Pianura Padana – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 15 Feb 2026 21:00:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sull’epidemia delle emergenze / fase 4: pandemia, crisi, clima e guerra https://www.carmillaonline.com/2020/03/24/sullepidemia-delle-emergenze-fase-4-pandemia-crisi-clima-e-guerra/ Mon, 23 Mar 2020 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58907 di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva. La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.” (The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più [...]]]> di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva.
La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.”
(The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più immediato” (Perfidia – James Ellroy)

Per una volta iniziamo la nostra cronaca da oltre frontiera. Prendendoci, oltretutto, la libertà di modificare parzialmente i nomi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Quello che salta subito agi occhi ovunque, dalla Francia agli Stati Uniti passando per l’Australia, è che per i governi e i media la preoccupazione più importante fino ad ora è stata quella di salvaguardare economia, produzione e profitti.

Come al solito gli americani sono i più pragmatici ed espliciti, motivo per cui il Wall Street Journal può tranquillamente ratificare, nell’editoriale redazionale del 20 marzo, che nessuna società può salvaguardare a lungo la salute pubblica al costo di minare quella economica. Chiaro abbastanza no? Ma se l’organo per eccellenza del capitalismo e della finanza americana lo afferma con chiarezza, anche qui da noi non sono mancate le spinte in tale direzione. L’abbiamo misurato con l’enorme ritardo con cui il governo degli ominicchi e degli abbracci è giunto a decretare una chiusura vaga e fumosa che lascia non pochi dubbi sulla sua reale entità, evitata a ogni costo fino all’ultimo momento e poi, una volta varata, posticipata per dare una nuova mano agli squali di Confindustria.

Uno degli aspetti più evidenti è dato dal fatto che la richiesta ufficiale per giungere a tali chiusure non è mai pervenuta dalle associazioni imprenditoriali o da almeno una delle forze di governo, ma principalmente dalle associazioni dei medici che operano sui territori maggiormente colpiti dal virus (qui e qui) e dai sindaci delle province di Bergamo e Brescia (qui), con il secondo che non ha esitato a puntare il dito sulle associazioni degli imprenditori e le loro responsabilità, a livello centrale e regionale, nel ritardare il più possibile la chiusura delle fabbriche.

«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo – rileva – si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, il 7 marzo avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo la filiera di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori nelle fabbriche è molto elevato. Fontana ha sempre tenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito». Così ha affermato, in un’intervista al Fatto quotidiano del 17 marzo, Emilio Del Bono, sindaco di Brescia1 di area Pd.

Pur muovendo molta aria, meno espliciti sono stati i governatori delle Regioni del Nord e la Lega che hanno invece sviluppato un discorso meno esplicito sulla necessità della chiusura, giocando d’anticipo sul governo emanando, in autonomia, nuove misure restrittive che comunque non toccavano minimamente gli interessi padronali. In un conflitto tra potere centrale e Regioni che ha assunto ancora una volta prima di tutto i caratteri del confronto elettoralistico e della salvaguardia dei rapporti con le associazioni di categoria degli industriali, dei banchieri e del commercio.

Ma il vero motore sotterraneo, per giungere alla proposta di serrata dei luoghi di lavoro e delle fabbriche è stato rappresentato dalle fermate spontanee dei lavoratori delle fabbriche, soprattutto di quelle grandi, e dei magazzini. Tutta una serie importante di blocchi, picchetti, astensioni dal lavoro e resistenze varie che l’opinione pubblica e i media hanno quasi ignorato, ma che non è passata inosservata ai tutori dell’ordine che già si preparavano alle varie misure di contenimento della conflittualità (qui).

Le parole di Maurizio Landini, poste in esergo, ben sintetizzano le paure che i sindacati confederali, sempre tardivi a ricevere ed accogliere le richieste dal basso, hanno sventolato davanti al naso di Conte e degli imprenditori. Imprenditori tetragoni insofferenti, fino all’ultimo momento, a qualsiasi ipotesi di chiusura degli stabilimenti, come ha denunciato fin dal 12 marzo un uomo non certo di sinistra come Carlo Nordio, in un editoriale del Messaggero:

“Poteva e doveva vincere la ragione. Quella dei previdenti, ingiustamente liquidati come Cassandre dagli sprovveduti. Invece è arrivato – per giunta con grande ritardo – il solito compromesso di palazzo. Conte chiude l’Italia a metà. Non c’è l’atteso e necessario blocco totale che serve al Paese per arrestare il contagio e garantire la salute pubblica. Ma solo la chiusura di negozi e commercio, salvando ovviamente alimentari e prima necessità. Restano fuori industrie e fabbriche. Una grave omissione che potremmo scontare tutti a causa delle falle che lascia aperte nella cruciale guerra al virus. […] vi è tuttavia una categoria intermedia, che tenta di conciliare il diavolo con l’acqua santa. Alludiamo alla richiesta inoltrata al Governo dalla Regione Lombardia, che da un lato chiedeva, giustamente, la chiusura delle attività commerciali, artigianali, ricettive e terziarie (escluse, com’è ovvio, quelle assolutamente essenziali), ma dall’altro comunicava che era stato raggiunto un accordo con Confindustria lombarda “che provvederà a regolamentare l’eventuale sospensione o riduzione delle attività lavorative per le imprese”. Insomma, par di capire, la chiusura o meno delle fabbriche sarà affidata – secondo il premier – alla iniziativa degli industriali.”2

Cosa che dopo la delusione dovuta alla mancata chiusura di tutte le imprese attesa dal Dpcm Conte, ha fatto sì che la lotta ripartisse, con dimensioni che non si vedevano da decenni, in numerosi stabilimenti del settentrione dove gli operai e le operaie sono tornati ad incrociare le braccia, quasi sempre con astensioni dal lavoro pari al 100% dei lavoratori. Dall’Avio di Rivalta e Borgaretto all’Alessi Tubi, alle Officine Vilai, all’Alcatar, alla Brugnasco di Avigliana in Piemonte fino a tante altre aziende lombarde (qui). Mentre la Fiom di Verona ha proclamato due giorni di sciopero a partire da oggi e, nelle zone più colpite dal virus, gli operatori sanitari scalpitano per la macanza di sufficienti protezioni individuali e per i turni massacranti dovuti al mancato turn over del personale ospedaliero.

