strage di Odessa – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 08 Feb 2026 21:00:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Quale Resistenza? https://www.carmillaonline.com/2023/04/24/quale-resistenza/ Mon, 24 Apr 2023 21:55:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76973 di Nico Maccentelli

Oggi è il 25 aprile e la Resistenza narrata dal regime, con le sue liturgie e le icone del passato tanto comode per le baruffe della partitocrazia, avrà anche troppo spazio. Per questo voglio fare qui una “contro-liturgia” (mo basta con le sacralizzazioni che depotenziano i reali contenuti!) e parlare di altre Resistenze: quelle di oggi, quelle che vengono occultate e censurate, attaccate e derise dal sistema mediatico.

Partiamo con la prima Resistenza, tutta Ucraina. Ma non quella della propaganda atlantista dei vari programmi su La7, la RAI, Mediaset, della [...]]]> di Nico Maccentelli

Oggi è il 25 aprile e la Resistenza narrata dal regime, con le sue liturgie e le icone del passato tanto comode per le baruffe della partitocrazia, avrà anche troppo spazio. Per questo voglio fare qui una “contro-liturgia” (mo basta con le sacralizzazioni che depotenziano i reali contenuti!) e parlare di altre Resistenze: quelle di oggi, quelle che vengono occultate e censurate, attaccate e derise dal sistema mediatico.

Partiamo con la prima Resistenza, tutta Ucraina. Ma non quella della propaganda atlantista dei vari programmi su La7, la RAI, Mediaset, della carta stampata come i bugiardoni di regime: La Repubblica, La Stampa e il Corriere, bensì quella di chi in quel vero e proprio mattatoio che è l’Ucraina, la guerra proprio non la vuole: non vuole combatterla e non vuole viverla. E rifiuta la narrazione drogata di un regime nato da un golpe targato CIA nel 2014, che ha non solo represso l’opposizione interna russofona e ortodossa d’osservanza moscovita, ma ha chiuso radio e giornali, messo al bando i partiti d’opposizione compreso il PC d’Ucraina, perseguitato giornalisti e chiunque cerchi di informarsi su canali alternativi e di esprimere il proprio dissenso. Un regime che con un sito, Myrotvorets (1), segnala i “nemici” da colpire e cancella come “eliminati” quelli assassinati dalle sue bande naziste, come accaduto al fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e alla giornalista Dughina. In una guerra iniziata con questo golpe e con l’aggressione alle Repubbliche di Donetsk e Lugansk, nate per difendere la popolazione russofona dalla repressione nazi-banderista (2).

In questo contributo video di Nicolai Lilin si scopre che una rete di ragazzi ucraini, per fuggire dalla guerra, ha aiutato a scappare dal paese almeno (stima la Gestapo, pardòn, i servizi ucraini) 1500 retinenti alla carneficina bellica. A fuggire da un paese il cui governo ha persino proibito per legge l’eventualità di intavolare trattative con il nemico. Anche psicologicamente una gabbia sociale che non lascia alcuno scampo.
Due di questi attivisti si sono già presi sette anni. Il perno centrale di questo gruppo (non ne conosciamo il nome) stava in Moldova e fortunatamente è riuscito a scappare, evitando così i 9 anni che il regime banderista di Kiev voleva comminarli.

Questo dunque è un episodio della Resistenza vera in Ucraina, non quella del battaglione Azov spacciato dai nostri falsificatori a mezzo busto per un circolo di lettori di Kant. E neppure quella degli “anarchici” armati fino ai denti e a pieno servizio della strategia unipolare atlantista, organici all’esercito nazi-banderista, strani soggetti ai quali certa compagneria dà spazio associandola a Resistenze antifasciste e antimperialiste vere e proprie come in Rojava o nel Chiapas.

