MC5 – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 10 Sep 2026 20:00:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Kick out the jams, moterfuckers! Wayne Kramer (1948 – 2024) https://www.carmillaonline.com/2024/02/19/kick-out-the-jams-moterfuckers-wayne-kramer-1948-2024/ Mon, 19 Feb 2024 21:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81093 di Sandro Moiso

«Fuori dai coglioni, fottutissimi stronzi!». Quante volte dovremmo urlarlo ogni giorno, ad ogni ora, nel confronti di compagini politiche, culturali e musicali che, sotto le vesti del perbenismo borghese, sensibile soltanto all’odore dei soldi, oppure dell’alternativa liberal correct e della provocazione studiata a tavolino da manager ed esperti di marketing, ci assillano in ogni momento attraverso i media, i social e finti dibattiti politici (televisivi o in presenza poco importa)?

Gli MC5 (Motor City Five) di Detroit lo urlarono una volta per tutte con un brano musicale dallo stesso titolo contenuto nell’album omonimo uscito nel 1969 per [...]]]> di Sandro Moiso

«Fuori dai coglioni, fottutissimi stronzi!».
Quante volte dovremmo urlarlo ogni giorno, ad ogni ora, nel confronti di compagini politiche, culturali e musicali che, sotto le vesti del perbenismo borghese, sensibile soltanto all’odore dei soldi, oppure dell’alternativa liberal correct e della provocazione studiata a tavolino da manager ed esperti di marketing, ci assillano in ogni momento attraverso i media, i social e finti dibattiti politici (televisivi o in presenza poco importa)?

Gli MC5 (Motor City Five) di Detroit lo urlarono una volta per tutte con un brano musicale dallo stesso titolo contenuto nell’album omonimo uscito nel 1969 per l’etichetta discografica Elektra. I cinque di Detroit (Motor City) ovvero Rob Tyner (voce, 1944-1991), Fred “Sonic” Smith (chitarra, 1949-1994), Wayne Kramer (chitarra, 30 aprile 1948 – 2 febbraio 2024), Michael Davis (basso, 1943-2012) e Dennis Thompson (batteria, 1948), attualmente unico sopravvissuto del gruppo, si erano conosciuti intorno alla metà degli anni ’60 quando erano ancora studenti delle scuole superiori a Lincoln Park, una cittadina della contea di Wayne, nella regione metropolitana di Detroit.

Davis e Thompson erano subentrati nel 1965, al posto del bassista Pat Burrows e del batterista Bob Gaspar che avevano lasciato il gruppo quando Fred Smith (futuro marito di Patti Smith) e Wayne Kramer avevano iniziato a sperimentare muri di feedback e rumore bianco con le loro chitarre, ispirandosi entrambi al free jazz di Archie Shepp, Sun Ra e John Coltrane ancor più che a Jimi Hendrix.

Rob Tyner era entrato prima come manager, con il suo vero nome di Rob Derminer, dei Bounty Hunters, il gruppo originario formato da Wayne Kramer con Fred Smith al basso, Leo Le Duc alla batteria e Billy Vargo come seconda chitarra, ma poi aveva cambiato il suo nome diventandone di fatto il frontman e cantante. Ma, in realtà, lui e Wayne si erano conosciuti quando erano ancora ragazzini, entrambi provenienti, come poi tutti gli altri membri, da famiglie operaie di quella che all’epoca era considerata la capitale mondiale della produzione automobilistica.

Wayne se ne era andato di casa a diciassette anni, in un ambiente in cui tutti, comunque, si conoscevano sia per condizione di classe che per provenienza geografica, poiché gran parte di quegli operai, bianchi e neri, erano giunti a Detroit dal Sud degli Stati Uniti dopo la guerra, perché avevano sentito dire che lì avrebbero trovato lavoro.

Erano, in qualche modo, dei reietti quegli eredi della classe operaia, e sapevano di esserlo, come migliaia di altri ragazzi della loro stessa età che vivevano nei sobborghi cittadini a quell’epoca. Che alle spalle non avevano l’estate dell’amore di San Francisco, ma dello stesso anno, il 1967, la più grande rivolta urbana di quel decennio. Durante la quale la Guardia Nazionale, per sedare i disordini, aveva dovuto impiegare anche l’aviazione
Questo elemento, insieme all’ascolto del jazz d’avanguardia, fu sicuramente alla base del disastro sonoro che uscì dalle due chitarre di Kramer e Smith che, di fatto, costituirono sia il tappeto di distorsioni su cui si svilupparono le loro canzoni che il proto-punk cui, nel giro di pochissimo tempo, si ispirarono altri gruppi della stessa area metropolitana: gli Stooges di James Newell Osterberg Jr. (1947, in arte Iggy Pop), gli Up, i Grand Funk Railroad (originari di Flint, a nord-ovest di Detroit), la James Gang oppure Alice Cooper, in un elenco che per motivi di spazio rimane qui incompleto.

Dal punto di vista musicale, in una città in cui il proletariato bianco si frammischiava al proletariato afro-americano, grande era stata anche l’influenza del blues e del rhythm’n’blues di cui, precedentemente, si erano appropriati altri gruppi seminali quali i Woolies (resi celebri da una più che travolgente versione di Who Do You Love di Bo Diddley), i Rationals di Scott Morgan (che raggiunsero il successo grazie a una versione proto-garage di Respect di Otis Redding) e, soprattutto, Mitch Ryder con i suoi Detroit Wheels, autentico padrino di tutta la musica bianca e arrabbiata che sarebbe venuta a partire dalla fine degli anni Sessanta dall’area di Detroit. Ma, nella sostanza, la novità dirompente rappresentata dagli MC5 fu quella di costituire la prima rock’n’roll band apertamente politicizzata. Nelle parole rilasciate dallo stesso Wayne Kramer in un’intervista a Pat Wadsley, Tre anni di galera e quindici di Rock, negli anni Ottanta:

C’erano anche i Fugs, ma erano più underground, mentre noi combinavamo la retorica politica con il rock’n’roll […] Il rock è stato sempre qualcosa di politico: lo era Chuck Berry, lo erano i Doors. Il rock’n’roll ha sempre rappresentato la ribellione dei giovani contro il potere.
All’inizio tutte le nostre idee erano ad un livello molto semplice e grezzo. Eravamo ragazzotti che venivano dalla strada e sapevamo solo che potevano fregarci se solo avessero voluto, in qualsiasi momento.

Da questo primitivo sentimento di oppressione sociale derivano sicuramente le parole urlate da Rob Tyner all’inizio di Motor City Is Burning, nel primo e più riuscito album del gruppo:

“Fratelli e sorelle, voglio dirvi una cosa! Sento un sacco di chiacchiere da un sacco di stronzi seduti su un sacco di soldi dicendomi che sono l’alta società. Ma voglio che voi sappiate una cosa, se me lo chiedete: questa è l’alta società! Questa è l’alta società!“

Così mentre, da un lato, ogni loro concerto era definibile come “una forza catastrofica della natura che la band era a malapena in grado di controllare”, dall’altro, i giornali conservatori definivano le loro esibizioni “orgasmi collettivi, ubriacature selvagge, valanghe di suono scaricate alla rinfusa sul pubblico, traboccanti di oscenità e slogan.” Sesso, droga, protesta e rock’n’roll riuscivano dunque a colpire nel segno. Ma fu l’incontro con John Sinclair, il teorico e attivista delle White Panthers a definire meglio l’attitudine di Kramer e compagni:

Quando arrivò John non fece altro che dire le stesse cose in termini politici e noi fummo d’accordo. Pensammo che aveva proprio ragione. Era un poeta, un critico e un organizzatore. Era l’unico che riuscisse a comunicare con noi, a trasformare un gruppo di maniaci del rumore in un complesso musicale che potesse esibirsi e continuare a far funzionare il tutto nel tempo1.

Nato a Flint, nel 1941, John Sinclair fu tra gli organizzatori del giornale underground di Detroit, “Fifth Estate”, alla fine degli anni ’60; contribuì alla formazione della Detroit Artists Workshop Press; lavorò come giornalista jazz per “Down Beat”dal 1964 al 1965, essendo un esplicito sostenitore del nuovo movimento del Free Jazz e fu uno dei “Nuovi Poeti” presenti alla seminale Berkeley Poetry Conference nel luglio 1965. Nell’aprile del 1967 fondò l’”Ann Arbor Sun”, un giornale underground, mentre dal 1966 al 1969 è stato il manager degli MC 5. Sotto la sua guida la band abbracciò la politica rivoluzionaria della controcultura del White Panther Party, fondato in risposta all’appello delle Pantere Nere affinché i bianchi sostenessero il loro movimento.

Durante questo periodo, Sinclair, teorico dell’”amore armato”, fece in modo che la band fosse ingaggiata regolarmente al Grande Ballroom di Detroit, dove in seguito fu registrato dal vivo, il 30 e 31 ottobre 1968, il loro primo album, Kick Out the Jams. Stava gestendo gli MC5 al momento del loro concerto gratuito fuori dalla Convenzione Nazionale Democratica del 1968 a Chicago, quando la band fu l’unico gruppo ad esibirsi prima che la polizia interrompesse la massiccia manifestazione contro la guerra in Vietnam. Lui e la band si separarono nel 1969. Nel 2006, Sinclair si è riunito però ancora all’ex-bassista degli MC5 Michael Davis per lanciare la Music Is Revolution Foundation.

Dopo una serie di condanne per possesso di marijuana, Sinclair fu condannato a dieci anni di carcere nel 1969 dopo aver offerto due joint a un’agente della narcotici sotto copertura. La severità della sua condanna scatenò diverse proteste pubbliche che culminarono nel John Sinclair Freedom Rally alla Crisler Arena dell’Università del Michigan ad Ann Arbor nel dicembre 1971. Tre giorni dopo la manifestazione, Sinclair fu rilasciato dal carcere quando la Corte Suprema del Michigan stabilì che le leggi statali sulla marijuana erano incostituzionali.

