pensiero – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 30 Oct 2026 21:00:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Amedeo Bertolo. Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos https://www.carmillaonline.com/2018/10/07/amedeo-bertolo-pensiero-e-azione-lanarchismo-come-logos-praxis-ethos-e-pathos/ Sat, 06 Oct 2018 22:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49004 [Ringraziando l’editore per la gentile concessione, di seguito pubblichiamo Disincanto e passione di Rossella Di Leo, Introduzione al libro Amedeo Bertolo, Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos, Quaderni del Centro Studi Libertari, elèuthera, Milano, 2018, pp. 176, € 17,00 – All’interno del volume sono presenti contributi di Nico Berti, Francesco Codello, Eduardo Colombo, Rossella Di Leo, Elis Fraccaro e Mimmo Pucciarelli. Amedeo Bertolo (Milano, 1941-2016) per mestiere ha insegnato Economia alla Facoltà di Agraria dell’Università di Milano. Ma è l’azione sociale libertaria ad aver dato senso e direzione alle [...]]]> [Ringraziando l’editore per la gentile concessione, di seguito pubblichiamo Disincanto e passione di Rossella Di Leo, Introduzione al libro Amedeo Bertolo, Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos, Quaderni del Centro Studi Libertari, elèuthera, Milano, 2018, pp. 176, € 17,00 – All’interno del volume sono presenti contributi di Nico Berti, Francesco Codello, Eduardo Colombo, Rossella Di Leo, Elis Fraccaro e Mimmo Pucciarelli.
Amedeo Bertolo (Milano, 1941-2016) per mestiere ha insegnato Economia alla Facoltà di Agraria dell’Università di Milano. Ma è l’azione sociale libertaria ad aver dato senso e direzione alle sue scelte esistenziali, insieme a una intensa attività editoriale che nel 1986 lo porta a fondare la casa editrice elèuthera, che da quel momento diventerà il suo impegno principale – ght]


Disincanto e passione

di Rossella Di Leo

Quando mi sono trasferita a Milano alla fine del 1970, avevo con me una lettera di presentazione del gruppo anarchico catanese di cui facevo parte (studentesco e sessantottino) per il ben più celebre e strutturato gruppo Bandiera Nera di Milano, quello al centro della controinformazione su Pinelli, Valpreda e le “bombe dei padroni”. E quella lettera che attestava il mio curriculum militante, ancorché breve, era indirizzata proprio al “compagno Amedeo Bertolo”. L’ho incontrato per la prima volta al circolo Ponte della Ghisolfa, quello storico di piazzale Lugano 31, in un gelido pomeriggio del febbraio 1971. Ero andata a ritirare le copie fresche di stampa del primo numero di una nuova testata: “A rivista anarchica”. Quel pomeriggio la sede brulicava di gente. Si respirava una grande eccitazione nell’aria, ed era proprio questa l’air du temps di un’epoca non priva di pecche e con qualche esito infausto, ma “gloriosa” se paragonata ai nostri giorni. Ci siamo dunque conosciuti mentre ritiravo il pacco di “A” che avrei venduto con successo il giorno dopo all’università. Amedeo aveva 29 anni, io 19. Lui era già assistente alla Facoltà di Agraria, io frequentavo il primo anno di Scienze Politiche. Davanti a quel pacco di riviste legato con lo spago abbiamo cominciato a parlare, a progettare, a sperimentare, a discutere (anche animatamente, soprattutto io, poco avvezza allo stile mitteleuropeo) e non abbiamo più smesso per quarantasei anni. Abbiamo condiviso l’impegno militante quotidiano, le riunioni infinite, le sedi piene di fumo (cui contribuiva anche la sua inseparabile pipa) e i silenzi complici fatti di lettura, scrittura, riflessione, musica. Abbiamo condiviso l’attacchinaggio di manifesti (un ricordo che trasuda colla ancora oggi) e le discussioni teoriche sull’universo mondo fatte con tanti altri e spesso in tante lingue diverse. E abbiamo riso, molto, sempre, di tutto e tutti a cominciare da noi stessi.