L’abbiamo detto nella terza fase di questa serie di riflessioni: la crisi disvela l’anima di classe e la guerra civile che la normalità quotidiana e la società dello spettacolo solitamente nascondono.
Mentre, però, alcuni grandi stabilimenti hanno chiuso al primo accenno di ripresa dello scontro di classe, sono state quasi ovunque le piccole, piccolissime e medio-piccole aziende ad opporsi alla chiusura e a portare avanti la produzione, chiamando in causa la responsabilità degli operai nel mantenerle in vita. Un discorso/ricatto odioso che fa, finalmente, piazza pulita di quel pietismo per i piccoli imprenditori che è stato cavalcato dal populismo di ogni risma nel corso degli ultimi anni.

Per non fare troppo torto ai piccoli comunque vediamo cosa ha detto in un’intervista Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani che è anche alla guida della Feralpi, uno dei principali produttori siderurgici in Europa, a proposito delle condizioni di salute in fabbrica:

“Abbiamo avuto anche qualche positività, non puoi non averne, ma le aziende hanno messo in atto tutti i controlli e le procedure di sanificazione previste dal governo. Hanno fatto quello che dovevano fare. E Non è detto che quelli che sono stati trovati positivi dentro l’azienda abbiano contratto il virus sul posto di lavoro. Magari sono rimasti contagiati nei giorni precedenti all’ordinanza di chiusura, fuori dalle aziende.“3

Già, affermazione che si accompagna bene con la colpevolizzazione individuale che viene fatta continuamente dagli organi di informazione e dai governanti con il proposito allontanare da sé ogni responsabilità in materia di contagio e mancati provvedimenti per prevenirlo e contrastarlo.
Tralasciando il grottesco flash- mob di solidarietà cui la Abb, azienda italo-svizzera che occupa nei suoi stabilimenti in Italia seimila dipendenti, ha chiamato suoi operai (qui):

“Quasi un terzo dei contagi si trova tra le distese di aziende d’ogni genere dei due polmoni economici d’Italia, Brescia e Bergamo. La prima in vetta alla classifica per densità produttiva, seguita da Milano e, appunto, Bergamo, che ha 4.305 contagi e 84 mila imprese attive nelle quali lavorano 385 mila dipendenti. Brescia ha 3.783 contagi, 107 mila ditte e 402 mila lavoratori. Stare a casa è più facile dirlo che farlo qui, dove per ammissione di Confindustria Lombardia il 73% di piccole, grandi e medie imprese sta andando avanti, come in tutta la regione. Come dire che nelle aree più epidemiche mezzo milione di lavoratori continua a fare avanti e indietro casa-lavoro, anche se poi in fabbrica si è cercato di rispettare i protocolli imposti per decreto. A Brescia nel settore industriale sono stati raggiunti 63 accordi per la sicurezza anti-Covid sul lavoro. A Bergamo soltanto 2, informa la Fiom. Che non possa bastare per contenere la crescita esponenziale dei contagi lo pensano i tecnici del comitato scientifico che affianca il governo e che suggerisce a Conte di «fermare tutto salvo le filiere che producono beni di consumo essenziali». Ci mette la faccia il Presidente dell’Ordine di Milano Roberto Carlo Rossi che tuona: «Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». E che non siano tutte produzioni di beni essenziali lo si intuisce scorrendo l’elenco delle imprese nelle due province, dove a fianco a quelle zootecniche troviamo aziende che producono acciaio, chiusure industriali per capannoni, verniciature, calcestruzzi, strumenti elettronici. Ma anche auto di lusso come la Bugatti, o armi come Beretta e Perazzi.”4

Al di là del dramma implicito nei numeri, si può e deve affermare che mai come ora il movimento antagonista ha avuto tra le mani tali potentissimi strumenti critici per assalire l’ordine esistente, proprio nel cuore del cuore del capitalismo industriale e finanziario, italiano ed internazionale. Il problema è che gli imprenditori e i loro rappresentanti nei governi e negli Stati lo hanno immediatamente capito davanti ai tre giorni di fuoco nelle carceri e alle prime fermate operaie, affidandosi alle ordinanze prefettizie e agli apparati militari e polizieschi per il contenimento di eventuali proteste e insofferenze diffuse5, mentre ancora tardano a comprenderlo molti compagni, pur volenterosi, che si arrabattano ad inseguire dibattiti piuttosto fumosi sulla limitazione delle libertà individuali (come se il lavoro salariato e coatto non fosse già di per sé la più stringente e odiosa limitazione delle libertà individuali, nato guarda caso proprio all’epoca della fondazione del carcere moderno6) oppure sull’inaspettato pericolo (come se non fosse già presente da lungo tempo) di fascistizzazione di uno Stato che dal fantasma concreto del ventennio non si è poi mai liberato, piuttosto che approfondire l’analisi critica del presente e del divenire che ci attende per poterlo meglio affrontare e rovesciare.

Mentre nella società dello spettacolo attuale, senza necessità di adunate oceaniche, la mobilitazione solidale con lo Stato e il capitale nazionale può essere convocata via FB, Twitter, WA e tutti gli altri social per invitarci a sventolare il tricolore dai balconi e dalle finestre, ad accendere fiammelle e torce cantando inni nazional-popolari di ogni genere e risma e diffondere l’idea dello spionaggio collettivo per denunciare qualunque comportamento ritenuto anomalo, mentre le forze dell’ordine procedono con assoluta arbitrarietà a eseguire direttive confuse e mai chiare e a comminare multe e ammende a pioggia. Il pop incontra il nazionalismo con alcune tra le più note influencer che iniziano ad imbrattare le coscienze collettive fingendo un impegno che resta comunque tutto di parte.