Nel 1972 Sinclair fu accusato di cospirazione per distruggere proprietà governative insieme a Larry Plamondon e John Forrest, ma in appello la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una decisione storica, vietando l’uso da parte del governo degli Stati Uniti della sorveglianza elettronica domestica senza un mandato, liberando ancora una volta Sinclair e i suoi coimputati2. Sui motivi della rottura con Sinclair, Wayne Kramer si sarebbe in seguito espresso così:

Si arrivò alla rottura con John e con tutto il partito delle White Panther. Forse accadde perché in quel periodo John stava per essere condannato ad una pena detentiva e quando capisci che stai per andare in prigione cominci a diventare nervosissimo. Di solito te la prendi con tutti quelli che hai intorno oppure giuri di smetterla. John invece, per reazione, divenne ancor di più un militante convinto. A quel tempo non sapevo ancora cosa vuol dire avere davanti la prospettiva di andare in galera, lo imparai solo più tardi, così non potevo capire la sua esplosione di militanza [In precedenza] tutto era iniziato come una specie di club atletico-sociale, poi decidemmo di metterci a fare sul serio. Le Black Panthers erano tipi duri? Anche le White Panthers dovevano esserlo. Le Black Panthers avevano armi? Anche noi allora e se loro sparavano anche noi dovevamo sparare. Ci esaltavamo con la retorica del momento, ma quando decidemmo alla fine di non avere più niente a che fare con loro, capimmo che il nostro attivismo era consistito nel suonare e pagare i conti delle attività di quel partito da operetta 3.

La fine degli MC5 sarebbe arrivata nel 1971, quando la band perse il contratto discografico con l’Atlantic, che aveva sostituito quello con la Elektra, e non riusciva più a suonare. Fino a quando Mick Farren (1943-2013), capo della sezione inglese delle White Panthers e cantante della band proto-punk inglese dei Deviants (tre album tra il 1967 e il 1969) riuscì a organizzare un loro tour europeo in concomitanza con un festival musicale. Ancora dai ricordi di Kramer:

Non ci pagarono, ma ci diedero i biglietti per il viaggio, così cercammo di farci ingaggiare per qualche altro concerto in Inghilterra. Partimmo per Londra dove rimanemmo per circa un anno. Era l’ultimo viaggio all’estero degli MC5, sapevamo che non saremmo rimasti insieme ancora per molto. Ci fu poi quella tournée, la migliore che avessimo mai avuto, Avrebbe dovuto durare sei settimane, dieci giorni in Scandinavia poi l’Inghilterra, la Francia, con apparizioni alla televisione e alla radio, per finire con due settimane in Italia. Avremmo potuto separarci con stile alla fine della stessa, avendo qualche migliaio di dollari in tasca per incominciare qualcosa di nuovo, ma quando stavamo per partire arrivò la moglie del cantante: disse che non avrebbe lasciato venire suo marito. Risposi che ero pienamente d’accordo con lei sul fatto che suo marito non avrebbe dovuto cantare in un complesso, per il semplice fatto che non ne era all’altezza. A spassarsela fra un concerto e l’altro era bravissimo, ma solo a far quello. Pensavo però che avendo firmato un contratto avrebbe dovuto rispettarlo, se non altro perché se non fosse venuto avrebbe messo in difficoltà tutti noi. Finimmo però per partire senza di lui.

Io e Fred facemmo a turno i cantanti, senza sapere neanche la metà delle parole delle canzoni o cantandole nella tonalità sbagliata. Fu un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita: si arrivava in un posto, c’era il finanziatore con la moglie, si mangiava qualcosa, si beveva, dicevamo le solite cose. «Come siamo contenti di essere qui» eccetera eccetera. Poi salivamo sul palco, facevamo uno spettacolo pietoso e quando tornavamo nei camerini se ne erano andati tutti, non riuscivamo a trovare nessuno per farci pagare. Gli italiani, visto come andavano le cose, cancellarono i nostri spettacoli: «Paghiamo per cinque e ne vengono soltanto quattro. Potete scordarvelo». Questo capitava mentre Sinclair era in prigione.4.

Una descrizione impietosa della fine di una leggenda, com’è giusto che sia, ma i travagli per Kramer erano ancora soltanto agli inizi. Tornato a Detroit, Kramer avrebbe iniziato a collaborare con il suo idolo Mitch Ryder, ma anche quest’ultimo avrebbe ben presto iniziato a dare segni di follia con comportamenti anomali e pericolosi, per sé e per gli altri che lo circondavano. Come ancora racconta Wayne: « Era diventato pazzo perché aveva venduto più di dieci milioni di dischi senza mai riuscire a vedere un centesimo, per cui non si fidava più di nessuno. Alla fine aveva dato di fuori di brutto ».

Così Kramer, dopo aver girovagato tra complessini nemmeno degni di esser ricordati, musiche pubblicitarie e infimi club, avrebbe finito con l’approdare, grazie anche alle proprie dipendenze, ai giri più che loschi legati al commercio e allo spaccio di droga. Eroina e cocaina. Come ricordava ancora nell’intervista già citata:

Mi arrestarono diverse volte in quel periodo per delle scemenze, non voglio neanche parlarne, non è interessante. Ritengo, adesso che ho avuto un po’ di tempo per pensarci su, di essere arrivato a immischiarmi in quel tipo di traffici anche perché ne ero attratto, mi sembrava di essere un ribelle […] Ma il fatto è che se non riesci nella musica perdi tempo e denaro, ma se sbagli in quel tipo di affari vai in galera o ci rimetti la pelle […] così un affare oggi, un affare domani mi ritrovai davanti ad un giudice per aver cercato di vendere cocaina a due agenti federali […] Il giudice disse: « Per il suo caso, signor Kramer, la legge prevede tre anni di reclusione». Prima mi aveva detto un massimo di cinque, per cui ero contento e mi dicevo: « Va bé, me li farò», ma in quello si alza un impiegato del tribunale e dice: « Vostro onore, c’è un errore, la legge prevede cinque anni di carcere ». E il giudice: « Insomma, tre o cinque che siano… Faremo una via di mezzo, gliene darò quattro » […] Lo sceriffo mi mise una mano sulla spalla e alle sei di quella sera ero chiuso in prigione.

Dopo gli anni di galera iniziò la lenta, faticosa risalita. Prima con l’esperienza, ancora una volta fallimentare, con i Gang War messi insieme ad un altro noto tossico e loser, Johnny Thunders, poi via via con dischi solisti o con compagni più affidabili. Dieci in tutto tra la fine degli anni Ottanta e il 2004, non molto. Eppure, eppure….

Wayne ha dimostrato, insieme a Fred “Sonic” Smith e agli altri suoi compagni di un effimero, violento, selvaggio e spericolato viaggio che la “musica giovanile” può essere ben altro da ciò che, oggi, gruppi tardo-glam o finti rapper e veri trapper vogliono proporre come novità musicali e artistiche. Lanciando, contro di loro e i vari promotori del business dello spettacolo, quell’indomito e sempre attuale grido di rabbia e disprezzo: Kick Out the Jams, Motherfuckers!!


  1. P. Wadsley, intervista a Wayne Kramer, cit.  

  2. Alcuni degli scritti di John Sinclair tradotti in italiano sono reperibili in J. Sinclair, Va tutto bene, traduzione di A. Prunetti, Stampa Alternativa 2006 e J. Sinclair, Guitar Army. Il ‘68 americano tra gioia, rock e rivoluzione, traduzione di A. Prunetti, Stampa Alternativa 2007.  

  3. P. Wadsley, intervista, cit.  

  4. Ibidem.  

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Che cos’è una canzone di protesta? https://www.carmillaonline.com/2018/03/15/cose-canzone-protesta/ Wed, 14 Mar 2018 23:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44055 di Sandro Moiso

Matteo Ceschi, Un’altra musica. L’America nelle canzoni di protesta, Mimesis 2018, pp. 110, € 13,00

La sonnolenta cultura italiana, ancora immobilizzata troppo spesso tra documenti di archivio, manoscritti e testi a stampa, raramente sembra accorgersi dell’immensa mole di materiali riguardanti l’immaginario sociale e collettivo depositatasi, nel corso del ‘900, nelle varie forme “fisiche” assunte dalla musica registrata: rulli, dischi a 78/33/45 giri , nastri, cassette, cd e digitalizzazioni di vario altro genere. Che tali registrazioni siano avvenute in ambito privato, industriale o di ricerca poco conta, poiché l’aspetto importante è dato dal permanere di una testimonianza [...]]]> di Sandro Moiso

Matteo Ceschi, Un’altra musica. L’America nelle canzoni di protesta, Mimesis 2018, pp. 110, € 13,00

La sonnolenta cultura italiana, ancora immobilizzata troppo spesso tra documenti di archivio, manoscritti e testi a stampa, raramente sembra accorgersi dell’immensa mole di materiali riguardanti l’immaginario sociale e collettivo depositatasi, nel corso del ‘900, nelle varie forme “fisiche” assunte dalla musica registrata: rulli, dischi a 78/33/45 giri , nastri, cassette, cd e digitalizzazioni di vario altro genere. Che tali registrazioni siano avvenute in ambito privato, industriale o di ricerca poco conta, poiché l’aspetto importante è dato dal permanere di una testimonianza (caratterizzata spesso dall’immediatezza dell’evento e dall’oralità) che per i secoli precedenti è andata perduta. Fatti salvi i casi in cui una mano benevola abbia trascritto la canzone o il motivo oppure i casi in cui questi siano stati tramandati mnemonicamente di generazione in generazione e di terra in terra.

