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Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 425, 25 euro

Se è esistito in Italia un letterato scomodo ed eccessivo nelle sue manifestazioni va sicuramente individuato in Curzio Malaparte (1898-1957). Il suo essere stato, nel corso di una vita durata appena 59 anni, poeta, saggista, romanziere, giornalista, militare, diplomatico, agente segreto e regista cinematografico lo avvicina per certi versi ad un altro intellettuale scomodo dell’Italia del’900: Pier Paolo Pasolini. Anche se il paragone tra i due deve fermarsi quasi immediatamente, poiché la sfera [...]]]> di Sandro Moiso

Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 425, 25 euro

Se è esistito in Italia un letterato scomodo ed eccessivo nelle sue manifestazioni va sicuramente individuato in Curzio Malaparte (1898-1957). Il suo essere stato, nel corso di una vita durata appena 59 anni, poeta, saggista, romanziere, giornalista, militare, diplomatico, agente segreto e regista cinematografico lo avvicina per certi versi ad un altro intellettuale scomodo dell’Italia del’900: Pier Paolo Pasolini. Anche se il paragone tra i due deve fermarsi quasi immediatamente, poiché la sfera di riferimento culturale e letterario del primo, più che a quella dello scrittore friulano, era vicina alle esperienze di altri due autori e uomini di cultura europei quali Ernst Jünger (1895-1998) e André Malraux (1901-1976). Intellettuali colti e raffinati che, però, avevano tutti nascosto, sotto un tappeto di intuizioni spesso geniali e una patina di anticonformismo elitario, una contraddittorietà in materia politico-culturale talvolta disorientante e talaltra indisponente non solo per i semplici lettori, ma anche per i loro estimatori.

Interventista dalle radici anarco-nietzschiane nella Prima guerra mondiale e fascista della prima ora l’italiano che, però, alla fine della sua vita, dopo un soggiorno nella Cina di Mao, lasciò in eredità alla Repubblica Popolare la sua villa di Capri; giovanissimo volontario nella Legione straniera, autentico esteta e aedo della guerra che osservò e descrisse con lo sguardo di un entomologo, il tedesco, spesso avvicinato (forse a torto) al nazismo; avventuriero e ladro di tesori nelle colonie francesi dell’Estremo Oriente, poi militante anti-colonialista e comunista in Cina, combattente repubblicano in Spagna e, per finire, ammiratore e seguace di De Gaulle, fino a diventare Ministro della Cultura nel suo governo, il francese. Vite al limite si potrebbe dire, condotte da abili funamboli tutti attenti a non perdere mai la presa su una corda tesa nel vuoto, al di sopra delle catastrofi politiche e militari del XX secolo.

Nessuno dei tre poteva vantare le nobili origini che forse tutti avrebbero voluto poter rivendicare. Il più fortunato, dal punto di vista famigliare, fu forse Jünger, figlio di un imprenditore e chimico tedesco, mentre Malraux non avrebbe mai parlato con nessuno o avrebbe diffuso notizie inesatte su un’ infanzia passata in provincia con la madre e la nonna. Cosa cui avrebbe cercato di provvedere sposandosi nel 1921 con una ricca ereditiera di una famiglia ebraica di origini tedesche, la cui fortuna fu però rapidamente dilapidata da errati investimenti in borsa.

Erich Suckert, vero nome di Curzio Malaparte che aveva rinnegato in età adulta il cognome paterno, nacque invece a Prato da Edda Perelli e dal tintore sassone Erwin Suckert. Come terzogenito di sette fratelli, poco dopo la nascita fu affidato a balia alla famiglia dell’operaio tessile Milziade Baldi e di sua moglie, che lui avrebbe poi considerato come i suoi autentici genitori, mentre i pessimi rapporti con il padre tedesco avrebbero influenzato per tutta la sua vita una particolare antipatia verso la nazione e la cultura germaniche. Spingendolo così tra le braccia di quella francese. Un amore poi deluso, come dimostra il diario appena pubblicato da Adelphi, ma che lo spinse fin dalla dichiarazione di guerra del 1914 ad arruolarsi ancora sedicenne nelle fila, anch’egli, della Legione straniera.

Se queste sono, per così dire le origini del viaggio di Malaparte attraverso la Storia del ‘900. il Giornale di uno straniero a Parigi trasmette al lettore le impressioni dell’autore successive alla fine del secondo conflitto mondiale, al ritorno da un soggiorno in Francia tra l’estate del 1947 e la fine del 1949. Ma come lo stesso Malaparte ci avverte nel suo Abbozzo di una prefazione:

Ogni “giornale” è ritratto, cronaca, racconto, ricordo, storia. Delle note prese giorno per giorno non sono un giornale: sono momenti presi a caso nello scorrere del tempo, nel fiume del giorno, che passa. Un “giornale” è un racconto: il racconto di una tranche de vie (definizione di romanzo di una famosa scuola), di un periodo, un anno, più anni, della nostra vita. E poiché la vita segue la logica di un racconto, ha un inizio, uno sviluppo, una conclusione (una vita umana è una serie di inizi, di sviluppi, di conclusioni, all’interno del cerchio chiuso dell’inizio, dello sviluppo, della conclusione della vita, nel cerchio della vita). Non è vero che un “giornale” comincia a caso, si sviluppa a caso, non si conclude, se non con la fine della vita. Un giornale, come ogni racconto, comporta un inizio, un intreccio, uno scioglimento. L’argomento del Giornale di uno straniero a Parigi è il mio ritorno a Parigi dopo quattordici anni d’assenza, è la scoperta di una Francia nuova, di un popolo francese nuovo, è il ritratto di un momento, nella storia della nazione francese, della civiltà francese, che coincide con un momento particolare della mia vita, della storia della mia vita. Non pretendo di rinnovare il genere del “giornale”. Suggerisco soltanto che un giornale è un racconto, come è un racconto il teatro. E qui tocco il punto importante: un “giornale” è un’opera teatrale portata sulla scena della pagina. È il punto in cui il racconto si avvicina di più al teatro. Tutto vi tende a un fine, a una conclusione, secondo le leggi classiche dell’unità, ma attorno al personaggio che si chiama « io »1.

Le poche righe appena citate non servono soltanto come viatico per la comprensione del “diario” parigino di Malaparte, ma anche per quella di tutta la sua opera che, per quanto suddivisa tra articoli di giornale, cronache, diari, “romanzi”, sempre avrebbe rappresentato una sorta di palcoscenico sul quale intrecciare le vicende drammatiche oppure mondane comprese tra il primo conflitto mondiale e gli anni ‘50 del XX secolo con la vita dell’autore e le sue personali opinioni.

Si potrebbe, infatti, dire che se nell’opera di Ernst Jünger ogni evento ed osservazione si trasforma in distaccato giornale di osservazioni di carattere entomologico2, in Malraux ogni evento doveva per forza essere “romanzato”. Tanto da far rimettere spesso in discussione, da parte della critica o dei suoi avversari “politici”, molti aspetti delle sua presunta o autentica partecipazione agli eventi narrati con estrema dovizia di particolare (battaglie, massacri, insurrezioni, eroismi nelle guerre nell’aria e per terra). Una reinvenzione letteraria dell’esperienza personale che avrebbe spinto lo scrittore francese ad intitolare Antimemorie la sua autobiografia, pubblicata nel 1967, un abile e spregiudicato gioco letterario in cui la vita, gli incontri e le vicende di Malraux sono spesso nascosti o distorti ad arte, mascherati sotto l’immagine che di se stesso voleva dare al pubblico3.

Il testo di Malaparte, oggi edito da Adelphi, era invece rimasto tra le sue carte e fu pubblicato postumo nel 1966, a cura di Enrico Falqui, da Vallecchi nelle «Opere complete». Come afferma Monica Zanardo, in quella che può essere considerata come una postfazione all’edizione attuale, il Journal:

offre un sottile e disincantato spaccato della Francia del dopoguerra, dove l’autore aveva soggiornato tra il giugno del 1947 e la fine del 1949. Pensato per essere pubblicato in Francia e scritto per lo più in francese, il ‘diario’ malapartiano si ricostruisce cucendo una serie di fogli sciolti che denunciano stadi diversi di elaborazione [..]. È difficile dunque stabilire con certezza con quali tempi e modi Malaparte si sia dedicato alla composizione di questa sua opera, ma possiamo rilevare che, a dispetto del titolo, non ci troviamo di fronte a un journal in senso stretto.
Siamo ad esempio molto lontani da quel Giornale segreto dove, tra l’aprile del 1941 e l’ottobre del 1944, aveva registrato dialoghi e fatti di cui era stato testimone come corrispondente di guerra e che poi, opportunamente finzionalizzati, avevano nutrito la stesura di Kaputt.
[…] I materiali relativi al Giornale di uno straniero a Parigi, invece, non hanno nulla dell’annotazione cursoria ed estemporanea: le varie entrate si depositano in forma dattiloscritta a un livello di rielaborazione già avanzato, con un notevole scarto rispetto alla registrazione del dato puramente evenemenziale. Non si tratta per Malaparte – né mai è così per questo autore – di offrire un mero referto testimoniale o un affondo introspettivo: luoghi, date, persone e fatti sono per lui la materia grezza che solo l’arte del romanziere può rendere a tutti gli effetti viva e parlante; come già ricordava Falqui, nel Giornale parigino non v’è dunque « nulla di affidato unicamente alla trascrizione o rievocazione, cronachistica e basta, dell’episodio: incontro, invito, visita, conversazione, spettacolo o incidente che sia stato ». È del resto lo stesso Malaparte a sottolinearlo nella prefazione: « Un “giornale” è un racconto » dichiara, e del racconto assume di conseguenza tutti gli elementi di costruzione e narrativizzazione4.

