern Vision Alliance / U.S. Labour Against the War / National Domestic Workers / Left Roots / Fight For $15 / Women’s March / Black LGBTQA+ Migrant Project

4) Si vada a leggere qui

5) Va detto che il ceto dirigente dei democratici USA, esponenti del deep state, fa sempre di tutto per boicottare la politica radicale dei socialisti, ma appunto le dinamiche politiche rispetto all’Italia sono differenti e differente e più incisiva è la pressione della sinistra radicale.

6) Bashar Sunkara, Manifesto del socialismo del XXI secolo, pag. 216.

7) La stessa Angela Davis nei lontani anni ’60 definì come radicali coloro che vanno alle radici delle cose; ma qui in Italia si sono perse proprio le radici…

8) Vedi l’articolo (qui) di Valerio Evangelisti sulla nostra testata il 2 marzo 2011

9) Qui la tematizzazione dei contenuti e del dibattito interno all’inizio della pandemia negli USA e alla vigilia della rivolta sociale

10) Qui, in questo articolo di Jacobin Italia l’intera intervista

11) In merito a questo, leggere qui

12) Questi e altri dati sulle esperienze di lotta attuali evidenziate da Left Voice si trovano su questo articolo

13) Citazione presa dall’articolo-intervista a Kent Ford, attivista storico delle Black Panthers, fondatore della loro sezione a Portland negli anni ‘60 su Contropiano (qui)

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La classe è una cosa viscerale https://www.carmillaonline.com/2020/06/03/la-classe-e-una-cosa-viscerale/ Tue, 02 Jun 2020 22:02:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60164 D. Hunter, Chav. Solidarietà coatta, Edizioni Alegre, Roma 2020, pp. 160, € 14,25.

di Fabio Ciabatti

La classe è una “cosa viscerale”. Non è una costruzione politica, come vorrebbe un certo populismo di sinistra. O qualcosa di semplicemente inesistente, come sostiene il neoliberismo thatcheriano. E’ una dimensione talmente reale da inscriversi in profondità nell’organismo umano.Se hai vissuto da sottoproletario o nella working class più povera, qualcosa risuona attorno al tuo corpo anche se sei riuscito a uscirne per vivere in spazi più sicuri. Queste esperienze hanno un impatto fisico, reale”. In altri [...]]]> D. Hunter, Chav. Solidarietà coatta, Edizioni Alegre, Roma 2020, pp. 160, € 14,25.

di Fabio Ciabatti

La classe è una “cosa viscerale”. Non è una costruzione politica, come vorrebbe un certo populismo di sinistra. O qualcosa di semplicemente inesistente, come sostiene il neoliberismo thatcheriano. E’ una dimensione talmente reale da inscriversi in profondità nell’organismo umano.Se hai vissuto da sottoproletario o nella working class più povera, qualcosa risuona attorno al tuo corpo anche se sei riuscito a uscirne per vivere in spazi più sicuri. Queste esperienze hanno un impatto fisico, reale”. In altri termini  “Our bodies are classed, i nostri corpi sono intrisi di connotazioni di classe, e i corpi delle persone senza capitale valgono meno. Per questo possono smontare i nostri corpi, possono comprarli e venderli, imprigionarli e poi lasciarli andare”.1

Non parla certo per sentito dire D. Hunter, autore di Chav. Solidarietà coatta, libro pubblicato da Edizioni Alegre nella collana Working Class diretta da Alberto Prunetti (che è anche il traduttore del volume). Hunter scrive della sua vita, delle  persone che lo hanno picchiato, stuprato e torturato. Dei primi 25 anni della sua esistenza in cui è sopravvissuto prostituendosi, rubando e spacciando. Del suo abuso di alcool e droghe, dei periodi vissuti in prigione o per strada. Racconta di donne e uomini violenti e tormentati, già segnati da sfregi ancor prima di diventare adulti. Persone che hanno subito traumi e per questo hanno più facilità a riprodurre la violenza subita sugli altri. Questo sono i chav, i coatti: persone che vivono nel Regno Unito e che a causa della svolta neoliberista degli anni 70 sono state marginalizzate e demonizzate dalle politiche dei governi britannici. Uomini e donne a cui la società nega l’umanità affinché la coscienza collettiva possa sopportare le tremende disuguaglianze di cui sono vittime.
Eppure da queste pagine non emerge un lamento disperato o uno sguardo accondiscendente. E neanche una presa di distanza da parte di chi ce l’ha fatta a tirarsi fuori dalla merda e oggi appare un uomo rispettabile sulla quarantina. Perché il libro è impregnato della “passione e della fede” che l’autore nutre “verso la vita intellettuale di chi vive ai piani bassi della catena alimentare dell’economia”.2 I bassifondi della società non sono solo un luogo di perdizione e dolore, ma anche di speranza. Hunter evidenzia infatti i valori della solidarietà, del mutuo soccorso e dell’autodifesa che esistono all’interno di queste comunità. Organizzazione collettiva e resistenza sono pratiche diffuse tra le persone che vivono ai margini. 

