Narcos – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 27 Oct 2026 23:10:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Divine Divane Visioni (Novissime) – 84 https://www.carmillaonline.com/2022/06/30/le-novissime-divine-divane-visioni-film-e-serie-recenti-viste-da-dziga-cacace/ Thu, 30 Jun 2022 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72420 di Dziga Cacace 

Zitto!  La smetta con quel mandolino altrimenti ci cacciano, sssh! (Filini a Fantozzi)

1936 – Una famiglia vincente – King Richard di Reinaldo Marcus Green, USA 2021 Filmone agiografico che racconta la storia del papà delle ubertenniste sorelle Williams, della sua caparbietà e infine del suo successo. Tutto sommato ben costruito e ritmato, è per forza di cose prevedibile, un po’ perché la realtà la conosciamo tutti, un po’ perché gli snodi sono quelli classici di ogni narrazione di questo tipo con i temi di caparbietà e successo che [...]]]> di Dziga Cacace 

Zitto!  La smetta con quel mandolino altrimenti ci cacciano, sssh! (Filini a Fantozzi)

1936 – Una famiglia vincente – King Richard di Reinaldo Marcus Green, USA 2021
Filmone agiografico che racconta la storia del papà delle ubertenniste sorelle Williams, della sua caparbietà e infine del suo successo. Tutto sommato ben costruito e ritmato, è per forza di cose prevedibile, un po’ perché la realtà la conosciamo tutti, un po’ perché gli snodi sono quelli classici di ogni narrazione di questo tipo con i temi di caparbietà e successo che tanto piacciono agli americani: la determinazione e il rigare dritto portano indubitabilmente all’affermazione del talento. Venus e Serena Williams sono state produttrici esecutive e sebbene non si tratti di un documentario la sensazione talvolta è quella. Alla fin fine non mi pare un gran film ma il pubblico, più della critica, ha apprezzato (io ovviamente mi metto nella categoria dei guitti). Salto in avanti di due settimane dalla mia visione in sala e Will Smith vince il premio Oscar come migliore attore per questa sua prestazione edificante, condendola con un ceffone – un dritto in top spin, per rimanere in ambito tennistico – al comico Chris Rock in risposta primordiale a una battuta infelice su sua moglie Jada Pinkett. Che dire? Ma niente, dài. (Cinema Orizzonte, Milano, 12/3/22)

1938 – I fichissimi di Carlo Vanzina, Italia 1981
Mi tolgo uno sfizio. Ci son critici che non han mai visto un film di Murnau e c’è il Cacace che mai ha visto I fichissimi, lo ammetto dolorosamente. E com’è? Una bella cacatina che però ha un sapore casereccio, di tempi semplici e si fa vedere con sapore archeologico. La storia è poco più di un canovaccio basato su Romeo e Giulietta, con la rivalità metropolitana tra milanesi e immigrati e di mezzo una ragazza, Giulietta, appunto, che s’innamora di Romeo, Jerry Calà, ed è sorella di Felice, Diego Abatantuono. Definire la comicità di grana grossa è quasi riduttivo: Calà si affida a iperboli linguistiche che forse per l’epoca erano innovative ma che non stupiscono mai granché. Abatantuono invece dà il meglio con la sua parlata da terrunciello che qualche risata la strappa, un delirio linguistico dove si mescolano alto e basso, citazioni colte e strafalcioni inimmaginabili che avrebbero trovato la consacrazione definitiva col successivo (quello sì un masterpiece) Eccezzziunale… veramente. Milano era un’altra città e questo è forse uno dei motivi più interessanti del film, come la rappresentazione di un’Italia scalcagnata prima della sbornia degli anni Ottanta, ancora povera, divisa esplicitamente in classi. Non che oggi ci sia una stratificazione diversa, ma è dissimulata da tutti mentre allora era esplicita e condivisa, dal basso quasi con orgoglio. Nella vicenda ci sono naturalmente i froci (il fratello di Abatantuono, definito “ibrido”), l’avvocato paralitico e strabico e le donne sono intese come prede (“gallinelle”) ma processare tempi e linguaggi diversi mi sembra un esercizio un po’ carognesco e molto ipocrita. E vabbeh. In un finale caotico si riesce a far decidere a Calà di disonorare Giulietta pur di poterla sposare: d’accordo che siamo nella farsaccia, ma nel 1981 si faceva ancora ricorso a questi escamotage pensando che fossero credibili? Mah! I fichissimi fa quasi tenerezza, con protagonisti che non sono comunque ricchi, belli o eroici ma che lottano contro una società di gente attempata, rivendicando il loro diritto alla felicità. Detta così sembra che si stia parlando di un’opera con un senso altissimo, ma poi l’impressione è che il film sia stato scritto e girato in due settimane e che certo cinema d’epoca anticipasse quella che poi sarebbe diventata la tivù (solo 2 anni dopo, il Drive In). Una comicità veloce e ricca di tormentoni, in qualche maniera antagonista di quella dei padri, più pomposa e, seppure tecnicamente inappuntabile, antica. Spulciando su Internet scopro che il film costò una miseria per arrivare poi a incassare una decina di miliardi di lire, preceduto nella classifica dei film della stagione da titoli come Innamorato pazzo, Il marchese del Grillo, Il tempo delle mele, Culo e camicia, I predatori dell’Arca perduta, Nessuno è perfetto, Eccezzziunale… veramente, Excalibur, Fracchia la belva umana. (Dvd, 16/3/22)

1939 – Succession Season 2 & 3 di Jesse Armstrong, USA 2019
A solo poco più di un mese dalla visione della prima stagione ci metto un po’ a ingranare perché c’è un intrico di nomi e mosse finanziarie e politiche che, in inglese stretto e stante il mio ottundimento, rende tutto difficoltoso. Ma Succession decolla ancora, talvolta sfiora il ridicolo quando scade nel grottesco, eppure regge e inanella scene eccezionali. Come quella del primogenito dei Roy, Connor, il megalomane che vuole diventare presidente degli Stati Uniti, che al funerale di uno zio molestatore legge un’eulologia imbarazzante scritta dalla fidanzata aspirante commediografa (ed ex escort). Poi c’è il più piccolo degli eredi, Roman, impotente, onanista e bipolare che rivela insospettabili capacità professionali dopo diversi disastri. E c’è anche la sorella Shiv, strategista politica rosa da gelosie e ambizioni, accompagnata al marito imbecille Tom, dall’eloquio ricercatissimo e succube di un rapporto insensato col cugino idiota Greg. Uno spasso dove emergono la figura gigantesca del capofamiglia Roy e del tormentatissimo figliol prodigo Kendall, schiavo di polveri e sensi di colpa. Insomma un bazar familiare impressionate e gustosissimo che prospera grazie ad attori eccezionali con in bocca dialoghi superbi, curati al dettaglio infinitesimale, tra interiezioni umorali e battute laceranti. Nell’ultima serie il gioco di alleanze e ricatti assume proporzioni inimmaginabili e si consuma l’ennesimo impensabile tradimento. Ma c’è ancora una quarta serie in arrivo e chissà chi la spunterà. (Sky, marzo 2022)

1940 – One Day One Day di Olmo Parenti & co., Italia 2021
Olmo Parenti e i suoi soci (Marco Zannoni, Matteo Keffer e Giacomo Ostini) non hanno neanche trent’anni e arrivano da studi diversi; hanno l’energia dell’età e le idee chiare su cosa raccontare e seguono uno dei principi cardine di Werner Herzog: prendi e vai, un film non è questione di tecnica o di attrezzature, ma di idee e volontà. E così, vivendo per un anno fianco a fianco dei braccianti extracomunitari di Borgo Mezzanone vicino a Foggia ci viene raccontata l’esistenza coraggiosa di chi ci porta in tavola la frutta e la verdura lavorando a salari da schiavitù. Una vita lontana dalla famiglia, col conforto delle telefonate a casa, della musica, della cura personale, ma dimenticati dallo Stato, senza documenti e diritti, abbandonati in una shanty town che fa notizia solo se scoppia un incendio o ci scappa il morto. Detta così – da me, male – potrebbe essere il consueto atto d’accusa, un film frignone e in qualche maniera deresponsabilizzante. Ma invece si vola alto perché il ritratto intimo dei protagonisti e la cinematografia, che sa essere lirica senza indugiare in un’estetica del disagio, rendono One Day One Day un documentario unico, entusiasmante, senza alcuna menata ideologica o dito puntato, senza strillate o piagnistei: vedi la vita di questa gente così com’è e ti rendi conto anche di tanta ipocrisia cinematografica che trasforma le disgrazie altrui in una sorta di giustificazione propria, come se potesse bastare la denuncia bella infiocchettata. Olmo & company – dopo essersi prodotti il film con pochissimi soldi e tanto lavoro – hanno cercato invano una distribuzione ma in questo paese a nessuno piace non lasciare il proprio timbro e con poco da guadagnarci: un film così è la dimostrazione plastica di come ci sia un blocco culturale e produttivo nei confronti di giovani pieni di energia che vogliono uscire dai percorsi soliti, dalle terrazze degli aperitivi, dalle cordate amicali che escludono tutti gli altri. E ci sono riusciti: visto che non si trovavano sbocchi hanno portato il film nelle scuole conoscendo un successo immediato (e non è un film facile all’inizio, per quanto alla fine immensamente soddisfacente) tanto che poi un distributore coraggioso s’è trovato e presto – si spera – One Day One Day lo vedrete su qualche piattaforma. Ma questi ragazzi hanno fatto tutto senza rivendicazioni, rimpianti o accuse: hanno semplicemente usato i social come sa fare chi ha la loro età e annunciato che il documentario era vietato ai maggiori di 18 anni, visto che i “grandi” non gli permettevano di avere una vita distributiva propria regolare. E io sono felice e son sicuro che arriveranno altri film perché qui, in One Day One Day, c’è la vita, magari misera ma dignitosa, e di opere così ne abbiamo tutti un gran bisogno. (Marzo 2022)
P.s.: Not everything is Black, primo documentario di Parenti, è su Amazon Prime: date un senso a quell’abbonamento e vedete come dalle semplici idee possano scaturire grandi film.

1941 – La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, Norvegia 2021
A me per godere di un film certe volte basta un sorriso, un tocco delicato, una canzone che irrompe dalla colonna sonora. Questo film ha tante qualità, forse anche dei difetti, ma mi ha talmente conquistato il ritratto di Julie che non starò a sindacare. Julie (Renata Reinsve) è una magnifica ragazza irrisolta che – divisa tra due uomini – prova a capire cosa le riserverà la vita. Quale lavoro? Quale ruolo? Madre, compagna, amica? Una boccata d’aria per uscire dagli schemi americani o italiani: bello, coi tempi giusti, vitale, con idee di montaggio ed evasione fantastica inaspettate. E poi una buona fattura generale, con attori azzeccati e partecipi. Candidato agli Oscar stranieri 2022 (premio poi vinto da Drive My Car), mi è piaciuto, mi ha intenerito. (Sky, 2/4/22)

1942 – Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, Usa 2022
Dopo la pandemia e il blackout seguente non era ancora capitata l’occasione. Colgo la palla al balzo e costringo la famiglia tutta a un film assieme, finalmente in sala, senza considerare che le figlie sono cresciute, hanno sviluppato un gusto loro e andare al cinema col papà è un supplizio e non più il piacere d’una volta. Infatti si annoiano, abituati ad altri tempi e ritmi. Io invece il film l’ho trovato bello, affettuoso e positivo ma ammetto che avrei apprezzato ancora di più se Anderson avesse lavorato di forbici e sintesi, perché anche a me, alla fin fine, l’accumulo ha un po’ stancato. Ma detto questo ci sta pure che questo ritratto dell’adolescenza (o perlomeno della gioventù) sia così: una vita esagerata, senza rete, senza particolare razionalità ma anzi con un po’ di stupidera collettiva, però con entusiasmo, generosità e ingenuità e soprattutto senza paura, con nulla che possa fermare la corsa dei protagonisti, una corsa che alla fine, finalmente, li porterà a collidere. Negli USA di inizio anni Settanta, tra nuove mode e crisi del petrolio, il liceale Gary si innamora della venticinquenne Alana, senza preoccuparsi della differenza d’età. Gli attori sono bravi e con facce interessanti e tutta la ricostruzione d’epoca, la musica e la fotografia sono eccellenti e alcune scene rimangono impresse, magari quelle minimali dove c’è un’intuizione che – sbam! – ti restituisce quelle emozioni perse crescendo. Come quando Gary e Alana si sfiorano le dita distesi su un materasso ad acqua, galleggiando in una sorta di liquido amniotico. Nel film c’è un mondo di giovani, praticamente una banda, che è in perenne movimento, lavorativo, affettivo, economico, senza freni e senza paure. Ogni occasione va presa, divincolandosi e oltrepassando le convenzioni della generazione dei vecchi, con ritmi antichi, grotteschi o semplicemente passati. C’è qualcosa che ricorda il free cinema o Hal Ashby, quella magnifica onestà dell’essere ragazzi e di vivere in libertà e di questi tempi non è assolutamente poco. Sofia ed Elena sono uscite dal cinema abbastanza incazzate perché si fermano su particolari inessenziali ma mancano la big picture. Vabbeh, cresceranno. (Cinema Ducale, Milano, 3/4/22)

1945 – Anna di Niccolò Ammaniti, Italia 2021
Dopo un’epidemia globale che ha colpito solo gli adulti è rimasto un mondo di bambini abbandonati a loro stessi: Ammaniti coglie nel segno di nuovo, dopo Il miracolo, e costruisce un universo folle credibile, crudele, spietato, disturbante, coloratissimo e spesso poetico, convincente fin dai titoli di testa. E tutto in anticipo sulla pandemia reale scoppiata mentre si girava la serie. Riaffiorano certi temi e manie dello scrittore: gli animali, i rapporti di forza, il cibo confezionato, ma ha tutto un lirismo coerente e un impatto visivo clamoroso. Location siciliana inedita, lontana dal cartolinismo televisivo delle fiction italiane abituali, e cast azzeccato con bambini e adolescenti diretti benissimo. Che bello. (Sky, aprile 2022)

1946 – Jimmy Savile: A British Horror Story di Rowan Deacon, Gran Bretagna 2022
Jimmy Savile, personaggio onnipresente per oltre 40 anni sulla televisione britannica, era una star incontrastata e grottesca dedita alla beneficenza e anche a diversi vizi innominabili. Molti sospettavano, molti sapevano, moltissimi vivevano in trance seguendo le gesta di questo pagliaccio orrendo, pedofilo e stupratore e impunito fino alla morte. Confezione documentaria ricchissima e impeccabile, costruzione intrigante, forse finale un po’ troppo veloce, come se si avesse ancora pudore a far vedere l’inganno in cui è cascata una nazione intera che fa ancora fatica a riconoscere l’errore. Comunque bello e terrificante, montato bene e narrato con onestà, sbattendoci in faccia l’equivoco televisivo tra persona e personaggio. (Netflix, aprile 2022)

1397 – Ozark Season 4, part 2 di Bill Dubuque e Mark Williams, USA 2022
Poco da aggiungere rispetto a quanto scritto in precedenza (qui). Ozark è (stata) una serie con tutti i difetti e pregi (effimeri) della nuova serialità. L’ho subita e ora, all’ultima stagione, la vivo con sentimenti altalenanti. Se penso a Breaking Bad, là c’era una coralità coerente, un universo risolto, dove tutto quello che veniva toccato narrativamente aveva un suo senso nell’affresco generale. Sapevamo perché era lì, da dove arrivava, come sarebbe finita (c’era una finalità). Qui in Ozark invece sembra tutto casuale e in molti casi lo è: entrano ed escono personaggi secondo convenienza effettistica. Tutte le attività della famiglia Byrde (economiche, politiche, diplomatiche, affettive etc.) durano lo spazio di una breve costruzione fino al colpo di scena e al prossimo giro, dimenticando conseguenze e destini. Ogni serie insomma pare ripartire da capo, senza uno svolgimento complessivo coerente. Poi ovviamente lo svolgimento è divertente (diverte proprio, nel senso che ti fa spostare lo sguardo, ti inganna facendoti distrarre), gli attori sono molto bravi, la fotografia è interessante (luci fredde fino all’acidità, senza colori caldi). Ma io rimpiango – per dire – tutto l’affresco delle prime due stagioni del mondo southern, pian piano perso per quanto il sud sia ancora il luogo dove tutto si svolge. Quei riti, quella signorilità antica mescolata a una certa rozzezza, la fede, il white thrash, l’etica redneck… tutto smarrito nella virata verso Narcos. Tant’è la serie ha tenuto comunque bene ma, ripeto, l’impressione è che si sia alzata l’asticella sempre, sfiorando il ridicolo e giocando apertamente con l’implausibile, purché lo spettacolo reggesse. Così si fanno gli ascolti, certo, ma non la storia, eh no. Il rush finale è abbastanza emblematico e tutto sommato ben concertato seppure nella consueta economia che quando conviene fa saltare passaggi e sviluppi, rendendo all’improvviso semplice e immediato quello che pareva insormontabile (del resto basta dire: “risolto!” e nella finzione è… risolto!). Rimane aperta una possibilità di riapertura delle vicende future dei Byrde e in qualche maniera si chiude esplicitando quello che era intuibile sottotraccia fin dall’inizio ma si faceva fatica a dire: tutti i personaggi con una coscienza e una dirittura morale vengono fatti secchi e trionfano il male, il familismo amorale e le connivenze. Un sussulto finale che che non illumina retrospettivamente quanto visto finora ma dà un minimo di nobiltà a una serie che del cinismo era interprete in tutti i sensi. (Netflix, maggio 2022)

1398 – Tromperie – Inganno di Arnaud Desplechin, Francia 2021
Il film ce lo hanno caldamente consigliato i miei genitori e io mi fido di una presentazione di MyMovies che parla di “film che dovremmo pregare di vedere. Luminoso e galvanizzante”. E non mi sfiora l’idea di dare un’occhiatina, chessò, a Rotten Tomatoes dove un 40% di consenso avrebbe dovuto farmi venire qualche dubbio (non che il sito sia le Tavole della Legge, però un’ideuzza te la fai). Vedendo il film ho poi pensato a quando si diceva “tua suora” o “tua Prinz verde”, passandosi la sfiga. Chi vede ‘sto film si fa passare la scalogna consigliandolo a qualcuno, se no non si spiega, perché Tromperie è una fetecchia delle peggiori, le fetecchie presuntuose, supponenti, compiaciute, che puntano altissimo e crollano miseramente. E che ovviamente convogliano l’apprezzamento di tutto il carrozzone critico che – non bastassero i cineasti cani – sfoga la propria frustrazione sugli spettatori mettendoli in soggezione e mandandoli poi a vedere film come questi, supposte pellicole d’autore, in realtà solo dolorosissime supposte. Tromperie o Inganno tiene fede al suo titolo e trascina lo spettatore in un tour de force dialogico sfiancante e poco riuscito, senza fascino, senza particolari intuizioni. Inganna perché è come una raffica di sberle e tu rimani frastornato. La base drammaturgica è fornita da Philip Roth, dal suo romanzo Deception (che mi mancava e che da adesso mi mancherà per sempre), di cui l’autore è anche protagonista. Si racconta del suo rapporto con una amante inglese, relazione alla base a sua volta per il romanzo nel romanzo (o nel film), in una masturbazione intellettualoide esasperante, di quelle che ti esulcerano e ti spossano. Io ho capito che avevamo preso il pacco dopo neanche 30 secondi. E pacco di quelli super. Per cominciare Roth ha la faccia di Denis Podalydès, già protagonista del funesto Imprevisti digitali. Veste i panni di Roth (vero o finto non mi importa, diciamo i panni di uno scrittore intelligente e affascinante) ed è credibile nella parte quanto un Lino Banfi. Inoltre ha le mani più brutte del creato, con le dita tozze e le unghie da bambino, e visto in questi due ultimi film francesi per me adesso ha il rating più scarso di sempre. La donna inglese con cui si trastulla con arzigogoli mentali è Léa Seydoux, pure lei credibile come inglese quanto una ugandese a interpretare una lappone. E non aiutano a dar retta al rapporto tra i due i dialoghi spezzettati, con ciance che si vogliono filosofiche e cazzeggi con pretese di poesia e profondità, sicuramente sensati su carta ma qui disidratati e coreografati in una messa in scena che vorrebbe essere ardita ma risulta solo vuota, neanche fotografata particolarmente bene, e piagata o da montaggi in asse che fanno moderno o, quando si vuole andare sul classico, da campi e controcampi con spesso palesi deficit di continuità. Ora: il regista, con una decina di film all’attivo, sarà mica un cretino, no? Boh: io volevo scappare e in quasi 50 anni di cinema m’è successo forse due tre volte. Perché era evidente subito che non si sarebbe andato a parare da nessuna parte (e sì che la confusione tra autore e protagonista era un bel tema – e lo si affronta veramente negli ultimi 10 minuti – così come il tema dell’ebraismo, sfiorato neanche male, ma solo sfiorato. Come in generale tutto il dualismo pubblico/privato, reale/romanzesco). Per il resto si cincischia, invece, si fa della poesia da strapazzo, si giochicchia con i temi cari a Roth (ma Roth lo può fare, non tu che adatti Roth!) e il risultato è una ciofeca sciagurata anche perché pretenziosa oltre ogni dire, col regista che ti dà di gomito facendo dire alla Seydoux che anni prima aveva i capelli blu. Capito? Ti faccio l’occhiolino, ti compiaccio dicendoti che era lei ne La vie d’Adele. Unico sussulto quando sullo schermo irrompe Rebecca Marder che è Valentina Cervi 20 anni fa, incredibile, veramente identica. Però, ecco: è il sussulto che può avere un rimbambito come me ed evidentemente mio padre che sarà stato conquistato anche dalla generosa e inutile capezzolata della Seydoux a inizio film. Quanto sarà costato un film così? Qualche milioncino di sicuro e io mi chiedo: ma chi sgancia i soldi – produttori, consorzi, commissioni etc. – quando vede poi questa roba, rimane allo stesso posto? Non viene giubilato con peci e piume e magari anche nerbate con bambù fresco? Io mi chiedo come si faccia, veramente. Son troppo vecchio per tollerare ancora il cinema cagone da festival, compiaciuto e compiacente con i criticonzi che poi scrivono recensioni imbellettate. E mio padre me la pagherà cara. (Cinema Ariosto, Milano, 8/5/22)

1400 – La svolta di Riccardo Antonaroli, Italia 2002
Veloce, pulito, ben fotografato, ben recitato, con diverse ideuzze e una trama ben gestita. Un piccolo film con pochi difetti (il sonoro, forse… tra romanesco rubato e raccolta bassissima dopo un po’ abbiamo messo i sottotitoli) che ci ha fatto subito simpatia. Ludovico è un ragazzo irrisolto, solitario, inconcludente. Nella sua routine irrompe il criminale Jack, pieno di forza di vivere e in fuga: l’incontro porterà conseguenze imprevedibili (belle queste note di trama da quotidiano pigro). Thriller meticciato con la commedia all’italiana, ha un finale non consolatorio e tanti rimandi al cinema nostrano che fu (anche la commedia sexy!) ma in modo funzionale e ammiccante, senza compiacimenti e citazionismo autoreferenziale. Carino e riuscito. (Netflix, 21/5/22)

(Continua – 84)

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Riscoprire la Comunità (e la dignità nella povertà) https://www.carmillaonline.com/2019/07/23/riscoprire-la-comunita-e-la-poverta/ Tue, 23 Jul 2019 21:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53549 di Sandro Moiso

Stan Steiner, La Raza. Messicani negli USA, Jaca Book, Milano 2019 (prima edizione italiana 1972), pp. 398, 25,00 euro

Certo molta acqua è passata sotto i ponti da quando l’autore, l’americano Stan Steiner, diede alle stampe per la prima volta, nel 1969-70, questa ricerca sulla popolazione di origine messicana presente negli Stati Uniti. Eppure, a distanza di decenni il testo, appena ripubblicato da Jaca Book, non solo ha mantenuto intatto il suo valore documentario, ma sembra avere acquisito una vitalità ancora maggiore dovuta alle nuove e necessarie letture che [...]]]> di Sandro Moiso

Stan Steiner, La Raza. Messicani negli USA, Jaca Book, Milano 2019 (prima edizione italiana 1972), pp. 398, 25,00 euro

Certo molta acqua è passata sotto i ponti da quando l’autore, l’americano Stan Steiner, diede alle stampe per la prima volta, nel 1969-70, questa ricerca sulla popolazione di origine messicana presente negli Stati Uniti. Eppure, a distanza di decenni il testo, appena ripubblicato da Jaca Book, non solo ha mantenuto intatto il suo valore documentario, ma sembra avere acquisito una vitalità ancora maggiore dovuta alle nuove e necessarie letture che è oggi possibile dare del suo contenuto e alle riflessioni che da tutto ciò possono scaturire alla luce dei cambiamenti intervenuti nella pratica delle lotte sociali e della loro organizzazione.

Negli anni Settanta fu infatti grande l’attenzione riservata, dai movimenti e dalla cultura dell’epoca, ai fenomeni di lotta ed auto-organizzazione che caratterizzavano i movimenti di protesta e di lotta delle cosiddette minoranze etniche negli Stati Uniti. Black Panthers, Young Lords, Brown Berets, movimenti di liberazione dei nativi americani furono dunque conosciuti, indirettamente sostenuti ed apprezzati nelle loro manifestazioni di lotta (spesso accompagnate dall’uso delle armi).
Ma fu, allora, una lettura ancora sostanzialmente terzomondistica, quasi folkloristica e colorata di esotismo, che non giungeva a cogliere l’estrema attualità e validità di tali forme organizzative e, soprattutto, che non era in grado di coglierne la modernità delle proposizioni, spesso ancora scambiate per semplici nostalgie e memorie del passato.

Steiner (1925 – 1987) è stato insegnante e scrittore, oltre che ricercatore e membro della Società di Storia degli Indiani d’America, del Consiglio Nazionale della Gioventù Indiana e dell’associazione di Storia del West. In tali vesti ha anche pubblicato una raccolta di Scritti e discorsi degli Indiani-americani (con S. Hill Witt – Jaca Book 1974, ultima edizione 2017) e, soprattutto, Uomo bianco scomparirai. Riflessioni e profezie degli Indiani nordamericani sul destino della nostra civiltà, ancora per Jaca Book nel 1995.

Tali ultime due raccolte non si ponevano soltanto un compito di valore esclusivamente documentaristico, ma anche, e soprattutto, quello di fornire alla riflessione collettiva un punto di vista altro sui problemi sociali e ambientali che affliggono la nostra società. Un punto di vista sostanzialmente esterno ai valori e all’immaginario che reggono il paradigma dello sviluppo capitalistico. Ancora oggi estremamente utile e tutt’altro che superato e, tanto meno, inadeguato.

Punto di vista altro che si manifesta anche nel testo appena riproposto da Jaca Book e che, come si è affermato più sopra, porta ancora con sé validi motivi di riflessione su una società divisa in classi in cui, però, spesso i meno abbienti finiscono col condividere con i propri oppressori gli stessi miti e gli stessi valori. Da qui la validità di una testimonianza di una comunità oppressa (quella dei Messicani e dei Latinos emigrati negli Stati Uniti), ma ancora orgogliosa della propria identità e dei propri valori.

Stiamo attenti però, e questo va detto per non rischiare di ricadere negli attuali tronfi e devianti dibattiti su Popolo e Nazione che piacciono tanto ai sovranisti quanto, ancora troppo spesso, a certe frange dei loro oppositori, l’identità e i valori di riferimento sono antecedenti alla forma Stato e alla Nazione. Risalgono alle comunità contadine e indie di un passato che per mille rivoli è giunto fino al cuore della modernità capitalistica.

Un passato in cui il benessere sociale e individuale non si misurava monetariamente (alti stipendi e benefit dovuti alla posizione nella scala gerarchica delle aziende) oppure con il lusso acquisito con una effimera ricchezza (automobili, oggetti di valore oppure conti in banca e consumismo sfrenato), ma attraverso la disponibilità dei beni comuni più importanti (acqua, terra, cibo) per ogni singolo elemento (soggettivo o collettivo) della comunità.

E’ una comunità orgogliosa quella che si racconta nel libro di Steiner. Orgogliosa anche se povera o forse orgogliosa proprio perché ancora povera. E proprio nel Prologo, l’autore ce ne dà un’idea attraverso una storia narrata da Cleofas, il poeta del villaggio di San Cristobal da cui proviene, dal volto scavato dall’aridità e dai venti freddi della sua terra d’origine, ma non duro.

C’erano una volta due uomini. Uno di loro aveva le tasche colme di denaro. Era ricco. L’altro non aveva nient’altro che tortillas nelle sue mani. Era povero. Questi due uomini viaggiavano insieme. Ed essi andavano in molte città, e ogni volta che andavano in un ristorante, l’uomo con le tasche piene di denaro consumava un pranzo abbondante. Quello povero, invece, si sedeva fuori e mangiava le sue tortillas, perché non aveva altro da mangiare.
Ed essi giunsero in un deserto. Era un vero deserto. Non vi era alcuna città e neppure un ristorante!
E l’uomo ricco, con le tasche piene di denaro, era sempre più affamato e non aveva niente da mangiare. L’uomo povero, invece, mangiava le sue tortillas. Le tortillas erano molto seche e molto dure ormai. Ma erano ancora buone da mangiare.
“Mi venderesti una delle tue tortillas?”, chiese l’uomo ricco a quello povero.
“Mangiati il tuo denaro”, rispose l’uomo povero.
E il ricco morì, mentre invece il povero riuscì ad attraversare il deserto.

Ma, come dice ancora Cleofas all’autore, ridendo, questo esempio non può essere compreso dall’Anglo (americano) perché egli comprende solo “Denaro! Denaro! Denaro! Denaro! Denaro! Denaro! Denaro! Denaro! Denaro! Denaro!”1
Non si confonda il lettore, non vi è senso di vendetta nella narrazione, ma piuttosto la sottolineatura di un modello sociale che ha fatto del denaro la misura di ogni cosa. Modello totalmente estraneo al narratore quanto il modello di vita di cui è rappresentante Cleofas può essere totalmente alieno per l’Anglo.

Paradigmi sociali, economici e ambientali totalmente avulsi l’uno dall’altra e che l’ormai decrepito discorso sui modelli di sviluppo e sottosviluppo, fatti per troppo tempo propri da una Sinistra che sta scomparendo con loro, non può più spiegare e nemmeno comprendere.
Un discorso che possiamo ritrovare in tutte le culture altre una volta messe a confronto con il modo di produzione e consumo di stampo capitalistico.