Il tema conduttore del testo rimasto incompiuto è quello dell’estraneità vissuta dall’autore in quella che riteneva la sua seconda se non autentica patria, la Francia, dopo i cambiamenti intervenuti successivamente alla seconda guerra mondiale. Guerra che, comunque, lo avevano reso meno interessante per quelli che credeva essere gli “amici francesi”. E anche se non tutti lo avrebbero rifiutato, spesso nei suoi confronti avrebbero dimostrato la freddezza che si manifesta nei confronti di un nemico o ex-amico, proprio a causa della guerra scatenata nel giugno del 1940 dal regime fascista nei confronti del paese d’oltralpe, già sotto attacco da parte delle forze armate tedesche.

Così un Malaparte che, nonostante la partecipazione alla marcia su Roma e la firma apposta sul manifesto degli intellettuali fascisti, era sempre rimasto un elemento scomodo per il regime, come egli stesso afferma nel Journal – «Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia»5 – si ritrova apolide, lontano da quelle sponde che sperava volessero ancora accoglierlo e allo stesso tempo rifiutato da quell’Italia che, prima in armi poi sotto le bandiere mussoliniane e infine al servizio degli occupanti anglo-americani6, egli aveva sempre creduto di servire.

Un opportunista, certo e in maniera evidente, ma che per le sue idee era stato allontanato dal quotidiano «La Stampa» di cui era stato direttore, espulso del Partito Nazionale Fascista e condannato a cinque anni di confino all’isola di Lipari, anche se già nel 1934 il confino era stato commutato in soggiorno obbligato a Forte dei Marmi.

In particolare a disturbare, per così dire, il regime era stata, oltre che la sua vicinanza al fascismo cosiddetto di sinistra e a Giuseppe Bottai, la pubblicazione in Francia nel 1931 di un testo che in Italia sarebbe stato tradotto soltanto nel 1948: Technique du Coup d’État (Tecnica del colpo di Stato), sostanzialmente un manuale per la conquista del potere attraverso il rovesciamento dello Stato.

Nel libro, bruciato sulla pubblica piazza per volontà di Hitler ma che giunse a ventisette edizioni in Francia e fu tradotto anche in inglese, spagnolo, polacco e cecoslovacco, si analizza e critica sia l’ascesa al potere del Partito bolscevico in Unione Sovietica che di quello nazionalsocialista in Germania. Come ebbe modo di affermare lo stesso autore nel Memoriale scritto nel 1946:

Nel 1930, mentre ero direttore della «Stampa» […] invece di scrivere per il giornale articoli laudativi e cortigianeschi, dedicai il poco tempo che mi rimaneva libero a scrivere la Technique du Coup d’État per l’editore francese Bernard Grasset. […] Quando lasciai la «Stampa» nel gennaio del 1931, il libro era pronto ad andare in stampa e, conoscendo, la natura del libro, decisi di recarmi in Francia perché la sua pubblicazione non mi sorprendesse in Italia. […] L’edizione italiana fu proibita da Mussolini sia per il tono del libro, sia per il capitolo su Hitler e il nazismo. Esso è il primo libro apparso in Europa contro Hitler. Il successo del libro mi portò di colpo alla ribalta di celebrità internazionale. Furono pubblicati su di me centinaia di articoli, concesse centinaia e centinaia di interviste, ebbi inviti per conferenze, per collaborazioni, offerte per contratti editoriali, molte università, fra cui l’Università americana di Yale, mi invitarono a tenere corsi di lezioni sulla letteratura moderna europea. In Italia i giornali fascisti attaccarono il mio libro e io fui accusato di fuoruscitismo. Non sto a ridire le ingiurie di cui fui coperto7.

Affermazioni in cui si può riscontrare l’attitudine del Malaparte a mettersi al “centro del mondo”, in un senso molto prossimo a Malraux, ma anche la volontà di rimarcare le distanze “prese per tempo” dal regime. Come sottolinea ancora Giorgio Luti nella medesima introduzione:

Sta di fatto che l’opera nelle sue linee generali era già stata progettata prima della improvvisa «defenestrazione» dalla «Stampa» dovuta sicuramente all’atteggiamento di fiancheggiamento che Malaparte aveva assunto nei confronti delle rivendicazioni operaie in tutta l’Europa (si pensi alle corrispondenze dall’estero sullo scottante argomento a cui il giornale torinese concedeva larga ospitalità) e in particolare nella città sede della FIAT, cioè dell’industria i cui proprietari finanziavano il giornale8.

Quest’ultima osservazione induce a rilevare la complessità di una figura e di un percorso politico e intellettuale in cui, comunque, hanno sempre avuto un ruolo di rilievo i comportamenti contraddittori che spesso hanno caratterizzato molte personalità della cultura del ‘900, ma non solo. Motivo per cui occorre ancora ricordare come Enrico Falqui, in occasione della pubblicazione per Vallecchi, nel 1971, dell’allora ancora inedito Ballo del Cremlino dello stesso Malaparte9, si augurasse:

che finalmente fosse scaduto per lo scrittore pratese il tempo del «purgatorio» in cui lo aveva ingiustamente relegato la cultura italiana dell’epoca ormai lontana della repentina scomparsa nel luglio del 1957. Era tempo che nascesse – scriveva Falqui – l’occasione di impostare su altre basi un incontro che per troppo tempo e non certo per colpa di Malaparte, era stato rimandato sotto la spinta di equivoci e risentimenti che poco avevano a che fare con la cultura, con la letterartura e con l’arte. Cose che del resto capitano quando ci si incontra con uno scrittore che prima di tutto è stato un personaggio pubblico, un protagonista di primo piano della vita politica italiana del ventennio fascista e nei primi anni del dopoguerra: un intellettuale inquieto sempre in bilico tra «rosso» e «nero»10.

La riproposta delle opere di Malaparte, il cui elenco si potrebbe definire sterminato, intrapresa da diversi anni dalle Edizioni Adelphi forse risponde a questa necessità di riscoperta auspicata da Falqui ed è, come spesso accade per questo editore, sicuramente meritoria11. Tipica comunque di una casa editrice il cui principale artefice, Roberto Calasso (1941-2021), si era rivelato spesso altrettanto scomodo per la bigotteria culturale italiana, sia di destra che di sinistra.

Poiché quasi tutte le opere di Malaparte richiederebbero un’analisi ben più lunga di quello che lo spazio di una recensione come questa potrebbe loro dedicare, è necessario ritornare in chiusura al diario parigino del 1947-1949. Senza però dimenticare di ricordare che, tra i tanti passaggi di fronte che caratterizzarono sempre la vita dello scrittore, negli anni successivi al conflitto non poté mancare, come per tanti altri transfughi del fascismo di sinistra o del fascismo tout court, un tentativo di avvicinamento dello stesso al Partito comunista.

Con cui, per sollecitazione dello stesso Togliatti, avrebbe dovuto collaborare attraverso le pagine della rivista settimanale «Vie Nuove», cui inviò gli appunti redatti nel 1957, in occasione di un viaggio nella Cina comunista, dove, osservando la vita nelle città e soprattutto nel campagne, era rimasto affascinato dai fermenti rivoluzionari in atto e aveva avuto anche modo di intervistare Mao Zedong. Appunti che, però, non vennero pubblicati a causa dell’opposizione di Calvino, Moravia, e altri intellettuali, che avevano sottoscritto una petizione affinché “il fascista Malaparte” non potesse pubblicare su una ”rivista comunista”12.

Il diario francese è sicuramente di altro tenore e riporta immediatamente il lettore in quel mondo intellettuale, e spesso salottiero, che da sempre e non soltanto in Francia, aveva attratto lo scrittore per le storie infinite che ne potevano derivare. Come, ad esempio, quelle narrate dall’ambasciatore italiano in Francia, Quaroni, ma un tempo Ministro d’Italia in Afghanistan di cui conservava, come si trattasse di un viaggiatore del XVIII secolo, memorie straordinarie.

[Quaroni] mescola l’erudizione allo spirito della scoperta, la meraviglia dell’esploratore al diplomatico dotato di uno spirito d’osservazione nutrito di letture e di esperienze. Mi parla dei cavalli e dei cani del re dell’Afghanistan, della caccia reale, dei ricordi, ancora vividi, che Alessandro Magno ha lasciato in quelle contrade misteriose. Mi parla della straordinaria popolarità del poeta persiano ****, che ogni contadino afgano conosce a memoria. Ama l’Afghanistan, e quando gli dico che c’è una sola contrada al mondo che eccita la mia immaginazione, che c’è una sola contrada che vorrei visitare, dove vorrei vivere, ed è l’Asia centrale, l’altopiano dell’Altai, e le immense solitudini delle steppe persiane e afgane, del Turkmenistan, donde si vede all’orizzonte la linea di matita azzurra dell’Himalaya, sorride, deliziato. Amo i diplomatici, amo la loro compagnia, la loro conversazione. Solo i diplomatici, ai giorni nostri, possono prendere nella società il posto dei dotti gesuiti del XVII secolo, che tornavano dall’Oriente, dall’Africa, dall’America centrale, e che portavano con sé tutto un tesoro di conoscenza, la cui fragilità, la cui delicatezza, davano alle loro parole, quando parlavano di una montagna o di un fiume immenso, o di un deserto, o di un forte, o di un castello, l’impressione che parlassero di minuscoli, fragili, trasparenti oggetti di porcellana13.