La vera Resistenza dunque, in Ucraina come altrove, è resistere alla guerra, battersi contro il fascismo di cui si tinge ogni regime che la guerra la vuole imporre sempre per gli interessi delle classi dominanti. Ciò significa disertare, rifiutare, sabotare e nelle condizioni che lo consentono, combattere l’unica guerra che valga la pena di essere combattuta: quella degli sfruttati contro gli sfruttatori, la guerra popolare e proletaria realmente antimperialista e di classe, nelle fasi politiche in cui questo passaggio si rende necessario e inevitabile.

Pertanto, è possibile sfilare il 25 aprile con le Schlein dall’elmetto rosa? No, proprio non è possibile. Non lo è in linea di principio perché come la Meloni e il resto della partitocrazia il PD è più che supino ai desiderata imposti dagli USA attraverso la NATO nell’invio di armi a Zelensky, in spregio e violazione ancora una volta dell’art. 11 della Costituzione. È soprattutto la forza politica maggiormente accreditata a Washington e non da oggi.

Non è possibile nemmeno riguardo il sentiment del nostro popolo, che non vuole questa guerra e non vuole mandare armi a uno dei due contendenti. Per cui, quale Resistenza abbiamo in comune con il PD e compagnia cantante? Nessuna, quando c’è chi sostiene un governo nazi-banderista e destra o sinistra che siano, obbediscono al padrone d’Oltreoceano andando persino contro gli interessi del proprio paese.

Ma questo sentiment nostrano, ben espresso da fior di sondaggi, si lega bene a un’altra Resistenza, che è andata oltre una visione del fascismo piuttosto retrodatata, fatta di orbace e fez, di nostalgici a Predappio e di gruppi manovrati dagli apparati dello Stato alla bisogna.

È una Resistenza diversa, che in questi tre anni è cresciuta in una vasta opposizione sociale alle restrizioni pandemiche che, la si pensi come si vuole, di fatto hanno rappresentato un laboratorio politico di controllo sociale che molti, purtroppo, nella sinistra di classe hanno sottovalutato. Una Resistenza popolare che ha attraversato numerosi paesi, dal nostro all’Australia, al Canada e a numerosi altri (3). Una Resistenza che ha saputo collegare questo passaggio autoritario di superamento persino dei diritti fondamentali “borghesi”, quello delle restrizioni “sanitarie” alla successiva fase di guerra che stiamo vivendo oggi.

Cos’è allora il fascismo e come si presenta oggi? In questo spunto di Andrea Zhok, c’è una sintesi che ben lo definisce:

«Dopo l’uscita giovialmente fascista di La Russa sui partigiani, eccoci ricaduti stancamente per la miliardesima volta nel giochino politico più stantio della storia italiana.
A destra ogni tanto si sveglia qualcuno, estraendo l’orbace dall’armadio tarlato del nonno, e per darsi un tono tira fuori qualche trombonata da Cinegiornale dell’Istituto Luce. Sorge naturale il sospetto che gente come il ridente Presidente del Senato siano a libro paga del PD, perché cosa farebbe il comitato di affari multinazionali che risponde a quel nome senza le sue cicliche rimpatriate “antifasciste”?
Se non ci fosse ogni tanto qualche anziano reduce che se ne esce con un bel “Quando c’era LVI!” una buona parte del PD (e dell’odierno arco costituzionale) non sarebbe distinguibile dal reparto pubbliche relazioni di una Corporation multinazionale.
Ma grazie al cielo ogni tanto, come i pugili suonati che menano pugni all’aria al suonare del gong, di quando in quando si riesce ancora a riesumare qualche scampolo di “minaccia fascista” d’antan e a “sinistra” per qualche giorno si può respirare:
“Fiuuu! Abbiamo ancora una ragione di esistere”.
Ora, il punto davvero grave, quello imperdonabile e che se ignorato oramai deve essere inteso come dolo, è non capire DOVE sta il potere oggi e qual è l’orizzonte odierno di pericolo rappresentato da QUESTO potere.
Perché, sia ben chiaro, è sacrosanto tener ferma la condanna del fascismo storico.
E’ sacrosanto perché è giusto lottare contro un Potere impermeabile alla volontà popolare, contro un Potere che monopolizza la comunicazione mediatica, contro un Potere che censura le voci politicamente sgradite, un Potere dove politica, “padroni del vapore” e magistratura si allineano nello schiacciare ogni contestazione, un Potere guerrafondaio e affetto da un patologico senso di superiorità.
E’ giustissimo combattere tutto questo.
Solo che oggi tutto questo non lo si trova sotto il nome “fascismo”.
Il Potere reale, il Potere apparentemente illimitato, arrogante e pericoloso oggi è nelle mani di un blocco politico tecnocratico e neoliberale, trasversale a destra e sinistra, un blocco il cui baricentro è il “medio-progressismo” (cit. Fantozzi) rappresentato al meglio da forze come il PD.
E’ così negli USA, è così nell’UE ed è così in Italia.
E riciclare oggi il “pericolo fascista” non è più un errore di analisi: è una colpa politica grave, è complicità con il potere nella sua forma più pericolosa.»