Varese, 21 novembre 1962: il processo per il rapimento del viceconsole spagnolo, iniziato il 13 novembre, si chiude positivamente per gli imputati, che sono condannati al minimo della pena. Questo scatto, ripreso da “L’Agitazione del Sud”, attesta l’esito favorevole per i giovani antifascisti, che vengono subito rilasciati (recte Gianfranco Pedron e non Giancarlo). “Dopo la condanna a morte di questo compagno spagnolo e la mancata reazione degli altri giovani antifascisti cui ci eravamo rivolti, venne deciso alquanto precipitosamente, anche perché i tempi non consentivano di tergiversare, di prendere in ostaggio il console spagnolo di Milano. Organizzammo questa azione in modo abbastanza dilettantesco, e tuttavia funzionò ugualmente.”

Il percorso biografico che segue, e che completa la riflessione prevalentemente teorica raccolta nell’antologia Anarchici e orgogliosi di esserlo (elèuthera 2017), dà conto dei sei decenni di una vita militante che inizia in un mondo pienamente novecentesco – il lascito della Resistenza ancora fortemente sentito, la centralità di un’analisi ancora classista… – e che poi si modifica radicalmente nel solco delle tante rotture immaginarie prodotte dal ’68 libertario (purtroppo oscurato da quei cascami vetero-politici che hanno troppo a lungo occupato la ribalta). E lo sforzo si è concentrato appunto lì, nel consapevole tentativo di non congelare i modi e i tempi della militanza con i quali si è cresciuti, ma di cercare sempre le forme storiche in grado di dare efficacia all’azione in un qui e ora che muta costantemente.

Non vi è dubbio che parlare oggi di “vita militante” può avere un sapore retrò. Nei nostri tempi postmoderni, si preferisce piuttosto ricorrere al temine “attivismo”, peraltro mutuato dall’inglese. Ma questo cambio terminologico segnala anche un cambio di paradigma che non è irrilevante: se la militanza rimanda a una scelta forte che può di fatto plasmare un’intera esistenza individuale, l’attivismo esprime invece una concezione dell’impegno sociale e politico più aleatoria, più legata alle situazioni, ai contesti, alle circostanze. È una parte importante del proprio modo di vivere, ma non è il paradigma esistenziale dal quale tutto il resto discende. Chi, come Amedeo, ha vissuto a cavallo di queste due interpretazioni si è costantemente ingegnato a trovare un equilibrio tra una visione che può diventare totalizzante e un approccio pragmatico che può sfumare nell’episodico, nel semplice “stile di vita”.

D’altronde, l’intera sua vita è stata una continua ricerca di equilibri mutevoli tra metodi e approcci differenti, figli a volte della tradizione storica, a volte di un immaginario sovversivo post-classico tutto da inventare. Equilibri incerti (o squilibri consapevoli, se si preferisce) che non possono essere risolti in una sintesi più o meno rigida, ma che vanno lasciati a quel gioco dinamico che rende vitale e antidogmatico l’anarchismo. Come testimonia appunto l’intervista biografica che segue, curata da Mimmo Pucciarelli e apparsa in francese nel 2006, ma mai pubblicata in italiano per volontà di Amedeo. Il quale era fortemente restio a farsi intervistare, e per vari motivi: in parte per ritrosia congenita, in parte perché convinto che il vero racconto di una vita militante come la sua dovesse emergere da quanto aveva fatto e non da narrazioni postume, inevitabilmente soggettive, e in parte perché – come insegnavano i vecchi anarchici, che di lotta clandestina se ne intendevano – ogni storia di vita militante è inevitabilmente fatta di omissis, dato che certe cose semplicemente non si raccontano.

Venezia, settembre 1984, Incontro internazionale anarchico, sessione Stato e anarchia del convegno “Tendenze autoritarie e tensioni libertarie nelle società contemporanee”: (da sinistra a destra) Nico Berti, Amedeo Bertolo, Colin Ward, Murray Bookchin, Rudolf De Jong, Rúben Prieto (in piedi).

In mancanza di una versione italiana scritta, questa edizione è dunque partita dalle registrazioni originali – tutte avvenute tra il 2003 e il 2005 – e non dalla pur accurata traduzione francese di Isabelle Felici, rispetto alla quale presenta delle piccole differenze: in genere commenti espunti in quella edizione o annotazioni e precisazioni successive.

