organizzazione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 14 Feb 2026 21:00:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il paradigma Amazon https://www.carmillaonline.com/2024/05/01/il-paradigma-amazon/ Wed, 01 May 2024 20:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82268 di Sandro Moiso

Charmaine Chua, Spencer Cox, Marco Veruggio, Da New York a Passo Corese. Conflitto di classe e sindacato in Amazon, Introduzione di Sergio Fontegher Bologna, Infografiche di Emanuele Giacopetti, Punto Critico, Roma 2024, 140 pp., 12 euro

Definire Amazon un colosso è decisamente riduttivo, Amazon è un paradigma, così come lo sono stati gli stabilimenti Ford. Ambedue sono simboli di una civilizzazione, hanno segnato un’epoca. (Sergio Bologna)

Occorre iniziare da questa affermazione di Sergio Fontegher Bologna, contenuta nell’introduzione al testo appena pubblicato da Punto Critico, per riflettere su quali novità abbia introdotto a livello di rapporti di lavoro [...]]]> di Sandro Moiso

Charmaine Chua, Spencer Cox, Marco Veruggio, Da New York a Passo Corese. Conflitto di classe e sindacato in Amazon, Introduzione di Sergio Fontegher Bologna, Infografiche di Emanuele Giacopetti, Punto Critico, Roma 2024, 140 pp., 12 euro

Definire Amazon un colosso è decisamente riduttivo, Amazon è un paradigma, così come lo sono stati gli stabilimenti Ford. Ambedue sono simboli di una civilizzazione, hanno segnato un’epoca. (Sergio Bologna)

Occorre iniziare da questa affermazione di Sergio Fontegher Bologna, contenuta nell’introduzione al testo appena pubblicato da Punto Critico, per riflettere su quali novità abbia introdotto a livello di rapporti di lavoro e, quindi, di conflitto e organizzazione sindacale il modello di distribuzione delle merci ideato da Jeff Bezos.

Jeffrey Preston Bezos è il fondatore, proprietario e presidente della più grande società di commercio elettronico al mondo, oltre che il fondatore e amministratore delegato di una società attiva nei voli spaziali (Blue Origin) e il proprietario del Washington Post. Inoltre risulta essere la terza persona più ricca al mondo, con un patrimonio stimato di 196,1 miliardi di dollari.

Ricordare i dati riguardanti il big boss man di Amazon in questo contesto non costituisce un mero esercizio di gossip giornalistico ma, piuttosto, uno strumento per misurare il risultato derivante da una posizione di monopolio economico e rendita finanziaria in cui è sempre più evidente come un modo di produzione e distribuzione che si basa sull’appropriazione individuale/privata della ricchezza/lavoro prodotta socialmente non sia “democraticamente” correggibile, come vorrebbe tanta vulgata riformistica.

Valga, a questo proposito, l’osservazione che il plurimiliardario americano è proprietario di una delle testate giornalistiche più celebri per le sue campagne e i suoi coraggiosi articoli di denuncia della corruzione del potere politico, dal Watergate in poi. Una tradizione di indagini giornalistiche che, pur rimanendo impensabile nell’odierno paese dei media-cacasotto al servizio del capitale e dello scandalismo giustizialista in stile Travaglio, non ha comunque cambiato di una virgola i reali rapporti di forza tra le classi negli Stati Uniti.

E allora torniamo al paradigma Amazon per esplorarne contraddizioni e organizzazione del comando sul lavoro attraverso i due saggi nati in modo autonomo e che non erano stati scritti con l’idea di essere pubblicati insieme. Il primo, Battling the Behemoth: Amazon and the rise of America’s new working class, di Charmaine Chua e Spencer Cox, è stato pubblicato sul volume 59 del Socialist Register (Socialist Register 2023: Capital and Politics), mentre il secondo, Organizzazione del lavoro e conflitto di classe in Amazon, di Marco Veruggio, ricapitola tre anni di lavoro nell’ambito del progetto “Amazon, la società del futuro?” (www.puntocritico.info/amazon).

Iniziamo dal primo dei due saggi, quello di Charmaine Chua1 e Spencer Cox2:

Ai primi di aprile del 2022 Christian Smalls stappava una bottiglia di champagne fuori dagli uffici del National Labor Relations Board (NLRB) a Brooklyn per celebrare una vittoria senza precedenti. Meno di due anni prima Smalls era stato licenziato dal JFK8, il centro di distribuzione Amazon a Staten Island, dopo aver guidato uno sciopero di protesta contro le insalubri condizioni di lavoro agli inizi della pandemia. Oggi, nonostante la sfrenata azione repressiva di Amazon, le cui tattiche antisindacali hanno contemplato il duplice arresto di Smalls con l’accusa di “invasione di proprietà privata”, licenziamenti, l’obbligo per i lavoratori di partecipare a incontri di “formazione obbligatoria” e altro ancora, il JFK8 è da diventato da poco il primo magazzino Amazon nella storia a strappare un riconoscimento formale del sindacato interno. «Vogliamo ringraziare Jeff Bezos per essere andato nello spazio», ha ironizzato l’ormai celebre Smalls, «perché quando era lassù noi iscrivevamo persone al sindacato». Quel capovolgimento di fronte, ha osservato il giornalista Alex Press, è stato un evento storico, di cui «ci sono pochi paralleli nella storia del movimento operaio americano dopo Reagan»3.