(Andrea Zhok)

Io semplicemente mi limito a definire il fascismo come quella forma di dominio repressivo e classista che il capitale assume in determinate fasi di crisi economica, politica e sociale nei confronti delle classi popolari subalterne. Quando il suo potere viene messo in discussione, ma anche quando il conflitto sociale è a dei livelli così bassi da consentire spazi di manovra sul corpo sociale tali da abbassare l’asticella dei diritti, dei salari, delle forme di democrazia che lo stato liberale aveva dapprima concesso nel corso delle lotte sociali.

Il primo caso, in Italia, trovò le sue massime espressioni con modalità diverse a seguito delle lotte operaie e contadine degli anni ’20 con l’ascea di Mussolini e nell’Italia del secondo dopoguerra attraverso la strategia della tensione e lo stragismo di stato voluto e diretto dagli USA negli anni della Prima Repubblica.

Mentre il secondo è proprio di oggi, dopo la sconfitta storica delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria e di classe e della forza del movimento operaio nei mutamenti di composizione di classe e di avvento del tatcher-reaganismo neoliberista nei primi anni ’80 del secolo scorso. Se facciamo un paragone con la situazione francese, lo scarto di conflittualità sociale balza subito agli occhi.

La discesa in piazza di un movimento anti-pandemico, certo eterogeneo, con molta confusione, certe ambiguità, espressione dei più diversi settori sociali colpiti dalle restrizioni che toccavano anzitutto il mondo del lavoro: lavoratrici/tori, piccole attività, avrebbe dovuto comunque svegliare lo spirito tattico leninista in certi ambiti dei comunisti italiani. Ma si è lasciato il campo a forze di altra natura, spesso apprendisti stregoni che oggi nell’inevitabile riflusso del ciclo di lotte si contendono le spoglie di questo movimento con goffi quanto autoreferenziali tentativi di aggiudicarsi l’egemonia, di cosa poi…

Ma comunue questo vasto ciclo di lotte trasversali nel corpo sociale, il cosiddetto 99%, ha saputo collegare nel post-covid il legame di continuità tra la “dittatura sanitaria” e la guerra attuale. “Guerra e pandemia, unica strategia” è lo slogan che sintetizza questa consapevolezza in un antifascismo che  spesso è più nei fatti che nelle intenzioni, poiché il fascismo oggi si ripresenta come strumento autoritario della guerra imperialista, ma anche come laboratorio di controllo sociale e in specifico del capitale sul lavoro, come guerra sociale dall’alto, che non ammette emendamenti alla sua traiettoria bellicista e di rapina sociale.

Chi nell’ambito dell’antagonismo di classe ha paragonato il greenpass al tesserino sanitario, addirittura alla patente ha fatto e tutt’ora sta facendo del buon antifascismo? In realtà il compito di questo antagonismo doveva essere quello di andare in quelle piazze che hanno risposto con la mobilitazione al ricatto del greenpass, a un regime che ha sospeso migliaia di lavoratrici e lavoratori. Ma questa miopia gli ha impedito qualsiasi iniziativa in questo senso, lasciando nell’ignavia il miglior patrimonio politico della lotta di classe italiana. La risposta dunque è no, non fa un buon antifascismo.

