Movimento Operaio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 24 Oct 2026 20:06:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E intanto corre, corre, corre la locomotiva…della guerra di classe https://www.carmillaonline.com/2023/03/15/e-intanto-corre-corre-la-locomotiva-della-lotta-di-classe/ Wed, 15 Mar 2023 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76306 di Sandro Moiso

In assenza di più vaste mobilitazioni contro la guerra, che non siano soltanto per implorare la “pace”, fa bene notare e ricordare che uno dei settori del mondo del lavoro più impegnati contro la guerra e i suoi catastrofici effetti sociali ed economici è quello del trasporto ferroviario e marittimo. Non soltanto qui in Italia dove una significativa manifestazione in tal senso si è svolta a Genova, indetta dai portuali, ma anche in Giappone e in Corea, dove sono stati i ferrovieri a promuovere una risoluzione contro il riarmo giapponese [...]]]> di Sandro Moiso

In assenza di più vaste mobilitazioni contro la guerra, che non siano soltanto per implorare la “pace”, fa bene notare e ricordare che uno dei settori del mondo del lavoro più impegnati contro la guerra e i suoi catastrofici effetti sociali ed economici è quello del trasporto ferroviario e marittimo.
Non soltanto qui in Italia dove una significativa manifestazione in tal senso si è svolta a Genova, indetta dai portuali, ma anche in Giappone e in Corea, dove sono stati i ferrovieri a promuovere una risoluzione contro il riarmo giapponese su larga scala. Risoluzione che sottolinea come la guerra iniziata in Ucraina stia trascinando il mondo intero nel vortice della guerra. In cui l’amministrazione statunitense di Biden, mano nella mano con l’amministrazione giapponese di Kishida, intende scatenare una guerra contro la Cina e la Corea del Nord.

Lo scorso dicembre l’amministrazione Kishida ha deciso di stanziare oltre 43 mila miliardi di yen (300 miliardi di euro) in cinque anni in un gigantesco programma di riarmo destinato da un lato a calpestare la vita e le condizioni di lavoro dei salariati e dall’altro una guerra contro la Cina anche a costo di centinaia di migliaia di morti e feriti. Mentre nel bel mezzo di questa situazione, il presidente coreano Yoon Suk-yeol ha attuato una straordinaria repressione nei confronti della KCTU (Confederazione coreana dei sindacati) attraverso la legge sulla sicurezza dello Stato.

Il governo giapponese sembra in questo modo voler cancellare senza vergogna il fatto che l’imperialismo giapponese ha una storia di annessione della Corea e ha posto la Corea sotto una dura dominazione coloniale e anche che l’invasione imperialista giapponese si estese alla Cina e ad altri Paesi asiatici, privando della vita 20 milioni di persone. Oltre che l’oltraggiosa storia dell’arruolamento dei coreani per lavori forzati di guerra. E proprio per questi motivi i ferrovieri giapponesi del sindacato nazionale ferrovieri di Chiba (Doro Chiba) e coreani del Sindacato dei ferrovieri coreani (sede regionale di Seul) si sono impegnati ad unirsi a lottare contro il riarmo.

Mentre in Grecia, ad Atene e Salonicco soprattutto ma anche a Patrasso e in altre città, le violente proteste di piazza scaturite dal grave incidente ferroviario del 28 febbraio in cui hanno perso la vita 57 persone, in prossimità della città di Larissa sulla tratta Atene-Salonicco, hanno visto la partecipazione di almeno 50.000 manifestanti e lo sciopero di 24 ore indetto dalla Federazione ferroviaria panellenica (Pos).

“La mancanza di rispetto mostrata nel tempo dai governi nei confronti delle Ferrovie greche ha portato al tragico risultato di Tempi. Purtroppo le nostre continue richieste di assunzione di personale a tempo indeterminato, migliore formazione, ma soprattutto l’applicazione delle moderne tecnologie di sicurezza, vengono gettate nel cestino” Ha affermato il Pos nel suo comunicato. Concludendo poi, ancora: “Oggi la famiglia Railway è più povera. Oggi la Grecia è più povera. Il giorno dopo il disastro è un giorno di riflessione e di lutto per i nostri colleghi perduti”.

Tutto ciò per sottolineare come il settore dei trasporti e della movimentazione delle merci e delle persone, proprio per la sua funzione strategica sia in tempo di pace che di guerra, abbia da sempre rappresentato e ancora rappresenti un settore vitale e di punta delle lotte dei lavoratori. Per questo motivo hanno fatto bene i compagni della CUB Rail a diffondere nel corso degli ultimi anni una serie di opuscoli, usciti come Quaderni di «CUB Rail Wobbly» (giornale di collegamento tra i ferrovieri), destinati a ricostruire alcuni momenti salienti di queste lotte, a cavallo tra XIX e XX secolo, sia in Italia che all’estero e, nello specifico, negli Stati Uniti.

Opuscoli la cui stesura non è stata affidata a ricercatori o studiosi di ambito accademico, ma quasi sempre al lavoro militante di chi lavora e studia la storia della classe di cui fa parte. Motivo che rende tali pubblicazioni da un lato più accessibili al comune lettore e, dall’altro, più libere di esprimere giudizi, anche storici, più apertamente classisti cosa che, non dimentichiamolo mai, non vuole dire per forza “più ideologizzati”.

Il secondo di tali Quaderni, purtroppo al momento non disponibile poiché esaurito, era infatti dedicato al 1877 La grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi (CubRail quaderno 2, Milano, 15 dicembre 2015). Come si afferma nella prima pagina del testo:

Nel centro di molte città americane sono posizionati grandi arsenali, tetri edifici di mattoni e pietra risalenti al XIX secolo. Sono fortezze con tanto di massicce mura e feritoie per le armi. Qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci facciano in quei luoghi, ma probabilmente non gli sarà mai venuto in mente che vennero costruiti per proteggere l’America non già da un’invasione esterna, bensì contro le rivolte popolari interne. Essi rappresentano un monumento alla grande insurrezione del 1877.

Il testo, che è la traduzione ampliata dai curatori di un testo di Jeremy Brecher1 già comparso alla pagina internet Libcom.org/history/great-upheaval-1877.jeremy-brecher, oltre a ricordarci che fin dagli albori dell’impero americano gli Stati Uniti furono percorsi da vaste ondate di lotte e sollevazioni proletarie, quasi sempre armate, che ben poco hanno da invidiare alla tradizione del movimento operaio europeo, ci rammenta anche che una lotta condotta con decisione e in autonomia di classe può arrivare a stravolgere l’ordine del capitale e dei suoi funzionari in armi e in marsina.

Il luglio 1877 in molti libri di storia non rientra affatto tra le date memorabili; eppure segna il primo grande sciopero di massa degli Stati Uniti, un movimento considerato come una vera e propria ribellione violenta. Gli scioperanti bloccarono e s’impadronirono della più importante industria d’allora della nazione, le ferrovie, le masse sconfissero – o, in ogni caso riuscirono ad avere la meglio – prima sulla polizia, poi sulle milizie statali ed in alcuni casi anche sulle truppe federali.
Lo sciopero generale paralizzò tutte le attività in una dozzina di grandi centri, e gli scioperanti presero la gestione diretta di varie comunità sparse per tutto il paese.
Tutto ebbe inizio lunedì 16 luglio nella cittadina di Martinsburg, West Virginia. Quel giorno la compagnia Baltimore and Ohio Railroad aveva effettuato l’ennesimo taglio dei salari:; si trattava del secondo taglio in otto mesi2.

Lo sciopero derivatone e che andò avanti per alcuni mesi allargandosi, come si diceva prima, a numerose altre città americane, tra le quali, prima di tutte, Philadelphia in cui il governo fu costretto ad inviare un numero rilevante di soldati muniti di 30 pezzi di artiglieria per sedarlo, costituì alla fine un fallimento ma, allo stesso tempo, rivelò il potere che possedevano i lavoratori delle ferrovie di bloccare il traffico su molte linee, anche per molti giorni consecutivi.
Per la prima volta si scopriva la mobilità come arma vincente degli scioperanti, cosa che rendeva chiaro che uno sciopero dei trasporti non può mai essere considerato soltanto locale, come invece può succedere con quello di una fabbrica.

Il terzo quaderno si occupa ancora degli Stati Uniti, Lo sciopero di Pullman3, e precisamente dello sciopero iniziatosi negli stabilimenti della Pullman Palace Car Company, fabbrica di Chicago costruttrice di tram, vetture letto e carrozze ristorante che occupa 50 mila dipendenti e che vede crollare gli ordinativi a seguito del “panico del 1893”, che era ancora parte di quella “Grande depressione” che durava ormai da vent’anni essendo iniziata con il “panico del 1873”.

Il proprietario, George Pullman, taglia i posti di lavoro e salari, aumenta gli orari di lavoro fino a 16 ore giornaliere, e gli affitti e i prezzi dei generi di prima necessità nella città dello stesso nome, alle porte di Chicago, in cui vivono come in un classico villaggio operaio i dipendenti della ditta stessa.
Per sviluppare la lotta contro tale decisione i rappresentanti degli operai si rivolgeranno all’American Railway Union (ARU) un sindacato di ferrovieri che, fondato a Chicago con l’intento di unificare i ferrovieri dispersi in dodici confraternite di mestiere, aveva avuto il suo battesimo del fuoco con la lotta, coronata dal successo, contro la Great Northern Railway, e che nel giro di quindici mesi era riuscito ad avere 45 sezioni locali cui aderivano 150mila ferrovieri.

Non si trattava dunque di un sindacato di fabbrica, ma sfruttando il fatto che Pullman era anche proprietario di alcuni chilometri di ferrovia, e poiché il nuovo sindacato offriva più garanzie e speranze delle confraternite di mestiere dei costruttori treni, il trenta per ceno degli operai di Pullman chiesero l’iscrizione allo stesso. Bell’esempio di collegamento di classe , anche tra settori apparentemente diversi.

Per il 26 giugno 1894 viene fissato l’ultimatum da parte di lavoratori per iniziare la tratattiva con il proprietario, ma ancor prima dello scadere dell’ultimatum si registrano blocchi della circolazione a La Salle; i ferrovieri di Des Moines, Rock Island, della Grand Trunk Railway, della B&O sono pronti alla lotta.

Quando il primo manovratore che a Chicago si rifiuta di agganciare una carrozza Pullman a un treno viene licenziato, scatta l’azione preventiva: in appoggio al primo licenziato e agli operai di Pullman i ferrovieri delle varie compagnie si rifiutano di manovrare treni che abbiano in composizione le vetture Pullman.
In breve lo sciopero dilaga dappertutto. Il 27 giugno scioperano 5mila ferrovieri. Il 28 giugno 40mila, ad ovest di Chicago il traffico è paralizzato. Martin Elliott, dirigente dell’ARU, dichiara sciopero a St. Louis; 80mila lavoratori incrociano le braccia. Il 29 giugno sono 100mila. Il 30 giugno il numero degli scioperanti sale a 125mila, sono 29 le compagnie ferroviarie coinvolte. Presto il numero degli scioperanti salirà a 250mila, con 27 stati dell’Unione coinvolti; considerando tutti i settori che entreranno in lotta la cifra degli scioperanti si fisserà a 660mila. Sei su dieci ferrovieri e degli operai ferroviari in sciopero si sono iscritti all’ARU.
Traffico paralizzato da Chicago a San Francisco; azzerati i trasporti di cereali, ortaggi, frutta, carne; fermo il servizio postale della US Mail, fermi tutti i treni che hanno in composizione vetture Pullman […] Nella settimana fino al 30 giugno su dieci linee ferroviarie di Chicago erano state trasportate 42.892 tonnellate di merci verso est; la settimana successiva erano scese a 11.600; Baltimora & Ohio 52 tonnellate; Big Four Railroad: zero. E così via. I principali quotidiani parlano della più grande battaglia tra capitale e lavoro mai svoltasi negli Stati Uniti e gridano all’insurrezione4.

Ance questo sciopero finirà con una sconfitta e per giungere a ciò, ancora una volta il capitale farà ricorso all’intervento delle forze armate, all’arresto dei dirigenti dell’ARU, che sarà sciolto nel 1897 da Eugene Debs che era tra questi e al licenziamento degli scioperanti delle singole imprese sostituendoli con personale non sindacalizzato. Mentre la Pullman compilava “liste nere” coi nomi degli scioperanti che vennero inviate alle compagnie ferroviarie affinché non fossero più assunti i rivoltosi. Per festeggiare la repressione dello sciopero e diffondere la “pace sociale” il presidente Cleveland e il Congresso approvarono il Labor Day come festa nazionale da celebrarsi il 1° settembre di ogni anno. Ma rimane ancora un gigantesco esempio del perché alla classe e alla sua unità serva, per identificarsi e riconoscersi in antitesi al capitale, la lotta, quella che ancora oggi spaventa e terrorizza padroni, Stato e sindacati istituzionali.

Parlando di lotte, e arrivando finalmente in Italia, il quarto quaderno di Club Rail Wobbly è dedicato allo sciopero dei ferrovieri italiano del 19205. In questo caso è la storia di una vittoria a tutto campo dopo una lotta durata dieci giorni e che farà scrivere al quotidiano del Partito Socialista Italiano: Lo Stato ha ceduto.

Ma come un’onda che sale e scende di lì a poco, quello stesso Stato si farà fascista, armato contro qualsiasi insorgenza o protesta proletaria e proprio a quest’ultimo tema è dedicato il sesto dei quaderni6.

I nemici dello Stato, i fannulloni e gli incapaci non devono rimanere più a lungo nell’amministrazione. Il giudizio sull’incapacità e sullo scarso rendimento è giudizio meramente di fatto […] chi risulterà aver partecipato in qualsiasi modo a quell’opera deleteria di sobillazione delle masse, di istigazione continua agli scioperi, che per poco non valse a condurre il nostro Paese a irreparabile rovina, dovrà senz’altro essere allontanato. La presenza di questi elementi infidi negli uffici e nei servizi costituisce un pericolo permanente che deve essere inesorabilmente eliminato al più presto. Tali agenti sono a ritenersi di scarso rendimento7.

44mila furono i ferrovieri licenziati dal regime e questo, più che dimostrare la forza del regime, ne dimostra l’intrinseca debolezza di fronte ad una frazione di classe indomabile e irriducibile, come illustrano le lettere riprodotte dell’opuscolo. Una storia di classe orgogliosa, indipendente e assolutamente da ricordare in funzione di una memoria che va ben oltre quella istituzionale e mummificata che ci viene propinata ogni giorno in funzione di un antifascismo di sola facciata.
Che, tra le altre cose, ha come scopo soltanto quello di spaventare e indebolire l’antagonismo di classe per impedirne qualsiasi sua più energica e determinata reazione contro il capitale e i suoi servi di sempre.

In conseguenza del mio “dimissionamento” sono costretto abbandonare la residenza di Benevento, e con dolore la Rappresentanza del nostro battagliero periodico, che ha reso fiera la categoria di macchinisti e fuochisti e che ancora oggi non ha indietreggiato di un millimetro a sostenere i veri interessi della nostra categoria; e quando la raffica sarà passata, il tempo, che è il più perfetto galantuomo, dirà che la categoria dei Macchinisti e Fuochisti è sempre «In Marcia!».
(15 settembre 1923 – Gennaro Piccardi, Macchinista)

In un’epoca in cui la circolazione delle merci si è fatta sempre più frenetica ad opera della cosiddetta “globalizzazione”, le lotte nel settore dei trasporti e della logistica sono diventate ancora una volta non solo centrali ma, a tratti, addirittura esiziali nella definizione sia dei profitti del capitale che della funzione offensiva dell’iniziativa dal basso, come ha sottolineato in un recente testo, Riot. Sciopero. Riot, l’americano Joshua Clover8.
Per questo motivo l’iniziativa portata avanti dai Quaderni di Cub Rail si rivela certamente di grande importanza nel risollecitare le memorie delle lotte del passato e l’arco di esperienze che ancora possono ricollegarsi a quelle del presente e del futuro.


  1. Già autore di un testo fondamentale sulla storia del movimento operaio americano: J. Brecher, Sciopero!, 2 voll., La Salamandra, Milano 1976 (ed. originale americana 1972)  ↩

  2. 1877 La grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi, op. cit., p. 2.  ↩

  3. Quaderno Club Rail Wobblyb 3, Milano, 4 ottobre 2017  ↩

  4. 1894 Lo sciopero di Pullman, op. cit., pp. 5-6.  ↩

  5. 1920 Quei nostri giorni meravigliosi. 20-29 gennaio. Il grande sciopero dei ferrovieri italiani (contenente la ristampa anastatica di «In Marcia!» del febbraio-marzo 1920), Milano, il cui testo è estratto da Giorgio Sacchetti, Il Sindacato Ferrovieri Italiani durante il “Biennio rosso”, in Il Sindacato Ferrovieri Italiani dalle origini al fascismo 1907-1925, a cura di M. Antonioli e G. Checcozzo, Unicopli, Milano 1994, pp. 241 e ss.  ↩

  6. 1922-1924 Né domi né vinti. Lettere dei ferrovieri licenziati politici, Introduzione di Giorgio Sacchetti, Quaderno 6 Club Rail Wobbly, Milano (contenente la ristampa anastatica del N.2 – Febbraio 1923 di «In Marcia!» Organo dei macchinisti fuochisti e affini).  ↩

  7. Circolare dall’Alto Commissario per le Ferrovie indirizzata ai presidenti delle commissioni centrali e compartimentali di esonero in applicazione del Regio Decreto 28 gennaio n. 143 art. 3 comma a, ora in 1922-1924 Nè domi né vinti. Lettere dei ferrovieri licenziati politici, op. cit., p. 19.  ↩

  8. A cui si rimanda qui  ↩

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Il volto di Marte e le sue forme. Note su guerra asimmetrica e guerra simmetrica / 3 https://www.carmillaonline.com/2022/10/15/il-volto-di-marte-e-le-sue-forme-note-su-guerra-asimmetrica-e-guerra-simmetrica-3/ Sat, 15 Oct 2022 20:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73969 di Emilio Quadrelli

L’asimmetria della guerra

Abbiamo detto, all’inizio del testo, che quanto accaduto in Val Susa non è altro che il rimpatrio di un modello ampiamente sperimentato in una serie di territori, ai quali è stata sottratta la dignità della dimensione statuale, e posti sotto sicurezza attraverso una serie di operazioni di polizia. Ma tutto ciò cosa ci racconta? Cosa significa la compenetrazione di militare e poliziesco? Perché affidare al militare compiti polizieschi e alla polizia ruoli propri dell’esercito? Evidentemente nella messa in forma della guerra deve essere accaduto qualcosa. [...]]]> di Emilio Quadrelli

L’asimmetria della guerra

Abbiamo detto, all’inizio del testo, che quanto accaduto in Val Susa non è altro che il rimpatrio di un modello ampiamente sperimentato in una serie di territori, ai quali è stata sottratta la dignità della dimensione statuale, e posti sotto sicurezza attraverso una serie di operazioni di polizia. Ma tutto ciò cosa ci racconta? Cosa significa la compenetrazione di militare e poliziesco? Perché affidare al militare compiti polizieschi e alla polizia ruoli propri dell’esercito? Evidentemente nella messa in forma della guerra deve essere accaduto qualcosa. Ma se qualcosa è accaduto nella messa in forma della guerra significa che dentro il “politico” qualcosa di non secondario si è modificato. Significa che la relazione simmetrica che faceva da sfondo all’agire della politica ha conosciuto una sostanziale modifica. In altre parole si è passati da un modello simmetrico a uno asimmetrico. Ma tutto ciò rappresenta una novità assoluta oppure, a conti fatti, non si tratta d’altro che di una nuova attualizzazione di un modello, quello coloniale, che ha a lungo accompagnato la nostra storia? La relazione politica asimmetrica e il conseguente modello che si porta appresso non è esattamente la rimessa in circolo di quanto ampiamente sperimentato nei confronti delle colonie? Questo, a conti fatti, sembra essere il cuore della questione. Per molti versi, infatti, sembra di essere precipitati, subito dopo la fine della “Guerra fredda”, all’interno di uno scenario internazionale che ha forzatamente accantonato uno degli aspetti centrali della storia novecentesca: la decolonizzazione. Ora, indipendentemente da qualunque giudizio si possa dare sulla decolonizzazione, una cosa appare comunemente accertabile: la decolonizzazione ha fatto sì che, i popoli senza storia, entrassero prepotentemente nello scenario politico internazionale.

A partire dalla Prima guerra mondiale, attraverso un processo che si prolunga sino agli anni Settanta del secolo scorso, le popolazioni non occidentali si conquistano, armi in pugno, il diritto a esistere in quanto entità politiche. Il “Movimento dei Paesi non allineati”, con ogni probabilità, ne ha rappresentato la sintesi politica per eccellenza. Si tratta di un moto storico senza precedenti poiché rompe drasticamente tutti gli equilibri politici e culturali che, pur in condizioni storiche profondamente diverse e modificate, parevano darsi come storicamente immodificabili. Più che significativa la regolarizzazione politica a cui, proprio in tale contesto, perviene la figura del partigiano. Si tratta di un passaggio importante e che, per molti versi, mostra tutta la forza politica che l’Ottobre è stato in grado, prima di porre in campo, quindi di scatenare. È con l’Ottobre infatti che i “popoli senza” storia acquistano dignità di linguaggio e, con questa, accedono a pieno titolo al mondo della politica. Ciò che con la Grande rivoluzione era stato posto come semplice principio astratto nell’Ottobre trova la sua piena concretezza. Le conseguenze pratiche della legittimità delle guerre anticoloniali comportano ricadute non secondarie sulla concettualizzazione della guerra e la sua conduzione. Le guerre anticoloniali sono, in prevalenza, guerre di tipo partigiano. Anche quando, come nel caso del conflitto vietnamita, è presente un esercito regolare la lotta nei territori occupati dal fronte imperialista è condotta da forze partigiane politicamente organizzate nel fronte di liberazione nazionale. Il fatto che, queste forze, abbiano ottenuto, non solo di fatto ma formalmente, un riconoscimento politico non è qualcosa di poco rilevante. Basti pensare a come nel corso della Seconda guerra mondiale, dove pur la guerra partigiana assunse ruoli e dimensioni considerevoli, non si pervenne mai a un suo riconoscimento giuridico formale e il partigiano continuò a essere ascritto all’ambito del fuorilegge.