Mi permetto, a questo punto, un breve excursus in un’altra cultura apparentemente così lontana da quella d’origine dei Messicani d’America, quella dei Lapponi, per citare un brevissimo esempio dalla testimonianza di Johan Olafsson Turi, un vecchio del popolo Sami, le cui testimonianze furono raccolte all’inizio del ‘900 dalla danese Emilie Demant, che trascorse due anni con lui nel 1907-1908 a Kautokeino.2

Sono un lappone, ho fatto tutti i mestieri dei Lapponi e conosco ogni aspetto del mio popolo. E ho capito che […] (il lappone) non capisce molto quando sta dentro una stanza chiusa, quando il vento non gli soffia nel naso. Se ci sono pareti ed è chiuso sopra la testa, i suoi pensieri non riescono a scorrere, né si trova bene nei boschi folti dove l’aria è calda; ma quando è in montagna , allora sì che il suo cervello è davvero limpido […] Non ho mai sentito dire che i Lapponi siano venuti da qualche altro posto. Abitavano ogni parte della Lapponia, e quando dimoravano sulla costa non c’era nessun altro abitante, nemmeno là, e loro vivevano bene a quei tempi. E vivevano ovunque anche sul versante svedese, a quei tempi non c’erano stanziali in nessun posto; e loro no sapevano che esistessero altri uomini.
Penso che all’inizio vivessero pescando e cacciando uccelli, renne selvatiche, orsi e ogni animale selvatico. Questo lo credo perché sui laghi in cui i Lapponi di oggi non pescano più, i luoghi adatti alla pesca hanno nomi lapponi […] E poi non si è mai sentito dire che i Lapponi abbiano dovuto emigrare per trovare lavoro. 3

Qui la rivendicazione dell’altro riguarda il nomadismo in terre ritenute estreme per le condizioni climatiche ed atmosferiche, ma rimane indiscusso l’orgoglio di appartenenza ad una comunità che, in questo caso, non conosceva confini, autonoma e indipendente in tutti i sensi. Altra, ancora una volta, rispetto all’esistente successivamente imposto come unico modello di vita.

Anche in questo caso, comunque, testimonianza di un popolo espropriato e ridotto a ruoli marginali, così come gli uomini e le donne appartenenti alla Raza, la comunità chicana originaria, dopo aver visto i territori della California, del Texas, del Nevada, dell’Arizona , dello Utha e di parte del Nuovo Messico espropriati dai nuovi conquistatori yanquis con le guerra della metà dell’Ottocento poi si tovarono ad essere trattati come migranti e impiegati nei lavori più umili e sfruttati sul suolo degli Stati Uniti.

Certo, oggi sappiamo che rispetto alle testimonianze e alle memorie raccolte da Steiner molte trasformazioni economiche e sociali sono avvenute, mentre il confine tra Stati Uniti e Messico non è più soltanto un terreno di scontro quotidiano tra migranti e muri veri e apparati repressivi messi in essere dal governo degli Stati Uniti, ma anche quello, forse peggiore, tra le differenti affiliazioni dei narcos. Inevitabile sviluppo di un sottosviluppo affascinato dalla ricchezza e dal denaro facile. Una sorta di peste Anglo diffusasi tra comunità impoverite dalla perdita della memoria e dal diffondersi di nuovi lavori sempre sospesi tra legalità relativa (maquiladoras) e illegalità totale (traffico di stupefacenti, prostituzione), le cui prime vittime sono soprattutto le donne (specialmente se giovani).

Eppure, eppure….
Nell’America di Trump e in un Occidente ridotto al lumicino delle sue promesse, anche di Sinistra, ritrovare la memoria e le esperienze di lotta e organizzazione dei messicani immigrati negli USA degli anni ’70 può avere una grande importanza ancora oggi.
Non solo per i Chicanos che in seconda o terza generazione hanno perso la memoria dei loro avi e dei loro predecessori e della loro organizzazione politica, spesso antagonista al sistema, nei barrios, portata avanti nel nome di Zapata, Villa o Cesar Chavez, ma anche per noi.
Troppo spesso inchiodati da una concezione del mondo che non dovrebbe più appartenerci, ma che attraverso infinite e spesso invisibili maglie ideologiche ancora ci opprime.

Non in nome di una predicazione evangelica che per troppo tempo ha giustificato le imprese del colonialismo e del capitalismo, ma della riscoperta di valori comunitari che della condivisione piena dei mezzi di produzione e riproduzione e del rispetto degli elementi fondamentali dell’ambiente che ci circonda (l’acqua, soltanto per citarne uno) facevano il loro modello costituente.
Senza Stato, senza Denaro, senza Partito o altra rappresentanza che non fosse quella diretta della comunità stessa e dei suoi membri. E in cui era fondamentale il contributo delle donne, attraverso la cui schiavitù e distruzione dell’autonomia è passata anche quella della comunità di origine.


  1. S. Steiner, La Raza, pp. 11-12  ↩

  2. Johan Turi, Vita del Lappone, a cura di Emilie Demant, prima edizione 1910, ed. italiana Adelphi 1991  ↩

  3. J. Turi, op. cit., pp. 25-26 e oltre  ↩

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Toxic Tour nel deserto messicano /1: Guadalcázar https://www.carmillaonline.com/2017/08/08/toxic-tour-nel-deserto-messicano-1-guadalcazar/ Tue, 08 Aug 2017 00:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39753 di Marco Dalla Stella

Narcos e guantoni

Una frenata brusca. Occhi incollati alle palpebre. Guadalcazar, finalmente. La cittadina messicana risplende dei colori saturi del deserto. Era piena notte quando mi sono lasciato alle spalle la estacion central di San Luis Potosì, 120km a sud-ovest da dove mi trovo ora. In mezzo, una distesa di arbusti, gobernadoras e cactus yucca che prepara il terreno per quelli che più a nord diverranno i 520mila chilometri quadrati dello sconfinato deserto chihuahuense. Polveroso insediamento fondato da spagnoli affamati di [...]]]> di Marco Dalla Stella

Narcos e guantoni

Una frenata brusca. Occhi incollati alle palpebre. Guadalcazar, finalmente.
La cittadina messicana risplende dei colori saturi del deserto. Era piena notte quando mi sono lasciato alle spalle la estacion central di San Luis Potosì, 120km a sud-ovest da dove mi trovo ora. In mezzo, una distesa di arbusti, gobernadoras e cactus yucca che prepara il terreno per quelli che più a nord diverranno i 520mila chilometri quadrati dello sconfinato deserto chihuahuense.
Polveroso insediamento fondato da spagnoli affamati di minerali, Guadalcazar è oggi una sonnolenta cittadina di 25mila abitanti in cui non arriva il segnale telefonico. Meglio così. Ci fosse, da queste parti sarebbe pieno di narcos.
Devo incontrarmi con Leonel, primo cittadino durante gli anni della mobilitazione contro la grande discarica di rifiuti tossici. Abita nel vicino villaggio di Abrego, dove proprio in questo periodo si stanno tenendo le tradizionali fiestas patronales.
Mentre faccio colazione, chilaquiles en salsa roja e una bella tazza di caffè americano, la proprietaria del modesto ristorantino che dà sulla piazzetta mi consiglia su dove appostarmi per l’autostop. Le feste di Abrego sono tra le più attese della regione e sarà facile trovare un passaggio sul retro di qualche vecchio pick-up marca Nissan. Cosa che effettivamente avviene poco dopo.
La famiglia che mi carica è composta da madre e tre figli. Il padre, penso, sarà chissà dove al nord. Risalgono ad Abrego dopo aver comprato rifornimenti per il loro stand di tacos, e lungo il viaggio mi spiegano che le feste patronali sono uno degli eventi più importanti dell’anno da queste parti. Persone da Cerritos, da El Oro, da Realejo e da tutti gli altri minuscoli ranchos dei dintorni si riversano in questa piccola località per rendere omaggio all’apostolo Santiago, rivedere amici di vecchia data e festeggiare come si deve con carne e cerveza in abbondanza.
Ma è soprattutto l’occasione per le persone emigrate al Norte di ricongiungersi con rami della famiglia che non vedono da tempo. Sono loro, specie quelli hanno oltrepassato la frontera, a far girare l’economia durante le feste.
Se c’è qualcosa su cui puoi scommettere a occhi chiusi è nell’irrefrenabile desiderio di sperperare denaro da parte del migrante messicano di ritorno al suo paese. Se non fai attenzione ti trascinerà in un vortice di tequila, ma de la más cara, solo per poter ostentare con i propri amici, e in faccia al gringo di turno, la propria fortuna, vera o presunta. Famiglie come quella che mi ha caricato fanno affidamento in tale dispendiosa euforia per concludere ottimi affari, di cui beneficeranno durante tutto l’anno.
Quasi tutti quelli che hanno abbandonato il deserto lo hanno fatto per andare a nord. Monterrey, ma soprattutto Stati Uniti. Gringolandia, com’è anche chiamato l’ingombrante vicino. Esiste perfino una località gemellata con Abrego, a uno sputo ben assestato dagli States. Si chiama Ciudad Mier.

Ciudad Mier, nel Tamaulipas, è un pugno di case che per poco non finiva dalla parte giusta del continente. Quella in cui le banconote hanno il volto rassicurante di lord inglesi del settecento invece che quelli minacciosi di rivoluzionari armati fino ai denti.
Il Rio Grande, però, ha le idee abbastanza chiare nel dividere fra gringos e bean-eaters. Le vicine città di frontiera Reyonsa e Nuevo Laredo da tempo non sono più al centro delle rotte dei migranti, che preferiscono tentare la traversata con interminabili camminate nel deserto di Sonora piuttosto che rischiare di incappare nei narcos che imperversano da queste parti. Gli Zetas.
Autentici animali rivoltatisi contro il proprio padrone, i primi Z erano le punte di diamante delle squadre d’élite dell’esercito messicano, addestrati a dovere dal 7° Gruppo di Forze Speciali statunitense nella base di Fort Bragg, North Carolina. Non una base qualsiasi, ma la principale fabbrica di soldati anticomunisti da schierare sul campo di battaglia latinoamericano. Militari pronti a tutto, capaci di muoversi alla perfezione dentro alle maglie delle guerriglie per sabotarne i piani sovversivi.
La Rivoluzione di Fidel e Guevara bussava alle porte dell’American backyard, e Nixon era pronto a tutto pur di non ritrovarsi accerchiato da staterelli bananieri e filosovietici. Perfino investire centinaia di migliaia di dollari dei contribuenti per fare di soldati latinos, meglio se con una propensione al sadismo, delle perfette macchine da tortura interrogatorio. By any means necessary.
Un soldato con quel tipo di addestramento vale una fortuna, tanto che a richiederne i servigi arrivò presto il più ricco gruppo criminale al mondo. Nessuna istituzione, pubblica o privata, legale o no, poteva competere con il trattamento economico che il Cartello del Golfo riservava ai suoi dipendenti. Fu El Patrón in persona, Osiel Cárdenas Guillén, ad avviare il reclutamento dei disertori delle forze speciali per dar vita a quello che sarebbe stato il braccio armato del cartello sul finire degli anni Novanta.
Ma la luna di miele con gli ex GEFE (Grupo Aeromóvil de Fuerzas Especiales) non era destinata a durare. Dopo la caduta del Patrón, catturato nel 2003 in un’operazione a Matamoros, i rapporti col cartello s’incrinarono.
Forse spaventati dal crescente potere degli Z all’interno dell’organizzazione, alcuni tirapiedi del cartello rapirono e assassinarono “El Concorde 3”, luogotenente colpevole di essersi rifiutato di uscire dall’organizzazione. Fu l’inizio della guerra.
Fra il 2010 e il 2013 sotto il comando di Z-40, alias Miguel Treviño Morales, gli Zetas misero a ferro e fuoco il nord-est messicano. Fu una lotta senza quartiere fra cartelli rivali, forze dei federales e dell’esercito a cui presto presero parte anche gli altri principali cartelli della droga messicani. I Beltrán Leyva al fianco degli Zetas, il Cartello di Sinaloa con quello del Golfo.
Gli scontri in pieno giorno si moltiplicavano, agli angoli delle strade comparivano cadaveri orribilmente mutilati. I sequestri di civili a scopo di estorsione smisero di essere contati. Settantadue migranti centroamericani furono massacrati a San Fernando, nel Tamaulipas, dopo essersi rifiutati di arruolarsi come carne da macello da mandare al fronte nella guerra fra cartelli.
Il nome stesso di Tamaulipas divenne sinonimo di sangue, e Ciudad Mier con i suoi abitanti si trovava giusto in mezzo a quell’inferno. In molti si trasferirono nella relativamente sicura Miguel Alemán, e chi non lo fece si chiuse in casa. Il lato messicano della frontiera divenne un lungo susseguirsi di villaggi fantasma.
Il risultato, per la gente di Abrego, fu che per diversi anni la tradizionale partita di baseball contro Ciudad Mier che accompagna le celebrazioni di luglio fu annullata. Mettersi in viaggio, in pullman e su strade controllate da narcos e militari, equivaleva a un suicidio.
Eppure da qualche anno a questa parte la situazione è tornata relativamente tranquilla. L’intensità dello scontro ha portato i cartelli rivali a indebolirsi a vicenda e a frammentarsi in gruppi più piccoli. La guerra al narcotraffico, con cui l’ex presidente Felipe Calderón era andato a bastonare alveari abitati da operosissime api armate fino ai denti con granate e AK47, si è conclusa con un poco invidiabile saldo di 150.000 morti e 28.000 desaparecidos. Il ritorno al potere del PRI, il partito che ha governato ininterrottamente il Messico dal 1929 al 2000, ha di fatto restaurato una pax mafiosa che quantomeno ha avuto l’effetto di abbassare i livelli di violenza.
Finalmente si possono tornare a giocare gli stramaledetti match di baseball che Ciudad Mier, regolarmente, riesce a vincere.

Il gioco della capra

Quando smonto dal pick-up il paese sembra disabitato. La piazza, sebbene adornata con i tipici e coloratissimi festoni di papel picado, è deserta. Alcuni venditori annoiati aspettano che qualcuno noti le loro cianfrusaglie.
Mi aggiro per le strade un po’ perplesso. Che abbia sbagliato giorno? Impossibile, le bancarelle sono lì a testimonianza del fatto che qualcuno arriverà. E il quarto di bue comprato dalla famiglia che mi ha dato lo strappo di certo non era per consumo personale.
Finalmente trovo l’intero paese riunito sotto a un grande tendone. Stanno celebrando messa, anche se il gruppo un po’ stonato di mariachi che accompagna il rito della comunione sarebbe più a suo agio ad una quinceañera che ad una funzione religiosa.
¡Ya viene el juego! ¡Ya viene el juego! – mi annuncia una bambina, eccitata di rivolgere la parola a… beh, a un gringo. Il padre mi spiega che il gioco di cui parla è quello della capra, di cui gli abitanti di Abrego vanno particolarmente orgogliosi.
Si tratta di una tradizione antica, da sempre parte centrale delle feste patronali di questo sperduto villaggio. Le sue origini risalgono al buzkashi, uno sport equestre tradizionale dell’Asia centrale nonché disciplina nazionale di Kazakistan e Afghanistan. Con buona pace dei talebani che tentarono, invano, di proibirlo. Nel buzkashi tradizionale due squadre di giocatori a cavallo devono impadronirsi della carcassa di una capra in ogni modo possibile. Sostanzialmente non ci sono regole e gli incidenti sono frequenti. Pare fosse una delle attività di svago preferite dai Mongoli di Gengis Khan, che lo usavano per contendersi le merci sottratte ai villaggi conquistati e perfino gli schiavi.
Come il buzkashi sia giunto nel rancho di Abrego, nel municipio di Guadalcazar, nello stato di San Luis Potosì in Messico, rimane però per me un mistero.
La folla che riempie la piazza è quella tipica delle grandi occasioni. I più fortunati hanno già preso posto sulle tribune d’onore, che altro non sono che il retro di alcuni pick-up posizionati in modo strategico. La birra scorre a fiumi, e bambini con cappelli da cow-boy si arrampicano sulle spalle dei genitori per riuscire a scorgere gli eroi della competizione.
Dal fondo della strada sterrata che circonda la piazzetta fanno la loro comparsa i contendenti: una decina di vaqueros, che emerge da una nube di polvere che si è sollevata sotto gli zoccoli dei loro destrieri. Sembra un manipolo di improbabili eroi usciti da un vecchio spaghetti-western. Uno di loro tiene per le zampe la parte inferiore di una capra. Sono euforici.
– Non è più come una volta – mi dice un signore con i baffi ancora pregni di birra, scuotendo la testa. – Oggi la gente non vive più in campagna, non è abituata ad andare a cavallo. Vivono in città, al norte, e tornano solo per le fiestas. Bevono, si mettono a cavallo e si buttano nel juego. Ma è pericoloso”.
Mi spiega che qualche anno prima un ragazzo neanche ventenne c’è morto, nel juego. Uno scontro tra cavalli, una caduta, zoccoli che svaniscono nella polvere. Estaba borracho. Era ubriaco.
Da quel tragico evento molte cose sono migliorate, mi dice. Oggi si cerca di non far salire a cavallo persone prive di esperienza e gonfie di alcol. O uno, o l’altro.
Grida sguaiate si alzano dalla piazza. Sono partiti.
La scena ricorda un palio di Siena in salsa ranchera. Il cavallerizzo con la capra in mano “fa la mossa”, colpisce con forza il fianco del destriero e si lancia alla fuga. Subito dietro l’affollato gruppo di contendenti scalcia, sbraita, spintona per accaparrarsi il posto migliore. Agitano i cappelli in aria, dandosi lo slancio per portare ritmicamente in avanti il bacino, in un movimento che fa capire al cavallo che è il caso di muoversi.
Non ci sono grandi cavalli di razza, anzi sono perlopiù cavalli da lavoro, tozzi, non bellissimi a vedersi e di certo abituati più a lunghe zoccolate solitarie per campi che a corse adrenaliniche tra la folla.
In poche centinaia di metri i più lesti riescono ad affiancare il fantino con la capra. I cavalli si scontrano, tre o quattro mani afferrano la carcassa per la corda che ne cinge le zampe posteriori. Strattonano, urlano, si scuotono. Ognuno cerca di mandare fuori tempo gli altri con cambi repentini di direzione, brusche frenate, accelerazioni improvvise. Alcuni fantini, rimasti più indietro, esitano a gettarsi nella mischia. Attendono il momento giusto, quando un contendente avrà la meglio sugli altri e loro proveranno a beffarlo.
Cerco di scattare una foto un po’ più da vicino, quando una mano mi prende per la spalla e mi tira indietro “¡Métete para atrás güero que te van a atropellar!” Indietreggia, biondo, sennò ti tirano sotto.
I cavalli, ora liberatisi dal groviglio, mi passano davanti a tutta velocità con appresso un manipolo di ragazzini festanti. Non ci sono protezioni e le persone rischiano seriamente di essere travolte dagli scontri tra fantini. I più temerari stanno praticamente in mezzo al tragitto dei cavallerizzi, per poi arrampicarsi sulle inferriate delle case quando la situazione si fa troppo calda anche per loro.
Poi i cavalli scompaiono dietro una curva. Anche gli schiamazzi si attenuano e la piazza cala in un silenzio surreale. Gli sguardi vagano incuriositi, i bambini si arrampicano sugli alberi, sui muri, sui tetti, in una competizione tutta loro per essere i primi ad avvistare il vincitore.
“¡Ahí vienen! ¡Ahí vienen!
E rieccoli, lì da dov’erano partiti, i chapandoz del deserto messicano. Ora sono al trotto e la capra ha cambiato proprietario.
Abbiamo un vincitore, si può festeggiare.

La discarica

I festeggiamenti andranno avanti tutto il pomeriggio e tutta la notte. Fuochi d’artificio, musica de banda e mariachi.
Tequila, ovviamente.
Riesco ad allontanarmi dalla festa non senza qualche difficoltà. Di güeros, biondi, da queste parti non se ne vedono molti e il rischio di diventare mio malgrado la celebrità della serata è concreto. Finalmente, riesco a incontrare Leonel nella tranquillità della sua dimora.
Sindaco di Guadalcazar tra il 1995 ed il 1997 e degno esponente della celebre ospitalità della gente del deserto, Leonel è stato tra coloro che con forza si opposero alla grande discarica di rifiuti tossici che stravolse la vita di questa pacifica località a metà degli anni Novanta. I baffi imbiancati e le rughe che attraversano un volto arso dal sole gli conferiscono un aspetto solenne, mentre gli occhi tradiscono un’eccezionale dolcezza d’animo. La fierezza, per nulla intaccata dalla gamba malconcia che ne limita i movimenti, è la stessa di quella della foto, appesa in un posto d’onore nel suo salotto, che lo ritrae in testa a una marcia di protesta.
Tutto iniziò all’inizio degli anni Novanta quando un’impresa messicana, la Coterin (Confinamiento Técnico de Residuos Industriales) dei fratelli Aldrett acquistò un terreno all’interno dei 814 ettari del territorio di La Pedrera, una cabecera municipal con 1.500 abitanti che vive quasi unicamente di allevamento.
Alla gente del posto fu detto che su quel terreno sarebbe sorta un’azienda agricola. Solo che al posto di mais e patate sarebbero stati coltivati solfato di calcio e resine polimerizzate.
L’impresa proveniva dallo smacco di Mexquitic de Carmona, poco fuori San Luis Potosì, quando nel 1989 la SEDUE (Secretaría de Desarrollo Urbano y Ecología) impose la chiusura di una precedente discarica. I rifiuti tossici che vi venivano accumulati mettevano seriamente in pericolo ambiente e abitanti della zona, e la campagna d’informazione promossa dalla giovane associazione di ambientalisti Pro-San Luis Ecologico e dagli attivisti di Greenpeace sortì gli effetti sperati.
A quel punto l’urgenza di Coterin era di trovare una nuova area in cui spostare il proprio tesoro altamente inquinante, in parte sigillato in fusti d’acciaio da 55 galloni l’uno. Non ci mise molto. Tra novembre 1990 e maggio 1991, 20.000 tonnellate di rifiuti classificati come altamente pericolosi erano già stati illegalmente depositati in un’area nei dintorni de La Pedrera. Chi ha detto che i messicani non sono efficienti?
Residui di industria metalmeccanica, chimica, farmaceutica, agrochimica ed automotrica furono accumulati in quel pezzo di deserto. Soltanto una minima parte era sigillata in barili, comunque lasciati alle intemperie, mentre la maggior parte giaceva accatastata. Acido acetico, solventi, polioli e chimici di vario tipo penetravano nella terra, si mescolavano alle piogge, si libravano nell’aria.
La cosa non passò inosservata agli occhi della gente del deserto. Il 24 settembre 1991 circa duecento abitanti di La Pedrera e dintorni si presentarono all’ingresso della discarica per bloccare l’ingresso di nuovi rifiuti. Ci riuscirono, dato che il giorno seguente la SEDUE sospese formalmente le attività del deposito. Per anni i rifiuti smisero di entrare. Ma tantomeno uscivano.
La situazione rimase in stallo fino al 1993 quando l’Istituto Nazionale di Ecologia (INE), forte di uno studio di impatto ambientale che sarà poi definito “indecente e privo di ogni fondamento idrogeologico” dagli esperti dell’Università Autonoma di San Luis Potosì, autorizzò la riapertura della discarica. Con una piccola differenza. Questa volta la discarica acquisì lo status di “stazione di trasferimento di rifiuti industriali”. Una condizione singolare visto che gli scarti industriali che vi erano stati ammucchiati provenivano da industrie distanti anche migliaia di chilometri, e che nessuno sembrava avere idea di dove né quando sarebbero dovuti essere “trasferiti”.
Casualmente, questo avveniva giusto un mese prima che Metalclad, un’impresa di Newport Beach in California, acquisisse il 94% delle azioni di Coterin. Quando si dice il tempismo.
Metalclad prometteva l’ampliamento del deposito, subordinato alla messa in sicurezza dei materiali tossici e ad una non irrilevante percentuale degli utili all’amministrazione locale. Acquisendo discariche problematiche nei dintorni di comunità povere e prevalentemente rurali, Metalclad intendeva riprodurre in Messico lo stesso modus operandi che aveva reso la Chemical Waste Inc. la più grande impresa di gestione di rifiuti pericolosi degli Stati Uniti.
I permessi da parte governo federale furono di fatto un regalo di benvenuto per il colosso yankee nel business dei rifiuti messicano, che viveva assieme al resto dell’economia nazionale l’eccitazione di nuova rivoluzione neoliberista. Erano infatti appena stati firmati gli accordi del NAFTA, il trattato di libero commercio con cui si apriva definitivamente al commercio tra i paesi del Nord America e che sanciva una volta per tutte il ruolo per il Messico di fornitore di manodopera e materie prime a basso costo per le industrie statunitensi.
Industrie che avrebbero prodotto rifiuti.
Rifiuti che avrebbero dovuto tornarsene quanto prima a sud, assieme agli operai non più graditi.
Ma la popolazione di Guadalcazar, o almeno la maggior parte di essa, sugli americani, i rifiuti e tutto il resto la pensava diversamente. Nel 1995 votò per sindaco un giovane e agguerrito Leonel, vincente dopo uno scontro con Maria Concepción Pineda, la candidata del Partito Autentico della Rivoluzione Messicana (PARM) la cui campagna elettorale poteva contare sul forte sostegno di Metalclad. La discarica, dicevano, avrebbe portato lavoro e servizi in quest’angolo di deserto dimenticato da Dio.
Dopo alcuni falliti tentativi di mediazione, Leonel assieme ai legali di Greenpeace e ProSan Luis Ecologico avviò un contenzioso da cui scaturì una battaglia sporca, e non solo per l’oggetto della contesa. Sondaggi manipolati, firme false, corruzione sono solo alcune delle accuse che vennero avanzate. Gli americani sembravano decisi a voler comprare la verità, e il prezzo non era un problema.
Alcuni contadini accettarono il denaro dell’impresa in cambio del proprio silenzio. Nel rancho di Huizache il padre di un bambino nato con il cranio deforme, poi morto a seguito delle malformazioni, smise improvvisamente di incolpare la discarica. Da quel momento lui e la sua famiglia divennero inavvicinabili, e nessuno sa di preciso quanto abbia ricevuto da Metalclad. Da queste parti c’è però chi giura si trattasse di una gran bella somma.
L’impresa americana aveva però sottovalutato l’ostinazione e l’attaccamento alla terra gente di Guadalcazar. La discarica non era stata messa in sicurezza, e quando le coltivazioni iniziarono a rovinarsi e il bestiame a morire a causa delle infiltrazioni nelle falde acquifere il deserto insorse.
Per la prima volta da tempo immemore i pacifici e abitudinari allevatori del deserto scesero in massa in città. Per 57 lunghe ore una delle principali arterie di San Luis Potosì fu bloccata al traffico, isolando di fatto la capitale dell’omonimo stato. Le marce divennero sempre più partecipate, il NO al basurero tóxico arrivò chiaro e forte fino alle sale del potere, che dovette prendere atto del fatto che la popolazione non era stata consultata a suo tempo.
Le concessioni a Metalclad furono infine sospese, e l’area comprendente La Pedrera dichiarata riserva ecologica. A nulla servì l’intervento dell’ambasciatore statunitense in Messico, Paul Simon, che andò a bussare prima alla porta del Ministro dell’ambiente Julia Carabias, poi a quella del Presidente messicano in persona, Ernesto Zedillo, per chiedere la riapertura della discarica.
Fu allora che Grant Kessler, il presidente di Metalclad, decise di portare la questione fino agli uffici della World Bank. Per la prima volta dall’entrata in vigore del trattato veniva fatto ricorso al Capitolo 11 degli accordi NAFTA, e la richiesta di risarcimento a carico del Governo messicano venne stimata dalla multinazionale in 90 milioni di dollari.
Il processo fu lungo e complesso. Lo stesso Leonel fu chiamato a testimoniare, in un’udienza che non ricorda troppo volentieri. Alla fine il terreno della discarica tornò in mani messicane e gli americani ebbero, in parte, ciò che volevano.
Il 30 agosto 2000 il tribunale per il caso Metalclad approvò un risarcimento a favore dell’impresa di 16.7 milioni di dollari. Dopo un ricorso alla Corte Suprema della British Columbia, il 26 ottobre 2001 Governo Federale e Metalcald convennero a dare per conclusa la disputa, previo il pagamento di sedici milioni di dollari all’impresa e il passaggio al governo federale della proprietà dell’immobile.
A più di 15 anni da quella sentenza, l’area della discarica è recintata e nessuno può entrarvi, anche se c’è chi giura di aver visto gente entrare e uscire. I rifiuti tossici sono ancora lì, dov’erano stati depositati nel 1991. Dicono che un po’ alla volta verranno trasferiti.
Dove, però, ancora non lo sa nessuno.

]]> La vera notte di Iguala e il caso Ayotzinapa: intervista con Anabel Hernández https://www.carmillaonline.com/2017/03/15/la-vera-notte-iguala-caso-ayotzinapa-intervista-anabel-hernandez/ Tue, 14 Mar 2017 23:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37045 di Fabrizio Lorusso

Anabel Hernández è una delle giornaliste d’inchiesta più riconosciute del Messico. E’ autrice, tra gli altri, dei libri La terra dei narcos. Inchieste sui signori della droga[*], Messico in fiamme. L’eredità di Calderón e La vera notte di Iguala, l’inchiesta più attuale e contundente sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, scomparsi a Iguala, nel meridionale stato messicano del Guerrero, la notte del 26 settembre 2014. Per le minacce e le aggressioni ricevute, che hanno coinvolto direttamente lei, la sua famiglia e i suoi vicini, [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Anabel Hernández è una delle giornaliste d’inchiesta più riconosciute del Messico. E’ autrice, tra gli altri, dei libri La terra dei narcos. Inchieste sui signori della droga[*], Messico in fiamme. L’eredità di Calderón e La vera notte di Iguala, l’inchiesta più attuale e contundente sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, scomparsi a Iguala, nel meridionale stato messicano del Guerrero, la notte del 26 settembre 2014. Per le minacce e le aggressioni ricevute, che hanno coinvolto direttamente lei, la sua famiglia e i suoi vicini, Anabel vive da più di sei anni sotto scorta. Dall’agosto del 2014 e all’agosto del 2016, s’è dovuta rifugiare negli Stati Uniti, dove ha potuto vivere coi suoi figli grazie a una borsa di studio del programma di studi in giornalismo dell’Università della California a Berkeley. Ho conversato con lei delle sue scoperte sul caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, sulla corruzione delle autorità e il ruolo dell’esercito, sulla situazione dei cartelli del narcotraffico, sul muro di Trump e sulla legalizzazione delle droghe. Questa è la versione integrale dell’intervista di cui alcuni estratti sono usciti su Huffington e su Ctxt. Esce oggi su Carmilla in collaborazione con Frontiere News [Foto “Ayotzinapa” di Diego Simón Sánchez / Cuartoscuro].

Perché te ne sei dovuta andare dal Messico e com’è stato il periodo dell’esilio negli USA?