L’intervento politico è venuto invece da quelle componenti di questo patrimonio che all’inizio in ordine sparso, poi via via con livelli minimi di organizzazione di base è stata interna a questo movimento e oggi spinge per sviluppare la consapevolezza che la guerra conclamata ha una stretta correlazione con la guerra biologica creata e sviluppata nei biolaboratori in tutto il mondo e di cui Wuhan rappresenta la struttura più nota ed emblematica. Così come la correlazione è anche tra guerra imperialista esterna e quella antiproletaria interna, con l’autoritarismo biotecnologico che piega il lavoro salariato agli standard di sfruttamento necessario al capitale per estrarre pluvalore relativo e assoluto dai corpi precarizzati, individualizzati, ossia privi di anche solo un’intenzione aggregativa di classe.

È su queste coordinate politiche che parte della sinistra rivoluzionaria sarà presente alla grande manifestazione del prossimo 1° maggio a Pesaro, contro la costruzione di un biolab di terzo livello in Italia e in una zona del tutto inadatta: vicino a numerose abitazioni e su terreno alluvionale (4).

La lotta dunque continua e non ho trovato parole più adatte per definire la nuova Resistenza a un capitalismo atlantista in declino e per questo ancor più pericoloso e feroce Sono queste parole di Davide, amico e compagno:

La Liberazione è cosa seria

E oggi più che mai necessaria: occorre liberarsi dal sistema della guerra permanente, dal sistema della paura, del terrorismo di stato che si sussegue ininterrotto di emergenza in emergenza per legittimare sempre nuove forme di comando e di sfruttamento.
Liberarsi dalla paura e dalla vigliaccheria che hanno portato a dare credito alla più grande operazione di militarizzazione integrale della società che hanno chiamato pandemia.
Quell’operazione NON È UNA PARENTESI INFELICE DELLA STORIA, bensì un’ accelerazione di processi già in atto da decenni e arrivati ora ad una svolta epocale, basata sul dominio totale dell’oligarchia capitalista in lotta per tenere a galla un sistema, il loro, malato terminale, che sta portando l’ umanità nel baratro.
Il primo passo del cambiamento necessario è avere chiara la visione dei processi in atto, cosa che per ora non si esprime minimamente a livello collettivo. Non a livello di massa.
Quindi non sorprende assistere allo spettacolo indegno di gente che scambia la guerra della Nato per Liberazione.
La maggior parte di quei signori sono gli stessi che parlavano di “responsabilità sociale” in appoggio alle inoculazioni forzate.
Di menzogna in menzogna, dalla guerra “sanitaria” a quella imperialista.
Due facce della stessa medaglia. Chi continua ad occultare una delle due, o applaudire ad entrambe, farebbe bene a lasciar perdere il 25 aprile, la liberazione ha bisogno di uomini e donne libere, non di servi addormentati.
Cominciare dal CORAGGIO, qualità primaria in via di estinzione: dal latino HABEO CORE, avere cuore.
Una vita senza coraggio è una vita senza cuore, da morti che camminano, il materiale umano necessario alle guerre del capitale.

DISERTARE RIFIUTARE SABOTARE.
Evviva la Libertà, evviva la liberazione.

Davide Milazzo, insegnante di arti marziali

 

Note:

1. Si veda: https://it.wikipedia.org/wiki/Myrotvorets

2. Qui Valerio Evangelisti spiega molto bene il contesto in cui è nata questa aggressione, otto anni di bombardamenti sulla popolazione civile del Donbass. Aggiungerei una considerazione: la Resistenza in Italia ebbe l’apporto decisivo di forze imperialiste come quelle angloamericane contro il nazifascismo. Si facciano le dovute conclusioni e accostamenti a partire dalle ragioni di un popolo oppresso e a cui è stato vietato persino di parlare il russo. La questione è un po’ più complessa di come la pongono certi “compagni”.