Poche righe per ricordare diversi e importanti aspetti delle vicende lavorative e sindacali dei dipendenti del colosso della distribuzione. La prima, rammentata dall’esperienza di Smalls, è che il “democratico” Bezos non ha tralasciato alcuna modalità di repressione dei lavoratori, dal licenziamento ai provvedimenti di imprigionamento, per impedire qualsiasi tipo di sindacalizzazione degli stessi. La seconda, ancora più importante della prima, è che la determinazione dei salariati nel lottare e nell’organizzarsi è l’unica forma di opposizione che può realmente pagare.

Nonostante siano stati numerosi i tentativi da parte dei media, da quelli di orientamento liberal a quelli posizionati più a sinistra, di fornire spiegazioni convincenti della vittoria di questa “opposizione interna” al colosso, mancano comunque i tentativi

di collocare questa palese rinascita della lotta di classe dei lavoratori nel suo appropriato contesto, cioè nella sua relazione ai processi di ristrutturazione capitalista nel cuore deindustrializzato degli Stati Uniti, processi che hanno condotto a un turbolento fenomeno di ricomposizione di classe e che plasmeranno le opportunità di realizzare un cambiamento strutturale nel futuro. La vittoria di un piccolo nucleo di venti attivisti su una società che nel 2022 ha avuto un fatturato di 470 miliardi di dollari è stata significativa non solo per i rapporti di forza da “Davide e Golia”, ma anche per ciò che ha rivelato circa la composizione demografica e geografica della nuova classe operaia americana4.

E per far meglio comprendere la dimensione materiale in cui la lotta si è sviluppata e tale vittoria è diventata possibile, i due ricercatori aggiungono:

La vittoria al JFK8 è stata anche frutto di una lotta condotta lontano dai tradizionali punti di raccolta della sinistra a Wall Street e a Washington Square Park e situata, invece, in un’area suburbana spesso indicata come la “periferia dimenticata”. Il magazzino è circondato come un fortino da una recinzione lunga parecchie miglia e sormontata dal filo spinato. Collocati in una delle centinaia di fabbriche dell’industria della distribuzione che in America concentrano e fanno socializzare i lavoratori alla periferia degli aggregati urbani, molti di costoro per raggiungere il posto di lavoro devono fare i pendolari viaggiando da un’ora e mezza a tre ore. Nel quadro della lunga crisi in cui la popolazione in eccesso ha fatto i conti sia con la scarsità di abitazioni sia con la sempre più ridotta disponibilità di stabile lavoro salariato, i lavoratori dei magazzini Amazon sono il settore di classe operaia che cresce a ritmo più rapido. E la loro collocazione di classe etnicamente variegata e geograficamente extraurbana è stata un fattore non secondario, bensì centrale della vittoriosa mobilitazione della Amazon Labor Union5.

Per poi sottolineano ancora che

per comprendere in modo più esauriente il mutamento che ha portato i lavoratori di Amazon a diventare il punto focale del movimento operaio organizzato è necessario collocare la rapida espansione di Amazon.com nella lunga crisi dell’ultimo mezzo secolo. Quale impresa tecnologica che ha combinato e-commerce e servizi digitali in un’unica entità societaria, Amazon è un emblema delle trasformazioni strutturali in atto al centro del processo di rifacimento del capitalismo globale, cioè dello straordinario mutamento nella logica dell’accumulazione in direzione di un’accelerazione nella circolazione del capitale merce mediante le catene di fornitura just-in-time che si estendono a tutto il globo. Inquadrando Amazon come forza motrice della scomposizione di classe cerchiamo anche di capire come negli Stati Uniti il capitale stia ricomponendo una nuova classe operaia. Situando l’ascesa di Amazon all’interno dei processi di ristrutturazione capitalistica che si sviluppano a partire dai rivolgimenti politico-economici degli anni ‘70 dimostriamo che la supremazia del blocco egemonico neoliberale le ha reso più agevole perseguire un surplus di profitti tramite una rielaborazione generale dei meccanismi di accumulazione del capitale. Nel saggio analizziamo come Amazon ha rimodellato la geografia di classe delle città degli USA, modificando anche la composizione della loro struttura sociale. La sua ascesa, concentrata nel cuore gentrificato delle città, è stata trainata da una poderosa trasformazione del settore della vendita al dettaglio e della logistica, avvenuta quando consumatori con salari elevati e istruzione superiore hanno spostato in rete i propri acquisti, alimentando un balzo in avanti delle vendite online. A servire questo serbatoio di clientela sono i magazzini Amazon collocati nelle aree suburbane ed extraurbane delle città americane – quelle in cui oggi perlopiù risiede la classe operaia degli Stati Uniti. Queste trasformazioni complessive nei settori del commercio e della logistica sono state un fattore chiave trainante la segmentazione per razze ed etnie e l’atomizzazione della classe operaia, che Amazon a sua volta sfrutta per reclutare manodopera e collocare i magazzini in luoghi strategici. Esaminare le contraddizioni prodotte dagli sforzi di Amazon per acquisire il monopolio nell’industria della logistica ci permette di valutare le rotture sistemiche che rendo-no allo stesso tempo possibile e necessaria la creazione di una coscienza di classe rivoluzionaria nei magazzini6.