Prima di tutto va spiegato che il Messico è uno dei luoghi più pericolosi al mondo per l’esercizio della professione giornalistica. Non sono solo parole al vento. In Messico sono stati assassinati più di 116 giornalisti negli ultimi dieci anni. Solo l’anno scorso sono stati sedici ed io, per sfortuna, sono una delle giornaliste che ha subito violenze e attentati come conseguenza del mio lavoro. In seguito alla pubblicazione del mio libro Los señores del narco (uscito in Italia col titolo La terra dei narcos. Inchieste sui signori della droga) nel dicembre del 2010 sono venuta a sapere da una delle mie fonti d’informazione che l’allora Ministro della Sicurezza Pubblica, Genaro García Luna, aveva organizzato un piano per uccidermi come rappresaglia per quanto avevo pubblicato su di lui e sulla rete di corruzione che operava dentro la Polizia Federale (PF) per favorire il cartello [organizzazione criminale] di Sinaloa e passava direttamente dallo stesso García Luna e dai principali capi della polizia. Questo ha provocato che la polizia organizzasse un complotto per assassinarmi. Me ne sono accorta in tempo e allora la Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha chiesto al governo di Città del Messico di darmi una protezione. Da allora vivo 24 ore su 24 con la scorta.

verdadera noche iguala portadaDopo questi fatti, nel gennaio 2010, c’è stato un attentato armato contro la mia famiglia e s’è scatenato un inferno: alcune delle mie fonti d’informazione sono state ammazzate, crivellate di colpi per strada, come nel caso del Generale Mario Arturo Acosta Chaparro, che era stato una delle mie fonti principali per il libro Los señores del narco e mi aveva narrato l’incontro che ebbe con esponenti dei differenti cartelli della droga, compreso Joaquín “El Chapo” Guzmán, che all’epoca era latitante, per ordine dell’allora Presidente della repubblica Felipe Calderón. Contrariamente a quanto diceva in pubblico, cioè che c’era una “guerra contro il narcotraffico”, in realtà quello che faceva era essere corrotto dal narcotraffico e cercare di negoziare con diverse organizzazioni criminali. Questa informazione, in seguito, me la confermò anche Edgar Valdez Villareal, alias “La Barbie”. Si tratta di un narcotrafficante importante che [prima di finire in manette] lavorava per il cartello di Sinaloa, per quello dei fratelli Beltrán Leyva e per El Chapo Guzmán. Valdez mi scrisse una lettera nel novembre del 2012, raccontando come lo stesso presidente Calderón aveva condotto alcune di queste gestioni con i criminali, per cui invece di perseguitarli si sedeva a prendere un caffè con loro, e come gli risultasse che quel capo di polizia, che risponde al nome di Genaro García Luna, e altri dirigenti che avevo denunciato ricevesse denaro da lui e da altri cartelli.

Sono rivelazioni molto pesanti.

Questo ha fatto sì che le aggressioni contro di me fossero sempre peggiori e nel dicembre 2013 è successa una cosa molto delicata, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per cui sono stata costretta a lasciare il Messico. E’ arrivato un commando armato della polizia federale con undici uomini armati a casa mia. Sono entrati nel condominio, hanno minacciato gli uomini della scorta, portandosene via una per malmenarlo brutalmente, e poi hanno minacciato i miei vicini, puntagli le pistole alle tempie, senza nemmeno risparmiare i bambini di sei o sette anni lì presenti. Infine sono entrati in casa ma io non ero là. Non hanno rubato assolutamente niente, ma questo crimine è rimasto impune e sono stata obbligata a pianificare un’uscita dignitosa dal Paese.

Dico così perché non volevo sembrare un “cattivo esempio” per i miei colleghi e compagni, scappando solo per scappare. Volevo veramente trovare un modo di avere uno spazio, di continuare a lavorare, ricercando e pubblicando informazione in Messico senza stare in Messico. Così ho trovato un programma di giornalismo d’inchiesta alla Università della California di Berkeley che mi ha che mi ha accolto per due anni dandomi una borsa per poter vivere coi miei figli in relativa tranquillità. Anche se era una piccola isola, per me era difficile pensare ai miei colleghi che continuavano a morire in Messico e alla situazione che non cambiava, così ho deciso di rischiare comunque e, nei due anni passati negli USA, ho indagato sul caso Iguala-Ayotzinapa e la desaparición dei 43 studenti, tornando una volta al mese in Messico.

Anabel Hernandez

Foto: la giornalista Anabel Hernández (su gentile concessione)

Quali sono le principali scoperte del tuo libro sulla “vera notte di Iguala” e il caso Ayotzinapa?

Dapprima vorrei dire all’opinione pubblica e alla comunità internazionale che il governo del Messico ha inventato la risoluzione del caso.

Quando succede questa terribile sparizione forzata degli studenti e l’omicidio di tre di loro e di altre tre persone, proprio quella notte del 26 settembre che tutti ricordano, il governo messicano ha cominciato a tessere una versione ufficiale che potesse coprire per sempre la realtà dei fatti accaduti quella notte. Durante un anno mi sono occupata di smantellare tutte le menzogne inventate dal governo federale, principalmente dalla Procura Generale della Repubblica (PGR), diretta all’epoca da Jesús Murillo Karam e dal responsabile diretto delle indagini, che era il direttore della Agenzia per la Indagini Criminali (AIC), il signor Tomás Zerón.

Questi due personaggi hanno inventato la cosiddetta “verità storica”, hanno fatto credere al mondo che gli studenti della scuola normale erano stati assassinati per ordine di un semplice e piccolo sindaco, quello di Iguala, José Luis Abarca, da un gruppo di poliziotti senza armamento né formazione sufficiente e da un piccolo gruppo criminale che era operativo nella zona. Questa è la storia inventata dal governo che ha detto al mondo che gli studenti erano stati cremati quella notte in una discarica della vicina cittadina di Cocula. E’ la storia che conosce il mondo, ma questa storia è falsa.

Ciò che ho scoperto in due anni di ricerche si riassume in cinque punti fondamentali che dimostrano, provano, che sono stati i funzionari pubblici del governo del presidente Enrique Peña Nieto, sono stati i militari, i poliziotti della federale e i federali-ministeriali, e sono stati alcuni membri della polizia statale [dello stato del Guerrero] a prendere parte a questo crimine. Ho trovato che sono stati direttamente l’esercito messicano, il 27esimo battaglione di fanteria, e l’allora colonnello responsabile del battaglione [José Rodríguez Pérez] che hanno orchestrato, disegnato, ordinato, coordinato e infine eseguito la sparizione forzata dei 43 studenti. Ho potuto anche scoprire che vi hanno partecipato attivamente almeno quattordici elementi della Polizia Federale. Nel libro cito anche i loro nomi nello specifico. Cito anche i nomi dei membri della Polizia Federale Ministeriale (PFM), ossia coloro che lavoravano al servizio di Tomás Zerón e hanno partecipato direttamente ai fatti, e ho prove contundenti del fatto che l’esercito ha sparato direttamente quella notte contro i cinque pullman su cui viaggiavano gli studenti. Hanno sparato in particolare sui due autobus della marca Estrella de Oro, i bersagli di quella notte.

Ho scoperto che l’origine o la ragione dell’attacco, che fino ad ora è stato tenuto nascosto dal governo federale, è che l’esercito quella notte stava lavorando per conto di un boss molto importante che gestiva le operazioni nel Guerrero e che voleva recuperare il carico di eroina di due milioni di dollari che si trovava nei due pullman e che, per una fatalità, gli studenti avevano occupato ignari di tutto qualche giorno prima. Senza sapere che quei bus si sarebbero trasformati nelle loro tombe. E un altro degli elementi che ho potuto scoprire è che il governo del Messico era a conoscenza di tutto ciò.

fue el estadoCome?

A metà 2016 c’è stata un’investigazione interna alla procura. Il responsabile degli affari interni, l’Auditor Generale della PGR ha fatto un’indagine indipendente sulla stessa investigazione condotta dalla PGR nel caso e ha scoperto quello che avevo scoperto anch’io: che la presunta cremazione dei corpi a Cocula non è mai esistita, che la maggior parte degli arrestati per il caso, come racconto nel libro, erano stati brutalmente torturati per strappargli confessioni di delitti che non avevano commesso e che i due pullman Estrella de Oro erano realmente la chiave di quello che era successo quella notte. Per questo l’Auditor ha ordinato di investigare più a fondo questi fatti. E ha ordinato anche di indagare sul Capitano José Martínez Crespo, un personaggio centrale in questa tragedia, uno dei principali responsabili, accusandolo di presunti nessi con la criminalità organizzata. Ha ordinato anche l’arresto di vari poliziotti federali e un’investigazione totale sul 27esimo battaglione delle forze armate. Il governo federale era a conoscenza di tutta l’informazione e, per ordine del presidente Peña Nieto, queste due indagini chiave, sulla falsità dei fatti della discarica di Cocula e sul coinvolgimento dell’esercito, sono state tenute segrete per vari mesi. Per ordini presidenziali.

Dopo aver presentato il suo rapporto, l’Auditor della procura, César Alejandro Chávez Flores, è stato minacciato e s’è dovuto dimettere. Il documento è stato divulgato pubblicamente? Si può parlare della “riduzione al silenzio” di uno dei pochi funzionari onesti in questa vicenda?

E’ così. Il documento è finito nelle mie mani proprio quando stavo finendo di scrivere il mio libro. Mi ha confermato la bontà dei contenuti dell’inchiesta e ho pubblicato il suo contenuto nel libro, ma ora si può trovare anche alla pagina web verdaderanochedeiguala.com, che abbiamo creato con la casa editrice affinché tutti, compresi i genitori dei 43 studenti e i loro avvocati, possano consultare questi documenti. L’Auditor s’era preso l’impegno con i genitori dei 43 di condurre un’investigazione indipendente contro Tomás Zerón e nei riguardi dell’indagine della PGR, quindi sul lavoro dello stesso Zerón ma anche dell’ex procuratore di Jesús Murillo Karam.

Si suppone che c’era un impegno, nell’agosto scorso, della PGR a consegnare i risultati di questo rapporto ai genitori degli studenti, ma dato che l’auditing interno aveva scoperto tutte le irregolarità e la “bugia storica”, è per questo che per ordine del presidente la allora procuratrice di giustizia, Arely Gómez, ha ordinato di non dare il documento ai genitori di Ayotzinapa. L’auditor dopo ha subito pressioni da parte della stessa procuratrice e da altri funzionari della procura, tra cui il primo degli accusati, Tomás Zerón, affinché cambiasse i risultati del suo rapporto che distruggeva la “verità storica”.

La cosa più grave di questo documento, che poi è la più importante, è il momento in cui l’auditor, attraverso varie prove ricavate da perizie e testimonianze, con un’indagine molto profonda, scopre, riguardo ai fatti di Cocula, che gli studenti non sono mai stati assassinato e bruciati lì. E che le ossa dello studente Alexander Mora, che si suppone sia l’unico identificato tramite analisi genetico dei suoi resti, rinvenuti nel fiume di Cocula, sono stati collocate lì in realtà dallo stesso Tomás Zerón: si tratta della prova periziale più importante che coinvolge, incolpa e responsabilizza il governo messicano di questi fatti. Perché, se i fatti di Cocula sono falsi e le prove sono state messe lì nel fiume San Juan di Cocula, il signor Zerón e il governo erano in possesso dei resti calcinati di Alexander Mora? Questa è la parte centrale del caso, per questo il governo non poteva permettere che fosse diffuso pubblicamente il rapporto dell’auditor generale. Ed è per questo che lui è stato minacciato di morte ed è stato forzato a rinunciare.

vivos se los llevaronSarebbe possibile accusare di crimini di lesa umanità gli alti funzionari del governo e lo stesso presidente?

Non sono un avvocato né esperta nella materia, ma una delle parti più efficaci delle conclusioni che raggiunge l’auditor, dopo aver controllato la normativa internazionale, è che effettivamente, dato che è stato violato il diritto alla verità delle vittime, che è parte del diritto internazionale, visto che sono stati commessi selvaggi atti di tortura per inventare questa storia e presumibilmente “risolvere il caso, siccome sono state alterate le prove e la verità dei fatti e sono state compiute violazioni gravi ai diritti umani, si può considerare che se il governo del Messico, Peña Nieto e i funzionari pubblici coinvolti non risolvono questa situazione, possono essere giudicati internazionalmente se si integra un tribunale speciale.

Che resta del famigerato gruppo di narcotrafficanti dei Guerreros Unidos e dell’ex sindaco di Iguala, José Luis Abarca, e di sua moglie, María Pineda, che inizialmente vennero indicati come i responsabili della sparizione degli studenti?

La gran maggioranza, l’80%, dei detenuti, compresi presunti membri dei Guerreros Unidos, il sindaco e sua moglie, sono stati torturati e i loro arresti sono stati illegali. L’ho saputo dai referti medici che ho controllato e che furono realizzati a tutti questi detenuti, ma anche da testimonianze che ho ottenuto da loro e dai loro familiari. Per vari mesi mi hanno mandato lettere dalla prigione, raccontandomi le brutali e selvagge torture che hanno sofferto, comprese le violazioni sessuali e le scariche elettriche su tutto il corpo per far sì che confessassero il falso. Secondo l’auditor generale l’incarcerazione della maggior parte di loro e dei principali accusati d’essere gli autori intellettuali e materiali della sparizione dei normalisti, come il signor Abarca e sua moglie, i quattro detenuti che hanno confessato d’aver bruciato gli studenti e i poliziotti locali che, secondo l’accusa, avrebbero orchestrato e organizzato tutto ciò, è stata illegale, il che significa che non dovrebbero restare in prigione. Il governo del Messico s’è preoccupato di fabbricare capri espiatori, falsi colpevoli, ed ha accusato persone innocenti di un crimine che non hanno commesso per proteggere i veri colpevoli, principalmente i funzionari pubblici di Iguala, dell’esercito messicano, della polizia federale e della stessa procura che hanno partecipato attivamente alle operazioni della notte di Iguala.

Al di là dei gruppi criminali piccoli del narcotraffico come i Guerreros Unidos, nel Guerrero chi comanda?

Per scrivere il libro Los señores del narco per dodici anni ho investigato sulle operazioni del cartello di Sinaloa e dei fratelli Beltrán Leyva [che prima della scissione del 2008 lavoravano insieme]. Una delle principali basi delle operazioni di questi gruppi era il Guerrero, specialmente la città portuaria di Acapulco. In quel libro racconto come l’allora comandante militare della zona, Salvador Cienfuegos, attualmente Ministro della Difesa, andava in giro in yatch per la baia di Acapulco in compagnia del boss Arturo Beltrán Leyva. Il libro è uscito ormai più di sei anni or sono e il Ministro non ha mai negato i fatti che vi sono narrati né ha sporto denuncia. Quando viene fuori questa storia del governo federale per cui presumibilmente c’era un gruppo criminale molto forte chiamato Guerreros Unidos e c’erano anche i rivali, Los Rojos, mi metto a cercare e ritiro fuori l’archivio che avevo usato per il libro e scopro che quell’organizzazione quasi non esiste, è praticamente minuscola. Ho potuto parlare personalmente con gente del cartello di Sinaloa e dei Beltrán Leyva e mi hanno detto che in effetti sì esistono le bande dei Rojos e dei Guerreros Unidos, ma si tratta di cellule minuscole che non rappresentano nulla in comparazione con il potere che ancora possiede nel Guerrero l’organizzazione dei Beltrán Leyva. Quando Arturo Beltrán Leyva viene assassinato a Cuernavaca, nello stato del Morelos, nel dicembre 2009, varie parti della loro organizzazione iniziano a smantellarsi. Ci sono molti membri importanti di questo gruppo criminale i cui nomi non sono stati rivelati dal governo ma che continuano con le loro operazioni nel Guerrero. E sono diventati capi importante, magari non al livello de El Chapo Guzmán, però sì con la capacità di trafficare quantità significative di droga, di eroina, dal Messico agli Stati Uniti. Uno di questi capi, di alto livello, nel settembre 2014 controllava la zona di Iguala e dintorni ed è questo boss, il cui nome il governo non cita e che non è accusato o in arresto per il caso, che la notte del 26 settembre ordina al 27esimo battaglione dell’esercito di recuperare ad ogni costo l’eroina che si trovava in quei due pullman da cui sono stati sequestrati i 43 studenti.

ezln 43Quindi qual è il ruolo dell’esercito nel Guerrero?

Sono in possesso di fascicoli della stessa PGR, dichiarazioni di testimoni collaboratori di giustizia che adesso la procura non può smentire, in cui si segnala che per anni l’esercito messicano ha protetto e lavorato con il cartello di Sinaloa e dei Beltrán Leyva. Questo è successo durante molto tempo, è una complicità antica. Particolarmente nel Guerrero c’era questa protezione. Ripeto: lo stesso General Cienfuegos, quando era a capo della zona militare di quella regione, è accusato di aver frequentato Arturo Beltrán Leyva e di averlo protetto. Ci sono molte accuse addirittura non solo contro l’esercito, ma anche contro la polizia federale e la federale-ministeriale, che allora era la AFI o Agenzia Federale delle Investigazioni. Quando Genaro García Luna ne era il direttore, nel 2004-2006, la stessa agenzia funzionava come “assassino mercenario” del cartello di Sinaloa. C’è un episodio che ricordo molto bene e ho i documenti che avallano quanto dico. E’ successo ad Acapulco, dove c’era un gruppo del cartello degli Zetas che voleva prendersi la plaza [la zona, il mercato] e toglierla agli uomini dei Beltrán Leyva e di Sinaloa. Quando i Beltrán Leyva vengono a sapere di questa operazione, non solo inviano i loro uomini armati a combattere gli Zetas m sono gli stessi membri della polizia AFI che agiscono come sicari agli ordini di Arturo Beltrán quella sera: sequestrano vari membri degli Zetas e dopo li fanno fuori registrando un video impressionante. E’ stato quello il primo video di un “esecuzione” dal vivo che poi venne diffuso in vari mezzi di comunicazione in spregio agli Zetas nel mezzo di una guerra selvaggia che stavano facendo col cartello di Sinaloa. Insomma, la complicità dell’esercito, dei federali e della polizia federale ministeriale col narcotraffico nel Guerrero, specialmente coi Beltrán Leyva, è antica e ci sono diverse prove al riguardo. Oggi purtroppo il caso dei 43 desaparecidos è un esempio ulteriore di questa collusione del governo, di questa guerra fallita in cui non solo l’esercito protegge i narco ma addirittura agisce da sicario.

Perché il caso Iguala-Ayotzinapa è emblematico?

Per varie ragioni. La più umana e allo stesso tempo più importante è che in effetti in Messico migliaia di famiglie hanno vissuto la tragedia dei desaparecidos. Oltre 25mila persone sono state “fatte sparire” nel periodo presidenziale di Felipe Calderón (2006-2012), ma per paura o per via delle intimidazioni molti dei loro familiari sono rimasti zitti, non han detto nulla, pero timore ad essere criminalizzati. I genitori dei 43 ragazzi hanno rotto questo schema e hanno dimostrato al Messico e al mondo che di fronte al crimine delle sparizioni forzate non si può mantenere il silenzio.

L’esempio che hanno dato questi genitori negli oltre due anni dalla sparizione dei propri figli non è solo di coraggio ma anche di profondo amore. Mi sembra che alla fine questo è quello che conta di più. L’esempio d’amore di questi genitori ha commosso il mondo e ha fatto in modo che in Messico questo caso non si dimentichi e che ci siano molte persone che continuano a cercare verità e giustizia.

D’altra parte questo caso è l’esempio chiaro del fatto che questa “guerra contro il narcotraffico” in Messico è una guerra simulata perché non si può parlare di “guerra” quando un battaglione è al servizio del narcotraffico. Non si può parlare di guerra contro i narco quando il presidente della Repubblica, invece di mettere in prigione un manipolo di pessimi funzionati pubblici, cioè 40 o 50 funzionari coinvolti nel narcotraffico che hanno determinato i fatti della notte di Iguala, e invece di processarli e dare un esempio per dire che “questo non lo possiamo permettere”, ecco al contrario il presidente ha tollerato la corruzione e la collusione, premiando i responsabili. Oggi il colonnello che era responsabile del 27esimo battaglione ha assunto praticamente l’incarico di sottosegretario alla difesa ed è diventato generale. Il Capitano Martínez Crespo e i federali che hanno partecipato agli attacchi continuano a “proteggere la società” ovunque essi siano, il che in realtà rappresenta un rischio per la società messicana.

Il caso è emblematico perché dimostra il fallimento della guerra alla criminalità organizzata.

Infine è un caso che ha scosso il mondo, ha fatto in modo che la comunità internazionale veda che in Messico in verità non ci sono né pace, né verità, né giustizia quando si tratta di crimini commessi dallo Stato.

ayotzinapa-somos-todosE’ proprio il ministro Cienfuegos che ora chiede l’approvazione di una Legge per la Sicurezza Interna che legittimi la militarizzazione della sicurezza pubblica, la presenza dei militari per le strade e la realizzazione di operazioni di polizia da parte delle forze armate. Che ne pensi?

Mi sembra che il Messico stia passando per un processo molto complicato. Da una parte abbiamo un esercito fuori controllo che vuole più potere e impunità.

Dall’altro abbiamo un presidente con i livelli più bassi di popolarità degli ultimi decenni, con indici minimi di approvazione, che è a punto di finire il suo mandato e non sa come uscirne fuori. E abbiamo una società che ripudia la presenza dell’esercito per le strade. E’ molto pericoloso che il caso di Ayotzinapa resti impunito perché permetterà che l’esercito messicano possa continuare a stare per le strade commettendo questo ed altri crimini. Non va dimenticato che i fatti di Iguala non sono il primo crimine di massa commesso dai militari. Appena qualche mese prima, a metà del 2014, nel Estado de México, a Tlatlaya, i militari hanno assassinato ventuno persone, le hanno ultimate in modo sommario. Il Ministero della Difesa ha provato a nascondere anche questo caso per vari mesi fino a che alla fine l’inchiesta giornalistica dell’agenzia AP e della rivista Esquire è riuscita a scoprire la verità e a rivelare che non s’era affatto trattato di uno scontro a fuoco tra l’esercito e alcuni delinquenti, ma un’esecuzione sommaria condotta dall’esercito. Siamo dinnanzi a una crisi terribile in cui sfortunatamente sembrerebbe che questo esercito boia permarrà nelle strade con tutto ciò che implica.

Gli Stati Uniti hanno promosso per decenni le politiche di “guerra alle droghe”, specialmente in America Latina, ma adesso la marijuana è stata legalizzata per uso ricreativo in ben otto stati americani e in altri quindici è permesso il suo uso medicinale. Che pensi di questo paradosso?

Tutto dipende dall’angolazione da cui guardiamo questa situazione. La mia posizione è contraria alla legalizzazione delle droghe. Mi spiego, se la giustificazione per la legalizzazione è legata alla salute pubblica, mi pare che sia una strategia sbagliata e ti do le mie ragioni. Prendiamo per esempio gli USA. Il principale consumo di droghe negli Stati Uniti non è di droghe illegali ma legali. Le medicine che si suppone che possono essere vendute solo su prescrizione medica, mentre in realtà c’è tutto un mercato nero immenso nel Paese che fa sì che giovani, bambini e persone adulte abbiano accesso a medicine allucinogene in modo illegale in una farmacia legale. Questo dimostra che la legalizzazione non è la soluzione. Se non c’è prima una vera cultura della legalità, se la legge che esiste attualmente non si applica, non si può pensare che la legalizzazione della marijuana, della cocaina, dell’eroina e delle metanfetamine sarà la soluzione, sempre ci sarà un mercato nero. E’ quanto stiamo vedendo con le medicine. Se il governo statunitense non è capace di controllare le imprese farmaceutiche, non riesco nemmeno a pensare come qualcuno possa solo sognare di poter controllare il business legale, i piccoli proprietari, le imprese che fabbricano droghe che prima erano illegali. E’ un sogno stupido, ingenuo, che non porta da nessuna parte. E’ dimostrato che la legalizzazione delle droghe, le droghe legalizzate dunque, non implica che, anche se sono legali, non sorga un mercato illegale, nero, di queste. Da una parte.

Dall’altra se si tratta di vedere la legalizzazione delle droghe come una maniera per controllare la violenza e il business multimilionario, di miliardi di dollari secondo il governo USA, del narcotraffico e dei cartelli, è una visione totalmente erronea. Quando in Colorado s’è iniziata legalizzare la marijuana, con questi posti in cui si può comprare apertamente, i cartelli della droga messicani, secondo quanto mi ha spiegato un agente de la DEA (Drug Enforcement Administration) [agenzia antidroga statunitense], hanno creato delle minipillole, piccole dosi di droga sintetica che fanno lo stesso effetto della marijuana ma a un decimo del costo di una sigaretta di marijuana legale. Stiamo parlando, quindi, del fatto che non è possibile controllare i cartelli perché per ogni droga che si legalizza, se ne inventano una nuova. I cartelli stanno nel business e stanno inventando costantemente nuove droghe per migliorare i loro affari, per renderli più efficienti e redditizi.

Inoltre dobbiamo tenere da conto che non trafficano solo droghe, ma anche persone o merci e si dedicano alla pornografia infantile, al taglio abusivo degli alberi e un mucchio di affari illegali. Allora pensare che la legalizzazione di alcune droghe controllerà il potere dei cartelli è un sogno ridicolo, è una cosa che non succederà. Solo con la cultura della legge, applicando la legge. Non mi riferisco a sparare. Mi riferisco al fatto che, se veramente si cominciasse a vedere una vera guerra contro il narcotraffico, prima di arrestare El Chapo Guzmán, si sarebbero dovuti arrestare tutti i suoi complici, dai governatori ai banchieri e agli imprenditori. Se le grandi banche continueranno a riciclare denaro sporco impunemente, ci saranno “Chapos” ovunque perché ci sarà sempre una parte del mondo “legale” disposta a convivere e fare affari con il mondo illegale. La recente estradizione de “El Chapo” negli USA non sarà una soluzione per il Messico nemmeno alla lontana, anzi, potrà generare ancora più violenza e instabilità.

marcha-ayotzinapaUn altro tema, diciamo, “frontaliero” è l’amministrazione di Donald Trump. Hai vissuto due anni negli USA come migrante-esiliata e conosci bene i due lati della frontiera. Che pensi della costruzione del muro e delle prime settimane di governo?

Devo riconoscere che facevo un po’ di fatica, quando vivevo là, a riconoscere certe attitudini, certi modi di essere del nordamericano. Perché da una parte c’è una comunità latina molto grande, di migranti, ma l’essenza, ciò che è l’americano bianco, anglosassone, beh, sono personaggi difficili da comprendere. Una cosa vera è che, per come l’ho sperimentato in carne viva là e l’ho visto, negli Stati Uniti c’è sempre stato un razzismo occulto, non detto, silenziato. Per un’epoca, lo sappiamo, c’è stato un razzismo aperto, selvaggio e crudele, però poi, col passare degli anni, questo razzismo è rimasto progressivamente all’interno degli americani anglosassoni. L’ascesa di Trump spiega questo: chi vota per lui è questa maggioranza bianca, e non mi riferisco solo a una maggioranza bianca economicamente benestante, ma anche all’esistenza di un’ampia maggioranza bianca formata da operai, gente comune che non ha abbastanza per vivere e che si sente scalzata dai migranti e sentono che questi sono arrivati a rubargli il loro paese. Poco tempo fa ho potuto parlare con un accademico molto importante della Università della California a Los Angeles, David Maciel, e lui mi spiegava una cosa che non avevo capito, perché c’è bisogno di essere americani per capire queste parole: quando Trump in campagna elettorale diceva “faremo di nuovo grande l’America” e “America per gli Americani”, significava tornare indietro di cinquant’anni. Alla “America grande” in cui c’era un gran razzismo e ciascuno se ne stava al suo posto e non si poteva muovere da lì. Restituire l’America agli americani si riferisce a questa classe, a questa razza fondatrice di ciò che sono gli Stati Uniti. A questo faceva riferimento Trump, per questo ha votato la gente, per tornare al passato. Siamo di fronte a una situazione critica perché chi pensa che si tratti solo di Donald Trump, si sbaglia. Tutto questo riguarda una buona maggioranza della società americana per cui c’è un piccolo razzista silenzioso che cova nel seno di ogni americano.

no-solo-ayotzinapaChe opinione ti sei fatta delle manifestazioni contro Trump in Messico, compresa l’iniziativa “Vibra México” che pretende di creare una “unità di tutti” contro il presidente USA? Ci sono alcuni settori e organizzazioni della società che l’hanno usata, piuttosto, per sostenere Peña Nieto internamente. Che pensi delle reazioni del governo messicano?

Credo che, ci piaccia o no, che siamo d’accordo o no come messicani da questa parte del confine, il presidente Trump sul suo territorio possa fare quello che vuole. E’ tra le sue prerogative farlo. Se lui pensa che con un muro impedirà che i messicani passino il confine e questa è la sua politica pubblica e gli americano lo sostengono, non c’è maniera di impedirlo. E’ assurdo, colpirà milioni di messicani, ma non si può impedirlo. Quando lui dice “i messicani finiranno per pagare il muro”, ci sono tanti modi con cui può fare in modo che i messicani paghino il muro e ti faccio un esempio specifico. La principale entrata legale di denaro, senza parlare delle droghe, che ha il Messico, più del petrolio, sono le rimesse dall’estero, ossia i soldi che inviano tutti i messicani che vivono negli USA ogni anno. Se Trump decidesse aumentare o introdurre una tassa a queste rimesse, noi messicani finiremmo per pagare il muro. Riguardo a questo discorso di “unità”, mi sembra che in Messico non vi sia unità, perché non può esseri unità intorno a un presidente assassino. Uno cosa è che Trump sia terribile e un’altra è che la gente pensi di stringersi attorno a un presidente che è stato terribilmente corrotto, come l’ha mostrato il caso della Casa Blanca [Casa Bianca, un’inchiesta giornalistica del portale Aristegui Noticias che messo in luce le opache relazioni tra l’acquisto della casa del presidente e sua moglie e contrattisti del governo del gruppo imprenditoriale Higa] e il fatto che ha permesso l’impunità, proteggendo per esempio i responsabili della sparizione dei 43 studenti nel caso di Ayotzinapa. E la gente questo lo sa! Come si fa a lanciare un appello all’unità quando è un governo assassino che convoca? Siamo in una situazione davvero molto polemica in cui vedo una società che ama il proprio Paese, in cui amiamo il nostro Paese, il Messico, ma sappiamo che il governo che abbiamo sarà capace di qualunque cosa affinché Trump non decida rappresaglie legale contro vari funzionari pubblici, per esempio adesso che El Chapo Guzmán è stato estradato negli Stati Uniti… Molti, incluso il presidente, devono essere preoccupati, anche se lui stesso ha accettato l’estradizione pensando che così sarebbe entrato nelle grazie di Trump. Ebbene oggi, osservando l’attitudine di Trump, mi pare che tutti debbano preoccuparsi perché il signor Joaquín Guzmán Loera possiede molta informazione non solo sui periodi presidenziali precedenti ma anche su quello in corso in cui, ricordiamo, è stata possibile la sua seconda fuga di prigione a metà 2015…

padres ayotziCome pensi che possa evolvere l’organizzazione de “El Chapo” in Messico adesso? Potrà realmente il boss stipulare dei patti con la giustizia statunitense? Molti dicono che non ha più molte carte in mano o che comunque non riuscirà mai a uscire di galera con tutti capi di accusa che gli hanno dato.

