naturalismo europeo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 14 Feb 2026 21:00:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le due città (Victoriana 36/II) https://www.carmillaonline.com/2022/05/28/le-due-citta-victoriana-36-ii/ Sat, 28 May 2022 20:25:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72112 di Franco Pezzini

Incursioni laterali sui fianchi della realtà

J.-H. Rosny aîné, La giovane vampira e altri misteri, a cura di Elena Furlan, postfaz. di Ivo Torello, pp. 230, € 15,90, Hypnos, Milano 2020.

Senza scomodare necessariamente la Guerra dei cent’anni, la dialettica tra francesi e inglesi è un topos da romanzo portato in scena ora in forma di bonario completamento reciproco (per esempio in Jules Verne, emblematico il rapporto tra il compito Phileas Fogg e il neoassunto cameriere francese Jean Passepartout nel ‘Giro del mondo in 80 [...]]]> di Franco Pezzini

Incursioni laterali sui fianchi della realtà

J.-H. Rosny aîné, La giovane vampira e altri misteri, a cura di Elena Furlan, postfaz. di Ivo Torello, pp. 230, € 15,90, Hypnos, Milano 2020.

Senza scomodare necessariamente la Guerra dei cent’anni, la dialettica tra francesi e inglesi è un topos da romanzo portato in scena ora in forma di bonario completamento reciproco (per esempio in Jules Verne, emblematico il rapporto tra il compito Phileas Fogg e il neoassunto cameriere francese Jean Passepartout nel ‘Giro del mondo in 80 giorni’, 1872-73, o tra i giornalisti Alcide Jolivet e Harry Blount, rispettivamente francese e inglese, inizialmente rivali e poi amici, in ‘Michele Strogoff’, 1876), ora di ostilità più o meno esplicita. Quando poi ci si mette l’esplosione di un ménage le cose assumono risvolti anche più complicati: come nel caso del belga francofono Rosny aîné, partito per Londra nel 1874 e lì sposatosi senza troppa fortuna. Si trasferirà a Parigi nel 1883, e qui scriverà nel 1911 il già citato racconto La jeune vampire, edito nel 1920.

Il racconto, che abbiamo visto chiudere almeno idealmente la citata raccolta La Belle Époque dell’esoterismo ne apre una seconda, stavolta nel segno della narrazione pura: un’antologia di racconti di Rosny aîné – uno dei candidati, ma poco plausibilmente, all’identità del misteriosissimo Fulcanelli – che permette di apprezzarne la vena in qualche modo gotica. Per quanto proposto da Romain Rolland (forse con eccessivo entusiasmo) al Nobel per la letteratura, va detto che Rosny aîné non presenta la polita, tagliente perfezione di un Maupassant nei suoi racconti nerissimi, l’elegante nettezza del Mérimée fantastico, e neppure il lussureggiante, eccessivo, istrionico teatro macabro di Dumas quando scrive d’orrore (perché nell’Ottocento la narrativa d’orrore in Francia c’è eccome, e bella tosta): ma è un ottimo professionista della penna. Viene dal Belgio dei grandi visionari, Jean Delville, James Ensor, Fernand Khnopff, Armand Rassenfosse e Félicien Rops, e arriva in una Parigi dove gli scrittori popolari stanno producendo meraviglie. Il feuilleton sta mostrando la libertà esuberante dei generi – storico, poliziesco, orrifico, fantascientifico… con curiose ibridazioni e toni spesso lividi – e traghetta idealmente verso le emozioni da palcoscenico del Grand Guignol in cui spicca il lavoro del Prince de la Terreur André de Lorde (1869-1942): un mondo insomma dove si può sperimentare senza eccessivi pudori.