Un giornale in cui alle intuizioni fulminanti, «Il cinema è la patria degli stranieri» (a proposito del cinema di Roberto Rossellini, p. 14), si accompagnano ricordi che riportano al clima successivo al primo grande macello imperialista di cui Malaparte fu attento cronista e magnifico cantore in un’opera, che nel 1921 costituì anche il suo battesimo letterario e che si spera le Edizioni Adelphi, in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo, vogliano al più presto riproporre al pubblico: Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti14.

La prima opera a prendere una posizione decisamente opposta alla leggenda militarista e perbenista fondata sulla presunta viltà dei soldati italiani al fronte e che in realtà, come lo stesso Malaparte sottolinea facendone un’apologia, diedero vita ad una enorme ribellione disfattista che soltanto l’assenza di un partito volto al rovesciamento dell’ordine monarchico e borghese impedì che si trasformasse in autentica rivoluzione, così come era invece accaduto sul fronte russo nell’inverno tra il 1916 e il 1917. Un tema, quello dei patimenti dei militari al fronte e successivi alla guerra, che viene ripreso, come s’è detto poc’anzi, nelle pagine del Giornale là dove viene ricordato un episodio successivo alla fine della guerra, nel 1919.

Voglio bene a questi uomini, a questi Francesi: sono della mia stessa razza. Anch’io sono un uomo del 1914. Ma mi si stringe il cuore, al ricordo di come li vidi tornare a casa, dopo la guerra, dopo la vittoria, nel 1919. Tutte le volte che incontro di questi uomini, non posso difendermi dal ricordare quell’episodio. Era il primo maggio 1919, un grande comizio di protesta per la vita cara, per non so che, era stato organizzato in Piazza della Concordia. Da tutte le parti dell’immensa città, giungevano colonne e colonne di uomini ancora in uniforme bleu horizon, migliaia e migliaia di mutilati sorretti dai compagni, e folle enormi di anciens combattants, tutti in uniforme terrosa, stinta, sgualcita delle trincee. Nelle prime ore del pomeriggio, la Place de la Concorde era occupata da un immenso esercito di antichi soldati, da migliaia e migliaia di soldati fra i più valorosi del mondo. […] Erano i migliori soldati del mondo, i più tenaci, i più duri, i più ostinati, i più coraggiosi. Cantavano i loro canti di guerra, […] qua e là, sventolavano su quell’esercito bandiere rosse; i mutilati, ammassati sotto l’Hotel Crillon, agitavano le loro grucce, i loro bastoni. Era un esercito di veterani, pronto alla lotta, invincibile e vittorioso. Dalla terrazza dell’Hotel Crillon, mescolato alla piccola folla di spettatori delle delegazioni straniere per la pace, io contemplavo quell’immenso esercito, col quale avevo sofferto, combattuto. Erano i miei compagni di guerra, ero fiero di loro. A un tratto, dal giardino delle Tuileries, dalla Rue Boissy-d’Anglas, dalla Rue de Rivoli, dai Champs-Élysées, dal ponte, sbucarono folti gruppi di agenti, armati di sfollagente, che si gettarono su quell’invincibile esercito di veterani, li massacrarono, li bastonarono, li dispersero, li inseguirono a calci nel sedere. Quell’immenso, invincibile esercito di veterani fuggì, si disperse, sul pavé della sterminata Piazza rimasero abbandonati, tristi e lugubri, berretti, grucce, bandiere. Addossato a una colonna, io frenavo a stento le lacrime. Fu quel giorno che io sentii oscuramente che la mia generazione aveva perso la guerra15.

Ma se l’autore sentiva ancora di essere vicino a quei francesi con cui aveva combattuto in passato, una fascia consistente di (ex-) amici e conoscenti non provava invece più lo stesso sentimento nei suoi confronti.

A sorprendermi un po’, e a turbarmi, è l’aria con cui mi guarda François Mauriac. Con uno sguardo di rimprovero, dall’alto, come se, dal nostro ultimo incontro, fossero accadute delle cose che mi si possano rimproverare. Faccio un rapido esame di coscienza. Non ho fatto niente di male, niente che mi si possa rimproverare, niente contro la Francia e i francesi, niente contro l’onore, la giustizia, la verità, la libertà, niente contro François Mauriac. In tutti questi anni, ho sofferto come tutti, ho passato diversi anni in carcere, come molti. Per me, François Mauriac è rimasto lo stesso. Perché io non sono lo stesso per François Mauriac? Ah, sono italiano. Il mio paese ha dichiarato guerra alla Francia, i soldati del mio paese hanno occupato dei territori francesi. Ecco. Ma quando ero nel carcere di Regina Coeli, quando ero a Lipari, quanti francesi salivano la scalinata di Palazzo Venezia e andavano a rendere omaggio a Mussolini. Politici, scrittori, francesi di ogni sorta. Comunque sia, non serbo loro rancore, erano nel loro diritto16.

Come il personaggio di un romanzo di Robert Heinlein, Malaparte, pur ispirato da buoni propositi e nostalgici sentimenti si sente “straniero in terra straniera”, ormai sia in Italia che in Francia17. Un destino che lo accomuna a molti profughi e superstiti della catastrofe del ‘900 europeo che determinò la fine del predominio delle culture e delle economie europee sul resto del mondo, nonostante lo sforzo di estenderlo e difenderlo con una seconda guerra mondiale che, però, finì soltanto col determinare la fine del colonialismo europeo; mentre la successiva lunga pausa illusoria di pace e prosperità globale, almeno dall’inizio del XXI secolo, sembra essersi fatta sempre più labile e incerta.

Per comprendere molti aspetti di un presente dalle radici molto profonde e sparse la lettura di molte opere di Malaparte, tra cui quest’ultima, si rivela illuminante e necessaria, nonostante lo stigma che, come per Céline, non a caso lo colpì, come si è già detto, negli anni del secondo dopoguerra.

Céline e Malaparte furono scrittori emblematici per la singolarità delle loro esistenze e il carattere peculiare della loro letteratura che si situa al centro dei dibattiti socio-ideologici della loro epoca; scrivere è un modo per definirsi attraverso il rifiuto e la solitudine, è il desiderio di un io che rigetta la società e vuole esprimere la propria denuncia attraverso la letteratura. Gli autori riusciranno quindi con questa loro pretesa di verità, di critica continua espressa senza alcuna moderazione, a farsi criticare, censurare e addirittura esiliare. Il pensiero di Malaparte e Céline si basa su un’osservazione critica e attenta della società in cui vivono, osservazione che i due scrittori riescono a rendere attraverso una scrittura molto elaborata e personale. La loro critica va alla storia scritta dai potenti, nel tentativo di mettere in scena la tragedia della povertà e della sottomissione ai poteri invisibili, lasciando spazio a chi nella storia non ha nessuna autorità, buttando giù le false verità e la facile retorica. I due autori, di cui non è immediato trovare la chiave di interpretazione, propongono quindi una riflessione sul rapporto tra gli uomini, sulla relazione tra l’individuo e il potere politico-economico, sempre mostrando una coscienza della lingua e del loro ruolo di scrittori che li rende estremamente interessanti nel contesto letterario del primo Novecento e che non ha smesso di affascinare i critici sino ai giorni nostri. Céline e Malaparte, come molti romanzieri loro contemporanei, esprimono il rifiuto del mondo, coscienti dell’impossibilità di salvarsi dal disastro che la guerra ha lasciato: l’uomo ha mostrato la sua crudeltà, si è denudato ed ogni forma di coesione e di unione è crollata. In tale contesto disastrato i due letterati si mostrano solitari, individualisti nelle loro scelte, avversari di ogni chiesa e partito. La loro è anche scrittura di immersione nel marcio della società, tra gli sventurati, attraverso uno stile singolare ed un lessico aspro e dirompente18.

Una poetica che, per quanto riguarda lo scrittore italiano, si manifestò violentemente e visionariamente nelle sue due opere più celebri: Kaputt (1944) e La pelle (1949). La prima delle quali fu definita dallo stesso Malaparte come «un libro crudele. La [cui] crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell’Europa in questi anni di guerra».

Maria Antonietta Macciocchi, iniziale destinataria degli appunti sulla Cina cui si è accennato più sopra e che gli fu vicina negli ultimi momenti della vita, ha ricordato in un convegno tenutosi a Prato nel 1987, a trent’anni dalla scomparsa dello scrittore, che almeno in Francia l’«anno malapartiano» aveva ricevute cospicue e convinte adesioni da parte di molti intellettuali e tre intere pagine dedicate allo stesso dal quotidiano «Le Monde», tutte tese a rompere il silenzio ufficiale intorno all’«infame Malaparte»19.

La Macciocchi può avere ragione nell’estendere a tutti o quasi gli intellettuali italiani il cliché di fascisti pentiti dopo il colpo di bacchetta magica del 25 luglio, e pentiti senza esami di coscienza, ma con opportunistici colpi di spugna, che escludevano per l’intelligenza italiana esiti tragici come quelli di Drieu de la Rochelle, di Brasillach o di Céline, donde il «regolamento di conti» della società dei colti ai danni di un suo adepto, che «rompeva tutti gli schemi del vecchi provincialismo, e si ricollegava a grandi momenti complessi del pensiero e della vita, talora contraddittori, fatti di abiure e di speranze, di negazione della fede e di fede, vale a dire di un uomo che riassumeva in sé la fantastica razionalità dell’europeo e l’irrazionalità del «maledetto toscano». In altre parole Malaparte amplificava in modi addirittura spettacolari il percorso […] che era stato di molti, quasi di tutti, «oberato in patria di tutti i “vizi” della sua generazione, e dell’intero ceto intellettuale italiano», e si attirava perciò i fulmini dalla corporazione delle lettere e delle scritture20.

