Stefano Delle Chiaie – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 11 Feb 2026 21:26:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’Italia nera https://www.carmillaonline.com/2019/08/08/litalia-nera/ Thu, 08 Aug 2019 21:02:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54021 di Armando Lancellotti

Claudio Vercelli, Neofascismi, Edizioni del Capricorno, Torino, 2018, pp. 188, € 16.00

Claudio Vercelli, docente di storia dell’ebraismo all’Università cattolica di Milano e collaboratore dell’Istituto Salvemini di Torino, ha recentemente svolto un approfondito lavoro di ricerca sulla storia del neofascismo italiano, poi confluito in questo interessante volume. In poco meno di 200 pagine, organizzate in 6 capitoli che si snodano secondo un criterio cronologico, Vercelli affronta una materia molto complessa ed un arco temporale che copre settant’anni di storia italiana, nella convinzione che leggere e studiare le vicende della destra [...]]]> di Armando Lancellotti

Claudio Vercelli, Neofascismi, Edizioni del Capricorno, Torino, 2018, pp. 188, € 16.00

Claudio Vercelli, docente di storia dell’ebraismo all’Università cattolica di Milano e collaboratore dell’Istituto Salvemini di Torino, ha recentemente svolto un approfondito lavoro di ricerca sulla storia del neofascismo italiano, poi confluito in questo interessante volume. In poco meno di 200 pagine, organizzate in 6 capitoli che si snodano secondo un criterio cronologico, Vercelli affronta una materia molto complessa ed un arco temporale che copre settant’anni di storia italiana, nella convinzione che leggere e studiare le vicende della destra estrema italiana, oltre che a far comprendere quella particolare area politica, le sue idee, i suoi progetti ed il suo operato nel corso degli anni, possa contribuire anche ad approfondire in controluce momenti importanti della storia repubblicana. L’autore sceglie di limitare il più possibile il ricorso alle note e alle citazioni, in tal modo rendendo molto scorrevole ed agile la lettura del libro ed inserisce, distribuendolo in modo omogeneo nel corpo del testo, una sorta di glossario dei termini e dei concetti chiave necessari per la comprensione del fenomeno del neofascismo italiano.

La tesi che Vercelli espone fin da subito nell’Introduzione è che la storia della destra radicale e neofascista italiana sia il “reciproco inverso” della storia della Repubblica, cioè della democrazia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo. Paradossalmente il neofascismo italiano, dopo la sconfitta del 1945, trova la sua ragion d’essere nel proprio opposto, ovverosia nella natura parlamentare, democratica, pluralista ed antifascista delle nuove istituzioni repubblicane, che prendono in mano la guida di quel paese che era stato la culla del fascismo. Pertanto, riflette Vercelli, nonostante le diverse forme assunte dal neofascismo italiano, dal 1945 – quando prevalgono ancora nostalgia per il passato prossimo e rancore contro i nemici – fino ad oggi – quando le formazioni dell’estrema destra più seguite, come Casa Pound, parlano di “fascismo del terzo millennio” – la «radice comune è la posizione antisistemica, ossia l’intenzione di mutare […] il “sistema” istituzionale, politico e finanche culturale della democrazia contemporanea. Negandone la radice egualitaria, che il neofascismo denuncia come una perversione dell’ordine naturale delle cose» (p. 9).

Nonostante la sconfitta nella guerra ed il crollo subiti tra il 1943 e il 1945, il fascismo ha continuato ad essere un soggetto politico presente nel nostro paese per tre ragioni fondamentali: in primo luogo, un’esperienza politica e poi un regime così duraturi come quelli mussoliniani non potevano scomparire improvvisamente, poiché troppo profondo era stato il loro radicamento nel paese. In secondo luogo, dopo il ’45 ciò che rimaneva del fascismo attira le attenzioni di quelle componenti conservatrici della società italiana che fasciste non sono, ma che coi reduci del fascismo intendono formare un “blocco d’ordine” capace di arginare i cambiamenti in atto nel paese. Infine, la contrapposizione tra i due blocchi della guerra fredda e la volontà, interna ed esterna al paese, di evitare lo spostamento italiano su posizioni apertamente filocomuniste, produce l’effetto della mancata epurazione e – come insegna Pavone – della netta prevalenza della “continuità” politico-istituzionale dello Stato rispetto al “cambiamento” auspicato dalle forze resistenziali partigiane. A questo si aggiunga che, come cent’anni fa, ancora oggi il neofascismo pretende di essere riconosciuto come forza politica rivoluzionaria: una rivoluzione che assume la forma della “reazione”, o meglio, si potrebbe dire, quella del “ritorno”, del “recupero” di un passato puro (in realtà mitico ed astorico) e di un presunto stato “naturale” sconvolto dalla corruzione della modernità, che avrebbe prodotto la democrazia, l’egualitarismo, il cosmopolitismo, considerati disvalori e perversioni della società. Al materialismo, al pragmatismo utilitaristico, all’economicismo, alla quantità equivalente della democrazia devono contrapporsi la qualità elitaria dell’aristocraticismo, lo spiritualismo, l’eroismo disinteressato del guerriero, la tradizione, il radicamento. Insomma una politica fatta più di evocazione suggestiva del mito e di estetica del gesto e dello stile esistenziale che di analisi razionale della realtà materiale, storica e sociale.

Nella prima parte del libro vengono considerati i primi anni dopo il crollo della Repubblica sociale e l’avvento della Repubblica e della democrazia. Per i fascisti italiani è il tempo del disorientamento, della difficoltà – per i più coinvolti con il regime di Salò – di nascondersi, di scappare, di cambiare identità o anche solo di passare inosservati, aspettando l’evoluzione della situazione interna al paese. Ma è anche il tempo della rivendicazione delle proprie convinzioni e dei primi tentativi di riorganizzazione, così come della accusa di codardia verso i “traditori” del 25 luglio e della elaborazione della figura del “proscritto”, cioè di colui che viene, ma soprattutto vuole, essere messo al margine della nuova società democratica ed antifascista che disprezza. La condizione del proscritto, rivendicata come segno distintivo ed elettivo, è quella che maggiormente accomuna i reduci di Salò e che ne rinserra le file. Figure di riferimento di quel primo periodo sono innanzi tutto Pino Romualdi, collaboratore di Pavolini e vicesegretario del Partito repubblicano fascista, che fin da subito cerca di stabilire contatti con i servizi segreti americani in funzione anticomunista e il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas. Il luogo dove il neofascismo inizia ad organizzarsi è Roma, in cui la presenza di un clero disposto ad aiutarli e a nasconderli, permette ai reduci di Salò di sfuggire alla cattura. Le prime azioni sono soprattutto atti velleitari e dimostrativi, che intendono recuperare lo spirito dell’arditismo e delle provocazioni squadriste in stile futurista del fascismo delle origini. Ma poco dopo comincia ad emergere anche un altro atteggiamento, quello che non disdegna l’idea dell’avvicinamento ai partiti conservatori del nuovo arco costituzionale e alla Democrazia cristiana in particolare; indirizzo che poi sfocerà nella fondazione del partito neofascista legalitario, il Movimento sociale italiano (MSI).

Il neofascismo italiano nasce in ogni caso dal trauma della sconfitta, che impone un processo di metabolizzazione e di ripensamento complessivo dell’esperienza del regime, che conduce i neofascisti a giudicare il fascismo regime come una “rivoluzione mancata”, soprattutto a causa delle componenti conservatrici della società italiana, che avrebbero usato solo strumentalmente il fascismo; oppure come “terza via” tra collettivismo comunista e liberismo capitalista; oppure, infine, come “rivolta” contro la modernità. Nel secondo e nel terzo caso c’è evidentemente la volontà di smarcare il fascismo dal suo passato per dargli la possibilità di rappresentare un’opzione politica per il futuro.  Tra il 1945 e il ’46 i neofascisti più disposti ad imboccare la via legalitaria individuano nell’anticomunismo la merce di scambio da offrire alle forze conservatrici in cambio di un allentamento dei provvedimenti penali e punitivi contro gli ex repubblichini. Spiega di seguito Vercelli come gli eventi del giugno 1946, il referendum istituzionale e il varo dell’amnistia Togliatti, mettano i neofascisti nella condizione di tornare ad agire più scopertamente rispetto ai mesi precedenti, separandosi definitivamente dai monarchici (che fondano un loro partito) e avvalendosi della scarcerazione di molti militanti che tornano a fare attivismo politico e si impegnano nella fondazione dell’MSI del dicembre del 1946.

Ma accanto alle iniziative politicamente legali, Vercelli richiama l’attenzione su una miriade di opuscoli, giornali, riviste, semplici fogli, pubblicazioni di ogni genere e tipo, inizialmente clandestini, a cui si aggiungono gruppi, altrettanto illegali, come l’Esercito Clandestino Anticomunista (ECA) o i FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria), fondati da Romualdi stesso.  La prolificità editoriale dell’estrema destra neofascista, che si affianca a quella dei gruppi dell’attivismo politico militante, è un tratto costante del neofascismo italiano, dalle sue origini fino ad oggi, anche nei momenti di oggettivo e netto svantaggio, quantitativo e qualitativo, politico, culturale e sociale rispetto alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare e attesta la presenza e la permanenza nel nostro paese di un’area politica, di un pezzo di società e di una parte dell’opinione pubblica inequivocabilmente fascisti, che, pur assumendo forme parzialmente diverse a seconda del mutare dei tempi e del contesto sociale, tengono fermo il riferimento al fascismo storico e ai suoi principi fondamentali.

Fin da subito, la prima distinzione interna alla destra estrema si sviluppa sull’alternativa tra l’accettazione «almeno formale e di circostanza, del parlamentarismo e delle istituzioni repubblicane» (p. 43), salvo prefiggersi lo scopo ultimo di sovvertirle se e quando possibile e la scelta eversiva della lotta senza quartiere ed esclusione di colpi contro l’assetto democratico della Repubblica italiana. La distinzione tra “eversione” e “legalità” va poi ulteriormente dettagliandosi, anche all’interno dello stesso partito ammesso alla legalità parlamentare, per esempio nelle posizioni dei reduci veri e propri, dei nostalgici del regime e della repubblica di Salò, i quali andranno via via perdendo posizioni, sia per evidenti ragioni generazionali sia per la passività e l’inconcludenza della posizione sul piano politico. Segue poi la posizione dei sostenitori della sola via legale, che si concretizza nel partito il quale però è chiamato ad affrontare fin da subito evidenti contraddizioni: i suoi dirigenti sono prevalentemente settentrionali e reduci di Salò, mentre l’elettorato è di gran lunga più consistente al Sud e legato al ricordo del «fascismo di regime, quello dai connotati notabiliari, fortemente conservatori» (p. 57). Sul piano ideologico poi, la “sinistra”, che recupera il programma di “socializzazione” di Salò, la suggestione della “terza via” e che si colloca su posizioni “antiamericane”, si scontra con le posizioni moderate aperte all’”atlantismo”, che sfoceranno più tardi nel collateralismo alla DC. Infine si configura anche la posizione, sostanzialmente eversiva, degli “spiritualisti”, ovverosia di coloro per i quali il fascismo come “idea” trascende le sue manifestazioni storiche particolari e si presenta come una “visione del mondo” che valorizza l’aspetto “spirituale” dell’uomo di contro a quello “economico-materiale” e pertanto individua i propri principi fondamentali nella “tradizione”, nella “comunità” e nella “identità” – vale a dire nella “razza” – nel “nazionalismo”, nella “gerarchia” come ”ordine naturale” che si regge sulla “disciplina”, nel rifiuto della modernità e dell’intero suo portato politico e culturale. Si tratta di quella parte dell’estrema destra neofascista che ha gravitato per molto tempo attorno a Julius Evola e che ancora oggi continua a richiamarsi a quel bagaglio di idee e che individua l’essenza e l’eccentricità del fascismo nella figura estetico-esistenziale del “legionario”, cioè del militante disciplinato, virile e combattivo che è «pronto a trasformare la propria esistenza in una continua impresa indirizzata al combattimento» (p. 47). È il “soldato politico”, parte di una élite aristocratica che si distingue dalla massa per destino, prima ancora che per volontà.

Ai suoi esordi il programma dell’MSI si concentra sull’anticomunismo, sul nazionalismo, sul richiamo ai progetti sociali della RSI, sull’idea di Stato forte e sul rifiuto della democrazia. Dopo pochi mesi di segreteria di Giacinto Trevisonno, durante la fase di gestione collegiale del partito e non potendo Romualdi assumere incarichi per ragioni giudiziarie, è Giorgio Almirante che dal giugno del ‘47 ricopre la carica di segretario della giunta esecutiva e di seguito quella di segretario del partito. Almirante intende mantenere un forte legame con l’esperienza della RSI e ripropone i temi dell’anticapitalismo e dell’antiamericanismo. Gli ultimi anni ’40 sono quelli dell’assestamento per l’MSI e nel frattempo i governi democristiani chiudono definitivamente la fase delle comunque blandissime epurazioni. Con la fine della segreteria Almirante (gennaio 1950), che viene sostituito da De Marsanich, è la parte moderata del partito a prevalere, per poi stabilizzarsi definitivamente con la scelta della linea del collateralismo nei confronti della DC, operata tanto dallo stesso De Marsanich, fino al 1954, quanto da Michelini, che guida il partito per ben quindici anni, fino al 1969. Neppure l’ingresso e l’assunzione di incarichi nel partito da parte di Rodolfo Graziani e di Junio Valerio Borghese, salutati con speranze sia dalla sinistra sociale dell’MSI sia dalla destra tradizionalista e spiritualista evoliana, producono un cambiamento della rotta politica moderata, ed è in questo contesto che nel 1956, Pino Rauti, su posizioni di tradizionalismo evoliano, esce dal partito e fonda l’associazione politico-culturale Centro Studi Ordine Nuovo (CSON).

Per Rauti – spiega Vercelli – «si trattava di trovare nuovi riferimenti alla tradizione culturale, ai simbolismi e alla mitografia neofascista. Ne derivarono alcuni risultati, destinati a lasciare un lungo segno. Il primo fu la piena e definitiva nobilitazione dell’impostazione evoliana, quella sospesa tra aristocraticismo, tradizionalismo, ed esoterismo» (p. 75). Il materialismo, l’edonismo, il consumismo, che trovano il loro equivalente giuridico-politico nel parlamentarismo democratico, devono essere combattuti attraverso forme di militanza politica che si richiamano ai movimenti legionari di estrema destra, come quello della Guardia di Ferro di Codreanu, nella Romania degli anni Trenta e Quaranta. Per superare la logica dell’alternativa tra Oriente e Occidente, viene elaborata la teoria dell’”Europa Nazione”, che – fa notare Vercelli – riprendendo l’idea nazista della “Fortezza Europa”, sfocia in una sorta di “europeismo suprematista”, che declina l’idea nazionalistica sul piano continentale europeo. Quando nel 1969, con il ritorno di Almirante alla segreteria del Movimento sociale, Rauti decide di rientrare nel partito, la componente più intransigente di Ordine Nuovo non sposa questa scelta rautiana e fonda il Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON). Complessivamente l’esperienza di Ordine Nuovo, riflette Vercelli, costituisce «una pietra miliare nella storia della destra estrema italiana» (p. 75), sia perché molte delle sue idee sopravvivono all’organizzazione stessa e ricompaiono in altre formazioni e gruppi del neofascismo italiano fino ad oggi, sia perché «la sua traiettoria operativa s’incrociò più volte con lo strutturarsi di quel livello parallelo e non ufficiale di attività militare, lo Stay-behind, che in Italia già dal 1956 implicò la nascita dell’organizzazione Gladio» (pp. 78-79). Pertanto Ordine Nuovo è stato parte essenziale ed attore tra i principali di quella “strategia della tensione” che si è poi concretizzata nello “stragismo”, in stretta collaborazione con servizi segreti deviati ed appartati occulti dello Stato, tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, da piazza Fontana alla Stazione di Bologna.