Dopo queste lunghe citazioni si lascia ad ogni singolo lettore la possibilità di esaminare più in profondità le modalità di trasformazione del comparto della logistica e quelle delle lotte che ne sono derivate, attraverso uno sguardo affinato dal tipico pragmatismo americano, troppo spesso assente dalle riflessioni europee ed italiane sul lavoro, quasi sempre inficiate da aprioristici ideologismi che nulla hanno a che fare con una seria analisi materialistica (marxista?) delle trasformazioni sociali, economiche, tecnologiche e politiche in atto.

Basti pensare allo sguardo sulla gentrificazione, cui si è accennato nell’ultima citazione, che non viene studiata come causa della rovina delle città d’arte o dei centri storici dal punto di vista culturale, ma proprio per le sue conseguenze sociali, dettate dalle necessità della ristrutturazione e concentrazione capitalistica. Bye bye Firenze, good morning Brooklyn.

Il saggio di Marco Veruggio si sforza invece di concentrare lo sguardo e l’attenzione sul modello di gestione algoritmica della forza—lavoro del colosso di Seattle, per potere successivamente analizzare insidie e opportunità che ne derivano sul piano sindacale. L’autore è coordinatore del progetto ”Amazon, la società del futuro?” e ha pubblicato numerosi articoli sull’argomento, tra cui l’unica intervista italiana a Chris Smalls, mentre il long form multimediale Amazoniade. Un anno a Passo Corese (2022), da lui curato ha vinto nel 2023 il Premio Calcata 4.0 per il giornalismo digitale. Nel suo saggio Veruggio sottolinea come:

Una delle caratteristiche essenziali del modello Amazon è la trasformazione della forza-lavoro in commodity, materia prima indistinta. Non contano le differenze qualitative tra i singoli lavoratori, ma soltanto la loro capacità di fornire all’azienda una prestazione lavorativa conforme agli standard aziendali, perfetta incarnazione di ciò che Marx chiamava “lavoro sociale medio”. La parcellizzazione del lavoro, tipica del taylorismo e del fordismo, in mansioni elementari e ripetitive, così da imprimere al lavoro il giusto ritmo e controllarne ogni sua fase, qui, grazie all’innesto delle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale, viene portata alle estreme conseguenze. Se […] le mansioni della logistica risultano di per sé abbastanza semplici, la sussunzione del lavoro da parte degli algoritmi che regolano ogni più minuto aspetto della vita in Amazon cancella ogni residua autonomia del lavoratore, trasformandolo in una sorta di automa: «Sei una specie di robot, ma in forma umana. La puoi chiamare automazione umana» è l’icastica sintesi fatta da un’ex manager inglese di Amazon a una giornalista del Financial Times.
Alienazione e ritmi elevati consentono ad Amazon di imporre livelli di produttività (e di estrazione di plusvalore) elevati, ma rendono il lavoro estremamente sfibrante. L’impegno ad applicare la job rotation, raccontano lavoratori e sindacalisti, è ampiamente disatteso. Negli enormi magazzini grandi anche decine di migliaia di metri quadrati su più piani un picker arriva a percorrere anche 20 chilometri al giorno. Chris Smalls, oggi leader del primo sindacato riconosciuto ufficialmente da Amazon negli USA, Amazon Labor Union (ALU), mi ha raccontato che molti lavoratori del magazzino di Staten Island, a New York, per reggere i ritmi – negli USA si arriva a lavorare 12 ore al giorno e fino a 50-60 ore a settimana – conducevano uno specifico allenamento fisico. L’introduzione sempre più massiccia di robot per spostare la merce dai picker ai packer sta solamente attenuando il problema.
Nonostante ciò nella selezione del personale non vengono richiesti particolari requisiti fisici7.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante, poiché all’interno di ciò che Chua e Cox definiscono come “fabbriche della vendita al dettaglio” «la catena di montaggio tipica del fordismo è potenziata dall’innesto delle più moderne tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale»8. Il che permette, ad esempio, tramite un programma attivo da qualche anno:

di fare il fattorino di Amazon in qualità di lavoratore autonomo, loggandosi ad Amazon Flex, la app che regola ogni aspetto del lavoro: basta avere 18 anni, un mezzo proprio e la patente. Una vera e propria “uberizzazione” delle consegne, che in Italia per ora ha ancora una portata limitata e che inscrive una quota ridotta dei lavoratori Amazon dell’e-commerce nel perimetro della cosiddetta gig economy (insieme a chi lavora per la piatta-forma di microlavoro Mechanical Turk, lanciata da Jeff Bezos nel 2005) 9.