La decolonizzazione interrompe quell’ordine del discorso fondato sulla “civiltà bianca ed europea” che aveva consentito di considerare gran parte dell’umanità come qualcosa di antropologicamente diverso e inferiore. Un dato “obiettivo” che nessuna frattura storica interna al mondo europeo era stata in grado di porre radicalmente in discussione. Su ciò la stessa Grande rivoluzione si era vista costretta a fare marcia indietro. Neppure l’ala più estrema e progressista della borghesia era riuscita a estendere l’uguaglianza oltre la “linea del colore”. Questa linea si mostrava invalicabile e l’universalismo dei diritti rimaneva pur sempre confinato tra quei popoli e quelle nazioni che potevano vantare “storia, linguaggio e cultura” mentre, tutti gli altri, rimanevano ascritti, senza soluzione di continuità, all’ambito dell’indistinto. A fronte di popoli e nazioni certe si stagliavano le miriadi di etnie senza nome e senza volto. I diritti dell’Uomo erano sì universali ma non tutti gli esseri umani erano, in quanto tali, immediatamente Uomo e quindi portatori di diritti universali. Un’aporia che, in realtà, la Grande rivoluzione eredita dall’Umanesimo il quale, fin dalla sua nascita, coltiva tale ambiguità come le guerre di conquista extra europee, pre – moderne, sono lì a ricordare.

In poche parole l’eguaglianza è cosa che va riconosciuta ed elargita con parsimonia. La borghesia rivoluzionaria non è in grado di spingersi oltre tanto che, quando le suggestioni dell’89 approderanno tra i popoli di colore, per i giacobini neri non vi sarà altra soluzione che la forca. A imporsi è un ordine discorsivo il quale finisce con il diventare banale retorica di senso comune all’interno di tutti gli ambiti sociali. La differenza obiettiva e “naturalista” esistente tra noi e loro si sedimenta in profondità tanto da diventare “ciò che tutti sanno”. Un razzismo che, a differenza di quanto accade tra i teorici della razza tout court, non ha bisogno di essere teorizzato e continuamente rafforzato. La vera forza di questo ordine discorsivo sta, piuttosto, nella sua debolezza. È questo razzismo debole, e proprio per questo difficilmente estirpabile, ad attraversare per intero le formazioni economiche e sociali prima europee, poi occidentali. Di ciò, anche se è storia di oggi, ne si avrà una facile conferma quando, con l’irrompere prepotente dei nuovi flussi migratori, le retoriche xenofobe e razziste non troveranno troppi ostacoli a conquistarsi un certo protagonismo politico nelle nostre società così come, in maniera del tutto speculare e complementare, gran parte di questo razzismo, nuovo e arcaico al contempo, troverà la sua migliore sistematizzazione nelle retoriche multiculturaliste.
Ma non anticipiamo e riprendiamo il filo del nostro discorso.

Abbiamo detto dei limiti che la stessa Grande rivoluzione si porta appresso. Su questa scia l’aveva seguita, almeno tacitamente, lo stesso movimento operaio organizzato nella Seconda internazionale. Sino a Lenin e ai bolscevichi, sino alla costruzione dell’Internazionale comunista, i popoli di colore, rimangono popoli senza storia e senza linguaggio. Un retaggio che, in Occidente, continuerà a essere a lungo il non detto di parte del movimento operaio. Di fronte alle lotte di liberazione dei Paesi sottoposti al giogo coloniale le titubanze degli stessi partiti comunisti occidentali non saranno proprio impasse da nulla basti pensare al comportamento del PCF nei confronti della guerra di liberazione algerina o alle dichiarazioni del PCI, attraverso il suo leader Palmiro Togliatti, rispetto alla legittimità dei possedimenti coloniali italiani per non parlare dei Partiti socialisti i quali, in non pochi casi, hanno condotto in prima persona la guerra contro i moti emancipatori dei popoli coloniali. In poche parole, la guerra fuori dai confini del “mondo civile”, è sempre stata qualcosa la cui messa in forma rimandava a uno scenario non commensurabile a quello abitualmente vigente tra entità politiche che si riconoscevano appartenenti al medesimo campo. Anche in guerra, come su tutti gli altri piani della vita, il principio di eguaglianza valeva solo all’interno di un ambito ristretto di popoli e nazioni.

La rottura epocale dell’Ottobre consiste proprio nell’aver universalizzato non tanto i Diritti dell’Uomo ma la dimensione politica dei popoli. Con l’Ottobre la “civiltà bianca” è costretta a riconoscere che tutti gli abitanti del globo hanno il diritto di organizzarsi politicamente e, pertanto, di essere posti su un piano di pari grado e dignità. Alla fine, pur se a denti stretti, USA e Francia (tanto per citare casi ampiamente noti) devono trattare con il FLN del Vietnam e con il FLN algerino considerandoli entità politiche a tutti gli effetti. Non per caso l’ONU è stato un terreno di battaglia, simbolico ma non secondario, di questo esercizio di diritto. Il riconoscimento legittimo presso l’ONU ratificava esattamente la dimensione politico – statuale alla quale una popolazione era pervenuta. Una parentesi, alla scala della storia, che si è protratta, all’incirca, per una sessantina d’anni e che da più di trenta anni è stata nuovamente posta al bando e che, non per caso, ha, di fatto, delegittimato l’ONU stesso diventato sempre più, da istituzione internazionale deputata a equilibrare i conflitti internazionali, a strumento delle politiche imperialiste. Basti pensare a come l’ONU ascrivi ormai abitualmente le lotte partigiane delle popolazioni sotto occupazioni, nell’ambito del terrorismo. Un modo neppure troppo raffinato per ascrivere all’ambito della criminalità ogni forma di resistenza e sottrarla così alla dimensione propria del “politico” e ricondurla nella più malleabile categoria del nemico privato. Con ciò il senso delle operazioni di polizia internazionale comincia a farsi più chiaro. A essersi ormai decisamente incrinato è tutto il quadro politico affermatosi con la fine della Seconda guerra mondiale.

Dal 1989 in poi, nei confronti delle popolazioni non appartenenti al Primo mondo, a riemergere è esattamente una linea di condotta che rimanda appieno alla situazione vigente prima dell’Ottobre. Tutto ciò è stato messo in atto attraverso una serie di operazioni anche culturali delle quali è opportuno occuparsi. Uno degli effetti immediati del post ’89 è stata la messa in mora di tale universalizzazione mentre, di pari passo, prendevano forma tutte quell’insieme di retoriche incentrate sul culturalismo così come, al posto delle entità statuali e nazionali, a emergere erano le singolarità etniche e l’insieme di conflittualità che, inevitabilmente, queste si portano appresso.

Subito dopo l’89 il mondo è stato oggetto di un nuovo bipolarismo solo che, questa volta, la divisione non nasceva sulla adesione alla forza militare della NATO o a quella del Patto di Varsavia ma su basi del tutto diverse. Da una parte, la sfera Occidentale e i cosiddetti Paesi emergenti, raggruppavano Stati politicamente organizzati mentre, il resto del mondo, sommava in maniera abbastanza confusa e caotica etnie e culture le quali non potevano far altro che essere nuovamente oggetto di un “processo di civilizzazione”. Le differenze non sono secondarie. Mentre nel primo caso, per forza di cose, a emergere non poteva essere altro che un conflitto tra eguali nel secondo, a emergere, era un non luogo privo di qualunque ordinamento politico a fronte di realtà statuali politicamente certe e organizzate. La distanza tra i due mondi diventava pertanto incommensurabile. Una nuova epopea coloniale si faceva non solo possibile ma necessaria. A emergere, in tale contesto, diventa l’esistenza di un nuovo forte noi contrapposto a un altrettanto forte loro. Di tale formazione è opportuno trarne la genealogia.

Questo noi ha preso forma all’interno di due contenitori più che diversi complementari. Da un lato il razzismo tout court delle formazioni di destra. Un razzismo un po’ sempre uguale a se stesso sul quale vi è ben poco da dire. In questo caso, il noi, ha funzionato come collante identitario attraverso il quale si ribadisce la “naturalità” della supremazia dell’occidentale nei confronti del resto del mondo. In questo caso, infatti, la “linea del colore” attraversa anche tutte quelle popolazioni che, pur bianche, risultano estranee alle retoriche politiche e culturali del mondo occidentale. Si tratta di un noi che, per molti versi, rimanda a una enfatizzazione e declinazione nazionalista dello Stato/Nazione e dei suoi perimetri e che, in non pochi casi, entra in rotta di collisione con le trasformazioni “post/nazionali” proprie dell’attuale fase imperialista globale. Comunemente questo modello politico/concettuale è ascrivibile al mondo dei populismi i quali si oppongono, o almeno su questo trovano la linfa del loro successo, alla costruzione di un blocco politico su base Continentale governato dalle frazioni transnazionali della borghesia imperialista finanziaria. Il costante richiamo a quell’entità mai chiaramente definibile come “popolo” ne rappresenta, insieme all’inconsistenza e indeterminatezza, tanto l’ambiguità quanto la sua capacità di catturare consensi non secondari tra quote di classe operaia impoverita o piccola borghesia proletarizzata. Questo ordine discorsivo, pur quantitativamente non irrilevante, non è stato però l’ordine discorsivo dominante delle nostre società. Accanto a questo razzismo becero e bifolco ha fatto prepotentemente capolino un altro tipo di discorso, quello che per comodità possiamo definire l’ordine del discorso multiculturale, che ha organizzato e declinato le retoriche razziste su basi completamente diverse.

Andando al sodo l’ordine discorsivo multiculturale aveva un unico e sostanziale progetto strategico: deprivare della dimensione del “politico” tutte quelle popolazioni esterne ed estranee non solo al mondo occidentale, questo è qualcosa che hanno sempre fatto tutte le variabili del discorso colonialista, ma alla “concreta” forma politica assunta dall’Occidente. Questo il vero punto della questione. In apparente contrapposizione alle retoriche della destra il discorso multiculturale spostava le differenze tra noi e loro dal piano della “naturalità” a quello delle culture. L’ordine discorsivo proprio del multiculturalismo spostava la differenza dal colore della pelle, della razza o dell’etnia sul piano delle gerarchie culturali. A fronte di un Cultura, con la c maiuscola e dal portato immediatamente globale, propria delle classi dominanti internazionali si stagliavano le infinite piccole culture particolari e locali proprie di quelle popolazioni non coscientemente globalizzate.

Una gerarchia obiettivamente immodificabile il cui riconoscimento doveva dar vita a un modello sociale all’interno del quale, le piccole culture (sotto l’attenta vigilanza della Cultura), trovavano un proprio spazio sia di legittimazione che di libertà. Mente la destra, un po’ goffamente, chiedeva insistentaltroemente l’omologazione e l’omogeneizzazione culturale, reiterando le retoriche proprie dell’assimilazione, la società “civile e democratica” optava per un modello che, a conti fatti, riportava in auge le retoriche proprie della “riserva indiana”. Non diversamente dalla destra non poneva in discussione il valore indiscusso dello “stile di vita” occidentale ma, mentre ribadiva con forza ciò, riconosceva ai popoli non occidentali o non occidentalizzati il diritto a conservare, negli appositi spazi a questi assegnati, i propri “riti” e le coeve “usanze”. In questo modo, oltre a rendere visibile, soddisfacendo in tal modo quella sete di orientalismo proprio delle società coloniali, l’ agli occhi curiosi e morbosi delle popolazioni locali, confinava le popolazioni non occidentali all’interno di codici culturali dai quali non avrebbero più potuto emanciparsi. Nel riconoscimento della cultura altra si realizzava un sostanziale processo di imprigionamento politico e sociale. Una prassi, a dire il vero, neppure troppo nuova poiché, qualcosa di simile, le nostre società lo avevano già ampiamente sperimentato, pochi anni addietro, nei confronti delle proprie classi subalterne. Un passaggio intorno al quale vale la pena di soffermarsi.

(fine terza parte – continua)

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Costruttori di civiltà https://www.carmillaonline.com/2022/10/13/costruttori-di-civilta/ Thu, 13 Oct 2022 21:55:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74385 di Valerio Evangelisti

[Pubblichiamo uno scritto di Valerio che ha fatto da prefazione al libro Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi, ed. Efesto, 2021. In particolare si tratta della sbobinatura di un intervento fatto alla Sapienza di Roma, il 21 novembre dello scorso anno.  L’argomento rivela tutto lo studio e il lavoro che ritroviamo nella trilogia de Il Sol dell’Avvenire: un’analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Pubblichiamo uno scritto di Valerio che ha fatto da prefazione al libro Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi, ed. Efesto, 2021. In particolare si tratta della sbobinatura di un intervento fatto alla Sapienza di Roma, il 21 novembre dello scorso anno.  L’argomento rivela tutto lo studio e il lavoro che ritroviamo nella trilogia de Il Sol dell’Avvenire: un’analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico e sociale. Nella parte finale, troviamo anche un dialogo tra Evangelisti e Vasapollo. Buona lettura.]

Il tema che vorrei trattare è il cambiamento radicale che episodi di conflittualità hanno portato all’interno di una regione specifica, l’Emilia Romagna. Bisogna pensare alla Romagna di fine Ottocento come a una regione completamente diversa da quel che ci appare oggi, fatta di cespugli, intrichi di boschi, caratterizzata da una forte umidità che permetteva il mantenimento di larghe risaie. La popolazione, anch’essa selvaggia come la natura circostante, partoriva anche briganti, di una tipologia particolare. infatti, poco assomigliavano all’immagine del brigante meridionale: il più crudele e il più feroce in assoluto si chiamava il Passatore, soprannominato poi Cortese a seguito di una nota poesia, ma cortese non lo era affatto. Tuttora possiamo trovarlo sulle etichette dei vini, quali il Sangiovese, rappresentato con un improbabile cappello di taglio calabrese, con folta barba; immagine che si discosta totalmente dalla realtà. 

Il Passatore visse a metà dell’Ottocento, portava un cappellino, aveva la barba molto corta che faceva crescere per nascondere le numerose ustioni che portava in viso. Definito crudele perché, oltre ai furti e al largo ricorso alla tortura per indurre a confessare il nascondiglio del patrimonio della malcapitata famiglia di turno, riuscì a conquistare il famoso teatro di Forlimpopoli. Una vicenda presentata come un episodio particolarmente brillante della sua carriera. In realtà la sorella del celebre gastronomo Pellegrino Artusi impazzì, perché fu violentata dai briganti del Passatore che tanto buono non era, patriota men che mai. In Emilia Romagna c’erano quindi i briganti, che provenivano dalla miseria più cruda. Si pensi che nel 1880, in occasione di un allagamento, c’erano braccianti – chiamiamoli così per il momento – che rifiutavano di essere salvati, perché preferivano annegare piuttosto che continuare a condurre la vita precedente. La povertà dilagava: fenomeni come le ripetute guerre e la miseria strutturale avevano ammassato nella regione una quantità di gente, dal lavoro impreciso. Proprio per questo avevo posto precedentemente riserve sul termine braccianti, perché lo erano occasionalmente. Si trattava di persone che in realtà erano disposte a fare un qualsiasi lavoro. L’agricoltura assorbiva gran parte di questa manodopera, ma il fatto è che i lavori agricoli non durano più di cinque o sei mesi, per cui costoro rimanevano disoccupati per buona parte dell’anno. In quei periodi si riducevano a far di tutto pur di poter mangiare: dagli spazzacamini a incaricati dello sgombro delle strade dalla neve durante l’inverno, lavoro prezioso che fornivano le municipalità. Gente, pertanto, che aveva ben poche prospettive di sviluppo davanti. Si trattava, più che di braccianti, di precari o di operai che lavoravano in un contesto agricolo, ed erano completamente diversi da altre figure tipiche delle campagne come i mezzadri, o boari come venivano chiamati in provincia di Ferrara. Costoro erano personaggi effettivamente legati alla terra, vivevano sparsi, per lo più isolati gli uni dagli altri e facevano il loro lavoro con una notevole disciplina, anche perché la piccola quota che riuscivano ad accumulare durante l’anno la usavano con inevitabile parsimonia. La contessa Pasolini di Ravenna, che ha lasciato note molto importanti sulla vita nelle campagne, in special modo nella sua tenuta, elogia al massimo i mezzadri come esempio di famiglia modello, mentre tratta i braccianti come poco di buono. Questo comporta una serie di trasformazioni sul piano sociale. 

La figura tipica dell’operaio agricolo, del bracciante, si discosta dalle altre figure soprattutto per ciò che riguarda le donne. Lo stato di miseria conduce queste popolazioni, molto numerose nel Ravennate e meno nel Forlivese, a comportamenti per qualche verso scandalosi. Vedono la terra come mezzo di guadagno, ma non è sicuramente la loro maggiore aspirazione. Hanno anche costumi inaccettabili da parte del padronato o persino dai mezzadri: le donne, per l’appunto, molto spesso non portano il velo in testa, in un’epoca in cui coprivano i capelli non solo entrando in chiesa, ma anche durante il giorno. I braccianti, inoltre, erano forti bevitori, nei limiti in cui potevano permetterselo, e ciò agevolerà l’azione di chi li vorrà organizzare. Avendo scarso senso religioso, i braccianti bestemmiavano, non frequentavano la chiesa, si esprimevano in maniera brutale ed erano facili alla collera e alla rivendicazione di qualcosa. Ogni anno, infatti, arrivato l’inverno si radunavano in enormi folle davanti al municipio della loro città a chiedere di poter spalare la neve, e spesso questo tipo di rivendicazioni degenerava in piccoli scontri. All’origine erano, dunque, un fattore di turbamento. 

Nella mia tesi di laurea, ripubblicata poco tempo fa, ho ricostruito la storia del primo partito socialista in Italia. Tutti credono che il Partito Socialista italiano sia nato nel 1892, ma 11 anni prima ne era nato un altro con il nome di Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna fino al 1886, e successivamente denominato Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, e durò anche successivamente la nascita del partito socialista italiano che conosciamo e che oggi pare essersi quasi estinto. Era una corrente totalmente diversa, che derivava dalla Prima internazionale delle sezioni emiliano-romagnole, di impostazione anarchica, rifacendosi a Bakunin piuttosto che a Marx, che a stento si sapeva chi fosse. Anarchici sostanzialmente, dunque, una parte dei quali, guidati dal loro leader maggiore Andrea Costa, portava avanti la tesi secondo cui l’astensione totale da qualsiasi forma di resistenza politica non permetteva una crescita reale ed era priva di risultati. Già nel 1879. in una lettera intitolata Agli amici di Romagna, Andrea Costa invitava a radunarsi con una formazione differente e a partecipare, non alle elezioni politiche generali ma a quelle amministrative; dopodiché Andrea Costa diverrà il primo deputato socialista italiano. La proposta di carattere prettamente politico non mancava di risvolto sociale, Costa indicava chiaramente chi andava conquistato, non come, riuscendo a coinvolgere la classe lavoratrice, tra cui la maggior parte dei braccianti finora menzionati. 

Un partito organizzato ma non in maniera ferrea, bensì sfilacciato pur conservando una propria identità, prendendo parte a determinate lotte che solo dopo un momento ben preciso assunsero un proprio carattere definito. Questi lavoratori furono conquistati non solo tramite la forma partito e i relativi circoli che caratterizzavano la vita politica organizzata, ma anche attraverso un altro sistema di reclutamento. Le “cameracce”, un’invenzione dei repubblicani, dove si beveva, si giocava a carte e dove si svolgeva una parte del lavoro di reclutamento dei socialisti e rivoluzionari. 

Bisogna però capire chi fossero nel concreto questi socialisti rivoluzionari: moltissimi erano ex garibaldini, Andrea Costa stesso aveva combattuto nelle ultime battaglie di Garibaldi, alcuni erano andati in Francia partecipando alla Comune di Parigi, quasi per caso, ma rimasero conquistati da questo episodio tragico della storia francese. Erano artigiani, fabbri, falegnami, sellai, uno di questi socialisti rivoluzionari era il padre di Mussolini, Alessandro, anch’egli un fabbro. Uscivano dal ceto medio-basso e riuscirono, vista la loro estrazione dal popolo, ad avere un rapporto tra loro ma anche ad avviare dei progetti: venne l’idea di raccogliere la manodopera senza lavoro in una cooperativa, là dove il lavoro era solitamente appaltato: un sistema selvaggio. La chiamata al lavoro era singolare. Bisogna considerare che i ceti bracciantili non vivevano nei campi, non avevano case nei luoghi di lavoro. L’appaltatore, arrivata la mezzanotte, suonava una tromba possibile lavoro pubblico; i braccianti correvano con le loro carriole artigianali, verso il luogo di lavoro, solo i primi venivano assunti poiché corrispondevano ai più forti e rimanevano esclusi quelli più malconci, che non potevano correre chilometri spingendo una carriola. I socialisti credono che questo sistema vada superato attraverso la costituzione di società cooperative, totalmente differenti da quelle odierne, tra le altre l’Associazione generale Operai e braccianti del comune di Ravenna, guidate dal socialista rivoluzionario Nullo Baldini. 