Da questo punto di vista la musica popolare prodotta negli Stati Uniti è stata forse la più fortunata poiché non solo ha raccolto l’eredità musicale di decine di etnie diverse, ma le ha viste anche spesso registrate sul campo da autentici fondatori della ricerca sulla popular music e, di fatto, della storia orale quali John e Alan Lomax, Sidney Robertson, Helene Sratman Thomas fino al più “recente” Art Rosenbaum.1

A tutto ciò l’industria discografica del XX secolo, sviluppatasi enormemente proprio negli USA fin dagli anni dei primi grammofoni, ha contribuito con una collezione infinita di suoni e canzoni che, pur allineandosi spesso ai canoni più commerciali, hanno ulteriormente arricchito quel patrimonio. Finendo anche col diventare uno degli archivi più preziosi dell’immaginario collettivo, sociale e giovanile, di un intero secolo. Anche se, va qui ricordato, il mercato degli spartiti sviluppatosi nel corso dell’Ottocento aveva già contribuito al mantenimento della memoria della cultura popolare o, come sarebbe stata poi in seguito spesso chiamata e confusa, di massa.

Matteo Ceschi, storico, saggista e fotografo milanese, che collabora da anni con diverse riviste musicali e ha pubblicato numerosi saggi dedicati alla controcultura statunitense, esplora uno degli infiniti aspetti possibili della popular music e indaga le vie e le modalità attraverso le quali una canzone entra nell’immaginario collettivo come espressione condivisa di un determinato momento storico o politico e diventa manifesto, strumento e definizione dell’azione collettiva contraria all’establishment economico, culturale, razziale e militare dominante. Ovvero come una canzone diventa “canzone di protesta”.

Per fare ciò l’autore sceglie tre canzoni più volte riprese nel contesto sociale e discografico, anche a distanza di generazioni: This Land Is Your Land di Woody Guthrie, Blowin’ in the Wind di Bob Dylan e Kick Out the Jams degli MC5, questi ultimi autentici guerriglieri del rock di Detroit degli anni Sessanta e Settanta. Tre espressioni musicali prodotte originariamente in contesti, da autori e con stili diversi, ma che nel tempo hanno finito con l’essere accomunate nel canone della protesta.

Tra la canzone di Woody Guthrie la cui politicizzazione è sempre stata estremamente evidente, a partire dalla scritta sulla chitarra che recitava “Questa è una macchina per uccidere i fascisti”, e la canzone di Dylan che derivava da uno spiritual che risaliva alla seconda metà dell’Ottocento e che il folksinger originario di Duluth era solito inserire nelle sue prime esibizioni newyorkesi2 oppure lo scatenato brano inciso dai Motor City Five nel 1968 corrono non solo anni, ma epoche dal punto di vista del gusto e dello stile musicale di esecuzione. Ma tutti e tre hanno finito col condividere un destino simile, quello di essere interpretati all’epoca e in seguito dalle generazioni successive come bandiere della lotta: dal racconto dei migranti impoveriti dopo le tempeste di polvere e al grande crisi degli anni Trenta, ai movimenti per l’uguaglianza e per i diritti degli afro-americani dei primi anni Sessanta, fino alla rabbia giovanile bianca delle rivolte urbane e universitarie degli anni Settanta e poi ancora dei movimenti succedutisi contro la guerra in Vietnam, contro quella in Irak fino, in alcuni casi, a Occupy Wall Street.

Come tale fenomeno sia stato possibile è ciò che l’autore riesce a spiegare nel suo sintetico ed efficace testo.
Per riuscire nel suo scopo Ceschi individua tre elementi fondamentali destinati a trasformare una semplice canzone, per quanto folk, in un inno della protesta.
Il primo consiste nel fatto che la canzone destinata a diventare simbolica deve nascere, come opera d’arte che si rispetti, da una sensibilità autoriale capace di leggere le paure e le inquietudini della propria epoca di appartenenza ed espressione.

“Un secondo aspetto, non meno importante della sensibilità dell’artista alle correnti della realtà sociale e politica che lo circonda, permette di includere nella categoria delle canzoni di protesta una maggiore varietà di brani: va cioè ammessa la possibilità che l’artista non senta e non nutra un’affiliazione particolare a uno specifico movimento politico o partito in attività e non abbia quindi l’intenzione soggettiva di essere un portavoce. Questo è stato particolarmente vero nella storia degli Stati Uniti, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, e può essere fonte di equivoci per il pubblico europeo, anche se da questa parte dell’Oceano qualche caso di questo tipo c’è stato. La militanza […] non dipende dall’adesione a forme di protesta strutturate sul territorio, ma può scaturire dalla presa di coscienza del singolo che, affidandosi a quel common sense che da Thomas Paine in poi ha fatto da pietra angolare alla sensibilità politica americana, aderisce ad alcune istanze sociali e si sente in dovere di denunciare e rendere pubblici alcuni fatti.
Con ogni evidenza, la posizione privilegiata dell’artista quale “testimone e megafono dei tempi”, e la lingua universale di cui è dotata la musica […] facilitano enormemente la veicolazione del messaggio e la sua diffusione anche presso l’ascoltatore casuale.”3

Il terzo fattore, a far sì che una folk song sia immediatamente recepita come canzone di protesta, è costituito dalla

“presenza e il ruolo attivo del pubblico – ascolto-decifrazione-elaborazione-diffusione – che costituiscono il più importante requisito per definire una canzone di protesta, oltre che per decretarne il successo. Diversamente da quanto accade per un discorso di un oratore, con la musica la «retorica della protesta» arriva al pubblico anche senza che questo sia specificamente preparato o predisposto a riceverne il messaggio. Tutto, grazie al supporto fondamentale della melodia e del ritmo, è ancora di più affidato alla sfera emotiva dell’individuo. In un clima di progressiva e spontanea complicità dettato dal momento e, è bene ripetere, quasi mai predi¬sposto, cantante e platea possono quindi scoprire inaspettate affinità e trasformare un sentimento personale in una più inclusiva esperienza collettiva.”4

Una volta accumulati questi tre fattori la canzone entra nel “mito” o nel “canone” protestatario destinandola a successive interpretazioni ed utilizzi. Ceschi, oltre che delle tre canzoni sopra elencate, fa l’esempio di altri brani musicali entrati nell’immaginario musicale e culturale non solo statunitense come Morning Dew di Bonnie Dobson, nata dalla paura suscitata nell’autrice dal possibile conflitto nucleare tra USA e URSS nel 1962 e poi diventata attraverso i Grateful Dead o l’interpretazione datane dal Jeff Beck Group un simbolo della protesta contro l’arruolamento dei giovani per la guerra in Vietnam. Oppure The Star Spangled Banner che da orgoglioso inno degli Stati Uniti fu rovesciato da Jimi Hendrix nel suo esatto contrario, attraverso un processo di distorsione e feedback chitarristico che avrebbe immediatamente ricordato ai suoi ascoltatori i devastanti bombardamenti e i combattimenti sanguinosi di qualsiasi guerra dal Vietnam in poi.

L’interazione tra pubblico, momento socio-politico e creatività dell’artista diventa un nodo fondamentale della costruzione del simbolo e della sua successiva trasmissione anche se, e non è male ricordarlo, è la vastità, la durata o la portata dell’evento che definisce la crisi o la rottura sociale a determinare il destino di una canzone di protesta o rivoluzionaria.
In tal senso si potrebbe affermare in teoria che può esistere una rivoluzione o una rivolta anche senza una musica che l’accompagni, ma che non può esistere una canzone rivoluzionaria o di protesta senza l’evento traumatico di una rottura socio-politica e/o rivoluzionaria.

Facendo un salto più indietro nel tempo può essere, a questo riguardo, interessante ricordare che il primo inno rivoluzionario francese, il Ça ira!, nacque da un brano composto nel 1786 da Bécourt, violinista del Teatro Beaujolais, e intitolato Le Carillon National, la cui melodia divenne una delle preferite della regina Maria Antonietta. Le parole rivoluzionarie furono aggiunte da un soldato, tale Ladré, e ispirate da un tic verbale di Benjamin Franklin che nel corso della Guerra di Indipendenza americana fosse solito ripetere ossessivamente: “Ça ira! Ça ira!” soltanto per farsi coraggio.
L’ironia della Storia fece poi così che la giovane regina mentre veniva condotta al patibolo, il 16 ottobre 1793, dovesse sentire cantare dalla folla inferocita proprio il refrain della sua amata canzone.

Era stato però il 14 luglio del 1790, durante un’improvvisazione alla Fête de la Federation, che erano stati aggiunti i versi che l’avrebbero resa poi famosa ed espressiva della rabbia popolare: Ah, Ça ira! Ça ira! Ça ira! / Les aristocrates à la lanterne / Ah, Ça ira! Ça ira! Ça ira! / Les aristocrates, on les pendra! 5 E queste ultime parole, probabilmente, erano state ispirate da un evento “da strada” parigino, quando Foullon de Doué, un funzionario del ministero della Guerra, era stato catturato dalla folla.

“La Bastiglia è appena caduta, e per le strade si inseguono voci su cospirazioni tese ad affamare il popolo e a reprimere l’insurrezione. Si dice che Foullon sia coinvolto in uno di questi complotti. I rivoltosi lo atterrano, lo trascinano fino a un lampione nei pressi dell’Hôtel de Ville e lo impiccano a quella forca improvvisata. Per un attimo resta sospeso a mezz’aria, poi la corda si rompe. Lo appendono di nuovo. Di nuovo la corda si spezza. Al terzo tentativo, finalmente, muore soffocato. Una mano agguanta brutalmente il cadavere, stacca la testa dal collo, apre le mandibole e riempie la bocca di paglia.. «Che mangino fieno», si vuole abbia esclamato Foullon, riecheggiando il famoso «Mangino brioches» attribuito alla regina. Lo ha veramente detto? Non importa.Ora la sua testa, portata in trionfo per le strade in cima ad una picca, urla ai quattro venti quel messaggio”. 6

Il successivo inno, la Marsigliese, divenuto poi inno nazionale, è ben più retorico ed attentamente formulato per invitare i cittadini alla difesa della Patria e questo percorso, tra un inno e l’altro, credo sia estremamente utile per illustrare, anche per periodi e contesti diversi quali quelli di cui parla il libro di Ceschi, la differenza tra il prodotto di un momento storico specifico, della spontaneità dell’azione e della percezione sociale e della creatività individuale e artistica che contribuiscono alla definizione e diffusione di una canzone di protesta o di un inno rivoluzionario nel tempo e nella cultura e un prodotto artificiale, istituzionalizzato e sostanzialmente limitante per la sensibilità collettiva realizzato in seguito oppure con specifiche finalità retoriche e politiche.