E’ una domanda complessa a ampia, ma bisogna premettere che la fine de El Chapo è iniziata nel gennaio 2016, quando è stato ricatturato. La sua fine era già quindi determinata prima dell’estradizione del 19 gennaio scorso. Non era già più il capo del cartello di Sinaloa, quando viene estradato, e non aveva più nessun potere, era totalmente debilitato da una guerra interna. Ora negli USA lui sa che la sussistenza, la sopravvivenza della sua famiglia dipende soprattutto da lui e da quello che pensa di negoziare col governo americano. So che il governo statunitense lo vede come un’arma importante contro il governo messicano. L’aspettativa è che, sebbene non gli possano offrire una condanna minore e, per quanto ho capito e per le informazioni in mio possesso, gli daranno l’ergastolo, comunque ci sono altre cose da negoziare con lui come i soldi, la protezione per la sua famiglia, eccetera. Dunque in cambio di diversi benefici che il governo USA sarebbe disposto a concedergli, tra i quali non ci sarebbe una sentenza leggera ma benefici di indole economica e di altro tipo, loro si aspettano che El Chapo Guzmán cominci a denunciare i suoi principali protettori nel governo, in questo e nei periodi passati. E’ l’informazione che ho. Nel fascicolo criminale aperto contro di lui presso la corte federale del distretto est di New York, in cui sarà giudicato, si riconosce che nell’ultimo decennio il boss è diventato il narcotrafficante più potente del mondo grazie all’aiuto di funzionari dei livelli più alti del governo messicano che, durante questa presunta “guerra al narcotraffico”, hanno combattuto di più i suoi nemici per rafforzare il cartello di Sinaloa e consegnarli le plazas.

Tornando al caso Ayotzinapa. Nella presentazione del libro La verdadera noche de Iguala alla FIL-Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara, nel dicembre 2016, hai parlato del caso di un militare del 27esimo battaglione a Iguala che stavi per intervistare, ma poi non è stato possibile perché la persona che faceva da tramite è stata assassinata. Stai ancora investigando sul caso?

Continuo a indagare sul caso e su quale sia la situazione legale dei detenuti che sono stati torturati. Anche la ONU e la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) stanno investigando su questo. So che ci sono già state le liberazioni di alcuni reclusi. Mi aspetto che ce ne possano essere altre e di certo continuo a investigare su quale sia stato il destino finale degli studenti che è una questione ancora irrisolta. Per quanto riguarda il militare m’interessava parlare con lui perché mi aveva fatto arrivare una comunicazione secondo cui alcuni dei 43 studenti erano stati portati nella caserma del 27esimo battaglione nella notte del 26 settembre 2014. Non segnalo questo nel mio libro, non ne parlo, perché non ho avuto l’opportunità di parlare direttamente con il militare visto che la mia fonte che faceva da tramite è stata assassinata e, ora che ho provato a stabilire di nuovo qualche tipo di contatto con il militare, mi hanno informato che risulta desaparecido…

ayotzi 43 ya bastaChe messaggio vorresti far passare ai lettori in Europa?

Mi sembra che la comunità internazionale sia stata abbastanza debole col governo del Messico riguardo questo caso dei 43 studenti. Mi pare che la stessa Unione Europea e il governo statunitense vincolino il governo messicano all’adempimento di norme minime sul rispetto dei diritti umani per poter fare affari col Messico. Ciononostante il Messico nemmeno rispetta questi standard minimi sui diritti umani. USA ed Europa continuano a fare affari col Paese con un pragmatismo criminale.

Mi pare che la comunità internazionale deve iniziare a vedere il Messico con occhi più disincantati e a comprendere che è una polveriera. La comunità internazionale, magari, si sta fregando le mani, pensando agli investimenti e ai guadagni multimilionari che può ottenere in un paese come il Messico, soprattutto adesso che c’è stata la riforma petrolifera, per cui chiunque può investire ed estrarre petrolio nel Paese, ed è cambiata anche la normativa sul settore energico. Mi sembra che la comunità internazionale non capisce che il Messico è una polveriera in cui i suoi capitali e gli investimenti possono esplodere insieme al resto del Paese.


[*] Il titolo del libro in spagnolo è Los señores del narco. Lo sottolineo perché nella traduzione italiana si perde un contenuto importante: i “signori del narcotraffico” del titolo originale non sono solo i trafficanti di droga e i boss ma anche, e soprattutto, i “signori” del mondo politico che li proteggono o fanno affari con loro ed anche i riciclatori di denaro sporco che permettono al business di “ripulirsi” e proliferare. Migliore è il titolo della versione americana: Narcoland: the mexican drug lords and their godfathers (La terra dei narcos: i baroni messicani della droga e i loro padrini).

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¡Ayotzinapa somos todos! Prologo e poesie del libro 43 poeti per Ayotzinapa https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/ Mon, 26 Sep 2016 22:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33599 di Fabrizio Lorusso

43-poeti-per-ayotzinapa-copertina[A due anni dalla “notte di Iguala”, nello stato messicano del Guerrero, e dalla sparizione forzata di 43 studenti della Scuola Normale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa pubblichiamo il prologo al libro 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos, AA.VV. (traduzione all’italiano di Lucia Cupertino), Ed. Arcoiris, 2016, p. 216, 12 €]

Nella notte tra il 26 e 27 settembre 2014 quarantatré studenti della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nel meridionale stato messicano del Guerrero, furono sequestrati dalla [...]]]> di Fabrizio Lorusso

43-poeti-per-ayotzinapa-copertina[A due anni dalla “notte di Iguala”, nello stato messicano del Guerrero, e dalla sparizione forzata di 43 studenti della Scuola Normale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa pubblichiamo il prologo al libro 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos, AA.VV. (traduzione all’italiano di Lucia Cupertino), Ed. Arcoiris, 2016, p. 216, 12 €]

Nella notte tra il 26 e 27 settembre 2014 quarantatré studenti della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nel meridionale stato messicano del Guerrero, furono sequestrati dalla polizia locale dei comuni di Iguala e Cocula e consegnati a un gruppo di presunti narcotrafficanti dell’organizzazione dei Guerreros Unidos. Da allora i giovani risultano desaparecidos e gli inquirenti non hanno saputo offrire versioni plausibili sull’accaduto. In questi mesi l’azione di esperti autonomi, degli attivisti e di alcuni giornalisti, spesso osteggiati dalla Procura, dal Governo e dai mass media allineati, ha permesso all’opinione pubblica e ai genitori dei ragazzi di ottenere dati preziosi che hanno sconfessato la cosiddetta “verità storica” sul caso, offerta dall’ex procuratore generale Jesús Murillo Karam nel gennaio 2015 e basata su testimonianze di presunti delinquenti estorte con la tortura. Secondo la Procura i ragazzi sarebbero stati rapiti e poi bruciati dai narcotrafficanti per oltre quindici ore nella discarica di Cocula e i loro resti sarebbero stati gettati nel vicino fiume San Juán. L’opera di controinformazione e di ricerca indipendente, in particolare le indagini dell’EAAF (Équipe Argentina d’Antropologia Forense) e del GIEI (Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti della Commissione Interamericana dei Diritti Umani), ha smentito parti sostanziali di questa narrazione e ha mostrato le numerose contraddizioni e la malafede delle autorità nell’investigazione del caso. Sono state messe in evidenza la presenza e le responsabilità dell’esercito e della polizia federale nell’accaduto.

Invece la versione governativa, sorretta da campagne mediatiche che discreditano i ragazzi, i loro cari e la società che chiedeva giustizia e verità, pretendeva di ridurre l’accaduto a un episodio “locale”, limitato solo a pochi poliziotti e politici corrotti. Al contrario gli apparati pubblici coinvolti a vario titolo sono diversi e la notte del 26 settembre s’è svolta una vera operazione repressiva complessa e articolata di persecuzione contro un gruppo di studenti inermi. È stata anche rivelata la presenza di un autobus, tra quelli che i ragazzi avevano occupato e sottratto ai conducenti, che probabilmente era carico di eroina. Un attacco così spietato e prolungato, conclusosi con la cattura dei 43 e con la loro sparizione, potrebbe essere stato motivato dal timore di perdere il prezioso carico, la cui presenza ignoravano i normalisti. Iguala è uno degli hub del cosiddetto pentagono dell’oppio dello stato del Guerrero, una regione tra le prime al mondo per le coltivazioni di amapola o adormidera, cioè di papavero da oppio. Il cartello di Sinaloa, capeggiato da Ismael “El Mayo” Zambada e Joaquín “El Chapo” Guzmán, che attualmente è incarcerato in un penitenziario di Ciudad Juárez, sta infatti spingendo nel mercato statunitense l’eroina color caffè e la bianca, sostituendo la tradizionale di color marrone scuro. I messicani stanno facendo concorrenza direttamente agli importatori asiatici di eroina bianca, molto apprezzata sulla costa est, e, in questo contesto, Guerrero e il Triangolo d’Oro, un’area appartenente agli stati del Durango, del Sinaloa e del Sonora, sono territori strategici. Gli esperti internazionali del GIEI hanno investigato sul caso per un anno.

Il 30 aprile 2016 è scaduto il loro mandato e il governo del presidente Enrique Peña Nieto ha deciso di non rinnovarlo. La loro presenza è diventata scomoda perché con le loro scoperte hanno sostenuto la lotta dei genitori degli studenti e dei movimenti sociali nazionali e globali, denunciando le omissioni e le responsabilità dello Stato messicano in quello che si può configurare come un delitto imprescrivibile di lesa umanità. “Vivos se los llevaron y vivos los queremos” (“Vivi li hanno portati via e vivi li rivogliamo”), continuano a gridare il 26 di ogni mese i familiari delle migliaia di vittime di desaparición, i genitori di Ayotzinapa, i collettivi e i cittadini solidali nelle piazze del Messico. Chiedono giustizia e verità. A quasi due anni dalla “notte di Iguala” è chiaro che il caso dei normalisti di Ayotzinapa rappresenta solo la punta di un iceberg. Nell’ultimo decennio regioni come Guerrero, Veracruz, Tamaulipas, Chihuahua, Nuevo León, Coahuila, Estado de México e Michoacán, solo per citare alcuni esempi emblematici, si sono trasformate in immense fosse comuni, depositi clandestini di ossa e cadaveri di persone che non verranno mai identificate a causa dell’inerzia delle istituzioni. Non a caso queste zone corrispondono a snodi in disputa tra varie organizzazioni criminali, a punti di passaggio strategici dei traffici di droghe, armi e persone, a focolai di resistenza popolare o a territori ricchi di biodiversità e risorse naturali il cui sfruttamento è ambito da imprese multinazionali.

Quando una persona è sequestrata e viene “fatta sparire”, sono i suoi familiari che devono provvedere da soli alle ricerche, osteggiati da autorità indolenti, se non proprio conniventi con i perpetratori del crimine. Solo da alcuni anni, in particolare dopo la nascita del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta Javier Sicilia nel 2011, le vittime del conflitto interno messicano, della militarizzazione della sicurezza e della cosiddetta “guerra alle droghe”, che in realtà è una guerra alla società stessa, sono riuscite faticosamente a ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico, a rendere visibile la tragedia nazionale della violenza e a organizzarsi efficacemente per smorzare dolori e solitudini, incontrarsi, fare comunità e lottare insieme per la verità. Grazie ai loro sforzi è stata approvata una “Legge delle Vittime”** che, all’atto pratico, non ha funzionato per mancanza di fondi, coordinamento e volontà politica per cui è ancora in corso una battaglia per riformarla e renderla operativa. Le istituzioni che ha creato sono solo l’immagine sbiadita di quello che prevede il suo testo e che la società civile esige. Un’altra legge importantissima, quella sulle sparizioni forzate, è ancora in discussione e gli sforzi della società civile organizzata si concentrano dunque su quest’iniziativa. Ciononostante anch’essa rischia di venire sterilizzata da veti e postille che, insieme alle croniche limitazioni del budget, puntano a limitare le responsabilità degli apparati dello Stato nelle desapariciones.

ayotzinapa-1[Tramonto domenicale semidesertico. Mi trovo nel zocalo, la piazza centrale, della città di León, nello stato del Guanajuato e osservo i cartelli e i poster disposti per terra da uno sparuto gruppo di attivisti. Una madre tiene per mano la sua bambina, che avrà dieci anni, e s’avvicina all’immagine in primo piano di Jhosivani Guerrero de la Cruz, studente desaparecido di Ayotzinapa. Suggestionata, forse spaventata, dalla sequenza grafica dei ragazzi davanti ai suoi occhi, la bimba chiede a sua madre: “Mamma, ma perché lì dice che sono desaparecidos, cos’hanno fatto?”. “Li han fatti sparire perché facevano i rivoluzionari”, è stata la risposta. Secca, cinica, magari preoccupata di non saper spiegare una realtà terribile alla sua figlioletta, o semplicemente male informata e pregiudiziosa, la signora con le sue parole è uno spaccato della società, almeno di quei settori disinformati e negazionisti che ne formano il nocciolo duro, specialmente fuori dai grandi centri urbani. Sono tantissime le persone che ancora oggi, per esempio, negano o minimizzano la realtà delle sparizioni forzate, non riconoscono il ruolo della forza pubblica in questi crimini, ignorano le cifre ufficiali e sono convinte che a loro non potrà mai succedere una cosa del genere e che le vittime siano sempre legate al mondo del crimine. “Se sono desaparecidos, avranno qualcosa a che fare coi narcos, se non ti metti nei guai, qui non ti capita niente”, sostengono…].

La sparizione forzata di persone in Messico, come in molti altri Paesi dell’America Latina, è una pratica che risale per lo meno agli anni sessanta e settanta del secolo scorso. La guerra sucia, o guerra sporca, condotta da alcuni apparati dello Stato, specialmente dalle forze armate, si rivolgeva contro i militanti dei movimenti popolari e d’insurrezione armata, oltreché contro la popolazione comune, che rivendicavano una maggiore giustizia sociale e una democratizzazione del sistema. Così l’assassinio politico, la desaparición, la tortura, il genocidio e l’annichilamento delle comunità hanno configurato una strategia repressiva ben definita. Guerrero, stato dalle profonde radici contadine e indigene e dalle enormi disuguaglianze sociali, ha prodotto numerosi movimenti guerriglieri e nelle sue montagne ci sono le forze armate che storicamente hanno gestito la controinsurrezione.

Il maestro rurale Lucio Cabañas, fondatore del gruppo armato Partido de los Pobres (Partito dei Poveri), venne ucciso nel 1974 in uno scontro coi militari e divenne una figura d’ispirazione per le lotte contadine e sociali. Aveva studiato proprio nella scuola di Ayotzinapa. Tanti suoi compagni non morirono sul campo di battaglia, ma furono sequestrati e non si seppe più nulla di loro. Sono tuttora desaparecidos. La sparizione forzata non significa la morte, ma nemmeno la vita. Significa sospensione, un limbo della memoria e della disperazione, dell’oblio e della ricerca. Vuol dire paura, strategia del terrore, distruzione del tessuto sociale. E questo male assoluto non può far altro che servire agli interessi di un meccanismo perverso e complesso, a volte criptico e altre chiaro, ma comunque potente, cinico ed efficace. Il potere dell’oppressione e dell’economia depredatrice, la riproduzione dello status quo, la spoliazione dei territori e delle culture, il monopolio politico dell’élite e l’ideologia della guerra, sia essa “fredda” o “calda”, “guerreggiata” o di “bassa intensità”, ne oliano gli ingranaggi. Dopo la caduta del muro di Berlino, con la presunta e declamata fine delle ideologie e della storia, la guerra sporca s’è riconvertita e modernizzata nel contesto della globalizzazione e di un conflitto interno messicano sempre più complesso e sanguinario.

La narcoguerra o guerra alle droghe e al narcotraffico ha sostituito la lotta contro il “pericolo rosso” e rappresenta un asse di legittimazione per politiche pubbliche, retoriche governative e campagne elettorali dal trasfondo bellicista. Ma i risultati, al di là dei falsi successi millantati di volta in volta dal presidente di turno, sono sempre gli stessi: carriere armamentiste, violenza, corruzione, crescita e sofisticazione del business degli stupefacenti e di altre attività criminali “collaterali”, impunità e controllo autoritario delle domande sociali. Nel frattempo le droghe e i narcocapitali inondano i mercati dei Paesi consumatori mentre le decine di migliaia di morti e le briciole della catena del valore del narcotraffico restano a Sud. Nel solo Messico le vittime della narcoguerra sono oltre 150.000 in un decennio e qualunque tipo di droga, naturale o sintetica, costa meno di prima. Col tempo il fenomeno della desaparición ha assunto proporzioni catastrofiche. Negli ultimi dieci anni il numero dei desaparecidos nel Paese ha superato quota ventottomila e oggi la desaparición forzada risponde a una molteplicità di fattori, al di là di quelli tradizionali di tipo politico. Le persone sono sequestrate e “fatte sparire” anche solo perché si trovano nel posto e nel momento sbagliato oppure perché difendono la loro terra e organizzano la popolazione. O perché transitano in una zona che è in mano alla criminalità organizzata e la polizia collabora o è al soldo di questa.

Ci sono ipotesi che provano a inquadrare la sparizione forzata come strategia di spopolamento delle regioni ad alta densità di risorse naturali o sostengono l’esistenza di un reclutamento coatto di manovalanza criminale da parte dei cartelli della droga che, per esempio, hanno bisogno di figure specializzate come i tecnici informatici e delle telecomunicazioni. Ad ogni modo in tutti questi casi si parla di desaparecidos in quanto c’è una partecipazione diretta o un’omissione di azioni preventive e di tutela da parte dello Stato che diventa quindi artefice o complice di questo crimine ignobile. Il tasso d’impunità dei delitti in Messico s’aggira intorno al 97% e la corruzione è endemica a tutti i livelli. La narco-politica caratterizza e definisce l’incipiente democrazia messicana nel secolo XXI. In questo contesto è triste ma realista affermare che l’escalation della violenza e delle sparizioni forzate avviene semplicemente perché è possibile che avvenga. Cioè la possibilità di delinquere e, semplicemente, farla franca perché mai si verrà catturati o condannati, o perché in ogni caso è possibile corrompere le autorità, rappresenta la norma, anche in caso di reati gravissimi. La protezione garantita da alcuni funzionari pubblici a certe organizzazioni criminali o il loro diretto coinvolgimento nei business illeciti è la cartina al tornasole di questo patto d’impunità. Oggi, come quarant’anni fa, Guerrero, in particolar modo la zona della tierra caliente, che è il cuore delle coltivazioni illegali, soffre un’endemica crisi umanitaria ed economica. La sua città principale, Acapulco, è stata negli ultimi anni la capitale mondiale dell’omicidio, con tassi di violenza altissimi. Si tratta di uno degli stati più poveri del Messico, sempre agli ultimi posti delle classifiche relative agli indici di povertà, disuguaglianza socioeconomica e sviluppo umano. In questo contesto le mattanze, i crimini e persecuzioni della notte di Iguala possono ripetersi con logiche e risultati simili, come in effetti è successo, e non solo nel Guerrero.

otros-igualaA Iguala, pochi giorni dopo il 26 settembre 2014, è nato il Comitato di Ricerca de Gli Altri Desaparecidos (Los Otros Desaparecidos), attivo ancora oggi. A partire proprio dalle ricerche degli studenti desaparecidos nelle colline tutt’intorno alla città, s’è creato un movimento di familiari che dapprima ha cominciato a riunirsi, poi ad aiutare concretamente la UPOEG (Unione dei Popoli Organizzati dello Stato del Guerrero), che aveva organizzato delle squadre per trovare i giovani ancora in vita, e infine a formare le proprie brigate per disseppellire le centinaia di corpi e di resti rinvenuti mano a mano nei dintorni. Non si trattava più esclusivamente di cercare i 43, dato che il problema era molto più grave: l’intera zona era disseminata di fosse clandestine e ossa umane. I 43 non sono stati ancora stati ritrovati, e nemmeno i loro resti, salvo quelli di uno di loro, Alexander Mora Venancio, identificato con l’esame del DNA. Ma grazie al rischioso ed estenuante lavoro dei Los Otros Desaparecidos tante famiglie di Iguala hanno ottenuto risposte circa il destino dei loro cari scomparsi. Risposte che in tanti anni nessuno, né gli inquirenti né le istituzioni, aveva voluto o potuto dare. Perché offrire spiegazioni sul caso di un desaparecido potrebbe significare la assunzione di responsabilità enormi, per cui lo Stato dovrebbe ammettere d’essere coinvolto, d’essere parte in causa, e processare se stesso in qualche modo. In altri casi, invece, la procurazione di giustizia e le polizie, le agenzie per le indagini e i pubblici ministeri sono inerti, disfunzionali o privi di risorse e tecnologie. Avere un caso di desaparición in famiglia implica portare una croce, sopportare uno stigma sociale, affrontare l’isolamento e addirittura minacce, insomma vuol dire essere vittima due, tre, quattro volte.

La scelta alternativa, altrettanto amara, è far finta di dimenticare, smettere di cercare, rassegnarsi e provare a condurre di nuovo una vita “normale”. Il progetto collettivo e itinerante Orme della Memoria (Huellas de la Memoria), ideato dall’attivista e scultore Alfredo López Casanova, punta esattamente al contrario: registrare i passi dei familiari dei desaparecidos che hanno camminato per anni di comunità in comunità attraverso una stampa delle suole delle loro scarpe, che hanno incise frasi in rilievo dedicate ai cari scomparsi. La stampa su carta dei dati dei desaparecidos e delle espressioni d’affetto dei loro familiari viene realizzata con inchiostro color verde-speranza. Ma alcune incisioni sono di colore rosso, quando i resti della persona scomparsa sono stati rinvenuti e identificati, o nero, quando chi la stava cercando muore durante le ricerche o per malattie contratte durante anni di dolore e spostamenti.

Ciclicamente le cronache dei quotidiani europei riportano i nomi di villaggi e comunità messicane, spesso difficili da pronunciare o anche solo da memorizzare, dove sono avvenute terribili stragi, esecuzioni extragiudiziarie, violazioni di massa ai diritti umani, 15 sparatorie, repressioni della protesta sociale, abusi delle forze di polizia e dei militari, oppure regolamenti di conti, occupazioni, spoliazioni e sequestri da parte della criminalità organizzata. Ayotzinapa, Tlatlaya, Apatzingán, Acteal, Aguas Blancas, Tetelcingo, Temixco, Iguala, Tepalcatepec, San Fernando, Pasta de Conchos, Atenco, Oaxaca, San Juan Copala, La Realidad, Topo Chico, Pajaritos, Wirikuta: sono solo alcune località tristemente note in terra azteca, probabilmente meno in Italia. I luoghi si dimenticano e sono pochi i media che dedicano uno spazio alla riflessione su un problema grave e strutturale: la provenienza delle armi in possesso dell’esercito e delle narcomafie in Messico. Queste arrivano in gran parte dagli Stati Uniti e dall’Europa, cioè dalle regioni che più ricevono e riciclano i narco-capitali e che più consumano le droghe prodotte, o in transito, nei Paesi latinoamericani. Grazie agli esborsi dell’erario pubblico messicano e al contrabbando gli stati più conflittuali e socialmente diseguali, come Guerrero e Chiapas, sono invasi da armi di alto calibro che servono a uccidere e a far sparire migliaia persone, senza tregua e calcolatamente, come nel caso dei 43 studenti.

proceso-1989-la-verdadera-noche-de-iguala-1-638I fucili tedeschi G36 della Heckler & Koch, azienda leader mondiale nella produzione di armi da fuoco, sono passati facilmente dalle mani delle polizie del Guerrero a quelle dei cartelli della droga locali, malgrado esista un divieto legale di esportare armamenti negli stati in cui si violano i diritti umani. Anche per questo, sebbene siano concentrate nel Sud del mondo, le mattanze, come quella di Iguala, e le vittime dell’ipocrita narcoguerra, iniziata dall’ex presidente americano Richard Nixon e portata avanti dai vassalli di Washington in America Latina, come il colombiano Álvaro Uribe e i messicani Felipe Calderón e Enrique Peña Nieto, ci riguardano da vicino, direttamente, senza scuse. La società tedesca, e anche una parte del mondo politico, ha mostrato il suo sdegno per la situazione e ha dato alcuni segnali, per lo meno a livello diplomatico, economico e nelle piazze.

Peña Nieto viene dichiarato persona non grata da collettivi e importanti associazioni, ma non dai governi e dall’Unione Europea, che indugia, ammaliata 16 dalle promesse dell’apertura del settore energetico messicano. E il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, dal canto suo, ostenta vergognosamente una reverenza e una spregiudicata vicinanza con “l’amico Enrique” ad ogni incontro ufficiale, senza mai menzionare la grave crisi ed il conflitto in corso in Messico. A livello mondiale le iniziative, dentro e fuori dalle Giornate Globali per Ayotzinapa realizzate nel 2014 e 2015, sono state tante che è impossibile ricordarle tutte. Il libro 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos, nell’ottima traduzione in italiano di Lucia Cupertino, ha accompagnato in Messico, e di certo lo farà in Italia, l’ondata di protesta, rabbia, soli-darietà e unione che ha coinvolto migliaia di militanti, specialmente negli ultimi due anni, dopo Ayotzinapa. È grazie ai progetti culturali, ai romanzi, alle cronache, ai documentari, ai flash mob, ai dipinti, alla street art, alle opere teatrali e, senza dubbio, è grazie a queste poesie, composte da poeti messicani, spagnoli e sudamericani, che i riflettori non verranno spenti e che possiamo dire “Ayotzinapa somos todos”. Ayotzinapa siamo tutti affinché la memoria sia collettiva e così sopravviva, si rinnovi e fruttifichi.

“43 poeti per scacciare la morte, per dar sfogo a una indignazione vitale. La poesia come una affermazione, sono qui, sono con te, sono per tutti. Dove tutti significa molte persone, tutte le vive, tutte le sparite, tutte le torturate, tutte le assassinate di questo Messico contemporaneo, immerso in una guerra contro i poveri, contro chi si sente sicuro di fare il proprio dovere, contro chi vuole essere libero. Molte di più dei 43 studenti desaparecidos dall’esercito, la polizia e i narcotrafficanti ad Iguala la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Però quei 43 ragazzi risvegliano la poesia: sono stati trasformati dal desiderio popolare di mettere fine alla violenza di stato e della delinquenza (nessuno sa dove finisce una e comincia l’altra) in semi di speranza”. (dalla postfazione di Francesca Gargallo)

Nota.

**In spagnolo Ley General de Víctimas. È la norma approvata nel 2013 come risultato di una grande mobilitazione sociale contro la narcoguerra e la violenza, iniziata nell’aprile di due anni prima, e di un parallelo processo legislativo durante i mandati presidenziali di Felipe Calderón, fino al novembre 2012, e di Enrique Peña Nieto, nei due mesi successivi. La Legge, sulla carta, prevede l’identificazione delle tipologie di vittime e i loro diritti, la creazione di istituzioni specifiche di supervisione, vigilanza e implementazione dei programmi in favore delle vittime della violenza, fonda l’anagrafe nazionale delle vittime e prevede un fondo di aiuto e riparazione del danno.

Iniziative per i 24 mesi dalla desaparición dei 43 studenti: hashtag #Ayotzinapa243

Speciale Ayotzinapa dos años: Desinformémonos

Notte di Iguala video e documenti, timeline: link 1   Link 2

Articolo 26-27 settembre da Città del Messico link


Tre poesie dal libro

Briceida Cuevas Cob _____________ Maya, Messico

MESE XUUL (DAL 24 OTTOBRE AL 12 NOVEMBRE)

I

Questa volta il lumino dell’attesa si consuma dinnanzi al dubbio.

Questa volta i tuoi antichi defunti sono giunti e non c’eri in casa.

Eri alla ricerca dei vivi tra i morti.

(Vennero a cercarti e ti trovarono col tuo altare ambulante

ad issare volti reiterati di giovani amati).

Da allora

alla marcia per la giustizia e il ripudio

si sono unite le anime degli altri morti.

E non se ne andranno fino a quando non li troveranno vivi.

II

In questo mese di convivenza coi morti,

il forno in terra cruda per cuocere grandi tamales*

ti ricorda

che la morte giunge

dai quattro punti cardinali.

Ma l’odore della morte che ti circonda non viene da quelle parti.

Ha cancellato la sua traccia.

III

A lungo ti domandi:

“Se all’ottava del giorno dei morti tornano gli impiccati,

quando verranno i vivi incinerati?” Neghi a te stessa quest’idea

E intraprendi la ricerca

in valli, fiumi, guazzi, montagne, fosse clandestine

con una piccola luce che si è moltiplicata attraverso le voci d’altri:

“Vivi li hanno portati via,

vivi li rivogliamo”

IV

Le foglie del fior di morto**

non bastano a curare la ferita

quando profonda è la radice del dolore.

Lo sai perché sono trascorsi più di 43 giorni.

E ogni giorno che passa scava una palata di angoscia nella fossa

aperta del tuo cuore.

Preghi.

Mentre sopporti le burle del potere

sfogli il fior di morto;

Interroghi ogni petalo marcito:

Vivono…? Non vivono…?

E a ogni domanda senza risposta si sfoglia la tua anima.

Il fiore che si porge ai defunti durante la Festa dei Morti

 

*Piatto tipico amerindio costituito da massa di mais ripiena di carne e verdure, che viene avvolta in foglie di banana, mais e simili per poi essere cotta (NdT).

**(nome scientifico: Tagetes erecta, anche detto in nahuatl Cempohualxochitl, Venti fiori). In diverse zone del Messico la pianta è inoltre usata come rimedio medicinale in varie situazioni di malessere, includendo alcune considerate culturali, come paura e spavento (NdT).


Juan Campoy _____________ Spagna

AYOTZINAPA

Erano il miglior raccolto del Paese,

una generazione di pensatori liberi,

la speranza di un popolo.

Ma il potere appesta

e va marcendo

fino a servire d’adorno

negli uffici.

Tutto ciò che poteva essere orizzonte,

un cielo libero fecondato di vita,

non era nient’altro che una pagina

archiviata in uno scantinato buio.

43 voci con faccia e nome

disposti ad essere concime nel campo,

viveri sul tavolo dei poveri,

vaccino miracoloso

contro la febbre nera del lebbroso,

43 poesie

contro la longitudine vertiginosa

di una sferza o di una sciabola.

Erano il miglior raccolto del Paese,

però hanno lasciato solo equazioni

irrisolte,

verbi e aggettivi contro l’inverno0

e il suo bacio mortale,

così riga

dopo riga hanno scagliato metafore

contro l’iniquità

insopportabile dei genocidi.

Forse li colsero distratti,

o forse avevano troppa fiducia

nei pilastri basilari della loro fede.

Spaccati in pronomi,

il campo è rimasto seminato di ossa.


Patricia Olascoaga _____________ Uruguay

La morte ci sorprende ad ogni semina

con le braccia aperte all’aria.

Quarantatré sono state

le bocche a gridare la denuncia e l’utopia,

fors’è per questo,

le labbra aperte nei baci

giovani bocche ancora senza crepe d’odio,

sogni nuovi.

Fors’è per questo.

Quarantatré sono stati

i corpi a camminare lungo una strada in discesa,

quarantatré e non sono tornati.

La morte ci sorprende ad ogni semina

senza un luogo dove piangere i morti.

Assalto a mano alzata, zampata feroce:

non gli è bastato rubare la vita di quei corpi

incenerire i volti ormai inespressivi,

dovevano anche rubare i loro corpi dalla sepoltura

i loro nomi alle presenze

le loro lacrime al pianto delle loro madri.