Gli anni Sessanta della destra eversiva italiana si aprono con la fondazione di una nuova organizzazione – Avanguardia nazionale – ad opera, tra gli altri, di un rautiano già coinvolto nelle attività di CSON: Stefano Delle Chiaie. Osserva Vercelli che «Avanguardia nazionale si rifaceva alla RSI come a diversi aspetti del nazionalsocialismo, giudicando fattibile una battaglia contro la democrazia solo attraverso la formazione di militanti tanto disciplinati quanto animati da un fideismo totale, nello “stile legionario” che doveva contraddistinguere le avanguardie della “rivoluzione nazionale”» (pp. 82-83). L’organizzazione di Delle Chiaie e poi di Adriano Tilgher è apertamente favorevole a soluzioni golpiste ed intrattiene rapporti coi regimi militari dell’America latina, di Spagna, Portogallo e soprattutto Grecia. Si impegna negli scontri di piazza e all’interno del mondo studentesco e universitario; il suo coinvolgimento nelle trame eversive e terroristiche di quegli anni è tale che nel 1976 viene dichiarata fuori legge. Altri eventi rilevanti di quel decennio sono il cosiddetto “piano Solo”, ovvero il tentato colpo di Stato ordito dal comandante dell’Arma dei Carabinieri, il generale Giovani de Lorenzo; l’uscita dall’MSI di Junio Valerio Borghese (1968), che dà vita al Fronte Nazionale, che due anni dopo sarà in prima fila nell’organizzazione del cosiddetto “golpe Borghese”. Una formazione politica dai progetti velleitari – tanto quanto il tentativo fallito di sovvertimento dell’ordine costituito – che, osserva Vercelli, ripropone vecchi cliché politici, che non vanno al di là della nostalgia del fascismo storico, proprio in un momento in cui, anche nell’area dell’estremismo di destra, sorgono nuovi fermenti e soprattutto l’esigenza di ripensare la militanza politica neofascista in modo indipendente dal passato.

Proprio per queste ragioni, in quegli anni hanno successo anche in Italia le idee di Jean-Francǫis Thiriart, fondatore nel 1962 di Jeune Europe, teorizzatore del “comunitarismo”, vale a dire di una confusa visione politica che intende proporsi come sintesi e quindi superamento dell’opposizione fascismo-comunismo, che riprende e corrobora l’idea di Europa Nazione, come “terza via” possibile nel mondo della contrapposizione tra blocchi, che, assumendo posizioni di antiamericanismo ed antisionismo, intende tanto opporsi al neoimperialismo, appoggiando i paesi non allineati o simpatizzando per il “guevarismo”, quanto rifiutare il materialismo edonistico ed il meticciato privo di radici, rappresentati dal modello statunitense. Idee che attraggono i giovani italiani cresciuti nell’area della destra radicale, in cerca di idee alternative tanto a quelle del conservatorismo legalitario dell’MSI, quanto a quelle del golpismo vecchio stampo. È da qui che iniziano a dipanarsi i fili di un percorso politico di lungo periodo, che ancora oggi è chiaramente presente nelle posizioni “rosso-brune” variamente espresse di volta in volta da Forza Nuova o da Casa Pound.

Il decennio 1969-1979, che Vercelli definisce “La stagione delle bombe”, è contraddistinto dai tentativi sempre più evidenti della destra estrema italiana di tagliare il cordone ombelicale col fascismo storico vissuto in modo nostalgico, perché «paralizzante rispetto a qualsiasi concreta azione politica» (p. 103). Da queste premesse prendono il via diverse linee di sviluppo politico: una è quella che si rifà al nazionalsocialismo e ad altre forme di fascismo di movimento e di militanza legionaria come le già ricordate Guardie di Ferro rumene o le Croci Frecciate ungheresi, perché ritenuto più capace di fornire una visione globale ed organica del mondo, il primo, e un modello valido di militanza, di fatto molto simile a quello evoliano del “soldato politico”, le seconde. Si tratta di idee che sostanziano le posizioni radicalmente eversive di Franco Freda, che con il suo “La disintegrazione del sistema”, ricorda Vercelli, diviene una figura carismatica di primissimo piano per il mondo dell’ultra destra italiana. Il passaggio successivo è quello della costituzione di nuove formazioni eversive, che prendano il posto delle ormai tramontate formazioni storiche (Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), che rompano definitivamente – almeno nelle dichiarazioni – con l’MSI, considerato ormai come un partito di delatori, rinnegati, traditori compromessi col sistema che dovrebbero combattere e infine che, anche nel tentativo di competere con la forza superiore delle organizzazioni della lotta armata comunista, intraprendano la via dell’eversione terroristica, da interpretare nel modo più violento e duro possibile. Da queste premesse nascono sia Terza Posizione, di Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi, Giuseppe Dimitri, sia i Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo eversivo esclusivamente terroristico che in Giuseppe Valerio (Giusva) Fioravanti trova l’esponente più rappresentativo della sua essenza criminale.

Sul piano ideologico Terza posizione ripropone la prospettiva “nazionalrivoluzionaria” e mescola idee vecchie e nuove del fascismo e del neofascismo italiani: allo “Stato organico” come superamento dei conflitti di classe, al fascismo come “terza via” e al “socialismo nazionale”, alla difesa della “tradizione”, al ruolo politico delle “avanguardie consapevoli”, si aggiungono la teoria dell’Europa Nazione, il rifiuto dell’atlantismo missino, il coinvolgimento popolare nella lotta rivoluzionaria, l’attenzione per le marginalità sociali e per il mondo giovanile e di conseguenza il radicamento nel territorio e nei quartieri con la promozione di iniziative dal basso di mobilitazione e protesta, il sostegno alle lotte di liberazione nazionale, ma in quanto interpretate come movimenti di salvaguardia delle tradizioni dei popoli. Delle due anime dell’organizzazione, una – precisa Vercelli – più spontaneista e una invece (quella di Fiore e Adinolfi) che ritiene «indispensabile dotarsi di una filiera gerarchica e paramilitare per garantire la continuità organizzativa» (p. 131), è la seconda a prevalere nettamente, mentre lo spontaneismo armato e violento trova nei NAR le condizioni ideologiche e pratiche per la sua realizzazione compiuta. «I NAR, quindi, si svilupparono da subito, di contro all’esperienza di Terza Posizione, come una struttura aperta e acefala, una sorta di sigla-brand sotto la quale potevano riconoscersi soggetti anche molto diversi, ma accomunati dall’identità fascista e dalla disposizione al ricorso alle armi» (p. 134). Fioravanti, la Mambro e tutti gli altri si rifanno, aggiornandola ed adattandola al contesto degli anni in cui i NAR sono operativi (1977-1982), alla tradizionale idea fascista del primato della prassi sulla riflessione, dell’azione che fonda e giustifica se stessa, della violenza come mezzo di lotta politica non solo lecito, ma assolutamente necessario, in quanto atto che permette l’affermazione della forza guerriera degli individui superiori e che pertanto ristabilisce il naturale ordine della disuguaglianza. L’esaltazione della violenza, del ricorso necessario alle armi, della spontaneità autogiustificante dell’atto di forza, da un lato e la debolezza e la labilità ideologiche, dall’altro, conducono i NAR ad intrattenere relazioni sempre più strette con organizzazioni della malavita comune, come la banda della Magliana o la mala del Brenta. Insomma, spiega Vercelli, l’esperienza politico-terroristica dei NAR si sviluppa in direzione di un nichilismo individualistico destinato a concretizzarsi in un bagno di sangue privo di alcun senso, cioè del tutto fine a se stesso. E ancora una volta sono suggestioni evoliane, quelle dell’ultima fase della riflessione del filosofo fascista, che impregnano e supportano l’agire della più violenta tra le formazioni dell’estrema destra eversiva italiana.

In quegli stessi anni, nell’area dell’estrema destra legale e in collegamento con il partito, si sviluppano però anche altre iniziative, che, di fronte alle difficoltà di conseguire concreti risultati politici, spostano l’asse della loro azione sul piano sociale e soprattutto culturale, cioè “metapolitico”, secondo l’espressione usata a destra e in questo contesto rientrano le esperienze dei tre Campi Hobbit (1977, 1978, 1980), che per la prima volta promuovono il fenomeno della musica e dei gruppi musicali di destra, oppure di esperienze e sperimentazioni artistiche, grafiche e comunicative che possano rappresentare forme nuove di aggregazione e mobilitazione per i giovani dell’estrema destra, stanchi delle modalità tradizionali missine e che in qualche modo possano emulare le forme aggregative dell’estrema sinistra, per competere con esse.

Con il passaggio al decennio successivo, in un quadro complessivo di riflusso e declino generalizzato della partecipazione e della militanza politiche, è proprio il piano “metapolitico” quello su cui a destra si lavora con più convinzione, attraverso un consistente numero di iniziative editoriali, spesso di bassissima tiratura e di effimera durata, ma che dimostrano in ogni caso una certa vivacità dell’area politica del neofascismo italiano, che si avvale anche delle idee della cosiddetta Nuova Destra di Alain de Benoist, che dalla Francia approdano in Italia. Il bagaglio ideologico rimane sostanzialmente sempre lo stesso degli anni e dei decenni precedenti, ma si lavora soprattutto sul piano “metapolitico” e “culturale”, anche attraverso il filtro della letteratura e dell’immaginario del genere fantasy e con il fine ultimo di conquistare una posizione di “egemonia culturale”, «intesa come capacità di influenzare in maniera decisiva l’opinione pubblica, orientandone gli atteggiamenti, le preferenze e, in immediato riflesso, le scelte» (p. 156).

L’ultima parte dell’interessante saggio di Vercelli è dedicata al periodo 1992-2019, dalla fine della prima Repubblica ad oggi, in cui va profilandosi lo scenario di un nuovo neofascismo, con la diffusione innanzi tutto del fenomeno dei gruppi skinhead (Azione Skinhead, Circolo Ideogramma, Veneto Fronte Skinhead, ecc) e con la loro capacità di infiltrazione delle tifoserie calcistiche ultras e poi con l’attivismo via via crescente delle due formazioni politiche più dinamiche in questi anni: Forza Nuova e Casa Pound Italia. La prima, nota Vercelli, è più evidentemente legata all’ex militanza e all’esperienza politica di Terza Posizione di Fiore ed Adinolfi e mantiene un’impostazione ideologica decisamente più dogmatica ed ortodossa che si incentra su tradizionalismo, vetero cattolicesimo, antisemitismo, omofobia, identitarismo, sovranismo, avversione per lo straniero e rifiuto del meticciato, antimondialismo, anticapitalismo, ma da intendersi non tanto come messa in discussione delle strutture del modo di produzione capitalistico, quanto piuttosto come avversione nei confronti del sistema bancario e finanziario internazionale (associato al sionismo). La seconda, seppur il suo armamentario ideologico non si discosti poi più di tanto e in modo sostanziale da quello di Forza Nuova, si propone come una formazione politica meno rigida e dogmatica, più capace di muoversi sul piano “metapolitico” e su quello del radicamento nel territorio e nei quartieri, con la promozione di iniziative dal basso di mobilitazione sociale. Nonostante che sul piano elettorale nazionale, entrambe le formazioni politiche abbiano raccolto esiti del tutto irrilevanti (diverso è il discorso riguardante le aree tradizionalmente di maggior radicamento), anche grazie alle recenti e sempre più frequenti relazioni di Casa Pound con la Lega di Salvini, gli obiettivi dei neofascisti di ottenere una posizione di maggiore visibilità e rilevanza e di “occupare” un’area dell’opinione pubblica e dell’immaginario diffuso con alcune delle idee fondamentali dell’estrema destra, sembrano purtroppo essere stati conseguiti. Ma questo è un discorso che merita maggiori approfondimenti e più accurate analisi, essendo una pagina ancora aperta e in fieri della storia “nera” italiana che dura esattamente da un secolo.

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La strategia della tensione e i mezzi di informazione. “Guerra psicologica” e controinformazione https://www.carmillaonline.com/2016/08/24/la-strategia-della-tensione-mezzi-informazione-guerra-psicologica-controinformazione/ Wed, 24 Aug 2016 21:30:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32570 di Alberto Molinari

eco_del_boato_coverMirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 445, € 28,00.

Sei stragi che provocarono 50 morti e 346 feriti (dalle bombe di Piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, a quelle sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974), diverse minacce o tentativi di colpo di Stato, uno stillicidio di attentati e atti di violenza segnarono quella trama eversiva definita per la prima volta dal quotidiano inglese “The Observer”, all’indomani di Piazza Fontana, come “strategia della tensione”: è [...]]]> di Alberto Molinari

eco_del_boato_coverMirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 445, € 28,00.

Sei stragi che provocarono 50 morti e 346 feriti (dalle bombe di Piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, a quelle sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974), diverse minacce o tentativi di colpo di Stato, uno stillicidio di attentati e atti di violenza segnarono quella trama eversiva definita per la prima volta dal quotidiano inglese “The Observer”, all’indomani di Piazza Fontana, come “strategia della tensione”: è questo l’oggetto della ricerca di Mirco Dondi, docente di Storia contemporanea e direttore del Master di comunicazione storica all’Università di Bologna. L’”eco del boato”, richiamato nel titolo, è «tutto ciò che lascia l’esplosione dopo il suo scoppio». «Un rilevante atto terroristico – scrive Dondi – proietta il suo peso sui principali eventi dell’agenda politica, caricandoli dei significati generati dall’atto criminale. L’attentato produce un effetto domino sulla scena pubblica che ne esce completamente reinterpretata» (p. 3). L’”eco del boato” è quindi il cuore della strategia della tensione che l’autore ricostruisce nei suoi risvolti teorici, nelle sue pratiche e nei suoi obiettivi lungo il decennio 1965-1974. Attraverso il ricorso ad un’ampia bibliografia e l’intreccio di numerose fonti – atti delle commissioni di inchiesta, documenti giudiziari, rapporti di polizia, stampa nazionale e internazionale, memorialistica e saggistica coeva – la ricerca analizza il comportamento dei diversi attori coinvolti nell’elaborazione e nella realizzazione delle strategia della tensione, dai soggetti politici e istituzionali, agli apparati militari e alle organizzazioni neofasciste. Attori che si mossero con disegni a volte diversi, ma con una comune volontà di condizionare o modificare radicalmente lo scenario politico, minando in senso antidemocratico l’assetto politico repubblicano.