La crisi da coronavirus ha aperto anche un’altra solida possibilità in cui si incrociano due grandi temi che, fino ad ora, erano stati unificati nelle idee (di alcuni) ma lontani tra di loro nella realtà materiale: la lotta operaia e la lotta per l’ambiente. In questi giorni infatti risulta sempre più chiaro che la lotta per la difesa della salute, in fabbrica e fuori, è strettamente intrecciata al discorso della crisi climatica e ambientale. Occorre sviscerare il tema e diffonderlo in una situazione che per un certo periodo sarà feconda e ricettiva. Un metro di Tav vale quanto centodieci giorni di terapia intensiva è solo l’inizio di una parola d’ordine destinata a coinvolgere molte più persone e molti più lavoratori rispetto a prima, in un contesto in cui:

“Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana.[…] la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.
Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.[…] Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog.[…] Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.”7

“La correlazione tra inquinamento atmosferico ed infezioni delle basse vie respiratorie è ormai scientificamente dimostrata. E’ un fattore che aggrava la situazione infettiva senza alcuna ombra di dubbio”, dice Giovanni Ghirga, membro dell’Associazione medici per l’ambiente. Il 19 febbraio ha scritto una lettera pubblicata dal British Medical Journal, sottolineando l’esistenza di un comune denominatore tra l’esplosione in Cina, Sud Corea, Iran e Italia del nord: tutte aree dove l’indice di qualità dell’aria è molto basso.
Una ricerca della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha già trovato una risposta: esaminando i dati delle centraline che rilevano lo smog e in particolare il superamento dei limiti di legge, ha potuto trovare una correlazione con il numero dei casi di persone infettate dal Covid-19. Le curve dell’infezione hanno avuto delle accelerazioni, a distanza delle due settimane necessarie alla manifestazione, con i livelli più alti di polveri sottili.
Numerosi esperti dunque stanno ora identificando nel cambiamento climatico e nell’inquinamento le cause che hanno portato il Pianeta a essere vittima della pandemia.
«La correlazione tra attività antropiche e diffusione dei virus è sempre più evidente. E non è un caso se le aree di maggiore diffusione del Covid-19 sono le stesse dove si verificano più casi di patologie oncologiche. Bergamo, e soprattutto Brescia, hanno i numeri più alti di bambini malati di cancro. Inoltre, a causa della tolleranza indotta, vale a dire al fatto che mediamente le persone hanno già un certo grado di infiammazione polmonare, non è stato possibile accorgersi subito dell’espansione. I sintomi lievi non sono stati notati.»”8

Non si contano ormai le ricerche che dimostrano che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario. Tenerne conto diventerà sempre più obbligatorio, anche di fronte alla minaccia contenuta in uno studio realizzato dall’Organizzazione del Lavoro (che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) che dimostra che la pandemia rischia di provocare la perdita di 25 milioni di posti di lavoro al termine del tunnel attuale9. Cui però, senza esitazione, occorrerà contrapporre i milioni di morti che la stessa pandemia, ultima di una lunga serie di morbi contemporanei, potrebbe causare proprio a causa del regime attuale. Ad esempio in Italia, dove negli ultimi vent’anni sono stati tagliati 70.000 posti letto, a beneficio di una sanità privata che anche negli attuali frangenti cercherà di gonfiare i propri guadagni con autentici profitti di guerra che lo Stato, esattamente come durante i due conflitti mondiali, non si è minimamente preoccupato di calmierare, contribuendo così a ridistribuirne i costi sulla pelle dei cittadini.

Insomma o la vita o il salario e il suo vampiro, il profitto.
Termini decisivi e incompatibili tra chi lotta per salvaguardare la specie e chi lotta e opprime per salvaguardare il presente modo di produzione. Inconciliabili tra di loro e, oltre tutto, irriformabile il secondo. Se ne faranno una ragione le anime pie che lo credono capace di modificarsi per mezzo del green capitalism.

Non a caso quello che molti governi, e molti titoli anticipati in apertura, mettono in risalto è l’autentico clima di guerra che si va via via allargando sul pianeta. Guerra psicologica e di classe, poca guerra al virus e tanta preparazione per i giochi militari e geopolitici, tutt’altro che pacifici, che seguiranno la crisi economica mondiale, ineludibile alla fine della pandemia e già durante il suo decorso.

Con buona pace di tutti coloro che hanno sempre pensato alla guerra allargata come ad un’ipotesi risibile e catastrofista, proprio nel pieno di questa crisi, ogni potenza sta già giocando le sua carte e mettendo in campo le sue strategie economiche e geopolitiche. La fine dell’Europa Unita si profila come scenario credibile ormai, con la politica dell’ognuno per sé, in cui la Germania ha già iniziato a schierare tutte le sue pedine in vista di un terzo tentativo di riprendersi un lebensraum ormai di dimensioni continentali, con buona pace per portavoce del governo che hanno sventolato con troppa bramosia i “soldi facili” provenienti dal Mes (qui).

La Cina si presenta come la vincitrice, per ora, politica del confronto basato sulla crisi indotta dal Covid-19 e i suoi medici, medicinali e aiuti fanno parte di un moderno Piano Marshall sanitario indirizzato a raccogliere consensi e alleati all’interno del pianeta NATO. Idem per la Russia che con il suo invio di aerei, medici e virologi oltre che ospedali da campo in Italia gioca sullo stesso campo, pestando un po’ i piedi sia alla prima che agli Stati Uniti. Non sono pochi gli indizi del sorgere di un rinnovato bipolarismo in cui l’Europa torna frontiera e terreno di contesa e l’Italia un nuovo tassello cruciale da conquistarsi al proprio campo.

