riflusso – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 24 Oct 2026 20:06:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Distruggi il male https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/distruggi-il-male/ Mon, 21 Apr 2025 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87658 di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico. La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata [...]]]> di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico.
La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata ai tempi dell’occupazione nazista e della Resistenza. Ne nasce un’avventura fantastica in cui sono in gioco la vita, la morte, la salvezza della Terra e il desiderio di una società libera dallo sfruttamento e dalla tristezza.
Per gentile concessione dell’editore si riporta di seguito il primo capitolo di Distruggi il male, il nuovo romanzo di Luca Cangianti (DeriveApprodi, 2025, pp. 128, € 15,00).]

Oggi. Val di Susa

«Fanno troppo schifo! Niente primi piani, altrimenti la gente vomita e cambia canale». La giornalista si rivolgeva alla regia, ma aveva urlato nel microfono ed era andata in onda.
L’uomo si avvicinò allo schermo per distinguere meglio le immagini. Le creature uscivano dal tunnel e dilagavano nella valle tra i piloni dell’autostrada. Emettevano suoni gravi che increspavano l’acqua nelle vasche di raffreddamento. I bacini servivano a contenere le temperature prodotte dallo scavo.
Scosse la testa e rimase interdetto. Il pulviscolo scorreva nel raggio di sole che attraversava il salotto fino agli scaffali carichi di libri. Erano disposti senza cura. Sul divano dell’Ikea era appoggiato un portacenere, nell’angolo cottura le stoviglie sporche battevano sulle pareti del lavello. Il lampadario dondolava.
Il rombo degli elicotteri da combattimento attirò la sua attenzione. Guardò fuori dalla finestra e scorse l’ultimo velivolo della formazione. La regia trasmise le riprese dall’alto: le maestranze del cantiere uscivano dalle cabine degli escavatori lasciando le portiere aperte. Alcuni si mettevano alla guida di pulmini che risalivano la strada, altri si rifugiavano in un edificio dal tetto verde.
L’uomo uscì di casa, percorse una via lastricata di sampietrini, passò di fronte a una fontanella e raggiunse il centro del paese: alcune case avevano i tetti d’ardesia, altre balconi di legno. Svoltò per una via che scendeva a zig zag verso la Dora. Gruppi di giovani correvano nella stessa direzione. Sul muro del terrapieno qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali: «LA VALLE NON VI VUOLE».
Attraversò il ponte e vide il vecchio murale sbiadito: figure umane a carponi si cibavano del denaro defecato da chi le precedeva. Il checkpoint della centrale idroelettrica era deserto. Al bivio prese la strada che saliva costeggiando le vigne. Le vibrazioni assordanti adesso si mescolavano al rumore metallico della battitura. Si coprì le orecchie con le mani. Al museo archeologico di Chiomonte centinaia di dimostranti percuotevano le recinzioni del cantiere. Una donna sventolava una bandiera bianca con un treno sbarrato da una croce rossa. Alcuni giovani indossavano il casco: agganciarono le grate con uncini fissati a corde robuste e iniziarono a tirare. Il camion idrante della polizia bersagliò i ragazzi. Quattro attivisti portarono una lastra di plexiglas per usarla come protezione. Le corde furono afferrate da altre decine di persone. Le recinzioni caddero al suolo accompagnate da un boato di urla. I militari spararono i candelotti, i dimostranti lanciarono pietre e bottiglie. Partì una carica, gli attivisti indietreggiarono. Alcuni rimasero al suolo.
L’uomo fuggì lungo un sentiero in salita. Si sostenne a un arbusto per riprendere fiato. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi guardò in basso oltre il terrapieno realizzato con i detriti dello scavo.
La vallata era colma di filamenti arancioni che galleggiavano a mezz’aria tra i fumi dei gas lacrimogeni.

[Luca Cangianti e Giovanni Acquarulo (giornalista Rai) dialogheranno su Distruggi il male il 23 aprile 2025 alle 19.00 presso la Libreria Caffé Giufà, via degli Aurunci 38, Roma]

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Ma chi ha detto che non c’è https://www.carmillaonline.com/2022/08/12/ma-chi-ha-detto-che-non-ce/ Thu, 11 Aug 2022 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73379 di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi [...]]]> di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi comuni e proto-razzismi, una scientifica e costante produzione di sottosviluppo dell’area meridionale, su cui si sono costruite le premesse per la costruzione di benessere e progresso nell’area metropolitana di potere.
Andare a cercare le tracce della ribellione, dell’organizzazione autonoma dei subalterni, in quel paradiso abitato da diavoli, restituisce dignità a storie rimosse e straccia il velo delle narrazioni dominanti; d’altronde non c’è storia di subalternità che non sia allo stesso tempo storia di resistenza e fughe in avanti.