La prima parte del volume è dedicata alle origini e ai presupposti teorici della strategia della tensione, maturati nel clima della guerra fredda quando l’Italia divenne di fatto un paese a sovranità limitata, condizionato dalla strategia anticomunista promossa dagli Stati Uniti tramite la Cia e strutture occulte come la rete militare Stay behind. Nella parte più corposa del testo (cinque capitoli) Dondi analizza la strategia della tensione in atto, tra il 1969 e il 1974, ricondotta in un quadro di insieme grazie ad un solido filo narrativo che riordina una materia estremamente complessa, individuandone le linee di fondo, l’evoluzione, le diverse articolazioni, contraddizioni e sfumature, poste in relazione ai mutamenti delle dinamiche politiche e del contesto sociale. Nella densa trattazione di Dondi, tra i numerosi temi e spunti interpretativi che meriterebbero di essere segnalati, ci soffermiamo sull’analisi del ruolo dell’informazione, un aspetto centrale e innovativo della ricerca, rivolto soprattutto all’ambito della carta stampata (sono oltre cento le testate, nazionali e internazionali, citate dall’autore).

I mezzi di informazione svolsero un ruolo rilevante nella guerra psicologica, fondamentale strumento, insieme alla guerra non ortodossa, della strategia della tensione. Messe a punto negli anni Cinquanta dal Pentagono, le caratteristiche della guerra non ortodossa (definita anche guerra rivoluzionaria) e della guerra psicologica furono al centro del convegno organizzato a Roma nel maggio 1965 dall’istituto Pollio – considerato l’«atto fondativo della strategia della tensione» (p. 49) – al quale parteciparono numerosi protagonisti della stagione eversiva: estremisti neri come Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, militari come il generale Giuseppe Aloia e il colonnello Amos Spiazzi, uomini dei servizi come Guido Giannettini.
La guerra non ortodossa prevedeva la pianificazione di strutture paramilitari e la realizzazione di azioni “coperte” «decise da una selezionata cerchia di èlites militari e politiche, al di fuori delle procedure istituzionali e all’oscuro del parlamento» (p. 7). Pensata inizialmente in funzione difensiva rispetto a un ipotetico attacco dell’Urss, negli anni Sessanta la guerra non ortodossa venne concepita come uno strumento rivolto anzitutto contro il “nemico interno” (le sinistre, in primo luogo il Pci). Il suo scopo era destabilizzare il quadro politico attraverso azioni terroristiche attribuite, secondo il meccanismo della provocazione, al “nemico”, per poi stabilizzare, modificando gli equilibri politici in senso conservatore o autoritario, se necessario anche attraverso azioni golpiste.

Nella strategia della tensione, la guerra non ortodossa rappresentava il momento dell’azione, quella psicologica il resoconto dell’azione inteso come una forma di condizionamento e di persuasione attuata attraverso la strumentalizzazione della paura e del senso di insicurezza generati dall’atto terroristico. Un compito decisivo spettava ai mezzi di informazione che dovevano diffondere l’allarme per il disordine, imporre una versione “ufficiale” degli eventi funzionale alle demonizzazione del “nemico” additato come responsabile del caos, spingere l’opinione pubblica verso una richiesta di ordine.
All’interno della guerra psicologica, nota Dondi, la narrazione pubblica dell’evento assume un ruolo fondamentale: «la notizia sovrasta l’attentato perché l’andamento del “conflitto” dipende dal significato che si attribuisce all’atto violento: l’informazione è responsabile dell’esito finale. […] La guerra psicologica giunge al suo esito quando la prefabbricata costruzione degli eventi permea il senso comune. Se le versioni di un evento entrano in forte conflitto tra loro, sia per le dinamiche della ricostruzione sia per il peso bilanciato delle testate che le sostengono, l’obiettivo rischia di non essere raggiunto» (p. 63). Risultava perciò indispensabile pianificare il flusso delle informazioni, a partire dalle agenzie di stampa – spesso legate agli ambienti di estrema destra e ai servizi segreti nazionali e statunitensi – in grado di realizzare la prima «trasformazione del fatto accaduto in notizia» (p. 76) attraverso la selezione e la manipolazione delle informazioni da veicolare alle testate giornalistiche.

Secondo le indicazioni scaturite dal convegno romano, i mezzi di informazione avrebbero dovuto «additare il nemico all’opinione pubblica, denunciandone la permanente minaccia» e costruendone «una visione ossessiva e unidimensionale»; in linea con l’impostazione teorica della guerra psicologica, dalla trasformazione dell’avversario politico in nemico assoluto discendeva «la sua criminalizzazione e l’invenzione di un suo progetto cospirativo» (p.70).
Analizzando la composizione dei convegnisti presenti al Pollio appare con evidenza la connessione tra ispiratori delle trame eversive e sistema informativo. Oltre a giornalisti di esplicita tendenza neofascista (come Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”), al convegno parteciparono i direttori di sei quotidiani (“Il Messaggero”, “Il Tempo”, “La Nazione”, “Roma”, “Il Giornale d’Italia”, “Il Corriere lombardo”) rilevanti per la loro complessiva diffusione, per la dipendenza da poteri economici “forti”, per i rapporti che legavano alcuni organi di stampa ai servizi segreti. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, saranno queste ed altre testate, che Dondi definisce edotte, al corrente delle strategie, oltre a quelle consenzienti (come il “Corriere della Sera”) – portate ad accettare acriticamente la versione ufficiale degli eventi, per conformismo o convenienza – a convogliare la guerra psicologica diffondendo le notizie pianificate dalle autorità politiche e militari.

2. Il-Corriere-della-Sera_13-dicembe1969La stagione stragista matura in contrapposizione ai movimenti sorti nel biennio 1968/’69, culminato nelle lotte dell’”autunno caldo”. Subito dopo la strage di Piazza Fontana la stampa amplifica il messaggio del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che suggerisce un nesso tra manifestazioni di piazza, disordine e terrorismo per indirizzare l’opinione pubblica su una linea di ritorno all’ordine. Il Quirinale individua i precedenti della strage negli attentati di aprile a Milano, nelle bombe sui treni di agosto, nella morte dell’agente Annarumma, una «tragica catena», secondo le parole di Saragat, che funge da «elemento di raccordo dotato di funzione persuasiva» (p. 162). Diversi quotidiani riprendono l’intervento presidenziale descrivendo un paese in preda al caos, invocando provvedimenti di emergenza e rafforzando la linea narrativa del Quirinale attraverso allusioni alla pista anarchica che si tenta di avvalorare con un posticcio riferimento storico, l’attentato al teatro Diana di Milano del 23 marzo 1921, che aveva provocato 21 morti (si trattava di un gruppo di anarchici individualisti – estranei all’Unione anarchica italiana – che miravano a colpire il questore). La “tragica catena” «si arricchisce così di un nuovo contundente anello che si pone come presupposto di colpevolezza e serve a conferire credibilità alla pista anarchica prima ancora che siano gli inquirenti a rivelarla» (p. 163).
Oltre alle categorie interpretative, all’indomani della strage la stampa fa leva sull’emozione suscitata dall’evento. Titoli cubitali, immagini raccapriccianti, aggettivi ricorrenti (bestiale, orrendo, mostruoso, già presenti nel messaggio di Saragat) «rinfocolano una fenomenologia delle passioni utile a scuotere il panorama politico» (p. 172). Come nota Dondi, la strage è indiscutibilmente orrenda, ma il comune ricorso a quegli aggettivi, in luogo di altre possibili varianti, rimanda all’interpretazione dell’evento veicolata dal discorso presidenziale.

3. FOTO VALPREDANei giorni successivi l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli offrono altri due anelli alla “tragica catena”: alla matrice politica a cui si allude dal 13 dicembre, si aggiungono un “colpevole” e un “suicida”, secondo la versione della questura che presenta la morte dell’anarchico come un’”autoaccusa”.
La morte di Pinelli viene comunicata il 16 dicembre dalla Tv di Stato, senza avanzare alcun dubbio sulla tesi della questura. In serata arriva in diretta, nel momento di massimo ascolto, l’annuncio dell’arresto di Valpreda, attraverso il servizio dell’inviato Bruno Vespa che apre la strada alla «lapidazione» dell’anarchico sulla stampa (p. 189). Dondi analizza in modo puntuale la costruzione del “mostro” anarchico, a partire dal ricorso alle immagini. L’istantanea più utilizzata dai giornali ritrae Valpreda mentre protesta davanti al palazzo di Giustizia di Roma. Valpreda appare «seduto con un giubbotto sportivo, un po’ spettinato, indossa pantaloni bianchi, ha un medaglione in petto in stile beat con la “a” di anarchia mentre saluta con il pugno chiuso: un uomo agli antipodi del comune borghese». Poiché è additato come certamente “colpevole”, «in quell’immagine così efficace e sovrabbondante di simboli c’è la firma inequivocabile. Il ritratto di militanza cambia significato diventando contesto di crimine. Da qui si va per estensione: […] l’estremismo o l’essere fuori dagli schemi diviene marchio di delinquenza. Valpreda con il pugno chiuso è la più potente schedatura mediatica mai realizzata» (p. 192). La strumentalizzazione di Valpreda avviene anche attraverso altre immagini, come quella pubblicata su “Il Tempo”: alla fotografia scattata in ospedale del bambino Enrico Pizzamiglio, che a causa della strage ha perso una gamba, è affiancata, in taglio fototessera, l’immagine di Valpreda: «L’effetto è notevole. L’anarchico è raffigurato con un viso torvo, i capelli sempre scompigliati, la poca luce tra il collo e il mento – oltre al fondo scuro – ne accentuano la ruvidezza, mettendo in risalto la barba appena incolta. A fianco il volto candido, innocente e sofferente del piccolo Enrico» (p. 194).

4. valpredapress2Per distruggere la dignità di Valpreda la stampa scava nella sua vita privata, enfatizza, come marchio di derisione, la sua breve esperienza come “ballerino” (“il ballerino dinamitardo”, titola “Il Giornale d’Italia”) e insiste sulla precarietà dei suoi impieghi per farlo apparire come un velleitario, un fallito. Viene evidenziato anche il suo soprannome (“Cobra”) per delineare «un ritratto da fumetto di avventura», come nella prosa del “Tempo”: «cobra per la sua capacità mimetica, per l’abilità con cui camuffava il suo credo estremista» (p. 199).

A ridosso della strage di Milano poche testate (come “Il Giorno”, “La Stampa”, “Il Mondo”) mantengono un margine di autonomia, cercando di offrire una propria interpretazione dei fatti, e solo la stampa di opposizione (“l’Unità”, “Lotta Continua”, “il Manifesto”, “L’Espresso” e altri giornali legati alla sinistra) contrasta, per ragioni diverse, le versioni ufficiali. In breve tempo però l’attentato del 12 dicembre, l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli producono mutamenti anche nel mondo dell’informazione.
Dondi dedica diverse pagine all’analisi della controinformazione, primo ed efficace tentativo di contrastare la guerra psicologica (per una storia dettagliata della controinformazione negli anni Settanta, si veda A. Giannuli, Bombe ad inchiostro, Milano, Rizzoli, 2008). A Milano e a Roma nascono i comitati dei giornalisti democratici, che si propongono di ripensare e rinnovare la professione, restituendole autonomia e valore civile. Gli eventi milanesi sono l’occasione per una «ridefinizione del concetto di informazione» (p. 220) che cambia radicalmente il modo di concepire il giornalismo. I comitati, che contano su numerose adesioni tra i giornalisti professionisti, in gran parte collocati a sinistra, e su un proprio organo di riferimento (“Bcd”, Bollettino di controinformazione democratica), avviano un importante lavoro di inchiesta, di ricerca della verità sullo stragismo e di denuncia dei meccanismi di manipolazione della notizia, con l’intento di rovesciare il senso comune presente nell’opinione pubblica.

5C strage di stato cInsieme alla controinformazione democratica, nasce la controinformazione militante promossa da giornalisti professionisti e esponenti delle formazioni di estrema sinistra che, richiamandosi ai principi del ’68, svolgono un lavoro di raccolta di informazioni dal basso, utilizzano fonti alternative e contano sulla raccolta di notizie che proviene da un ampio bacino di militanti. In questo contesto prende forma il collettivo che produrrà il volume La strage di Stato, il libro simbolo della controinformazione, uscito il 13 giugno 1970. Il gruppo che realizza il lavoro, incrociandosi con l’inchiesta sulla morta di Pinelli condotta da “Lotta continua”, svolge un capillare lavoro di raccolta e di elaborazione di notizie che provengono da semplici militanti, sindacalisti, docenti universitari, avvocati e magistrati democratici, si avvalgono di informazioni raccolte nelle carceri, di indiscrezioni provenienti da diversi ambienti ai quali i militanti riescono ad avere accesso. Informazioni sulle relazioni tra l’Ufficio affari riservati (Uaarr), il servizio segreto civile, e il gruppo neofascista Avanguardia nazionale giungono dal Sid, il servizio segreto militare. Si tratta però di un’operazione di depistaggio – nell’ambito della rivalità tra servizi, resa più acuta dalla strage di Milano – realizzata per coprire Ordine nuovo, la formazione neofascista legata al Sid da cui provengono gli autori della strage di Milano, e scaricare le responsabilità sull’Uaarr, che intrattiene rapporti privilegiati con Avanguardia nazionale.
Anche se la pista Uaar-An seguita dalla redazione di La strage di Stato impedisce al gruppo di individuare i reali esecutori della strage, il lavoro di inchiesta raggiunge importanti risultati nella decostruzione della pista anarchica e della versione ufficiale sulla morte di Pinelli. Come sottolinea Dondi, grazie al successo politico ed editoriale del libro la controinformazione militante, insieme a quella democratica, inizia a produrre nell’opinione pubblica un mutamento rispetto all’interpretazione dominante. Le tesi della controinformazione vengono riprese e approfondite da altre testate della sinistra tradizionale e di opinione e stimolano la diffusione di libri-inchiesta, film, documentari, spettacoli teatrali, canzoni che contribuiscono ad incrinare ulteriormente la versione dei fatti veicolata attraverso la guerra psicologica.

Nelle successive fasi della stagione stragistica muta progressivamente il ruolo dei mezzi di informazione. Dopo la strage di Peteano, eseguita dagli ordinovisti contro i carabinieri il 31 maggio 1972, «i quotidiani conservatori cercano la strumentalizzazione politica del caso, ma in forma minore rispetto al 1969. Manca il peso del “Corriere della Sera” che dal marzo 1972, con la direzione di Piero Ottone, comincia a percorrere una linea più autonoma dal governo» (p. 293).
Lo sviluppo impressionante delle azioni violente ad opera dello squadrismo neofascista, la diffusione delle tesi della controinformazione che alimentano la mobilitazione antifascista, l’avvio dell’inchiesta della magistratura milanese che orienta le indagini su Piazza Fontana verso il neofascismo contribuiscono a far crescere anche nella stampa di opinione l’allarme nei confronti delle minacce eversive che provengono da destra. «Dalla metà del 1972 all’estate del 1974 – scrive Dondi – la minaccia nera viene progressivamente percepita, nella sua reale pericolosità, da larga parte dell’opinione pubblica. Da questo momento in poi le azioni di marca terroristica dell’estrema destra divengono aperte, chiaramente attribuibili, e processi di mascheramento e di inversione di responsabilità sempre meno credibili» (p. 303).
Nell’aprile 1973 fallisce l’attentato al treno Torino–Roma (viene arrestato il neofascista Nico Azzi, rimasto ferito nel tentativo di far esplodere la bomba che doveva essere attribuita all’estrema sinistra). Il mese successivo l’attentato alla questura di Milano non suscita l’ampio schieramento di stampa confluito sulla linea desiderata dagli strateghi della tensione dopo Piazza Fontana. Nonostante il tentativo di alcuni giornali, come “Il Resto del Carlino”, “Il Tempo e “Il Secolo d’Italia”, di sostenere la tesi dell’anarchismo di Bertoli, l’autore della strage, la fede anarchica dell’attentatore appare subito dubbia: «Gli eventi stragisti e il loro lungo strascico hanno cambiato in maniera sensibile la stampa d’opinione» (p. 320).