Gli Usa nel chiamare, come vuole Trump, lo stesso virus con il nome di virus cinese già affilano le armi comunicative che saranno ben presto affiancate da nuove armi di distruzione di cui il missile ipersonico (capace di volare ad una velocità superiore di cinque volte a quella del suono, qui) appena testato è solo l’anteprima. Mentre nemmeno la gara per la scoperta, produzione e distribuzione del vaccino sfugge ad una logica di confronto che soltanto nella guerra aperta per il controllo del mercato mondiale troverà, presto o tardi, la sua soluzione.

Ospedali da campo di varia nazionalità, truppe per le strade da New York a Milano, discorsi sempre più marcati da termini come nemico comune, guerra, solidarietà nazionale preparano, o almeno dovrebbero preparare, le popolazioni al clima di guerra reale che seguirà a questo periodo di clausura; quando non solo gli interessi geopolitici, ma la fame, le economie disastrate e parassitate e le rivolte per una vita degna dilagheranno in scontro aperto nei tessuti metropolitani. Riuscirà il nostro nemico collettivo e dichiarato, che per ogni nazione avrà prima di tutto il volto del proprio governo e dei propri spietati imprenditori, a ottenere l’effetto desiderato (qui)? Forse, soprattutto se noi, dopo aver seppellito in silenzio i nostri morti ed aver accettato per forza di cose quarantena ed isolamento, non sapremo opporci, sia nelle lotte che nell’immaginario politico che le produrrà e di cui sarà il prodotto, con altrettanta forza e determinazione al suo percorso catastrofico, che in questo ultimo periodo ha ulteriormente sfoggiato il suo volto più autentico, cinico e spietato.

In tutti i frangenti e con ogni mezzo necessario.

“Noi abbiamo il compito quasi impossibile di promulgare un amore che sia ancora più spietato, e con uno spirito di sacrificio che non avremmo mai conosciuto, se non fossimo stati chiamati dalla Storia. In questo momento, le nostre opzioni sono soltanto due: fare tutto, oppure non fare nulla.” (Perfidia – James Ellroy)


  1. https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/coronavirus-del-bono-le-fabbriche-andavano-chiuse-prima-1.3467623  

  2. C. Nordio, I ritardi del governo. Compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese, Giovedì 12 Marzo 2020 il Messaggero  

  3. G. Colombo, “Il motore bresciano si sta fermando”. Intervista a Giuseppe Pasini, Huffington Post 20 marzo 2020  

  4. I. Lombardo, P. Russo, Governatori e scienziati a Conte: “Fermi le fabbriche in Lombardia”, La Stampa 20 marzo  

  5. Si veda come esempio https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/
    il_questore_torino_e_ubbidiente_ma_in_periferia_primi_segnali_di_insofferenza_-251968980/?ref=RHPPTP-BH-I251947184-C12-P5-S11.3-T1  

  6. M. Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Mondadori 1978 e D.Melossi, M.Pavarini, Carcere efabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, il Mulino 1977  

  7. P. Bevilacqua, Ambiente e pandemia: il drammatico connubio della pianura padana, il Manifesto 20 marzo  

  8. M.Bussolati, Sembra che il Covid-19 colpisca più duro nelle aree più inquinate, Business Insider 18 marzo 2020  

  9. P. Del Re, Coronavirus: la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati, la Repubblica 20 marzo  

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Illusioni di benessere, incrostazioni di capitale https://www.carmillaonline.com/2015/10/06/illusioni-di-ricchezza-incrostazioni-di-capitale/ Tue, 06 Oct 2015 20:35:10 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=25815 di Sandro Moiso

Atlante_dei_classici_padani-2 Atlante dei Classici Padani, Un progetto di Filippo Minelli (a cura di Francesco D’Abbraccio, Andrea Facchetti, Emanuele Galesi e Filippo Minelli), Krisis Publishing, Brescia 2015, pp. 720, € 60

Provate ad immaginare un non luogo della lunghezza di 400 chilometri e di circa 40.000 km quadrati di superficie, perché è di questo che si parla in questo testo. Ci troviamo forse di fronte ad un testo inedito di James Ballard o a quello di qualche suo epigono? No. Paradossalmente questo non luogo esiste. Si tratta della Macroregione Padana o, meglio, della Pianura che si estende dai piedi [...]]]> di Sandro Moiso

Atlante_dei_classici_padani-2 Atlante dei Classici Padani, Un progetto di Filippo Minelli (a cura di Francesco D’Abbraccio, Andrea Facchetti, Emanuele Galesi e Filippo Minelli), Krisis Publishing, Brescia 2015, pp. 720, € 60

Provate ad immaginare un non luogo della lunghezza di 400 chilometri e di circa 40.000 km quadrati di superficie, perché è di questo che si parla in questo testo.
Ci troviamo forse di fronte ad un testo inedito di James Ballard o a quello di qualche suo epigono? No. Paradossalmente questo non luogo esiste. Si tratta della Macroregione Padana o, meglio, della Pianura che si estende dai piedi delle Alpi piemontesi a Venezia.

Copre 1/8 dell’intero territorio nazionale e comprende più di un quarto della popolazione italiana.
Dal punto di vista della ricchezza accumulata e diffusa probabilmente di più ancora.
Un territorio sul quale si è letteralmente incrostato il capitale. Produttivo e non.
Un territorio esplorato, letteralmente ricartografato (basti pensare alle coordinate che accompagnano ognuna delle centinaia di fotografie, poco meno di un migliaio, che accompagnano il testo, costituendone il vero fulcro) e analizzato, nel corso di un lavoro durato anni, dai curatori dell’opera.

Filippo Minelli (fotografie) ed Emanuele Galesi (testi) con Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti (progettazione grafica e layout) non solo hanno realizzato un atlante di un enorme non luogo, ma hanno forse contribuito alla realizzazione del primo manuale di psico-geografia ed archeologia economica di un territorio sul quale, negli anni novanta del secolo appena trascorso, si aveva una densità economica media che andava dai 3 milioni e 200 mila dollari per kmq ai 21 milioni e 200 mila dollari sempre per chilometro quadrato.