Fors’è per questo,

quarantatré giovani bisognerà partorire oggi

come impotenza o ribellione o omaggio.

Partorirli ogni giorno nel ricordo e nel verso

e repellere l’oblio

e maledire quarantatré volte,

come uno scongiuro e una supplica

quando si lancia il chicco nell’aria ad ogni semina,

quarantatré giovani nella terra.

 

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Messico Invisibile: Orme della Memoria per i Desaparecidos https://www.carmillaonline.com/2016/07/05/messico-invisibile-orme-della-memoria-per-i-desaparecidos/ Mon, 04 Jul 2016 22:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=31713 di Fabrizio Lorusso

orme della memoria huellas messico italia[A questo link invito a seguire il progetto Orme della Memoria e il cammino della mostra, che sarà in Italia da aprile 2017 (Firenze 18-23 aprile, Roma 19-30 aprile, Verona 1-15 maggio, Venezia 16-30 maggio, Torino 1-12 giugno, Padova 15-30 giugno), dedicata agli oltre 30mila desparecidos in Messico. A fine post e come giusta conclusione segnalo il trailer dell’ottimo documentario Cielito rebelde: Voci del Messico resistente di Claudio Carbone, Antonio Gori, Massimiliano Lanza, Leonardo Balestri. Il testo seguente è estratto dal libro di [...]]]> di Fabrizio Lorusso

orme della memoria huellas messico italia[A questo link invito a seguire il progetto Orme della Memoria e il cammino della mostra, che sarà in Italia da aprile 2017 (Firenze 18-23 aprile, Roma 19-30 aprile, Verona 1-15 maggio, Venezia 16-30 maggio, Torino 1-12 giugno, Padova 15-30 giugno), dedicata agli oltre 30mila desparecidos in Messico. A fine post e come giusta conclusione segnalo il trailer dell’ottimo documentario Cielito rebelde: Voci del Messico resistente di Claudio Carbone, Antonio Gori, Massimiliano Lanza, Leonardo Balestri. Il testo seguente è estratto dal libro di Fabrizio Lorusso, Messico Invisibile: Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna**, prologo di Alessandra Riccio, Ed. Arcoiris, 2016, € 15, pp. 356]

Mezza primavera 2016. Il laboratorio di Alfredo López Casanova, attivista e scultore messicano, è un piccolo museo con opere e narrazioni che catturano il visitatore. Siamo nel cuore antico di Città del Messico, dove il frastuono delle strade trafficate trova pace e, smorzato negli androni e nei patii interni delle case di ringhiera, diventa silenzio. Qui la memoria può lasciare le sue tracce. Il progetto Orme della Memoria è nato in questo spazio nei suoi aspetti materiali, ma spiritualmente è sorto ed è cresciuto per le strade, nelle dimore, nei cortei e nelle famiglie che sono testimoni delle sparizioni forzate in Messico.

DSC_0726 mejor (Small)La maggior parte dei casi di desaparición è legata a qualche tipo di omissione, azione o complicità commessa dalle autorità. Secondo i dati ufficiali sono più di 27.000 le persone scomparse nel Paese e oltre 150.000 i morti attribuibili al conflitto interno dell’ultimo decennio. Solo nel governo di Peña Nieto, tra il dicembre 2012 e il marzo 2016, si contano più di 60.000 omicidi. Si tratta di un fenomeno di violenza esplosivo e complesso che comprende ed eccede la cosiddetta “guerra alle droghe” o “narcoguerra”, dichiarata dall’allora presidente Felipe Calderón nel 2006. In realtà la strage dei morti ammazzati, dei femminicidi e dei desaparecidos, siano essi messicani, centro o sudamericani, rispecchia molteplici tensioni sociali, disuguaglianze e problematiche irrisolvibili nel breve periodo, anche perché frutto di un modello economico e sociale escludente e traumatico. Un modello di stato minimo, anzi infimo, e nettamente business oriented, che nel contesto messicano e latinoamericano crea il terreno ideale per il proliferare delle “imprese criminali” regionali e globali.

Le scarpe di chi cerca i propri cari desaparecidos possono trasformarsi in messaggeri di speranza e di denunce. Per questo Alfredo, che concepisce l’incisione e l’arte come mezzi per il cambiamento sociale, s’è dedicato a incidere sulle suole delle loro scarpe i nomi, i ricordi e le date di chi è scomparso e a stampare su carta le loro orme. Il progetto, concepito per diventare collettivo e itinerante, comincia a girare il Messico e, si spera, il mondo nel mese di maggio 2016. Settanta paia di scarpe riempiono il Museo della Memoria Indomita nel centro della capitale messicano e si preparano per un lungo viaggio.

Com’è nato il progetto “Orme della Memoria”?

Dal contatto con le famiglie dei desaparecidos. Da alcuni anni seguo alcune famiglie, ancora prima che nascesse il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta Javier Sicilia, nel 2011. Proprio nel mezzo di questa sterile, fottuta e non pianificata guerra iniziata da Felipe Calderón, che forse era vincolato a un gruppo per sconfiggerne un altro.

DSC_0823 (2) nivel (Small)Il 10 maggio 2010 ho partecipato al corteo annuale del 10 maggio, Festa o Giorno della Mamma, che è un corteo nazionale molto importante in cui convergono a Città del Messico i familiari dei desaparecidos di tutto il Paese. Faceva un caldo tremendo, stavamo camminando e mi sono messo a pensare a come risuonavano i passi delle persone. Si sentivano slogan e canzoni, alternati ai silenzi. Ed era quando i passi si sentivano di più. C’erano gruppi organizzati e gente sola, tutti con dei desaparecidos da rivendicare. Ho pensato allora a tutte queste scarpe che fuggono e che registrano tutto il contenuto di chi le porta, denuncia e non si stanca di cercare i propri cari. Ho iniziato a osservare la parte posteriore delle loro scarpe che è sempre molto consumata e ho visto che le scarpe erano elementi dell’identità delle persone e della loro regione di provenienza: da Tijuana a Guerrero, da Oaxaca a Monterrey, l’unica cosa che hanno in comune è il dramma della sparizione forzata.

Cosa hai fatto dopo?

Dovevo parlarne con qualcuno di fiducia e mi sono rivolto a Lety Hidalgo affinché mi prestasse delle scarpe vecchie che non usava. Lei è di Monterrey e cerca suo figlio Roy. Mi ha dato le scarpe, ora le apprezzo molto, con affetto. Quindi ho elaborato io un testo perché conosco il caso. L’idea era di mettere su una scarpa i dati della persona, per esempio: “Io mi chiamo Lety Hidalgo e cerco mio figlio”. Sull’altra dice: “Roy è stato fatto sparire l’11 gennaio 2011”. Nello specifico è stato tecnicamente difficile incidere sul materiale di queste scarpe, quindi alla fine ho deciso di aggiungere linoleum e la scritta è venuta in rilievo e così l’ho stampata su un foglio.

Dopo mi sono arrivate le scarpe di Luz Helena Montalvo, del Coahuila. Al loro interno c’era una lettera indirizzata al suo figlio scomparso. Era la chiave. Ho preso una parte del testo, oltre ai dati di base, e l’ho incisa, poi ho chiesto a Luz Helena il permesso di caricare la stampa sulla pagina Facebook del progetto e da lì i contatti si sono moltiplicati. Hanno iniziato a scrivere perfino dal Cile, dall’Argentina, dall’Uruguay.

E dopo questa fase sperimentale?

A metà del 2014 mi sono arrivate altre scarpe su cui potevo incidere più facilmente, anche senza aggiungere linoleum. Facebook è servito a diffondere il progetto e la rete di relazioni s’è allargata anche grazie a gruppi organizzati come FUNDEC, Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Coahuila, FUNDENL, Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Nuevo León, e altre. Non era ancora scoppiato il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa. Molti di questi gruppi sono stati legati al Movimento per la Pace di Javier Sicilia e grazie a questo siamo entrati in contatto. Mi sono accorto che per vari motivi ciascun familiare aveva messo via un paio di scarpe a cui era affezionato. Tere Vera è una di loro, cerca sua sorella Minerva che è scomparsa a Matías Romero, Oaxaca, il 29 aprile 2006, cioè molto prima della dichiarazione della cosiddetta “guerra al narcotraffico”. Lei camminava da sola, non c’era nessun movimento a cui unirsi.

DSC_0761 (2) (Small)Quindi non c’erano organizzazioni fino a poco tempo fa?

L’unico precedente che io ricordo di persone organizzate per la ricerca dei desaparecidos è Eureka, intorno alla figura di Rosario Ibarra de Piedra e quindi agli anni ‘70, e i gruppi del Guerrero, legati a quel periodo storico e alla figura di Tita Radilla, figlia di Rosendo Radilla Pacheco, vittima di sequestro politico per cui il Messico è stato condannato internazionalmente.

Ma c’è molta gente che ha casi in famiglia e non è vincolata a nessun gruppo, non sa cosa fare e allora parte da sola nella ricerche. Tere con queste scarpe che ho qui e che ha consumato, cucito e ricucito fino a non poterne più, ha camminato per tutto lo stato di Veracruz e Oaxaca da sola, fermandosi a dormire in casa di sconosciuti, nelle chiese o dovunque potesse per cercare sua sorella. Lei mi disse: “Guarda, avevo queste scarpe, non so perché dal 2006, te le do perché questo progetto ha molto a che vedere con esse”. E così potrei raccontarti altri casi. Qui ci sono quelle di Araceli Rodríguez che dice: “Guarda, ti consegno i miei stivali da carovana”, cioè quelli che hanno marciato nella carovana di Javier Sicilia nel Nord del Messico nel 2011. Anche María Rueda mi ha dato le sue scarpe della carovana, le chiamano così.

A che epoche si riferiscono le storie?

Il progetto non è limitato ad alcune date, ma ha camminato da solo e in questo camino ti trovi con persone con casi d’ogni epoca, anche degli anni ’70. Alejandra Cartagena è figlia di Leticia Galarza Campos, scomparsa a Città del Messico nel 1978. Era il periodo delle sparizioni forzate ai danni dei militanti del movimento guerrigliero Liga Comunista 23 de Septiembre.

Ci sono le scarpe di Celia. Suo marito è scomparso nel 1974 e io sapevo il suo nome: Jacob. Ma non sapevo un altro dettaglio finché lei non m’ha inviato uno scritto per inciderlo sulle suole in cui dice che lui era un maestro diplomato alla scuola normale di Ayotzinapa: “Mi chiamo Celia Piedra Hernández, cerco mio marito, Jacob Nájera Hernández, vittima di sparizione forzata a San Jerónimo de Juárez, Guerrero, dal 2 settembre 1974, maestro diplomato alla Normale di Ayotzinapa, con queste scarpe non smetterò di cercarti, ti amiamo con il cuore che è il motore della nostra ricerca”.

Chi scrive il testo per le suole?

Quando, all’inizio del progetto, mi arriva il testo di Luz Helena dentro una scarpa, capisco che lì c’è già tutto: l’oggetto o la scarpa e il contenuto da registrare che loro mi mandano e non elaboro io. Preferisco così, anche se è molto doloroso per loro scriverlo. Dunque questa è la prima lettera, dell’8 maggio 2014: “Sono Luz Helena Montalvo, madre dell’architetto Daniel Roberto Dávila Montalvo, scomparso il 23 giugno 2009 a Torreón, Coahuila, all’età di 27 anni. Daniel è padre di una bimba e un bimbo che lo aspettano con ansia, quando l’han portato via si sono portati via la vita, per noi non c’è nessun progetto di vita, non c’è allegria, per me che sono sua madre c’è solo il camminare, il cercare, cercarlo nella speranza di trovarlo e riportarlo a casa. Dany, continuo a cercarti, manchi ai tuoi genitori e fratelli, a tua moglie, ai tuoi figli, ai nonni, agli zii, ai cognati e ai cugini, ti rivogliamo con noi e ci manchi molto. Tua madre”.

C’è un tema centrale nelle lettere che ricevi?

Ci sono sempre tutti i dati delle persone, ma ho pensato che le lettere dovesse contenere anche qualcosa sul tema della ricerca e dell’incontro. Cosa ti dicono le parole ricerca e incontro? Questo chiedo loro e mi scrivono qualcosa. Ognuno si libera e mette quello che vuole, cose semplici o elaborate e intime.

“Io mi chiamoYolanda Oropeza, cerco il mio figlioletto Roberto Oropeza Villa che è scomparso a Piedras Negras, Coahuila, il 21 marzo 2009. Camminare per me è un respiro di speranza per poterlo trovare un giorno”. E’ un testo semplice e diretto, ma ce ne sono altri più complessi perché col tempo le famiglie costruiscono narrazioni diverse.

“Melchor Flores Landa, cerco mio figlio, Juan Melchor Flores Hernández, vittima di sparizione forzata. I fatti sono avvenuti a Monterrey il 25 febbraio 2009. Melchor, detto Cow-boy Galattico”, questa è la parte essenziale, ma poi continua emotivamente: “Figlio mio, ti cerco da 7 anni e non mi sono ancora stancato, continuerò a cercarti finché Dio me lo permetterà e le mi forze e il mio corpo resistano, ovunque tu sia ti mando tutto il mio amore di padre, ti amo e ho bisogno di te”.

Qual è la tua relazione con le persone che ti spediscono le loro lettere e le scarpe?

E’ molto importante per me, è un simbolo di fiducia, significa che il progetto vale la pena e che loro condividono qualcosa che fa molto male. Il progetto sta diventando collettivo e bisogna essere più rispettosi e attenti. Ho incontrato personalmente quasi tutti i proprietari delle scarpe e, quando non è stato possibile, me li hanno lasciati da qualche parte, ma cerco sempre di vederli e parlarci prima o poi. Quando ci troviamo mi parlano del loro caso e spesso scrivono il messaggio subito dopo. Meglio avere una relazione personale. Per esempio c’è una lettera con foto che viene dalla frontiera nord, da Mexicali. Un’amica me l’ha consegnata e non li ho conosciuti direttamente: “Pierre Meza López, scomparso il 14 agosto 2006 a Mexicali. Seguirò sempre le tue orme fino a trovarti, fino alla fine del mondo, mi manchi molto, ho molto bisogno di te, ti amerò sempre, tua mamma Imelda”. Quello che resta inciso alla fine sono i dati essenziali e poi una parte più personale, emotiva, che si prende dalla lettera o che quasi sempre riguarda la ricerca e l’incontro, anche se non sempre gli suggerisco io queste parole. Ma queste finiscono per apparire, in un modo o nell’altro, e la speranza di trovarli è costante.

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DSC_0815 (2) nivel (Small)Priscila ha un fratello, Juan Chávez, scomparso l’8 settembre 1978: “Sono Priscila Chávez e cerco mio fratello. Sopportando e pellegrinando, stanca di tanto camminare per un fratello che tanto amo, continuerà sempre a lottare fino a trovarlo insieme agli oltre 500 desaparecidos”. Lei sta citando la cifra che si conosceva ai tempi della guerra sucia [guerra sporca dello Stato e dei militari contro i movimenti di protesta, guerriglieri e sociali in generale]. Ci sono varie persone che scrivono e dicono che stanno cercando tutti gli altri, non solo i loro cari. A volte, parlando delle scarpe, ho chiesto ai genitori se qualcosa era cambiato in loro a partire dalla scomparsa di loro figlio. Vari dicono di sì, perché hanno camminato tantissimo nei cortei, nelle procure, nei ministeri, nelle fosse e nelle ricerche. E hanno cambiato il loro modo di vestire, per cui portano scarpe più comode, con le suole resistenti e flessibili, per andare avanti a camminare.

Com’è nato il nome “Orme della Memoria”?

E’ stato facile perché qui ci sono memorie, scarpe, incisioni, prove di fatti, passi e orme, e allora così siamo arrivati al titolo.

In che lingue è tradotta la página Facebook?

All’inizio facevo una foto e riproducevo il testo, coi dati e le frasi die familiari, delle scarpe su una pagina Facebook in spagnolo più o meno una volta alla settimana. Strada facendo ho conosciuto una studentessa inglese che faceva la tesi su questo tema e s’è offerta di tradurre in inglese la pagina. Altri amici qui in Messico hanno fatto lo stesso per l’italiano. Poi sono nate le pagine in tedesco e in giapponese, data una forte relazione che mantengo con i collettivi “Bordamos por la Paz” (Tessiamo per la Pace). Loro hanno un collettivo in Giappone. Stesso discorso per la versione francese, c’è un’amica che collabora dal Québec. L’idea è che ci sia un impatto fuori dal Messico.

Per ora le orme sono verdi, ma in futuro di che altri colori le farete?

Nel progetto Bordamos por la Paz abbiamo cominciato a tessere in rosso per raffigurare tutti gli omicidi che ci sono nel Paese. Poi, sul tema dei desaparecidos, i familiari hanno preferito il verde che simboleggia la speranza di ritrovarli vivi. Il verde s’è consolidato e molti gruppi l’hanno adottato. Comunque ci saranno due altri colori. Il nero nasce perché arrivano scarpe relative a casi particolari, come questo: “Io sono María Helena, mamma di José Saúl Ugalde Vega, desaparecido il 14 settembre 2015 a Queretaro. Con queste scarpe sono andata fuori a cercarti tutti i giorni, sono stati giorni disperati, senza dormire e mangiare, sperando di trovarti. Il 4 dicembre 2015 hanno trovato i tuoi resti, ti amo figlio e non ti dimenticheremo mai”. Come segnale di lutto dobbiamo inciderli in nero. Può essere perché sono stati ritrovati i resti della persona o i membri della famiglia che i occupavano delle ricerche sono morti. Alcuni a volte muoiono cercando, s’ammalano, perché quando avviene la sparizione davvero solo loro sanno quanto forte è il dolore, l’ansia e la disperazione. Questo causa malattie. Useremo anche il rosso perché molti di quelli che seguono le ricerche sono stati assassinati, come nel caso di Nepo, Nepomuceno Moreno. Lui aveva detto in faccia all’ex presidente Calderón, una settimana prima che lo ammazzassero, che aveva ricevuto minacce perché cercava suo figlio. A Calderón non fregò nulla e Nepo fu assassinato. Qui ho 5 o 6 casi di familiari che sono finiti così per aver continuato le ricerche.

Ci sono altri casi che puoi condividere?

Ho conosciuto Lucía Vaca, moglie di Alfonso Moreno, al corteo nazionale del maggio 2014. Avevamo amici in comune. Alfonso mi ha parlato del caso di loro figlio, Alejandro, e mi ha dato un paio di scarpe per il progetto, le prime da uomo. Il secondo paio è stato quello di don Margarito, che mi ha dato i suoi sandali. Sono stato ad Ayotzinapa, ci siamo conosciuti perché eravamo seduti vicini sull’autobus e mi ha detto di avere le scarpe che ha usato quando, insieme agli altri genitori dei 43 studenti scomparsi, è andato a cercarli fuori dalla città di Iguala. E fu quella volta che rinvennero molti altri corpi e fosse clandestine, per cui nacque il movimento degli Altri Desaparecidos de Iguala (Los Otros Desaparecidos de Iguala). Molti di loro, nella maggior parte dei casi, posseggono solo le scarpe che portano. Il mese dopo ci siamo visti in manifestazione a Città del Messico e abbiamo fatto uno scambio di scarpe: gli ho dato dei sandali nuovi in cambio dei suoi vecchi. Ora hanno questo testo stampato: “Io Margarito Ramírez cerco mio figlio che si chiama Carlos Iván Ramírez Villareal, studente della normale di Ayotzinapa. Lo hanno fatto sparire i poliziotti, insieme a 42 dei suoi compagni, a Iguala, il 26 settembre 2014”.

Allora qui c’è tutto il Paese, raccolto nelle scarpe delle famiglie che sono alla ricerca dei loro cari, perché ho paia che vengono da Tijuana e dal Guerrero, da Oaxaca e dal Chiapas. E’ sintomatico che ne arrivino di più dai luoghi in cui il conflitto è più presente, ci sono tantissime scarpe del Tamaulipas, di Tijuana o di Veracruz e del Guerrero. E’ un termometro del conflitto.

Ne arrivano dall’estero?

Al riguardo è successo qualcosa d’imprevisto. Così come ne sono arrivate del periodo della guerra sporca in Messico, ne hanno mandate alcune dall’Argentina. Ne ho un paio di un bambino, Camilo, figlio di Paula Mónaco, che ha 5 anni e ha cominciato a chiedere insistentemente dove erano i suoi nonni. Paula le ha cominciato a spiegare. Sai, là le famiglie non nascondono le cose e cercano un modo di spiegare. Lei ha detto al bambino che li stavano ancora cercando. I genitori di Paula sono spariti durante la dittatura. Le scarpe dicono: “Mi chiamo Camilo Tovar Mónaco, cerco i miei nonni, Esther Felipe y Luis Carlos Mónaco, sono scomparsi a Villa María, Córdoba, Argentina, l’11 gennaio 1978. Io chiedo a mia mamma, Paula, quando troveremo i suoi genitori. Lei dice che non lo sa, ma che continueremo a cercarli. Quando torneranno, correrò ad abbracciarli perché sono i miei nonni”.

Poi mi sono arrivate due paia dal Guatemala e due dall’Honduras. Le reti sociali aiutano molto. E’ venuta una compagna dell’associazione Hijos México e ha portato delle scarpe del periodo della guerra degli anni ’80 in Guatemala. Ho fatto un intercambio anche con una mamma durante la Carovana delle Madri Centroamericane che è passata dal Messico recentemente e altre mi sono arrivate da Ana Enamorado, una signora dell’Honduras che è rimasta in Messico per cercare suo figlio, desaparecido nello stato del Jalisco. Forse ne manderanno altre da El Salvador e dalla Colombia. Si chiude una fase e la prima esposizione è per il 9 maggio al Museo de la Memoria Indómita di Città del Messico.

Come proseguirà il progetto?

In futuro dovrà essere aperto e collettivo, non importa chi farà le incisioni e il resto. Ora è finita la fase sperimentale e tecnica. Da solo non potrei continuare. Per adesso è già collettivo nella misura in cui esistono 5 pagine-specchio tradotte in varie lingue e varie persone che ci si dedicano. Poi alcuni compagni in Messico si sono fatti coinvolgere in vari modi ed è così, necessariamente, che potremo procedere a creare maggiore visibilità sulla sparizione forzata in Messico.

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In che senso?

Stiamo sperimentando il ritorno di uno stato di terrore, di uno Stato repressore e di una strategia mediatica, specialmente delle TV, che influisce sull’elezione di un presidente e instaura una visione idilliaca del Paese. La paura è stata impiantata nella società e fa sì che la maggior parte della gente entri in una fase di negazione, cioè che neghi quello che succede qui e, quando poi gli succede qualcosa, solo allora arriva la botta. E dunque s’impedisce che, in una situazione così drammatiche come questa, con oltre 30.000 desaparecidos e 150.000 morti, la gente si mobiliti e protesti. Se sono trentamila i desaparecidos, dovresti avere là fuori per le strade a manifestare, fisse, a dir poco 30 o 60mila persone, una o due per ogni famiglia con vittime. E invece non è così, non ci si mobilita. I gruppi di familiari fanno quello che possono, cercano almeno di unirsi a livello nazionale per avere più forza, soprattutto per quanto concerne l’iniziativa di Legge sulla Sparizione Forzata che si discute in parlamento. Un paese come questo non ha una legislazione adeguata su questa materia ed è un’altra tragedia…

DSC_0829 (Small)Infatti, si susseguono le condanne internazionali contro il Messico per il disprezzo imperante dei diritti umani. Si fanno addirittura in leggi come quella appena approvata nel Estado de México, detta Ley Atenco o Ley Eruviel (dal nome del governatore Eruviel Ávila), che ampliano molto le facoltà della polizia, anche senza previa consultazione del potere politico, nell’uso della “forza letale” contro i manifestanti. Oppure c’è il caso dell’approvazione del regolamento dell’articolo 29 della Costituzione che dà al presidente più possibilità di decretare lo “stato d’eccezione” e la sospensione delle garanzie individuali, anche in presenza di presunte emergenze economico-sociali.

Ciò conferma che si va all’indietro, verso uno Stato più autoritario. E stiamo parlando di un Paese con un narco-governo, dobbiamo dirlo chiaramente. Una gran quantità di desaparecidos, come successe nel caso emblematico dei 43 di Ayotzinapa ma anche in tanti altri in Messico, sono presi e consegnati ai narcotrafficanti da diversi corpi della polizia, includendo i federali e i militari. Lì c’è una situazione per cui non sai dove comincia la relazione di complicità tra narcos e governo. Stiamo vedendo un deterioramento tale da poter parlare di un narco-governo.

Perché vengono fatti sparire?

E’ molto assurdo. Molti casi sono assurdi. Tere Vera cerca sua sorella che era andata a tagliarsi i capelli e non è più tornata. Non chiedono soldi né riscatti alla famiglia. Al figlio di Lety l’hanno costretto a uscire di casa a mezzanotte, poco prima d’andare a dormire. Arriva la polizia, o personaggi vestiti da poliziotti, di nero, lo prendono per portarlo in questura e perché, dicono, hanno bisogno d’informazioni, ma poi non si sa niente di lui, sparito. Il marito di Ixchel nello stato del Coahuila. Vanno a prenderselo all’alba, gli dicono che vogliono precisazioni su un caso qualunque e non fa più ritorno a casa. Con i ragazzi di Ayotzinapa abbiamo visto un altro caso di coinvolgimento diretto delle autorità.

Ci sono tante ipotesi. Nel caso del figlio di Alfonso Moreno, per esempio, lui è un tecnico delle telecomunicazioni. Ci sono casi di ingegneri e altri professionisti che sono rapiti e quindi si crede che i narcos li sta usando per e comunicazioni, la costruzioni di tunnel e altre questioni tecniche. Ma in altri casi pare non ci sia logica, è l’assurdo.

I casi degli anni ’70 ricadevano nella logica del nemico politico che bisognava annichilire. Questi esistono anche oggi. Per esempio il “Tio”, Teodulfo Torres Soriano, un attivista che nel giorno dell’insediamento del presidente Peña Nieto si trova affianco a Juan Francisco Kuykendall. E’ il primo dicembre 2012. Il Tío filma, nei pressi del palazzo del Parlamento, come un proiettile di gomma viene sparato dalla polizia e rompe la scatola cranica di Kuykendall. Questo di vede, si vede il proiettile sparato, soprattutto se si congela il fotogramma. E’ quindi una documento di prima mano della repressione e della responsabilità della polizia federale nell’accaduto. Il ferito fu portato in ospedale e rimase in coma per un anno. Il Tío è un testimone oculare e viene fatto sparire. E’ una desaparición politica simile a quelle di 40 anni fa, perché Teodulfo aveva in mano un’informazione precisa e chiara di un abuso indiscutibile della polizia. La PGR, la procura o Procuraduría General de la República, ha chiesto il video al Tío e gli ha dato 5 giorni per consegnarlo. Ma in questi pochi giorni ecco che Teodulfo sparisce. Per fortuna è riuscito a dare il video ad altre persone o oggi possiamo vederlo su internet. L’evidenza mostra che sono stati apparati dello Stato a farlo sparire, non si vede nessun’altra spiegazione. E’ il primo desaparecido politico del governo di Enrique Peña Nieto. L’80% dei desaparecidos non aveva nessuna affiliazione politica, non sono militante di nessuna organizzazione. Sono professionisti o lavoratori senza appartenenze specifiche, come Alejandro Moreno, il figlio di Alfonso. Ma capiamo anche che spariscono perché c’è una strategia di spopolamento forzato di molte regioni in cui ci sono acqua, risorse naturali o minerarie. Questa è un’altra ipotesi, ma in fin dei conti pare evidente perché è vero che si registrano spopolamenti e spoliazioni come in una guerra di sterminio.

Puoi spiegarlo meglio?

DSC_0754 nivel (Small)Ci sono persone che a partire dal loro caso individuale hanno compreso che si tratta di un problema strutturale e, quando affrontano il tema, cominciano a parlare alla prima persona plurale, come un collettivo, e non più in prima persona. Ed è proprio per segnalare che tutte le vittime del Paese sono di ognuno di noi. Se noi sovrapponiamo la mappa geografica del Paese con le regioni dove ci sono più desaparecidos, vedremo che stiamo assistendo alla fase più acuto di saccheggio d’argento dall’epoca coloniale e, quando non sono le risorse naturali, sono i centri di resistenza come Atenco, il Chiapas o Oaxaca a catalizzare l’attenzione. Cioè, dove ci sono zone in resistenza sociale, questa deve essere debilitata, e dove ci sono risorse naturali, per esempio lo shale gas, bisogna spopolare, sfollare. Quindi, come si fa? Instaurando uno stato del terrore con la sparizione forzata, cioè una strategia perversa, peggiore dell’assassinio o della prigione.

Che esempi hai trovato al riguardo?

Ne ho uno del gruppo de Los Otros Desaparecidos de Iguala. “Mi chiamo Mario Vergara, cerco mio fratello Tomás, è stato sequestrato e fatto scomparire a Huitzuco, in Guerrero, il 5 luglio 2012. Ho imparato a cercare in fosse clandestine, ma chiedo a Dio di non farmi incontrare mio fratello in un orribile buco, cammino anche per ritrovarlo vivo”. E di un familiare di un ragazzo di Ayotzinapa. “Sono Margarita Zacarías, mamma di Miguel Ángel Mendoza Zacarías, studente della normale di Ayotzinapa, in Guerrero, è scomparso il 26 settembre a Iguala, insieme a 42 dei suoi compagni. Figlio mio, voglio dirti che ho camminato tanto cercandoti e non ce l’ho fatta, ma voglio che tu sappia che non riposerò fino ad ottenerlo, anche se dovesse costarmi la vita”.

Di una madre honduregna che sta qui in Messico: “Sono Priscila Rodríguez Cartagena, vengo dall’Honduras camminando fino al Messico, cercando mia figlia, e seguirò le orme fino a trovarla. Yesenia Marlén Gaitán è sparita il 10 febbraio a Nuevo Laredo, in Tamaulipas, quando si dirigeva verso gli Stati Uniti”.

Una è del gruppo Hijos México. E’ stato difficile incidere, la scarpa è arrivata tutta rotta. E’ del periodo della guerra sporca, lei non ha conosciuto suo padre, perché è scomparso quando sua mamma era incinta: “Sono figlia di Rafael Ramírez Duarte, desaparecido politico dal giugno del 1977. Seguire le tue orme è voler toccare i tuoi piedi coi miei, come il gioco della tana dei conigli tiepida che c’hanno rubato, papà, Tania”.

Ci sono bambini che ti inviano le loro scarpe?

Sì. Una frase di un bimbo riflette tenerezza e semplicità e dice molto di una regione, per esempio il Michoacán, che sta al centro della narcoguerra. “Sono Leonel Orozco García, ho 8 anni. Mio papà Moisés Orozco è stato catturato-fatto sparire il 22 maggio 2012 ad Apatzingán, in Michoacán. Cerco mio papà per trovarlo perché è mio papà, e gli vogliamo tanto bene”.