6A STRAGE brescia xL’attentato alla questura è l’ultima strage costruita secondo il copione di Piazza Fontana (regia istituzionale, esecutori “neri”, responsabilità da rovesciare sull’estrema sinistra). Cessate le «stragi di provocazione», finalizzate allo scambio di attribuzione dei responsabili, il 1974 si caratterizza per le «stragi di intimidazione dove l’esecuzione nera, anche se non apertamente rivendicata, appare incontrovertibile». L’obiettivo finale rimane il medesimo (modificare i tratti istituzionali del sistema), ma si è passati «da un tentativo di spostare il consenso attraverso la manipolazione degli eventi e la riproduzione del suo effetto distorto sui mezzi di informazione a un attacco frontale, con l’esibizione della propria forza d’urto. E’ saltato il passaggio intermedio nel quale i media dovevano convincere i cittadini sulla necessità di un intervento militare di fronte alla minaccia rossa. Da questo punto di vista la strage della questura ha dimostrato, soprattutto all’ambiente nero, l’inefficacia del travestimento» (p. 335).
In questo quadro si inscrivono le stragi del 1974 (piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio; treno Italicus, 4 agosto). In entrambi i casi la straordinaria risposta antifascista, unita alla denuncia della matrice fascista degli attentati da parte dei principali mezzi di informazione, indicano che il clima è profondamente mutato: «La reazione politica e mediatica di condanna a piazza della Loggia dà l’impressione di assistere a un’inversione del codice ideologico da sempre prevalente nella storia dell’Italia repubblicana. Dopo la strage di Brescia, per la prima volta, l’antifascismo appare prioritario rispetto all’anticomunismo» (p. 361). Il meccanismo della strategia della tensione, così come era stato pensato a partire da metà anni Sessanta e messo in atto tra il 1969 e il 1974, è inceppato e lo stragismo nero «in declino per l’affievolirsi del sostegno internazionale, ma soprattutto – come […] Aldo Moro nota durante la sua prigionia – per la “vigilanza delle masse popolari”, il cui riorientamento rende infruttuosi e nocivi i nuovi atti della strategia della tensione» (p. 411).

Le stragi di Brescia e dell’Italicus segnano la chiusura della strategia della tensione, ma la conclusione è solo «apparente» e non mette al riparo la democrazia da nuove minacce eversive: «Il mancato smembramento degli apparati golpisti condizionerà, seppure in altro modo rispetto al quinquennio 1969-74, anche gli anni successivi» (p. 415). I principali responsabili della stagione stragista resteranno impuniti o sconteranno pene irrisorie. «La verità storica» – sostiene a ragione Dondi – «colma solo parzialmente le falle dell’omertà politica e dell’evasione giudiziaria, lasciando dietro di sé una memoria inquieta» (p. 404).

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Terrorismo, guerra psicologica, manipolazione dell’informazione e costruzione del consenso https://www.carmillaonline.com/2015/12/03/terrorismo-e-guerra-psicologica-manipolazione-dellinformazione-e-costruzione-del-consenso/ Thu, 03 Dec 2015 21:17:55 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27072 di Fiorenzo Angoscini

steranko I recenti avvenimenti francesi (Parigi, 13 novembre) ripropongono all’attenzione generale la funzione del cosiddetto quinto potere: il rapporto tra alcune agenzie di stampa, certuni operatori dell’informazione, testate giornalistiche e gruppi editoriali. In un miscuglio di agenti atlantici, giornalisti-militanti (prevalentemente fascisti) arruolati come consulenti e pennivendoli, vertici militari e dei servizi più o meno segreti, manovali del tritolo, servi senza dignità (politica) e provocatori a tempo pieno. Soprattutto, in riferimento anche ad un recente passato, si può constatare come alcune questioni, per determinati gruppi di pressione, non siano mai superate o passate di moda, ma mantengano piuttosto una [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

steranko I recenti avvenimenti francesi (Parigi, 13 novembre) ripropongono all’attenzione generale la funzione del cosiddetto quinto potere: il rapporto tra alcune agenzie di stampa, certuni operatori dell’informazione, testate giornalistiche e gruppi editoriali. In un miscuglio di agenti atlantici, giornalisti-militanti (prevalentemente fascisti) arruolati come consulenti e pennivendoli, vertici militari e dei servizi più o meno segreti, manovali del tritolo, servi senza dignità (politica) e provocatori a tempo pieno. Soprattutto, in riferimento anche ad un recente passato, si può constatare come alcune questioni, per determinati gruppi di pressione, non siano mai superate o passate di moda, ma mantengano piuttosto una loro freschezza e siano sempre d’attualità così che, teorizzazioni di cinquant’anni fa, possono sembrare enunciate in questi giorni.

In particolare modo è stupefacente la capacità e volontà di amplificare, distorcere, piegare alle necessità politiche, sociali ed economiche, fatti ed avvenimenti apparentemente diversi da quello che sono, manipolando e trasfigurando la realtà. Spiegando che, in nome della lotta al terrorismo mondiale, si possono sacrificare libertà minime, acquisite e consolidate. Cercando di convincere la pubblica opinione che, per sconfiggere il terrore, si deve e si può rinunciare a una quota minima(?) di libertà personali; si può sottostare ad un maggiore controllo poliziesco, accettare l’aumento della produttività (è risaputo che un maggiore impegno lavorativo aiuta a sconfiggere le forze del male) e, infine, assecondare gli immancabili necessari sacrifici, sempre conditi con altre rinunce e privazioni. Una guerra psicologica neppur troppo sottile.

Lo si diceva in premessa: una storia vecchia, ma sempre nuova. Che comincia da lontano.
La seconda guerra mondiale non era ancora finita e già l’Office Strategic Service americano, il precursore della CIA, intesseva rapporti con i fascisti italiani per la futura guerra contro il comunismo, mentre nel giugno del 1950, a Berlino Ovest, viene fondato “Il Congresso per la Libertà della Cultura” (Congress for Cultural Freedom-CCF) sostenuto finanziariamente dalla CIA, la cui vocazione era di riunire gli intellettuali anticomunisti e che sovvenzionava parecchie riviste ed organi di stampa: Preuves in Francia, Encoutern in Gran Bretagna1 e tre servizi di stampa. Uno in inglese (Forum Informations Service) a Londra, l’altro in francese (Preuves Informations) a Parigi, e l’ultimo in spagnolo (El Mundo).

Una branca del CCF, il Forum World Features (FWF) è “un servizio di informazioni internazionali che ha lo scopo dichiarato di procurare una base commerciale, un servizio settimanale che copra gli affari internazionali, l’economia, le scienze, la medicina, recensioni di libri, e di altri argomenti di interesse generale”. Il responsabile delle pubblicazioni di stampa del CCF era Brian Crozier, ex giornalista dell’Economist ed agente CIA.

Un altro ex giornalista dello stesso giornale inglese, Robert Moss, che nel 1974, in una corrispondenza da Bruxelles, definì la capitale belga “un centro di sovversione” a causa dell’ “ampio reclutamento operato dalla Quarta Internazionale trozkista…”, è uno degli autori più in vista e prolifici dell’ Istituto per lo Studio dei Conflitti (ISC). .

Nel maggio del 1954, presso l’Hotel Bilderberg di Osterbeck nei Paesi Bassi (Olanda) si tiene il primo convegno noto di “…un altro club che è per parte sua molto più clandestino ed esclusivo ( e molto più ‘militante’ nel suo anticomunismo che non la commissione Trilaterale i cui scopi sono confessati e confessabili): il gruppo Bilderberg”.
Tema dell’incontro: “La difesa dell’Europa contro il pericolo comunista”.
Gli incontri-convegni si susseguirono poi ogni anno (nel 1955 e 1957 due volte) in località di paesi diversi.

Oltre al Club fu creata anche la Commissione Trilaterale che raccoglieva, e raccoglie ancora, nomi del capitale multinazionale americano, europeo e giapponese, uomini politici, sindacalisti e studiosi dei paesi del triangolo: USA, Europa e Giappone.
E’ un gruppo di riflessione, un circolo più o meno chiuso che ha lo scopo di elaborare una teoria e di coordinare le politiche dei vari governi. La Commissione ha proposto in occasione dei suoi seminari una serie di misure concrete per raggiungere nel minor tempo possibile gli obiettivi prefissati. A poco a poco questi obiettivi si sono realizzati, tanto più in fretta in quanto alcuni membri degli attuali governi dei paesi del triangolo hanno partecipato ai lavori della commissione.2

Un’altra università di condizionamento psicologico è costituita dall’ Istituto di alti studi internazionali di Ginevra. L’èlite della diplomazia mondiale è passata per l’istituto. Sino dagli inizi negli anni 60, il bilancio dell’istituto proveniva principalmente da fondazioni americane come Ford e Rockefeller. Ma il sostegno americano non è stato solo finanziario: gli americani vi hanno egualmente trasmesso la loro concezione del ruolo dei diplomatici e dei funzionari internazionali…Formando vari consiglieri ‘diplomatici’ che, in epoche diverse, hanno sparpagliato per il mondo: Corea del Nord, Vietnam, Cile, America Latina, Medio Oriente.

In Italia il primo ‘ingegnere della provocazione‘ è stato Luigi Cavallo. Personaggio che definire ambiguo è riduttivo e che inizia la sua attività già nel 1937. Stranamente, nel 1945 riesce ad iscriversi al PCI, poi inizia, tra tutte la altre imprese, una frenetica attività di collaborazione con Edgardo Sogno. In stretto contatto con Valletta e il colonnello Renzo Rocca (che verrà ‘suicidato’ il 27 giugno 1968) dell’Ufficio Rei del Sifar, pubblica, o è direttore di fogli e riviste ultra reazionarie come Pace e Libertà, oppure fintamente rivoluzionarie: Il Fronte del Lavoro, Satira Socialista, Problemi del Comunismo e del Socialismo, Enciclopedia Operaia, In difesa dell’Albania e della Cina, fino (1960) alla creazione di “Agenzia A”, una vera e propria centrale della falsificazione, della manipolazione, mistificazione e provocazione.

La rivista CONTROinformazione3 nel suo numero 9-10 del novembre 1977 gli dedica un corposo dossier (pag. 22-37) dall’esplicito titolo: “Controrivoluzione di stato, LUIGI CAVALLO, Lo scienziato della provocazione”.

In quegli anni, inizia il proprio ‘lavoro’, coniugando teoria (deformazione della realtà) e pratica (pianificazione di interventi energici su treni, dentro le banche, nelle piazze) l’Aginter Presse emanazione diretta del controspionaggio atlantico in collaborazione con la PIDE polizia segreta portoghese del dittatore Salazar.
Fondata a Lisbona-attorno ad un gruppo di reduci dell’Organisation Armèe Segrète-nel 1966(operativa fino alla vittoria della Rivoluzione dei garofani, aprile 1974) da Yves Guillou, in ‘arte’ Yves Guèrin Sèrac, ex capitano paracadutista del Service de Documentation Extèrieure et de Contre-Espionagge durante la guerra di Algeria, che ha disertato nel 1962 per unirsi all’OAS, insignito dalla Bronze Star americana per ‘meriti’ acquisti nella guerra di Corea e che è stato, per circa vent’anni, il direttore d’orchestra dell’Internazionale nera. La più pericolosa e sanguinaria organizzazione nazi-fascista che abbia operato in Europa negli anni sessanta-settanta. La cui missione principale era di “schiacciare lo sciacallo comunista”, con ogni mezzo necessario.

In Italia, ‘collaboratori’ dell’Aginter Presse sono stati diversi giornalisti-militanti-fascisti: Giano Accame (Sid, Bnd, Il Borghese, Il Fiorino, La Folla, Nuova Repubblica), Gino Agnese (Sid, Il Tempo), Guido Giannettini (Sid, Lo Specchio, Il Tempo, L’Italiano, Il Corriere della Sera), Pino Rauti (Sid e Kyp, Il Tempo) e Giorgio Torchia (Sid e Bnd, Il Tempo).

Accame, Giannettini, Rauti e Torchia sono stati ‘oratori’ (o hanno presentato relazioni scritte) al famigerato I° Convegno di Sudio promosso ed organizzato dall’Istituto Alberto Pollio di studi storici e militari svoltosi a Roma nei giorni 3, 4 e 5 maggio 1965 presso l’hotel Parco dei Principi.4

Il primo ed unico, secondo uno dei fondatori e promotori del convegno, organizzato dall’Istituto dedicato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Alberto Pollio.5 Il convegno, sponsorizzato dallo Stato Maggiore Difesa, e il cui tema era “La guerra rivoluzionaria. Il terzo conflitto mondiale è già cominciato”, ha costituito uno degli snodi principali della guerra a bassa intensità scatenata in Italia a partire da quegli anni.

pollio Stranamente, la seconda parte del tema all’ordine del giorno, viene sempre dimenticato, volontariamente rimosso, probabilmente per l’esplicito coinvolgimento che, il solo ricordarlo, comporta. Ammettere cioè che, in quella sede, ma anche prima, è stato dato il via ad una guerra civile di lunga durata mai dichiarata, ma teorizzata, praticata e combattuta da una sola delle parti (agenti di servizi segreti nazionali e transnazionali, appartenenti ad organizzazioni ‘extraparlamentari’ fasciste, forze di polizia e militari, giornalisti nella triplice veste di ‘operatori di una certa informazione’, leader politici, provocatori) in causa. L’altra parte si è trovata costretta a subirla e ha dovuto difendersi. Passando, in certi casi e momenti, al contrattacco.