Questa associazione, dopo non pochi contrasti, riesce a farsi affidare dai comuni occupazioni che gestisce in una maniera totalmente diversa rispetto agli appaltatori: si lavora a turno – non c’è più bisogno di correre con le carriole-, i compiti vengono ripartiti e questo sistema riuscì a sfamare, non dico tutti, ma sicuramente molti. Il passo successivo che compie questa associazione è finalizzato a dar da mangiare a quanti sono rimasti digiuni, ossia farsi affidare un lavoro di portata notevole che garantisca un reddito per un tempo abbastanza lungo. 

Questo lavoro viene trovato non solo in ambito comunale, ma lo si riceve in appalto dalla municipalità romana: Roma era circondata da paludi, dilagava la malaria, c’erano torbe di insetti più numerosi degli abitanti stessi, una situazione apparentemente irrimediabile. Più volte il Vaticano si era mosso per cercare di correggere questa situazione, ma il lavoro fatto era senz’altro insufficiente. Venne organizzata una spedizione di lavoratori ravennati, che partirono in treno muniti di paletto (era una specie di vanga che veniva usata nelle bonifiche delle paludi, tecnica largamente conosciuta in Romagna) e fazzoletto rosso al collo. Si dirigono verso le paludi dell’Agro Romano, trovando una situazione indescrivibile, che fa quasi desistere la maggioranza. Armando Armuzzi, Il vice di Baldini, riesce comunque a convincere i braccianti a rimanere. Vengono ospitati in dei casermoni e lì nasce qualcosa di nuovo: diventano falansterio, una specie di piccola società socialista. Sono divisi in squadre, ricevono un compenso non in moneta corrente ma in una moneta stampata dalla stessa Associazione Generale Operai Braccianti, che serve per comprare gli alimenti o servirsi dei ristorantini all’interno dello stesso casermone; tutto viene diviso equamente e si  comincia questo lavoro disumano. Devono portare via l’acqua dalle paludi con il paletto, molti muoiono di malaria. Non venivano neppure sepolti. poiché gli abitanti del posto credevano che il cadavere, una volta seppellito, potesse generare altre malattie. Un sacrificio umano enorme, che durò fino ai primi del Novecento e oltre. Le paludi dell’Agro romano sparirono del tutto e costoro si integrarono nella società locale. 

Durante la presentazione di un libro che trattava questo argomento, fui interpellato da un giovane dall’accento fortemente laziale/romano e si scopre essere un discendente dei lavoratori ravennati e la stessa bisnonna era stata citata nel mio libro, fatto che aveva molto emozionato il ragazzo, la bisnonna faceva parte della categoria di eroine -f orse il termine risulta anche inadeguato considerando il loro valore – che nel corso della vita riuscirono a modificare la sofferenza di chiunque abitasse l’Agro, come del resto coloro rimasti in Romagna stavano facendo. Azioni che vennero largamente contrastate dagli agrari locali e invece molto appoggiata dalla parte più erudita della classe dominante; una minima parte, ma che riusciva a comprendere ciò che i braccianti stavano facendo.

Nei primi del ‘900 vengono organizzate altre spedizioni come quelle che avevano trasformato l’Agro romano, alcune verso la Sardegna, altre verso l’estero come in Grecia, un primo movimento, dunque, di trasformazione del territorio. Ai tempi di Andrea Costa, costoro non erano riformisti, si chiavano rivoluzionari perché sostenevano che non si potesse uscire dal capitalismo senza una rivoluzione. In realtà facevano poco da questo punto di vista, a parte qualche scontro. Diventano totalmente riformisti quando si impongono Turati e il suo gruppo milanese di operai, piuttosto che contadini o braccianti. Lì nasce il vero riformismo, che non va confuso con moderatismo – poiché non lo erano affatto, visti episodi come i frequenti scontri contro i crumiri. 

Il loro modo di fare era finalizzato a costruire un contropotere. I socialisti del primo ‘900, volevano costruire una società all’interno di un’altra società, come a Molinella: spacci a prezzi contenuti senza profitti reali, c’erano scuole, infatti, l’istruzione aveva un peso preponderante all’interno della cultura socialista dell’epoca – orologi come quelli Roskoff riportavano scritte come “otto ore per lavorare, otto ore per instruirsi e otto ore per riposare”. Poi c’erano gli organismi di lotta, chiamati leghe di resistenza (o di miglioramento, leggermente differenti, però, nelle funzioni). In questo caso si trattava di veri e propri organi sindacali con alla testa il Capo lega e i suoi braccianti (o mezzadri) socialisti. In altri paesi le lotte per o su la terra nascono quasi apolitiche, come il laburismo inglese che nasce addirittura nelle chiese protestanti; l’Italia è l’unico paese dove si verifica questo fenomeno di lotta politicizzata. 

I primi del ‘900 son pieni di correnti, non c’è un socialismo unico: c’è il gruppo di Turati, sempre più forte in parlamento, si hanno poi altre correnti che si fanno guerra fra loro e la punta estrema è caratterizzata dai massimalisti, coloro che erano indifferenti alle finalità dei minimalisti, ovvero quelle di cambiamenti concreti all’interno della vita quotidiana, e si caratterizzavano per appoggiare la lotta finale e la presa del potere. Altra corrente diversa che tralascio ne dettagli, poiché non più esistente, è quella dei sindacalisti rivoluzionari: nel film Novecento, girato nei dintorni di Parma, il contesto era dominato non dai socialisti riformisti, né dai sindacalisti, bensì dai sindacalisti rivoluzionari che volevano un futuro organizzato come un organo sindacale, dove le strutture avrebbero rappresentato i nuovi organi di governo. Queste correnti si fanno guerra reciproca, ma nessuno alla base è pacifista: vengono organizzate forme di lotta completamente radicali: una di queste è il boicottaggio, che prevedeva che nessun boicottato avesse dei rapporti sociali, nessuno poteva esser servito nei negozi, parlare a chicchessia. Una specie di “embargo” sociale che determinava un isolamento totale dalla vita della società. 

Una volta resa fertile l’Emilia Romagna, arricchita, i braccianti riescono ad acquisire posizioni sempre più forti- A un certo punto appare una parola d’ordine, “l’imponibile di manodopera”, ossia tutto fa a capo non più a colui che a mezzanotte suonava la tromba, bensì agli uffici di collocamento dei sindacati. Quest’ultimi potevano valutare quanti braccianti dovevano essere usati in certe tenute e fornivano essi stessi la manodopera: una rivoluzione per quelle regioni. Nasce quasi una guerra aperta, nascono correnti più violente come i giovani socialisti (il segretario era Amadeo Bordiga). 

Con la Prima guerra mondiale le cose cambiano ulteriormente, il ruolo delle donne è sempre più di protagonista, non si parla più di veli, le donne prendono in mano le loro sorti: i mariti sono in guerra e loro devono portare avanti l’agricoltura, per cui si occupano dei lavori che tradizionalmente erano maschili. Questo cambia molte, forse troppe cose dal punto di vista del padronato, che porta al noto fenomeno dopo la guerra dei fascisti. Sono circa 200 gli omicidi attribuiti ai fascisti negli anni ’20-’21. dopo che l’occupazione delle fabbriche e i vari esperimenti nelle campagne, nei due anni precedenti, avevano rafforzato le posizioni dei socialisti e dei lavoratori.

Ciò avvenne, ma non senza reazioni: nella Prima Guerra Mondiale, aveva lottato un corpo speciale, chiamato de “gli arditi“, di impronta non proto-fascista, come è stato scritto: erano una cosa assai più complessa. I primi Arditi erano presi dalle carceri  erano perseguitati politici, spesso socialisti o anarchici e venivano spediti in prima linea (sovente alla morte) con un trattamento completamente diverso rispetto a quello riservato agli altri soldati, nel senso che costoro vestivano in maniera diversa, venivano alimentati meglio, non venivano mandati in trincea ma stavano alla base delle montagne che ospitavano le trincee e avevano una serie di favori finalizzati a nascondere il fatto che erano stati “condannati a morte” con quella spedizione. 

Curioso il contrasto tra arditi e carabinieri, quest’ultimi si trovavano anch’essi alla base della montagna per contrastare qualsiasi tipo di disobbedienza dei soldati semplici, 10’000 soldati furono, infatti, fucilati da parte dei carabinieri. Gli arditi, per dimostrazione della loro diversa natura, di notte andavano a bastonare i carabinieri e qualche volte li uccidevano. Una parte di questi arditi formarono poi un gruppo armato chiamato gli arditi del popolo, di orientamento socialista, che combattevano i fascisti con armi da fuoco. Costoro furono per un po’ di tempo l’avanguardia della lotta antifascista, anche se oramai era troppo tardi. Qualsiasi reato, anche minimo, di un antifascista veniva represso con grande violenza, mentre qualsiasi reato non fascista veniva totalmente trascurato dalla polizia: possedere dunque un coltellino poteva comportare la galera per un numero imprecisato di anni per un antifascista, mentre possedere un fucile non comportava nulla per il fascista.

Gli arditi del popolo sembravano essere la creatura adatta per la nuova forza dei Giovani socialisti, che erano poi diventati comunisti. Nel 1921 si verificò una scissione drammatica del movimento operaio, in cui i socialisti si divisero dai comunisti, che formano un loro partito molto più agguerrito. I comunisti non ne vogliano che sapere degli arditi del popolo, poiché non erano comunisti: tra le fila troviamo socialisti, cattolici, anarchici etc. Vengono, quindi, creati degli organismi esclusivamente comunisti – come gli arditi comunisti- e l’unico esercito popolare che ci fosse stato fino quel momento e che potesse occasionalmente contrastare i fascisti, gli arditi del popolo, viene lasciato a se stesso. L’istituzione e la nascita del Partito Comunista implicò una posizione settaria, ma possedeva delle virtù, a parte quella di avere tra i capi personaggi come Antonio Gramsci, che tra l’altro prese le difese degli arditi del popolo e che contrastò la separazione tra comunisti e arditi.

Negli anni del fascismo l’unico partito di sinistra che in qualche modo si muoveva in Italia, era per l’appunto il Partito Comunista. I socialisti si dissolsero, in gran parte andarono all’estero, sempre mantenendo la separazione tra riformisti e massimalisti, mentre i comunisti svolgevano un’attività capillare distribuendo una stampa per quelle condizioni copiosa, pubblicavano giornali clandestini per gli operai, per le donne, per i bambini addirittura. Rimasero quindi sul terreno della lotta e come soggetti di contropotere; gli errori che aveva compiuto il loro partito furono pian piano riparati. Ma il soggetto trasformatore nelle campagne, ossia i lavoratori della terra, in questo contesto in parte si rassegnarono; Nullo Baldini, pur di mantenere in piedi le cooperative ,si compromise in maniera molto grave con i fascisti una volta che questi divennero regime. Nelle campagne rimase però il dissenso e anche embrioni di lotta clandestina. Il proletariato trasformatore, privato da qualsiasi potere di trasformazione, ridotto in condizioni pessime, con salari minimi, tuttavia, cercava di mantenere le antiche strutture, seppure la gran parte fossero state prese dai fascisti e governate in maniera fittizia. 

Qualcosa però continuava a vivere, e lo si vide quando iniziò la guerra civile, ossia la lotta partigiana che cominciò anche prima della caduta vera e propria del fascismo. Le regioni in cui queste classi sociali erano presenti e avevano avviato grandi processi di trasformazione furono quelle in cui la resistenza era composta da veri e propri eserciti: per esempio la provincia di Ravenna. Aveva ormai cambiato aspetto, non vi erano più boschi, cespugli o briganti, era divenuta un terreno piatto eppure, in questo piattume, prolifera un vero e proprio esercito fatto in maggioranza di braccianti e altre categorie contadine. Riuscirono a sopravvivere e ingannare i tedeschi sottraendosi alle loro ricerche, muovendosi con un’abilità estrema in questi terreni spogli grazie all’ aiuto degli abitanti. C’erano ovviamente i romagnoli che detestavano i partigiani poiché li accusavano di attirare le rappresaglie tedesche, ma c’erano anche coloro che aiutavano senza essere neppure militanti: le donne, ad esempio, per comunicare l’arrivo dei tedeschi o dei fascisti mettevano un certo tipo di biancheria alla finestra, cosicché i partigiani capivano che dovevano andarsene. Furono tantissimi gli episodi di questo genere e solo ora si riscopre il ruolo delle donne all’interno della resistenza, parte di un complesso enorme: addirittura sebbene fossero quasi tutti comunisti, i partigiani ravennati furono inglobati nell’esercito inglese, con la divisa dell’esercito britannico e il fazzoletto rosso, così numerosi da costituire un reggimento. 

Finita la guerra, questi braccianti non rimasero alla coltivazione della terra, ma divennero operai o anche operai specializzati nelle stesse campagne. Da qui è l’inizio di una storia del tutto diversa, la storia degli operai urbani con la loro connessa complicata vicenda spesso dalle tinte molto tristi. Intanto le campagne erano in via di industrializzazione e, seppur presentassero una prosperità maggiore rispetto agli anni antecedenti la riforma agraria, i braccianti preferirono lasciare i campi piuttosto che trovarsi in una condizione mezzadrile, o quasi. I braccianti li troviamo dunque alla testa e mescolati alla classe operaia, una componente che lascia ancora un’eredità che prima o poi qualcuno possa raccogliere, ispirandosi a questi esempi, come tanti altri, in cui la civiltà è stata costruita attraverso la lotta di classe, con vicende alterne tra sconfitte vittorie. Se termina la lotta di classe anche lo sviluppo economico ne risentirebbe, poiché senza opposizione non c’è né democrazia né progresso.

Dialogo con Luciano Vasapollo

L.V. Caro Valerio è un po’ la fine del tuo intervento, io cerco di dare un’interpretazione degli anni ’70 che ci hanno visti un po’ “testimoni del tempo”, io non mi sento testimone del tempo come non lo sei neanche tu, noi siamo attori del nostro tempo, non bisogna mai mitizzare nulla. La storia si fa, si costruisce e quindi anche quello che avviene negli anni ’70 e anche l’involuzione successiva, deriva tutto dal Dopoguerra ma io direi, deriva da ciò che tu ci hai descritto con il tuo intervento, cioè che tipo di unità di Italia si è fatta, che tipo di costruzione di uno Stato plurinazionale si è fatto. Valerio se vuoi dire qualcosa su questi dieci minuti di intervista e poi andiamo avanti. Mi interessa far capire ai ragazzi che anche quando sentono anni ’70-’80, la storia non va mai letta come momenti, è una lumaca che fa la sua strada, è un divenire e quindi probabilmente anche gli anni ’70 si interpretano non solo come tali, ma facendo riferimento anche al dopoguerra.

V.E. Io dopo aver visto il documentario, non è che abbia molto da aggiungere, hai detto tutto, mi ha anche commosso questa tua storia, che poi rivendica tante altre storie, io venivo da una condizione meno disagiata, i miei erano maestri elementari, io ero nato in una casa in cui la stufa era una specie di grosso barattolo dove avevano tagliato una sorta di sportellino per accenderla. Cosa mi spinse a un certo punto a ribellarmi a tutto questo? Intanto l’Italia di allora era qualcosa di terribilmente arretrato, basti pensare che fino gli anni ’60 se un uomo uccideva la moglie per gelosia, veniva assolto; era assolutamente previsto il delitto d’onore dal Codice Penale e questo lo si vedeva in tutti i minimi dettagli, lo si vedeva anche nell’educazione che ricevevamo, mi ricordo tantissimi aspetti come il fortissimo sessismo, che seppur erano state introdotte le scuole miste da qualche anno, uomo e donna erano considerati due specie assolutamente differenti, mi ricordo ingiustizie spacciate per legge naturale. Ad un certo punto -c’era anche un bisogno che non va taciuto, nel mio caso avevo bisogno di gente che avesse la mia stessa, o perlomeno simile, visione filosofica del mondo. Arrivarono prima i maoisti, “servire il popolo”, due giorni dopo ero anche io di fronte la scuola con un fazzoletto che raffigurava Mao, la bandiera rossa ma non funzionavano molto bene. Andai ad una manifestazione era il 1969, ero lì con questi maoisti, c’erano dei giapponesi turisti che ci fotografavano, e tutti a dire “i cinesi, i cinesi, ci sono i cinesi” e tutti a salutarli con il pugno chiuso, mentre alla fine erano giapponesi. Ero lì che perdevo tempo in questa maniera, eravamo vicino piazza maggiore al centro di Bologna, quando sento un grido possente “Lotta continua! Potere Operaio!”, proveniente da un altro corteo che neppure ci considera, ovviamente. Erano dei giovani che più che camminare, correvano. Io e un compagno di scuola, consegnai il fazzoletto con Mao e la bandiera, e andai dietro al loro corteo. Lì trovai un altro mondo di valori che scoprì coincidere con il mio, quindi dalle esperienze personali e sociali, tutto spingeva in qualche modo verso una rivolta generalizzata. Non mi sono mai pentito poiché non ne vedo il motivo, non solo fu un periodo ed una lotta utile per la stessa società italiana, ma fu qualcosa di un’importanza sconfinata dal punto di vista esistenziale, qualcosa di bellissimo. Io ho dispiacere per coloro che non ha vissuto quegli anni e che senza la testimonianza della vita dell’epoca non potrà forse capirli. Era una cosa bella, manifestavamo odio ma era in realtà un atto d’amore. 

Una piccola curiosità, nel filmino di Novecento, ad un certo punto si vedono alla stazione dei bambini con delle bandiere rosse, era uno sciopero contadino di sindacalisti e rivoluzionari a Parma del 1909, dato che non lavoravano e neppure mangiavano, decisero di mandare i bambini presso famiglie operaie di altre città, partirono con questi treni e trovarono ad attenderli folle gigantesche. Massimo Gorki era spettatore di uno di questi fatti, vide arrivare il treno con i bambini che gridavano “viva il socialismo!”. La folla alla stazione stava invece in silenzio e i bambini si misero paura. Un bambino ebbe il coraggio di mettere piede sulla banchina e un gigantesco portuale gli corse addosso, il piccolo fece per ripararsi, il portuale lo prese e lo sollevò in aria e tutti cominciarono a gridare “viva il socialismo! viva il socialismo!”. Aldilà del socialismo reale, questo era lo spirito socialista vero, quello è il destino che nell’ipotesi migliore potrebbe avere la società.

L.V. Grazie Valerio in effetti, anche il titolo che mi hai suggerito di dare a questo ciclo seminariale, Costruttori di civiltà, vale la pena sottolineare che la civiltà vera è quella che crea, e non che distrugge, umanità. Noi pensiamo di essere nel nostro piccolo Valerio di essere costruttori di civiltà perché con un atto d’amore come lo chiamava Gramsci ma anche gente come Che Guevara, Martí, Bolivar: diamo noi stessi per costruire progetti e processi di civiltà, per mettere in atto umanità che cammina.

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La guerra: una questione divisiva, ma dirimente https://www.carmillaonline.com/2022/07/20/la-guerra-una-questione-divisiva-ma-dirimente/ Wed, 20 Jul 2022 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72976 di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini… Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano [...]]]> di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini…
Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano fermarsi, a meno di non risalire alle cannonate del 1898 e a Bava Beccaris, saltando a piè pari, o quasi, una stagione straordinaria di lotte e contraddizioni di classe e nella classe: quella intercorsa nel secondo decennio del ‘900, tra l’avvento di Mussolini alla direzione dell’«Avanti», la Prima guerra mondiale e la formazione del nucleo giovane e intransigente che avrebbe costituito una delle componenti più radicali della Sinistra socialista.

Bene hanno dunque fatto i compagni di «pagine marxiste» a ripubblicare in un unico volume due testi di Mirella Mingardo già precedentemente apparsi in altra edizione (Mussolini, Turati e Fortichiari. La formazione della sinistra socialista a Milano 1912-1918, edizioni Graphos, 1992 e 1919-1923. Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del Pcd’I all’ascesa del fascismo, pagine marxiste, 2011) rivolti a sottolineare l’importanza che la componente milanese di sinistra del Partito Socialista ebbe nelle lotte e nelle riflessioni che precedettero e accompagnarono lo sviluppo della frazione rivoluzionaria all’interno dello stesso. Fino e oltre la scissione di Livorno nel 1921 che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Entrambi i testi erano da tempo esauriti e vengono oggi riproposti in un’edizione riveduta, ampliata, corretta e corredata da un vasto apparato di note biografiche cui hanno contribuito i redattori dell’Associazione Eguaglianza e Solidarietà.

La lettura si rivela immediatamente stimolante non soltanto dal punto di vista storico, ma anche propriamente politico, poiché quelle battaglie e quei fatti, soltanto apparentemente lontani nel tempo, servono ancora a mettere in evidenza carenze, errori e contraddizioni del nostro tempo. Così, anche se in precedenza non sono mancante le opere storiografiche destinate a ricostruire il travaglio politico e i conflitti sociali di quegli anni, i due testi di Mirella Mingardo permettono di ricostruire e collocare gli stessi temi ed avvenimenti in maniera tale da costituire ancora un termine di paragone per quelli attuali.