Fare poi questa operazione andando a cercare i semi del conflitto che germogliano durante gli anni ‘80 del ‘900 la strada è ancora più dura. Se per tutta l’Italia 80 vuol dire sconfitta, riflusso e restaurazione neoliberista, in Campania vuol dire anche Camorra, quella Nuova e Organizzata, con tutte le maiuscole. Non solo, vuol dire anche Terremoto, quello dell’Irpinia, devastante e tragico per le popolazioni, enorme e ghiotto per le consorterie affaristiche.

La Campania degli ‘80 come laboratorio di governo del territorio dove si intrecciano gli interessi clientelari dei partiti, manovre speculative degli squali d’alta borghesia, politiche coloniali, ristrutturazione del potere criminale e cauterizzazione degli ultimi germi di conflitto sociale sopravvissuti alla mattanza di fine decennio.

Per chi è superstite della stagione rivoluzionaria, attraversare questo passaggio significa camminare in mezzo alle forche caudine, tentando la tenuta delle ultime ridotte e la ricerca di nuovi possibili slanci.
Ecco che ricostruire il percorso dell’Autonomia in Campania, al giro di boa del terremoto significa andare a cercare e portare al presente, una moltitudine di esperienze di conflitto, autorganizzazione e sperimentazione collettiva assai profonda. Gli anni ‘80 del riflusso, sono anche gli anni ‘80 della ricerca disperata, dei tentati colpi di reni e scartamenti a lato per riprendere il centro del ring.
Ma ciò che segue alle storie maggiori, specialmente quando hanno in sorte la sconfitta, è relegato all’oblio, al romanzo d’appendice.

Eppure, all’epica dei momenti di zenit, all’intensità del viverli e del ricostruirli, non può che affiancarsi a un certo punto l’indagine sul momento di flessione. Sulle secche che restano dopo l’onda alta. D’altronde è sempre più lungo il momento delle ritirate e della stasi, di quello dell’assalto ed è in queste fasi che si può trovare il grigio e quotidiano lavoro della talpa, che scava anche alla cieca, la sua uscita dal presente, anche quando si presenta come una cappa opprimente ed ermetica. Sta sempre nelle secche la preparazione del salto in avanti.

La storia delle formazioni politiche campane, in quegli anni brutti, è una storia particolare, profondamente legata al profilo del suo territorio, con le sue immani contraddizioni, ma è allo stesso tempo uno specchio, dove si riflette l’intera vicenda dell’antagonismo italiano e del suo assalto al cielo.
È una storia di collettivi che cercano di riguadagnare internità nei luoghi da cui la repressione li ha sloggiati a bastonate, di tentativi di reinterpretare le nuove soggettività emergenti. Il generoso e forse ingenuo tentativo di dare una torsione feconda all’organizzazione delle popolazioni terremotate; i coordinamenti nazionali e le lotte contro il nucleare e la NATO. I centri sociali come basi sul territorio, i nuovi linguaggi giovanili, e l’ostinata pratica femminista in un contesto tradizionalmente patriarcale. La Pantera studentesca e le lotte dei disoccupati. La provincia come territorio conteso tra autorganizzazione e gestione speculativa.

Storie minori, quelle che tendenzialmente restano tagliate fuori dal racconto storico, non esenti da un certo reducismo. Eppure sono i nervi scoperti di un micromondo che racchiude in sé l’universo di una intera fase storica, con le sue sfaccettature, contraddizioni e conflittualità interne, e con la sua ricchezza di slanci in avanti. Si potrebbe obiettare che è una forzatura parlare di Autonomia Operaia, in una fase in cui ormai questa decadeva ed in un territorio in cui non ha certamente avuto i suoi centri propulsivi ma, come rispondono alcuni degli autori, l’Autonomia, in fondo, “è stata un’aspirazione e un livello progettuale – peraltro variamente interpretato – più che una vigenza.”1

Forse qui sta uno dei meriti migliori di un lavoro del genere: andare a cogliere quella che è la molteplicità delle interpretazioni e delle realizzazioni che si sono coagulate attorno al tema e all’area dell’Autonomia Operaia, ben oltre le classiche canonizzazioni storiografiche, tanto da farci parlare piuttosto di Autonomie, al plurale, per seguire (e raccogliere) tracce e spunti disseminati in un sentiero dissestato e sottrarre, alle polemiche da eredità di famiglia e alle sterili ortodossie del poi, strumenti di lotta che siano ancora validi.