Al convegno, “ha partecipato un Gruppo di studio di studenti universitari”. Tra di essi il falso anarchico Michele Mario Merlino e, anche se in alcune circostanze lo ha smentito, il capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. Oltre ai già citati hanno preso parte a questa chiamata alle armi atlantico-fascista, altri ‘giornalisti’ asserviti: Eggardo Beltrametti (Sid), giornalista del quotidiano Roma diretto da Alberto Giovannini (che ama definirsi fascista di sinistra), Gianfranco Finaldi (Sid) seguace di Pino Romualdi ed attivo (anni cinquanta) nei Fasci Azione Rivoluzionari, de Lo Specchio e Il Settimanale, Enrico De Boccard (Sid) Lo Specchio, Marino Bon Valsassina (Sid) Il Giornale d’Italia, Giorgio Pisanò (Sid) direttore de Il Candido, Giuseppe Dall’Ongaro (Sid) Il Giornale d’Italia, Vanni Angeli (Sid) Il Tempo, Fausto Gianfranceschi (Sid) Lo Specchio e Il Tempo.6

Questi principi neri della penna sono stati affiancati da Ivan Matteo Lombardo, ex ministro socialdemocratico (Psdi), Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, Alfredo Cattabiani, uno dei massimi esponenti dell’integralismo cattolico.
Alla presidenza: Salvatore Alagna, consigliere di Corte d’Appello di Milano, Alceste Nulli Augusti, generale dei paracadutisti, Adriano Giulio Cesare Magi-Braschi, tenente colonnello già responsabile del Nucleo guerra non ortodossa del Sifar ed intervenuto (così qualificato anche negli atti del convegno) sotto le mentite spoglie di avvocato.7 Considerato da Ordine Nuovo l’elemento essenziale di collegamento nella prospettiva del colpo di stato.

In quel convegno, due ‘giornalisti’ di complemento dei servizi, esprimono alcuni concetti di strettissima attualità. Nell’inaugurazione, Gianfranco Finaldi, presidente del Pollio, chiarisce scopi e finalità del convegno: “Noi affermiamo cioè che la terza guerra mondiale è già scoppiata, che essa si sta combattendo nel mondo, anche se, nel suo quadro, non è ancora stata usata l’arma atomica…Simile nuovo tipo di guerra si chiama appunto ‘guerra non ortodossa’ o ‘guerra rivoluzionaria’ “. Poi, ancora: “Abbiamo qui fra noi venti studenti universitari che l’Istituto Pollio ha pregato-dopo una selezione di merito-di prendere parte ai lavori, appunto come gruppo…L’Istituto Pollio si sforzerà di aiutarli in ogni modo: facilitando le loro ricerche, promuovendo le loro sessioni di studio, ponendo a loro disposizione il materiale necessario..”.
Alcune considerazioni: chi fossero alcuni degli ‘studenti universitari’ si è già detto. Interessante sapere che sono stati selezionati per il loro merito, che partecipano ed agiscono come ‘gruppo’. Quale materiale venga, poi, messo a disposizione, viste le successive imprese, potrebbe chiarirlo un esperto balistico…

Finaldi specifica che “la relazione-cardine” del convegno verrà sviluppata da Eggardo Beltrametti. Così, Beltrametti, curatore anche della pubblicazione degli atti del convegno, avvenuta solo un mese dopo il suo svolgimento, oltre ad illustrare perché è stato organizzato il convegno ed essere l’autore dello ‘sguardo riassuntivo’ finale, presenta una relazione imperniata su “La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti. Accenni ad una prasseologia per la risposta”.
Ribaltando, come si suol dire, il sacco, Beltrametti attribuisce ai Comunisti (comprendendo in tale definizione tutti coloro che non sono allineati con le convinzioni dei convenuti) quello che, assieme ai suoi accoliti, sta già praticando: “Dalle decisioni di governo alla politica per favorire lo sviluppo scientifico, dall’economia pianificata all’approntamento di mezzi atomici fino al pugnale dato in mano all’attivista fanatizzato per uccidere, dalla propaganda alle manovre diplomatiche…il seminare il senso d’incertezza, d’insicurezza economica e politica, le delazioni e le provocazioni…
Fino al colpo di teatro, alla negazione-affermazione: “…(il) tipo di libertà democratica per cui il nemico ci combatte in nome di quei nostri principi, che egli distruggerà appena avrà raggiunto il successo. Si tratta quindi di un atto di saggezza e di giustizia togliere ai movimenti, ai partiti ed ai gruppi al (loro) servizio la libertà d’azione”.

Come già detto, Finaldi e Beltrametti, non furono gli unici ‘operatori della (dis)informazione’, della manipolazione, della falsificazione plateale a prendere parte alle tre giorni di Parco dei Principi. Probabilmente furono i più espliciti rispetto alle tecniche contro rivoluzionarie da approntare.
Filiazione del Pollio, un anno dopo (siamo sempre a metà, o poco più) degli anni sessanta, è stato il ‘terroristico’ opuscoletto scritto da Giannettini e Rauti (pubblicato con la pseudonimo Flavio Messalla) “Le mani rosse sulle forze armate”. E’ del 1964 il tentativo di colpo di stato (Piano Solo) De Lorenzo-Sifar-Segni e gli ‘artigli’ delle FFAA erano di tutt’altro colore…

A queste azioni ed operazioni di ‘fusione’ fisica, operativa ed ideologica tra agenti atlantici, strateghi della controrivoluzione, vertici militari, pennivendoli di regime, manovali del terrore, provocatori di tutte le risme si sono affiancati anche altri ‘attori’, forse più subdoli ed ambigui, ma sempre mefitici.
Noti anche come il ‘Duo di Padova’: Elio Franzin e Mario Quaranta, che sul finire degli anni sessanta pubblicano, per una delle case editrici (Pamphlets) di Giovanni Ventura, loro mecenate ed editore, un opuscoletto molto significativo, intitolato: “Gli attentati e lo scioglimento del parlamento”. E già si capisce quali sono le tesi sostenute e a cosa si mira.

Un piccolo saggio delle loro perle di verità a proposito del libro contro inchiesta “La strage di stato”: “…è il caso di Giovanni Ventura, a cui il libretto attribuisce fatti e atteggiamenti di tutta invenzione. E’ noto che quando si prospetta un caso giudiziario particolarmente vistoso, si fanno avanti mitomani, pazzi, cretini, i quali garantiscono di avere decisive rivelazioni da fare”.
Così, il povero Giovanni Ventura è “…stato costretto a denunciare e a querelarmi nei confronti della casa editrice Samonà e Savelli di Roma e “La strage di stato”, a causa del carattere calunniatorio nei miei confronti delle affermazioni ivi contenute”.

Franzin e Quaranta, in compagnia di altri, compaiono anche come componenti promotori del ‘Comitato di Controinformazione “Giuseppe Pinelli” di Padova’, il quale, nel febbraio del 1971, per un’altra casa editrice di Ventura, la Galileo Editori, pubblica “Pinelli: un omicidio politico”. Tanto per intorbidire ancora un po’ le acque. In maniera, direi stupefacente, nel maggio 1970, per Marsilio editori (casa editrice da sempre ‘vicina’ al PSI) riescono a farsi pubblicare: “Eugenio Curiel. Dall’antifascismo alla democrazia progressiva”. Dei veri camaleonti.

Infine, in questa piccola galleria del condizionamento ideologico e della manipolazione dell’informazione, non poteva mancare un rimando al settimanale Epoca (1959-1997) di proprietà della Mondadori, per le sue capacità ‘divinatorie’ ed anticipatorie di avvenimenti non ancora (naturalmente) accaduti.
Il primo colpo da ‘sfera di cristallo’ è del luglio 1964-il tentativo di golpe non era ancora stato denunciato e rilanciato da L’Espresso– e, con sospetta tempestività, la rivista esce con una copertina tricolore sulla quale campeggia questa dichiarazione: “L’Italia che lavora chiede al Capo dello Stato un governo ENERGICO E COMPETENTE che affronti subito con responsabilità la crisi economica e il malessere morale che avvelena la nazione”. Si potrebbe dire: c’è chi agisce, e chi rivendica, anticipando l’avvenimento.

Un altra fortuita coincidenza si verifica con il numero della rivista in edicola l’11 dicembre 1969, proprio il giorno prima della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, con la seconda operazione tricolore. Il settimanale neo-gollista titola: “Senza peli sulla lingua, senza conformismi. CHE COSA PUO’ ACCADERE IN ITALIA”. Un incredibile fiuto per i colpi di stato e le manovre che destabilizzano per stabilizzare il sistema.
Il giorno dopo, durante il mercatino pomeridiano degli agricoltori, a Milano, in Italia, accade che una bomba atlantico-clerico-fascista, provoca, nel salone di una banca, sedici vittime (diventeranno 17).
Nel 1951, corrispondente dagli Stati Uniti per la rivista dei ‘tre colori’ è l’immancabile Luigi Cavallo.8

A metà anni sessanta, per tutti questi logorroici e monotoni (ma pericolosi) arnesi della reazione e soldati della contro guerriglia, il nemico sempre presente, che si materializzava ad ogni iniziativa e in qualsiasi circostanza e contesto diverso dal loro, era il Comunismo. Oggi è mutato (relativamente) il bersaglio: gli hanno cucito addosso l’abito di precostituiti fanatici religiosi oppure è fornito dai migranti in fuga da ‘guerre umanitarie’, disperazione e fame e, naturalmente, da qualsiasi tipo di antagonismo sociale non ancora integrato nei partiti di regime. Le strategie e le tattiche non sono cambiate di molto e la sostanza e gli antidoti proposti neppure: falsità, manipolazione della realtà, forzatura del contesto generale, diffusione del senso di paura, innalzamento del livello di allerta, per stimolare la richiesta di ritorno all’ordine, naturalmente con l’instaurazione (o consolidamento) di un governo ‘forte’.

Così la peste bruna potrà mietere nuove vittime e, forse, ottenere ancora una volta i suoi trofei di barbarie e di sangue.


  1. Su Encounter, Tom Braden, ex direttore del Dipartimento delle organizzazioni internazionali della CIA, scrisse un articolo dall’eloquente titolo: “Sono felice che la CIA sia immorale”  

  2. Per CCF, ISC, Bilderberg, Trilaterale, Istituto alti studi internazionali, vedi CONTROinformazione n° 11-12, luglio 1978  

  3. Che Umberto Eco e Patrizia Violi (in La Controinformazione, in V. Castronovo e N. Tranfaglia, La stampa italiana del neocapitalismo, Laterza, Bari, 1976) descrivono così: “Controinformazione che appare subito come una fra le riviste più curate nella veste grafica…Coerentemente all’impegno di rigore e precisione documentativa, anche il linguaggio tende ad essere il più puntuale e scientifico possibile, pur mantenendosi ad un elevato grado di leggibilità, realizzando una scrittura di tipo saggistico dimostrativo. Sono del tutto assenti, anche là dove si parla di situazioni particolarmente tragiche e drammatiche, le forti connotazioni emotive, le invettive, le ingiurie o le forme sarcastiche e allusive utilizzate da altre pubblicazioni di informazione alternativa…dove si attua un vero e proprio smontaggio di tutti quegli artifici tecnici e linguistici di cui comunemente l’informazione ufficiale si serve per deformare e modificare la portata e il senso di certe notizie e tanti altri espedienti ancora che possiamo quotidianamente verificare su qualsiasi foglio di informazione, tutti rigorosamente suffragati da esempi”per concludere con la denuncia: “…(del) ruolo egemone dell’imperialismo americano alla funzione portante delle multinazionali, dalla riorganizzazione del lavoro in fabbrica all’uso del fascismo e della provocazione, dalla più aperta repressione poliziesca e giudiziaria, ai vari aspetti che essa assume nella quotidiana manipolazione culturale ed ideologica, fino ad una precisa denuncia dei meccanismi dell’inganno informativo da parte della stampa e della radiotelevisione”  

  4. Per Aginter Presse e Convegno Pollio: S. Ferrari, I denti del drago. Storia dell’Internazionale nera tra mito e realtà, BFS Edizioni, Pisa, 2013; M. Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Editori Laterza, Roma-Bari, novembre 2015  

  5. Per Alberto Pollio: Giovanni d’Angelo, La strana morte del tenente generale Alberto Pollio. Capo di stato maggiore dell’esercito. 1° luglio 1914, Gino Rossato Editore, Valdagno (Vi) 2009 e http://www.archiviostorico.info/interviste/4215-la-strana-morte-del-tenente-generale-alberto-pollio-intervista-con-giovanni-dangelo  

  6. Vedi: M. Dondi, citato 

  7. Per Parco dei Principi: E. Beltrametti (a cura di) La guerra rivoluzionaria. Il terzo conflitto mondiale è già cominciato, Atti del primo convegno organizzato dall’ Istituto Pollio, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1965  

  8. Per Piano Solo e copertine Epoca: Brescia, 28 maggio 1974. Strage di Piazza della Loggia, Colibrì edizioni, Paderno Dugnano (Mi) giugno 2008  

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Prosperare sul disastro. Cronache dall’emergenza sociale permanente/4 https://www.carmillaonline.com/2015/06/06/prosperare-sul-disastro-cronache-dallemergenza-sociale-permanente4/ Sat, 06 Jun 2015 01:00:28 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23081 di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Ponte MammoloRoma 11 maggio 2015. Mentre al Teatro Brancaccio si attende l’arrivo di Salvini, a Ponte Mammolo va in scena un altro spettacolo: a quasi undici anni di distanza dallo sgombero dell’Hotel Africa si replica lo stesso consunto copione.

Questa volta è il turno della “Comunità della Pace”, dimora precaria di centinaia di persone tra richiedenti asilo e migranti economici, provenienti in prevalenza da Ucraina, Eritrea e America del Sud. Un insediamento “storico”, che stava lì da dieci [...]]]> di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Ponte MammoloRoma 11 maggio 2015. Mentre al Teatro Brancaccio si attende l’arrivo di Salvini, a Ponte Mammolo va in scena un altro spettacolo: a quasi undici anni di distanza dallo sgombero dell’Hotel Africa si replica lo stesso consunto copione.

Questa volta è il turno della “Comunità della Pace”, dimora precaria di centinaia di persone tra richiedenti asilo e migranti economici, provenienti in prevalenza da Ucraina, Eritrea e America del Sud. Un insediamento “storico”, che stava lì da dieci anni senza creare grossi problemi. Come dicevo, il copione dello sgombero è sempre lo stesso, anzi peggio: mezz’ora di preavviso, polizia in assetto antisommossa, gente che piange e si sente male, altri che si affannano a portare via le proprie povere cose mentre la Municipale tenta di impedirglielo. Non c’è rispetto per nessuno: famiglie, bambini, donne anziane. Poi arrivano le ruspe a spianare ciò che era stata chiamata casa da tanta gente, sbattuta in strada priva di tutto e senza che nessuno si sia preoccupato di fornire alternative.

L’assessora ai servizi sociali della giunta Marino prima rivendica l’operazione (“stiamo smantellando un ghetto) poi, davanti alle associazioni inferocite, fa finta di cadere dalle nuvole, tentando di scaricare le responsabilità sul nuovo prefetto, che le rimanda al mittente (“è stato il Comune a chiederci lo sgombero“). Anche il prefetto Franco Gabrielli, arrivato fresco fresco dalla guida della Protezione Civile, non garantisce per gli sfollati né protezione né civiltà. All’atto dell’insediamento aveva dichiarato “Non sarò un prefetto col manganello“, e invece i manganelli la mattina dell’undici maggio vengono usati assai. Nel vuoto completo di qualsiasi assistenza da parte istituzionale, le associazioni e le realtà di movimento corrono a portare aiuto ai migranti, medicine, vestiti, cibo, acqua, tende da campeggio.