Prima di procedere nell’analisi dei contenuti, quello che occorre forse sottolineare è che la narrazione dei passaggi che portarono alla scissione del PSI e alla fondazione di un partito comunista rivoluzionario spesso ha privilegiato tre località “forti” per lo sviluppo della corrente più radicale del socialismo italiano di inizio ‘900 mettendo in risalto Torino, Napoli e Milano spesso nell’ordine qui appena esposto.

Se Napoli, descritta fin dall’Ottocento come la “polveriera d’Italia”1 e successivamente come uno dei principali centri di origine del Comunismo e del Fascismo2, aveva visto la presenza determinante di Amadeo Bordiga tra i giovani militanti che avrebbero intrapreso e guidato la lotta per la rivoluzione e il comunismo, curandone in particolare l’impostazione teorica, Torino, definita in un classico della storiografia del movimento operaio italiano come “operaia e socialista”3, ha fondato il suo primato, oltre che sulla combattività della sua classe operaia e del suo proletariato, sulla presenza di Antonio Gramsci, nonostante i tentennamenti che questi ebbe (insieme a Togliatti, all’epoca decisamente “interventista”) nei riguardi dell’opposizione ferma e radicale nei confronti del primo conflitto imperialista.

In entrambi i casi, però, le sezioni locali del partito socialista erano rimaste in mano alle posizioni riformistiche, mentre soltanto a Milano la sezione, fin da prima della guerra era stata diretta dalla frazione di Sinistra dello stesso partito. Il dubbio a cui si perviene, quindi, è che tale spostamento del baricentro della ricostruzione storiografica a favore di Torino sia stato dovuto, in un ambito di ricerca a lungo dominato dalla storiografia e dagli storici legati a doppio filo al PCI, alla necessità di far crescere a dismisura, dopo la sua morte, la figura e il ruolo svolta da Gramsci, e dall’«Ordine Nuovo», nella nascita e nella formazione del Pcd’I: sia per fornire a Togliatti una copertura autorevole per giustificare le sue infinite giravolte e tradimenti all’ombra della (tutt’altro che amichevole) figura di Gramsci4, sia per sminuire, se non proprio denigrare o rimuovere, le figure di Amadeo Bordiga e dell’ancor più odiato, se possibile, Bruno Fortichiari.

Bruno Fortichiari che si rivela essere, nell’ambito della ricerca di Mirella Mingardo, un autentico e intransigente promotore dell’organizzazione non soltanto del lavoro politico della sezione socialista milanese negli anni precedenti la prima guerra mondiale, ma anche dell’opposizione internazionalista alla stessa, una volta scoppiata. Insieme alla sua figura brilla, nell’ambito dell’ organizzazione e dell’agitazione svolta in senso internazionalista e antimilitarista, quella di Abigaille Zanetta (1875-1945), maestra socialista e agitatrice temutissima dalla prefettura milanese e dai vertici moderati e parlamentari socialisti dell’epoca.

Non a caso una donna, in una città e in un’epoca in cui, dall’Italia dei campi e delle fabbriche fino agli scioperi delle giovani operaie di Pietroburgo che diedero inizio alla rivoluzione di febbraio in Russia nel 1917, le donne lavoratrici di ogni età, con o senza famiglia, svilupparono azioni di lotta collettiva che pesarono enormemente sulle politiche dei partiti e le scelte, spesso repressive, degli Stati. Soprattutto prima e durante il primo vero macello imperialista che, oltre tutto, qui in Italia era stato già anticipata dalla guerra di Libia e dall’opposizione che nei confronti di questa si sviluppò in ambito socialista e anarchico.

Se tutta la ricerca sulla Sinistra socialista milanese è profondamente interessante nelle due parti che la compongono, per ragion di brevità, in questo contesto, si è valutato di soffermare maggiormente l’attenzione sulla prima parte, quella che si ferma al 1918 con la fine della guerra.
Periodo burrascoso che vedrà l’ascesa di Benito Mussolini e il suo conseguente allontanamento dal partito, l’affermazione di Fortichiari e dei compagni a lui più vicini alla guida della sezione socialista di Milano e, infine, anche il progressivo attestarsi della componente riformista, guidata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff, su posizioni sempre più collaborazioniste con gli interessi del governo e del capitalismo italiano.

Il fatto veramente interessante, nella ricostruzione e analisi di quegli eventi e personaggi, è dato dal fatto che fino a quando la battaglia interna e sulle piazze sarà condotta sul piano della lotta economica e dei diritti dei lavoratori oppure della validità del suffragio universale o, ancora, della corruzione dei quadri parlamentari socialisti più orientati alla collaborazione filo-governativa o la loro appartenenza alla Massoneria, tutte le componenti riusciranno comunque a trovare un equilibrio, per quanto conflittuale, che permetterà alla struttura partito di procedere nel suo cammino. Anche se, come afferma l’autrice:

Sin dai primi mesi del 1912 la divisione già presente nell’ala destra del partito si rivelò insanabile, sia nel convegno nazionale contro la guerra organizzato a Milano dai riformisti di sinistra, che nel dibattito avvenuto alla Camera per ratificare il decreto reale di annessione della Libia. In questa sede i contrapposti interventi di Bissolati (che pur criticando l’impresa libica manteneva il suo appoggio al Ministero Giolitti) e di Turati (che espresse l’opposizione della sinistra alla politica governativa) sancirono pubblicamente la scissione fra i due riformismi5.

Di tale situazione poterono approfittare da una parte la Frazione rivoluzionaria, che nel giro di poco tempo riuscì a conquistare la maggioranza delle sezioni di un certo rilievo, anche se, come si afferma ancora nel testo, «l’ascesa dei rivoluzionari fu soprattutto “il frutto di uno sforzo di carattere organizzativo” che non corrispondeva ad un radicale rinnovamento “di idee e di programmi”»6. Dall’altra lo stesso Mussolini che, dopo esser da poco rientrato nelle fila del partito, al successivo XIII congresso del Partito Socialista, tenutosi a Reggio Emilia il 7 luglio del 1912, riuscì ad ottenere l’espulsione dal partito dei deputati Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca, individuati come rappresentanti della destra riformista.

Episodio che, dopo il tentativo fatto da Bonomi di presentare le scelte parlamentari della destra come sforzo di riconciliazione con lo Stato per «imbeverlo della forza operaia e popolare» in attesa di porre fine al «divorzio tra capitale e lavoro», sancì la prima significativa scissione nella storia del Partito Socialista7.
In tale contesto occorre cogliere l’affermazione delle forze più giovani e intransigenti del partito raccolte in buona parte nella federazione giovanile, ma anche «lo sviluppo di nuove forze sociali che la lunga depressione e la guerra libica avevano contribuito a creare»8.

Mentre già il primo conflitto mondiale andava accumulandosi a livello economico, militare e politico, fu possibile un breve periodo in cui le forze radicali interne al Partito socialista, il sindacalismo rivoluzionario e quello della Confederazione Generale del Lavoro poterono convivere, anche se in maniera spesso conflittuale, con l’ala riformistica del partito stesso.
Ma il colpo di pistola di Sarajevo del 28 giugno 1914 avrebbe significato non solo l’avvio di un conflitto tra imperi non più procrastinabile, ma anche il processo che avrebbe dato inizio al disfacimento della Seconda Internazionale e dello stesso partito socialista italiano.

Ed è proprio nel corso dell’anno che separò l’inizio delle ostilità tra le forze della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa e l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, che tutti i nodi vennero al pettine, dimostrando come la questione dell’atteggiamento da tenersi nei confronti della guerra imperialista sia sicuramente estremamente divisiva ma, anche, dirimente più di qualsiasi altra sul piano delle politiche riformistiche, nazionaliste oppure rivoluzionarie.

Fa bene la Mingardo a sottolineare come Mussolini, indicato sempre come unico e vero traditore delle posizioni neutraliste del partito italiano, fosse in realtà in buona compagnia sia all’estero, dove i partiti socialisti tedesco e francese furono prontissimi ad approvare i crediti di guerra, sia in Italia dove sia all’interno del Partito che tra le altre forze di opposizione, sindacali e finanche anarchiche, furono tantissime le “conversioni” alla causa della guerra.

La prime contraddizioni inizieranno a manifestarsi proprio durante la cosiddetta “settimana rossa”, quando nel giugno del 1914, preceduta dagli scioperi dei ferrovieri e delle sigaraie, si sviluppò a partire da Ancora un movimento insurrezionale, che si estese in breve tempo ad altre regioni e che metteva insieme l’antimilitarismo con la protesta sociale per le condizioni salariali e di vita. Come annota la Mingardo:

Gli scontri sanguinosi della città marchigiana e la protesta spontanea che a macchia d’olio si estese in tutta la penisola non furono soltanto la reazione alla lunga serie di eccidi che distinsero l’Italia post-unitaria, ma rappresentarono nuovamente l’esplosione di una latente e disordinata carica rivoluzionaria delle forze proletarie.
Se sorprendente è l’assenza del partito, colto alla sprovvista dalla vastità del moto, ancor più sorprendente è l’assenza di Mussolini […] Il paese si rivolge al partito e al giornale, invoca una parola d’ordine, più volte preannunciata, “ma dietro la carta stampata dell’«Avanti!» non c’è niente”9

Citando Bozzetti, autore di Mussolini direttore dell’«Avanti!», aggiunge poi ancora: «Dopo aver predicato per anni la guerra, dopo aver identificato nel militarismo il nemico numero uno, dopo aver seminato l’odio contro le istituzioni militari […] quando scocca l’ora X Mussolini non è al suo posto»10.
L’ex-rodomonte socialista iniziava così a mostrare di che pasta fossero fatte le sue “radicali” affermazioni e a scivolare lungo il pendio che ben presto lo avrebbe portato tra le braccia dell’interventismo, del nazionalismo patriottardo e del militarismo stesso.

Il contesto in cui finirono col confrontarsi le differenti e irriducibili posizioni sulla guerra si rivela, attraverso le pagine del libro, non molto diverso da quello odierno, soprattutto per quanto riguarda il malessere che ben presto iniziò ad esplodere tra le classi popolari oltre che per il lento scivolamento verso la stessa proprio di quelle posizioni che pur volendosi “neutraliste” iniziarono a manifestare un atteggiamento decisamente anti-teutonico, pur dichiarandosi ancora non favorevoli ad un’entrata in guerra. Insomma un neutralismo che manifestava, nella sostanza una particolare avversione per uno dei contendenti del conflitto: quello austro-ungarico.

Posizione che iniziò a rivelare come le dichiarazioni indipendentiste e patriottiche di irredentisti come Cesare Battisti spingevano, inequivocabilmente, alla guerra nei confronti degli usurpatori delle “terre italiane”. Come afferma in un suo testo Luigi Cortesi, citato dall’autrice:

Questi atteggiamenti (anti-teutonici-NdR) ridimensionano qualitativamente la tradizionale leggenda di un PSI su posizioni coerentemente internazionalistiche. Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – esplicitamente o implicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filio-intesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti11

Mussolini nel frattempo, infiammando l’«Avanti!» con titoli come L’orda teutonica scatenata in tutta Europa, spingeva nella stessa direzione, oltre tutto rendendo ancora più evidente la sua tendenziosità nella cronaca bellica in cui, nonostante l’agosto del 1914 si fosse rivelato un mese di disfatte per gli eserciti dell’Intesa, i titoli del giornale socialista davano l’impressione che in realtà stessero vincendo. L’antitriplicismo però non era patrimonio del solo Mussolini poiché

da destra a sinistra il disorientamento percorreva il partito. Accanto alle dichiarazioni di alcuni riformisti (quali Treves12, Turati, Mondolfo, Graziadei) favorevoli alla “neutralità relativa”, emergevano le conversioni dei sindacalisti Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Decio Becchi, Livio Ciardi; dell’anarchica Maria Rygier13.

Mentre i partiti della cosiddetta sinistra finivano con lo schierarsi per un aiuto reale alle democrazie occidentali, l’unica voce a levarsi chiaramente contro la guerra fu quella di Amadeo Bordiga che, in un articolo pubblicato sull’«Avanti!»14, denunciava «le simpatie di “molti compagni” verso l’Intesa e demoliva le artificiose distinzioni tra guerra di offesa e guerra di difesa. La borghesia di tutti i paesi era la vera responsabile del conflitto o, meglio, lo era “il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica” aveva “ingenerato il sistema dei grandi armamenti”»15.

Bruno Fortichiari, collocandosi su altrettanto chiare posizioni intransigentemente antimilitariste e anti-imperialiste, poneva sullo stesso piano i blocchi contendenti, poiché l’Italia non doveva assolutamente lasciarsi «sedurre dalle sirene della Duplice Alleanza e della Triplice Intesa che indubbiamente prevedeva e attendeva l’aggressione per soffocare la Germania militarista e imperialista sì, ma anche forte concorrente nel campo industriale e coloniale»16.

Ma il testo edito da «pagine marxiste» ci rinvia al presente non soltanto dal punto di vista delle contrapposizioni ideologiche e politiche.

I paesi del vecchio continente non poterono sfuggire alla crisi generale che investì l’Europa allo scoppio della grande guerra. Sin dall’estate del 1914 l’economia italiana si trovò a fare i conti con il blocco navale inglese che impediva l’accesso nel Mediterraneo alla flotta della Triplice. Il provvedimento comportò l’aumento vertiginoso dei noli marittimi e “l’interruzione totale del traffico via mare da e per la Germania e l’Austria-Ungheria, e la più stretta dipendenza dall’Inghilterra per i rifornimenti”.
La mancanza di materie prime o il rallentamento nella loro fornitura, i provvedimenti governativi sulle restrizioni del credito e del commercio con l’estero, ebbero un’immediata ripercussione nell’economia: alle gravi carenze del mercato corrisposero il rialzo del costo della vita e l’aumento preoccupante della disoccupazione […] A peggiorare le condizioni di vita della sempre più numerosa popolazione disoccupata, contribuì la lievitazione del prezzo del pane. L’aumento incontrollato dell’alimento base fece scoppiare ovunque il grido di rivolta17.

Tumulti si ebbero a Bari, Caltanisetta, Napoli, Palermo, Catania, Pisa, Molfetta, Bitonto, Faenza con una forte presenza femminile all’interno delle stesse, spesso violente, manifestazioni affrontate con violenza superiore da parte dello Stato e con la dichiarazione dello stato d’assedio in alcune città coinvolte. Mentre, allo stesso tempo, il Governo e le forze di polizia permettevano e giustificavano le manifestazioni interventiste, spesso gonfiate artificialmente nei numeri ad uso della propaganda a favore della guerra.

Milano sia nel 1914 che nell’opposizione alle “radiose giornate di maggio” del 1915 fu spesso in prima linea con i suoi proletari, le lavoratrici e anche le donne della campagna circostante che protestavano sia per il peggioramento delle condizioni di vita che per il fatto che mariti e figli fossero stati richiamati o chiamati per la prima volta alle armi, aggravando così le già difficili condizioni economiche famigliari.

Di fronte all’inevitabile, la direzione del partito indirizzò al proletariato l’ultimo e drammatico manifesto inteso a separare le proprie responsabilità da quella delle correnti che avevano voluto la guerra. La lotta veniva rimandata al dopo, alla fine del conflitto. Il partito intanto si poneva “in disparte” – come scrisse l’«Avanti!» del 24 maggio 1915 – lasciando che la borghesia facesse la sua guerra18.

Fingendo una patina di nobiltà morale, la dirigenza socialista nazionale abbandonava definitivamente al suo destino un proletariato ancora combattivo che, però, avrebbe potuto essere indirizzato soltanto da un’organizzazione totalmente dedita al rovesciamento rivoluzionario dell’esistente, cosa che, certamente, il PSI non era e non voleva essere nella maggioranza della sua rappresentanza parlamentare e intellettuale.

Ma a gettare ancora benzina sul fuoco mai spento delle braci insurrezionali e rivoluzionarie giunsero nel 1917 le notizie provenienti dalla Russia e dalla rivoluzione che si era andata sviluppando colà. Fu così che nel maggio dello steso anno a Milano e poi ad agosto a Torino tornarono a svilupparsi violente azioni di massa contro la guerra, in cui la classe operaia, ancor prima dei militanti del partito fu in prima linea e sulle barricate.

E proprio a Milano, durante quelle manifestazioni portate avanti in maniera estremamente dura proprio dalle donne, Turati ebbe modo di osservare quaanta fosse la distanza che ormai separava l’ala riformista dalle masse che pretendeva di rappresentare in parlamento.
«Vogliono far la pelle ai signori – scrisse infatti ad Anna Kuliscioff – fra i quali, beninteso, siamo anche noi»19.

Prima della spesso e oggi fin troppo bistratta scissione del 1921 a Livorno, a rompere con il riformismo del PSI fu prima di tutto il proletariato delle grandi città industriali oppure trasferito al fronte e in divisa nel 1917.
Poi, nel novembre dello stesso anno, arrivò anche la risposta di migliaia di soldati italiani che autonomamente, e ancora una volta lasciati soli e privi di qualsiasi indicazione politica, abbandonarono il fronte e le trincee a Caporetto. Mettendo in pratica, senza magari neppure conoscerla, la parola d’ordine che era corsa lungo i fronti di guerra a partire dalla Francia: Facciamo come in Russia!

Ma la direzione nazionale del partito e Turati in particolare avrebbero continuato a procedere sulla linea di una sempre più stretta collaborazione col Governo in carica, sventolando la bandiera della “necessaria solidarietà” nei confronti dei profughi in fuga dal territorio profondo 70 chilometri in cui erano penetrate le truppe della Duplice, occupandolo. Un vero record nello sfondamento delle linee, visto che all’epoca la guerra permetteva di avanzare al massimo di qualche centinaio di metri al giorno.

La mobilitazione governativa e poliziesca affinché lo scontento interno non raggiungesse i soldati delle trincee si era già manifestata precedentemente, mentre i ferrovieri trasportavano verso le truppe al fronte i volantini inneggianti alla protesta e alla rivolta che la Sinistra intransigente cercava di diffondere a tutti i livelli. Nelle fabbriche, d’altra parte, il clima era diventato irrespirabile per le maestranze, poiché anche i lavoratori dovevano ormai rispondere ad un’autentica mobilitazione e militarizzazione del lavoro, in cui anche gli scioperi avrebbero potuto esser trattati come tradimento e diserzione.

Michele Fatica, citato dalla Mingardo, ha scritto in proposito:

Niente poteva essere più ben accetto alla borghesia industriale quanto la riduzione dell’operaio salariato alla condizione di lavoratore forzato. I dipendenti delle aziende dichiarate ausiliarie passano sotto la giurisdizione militare, quindi gli scioperi e le assenze ingiustificate vengono configurati come reati di ammutinamento o di diserzione20.

Dopo Caporetto alla vigilanza poliziesca e militare si aggiunse l’appello dei riformisti e di Turati alla collaborazione per un “governo di unità nazionale” per superare il ”difficile momento”. In antitesi con le affermazioni di Abigaille Zanetta, che aveva sostenuto che i socialisti dovevano «guardare a tutto ciò che si agita e si muove nelle masse, col proposito di assisterle, solidarizzare con esse, per averle collaboratrici al raggiungimento dei nostri ideali», Turati aveva già precedentemente affermato che «”solo l’isterismo e l’impulsività” potevano consigliare movimenti di folle, mentre l’azione del partito socialista doveva esser guidata “dalla riflessione e dalla ragione”»21.

Nell’estate precedente Caporetto, Lazzari (segretario del PSI dal 1912 al 1919) aveva rivendicato al partito “una tradizione di miglioramento sociale e di bontà” che non permetteva di contestare “il naturale sentimento di preferenza e di amore per il paese natio”, mentre dal fronte della futura frazione comunista la Zanetta

si soffermò sull’annoso dibattito riguardante il rapporto tra socialismo e patria e, negando a quest’ultima la propria “essenza”, sostenne “la necessità di demolirla”. L’oratrice inoltre affermò che la pace non doveva essere il fine ultimo del partito, anzi, a guerra conclusa, questo doveva “approfittare dei momenti di debolezza della classe capitalista per abbatterla” e facilitare l’avvento del socialismo22.

Bordiga già in precedenza aveva negato che compito del partito fosse quello di risolvere i problemi creati dal capitalismo stesso e che questo era impossibilitato, per proprie dinamiche, a risolvere.
Tutte queste affermazioni dimostrano che l’opposizione di sinistra era ormai passata ad una «matura scelta di classe che la guerra aveva contribuito a far emergere»23.

Lo spazio concesso da un articolo e da una recensione impediscono di approfondire maggiormente l’analisi di un testo che si rende indispensabile per chiunque voglia non solo approfondire la storia del movimento operaio e della Sinistra Comunista, ma anche per tutti coloro che, nella confusione oggi imperante sul tema della guerra, vogliano trovare un modello comportamentale e di analisi che superi con un subitaneo colpo d’ala tutte le inutili discussioni su guerra di aggressione o di difesa “dei patri confini”, diritti “umani” e tutte le altre infingardaggini liberal-democratiche che offuscano la reale funzione della guerra nella stagione, non ancora finita, degli imperialismi che già avevano infiammato i fronti europei di inizio ‘900, ottenendo però allora una ben diversa risposta politica e di classe. A Zimmerwald, Kienthal, Pietrogrado, Milano e Caporetto.