E Rosny aîné sperimenta. Anzitutto nel campo della fantascienza, dove si guadagna idealmente il secondo posto in Francia dopo Verne: la mancata pubblicazione in tempi utili dei suoi testi in inglese ne conterrà notevolmente l’impatto sul genere, ma l’importanza della sua esperienza resta (e, per dire, in Les Navigateurs de l’Infini compare per la prima volta il termine “astronautique”). Sempre nell’ambito di soluzioni piuttosto sperimentali restano i suoi cinque romanzi di ambientazione preistorica, tra il 1892 e il 1930 (tra i quali il famoso La Guerre du Feu, 1909, alla base del film omonimo di Jean-Jacques Annaud, 1981). Nessuno stupore dunque che di vaghi echi fantascientifici riverberi La giovane vampira, a evocare un vampirismo come paradosso neurologico e mutazione genetica trasmissibile. Anche se almeno un’altra componente risulta mixata tra le righe.

Nella Francia romantica, e in particolare nei giri di Paul Lacroix (1806-1884) – cioè il “Bibliofilo Jacob” della cerchia di Nodier, autore di varie opere sulla stregoneria del medioevo – e dell’erudito editore Isidore Liseux (1835-1894), aveva incontrato grande successo il dotto trattato di padre Ludovico Maria Sinistrari d’Ameno (nel senso che era nato ad Ameno nel Novarese: 1622-1701), De Daemonialitate et Incubis et Succubis, 1680, più tardi tradotto in francese (De la démonialité et des animaux incubes et succubes, Liseux, Parigi 1875). Sedurrà letterati come Huysmans, influirà sulla mitologia degli Efialti come supra definiti e affascina ancor oggi con le sue pagine pruriginose sull’erotica di incubi e succubi, oltre a fornire suggestioni all’immaginario sui vampiri (aperti ad affinità sensuali con gli spiriti meridiani). Teniamo presente che se in Gran Bretagna il mito vampirico è modellato ampiamente dal folklore (sia pure con abbondanti libertà letterarie, fino all’istituzione del canone stokeriano che con qualche adattamento detterà legge al cinema), in Francia al contrario la lettura in generale dipende fortemente da istanze esoteriche, fino agli sviluppi tardivi di Ambelain e Bourre. Un vampirismo di possessione e spossessamento identitario, di fantomatiche alchimie del sangue, di gruppi almeno tangenti al luciferismo.

Ecco insomma virtualmente l’altra stirpe a cui appartiene la protagonista del racconto, “fantasticamente graziosa” e pallidissima: che pure sembra divenuta tale dopo una dichiarazione di morte vergata da ben due medici, e un principio di decomposizione rilevato la terza sera e curiosamente riassorbito. Il suo corpo pare ora occupato da un’identità altra, e nella sua “nuova” vita Evelyn Grovedale attinge alle energie dei propri cari con delicata attenzione, quasi a ricordare la gentile Clarimonde di Gautier. “Qualunque sia il posto da cui vengo, appartengo a un’umanità. So di essere straniera in questo mondo, ma so anche di essere una donna. E amo la mia nuova vita, soprattutto da quando vivo con voi”: non insomma un mostro da distruggere, ma un’interlocutrice da capire. In compenso pare di udire echi di Carmilla quando Evelyn confida rabbrividendo: “Ho paura della mia altra vita! Sento che di là mi è capitato qualcosa di terribile, tanto che la mia anima ha dovuto fuggire. È inesprimibile e orrendo”. Troviamo anche un maturo esperto, il sussiegoso neurologo Percy Coleman, “lo Charcot scozzese” (ad ammiccare ai richiami a Charcot nel Dracula), che tenta invano di risolvere il caso, pratica trasfusioni e pregusta il botto ai convegni scientifici; ma soprattutto troviamo una bufera identitaria, con lei che a un certo punto non riconosce più il marito, mentre il corpo avvenente ospita in apparenza un’altra persona (“sono stata assente sei mesi e il mio corpo non mi ha seguita!”). Fino al rischio di un’esplosione della coppia, ma il finale fortunatamente riserverà sorprese.