Nel corso della seconda metà del ‘900 però, proprio per l’importanza assunta dalla musica registrata e dall’industria discografica che comunque l’ha raccolta e diffusa, la ripresa della canzone di protesta è stata anticipata da una rinvigorita produzione di folk music seguita al grande successo internazionale di un brano come Tom Dooley,7 ripreso ed eseguito dal Kingston Trio nel 1958 e successivamente da molti altri artisti e gruppi folk, che scatenò negli ambienti discografici americani un’autentica caccia al cantautore o all’esecutore di folk song e che a sua volta segnò la svolta del folk revival del Greenwich Village in cui finirono col precipitarsi giovani artisti squattrinati da ogni parte degli States e dal Canada. Finendo col costituire un “quarto” e inaspettato possibile fattore per la messa in moto del processo creativo e percettivo cui il movimento per i diritti civili avrebbe dato la spinta definitiva.

E questo rivela come la strada intrapresa dall’autore, supportata anche da interviste originali a personaggi del calibro di Wayne Kramer (chitarrista degli MC5), Joe McDonald (meglio conosciuto come Country Joe) e Jimmy Collier (allievo di Pete Seeger e Martin Luther King), potrebbe rivelarsi ancora estremamente ricca e stimolante per l’ulteriore sviluppo degli studi non solo sulla popular music, ma anche sull’immaginario collettivo nel suo insieme.


  1. Si vedano, soltanto per citarne alcuni, a proposito della varietà delle culture e delle etnie che hanno contribuito alla formazione del patrimonio musicale statunitense: James P. Leary, FOLKSONGS OF ANOTHER AMERICA. Field recordings from the Upper Midwest, 1937 – 1946 (con allegati 5 cd e un DVD), Dust to Digital 2015; Mariano De Simone, Benvenuti in America! Musica e minoranze etniche nel sud degli Stati Uniti, L’Epos 2004 e, ancora, M. De Simone, “Doo-dah! Doo-dah!” Musica e musicisti nell’America dell’Ottocento. Afro-americani e Minstrel Show. Popular music e tradizione irlandese. Brass bands e canzoni della Guerra Civile, Arcana 2002 . Va qui aggiunto che Mariano De Simone è il ricercatore che, insieme a Robbie Robertson, ha contribuito alla realizzazione della colonna sonora del film Gangs of New York di Martin Scorsese, uno dei tentativi più interessanti e riusciti di ricostruzione dell’immenso melting pot musicale e culturale da cui è scaturita la musica popolare statunitense.  

  2. Si tratta di Many Thousand Go trascritto con il numero 35 da Thomas Wentworth Higginson, pioniere della ricerca musicale sul campo e colonnello del 1° Reggimento dei South Carolina Volunteers (il primo contingente dell’U.S.Army composto esclusivamente da soldati afro-americani), che lo raccolse insieme ad altri sulla rivista “Atlantic Monthly” nel 1867 e che Bob Dylan eseguì e incise , quasi con le stesse parole, nel 1962 con il titolo No More Auction Block. Dal quale estrasse poi la melodia di Blowin’ In The Wind. Si veda. Alberto Crespi, Quante strade. Bob Dylan e il mezzo secolo di Blowin’ In The Wind, Arcana 2013  

  3. Matteo Ceschi, Un’altra musica, pag. 19  

  4. Ceschi, op.cit. pp. 19-20  

  5. Arriverà, arriverà, arriverà il momento in cui gli aristocratici saranno impiccati ai lampioni!  

  6. Robert Darnton, Il bacio di Lamourette, pp. 11-12, Adelphi 1994  

  7. Una canzone probabilmente composta ed eseguita negli anni successivi al 1865, che narra della morte per impiccagione di un soldato accusato dell’assassinio della sua fidanzata dopo il ritorno dalla Guerra Civile  

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Ritorno al futuro: Stato d’eccezione dei Black Mirrors https://www.carmillaonline.com/2017/02/09/black-mirrors/ Thu, 09 Feb 2017 22:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36421 di Dziga Cacace

a2222684573_16Ho cominciato a scribacchiare di musica all’inizio degli anni Zero. Nell’industria discografica c’era ancora la baldanza (e la spocchia) di chi si sentiva al sicuro e Napster sembrava un problema lontano, “degli americani”. Poi tutto è crollato e non voglio tirare conclusioni, ma se è venuto meno il mercato discografico, pubblicare un disco oggi o risponde a una logica commerciale per sfruttare un nome, una nostalgia o un fenomeno oppure è la risposta concreta, fisicamente evidente, alla propria esigenza creativa: non importa l’esito delle vendite perché c’è qualcosa da [...]]]> di Dziga Cacace

a2222684573_16Ho cominciato a scribacchiare di musica all’inizio degli anni Zero. Nell’industria discografica c’era ancora la baldanza (e la spocchia) di chi si sentiva al sicuro e Napster sembrava un problema lontano, “degli americani”. Poi tutto è crollato e non voglio tirare conclusioni, ma se è venuto meno il mercato discografico, pubblicare un disco oggi o risponde a una logica commerciale per sfruttare un nome, una nostalgia o un fenomeno oppure è la risposta concreta, fisicamente evidente, alla propria esigenza creativa: non importa l’esito delle vendite perché c’è qualcosa da dire e si ha piacere di farlo.
I Black Mirrors, band con una storia ultratrentennale già raccontata qui, pubblica oggi il suo secondo disco ed è un meraviglioso atto di resistenza, di coraggio e di rivendicazione, un gesto assolutamente punk nel suo uscire da ogni binario precostituito: Stato d’eccezione è scaricabile gratuitamente ma vi invito a procurarvelo nella versione Cd perché è un disco che fa ragionare e fa venire voglia di una pogata urlante. E poi perché suona bene, ma sul serio, e anche perché ha una splendida copertina con un murale di Blu (Occupy Mordor, cancellato con buoni motivi dai muri del centro sociale XM24 di Bologna, oggi minacciato di sgombero).
I Black Mirrors hanno le idee chiare e quando si definiscono un gruppo rock’n’roll dicono semplicemente la verità: Stato d’eccezione è un disco che del punk ha l’attitudine e l’atteggiamento giusto: quello che ha reso grandi i Clash o, più recentemente, la Mano Negra, cioè innervare quei tre accordi di influenze e di suoni da tutto il mondo e renderli ancora una volta nuovi ed eccitanti.
Qui c’è il mezzo secolo che ci ha preceduto, musicalmente e politicamente, senza etichette precise o limitanti, perché si canta e si suona con ogni mezzo necessario, sempre, e in questo caso lo si fa assecondando testi diretti, taglienti come rasoiate. I Black Mirrors passano agevolmente da botte hard rock alla MC5 al meticciato Clash, con escursioni anche in sonorità ska, rhythm & blues o addirittura con l’occasionale distorsione metal. E perché no? D’altronde l’album si chiude con una magnifica ballata elettrica assieme ai fratelli Severini, i Gang, altra esperienza musicale italiana genuina e irriducibile. Insomma: se le etichette aiutano la catalogazione nei negozi di dischi (ormai pochi), qui sembra di voler voltare pagina a ogni traccia, nonostante l’impronta personale dei Black Mirrors sia inequivocabile: punk, sì, ma quel punk che è rifiuto dell’anticonformismo conformista più corrivo, quello che porta in classifica coi suoni addomesticati e qualche slogan urlacchiato per far scena o ancora quello, doppiamente fasullo, che insegue una produzione LoFi che troppe volte maschera una reale capacità strumentale.
Stato d’eccezione è suonato e prodotto benissimo, senza ruffianate ma con una visione musicale chiara e potente che esalta il lavoro compositivo ed esecutivo. Provate a sentire i dischi di chi insegue la programmazione radiofonica: un “tutto pieno” monolitico dove scompare qualsiasi nuance. Qui invece si sente, all’antica – ma quanto avanti! –, ogni strumento, con nitore cristallino. Chitarre, basso e voce ruggiscono o ti accarezzano accompagnando testi curatissimi che spaziano dalla realtà quotidiana del lavoro alle lezioni della storia (le vicende del partigiano Corbari o della guerrigliera Monika Ertl). E c’è l’abilità – figlia di quei lontani anni Settanta – di saper irridere il potere (W la FCA) unendo significato e sfottò senza cadere mai nel ritornello facile ma un po’ vuoto. C’è la volontà sorridente di rivendicare le radici musicali (Punk is Dad) e quella inquieta che ricorda la pacificazione imposta (Omissis, Memoria con divisa). E c’è anche lo sberleffo nei confronti dei pensosi e afflitti cantautori nostrani e di chi invece pare uscito di testa (quando un tempo cercava rifugio nel Patto di Varsavia…).
Non vorrei far torto a una tracklist che non perde un colpo ma forse il pezzo più toccante di Stato d’eccezione è l’omaggio sincero a Freak Antoni, con la cover di Gli italiani son felici, in cui suona anche lo storico chitarrista degli Skiantos, Dandy Bestia: qui passato e presente si ricongiungono magicamente e il testo di Freak – con una nuova strofa aggiunta – suona più che mai attuale e perfettamente coerente col resto dell’album, un album con la maturità dell’età dei Black Mirrors e l’energia e la voglia di chi ha ancora vent’anni dentro e sa dimostrarlo.