Ma, come si può ben immaginare, se la soglia minima è quella dei diciotto anni, quella massima può non avere più limiti. Contribuendo a fornire una massa di anziani itineranti, come quella vista nel film Nomadland (2020) di Chloé Zhao, adattamento dal libro inchiesta della giornalista Jessica Bruderdel dallo stesso titolo10, che risultano essere dipendenti stagionali di Amazon, sia come operatori che come fattorini.

E’ indiscutibile che una tale riformulazione delle modalità e delle “età” del lavoro finisca coll’abbisognare di nuove modalità interpretative e organizzative di cui il testo edito da Punto Critico, con i suoi due saggi, può costituire un primo e importantissimo momento. Vivamente consigliato a tutti coloro che nell’affrontare il tema del lavoro di oggi e di domani non si accontentino di frasi fatte e parole d’ordine radicate in un sistema di fabbrica ormai quasi del tutto superato nell’Occidente metropolitano. Contro tutte le passate illusioni che ogni conquista fosse “per sempre”.


  1. Attivista, saggista e Assistant Professor of Global Studies alla University of California di Santa Barbara che, attualmente, sta scrivendo due saggi: The Logistic’s Counterrevolution: Fast Circulation, Slow Violence and the Transpacific Empire of Circulation e, ancora con Spencer Cox, How to Beat Amazon: The Struggle of America’s New Working Class.  

  2. Ha lavorato in centri di distribuzione e di smistamentp Amazon, militato in Amazonians United otre ad aver conseguito un PhD alla University of Minnesota.  

  3. C. Chua, S. Cox, Lottare contro il ciclope: Amazon e l’ascesa della nuova classe operaia americana in Charmaine Chua, Spencer Cox, Marco Veruggio, Da New York a Passo Corese. Conflitto di classe e sindacato in Amazon, PuntoCritico, Roma 2024. p. 35.  

  4. Ivi, p. 36.  

  5. Ivi, p. 37.  

  6. Ibidem, pp. 37-38.  


  7. M. Veruggia, Organizzazione del lavoro e conflitto di classe in Amazon, in Da New York a Passo Corese. Conflitto di classe e sindacato in Amazon, op. cit., pp. 81-82.  

  8. Ivi, p. 76.  

  9. Ivi, p. 77.  

  10. J. Bruder, Nomadland. Un racconto d’inchiesta, Edizioni Clichy, Firenze 2020.  

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Gli echi del rivoluzionario dagli occhi di tataro https://www.carmillaonline.com/2022/05/09/gli-echi-del-rivoluzionario-dagli-occhi-di-tataro/ Sun, 08 May 2022 22:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71849 di Jack Orlando

Guido Carpi, Lenin vol. II. Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Stilo Editrice, Bari, 2021, 327 pp., 18€

Avevamo già incontrato Lenin di recente, su queste pagine (qui), attraverso le pagine di Guido Carpi e della sua biografia del sensei bolscevico. Ci ritroviamo di nuovo qui a percorrere i sentieri di Vladimir Il’ič Ul’janov, quasi sempre in un frustrante e recalcitrante esilio; lo si era congedato all’alba del 1905, prima dello scossone rivoluzionario, fermi con lo sguardo su uno dei sommi cardini della sua opera: il militante, il rivoluzionario [...]]]> di Jack Orlando

Guido Carpi, Lenin vol. II. Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Stilo Editrice, Bari, 2021, 327 pp., 18€

Avevamo già incontrato Lenin di recente, su queste pagine (qui), attraverso le pagine di Guido Carpi e della sua biografia del sensei bolscevico.
Ci ritroviamo di nuovo qui a percorrere i sentieri di Vladimir Il’ič Ul’janov, quasi sempre in un frustrante e recalcitrante esilio; lo si era congedato all’alba del 1905, prima dello scossone rivoluzionario, fermi con lo sguardo su uno dei sommi cardini della sua opera: il militante, il rivoluzionario di professione che opera da cinghia di trasmissione tra processo (di rottura) oggettivo e volontà (politica) soggettiva, figura deputata al rovesciamento dell’esistente.
Lo riprendiamo ora nella frattura del 1905, per accompagnarlo fino alle soglie di quel fatidico ‘17, in un decennio dove il vecchio mondo scivola nella catastrofe fino a frantumarsi nelle trincee, e dove per il rivoluzionario si rivelano in tutta la loro importanza la centralità del partito e la imprescindibile dialettica tra tattica e strategia, tempi duri per gente dura e menti radicali.