3. si veda il laboratorio canadese nel mio intervento su Carmilla qui e a Radio Blackout il 23 febbraio 2022.

4. Qui il mio blog che dà spazio alle Lavoratrici e Lavoratori autorganizzati (Ravenna) e qui un sito dell’Assemblea Antifascita contro il Greenpass (Bologna). Entrambi articolano le mobilitazioni da un punto di vista di classe.

(Immagini tratte dalle opere di Bansky e il “Chef Guevara” da Tv Boy)

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Il vostro futuro è una nuova Norimberga https://www.carmillaonline.com/2015/02/18/il-vostro-futuro-e-una-nuova-norimberga/ Tue, 17 Feb 2015 23:01:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20758 di Nico Macce

Schermata 2015-02-15 a 11.32.59Un anno è passato dalla caduta del governo Yanukovich in Ucraina, da Euromaidan. Da quella che tutti i media occidentali avevano annunciato come la seconda rivoluzione arancione per la democrazia. Un anno denso di atrocità in quei luoghi e infarcito di menzogne e censure da parte dei principali media nostrani. Non è mia intenzione ripercorrere le tappe di questa vicenda. Ci sono siti e blog che sono già molto esaustivi. Piuttosto ritengo importante inquadrare questa sporca e irresponsabile guerra creata dai poli imperialisti USA e UE dell’Alleanza [...]]]> di Nico Macce

Schermata 2015-02-15 a 11.32.59Un anno è passato dalla caduta del governo Yanukovich in Ucraina, da Euromaidan. Da quella che tutti i media occidentali avevano annunciato come la seconda rivoluzione arancione per la democrazia.
Un anno denso di atrocità in quei luoghi e infarcito di menzogne e censure da parte dei principali media nostrani.
Non è mia intenzione ripercorrere le tappe di questa vicenda. Ci sono siti e blog che sono già molto esaustivi. Piuttosto ritengo importante inquadrare questa sporca e irresponsabile guerra creata dai poli imperialisti USA e UE dell’Alleanza Atlantica, in un disegno più ampio che si va formando in Europa e più in generale a livello internazionale.
Se menzionerò qualche dato è per i più pigri, che non hanno voglia di andarsi a documentare, ma che rischiano così di non avere la dimensione reale di quello che ritengo essere il rischio più grande di guerra su vasta scala che il pianeta stia correndo dalla seconda guerra mondiale ad oggi.

Il golpe.
Quando l’anno scorso gli USA hanno attuato il golpe di piazza Maidan in Ucraina, con la complicità attiva dei paesi NATO e dell’UE, lo scopo era quello di iniziare l’attacco alla Russia estendendo il controllo NATO fino ai confini russi e mettendo in crisi il governo di Putin con lo scopo di rovesciarlo.
È stato così abbattuto un governo che, per quanto corrotto e dominato da oligarchi regionali, era stato regolarmente eletto dai cittadini di quel paese.
Mentre i nostri media decantavano le folle di rivoltosi a piazza Maidan, ergendola a simbolo di una sorta di rivoluzione democratica e civile, ciò che stava accadendo, in realtà, di civile non aveva nulla.
I media occidentali riprendevano giovinette con mazzi di fiori e poliziotti schierati a difesa del palazzo, mentre in quella piazza entravano in scena veri e propri gruppi paramilitari nazisti. Le tv di altri paesi hanno mostrato una violenza inaudita da parte di questi manifestanti: bombe di fuoco sulla polizia, colpi di arma da fuoco, tutte pratiche di guerriglia che se messe in opera da manifestanti a Roma o a Berlino, avrebbero legittimato le repressioni più sanguinose da parte dei paesi “democratici e civili”.
Sopra i tetti di alcuni palazzi dei cecchini sparavano un po’ agli uni e un po’ agli altri. Chi li ha organizzati? Successivamente sarebbero emerse le vere responsabilità, meno che ovviamente per le opinioni pubbliche occidentali. Oggi è evidente che la cosa fu organizzata dai servizi di intelligence statunitensi e dei suoi alleati.
Così è stato realizzato un golpe contro un governo debole e divenuto impopolare, ma che poteva benissimo essere in discussione con regolari e democratiche elezioni. Qualcuno però mirava a ben altro.