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Hard Rock Cafone #6 https://www.carmillaonline.com/2016/09/15/hard-rock-cafone-6/ Thu, 15 Sep 2016 21:46:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33057 di Dziga Cacace

Nothing Swings Like 4/4 (John Coltrane)

emerson2_3593553bKeith Emerson: bentornati amici allo show che mai finisce. Il locale è il Live, di Trezzo sull’Adda. Ottimo cartellone e acustica discreta. Sono qui per intervistare un mio mito dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’attuale maturità e penso pure della futura vecchiaia: Keith Emerson. È già presente un mucchio di fanatici del prog, li riconosci subito (Lombroso etc., ma non voglio farla fuori dal vaso). Il soundcheck è entusiasmante come sarà poi il concerto, con parecchio repertorio dedicato ai Nice, oltre che – ovviamente – agli Emerson, [...]]]> di Dziga Cacace

Nothing Swings Like 4/4 (John Coltrane)

emerson2_3593553bKeith Emerson: bentornati amici allo show che mai finisce.
Il locale è il Live, di Trezzo sull’Adda. Ottimo cartellone e acustica discreta. Sono qui per intervistare un mio mito dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’attuale maturità e penso pure della futura vecchiaia: Keith Emerson. È già presente un mucchio di fanatici del prog, li riconosci subito (Lombroso etc., ma non voglio farla fuori dal vaso). Il soundcheck è entusiasmante come sarà poi il concerto, con parecchio repertorio dedicato ai Nice, oltre che – ovviamente – agli Emerson, Lake and Palmer.
Keith ha recentemente pubblicato un album dal titolo eloquente, Emerson Plays Emerson, e mi fa accomodare in un camerino che, dai graffiti sui muri, ne ha viste di ogni colore. Parto alla grande: sapendo della passione del musicista per alcuni alcolici italiani (come Pinot Grigio e Asti Spumante), mi presento con una bottiglia di Fernet Branca. Keith ringrazia, ma la allunga subito al suo chitarrista: non può berla perché ha problemi cardiaci. Chi comincia bene è a metà dell’opera.
È gentile, molto pacato, un po’ sulla difensiva e non sempre pronto a ironia e provocazioni, forse perché il mio inglese prescolare non aiuta. Io non ho freni e faccio un’intervista poco professionale e molto personale, ma ‘sticazzi: lui s’imbarazza quando la domanda esula dagli abituali percorsi, ma tutto sommato è un pezzo di pane, melanconico, innamorato della sua musica. Ed è un inguaribile romantico.
Dopo tutti i guai che ti son capitati (dita, naso, costole rotti, interventi al cuore e ai nervi del braccio destro), come sta adesso Keith Emerson?
Bene, grazie! Sono un po’ ipocondriaco, sempre determinato a trovare qualcosa di sbagliato con la mia salute… ma per adesso funziona tutto.
Cosa pensi di Palmer e della sua band, con un chitarrista che suona le tue parti?
Penso solo bene! L’ho visto live e la band va forte. Il chitarrista, tra l’altro, è bravissimo anche perché non sono parti facili e non sono state pensate per una chitarra.
Non soffri nei confronti dei chitarristi, di una specie di “invidia del pene”? (Mi guarda abbastanza stranito, allora espando la domanda) Chitarristi come Hendrix o Blackmore, con la chitarra, hanno portato all’estremo la ricerca sonora e con una chitarra è più semplice farlo che non con una tastiera, anche se tu hai un passato di abusi sul tuo Hammond… (Sempre peggio: il termine “abuso” non gli piace per niente, ma prova a rispondere)
Io sto ancora sperimentando, cerco nuovi suoni e la tecnologia digitale permette ulteriori miglioramenti in questo senso. In effetti ho “abusato” delle tastiere in passato… (lo ammette, infine, eccazzo) ma mai da rendere inservibile uno strumento, dopo erano sempre riutilizzabili. C’è sempre un limite all’abuso! Quando improvvisi, il solista avventuroso cerca di suonare tra le note e questo con le tastiere non è possibili, sei costretto dalla scala cromatica, dai semitoni, mentre i chitarristi o i suonatori di sax possono glissare le note. Ogni sera, salgo sul palco e suono un assolo differente, ed è grande quando riesco a trovare un fraseggio che non ho mai suonato prima. È divertente, esaltante, inventare al momento qualcosa di nuovo, ed è un dono. E molte volte non lo registri! Certe notti, scendiamo dal palco e ci complimentiamo l’un l’altro per certe improvvisazioni e ci chiediamo: cos’era? E il problema è che non son cose che puoi riprodurre, diventano aride senza il feeling del momento.
Quello che rende speciale la musica degli anni Settanta è forse proprio nella capacità e nella disponibilità ad improvvisare, no?
Ma guarda, qualche settimana fa mi han fatto notare che alcuni miei contemporanei, tipo gli Yes o i Genesis, quando arrivano gli assoli, rimangono fedeli a ciò che avevano inciso nei dischi originali. Io non l’ho mai fatto: lo scopo di un assolo è provare a suonare qualcosa di veramente differente.
C’è mai stata rivalità con Jon Lord e Rick Wakeman?
No, rivalità no. Rispetto Jon Lord come musicista ed è anche una bella persona. E anche Rick è un grande. Jon non segue le mode, ha una sua voce con l’Hammond e il piano. Un altro che apprezzo ma che è stato sottavalutato è Brian Auger. Quando Rick Wakeman è venuto fuori e anche lui aveva diverse tastiere e il costume di scena, beh, mi son chiesto: dove l’ho già visto? Comunque dopo poco tempo ci siamo conosciuti e ne abbiamo parlato e lui ha un grandissimo sense of humour. Oltre a essere un grande musicista, ovviamente.
hrc602Senti, perché l’abilità tecnica, ad un certo punto, è diventata fuori moda? (Anche grazie al punk…)
La musica passa attraverso fasi diverse, di critica e di pubblico (fa spallucce). Generazioni diverse… e la musica punk, poi… (fa un vocione impostato, non l’ha ancora digerita trent’anni dopo) la musica punk mi piace! E Johnny Rotten abita vicino a me! (La voce torna normale) In effetti abitiamo vicini… dopo che ha cantato contro il Capitale e per l’anarchia, io sto in un condominio e lui in un villone!
Hai mai incontrato di nuovo i membri della PFM o del Banco?
L’altra sera, a Roma, ho incontrato il tastierista del Banco ma non so bene cosa abbiano fatto in questi anni. Nella Manticore (l’etichetta fondata e gestita dagli Emerson, Lake and Palmer) non mi occupavo io delle band che producevamo. Erano Pete Sinfield e Greg Lake. E a dirla tutta mi sembrava una cosa stupida: non riuscivamo a prenderci cura di noi, figurati degli altri.
E Dario Argento, mai più rivisto?
No, non recentemente, ma i suoi film mi piacevano molto ed era bellissimo che la mia musica fosse usata per un assassinio o per creare una situazione di tensione o orrore. Quando ammazzi qualcuno col tuo Moog, non mancano mai le idee, anche quando arrivi alla settima vittima! E poi scrivere per il cinema è una bella disciplina, devi adattarti a una cornice precisa, non come sul palco dove vai avanti fino a che hai idee.
Qual è stato il responso critico per Emerson plays Emerson?
Non ho letto molto, devo dire. Comunque il motivo per cui ho fatto questo CD risponde a due esigenze. Lo chiedevano i fan – che nei miei diversi album avevano sempre solo un brano o due per pianoforte – e poi anche l’EMI Classics. L’acquirente abituale di musica classica è un po’ disperato, sai. Il CD è bello resistente e quando ti sei già comprato tutto Wagner, cosa rimane? E questo è anche il motivo per cui si cercano sempre nuove idee, tipo le opere di McCartney o Roger Waters (e non che mi siano piaciute, sinceramente).
Usi il computer per comporre?
No, sono computerfobico! Se componessi su PC son sicuro che andrebbe in crash e perderei tutto! Scrivo sul mio Steinway e al limite lascio la trascrizione ad altri.
Però hai l’iPod, no?
Sì, e ci tengo dentro di tutto, ma soprattutto jazz, fine anni Cinquanta, inizio Sessanta. La roba di oggi non mi fa impazzire.
Quando arriva Natale, non temi di dover sentire di nuovo i singoli di Greg Lake?
Ma perché, dai. Mi piacciono i singoli di Lake! Sul serio, lo adoro e abbiamo fatto grande musica assieme.
Però quei singoli erano, in qualche modo, differenti dalla musica che componevate per gli album, contrastanti.
Sì, ma dovresti parlarne con Greg e con Sinfield: era una giustapposizione al nostro repertorio.
La cosa più politica che hai fatto, sul palco, è stato bruciare la bandiera americana. Cosa pensi della guerra, oggi, in Iraq?
Era stata una trovata, sul serio, e se pensi al 1968, in effetti, nessuno aveva osato fare tanto. Sai, c’erano i cantautori di protesta, allora, Dylan o Donovan. Ma fino a quel punto, non s’era spinto mai nessuno. E noi avevamo soldati americani che venivano ai nostri concerti che ci chiedevano di bruciare le loro cartoline di arruolamento: c’era la guerra in Vietnam e decisi di usare il tema di America… ma non sono nella posizione per dare giudizi politici.
Senti, non pensi che, per esempio, l’ultimo Dvd degli ELP, o il tuo passato distolgano l’attenzione dal tuo lavoro attuale?
Tipo un effetto nostalgia? Non credo, sai. La gente viene ad ascoltarci ancora e c’è sempre un grande interesse. E noi proviamo a spingerci sempre in avanti. Questa è la differenza tra la musica progressive e il pop di oggi.
E che fine ha fatto il costume d’armadillo?
È bruciato, con la mia casa!
E i coltelli della gioventù hitleriana – regalo di Lemmy quand’era tuo roadie – per accoltellare l’Hammond?
Venduti! Quando ho divorziato avevo bisogno di un sacco di soldi e li ho fatti vendere.
Dopo questa lunga carriera, hai trovato un senso della vita?
(Trasecola e ride) Questa non è una domanda, è LA domanda! Mah! Oggi io cerco soltanto una compagna con cui mettermi tranquillo, poi boh!
(4 dicembre 2005)