Con buona pace di Alberto Moravia che con il suo “stile” velenoso lo aveva invece definito scrittore strumentale perché lo scrivere libri «gli consentiva di brillare con le donne nei salotti», mettendosi «in smoking»21.


  1. C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 9-10.  

  2. L’entomologia fu una grande passione dello scrittore tedesco che alle osservazioni degli insetti dedicò numerose pagine e momenti della sua vita “privata”. Nel testo Cacce sottili (Guanda, 2022) è riassunta la storia di questa passione cui Jünger non cesserà di dedicarsi per tutta la vita: negli anni della guerra come nel corso di viaggi in Italia, nel Medio Oriente, in Asia. Gli insetti offrirono sempre allo scrittore occasione di riflessione sul tempo e sul mutare del volto della natura, sui desideri umani, sulla ricerca inesausta, infaticabile, del sapere e del piacere. Il mondo sottile degli insetti, scenario di bellezza e crudeltà, diventava così una metafora del cosmo. E dei suoi drammi.  

  3. A. Malraux, Antimemorie, Bompiani, Milano 2022.  

  4. M. Zanardo, Straniero in due patrie: Curzio Malaparte a Parigi, in C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, op. cit., pp. 415-416.  

  5. C. Malaparte, op. cit., p. 14.  

  6. Dopo aver rifiutato nel settembre del 1943 l’adesione alla RSI, nel novembre dello stesso anno era stato arrestato dal Counter Intelligence Corps (CIC), il controspionaggio alleato, per le sue attività diplomatiche e da allora aveva iniziato a collaborare col CIC.  

  7. Cit. in G. Luti, Il cronista dell’Europa «catilinaria», Introduzione a C. Malaparte, Tecnica del colpo di stato, Vallecchi Editore, Firenze 1994, pp. 22-23.  

  8. G. Luti, op. cit., p. 23.  

  9. C. Malaparte, Il ballo al Kremlino (Materiale per un romanzo), Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  10. G. Luti, op. cit., p. 19.  

  11. Di Curzio Malaparte fino ad oggi le Edizioni Adelphi hanno ripubblicato, oltre al già citato Ballo al Kremlino: Il buonuomo Lenin (2018), Maledetti toscani (2017), La pelle (2015), Kaputt (2014), Tecnica del colpo di Stato (2011) e Coppi e Bartali (2009).  

  12. In realtà le note dei viaggi in Russia e in Cina di Malaparte, furono pubblicate, a cura di Giancarlo Vigorelli, l’anno successivo alla sua morte da Vallecchi Editore: C. Malaparte, Io, in Russia e in Cina, Firenze 1958.  

  13. C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, pp. 17-18.  

  14. C. Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti (secondo il testo della prima edizione del 1921),Vallecchi Editore, Firenze 1995.  

  15. C. Malaparte, Giornale, op. cit., pp. 38-39.  

  16. Ivi, pp. 22-23.  

  17. R. Heinlein, Straniero in terra straniera (titolo originale Stranger in a Strange Land, prima edizione 1961), Fanucci, Roma 2025.  

  18. L. Libeccio, Céline, Malaparte. Malaparte, Céline: una poetica del disincanto, «Cahiers d’études italiennes», 24/2017.  

  19. M. A. Macciocchi, Ricordo di Malaparte scrittore europeo, in Malaparte scrittore d’Europa. Atti del convegno (Prato 1987) e altri contributi, Marzorati Editore- Comune di Prato, 1991. 

  20. M. Biondi, I giorni dell’ira: «Viva Caporetto!» Apologia di una disfatta, Inroduzione a C. Malaparte, Viva Caporetto!, op. cit., pp. 10-11.  

  21. Cit. in G. Grana, Il «camaleonte» e il sistema letterario italiano, in Malaparte scrittore d’Europa, op. cit., p. 2.  

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Lotteremo da una generazione all’altra* https://www.carmillaonline.com/2016/11/23/lotteremo-generazione-allaltra/ Wed, 23 Nov 2016 22:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34768 di Sandro Moiso

gilbert David Gilbert, AMORE E LOTTA. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, a cura di Giacomo Marchetti e Nora Gattiglia, MIMESIS 2016, pp. 400, € 26,00

Ho appena finito di leggere il libro di Gilbert e un brivido di commozione e, forse, di rabbia mi percorre tutto dalla nuca al resto del corpo. E’, senza ombra di dubbio, una delle testimonianze più sincere e commoventi che sia mai uscita dalla penna di un rivoluzionario. Rivoluzionario inteso nel senso più ampio del termine e, per giunta, condannato alla detenzione ben oltre la fine dei suoi giorni.

Condannato a [...]]]> di Sandro Moiso

gilbert David Gilbert, AMORE E LOTTA. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, a cura di Giacomo Marchetti e Nora Gattiglia, MIMESIS 2016, pp. 400, € 26,00

Ho appena finito di leggere il libro di Gilbert e un brivido di commozione e, forse, di rabbia mi percorre tutto dalla nuca al resto del corpo. E’, senza ombra di dubbio, una delle testimonianze più sincere e commoventi che sia mai uscita dalla penna di un rivoluzionario. Rivoluzionario inteso nel senso più ampio del termine e, per giunta, condannato alla detenzione ben oltre la fine dei suoi giorni.

Condannato a settantacinque anni di reclusione il 6 ottobre 1983, quando aveva 39 anni, David dovrebbe infatti finire di scontare la sua pena nel 2058, all’età di 115 anni. Basterebbe questa sola considerazione a dimostrare quanto folle, oltre che iniquo, sia un sistema giudiziario, quello statunitense, che si vorrebbe equo e moderno. Ma che nei fatti non lo è e che si dimostra ancora una volta crudele (ai limiti del sadismo oppure addirittura superando gli stessi), classista, razzista e inumano oltre ogni dire.

Condanna arrivata a seguito di una rapina finita male, molto, con alcuni militanti, una guardia giurata e due agenti di polizia uccisi, messa in atto dal BLA (Black Liberation Army) il 20 ottobre 1981 e di un processo che definire “farsa” sarebbe ancora troppo poco. Fatti che costituiscono la trama degli ultimi, terribili otto capitoli delle memorie dell’autore e che hanno segnato in maniera drammatica la sua vita e le sue scelte, non solo politiche.

Un autentico disastro umano e politico per un militante che, oltre a non essere presente sul luogo della sparatoria nel corso della rapina del 1981, aveva precedentemente aderito ai Weather Underground proprio per la loro scelta di evitare al massimo lo spargimento di sangue nel corso delle loro azioni dimostrative.

Una vita, comunque, quella di Gilbert, pienamente travolta dalla corrente di lotte che dalle iniziali mobilitazioni per i diritti civili degli afro-americani e delle altre minoranze etniche presenti sul territorio degli Stati Uniti, a partire dalla fine degli anni ’50 e dai primi anni ’60, lo avrebbe portato ad una piena coscienza anti-imperialista, attraverso la lotta contro la guerra in Vietnam, e alla scelta della lotta armata fatta dai Weathermen, poi Weather Underground, fin dal 21 maggio del 1970 quando Bernardine Dohrn emise la sua “Dichiarazione di guerra” contro l’imperialismo.

Ma se la lettura del testo può essere fatta in parallelo a quello di Bill Ayers, recentemente ripubblicato in Italia,1 è anche vero che allo stesso tempo ne costituisce un po’ il contraltare.
Tanto la ricostruzione di Ayers risulta infatti essere “epica”, tanto la lettura dei fatti e delle scelte data da Gilbert risulta “problematica”. E, quindi, sotto molti punti di vista, più utile.

Il percorso di quella organizzazione appare, nelle sue pagine, più tortuoso e più complesso di quello precedentemente dipinto. Qui la scelta classista appare spesso contraddittoria e di minor importanza rispetto alle scelte anti-imperialiste, anti-razziste, anti-machiste e femministe.
Contraddittoria non per i dubbi sulla sua valenza generale, mai significativamente messa in discussione, ma per le difficoltà che già in quegli anni si rilevavano nell’inquadrare o anche solo nel comunicare con il proletariato bianco, con la working class bianca con un discorso di carattere rivoluzionario.

Da questo punto di vista il testo di Gilbert si rivela oggi di grande importanza, soprattutto per comprendere anche le radici di un fenomeno, quello della vittoria elettorale di Trump, che ha stupito soltanto coloro che erano in malafede oppure molto poco informati sulla situazione economica, sindacale e politica della classe operaia bianca negli Stati Uniti.