Proprio per essere stati registrati in quegli anni, questi ricordi hanno ovvi limiti temporali che lasciano inevitabilmente fuori dal racconto tutti coloro – e non sono pochi – che hanno condiviso con Amedeo il decennio successivo. A completamento dell’intervista biografica sono stati inoltre aggiunti alcuni scritti che con registri diversi toccano il tema dell’identità anarchica: per rintracciarne la genealogia nel passaggio generazionale (con le note biografiche sui due “padri putativi”: Pio Turroni per l’educazione sentimentale e Louis Mercier Vega per l’educazione intellettuale), e per cercare di identificare il nucleo costante di un’identità programmaticamente mutevole in un abbozzo di dibattito (con Eduardo Colombo e Nico Berti) rimasto inconcluso e fin qui inedito.

Lago di Como, novembre 1988, Amedeo Bertolo con Murray Bookchin, teorico dell’ecologia sociale, durante un giro di conferenze organizzato dal Centro Studi Libertari / Archivio Giuseppe Pinelli.

Se Amedeo avesse potuto editare questa versione della sua intervista biografica – sempre presumendo che fosse d’accordo a pubblicarla – avrebbe probabilmente limato e precisato. Avrebbe magari citato in modo più esplicito di quanto non faccia nella ricostruzione che segue alcuni “compagni di strada” con i quali ha condiviso un lungo tratto del suo percorso esistenziale, come la feconda collaborazione editoriale con Ferro Piludu, Lucilla Salimei e il Gruppo Artigiano Ricerche Visive di Roma; o la forte consonanza intellettuale con persone che appaiono meno influenti di quanto non siano effettivamente state (a cominciare da Tomás Ibáñez); o ancora l’affinità elettiva, fatta anche di rapporti amicali, con singoli o persino con collettivi (a cominciare da Fabio Iacopucci, da Mário Rui Pinto o dall’Ateneo degli Imperfetti di Marghera). Ma Amedeo questa revisione non l’ha potuta fare.

Dunque ce ne assumiamo la responsabilità e lasciamo che il racconto ci restituisca, per quanto è possibile, quell’originale amalgama di lucidità eretica e di viscerale passione anarchica che è stato il suo tratto peculiare. Un amalgama apparentemente contraddittorio che invece rimanda con forza a quelli che sono i tratti costitutivi e inscindibili dell’identità anarchica, fatta di ethos (i valori), logos (il discorso razionale), pathos (le emozioni) e praxis (l’azione). Se manca qualcuno di questi elementi, l’identità è monca. Ma il giusto equilibrio tra di loro non è una formula e ognuno lo deve trovare vivendo e agendo.

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L’essenza dell’uomo: dietro l’ipotesi Sapir-Whorf https://www.carmillaonline.com/2017/12/09/41961/ Fri, 08 Dec 2017 23:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41961 di Antonio Merola

Era il 1957: Miti d’oggi di Roland Barthes infligge alla cultura Occidentale una ferita al costato. Il cervello di Einstein, un incontro di pugilato, la nuova Citroën; e poi ancora, l’astrologia, lo strip-tease, il Tour de France: l’alto e il basso, il sublime e il massificante, in breve ogni elemento di ciò che viene definito Cultura viene a mancare della propria essenza: il significato. L’occhio di Barhes caratterizza invece l’operare umano, nel suo insieme, come un operare espressivo, dove per espressività si intende l’essere, per ogni elemento culturale, significante di un significato più ampio: la struttura di base. [...]]]> di Antonio Merola

Era il 1957: Miti d’oggi di Roland Barthes infligge alla cultura Occidentale una ferita al costato.
Il cervello di Einstein, un incontro di pugilato, la nuova Citroën; e poi ancora, l’astrologia, lo strip-tease, il Tour de France: l’alto e il basso, il sublime e il massificante, in breve ogni elemento di ciò che viene definito Cultura viene a mancare della propria essenza: il significato.
L’occhio di Barhes caratterizza invece l’operare umano, nel suo insieme, come un operare espressivo, dove per espressività si intende l’essere, per ogni elemento culturale, significante di un significato più ampio: la struttura di base. L’autonomia essenziale, in poche parole, va a farsi fottere, danneggiando drasticamente, se si vuole allargare il campo d’indagine dall’opera all’operatore, l’io, o l’idea di uomo. L’essere umano, quindi.