Un altro bambino è figlio di uno studente di Ayotzinapa. “Io mi chiamo José Ángel Abraham de la Cruz, ho 9 anni e sto cercando mio papà, Adán Abraham, studente della normale di Ayotzinapa, desaparecido il 26 settembre 2014 a Iguala, in Guerrero. Per questo mi trovo ora qui a Città del Messico, esigendo la presentazione con vita di mio papà e dei suoi 42 compagni”. Miguelito non aveva altro che queste scarpe e, siccome è cresciuto e non ha niente di niente, le scarpe ormai gli andavano strette. Ho chiesto permesso a suo fratello e a sua zia, lo abbiamo portato a comprare delle scarpe nuove. Tanto ai genitori dei 43 come agli altri desaparecidos che non hanno niente di più di quello che portano addosso io chiedo le scarpe per fare uno scambio e gli consegno un paio nuovo.

Quante scarpe hai inciso fino ad ora?

Abbiamo circa 70 paia di scarpe, ma ne stanno arrivando altre. Saranno esposte qui a Città del Messico per un po’ e poi si sposteranno secondo un percorso logico, verso nord, ma anche dove la gente e i gruppi organizzati vorranno. Potrebbero arrivare all’estero, negli USA e in altri posti, perché l’idea è di denunciare la situazione. Mi sono arrivate le scarpe di un familiare di quello che è noto come il primo desaparecido del Paese nel 1969, che era legato alla guerriglia di Genaro Vázquez. Da lì si arriva fino ad oggi con un paio di scarpe che è del 2015. Se mi inviano una scarpa di una moglie che cerca un marito o un figlio che magari è un militare, non lo scarto. Non escludo nulla, perché l’idea è mostrare l’intero paese, per cui le ragioni delle sparizioni sono molteplici in tanti luoghi diversi.

Allora abbiamo incluso il figlio di Araceli Rodríguez, che è della Polizia Federale, o il papà di Nadim Reyes, Edmundo, che è rivendicato come militante desaparecido dall’EPR (Ejército Popular Revolucionario, gruppo guerrigliero dello stato di Guerrero). C’è di tutto, è il Paese: scompaiono militanti politici e contadini, studenti e perfino soldati o poliziotti, e non mi hanno ancora mandato il caso di un giornalista, ma ce ne sono. E’ una gran tragedia. Sono donne sole, figli orfani e tutta una strategia di Stato che rappresenta un filo conduttore. Per esempio nel caso di Araceli Rodríguez c’è una denuncia e un’ipotesi chiara secondo cui i capi della polizia federale hanno mandato suo figlio, Luis Ángel León Rodríguez, con altri cinque e un autista a occupare una cittadina. Che è successo lì? E’ il novembre 2009. Li mandano a un paesino in un giorno di riposo, non lavorativo, in un’automobile non di servizio, che è stata chiesta a terzi e non è della polizia, senza armi né uniformi. E così gli danno l’ordine di occupare il paesino. Poi tutti spariscono. Quello che sta succedendo è un disastro, una guerra non detta. Se paragoni cosi come l’Afghanistan o l’Iraq o altri ancora vedrai che qui ci sono bilanci peggiori, in un Paese che teoricamente non è in guerra.

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Per Orme della Memoria non ho voluto le scarpe dei desaparecidos perché già è stato fatto molto con gli oggetti dei desaparecidos e mi interessa la parte vitale, la parte di chi cerca, di chi più ha indagato e di chi sta lavorando in questo periodo alla Legge sulle sparizioni forzate. Chi farà uscire questo paese dal disastro sono i familiari perché vogliono cercare i loro figli e stanno scoprendo le ragioni del deterioramento, quindi vogliono denunciare e cambiare il Paese. Lo spirito collettivo del progetto può potenziarlo affinché non si centri su una persona sola e prosegua indefinitamente.


** Cos’è Messico Invisibile?

Il libro riunisce reportage, interviste e saggi sul Messico attuale che è diventato il centro dei traffici degli stupefacenti consumati negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. In 10 anni la “guerra alle droghe” ha fatto oltre 150mila morti, 30mila desaparecidos e migliaia di femminicidi nel Paese. La crisi dei diritti umani colpisce specialmente giornalisti e attivisti che lavorano sotto minaccia del crimine organizzato, spesso indistinguibile dalle autorità. Messico invisibile spiega l’evoluzione dei narco-cartelli, le vicende del boss Joaquín “El Chapo” Guzmán e il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcos a Iguala la notte del 26 settembre 2014 e, ad oggi, ancora desaparecidos. L’autore dà spazio a storie silenziate, invisibili, come quelle delle donne della prima casa di riposo al mondo per ex prostitute o di chi s’organizza per cercare i propri cari desaparecidos, e critica le narrazioni tossiche sui “cervelli in fuga” e sul neoliberalismo, il sistema culturale ed economico che fa da cornice alla conflitto messicano. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte, sugli italiani all’estero e sui legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano il testo. Alla fine di ogni capitolo sono raccolte le voci, con interviste a Don Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, ideatore di Orme della Memoria per i desaparecidos, agli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, al difensore dei diritti umani Francisco Cerezo, al pittore partigiano Luciano Valentinotti e a Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala. Segnalo presentazione del libro il 7 luglio alle 19:30 presso l’ex OPG occupato Je so’ pazzo a Napoli.


Di seguito il trailer del documentario (presto disponibile per varie proiezioni in Italia) Cielito rebelde: Voci del Messico resistente di Claudio Carbone, Antonio Gori, Massimiliano Lanza, Leonardo Balestri. Seguitene i passi! FaceBook Link 

Un viaggio nel Messico che resiste al neoliberismo. Voci da una terra in cui Non ci si rassegna, dove immaginare un mondo che include altri mondi non è un semplice slogan ma una reale e costante pratica quotidiana. Abbiamo iniziato a pensare in collettivo, a immaginare un progetto. La forma che abbiamo scelto è quella del film documentario. Una serie di interviste che possano rendere diversi sguardi sul Messico e sulle lotte che lo animano. Negli stati che abbiamo attraversato siamo entrati in contatto con diversi attivisti e militanti di organizzazioni radicali e anticapitaliste, cercando di cogliere il comune sentire che vive intorno al “discorso rivoluzionario” nel Messico di oggi. Parlando di capitalismo e resistenze, di collettività e autonomia, abbiamo imparato che, nonostante tutto, pensare un futuro rivoluzionario e agire in un presente tanto complesso può essere una pratica quotidiana. Abbiamo visto come si possa parlare di tutto ciò con una semplicità disarmante. La stessa semplicità con la quale da ormai più di vent’anni dei contadini, in Chiapas, tengono testa agli attacchi del governo, costruiscono il proprio mondo sottraendolo al capitalismo e ci regalano ogni giorno un motivo di speranza.

Un film di: Claudio Carbone, Antonio Gori, Massimiliano Lanza, Leonardo Balestri.
Fotografia di: Claudio Carbone
Disegni di: Mario Berillo
Montaggio di: Leonardo Botta
Musiche di: Moover
con la collaborazione di Kairos elementikairos.org
Pagina Facebook: facebook.com/Cielito-Rebelde-Voci-del-Messico-resistente-493029287533380/timeline
Sito: cielitorebelde.org
Trailer: vimeo.com/151901240

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Moltiplicazione della violenza e narco-caos: un bilancio della “guerra” ai cartelli secondo Anabel Hernández https://www.carmillaonline.com/2016/05/21/moltiplicazione-della-violenza-narco-caos-un-bilancio-della-guerra-ai-cartelli-secondo-anabel-hernandez/ Sat, 21 May 2016 21:04:54 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30631 di Elena Ritondale

Foto Antonio CruzConosciuta in Italia grazie alla pubblicazione di La terra dei narcos (Mondadori, 2014), Anabel Hernández è una delle giornaliste più impegnate nelle indagini sui rapporti fra cartelli della droga e apparati dello stato messicano. Vincitrice del Premio Nacional del Periodismo per un’inchiesta chiamata Toallagate (2001), sull’uso di fondi pubblici per spese private da parte dell’allora presidente Vicente Fox, Anabel Hernández è forse la principale biografa del boss Joaquín “El Chapo” Guzmán. Sulla relazione fra il cartello di Sinaloa e gli ultimi governi messicani la giornalista è [...]]]> di Elena Ritondale

Foto Antonio CruzConosciuta in Italia grazie alla pubblicazione di La terra dei narcos (Mondadori, 2014), Anabel Hernández è una delle giornaliste più impegnate nelle indagini sui rapporti fra cartelli della droga e apparati dello stato messicano. Vincitrice del Premio Nacional del Periodismo per un’inchiesta chiamata Toallagate (2001), sull’uso di fondi pubblici per spese private da parte dell’allora presidente Vicente Fox, Anabel Hernández è forse la principale biografa del boss Joaquín “El Chapo” Guzmán. Sulla relazione fra il cartello di Sinaloa e gli ultimi governi messicani la giornalista è sempre stata chiara: tutta la cosiddetta guerra al narco non sarebbe stata altro che un modo per aiutare quel cartello a fare piazza pulita della concorrenza.
Nel 2011 Hernández accusò in televisione il Segretario Generale per la Pubblica Sicurezza di aver ordinato il suo assassinio a membri corrotti della polizia, con queste parole: “Yo quiero denunciar desde esta tribuna que el Secretario de Seguridad Pública Federal, Genaro García Luna y su equipo siguen con la orden dada de matarme”.
Attualmente vive a Berkeley con i suoi due figli proprio per ragioni di sicurezza ma non rinuncia al lavoro di inchiesta in Messico, dove viaggia regolarmente.
Anabel Hernández è stata protagonista, insieme a Diego Enrique Osorno, di una serata al teatro Massimo di Palermo dedicata alla mattanza dei giornalisti in Messico e della ‘ndrangheta in Calabria, con la proiezione di Le strade del narcotraffico tra Messico e Italia di Attilio Bolzoni e Massimo Cappello.
Ne abbiamo approfittato per chiederle un commento su alcuni aspetti di questi anni convulsi in Messico.

Giovanni Falcone diceva che “le mafie, come il denaro, non hanno confini”. Sappiamo che è vero ma qual è oggi il rapporto tra i cartelli della droga e il territorio? Ai cartelli è ancora utile che resistano alcune frontiere?
Il traffico di droga è una delle espressioni più selvagge del capitalismo, si tratta di denaro, di fare affari. I consumatori sono ovunque e, come qualunque impresa capitalista (i narcos) cercano nuovi clienti. Per questo, anche se i consumatori più importanti sono negli Stati Uniti, per i cartelli messicani il Sud America e l’Europa sono i mercati che vogliono conquistare e che stanno conquistando poco a poco. Questo non implica assolutamente che questi affari non abbiano bisogno di un controllo territoriale, esattamente come avviene in molti altri settori dell’economia capitalista. In Messico, per fare un esempio, ci sono territori in cui si vende Coca Cola e non si vende Pepsi Cola e altri in cui si vende Pepsi e non Coca Cola. Voglio dire che anche il controllo territoriale è capitalista. I cartelli hanno bisogno del controllo del territorio, soprattutto per il trasporto della merce, ma anche per gestire attività parallele: l’estorsione, i sequestri, la tratta delle donne e chiaramente il traffico dei migranti. Questo controllo si estende anche in centro e sud America.

In un momento in cui il Messico sta liberalizzando un settore come quello dell’energia, legato all’estrazione del petrolio, quanto credi che questa capacità dei cartelli della droga di presidiare il territorio possa rivelarsi cruciale per quelle imprese che dovranno investire in luoghi “caldi”? Detto diversamente: gli imprenditori nazionali e stranieri dovranno scendere a patti con loro per poter operare “in sicurezza?”
In questo momento nessuno, in Messico, può garantire “ordine” o sicurezza, neppure i cartelli della droga. Ognuno di loro controlla zone concrete ma circoscritte e questo si nota, ad esempio, dal fatto che chi trasporta merci per lunghe distanze debba pagare qualcosa a gruppi diversi. Gli Zetas in alcune zone rubano petrolio e condotti e un’impresa che voglia investire in un’area sotto il loro controllo deve naturalmente farci i conti. Questo però non sarebbe sufficiente; fare un accordo con gli Zetas, in una situazione frammentata come quella del Messico di oggi e, anche, del suo mondo criminale, non esclude assolutamente che gruppi rivali degli Zetas attacchino un territorio da loro controllato per subentrarvi. Nessuno può garantire stabilità al momento, per questo gli investimenti stranieri sono tanto debilitati. L’atomizzazione del mondo della droga è stata una conseguenza diretta della complicità di Vicente Fox nella fuga del Chapo e poi della cosiddetta guerra al narco voluta da Calderón. Dal 1970 fino al 2000 tutto il territorio nazionale era spartito da cinque cartelli. Gli ultimi governi hanno debilitato gli avversari del cartello di Sinaloa, di fatto frantumandoli e moltiplicandoli. Ora esistono gruppi più piccoli e meno stabili ma altrettanto aggressivi e molto ben armati, grazie alla facilità con cui si possono reperire armi sul territorio proprio grazie alla loro massiccia diffusione durante il periodo di militarizzazione del paese. Oggi anche il gruppo più piccolo può entrare in possesso di un lanciafiamme. La fortuna è che non tutti sanno usarli.

Parlando della “guerra”, un capitolo a parte meriterebbe il modo in cui è stata spiegata ai messicani. Il lessico utilizzato è stato tutto volto all’esaltazione del “nemico”, alla promozione di una diffusa percezione di insicurezza che potesse alimentare la paura e giustificare una reazione violenta da parte dello Stato.
Prima di tutto bisogna dire che non è mai esistita una “guerra al narco”. Il Governo di Calderón ha mandato l’esercito in certe parti del paese e non in altre, perché i suoi interessi erano indirizzati a togliere di mezzo alcuni gruppi, non a risolvere il problema. Intorno agli anni ‘70 in Messico esisteva una sorta di regolazione del traffico di droga attraverso una corruzione diffusa, che includeva tutte le bande; così si è andati avanti fino al 2000. Da quel momento in poi l’interesse del Governo è coinciso con quello di un gruppo in particolare, che si è deciso di appoggiare nella sua guerra agli altri. Questo ha avuto i suoi effetti collaterali, ad esempio i governatori dei singoli stati non sono mai stati così potenti, perché i gruppi esclusi hanno trovato in loro delle sponde: il PRI in alcuni casi ha appoggiato cartelli osteggiati dal governo nazionale.

Qual è stato in generale il ruolo del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale)? La svolta del 2000 coincide di fatto con lo storico passaggio di consegna da questo partito (al governo da 70 anni) al Pan di Vicente Fox.
La verità è che la transizione non c’è mai veramente stata. Se si controlla il gabinetto di Vicente Fox si può vedere che esponenti priisti sono sempre stati presenti. Gli stessi priisti che c’erano con Zedillo e con Salinas sono rimasti cruciali anche durante i mandati di Vicente Fox, di Calderón e di Enrique Peña Nieto; parlo soprattutto dei luoghi in cui si controlla l’economia. Il PRI non ha mai lasciato i posti di potere in cui si trovava. Nella Secretaría de hacienda o al Banco de México ha continuato a essere presente.

Oltre alle parole “morte”, “guerra”, “nemico”, nell’ultimo decennio se ne è imposta una, con urgenza drammatica: “desaparecidos”. La scomparsa di decine di migliaia di persone è uno strumento di terrore ancora più efficace degli omicidi di massa?
A partire dalla “guerra” di Felipe Calderón abbiamo avuto almeno ventiseimila desaparecidos. Si tratta di un tema articolato. È difficile differenziare quante persone siano state fatte sparire dai cartelli e quante dal governo. In Messico è un argomento che non si è studiato a sufficienza, che rimane ancora sospeso. Quando ci sono casi come quello di Ayotzinapa, in cui si distingue più chiaramente la responsabilità della polizia federale, sorge chiaramente la domanda: “e allora gli altri?”. Ci stiamo rendendo conto che in alcuni casi l’autore dei sequestri è stato l’esercito, perché ce lo hanno detto i giornalisti con le loro ricerche. Ma nei casi – troppi – su cui non ci sono state indagini è difficilissimo capire se la responsabilità sia stata dell’esercito, dei narcos o della collaborazione fra i due. È complesso definire chi stia usando questo strumento del terrore. Mi pare comunque che il Governo non abbia voluto analizzare attentamente la lista dei desaparecidos e che continui a non farlo, anche se si tratterebbe di una cosa elementare, perché nella lista compaiono i nomi, le età, l’ora in cui sono stati prelevati, il sesso, il quartiere, la città. È incredibile che il Governo, dopo tanti anni, non abbia fatto un’analisi di tutte queste informazioni, anche a un livello molto semplice, per dire “in Messico il posto in cui spariscono più persone è questo, normalmente succede in questo modo e per queste cause”. Perché non lo fa?

Foto di Antonio Cruz

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Il cartello, di Don Winslow https://www.carmillaonline.com/2016/04/12/cartello-don-winslow/ Mon, 11 Apr 2016 22:03:03 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29693 di Mauro Baldrati

Don Winslow, Il cartello, Einaudi Stile Libero 2015, pp 896, € 22

Il-cartello_thmbL’ha detto l’autore stesso, in uno dei suoi libri precedenti: gli americani sono i più grandi commercianti del mondo. Per loro tutto è commercio: se si vende l’antiamericanismo, il prodotto è già pronto. Se invece è il momento del patriottismo, eccolo. “Tira” la rivoluzione? Voilà, viva Che Guevara, Fidel Castro & C. Esiste un mercato per tutto lo scibile immaginabile, hippies, crimine, porno, corruzione, religione, peccato, speranza e disperazione. La casbah globalizzata offre tutto e il [...]]]> di Mauro Baldrati

Don Winslow, Il cartello, Einaudi Stile Libero 2015, pp 896, € 22

Il-cartello_thmbL’ha detto l’autore stesso, in uno dei suoi libri precedenti: gli americani sono i più grandi commercianti del mondo. Per loro tutto è commercio: se si vende l’antiamericanismo, il prodotto è già pronto. Se invece è il momento del patriottismo, eccolo. “Tira” la rivoluzione? Voilà, viva Che Guevara, Fidel Castro & C. Esiste un mercato per tutto lo scibile immaginabile, hippies, crimine, porno, corruzione, religione, peccato, speranza e disperazione. La casbah globalizzata offre tutto e il contrario di tutto, con qualunque stile, horror, commedia, azione.

Chissà se Don Winslow, autore di grande successo e talento, è consapevole, in qualche zona mimetica del suo inconscio, di questo retaggio ormai ancestrale che sembra guidare chiunque, dal centro dell’Impero, si occupi di storie, di narrazioni e intrattenimento. Compreso lui. Chissà se anche i beat, quelli “veri”, quelli sinceri e arrabbiati, sapevano di essere dei commercianti: di emarginazione, di desolazione e di tristezza. Chissà se Jim Morrison, quando cantava “Padre? Sì, figlio? Voglio ucciderti!” sapeva di vendere le zone oscure e l’insoddisfazione affettiva di una generazione.

Il cartello, l’ultimo romanzo di Don Winslow, pone molte domande. E’ un testo di grande respiro, che contiene una buona dose di epica, che da sempre è una delle mercanzie preferite degli americani. E non senza ragione: privi della chiusura psicologica e demoniaca del Medio Evo, privi della sublime civilizzazione dell’antichità, hanno corso come purosangue dopati per un paio di secoli per colonizzare uno dei paesi più grandi e più meravigliosi del mondo, ricco di risorse, di paesaggi, di territori generosi e inesplorati. Hanno sviluppato un’epica dominante, che continua a essere esposta in bella vista sui banchi della casbah globalizzata: il cow boy solitario, che passa attraverso tutti gli stadi della violenza, del dolore, dell’odio, della bassezza umana, e resta incorrotto, anche quando si corrompe e assume gli stessi comportamenti dei barbari assassini che combatte, talvolta fino all’estremo sacrificio.

Stiamo parlando proprio di Art Keller, l’eroe del libro. Eroe al 75 per cento circa, perché in alcune sezioni Il cartello è un testo policentrico, con personaggi di pesatura quasi uguale che si contendono l’empatia del lettore. Forse anche per questo James Ellroy, che sembra una sorta di sponsor di Winslow, ha coniato una delle sue boutades di abile venditore: “Il Guerra e pace della lotta alla droga”. Ora, lasciando perdere questa confusione tra sacro e profano (anche perché il sacro è morto da tempo, e dobbiamo per forza accontentarci del profano), lo “strillo” non è del tutto fuori luogo. Il ritmo è “alto”, gli eventi sono epocali, capitoli tragici di una grande, mostruosa guerra: i cartelli della droga messicani, i nuovi conglomerati del crimine totale, che controllano le polizie locali, i militari, ovviamente i politici, che lottano per il predominio del territori. Art Keller, agente della Dea piegato nell’animo da tutti gli orrori che è stato costretto non solo a vedere, ma a compiere, esce dal precedente Il potere del cane (2005) disilluso e a pezzi. Proprio come certi personaggi del filone americano del cinema, belli e perdenti, si è ritirato in un monastero ad allevare api, dopo avere finalmente rinchiuso in un penitenziario il patròn di uno dei cartelli vincenti, Adàn Barrera. Ma può un cow boy solitario essere lasciato in pace? Possono gli orrori del mondo ignorarlo? E soprattutto può sfuggire al suo destino? Ovviamente no. Le regole dell’epica moderna non possono permetterlo. Deve tornare in campo. Deve ricominciare a combattere. Deve terminare il suo percorso di discesa agli inferi.

E Winslow non ci va giù leggero, con le storie e col cosiddetto americanismo. La guerra alla droga non ha soluzione, perché esiste la domanda, enorme e insaziabile, per cui il problema non è “messicano”, ma “americano”. Finché i cittadini americani vorranno tirare coca, o fumare crack, ci sarà chi produce. E chi vende. Il commercio totale, appunto. Come spesso accade nei romanzi noir (o meglio, il nuovo genere adesso si chiama crime), il racconto ci spiega i meccanismi oscuri del crimine e della sua infiltrazione nelle cellule profonde del potere. Ci sono pagine terribili, non reticenti, sui comportamenti di Reagan, che movimentava tonnellate di coca per conto dei cartelli con gli aerei militari americani in cambio di fondi neri per armare i contras del Nicaragua. Oppure l’operato della CIA e delle forze speciali per organizzare il colpo di stato in Guatemala del 1954, uno dei più mostruosi della storia, perché il governo democraticamente eletto aveva osato nazionalizzare le infrastrutture e i giacimenti, sottraendoli al dominio dell’Impero. Poi, da vero americano, mantiene un filo, sottile, di etica, lungo il quale scivolano tra mille difficoltà gli operati di Keller e di qualche ufficiale messicano, che combattono da eroi la guerra ai narcos, ostacolati dagli alti papaveri e dai politici.

Si alternano le storie, i personaggi, tutti ben delineati, con una psicologia verosimile, speranze e tragedie, e pagine di orrori, crimini che ricordano l’operato delle SS Testa di Morto, le unità di sterminio dei nazisti. Talvolta il lettore stenta un po’ a credere a tanta violenza, ma Winslow sa quello che scrive, si sente che ha studiato in profondità il problema. D’altra parte il nostro redattore Fabrizio Lorusso, che vive in Messico, pubblica spesso dei reportages sulla corruzione del sistema messicano-americano, le decine di migliaia di morti, di desaparecidos, i prodotti di una ferocia senza limiti che riduce la terra una zona morta.

Questa deriva apocalittica viene resa con terribile realismo anche nel romanzo di Winslow: intere città desertificate dai narcos, che massacrano la popolazione, o la cacciano per insediare se stessi, trattenendo solo gli uomini validi e le donne giovani da ridurre in schiavitù. Ma qui non ci sono i bombardieri che esportano le bombe democratiche, non ci sono le alleanze anti-Isis. Il tutto avviene con la complicità dell’esercito e dei poliziotti, che addirittura lavorano per i cartelli come guardie del corpo o come killer.

In questa guerra eterna contro il Male Art Keller, e i suoi pard, operano in uno stato di semi-isolamento, con mezzi insufficienti, con scarse coperture, mentre il suo stato psicologico peggiora, per l’assassinio efferato di persone a lui care, persone innocenti, vittime di una violenza che non ha più nulla di umano.

Così prende una decisione, l’unica possibile in quella guerra già perduta: la sola opzione per interrompere la spirale di follia è smantellare i cartelli più estremi, gli sterminatori, favorendo il male minore: la vittoria finale proprio di Adàn Barrera, il suo nemico giurato, colui che nel libro precedente ha gettato due bambini da un ponte, dopo avere ucciso la loro madre; colui che fatto assassinare una ragazza che Keller amava, e torturato a morte un poliziotto che era come un fratello per lui. Deve annullare il suo giuramento di ucciderlo, a qualunque costo, visto che arrestarlo è inutile. Infatti in carcere viveva in una immensa suite, con le guardie del corpo, una palestra personale, una sala riunioni, televisori al plasma e le immancabili prostitute per le orge a base di coca. Finché non ha deciso che era arrivato il momento di evadere. Adàn Barrera è l’unico che può garantire la pax narcotica. Insomma, Keller deve vendere l’anima al diavolo. Perché anche questo può essere nel karma dell’eroe solitario: la propria rovina interiore, inevitabile nella lotta contro i demoni.

Il cartello si può definire l’ultima evoluzione del romanzo di genere, anche se ne conserva qualche difetto: la parte centrale è più lenta e descrittiva, ma si riprende nel blocco finale, in un crescendo di sangue, violenza e forme (molto americane) di romanticismo macabro.

Ma, va detto, il lettore dei testi di genere lo sa, lo mette in conto, e perdona con facilità, specialmente se ha per le mani un autore che, quando vuole, sa essere un fuoriclasse come Don Winslow.

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Nella Notte Ci Guidano le Stelle. Ayotzinapa e la Lotta per la Verità https://www.carmillaonline.com/2016/04/06/nella-notte-ci-guidano-le-stelle-ayotzinapa-la-lotta-la-verita/ Tue, 05 Apr 2016 22:00:03 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29660 di Fabrizio Lorusso 

ayotzinapa iguala_normlistas[Questo articolo è formato da un aggiornamento di Fabrizio Lorusso dal Messico sul caso Iguala-Ayotzinapa e da un comunicato stampa del Collettivo Parigi-Ayotzinapa che ripercorre cronologicamente la vicenda e decostruisce il discorso ufficiale. Il titolo del post è ripreso dal testo del canto della Resistenza “Fischia il vento” e dall’ispiratore titolo del romanzo Il sole dell’avvenire (vol. 3) di Valerio Evangelisti]

In Messico il numero dei desaparecidos ha superato ufficialmente l’impressionante cifra di 27.500[1], anche se ci sono stime che addirittura [...]]]> di Fabrizio Lorusso 

ayotzinapa iguala_normlistas[Questo articolo è formato da un aggiornamento di Fabrizio Lorusso dal Messico sul caso Iguala-Ayotzinapa e da un comunicato stampa del Collettivo Parigi-Ayotzinapa che ripercorre cronologicamente la vicenda e decostruisce il discorso ufficiale. Il titolo del post è ripreso dal testo del canto della Resistenza “Fischia il vento” e dall’ispiratore titolo del romanzo Il sole dell’avvenire (vol. 3) di Valerio Evangelisti]

In Messico il numero dei desaparecidos ha superato ufficialmente l’impressionante cifra di 27.500[1], anche se ci sono stime che addirittura raddoppiano l’entità di questa catastrofe umanitaria, e la crisi dei diritti umani, che le autorità cercano di sterilizzare e silenziare con una strategia mediatica e diplomatica, è pesantissima su tutti i fronti[2]. Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa è emblematico, metafora terribile della lunga notte messicana, ma è riuscito, a fasi alterne e grazie all’azione della società civile e dei media non allineati col governo, a rompere il silenzio su questa situazione. Ayotzinapa rappresenta tuttora una spina nel fianco del governo di Enrique Peña Nieto, presidente eletto nel 2012 e appartenente al Partido Revolucionario Institucional (PRI). A un anno e mezzo dalla “notte di Iguala”, in cui agenti della polizia locale di Iguala e Cocula, nel meridionale stato del Guerrero, sequestrarono 43 studenti della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, ultimarono extra-giudizialmente altre sei persone, ne ferirono decine e consegnarono i giovani a presunti narcotrafficanti, i normalisti restano ancora desaparecidos e il governo è in affanno, sempre alla ricerca di maniere sbrigative e “creative”, cioè ingannevoli, per chiudere il caso e ricostruire la falsa immagine di un Paese moderno e pacificato, pronto ad accogliere investimenti, agli occhi del mondo.

Crimine di Stato

Lo Stato non ha riconosciuto le sue responsabilità, malgrado le indagini giornalistiche rigorose svolte in questi diciotto mesi convulsi, che sono basate su testimonianze dirette ed evidenze audiovisuali, abbiano mostrato che vi fu un’operazione orchestrata da diversi apparati pubblici e dalle autorità contro gli studenti[3].

Alle stesse conclusioni è arrivato anche il rapporto del settembre 2015 stilato dal Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI)[4], un’equipe altamente qualificata della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) che, grazie a un accordo d’assistenza tecnica siglato col governo del Messico, funge da coadiuvante delle indagini ufficiali[5].

Il GIEI ha parlato di “un’aggressione massiva, in ascesa, sproporzionata e senza senso” alla quale hanno partecipato non solo agenti della polizia locale e presunti criminali del cartello dei Guerreros Unidos, ma pure le forze armate e la polizia federale, che ignorarono o coprirono rastrellamenti e violenze, dunque furono conniventi coi crimini che si stavano commettendo[6].

Il GIEI e il quinto autobus

Inoltre ha mostrato che la PGR (Procura Generale della Repubblica) ha deciso di accantonare la linea delle indagini che riguarda uno dei cinque autobus che erano stati presi dagli studenti nella stazione di Iguala e che, senza che questi ne fossero a conoscenza, conteneva probabilmente una partita di eroina nel portabagagli. L’attacco contro i ragazzi, quindi, potrebbe essere stato guidato dall’intenzione di recuperare il prezioso carico di stupefacenti[7].

Gli autobus di linea sono infatti un mezzo di trasporto comune per i narcotrafficanti e, serve ricordarlo, proprio lo stato del Guerrero detiene la leadership storica nella produzione di marijuana e sperimenta da 3-4 anni un boom delle coltivazioni di papavero da oppio, pianta da cui si ricavano l’eroina e la morfina esportate negli Stati Uniti. Il Guerrero racchiude nei suoi confini il cosiddetto pentagono dell’oppio, una zona geografica delimitata da 5 vertici che dalla costa alle catene montuose, a ridosso dei vicini stati del Morelos, de México, del Michoacán e di Città del Messico, ospita le coltivazioni e i laboratori di stupefacenti. Ma le “cinque punte” della regione sono blindate e protette da altrettante postazioni militari, mentre gli snodi autostradali e le strade statali sono controllati dalla polizia federale e da quelle statali e municipali, rispettivamente. Sono queste le autorità che gestiscono i flussi e pattugliano i territori, negoziando a vari livelli coi gruppi della delinquenza organizzata. E sono queste “forze dell’ordine” che sono intervenute preventivamente e poi durante tutta la notte nella strage, gli attacchi e i sequestri compiuti il 26 settembre 2014 a Iguala e dintorni.