Afferma ad un certo punto l‘autore: ”ogni volta che avevo visto dei radicali bianchi addentrarsi sul serio nel marxismo-leninismo, li avevo visti scivolare verso un ruolo predominante dato al proletariato, per lo più bianco, sulle lotte di liberazione nazionale in veste di maggior forza rivoluzionaria; e, accanto a tutto ciò, un glissare sulle problematiche dell’egemonia bianca e del privilegio imperialista per cercare una base di sostegno già pronta, cosa che comunque non si ottenne mai, nel proletariato. […] Capii che il problema non era tanto la teoria quanto il passato ben radicato del privilegio bianco (con i benefici materiali che ne conseguivano) e i vantaggi tratti dall’imperialismo. Le ripetute virate verso l’opportunismo bianco caratterizzavano anche movimenti che non si ispiravano affatto al marxismo-leninismo, come il populismo e il movimento suffragista. La teoria non era la causa del problema quanto piuttosto una sua razionalizzazione assunta da gruppi che volevano appropriarsi della bandiera ‘rivoluzionaria’ senza schierarsi fermamente a fianco dei popoli di colore che erano sotto un attacco omicida.” (pag.262)

Durante la guerra in Vietnam la classe operaia bianca delle grandi fabbriche fu toccata solo marginalmente dalle lotte contro di essa e soltanto là dove furono, come a Detroit,2 gli operai Neri a prendere l’iniziativa sia sul piano salariale che organizzativo e politico.
Così la scelta classista per i Weather apparirà prioritaria soltanto a partire dalla fase “finale” della loro storia, quando il movimento giovanile, anti-razzista e contrario alla guerra in Vietnam comincia ad arretrare, sia per il venir meno delle sue ragioni (la fine della guerra indocinese) quanto per i colpi subiti (l’uccisione e la reclusione di centinaia di militanti Neri legati al Black Panther Party e/o affini), sia ancora per le divisioni di ordine ideologico che iniziavano a prendere il sopravvento all’interno dei movimenti sia giovanili che afro-americani.

E’ questa la fase che si apre con la pubblicazione del testo più celebre prodotto dalla direzione del Weather Underground, quel “Prateria in fiamme”,3 che presentava comunque una versione ”marxista-leninista” di quell’esperienza che non sempre combaciava con la realtà della storia e dell’evoluzione della stessa organizzazione.

Proprio le riflessioni di Gilbert, che quell’impostazione allo stesso tempo criticò e finì poi col condividere per un periodo, ci permettono ancora una volta di verificare come la scelta partitica spesso, nel corso delle lotte del secondo dopoguerra o almeno dal ’68 in avanti, sia avvenuta in seguito alla sconfitta o all’arretramento dei movimenti, nel tentativo disperato e troppo spesso inutile di ridare vita a qualcosa che già non poteva più esistere. Aggravandone la crisi con scelte o dispute di carattere ideologico sempre più distanti dai “movimenti reali”.

Se, infatti, una miriade di gruppuscoli ha sempre cercato, sia durante l’esplodere delle lotte che alla loro fine, di contendersi la direzione oppure le spoglie mortali delle stesse, è sicuramente vero che tale pratica magari non è riuscita a deviarne le forze mentre queste erano in attività, ma ha contribuito a deturparne o a modificarne la memoria e l’indirizzo con le forzature interpretative successive. In questo senso l’accuratezza e l’onestà della ricostruzione degli eventi americani di quegli anni, insieme ad una autocritica a tratti spietata e feroce, fanno delle riflessioni di Gilbert un insegnamento irrinunciabile e severo.

david_smiling2 Per quanto la gentilezza e la mitezza dell’autore, che già traspariva nella sua intervista contenuta in coda al documentario di Sam Green e Bill Siegel The Weather Underground,4 contribuiscano a rendere più leggere le descrizioni delle dispute, delle battaglie e dei passaggi che hanno accompagnato la nascita e il declino dei movimenti armati statunitensi,5 ciò non toglie certo una certa durezza e implacabile lucidità al discorso condotto da Gilbert.

L’uomo che nel settembre del 1982 ebbe a dichiarare, durante il processo che lo avrebbe condannato alla ‘morte’ carceraria: “Il governo che ha rovesciato napalm sul Vietnam, che fornisce le bombe a grappolo che uccidono civili in Libano, che addestra torturatori in Salvador ci chiama ‘terroristi’. I governanti che si sono arricchiti con generazioni di schiavi che lavorano e lavoratori resi schiavi…ci etichetta come ‘criminali’. Le forze di polizia dell’Amerika che hanno ucciso 2000 persone di colore negli ultimi cinque anni e che imbottiscono di droga le comunità ci dicono che ‘non abbiamo rispetto per la vita umana’. Noi non siamo né terroristi né criminali. E’ proprio perché amiamo la vita, perché gioiamo di fronte allo spirito umano, che siamo diventati combattenti per la libertà contro questo sistema razzista, imperialista e mortifero.” (pag. 339)

Quest’uomo non fa sconti, né a se stesso, né a tutte quelle azioni o scelte che, troppo spesso, si sono trasformate nel contrario di ciò che avrebbero voluto, comprese le lotte di liberazione nazionale, per cui era sceso sul sentiero di guerra. E, soprattutto, non fa sconti al sessismo e al razzismo che troppo spesso hanno caratterizzato i comportamenti, anche involontari, di leader e militanti della sinistra radicale.

Valga come esempio il fatto che la stessa rapina che finirà con il segnare tragicamente la vita dell’autore deriva dalle differenti difficoltà di finanziamento incontrate dai gruppi radicali neri rispetto a quelli bianchi. Mentre per i secondi infatti era più facile ricevere aiuti e finanziamenti anche dai settori meno impegnati o liberal del movimento, per i primi le rapine o gli espropri per l’auto-finanziamento erano pressoché inevitabili. Con il conseguente aumento dei rischi legali e fisici per i militanti coinvolti.

Ci sono parole che fanno male nella sua lettura, ma che allo stesso tempo aiutano a comprendere, davvero, gli errori propri e non solo altrui. La lotta contro l’imperialismo e contro la schiavitù economica, sessuale e razziale da esso prodotta non può svolgersi un passo alla volta oppure privilegiando un aspetto, una classe, un sesso o una razza rispetto agli altri. Tutto deve essere portato avanti insieme. Questo è l’insegnamento principale che possiamo e dobbiamo trarre dalle sanguinanti pagine del libro e che già i movimenti più importanti di oggi sembrano aver intrapreso oppure iniziato a ri-tracciare.

Così sarebbe opportuno pubblicare un’antologia dei suoi scritti, per esempio tratti da quel No Surrender che già è stato pubblicato negli USA nel 2004. Proprio perché quello slogan, tratto dall’esperienza della resistenza vietnamita, con cui ho intitolato questa recensione continui ad avere come per David un senso. Mentre per ora i lettori dovranno accontentarsi della bibliografia, proposta dai curatori in chiusura, che propone un’ampia scelta di testi di Gilbert rintracciabili on line.

L’unico appunto che si può fare, a questa edizione del testo del militante americano, è dovuto al fatto che i curatori, pur avendo svolto un lavoro egregio, avrebbero in alcuni casi dovuto curare di più la traduzione e/o la spiegazione dei riferimenti al contesto politico-culturale in cui si sono svolti i fatti narrati. David Gilbert usa un linguaggio piano e colloquiale, ma ciò fa sì che l’autore, rivolgendosi ad un pubblico principalmente americano, per forza di cose abbia dato per scontate conoscenze che non appartengono obbligatoriamente al lettore italiano.
Faccio qui di seguito qualche esempio:

1) Quando si parla di football negli Stati Uniti non si intende il calcio (soccer), ma football americano quello giocato con la palla ovale. Si veda, nel testo il passaggio sulla squadra dei Broncos di Denver, un club molto famoso di football americano.

2) Così come è difficile che una guardia carceraria impugni un doppietta a canne mozze. Shotgun andrebbe tradotto con fucile a canna liscia, spesso azionato a pompa per espellere la cartuccia (shot) esplosa ed inserire nella camera di scoppio quella nuova, con un unico movimento della mano; un’arma spesso utilizzata dalle forze dell’ordine, tanto è vero che talvolta è anche denominato riot shotgun.

3) Il libro di Sam Greenlee, The Spook Who Sat by the Door, è stato tradotto in Italia da Garzanti, nel 1970, nella collana Romanzi moderni con il titolo Il negro seduto accanto alla porta, a differenza di quanto erroneamente segnalato in nota.

4) Dire che uno dei protagonisti della lotta e compagno di carcere di Gilbert, Kuwasi Bagaloon, ha fatto parte inizialmente dei Last Poets significherebbe anche segnalare che quel primo gruppo rap afroamericano, fu fondato il 19 maggio 1968 (data del compleanno di Malcolm X), nel quartiere East Harlem di New York. I membri fondatori del gruppo furono Felipe Luciano, Gylan Kain e David Nelson.
I Last Poets continuarono ad evolversi attraverso un gruppo di scrittori di Harlem conosciuti come “East Wind” composto da Jalal Mansur Nuriddin, ex- paracadutista ed ex-detenuto per aver rifiutato di servire l’esercito degli Stati Uniti in Vietnam e convertitosi all’Islam mentre era in carcere, e da Omar Ben Hassan e Abiodun Oyewole, avrebbe anticipato sia il poeta-cantante Gil Scott-Heron, attivo dagli anni settanta, che Grandmaster Flash and the Furious Five, con il loro brano The Message (del 1982), che avrebbero ridato fiato alla coscienza nera
all’inizio degli anni ’80.

Tutto ciò, però, non offusca in alcun modo il lavoro svolto per far conoscere al pubblico italiano un testo così stimolante e significativo. Non solo per la storia passata dei movimenti di lotta americani.