A chi crede che nei momenti di buio, o fuori dalle grandi storie cui si appiccica il copyright, in quei percorsi di silenziosa tenacia, non ci sia nulla di buono, si risponde, come quello della canzone. Ma chi ha detto che non c’è?


  1. A. Bove F. Festa, Gli autonomi vol. XI, cit. p. 147 ↩

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Partenio, ore 14,45 https://www.carmillaonline.com/2018/07/18/partenio-ore-1445/ Tue, 17 Jul 2018 22:01:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47213 di Giovanni Iozzoli

Deve essere il 1982. E la luce indecifrabile è quella di una domenica pomeriggio di marzo. E siamo tutti seduti sui gradoni di cemento – 8000 cristiani e qualche cane – ad aspettare che abbia inizio l’evento culminante e conclusivo della settimana: Avellino-Ascoli (o Avellino Cagliari, boh! – comunque una partita di seconda o terza fascia, una di quelle che al Novantesimo minuto avrà l’onore del primo collegamento, il meno atteso, a inizio programma).

A proposito di Novantesimo: se avessi un binocolo, lì in curva, potrei vedere in sala stampa [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Deve essere il 1982. E la luce indecifrabile è quella di una domenica pomeriggio di marzo. E siamo tutti seduti sui gradoni di cemento – 8000 cristiani e qualche cane – ad aspettare che abbia inizio l’evento culminante e conclusivo della settimana: Avellino-Ascoli (o Avellino Cagliari, boh! – comunque una partita di seconda o terza fascia, una di quelle che al Novantesimo minuto avrà l’onore del primo collegamento, il meno atteso, a inizio programma).

A proposito di Novantesimo: se avessi un binocolo, lì in curva, potrei vedere in sala stampa il faccione da tricheco premuroso di Luigi Necco, che è tornato da poco in giro dopo le pistolettate alle cosce. E se avessi un dispositivo ottico ancora più potente, salendo sull’ultimo gradone della curva – quello dove le sagome si stagliano nel lucore bluastro del cielo come se fossero ritagliate e appiccicate –, potrei contemplare le baraccopoli che sorgono ai quattro angoli della città: i campi prefabbricati, i container di lamiera, le roulotte e le coorti di botteghe-baracche che hanno sostituito i negozi nella zona commerciale. E se potessi salire su una mongolfiera e gettare lo sguardo ancora più lontano, potrei cogliere lo strazio polveroso e irredimibile dei borghi cancellati, dei paesi squartati, dei quartieri cancellati, dei montarozzi di macerie ovunque, che custodiscono i loro tristi segreti. L’Irpinia è un cimitero, un enorme bacino di raccolta corpi: quelli dei cadaveri propriamente tali, da poco sepolti senza pace, sotto stele e cippi improvvisati; e quelli dei sopravvissuti, che vagano come anime perse in mezzo a quello sventramento quotidiano, in attesa di indovinare un qualche futuro plausibile per le loro vite.

Lo stadio Partenio svolge la funzione di santuario per migliaia di devoti dimessi, che ogni 15 giorni si recano in pellegrinaggio in quel tempio laico della bestemmia: vengono dal centro cittadino, dalle periferie malurbanizzate che erano già brutte prima del sisma e immaginatevi dopo; scendono dai paesi più prossimi alla città ma anche da quelli del cratere, carichi di angosce, lutti, disagi da tempo di guerra, allo scopo di celebrare un rituale che li illuda per tre ore – solo tre orette – che tutto presto riprenderà, le case risorgeranno, gli storpi cammineranno e i morti torneranno a nuova vita. Ma non è solo l’Irpinia squassata, è tutta l’Italia che è un paese duro, difficile da cavalcare. A Palermo e a Napoli le guerre di mafia stanno lasciando sul selciato centinaia di morti – il mercato nazionale dell’eroina è l’unico che tira forte e noi impariamo a districarci nel caos della nostra libanizzazione: drusi, maroniti, cutoliani e corleonesi…
Gli ultimi fuochi della guerriglia italiana si vanno spegnendo come lampi lontani all’orizzonte, mestamente, colonna dopo colonna.
I politici, poi, non ne parliamo: sono gente pericolosa, senza scrupoli, avvezza alle trame della guerra fredda, all’omicidio, alla strage, al ladrocinio sistemico – però hanno lauree, lignaggi ed eloquio, che gli attuali analfabeti di governo non si sognano neanche.
Sta piombando su tutto e tutti quella cappa che poi avrei imparato chiamarsi “riflusso”, con il prefisso post appiccicato a ogni resa.