“Io ho visto tanti sgomberi, ma uno sgombero del genere non l’ho visto mai, proprio per la crudeltà, per il fatto che le persone non avevano avuto nessun avviso di questo sgombero… Sono state rase al suolo le loro baracche. Ho visto delle persone con problemi di cuore accasciarsi, piangere, donne, signore anziane.”1

Dopo lo sgombero, i rifugiati eritrei “transitanti”, che avevano fatto sosta alla “Comunità della pace” nel loro viaggio verso il Nord Europa, si avviano verso la stazione per riprendere il cammino. Gli “stanziali” vengono indirizzati dal passa parola verso il Baobab, il centro di via Cupa. Molti si rifiutano di andarci, perché sanno cosa li aspetta. Quello che una volta era la location per le cene di Mafia Capitale oggi è ridotto oltre i limiti del collasso: più di 500-600 migranti per 194 posti letto. Molti dormono per terra nei corridoi, nel piazzale di fronte allo stabile2, e manca il cibo.

A Ponte Mammolo rimangono accampate nel parcheggio davanti alle macerie della “Comunità della pace” un centinaio di persone che non sanno più dove andare. Il Comune, graziosamente, due giorni dopo tenta di togliergli anche l’acqua della fontanella pubblica3.

Le ruspe ai tempi di Veltroni. Sopra: le ruspe ai tempi di Marino.

Luca Odevaine e le ruspe ai tempi di Veltroni. Nella foto in alto: le ruspe ai tempi di Marino.

Ai tempi dello sgombero dell’Hotel Africa, i DS romani sbandieravano sui muri della città: “Alemanno fa demagogia, mentre la giunta Veltroni ha trasferito 4.000 persone in cinque anni” (“trasferimento”, nel lessico veltroniano, era sinonimo di sgombero)4. Marino si inserisce dunque nell’alveo di una lunga tradizione, che non suscita lo stesso scandalo dei proclami di Salvini ma in compenso li mette in pratica su larga scala.

C’è però una discontinuità rispetto ai tempi di Veltroni e di Alemanno: per gli sfollati non viene previsto neanche più lo sbocco nei centri di accoglienza del sistema corrotto e clientelare delle cooperative di Mafia Capitale. Per gli sfollati non viene previsto più niente.

Migranti sgomberati da 5 giorni vivono per la strada.

Ponte Mammolo: ciò che rimane.

Nell’ansia di accondiscendere alle pulsioni, ai patemi ed ai livori più beceri espressi in questi mesi da comunità escludenti, che trovano nella xenofobia l’unico motivo di coesione, Marino sembra abbracciare, fuori tempo massimo, la logica della “tolleranza zero”, nonostante che da anni essa abbia dimostrato il suo palese fallimento. Chissà se ne saranno soddisfatti i cittadini “anti degrado” di Ponte Mammolo, ora che hanno ottenuto, al posto del borghetto dei migranti, il bel risultato di una nuova immensa discarica.

La logica degli sgomberi è devastante per la vita delle persone e delirante dal punto di vista politico. Nuovi sgomberi, infatti, generano nuove emergenze e nuovi conflitti che si allargano in maniera esponenziale nella città, ogni volta che le vittime delle ruspe affluiscono nell’uno o nell’altro quartiere. Rincorrendo la destra sul suo terreno, Marino non fa che espandere il brodo di coltura nel quale la destra prolifera, e nemmeno si accorge dell’accurata regia che da un anno a questa parte unisce le “rivolte spontanee” contro gli immigrati con un unico filo nero. Vediamo di dipanarlo.

Un filo nero

La messa in scena inizia a Settecamini nell’aprile 2014, quando in piena campagna per le europee, un volantino aizza alla protesta contro l’ipotesi di apertura di un centro per richiedenti asilo. E la protesta inizia giusto in tempo per fare da sfondo alla prima passerella romana della campagna elettorale di Borghezio, scortato dai neo alleati di Casa Pound. È l’inaugurazione di un nuovo sodalizio, di un progetto di espansione che ha trovato una sua sponda

Mario Borghezio e Stefano Delle Chiaie alla convention romana.

Mario Borghezio e Stefano Delle Chiaie alla convention romana neofascista.

istituzionale. L’alleanza si rinsalda in giugno, quando Borghezio partecipa alla convention romana neofascista, assieme a vecchi arnesi come Stefano Delle Chiaie, Gabriele Adinolfi, ex fondatore di Terza Posizione  ora “ideologo” di Casa Pound, e Adriano Tilgher.

A maggio l’estrema destra si organizza nel Caop (Coordinamento azioni operative Ponte di Nona) per cercare di alimentare tensioni xenofobe in quel quartiere, senza riuscirci più di tanto. A luglio il filo nero si dipana a Torre Angela, dove la rivolta dei residenti scoppia sulla base di voci completamente infondate sull’apertura di un centro di accoglienza per 1200 rifugiati. La notizia è falsa, e non si capisce chi l’abbia messa in giro, ma serve a tenere “ben caldo” il quartiere. Intanto ai presidi, appaiono striscioni con le svastiche del gruppuscolo Azione Frontale. Sempre a luglio il comitato Fenix 13, vicino a Casa Pound, comincia a Casalotti la campagna contro il centro Enea, struttura di accoglienza dell’Arciconfraternita. A settembre a Torpignattara soggetti di chiara connotazione destrorsa indicono un’assemblea per soffiare sul fuoco. Un fuoco pericoloso, che porta due mesi dopo al pestaggio a morte di Shahzad, un giovane pachistano. Poi è la volta di Corcolle, dove il racconto mooolto strano5 di un attacco  da parte di immigrati a due autobus di linea scatena la caccia al nero nel quartiere, alimentata anche dalla notizia, del tutto infondata, del tentativo di stupro di una quindicenne. Viene pestato un brasiliano che risiede a Corcolle da 20 anni, amico di tutti. I picchiatori non lo hanno riconosciuto, perché vengono da fuori6.

Giorgia Meloni a Tor Sapienza

Giorgia Meloni a Tor Sapienza.

E’ un’escalation che culmina a Tor Sapienza, con tre giorni di scontri, pestaggi di immigrati e l’assalto al centro per minori e richiedenti asilo gestito da “Un Sorriso”, che guarda caso è l’unica cooperativa refrattaria al monopolio degli appalti di Mafia Capitale. L’attacco è condotto da una settantina di soggetti incappucciati ed addestrati allo scontro. Dice un residente: “Gente che non è del quartiere c’è dietro a questa cosa. C’è una regia dietro, li ho visti con i miei occhi. Sono arrivati qui e hanno cominciato a istruire, hanno preparato. Io stesso li ho sentiti dire alle donne di parlare di ‘sti tentati stupri, di furti, di calcare la mano, di fare più pesante quella che è la situazione reale. Gente che non è de qua. De Casa Pound per esempio. So’ dieci giorni che vengono.”7.

Gramazio a un corteo di Casa Pound- 2014.

Luca Gramazio a un corteo di Casa Pound- 2014.

Il resto è storia nota. Nei giorni che seguono, Tor Sapienza diventa il palcoscenico per eccellenza, sfilano Borghezio e l’immancabile Giorgia Meloni a uso e consumo di microfoni e telecamere.

Il disagio delle periferie romane conquista sui teleschermi il suo momento di notorietà, ora che la rabbia ha un obiettivo facile. Il forzaitaliota Giordano Tredicine chiede a gran voce la chiusura della struttura gestita da “Un Sorriso”, mentre Luca Gramazio, capogruppo Pdl alla Regione e figlio di Domenico (fascista pesante della storica sezione di piazza Tuscolo), accusa Marino di abbandonare le periferie a degrado e insicurezza. Salvini imperversa contro l’immigrazione a reti unificate.

Giorgia Meloni

Ops !

Fino a che l’inchiesta su Mafia Capitale non mette, almeno per un attimo, tutti a tacere. Gramazio perché è un indagato della prima ora, Tredicine perché forse sospetta di diventarlo molto presto.  La Meloni, temporaneamente, si eclissa, sepolta dalla montagna di merda piovuta sul suo fratello d’Italia Gianni Alemanno. Diventerebbe un po’ dura per lei tornare, a botta calda, fra gli abitanti delle periferie a spiegare dove sono sparite, durante l’era Alemanno, le risorse che potevano alleviare i loro problemi, o sbraitare contro gli immigrati “che prendono 40 euro al giorno“, ora che è diventato palese chi se li intasca.

Riccardo Mancini e Gianni Alemanno

Riccardo Mancini e Gianni Alemanno

Ma è solo un attimo. Grazie al vasto coinvolgimento nell’inchiesta del PD,  Giorgia può tornare a pontificare alla grande contro la sinistra corrotta. Glissando magari su un paio di cosette: come per esempio le 854 assunzioni clientelari all’Atac di Alemanno, o l’inchiesta sul fedelissimo Riccardo Mancini, un altro ex Avanguardia Nazionale, inquisito (e ieri condannato in primo grado) per estorsione e tangenti nell’acquisto dei filobus per il Comune di Roma.

Oppure sul fatto che nel comminare ad Alemanno (assieme ad un pezzo della sua vecchia giunta) l’avviso di garanzia per associazione a delinquere di stampo mafioso,  venga ravvisato nella sua amministrazione un salto di qualità del sistema corruttivo, poiché “molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale”.

Ma Giorgia confida nella memoria corta dei romani, così come vi confida Salvini, che imbarca fra le sue truppe le seconde file di Alemanno … almeno quelle ancora a piede libero. Gente che fino a ieri faceva il portaborse degli inquisiti di Mafia Capitale, come dimostra un gustosissimo servizio di Gazebo (guardalo qui).

Nel frattempo i fasci, forse stanchi delle borgate, si spostano nelle periferie più chic, fra i ricchi di La Storta che si oppongono all’apertura di un centro di accoglienza per i profughi in mezzo alle loro ville e campi da tennis. La protesta si arricchisce di nuove retoriche “contro gli speculatori delle cooperative che ci fanno i soldi sopra“, ma mantiene vive anche vecchie pratiche: in attesa di poterlo fare con i rifugiati, le ronde si allenano aggredendo gli operai stranieri che lavorano alla ristrutturazione del centro (vedi il servizio di La 7 qui).

Va detto, a onore del vero, che con innegabile capacità la destra romana è riuscita più di altri a prosperare sul disastro, prima contribuendo notevolmente alla sua creazione e poi cavalcandone gli effetti.

Corruzione e Liberazione

San Trifone

San Trifone

Sin dai tempi della segreteria Piccoli, vicesegretario De Mita, Cl aveva petulantemente chiesto (e in parte ottenuto) di accreditare una sua cooperativa, La Cascina, nel mercato dei servizi di ristorazione. Non c’era alcunché di illecito: solo che La Cascina, non contenta di essere stata ammessa nella mensa universitaria romana [.] intese proporsi anche per l’affidamento del servizio di mensa autogestito dall’ente comunale di consumo per i numerosissimi dipendenti del comune, retto dal democristiano Pietro Giubilo. Dietro quei servizi, come altri organizzati presso enti pubblici, proliferavano interessi economici d’ogni sorta“.

Era il 2004, e Giovanni Di Capua così descriveva nel suo libro “Delenda Dc le attività della cooperativa finita in questi giorni sotto  i riflettori per l’inchiesta sulle tangenti del C.A.R.A. di Mineo. La Cascina affondava dunque saldamente le sue radici  nelle logiche e nelle pratiche della prima repubblica, ancor prima di accogliere sotto il suo ombrello consortile altre cooperative del settore sociale: Domus Caritatis, Tre Fontane, Osa Mayor, raggruppate nel consorzio Casa della Solidarietà

Queste ultime erano strutture nate grazie all’impegno di Francesco Ferrara, un volenteroso ragazzo della parrocchia della Natività di via Gallia, regno dell’influente monsignor Pietro Sigurani. A questo volenteroso ragazzo il cardinale Camillo Ruini, all’epoca presidente della CEI, affidò nel ’94 le sorti dell’antica Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone.

Camillo Ruini

Camillo Ruini.

Gli disse: “Caro Francesco, ti affido una scatola vuota…“. E Francesco quella scatola gliela riempì di cooperative, di appalti e di soldi. Le coop erano strettamente controllate da San Trifone, dato che le loro posizioni apicali venivano ricoperte, all’epoca, dal presidente e dal camerlengo dell’Arciconfraternita. Questo almeno fino all’ottobre 2012, quando il Vicariato di Roma impose la separazione fra la struttura religiosa e le sue filiazioni commerciali. Nel novembre scorso il Vicariato attivò la procedura di estinzione della San Trifone, giusto poco prima che l’inchiesta su Mafia Capitale divenisse pubblica8. Vedi mai che lo Spirito Santo non gli abbia fatto una soffiata dell’ultimo momento ?

Ma qualche dubbio il Vicariato avrebbe potuto averlo pure prima, visto che i metodi di aggiudicazione degli appalti e l’accordo di cartello fra le cooperative di San Trifone e quelle di Buzzi e Carminati erano palesi da anni, denunciate più volte da giornalisti, dai compagni ed anche da voci interne al mondo cattolico.

Probabilmente da questo mondo, in forma anonima, deriva il primo dossier del 2009 sui “manager del sociale”, che fa i conti in tasca all’Arciconfraternita, descrivendone la posizione quasi monopolistica sul mercato dei rifugiati e volumi di affari poco consoni ad una propensione caritatevole9. Già da allora, gli anonimi, svelano la correlazione poco cristiana fra la politica degli sgomberi e gli affari delle cooperative del San Trifone: “E’ evidente come dietro la strategia degli sgomberi pesi un giro d’affari imponente, un business che nel silenzio e sotto traccia si fa sulle spalle di occupa spazi abbandonati con il fine di avere il più semplice dei diritti, un tetto dignitoso sotto cui stare“.

Il Centro Enea.

Il Centro Enea.

Nel 2010 il giornalista Enrico Campofreda sul settimanale Terra prova a scavare negli affari dei “manager di Dio”, cercando invano i documenti di gara di alcuni servizi, dispersi nelle stratificazioni cartacee degli uffici dell’era Veltroni e dell’era Alemanno. Niente da fare: spariti quelli della convenzione con il “Centro Enea” per l’accoglienza dei richiedenti asilo, gestito dall’Arciconfraternita, e quelli (relativi allo stesso Centro) per la mediazione linguistica, l’assistenza psicologica e legale, l’animazione, le pulizie e le manutenzioni, in parte affidate all’Eriches e in parte alla Cooperativa Arte Integrale dove lavoravano Mambro e Fioravanti. All’Arciconfratenita tutti giuravano che le gare c’erano state, ma nessuno riesciva a dimostrarlo.

Campofreda riscontrava altre stranezze nell’appalto della Sala Operativa Sociale, un servizio per l’assistenza ai senza fissa dimora che valeva 2.108.000 euro l’anno (dati 2007). Assegnata all’Arciconfraternita dai tempi di Veltroni, con Alemanno la Sala Operativa venne sottoposta a nuova gara. E benché i dirigenti dell’Arciconfraternita si affacciassero irritualmente alle riunioni della commissione aggiudicatrice, le cooperative più amate da Ruini non riuscirono a vincere. Una volta accertata la loro sconfitta … venne annullato il bando10.