Un’accumulo di lavoro morto (secondo la definizione data da Marx dei mezzi di produzione), di capitale morto che è documentata non soltanto dai dati di carattere economico e produttivo, ma dalla trasformazione visibile e fotografabile del territorio. Un territorio privato di qualsiasi altra identità, alla faccia di chi ancora esalta e difende i valori padani, che non sia quella della produzione e della messa in mostra della ricchezza accumulata ( e magari poi persa o dissolta nel corso delle ultime crisi).

In realtà una non identità che ha cancellato qualsiasi altra identità o memoria (di classe o storica che fosse) che non sia quella della produzione o del consumo (di qualsiasi tipo di merce). Un panorama che rimanda immediatamente ad altri come quelli anonimi e tutti uguali, che corrono dalla Costa Azzurra alla suburra metropolitana di Londra, descritti nell’ ultima tetralogia di James Ballard 1 oppure alle anonime autostrade e ai giganteschi anelli di congiunzione e collegamento che circondano e penetrano Los Angeles, creandone la sola e unica identità. Unica metropoli al mondo immediatamente riconoscibile non per un qualche monumento, ma soltanto a partire dai nastri d’asfalto, spesso sovrapposti, che la percorrono, la delimitano e la vivificano.

La Macroregione dei classici padani, ci avverte quasi in apertura il testo, ha una capitale. Milano, ”collocata al centro della Macroregione Centrale” e due sottocapitali: “Torino, capoluogo della Macroregione Occidentale […] e Venezia, capoluogo della Macroregione Orientale […] A collegare i tre principali centri politici, amministrativi e in parte anche economici c’è l’Autostrada A4, detta Serenissima […] la Grande Madre della Macroregione.Sommando gli abitanti della capitale e delle sottocapitali si arriva a tre milioni e seicentomila persone: le restanti tredici milioni che occupano la macroregione vivono in comuni medi, medio piccoli, piccoli e piccolissimi, nell’estesa urbanizzazione dispersa e diffusa che la caratterizza” ( pag. 33)

Un autentico regno dell’investimento, della produzione e del cemento che sembra aver sottomesso alle proprie esigenze qualsiasi altro fattore umano o ambientale. Le fonti ISTAT citate nel testo affermano che: “Il prodotto interno della Macroregione è di 600 miliardi di euro all’anno. Due terzi dei centri più ricchi appartengono alla Macroregione Centrale e la maggior parte di questi non supera i 10.000 abitanti” (pp. 210 – 211). “Per tutte e tre (MacroCentrale, MacroOccidentale e MacroOrientale), vale, anche dopo anni di crisi, una caratteristica generale: non c’è settore economico su cui non sia piovuta una prosperità soffocante, dall’agricoltura al commercio, dall’artigianato alla finanza. Non c’è il petrolio: la corsa all’oro, nella Macroregione, è stata fatta sfruttando le risorse direttamente disponibili: spazio, tempo e lavoro, inteso come fatica […] è un organismo alimentato dalla piccola e media impresa “ (pag. 208)

Ecco, proprio questi si rivelano essere i classici padani del titolo: lavoro, investimenti, produzione. A qualsiasi costo, così come la mentalità di un’artista ammalato di grandezza e assetato di successo potrebbe trasfondere nelle sue opere. E qui le opere sono e devono essere sempre Grandi Opere: “La condizione necessaria per l’avvio di ogni nuova opera intrapresa infrastrutturale è la sua smisuratezza. Fuori misura dal punto di vista economico, fuori misura dal punto di vista degli impatti sulle aree attraversate, fuori misura dal punto di vista dei benefici. L’enormità, l’incalcolabilità, la monolitica fuoruscita da qualsiasi scala di valori: caratteristiche che garantiscono all’infrastruttura una vita progettuale sufficientemente lunga perché si possa, per sfinimento o per la pretesa impossibilità di tornare indietro, realizzare l’opera” (pag. 134)

Lo spazio è qualcosa da riempire. Tutta la mentalità prodotta dalla e nella Macroregione sembra essere ossessionata dall’horror vacui, dal timore che possano esistere spazi non ancora messi in produzione, non ancora occupati oppure spazi non adatti all’investimento e quindi da valorizzare al più presto. Che poi ad occuparli siano capannoni, case, cartelloni pubblicitari, centri commerciali, infrastrutture o semplici rotatorie non importa. A differenza degli a solo di tromba di Miles Davis o della scrittura di Italo Calvino, qui non bisogna togliere nulla ma riempire, investire, costruire.

Non è mai stato compilato un censimento ufficiale, ma si stima che nella Macroregione Centrale le rotatorie costruite siano oltre 6.600: quasi 2.000 quelle lungo le strade provinciali, 4.650 quelle lungo le vie comunali” (pag. 156). Nell’intera Macroregione “si trovano circa otto milioni e mezzo di abitazioni, un terzo del totale dell’intero Paese, in cui risultano residenti mediamente 2,4 persone. Tra gli occupanti della Macro, il settanta per cento è proprietario di un alloggio: nella Piana e nella Pedemontania sono state piantate senza sosta bandierine in mattoni e calcestruzzo servite a diffondere identità basate sul possesso esclusivo e speculativo […] Ciò che resta invenduto o inutilizzato rappresenta mediamente un quarto del patrimonio edilizio esistente, con punte che superano il quaranta per cento in zone ultraedificate” (pp. 485 – 486)

La Macroregione senza cantieri non sarebbe Macro. Raccordi autostradali, innalzamento di tramezze, tubi delle fognature da sostituire, villette e palazzi a puntellare il paesaggio; è stata calcolata un’occupazione del suolo pari a otto metri quadri al secondo dagli anni Cinquanta ad oggi […] Il cantiere è segno di vitalità, secpmdo il vecchio adagio «quando la cazzuola fischia l’economia canta» e con lei intonano un Magnificat i coristi impegnati nei trasferimenti di denaro dal chiuso dei fondi bancari o dei doppifondi aziendali” (pag. 41)

Ma se la cementificazione allargata e selvaggia costituisce il tratto distintivo dell’intera area, accomunando villette a schiere, sexy shop, ville padronali integrate con l’azienda di famiglia e la piscina, mega-discoteche, locali per massaggi, parchi di divertimento e negozi per la compra-vendita dell’oro (tutti adeguatamente segnalati, fotografati ed ordinati nell’ambito dei diversi capitoli in cui il testo è suddiviso), sono le autentiche rovine post-industriali delle centinaia di capannoni abbandonati, dismessi oppure semplicemente mai utilizzati a rivelare il vuoto, l’inutilità e i danni psico-ambientali rilasciati dal sogno di un capitalismo che crea ricchezza per tutti, ma che tale non è.