Anche nelle nostre contrade, un tempo tranquille – quasi bucoliche – si muore con disinvoltura: attentati, overdose, omicidi bianchi in serie, dentro cantieri totalmente fuori controllo. La forza lavoro è tanta, giovane, disponibile, sovrabbondante. Tra poco aprirà il mattatoio dell’Isochimica – esempio quasi didascalico di colonialismo interno contro i ragazzi irpini, mandati al macello a mani nude, a rimuovere l’amianto dai vagoni ferroviari che nel nord Italia il personale FS ha saggiamente rifiutato di trattare. Invaso di manodopera e discarica globale, questo. Siamo nel 1982.

Forse anche per via di questo clima plumbeo e pericoloso, il calcio è diventato una roba maledettamente seria, giù in città. Antonio Sibilia non è ancora stato arrestato, troneggia a bordo campo insultando e minacciando, come suo solito. Tra qualche mese finirà in galera insieme a Enzo Tortora e altre 856 persone di varia umanità (tra cui il mio odiato professore di religione, cappellano delle carceri, più un paio di monache in offerta speciale). Ma noi all’epoca non possiamo prevederlo e non stiamo a preoccuparci: il fatto che abbia portato Juary in udienza in tribunale, a omaggiare Cutolo è un dettaglio di colore. Chi potrebbe osare la messa in discussione di quel giocattolino artigianale che è l’US Avellino – il miracolo della permanenza in serie A nel posto più scassato e disastrato d’Italia?

Io faccio parte di quel gregge anonimo e belante che ritrova un entusiasmo posticcio per quelle due o tre ore dell’evento sportivo. Ho solo 15 anni ma ho già le mie belle rogne. Non mi piace il posto in cui vivo, trovo insopportabile tutto quello squallore rassegnato – ma non so spiegare bene perché. La mia città è smozzicata, come se un lucertolone gigante l’avesse attraversata tirando codate capricciose e azzannando qua e là palazzi e casarelle. Detesto la mia scuola, che infatti vedo molto poco: per i registri risultiamo sempre latitanti o irreperibili; quando siamo lì dentro rilasciamo bigattini nei cessi per renderli inagibili, o programmiamo macchinose telefonate anonime per far chiudere la scuola; una certa indulgenza post-terremoto si protrarrà almeno per un altro paio d’anni e solo questo clima permissivo consentirà a noi caproni, anno dopo anno, di avvicinarci a un qualche immeritatissimo diploma.
Insomma, il contesto è quello giusto per vivere con disagio il mio ingresso ufficiale nell’adolescenza; l’unico antidoto alla depressione collettiva sembra nascosto, come un’essenza segreta, tra le gradinate sbrecciate del Partenio.

Mi guardo intorno, in Curva Sud. Manca poco, eppure non c’è nessuna agitazione visibile. L’atmosfera è ovattata. O meglio, si avverte una specie di fremito silenzioso, interno, sottotraccia. Di solito noi ragazzotti, tutti vestiti in modo precario (prevale il terribile azzurrognolo del Piumone Zamberletti), sputiamo, urliamo, ci tiriamo schiaffoni nel cuzzetto e palline di carta di giornale – dobbiamo far calare l’adrenalina prepartita e ingannare l’attesa, che nei match importanti può protrarsi anche di diverse ore.
Quella domenica no. Il clima è speciale. L’aria è immota. La luce è un liquido amniotico che produce una specie di consapevolezza vibrante. Tutti e 8000 sembriamo sospesi, collocati in una condizione vuota e soprannaturale. Non sento sbraitare, anzi, quasi nessuno parla – solo l’impianto audio continua a propinare musica a casaccio che nessuno ascolta.
Sembra il preludio di qualcosa – un evento, una rivelazione – e non c’entra con il clima prepartita, che era fin dal principio blando e pigro.
È come se fossimo stati convocati tutti là, in quel pomeriggio domenicale, per ricevere una iniziazione misteriosa. Anche se sono un ragazzetto, queste sensazioni mi sono chiarissime e me le ricordo nitidamente ancora oggi. Il verde chiazzato del prato assorbe luce senza rifletterla. I padri di famiglia stanno fermi, con la sigaretta in bocca, a cercare di afferrare un pensiero preciso a cui legarsi; nessuno guarda il campo o il tunnel prezioso, gli sguardi sembrano smarriti nel vuoto, assorti, accigliati, forse pronti alla meraviglia. Il sottofondo musicale anonimo continua ad accompagnare quella quiete innaturale. Il Partenio è un vascello fantasma sganciato dal mondo.