Poiché oggi come allora, la guerra tra stati e imperi, a differenza di quanto troppo spesso si afferma o si crede, non costituisce affatto un’eccezionalità in regime capitalistico, l’azione contro la stessa non può essere guidata ad un’impossibile unità di intenti tra forze agite da interessi diversi tra di loro, ma soltanto da una chiara visione del suo divenire e del necessario superamento delle contraddizioni insite nel modo di produzione che l’ha generata come inevitabile conseguenza della sua sfrenata ricerca di controllo delle ricchezze, dei mercati e delle risorse disponibili a livello planetario (lavoro umano compreso).


  1. Si veda: Giulio De Martino, Vincenza Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori Editore, Napoli 2004  ↩

  2. Si veda ancora: Michele Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971  ↩

  3. Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, Torino 1958  ↩

  4. Si vedano: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, (a cura di Chiara Daniele), Einaudi, Torino 1999 e Giancarlo Lehner, La famiglia Gramsci in Russia, Mondadori, 2008  ↩

  5. M. Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 25-26  ↩

  6. M. Mingardo, op. cit., p. 26  ↩

  7. op. cit., p. 27  ↩

  8. Ibidem, p. 26  ↩

  9. Ibid., p.99  ↩

  10. G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’«Avanti!», Feltrinelli 1979, pp. 160-163 cit. in Mingardo, op.cit., p. 99  ↩

  11. L. Cortesi, Le origini del PCI. Vol. I Il PSI dalla guerra di Libia alla scissione di Livorno, Laterza 1977, pp. 86-87, cit. in Mingardo, op. cit., p. 108  ↩

  12. Che avrebbe dichiarato che la neutralità non era “un dogma, un imperativo categorico” e che “il vantaggio che oggi si conclama domani può non ravvisarsi più”. Non neutralità “passiva” dunque, ma “attiva ed energica” in La nostra neutralità, «Critica Sociale» (rivista teorica del partito diretta da Filippo Turati), 15-31 agosto 1914  ↩

  13. M. Mingardo,op. Cit., p.109  ↩

  14. A Bordiga, In tema di neutralità. Al nostro posto!, «Avanti!», 13 agosto 1914  ↩

  15. M. Mingardo, op. cit., p. 111  ↩

  16. B. Fortichiari, Abbasso la guerra!, «La Battaglia Socialista», 12 settembre 1914 cit. in Mingardo, op. cit., p.115  ↩

  17. ibidem, pp140-141  ↩

  18. ibid., p. 166  ↩

  19. F. Turati-a. Kuliscioff, Carteggio, vol.IV. 1915-1918. La grande guerra e la rivoluzione, p. 501, lettera del 3 maggio 1917, cit. in Mingardo, op.cit., p. 206  ↩

  20. M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971, p.428 cit. in Mingardo, op. cit, p.210  ↩

  21. Mingardo, op. cit., p.213  ↩

  22. ibidem, p.225  ↩

  23. ibid., p.226  ↩

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L’opera aperta di Marx: un pensiero della totalità che non si fa sistema https://www.carmillaonline.com/2021/11/27/lopera-aperta-di-marx-un-pensiero-della-totalita-che-non-si-fa-sistema/ Fri, 26 Nov 2021 23:10:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69271 di Fabio Ciabatti

Paolo Favilli, A proposito de “Il Capitale”. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea, Franco Angeli, Milano 2021, Edizione Kindle, pp. 535, € 35,99.

Marx non può essere considerato un classico. Sono troppe le passioni che ancora suscita la lettura dei suoi scritti per la radicalità della loro critica al sistema capitalistico. Ma c’è di più. Marx rimane un nostro contemporaneo per il carattere aperto della sua opera che, ancora oggi, ci consente di dipanare il filo dei suoi ragionamenti in molteplici direzioni utili per indagare le radici del nostro presente, anche al di là [...]]]> di Fabio Ciabatti

Paolo Favilli, A proposito de “Il Capitale”. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea, Franco Angeli, Milano 2021, Edizione Kindle, pp. 535, € 35,99.

Marx non può essere considerato un classico. Sono troppe le passioni che ancora suscita la lettura dei suoi scritti per la radicalità della loro critica al sistema capitalistico. Ma c’è di più. Marx rimane un nostro contemporaneo per il carattere aperto della sua opera che, ancora oggi, ci consente di dipanare il filo dei suoi ragionamenti in molteplici direzioni utili per indagare le radici del nostro presente, anche al di là degli originari programmi di ricerca del rivoluzionario tedesco. Per comprendere questo carattere di apertura, sostiene Paolo Favilli nel suo ultimo libro A proposito de “Il capitale”, bisogna prendere in considerazione il rapporto tra la teoria marxiana e la storia, in un duplice senso. Da una parte bisogna comprendere fino in fondo la “fusione chimica” tra due dimensioni teoriche, quella economica e quella storica, che si intrecciano profondamente nella sua opera e in particolare ne Il capitale; dall’altra occorre capire come le vicende storiche concrete, e in particolare quelle del movimento operaio, abbiano inciso sulla ricezione, l’interpretazione e l’utilizzo del testo marxiano.

Per quanto riguarda il primo punto, bisogna partire dal fatto che per Marx dietro a ogni categoria, anche la più astratta,  c’è sempre una realtà concreta storicamente determinata, mai una realtà universale e eterna. La ricerca della logica specifica dell’oggetto specifico non può prescindere da un’incessante messa a punto degli strumenti concettuali che, per essere adeguati, devono con continuità consumare produttivamente una grande quantità di dati empirici.
D’altra parte Marx non è certo un empirista. Il capitale è, senza dubbio, un lavoro pensato attraverso la categoria di totalità anche se, ed è questo il punto su cui insiste l’autore, non si chiude mai nella costruzione di un sistema. L’opera del rivoluzionario tedesco è un “non finito” che combina Prometeo e Sisifo. 

Sforzo prometeico per abbracciare un insieme di relazioni tendenzialmente “totale” e nel contempo necessità di ritorni, ripartenze, modifica degli strumenti analitici per la comprensione della realtà del capitale in perpetuo mutamento.1

Detto altrimenti il pensiero di Marx è un pensiero della complessità, intendendo questa  categoria in due delle sue principali accezioni:

“complessità” come realtà multiforme, complicata, e “complessità” come realtà “complessiva”, un insieme costituito da parti intenzionalmente legate. … . Le parti non possono essere comprese se non nella prospettiva del tutto, e il tutto senza opera di ricerca empirica, teoricamente fondata, sulle specificità delle singole parti.2

Una complessità che possiamo vedere con chiarezza quando Marx si dedica allo studio di alcune aree coloniali e di marginalità nello sviluppo del capitalismo-mondo. Posto di fronte alla domanda del ruolo della comunità rurale russa per lo sviluppo del socialismo, Marx non fa predizioni sul corso necessario della storia, ma risponde con una serie di frasi ipotetiche. Solo se si fossero realizzate alcune condizioni storico-politiche per l’evoluzione della comunità di villaggio in un contesto di più alta civiltà si sarebbero potute materializzare traiettorie storiche diverse da quelle studiate nel caso del first comer (l’Inghilterra) e che erano servite come base per la costruzione del modello astratto marxiano.

Né la dissoluzione dell’obscina, né il suo sviluppo “come elemento rigeneratore” sono iscritte in una “fatalità” storica, bensì in una contingenza storica in cui operano elementi di determinismo, i diversi lineamenti di una storia di lungo periodo, e altri di volontarismo: le scelte politiche possibili.3

Nell’approccio di Marx, dunque, non abbiamo solo a che fare con la storia, ma anche con il presente come storia. Un presente il cui studio ci  permette di conoscere il  ventaglio di possibilità che ragionevolmente ci si può attendere dalle logiche dei processi in atto.
Ciò detto, non bisogna mai dimenticare che il Marx della maturità è soprattutto un economista politico. Tutto sta nel comprendere la peculiarità della sua concezione di questa materia. L’ambiente economico è sicuramente il primo piano del capitalismo, ma non è “disincarnato”. La riproduzione di rapporti sociali è comprensibile solo tramite l’indagine delle specifiche relazioni tra i membri della “società borghese”, gli “uomini in carne ed ossa”, e la catena delle mediazioni che li collega ai processi di accumulazione. Senza mai dimenticare il ruolo decisivo assegnato alla riproduzione delle forme ideologiche e di coscienza necessarie alla prosecuzione del processo di valorizzazione del capitale. La filosofia non è la strada principale per la critica marxiana delle categorie analitiche dell’economia classica, ma per questa critica rimane importante la “propedeutica dei concetti” e dunque l’utilizzo di una qualche forma di  pensiero filosofico, principalmente di tipo epistemologico.
Solo grazie a una concezione così articolata è possibile porre all’economia “questioni  di senso”, cosa che sarebbe insensata per la stragrande maggioranza degli attuali economisti. In questo contesto, per esempio, si può porre il problema dell’alienazione. Una questione che il giovane Marx pone in termini filosofici, ma che non scompare, pur tramutandosi, nel maturo critico dell’economia politica. Non bisogna però considerare l’alienazione come una situazione di scissione da un astratto ente generico, da una natura umana intesa in senso essenzialistico. Essa, piuttosto, va intesa come lo scontro, lo iato che si apre, all’interno della stessa modernità, tra le spietate logiche dell’accumulazione capitalistica e le potenzialità di realizzazione individuale e collettiva dischiuse dallo sviluppo delle forze produttive promosso dal capitale. Leggere il presente come storia apre alla comprensione delle diverse possibilità di emancipazione che si danno nel nostro mondo per le quali, però, non c’è alcuna garanzia di realizzazione. Consente di vedere lo scarto tra attualità e potenzialità del nostro presente. 

Da quanto fin qui detto appare chiaro che l’idea, spesso ripetuta, del marxismo come Bibbia del movimento operaio è quanto di più lontano possa esserci dagli obiettivi e dal metodo scientifico di Marx. Eppure questa idea è al tempo stesso vera se consideriamo la storia effettiva di un movimento che, nel momento della sua nascita, sentiva il bisogno di una conferma “scientifica”, di una garanzia “in ultima istanza” del suo “giusto” operare nella storia. E con questo arriviamo al secondo punto relativo al rapporto tra Marx e la storia cui abbiamo accennato all’inizio. Questo uso spesso distorto delle categorie di Marx si inscriveva comunque in un processo di crescita delle organizzazioni operaie e di consolidamento della loro autoconsapevolezza. Un processo che rientrava senza dubbio negli intendimenti di Marx. Il fraintendimento della sua opera, paradossalmente, era sempre  una forma di marxismo.
Alla fine dell’Ottocento, quando la maggioranza dei partiti socialisti si stavano costituendo dandosi un’identità “marxista”, il clima culturale e politico favoriva le logiche dell’“assoluta opposizione”. In molti paesi d’Europa nei loro confronti erano in vigore leggi fortemente restrittive, fino alla completa messa fuori legge. Anche i socialdemocratici  tedeschi, con una struttura solidissima e molti parlamentari tra le loro fila, si trovavano nella condizione di una nazione separata all’interno dello Stato. Non sorprende dunque che si sviluppasse una sorta di socialismo “integrale” che si proponeva di  elaborare strumenti concettuali a partire da una propria filosofia, una propria economia politica, una propria sociologia ecc. Un processo di separazione culturale di cui l’asse portante era il marxismo inteso non come una teoria del capitalismo, ma come una concezione complessiva del mondo che consentiva di individuare le tappe per l’affermazione del socialismo all’interno della società capitalistica.

I protagonisti del marxismo diventano movimenti sociali, movimento operaio organizzato, partiti socialisti, comunisti, poi addirittura “Stati socialisti”. Si tratta di marxismo strutturato che risponde a precise contingenze storiche. Semplificando, ma non troppo, si può dire che ciascuna delle “strutture” che ha necessità di assumere una “identità” marxista, s’inventa il marxismo di cui ha bisogno.4

Infine, a partire dalla rivoluzione russa, evento del tutto interno alla Grande guerra, il comunismo del Novecento assume per decenni le caratteristiche del “comunismo di guerra”. E la stessa lettura de Il capitale è soggetta alle leggi belliche. La correttezza della strategia politica e, talvolta, anche delle svolte tattiche, doveva essere dedotta direttamente dall’analisi scientifica. Arrivati a questo punto una “errata” interpretazione di Marx poteva portare alla fucilazione. Con il farsi stato del marxismo assistiamo ad uno scarto decisivo rispetto alla storia precedente che forse andrebbe sottolineato con maggiore forza di quanto faccia l’autore. La miscela instabile tra disciplinamento e autoemancipazione che aveva spesso caratterizzato le organizzazioni operaie, soprattutto quelle più strutturate, non regge più. Una funesta parodia del pensiero marxiano diviene instrumentum regni.
Rimane però il fatto che, a partire dalle vicende tragiche del comunismo di guerra, non si può ridurre la storia del comunismo stesso a una sequela di crimini. In questo modo, sottolinea Favilli, si dimenticherebbe che il pensiero critico ha potuto condizionare le tendenze totalizzanti e disumanizzanti dell’accumulazione capitalistica solo perché si è fatta resistenza reale, antitesi concreta al sistema dominante attraverso la storia del movimento operaio nelle varie forme politiche, sindacali, addirittura istituzionali. Insomma, nella storia dei comunismi sono presenti sia i momenti peggiori sia quelli migliori della storia umana: Gulag ed emancipazione.

L’incontro tra marxismo e movimento operaio, nelle molteplici forme in cui si è dato, non è il frutto di una necessità storica, ma il risultato di una possibilità. Anche se, a posteriori, possiamo dire si sia trattato di un’evenienza molto probabile, date le variabili in campo. Variabili che entrano in gioco in un preciso contesto, nazionale e internazionale. Per questo il ruolo del marxismo nel prossimo futuro non potrà essere, con ogni probabilità, quello del passato. Inutile invocare a ogni piè sospinto la ricostituzione di un autentico partito comunista quale deus ex machina in grado di risolvere tutti i nostri problemi.  Questo, però, non significa affermare che il pensiero di Marx non potrà avere alcun ruolo.
Conviene a questo punto seguire Favilli nella sua ricostruzione dell’evoluzione del pensiero politico di Marx che, dalla concezione quarantottesca di un partito d’avanguardia, passa, con l’adesione all’Internazionale, al tentativo di elaborare un quadro di riferimenti concettuali capace di allargare gli orizzonti del movimento reale, senza sovrapporsi alla sua effettiva esperienza. La forza dei testi scritti da Marx per l’Internazionale consisteva proprio “nella naturalità con cui venivano a coniugarsi il vissuto operaio nell’organizzazione di classe, la valorizzazione della sua esperienza, e gli orizzonti generali dell’emancipazione”.5
Resistenza e azione politica diventano i momenti centrali dell’elaborazione marxiana sull’organizzazione operaia. Si trattava di un modello di intervento intellettuale completamente interno al soggetto sociale che proponeva una “concezione forte di democrazia partecipativa, fondata su profondi e complessi processi di autoemancipazione collettiva”.6 Questo Marx, nota l’autore, potrebbe sembrare oggi quello più inattuale di fronte alla “crisi del soggetto della trasformazione, alla scomparsa della classe generale, e alla metamorfosi dell’attore sociale di massa in spettatore”.7 In effetti oggi l’antitesi ha perduto il nucleo centrale aggregante, la classe operaia dell‘Occidente industriale. L’antitesi però non è scomparsa e, soprattutto, non sono scomparse le condizioni per una sua ricostruzione.

Ora è possibile che la contraddizione capitale lavoro possa non essere percepita come centrale nel contesto della società liquida, ma è certo che nel suo ambito la ricostruzione dell’antitesi può avere funzione aggregante sull’intero panorama delle contraddizioni esistenti.8

Nel mondo contemporaneo assistiamo all’intrecciarsi di due differenti strati temporali: i flussi finanziari e informativi veicolati dalle reti informatiche globalizzate si intersecano con il ritorno su larga scala di forme di sfruttamento selvaggio non dissimili da quelle  sperimentate durante gli albori del capitalismo, quando la logica totalitaria dell’accumulazione non era contrastata da un’antitesi sufficientemente forte. Anche per questo c’è un elemento in comune tra il nostro presente e l’inizio della modernità nei riguardi della costruzione di questa antitesi: “senza la ‘resistenza’ non si inizia nessun percorso”. Oggi, come allora, la resistenza è necessaria contro il nuovo totalitarismo della funzione economica, contro il nuovo pensiero unico. Allora gli scioperi falliti, gli anacronismi di chi difendeva modi di lavoro destinati ad essere superati dallo sviluppo economico e tecnologico crearono le organizzazioni nuove e il nuovo spirito collettivo. Nel capitale-totale del nostro tempo ci sono numerosi semi di quella stessa pianta e anche qualche germoglio. Non possiamo sapere quali daranno frutti. Sappiamo solo che in passato è successo e che certe condizioni di fondo del nostro lungo presente sono rimaste immutate. Per immaginare le possibilità che si aprono nel nostro futuro, dunque, possiamo certamente cercare di comprendere gli elementi di determinismo rintracciabili nella storia di lungo periodo, ma senza mai dimenticare il carattere in ultima istanza irriducibilmente antideterminista della storia.


  1. Paolo Favilli, A proposito de “Il Capitale”, Franco Angeli, Milano 2021, Edizione Kindle, p. 142. ↩

  2. Ivi, p. 356. ↩

  3. Ivi, p. 342. ↩

  4. Ivi, p. 233. ↩

  5. Ivi, p. 307. ↩

  6. Ivi, p. 310. ↩

  7. Ivi, p. 310. ↩

  8. Ivi, p. 526. ↩

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Dare a Cesare quel che è di Cesare (e ai sindacati confederali quel che spetta loro) https://www.carmillaonline.com/2021/10/21/dare-a-cesare-quel-che-e-di-cesare-e-ai-sindacati-confederali-cio-che-spetta-loro/ Thu, 21 Oct 2021 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68768 di Sandro Moiso

Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.

Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, [...]]]> di Sandro Moiso

Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.

Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, il PD e il governo stesso si sono sperticati gola e mani nell’esaltazione dell’opera di pacificazione sociale portata avanti da CGIL, CISL e UIL e in particolare dalla figura, ormai prossima alla beatificazione, di Luciano Lama in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua nascita.

Mentre si sorrideva, giustamente, della richiesta di Salvini a Draghi affinché il presidente del consiglio contribuisse a riportare la pace sociale in vista delle elezioni amministrative e dei successivi ballottaggi, molti, quasi sempre offuscati da qualsiasi superficiale richiamo alla mistica dell’antifascismo istituzionale, ignoravano o sembravano soprassedere sull’autentica e definitiva dichiarazione d’intenti manifestata dai leader sindacali, “unitari” nel sostenere la necessità di evitare qualsiasi tipo di conflittualità sociale al fine di permettere la ripresa economica promessa dal PNRR.

Certo non è la prima volta che i sindacati della concertazione, uscita pari pari dalla Carta del Lavoro di mussoliniana memoria, chiedono sacrifici e compartecipazione dei lavoratori in nome del supremo interesse nazionale. La storia degli ultimi cinquant’anni ne è piena, ma tale funzione di collaborazione spesso è apparsa più sfumata rispetto alle dichiarazioni attuali.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con le sue “opportunità”, o spacciate come tali ai giovani e alle donne soprattutto, appare come una sorta di novello Piano Marshall, cui è stato paragonato più volte. Un’occasione da non perdere sia per gli imprenditori che per i lavoratori e le lavoratrici e i disoccupati. Discorso che, basandosi sulla promessa della crescita del PIL, dovrebbe annullare qualsiasi altra reazione alle sue reali e differenti conseguenze per i primi e per i secondi.

Come ha scritto l’economista, saggista ed editorialista di Limes, Geminello Alvi: «La percezione del mondo in forma di Pil serve non alla conoscenza, ma alla retorica degli stati. […] Il Pil e i suoi abusi sono il più perfetto esempio […] di omologare chiunque, equalizzandolo alle proprie manie di benessere e di potenza […] Il Pil è un indice della potenza statale, e di una qualche vera efficienza solo in tempo di guerra.»1

Per questo motivo l’idea di reddito netto, che era nata nel Seicento proprio per misurare ed accrescere tale potenza, «evolvette a prodotto o reddito nazionale moderno durante la seconda guerra mondiale, per opera di mediocri burocrati ai quali neppure Keynes credeva[…] E cosa si propone oggi nel tanto dissertare sul Pil? Di renderlo ancora più comprensivo, della felicità e di indici ecologici alla moda. Quando si dovrebbe invece lavorare per restringerlo, indi per limitare l’economicizzazione omologante.»2

Il riferimento a Keynes non è casuale poiché proprio il teorico dell’intervento dello Stato nell’economia finì con l’essere il vero, anche se spesso indiretto, ispiratore delle politiche che finirono col caratterizzare le scelte delle maggiori economie uscite devastate dagli effetti della Grande Crisi o Grande Depressione.
Nella competizione allora in corso per uscire da quegli effetti e per la ridistribuzione di quote importanti del mercato e della ricchezza mondiale, sempre secondo Alvi, sulla base degli studi di Costantino Bresciani Turroni3:

il keynesismo hitleriano funzionò pure meglio del New Deal. Nel 1938 gli Stati Uniti producevano un reddito nazionale del 23% inferiore a quello del 1929, e la Germania hitleriana già nel 1938 aveva raggiunto un reddito superiore del 5% a quello del 1929. La svolta tedesca era certo dipesa dal riarmo che provocò inflazione ma anche da spese pubbliche non troppo diverse da quelle dei borgomastri che negli anni venti indebitarono la Germania: autostrade e stadi. Per non dire degli aumenti salariali4.