Andiamo rapidi, che non stiamo qui a far gli storici; la parentesi rivoluzionaria del 1905, quella del pope Gapon e dei gendarmi che sparano sulla folla con le icone sacre, vede Lenin (come quasi sempre) in una posizione di minoranza all’interno della socialdemocrazia, e con un apparato bolscevico impostato sulle indicazioni del che fare: partito ristretto, cospirativo, portato avanti da un èlite “neogiacobina”; una struttura atta a muoversi agilmente negli interstizi e nel mondo ben poco accomodante dello zarismo russo.

Il 1905 pone i rivoluzionari di fronte a una situazione inedita: l’irrompere sulla scena delle masse operaie come attore autonomo in grado di stabilire una propria agenda sganciata, a volte contrapposta, dagli interessi dello Stato o della borghesia. I lavoratori si dotano dei propri strumenti di decisione ed organizzazione, i Soviet, e l’incedere del processo rivoluzionario allarga le maglie della partecipazione alla vita pubblica, dalle libertà politiche alla stampa.
La fase è di attacco, di allargamento, e avanza convulsa. Va da sé che chi non tiene il passo resta indietro, come legge di natura, gli animali che non si adeguano alle mutazioni ambientali periscono.

Di qui una revisione dei principi d’azione bolscevichi che si orientano verso la messa in piedi di un partito di massa, in grado di occupare quei nuovi spazi di manovra convogliando le energie della massa in movimento, con l’esperienza combattiva del militante.
Non si tratta di scegliere tra vecchie maniere e nuovi democraticismi, come per quasi tutti i moderati. Non c’è teleologia del socialismo che tenga, né riforma che valga.
È sempre il processo rivoluzionario a portarsi appresso, come effetto collaterale, una politica di riforme; viceversa nessun riformismo o forma di rappresentanza può davvero far avanzare il percorso di emancipazione.
Si tratta di occupare tatticamente i posti disponibili in una Duma sostanzialmente impotente, per parlare al popolo dei lavoratori e non al potere burocratico, di usare le possibilità di stampare giornali legali non per tessere le lodi della libertà d’opinione ma per formare e radicalizzare la soggettività combattiva in lotta; i bolscevichi stanno nei soviet non per abbracciare il moto perpetuo e progressivo delle masse verso l’utopia socialista, ma per articolarne e coordinarne le potenzialità su di un piano di attacco che arrechi danni e sottragga terreno quanto più possibile al nemico.
Si dialoga con la spontaneità proletaria, unica davvero a rompere gli argini del potere, ma la si articola in organizzazione per portarla ad un livello superiore, per darle nuovo spazio e non farla rifluire.
Portare all’estremo le conquiste democratiche, accelerare la rivoluzione fino al punto di non ritorno.
O tutto o niente.

E quando poi la parentesi si va chiudendo, quando gli spazi si restringono, la repressione colpisce duro e le energie cominciano a smobilitare, come sopravvivere al contraccolpo?
L’ormai ex piccolo gruppo compatto, ora giovane partito di massa con articolazioni legali e non, deve operare una nuova virata e passare attraverso la porta stretta della controrivoluzione: mettere in sicurezza le varie articolazioni prima che vengano annientate; nella prassi: lasciare attivi i presidi conquistati, come i rappresentanti della Duma, per tenere viva una voce pubblica, ma investire le energie in una pratica di esercizio della forza, che sfrutti gli ultimi scampoli di tempo per un colpo di reni in grado di deviare la tendenza. È ora un bolscevismo insurrezionale che si nutre di rapine per il finanziamento, di truffe internazionali e contrabbando per l’approvvigionamento di armi, di tentativi lottarmatisti, gruppi di combattimento e granate nelle strade.

Ma all’impossibilità di tenere il confronto armato con gli apparati dell’impero zarista, si rende necessario uno spostamento ulteriore, con un non pacifico smantellamento dell’apparato militare prima che esso inghiotta l’intero partito in una spirale senza uscita. La direzione del processo deve rimanere sempre dell’elemento politico, anche quando questo tenga in mano una pistola.
È qui che Lenin imprime una nuova mutazione alla sua struttura: un partito fluido, rizomatico direbbe qualcuno, che al tradizionale centralismo bolscevico innesta una molteplicità di centri operativi indipendenti che portino avanti il lavoro sul campo, e che alla monolitica struttura-partito preferisce l’infiltrazione nelle forme legali e associative della società, per operare tramite queste un’egemonia politica sul tessuto sociale.
Un bolscevismo poco attenzionato dalla tradizione che però traghetta il partito fino al ‘17, alla resa dei conti finale col nemico storico. L’ultimo livello della sfida.

A fare questa breve cavalcata, è subito evidente una cosa: la coerenza delle forme è roba da neofiti.
Il militante bolscevico si è trovato a cambiare pelle più e più volte, ora scrittore ora agitatore politico, ora sindacalista, ora bandito e dinamitardo; così come alla sua comunità politica è chiesto un perpetuo sforzo di adattamento ed aggiornamento del sistema operativo. Anche a costo di una continua frammentazione dei rapporti personali e organizzativi, e quindi ad un costante riperimetrare il campo della propria amicizia politica. Bisogna prima dividersi, delinearsi, per poi potersi unire.