All’improvviso, dagli altoparlanti Pierangelo Bertoli irrompe con “So che sembra facile” – solo voce e pianoforte. So che sembra facile. E mi entra in vena fortissimo e non capisco perché. Ho voglia di piangere, forse tutti gli 8000 stanno per scoppiare nel pianto sommesso della brava gente. Cosa vuole quel cantante in carrozzella, che ci tortura così, con quella voce lugubre che ci scava dentro? Cosa vuole questa luce opaca che congela il tempo e non lo lascia fluire, cosa vuole Dio, da questa massa sbrindellata, più o meno povera e sottomessa: perché ci sta sottoponendo alla tortura della consapevolezza, prima del fischio d’inizio di Avellino-Ascoli? Mi afferra una nostalgia struggente (ma ho solo quindici anni, per Dio!), nostalgia di ciò che non ho vissuto e mai vivrò, nostalgia di nobili altezze, di elevazione, di ascesi, di una vita densa, generosa, eroica, che vorrei fosse già lì, pronta, squadernata davanti ai miei 15 anni, ma che intuisco lontana distanze siderali. Lo so, lo sento che tutti loro stanno provando il medesimo nodo alla gola e al cuore. Tutti vorrebbero liberarsi del loro peccato originale, delle loro meschinità, delle limitatezze in cui la loro esistenza li ha confinati e schiacciati. Vorrei qualcosa dalla vita e non so dare un nome a questa cosa. Mi mancano le parole. I bagliori di rivolta ai quattro angoli del mondo che senti nei telegiornali, l’idea di infilarti dentro la Storia senza mai (che beffa) averla studiata. E la parola Ricostruzione che senti invocare mille volte al giorno, nella fantasia di un adolescente diventa impresa epica, cosmica, di rigenerazione antropologica. Sto per piangere, mi giro affinché Cucciniello non mi veda, ma dall’altra parte c’è Ciccio che mi sta guardando e devo coprirmi gli occhi – mentre Bertoli picchia dolcemente – preferisco fingere che tu mi capirai – e vorrei dirlo anche a loro: ma non sentite niente, ma non riusciamo a trattenere per sempre questo sublime nulla che ci balla in corpo?

All’improvviso una voce divina, la Voce del Sinai, la voce della Montagna:

PER UNA VITA LUNGA E SANA, MANGIATE PASTA LA MOLISANA!

È il primo avviso, tra pochi istanti scenderanno in campo le squadre.
L’incantesimo inizia a rompersi. La gente ricomincia a borbottare, guardarsi intorno, stiracchiarsi, ruttare. Solo io resto immobile, nel mio minuscolo angolino di Curva Sud, a contemplare quel che resta nell’aria di quella malia. I ruminanti tirano fuori noccioline, lupini e Caffè Borghetti, qualche mentecatto si mette a urlare, per trascinarsi dietro gli altri e incitarli alla contesa contro il nemico ascolano. Io vorrei invece che tutto si fermasse. Bertoli in sottofondo non si sente più. Il cielo e la luce hanno ripreso la loro colorazione consueta. No, vi prego. Ci stavo arrivando. Stavo afferrando quella cosa. Due petardi pigri scoppiano in pista, come echi di una guerricciuola che sta finendo. Due o tre fumogeni, puzza, coriandoli, fischietti – bisogna tornare al proprio dovere.

ATTENZIONE ATTENZIONE: OGGI SI BEVE ARNONE!
LA FIAT PARTENAUTO E’ LIETA DI OFFRIRVI LE FORMAZIONI.

La zucca pelata di Di Somma emerge dalla caverna platonica, lo stendardino dei colori sociali in mano e la fascia di capitano bianca con al seguito gli altri della banda che si guardano intorno, accennano qualche passettino di corsa e qualche torsione laterale in movimento. Da quello stesso tunnel avevo visto in passato uscire tante volte Luis Vinicio De Menezes caracollante con la sua sciatica e le mani in tasca, quasi a chiedersi come avesse fatto a finire lì, nel buco del culo del calcio.

La quinta, o sesta, o decima dimensione – quello che era – si è richiusa. Siamo ripiombati tutti e ottomila nel panem et circenses che è la nostra vita quotidiana. Domani dovremo assolutamente inventarci qualcosa per non andare a scuola. La telefonata della bomba non funziona più, il preside lo sa che siamo noi.

P.S. Ho rivissuto qualche altra volta, in età adulta, quella speciale sensazione. Raramente.
Non sono mai riuscito a decifrarla, farla mia. L’unica cosa che so, è che ogni tanto tutto si sospende. Poi ritorna.

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