* Dedicato, nel bene e nel male, alla memoria di Fidel Castro rivoluzionario anti-imperialista


  1. Si veda la mia recensione qui: https://www.carmillaonline.com/2016/04/25/huck-ishmael-la-guerra-classe/  

  2. Si veda il mio https://www.carmillaonline.com/2013/08/14/detroit-e-morta-viva-detroit-seconda-parte/  

  3. Tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1977 dal Collettivo editoriale Librirossi  

  4. Pubblicato in DVD anche in Italia nel 2005. L’intervista si intitola significativamente A Lifetime of Struggle  

  5. Weather Underground Organization e Black Panther Party non furono gli unici ad operare in tale senso  

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Quell’orribile maggio di guerra https://www.carmillaonline.com/2015/11/12/quellorribile-maggio/ Wed, 11 Nov 2015 23:00:30 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26506 di Sandro Moiso

estate di guerra Luigi Fabbri, La prima estate di guerra. Diario di un anarchico (1 maggio – 20 settembre 1915), a cura di Massimo Ortalli, BFS edizioni, Pisa 2015, pp. 126, € 12,00

Il diario di Luigi Fabbri, recentemente pubblicato dalle edizioni della Biblioteca Franco Serantini di Pisa, costituisce ancora, ad un secolo dalla sua originaria stesura, un documento davvero straordinario per comprendere da un punto di vista di classe gli avvenimenti che precedettero ed accompagnarono l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915.

Molto è stato infatti scritto su quello che alcuni si attardano ancora a chiamare “maggio radioso”, [...]]]> di Sandro Moiso

estate di guerra Luigi Fabbri, La prima estate di guerra. Diario di un anarchico (1 maggio – 20 settembre 1915), a cura di Massimo Ortalli, BFS edizioni, Pisa 2015, pp. 126, € 12,00

Il diario di Luigi Fabbri, recentemente pubblicato dalle edizioni della Biblioteca Franco Serantini di Pisa, costituisce ancora, ad un secolo dalla sua originaria stesura, un documento davvero straordinario per comprendere da un punto di vista di classe gli avvenimenti che precedettero ed accompagnarono l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915.

Molto è stato infatti scritto su quello che alcuni si attardano ancora a chiamare “maggio radioso”, sia dal punto di vista storico che documentaristico, ma il diario di Fabbri ci immette direttamente, per così dire, al centro delle aspettative, dei tentennamenti, delle riflessioni e delle delusioni che si svilupparono all’interno di un fronte classista che avrebbe dovuto essere omogeneo e che invece tale non fu.

Tale disomogeneità non fu soltanto dovuta alla tradizionale divisione tra movimenti e partiti di classe e repubblicani oppure tra anarchici e socialisti, ma si manifestò quasi da subito anche all’interno di quelle forze che avrebbero dovuto contrastare radicalmente l’immane carneficina che si andava consumando in Europa a partire dall’anno precedente.

Non soltanto il tradimento di Benito Mussolini o il voltafaccia repubblicano dopo la sconfitta della “settimana rossa” oppure le scelte del sindacalismo rivoluzionario finirono quindi con l’impedire ed ostacolare qualunque presa di coscienza anti-militarista a livello di massa, ma anche l’estremismo di alcuni, l’infantilismo o, peggio ancora, l’opportunismo di singoli militanti contribuì a facilitare l’entrata in guerra dell’Italia, nonostante le numerose manifestazioni di dissenso e di protesta, spesso spontanee, che si erano andate sviluppando tra i lavoratori e i soldati richiamati alla leva fin dai mesi precedenti.

Come afferma Giampietro Berti in uno studio sull’anarchico marchigiano: ”Luigi Fabbri nasce come anarchico nell’ultimo decennio dell’Ottocento – il decennio crispino e della crisi di fine secolo – , ma si esprime come anarchico nell’età giolittiana. C’è quindi una doppia anima nel suo anarchismo. Vi si trova, allo stesso tempo, una componente esistenziale o, per meglio dire sentimentale (vale a dire a-razionale), che lo forma moralmente e politicamente durante gli anni duri ed eroici del movimento operaio e socialista; e una componente razionale che gli permette di dare il meglio di sé durante il primo quindicennio del secolo1

E’ proprio questa sorta di “doppia identità” intellettuale che permette a Fabbri di analizzare con estrema precisione e, talvolta, con mal celata disillusione gli avvenimenti e le scelte che accompagnano l’orribile maggio e i mesi che lo precedono e seguono immediatamente.
Infatti già nel novembre del 1914, in una lettera inviata ad una compagna, “l’anarchico fabrianese si era detto «estenuato e sfiduciato ed anche nauseato.[…] certi momenti mi domando se non sarebbe meglio tacere, e lasciare che la bufera passi, […] lasciare cioè che il popolo s’abbia il governo che merita, i politicanti che merita e la guerra che merita»”2

Nonostante tutto, però, Fabbri continuò a portare avanti sulle pagine di “Volontà”, di cui fu direttore fino al maggio del 1915 dopo la fuga di Errico Malatesta a Londra, una campagna antimilitarista in cui cercò comunque di marcare sempre la differente posizione dei socialisti-anarchici di cui era esponente, sia nei confronti delle altre componenti del movimento operaio, sia delle confuse e rumorose correnti libertarie favorevoli alla partecipazione bellica. Mentre soltanto dopo la definitiva chiusura del periodico libertario decise di affidare le sue riflessioni ad un diario, destinato fin dall’inizio a diventare oggetto di pubblicazione.

Quello che fin dai primi giorni di maggio non mancò di sottolineare fu come quella guerra che doveva essere rapida e breve si stesse rivelando come un immane macello, così come rivelavano le corrispondenze degli stessi giornali borghesi dai fronti già aperti dall’agosto precedente .
No, il popolo non vuole la guerra. Per la parte più incosciente, non aperta alle idee, la guerra non è voluta per ragioni tutt’altro che simpatiche. Eppure tali masse costituiscono la maggioranza stragrande del paese, che subisce passivamente i fatti per legge di adattamento; se la guerra si farà, com’è certo, altrettanto certamente marceranno compatte; – cominceranno col subire la guerra come una sventura, ma finiranno col parteciparvi con tutte le apparenze della buona volontà…fino al giorno in cui non la bestemmieranno, quando ne saranno stanchi o si determineranno fatti che creeranno un prevalente stato d’animo diverso” ( 10 maggio, pag. 33)

Il messaggio di Fabbri è chiaro e valido ancora per l’oggi: una volta iniziata una guerra non si può arrestare, almeno fino a quando non arrivi ad un punto di rottura psicologico, fisico, economico, militare e sociale. “Soltanto se l’opposizione alla guerra sapesse diventare opposizione antimonarchica e passare i ponti della legalità prima della guerra, questa potrebbe essere evitata. Se no, no!” ( pag . 34)

Nei giorni che precedono immediatamente l’entrata in guerra le manifestazioni antimilitariste sono ancora numerose e diffuse: basti pensare che oltre a quelle spontanee, spesso organizzate dal basso dalle famiglie dei richiamati, tra il 1° maggio e il 2 maggio vi furono in Italia più di 400 comizi pubblici rivolti in tal senso. Certamente la stampa borghese tendeva però ad ignorare tale realtà per dare molto più spazio e visibilità a quelle degli interventisti. Lasciati liberi di spadroneggiare sulle piazze in finte rivolte e manifestazioni di protesta, spesso capeggiate da ufficiali e carabinieri. Gli stessi che in caso di manifestazioni operaie e antimilitariste non avevano esitato a prendere e a revolverate la folla.

Sarà lo stesso Fabbri a sottolineare come non siano “le sfuriate pseudo-rivoluzionarie di Mussolini e del suo variopinto contorno a pretese sovversive” (15 maggio, pag. 41) a costituire lo strumento principale della diffusione della propaganda interventista ma, piuttosto, la propaganda della stampa borghese e della sua cultura di stampo “classico” a diffondere anche tra i giovani, studenti soprattutto, l’idea della necessità di una guerra irredentista contro l’Austria.

Peccato soltanto che, per quanto un luogo comune della stampa interventista sia sempre stato quelle delle popolazioni “irredente” in fremente attesa dell’arrivo delle truppe italiane: “Dopo l’inizio della guerra italo-austriaca […] pare ora che in tutto ciò ci fosse molta esagerazione. Sempre più si diffonde la notizia che invece quelle popolazioni mostrino una vera ostilità contro gli italiani. Ciò è confermato dalle notizie, lasciate passare dalla censura,, di interi villaggi che il comando militare ha dovuto far evacuare, internandone gli abitanti, perché essi costituivano un vero pericolo alle spalle delle linee combattenti […] Dovunque si sono eseguite fucilazioni” (21 giugno, pag. 67)

Però, in un contesto pur ancora difficile per i fomentatori del conflitto, gli ostacoli che si frappongono ad una possibile iniziativa di classe sono di varia natura. Intanto l’ambigua posizione del Partito Socialista che, sventolando la parola d’ordine della neutralità, finì con l’accomunarsi ai germanofili e austriacanti nella medesima fiducia in una soluzione ministeriale. ”Se si fosse, unanimemente, adottata da tutti i sovversivi la formula della «guerra alla guerra» e la si fosse sostenuta esclusivamente sul terreno popolare, rivoluzionario e dell’azione diretta, forse, si sarebbe salvaguardata qualche posizione elettorale di meno e si sarebbe corso qualche rischio personale di più, ma si sarebbe rimasti meglio a contatto con l’anima proletaria, si sarebbe ottenuto dalla propria attività un miglior risultato” (14 maggio, pag. 40)

Ma se da un lato l’educazione legalitaria e parlamentarista diffusa tra le masse dai socialisti aveva contribuito a diffondere la paura per le conseguenze di una autentica sollevazione tra le stesse file proletarie, dall’altro la propaganda bellicista poteva valersi delle strida di coloro che atteggiandosi ancora a veri rivoluzionari, giustificavano la partecipazione al conflitto in mille modi, sia tra gli ex-socialisti che tra gli anarchici più esagitati.