Incompiuta, abbandonata, mummificata. L’archeologia della Macropoli è un tour nel disastro aziendale, tra le rovine del presente, lungo le file dei cadaveri urbani in putrefazione, in un macabro allestimento che allo spettatore dice ricordati che sei già morto. La Piana appiattisce tutto e tutto attorno non ci sono più indizi per capire in quale tempo ci si trovi, ogni cosa è diluita nell’Età della Grande Crisi e ogni settore partecipa attivamente all’esibizione delle atrocità 2 […] Edifici mai arrivati al tetto o da cui il tetto è stato rimosso per pagare meno tasse sugli immobili, edifici lasciati al loro lento disfacimento […] 220.000 nella Macroregione Centrale, centomila nella Macroregione Occidentale, centomila nella Macroregione Orientale: il calcolo dei posti di lavoro persi dal 2008 prosegue assieme a quello delle aziende chiuse. Nel 2013, anno della massima devastazione, se ne conteggeranno due all’ora” (pag.348)

La megalopoli padana è una divoratrice di spazio e di storia formidabile, semina distruzioni, cancella memorie. La produzione è una condizione necessaria per consentire agli uomini di abitare e alla megalopoli che li ospita per alimentare la propria esistenza” recita la citazione posta in quarta di copertina. Ma oggi cosa resta di questo sogno di dominio? Cosa potrà sopravvivere di una megalopoli che ha cancellato ed annullato qualsiasi separazione tra città e campagna, tra passato e presente e tra le classi per sostituirla, quest’ultima, con l’ansia per il mutuo, le tasse e lo straniero? Un unico cuntinuum con cui ha incrostato non solo il territorio, ma anche la psiche dei residenti. Una autentica gigantesca rete di relazioni e rapporti alle cui maglie è difficile sfuggire.

Così come nella pittura del Romanticismo l’artista esprimeva le proprie passioni e il proprio paesaggio interiore di sentimenti attraverso la riproduzione di paesaggi spesso cupi e tempestosi, oggi è il paesaggio della Macroregione a penetrare i sentimenti e a creare le passioni dei suoi abitanti. L’egoismo, il razzismo, il mal celato fascismo leghista sono il prodotto di questo territorio, non della sua storia. Alle spalle della Lega non ci sono i Celti, c’è il cemento.

Come ho affermato all’inizio, ci troviamo davanti alla conferma di una intuizione lettrista: quella della psico-geografia ovvero della possibilità di interpretare mentalità che non solo definiscono un territorio, ma che ne sono a loro volta determinate. La radicalità dello sguardo fotografico di Filippo Minelli ci ritrasmette un’immagine priva di presenze umane, quasi a volerci suggerire che la personalità o la mentalità viene definita da ciò che l’occhio può cogliere. Mentre ciò che l’orecchio percepisce, in questo caso, non può essere altro che il rumore di fondo prodotto dalle officine e dalle autostrade. Entrambe sempre più silenziose.

Un‘opera unica, oserei forse dire monumentale. Una straordinaria mappatura del disagio esistenziale ed ambientale prodotto dal capitalismo e spacciato, ormai da troppo tempo, come benessere. Un’opera in cui la fotografia dell’esistente, cogliendo il rictus scambiato troppo spesso per sorriso, si trasforma in un vero e proprio atlante di anatomia patologica di una società ormai entrata nella fissità del rigor mortis. Il prezzo è elevato, ma occorre tener conto, oltre che delle sue caratteristiche e dimensioni, anche del fatto che potrebbe costituire un’ottima strenna natalizia per chiunque si senta respinto o nemico del modo di produzione oggi ancora dominante.

Brevi note sugli autori e curatori del testo:

Filippo Minelli (Brescia 1983) è un artista contemporaneo che analizza e ricerca tematiche in campi come l’architettura, la politica, la comunicazione e la geografia utilizzandole come base per la creazione di installazioni e performances documentate attraverso fotografia e video.

www.filippominelli.com

Emanuele Galesi (Brescia, 1980) è un giornalista, lavora al Giornale di Brescia dove si occupa di cronaca locale affrontando temi amministrativi, politici e ambientali.

Krisis Publishing (Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti) è un progetto editoriale nato in seno all’attività di Unità di Crisi, collettivo di graphic designer e teorici della comunicazione già editori di Krisis Magazine. K | P investiga il ruolo dei linguaggi visivi nella contemporaneità.

www.krisispublishing.com


  1. Cocaine Nights, Baldini Castoldi Dalai 1997; Super–Cannes, Feltrinelli 2000; Millenium People, Feltrinelli 2004; Regno a venire, Feltrinelli 2006  

  2. Ancora una volta la mente di chi legge non può fare a meno di correre a James Ballard e ai suoi romanzi La mostra delle atrocità, Rizzoli 1991 e Crash, Rizzoli 1990  

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Una rivoluzione ci salverà https://www.carmillaonline.com/2015/01/31/una-rivoluzione-ci-salvera/ Fri, 30 Jan 2015 23:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20293 di Sandro Moiso

kleinNaomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli 2015, pp. 740, euro 22,00