La giovane vampira è il racconto più lungo della raccolta, e anche il più interessante. Certo, viene il sospetto che l’alterità riguardi in prima battuta il rapporto con Albione e i suoi modi, visto che la carica beffarda del racconto sta proprio nella sua collocazione inglese, a proiettare oltremanica la terra dei vampiri letterari e di un matrimonio fallito; ma poco importa il dato contingente, considerando l’ampio ventaglio di più sottili provocazioni sul tema identitario incastonate in una storia che ha il passo un po’ sghembo degli effettivi casi clinici. Il tema dell’altra stirpe e i relativi turbamenti – specchio in fondo di crisi che il trapasso da un secolo all’altro spariglia tra la dimensione psicologica, personale e quella sociale, collettiva – tornano però in La figlia della Naiade (1904) e in Un altro mondo, che ammicca alla fantascienza (1898); e il tema del travaso di energie si ripropone ne Il mago rustico (1914). Amore e paradossi temporali ricorrono ne Il Mistero (1901), mentre sulle rivelazioni della morte (“non bisogna credere che qualcosa ci sia estraneo. Non ci sono altri mondi. Tutto si tocca”) si ritorna, delicatamente, ne Il giardino di Mary (1895).

Un intero corpus di novelle sembra invece flirtare con il coevo Grand Guignol: c’è L’impiccato (1904), confessione di un assassino destinato plausibilmente alla ghigliottina per avere – colmo dell’orrore nella cattolica Francia – ammazzato ferocemente un prete; Il chiodo (1912), storia di una vendetta nel contesto convulso della guerra franco-prussiana; In fondo ai boschi (1912) vede una ragazza divorata dai maiali selvatici; nuovamente una “morte da chiodo” e il set di un manicomio emergono ne Il maggiolino (1912); Il dormiente torna sul tema della morte – atroce – portata da un bambino (1912); L’assassino sovrannaturale traghetta a letture occultistiche e al tema classicissimo del doppio (1923), mentre La morte più bella (1912) pare suggerire la frequentazione dei terribili racconti di soldati di Bierce.

Per un registro del tutto diverso, Il malocchio gioca con la commedia borghese, puntando maliziosamente alla “sola disgrazia che non rechi sofferenza a una debole donna” (1914); mentre Il leone e il toro (1912), richiamando un bizzarro episodio di campagna, pare muovere visionariamente da suggestioni mitologiche e iconografiche (certi bassorilievi con duelli tra animali esistenti e figure immaginarie, certe fantasie di Tarasque) nello scontro tra un uomo-leone e un toro scatenato. A colpire però, a parte i soggetti più o meno crudi è il clima, l’ambientazione rurale, le paludi dalle acque ferme, le case isolate di una provincia dove i fantasmi sorgono dalle nostre stesse fibre. Sulla base di leggi del grande Tutto – a dirla con Zola – che sfuggono ai nostri manuali di filosofia e alle gerarchie della spocchia umana: naturalisticamente, potremmo dire.

A chiudere il volume, va infatti segnalato il breve ma intenso e appassionato saggio J.-H. Rosny aîné. Dal Naturalismo al Merveilleux scientifique: un’evoluzione inaspettata, di Ivo Torello, le cui provocazioni su un’inattesa eredità (iper)naturalista di Zola meritano senz’altro attenzione. Scrive Torello:

 

Nel 1886 [in L’Opera, attraverso l’alter ego Pierre Sandoz] Zola, volente o nolente, non importa se ironizzando o no, conscio o meno, mette nero su bianco il primo abbozzo di manifesto del Merveilleux scientifique. La scienza come metodo d’indagine. L’universo senza limiti come orizzonte. L’antropocentrismo come idiota gerarchia. Quattro anni prima della nascita di H.P. Lovecraft, in Francia questi temi sono già materia rovente. Ma si tratta di una patata bollente di cui Zola si sbarazza in fretta, tornando alla pura e semplice brutalità della bestia umana.

Ci sono però due spiriti liberi pronti a ricevere la medesima patata bollente. Maurice Renard e il belga Joseph-Henri Honoré Boëx [cioè appunto J.-H. Rosny aîné]. Sta per nascere il Merveilleux scientifique, ovvero il weird quarantanni prima di Weird Tales.