L’avvento di un vero e proprio stato nazista in Ucraina.
USA-NATO-UE si sono serviti di gruppi paramilitari nazisti, regolarizzati poi in forze militari come il Battaglione Azov, nel momento in cui il sud est dell’Ucraina a prevalenza russofona si è ribellato al golpe.
Per mesi e mesi i media occidentali hanno filmato fiori per i “martiri” a piazza Maidan, decantandoci le qualità democratiche del nuovo “governo popolare”. In realtà per il 40% della popolazione ucraina, quella russofona, iniziava un incubo: il russo veniva abolito come lingua nazionale. I golpisti riportavano sul trono della storia ucraina il peggior collaborazionista dei nazisti nella seconda guerra mondiale: Stepan Bandera. Iniziavano i pogrom contro le opposizioni, il partito comunista in particolare.
Pensate forse che da Washington e dalle cancellerie europee si siano levate voci critiche, quanto meno per riportare su un piano più civile il colpo di mano, comunque fascista a prescindere dai metodi?
Neanche per idea. Sin dall’idea iniziale il progetto era di puro terrore per creare nel paese quelle condizioni che avrebbero potuto portare a una reazione della Russia.
Le ragioni del referendum popolare della Crimea per tornare (e sottolineo tornare) nella Russia, così come le ragioni della ribellione nella Novorossia vanno lette in questo contesto. Per queste popolazioni russofone, per milioni di cittadini antifascisti, o comunque non fascisti, Euromaidan è stato molto peggio del nostro 8 settembre del 1943.
I fatti ci dicono che i pogrom e gli attacchi nazisti hanno portato, come accennavo, la Crimea, regione ucraina che era russa prima di Kruchev, a un referendum per essere annessa alla sua madre patria originaria.
Una risposta democratica e responsabile da parte di quella parte di popolazione che potremmo definire società civile, di fronte alla furia reazionaria degli squadroni paramilitari golpisti. Infatti, il referendum è stato condotto con mezzi democratici, anche se USA e alleati non ne hanno riconosciuto il valore, urlando all’annessione da parte di Mosca.
Le potenze occidentali non vedevano l’ora di iniziare con la seconda fase: quella dell’escalation, un attacco in crescendo contro la Russia.