Non sono mai stato un fan dell’icona no-global Naomi Klein, ma l’autrice nord-americana nel suo ultimo libro, che confessa essere stato il suo lavoro più difficile da portare a termine, compie un ulteriore salto di qualità nella sua opera di denuncia di quello che chiama capitalismo deregolamentato. Infatti, se nelle opere precedenti (e in maniera marginale anche in questa) sussisteva la speranza di tornare a regolamentare “democraticamente” un modo di produzione selvaggiamente dedito allo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, nel testo [...]]]> di Sandro Moiso

kleinNaomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli 2015, pp. 740, euro 22,00

Non sono mai stato un fan dell’icona no-global Naomi Klein, ma l’autrice nord-americana nel suo ultimo libro, che confessa essere stato il suo lavoro più difficile da portare a termine, compie un ulteriore salto di qualità nella sua opera di denuncia di quello che chiama capitalismo deregolamentato. Infatti, se nelle opere precedenti (e in maniera marginale anche in questa) sussisteva la speranza di tornare a regolamentare “democraticamente” un modo di produzione selvaggiamente dedito allo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, nel testo attuale la conclusione raggiunta, ed esposta fin dalle prime pagine, è che non possa più sussistere alcuna compatibilità tra la sopravvivenza del capitalismo rinnovato dalle scelte ultraliberiste degli ultimi trent’anni e quella della specie umana e dell’ambiente che la circonda.

L’attenzione dell’autrice si sofferma in particolare sul problema del riscaldamento globale come conseguenza di attività produttive ed economiche e scelte di organizzazione sociale che hanno privilegiato, e privilegiano tuttora, la combustione degli idrocarburi come fonte primaria di produzione di energia. Ma nel fare ciò è obbligata toccare il cuore del problema, quello che Marx avrebbe chiamato il limite che il capitalismo pone da sé allo sviluppo delle forze produttive e che oggi non riguarda soltanto la caduta tendenziale del saggio di profitto, con tutte le sue catastrofiche conseguenze in termini di crisi economica e sociale, ma anche l’innalzamento tra i 2 e i 4 gradi Celsius delle temperatura globale del pianeta.

Il panorama di un mondo simile a quello descritto da James Ballard nel suo “The Drowned World”,1 non ci è certamente nuovo poiché da anni, se non da decenni, la climatologia e l’ambientalismo ci avvertono dei rischi di innalzamento del livello dei mari a seguito del surriscaldamento planetario. Ciò che colpisce nel testo della Klein è, però, la chiarezza con cui la giornalista di origine canadese traccia il parallelo tra liberalizzazione dei mercati e innalzamento delle temperature. Collegando implacabilmente tra di loro capitalismo e disastri ambientali.

Se, infatti, da un certo punto di vista l’uomo e la sua specie può essere considerato come il parassita più invasivo per il pianeta e le altre specie (vegetali ed animali) fin dai tempi della rivoluzione neolitica,2 è altrettanto vero che lo sviluppo del capitalismo fin da i tempi della prima rivoluzione industriale ha impresso una accelerazione quantitativamente devastante al peggioramento delle condizioni ambientali e di esistenza delle classi meno abbienti.3

Quello che forse Karl Marx e Friedrich Engels non avrebbero potuto prevedere nel corso della loro esistenza era, però, proprio legato a tale questione che, soprattutto in questo inizio di nuovo secolo, si è fatta invece determinante. Forse in maniera più sentita ed aggregante, dal punto di vista delle lotte sociali, di quella altrettanto importante ma più tradizionale e limitata nelle sue forme di espressione, rappresentata dalla insuperabile contraddizione tra capitale e lavoro o, se preferiamo, tra lavoro morto e lavoro vivo.

La Klein punta il riflettore, con una miriade di esempi e di testimonianze, sull’inquinamento da idrocarburi, ma è chiaro che quasi tutte le considerazioni svolte nel suo libro a tesi potrebbero essere valide per tutte le problematiche inerenti allo sfruttamento dell’ambiente e del territorio. Dai cantieri per il TAV alla Terra dei fuochi passando per la desertificazione accelerata dallo sfruttamento agricolo intensivo di vaste aree dei paesi sviluppati e non. Una speculare crescita della distruzione industriale dell’ambiente e dello sfruttamento sempre più intensivo della forza lavoro che accompagna le società capitalistiche fin dai tempi della rivoluzione agraria del seicento e che ancora non si è fermata. Dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’Europa e il continente africano fino alle più lontane aeree del globo, artiche e sub-artiche.

Un problema, quello degli idrocarburi e dell’inquinamento e riscaldamento del pianeta, che tocca tutti i piani dello ”sviluppo” deregolamentato voluto dal capitale: finanziario, politico, economico e militare. Basti pensare allo stretto collegamento che c’è sempre stato tra i più distruttivi conflitti del XX secolo e la necessità per le potenze maggiori di accaparrarsi le riserve di oro nero. E che oggi, non a caso, dal Vicino Oriente all’Africa Sub-Sahariana vede svilupparsi guerre asimmetriche di incredibile ferocia per il controllo dei territori anche solo confinanti con le riserve petrolifere superstiti.

Mentre là dove il petrolio comincia a scarseggiare, oppure non è mai stato presente in quantitativi apprezzabili, la pratica del fracking o della fratturazione idraulica pone le basi per ulteriori distruzioni di carattere sismico ed ambientale, con tutte le conseguenze socio-economiche e geologiche che già ben conosciamo a partire dalla stessa Pianura Padana. Per questi motivi la lotta ambientalista non può più essere soltanto tale. E Naomi Klein lo afferma a chiare lettere.