Il fatto che la ripresa definitiva dalla Grande Depressione fosse poi giunta soltanto con la guerra (mondiale) non può costituire altro che un corollario delle scelte basate su un incremento gigantesco delle spese statali destinate a “grandi opere” (tra le quali occorre inserire il “riarmo” delle maggiori potenze dell’epoca), maggiori consumi (e quindi maggior produzione di merci) e controllo e uso indiscriminato di risorse umane, naturali ed energetiche.

Lo spesso declamato, ancor oggi da certa sinistra, keynesismo necessita di governi autoritari, oppure per usare un eufemismo “fortemente centralizzati”, spesso imposti attraverso la forza, il ricatto o l’inganno (e spesso da tutti e tre questi elementi insieme), in un contesto in cui: «Fare della statistica il criterio della verità è l’ipocrisia indispensabile di qualunque democrazia, la quale favorisce l’omologazione capitalistica.»5
E se qualcuno si stupisse del sentire parlare di democrazia in un contesto in cui si è parlato anche di nazismo, è sempre utile ricordare il fatto che Hitler andò al potere come cancelliere, nel gennaio del 1933, dopo aver vinto le elezioni del 6 novembre 1932 con il 33,1% dei voti (pur perdendo circa il 4% dei voti rispetto a quelli ottenuti nel luglio dello stesso anno) ed essersi alleato in parlamento col Partito Popolare Nazionale Tedesco (8,5% dei voti e 52 seggi).

In democrazia vincono i numeri delle maggioranze, vere o artefatte che siano, e da lì sembra derivare anche l’alto valore assegnato alle scienze statistiche come strumenti di “verità assolute” (Pil, numero dei vaccinati sulla popolazione, etc. solo per fare degli esempi). Pertanto oggi, anche se spesso il tema è rimosso ed ignorato, a farla ancora da padrone è lo schema keynesiano dell’intervento pubblico in economia, che si tratti di TAV, ponti sullo stretto, riarmo dell’esercito, dell’aviazione o della marina militare, reddito di cittadinanza a 5 (o meno) stelle o altro ancora.

Subissati di cifre e da una girandola di informazioni sulla ripresa o meno dei consumi, sull’aumento o diminuzione dei posti di lavoro, tutte basate su dati spuri e nudi che non tengono conto della qualità dei beni necessari ed effettivamente consumati o dei lavori riproposti a salario ribassato e orario inalterato, precipitiamo in un mondo indifferenziato di cittadini consumatori e utenti di servizi (sempre più spesso privati, ma finanziati col pubblico denaro come accade soprattutto per la sanità) in cui il problema delle “tasse” sembra sopravanzare quelli della “classe”6.

La democrazia rappresentativa, ovvero quella che ci ostiniamo a chiamare “borghese”, si nutre innanzitutto di cifre e se i numeri non ci sono, all’occorrenza, come nel caso dell’attuale governo o di quello Monti, si trovano. Gli utili idioti dei partiti, di ogni cifra e colore, disposti a tutto pur di restare a galla sugli scranni parlamentari, nonostante la presenza di quasi un 60% di cittadini non votanti, delusi, scazzati e arrabbiati, si troveranno sempre.
Talmente idioti da non rendersi conto di come questa ripetuta, ormai, tradizione di presidenti del consiglio non eletti, ma nominati, tutto sommato risalente in Italia fino al primo governo Mussolini, non contribuisce ad altro che a privarli ulteriormente di qualsiasi autorità e funzione reale.

Così, mentre si urla al lupo fascista e si convocano grandi manifestazioni di pensionati antifascisti (Che è…sarà mica che poi vengono quelli e ce decurtano la pensione e i diritti acquisiti. Daje, non pensamoce, cantamo n’altra volta “Bella ciao”…), il settore sindacale che conta ormai il più alto numero di iscritti ma di peso specifico politico ed economico pari a zero, l’autoritarismo si rafforza all’ombra della vulgata democratica e delle coperture finanziarie europee o straniere. Perché, lo si dica con chiarezza almeno per una volta, Draghi sembra ripetere i fasti di un altro “grande statista italiano”: Alcide De Gasperi.

Quello eletto con l’appoggio del Vaticano e del Piano Marshall, cui guarda caso oggi spesso si paragona il Recovery Fund europeo, l’attuale con alle spalle i voti delle burocrazie finanziarie europee e i fondi da distribuire con il PNRR. Entrambi autorizzati ad esercitare la loro autorità e portare a termine un disegno politico in nome di interessi altri da quelli della maggioranza dei lavoratori e dei cittadini meno abbienti. Evviva la ricostruzione! Evviva tutte le ricostruzioni post-belliche e post-pandemiche, sempre a vantaggio di pochi ma ripagate dal sudore, dal sangue (che diciamo a proposito del vertiginoso e vergognoso aumento dei morti sul lavoro?) e dai sacrifici di tutti gli altri, soprattutto se proletari, giovani disoccupati e donne.

Pil docet et impera. Tanto che anche il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, appena celebrato dai media nazionali con lo stesso clamore riservato ai vincitori di medaglie d’oro nelle competizioni olimpiche o paralimpiche, è stato bruscamente messo da parte e dimenticato appena ha osato affermare, criticando in parlamento questa misura delle prestazioni economiche di un paese, che incremento del Pil e lotta contro le cause del cambiamento climatico non possono essere compatibili7. Evidentemente per i soloni della politica e dell’informazione un fisico non può vantare competenze nel campo di scienze economiche sempre più attente al paranormale finanziario che alla quotidianità della vita della specie.

Il sindacato invece può farlo, eccome: basta che dica sempre sì e sia più realista del re nel promuovere la partecipazione dei lavoratori agli interessi dell’incremento del Pil e del capitale privato (spacciato per “nazionale”). Soprattutto se nel farlo invoca, come a Trieste ed ovunque vi sia anche soltanto il fantasma di una lotta, l’intervento delle forze dell’ordine contro i facinorosi, quasi sempre dipinti a prescindere come violenti e fascisti.

Per quanto riguarda la generazione cui appartiene chi scrive, si può tranquillamente affermare che diede una sonora ed inequivocabile risposta a tale scelta, sia a Roma in occasione della cacciata di Luciano Lama, gran promotore delle politiche dei sacrifici e della pace sociale insieme al suo sindacato, dall’Università che sulle scale delle Facoltà umanistiche di Torino, pochi giorni dopo i fatti romani. Era il 1977 e tanto basti per restare dell’idea che proprio ciò è quanto compete ai sindacati confederali, adusi a sedersi al tavolo delle trattative ancor prima di dichiarare scioperi o manifestazioni, per definire in partenza con i funzionari del capitale e dello Stato ciò che sia lecito richiedere ed attendersi.

Atteggiamento sindacal-confederale che, insieme all’opportunismo e alla vaghezza delle proposte politiche della sinistra istituzionale e limitrofa, ha finito col determinare la sconfitta del movimento operaio italiano. Nella riclassificazione del Pil italiano in profitti, rendite e salari, tentata da Geminello Alvi, lo stesso ha scritto:

Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del ’51. dell’Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti, e intanto però mi arresterei dal dire altro. Perché so che al nostro lettore verrebbe da eccepire: “ Bella forza, ma di quanto nel 2004bpartite Iva e indipendenti sono più numerosi di trentacinque anni fa? “. Lecita obiezione, che ha tuttavia pronta replica statistica: nel 1971 c’erano 2,13 lavoratori dipendenti per ogni indipendente, nel 2004 sono 2,15. Il che significa che i dipendenti sono addirittura cresciuti in proporzione rispetto a ventiquattro anni prima. Si può dire: la quota dei lavoratori dipendenti è regredita alle cifre di un’Italia della memoria, quella prima del boom8.

Dall’epoca dei dati appena ora citati molta acqua sporca e alluvionale è corsa sotto i ponti: crisi del 2008, ristrutturazioni aziendali, tagli alla spesa pubblica, riduzione dei lavoratori dipendenti o garantiti, trasferimento delle imprese all’estero o in mani straniere, crescita dei settori maggiormente caratterizzati dal lavoro precario e non garantito, automazione sempre più diffusa anche nel settore dei servizi, aumento della povertà assoluta, concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ristretto di mani. Eppure, come al solito, eppure…

Quei dati ci servono, forse ancora di più adesso, per mostrare come il taglio del personale nei settori produttivi, la riduzione dei salari e, per converso, una falsa redistribuzione delle ricchezze basata su “redditi di cittadinanza” ridicoli, se non offensivi per chi ne avesse realmente bisogno, fanno parte di quello stesso processo e stanno alla base delle attuali promesse di ripresa legate al PNRR.

Piano che, nonostante le sonore sberle pur affibbiate al ceto medio e ai lavoratori autonomi, continuerà a poggiare principalmente sull’incremento dello sfruttamento dei lavoratori produttivi e/o a basso reddito. La legge dell’estrazione del plusvalore non è cambiata mai, nonostante tutti gli artifici messi in campo per negarla o giustificarla, in nome dell’interesse nazionale, agli occhi di chi la subisce quotidianamente.

Nonostante le fasulle promesse del segretario della UIL di portare a “zero” le morti sul lavoro e la solita, retorica, citazione delle stesse ad opera di Landini durante la manifestazione romana oppure del presidente Mattarella e del presidente del consiglio Draghi, è inevitabile che gli omicidi sul posti di lavoro siano destinati ad aumentare. Motivo per cui, lasciatelo dire per una volta a chi scrive, sia la richiesta del Green Pass per accedere al posto di lavoro che la “fiera” opposizione alla stessa, in termini di vite dei lavoratori e di qualità del lavoro, non cambieranno nulla. Assolutamente nulla, anche quando si parla della difesa di “posti di lavoro”, in un senso o nell’altro.
La lotta di classe per la liberazione della specie dal giogo capitalistico si giocherà su altri fronti e in altre forme, al di fuori delle logiche confederali, dell’antifascismo istituzionale e delle logiche liberali e individualistiche.
Speriamo, prima o poi, di ritrovarle e, soprattutto, di saperle riconoscere.

Dixi et salvavi animam meam.


  1. Geminello Alvi, Il capitalsimo. Verso l’ideale cinese, Marsilio Editori, Venezia 2011, pp. 31-32  ↩

  2. G. Alvi, op. cit., pp. 32- 40  ↩

  3. Costantino Bresciani Turroni, Osservazioni sulla teoria del moltiplicatore, «Rivista bancaria», 1939, 8, pp. 693-714  ↩

  4. G. Alvi, op. cit., p. 93  ↩

  5. Ivi, pp. 70-71  ↩

  6. Si vedano qui un interessante articolo uscito su Codice Rosso, oltre all’intervento pubblicato su Carmilla sabato 16 ottobre da Jack Orlando  ↩

  7. Si veda qui  ↩

  8. Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, Milano 2006, p. 9  ↩

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La Cina è tornata vicina, ma non la si vede… https://www.carmillaonline.com/2020/09/19/la-cina-vicina/ Sat, 19 Sep 2020 21:30:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62792 di Nico Maccentelli

 

Ritorno alla sinistra. Politica di classe e immaginazione comunista nell’alleanza operai-studenti – di Pun Ngai, sul web: China Files, Reports from China

Questo breve saggio della sociologa Pun Ngai(1) sulle lotte operaie  alla Jasic Technology di Shenzhen nell’estate del 2018 e che potete leggere qui, è uno spaccato delle condizioni operaie cinesi, che definire brutali è un eufemismo. Ma è anche un’analisi della resistenza operaia e dell’unificazione tra movimento operaio e quello studentesco sotto l’egida di una ripresa del marxismo e del maoismo. In tempi di pessimo [...]]]> di Nico Maccentelli

 

Ritorno alla sinistra. Politica di classe e immaginazione comunista nell’alleanza operai-studenti – di Pun Ngai, sul web: China Files, Reports from China

Questo breve saggio della sociologa Pun Ngai(1) sulle lotte operaie  alla Jasic Technology di Shenzhen nell’estate del 2018 e che potete leggere qui, è uno spaccato delle condizioni operaie cinesi, che definire brutali è un eufemismo. Ma è anche un’analisi della resistenza operaia e dell’unificazione tra movimento operaio e quello studentesco sotto l’egida di una ripresa del marxismo e del maoismo. In tempi di pessimo marxismo nostrano, in cui ciò che si è voluto tenere è un nostalgico peggio, un razzolare nelle macerie del socialismo reale senza voler analizzare seriamente ciò che non ha funzionato, le degenerazioni burocratiche, dando chiavi di lettura astratte e stravaganti dell’integrazione della Cina “comunista” ai processi di accumulazione e produzione del capitalismo mondiale, il contributo di questa sociologa di Hong Kong è piuttosto eloquente e illuminante: getta luce su una situazione sociale, quella cinese, di cui si sa e si vuole sapere molto poco. E sulla quale molte forze comuniste si accontentano delle versioni ufficiali dei ceti dirigenti di Pechino.

Pun Ngai descrive una situazione di fabbrica alla Jasic Technology che è comune a tutte le zone speciali in Cina:

“Gli operai devono lavorare dodici ore al giorno, senza un giorno di riposo e senza pause a eccezione dei pasti e del sonno. Persino quando andiamo in bagno siamo sotto la stretta sorveglianza degli uomini della sicurezza. Inoltre la ditta obbliga gli operai a sprecare il proprio giorno di riposo alla fine del mese in escursioni organizzate, al termine delle quali devono tornare al lavoro.”

Ma descrive anche le lotte operaie per poter migliorare le condizioni di lavoro, i tentativi di avere un sindacato, la discesa in campo degli studenti, i gruppi di studio marxisti e il forte retroterra politico e culturale maoista ancora ben presente nella società cinese. E di contro la repressione spietata della polizia con arresti, pestaggi.

“Sempre più società di studio del marxismo (makesizhuyi xuehui 马克思主义学会) e gruppi di studenti di sinistra provenienti da università di tutto il Paese affluirono a Shenzhen, chiedendo il rilascio degli operai. Con manifestazioni di strada, comizi e canti dell’Internazionale, catturarono l’attenzione di numerosi media stranieri.”

La Pun Ngai poi articola la sua analisi, di cui menziono questo passaggio eloquente sulla ripresa del maoismo in Cina:

“Il processo di politicizzazione del movimento dei lavoratori durante la lotta alla Jasic ha riattivato e conferito nuova sostanza alla teoria marxista e al pensiero di Mao. Per la prima volta si è levata forte e chiara una voce per l’avvenire della rivoluzione comunista. All’interno del triplice ritorno di cui sopra, il ritorno alla politica di classe è il nodo più fondamentale delle lotte operaie nell’era della riforma e apertura. Secondo gli attivisti di sinistra che operavano alla Jasic, compresi operai e studenti, tutta la storia dell’umanità è storia di lotta di classe. Pur costituendo la forma politica più importante della transizione socialista in Cina all’epoca di Mao, la politica di classe è stata abbandonata con la condanna, seguita alle riforme, della Rivoluzione culturale e della linea politica di Mao. La politica di riforma e apertura simboleggia l’ingresso della Cina nel capitalismo globale, con la trasformazione dei rapporti di produzione e di riproduzione e l’abbandono dei binari storici del socialismo. Dopo quarant’anni di riforme, la Cina è divenuta la “fabbrica del mondo”, con oltre 280 milioni di lavoratori migranti dalle campagne alle città, 90 milioni di operai licenziati dalle aziende statali e milioni di laureati universitari che ogni anno entrano a far parte della massa dei nuovi operai. Per “fabbrica del mondo” non si intende soltanto l’enorme capacità produttiva della Cina nell’ambito della produzione mondiale, ma anche la cristallizzazione del processo attraverso cui il capitalismo globale, mediante la riproduzione allargata, ha convogliato le vite sociali dei Paesi non capitalisti all’interno della globalizzazione.”

Un abisso rispetto alle narrazioni dei comunisti nostrani, quelle che ormai considero un meta-pippone propagandistico, quindi occasionale e opportunistico, sulle “magnifiche capacità economiche” della “Cina socialista”. La questione riguarda la Cina, ma anche il socialismo reale sovietico in una totale cesura con quelle posizioni rivoluzionarie che dalla seconda metà del secolo scorso avevano operato una rottura con i limiti e le degenerazioni di tali esperienze. Un bel modo di rifondare.

Visto che poco o nulla si muove dalle nostre parti e la vulgata dei “vincitori di fine secolo” sulle “perfidie del comunismo” si afferma tranquillamente in ogni interstizio sociale e culturale, ho iniziato a riconsiderare le esperienze del movimento comunista internazionale del secolo scorso. Per prima cosa ho pensato che Che Guevara non vada lasciato solo sulle magliette, dato che ritengo il guevarismo ancora oggi una guida per l’azione politica. In un intervento sul mio blog, dal titolo: “Elogio del guevarismo” (che potete leggere qui), ho avuto modo di enucleare ciò che ancora di attuale c’è nella somma di esperienze politico-rivoluzionarie collocabili nel guevarismo: capostipite quella colonna guerrigliera che diede l’assalto alla caserma Moncada nel 1953 e con il Movimiento 26 de Julio, che diede vita con Cuba (a fare da centro internazionalista) a quella grande stagione degli anni ’60 e ’70 di lotte di liberazione antimperialiste nel Terzo Mondo. Ma anche diede l’avvio alle sinistre rivoluzionarie che caratterizzarono alti livello di scontro con il potere borghese sin dentro le metropoli imperialiste. In  specifico, ho evidenziato i quattro punti essenziali di rottura del guevarismo con l’ortodossia marxista sovietica: il superamento delle politiche eterodirette da Mosca dei vari partiti comunisti, il rilancio di un percorso rivoluzionario nei paesi dove vi fossero le condizioni, la visione internazionalista oltre “il socialismo in un solo paese”, che aveva permeato la politica sovietica anche dopo la destalinizzazione, oltre i tatticismi dei comunisti a vantaggio della politica estera della superpotenza socialista e last but not least, essere la genesi delle sinistre rivoluzionarie dal Terzo mondo all’Occidente. Sono elementi politici e strategici collegati tra loro e non se ne dà uno senza gli altri.

L’altra questione rimasta in sospeso tra macerie e orfanelli nostalgici è il maoismo. Riprendere anche l’impianto politico e metodologico di Mao Tse Tung sembra sia più facile per i comunisti rivoluzionari cinesi che regolarmente vengono sbattuti in galera e costretti ad abiure da burocrati borghesi camuffati da comunisti. Da noi tutto è lasciato a qualche gruppetto dogmatico che si fregia del titolo “il partito”. Dell’esperienza maoista già ne avevo accennato nell’articolo sopra citato, dandole il giusto valore non solo storico, ma anche e soprattutto politico. Per altro in Asia ha dato e continua a dare vita a esperienze rivoluzionarie differenti dal guevarismo, piuttosto rilevanti come in India, Nepal (al governo c’è il Partito Comunista del Nepal), in generale in Indocina… anche se non sempre positive (si pensi al polpottismo). In definitiva il maoismo riveste anch’esso un’attualità che in Occidente neppure possiamo immaginarci.

Io mi limito ad alcune considerazioni preliminari, senza ripetere l’ottima analisi della sociologa di Hong Kong (3).

Oggi all’interno delle compagini comuniste di vario tipo, si sentono argomentazioni sulla Cina come “socialista”, esaltandone le capacità pianificatorie. Bisogna capire da che premesse si sviluppano e caratterizzano queste “capacità”. Da quali rapporti di classe partono. E allora bisogna dirlo forte e chiaro che la democrazia sovietica non c’era più nell’URSS, così come quella cinese è finita con la morte di Mao. Questi sono alcuni aspetti su cui non si sono mai fatti veramente i conti.

E qui apro un inciso doveroso: quando parlo di democrazia, non mi riferisco certo alla democrazia borghese parlamentare. Direi che le argomentazioni di Lenin sulla posizione di Kautsky in merito siano ancora piuttosto attuali e dirimenti la questione da un punto di vista comunista. Non piacerà il termine, ma quando i comunisti parlano di democrazia sovietica, o per dirla all’italiana, dei consigli, si riferiscono alla dittatura del proletariato, ossia citando Lenin:“…dittatura non significa obbligatoriamente la soppressione della democrazia per la classe che esercita questa dittatura contro altre classi, ma significa obbligatoriamente soppressione (o forte limitazione, che è anche un aspetto della soppressione) della democrazia per quella classe contro cui la dittatura è esercitata”(2). Dunque è al contrario la forma più alta di democrazia popolare poiché si basa sulla soppressione del dominio classista della borghesia che sotto la veste della democrazia borghese esercito il suo dominio reale attraverso una democrazia tra pochi, tra ceti borghesi dominanti. Ciò lo vediamo tanto più oggi nella sottrazione di sovranità delle istituzioni parlamentari verso circoli ristretti, burocrazie. Nella situazione italiana lo riscontriamo nel trasferimento dei poteri politici ed economici alle euroburocrazie e quelli militari al comando NATO. Ma se questo metro di lettura vale per l’Occidente e i comunisti sono così giustamente puntigliosi nell’analizzarne gli aspetti politico-istituzionali di dominio, perché allora ciò non dovrebbe valere per i “paesi socialisti”, andando a vedere la vera natura dei rapporti sociali di classe e individuare dunque di conseguenza la lotta di classe stessa? Si scoprirebbe per esempio che nel caso della Cina di socialista non c’è nulla.