La coerenza delle forme, siano esse quelle dell’organizzazione o quelle dell’ideologia, finiscono sempre per essere pensiero autocentrato, che antepone il proprio sguardo alla realtà materiale, di fatto scollandosi da essa e diventando inutile orpello o strumento di affermazione personale.
Quella leniniana è invece dottrina di combattimento, e in quanto tale, non può mai prescindere dall’analisi concreta del campo di battaglia.
Se coerenza c’è, essa è tutta interna al rapporto dialettico tra tattica e strategia. Vero asse centrale dell’agire politico. Si preserva la rigidità strategica, perché l’obbiettivo è uno solo ed è indifferibile: l’instaurazione del comunismo da parte del proletariato attraverso le sue avanguardie organizzate. Stante questo assunto si può mantenere la flessibilità tattica per cui ad ogni passaggio di fase, come si rimodula il capitale, così corrisponde un adeguato riposizionamento della forza antagonista e delle sue pratiche.

Lenin prendeva ciò che gli serviva quando gli serviva. Ma per riporlo in una cassetta degli attrezzi dagli scomparti ben ordinati. A costituire la griglia immutabile attraverso cui il bolscevismo filtra, scompone e metabolizza ogni altro elemento, sono: la lotta come esperienza diretta, immediata che – assai più delle acquisizioni teoriche – determina la crescita politica, organizzativa, addirittura morale dei soggetti coinvolti; la profonda consapevolezza di come la lotta pratica non sia mai fine a sé stessa, ma sia fonte primaria di teoria, così come non si dà teoria che non si traduca immediatamente in pratica; l’enfasi su di una nuova figura di militante, che unisce in sé le capacità teoriche dell’intelligent e la determinazine pratica del proletario. Infine tutti questi elementi trovano la propria sintesi nell’organizzazione, pietra filosofale del leninismo e manifestazione sensibile di quell’universale istinto alla partiticità (partijnost’) che si configura come una vera e propria grazia laica.”1

Uno schema da tenere a mente, tanto più in quest’oggi che la guerra, con lo spettro della sua deflagrazione totale, torna a soffiare in Europa.
L’adagio leniniano del trasformare la guerra imperialista in guerra civile è ritornato di moda tra un certo antagonismo sempre a caccia di slogan, pure se non si sa bene chi, cosa e come dovrebbe operare questa mutazione bellica.
Guardare a Zimmerwald, cioè guardare a una politica che, innanzi alla sfida della guerra mondiale, della pace e del sentimento umanitario sostanzialmente se ne infischia e pone all’ordine del giorno ancora una volta il qui e ora della frattura rivoluzionaria, aiuta a smarcarsi da certe ingenuità pacifiste e dall’assorbimento in campo nemico (che è sempre quello che ci tiene direttamente il piede sul collo) e stabilisce, come sua consuetudine, che “non importa cosa soggettivamente pensi di stare facendo, ma negli interessi di chi stai oggettivamente operando; e guai se i due parametri non collimano”.2
Insieme al piccolo uomo dagli occhi di tataro siamo di nuovo di fronte al Moloch del capitale nella sua fase suprema, quella dell’imperialismo, pronta a scatenare tutta la sua furia (auto)distruttiva. Ma siamo orfani di una parte collettiva in grado di far sentire la sua voce, orfani di sodalizi davvero in grado in rompere questo frame, schegge sparse tra derive, resistenze e tentativi generosi.

Un compagno, parlando della situazione attuale, mostrava con rammarico il timore “di essere di nuovo in ritardo, e di non poter essere più in tempo ora che la Storia ha ricominciato a correre veloce”.
Non un timore infondato insomma, ma Lenin mostra come non esista un tempo giusto per il rivoluzionario, solo tempi diversi in cui agire diversamente, con l’occhio sempre all’obbiettivo.
Esistono momenti di ritirata, altri d’assedio, altri ancora di attacco. Ma il tempo giusto, in ultima istanza, sono volontà e intelligenza a determinarlo.
Non esiste fraseologia che tenga, è solo il metodo a contare davvero; l’uomo Lenin dorme in una teca di vetro, ed è giusto che sia lì a riposo, a noi servono gli strumenti del suo laboratorio, non le spoglie. Quegli echi che attraversano un secolo, non arrivano a noi per essere soggetti a condanna o celebrazione, ma perché siano ascoltati e reinterpretati, lingue nuove alimentate di grammatica antica. Il passato è per il rivoluzionario materia viva.
La condizione oggettiva non serve a niente senza una volontà soggettiva di rovesciamento. Né esiste un sentiero su cui camminare verso il Sol dell’Avvenire, abbiamo solo catene di istanti da far deflagrare, anello dopo anello, finché tutto il continuum non vada in frantumi.