Nel 2011 apparve su “Redattore sociale” la notizia dell’epurazione, in atto nei servizi per le tossicodipendenze, del terzo settore non allineato con gli orientamenti della giunta Alemanno, e della sua sostituzione con associazioni e cooperative “di area”. Strutture con lunghissima esperienza nel settore delle sostanze vennero rimpiazzate da altre prive di qualsiasi curriculum specifico. Neanche a dirlo, fra queste vi era pure la Domus Caritatis11.

Gli illegali siete voiNel 2012 Antonio Sanguinetti, di Esc-Infomigrante, denunciava la concentrazione anomala dei progetti di assistenza in mano a pochi vincitori, rilevando come la Domus Caritatis e il consorzio Casa della solidarietà gestissero  più della metà dei rifugiati della provincia di Roma: “Una nuova forma di monopolio o in ogni caso di accaparramento di fondi pubblici, il tutto convive con una qualità dei servizi erogati a dir poco irrispettosa dei diritti umani”12.

Ma forse le cooperative del Santo Trifone vincevano perché offrivano un servizio di eccellenza ?

Non proprio.  La notte del 31 ottobre 2009 via Pietralata venne svegliata dalle sirene delle ambulanze dirette al  Centro per richiedenti asilo gestito dall’Arciconfraternita. Questo è il racconto di Margherita Taliani, all’epoca coordinatrice del Centro: “Alle due di notte ricevetti la telefonata dell’operatore che allarmato mi parlava d’uno stato di malessere diffuso, molti rifugiati lamentavano forti dolori addominali, vomitavano e svenivano. Era preoccupatissimo e ripeteva “Margherita che facciamo?” Che vuoi fare? avvisa immediatamente il 118… Si erano sentiti male in una quarantina e undici furono ricoverati nei Pronto Soccorso del Pertini, San Giovanni e Policlinico Casilino. Qualcuno finì addirittura al San Andrea. Il mattino seguente ho contattato i responsabili dell’Arciconfraternita riferendo dell’intossicazione alimentare che s’era verificata dopo la cena consumata come sempre fra le 22 e le 23, col cibo fornito in confezioni cellophanate dalla mensa del Centro Enea. Fui aggredita telefonicamente da Tiziano Zuccolo (camerlengo dell’Arciconfraternita) urlava come un ossesso “Chi ha chiamato il 118? … La diagnosi per i ricoverati, comunque dimessi nel giro di 12-24 ore, fu intossicazione da cibo, esaminai io stessa i referti”. Ma la versione ufficiale diede la colpa a una infezione virale13.

ambulanzaEvidentemente le coop sociali dell’Arciconfraternita avevano mutuato il menù da La Cascina, già assurta ai disonori della cronaca per aver somministrato a scuole ed ospedali baresi “cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica”, e per l’infezione da salmonella di 182 bambini nelle mense scolastiche romane. La qualità del cibo imposto ai rifugiati (che nella maggior parte dei centri non possono cucinare) spiega il perché spesso venga buttato via, con sommo gaudio della propaganda razzista che può così titolare: “i clandestini ospiti nei centri di accoglienza buttano il cibo nei cassonetti“.

Ad una gastronomia degna di Lucrezia Borgia, l’Arciconfraternita affiancava una gestione alloggiativa ancor meno brillante. Nel 2012 Fabrizio Santori, esponente del Pdl e presidente della commissione capitolina per la sicurezza, dovette occuparsi della comunità di via Arzana, vicina all’aeroporto di Fiumicino, perché dava fastidio al vicinato. Scoprì che la struttura gestita dalla Domus Caritatis stipava 10 persone in alloggi di 35 metri quadri. Peggio di un carcere. Eppure per quel servizio incassava 12 mila euro al mese14.

Perché il trucco stava lì: i 40 euro al giorno per ogni rifugiato adulto e gli 80 per ogni minorenne venivano incassati a prescindere dalla qualità dell’accoglienza, senza nessun controllo. Il profitto delle cooperative derivava dall’acquisto di materie prime alimentari scadenti, dall’affitto di strutture abitative inadeguate, dall’assenza dei servizi educativi, medici o legali per i migranti, promessi solo sulla carta. E come per ogni capitalista del sociale che si rispetti, dallo sfruttamento e dalla precarietà dei propri lavoratori.

E’ questa la situazione descritta dagli operatori dei centri creati per l’emergenza Nord Africa, nelle interviste raccolte da Infomigrante:

(Continua)


  1. Testimonianza di Raffaella Federichino di “Medici per i Diritti Umani“. Ascoltala qui. Altre cronache dello sgombero su Radio Onda Rossa, e video qui e qui

  2. Redattore sociale, L’odissea dei migranti di Ponte Mammolo, in Comune.info, 27 maggio 2015. 

  3. C’era un brutta epidemia di scabbia … la situazione era già grave da diversi giorni. Ma soprattutto la cosa più grave, vista questa situazione, è una sola: che in teoria lo sgombero è stato ordinato proprio per risolvere il problema epidemico della scabbia. Pur sapendo che l’acqua, la pulizia, l’igiene personale, è il primo meccanismo, assieme a quello farmacologico che è il benzoato, per sconfiggere la scabbia. Lì attorno ci sono i bagni del parcheggio, chiusi da sempre… e una fontanella pubblica. La seconda giornata, dopo che i ragazzi di Casale Alba2 avevano portato delle docce solari, rimanendo attaccati a questo … la mattina del giorno successivo, dopo che per fortuna i ragazzi si erano lavati e cambiati e preso il benzoato, era stata chiusa l’acqua. Chiamato le istituzioni nessuno sapeva nulla”. Testimonianza di Raffaello Cosentino, medico di “Ambulanti”. Ascoltala qui

  4. Federico Bonadonna, Mafia Capitale: c’erano una volta Veltroni e il modello Roma, Popoff Quotidiano, 24 dicembre 2012. 

  5. Una trentina di immigrati in attesa – sostiene l’autista Elisa De Bianchi – scagliano una bottiglia sul finestrino laterale dell’autobus rompendolo. Succede, su quel tratto di linea, perché gli autobus spesso non si fermano quando vedono gli immigrati, costringendoli a fare lunghi tratti a piedi. La De Bianchi, prosegue la corsa. Ma all’altezza del capolinea si trova la strada sbarrata dagli africani che a suo dire l’avrebbero inseguita. Evidentemente volano, o sono tutti atleti con uno scatto degno di Ben Johnson dopo il doping. La De Bianchi dice che gli immigrati spaccano tutto, ma non chiama la polizia: chiama invece un suo amico fascista che arriva in motorino e mette in fuga, da solo i trenta aggressori. In seguito, l’autista non presenterà alcuna denuncia del fatto alle autorità competenti. La dinamica viene spiegata in: Riccardo Staglianò, Una settimana a Corcolle, in “Il Venerdì di Repubblica”, 28/11/14. 

  6. Leonardo Bianchi, Come i neofascisti provano a prendersi le periferie romane, Internazionale dicembre 2014. 

  7. Servizio di Piazza Pulita/La 7 del 18 novembre 2015 

  8. Vicariato “estraneo” all’attività di Domus Caritatis e Casa della Solidarietà, Romasette, 9 dicembre 2014 

  9. Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone. Il business dei manager del sociale arriva agli sfratti e agli sgomberi

  10. Enrico Campofreda, Il business dei rifugiati, Parte I, Terra, giugno/luglio 2010. 

  11. I finanziamenti del settore tossicodipendenze

  12. Antonio Sanguinetti, Vite in emergenza, tra cricche, isolamento e indeterminatezza, MeltingPot, 31 marzo 2012. 

  13. Enrico Campofreda, Il business dei rifugiati, Parte II, Terra luglio 2010. 

  14. Michele Sasso, Francesca Sironi, Chi specula sui profughi, L’Espresso, 15 ottobre 2012. 

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Uomini che sapevano tutto. Vite parallele di Giulio Andreotti e Elio Ciolini https://www.carmillaonline.com/2013/06/17/uomini-che-sapevano-tutto-vite-parallele-di-giulio-andreotti-e-elio-ciolini/ Mon, 17 Jun 2013 21:55:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6339 di Girolamo De Michele papa_nero A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e [...]]]> di Girolamo De Michele papa_nero

A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini”[Aldo Moro, 1978]

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce” [Keiser Soze, I soliti sospetti]

 

La morte di Giulio Andreotti è caduta a brevissima distanza tra la pubblicazione di due libri resi ancor più emblematici dal decesso del Divo: l’antibiografia dello stesso Andreotti ad opera di Michele Gambino, e la ricostruzione, col consueto taglio controinformativo e un’attentissima lettura delle fonti, di Elio Ciolini, uno dei più inquietanti inquilini del “Residence Faccendieri” in cui abita il peggio della storia della repubblica (senza ordinali) da parte di Antonella Beccaria, che pochi mesi prima, assieme a Giacomo Pancini, aveva pubblicato una rilettura della storia della Repubblica attraverso la biografia politica del sette volte presidente del Consiglio.

Tanta ricchezza informativa fa da contraltare all’incredibile “leggerezza”, al limite dell’elogio servile, con la quale gran parte della stampa italiana ha delicatamente glissato sulle peggiori pagine della nostra storia nel momento in cui, morto Andreotti, sarebbe stato imperativo un bilancio non formale della sua carriera politica. C’è voluto “Il Post” di Luca Sofri perché venisse ripubblicata – con scarsa cura per i refusi – la durissima pagina del Memoriale in cui Aldo Moro, dalla galera brigatista, tracciava un ritratto a lettere di fuoco della statura politica e morale dell’ex amico di partito.

Se Andreotti è persona nota, Elio Ciolini risulta invece ignoto ai più. E, come mostra il lavoro di Antonella Beccaria, resta ignoto anche a chi lo ha conosciuto.
Chi è davvero questo personaggio che sembrava saper tutto della strage del 2 agosto e della strategia stragista di Cosa Nostra nella primavera-estate del 1992? Un agente segreto infiltrato nell'”Organizzazione Terroristica” responsabile della strage alla Stazione di Bologna? E se sì, di quale servizio: italiano o francese? «Un guardaspalle di Gelli»? Un uomo talmente vicino a Stefano Delle Chiaie da condividerne alcuni segreti? «Un “delinquentello”, un po’ mitomane e megalomane, ma fondamentalmente onesto», iscritto alla Loggia Montecarlo? «Uno strano e pittoresco personaggio che andava gridando ai quattro venti: “So tutto della bomba” [della stazione di Bologna]»? «Un “pataccaro” che spaccia “patacche”»? (Faccendiere pp. 65, 92, 153, 197)

Forse tutte queste cose, forse nessuna. Sta di fatto che nel dicembre 1981 un presunto piccolo truffatore detenuto nel carcere di Champ-Dollon, in Svizzera, inviò al console italiano un primo memorandum sulla strage della Stazione, cui seguirono altre “rivelazioni” (il virgolettato è d’obbligo). In breve, esisteva, secondo Ciolini, un’organizzazione terroristica internazionale denominata OT, collegata alla Trilateral e diretta da una loggia massonica denominata “Loggia Riservata” che «non ha niente in comune con la loggia massonica “P2”, anzi è la vera P2». Al vertice di questa Loggia Riservata ci sarebbero stati i «fratelli fondatori»: Giulio Andreotti, Gianni Agnelli, Roberto Calvi (allora presidente del Banco Ambrosiano), Attilio Monti, il “cavalier Artiglio” proprietario di giornali e petroliere, Umberto Ortolani e Licio Gelli, e Angelo Rizzoli (ancora proprietario del “Corriere della Sera”).
In questo contesto era maturata la decisione, presa da Gelli, di un eclatante attentato terroristico alla stazione di Bologna, la cui esecuzione era stata affidata a Stefano Delle Chiaie, per distrarre l’opinione pubblica dalla scalata finanziaria all’ENI.

faccendiereSi trattò di una raffinata operazione di depistaggio. Ciolini infatti falsificava il quadro complessivo mescolando elementi veri, verosimili e falsi, e lanciava al tempo stesso messaggi obliqui. La Loggia P2 veniva ridimensionata nel momento in cui era stato scoperto l’elenco dei suoi affiliati, ma al tempo stesso veniva ipotizzata l’esistenza di una più alta Loggia. La strage veniva attribuita ai fascisti, ma a quelli “sbagliati”, facendo il nome di Delle Chiaie, che con la strage non c’entrava, ma era impigliato in una fitta rete di sospetti (e aveva avuto per qualche tempo al suo fianco, in Sud America, lo stesso Ciolini, presentatosi come ufficiale dei carabinieri). E soprattutto: dagli accertamenti bancari non emerse alcuno spostamento significativo di fondi destinati alla presunta scalata all’ENI. Ma le indicazioni fornite da Ciolini sfioravano in modo allusivo quel “Conto Protezione” aperto nel 1978 da Silvano Larini presso l’Union Banques Suisses di Lugano, il “tesoro” del Partito Socialista di cui nel 1981 non si aveva notizia, e che sarebbe emerso solo nel 1993 con l’inchiesta “Mani Pulite”; un conto – il n. 633369 – sul quale erano transitati «in più tranche anche i soldi dell’ENI diretti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e tangenti varie. Di esso si parlava a bassa voce nei corridoi del potere italiano, e la sua presunta esistenza, per quanto sussurrata, avrebbe potuto costituire un fattore usato per condizionare l’andamento della politica italiana nel decennio che precedette Tangentopoli» (Faccendiere, p. 74). Un conto sul quale, nel 1989, stavano indagando Carla Del Ponte e Giovanni Falcone, al tempo dell’attentato all’Addaura.

Se le date hanno un significato, il memoriale-Ciolini compare a sette mesi di distanza da un celeberrimo editoriale vergato di proprio pugno da Bettino Craxi, nel quale il segretario socialista paragonava Gelli a «un attivissimo arcidiavolo, un Belfagor dalle mille risorse, dai mille contatti, intese, dossier, trappole e anche ricatti». Insomma, una specie di «grand commis dell’organizzazione, […] un uomo molto abile, una volpe, ma non un capo […]. Belfagor resta una specie di segretario generale di Belzebù. E se c’è Belzebù, ognuno se lo potrà immaginare come meglio crede, sforzandosi di dargli una fisionomia, una struttura, un nome» (Belfagor e Belzebù “Avanti!”, 31 maggio 1981; Divo Giulio, p. 139). Come se all’io so (l’identità di Belzebù) si volesse rispondere con un anch’io so (del conto aperto dal tuo uomo Larini a Lugano).
Anni dopo, alla domanda di Michele Gambino se ritenesse Andreotti essere Belzebù, Giovanni Falcone, con quella sua saggezza degna delle migliori creazioni letterarie di Leonardo Sciascia, rispondeva, con una battuta degna del Keiser Soze de  I soliti sospetti che «per quanto gli riguardava lui non poteva dire nemmeno se Belzebù, inteso come diavolo, esistesse o meno». Aggiungendo che «certe domande erano sbagliate, perché semplificavano argomenti complessi» (Papa Nero, pp. 75-76).