Oggi, sappiamo che il Cogito ergo sum non basta più. Il pensiero umano è, in ogni sua forma, pensiero strutturato. Saussure ci ha insegnato che il linguaggio è arbitrario e ci hanno insegnato poi, a partire dagli studenti che per primi registrarono e trascrissero la Voce del Maestro, che una tale affermazione è verificata e verificabile in ogni suo aspetto cognitivo. Saussure non era un tipo da corbellerie, insomma. E le conseguenze di un tale pensiero ci portano subito alla scuola strutturalista e quindi, a Roland Barthes, o meglio, anche a Roland Barthes. Perché tutto ciò che viene dopo Saussure, in ambito critico, si basa proprio su un tale assioma: non è sulla scoperta della struttura, o di una struttura, ma sulla qualità della struttura, su cui si focalizza realmente l’attenzione; ovvero, in una critica negativa alla struttura, come nel femminismo, negli studi Queer, nel marxismo, o in una positiva, come nell’egemonia culturale capitalista. Non dovrebbe meravigliare, infatti, che alla base del pensiero umano vi sia una struttura, una qualsiasi struttura, che è presente anche nelle azioni più banali, nella quotidianità tutta, anche nel modo in cui un soggetto si appresta all’uso del bidet.

Ma, nel mare della consequenzialità, gli effetti non si manifestano sempre in maniera esplicita, come ci piacerebbe credere.

Torniamo per un attimo a quanto detto sopra: il pensiero umano è, in ogni sua forma, pensiero strutturato. Lo è, in quanto espressione del linguaggio, che a sua volta viene visto da Saussure come arbitrario. Bene; riassumendo, quindi, il linguaggio dell’animale umano è struttura arbitraria. Ma, quando parliamo di linguaggio, parliamo di lingue. E nel mondo, ad oggi, ne esistono più di seimila.
Eppure, benché l’ipotesi, anzi, l’affermazione, perché verificata e verificabile, di Saussure, l’affermazione di base quindi, è accettata e condivisa dai più, un’altra affermazione, questa sì ancora allo stato di ipotesi, ovvero quella della relatività linguistica di Sapir-Whorf, secondo cui il pensiero umano, e il modo in cui esso si esprime, è determinato, e non mediato, dalla lingua che il pensante si trova per nascita, o per apprendimento secondario, a parlare, trova difficoltà a essere dimostrata.

Banalizzando, potremmo dire che se il parlante A è inglese, il parlante A penserà in inglese, come un inglese, e così via per ciascuna delle seimila lingue del mondo.

La differenza tra Saussure e Sapir-Whorf non sta nel concetto di arbitrarietà: per il primo il linguaggio, per i secondi le lingue, sono entrambi un qualcosa di arbitrario; la differenza è invece nell’ipotesi che il pensiero sia, per i secondi, o non sia, almeno in modo diretto, per il primo, espressione del linguaggio. Soltanto se si prende l’affermazione di Sapir-Whorf come tale, e non come una mera ipotesi, si può arrivare logicamente ad affermare che il pensiero umano è strutturato. Questo perché verrebbe dimostrata la subordinazione tra pensiero e linguaggio, il nodo inestricabile. Ma finché ciò non viene dimostrato, noi avremo da un lato il pensiero, dall’altro il linguaggio, che è sì arbitrario, ma solo uno degli strumenti con cui l’uomo è in grado di esprimere se stesso. E, stiamo attenti, con linguaggio non si intende qui solo il linguaggio parlato; perché, a ben pensare, ognuno di noi, nel dialogo intimo con se stesso, parla in modo silenzioso, pensa costruendo linguisticamente il proprio pensare. In sostanza, non è con i grugniti che noi pensiamo, ma con parole ben precise, anche se non pronunciate. E già questo, sembrerebbe una constatazione a favore dell’ipotesi Sapir-Whorf.

Ma, poniamo per assurdo, anzi, realmente, visto che si tratta di un’ipotesi, che i nostri Sapir-Whorf non avessero ragione. Capovolgiamo il nostro enunciato: non più il pensiero come espressione del linguaggio, ma il linguaggio come espressione del pensiero. Siamo davanti a un dato di fatto, dove vedremmo annuire sicuro anche il docente Saussure. Ma siamo davanti, anche, a un uso del linguaggio come strumento, medium del pensiero. Peraltro, difettoso per il suo stesso fatto di essere arbitrario. Ovvero, anche se accettassimo l’affermazione capovolta di cui sopra, il linguaggio come espressione del pensiero, e non viceversa, ci troveremmo di fronte comunque a un’espressività mediata da uno strumento arbitrario per sua natura, e quindi a un’espressività fallace. Non è quindi il linguaggio che può esprimere l’umano nella sua essenza, la purezza del pensiero non mediato.