 

Mentre Maurice Renard (nel 1914):

 

La caratteristica del Merveilleux scientifique non è di anticipare, quanto ad avanguardia, il trascorrere del tempo, ma di fare incursioni laterali sui fianchi della realtà, di pattugliare a margine della certezza, non per acquisire la conoscenza del futuro, ma per ottenere una migliore comprensione del presente. La sola ambizione di un romanziere del Merveilleux scientifique è di arrivare a far debordare un po’ il noto sull’incerto, a far splendere appena un po’ di luce nella penombra, come in una vetrata i vetri più luminosi sembrano “mangiare” il bordo dei loro vicini più scuri e sconfinare nel loro recinto.

È soltanto un’illusione. Ma ci cattura; ma ci alimenta. Gioia dell’inganno che fa ridere lo spirito, lo eccita alla curiosità divina, soddisfa allo stesso tempo la sua smania di conoscenza e la sua sete di fantasmagoria.

 

Eredità inattesa (tanto più considerando l’attacco del “Manifeste des cinq”, 1887, cofirmato da Rosny aîné che tra l’altro accusa Zola di ignoranza scientifica) ma stringente: e del resto, per quel matraccio sobbollente che è la letteratura del tardo ottocento francese, occorre ricordare le frequentazioni tra Zola e Huysmans, che a sua volta se ne allontana a un certo punto. Immaginarli in dialogo di primo acchito è difficile, eppure per tutta una prima fase Huysmans muove proprio dal tronco del naturalismo. Per crescere poi in una direzione tutta sua (ma non certo isolata, in quella Francia: si pensi a Jules Amédée Barbey d’Aurevilly, a Léon Bloy…), con un’influenza che dilagherà nell’immaginario ben oltre i confinanti della Manica.

(2. continua)

]]>
Miseria delle miniere e bellezza della natura https://www.carmillaonline.com/2018/08/29/miseria-delle-miniere-e-bellezza-della-natura/ Wed, 29 Aug 2018 21:20:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48173 di Sandro Moiso

James Still, Fiume di terra, a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2018, pp. 220, € 17,00

In un’intervista rilasciata a François Busnel, nel corso del programma televisivo America tra le righe, lo scrittore James Lee Burke ha dichiarato che molto probabilmente il patriottismo americano si fonda principalmente sull’amore che ogni cittadino degli States prova per il paesaggio, la natura, il territorio e i grandi spazi che lo circondano. Se questa affermazione fosse vera, sicuramente il romanzo di James Still appena tradotto in italiano per le edizioni Mattioli 1885 ne fornirebbe una prova consistente e significativa.

L’autore [...]]]> di Sandro Moiso

James Still, Fiume di terra, a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2018, pp. 220, € 17,00

In un’intervista rilasciata a François Busnel, nel corso del programma televisivo America tra le righe, lo scrittore James Lee Burke ha dichiarato che molto probabilmente il patriottismo americano si fonda principalmente sull’amore che ogni cittadino degli States prova per il paesaggio, la natura, il territorio e i grandi spazi che lo circondano. Se questa affermazione fosse vera, sicuramente il romanzo di James Still appena tradotto in italiano per le edizioni Mattioli 1885 ne fornirebbe una prova consistente e significativa.

L’autore originario dell’Alabama, nato nel 1906 e scomparso nel 2001, è stato romanziere, poeta e studioso del folklore, oltre che militante per i diritti civili, che ha vissuto per la maggior parte della sua vita in una contea del Kentucky che sembra essere stata la fonte di ispirazione per le sue storie e, in particolare, del suo romanzo più famoso: River of Earth.
Mentre le altre fonti di ispirazione per il romanzo sembrano essere stata la sua infanzia e quella del padre che, oltre alla attività di agricoltore, svolse anche quella di horse doctor (colui che si occupa della salute dei cavalli, soprattutto al momento del parto), proprio come l’io narrante del romanzo, un bambino non ancora adolescente, afferma più volte di voler fare.

Fiume di terra fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1940, un anno dopo Furore di John Steinbeck, all’apice di quel New Deal roosveltiano che avrebbe dovuto risolvere i gravi problemi economici e sociali causati dalla Grande Crisi che aveva avuto inizio nel 1929. Ma mentre il romanzo di Steinbeck, pur importantissimo, prendeva spunto dall’indagine giornalistica che lo scrittore aveva condotta nel 1936 tra i profughi interni provenienti dall’Oklahoma e dalle aree rurali sconvolte dalla crisi e dalle tempeste di polvere1, l’opera di Still prende l’avvio, in maniera abbastanza evidente, dalle narrazioni e dalle memorie udite in famiglia e nell’ambiente che lo circondava sulle difficili condizioni di vita dei minatori del Kentucky e del West Virginia, negli anni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX.