hrc603L’attualità (per motivi sbagliati) dei Grand Funk Railroad
Son passati trent’anni dall’immortale copertina di Survival, con i membri dei Grand Funk Railroad ritratti in comodi panni neanderthaliani. Trent’anni in cui il gruppo più vituperato degli anni Settanta s’è sciolto, s’è riunito e ridisciolto senza perdere mai la fama di adorabili sfigati dell’hard più fracassone. Non erano blues oriented come gli Aerosmith, non cavalcavano il glam cartoonish dei Kiss, non proclamavano la loro politicizzazione come i MC5, né passavano per outsider intellettuali come i Blue Öyster Cult: erano semplicemente i trogloditi del rock, senza capacità virtuosistiche o compositive, e provenivano dalla tremenda Flint, città natale dell’arrabbiatissimo Michael Moore e colonia della General Motors. Oggi il pubblico americano li conosce grazie alla tifoseria sfegatata del capofamiglia Simpson (e che Homer li adori spiega tante cose). Sono passati trent’anni anche dal loro ellepì migliore, quell’E Pluribus Funk che rivoluzionava il concetto di packaging (presentandosi come una enorme moneta d’argento); un po’ meno quello della musica, anche se, a ben guardare, la tracklist possiede ancora oggi una sorprendente attualità. A fianco di sfrenati inviti alla danza (la travolgente Footstompin’ Music), sbulaccate machistiche (Upsetter) e pensosi tentativi pseudopoetici (la melensa Loneliness) c’era anche lo slancio ecologista di Save The Land e, soprattutto, l’accorato appello di People, Let’s Stop The War. Nell’arco di una quindicina di anni i GFR hanno licenziato diversi dischi memorabili, per un motivo o per l’altro. Il terremotante Live Album del 1970 è diventato una pietra miliare degli album dal vivo, Shinin’ On è, credo, il primo – se non l’unico – LP con la copertina 3D (con gli occhialini inclusi nella confezione!). Ma era notevole musicalmente anche Caught in the Act, dove veniva fuori l’attitudine soul e blues del gruppo, del resto stimato da Todd Rundgren (produsse l’ottimo We’re An American Band) e pure da Frank Zappa, istigatore di Good Singin’, Good Playin’ del 1976 e che di loro disse: “Sono fantastici. FAN TAS TI CI. Con una “F” alta tre volte te!”. Bene: io li ho amati e voi a breve sarete conquistati, ma se siamo qui a parlarne è perché la longevità dei Grand Funk Railroad (poi dispersi in altre formazioni, anche con derive religiose) non è nella lungimiranza del progetto artistico ma nel cammino a ritroso dell’amministrazione Bush che sta regalando al mondo un nuovo Vietnam all’anno e disattende bellamente il protocollo di Kyoto. Dopo la geniale pensata che il conteggio dei morti in Iraq non debba tenere più conto dei civili (da noi la chiamano contabilità creativa), sono arrivate anche le tremende “cartoline dall’inferno” con le torture del carcere di Abu Ghraib. Prima i sospetti, poi le prove, e ora pensano di metterci una pezza mandandoci il direttore di Guantanamo (e non è una battuta. Il mostro di Milwaukee era già occupato?). Tra le tecniche per sciogliere la lingua ai prigionieri, il cosiddetto “bombardamento sonoro”: quale gruppo di hard rock cafone verrà inconsapevolmente coinvolto in questa porcata? Dov’è finita l’America generosa e bonacciona di Homer Simpson e dei Grand Funk Railroad? (Giugno 2004)

negrita_3Ehi! Negrita!
I miei primi Negrita risalgono a quindici anni fa, al Canguro di San Colombano al Lambro, 200 spettatori stipati all’inverosimile. Mi sentivo come Jon Landau la sera che sigillò il destino suo e di Springsteen e pensai: stasera ho visto il futuro del r&r italiano. Ero giovane, erano giovani, ma tenevano il palco come veterani. Gli anni passano e oggi i Negrita sono una rock band affermata, vendono bene, fanno tour pieni, però sono rimasti sempre a margine del successo di massa, da stadio. E per fortuna, vien da dire, parlandogli, perché sono di quella razza ormai rarissima in Italia, di chi fa coerentemente di testa propria. Nessun compromesso e nessun proclama; mai leccato il culo ai giornalisti (cosa che hanno pagato eccome), mai convenientemente posato da star per rotocalchi, mai storiacce di corna e droga per solleticare le voglie gossip dei lettori. Come mi dice il cantante Pau, disarmante nella sua sincerità: “Siamo una comunità di amici fricchettoni con figli, che vuoi farci?”. All’inizio erano cinque dottori per curare la peste, come recitava l’autobiografica Ehi! Negrita, e il loro momento di crisi non è coinciso con vendite in ribasso o nebbia creativa ma con l’abbandono per motivi personali del fraterno batterista. Dopo un incontro nei camerini (“Per piacere, non chiederci anche tu Che rumore fa la felicità!”) in cui si parla di crisi economica, di Sanremo e di downloading, tocca al concerto, una mezcla piccante, due ore di blues, funky e reggae: tutti i suoni del sud del mondo, sublimati nello scintillante suono elettrico del nord. L’ultimo album Helldorado è i Negrita all’ennesima potenza, un Buenos Aires Calling che dal vivo viene proposto quasi per intero. Si danza maschi e femmine con le dovute pause per le ballate perché se c’è qualcuno a cui devono qualcosa – come ricordano Pau e il chitarrista Drigo – quello è il pubblico. Tantissimo, del resto: sold out vero, mica da agenzia stampa. Sono sempre stato convinto che fossero la migliore live band rock italiana e trovo ulteriore conferma: nei Negrita senti gli Stones e Rino Gaetano, la tradizione e il futuro, il meticciamento e le basi del r&r, con una potenza di fuoco fenomenale (anche grazie all’altro chitarrista, Cesare, un riff dopo l’altro) e un groove continuo. E anche i testi scintillano in questo mare di lava sonora ulteriormente arricchito da una consolle e delle percussioni latine. È una festa che celebra la loro libertà, come sintetizza il coro totale del palasport di Lampugnano su A modo mio. E dopo quindici anni penso che io ero Jon Landau e non lo sapevo. E che questo paese non se li merita, i Negrita. Tra poco partiranno per il Sud America e l’Europa con lo spirito di quando hanno iniziato, perché sanno che la vita è una verifica continua e chi si abitua alle recite negli stadi poi non produce più una nota decente. E hanno ragione. (Aprile 2009)

hrc605Io brindo agli Uriah Heep
Melissa Mills dovrebbe essere una mia collega, ma non so se abbia tenuto fede all’impegno preso recensendo il primo album degli Uriah Heep, proprio su un Rolling Stone del 1970: “Se hanno successo questi, mi suicido”, letteralmente. E nella fattispecie, nel terzo millennio gli Uriah Heep continuano ad avere successo: magari non come nel 1972 (l’annus mirabilis di Demons and Wizards e di The Magician Party), però prendendosi le loro belle soddisfazioni. È appena uscito Live in Armenia, località se non altro balzana, ma il presidente locale è un grande fan e allora, perché no? Del resto il russo Medvedev ama i Deep Purple e li ha fatti esibire al Cremlino e non escludo, prima o poi, un Live At Arcore delle giovanissime Ruby and the Jets, con opener Mariano Apicella. Comunque: io ho visto Werner Herzog mangiarsi una scarpa per scommessa (era di cuoio: bollita otto ore con verdure è diventata edibile), ma il regista tedesco è un genio. Invece della Mills, pur googlando, non ho trovato notizia di suicidio e credo che ogni volta che esce un disco degli Heep provi un po’ di vergogna per quella sparata infantile. Perché il primo LP (dalla copertina sinceramente emetica, seconda solo ai repellenti Abominog, degli stessi Heep, e Born Again, dei Black Sabbath) era buono eccome, se non forse un po’ grezzo, e tra alti e bassi il sestetto è arrivato fino al recente Into the Wild, tosto assai e per niente arcaico. Questi qui si son barcamenati per quarant’anni tra cambi di line-up, un bassista fulminato sul palco, ritiri, ritorni, dischi inutili e altri sottovalutati, svernando nel terzo mondo musicale quando qua da noi non era aria, per poi tornare trionfalmente ad ogni revival. E ora che viviamo nell’ottusa nostalgia di tutto, il loro strambo ma coinvolgente mix di hard rock, progressive e voci in falsetto alla New Trolls, funziona ancora. Capelli – quando ne sono rimasti – bianchi, pance debordanti, posture epiche, ugole sguaiate e sound martellante (nonostante le occasionali ballate pastorali come la splendida Come Away Melinda), gli Heep non son diventati più belli. Erano orrendi allora (sembravano il gruppo TNT, giuro) e i superstiti non sono migliorati, ma il vino, invecchiando, ha acquisito corpo: alzo il mio calice verso di loro, prosit, lo meritano. (Gennaio 2012)

hrc606Matt Filippini Story
Fossimo a Hollywood, la storia che sto per raccontarvi sarebbe un blockbuster conteso dai produttori, un Flashdance hard rock e per di più una storia vera, cosa che agli yankee piace sempre sottolineare, specie quando la vicenda è assolutamente inverosimile. Cremona, Italia: un giovane chitarrista coltiva il sogno di milioni di rockettari. Fare l’album della vita, accompagnato dai propri idoli musicali. Matt Filippini è tecnico in un’acciaieria ma, pur non suonando metallo pesante, non disdegna la schitarrata con la giusta saturazione timbrica. Non ha un gruppo suo, ma gli piace suonare in giro e una sera finisce a jammare con Ian Paice, batterista dei Deep Purple spesso dalle nostre parti, e gli allunga un demo con tre pezzi originali. Paice apprezza, risuona le parti di batteria e incoraggia Matt che non se lo fa dire due volte. S’indebita appoggiato dalla moglie – bassista che crede nella coppia e nel rock quanto lui – e autofinanzia il Moonstone Project. E gli altri partecipanti? Una rockstar è lontana solo l’invio di una mail e chiedere è lecito: Glenn Hughes, basso e voce ultra-funky (dai Deep Purple degli anni Settanta fino alle recenti collaborazioni con diversi Red Hot Chili Peppers), risponde subito e partecipa entusiasta. Dopo di lui è una sarabanda di adesioni dal bel mondo dell’hard storico e degli anni Ottanta: Carmine Appice (batterista dei Vanilla Fudge e co-autore con Rod Stewart di Da Ya Think I’m Sexy, per dire), le voci di Eric Bloom (Blue Öyster Cult), Graham Bonnet (Rainbow) e Steve Walsh (Kansas), il basso di Tony Franklin (Whitesnake)… Un cast stellare che provoca un’immediata pavloviana salivazione in chiunque ami il buon rock, quello con chitarre turgide, riff trascinanti e con la sezione ritmica che si sente davvero. Il progetto è promosso da un’etichetta inglese, la Majestic Rock Records che, se non dimostra gran gusto estetico (la copertina dell’album è una cafonata unica), ha certamente fiuto musicale. Il buon Matt adesso dovrà scegliersi bene le ferie: lo aspettano showcase in USA ed Europa e un tour in Giappone, Russia e Sud America, dove i vari ospiti si alterneranno. Se siete il fanatico musicomane che passa le serate al pub a fantasticare di line-up ideali davanti a una birra, beh: non vi resta che cercarvi Time To Take A Stand. Jennifer Beals aveva una controfigura, Matt Filippini ha fatto tutto da solo e con un piccolo aiuto dagli amici. E ha fatto benissimo. (Giugno 2006)

(Fine – 6)

Le puntate precedenti sono qui.