Noi, persone povere e working class, siamo costretti dalle strutture e dalle istituzioni della società a vivere interi periodi della nostra esistenza in condizioni in cui la sopravvivenza è l’unica cosa che conta, momenti che possono durare settimane, mesi, anni, decenni. In questi periodi la nostra resistenza, la nostra forza come individui e come comunità, può venire alla ribalta. Una forza che ci permette di impegnarci gli uni con gli altri, di fare affidamento gli uni sugli altri, che permette alle nostre vite di intrecciarsi tra loro, consapevoli che abbiamo più possibilità di sopravvivenza se le nostre vite sono profondamente connesse. Ed è in queste circostanze che si sviluppano il nostro impegno verso gli altri e la nostra vita collettiva, e che si accrescono la nostra capacità di difesa e la possibilità di scegliere come pensare e agire. Perché è solo quando c’è collettività, e la si rafforza, che possiamo fare qualcosa di più di sopravvivere.3

Molti sono gli esempi che Hunter ci porta di piccoli e grandi gesti di solidarietà, cura reciproca e generosità inaspettata. Il più estremo è forse quello di un gruppo di bambini che si prostituivano insieme a lui per le strade di Nottingham.  Quei bambini si guardavano reciprocamente le spalle per proteggersi dagli adulti aggressori non perché si piacessero, ma perché sapevano che se non lo avessero fatto le cose avrebbero preso una brutta piega, anche se nella maggior parte dei casi ottenevano solo che la violenza dell’aggressore di turno si distribuiva sul gruppo.

Hunter però non scade mai in un’esaltazione del buon selvaggio metropolitano. Anche se la cosa più bella che ha visto sono le persone povere prendersi cura le une delle altre, sa benissimo che questo sta diventando sempre più difficile perché viviamo in una cultura che dà estrema importanza all’individuo e alla sua capacità di acquisire la ricchezza disgregando la collettività. Perché la società cerca di separare le persone relegandole a una vita di consumi per escluderli dalla politica. È consapevole, per esperienza personale, che il suprematismo bianco e il patriarcato sono incistati nei comportamenti e nelle convinzioni dei più poveri. Non si nasconde che la classe lavoratrice è stata stratificata in modo da rendere difficilissima una trasformazione rivoluzionaria. Marchiare a fuoco alcune categorie di persone come chav non significa additarli al pubblico ludibrio solo per una una generica opinione pubblica benpensante, ma anche per una presunta classe lavoratrice rispettabile creando ad arte una spaccatura in seno alla working class: una frattura tra chi vive delle briciole e chi ha lo stomaco vuoto.

E proprio qui potrebbe intervenire la politica. Almeno quella dei movimenti per la giustizia globale cui l’autore ha partecipato da un certo punto della sua vita. Ma proprio a questi movimenti Hunter riserva le parole più critiche e amare perché li considera dominati dalla middle class, da persone che, per quanto bene intenzionate, non soffrono davvero gli effetti di quel sistema che vanno denunciando. I movimenti contro il capitalismo e contro l’oppressione, secondo l’autore, non sono riusciti a creare spazio per le idee e le esperienze di chi ha un’estrazione sociale nel sottoproletariato e nei piani bassi della working class. I sottoproletari vengono utilizzati solo come simboli dell’oppressione ma non sono riconosciuti come soggetti in grado di autodeterminarsi e di esprimere un proprio punto di vista. Le loro analisi sono considerate legittime solo quando adottano le norme intellettuali della classe media. Le riflessioni fatte dall’autore a questo proposito chiamano in causa la sua stessa identità personale. 

Dopo aver adattato il mio linguaggio e il tono della mia comunicazione a quelli della classe media, a quel punto non era più la mia analisi a essere illegittima, quanto le mie esperienze, la mia connessione con i luoghi da cui provengo.4

Dopo aver inscenato svariate forme di comportamento middle class, Hunter sostiene di essere arrivato al punto di sradicare alcune parti della propria identità in maniera così profonda da non poterle più recuperare. A forza di recitare per essere accettati in alcune reti sociali, si finisce per perdere dentro se stessi le cose che si nascondono agli altri, rischiando di mandare in pezzi la propria identità. Non stiamo evidentemente parlando di un problema di disadattamento individuale, ma di una questione ben più ampia.  La delegittimazione che viene dall’alto, si potrebbe commentare, ha le sue radici nella mancanza di un reciproco riconoscimento tra i subalterni sufficientemente sviluppato da essere in grado di esprimere una cultura collettivamente condivisa. Di classe appunto. In mancanza di ciò, uscendo dalle situazioni quotidiane, i subalterni sono costretti ad esprimersi  in una lingua che è formalmente la propria, ma sostanzialmente è carica di contenuti ideologici e esistenziali alieni. 