Prima denunciando l’inutilità dei convegni che da anni lanciano avvertimenti senza che, successivamente, siano presi seri provvedimenti per la salvaguardia dell’ambiente: “Di fatto, l’unica cosa che stia crescendo più in fretta delle nostre emissioni è il profluvio di parole che ne promettono la riduzione”, mentre “Nel frattempo, il summit annuale sul clima delle Nazioni Unite che rappresenta tuttora la maggior speranza per un progresso politico sul fronte dell’azione per il clima, ha iniziato ad assomigliare piuttosto a una sessione di terapia di gruppo molto costosa (anche in termini di emissioni carboniche), che ad un forum di negoziati seri”.

Poi, dimostrando come tale catastrofica evoluzione, o meglio involuzione, dei rapporti tra economia capitalistica ed ambiente costituisca paradossalmente uno dei piani di sviluppo delle società finanziarie: “C’è un fiorente commercio di «futures metereologici», grazie al quale le società e le banche possono scommettere sui cambiamenti climatici come se tali disastri devastanti fossero un gioco sui tavoli di Las Vegas (tra il 2005 e il 2006 il mercato dei derivati metereologici si è quasi quintuplicato, balzando da 9,7 a 42, 2 miliardi di dollari). Le compagnie di riassicurazione globali stanno realizzando profitti miliardari, in parte vendendo nuovi tipi di piani assicurativi a Paesi in via di sviluppo che, pur non avendo quasi concorso a creare la crisi climatica, hanno infrastrutture molto vulnerabili ai suoi impatti”.

Per giungere a constatare che mentre “il potere senza vincoli delle imprese costituisce una grave minaccia per l’abitabilità del pianeta, larghe parti del movimento per il clima, invece, hanno perso decenni preziosi nel tentativo di far entrare il piolo quadrato della crisi climatica nel buco rotondo del capitalismo deregolamentato, continuando a far sì che il problema venisse risolto dal mercato stesso”. Aggiungendo che ”mi ci sono voluti anni di immersione in questo progetto prima di scoprire le profonde collusioni fra i grandi inquinatori e le Big Green, le grandi organizzazioni ambientaliste”.

Oggi spaventate dal fatto che “se davvero il sistema del libero mercato ha innestato processi chimici e fisici che, lasciati fuori controllo, minacceranno l’esistenza di ampie porzioni di umanità, allora tutta la loro crociata per redimere moralmente il capitalismo è stata vana”. Mentre, come ha affermato Gary Stix, un capo redattore di “Scientific American”, e riportato dall’autrice canadese: “Se vogliamo affrontare il cambiamento climatico a un livello fondamentale, dobbiamo però concentrarci sulle soluzioni radicali che riguardano il piano sociale, al loro confronto la relativa efficienza della prossima generazione di celle solari è qualcosa di insignificante”.

Pertanto il punto centrale è costituito dal fatto che “il nostro sistema economico e il nostro sistema planetario sono oggi in conflitto. O, per esser più precisi, che la nostra economia è in conflitto con molte forme di vita sulla terra, compresa la stessa vita umana. Da un lato, ciò di cui il clima ha bisogno per evitare il collasso è una contrazione nel nostro modo di utilizzare le risorse; dall’altro, il nostro modello economico richiede, per evitare il collasso, una continua espansione senza vincoli. Solo uno di questi due insiemi di regole può essere cambiato, e non è quello delle leggi di natura […] Il problema, però, è che un processo di pianificazione e gestione economica su questa scala è totalmente al di fuori della portata dell’ideologia imperante: l’unico tipo di contrazione che l’odierno sistema sia in grado di gestire è un crollo brutale, dove sono i soggetti più vulnerabili a soffrire maggiormente”.

Peccato che la visione produttivistica espansiva sia diventata anche, grazia allo stalinismo sovietico e ad una errata e forzata interpretazione della parte più vulnerabile del pensiero marxiano, patrimonio del movimento operaio. Anche di quello presuntivamente antagonista in cui la richiesta di lavoro e di sviluppo trasforma la lotta di classe, indirizzata alla liberazione della specie, in mero lavorismo e in cui si scambia, come è successo anche qui da noi a Taranto, la salute di tutti con il lavoro di pochi e qualche voto in più per i partiti coinvolti nel governo locale.

Si rende quindi necessario un gigantesco cambio di paradigma sociale, economico e politico per far fronte ad un cambiamento climatico ormai irreversibile. Ci occorre una differente visione del futuro: “Una visione in cui ci serviamo collettivamente della crisi per saltare da qualche altra parte, per raggiungere una situazione che, in tutta franchezza, mi sembra migliore di quella in cui ci troviamo oggi”.

Un cambiamento rivoluzionario, portato avanti da un vasto movimento in grado di unire le contraddizioni fondamentali tra capitale e lavoro con quelle causate dal rischio di estinzione della specie e di altre forme di vita. Ed è proprio questa ipotesi che fa del libro della Klein il suo testo più significativo e più utile. “L’urgenza della crisi climatica potrebbe formare la base di un potente movimento di massa. In grado di tessere quelle questioni in apparenza disparate in un unico discorso coerente su come proteggere l’umanità dalle devastazioni generate tanto da un sistema economico ferocemente ingiusto quanto un sistema climatico destabilizzato. Ho scritto questo libro perché sono giunta alla conclusione che l’azione sul piano del problema climatico potrebbe costituire questo rarissimo catalizzatore “.


  1. James Ballard, Deserto d’acqua, Mondadori 1986 oppure come Il mondo sommerso, Feltrinelli 2005  

  2. Si confrontino su questi temi: Edward Hyams, Terra e civiltà, Il Saggiatore, Milano 1962 e Marshall Sahlins, L’economia dell’età della pietra, Bompiani 1980  

  3. Testimone diretto di tale peggioramento delle condizioni ambientali e di vita nelle metropoli industriali, fin dalla metà dell’ottocento, fu lo stesso Engels. Vedasi: Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra. In base ad osservazioni dirette e fonti autentiche, edita nel 1845 per l’editore Otto Wigand di Lipsia oggi in Marx-Engels, Opere Complete Vol. IV, Editori Riuniti 1972, pp. 235 – 514  

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