@DzigaCacace mette i dischi su Twitter: #RadioCacace (edit)

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Huck, Ishmael e la guerra di classe https://www.carmillaonline.com/2016/04/25/huck-ishmael-la-guerra-classe/ Mon, 25 Apr 2016 19:01:58 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29926 di Sandro Moiso

fugitive days Bill Ayers, Fugitive Days. Memorie dai Weather Underground, DeriveApprodi 2016, pp. 336, € 22,00

Bill Ayers racconta la vicende di un pugno di ragazzi e di ragazze che volevano fare la rivoluzione. Ci mette sotto gli occhi il diario del tentativo, messo in atto da un gruppo di giovani incoscienti e coraggiosi, di portare la guerra fin nel cuore dell’Impero, quando negli Stati Uniti d’America, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, alcuni militanti della sinistra radicale dichiararono ufficialmente guerra al mostro imperialista. Mentre, allo stesso tempo, ci narra la storia [...]]]> di Sandro Moiso

fugitive days Bill Ayers, Fugitive Days. Memorie dai Weather Underground, DeriveApprodi 2016, pp. 336, € 22,00

Bill Ayers racconta la vicende di un pugno di ragazzi e di ragazze che volevano fare la rivoluzione.
Ci mette sotto gli occhi il diario del tentativo, messo in atto da un gruppo di giovani incoscienti e coraggiosi, di portare la guerra fin nel cuore dell’Impero, quando negli Stati Uniti d’America, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, alcuni militanti della sinistra radicale dichiararono ufficialmente guerra al mostro imperialista. Mentre, allo stesso tempo, ci narra la storia della ricerca collettiva di un altro mondo, di un’altra vita e di altre esperienze, sulle orme di Huckleberry Finn e di Ishmael, l’io narrante di “Moby Dick”.

L’autore oggi settantunenne, militante e fondatore dell’organizzazione clandestina dei Weather Underground, ci regala una delle più belle autobiografie scritte da un rivoluzionario. Epica, commovente, a tratti divertente ed ironica, ma mai, assolutamente mai, segnata da qualsiasi forma di autocompiacimento o, al contrario, dalla resa incondizionata alle ragioni del nemico. Anzi, il testo brilla proprio per la capacità del narratore di sollevare più di una critica nei confronti della pratica, militare ed ideologica, dei Weathermen, senza per questo slittare nel rifiuto della militanza rivoluzionaria o dell’azione diretta.

Non potrei immaginare, oggi, di mettere una bomba in un edificio. Tutto questo mi sembra molto chiaramente appartenere al passato. Ma, allo stesso tempo, non posso immaginare di scartare del tutto l’eventualità. L’affermazione «Vogliamo giustizia» ha per me il senso assoluto che ha sempre avuto e, perciò, aggiungere «Però, certo, non con ogni mezzo» mi sembra che equivalga a mettere la testa sul ceppo” (pag.322)

I Weather Underground, nati da una frazione separatasi dall’ SDS (Students for a Democratic Society) a partire dagli scontri della Convenzione democratica di Chicago del 1968 e dalle successive Giornate della Rabbia dell’anno successivo, si posero molto presto il problema della violenza. Soprattutto di “quale violenza”. Una violenza che colpisse solo le cose o anche le persone?

diana e ted Al di là del dibattito puramente ideologico che, come sempre, servì soltanto a confondere le idee di molti e ad esaltare inutilmente l’ardore militante di alcuni, a risolvere il dilemma ci pensò, in maniera catastrofica e catartica, l’esplosione che, nel marzo del 1970, avvenne in un’elegante palazzina situata al numero 18 della West Eleventh Street nel Greenwich Village e che spazzò letteralmente via, oltre che i muri dell’edificio, anche le vite di tre militanti della prima ora che stavano preparando una bomba ad alto potenziale destinata a colpire le odiatissime forze dell’ordine.

La morte improvvisa di Diana Oughton, Ted Gold e Terry Robbins (di cui non fu ritrovato nemmeno il corpo) segnò irrimediabilmente il corso successivo dell’organizzazione che, pur continuando a colpire con le bombe le istituzioni militari, poliziesche, bancarie ed economiche dell’imperialismo americano, rifiutò di utilizzare la violenza come metodo per distruggere i corpi. Seppure degli avversari. Una scelta difficile che, contemporaneamente, rischiò di inimicare ai suoi membri sia l’ala pacifista del movimento di contestazione alla guerra nel Vietnam, sia quella più radicale e politicizzata.

Ma, prima di giungere a quelle drammatiche scelte, il cammino di Ayers e degli altri militanti era stato lungo, tortuoso e segnato da numerose esperienze di auto-organizzazione (le scuole per i bimbi poveri, quasi solamente afroamericani, di Chicago o Detroit), autodifesa (la rivolta di Cleveland nel 1966), difesa dei cittadini di colore e dei loro diritti (fin dai primi anni sessanta) e, soprattutto, dal rifiuto di una guerra ritenuta profondamente ingiusta e sbagliata: quella in Vietnam appunto.

weatherman-days-of-rage-chicago-october-9-1969 Il percorso di formazione, dall’infanzia in un ambiente borghese e perbenista fino alla scelta di una militanza integrale e svolta in clandestinità , è delineata dall’autore con un taglio spesso degno di Mark Twain, equamente diviso tra ironia, spacconeria, a tratti, ed amarezza. Il fiume della Storia, dall’azione antischiavista di John Brown prima della guerra civile o, ancor prima, dal Boston Tea Party che diede il via alla guerra di indipendenza o dalla ribellione di Shay che la seguì, fino all’azione degli IWW e alle parole del Che o a quelle di Ho Chi Min, diventa così una sorta di ideale e lunghissimo Mississippi lungo il quale Ayers discende sulle orme di Huckleberry Finn e dello stesso Twain.

Mentre, soprattutto nelle parti più prossime all’autocritica e al rimpianto per le perdita degli amici e della donna amata, il testo sembra rievocare quel “Call me Ishmael” con cui ha inizio il più bel romanzo della letteratura americana dell’Ottocento: Moby Dick. E questa similitudine è resa possibile non soltanto dal tentativo dichiarato, fin dalla Convention di Chicago del ’68, di arpionare il mostro capitalista e la sua democratica balena bianca, ma anche dal fatto che il fragile Pequod e la fragile organizzazione di cui l’autore ha fatto parte sono destinati a scomparire proprio nel momento in cui il loro obiettivo sarà raggiunto.

Inoltre di Ishmael non conosceremo mai il cognome o il vero nome, così come l’autore perderà per anni il suo vero nome fino quasi a dimenticarlo per vivere, in clandestinità, sotto altri nomi e le più svariate identità sociali e lavorative. L’Io qui si rivela così essere qualcosa, allo stesso tempo, di collettivo e di estremamente soggettivo. Collettiva la spinta, collettive le motivazioni e le aspirazioni, soggettiva la scelta e soggettive le riflessioni. Soggettivo, soprattutto il coraggio, sempre accompagnato da una certa umiltà.

Umiltà che sembra lasciare sullo sfondo l’importanza dell’azione diretta nella chiusura dell’intervento americano nella guerra in Indocina; umiltà che assegna solo all’organizzazione e al coraggio dei combattenti e delle popolazioni vietnamite e cambogiane il merito della vittoria militare. Eppure, eppure…

Avevamo rivendicato una mezza dozzina di attentati, ognuno enormemente ingigantito dalla valenza simbolica dell’obiettivo, dall’entità, volutamente cauta e prudente dello scoppio, e dai puntuali comunicati pubblici che suggerivano la terribile o esilarante notizia che in America si stava formando un movimento di guerriglia interno. Esplose un’onda positiva di violenza e disperazione, ma avevamo ormai poche illusioni sulle nostre reali capacità, e potevamo vedere quello che stava succedendo in tutto il mondo. L’escalation di attentati alle sedi del ROTC (Reserve Officers’ Training Corps – Corpo di Addestramento degli ufficiali di Riserva), agli uffici di leva e ai centri di reclutamento, durava da almeno due anni, e i bersagli della volenza politica adesso includevano grandi società chiaramente collegabili con l’aggressione e l’espansione degli Stati Uniti: Bank of America, United Fruit, Chase Manhattan Bank, IBM, Standard Oil, Anaconda, general Motors. Dall’inizio del 1969, fino alla primavera del 1970, negli USA ci furono più di 40 mila minacce o attentati e 5 mila esplosioni riuscite contro governativi o imprenditoriali, una media di sei attentati al giorno. Salvo due o tre casi, l’intera orgia di esplosioni era rivolta contro le proprietà, non le persone […] Cinquemila esplosioni, circa sei attentati al giorno, e i Weather Underground ne avevano rivendicate sei, in tutto. Sono cifre che fanno riflettere” (pag.262)

Si aggiunga a tutto ciò la rivolta in centinaia di campus universitari, l’azione auto-organizzata del Black Panther Party, l’uccisione dal parte delle forze del disordine di decine di studenti bianchi e di militanti neri, la rivolta, nemmeno troppo sotterranea, dei sodati al fronte e di quelli ritornati a casa e si capirà perché la guerra del Vietnam sia il secondo ed unico conflitto internazionale del ‘900 chiusosi, come il primo conflitto mondiale, non soltanto e solo per una sconfitta militare, ma anche, e soprattutto, per la paura delle classi dirigenti per l’apertura di un insanabile ed insuperabile conflitto interno destinato a sfociare, inevitabilmente, in una rivoluzione sociale.