Lo stile letterario si pone a metà strada tra Mark Twain e William Faulkner, poiché dal primo Still trae la leggerezza della descrizione anche degli avvenimenti più drammatici e l’umorismo con cui vengono osservate dal piccolo narratore vicende e personaggi, mentre dal secondo la creazione di una contea povera e popolata da individui spesso ignoranti e analfabeti, come quella di Yoknapatawpha nel Mississippi inventata da Faulkner per ambientare le sue storie, che hanno spesso come unico riferimento culturale una Bibbia il cui discorso è conosciuto soltanto attraverso l’interpretazione datane da predicatori girovaghi e in odor di santità popolare, come il Fratello Sim Mobberly che attraversa le pagine del romanzo quasi soltanto per celebrare funerali o per presenziare a cerimonie improvvisate in mezzo alle campagne impoverite.

Il linguaggio utilizzato e messo in bocca ai personaggi oppure nella “penna” del piccolo narratore, di cui purtroppo una parte cospicua va persa per forza di cose nella pur attenta traduzione italiana a cura di Livio Crescenzi, è un misto tra la lingua degli individui che popolano i racconti di Mark Twain e la sperimentazione linguistica di Faulkner e da sola rende l’idea di un mondo e di una sottocultura locale in cui l’istruzione primaria e la scuola costituiscono un autentico, e talvolta violentemente respinto, lusso.

Lingua che però presenta enormi differenze tra le parti in cui è la vita miserabile degli esseri umani ad essere descritta e quelle in cui è la descrizione estremamente precisa di una natura minuta (alberi da frutto, cespugli, insetti, volatili selvatici e da cortile) oppure grandiosa di boschi e torrenti dalla acque ancor a cristalline a far da padrona. Dando vita in questo modo ad un autentico contrappunto, anche linguistico, tra le semplici meraviglie della Natura e le complesse vicende che definiscono le miserie degli uomini e delle donne che popolano la narrazione.

Una storia famigliare che assume anche, nel corso del suo svolgimento, le caratteristiche di uno studio antropologico sulla trasformazione di una società prevalentemente agricola in una società in cui sarà l’attività industriale e mineraria a caratterizzare le vite degli uomini. L’autore coglie infatti un momento decisivo della trasformazione delle strutture sociali, mentali e comportamentali avvenuta nel passaggio tra società agricola e industriale o, per lo meno, tra una vita spesa nel lavoro dei campi e nella relativa indipendenza dei nuclei famigliari e una in cui la dipendenza da un salario renderà gli individui sempre più schiavi e succubi del lavoro coatto e della produttività.

E’ uno scontro che attraversa tutto il romanzo e la famiglia stessa del narratore. Uno scontro che vedrà cadere più facilmente preda dell’illusione salariale gli uomini, disposti a scambiare la loro libera iniziativa con una promessa di continuità lavorativa che non verrà mai mantenuta. Mentre d’altro lato saranno le donne, madri e nonne, a difendere maggiormente l’autonomia famigliare e il legame con la terra, questo fiume possente sul quale tutti sono destinati a nascere, generare e morire senza sapere, come afferma il Fratello Sim Mobberly in una delle sue prediche, dove li sta portando. Ma a cui è inevitabile affidarsi, come a Dio.

Una commistione di fede biblica e di legame con la terra che rende le donne particolarmente forti all’interno delle vicende: soffrono, partoriscono, vedono morire i figli più piccoli, ubbidiscono a mariti un po’ troppo disponibili a scambiare la propria fatica in cambio di uno stipendio e l’indipendenza in cambio di un lavoro incerto, educano i figli, coltivano i campi, cucinano, muoiono sole e lontane dall’affetto di mariti che sono deceduti prima e di figli che non hanno più tempo per loro. Donne che, nonostante tutto, mantengono vivo dentro di sé la fiamma della memoria. E magari anche quella della vendetta, condotta però senza la brutalità tipica degli uomini.
Continuando a rappresentare la continuità delle famiglie e della specie, al di sopra di tutto ciò che una società maschile può ordire per andare incontro alla propria autodistruzione.