Oltre che della repressione e delle misure cautelari preventive cui fu sottoposto chiunque osasse levare la voce contro il conflitto. Come lo stesso Fabbri ebbe modo di vivere sulla propria pelle con un internamento in carcere cui fu sottoposto tra il 22 e il 29 maggio. A queste prime contenute misure seguirà poi l’istituzione di reparti speciali costituiti interamente da sovversivi e ribelli proletari destinati ad “operazioni militari in cui la strage è prevista; dei reparti di truppe devono sgombrare il terreno per gli altri, saggiarlo, rompere i reticolati, ecc. La maggior parte dei soldati che ne fan parte è per ciò condannata a morte sicura.[…] <> hanno scritto dal fronte dei romagnoli” (20 settembre, pag. 121)

E’ solo in questo contesto che è possibile comprendere appieno il ruolo vile e servile svolto da Mussolini nei confronti dell’imperialismo italiano e anglo-francese. Non nell’avere davvero mobilitato milioni di italiani, ma di aver contribuito a diffondere l’autentica lue dell’odio nazionalista ed interventista tra le fila del proletariato allontanandolo dalle autentiche posizioni anti-imperialiste e anti-belliciste che avrebbero potuto condurre la sue lotte a ben altri esiti.
Quanto danno ha fatto quest’uomo, in soli dieci o dodici mesi di attività giornalistica! Quanto odio ha seminato! Quante idee ha contorte e confuse nell’animo di suoi lettori più deboli, più ingenui e più incolti!” (26 agosto, pag 103)

In queste parole si può cogliere tutta la responsabilità, illimitata, di Benito Mussolini nel fuorviare la lotta di classe e la falsità e l’infingardaggine di tutti coloro che hanno cercato e ancora cercano di cogliere e individuare nel fascismo e nel suo duce un’anima proletaria e una differente funzione sociale del suo autoritarismo. Sarà così proprio Fabbri, più che i teorici del Partito Socialista e del nascente PCd’I negli anni successivi al conflitto, ad individuare lucidamente nel fascismo una controrivoluzione preventiva svolta tutta in funzione anti-proletaria e classista.

da fabriano a montevideoIl diario si conclude nei giorni in cui Fabbri è richiamato alle armi, ma molte sarebbero ancora le considerazioni, ivi contenute, degne di essere segnalate per la loro preziosa lucidità ed avvedutezza di giudizio, tanto da rendere la sua lettura un esercizio costante di confronto con le tante opinioni accumulatesi a ”sinistra” sui conflitti e sul dispiegamento politico-militare imperialista così come sull’azione proletaria, sia spontanea che organizzata.

A questo punto però è preferibile segnalare ai lettori l’ampio catalogo dedicato dalla BFS alle opere, alle corrispondenze e alla vita dell’intellettuale e militante anarchico, nato a Fabriano nel 1877 e morto in esilio a Montevideo (Uruguay) nel 1935. Così oltre gli Atti del convegno tenutosi a Fabriano nel 2005 e già segnalati in nota, occorre qui ricordare:

Luigi Fabbri, Epistolario ai corrispondenti italiani ed esteri (1900 – 1935), a cura di Roberto Giulianelli

Luce Fabbri, Luigi Fabbri. Storia di un uomo libero

Santi Fedele, Luigi Fabbri. Un libertario contro il bolscevismo e il fascismo

Cui andrebbe ancora aggiunto: Luigi Fabbri, La controrivoluzione preventiva. Riflessioni sul fascismo, Zero in condotta, Milano 2009


  1. Giampietro Berti, Il posto di Luigi Fabbri nella storia del movimento anarchico italiano, in Da Fabriano a Montevideo. Luigi Fabbri: vita e idee di un intellettuale anarchico e antifascista, ( a cura di Maurizio Antonioli e Roberto Giulianelli), Atti del convegno tenutosi a Fabriano l’11 e il 12 novembre 2005, BFS edizioni, Pisa 2006  

  2. Roberto Giulianelli, Prefazione a La prima estate di guerra, pag. 10  

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Chi vince e chi perde a Gaza https://www.carmillaonline.com/2014/08/01/vince-perde-gaza/ Fri, 01 Aug 2014 21:40:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16523 di Sandro Moiso

gazaE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo perché il popolo palestinese possa affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome. A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del [...]]]> di Sandro Moiso

gazaE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo perché il popolo palestinese possa affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome.
A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del sionismo più aggressivo.
A Gaza non si può guardare soltanto con gli occhi dell’umanitarismo becero del cattolicesimo e del generico pacifismo.
A Gaza si sta giocando una partita mondiale.

Partita che si è aperta ormai da molti anni e che, con buona pace di chi predicava circa vent’anni fa la fine della storia, vede venire al pettine tutti i nodi della storia del novecento e della crisi del dominio occidentale (economico, politico e militare) sul globo.
Gli Stati Uniti non sono più credibili e l’Europa Unita è un puro concetto filosofico di scarso valore ed entrambe questa realtà non hanno più la forza di risolvere le crisi internazionali. Né con la diplomazia, né e tanto meno con gli eserciti.

Su questo non c’è alcun motivo per versare lacrime, come alcuni infausti democratici ed intellettuali più sinistri che di sinistra, vorrebbero forse fare.
Il capitalismo e l’imperialismo occidentali stanno declinando rapidamente dopo essersi illusi di aver sconfitto la lotta di classe e dei popoli soltanto perché alcune sigle e definizioni sono scomparse essendo diventate obsolete e prive di significati reali.

Ma la lotta di classe, all’interno di un sistema diviso ed organizzato per trarre profitto dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non può scomparire. Così come non possono sparire a comando, e nemmeno in seguito alla più terribile repressione, le richieste dei popoli oppressi di veder riconosciuti i propri diritti inalienabili. Poiché, in ultima analisi, la lotta di classe e l’anti-imperialismo non sono soltanto patrimonio del marxismo, del comunismo o dell’anarchismo, ma delle contraddizioni reali, radicate nella storia e nell’economia del sistema mondo.

Allo stesso tempo le contraddizioni del dominio e della spartizione imperialistica del globo stanno venendo a galla. In maniera sempre più evidente e proprio grazie all’indebolimento, non solo di immagine, dell’imperialismo occidentale.
Costretto ormai a delegare, anche contro voglia, ad altri il proprio ruolo di controllore planetario.
Il falso trionfo del 1989 mostra ora le sue drammatiche conseguenze e la spartizione del mondo tra due sole superpotenze è stata sostituita da un intricatissimo gioco di grandi e medie potenze locali con aspirazioni planetarie.

Ma tagliamo subito la testa al toro: oggi a Gaza non sta vincendo Israele.
Come già non aveva vinto nella guerra libanese del 2006, condotta con lo stesso dispiegamento di forze, mezzi e violenza distruttiva. Anzi, l’immagine dello stato ebraico ha iniziato a sfaldarsi anche là dove, per esempio presso l’opinione pubblica americana, era sempre risultata più convincente e vincente.

Non vince l’ebraismo che, sempre di più, viene accomunato alla responsabilità dei massacri perpetrati in Palestina, nonostante le voci critiche nei confronti del sionismo armato israeliano che provengono, sempre più numerose, dall’ambito della comunità ebraica internazionale e anche, seppure in maniera minore, dall’interno della stessa Israele.

Nel corso degli anni il governo sionista ha spinto il paese tra le braccia dei peggiori avversari e dei più acerrimi nemici dell’ebraismo: le destre di governo occidentali (dal Partito Repubblicano negli USA a Forza Italia qui da noi) e l’Arabia Saudita. Nemica di ogni emancipazione sociale, politica e nazionale in tutto il Medio Oriente e nel Nord Africa e, soprattutto, dell’Iran.

Ne abbiamo già parlato altre volte su Carmilla: non si può capire cosa è avvenuto in Nord Africa e Medio Oriente, dalla caduta del regime di Gheddafi alla guerra in Siria e fino all’attuale “califfato iracheno”, se non si considera l’azione lenta ed inesorabile dell’Arabia Saudita e di alcuni suoi concorrenti degli Emirati per accaparrarsi le riserve petrolifere dell’area e il controllo politico e militare delle aree geografiche interessate

Infatti tra i vincitori dell’attuale scontro a Gaza vanno annoverati, in primo luogo, i sauditi.
Dalla Libia alla Siria, giù forse fino al Mali e alla Nigeria, le milizie integraliste che si scontrano tra di loro e con i rimasugli del potere statale superstite, lo fanno in nome dell’Arabia Saudita e del Qatar ovvero del petrolio. Occorre dirlo: Al Qaeda di Osama Bin Laden era al confronto una sorta di internazionale progressista, con l’idea di rovesciare il regime saudita, nazionalizzarne le risorse e le ricchezze e non abbandonare, almeno a parole, i vari popoli in lotta al loro destino.