Ancor più interessante la vicenda della Loggia di Montecarlo, «un organismo super che la P2 al confronto deve considerarsi zero», dichiara Federico Federici, personaggio inestricabilmente legato a Ciolini, che si attribuisce la responsabilità («purtroppo», aggiunge) di averlo fatto entrare nella Loggia Riservata: «”al suo interno c’era anche ‘il grande babbo’ [che] è uno dei fondatori […], ma è tanto potente in Italia e all’estero che nessuno ha il coraggio di toccarlo”. Del resto, continuò ironico [Federici] alludendo chiaramente a Giulio Andreotti, “al grande babbo la gobba gli porta fortuna”» (Faccendiere, p. 99).
Una super-Loggia riservata? Bisognerà tenere a mente che personaggi come Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci hanno costituito il “vero” servizio segreto attraverso la loro “infiltrazione” nei servizi di Stato. L’esistenza di una super-Loggia implicherebbe allora l’esistenza di un servizio segreto di livello superiore, quantomeno come ipotesi logica. E infatti Licio Gelli lo ammise: «Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della P2? Per carità… Cossiga aveva Gladio, io la P2 e Andreotti l’Anello» (Divo Giulio, p. 260; Papa Nero, p. 162).
Ma di questo a suo tempo.
Torniamo a Ciolini.

Passano dieci anni, e Ciolini è di nuovo al centro dell’attenzione. Di nuovo dall’interno di un carcere – questa volta Sollicciano, condannato per calunnia e truffa ai danni dello Stato – il Faccendiere torna a scrivere dell’esistenza di una struttura internazionale anticomunista con legami con la Chiesa cattolica. E il 4 marzo 1992, otto giorni prima dell’assassinio di Salvo Lima, in una lettera al giudice di Bologna Grassi, intitolata «nuova strategia della tensione in Italia», preannuncia che:

Nel periodo marzo-luglio avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire persone “comuni” in luoghi pubblici
sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc
sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra e in Italia è intesa a un nuovo ordine “generale” con relativi vantaggi economico-finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine-deviato-massonico politico culturale, attualmente basato sulla comercializzazione degli stupefacenti! La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno delle strategie omicide… (Faccendiere, p. 179)

Di nuovo mescolando il vero, il verosimile e il falso, Ciolini fornisce anticipazioni impressionanti: tra marzo e luglio Cosa Nostra salda i conti con Salvo Lima, assassina i giudici Falcone e Borsellino, e di fatto crea le premesse perché la candidatura di Andreotti alla presidenza della Repubblica sia irrimediabilmente compromessa: «Il sette volte presidente del Consiglio ha sempre attribuito alla strage siciliana la perdita della partita per il Quirinale, e probabilmente non ha torto: i processi per mafia e omicidio erano ancora di là da venire, e tuttavia nell’Italia ferita dalla morte di uno dei suoi eroi, l’elezione a capo dello Stato del protettore della “famiglia politica più inquinata della Sicilia”, come diceva Dalla Chiesa, era un boccone troppo grosso per l’opinione pubblica» (Papa Nero, p. 201).

Il diavolo ci mise la coda, facendo fare ad Andreotti la stessa fine di Moro (quasi certo prossimo presidente della Repubblica al momento del rapimento, e al quale si fa riferimento in modo neanche troppo velato col «ritorno delle strategie omicide»), pur senza il «sequestro e “omicidio”». Sembra quasi sentire un’eco (voluta?) del “commiato” di Moro ad Andreotti, al termine del “Memoriale”: «Le auguro buon lavoro, on. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente, e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di presidenti del Consiglio in carica». A questa precisa sequenza temporale va aggiunta – dislocata nel tempo, con il tipico movimento depistante di nascondere il vero nel falso – la consapevolezza dell’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra del 1993.
All’elenco del Faccendiere manca solo l’appendice di settembre, l’uccisione di Ignazio Salvo: ma Ignazio Salvo era già, come si dice, “un morto che cammina”. Lima e Salvo erano i due “garanti” presenti, secondo il racconto dei pentiti, all’incontro tra Andreotti e Totò Riina, il 20 settembre 1987:

«Vero o falso, se questa storia fosse un film, l’incontro narrato dagli otto pentiti sembrerebbe quello che nel gergo degli sceneggiatori si chiama “punto di svolta”: il ministro incontra il mafioso per garantirgli un rinnovato interessamento ai guai giudiziari della cosca, alla presenza di due garanti. Il mafioso registra la promessa e la riferisce ai picciotti. Anni dopo, quando la promessa si rivelerà vuota, i due garanti presenti nella stanza con Riina e Andreotti – Salvo Lima e Ignazio Salvo – pagheranno con la vita la mancata promessa, secondo le regole di Cosa Nostra» (Papa Nero, p. 105).

Vero o falso (o verosimile) che sia l’incontro tra Andreotti e Riina, è un fatto che nel marzo 1992 un omicidio eccellente a Palermo era non solo possibile, ma atteso: si trattava solo di sapere se sarebbe toccato a Lima o a Mannino. E alla notizia dell’esecuzione di Lima, alcuni limiani provarono per qualche giorno l’esperienza – così comune tra i militanti della sinistra rivoluzionaria da piazza Fontana in poi – di non rientrare a casa, di dormire da qualche amico senza avvertire le famiglie, di rendersi irreperibili.

Ciolini voleva preannunciare o mettere in guardia? A chi lanciava segnali di così immediata decifrazione? Poter rispondere significherebbe poter rispondere alla domanda iniziale: chi è davvero Elio Ciolini? Resta che a distanza di vent’anni e dopo vicende giudiziarie e processuali non ancora concluse possiamo dire che le bombe – secondo il documenti-Ciolini già pianificate prima del 12 marzo, e non dopo la “reazione dello Stato” – «avevano uno scopo, recavano con sé un messaggio, “fare la guerra per fare la pace”, come disse Totò Riina […]. Ma il messaggio non era solo quello. Per usare un’espressione tributata ad altre stragi […], si voleva destabilizzare il paese per raggiungere un accordo che riportasse la calma» (Divo Giulio, p. 198-99). Un accordo che oggi è noto come “trattativa Stato-mafia”; una ben strana trattativa nella quale non è chiaro chi, e a che titolo, abbia rappresentato una delle due parti (per la mafia il delegato fu Vito Ciancimino): se a trattare non furono ministri o dirigenti delle forze dell’ordine, con chi avrà trattato Ciancimino? E soprattutto: di cosa e su cosa si trattava?

divo_giulioQuali che fossero le sue intenzioni, collegando Andreotti con i suoi referenti mafiosi, la mafia stragista e le lobby politico-massoniche, Ciolini forniva tutti gli elementi per ricordare l’intreccio Gelli-Sindona-Calvi-Andreotti ai tempi in cui Andreotti aveva «non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale [=Cosa Nostra] ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi» (sentenza 2001, Papa Nero, p. 121). Queste relazioni non si limitavano alla supervisione della corrente “Primavera” capeggiata da Salvo Lima, o agli incontri tra Andreotti e il capo della mafia Stefano Bontate, ma anche, come risulta dai documenti processuali, al sostegno alle candidature all’assemblea regionale di “uomini punciuti” quali Raffaele Bevilacqua (capo della famiglia di Barrafranca) e Giuseppe Gianmarino (inserito nei quadri di Cosa Nostra) (Divo Giulio, p. 198).

Sulla storia di Michele Sindona ormai sappiamo quasi tutto. Il “banchiere mandato dalla Provvidenza” ebbe accesso, grazie alla firma di Paolo VI, ai fondi vaticani, in particolare quelli dello IOR (Istituto Opere Religiose), con i quali mise in piedi un giro di scatole cinesi nelle quali entrarono anche le disponibilità liquide di Cosa Nostra provenienti dalla produzione e smercio di eroina. Con Cosa Nostra, peraltro, Sindona era in affari sin dai tempi del sacco di Palermo, all’indomani del famoso summit organizzato da Lucky Luciano all’Hotel delle Palme di Palermo nell’ottobre 1957, quando fu sancita la pax mafiosa tra le cosche palermitane, furono regolati i rapporti tra le famiglie americane e siciliane, regolamentato il traffico di eroina tra le due aree, e decisa l’eliminazione di Albert Anastasia a New York.

A Sindona, caduto in disgrazia, subentrerà Roberto Calvi, fino all’epilogo sotto il Ponte del Black Friars a Londra, al culmine di una vicenda nella quale chiunque fosse in possesso di informazioni moriva prematuramente: Boris Giuliano, le cui indagini avevano dapprima scalfito, e poi intersecato, Sindona; Giorgio Ambrosoli, liquidatore del Banca Privata Italiana di Sindona; l’ambiguo giornalista Pecorelli; gli stessi Sindona, avvelenato in carcere, e Calvi, impiccato a Londra; a cui si aggiunge Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, scampato al tentato omicidio da parte di uno dei capi della banda della Magliana Danilo Abbruciati; e Aldo Moro, che nel suo “Memoriale” ricorda il ruolo avuto da Andreotti nell’ascesa di Sindona:

«Che cosa ricordare di Lei [on. Andreotti]? […] Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli?».

Sindona consulente finanziario del Vaticano e della Mafia palermitana, dunque; mentre Gelli, secondo quanto riferito al pentito Mannoia da Stefano Bontate, era l’uomo dei corleonesi: «Come Gelli faceva investimenti per conto di [Pippo] Calò, [Totò] Riina, [Francesco] Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziati per conto di Bontate e Inzerillo» (Divo Giulio, p. 156).

Questo spiega perchè «la Chiesa ha sostenuto e protetto in molto modi l’uomo politico ad essa più fedele; in cambio Andreotti ha militato a tutti gli effetti nel mondo laico come un soldato della Chiesa, fin dall’inizio, quando da sottosegretario di De Gasperi faceva da ambasciatore tra il governo e la Santa Sede, e si occupava di censurare la produzione di Cinecittà e di polemizzare con i registi del neorealismo in nome della morale cattolica e del buoncostume». Come confermava Cossiga, Andreotti «è un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II… mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare» (Papa Nero, p. 199).

Ma c’è un altro filo che collega Andreotti a Vaticano, Cosa Nostra e Loggia P2: l’anticomunismo.

«Se guardiamo bene, tutti i rapporti inconfessabili con cui si è sporcato le mani il sette volte presidente del Consiglio hanno la matrice comune dell’anticomunismo: la mafia con cui Andreotti “dialoga” fino all’omicidio Mattarella è la stessa cui gli americani si sono appoggiati dopo lo sbarco in Sicilia, la stessa che da Portella delle Ginestre in poi ha stroncato le gambe al movimento contadino, e ha portato voti spesso decisivi alla Dc, sottraendoli ai partiti di sinistra. I generali golpisti cui Andreotti ha fatto da sponda e da copertura tramano contro le istituzioni e contro i cittadini in nome del pericolo anticomunista, così come il Noto servizio, sorto nell’ombra intorno ad Andreotti, è formato da reduci della Repubblica di Salò dal dente avvelenato; la P2 è una congrega di arrivisti e affaristi che hanno in comune la fede anticomunista, e infatti gode nei suoi primi anni di un imprimatur e di appoggi anche finanziari della destra americana. Anche i rapporti con Sindona e Calvi, hanno al fondo una matrice “politica”: Sindona si muove come un agente degli americani su un territorio nemico, stringe patti con la mafia, vagheggia avventure separatiste in Sicilia. Calvi subentra nel ruolo a Sindona e prima di morire simbolicamente impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri compie il miracolo di reinvestire i soldi dei corleonesi di Pippo Calò nell’appoggio alle dittature sudamericane minacciate dai movimenti di liberazione e nel finanziamento a Solidarnosc, il movimento anticomunista polacco di Lech Walesa che in prospettiva storica è la prima crepa nel blocco dei Paesi della Cortina di Ferro» (Papa Nero, pp. 199-200).

operazione-via-appiaEd eccoci all’ultimo punto: il “Noto Servizio”, o “Anello”, un servizio segreto al di sopra dei servizi, creato e diretto da Andreotti sin dalla fine della guerra, poi evolutosi in Ufficio Zone di Confine nella Venezia-Giulia, una struttura coperta di cui Andreotti era a capo, e poi tramutatosi in Servizio Speciale Riservato, secondo la dizione che lo stesso Andreotti gli dà in un libricino in forma di romanzo, Operazione via Appia, pubblicato nel 1998.

Ricapitolando, in Italia ci sono stati tre servizi segreti, dei quali uno – SIFAR, SID o SISMI, a seconda delle epoche – al di sopra degli altri, e attivamente impegnato in ogni operazione sporca, dall’approvvigionamento clandestino di armi alla schedatura di politici, sindacalisti, giornalisti riconducibili all’opposizione, fino all’appoggio – quantomeno di suoi alti esponenti -, in forma di fornitura di armi, copertura o depistaggio, delle stragi di Stato o delle manovre golpiste. All’interno di questo servizio, in particolare negli anni del governo Andreotti-Cossiga-Berlinguer, esisteva un organigramma non ufficiale, che ridisegnava le gerarchie in funzione dell’appartenenza alla Loggia P2. Al di sopra di questo, il Noto Servizio che afferiva a Giulio Andreotti.

Ha ancora senso chiedersi se Andreotti fosse Belzebù, il vero capo della P2, o se esistesse una Loggia Montecarlo al di sopra della Loggia P2? O non è più sensata l’osservazione di Giovanni Falcone: che certe domande erano e sono sbagliate, perché semplificano argomenti complessi?

Decostruire gli apparati dello Stato, portare la luce negli uffici e negli archivi è opera fondamentale per giornalisti, magistrati, e ovviamente investigatori: su questo non ci piove.
Ma al tempo stesso, fare di questa decostruzione il fine ultimo di un’analitica del potere rischia di ridurre tutto a una dimensione spionistica o thrilleristica di second’ordine. Perché quello di fondamentale che rischia di essere perso è la funzione che questi dispositivi di potere hanno avuto, al di là degli organigrammi e dei funzionigrammi. Come scrive Gambino in conclusione del suo libro,

«Sarebbe stupido addebitare a Giulio Andreotti i mali del Paese, ma di essi egli è la più perfetta cartina di tornasole, per aver guidato l’Italia più a lungo di tutti, e per essere stato, tra tutti i politici italiani, il più influente e il peggiore. Forse senza di lui la storia del Paese non sarebbe stata migliore, ma certo sarebbe stata una storia più ricca di speranza e meno avvelenata dal cinismo» (Papa Nero, pp. 209-210).

Il cinismo, la sistematica distruzione di ogni moralità, l’individualismo implicito nella scorciatoia dell’appoggio politico e della raccomandazione, la prevalenza dell’economico su ogni altro valore, la corruzione inoculata in ogni angolo della società: questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a quella degradazione antropologica degli italiani che Pasolini indicava come uno dei crimini per i quali Andreotti e almeno una dozzina di dirigenti democristiani avrebbero meritato di essere trascinati sul banco degli imputati in un pubblico processo penale, in assenza del quale era «inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese» (Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, “il Mondo”, 28 agosto 1975; Perché il Processo, “Corriere della sera”, 28 settembre 1975). Questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a forgiare la coscienza dell’italiano medio attraverso la percezione d’impotenza di fronte ad apparati indecifrabili, coi quali conviene trovare un accordo o un modus vivendi

«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. [Lei] durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia», scriveva nell’ultima pagina del “Memoriale” Aldo Moro. Dimostrando di non aver compreso la vera natura del demonio, nel crederlo Persona.

Andreotti è passato, l’andreottismo no: la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce.

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