L’opposizione borghesia proletariato creatasi in Cina, in URSS, nei paesi socialisti (sarebbe meglio dire a capitalismo di stato) dell’orbita sovietica in genere, pur tra esperienze diverse ha un denominatore comune: è espressa dalla contraddizione tra  burocrazia e classi proletaria e contadina, o classe operaia sola, a seconda della tipologia geo-economica del paese, delle caratteristiche economico-sociali. L’opposizione tra classi nei paesi imperialisti è invece tra capitalismo privato da una parte e classe operaia, proletariato dall’altra. Ovviamente schematizzo per poter meglio comprendere gli opposti, ma l’analisi delle composizioni sociali e di classe è questione ben più complessa e uno dei tasti dolenti del marxismo nostrano. Dunque, ciò che da un certo punto in poi numerose entità comuniste non hanno più voluto ammettere è il revisionismo che ha segnato la storia delle esperienze socialiste, il loro crollo, il loro mutamento in qualcosa d’altro. Lo si è spesso sussunto acriticamente facendo fare passi indietro al movimento di classe anche sul piano politico e ideologico.

Il revisionismo cinese in particolare, iniziato con la morte di Mao, è spiegato molto bene in questo articolo della Pun Ngai. Così come è spiegato molto bene che con le contraddizioni di classe che si sono acuite in conseguenza dell’internità della potenza cinese nei cicli di produzione delle multinazionali occidentali e di un modello di produzione capitalista che è totalmente adeguato e integrato nella società cinese, le avanguardie marxiste cinesi stanno riprendendo il maoismo come bandiera di un nuovo e poderoso ciclo della lotta di classe in Cina.

Il marxismo esiste in Cina come formazione, permea tutta la società. Ma il revisionismo cinese lo ha distorto, e cerca da decenni, di fase in fase, di pianificazione in pianificazione, di piegarlo ai suoi scopi che sono di tutt’altra natura e che rispecchiano l’ascesa e l’affermazione della borghesia cinese, dei suoi apparati burocratici, della grande classe media fino alle élite ben connesse con il Partito Comunista Cinese, che ormai è loro espressione sin dalla svolta controrivoluzionaria denghista.

Per fare un paragone con il revisionismo italiano, il PCI, ha fatto presto: essendo a differenza del PCC dentro una formazione economico-sociale capitalistica, ha cancellato il marxismo ed è direttamente approdato al liberalismo borghese passando per la svolta della Bolognina. Arrivando a essere un partito reazionario borghese che oggi ha il volto orrido e spietato del neoliberismo… il PD.
Ovviamente l’operazione di demarxistizzazione è molto più facile in un partito, che in una società come quella cinese che ha nel marxismo uno degli elementi costitutivi sul piano della cultura. Per cui il processo revisionista cinese assume il percorso della mistificazione e non quello della rimozione.

Tuttavia è questo il punto debole politico e culturale del regime pseudo-comunista cinese. La lotta di classe di orientamento comunista-maoista, marxista-leninista, in Cina c’è ed è destinata a svilupparsi alla faccia della forte repressione fascista delle autorità.

Ora, dunque, comprendiamo come il maoismo (e come per altri versi il guevarismo) non sia un “cane morto” e abbia un’importanza fondamentale per l’intero scontro di classe mondiale. E non possa essere relegato a mera questione cinese.

Pertanto, quando si incensa la Cina per la sua politica di pianificazione, occorre però comprendere il contesto socio-economico e che non si sta facendo un bel servizio né alla classe operaia cinese, né a quella mondiale, a causa di un’arretratezza analitica dei comunisti nostrani che nella ricerca di riferimenti persi da oltre 30 anni, hanno sussunto dei nuovi “piccoli padri” come Xi Jinping.

Se si vuole affermare nel nostro contesto la pianificazione come modello sociale e politico di transizione al socialismo, l’operazione politica che ne va fatta è ben diversa. Sulla Cina  è bene farsi due domande che sono indispensabili anche a livello generale: chi è al potere? Pianificare per chi e per cosa?

Aspetto secondario ma neanche tanto: l’arma spuntata del contrasto politico alle vulgate critiche dei media e dell’opinione pubblica sul “totalitarismo cinese” per attaccare il comunismo in generale. Difendere una burocrazia totalitaria e classista contrapponendola ai regimi borghesi occidentali e filo-USA che la controparte spaccia per “democratici” è decisamente una forma di autolesionismo politico.

Non c’è proprio nulla di nuovo da proporre compagni?

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NOTE

(1) Professore associato alla Hong Kong University of Science and Technology e autrice di numerose pubblicazioni personali e collettive.

(2) La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, V.I. Lenin

(3) Segnalo anche: https://www.connessioniprecarie.org/2016/06/06/il-sogno-cinese-alla-prova-della-classe-unintervista-a-pun-ngai/

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Sport e dintorni – Storia sociale della bicicletta, tra modernità e antimodernità https://www.carmillaonline.com/2020/06/16/sport-e-dintorni-storia-sociale-della-bicicletta-tra-modernita-e-antimodernita/ Tue, 16 Jun 2020 20:38:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60566 di Alberto Molinari

Stefano Pivato, Storia sociale della bicicletta, Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 251, € 22,00.

Studioso dei comportamenti collettivi e dell’immaginario politico nel Novecento, Stefano Pivato è stato uno dei primi storici italiani che ha messo in luce i risvolti politici e sociali dello sport. Tra i temi di carattere sportivo affrontati da Pivato, la Storia sociale della bicicletta può essere considerata l’ultima tappa di un itinerario di ricerca iniziato con Sia lodato Bartali (1986), proseguito nel 1992 con La bicicletta e il sol dell’avvenire e poi con Il Touring Club Italiano nel 2007. Ricorrendo ad [...]]]> di Alberto Molinari

Stefano Pivato, Storia sociale della bicicletta, Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 251, € 22,00.

Studioso dei comportamenti collettivi e dell’immaginario politico nel Novecento, Stefano Pivato è stato uno dei primi storici italiani che ha messo in luce i risvolti politici e sociali dello sport. Tra i temi di carattere sportivo affrontati da Pivato, la Storia sociale della bicicletta può essere considerata l’ultima tappa di un itinerario di ricerca iniziato con Sia lodato Bartali (1986), proseguito nel 1992 con La bicicletta e il sol dell’avvenire e poi con Il Touring Club Italiano nel 2007.
Ricorrendo ad una molteplicità di fonti archivistiche e a stampa, a documenti prodotti dalla cultura popolare, immagini, poesie, racconti e canzoni, l’autore assume come chiave di lettura principale della storia sociale della bicicletta la dialettica tra “modernisti” e “antimodernisti” e indaga gli svariati intrecci tra il mezzo a due ruote e il contesto sociale italiano.

La ricostruzione di Pivato consente di cogliere da un’angolatura particolare alcune importanti dinamiche e trasformazioni dell’Italia contemporanea, dell’immaginario collettivo come della cultura materiale, del costume come della questione di genere, dei soggetti politici come delle figure sociali per le quali il mezzo ciclistico diventa parte integrante della vita quotidiana.
Nel racconto della lunga e affascinante storia delle due ruote, l’autore dà voce anche suoi cantori mostrando «la convivenza e la contaminazione fra cultura alta e cultura bassa» che «costituiscono una delle caratteristiche della bicicletta e della sua declinazione in varie forme»: dagli scritti dei letterati innamorati della bicicletta ai tempi dei “pionieri” agli articoli degli scrittori che seguivano il Giro d’Italia, dai fogli volanti dei cantastorie che narravano le gesta dei campioni alle canzoni di cantautori come De Gregori, Paoli e Conte che hanno rievocato le atmosfere dei tempi di Girardengo, di Coppi e di Bartali.

Tra fine Ottocento e primo Novecento, quando l’ingombrante velocipede viene sostituito dalla più economica e maneggevole bicicletta, le due ruote si diffondono progressivamente trasformandosi da stravagante passatempo per aristocratici a strumento per le passeggiate della borghesia, da esercizio per pochi a bene di consumo popolare, utilizzato da impiegati e operai per recarsi al lavoro.
La pratica ciclistica si carica di significati connessi alla modernità: rappresenta l’ebbrezza della velocità (in bicicletta si possono percorrere 20 km all’ora, contro i 4 a piedi), consente di ampliare l’esplorazione del paesaggio e la conoscenza della penisola, apre nuovi orizzonti fisici e mentali, trasmette un senso di libertà.
Ai ciclofili entusiasti si contrappongono i ciclofobi che condannano il nuovo mezzo. «E l’antimodernità – scrive Pivato – è una categoria dentro la quale stanno gran parte delle motivazioni che si oppongono alla bicicletta. Vi è la paura delle genti di campagna quando vedono per la prima volta il mostro meccanico; così come vi è il timore della chiesa per il ridicolo e la mancanza di decoro cui si espongono i preti che montano le due ruote. Dentro l’antimodernità ci sta anche la tutela della pudicizia che è alla base delle limitazioni e dei divieti posti alle donne. E così pure l’iniziale rifiuto del movimento operaio per la bicicletta considerata “un prodotto del capitalismo borghese”».
Pivato dedica pagine ricche di informazioni, aneddoti e riflessioni agli atteggiamenti contraddittori assunti dagli ambienti ecclesiastici nei confronti della bicicletta, alle istanze emancipatrici che il nascente movimento delle donne attribuisce alle due ruote come alle riserve della scienza e ai pregiudizi dell’opinione pubblica conservatrice nei confronti delle donne in bicicletta, al dibattito interno al movimento socialista tra gli intransigenti “antisportisti” e i fautori di un uso politico del mezzo ciclistico inteso come strumento per diffondere la propaganda e come veicolo di socialità.

In prossimità della prima guerra mondiale, la bicicletta irrompe nella vita militare e nel discorso patriottico. Anche in questo caso, Pivato evidenzia i contrasti che accompagnano l’utilizzo del mezzo. Da un lato, come per i sacerdoti e per le donne, permane un pregiudizio di natura estetica che vede nell’uso della bicicletta il rischio di «mettere a repentaglio la credibilità e il decoro delle forze armate»; dall’altro, si pensa di poter sfruttare a fini militari la velocità e la mobilità delle due ruote.
Ad alimentare l’immagine di rapidità e di efficienza della bicicletta contribuiscono i futuristi che allo scoppio della guerra si arruolano nel Corpo dei ciclisti volontari. Il mezzo non si rivela però adatto ad un conflitto che si configura di posizione, mentre riesce utile in un frangente drammatico come la ritirata di Caporetto perché le due ruote «consentono una libertà di movimento maggiore rispetto a chi si affida a mezzi pesanti come i carri, spesso bloccati dagli intasamenti che la precipitosa ritirata provoca».

Nel ventennio fascista, «la bicicletta diventa uno degli indici più caratteristici della nazionalizzazione del tempo libero del regime». La “Carta dello Sport”, varata nel 1928, affida il compito di dare impulso al ciclismo amatoriale alla Federazione Italiana dell’Escursionismo che organizza convegni, concorsi, gite di massa nell’ambito del Dopolavoro. Le escursioni in bicicletta rappresentano «uno degli strumenti più efficaci della mobilitazione degli iscritti per educare l’italiano “nuovo” attraverso itinerari e mete che devono familiarizzare i partecipanti alla conoscenza della nazione e delle opere del regime. Nelle parate del Dopolavoro, della Milizia e delle Giovani italiane il veicolo a due ruote è una presenza costante».
Alla vigilia del secondo conflitto mondiale, la popolarizzazione del mezzo ciclistico è favorita dall’abolizione della tassa di circolazione che entra in vigore nel 1939 nel pieno della campagna autarchica quando la limitazione dei carburanti rilancia l’utilizzo delle due ruote. Ricorrere all’«”autarchico cavallo d’acciaio” diventa, per la possibilità di economizzare il carburante, una delle più significative manifestazioni di adesione agli interessi e ai sentimenti nazionali con l’entrata in guerra dell’Italia».

Come osserva Pivato, «se la bicicletta diviene uno dei simboli dell’”andata verso il popolo” del regime fascista, si trasforma però in uno dei mezzi che più attivamente contribuisce alla sua caduta».
Poiché garantisce rapidità di esecuzione e aumenta le possibilità di fuga, durante la Resistenza la bicicletta è uno strumento determinante per le operazioni militari dei Gruppi di Azione Patriottica che agiscono nelle città. Anche per le staffette partigiane, come si evince dalle storie e dalle testimonianze delle donne impegnate in varie missioni (portare ordini ai compagni, distribuire giornali clandestini, trasportare viveri, indumenti o armi), è fondamentale l’uso della bicicletta. Ricordava una di loro: «Quando optai per combattere in città […] non sapevo sparare […] ma sapevo perfettamente andare in bicicletta». E dal punto di vista simbolico il protagonismo delle staffette rappresenta «una sorta di rivincita postuma delle donne nei confronti della bicicletta il cui uso, qualche anno addietro, era loro precluso o fortemente condizionato».

Lungo il Novecento la fortuna della bicicletta dipende anche dalle grandi corse, a partire dal Giro d’Italia e dal Tour de France.
Agli albori del ciclismo, l’epopea delle due ruote è legata alla fatica e al coraggio, alla volontà di portare a compimento un impegno attingendo fino all’estremo della forze, al mito delle origini oscure e povere, allo sport come forma di riscatto e come strumento di mobilità sociale.
Nella loro evoluzione, le competizioni fanno poi emergere la figura del campione. «Nell’immaginario del Ventesimo secolo – scrive Pivato – il campione sportivo viene a sostituire una delle figure più caratteristiche della cultura classica: quella dell’eroe che non sta più nelle pagine di un romanzo ma sulle strade del Tour e del Giro».
Nel secondo dopoguerra sono anzitutto Gino Bartali e Fausto Coppi i campioni che suscitano le passioni degli italiani. La rivalità che si instaura tra i due ne accresce la popolarità e definisce i meccanismi di identificazione degli italiani in personaggi dalle caratteristiche opposte, tanto tecnicamente e caratterialmente quanto, almeno nella rappresentazione popolare alimentata dai mezzi di comunicazione, ideologicamente (il “pio” Bartali e il laico Coppi). Nel clima della guerra fredda il mondo ciclistico si divide in due fazioni contrapposte e il dualismo sportivo assume una connotazione politica: come si sta o con De Gasperi o con Togliatti, così si fa il tifo o per Bartali o per Coppi: «In un periodo in cui il partito democristiano si avvia a divenire egemonico e a emarginare le sinistre dalla vita politica e sociale del paese, le sconfitte che Coppi infligge al “De Gasperi del ciclismo” acquistano, per quanti hanno creato la leggenda di un Coppi comunista, il valore di una sconfitta dell’Italia democristiana».
Anni dopo, sarà Marco Pantani a riproporre l’immagine del ciclista antico come eroe della fatica, refrattario alle tattiche, imprevedibile, capace di illuminare improvvisamente una gara con i suoi scatti improvvisi sulle montagne del Giro o del Tour.

L’ultimo capitolo del libro – intitolato “Dalla modernità all’antimodernità” – si chiude con uno sguardo sul rovesciamento di paradigma che ha caratterizzato la bicicletta nell’epoca della motorizzazione di massa e delle crisi ambientali.
«A partire dagli anni Sessanta – nota Pivato – in coincidenza con il boom economico e l’avvio della motorizzazione di massa, la bicicletta viene progressivamente dismessa e dal decennio successivo, nel periodo della prima crisi energetica globale, quella che all’origine era nata come il simbolo della modernità per eccellenza si trasforma nell’emblema dell’antimodernità. Anzi, diventa la rappresentazione di quello che uno dei massimi antropologi contemporanei, Marc Augé, ha definito “un nuovo umanesimo” diretto alla salvaguardia ambientale di fronte al disastro ecologico globale».
Ancora una volta, il ruolo della bicicletta e i significati che le vengono attribuiti rimandano a rilevanti passaggi storici, confermando ciò che sosteneva quarant’anni fa Gianni Brera: «Traverso le viti di una bicicletta si può anche scrivere la storia d’Italia».


Sport e dintorni

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Sport e dintorni – L’oppio dei popoli. Sport e sinistre in Italia https://www.carmillaonline.com/2018/11/07/sport-e-dintorni-loppio-dei-popoli-sport-e-sinistre-in-italia/ Tue, 06 Nov 2018 23:01:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49442 di Alberto Molinari

Sergio Giuntini, “L’oppio dei popoli”. Sport e sinistre in Italia (1892-1992), Aracne editore, Canterano (RM), 2018, pp. 316,  € 20,00

Secondo un luogo comune consolidato, la storia della sinistra italiana sarebbe segnata da una sostanziale sottovalutazione del fenomeno sportivo: nei partiti come in altre organizzazioni del movimento operaio, tra i dirigenti, i militanti e gli intellettuali, l’approccio allo sport risulterebbe esclusivamente viziato da pregiudizi e chiusure, incomprensioni e giudizi sommari (lo sport come espressione di valori e interessi “borghesi”, mero fenomeno di evasione, “oppio dei popoli”). La ricerca di Sergio [...]]]> di Alberto Molinari

Sergio Giuntini, “L’oppio dei popoli”. Sport e sinistre in Italia (1892-1992), Aracne editore, Canterano (RM), 2018, pp. 316,  € 20,00

Secondo un luogo comune consolidato, la storia della sinistra italiana sarebbe segnata da una sostanziale sottovalutazione del fenomeno sportivo: nei partiti come in altre organizzazioni del movimento operaio, tra i dirigenti, i militanti e gli intellettuali, l’approccio allo sport risulterebbe esclusivamente viziato da pregiudizi e chiusure, incomprensioni e giudizi sommari (lo sport come espressione di valori e interessi “borghesi”, mero fenomeno di evasione, “oppio dei popoli”).
La ricerca di Sergio Giuntini, uno dei più importanti storici italiani dello sport, mostra invece come le diverse anime della sinistra abbiano espresso valutazioni articolate, in un arco di posizioni che oscillano con diverse sfumature tra la diffidenza o l’aperta ostilità nei confronti del fenomeno sportivo e la piena consapevolezza della sua rilevanza politica e sociale. Avvalendosi di una ricca documentazione e suggerendo molteplici spunti interpretativi, l’autore ricostruisce una vicenda complessa che rappresenta una pagina cruciale della storia dello sport nel suo intreccio con le dinamiche della società italiana tra fine Ottocento e l’ultimo scorcio del Novecento.

Dopo alcune considerazioni sull’interesse per lo sport dei “padri” del movimento comunista (Marx, Engels e Lenin), la prima parte del volume si concentra sul rapporto tra sinistra e sport in Italia fino al primo quarto del Novecento, in un quadro internazionale che vede la nascita dell’Internazionale Sportiva Socialista (1913) e dell’Internazionale Sportiva Rossa (1920).
Giuntini dà conto puntualmente tanto del dibattito teorico quanto delle pratiche politico-organizzative della sinistra in ambito sportivo, analizza il pensiero sullo sport di figure di primo piano del movimento operaio (da Alfredo Bertesi a Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati), si sofferma sulle capitali dello sport di classe (Milano e Torino) e su alcuni casi locali particolarmente significativi.

Il racconto si snoda dall’associazionismo di matrice risorgimentale allo sviluppo della ginnastica promosso dalle Società di mutuo soccorso a fine Ottocento e si concentra poi sul movimento dei “ciclisti rossi” che si diffonde in alcuni centri del Nord Italia. Nel primo Novecento, quando la bicicletta inizia ad affermarsi come strumento di libertà e di emancipazione sociale, i “ciclisti rossi” utilizzano questo mezzo a fini propagandistici e agiscono come reparti di “staffetta” e di autodifesa in occasione degli scioperi dando vita ad un fenomeno che verrà ripreso dalle “Guardie rosse volanti”, a fianco degli Arditi del popolo nel tentativo di contrastare la violenza fascista. Questa tradizione si rinnoverà dopo l’8 settembre del 1943 diventando parte integrante della Resistenza che utilizzerà la bicicletta come mezzo per trasportare documenti e stampa clandestina, mantenere i collegamenti tra i gruppi partigiani e coordinare scioperi e agitazioni.

Gli approcci allo sport della sinistra prima della Grande Guerra sono però segnati anche da una tendenza “antisportista”. In una parte del movimento socialista è diffusa la convinzione che lo sport rappresenti una pratica borghese, un diversivo rispetto alla lotta di classe, un’attività caratterizzata da aspetti alienanti e competitivi propri del capitalismo. Emblematica in questo senso è la posizione della Federazione Giovanile Socialista. Giuntini ricostruisce il dibattito tra i giovani del PSI che, influenzati dalle correnti massimaliste, manifestano un atteggiamento di rigido rifiuto dello sport, riconducibile alla «mancanza d’una accettabile elaborazione specifica»: «Il socialismo italiano del primo Novecento si fermava agli aspetti più eclatanti e degenerativi dello sport di matrice borghese senza enuclearne gli elementi che ne garantivano il successo. Allo stesso modo, non si curava di razionalizzare i motivi che spingevano le masse a riconoscersi in un tale sistema. Da qui l’apparente incompatibilità tra l’essere buoni socialisti e contemporaneamente praticanti o appassionati sportivi».
All’“antisportismo” fanno da contraltare le posizioni di autorevoli dirigenti socialisti della corrente riformista come Ivanoe Bonomi. Sulle pagine dell’“Avanti!” Bonomi richiama severamente i giovani della FGS invitandoli a riconoscere la passione sportiva che coinvolge anche ampie fasce del proletariato e a farsi carico quindi di un discorso politico sullo sport.