Il progetto visionario, e per molti versi reazionario di Bin Laden, era, nonostante tutto, altra cosa da quello che si sta realizzando tra Iraq e Siria. Da quest’ultimo e dalle milizie jihadiste presenti in Libia e Siria non è mai giunta nemmeno una voce a difesa dei palestinesi. Anzi nei primi giorni del dramma si è cercato di distrarre l’attenzione degli arabi da Gaza attraverso la distruzione della moschea e del mausoleo di Giona.

Certo se si segue con attenzione lo sviluppo degli avvenimenti dal 2010 in avanti ci si accorge che lentamente ed inesorabilmente le milizie jihadiste si sono progressivamente impegnate, non solo nelle aree petrolifere del continente africano e del Medio Oriente, a coinvolgere in uno scontro militare senza fine tutte quelle forze che, in un conflitto locale o allargato, avrebbero potuto prestare il loro appoggio all’Iran: Hezbollah, Siria e Hamas.

L’obiettivo di indebolire i potenziali alleati del principale nemico comune di Israele e Arabia Saudita è stato infatti raggiunto con l’aggravante, se vogliamo così dire, di aver diviso tra di loro anche alcune di queste forze. Per esempio proprio Hamas e Fratelli musulmani che dopo aver preso le distanze, in maniera opportunistica e becera, dal regime di Assad, sperando in un riconoscimento occidentale, si sono trovati poi alla mercé del colpo di stato militare egiziano (di cui il principale sponsor è stata proprio il capitale saudita) e dell’attacco israeliano (con poco o nessun appoggio militare dai cugini di Hezbollah, già fin troppo impegnati sul fronte siriano).

Cosa quest’ultima che ha spinto e spinge i militanti di Hamas ad intensificare l’azione di “bombardamento” del territorio israeliano per dimostrare la propria esistenza in vita.
Certo la resistenza dei militanti del suo braccio militare ha dell’eroico e il fatto stesso che Israele abbia dovuto richiamare altri 16.000 riservisti, facendo arrivare a quasi 100.000 i militari impegnati nell’operazione di invasione e controllo territoriale della striscia di Gaza, lo dimostra.

D’altra parte fino ad ora le truppe di terra sono state maggiormente impegnate nelle aree agricole e più scoperte della Striscia. Le aree urbane possono essere devastate , distrutte e massacrate, ma difficilmente conquistate come dimostra tutta la storia del ‘900 da Leningrado a Varsavia fino a Grozny. Le vittime dell’esercito di Israele aumenterebbero in maniera sproporzionata e il costo potrebbe risultare troppo alto anche per i più famigerati sostenitori israeliani dell’operazione.

Ma, nonostante ciò e a differenza di Hezbollah nel 2006, molto probabilmente anche Hamas non risulterà nel novero dei vincitori di questo conflitto: troppi morti e troppi sacrifici costerà il tutto ai Palestinesi di Gaza e questo sicuramente significherà un indebolimento delle sue posizioni, politiche e militari.
Mentre l’ipocrisia pacifista ed umanitaria che finge ancora che si possano fare guerre senza coinvolgere i civili e le strutture pubbliche (scuole, ospedali, abitazioni civili, infrastrutture di vario genere) nella distruzione, raggiungerà sicuramente il risultato di confondere ulteriormente le idee sul conflitto e sulle sue cause.

ONU, Ban Ki Moon, Obama, democratici di sinistra e di vario genere, pacifisti cattolici e mille altri pensano che sia possibile limitare i danni, pur mantenendosi equidistanti e riconoscendo il diritto all’autodifesa di Israele. Stupidi, arroganti e ignoranti che pensano, con parole di cordoglio, di nascondere che ogni difesa non può essere che attacco e che, nel caso di Israele, tale difesa può usufruire di mezzi di offesa straordinariamente efficaci e distruttivi.

Dimenticano, tutti e senza distinzione, che già nel 1921 proprio un teorico italiano, Giulio Douhet, nel suo testo “Il dominio dell’aria” (poi divenuto a livello internazionale una vera bibbia della guerra aerea) teorizzava l’uso dell’arma aerea come strumento di distruzione totale delle infrastrutture economiche e civili e di vero e proprio terrorismo nei confronti della popolazione soggetta ai bombardamenti. Infatti l’aviazione militare, dalla guerra civile spagnola alla seconda guerra mondiale e dal Vietnam all’Iraq e a Gaza non è stata mai utilizzata per la guerra intelligente (che già di per sé costituisce un curioso ossimoro), ma solo e sempre in chiave terroristica.

Scoprirlo ogni volta, con pianti e strepiti istituzionali e privi di conseguenze, è assolutamente ridicolo e fuorviante. La guerra è la guerra ed è diritto degli oppressi denunciarlo ed opporsi ad essa con ogni mezzo necessario. Altrimenti si rischia di tornare ancora una volta a giustificarla sotto forma di “operazioni di polizia” oppure di “pacificazione” oppure, ancora, con le mille altre formule elaborate dall’opportunismo immarcescibile nel corso degli anni.

Israele, l’abbiamo già detto, anche se dovesse radere al suolo la striscia di Gaza e massacrare tutti i suoi abitanti non vincerà mai questa guerra. Non solo per l’immagine, ma anche perché attraverso di essa e, soprattutto, con una possibile futura guerra all’Iran si sarà totalmente messa nelle mani dei suoi peggiori nemici/amici. Prima di tutto l’Arabia Saudita che, quando avrà acquisito il controllo di quasi tutte le aree petrolifere più importanti dell’Africa e del Medio Oriente avrà buon gioco a ricattare gli USA e ad utilizzare i regimi jihadisti e califfati vari contro Israele stessa.

Nel disastro del Medio Oriente, dopo aver distrutto i movimenti classisti e laici e gli stati nazionali nati da moti anti-coloniali, gli occidentali non hanno più che una carta: la forza militare di Israele.
Dopo aver alimentato il mostro integralista pur di troncare qualsiasi appartenenza di classe e dichiaratamente anti-imperialista dei movimenti in Africa del Nord e Medio Oriente oggi scoprono che dal califfato islamico iracheno e siriano, giù fino alla Palestina, passando per il Libano, e fino a gran parte dell’Africa essi hanno coltivato, da un lato, forze incontrollabili legate agli interessi e agli investimenti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi e dall’altra, e questa la cosa più interessante per l’antagonismo sociale, dei momentanei contenitori per una rabbia che non può più essere ulteriormente compressa.

Una rabbia che affonda le sue radici nelle contraddizioni di classe e nella miseria, ma anche, e forse soprattutto, in quelle ridicole divisioni territoriali legate agli interessi, prima, europei e, poi, americani che, a partite dalla spartizione dell’impero ottomano, dopo la prima guerra mondiale, e dalla dichiarazione Balfour del 1917 hanno riempito il Medio Oriente di linee di confine verticali ed orizzontali che non hanno mai tenuto conto delle reali esigenze dei popoli coinvolti. Come già il Congresso di Berlino del 1885 aveva fatto con il continente africano.

Lasciamo pure piangere i filistei, soprattutto di sinistra, sugli orrori della guerra. Lasciamoli scoprire che ad ogni tornata di guerra l’antisionismo si trasforma, troppo spesso, nel più bieco e volgare antisemitismo. Lasciamoli credere che il sionismo sia divenuta l’unica espressione possibile dell’ebraismo. Tutti uniti nel dire che non è più possibile schierarsi in questo conflitto, ma lasciateli perdere perché sono già politicamente e socialmente morti.

Tutti i nodi stanno venendo al pettine e l’Occidente è debole come non mai. Mickey Mouse Obama ne è la migliore esemplificazione. E tutti, ma proprio tutti, corrono a mettersi al riparo delle bombe israeliane, sperando che queste li salvino un giorno da ben altri missili sparati contro di loro e da ben altri conflitti, militari e di classe.

Ma i calcoli degli “occidentalisti”, quelli che sventolano in questo contesto le bandiere della democrazia greca, del femminismo di facciata e del cristianesimo di papa Francesco, sono errati e nascondono solo il vuoto politico, esattamente come i discorsi del bulletto di Firenze, e la paura. Di perdere. Tutto.

Anni fa, quando cominciarono le guerre afgane, chi scrive ebbe modo di affermare che la potenza militare statunitense si sarebbe rivelata un colosso d’argilla nei confronti dei combattenti che portavano solo sandali ai piedi e un kalashnikov a tracolla. Mi sembra che nulla abbia contraddetto quella affermazione. Anzi.
Oggi a Gaza è lo stesso. Gli israeliani potranno uccidere migliaia di palestinesi: combattenti, donne e bambini. Ma non vinceranno mai.

La specie nel suo insieme vuole continuare a vivere e non potrà sopportare in eterno una suddivisione dei beni, dei territori e delle risorse che implica una condanna alla miseria e alla morte per miliardi di individui da Sud a Nord e da Est a Ovest.
Nelle sue sempre più spaventose convulsioni il modo di produzione capitalistico, soprattutto qui in Occidente, non ha più altre risposte che la repressione, lo strozzinaggio finanziario e i bombardamenti. Così oggi, non solo per scelta ma neanche solo per necessità, siamo tutti Palestinesi davanti alle forze del capitale.
Ma alla fine la risposta di “quei piccoli uomini e di quelle piccole donne”, di cui ha parlato recentemente Valerio Evangelisti in un articolo, “chiamati a compiti molto più grandi di loro e delle loro capacità”, sarà adeguata e giustificata e ne decreterà la fine insieme a quella di tutti i suoi servi.

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