Fuori e dentro dalle miniere di carbone, con il lavoro e senza il lavoro; fuori e dentro il carcere, colpevoli o meno, questo sembra invece essere il destino riservato agli uomini ormai succubi del duro lavoro e della fiducia in un progresso soltanto apparente.

“Kell Haddix parlando sollevava le braccia. «Quelli lì avviarono la fonderia di Willardsborough con un tozzo di pane, un centinaio di dollari. Un affare d’oro. E’ così fratello…Cristo, la vidi funzionare io con i miei stessi occhi, e come bruciava.» […] Con il piede Papà colpì un gancio a tre punte appeso al bordo della griglia. «Sì, ma trent’anni fa» disse, volendo sminuire la cosa. «Sono quasi venticinque anni che ormai la fonderia sta cadendo in rovina. Oggigiorno non rende più scavare il minerale su per questi monti. Per ogni vagoncino, ci rimettono un sacco di soldi.»
Le labbra serrate, Kell sorrise, amaro. «E’ proprio quello che sto dicendo anch’io. Buttano via i soldi. Li bruciano. E si tratta della stessa società che possiede anche questa miniera. Quella è gente che è sempre stata ben attenta a non perdere nemmeno un centesimo dal portafoglio che hanno sul culo. E qui sprecano soldi, fratello, per cui, vedrai, lunedì inizieranno a tagliare una giornata lavorativa a settimana. E sì che in questo periodo dell’anno gli affari della miniera dovrebbero andare a gonfie vele.»
«Quando mi sono trasferito a Blackjack, mi figuravo che avrei lavorato regolarmente. Ma ho vissuto abbastanza a lungo stringendo la cinghia per cui non mi spaventa eccessivamente se mi riducono un po’ il salario.»
Kell si passò la mano tra i capelli, dandosi una grattata alla testa. Gli occhi gli fiammeggiavano nelle orbite. «E invece a me altrochè se mi preoccupa. E’ una faccenda che ho visto ripetersi altre volte, da queste parti. Prima riducono di una giornata lavorativa, poi due e poi tre. E poi chiudono le miniere, Gli scaffali dello spaccio vuoti e nessun credito per i viveri […] Poco dopo la gente se ne andò, solo Dio sa dove. Se poi trovarono lavoro, beh, io non l’ho mai sentito dire […] Una faccenda che ti dà da pensare.»” (pp. 168 – 169)

Unica consolazione alle disgrazie degli uomini e delle loro famiglie rimane, negli occhi del piccolo io narrante, la natura. Cosa che lo spinge a desiderare di diventare horse doctor per non dover mai occuparsi degli esseri umani. Così miseri, sfortunati e “brutti” ai suoi occhi. Uno stratagemma, quello di raccontare gli eventi attraverso lo sguardo di un bambino, che dona alla narrazione un senso straordinario di oggettività.

Un piccolo, grande romanzo sulle trasformazioni sociali, sulla condizione femminile, sulla crisi e sul lavoro che, senza per forza descrivere grandi tragedie, può tranquillamente essere riproposto ancora oggi, proprio per la sua estrema attualità fatta di miseria, ignoranza e precariato.

Con uno stile narrativo asciutto, lontano anni luce dal naturalismo europeo, sempre fin troppo carico di pathos, quanto dal realismo di stampo socialista, sempre troppo ideologico e didascalico, che avrebbe predominato negli anni successivi in altre parti del mondo, il romanzo di Still ci fa comprendere ancora una volta, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, cosa fu a spingere i migliori autori italiani della generazione cresciuta nel fascismo ad abbracciare la letteratura americana.
Così come è successo anche al sottoscritto.


  1. Oggi in John Steinbeck, I nomadi, Il Saggiatore, Milano 2015  

]]>