Eppure, non confermando l’ipotesi Sapir-Whorf, il pensiero resta comunque dato come altro, situato in un altrove da ricercare. Un’essenza, quella umana, che trascende il linguaggio, che si pone quindi prima del linguaggio e che non ne ha, necessariamente, bisogno. Verrebbe da pensare che anche questa volta i greci avessero ragione; verrebbe da pensare a Platone, dove l’altrove si conforma nell’Iperuranio, nel mondo delle Idee preesistenti…

Oppure, messo il pensiero in una condizione di impeachment, si potrebbe spostare l’attenzione nel sentire, il sentire come espressione dell’umano nella sua purezza, senza mezzi termini, senza mediazioni. Certamente, così era per l’uomo primitivo – dove, con primitivo non si intende necessariamente inferiore a livello cognitivo, quanto, semplicemente, l’uomo delle origini. Ma oggi, è davvero così che stanno le cose? Prendiamo per esempio il sentimento dell’ira, nella sua massima espressione, l’ira funesta e furibonda. Il sentire si manifesta prima ancora del linguaggio: un uomo delle origini sente, dentro di sé, un sentimento di furia. Lo stesso uomo delle origini non è ancora in grado di parlare. Sente quindi l’ira, ma non la definisce come tale. L’uomo del nuovo millennio, invece, vede il proprio sentire continuamente violentato dal linguaggio. Anche l’uomo del nuovo millennio, come il primo, sente la collera; ma egli sa, a differenza del primo, e grazie al primo, che quel sentimento di collera che lo brucia altro non è che il sentimento dell’ira; allo stesso modo, egli riconosce le altre emozioni, le sente e le definisce nello stesso momento, ne prende coscienza attraverso il linguaggio.

Inoltre, l’uomo del nuovo millennio transita anche per un individualismo mancato. Intendo dire che l’uomo primitivo non era a conoscenza della definizione di ira, ma sentiva l’ira, e che, tuttavia, è proprio l’uomo primitivo ad aver definito il sentimento dell’ira, perché, seguendo il principio di uguaglianza, più uomini avevano riconosciuto che un determinato sentire, che si ripeteva più volte nella propria vita, si ripeteva più volte anche nella vita dell’altro; un sentire comune, quindi, che lo ha portato a denominare un’emozione comune. L’uomo del nuovo millennio, invece, ha già di per se stesso un’intera gamma di emozioni definite, sa che X corrisponde all’ira tanto quanto Y corrisponde alla gioia, ma sa anche, anzi ritiene, che il proprio X o la propria Y, benché ira e gioia, si manifestino in lui, nel suo io intendo, diversamente dall’altro; che X e Y abbiano, in definitiva, una sfaccettatura personale che si distacchi dal principio di uguaglianza, ma che, tuttavia, e per questo lo chiamo individualismo mancato, non si ricrea, ovvero non si riconosce in una nuova definizione, non si ri-definisce, non si ri-nomina, se non, in rari casi, attraverso l’espressione artistica, a sua volta espressione, in casi ancora più rari dei primi, di ciò che fa l’uomo, l’uomo.


[Antonio Merola, classe 1994, è laureato in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Sue poesie inedite sono apparse su Atelier, Poetarum Silva, PageArte, Euterpe e nel Poetico Diario (LietoColle, 2017). Collabora o ha collaborato con con Altri Animali, (Racconti Edizioni), Flanerì, Lavoro Culturale e Culturificio. È cofondatore di YAWP: giornale di letterature e filosofie, per il quale ha curato inoltre la raccolta poetica L’urlo barbarico (A. V., Le Mezzelane, 2017) – recensione su Carmilla. Ha pubblicato sotto pseudonimo assieme a Iuri Lombardi la raccolta di racconti Il Vice Presidente venne dopo sette secondi, (2016) – ght]

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