Il GIEI ha chiesto di poter intervistare i militari del 27º Battaglione di stanza a Iguala che erano presenti durante la persecuzione degli studenti, ma il governo gliel’ha proibito categoricamente e fino ad oggi ha continuato a difendere le azioni dell’esercito, mentre dal canto suo la PGR ha negato il coinvolgimento di autorità federali e non ha aperto nessun fascicolo al riguardo[8].

L’opera di ricerca del GIEI e dell’Equipe Argentina d’Antropologia Forense (EAAF) ha smontato la “verità storica” sulla notte di Iguala, presentata ai mass media nel gennaio 2015 dall’allora procuratore generale della Repubblica, Jesús Murillo Karam, la quale sostiene che i normalisti furono bruciati nella discarica di Cocula e i loro resti gettati nel vicino fiume San Juan.

Il tentativo di archiviare il caso prematuramente è fallito e l’investigazione s’è distinta per le incoerenze e le irregolarità. Non è riuscita a determinare con certezza il destino che hanno avuto i 43 studenti, né a soddisfare le richieste di giustizia e verità della società civile e dei genitori dei ragazzi. Questi, supportati da cittadini, collettivi e movimenti sociali di tutto il mondo, non hanno mai smesso di mobilitarsi per le strade e ovunque ne abbiano avuta la possibilità, tanto in Messico come all’estero.

La battaglia per il rinnovo del mandato del GIEI

Il 22 marzo 2016 i genitori e i loro rappresentanti, avvocati del Centro dei Diritti Umani della Montagna-Tlachinollán hanno fatto richiesta formale di una proroga affinché il GIEI prosegua nelle investigazioni sul caso. Il ministro degli interni, Miguel Ángel Osorio Chong, ha invece ribadito che il lavoro degli esperti si concluderà il 30 aprile e non ci saranno dilazioni. “Al posto di stare a discutere sul termine, abbiamo bisogno di conclusioni […] non troviamo una linea diversa da quella che ha studiato la PGR”, ha dichiarato in un’intervista radiofonica[9].

Invece Emilio Álvarez Icaza, segretario esecutivo della CIDH, ha mostrato apertura verso l’ipotesi di un nuovo mandato e tratterà il caso col governo durante le sessioni del 157º periodo ordinario di riunioni della Commissione Interamericana previsto tra il 2 e il 15 aprile[10]. “Abbiamo ricevuto una comunicazione da parte delle organizzazioni che rappresentano gli studenti con la richiesta di un prolungamento del mandato, ma nessuna notifica da parte del governo messicana”, ha spiegato Álvarez. Ancor più diretto è stato il presidente della Commissione Interamericana, James L. Cavallaro, che da Washington ha sentenziato: “Non è una decisione del signor Osorio Chong, ministro degli interni, dare per conclusa la partecipazione del GIEI nel caso Ayotzinapa”.

Secondo l’accordo siglato il 18 novembre 2014 tra la CIDH, i rappresentanti delle vittime e il governo messicano il futuro del GIEI non ha nulla a che vedere con le opinioni di Peña Nieto o di Osorio. Certo è che l’esecutivo e la procura possono ostacolare in tutto i modi il lavoro degli esperti e renderlo di fatto impossibile, cosa che a tratti hanno già cercato di fare. “E’ riprovevole questa manovra del governo per cui dice che non si rinnoverà, quando non è sua competenza farlo”, ha ribadito Cavallaro.

In un comunicato anche i gruppi nati in solidarietà con il movimento di Ayotzinapa in Europa si sono espressi in favore di una proroga “indefinita” e hanno sottolineato il loro pieno sostegno al GIEI, “di fronte alle recenti dichiarazioni in alcuni mezzi di comunicazione messicani, come MVS e Gruppo Milenio, in cui è stata attaccata l’integrità morale di alcuni dei suoi componenti”[11].

In Messico il conflitto è senza quartiere, il governo e la procura, supportati da gruppi mediatici alleati, si occupano da mesi, praticamente dall’inizio delle indagini, più di screditare gli studenti, le loro famiglie, i giornalisti indipendenti e gli esperti internazionali che di trovare soluzioni concrete e dimostrare una reale volontà politica di toccare le corde sensibili del “patto d’impunità” vigente nel Paese.

Trappole e manovre

Il 22 marzo la PGR, istituzione sempre più screditata agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, è arrivata addirittura ad ammettere l’apertura di un’indagine preliminare contro il segretario della CIDH, organi facente parte della OSA (Organizzazione Stati Americani), Álvarez Icaza, per una presunta frode nei confronti dello Stato messicano. Questa “malversazione di fondi” è stata denunciata dal Consiglio Cittadino per la Sicurezza Pubblica e la Giustizia Penale, un’associazione civile affine all’esecutivo di Peña Nieto[12].

Il presidente dell’associazione, José Antonio Ortega, s’è immaginato e ha denunciato un pregiudizio economico relativo al lavoro del GIEI, visto che la CIDH, non avrebbe rispettato il compromesso d’inviare in Messico in qualità di esperti “delle persone probe”. Così, secondo Ortega, “i cinque membri del GIEI sono tutto il contrario”. La CIDH ha espresso “costernazione e considera inammissibile l’apertura di un fascicolo in base a questa denuncia temeraria e infondata”. Si tratta di una vera e propria provocazione: la PGR ha preso la palla al balzo e ha fatto sfoggio del suo cinismo, non archiviando immediatamente la denuncia. Ci sono almeno 150.000 casi di omicidio negli ultimi 9 anni e migliaia di desaparecidos che meriterebbero la priorità, invece s’accetta d’iniziare una pratica insultante per la società e per le vittime. Ad ogni modo, dopo due settimane di rimpalli mediatici e reazioni, finalmente il 5 aprile la PGR ha desistito dall’azione penale “per mancanza dei requisiti a procedere”.

La pressione mediatico-giuridica contro il dirigente della CIDH e del GIEI viene ad unirsi a una prolungata “campagna di dispregio totale e spietata da una posizione di forza e dai mezzi di comunicazione”, come l’aveva definita e denunciata mesi fa lo studente di Ayotzinapa Omar García, sopravvissuto agli attacchi del 26 settembre. Dall’Italia, in cui si trova per l’iniziativa “Carovane Migranti” di Torino, Omar ha riaffermato: “Prolungare nel tempo l’indagine è quello che cercano, così il movimento si stanca e la gente dimentica. Non per altro è stata avviata la campagna di diffamazione del GIEI; non per altro hanno imposto questa terza perizia; non per altro ora vogliono indennizzare le famiglie. Le famiglie, avvocati, esperti e studenti, il movimento che accompagna Ayotzinapa, dovranno analizzare bene che fare di fronte a questa situazione.” Per questo “non abbandonare i genitori dei nostri 43 compagni desaparecidos. Se dimentichiamo, loro vincono”.

La terza perizia sull’incendio nella discarica di Cocula

In questo contesto la PGR ha diffuso a sorpresa il 2 aprile il risultato della terza perizia sull’incendio della discarica di Cocula, realizzata da un Gruppo Collegiale di esperti nominato ad hoc il febbraio scorso dalla procura, d’accordo con il GIEI. Lo studio, ancora parziale, indica “evidenza sufficiente” del fatto che c’è stato un “fuoco controllato di grosse dimensioni e almeno 17 esseri umani adulti che furono bruciati in quel luogo”.

Poche ore dopo in un comunicato il GIEI ha denunciato la violazione dell’accordo di riservatezza che aveva stabilito con la procura, deplorando “questa forma di cambiare la dinamica del dialogo e il consenso” e “le decisioni unilaterali” sulla diffusione del documento. Inoltre i genitori dei 43 non sono stati avvisati previamente dei risultati della perizia, come invece era stato accordato durante le loro conversazioni con lo stesso presidente Peña.

Prima della conferenza stampa il portavoce degli esperti, Ricardo Damián Torres, che hanno realizzato questa terza perizia avevano rassicurato il GIEI del fatto che “il messaggio era per dire che non s’era potuto determinare se il fatto era accaduto o no e che c’era bisogno di nuovi studi e prove sperimentali per determinarlo”, si legge sul comunicato di protesta del GIEI. Invece hanno fatto l’opposto, rinforzando l’idea dell’esistenza di una guerra sporca da parte delle autorità messicane nei loro confronti. “Ciononostante il suo messaggio s’è riferito a parti del contenuto del rapporto provvisorio che nemmeno erano state analizzate dal GIEI e, cosa ancor più grave, segnalando pubblicamente cose che non sono state spiegate al GIEI durante la riunione, né sono approvate unanimemente dai periti esperti di incendi”, approfondisce il comunicato. Il Messico firma a iosa trattati e convenzioni internazionali sui diritti umani, ma poi la realtà è questa.I periti forensi argentini dell’EAAF hanno commentato che non esiste “una risposta concludente” sulla calcinazione dei 43. La loro perizia, presentata il 9 febbraio 2016 e fondata su studi realizzati solo poche settimane dopo i fatti, ha confermato che nella discarica c’erano resti ossei di 19 persone. Ciononostante è impossibile stabilire le date di calcinazione che probabilmente si riferiscono a diversi incendi. Vidulfo Rosales, avvocato difensore dei genitori di Ayotzinapa, ha segnalato che nella discarica “viene bruciata spazzatura regolarmente, anche se si suppone che è la scena di un crimine”. Di fatto negli ultimi 5 anni si sono registrate più di 300 sparizioni forzate e decine di fosse comuni con resti umani nella zona. Fino ad oggi solo i resti dello studente Alexander Mora sono stati identificati con certezza, però erano stati ritrovati in una busta di plastica sulle rive del fiume San Juan, non nella discarica.  La nuova perizia, pertanto, “non conferma né smentisce l’ipotesi della PGR”, hanno dichiarato i periti argentini il 2 aprile [13]. Pertanto, dopo un’assemblea presso la normale di Ayotzinapa, i genitori dei 43 studenti e le organizzazioni della società che li sostengono hanno deciso di riprendere le mobilitazioni e le proteste a partire dal 6 aprile. Il Comitato Studentesco della nella scuola “Raúl Isidro Burgos” ha cominciato una sospensione indefinita delle attività e alcune organizzazioni, capeggiate dal “Campamento de los 43” hanno chiuso simbolicamente i cancelli della sede della PGR a Città del Messico.

La verità è oggetto di una guerra sporca in Messico, è stuprata dalla disonestà e dal cinismo ufficiali, mentre sta alla società, ai media autonomi e ai ricercatori indipendenti mantenere vive la memoria e le ricerche. Quello che segue è un tentativo (ben riuscito) in tal senso.

 

ayotzinapa_2Comunicato del 3 aprile 2016 – Collectif Paris-Ayotzinapa – parisayotzi@riseup.net

Nel gennaio 2015 il procuratore generale della Repubblica messicana, Jesús Murillo Karam, ha presentato le conclusioni del governo sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa vittime di sparizione forzata a Iguala il 26 settembre 2014. Secondo la sua versione i 43 studenti sarebbero stati assassinati dalla criminalità organizzata, i loro corpi bruciati nella discarica pubblica di Cocula e le loro ceneri gettate in un fiume sottostante. Nel settembre 2015 il GIEI (Gruppo Internazionale di Esperti indipendenti), nominato della CIDH (Commissione Interamericana dei Diritti Umani), ha reso pubblico un rapporto che rimetteva in discussione questa versione (qui il video della conferenza stampa). Questo rapporto raggiungeva le stesse conclusioni di quelle di numerosi specialisti tra cui l’Equipe Argentina d’Antropologia Forense (EAAF) che aveva determinato che non c’erano elementi scientifici che permettessero d’assicurare che i 43 studenti erano stati calcinati presso la discarica di Cocula. Messo davanti a queste perizie, che contestavano la cosiddetta “verità storica” di Murillo Karam, il governo messicano ha deciso d’effettuare un terzo studio servendosi di un nuovo gruppo di specialisti in tema d’incendi e fuoco.

Per questa perizia la PGR (Procura Generale della Repubblica) ha chiesto la collaborazione del GIEI che ha accettato di partecipare a condizione che tutte le decisioni fossero prese congiuntamente. Il primo aprile 2016 il nuovo gruppo di specialisti nominato dalla PGR e il GIEI ha reso alle autorità messicane un rapporto con alcuni risultati preliminari del proprio lavoro. Contrariamente a quanto convenuto con il GIEI, la PGR ha deciso unilateralmente di rendere immediatement pubblici i risultati di queste perizie. Ha dunque indetto una conferenza stampa che ha avuto luogo il giorno stesso e in cui i giornalisti non hanno avuto la possibilità di fare domande. Ricardo Damián Torres, membro de l’equipe di specialisti, s’è incaricato di fare da portavoce di tutto il gruppo. Contrariamente a quanto il signor Torres aveva indicato al GIEI prima della conferenza stampa, il suo messaggio non si è affatto limitato a segnalare l’impossibilità, al momento, di confermare o rifiutare l’ipotesi della calcinazione degli studenti nella discarica di Cocula. Anzi, è stata fatta allusione a elementi della ricerca che non erano ancora stati analizzati dal GIEI e sui quali non c’era consenso tra tutti i membri del gruppo di specialisti.

In questa conferenza di 4 minuti la PGR ha concluso che c’è stato un evento incendiario controllato di grandi dimensioni e che nella discarica sono stati ritrovati i resti umani di almeno 17 persone incenerite sul posto e che questo permette di formulare l’ipotesi che si tratti dei resti degli studenti scomparsi. La versione della procura si basa principalmente sulle confessioni, probabilmente ottenute sotto tortura (vedere rivista Proceso, 12 settembre 2015) di tre presunti sicari che hanno confessato di aver bruciato gli studenti presso la discarica di Cocula. Eppure, il 9 febbraio 2016 l’Equipe Argentina d’Antropologia Forense (EAAF), in una conferenza stampa durata oltre un’ora e mezza, aveva presentato in modo dettagliato i risultati della sua ricerca nella discarica (che era stata realizzata dal 27 ottobre al 6 novembre 2014, cioè solo un mese dopo la tragedia). Da questa perizia emerge che gli elementi probatori testimoniali forniti dai presunti sicari non concordano con le prove fisiche raccolte sul campo.

L’equipe argentina (cf. ALLEGATO 1) ha dimostrato che nella discarica ci sono stati, sì, molteplici episodi di fuoco controllato, ma che nessuno di essi ha avuto le dimensioni ipotizzate dalla PGR, né ha potuto avere luogo nella notte del 26 settembre 2014. L’EEAF ha trovato nella discarica i resti di almeno 19 individui, tra i quali compaiono due protesi dentali che non corrispondono ai profili degli studenti. L’equipe insiste sul fatto che questi 19 corpi sono stati molto probabilmente calcinati in momenti diversi e che ciò è da mettere in relazione con il contesto delle sparizioni forzate nella zona di Iguala. In effetti, in seguito alla sparizione dei 43 studenti e alle ricerche nella regione, sono stati denunciati a Iguala più di 300 casi di sparizione che sono stati commessi negli ultimi 4-5 anni e nei dintorni sono state scoperte dozzine di fosse clandestine. Per questo l’EAAF, al contrario della procura, afferma che ad oggi non c’è nessun prova fisica che permette di stabilire un legame tra i resti rinvenuti a Cocula e gli studenti scomparsi.

La sola prova al riguardo è costituita dall’osso che ha permesso l’identificazione dello studente Alexander Mora Venancio. Questo frammento osseo è stato ritrovato da membri della Marina all’interno di una busta di plastica scoperta sulle rive del fiume San Juan, in seguito alle confessioni dei presunti sicari. L’EAAF non era presente al momento del rinvenimento e, in mancanza di una catena di custodia, non è in grado di confermarne la provenienza. Il governo, d’altro canto, non ha permesso agli esperti del GIEI d’interrogare i membri della Marina che l’avevano ritrovata.

L’identificazione è stata eseguita dal laboratorio di medicina legale dell’università di Innsbruck, che è stato incaricato dal governo messicano d’analizzate 17 resti calcinati. Il solo frammento per cui è stato possibile estrarre il DNA nucleare è l’osso di A. Mora Venancio. Questo frammento, secondo l’EAAF, presentava un colore diverso, una dimensione maggiore e un minor grado d’esposizione al fuoco degli altri frammenti ossei ritrovati nella discarica o nelle buste. Gli altri campioni, essendo troppo calcinati per poterne estrarre il DNA nucleare, sono stati sottoposti a una procedura sperimentale per l’estrazione del DNA mitocondriale. Grazie a questo metodo gli esperti hanno trovato una corrispondenza con la madre dello studente Jhosivani Guerrero de la Cruz, ma la coincidenza genetica è debole in termini statistici e l’EAAF considera che questo risultato non permette un’identificazione definitiva, soprattutto se si tiene in conto il numero degli scomparsi nella regione. Inoltre il frammento in questione proveniva, anch’esso, dalla busta recuperata nel fiume. Il laboratorio di Innsbruck ha eseguito i test del DNA sul resto dei campioni e consegnerà i risultati nei prossimi giorni.

Insomma, in questa nuova ricerca realizzata un anno e mezzo dopo i fatti la PGR non apporta nuovi dati rispetto alle perizie precedenti, però ne ricava conclusioni differenti. Affermando che almeno 17 persone sono state bruciate nella discarica durante uno stesso evento incendiario, la procura cerca di eliminare le incoerenze tra le prove fisiche e le testimonianze dei sicari e d’imporre, così, la sua “versione storica” dei fatti. Il modo in cui questi risultati sono stati resi pubblici mostra nuovamente l’incompetenza del governo, il suo autoritarismo e il suo disprezzo per le vittime e i loro cari, non solamente per i 43 studenti di Ayotzinapa ma per centinaia di desaparecidos della regione di Iguala, alcuni dei quali potrebbero essere stati bruciati nella discarica di Cocula (basti pensare alla citata protesi dentale non appartenente ad alcun studente di Ayotzinapa).

Tutto questo accade in un contesto molto delicato. Infatti, malgrado la richiesta delle famiglie dei 43 di prolungare il mandato del GIEI, che scade in aprile, il governo ha deciso di non rinnovare la missione del Gruppo, nonostante il caso degli studenti, tuttora desaparecidos, sia lontano dall’essere risolto. Inoltre, da qualche mese, i membri del GIEI sono oggetto di una ignobile campagna di discredito su certi mezzi di comunicazione messicani e nelle reti sociali. Il governo messicano non ha mostrato nessuna volontà di mettere fine a queste diffamazioni che, sia beninteso, mirano a screditare il lavoro fatto dal GIEI. Al contrario, le autorità messicane hanno dato seguito a una denuncia infondata sporta contro il segretario esecutivo della CIDH, Emilio Álvarez Icaza, riguardante una presunta appropriazione indebita di fondi pubblici da parte del GIEI.

Non è la prima volta che il governo di Enrique Peña Nieto si mostra ostile verso gli organismi internazionali che denunciano la violazione dei diritti umani in Messico. Nel marzo 2015, quanto il relatore speciale dell’Onu sulla tortura, Juan Méndez, ritenne che la tortura in Messico era una pratica generalizzata, fu definito dalle autorità messicane “non professionale e non etico” (commento fatto da Juan Manuel Gómez Robledo, che all’epoca era responsabile dei diritti umani presso il Ministero degli Esteri e che è attualmente l’ambasciatore messicano in Francia). Inoltre la nuova autorizzazione per una visita che Juan Méndez ha richiesto al governo messicano per continuare il suo lavoro nel 2016 è stata appena rifiutata col pretesto di problemi di calendarizzazione.

L’informazione diffusa in Francia (e in genere in Europa) riguardante la nuova perizia non considera altro che il messaggio lanciato in conferenza stampa dal governo. Vi invitiamo a esaminare il comunicato stampa che il GIEI ha pubblicato immediatamente dopo la conferenza della PGR e in cui denuncia le manovre delle autorità messicane e le loro mancanze nel rispetto degli accordi sottoscritti. Vi invitiamo inoltre a entrare in contatto con le famiglie dei desaparecidos e con gli studenti che hanno subito l’aggressione del 2014 per conoscere la loro versione dei fatti. I familiari e i cari dei 43 rifiutano categoricamente l’annuncio fatto il primo aprile e sono determinati a continuare la loro lotta finché non si arrivi alla verità e alla giustizia.

Restiamo a vostra disposizione e vi invitiamo a mettervi in contatto con noi per ulteriori informazioni.

 

ALLEGATO 1 Conferenza stampa del 9 febbraio 2016 dell’Equipe Argentina d’Antropologia Forense (EAAF)

Ecco le principali conclusioni del gruppo di esperti argentini:

  • Rapporti metereologici realizzati da varie istituzioni registrano precipitazioni piovose nella zona di Cocula durante la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Inoltre, le immagini satellitari confermano l’assenza di fuoco a tale data.
  • I 138 elementi balistici (bossoli e proiettili) ritrovati nella discarica provengono da almeno 39 armi da fuoco distinte. Si tratta per lo più di armi da spalla, mentre i presunti testimoni parlano di armi da pugno. Inoltre, alcuni di questi elementi balistici erano arrugginiti, il che significa che la loro presenza nella discarica precede la scomparsa degli studenti.
  • L’analisi del suolo, della vegetazione, di insetti e di escrementi animali ha dimostrato che nella discarica sono avvenuti numerosi episodi di fuoco controllato con differenti epicentri, il che è confermato dalle immagini satellitari degli ultimi anni. Per di più, dei tronconi d’albero sono stati ritrovati nel punto in cui, secondo i sicari, si trovava la pira usata per bruciare i corpi. Se l’indicazione dei sicari fosse esatta, i tronconi dovrebbero essere, anch’essi, completamente carbonizzati.
  • Nella discarica sono stati trovati centinaia di frammenti ossei carbonizzati che non possono essere stati calcinati in un solo evento incendiario, perché presentano differenti livelli di esposizione al fuoco e perché sono sparpagliati in vari punti della discarica. Basandosi sulle “rocche petrose” (che sono le ossa del cranio più resistenti) presenti nella discarica, l’EAAF ha calcolato che tali resti umani appartengono ad almeno 19 individui diversi. Tra questi resti, figurano due protesi dentarie, di cui una è fissata su una mandibola. Siccome nessuno degli studenti di Ayotzinapa portava protesi, nella discarica sono sicuramente presenti resti umani non attribuibili agli studenti.

Note

[1] (Legati a indagini di competenza federale e di ogni stato) http://secretariadoejecutivo.gob.mx/rnped/datos-abiertos.php

[2] https://youtu.be/aevgXsqTEIw  o http://www.hchr.org.mx/index.php?option=com_k2&view=item&id=767:declaracion-del-alto-comisionado-de-la-onu-para-los-derechos-humanos-zeid-ra-ad-al-hussein-con-motivo-de-su-visita-a-mexico&Itemid=265

[3] Steve Fisher y Anabel Hernández, Iguala, la historia no oficial, http://www.proceso.com.mx/390560/iguala-la-historia-no-oficial

[4] http://centroprodh.org.mx/GIEI/

[5] https://www.centrodemedioslibres.org/2015/09/06/informe-ayotzinapa-del-grupo-interdisciplinario-de-expertos-independientes-de-la-cidh/

[6] AAVV, México, la Guerra invisible. Informe de Libera contra las mafias. http://www.red-alas.net/wordpress/wp-content/uploads/2015/09/DossierMexico_LIBERA_ESP.pdf (pp. 52-55)

[7] José Reveles, Échale la culpa a la heroína, Grijalbo, 2015.

[8] Denise Maerker. Ayotzinapa, incompetencia y manipulación. http://www.eluniversal.com.mx/entrada-de-opinion/columna/denise-maerker/nacion/2015/09/8/ayotzinapa-incompetencia-y-manipulacion

[9] http://www.radioformula.com.mx/notas.asp?Idn=581856&idFC=2016

[10] http://www.oas.org/es/cidh/sesiones/docs/Calendario-157-audiencias-es.pdf

[11] Comunicado completo http://aristeguinoticias.com/2403/mexico/ongs-europeas-respaldan-en-un-comunicado-al-giei/

[12] http://www.seguridadjusticiaypaz.org.mx/

[13] http://aristeguinoticias.com/0204/mexico/el-tercer-peritaje-sobre-cocula-no-afirma-ni-niega-hipotesis-de-la-pgr-peritos-argentinos/

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L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán https://www.carmillaonline.com/2016/01/30/lultimo-narcos-epopea-e-segreti-del-chapo-guzman/ Fri, 29 Jan 2016 23:00:32 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28358 di Fabrizio Lorusso

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante [...]]]> di Fabrizio Lorusso

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Guzmán sta seduto al suo posto vicino al finestrino, in canotta, con lo sguardo perso nel vuoto e la testa reclinata sul vetro. Pensoso, con un suo scagnozzo affianco, e provato dopo un risveglio di sparatorie e fuggifuggi. Il cartello di Sinaloa, conosciuto anche come del Pacifico o Federazione, è l’organizzazione criminale più potente del continente americano e probabilmente del mondo. Muove la gran parte dell’eroina, della cocaina, della marijuana e delle droghe sintetiche negli Stati Uniti e ha espanso le sue attività illegali nel pregiato mercato europeo, in Asia e in Oceania, dove i prezzi degli stupefacenti crescono ancora promettendo lauti guadagni. Il cartello di Sinaloa la fa da padrone nella spartizione di una torta globale psicotropica stimata tra i 300 e i 400 miliardi di dollari. E’ forte a New York come a Buenos Aires ed è presente in ogni grande città tra queste due. Al di là del tradizionale business delle droghe, i cartelli messicani hanno diversificato le loro attività delinquenziali orizzontalmente, cioè si dedicano al contrabbando di metalli preziosi e petrolio, al commercio di armi e alla tratta di persone, al traffico di migranti, all’estorsione, al sequestro di persona, al riciclaggio, e a un’altra dozzina di tipologie criminali.

Capitolo 1. Il Cartello

winslow cartelLe aree degli affari mafiosi non dipendono da una sola persona ma da reti, franchigie, gruppi, bande, strutture, organizzazioni, connivenze e associazioni che tendono a persistere: morto un Papa, cioè un boss, o smantellato uno degli anelli della catena, se ne fanno altri o altri già ne esistono, mentre i flussi globali di merci e servizi seguono il loro corso. In seguito all’arresto di un capo o allo smantellamento del grosso delle sue reti, possono avvenire scissioni o ristrutturazioni all’interno dell’organizzazione. Alcuni gruppi, clan o famiglie provano a “lavorare in proprio” o si specializzano in uno o più business criminali su cui avevano acquisito un vantaggio competitivo.

Circolano queste ipotesi circa le possibili future evoluzioni del cartello di Sinaloa che, sia ora sia nel precedente periodo di incarceramento del Chapo (febbraio 2014-luglio 2015), ha continuato a funzionare “normalmente” vista la solidità dei suoi affari e delle sue ramificazioni. E grazie anche ad altre leadership consolidate: c’è Ismael “El Mayo” Zambada, suo figlio “El Vicentillo”, attualmente neutralizzato e in carcere negli USA, i figli di Joaquín Guzmán o vecchie glorie come Rafael Caro Quintero che, nel silenzio, potrebbe essere tornato in attività dopo la sua liberazione nel 2013. E infine c’è anche “El Azul”, Juan José Esparragoza Moreno, capo storico dato per morto nel giugno 2014 ma che pare possa essere redivivo secondo varie fonti.

Infine, come sostiene lo scrittore noir americano Don Winslow, autore dei bellissimi Il potere del cane (2005) e Il cartello (2015), c’è e lì resta il Cartello, inteso non solo come l’organizzazione criminale, ma anche come tutto quello che ci sta intorno e la fa funzionare, ossia gli apparati dello stato, le polizie e i politici implicati nel contrabbando di stupefacenti o nella protezione di tali illeciti commerci (ascolta qui un’interessante intervista del giornalista di RSI Daniel Bilenko allo scrittore).

Missione compiuta? E Gisela Mota, la sindaca ammazzata?

gisela mota“Missione compiuta: ce l’abbiamo. Voglio informare i messicani che Joaquín Guzmán Loera è stato arrestato”. Arriva alle 12:19 PM – 8 Jan 2016 il cinguettio di @EPN, account twitter del presidente del Messico Enrique Peña Nieto. Per lui e il suo esecutivo è un momento di rivincita e festeggiamenti, mentre le voci critiche parlano di una “finzione compiuta”, alludendo alle incoerenze nelle narrazioni che si susseguono ora dopo ora, alle filtrazioni premeditate di informazioni e dettagli, secondo un copione occulto, e infine alla pomposità dello spettacolo presidenziale riprodotto dalle TV.

Tra l’altro la ricattura del boss arrivava proprio in un momento delicatissimo, con un timing e una precisione impressionanti. Il 2 gennaio, infatti, veniva uccisa Gisela Mota, neosindaca di Temixco, vicino a Cuernavaca, nella regione del Morelos, da un commando armato di presunti narcos del gruppo dei Los Rojos. Questi, come i tristemente famosi Guerreros Unidos, sono una cellula scissionista dell’ex potente cartello dei fratelli Beltrán Leyva, a loro volta fuoriusciti da quello di Sinaloa nel 2009.

La notizia del crudele assassinio, perpetrato nella casa della giovane funzionaria nel secondo giorno del suo mandato di fronte ai suoi familiari, ha fatto il giro del mondo, mettendo nei guai il governo e il presidente, giusto nel mese in cui si preparava la sfilata nella vetrina del World Economic Forum. In terra azteca sono un centinaio i presidenti municipali, come sono chiamati i sindaci nei comuni, ammazzati negli ultimi dieci anni. Gisela non s’era piegata ai dettami della delinquenza organizzata della zona, sempre più confusa e infiltrata nelle polizie locali e statali. Graco Ramírez, governatore del Morelos, ha approfittato del femminicidio mafioso per assumere pieni poteri sulle polizie dei comuni, il che di per sé non risolve le gravi disfunzioni di questi corpi corrotti, putrefatti. Di fatto gli osservatori più attenti, tra cui il poeta attivista Javier Sicilia, attribuiscono proprio all’incapacità e ai contuberni del governo statale la deriva violenta degli ultimi cinque anni. Si protegge il crimine organizzato, i suoi affari e i loro complici nella funzione pubblica, ma non si tutelano gli amministratori e i politici onesti che sono minacciati.

Quando in Italia e in Colombia la violenza crebbe sproporzionatamente fino a toccare il cuore del mondo politico e dell’élite, lo scossone cominciò a smuovere l’opinione di coloro che vivevano nel e del sistema politico-mafioso e della classe dirigente nel suo complesso. Il dilemma era diventato: o noi, o loro. E quindi arrivarono misure d’emergenza e maxiprocessi. E’ la spiegazione del paradosso che hanno vissuto questi paesi a detta dell’accademico Edgardo Buscaglia. In Messico, invece, gli assassini politici a tutti i livelli non hanno provocato nessuna reazione complessiva e decisa del sistema e nel sistema, per cui la violenza pare inarrestabile.

chapo entrevistaEcco che allora prendere il Chapo diventa strategico, vitale, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Le critiche per l’insicurezza e l’indignazione per l’ennesimo crimine di stampo mafioso vengono smorzate e, almeno momentaneamente, dimenticate dinnanzi allo show del jefe de jefes che viene scortato nell’aeroporto Benito Juárez della capitale. L’intervista dell’attore Sean Penn al Chapo, che esce sulla rivista Rolling Stone il 9 gennaio, e la persecuzione contro lo stesso Penn e l’intermediaria dell’incontro, Kate del Castillo, fungeranno da distrazione massiva per tutto gennaio e oltre, mentre la memoria di Gisela Mota e delle altre vittime della narcoviolenza e del narco-stato solo viene difesa da parenti, movimenti sociali e media indipendenti.