La mancanza di riconoscimento non riguarda solo le idee ma anche i comportamenti. E qui la cartina di tornasole ce l’abbiamo con i fatti accaduti nel 2011 nel Regno Unito. In quell’occasione, ci racconta Hunter, molte persone con esperienze di vita simili alle sue si sono riversate nelle strade di molte città, saccheggiando, incendiando e attaccando i simboli, le istituzioni e le organizzazioni che li avevano da sempre trattati con disprezzo. I militanti dei movimenti sono stati sorpresi dalla rabbia che si era espressa contro lo stato e il capitale. Le analisi politiche di  molti gruppi radicali parlavano di azioni spoliticizzate, fatte da sbandati.  Anche molti marxisti si rifiutavano di ammettere che erano nel giusto quei giovani che non facevano altro che vendicarsi di chi aveva abusato di loro. Questo mancato riconoscimento nasce dalla negazione dell’autodeterminazione dell’oppresso, dal rifiuto di ammettere che sia lui a dover scegliere le sue forme di resistenza. Queste scelte devono essere accettate da chi vuole essere considerato suo alleato o complice. In caso contrario si finisce per passare dalla parte dell’oppressore.
La disgregazione prodotta dal sistema, sostiene Hunter, porta ciascuno a un disperato bisogno di controllo del proprio angolo di mondo. E una rivolta apparentemente disordinata, come quella del 2011, ha gettato molti nel panico. Gli attivisti middle class hanno avuto paura del fatto che questi giovani, con cui non avevano alcun legame, mostrassero una reale capacità di far sanguinare il naso dello stato e il capitale e di avviare così una trasformazione sociale. Hanno avuto paura che essi stessi  potessero diventare bersaglio della rabbia coatta.

E allora, sostiene l’autore, “dobbiamo trovare il modo di metterci alle spalle tutta la merda che ci è stata gettata addosso”,5 anche da parte dei movimenti. Riflettendo sul suo percorso Hunter si è convinto di non essersi politicizzato frequentando i circuiti antagonisti, ma durante il corso di tutta la sua esistenza imparando a riflettere e agire sulla base dei principi di solidarietà, mutuo soccorso e resistenza. Hunter ci racconta di aver vissuto i primi 25 anni della sua vita come un giovane incline alla violenza accanto a compagni di viaggio in tutto simili a lui. Ma il fatto di non usare parole come rivoluzione e resistenza non significava che non capissero cosa succedeva intorno a loro. Sapevano benissimo chi stava da una parte e chi dall’altra.
Certamente c’è stato un momento di svolta nella sua vita quando, ricoverato forzatamente in ospedale psichiatrico, comincia a leggere e rimane folgorato dall’opera di altri due reclusi, Antonio Gramsci e Angela Davis, iniziando a unire i punti della propria storia. Ma ricostruirsi dopo essere stato privato della propria umanità è un processo difficile che, ammette apertamente, sarebbe stato impossibile senza le persone che si sono prese cura di lui e gli hanno offerto alcuni strumenti. Per chi viene dal suo mondo “Senza dubbio si tratta di un processo collettivo che, sebbene sia sotto la propria responsabilità, non può realizzarsi senza la solidarietà degli altri”.6

In conclusione vale la pena di interrogarci sulla forma di questo libro, a metà tra il memoir e il pamphlet politico. Forse non è ancora giunto il momento di grandi opere teoriche di sintesi all’altezza dei nostri tempi, anche se ne avremmo un gran bisogno. In questa fase di disgregazione, forse, dobbiamo continuare a seguire con empirica caparbietà i mille rivoli delle singole storie per capire come essi possano confluire nel grande fiume di una rivolta collettiva perché, altrimenti, rischiamo di ritrovarci a camminare lungo i letti di vecchi corsi d’acqua oramai essiccati.
È vero che la solidarietà coatta di cui ci parla l’autore di
Chav non è ancora un’espressione politica. Almeno non nel senso in cui lo era la solidarietà che dava vita alle vecchie comunità operaie e popolari con il loro carattere relativamente stabile e le loro espressioni culturali sedimentate. La solidarietà coatta sembra piuttosto un collante a presa rapida, in grado di agire velocemente di fronte all’urgenza, ma che perde celermente le sue capacità di creare e rafforzare i legami. È qualcosa di viscerale e di ancora prepolitico. La politica, però, senza questa visceralità diventa qualcosa di freddo e disincarnato. Senza questo sostrato profondo non può essere radicale perché perde la capacità di cogliere la radice delle cose e delle persone.


  1. D. Hunter, Chav. Solidarietà coatta, Edizioni Alegre, Roma 2020, edizione Kindle, poss. 140 e 493. 

  2. Ivi, pos. 130. 

  3. Ivi, pos. 602. 

  4. Ivi, pos. 152. 

  5. Ivi pos. 1610. 

  6. Ivi, pos. 497. 

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