L’escalation contro la Russia, le sanzioni, la guerra economica contro il rublo.
Inizia così la politica delle sanzioni. Col senno di poi si può sostenere che la strage di Odessa, derubricata dai media embedded occidentali, come scontro tra tifoserie, sia servita proprio per innescare una risposta da parte delle opposizioni russofone.
Questa strage fatta da gruppi paramilitari nazisti alla Casa dei sindacati di Odessa il 2 maggio di un anno fa, rappresenta uno dei peggiori episodi terroristici avvenuto in Europa dal secondo dopoguerra a oggi, paragonabile agli eccidi della guerra nella ex-Yugoslavia, voluta anche questa dagli USA del “democratico” Clinton e dalle principali potenze NATO, sostenuta dal governo D’Alema e spacciata per “missione umanitaria”.
Alla Casa dei sindacati, decine di persone vennero bruciate vive con un attacco incendiario che ha mandò a fuoco l’edificio. Chi cercava di salvarsi buttandosi all’esterno, veniva finito senza pietà con ogni mezzo, arma taglio o da fuoco, mazze. Sterminio che è proseguito all’interno sui superstiti.
Nel sito del Corriere della Sera si leggeva: “Trentotto persone sono morte in un incendio scoppiato nella città ucraina di Odessa e legato ai disordini tra manifestanti filo russi e sostenitori del governo di Kiev“. Una formulazione che sembra costruita ad hoc per non lasciare intendere ai lettori che il rogo fosse doloso, né far capire chi fossero gli aggressori e chi le vittime.
Ma molto peggio faceva l’Unità (di cui non si sente certo la mancanza), imputando addirittura la responsabilità dell’incendio alle vittime: “Un numero consistente di persone ha perso la vita nell’incendio della sede dei sindacati, messa a fuoco dai separatisti filorussi“.
(citati dall’Huffington Post)
Di questa vicenda il governo di Kiev non ha mai reso conto.
Questo crimine, così come i pogrom e il regime di terrore nazista in tutto il paese è stato occultato dai media occidentali alle proprie pubbliche opinioni. Una disinformazione che dall’altra parte riprendeva le veline di Kiev per proseguire l’attacco alla Russia.
Questo è il contesto nel quale è iniziata la Resistenza nella Novorossia con la creazione delle Repubbliche di Lugansk e di Donetsk.
Mentre con lo sviluppo di una legittima risposta armata nelle regioni a prevalenza russofona, il territorio ucraino si riempiva di contractors occidentali, Putin in realtà ha mantenuto una posizione di estremo equilibrio.
La partecipazione russa al conflitto ucraino è a tutt’oggi nella misura di alcune migliaia di volontari dalla Russia, come logica risposta dei cittadini di quel paese alla carneficina nei confronti del popolo fratello.
L’escalation per destabilizzare la Russia di Putin, si è servita di due tools essenziali: le sanzioni, in un crescendo di settori e personalità politiche e dell’economia russa colpite, e successivamente dell’attacco economico e monetario mirato nei confronti del rublo (iniziato con l’operazione di abbassamento del prezzo del greggio) con lo scopo di creare malcontento e instabilità verso il governo di Putin.
Il resto è storia di queste settimane: una guerra nell’est Ucraina che sta costando oltre 50 mila morti, in gran parte civili. Una responsabilità di una gravità inaudita per l’Occidente, la Casa Bianca e i governi dell’Unione Europea.
Aver dato il Nobel per la pace a Obama è come aver dato quello per la medicina a Mengele.

Perché tutto questo?
Arriviamo al cuore della questione. Perché se c’è un’incongruenza in tutta questa vicenda, è nell’atteggiamento dei paesi europei. Infatti, la cessazione dei rapporti con la Russia ha chiuso di fatto lo sbocco per l’UE a un mercato essenziale, le sanzioni hanno fatto perdere miliardi di euro all’Europa. D’altra parte, questo clima di guerra che chiamarla fredda è un eufemismo, ha costretto la Russia a rivolgere la sua strategia economica, finanziaria ed energetica verso altre aree di mercato come la Cina, la Turchia, l’Iran e l’India. Ma quel che è peggio, il conflitto ucraino ha reso concreta la possibilità di una guerra dell’Alleanza Atlantica con la Russia, una grande potenza nucleare e militare. Oltre questo: una terza guerra mondiale.
Ancora una volta i media sono i protagonisti di un’opera di falsificazione, questa volta sulla pericolosa portata di questo conflitto, trattato come una guerra regionale com’era stata quella nei Balcani. Un’operazione sulla percezione stessa del reale pericolo verso le pubbliche opinioni.
È evidente come siano stati gli USA il principale attore di questa spinta a una catastrofe bellica di dimensioni mondiali. Questa escalation è stata creata e imposta ai suoi alleati, da chi oggi vede vacillare la sua egemonia in una crisi di sistema di dimensioni planetarie, in una competizione globale sui mercati, sul controllo delle risorse primarie, sulla supremazia del dollaro messa in discussione da potenze emergenti come i BRICS.
Una scelta criminale che supera gli equilibri internazionali su cui s’è retta una pace tra potenze basata sulla deterrenza nucleare, su una miriade di guerre locali, per procura, sull’onda lunga di un keynesismo ormai tramontato e persino oltre la fine del socialismo reale.
Questo è il passaggio che apre a scenari inquietanti.