Il 22 febbraio del 2014 il capo sinaloense era stato imprigionato, ma il 12 luglio di un anno dopo era riuscito a fuggire clamorosamente dal carcere di “massima sicurezza” El Altiplano, nei pressi della capitale, grazie a un tunnel di un chilometro e mezzo scavato sotto la prigione. Fu uno sberleffo per i responsabili della sicurezza e specialmente per il governo che dal momento del suo insediamento, nel dicembre 2012, ha provato a costruire di fronte al mondo l’immagine di un Paese sicuro e moderno, pronto ad accogliere investimenti e capitali offrendo le garanzie di un vero stato di diritto e d’una economia dinamica. Che poi in soldoni non si traduce in sicurezza sul lavoro, diritti, certezza della legge e responsabilità sociale, come il discorso ufficiale ambiguamente prova a comunicare, ma in una forza lavoro sottopagata, ricattabile e “ben disciplinata”, in vantaggi fiscali enormi per le multinazionali, nella privatizzazione di educazione, salute e beni comuni e infine nell’apertura allo sfruttamento delle risorse naturali, in primis quelle minerarie ed energetiche.

Capitolo 2. Ayotzinapa

Di lì a poco, il 26 settembre, la “notte di Iguala” avrebbe nuovamente e definitivamente stravolto i sogni di gloria dell’esecutivo, rivelando le trame della narco-politica e della narco-polizia, così come la volontà di governo e procura di sotterrare il caso, occultare responsabilità e adulterare le indagini. Ma ormai non si poteva più lasciare all’oscuro il grosso dell’opinione pubblica nazionale e internazionale e i genitori dei 43 ragazzi, sostenuti da un solido e indignato movimento di protesta, sono diventati subito una spina nel fianco, ancor più di quanto non lo fosse stata la fuga del boss più ricercato e ricco del mondo (leggi qui gli articoli su Iguala-Ayotzinapa).

Tanto in là s’è spinta la brama di manipolare, prima, e chiudere, poi, il caso, oltreché di zittire le proteste e le voci discordanti, che è stata creata una confusa “verità storica”, sbandierata messianicamente come “buona e giusta” dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam. Era invece fallace e menzognera, un insulto. L’effetto boomerang è stato dirompente e il movimento di sostegno ai genitori di Ayotzinapa e alle vittime di sparizione forzata, tra cui si contano migliaia di centroamericani, oltre che 30mila messicani, s’è internazionalizzato e rinforzato, malgrado le continue denigrazioni mediatiche e la repressione fisica di attivisti e giornalisti.

Gli studenti restano desaparecidos, cioè in un limbo burocratico e ontologico tra la vita e la morte, introvabili, per cui campeggiano i loro volti e i loro nomi, giganti di dignità e lotta, per le strade e le piazze, come a simboleggiare e denunciare le infinite impotenze e corruzioni strutturali dei diversi apparati statali coinvolti nei delitti commessi contro di loro. Il rischio che venga riconosciuto internazionalmente il crimine di lesa umanità per il caso Iguala-Ayotzinapa è alto e concreto e il presidente, che è capo supremo delle forze armate, ne dovrebbe rispondere direttamente. I pochi “punti d’immagine” che gli restano sarebbero immediatamente seppelliti in una delle tante fosse comuni dell’oblio, colme di ossa e segreti di stato, di cui per lungo tempo s’è voluta negare financo l’esistenza. Ma prima di tornare al Chapo…

Ayotzi 2016Breve aggiornamento

Al termina di una carovana che ha portati in 15 stati della repubblica messicana, il 26 gennaio 2015, a 16 mesi dalla sparizione dei loro figli, i genitori di Ayotzinapa e i movimenti solidali hanno marciato per le strade di Città del Messico e hanno chiamato i collettivi all’estero a realizzare una giornata globale di protesta. La rivista Proceso ha pubblicato un reportage che mostra come vi sia del materiale audiovisuale importantissimo per il caso che è estato lasciato fuori dalle indagini ufficiali e come nella notte del 26 settembre 2014 il C4 (Centro di Controllo, Comando, Comunicazione e Computer) di Iguala fosse controllato da militari. Stiamo parlando del più importante snodo per il commercio di oppiacei ed eroina del continente americano. Iguala e i vertici del “pentagono dell’oppio” messicano nello stato del Guerrero sono vigilati da distaccamenti militari, ben informati circa i flussi che vi transitano. Le forze armate sono state protette dal governo durante le indagini e sono blindatissime per cui non è possibile interrogare nessuno dei militari che erano presenti durante i massacri e le desapariciones della notte di Iguala. Nel video occultato dalle autorità si nota chiaramente il passaggio di un convoglio composto da varie auto della polizia e, tra queste, vi sono altri veicoli che potrebbero essere “ufficiali” e avere a bordo funzionari pubblici. Viene quindi confermata la natura organizzata e complessa dell’operazione contro gli studenti sopravvissuti, le vittime e i desaparecidos di Ayotzinapa. Il 5 e 6 febbraio si svolgerà il Primo Incontro Nazionale dell’Indignazione, convocato dai genitori di Ayotzinapa e dai gruppi solidali, per articolare un fronte nazionale di lotta comune.

 

Capitolo 3. La terza cattura

chapo capturado“Burla e sfida”, furono le parole usate da Peña dopo la fuga di luglio. La sua credibilità cadde in picchiata, il mito del narcos Guzmán si consolidava. Invece la sera di venerdì 8, in attesa di una risalita negli indici di gradimento, il presidente appare raggiante di fronte alle telecamere. Declama sorridente la riacquisita solidità di quelle stesse istituzioni che, pochi mesi prima, s’erano mostrate porose e corrotte nel custodire e lasciar scappare il jefe de jefes. Certo, adesso i complimenti veri vanno alla Marina, probabilmente l’apparato meno corrotto e più efficiente nel Messico della narcoguerra, ma vengono profusi altresì elogi e complimenti a tutte le istituzioni e in generale a presunti miglioramenti nello stato di diritto.

Peña s’è vantato dei 98 arresti compiuti dei 122 “obiettivi criminali” prioritari nel Paese. L’opinione pubblica invece si chiede come mai i mercati delle droghe illecite siano fiorenti come mai prima e la violenza di omicidi, sparizioni forzate e sequestri di persona non dia cenni di cedimento. La guerra alle droghe, così com’è stata concepita sin dai tempi di Nixon negli anni ’70, è una sfida persa in partenza. Ciononostante il trionfalismo di Osorio Chong, il ministro degli interni, è imperturbabile: “Oggi il cartello di Sinaloa è totalmente un altro”. “Gli Zetas e il Jalisco Nueva Generación sono polverizzati”, ha chiosato al quotidiano La Jornada provando a ridisegnare a modo suo la mappa del crimine organizzato in Messico. Nel 2015 gli omicidi dolosi hanno superato la cifra di 18mila, in crescita rispetto ai due anni precedenti in cui c’era stato un calo. I desaparecidos sono ufficialmente quasi 27mila, ma Ong e associazioni della società civile ne contano oltre 30mila. L’Ufficio delle Dogane e il Controllo di Frontiera statunitense (CBP, in inglese) in un rapporto del 2010 spiegava che la cattura dei narco-boss non colpisce la dinamica del narcotraffico che, al contrario, vive e si rinnova anche grazie al ricambio dei vertici.

La procuratrice generale della repubblica, Arely Gómez, ha annunciato il ritorno di Guzmán nello stesso reclusorio in cui si trovava prima della fuga, El Altiplano. Ci resterà almeno un anno, mentre s’attendono i risultati dei processi di estradizione negli USA e i vari ricorsi che i suoi avvocati stanno già inoltrando a ripetizione. L’operazione di cattura della Marina messicana è durata alcune ore e il bilancio finale è di un militare ferito, cinque presunti delinquenti uccisi e sei arresti. El Chapo, raggiunto dai marines in una delle sue case-nascondiglio (casa de seguridad, in spagnolo) a Los Mochis, città costiera dello stato del Sinaloa, s’è inizialmente addentrato nei condotti delle fognature per poi riemergere da un tombino nel bel mezzo di un viale e rubare un’automobile. Non era un copione nuovo. Lo accompagnava Orso Iván Gastélum Cruz, alias “El Cholo”, sicario al suo servizio. Con il mezzo sono riusciti ad allontanarsi prima di essere fermati dalla polizia federale. Dapprima i due hanno cercato di corrompere i poliziotti, senza successo. Poi, una volta ammanettati, sono stati condotti in un motel dove i marines li hanno chiusi in una stanza e fotografati in attesa dei rinforzi.

Anche El Cholo è un personaggio interessante, di certo non un novellino: era già stato preso il marzo scorso a Guamúchil, in Sinaloa, e nel 2008 era evaso dal carcere di Culiacán. Il 24 novembre 2012 la reginetta di bellezza Miss Sinaloa venne crivellata durante uno scontro a fuoco tra i pistoleri di Gastélum e l’esercito. Restano ignote le ragioni per cui, dopo l’arresto solo pochi mesi fa, già si trovasse di nuovo in libertà e operativo affianco al suo mentore. La città de Los Mochis, una delle più prospere del Nordovest messicano, vive dal 2009 l’incubo della violenza scatenata dalla scissione tra il cartello di Sinaloa e quello dei fratelli Beltrán Leyva, ormai decadente a livello nazionale ma forte e presente in città. La cattura del Chapo minaccia di far esplodere reazioni a catena che rischiano di mettere a ferro e fuoco l’intera zona.

Trofeo e narco-capitali

MLOS MOCHIS, SINALOA, 08ENERO2016.- En un operetivo realizado por la Marina Armada de México durante la madrugada, fue recaptrado Joaquín "El Chapo" Guzman Lorea. FOTO: ESPECIAL /CUARTOSCURO.COMFOTO: Cuartoscuro ESPECIAL /CUARTOSCURO.COM

Gli USA vogliono El Chapo e ne hanno chiesto l’estradizione il 25 giugno scorso, poco prima della sua fuga. Non se lo sono portati via subito dopo l’arresto per via dello zelo e prontezza dei suoi avvocati che si sono dati da fare sin da prima della cattura. E’ ricercato in sei corti statunitensi per reati di crimine organizzato, traffico di droga, riciclaggio e omicidio, tra gli altri.

Guzmán e Zambada, quest’ultimo ancora a piede libero, sono accusati di 21 reati e le procure sperano di recuperare capitali stimati tra i 4 e i 14 miliardi di dollari, in buona parte ricavati dal traffico di una quantità di cocaina che va da 127 a 465 tonnellate tra il 1999 e il 2014. In Messico un altro grande interrogativo riguarda proprio i patrimoni dei capi estradati. Il rischio di perderli è altissimo, dato che non vengono sequestrati a tempo debito, e dunque la beffa per una società violentata dalla narcoguerra e poi espropriata dei proventi del traffico illecito diventa doppia. La rivista Forbes stimava il patrimonio del Chapo in un miliardo di dollari, chi, o quale governo, riuscirà mai a recuperarne anche solo una quota?

Molti capitali sono già nei circuiti legali, ma non vengono né tracciati né, in caso, sequestrati. Men che meno si riutilizzano socialmente in beneficio delle comunità colpite dalla violenza. E’ il paradiso dell’impunità imprenditorial-criminale, finanziaria e del riciclaggio. Decine di imprese legalmente costituite, anche se legate all’organizzazione criminale, funzionano coll’annuenza o le sovvenzioni dello stato e non sono sottoposte a auditing tributario. L’esperto Edgardo Buscaglia, autore di un libro sul riciclaggio del denaro sporco, sostiene che “non si mette mano al patrimonio del cartello di Sinaloa perché la stessa classe politica ha paura di farlo visto che ci sarebbero ripercussioni sul finanziamento delle campagne elettorali”. Inoltre, sul tema dell’estradizione, Buscaglia ritiene che sarebbe l’ammissione del collasso dello stato messicano e che “se succede, nel processo giudiziario il PM americano si concentrerà sui delitti commessi negli USA e non coinvolgerà la classe politica messicana […] cioè coinvolgerà alcuni imprenditori messicani e statunitensi ma non la classe politica nel suo insieme”.

chapo sierra esconditeContro la brama statunitense di mettere le mani sul loro cliente gli avvocati del boss difendono coi cosiddetti “amparos”, strumenti legali del diritto messicano che bloccano temporaneamente i processi per tutelare i diritti dell’accusato. Dunque ci potrebbero volere mesi o anni, sempre che la volontà politica del capo dell’esecutivo si orienti per l’estradizione. La PGR, Procura Generale della Repubblica, vi s’era opposta nel 2014, ma ora ha cambiato opinione, così come l’esecutivo di Peña che comunica posizioni possibiliste. E d’altronde è una scelta quasi obbligata, dopo quanto è successo. “Non ci sono prigioni adatte al Chapo in Messico”, ha sentenziato a ragione il giornalista e specialista di criminalità organizzata Ricardo Ravelo. “La notizia dell’arresto è stata una sorpresa all’inizio perché nessuno credeva che lo stessero cercando dopo la sua fuga che, a detta di molti dentro e fuori dal Messico, era stata quasi pattuita”, ha spiegato a caldo dopo l’arresto al sito Aristegui Noticias. “Più che un colpo della Marina, sembra che ci sia stato un errore di logistica del team di Guzmán”, ha aggiunto.

Tra burocrazie e ritardi, oltre ai dovuti passaggi legali, El Chapo avrà il tempo per provare a fuggire di nuovo trovando spiragli nelle maglie del sistema penale e carcerario. Oppure per negoziare con calma un accordo con gli Stati Uniti da un posizione di forza, magari in seguito a una ammissione di colpa e al pagamento di una multa milionaria. Ci sta lavorando su la sua squadra di difensori: erano ben sette nel 2014, ma ora ne sono stati ratificati solo due. D’altronde un’estradizione fast track violerebbe i diritti del boss e sarebbe l’ammissione dell’impotenza di una lunga serie di istituzioni messicane, ossia il contrario di quanto ha cercato d’affermare il governo dopo la sua cattura.

A cosa starà pensando El Chapo? Era la domanda iniziale. Di certo l’elaborazione di un nuovo piano di fuga è un’ipotesi plausibile, nonostante i notevoli mezzi messi in campo per la sicurezza della cella e dell’intero penitenziario: un centinaio di federali all’esterno e trentacinque custodi all’interno, cinque filtri di controllo e due elicotteri all’esterno e persino un mastino (con la museruola) all’interno. Il boss sinaloense, almeno per il momento, non gode più delle prerogative che aveva in prigione nel 2014, cioè le visite intime di sua moglie, la ventiseienne Emma Coronel, la televisione con casse acustiche e non con le cuffie e incontri più lunghi del normale coi suoi avvocati-messaggeri. In alcune occasioni aveva anche ricevuto visite di una deputata dello stato del Sinaloa, Lucero Guadalupe Sánchez, del partito conservatore Acción Nacional, la quale s’era introdotta con documenti falsi e, secondo le versioni giornalistiche dei fatti, aveva una relazione sentimentale con El Chapo.

Capitolo 4. Estradizione?

chapo pena nietoCi sono motivi validi contro l’estradizione. Da una parte il governo cerca di difendere almeno una qualche parvenza di autonomia e sovranità nella sua relazione col Paese vicino, dall’altra esiste il rischio concreto che un capo storico come Guzmán possa trasformarsi in collaboratore di giustizia negli USA e rivelare le complicità nel mondo politico e imprenditoriale che gli hanno permesso di evadere due volte e di creare un’organizzazione criminale tra le più potenti del mondo, presente in 59 paesi. In questo caso si scoperchierebbe un vaso di Pandora che potrebbe provocare un collasso del sistema politico messicano, oppure, vista la capacità di persistenza dell’élite al potere, solo qualche rimpasto e giustificazione da sotterrare col sostegno dei mass media “amici” alla prima occasione. El Chapo potrebbe testimoniare addirittura contro alcuni membri della sua stessa organizzazione, ormai usciti dalle sue grazie, in cambio di sconti di pena e altri benefici. Si vedrà, ma intanto c’è ancora tempo prima che la giustizia americana e la messicana seguano il loro corso. C’è tempo anche per digerire la massa di opinioni e dichiarazioni che nei cinque continenti cercano di spiegare questo arresto e le complesse evoluzioni della “guerra alle droghe”.

La fuga del trafficante sinaloense nel luglio 2015 aveva provocato un problema di stato, comparabile solo alla crisi di legittimità provocata dal caso dei 43 studenti di Ayotzinapa e dalla conseguente emersione delle trame della narco-politica. Quindi, così come era successo con la “versione storica” delle autorità sui 43, la cattura del Chapo viene ora esibita come un successo, un trofeo, ma potrebbe trasformarsi in un nuovo incubo per l’intera classe politica e generare un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Inoltre per l’evasione dell’anno scorso sono sotto processo solo pesci piccoli dell’amministrazione del carcere e quel gravissimo scandalo sta rientrando senza grossi scossoni.

ESTRADIZIONE BOSS MESSICOLa logica e gli argomenti del governo messicano in tema di estradizione dei baroni della droga sono state storicamente erratiche e poco incomprensibili: il leader del cartello del Golfo è stato inviato negli USA, ma un suo successore, Eduardo Costilla “El Coss”, è rimasto in Messico; quando era possibile farlo, Guzmán Loera non è stato estradato, mentre il figlio e il fratello de “El Mayo” Zambada sì (vedi infografica di Insight Crime). Un caso clamoroso è quello del ex capo del cartello di Guadalajara Rafael Caro Quintero, coinvolto nell’omicidio dell’agente americano della DEA (Drug Enforcement Administration) Enrique Camarena nel 1985, poi condannato e imprigionato, il quale è stato liberato “per motivi tecnici” da una corte messicana nel 2013. Ora è latitante. Lo stupore e l’indignazione statunitensi raggiunsero l’apice dopo la sua scarcerazione. Ad ogni modo la decisione sull’estradizione resta squisitamente politica, tecnicamente nelle mani del Ministero degli Esteri, e per adesso El Chapo è considerato “estradabile”.

Bio e un po’ di storia

Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, comunità La Tuna, città di Badiraguato, stato di Sinaloa, 4 aprile 1957. Figlio di Consuelo ed Emilio, copia di contadini, genitori di undici figli, otto maschi e tre femmine, cresciuti in povertà e senza possibilità di studiare oltre le scuole elementari in una casa dal tetto di lamiera. Una storia abbastanza comune nel Messico rurale.

Dopo anni d’esperienze come coltivatore di amapola o papavero da oppio durante l’adolescenza, il “padrino” del mitico cartello di Guadalajara degli anni ottanta, Miguel Ángel Félix Gallardo, prende il giovane Guzmán Loera al suo servizio e questi si fa le ossa nella principale organizzazione per il contrabbando di stupefacenti nel Paese. Tra il 1985 e il 1989 i principali capi dell’organizzazione vengono arrestati e comincia la lotta per la successione.

Chapo Guzman FUGAS infografica TeleSurIl Padrino stabilisce dalla prigione una spartizione dei territorio tra le varie famiglie e gruppi, anche se poi gli equilibri non reggono. Guzmán si allea con Ismael “El Mayo” Zambada e nasce il Cártel de Sinaloa o Pacífico. I fratelli Arellano Félix fondano l’organizzazione di Tijuana e Amado Carrillo si stabilisce a Ciudad Juárez. Carrillo decide di modificare i suoi tratti somatici e si reca in una clinica privata di Città del Messico. E’ il 1997. I medici “sbagliano” la dose di anestetici e lo uccidono. La pagheranno cara e moriranno tutti ammazzati. Negli anni Novanta Amado Carrillo era riuscito a dominare la scena del narcotraffico ed era noto come “Il Signore dei Cieli”. In Messico l’omonima serie di successo è arrivata alla quarta stagione. Nel 1993, durante una sparatoria tra sicari del Chapo Guzmán e pistoleri degli Arellano Félix, viene ucciso il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo a Guadalajara. Guzmán è accusato dell’omicidio e viene arrestato in Guatemala prima di essere spedito in Messico, nelle prigioni di Almoloya e Puente Grande, in Jalisco. Qui, paradossalmente, riesce a rafforzare i suoi affari e nel 2001 evade nascondendosi in un carrello della lavanderia.

I dettagli di questa evasione sono ormai un cocktail di storia e leggenda, ma il fatto certo è che da quell’anno Sinaloa inizia la scalata al potere criminale globale. Tra il 30% e il 50% della coca in entrata negli USA passa dalle sue mani. I colombiani, dopo l’intensificazione dei blocchi navali statunitensi nei Caraibi negli anni ’80, la morte del capo del cartello di Medellín, Pablo Escobar, nel 1993 e l’avvio del Plan Colombia, a direzione statunitense, nel 2002, sono progressivamente soppiantati dai messicani. Nel 2000 in Messico vince il PAN, partito di destra che promette grossi cambiamenti, dopo oltre settant’anni di egemonia del populista PRI. Il fiammante presidente Vicente Fox s’insedia nel dicembre di quell’anno. Il suo successore, Felipe Calderón, anche lui del PAN, governa dal 2006 al 2012 e lancia un’offensiva militare contro i baroni della droga conosciuta come “narcoguerra”. Almeno 100.000 morti in sei anni e decine di migliaia di desaparecidos sono le eredità di quella strategia che, però, non è stata modificata sostanzialente fino ad oggi.

Nel frattempo le droghe sperimentano un boom nei mercati “sviluppati” ed “emergenti”, la globalizzazione e l’impennata del commercio interessa anche loro. El Chapo entra nella classifica di Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato di un miliardo di dollari. Gli anni del PAN sono gli anni in cui Sinaloa diventa “il Cartello”, grazie alle connivenze e alla partecipazione delle istituzioni a tutti i livelli. Nel 2012 il PRI torna al potere e il presidente Peña mantiene i soldati per le strade, continua a ricevere i fondi USA dell’Iniziativa Merida, in diminuzione e criticati ormai anche dal congresso americano, e solo cambia il suo discorso, improntato alla modernizzazione e alle riforme. Le armi made in USA inondano e invadono il Paese. I giornalisti e gli attivisti vengono perseguitati senza tregua, il numero dei desaparecidos cresce a dismisura, la società viene limitata nelle sue possibilità d’espressione, nell’esercizio delle libertà e della democrazia ed è preda della morsa tra autorità inefficienti o corrotte e criminalità organizzata. Due facce della stessa medaglia, frequentemente confuse tra loro o indistinguibili.

Capitolo 5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán

Chapo-Guzmán-y-Sean-Penn1A poche ore dall’arresto di Guzmán la procuratrice Arely Gómez ha dichiarato che l’intenzione del capo di girare un film autobiografico e proprio i suoi contatti con attori e produttori avevano permesso alle autorità di trovarlo, anche se le indagini duravano comunque da sei mesi. Su tutta la vicenda ad oggi restano più domande che risposte.

Il 2 ottobre 2015 l’attore Sean Penn e l’attrice Kate del Castillo, che ha stabilito il contatto tramite gli avvocati del capo, hanno fatto visita a Joaquín Guzmán Loera in una delle sue proprietà sperdute nella sierra tra il Durango e il Sinaloa e hanno passato la serata con lui, con le sue guardie del corpo e i suoi figli. Tequila e tacos a volontà. E anche qualche chiacchiera, giustamente.

Nel gennaio 2012 del Castillo pubblicò un tweet che diventò virale e polemico perché l’attrice affermava, provocatoriamente, di avere più fiducia nel Chapo Guzmán che nel governo messicano. Pare che il boss, che presumibilmente ha avuto diciotto figli con sette mogli e amanti diverse, sia avvezzo ai messaggini di testo e alle donne, quando è in libertà e quando è recluso. Inoltre l’idea del film lo stimolava. Kate del Castillo comunicava con lui servendosi del sistema di messaggeria BBM Black Berry e di lettere manoscritte. Solo a lei, come persona ritenuta di fiducia, El Chapo avrebbe rivelato e concesso i diritti sulla sceneggiatura. Anche per questo è stata fissata una visita in un luogo segreto e alcuni produttori di Hollywood, informati da del Castillo, hanno deciso di contattare Sean Penn che ha accettato di accompagnare la messicana nel viaggio nella sierra occidentale e ha proposto al narcos di realizzare un’intervista.

Però il video di 17 minuti spedito dal Chapo a Kate del Castillo non è stato registrato quella sera ma nelle settimane seguenti. Si tratta di un documento interessante anche se rappresenta più che altro una confessione, un messaggio di Guzmán al mondo, e non una vera e propria intervista in cui il giornalista ha la possibilità di controbattere. D’altronde, per come è stata fatta, non ce n’era il modo. Il testo finale è dovuto passare dall’approvazione del Chapo prima della pubblicazione. In questo senso sono piovute critiche a Rolling Stone e all’autore, accusato di aver costruito l’apologia di un delinquente responsabile di migliaia di morti. Penn ha definito El Chapo “prima di tutto un business man, che ricorre alla violenza quando lo considera vantaggioso per se stesso o i suoi interessi commerciali”.

Una visione forse romantica, anche se un po’ di verità c’è. Stiamo parlando di un impresario e commerciante, ma anche di un capo mafioso corresponsabile di mattanze e atrocità, malgrado l’affabilità e semplicità teatrali che ha sfoggiato nel video e durante la visita degli attori. Grazie ad essi ha potuto lanciare al mondo messaggi importanti, comunicare il suo potere come trafficante e burlarsi in diretta delle “solide istituzioni” propagandate da Peña Nieto. Il tempismo è stato eccellente: il giorno dopo l’arresto è uscita l’intervista, come a voler dare una sberla al governo e a comunicare che il capo resta il capo anche in prigione.

Sean Penn ha accusato le autorità messicane di mettere in pericolo la sua vita. Infatti, la procura ha sostenuto che l’intervista è stata un elemento decisivo per poterlo riacciuffare. Comunque la sua intenzione era quella d’accendere i riflettori su una giusta causa, cioè la denuncia dell’ipocrisia della guerra alle droghe, per cui i morti restano a sud mentre gli stupefacenti e i narco-capitali e le sostanze vanno a nord, e sul ruolo che gli Stati Uniti hanno in essa. In qualche modo c’è riuscito, nonostante le critiche e le speculazioni che immediatamente hanno ricoperto lui e Kate del Castillo. La strategia dei mass media s’è concentrata dunque sui personaggi, sulle frasi dei governanti, sull’etica giornalistica, sui messaggini tra Kate e Guzmán e i suoi legali e su vari dettagli morbosi, ma non sul nucleo del problema e sulle responsabilità a monte dell’ondata di violenza e corruzione che sta distruggendo la società e l’economia messicana.

Rivelazioni, film e depistaggi

chapo kate del castilloEl Chapo voleva eternizzarsi con un film, prodotto da Kate del Castillo e soci, che raccontasse la sua vita e che potesse offrire una visione diversa da quella cristallizzata nei libri, nelle inchieste, negli articoli, nei miti e nelle cronache. Per questo motivo aveva contattato tramite i suoi legali l’attrice messicana, di recente naturalizzata statunitense, che era nota al capo e al grande pubblico per il ruolo da protagonista nella serie La Reina del Sur (La Regina del Sud). Del resto da anni i suoi avvocati fanno da intermediari anche con vari potenziali ghost writer per far scrivere la sua biografia che dovrebbe intitolarsi “El Ahijado”, il figlioccio.

Nella video-intervista El Chapo ha senza dubbio rotto una tradizione, quella dei capi-mafia che mai dichiarano d’essere dei trafficanti, ma si definiscono invece imprenditori o semplici lavoratori e negano ogni vincolo con la delinquenza fino alla fine. “Traffico più eroina, metanfetamine, cocaina e marijuana di chiunque altro al mondo, ho una flotta di sottomarini, aerei, camion e autobotti”, ha dichiarato invece il sinaloense. E poi ha aggiunto, perentorio: “Il giorno in cui io non ci sarò più, non cambierà niente [nei traffici]”. Infine ha ammesso: “Son più di vent’anni che non consumo droghe” e “le droghe distruggono”.

chapo triangulo doradoIl reportage dell’attore, intitolato “El Chapo parla”, ha fatto sorgere dubbi sostanziali sul governo messicano dato che vi si descrive il momento in cui le auto su cui viaggiavano Penn e Kate del Catillo vengono fermate da un posto di blocco dell’esercito. Alcuni soldati riconoscono Alfredo, uno dei figli del Chapo, e lo lasciano passare non senza nascondere un certo imbarazzo. Il testo su Rolling Stone narra di come gli aeroplani del cartello di Sinaloa, a disposizione del gruppo, riescono a rendersi invisibili ai radar di terra e, inoltre, conferma che l’organizzazione criminale è puntualmente informata quando l’esercito esegue perlustrazioni aeree a grandi altezze che possono scoprire i loro movimenti.

Non si tratta di informazioni nuove, ma l’impatto sull’immagine dell’esecutivo è stato dirompente e imbarazzante, così come lo è stato il fatto stesso che un incontro di questo genere si sia potuto realizzare. In qualche modo le affermazioni di diversi funzionari subito dopo l’intervista hanno preannunciato la “vendetta”, cioè il ciclone mediatico e accusatorio contro Sean Penn e, in particolare, contro la sua compagna di viaggio nel ranch del Chapo.

L’attrice è oggetto di continui attacchi che mettono in pericolo persino la sua vita. La procura ha fatto in modo che venissero alla luce informazioni e comunicazioni provate contro di lei secondo un piano-montaggio orchestrato per sviare l’attenzione e colpevolizzare l’attrice. La giornalista Lydia Cacho su Proceso ha parlato di una “persecuzione di stato” che fa sospettare vi siano molti altri segreti inenarrabili dietro a tutta la vicenda e che la “logica della comunicazione politica istituzionale non solo si focalizza sulla spettacolarizzazione del caso, ma anche sulla violazione della legge”. E conclude: “L’impero di Guzmán non esisterebbe senza la connivenza delle autorità federali”. Altro che messaggini e chat. Tutti si chiedono piuttosto dove sono i soldi del Chapo e chi se li intascherà.

La polemica delle alte autorità messicane, gli inviti a comparire delle procure messicane e americane per Penn e del Castillo e l’attacco mediatico contro di loro risponde alla volontà di voler sotterrare i particolari vergognosi di questa storia per lo stato messicano: la prima fuga del narcos grazie alla corruzione di funzionari e politici, la rete intoccata delle imprese legate al cartello, la corruzione nelle forze armate, le menzogne raccontate per tappare la cloaca della narco-politica, l’omicidio di una giovane sindachessa in un territorio fuori controllo e l’impossibilità di offrire spiegazioni per il crimine di stato di Iguala contro gli studenti di Ayotzinapa e per gli altri 26mila desaparecidos. Ecco le vere questioni aperte.

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