  1. Carpi Guido, Lenin. Verso la rivoluzione d’ottobre (1905-1917), Stilo editore, Bari, 2021, p. 8 

  2. Ivi, p.10 

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Dopo Trump, il rilancio dell’idea comunista per superare lo sgomento https://www.carmillaonline.com/2018/05/12/dopo-trump-il-rilancio-dellidea-comunista-per-superare-lo-sgomento/ Fri, 11 May 2018 22:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45319 di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, 2018, pp. 72, € 9,00.

La vittoria di Trump suscita depressione e paura. Inutile nascondersi dietro raffinate analisi politiche. Alain Badiou, filosofo comunista, autore di numerosi pamphlet sull’attualità politica, nei giorni immediatamente successivi all’elezione del presidente USA tiene due conferenze negli Stati Uniti che si trasformano in un commento a caldo sul nefasto evento. Il compito che il filosofo si pone da subito è quello di superare il comprensibile sgomento per studiare a mente fredda la situazione politica che ha consentito una vittoria [...]]]> di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, 2018, pp. 72, € 9,00.

La vittoria di Trump suscita depressione e paura. Inutile nascondersi dietro raffinate analisi politiche. Alain Badiou, filosofo comunista, autore di numerosi pamphlet sull’attualità politica, nei giorni immediatamente successivi all’elezione del presidente USA tiene due conferenze negli Stati Uniti che si trasformano in un commento a caldo sul nefasto evento. Il compito che il filosofo si pone da subito è quello di superare il comprensibile sgomento per studiare a mente fredda la situazione politica che ha consentito una vittoria per certi versi così sconcertante. Il risultato è un ragionamento al tempo stesso semplice e denso, un’analisi di fase a tutto tondo che va ben al di là delle vicende elettorali americane. II tutto disponibile nel breve testo Trump o del fascismo democratico.

Secondo Badiou sono quattro le condizioni fondamentali che guidano la dialettica dell’attuale fase storica: il dominio strategico del capitalismo globale, la crisi della tradizionale oligarchia politica borghese, il disorientamento e la frustrazione delle persone, la mancanza di una direzione strategica alternativa. Oggi per l’élite borghese non è necessario sostenere che il mondo attuale è migliore di tutte le possibili alternative, ma è sufficiente affermare che è l’unico possibile. There is no alternative. Non c’è alternativa al fatto che 264 persone possiedono ricchezza e reddito pari a quella di 3 miliardi di persone; non c’è alternativa al fatto che nel mondo si è creata un’eccedenza di 3 miliardi di persone per la quale il capitalismo non è in grado di creare un’occupazione profittevole, un’enorme massa umana che si sposta per il globo alla ricerca della sopravvivenza. Il capitalismo globalizzato non si preoccupa degli effetti distruttivi del suo dominio. Ma proprio per questo motivo l’oligarchia politica occidentale borghese sta perdendo il controllo degli ingranaggi capitalistici e finisce per indebolirsi.
Così, da una costola dell’élite borghese nasce una schiera di politici che costituiscono una sorta di “esteriorità interna” rispetto al sistema politico vigente. L’esteriorità è costituita dal linguaggio violento, demagogico, irrazionale, apertamente contraddittorio, finalizzato esclusivamente a suscitare reazioni emotive e a generare un’unità in larga parte artificiale. Di fronte a crisi, false promesse, soluzioni inadeguate la maggior parte delle persone si orienta verso false novità, idee irrazionali, asfittiche tradizioni. Può nascere così quello che, con un’espressione volutamente paradossale, Badiou definisce “fascismo democratico”, un orientamento politico che cerca di spacciare per nuove vecchie cianfrusaglie come nazionalismo, sessismo, razzismo, colonialismo, bigottismo religioso. A differenza del vecchio fascismo, quello nuovo non ha un vero antagonista, il comunismo, e manca, almeno fino a ora, di organizzazioni costruite ad hoc attorno al capo carismatico. In ogni caso si tratta sempre di un fenomeno interno al sistema dominante perché non si discosta dall’unica via perorata da tutti i governi del mondo costituita dalla sacralità della proprietà privata.

Una caratteristica fondamentale del sistema politico attuale, continua Badiou, è che lo scontro tra destra e sinistra è la mera “rappresentazione di una contraddizione” che nasconde una complicità sostanziale nell’accettare il capitalismo globalizzato come legge generale che domina la realtà. I limiti esterni dei due campi politici sono tradizionalmente costituiti dal comunismo e dal fascismo. Trump si colloca nel punto di contatto tra élite tradizionale della destra e posizioni fasciste. Hilary Clinton, invece, è una tipica rappresentante della classe politica della sinistra dello schieramento.
Quello tra Clinton e Trump, dunque, è stato, dal punto di vista del posizionamento politico, uno scontro asimmetrico che, svolgendosi in tempi di crisi, ha favorito il candidato spostato verso l’estremità del suo campo. Allo stesso tempo, l’opposizione tra i due aspiranti presidenti non costituiva una vera contraddizione. Sebbene Clinton avesse il volto più rassicurante della classe borghese colta, in realtà apparteneva alla stessa élite di Trump, quella che intasca profitti e dividendi in ogni parte del mondo. La vera contraddizione, anche se in forma attenuata e confusa, sostiene Badiou, si è affacciata nelle primarie del partito democratico attraverso Sanders che ha rappresentato il possibile inizio di una nuova soggettività popolare alternativa all’oscurantismo pseudo-popolare incarnato da Trump.