L’attacco alla Russia come strategia di contenimento dell’imperialismo europeo.
Alla crisi di egemonia gli USA rispondono portando due guerre. Infatti all’Ucraina si affianca l’Isis, il califfato nero in piena espansione dal Medio Oriente del triangolo Irak, Siria e Turchia al Nord Africa: una creatura dei servizi di intelligence della Casa Bianca dei paesi NATO e delle petromonarchie.
Due guerre: una nel continente suo alleato, il polo imperialista che poteva dare problemi sui mercati e con la moneta. L’altra guerra, si sta meglio delineando in questi giorni in Libia, con la creazione del califfato dell’Isis a Sirte. Dunque, ancora l’Europa, con il suo fronte sud. Entrambi riguardano i flussi energetici, gas e petrolio verso il vecchio continente. Curioso vero? Ancora più curioso se apprendiamo che il 75% delle infrastrutture del gas in Ucraina è stato acquistato da company statunitensi. Il che significa avere in mano i rubinetti del gas.
Ce ne sarebbe abbastanza per chiedere conto di tutto questo all’alleato d’oltreoceano. E invece no. Tutto tace fino a quando la guerra contro la Russia diviene variante concreta del conflitto ucraino, ossia, quando due settimane fa l’annuncio di Kerry: noi daremo le armi a Kiev, non fa volare i premier dei due principali paesi europei, Germania e Francia (al netto di un soprammobile: la Mogherini, che la dice lunga sulla debolezza della politica estera dell’UE) a Mosca e a Kiev e poi a Minsk per portare a casa una tregua seppur fragile e rimandare quello che non hanno facoltà di procrastinare all’infinito.
Ma perché questo atteggiamento subordinato dei partner europei?
Perché in questa farsa di democrazia occidentale, i governi dei paesi europei sono dei servi organici a Washington. Ogni tanto ringhiano pretendendo a sé un po’ di protagonismo come la Francia. Ma nel complesso accettano tutto, anche il TTIP, il trattato di libero scambio tra UE e USA che legherà l’UE mani e piedi alle multinazionali statunitensi. Sono un “dio minore” di oligarchi, di élite capitaliste capaci dei peggiori massacri sociali contro le proprie classi lavoratrici e popolari, ma incapaci di costruire una reale autonomia economica e politica nei riguardi delle élite egemoni statunitensi.
Questa subordinazione ha trovato la sua massima espressione nella questione ucraina, nell’accettare l’eventualità di un conflitto su vasta scala nel proprio continente.

La guerra è già qui e ora.
Possiamo tranquillamente affermare che il golpe di un anno fa a Kiev ha rotto un tabù durato oltre 60 anni: quello della deterrenza del terrore. Chi sta conducendo questa pericolosissima partita sulla pelle di miliardi di persone e del pianeta, ovviamente non ha messo in conto un conflitto termonucleare. Gli apprendisti stregoni di questo gioco molto pericoloso hanno solo intenzione di svuotare dall’interno il potere dei loro avversari, sperando di rovesciare chi oggi siede al Cremlino esattamente come è stato fatto con Yanukovich. Ma paradossalmente la loro aggressività dà più forza al nuovo zar di Mosca. Ciò porterà i suoi avversari ad aggiungere di volta in volta un passo in più verso la guerra. Fino al punto di non ritorno.
Oggi, se c’avete fatto caso, non si parla più di “missioni umanitarie”. La guerra è una parola ben definita, accettata, persino esibita come possibilità del tutto legittima. Un lessema quotidiano che rende del tutto nomale e possibile questa eventualità.
Siamo già in un’era di barbarie.
Le future generazioni, se saranno uscite dalla realtà ribaltata dei nostri media, dove le vittime sono carnefici e viceversa, considereranno questi governanti alla stregua dei gerarchi nazisti che hanno condotto la comunità internazionale alla seconda guerra mondiale.
Ma per una seconda Norimberga, se ci sarà ancora il genere umano, dovremo pensare a ben altro che a un cambio di governo.
Questi stati criminali, queste classi dirigenti di nani irresponsabili che giocano in borsa come nei vari teatri del conflitto, vanno abbattuti con la più ferma mobilitazione popolare.

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