Nel saggio vengono poi tratteggiate alcune significative esperienze che maturano dopo la guerra, come l’attività dell’Associazione Proletaria di Educazione Fisica, la più importante società sportiva espressa dalla sinistra italiana nella prima parte del Novecento. Giuntini si sofferma sul “biennio rosso” dello sport, che coinvolge anche l’area “terzinternazionalista” del movimento socialista e il Partito comunista d’Italia, affrontando diverse questioni: dalle considerazioni di Giacinto Menotti Serrati sul valore della dimensione sportiva come strumento di educazione collettiva e di emancipazione umana alle indicazioni della stampa comunista sul lavoro politico da svolgere tra gli sportivi, dai tentativi di creare una Federazione sportiva autonoma del movimento operaio alla nascita della rivista “Sport e proletariato”, subito soffocata dal fascismo.

In questo scenario alcune pagine sono dedicate alle riflessioni di Antonio Gramsci sullo sport, letto in modo originale attraverso le categorie del marxismo; ormai divenuto un fenomeno di massa, per l’intellettuale sardo lo sport «andava pertanto studiato come una parte peculiare del processo di “riforma morale intellettuale” necessario alla rinascita italiana». Gli scritti di Gramsci sullo sport iniziano su “l’Avanti!” e proseguono attraverso le note elaborate in carcere negli anni Trenta quando a sinistra si levano altre voci critiche come quelle di Aldo Garosci, Carlo Roselli e Carlo Levi che su “Giustizia e Libertà” denunciano la strumentalizzazione fascista dello sport.

Dopo la Liberazione la sinistra dà vita a varie forme di promozione sportiva grazie all’iniziativa dell’ANPI, della CGIL e soprattutto del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile che aveva dato un significativo contributo alla Resistenza. Nei primi anni del dopoguerra il Fronte aggrega giovani di diversa estrazione politica, prevalentemente di sinistra, promuove un’intensa attività in ambito culturale e sociale e si impegna anche sul terreno dello sport, costituendo società sportive e partecipando a numerose competizioni. Con lo scioglimento del Fronte, a partire dal 1948 è l’Unione Italiana Sport Popolare a rappresentare i valori della sinistra nello spazio dello sport italiano. Tra questi, anzitutto il diritto allo sport e una concezione del fenomeno sportivo come pratica popolare di massa volta a realizzare momenti di partecipazione democratica e a fornire strumenti di emancipazione e di crescita sul piano individuale e sociale.

Nel frattempo la sinistra si muove con scarsa lungimiranza in due importanti occasioni sottolineate da Giuntini. Nel 1946 il Fronte della Gioventù rifiuta la proposta avanzata dal CLN di acquistare ad un prezzo conveniente “La Gazzetta dello sport”, rinunciando alla possibilità di controllare il più importante organo di informazione sportiva italiano. Nello stesso anno Pietro Nenni sostiene la candidatura di Giulio Onesti alla presidenza del CONI. Accreditato di vaghe simpatie socialiste, con una rapida giravolta Onesti si libera dai vincoli di partito legandosi a Giulio Andreotti, riporta la più importante istituzione sportiva nell’alveo governativo e mette in pratica un programma riassunto così da Giuntini: «Da un lato Onesti sanciva il principio e il diritto alla continuità tra sport fascista e sport post-fascista e, con un frettoloso colpo di spugna, assolveva i gerarchi sportivi fascisti e gli riapriva le porte del CONI e delle federazioni. […] Dall’altro lanciava il suo slogan più classico e sempre ribadito: “lo sport agli sportivi”. Rivendicava l’autonomia che aveva strappato ai partiti, fondando così il suo modello di sport che si proponeva di riprendere e rivitalizzare l’antico “neutralismo” decoubertiniano. Cioè lo sport come un mondo a parte, puro e incontaminato, lontano dalle brutture e dalle strumentalizzazioni della politica».

Giuntini ricostruisce inoltre le tensioni politico-ideologiche che attraversano i primi Giri d’Italia del dopoguerra e le simpatie del popolo di sinistra per il “laico” Coppi contrapposto al “democristiano” Bartali; la vittoria del campione toscano nel Tour de France del 1948, rimasta impressa nell’immaginario collettivo come un’impresa capace di pacificare l’Italia dopo l’attentato a Togliatti; la funzione della programmazione sportiva nelle Feste dell’Unità e il rinnovato interesse per lo sport della stampa comunista, nella quale spiccano i contributi di intellettuali come Italo Calvino e Alfonso Gatto e l’esaltazione dello sport dei paesi socialisti inteso come «modello sportivo sovietico collettivista e di massa contrapposto a quello individualistico e professionistico tipico degli stati capitalisti».
L’atteggiamento del Pci nei confronti dello sport si richiama alla lezione di Togliatti che negli anni Trenta aveva invitato il Partito a superare il ritardo del movimento socialista sul piano delle attività culturali, educative e ricreative di massa, compreso lo sport. Nel dopoguerra lo sport si incardina quindi nel modello del “Partito nuovo” togliattiano e nella sua filosofia volta ad aderire a tutti gli aspetti della società civile e a considerare anche la dimensione sportiva come parte integrante della nuova cultura di massa, terreno di contesa rispetto alle ipoteche reazionarie e alle strutture dell’associazionismo cattolico.

Nei decenni successivi la sinistra sportiva si identifica principalmente con l’UISP. Al percorso dell’associazione collaterale alla sinistra, e in particolare al Partito comunista, il saggio dedica ampio spazio seguendone la traiettoria a partire dagli anni Cinquanta, quando l’UISP è costretta sulla difensiva in un quadro segnato del clima della “guerra fredda” e dall’egemonia democristiana sullo sport. L’“opposizione sportiva” dell’organizzazione si attenua in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960. Rinunciando ad un atteggiamento critico, l’UISP si spende per la buona riuscita dei Giochi e per garantire un clima di pace sociale, in nome dell’interesse dello sport nazionale e in funzione di una propria legittimazione come forza “responsabile”. Gli anni Sessanta vedono poi un riposizionamento dell’organizzazione, l’elaborazione di nuove proposte politico-sportive e la maturazione di un profilo relativamente autonomo rispetto ai partiti di riferimento.
All’interno dell’associazione si rafforza e radicalizza una visione dello sport come servizio sociale, sottratto alle degenerazioni del professionismo, alla ricerca esasperata della prestazione e alla riduzione del fenomeno sportivo a spettacolo. Su questa lunghezza d’onda avviene l’intreccio tra l’UISP e i movimenti e le teorie critiche che nel ’68 e lungo gli anni Settanta animano anche il mondo dello sport.

Negli anni ’80 del craxismo e della DC di De Mita il Partito socialista e la Democrazia cristiana si lanciano «in una forsennata corsa a tutte le poltrone di governo e sottogoverno disponibili», comprese quelle sportive: «Di fatto la logica dello “scambio politico” applicata a quest’ultimo ambito viaggiava su un doppio binario: la notorietà maturata attraverso gli stadi da campioni, dirigenti, presidenti di club, veniva utilizzata per improbabili candidature regionali, senatoriali, ministeriali ecc. e, per converso, il potere derivante da un’alta responsabilità politica, favoriva l’ascesa di uomini di “Palazzo” verso le strutture direttive del sistema sportivo nazionale».
I mondiali di calcio di Italia ’90, segnati dall’affarismo e dallo sperpero di denaro pubblico, rappresentano poi un punto di svolta che accelera il declino e la fine della prima Repubblica. Come nota Giuntini, «da lì in poi la politica delle “grandi opere” e dei “grandi eventi” passò di scandalo in scandalo, di tangente in tangente, da un appalto truccato all’altro. S’ingigantì un affarismo senza fondo e scrupoli».
A sinistra questa deriva di Italia ’90 vede l’opposizione dell’UISP ed è al centro di un dossier su “Rinascita” dedicato ad una discussione critica sui mondiali. Nel contempo con la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra la principale formazione della sinistra italiana vive una fase drammatica della sua storia che si riverbera sulla dimensione sportiva. Dopo la “svolta” della Bolognina anche l’UISP decide di mutare la propria denominazione abbandonando la storica formula dello “sport popolare” a favore di un più generico e politicamente asettico “sport per tutti”.

Tra disincanto e speranza, “pessimismo della ragione” e “ottimismo della volontà”, nelle conclusioni del suo saggio Giuntini accenna alle più recenti vicende della sinistra – segnate da abiure e perdita di identità, frammentazioni e assunzioni di paradigmi politici estranei ai valori storici del movimento operaio – e ai suoi riflessi in ambito sportivo. Mantenere viva la memoria storica della sinistra anche nel campo dello sport, conclude giustamente l’autore, «non rilancerà la malandata sinistra italiana ma almeno impedirà che si disperda un ulteriore pezzo del suo patrimonio ideale e politico».


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Il mutualismo tra subalternità e autonomia https://www.carmillaonline.com/2018/09/12/il-mutualismo-tra-subalternita-e-autonomia/ Tue, 11 Sep 2018 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48486 di Fabio Ciabatti

Salvatore Cannavò, Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra, Edizioni Alegre, 2018, pp. 191, € 12,75.

È finito un periodo storico, il movimento operaio conosciuto nel Novecento non esiste più, i suoi strumenti fondamentali, il partito, il sindacato, le cooperative ecc. si sono trasformati in qualcosa di diverso rispetto alle loro origini. Le varie figure lavorative non si rapportano più tra di loro. Il moderno proletariato forma la consapevolezza di sé tramite flussi di coscienza molto complessi, sul posto di lavoro, fuori da esso, sulla rete. La precarietà si è [...]]]> di Fabio Ciabatti

Salvatore Cannavò, Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra, Edizioni Alegre, 2018, pp. 191, € 12,75.

È finito un periodo storico, il movimento operaio conosciuto nel Novecento non esiste più, i suoi strumenti fondamentali, il partito, il sindacato, le cooperative ecc. si sono trasformati in qualcosa di diverso rispetto alle loro origini. Le varie figure lavorative non si rapportano più tra di loro. Il moderno proletariato forma la consapevolezza di sé tramite flussi di coscienza molto complessi, sul posto di lavoro, fuori da esso, sulla rete. La precarietà si è stabilizzata entrando in conflitto con l’accresciuto grado di conoscenza dei lavoratori e lavoratrici, creando una classe più mutevole e dinamica.
Se questo è lo scenario da cui parte Salvatore Cannavò nel suo libro intitolato Mutualismo, la domanda sorge spontanea: come ricostruire “un soggetto che nella sua necessaria, e salutare, pluralità, sia dotato di una qualche unità di intenti e organizzativa”?1 Per dare una risposta politica alla dispersione e alla frantumazione, secondo l’autore, occorre tornare alle origini, ricominciare dal mutualismo degli albori del movimento operaio. In altri termini, la tesi centrale del libro è che il politico, per “‘farsi’ veramente, deve inverarsi in una dimensione sociale”.2 Di conseguenza, il politico oggi non può che essere un processo di socializzazione, nelle lotte e nelle idee, dei vari rivoli di cui si compone il moderno proletariato, un processo di riconoscimento reciproco tra idee di alternativa e bisogni elementari, tra teoria e prassi. “Al tempo della ‘precarietà permanente’ occorre iniettare nel sistema sociale dosi di ‘stabilità’, garanzia, supporto e assistenza”.3
L’argomentazione è, in linea generale, condivisibile. Ogni ritorno alle origini, però, contiene in sé un rischio, quello di leggere la storia che si è svolta tra l’inizio da recuperare e la propria contemporaneità come una sorta di parentesi, frutto del caso, dell’irrazionalità se non addirittura dell’inganno. Negare o semplicemente trascurare le ragioni e le cause dei processi storici può condurre a ripetere inconsapevolmente quella stessa storia. Una riflessione articolata sul piano politico e storico come quella di Cannavò è dunque la benvenuta in una fase in cui il mutualismo torna ad essere un tema centrale nell’agenda politica, anche perché è diventato uno dei punti programmatici qualificanti di una forza come Potere al Popolo. Nelle note che seguono vorrei sottolineare, a partire dalla lettura del testo di Cannavò, alcuni nodi critici che dovrebbero essere affrontati affinché il mutualismo non si concretizzi in una prassi incapace di partecipare a una prospettiva di trasformazione radicale limitandosi alla ricerca, peraltro sacrosanta, di risposte a esigenze materiali immediate.

L’autore offre molti spunti per mettere a fuoco la questione appena richiamata. L’epoca del mutualismo non è descritta come una perduta età dell’oro. Essa nasce all’insegna dell’ambivalenza: le classi dominanti, di fronte alla questione operaia che nasce con lo sviluppo industriale, non possono rispondere con la sola repressione e effettuano così un’apertura di credito nei confronti del mutualismo, visto come un lenitivo delle sofferenze del popolo, come un welfare affidato agli operai stessi senza alcun costo per i padroni. Nonostante la presenza di forze, anche interne alle classi popolari, che volevano limitare il mutualismo ad una prassi assistenzialista e apolitica, gli operai riescono ad affermare la loro forza facendo del mutualismo, coniugato a forme di resistenza, uno strumento per affermare una concezione del tutto inedita della solidarietà di classe.
Il punto più problematico segnalato da Cannavò è però un altro. La crescita delle lotte operaie, la loro forza e intensità si traduce, in un tempo tutto sommato breve, in significativi successi elettorali che, insieme all’espansione economica di fine Ottocento/inizio Novecento, comportano una progressiva democratizzazione degli Stati e la convinzione di poter codificare nelle istituzioni borghesi importanti diritti sociali. L’esito, sostiene l’autore, è contraddittorio perché l’introduzione dei primi diritti sociali nello Stato costituisce certamente un progresso assai rilevante, ma induce il movimento operaio a dirigersi verso la “conquista dello Stato”, tramite l’azione parlamentare, e ad abbandonare o marginalizzare la prassi mutualistica. In sintesi potremmo dire che il mutualismo del movimento operaio diventa vittima del suo stesso successo: lo Stato borghese incamera le sue istanze ed è in grado di soddisfarle in modo più efficace potendo sfruttare l’efficienza derivante da significative economie di scala.
Se questo è vero, risulta davvero difficile assumere il mutualismo come orizzonte strategico senza fare delle assunzioni forti sull’attuale fase dell’accumulazione capitalistica. Senza cioè sostenere che essa è incapace, strutturalmente, di creare integrazione socio-economica per una fetta crescente di popolazione lavoratrice; che non è possibile mettere in piedi un nuovo patto sociale con una frazione più o meno illuminata dell’élite politico economica tramite iniezioni di politiche keynesiane (genericamente intese); che gli anni d’oro dello stato sociale non torneranno.

Ciò a sua volta comporta la necessità di sottrarsi a un ruolo meramente sussidiario nei confronti di uno Stato sociale in via di progressivo smantellamento. Questo è un rischio che Cannavò segnala con forza e rispetto al quale propone, potremmo dire, un contro-movimento complementare a quello dell’inveramento sociale della politica: la politicizzazione dell’intervento sociale. Il mutualismo, in altri termini, non può prescindere da un programma rivendicativo generale in grado di collegare la solidarietà pratica finalizzata all’obiettivo immediato con una politica di resistenza e di contrapposizione alla borghesia dominante. Quattro dovrebbero esserne i punti focali: salario minimo legale, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, reddito di base svincolato dalla cittadinanza, erogato incondizionatamente sulla base della residenza e, infine, una “carta dei diritti del mutualismo” che “garantisca la sopravvivenza e la prospettiva alle attività cooperative, autogestite, mutualistiche e solidali, che ne mappi i bisogni, ne valorizzi l’utilità sociale, ne riconosca il valore d’uso, anche sul piano giuridico”.4
Vale la pena sottolineare che questa carta dei diritti, se non vuole ridursi a un mero strumento di “sopravvivenza”, dovrebbe alludere a una prospettiva di lungo periodo che preveda la trasformazione in profondità delle istituzioni pubbliche nel senso di una rottura con il “potere statale centralizzato, con i suoi organi … prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica”.5 Una fuga in avanti? Forse. Di certo alcuni nodi non da poco andrebbero sciolti con una certa urgenza. Per esempio, come si può rapportare la prassi mutualistica con le legittime richieste di rinazionalizzazione di produzioni, servizi e infrastrutture essenziali? È possibile limitarsi a giustapporre le richieste di ampliamento dell’intervento statale alla prassi mutualistica senza che quest’ultima venga depotenziata, ridotta a mero espediente di corto respiro? Di fronte a questioni di tale natura sviluppare una prospettiva di trasformazione ad ampio spettro rappresenta una delle condizioni necessarie per tracciare una rotta politica in grado di evitare la Scilla di una statalizzazione che espropria le autonome capacità delle classi popolari e la Cariddi di una sussidiarietà che inscrive queste stesse capacità all’interno di una prassi subalterna all’assetto dominante.

Secondo l’autore, preservare la capacità di “fare da sé”, come prassi alternativa al “fare attraverso lo Stato”, non è un’opzione di tipo meramente ideologico, ma, nella fase attuale, la precondizione necessaria alla formazione di un processo di soggettivazione politica. Una soggettivazione che dovrebbe essere spesa nella costituzione di una autonomia in senso forte, recuperando una delle caratteristiche fondamentali del movimento operaio delle origini. Secondo Cannavò, infatti “Nel ‘migliorare’ le condizioni di vita, alleviare le sofferenze, e poi determinare un grado più avanzato di indipendenza di classe, il mutualismo gettava le premesse per una ‘società nella società’ che, sia pure non arrivando a sovvertire l’ordine esistente, garantiva però l’alterità tra le strutture amministrative dello Stato, tra la burocrazia compresa quella di partito e di sindacato, e la concreta realtà operaia”.6
Ci troviamo qui di fronte ad un altro punto delicato. In realtà si può sostenere che le premesse della “società nella società”, erano insite nella struttura sociale capitalistica, almeno finché essa non si costituì compiutamente come società di massa, erodendo la netta divisione tra società patrizia e cultura plebea ereditata della società precapitalistica. Le classi popolari nel modo di produzione capitalistico hanno mantenuto, fino ad un certo punto, una forte impronta comunitaria di derivazione contadina, e anche grazie a questo erano portatrici di una loro “economia morale”, vale a dire di una propria concezione fortemente radicata circa la legittimità e l’illegittimità dei modi in cui andava esercitata l’attività economica, circa gli obblighi delle classi dominanti nei confronti della società. La violazione di questi principi produceva un incentivo immediato e condiviso all’azione. Se, dunque, una comunità operaia separata era già in qualche misura data nelle modalità di riproduzione della classe stessa, si può sostenere che le attività mutualistiche andavano a ricucire, in certo modo spontaneamente, quegli strappi che la produzione capitalistica produceva nel tessuto comunitario operaio. In questa opera di rammendo, però, si finiva per cucire un abito nuovo, quello che avrebbe vestito la moderna classe operaia con il passaggio dalla difesa dell’antica autonomia artigiana, messa in crisi dalla produzione capitalistica, alle rivendicazioni salariali in senso proprio che la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione dava per acquisita.7

Queste condizioni evidentemente non esistono più. Ma ciò non squalifica in partenza l’ipotesi di un nuovo mutualismo. Segnala piuttosto le difficoltà aggiuntive di cui si deve prendere atto. Oggi sembrerebbe necessario un surplus di soggettività e di capacità associativa, anche se i vecchi modelli organizzativi non sono utili alla bisogna, dato che sono gli stessi che hanno messo fuori gioco il vecchio mutualismo. Una forma istituzionale, statalizzata e gerarchica non sembra la più appropriata alla necessità di immergersi nell’attuale tessuto di relazioni e di codici popolari che può dar luogo a una rinnovata economia morale delle classi subalterne, base indispensabile su cui poggiare istanze rivendicative e prassi mutualistiche in grado di imporsi al senso comune. E tanto meno di entrare in relazione con le forme di rabbia, rifiuto, ribellione popolare, anche quando assumono la configurazione di moderni riot.8
Se questo è il contesto problematico che ci troviamo di fronte è opportuno il richiamo di Cannavò ad alcune istanze sorte nell’ambito del dibattito interno a Podemos. Una forma organizzativa non si può soltanto nutrire di un flusso che va dal sociale al politico ma deve dare luogo anche ad un movimento uguale e contrario. Questo doppio flusso deve essere in grado di costruire “istituti, sia pure parziali o provvisori, che parlino di un altro tipo di potere, di un’altra idea dell’agire in comune”. In breve, “Senza contropotere, lo Stato non viene ‘preso’ ma ti ‘prende’”.9


  1. Salvatore Cannavò, Mutualismo, Edizioni Alegre, 2018, p. 60. ↩

  2. Ivi, p. 61. ↩

  3. Ivi p. 62. ↩

  4. Ivi, p. 65. ↩

  5. Karl Marx, La guerra civile in Francia, Editori Riuniti, 1990, p. 31. ↩

  6. Ivi, p. 91. ↩

  7. Per quanto riguarda il concetto di “economia morale” il riferimento classico è Edward Palmer Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, 1969. Sui temi trattati in questo paragrafo si veda anche Zygmunt Bauman, Memorie di classe, Einaudi, 1987. ↩

  8. Per un’interessante applicazione della categoria di economia morale a un contesto contemporaneo cfr. Nique la Police, Londra sta chiamando. L’economia morale dei riot britannici, pubblicato su Senza Soste.it. ↩

  9. ivi, p. 117 ↩

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