Questa soggettività reazionaria è frutto della frustrazione del popolo, dell’impressione di trovarsi in una situazione impenetrabile, in un vicolo cieco. Si è diffusa una paura del futuro che nasce dalla mancanza di orientamento, di stabilità, dalla sensazione di vedere distrutto il proprio mondo senza la possibilità di costruirne uno nuovo. Una distruzione priva di senso. Di fronte a tutto ciò non mancano resistenze e ribellioni. Ma è ancora assente una via strategica per lo sviluppo dell’umanità alternativa al capitalismo. Manca quella che Badiou definisce un’idea: un insieme sufficientemente forte e articolato di principi condivisi in grado di fungere da mediazione tra il soggetto individuale e il progetto collettivo dell’emancipazione, di costituire un’unione strategica globale di tutte le forme di resistenza e di azione politica.
Di fronte a un fenomeno come la vittoria di Trump, dunque, non basta opporsi. “Il nostro compito è sostenere un nuovo inizio”. Ciò significa riprendere i punti essenziali dell’idea comunista. Badiou ne elenca quattro. Primo, non è necessario che la chiave dell’organizzazione sociale sia costituita dalla proprietà privata con il suo portato di mostruose disuguaglianze. Secondo, il lavoro non deve essere dominato da una specializzazione che divide i lavoratori in manuali e intellettuali, esecutori e dirigenti ecc: il lavoratore può essere polimorfo. Terzo, non è necessario che le persone siano separate da confini nazionali, etnici, religiosi, di genere: contro la costituzione di identità chiuse, l’uguaglianza può costituirsi come il potenziale creativo della differenza. Infine, si può contestare la necessità dell’esistenza di uno Stato come potenza che si delimita e si arma: l’organizzazione sociale si può costituire sulla base di quella che Marx chiamava la “libera associazione”.

Questi quattro punti, sottolinea Badiou, ben lungi da costituire un programma, rappresentano soltanto principi che consentono di valutare programmi, partiti, decisioni politiche. Un elemento essenziale per passare ad un’effettiva azione politica è quello dell’organizzazione, intesa come “memoria del movimento”. Ogni politica si deve confrontare con lo Stato e il potere. Movimenti di massa, rivolte spontanee e manifestazioni collettive sono elementi necessari per una nuova politica. Ma la differenza fondamentale tra movimenti e Stato è il tempo: i movimenti sono destinati a esaurirsi, lo Stato permane e sopravvive al movimento. Per questo è necessaria l’organizzazione quale dimensione della continuità temporale del movimento, come possibilità per radicalità del movimento stesso di non estinguersi, ma di sviluppare una nuova strategia.
In questo ambito, il partito leninista rispondeva a un preciso problema: “come possiamo vincere?” Il classico partito comunista nasceva infatti per fare tesoro delle rivoluzioni sconfitte dell’Ottocento (il ’48, la Comune) e per tenere conto del destino dei partiti di massa francese e tedesco che avevano finito per estinguere la loro radicalità nella collaborazione con le élite borghesi. La soluzione è stata un’organizzazione fortemente gerarchica, quasi militarizzata che, in determinate circostanze, è stata in grado di sopravvivere allo Stato, piegare le forze nemiche, prendere il potere. Il prestigio di cui ha goduto questa concezione nasceva dal fatto che, agli occhi di milioni di persone, essa ha rappresentato lo strumento per la prima vittoria dei lavoratori nella storia dell’umanità. Tuttavia, l’organizzazione di una nuova società restava per il partito un processo problematico perché esso stesso tendeva a trasformarsi in un nuovo tipo di oppressione statale.

Pertanto, secondo Badiou, occorre creare organizzazioni che non vengano confuse con il potere e con lo Stato, che consentano di continuare la rivolta e la mobilitazione delle masse perfino con il potere socialista alla guida. L’organizzazione deve preservare la vicinanza al movimento ed essere in grado di controllare lo Stato, di esercitare su di esso una sorta di “dittatura del popolo”. Questo è il nostro futuro, conclude Badiou, se guardiamo avanti con fiducia e se riusciamo ad andare al di là dello sgomento provocato dalla vittoria di un personaggio come Trump il quale, più che essere un pericolo in sé, è il sintomo di una situazione pericolosa. Un sintomo da cui non dobbiamo farci distrarre per andare alla radice delle cose.

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