Ayers non lo dice, non rivendica, anzi tende a smitizzare e a limitare il ruolo del suo movimento anche se il ruolo simbolico che assunse non fu certamente estraneo a ciò che avvenne. Grazie anche alla propaganda con cui il Federal Bureau (FBI), gli strumenti di repressione e disinformazione gonfiarono la pericolosità dei singoli militanti dell’organizzazione. Ricercati, inseguiti, dispersi, ma mai sconfitti. Come la resa degli ultimi militanti nel 1980 (tra cui lo stesso Ayers e la sua compagna Bernardine Dohrn) e il loro rapido rilascio, una volta rivelati gli sporchi trucchi ed inganni usati nei loro confronti dall’FBI, ben dimostrano.

billayersfbiLe accuse dei federali di cospirazione che ci avevano collocato sulla lista dei dieci più ricercati dall’FBI erano, ironia della sorte, decadute a causa della condotta del governo, estremamente cattiva. Si era scoperto, in seguito allo scandalo Watergate, che il Bureau aveva spudoratamente sorvegliato telefoni, violato abitazioni, e addirittura elaborato un piano per rapire il nipotino di Bernardine” (pag.329)

Ma non bastò solo quella prova a salvaguardare l’integrità fisica e la libertà dei più importanti rappresentanti dei Weathermen. L’altro, e principale fattore, fu rappresentato da una struttura “non partitica” e quindi non verticistica o piramidale dell’organizzazione e dalla sua strutturazione a cellule o “tribe” separate organizzativamente e soltanto unite dalla pratica e dagli obiettivi perseguiti.
Insieme, naturalmente, al fatto che tra gli arrestati ben pochi furono coloro disposti a parlare1 o a pentirsi.

Il libro racconta molto di più naturalmente: trasmette emozioni e suscita riflessioni che sono ancora tutte di estrema attualità. E’ un bellissimo libro non di memorie, ma sulla memoria. Sulla memoria dei vinti, dei vincitori, degli stati, dei rivoluzionari, dei controrivoluzionari e degli individui. Con tutti i loro difetti e le loro lacune.
Quando l’America ha perso la guerra – miseramente, alla fine – non è riuscita, com’era prevedibile, ad ammettere la sconfitta, a ricordare e a fare i conti con la realtà […] La verità è che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Vietnam. La verità è che hanno vinto quegli altri” (pag.324)

Non stiamo vivendo, possiamo esserne certi, sulle montagne, in tempi rivoluzionari, e questo è un dato di fatto. Viviamo a valle – tempi di incertezza e confusione, tempi di endemica irreparabilità e di sempre più profonda disperazione. Sono tempi in cui bisogna rimanere svegli e coscienti, raccogliere le forze, studiare e costruire i nostri progetti, apportare ogni modesto contributo possibile, per soffiare lievemente sui tizzoni della giustizia – e ricordare” (Pag.323)
Cosa che l’autore nel suo libro riesce a fare benissimo.

Nel caso in cui l’intervista autobiografica di Toni Negri vi avesse annoiato o irritato, gettatela via e, senza rimpianti, infilate le cuffie per ascoltare “Volunteers” dei Jefferson Airplane, “Kick Out The Jams, Motherfuckers!” degli MC5 oppure “Brown Shoes Don’t Make It” dei Mothers of Invention. Poi iniziate a leggere Ayers, non ve ne pentirete. Mai.


  1. Come dimostra anche il bellissimo documentario The Weather Underground di Sam Green e Bill Siegel  

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Detroit è morta, viva Detroit! (prima parte) https://www.carmillaonline.com/2013/08/09/detroit-e-morta-viva-detroit-prima-parte/ Thu, 08 Aug 2013 23:00:08 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=8246 iggy1di Sandro Moiso

E’ stata la capitale mondiale dell’auto. La Parigi dell’Ovest del XIX secolo americano. Un tempo fu  Fort Pontchartrain du Détroit, fondato nel 1701 dai francesi e poi conquistato dai fucilieri  del maggiore inglese Rogers. Fu al centro della guerra franco-indiana e poi della guerra del 1812 tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Oggi, con i suoi settecentomila abitanti è praticamente una sorta di ghost town, cui rimane il merito di essere la capitale di quella che fu chiamata rust belt a partire dagli anni ottanta del [...]]]> iggy1di Sandro Moiso

E’ stata la capitale mondiale dell’auto. La Parigi dell’Ovest del XIX secolo americano. Un tempo fu  Fort Pontchartrain du Détroit, fondato nel 1701 dai francesi e poi conquistato dai fucilieri  del maggiore inglese Rogers. Fu al centro della guerra franco-indiana e poi della guerra del 1812 tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Oggi, con i suoi settecentomila abitanti è praticamente una sorta di ghost town, cui rimane il merito di essere la capitale di quella che fu chiamata rust belt a partire dagli anni ottanta del secolo appena concluso. Eppure,eppure…

Heavy Music

 Non fatevi fregare dalle critiche compiacenti: l’ultimo album di Iggy and the Stooges fa cagare! Molto peggio del penultimo e senza paragoni rispetto a quelli degli anni sessanta e settanta. Il chitarrista James Williamson non ricorda nemmeno vagamente gli assalti sonici di Raw Power, Iggy s’è giocato la voce ai dadi e il resto del gruppo…beh, meglio lasciar perdere. Eppure Ready To Die, con la foto di copertina che ritrae Iggy  avviluppato da  una cintura esplosiva  sui fianchi e sul torace nudo può rappresentare simbolicamente (e non solo per il titolo) un ottimo punto di partenza per un viaggio a ritroso nella storia politica, sociale,economica e culturale della città del Michigan. Un viaggio, come quello di Iggy, a ritroso verso la gloria di un tempo, oggi forse definitivamente perduta.

 Perché proprio a partire dagli Stooges? Perché Detroit fu una delle capitali del rock alternativo e del rock blues degli anni sessanta e settanta. Tutti ricordano i luoghi sacri del rock’n’roll: Memphis e la Sun Records, San Francisco e la scena acida e psichedelica, New York e la provocazione delinquenziale dei Velvet prima e del primo, selvaggio punk poi; i fuori di testa texani e i compiti bostoniani indecisi tra psichedelia selvaggia e pop. Ma Detroit ragazzi…oh, Detroit!?! Fu la patria di quella che Bob Seger battezzò con il titolo di un suo brano: Heavy Music.

 Musica rock infarcita di blues e chitarre metalliche, di provocazione politica e incitamento alla rivolta. Piena zeppa di cantanti furiosi  e esplosioni soniche free form rubate al jazz più innovativo di quegli anni. I Motor City 5 (MC5) legati al White Panther Party e a John Sinclair, gli Up che si facevano fotografare armati fino ai denti con baionette e fucili M-1 (riparleremo più avanti di questo modello di fucile), Iggy che si contorceva sulla scena come un rettile mentre il resto del gruppo inscenava truculentissime gag a base di sangue (vero) e svastiche (false) come simbolo del potere dominante.

E poi Sun Ra che si spostava lì da Chicago, con la sua Arkestra, per partecipare al festival annuale della cittadella universitaria di Ann Arbor, più famosa per la riottosità dei suoi studenti che per la qualità delle sue accademie. E ancora Alice Cooper, incontrastato re del glam, benedetto agli esordi dal genio di Zappa che lo volle per la sua (fallimentare) Bizarre Records oppure la Tamla Motown (Motor Town) una delle grandi etichette di musica nera: innovativa, arrabbiata e fiera di esser tale.

I Rationals e il loro garage venato di  blues e, in seguito, i Grand Funk Railroad, in origine pesanti e metallici forse più dei veicoli prodotti dalla Ford della loro originaria Flint; la James Gang e gli assoli rock blues infiniti, Bob Seger con il suo Sound System ispirato al soul e alla cultura blue collar, fino ai catastrofici Destroy All Monsters di Ron Asheton (ex- Stooges) e della indemoniata cantante  Niagara nei primi anni ottanta. Senza dimenticare il grande Sixto “Sugarman” Rodriguez, i cui testi costituiscono sicuramente uno dei prodotti più genuini della street e class culture della Detroit di quegli anni. Qualcuno o qualcosa è stato certamente dimenticato, ma già questi bastano  a dar vita a un bel gruppo di kamikaze sonori e culturali.

Oggi la stampa nazionale e internazionale parla della crisi di Detroit come del fallimento del welfare e delle conseguenze della globalizzazione, ma ignora tutto ciò e quello che qui seguirà perché dovrebbe porsi domande imbarazzanti. Come, ad esempio: Da dove proveniva tutta questa energia? Quale era il tessuto sociale e culturale che la propagava? Perché è finita?

Società multirazziale, lotta di classe e laboratorio sociale

Nel 1820 la città, sorta sule rive del fiume Detroit nella regione dei Grandi Laghi, contava 1.422 abitanti; nel 1900 ne contava 285.704, nel 1920 ben 993.678, mentre nel 1950 raggiunse la cifra di 1. 849.568. Una crescita esponenziale, legata soprattutto all’industria dell’auto, da quando Henry Ford, nel 1904, iniziò a realizzare lì la prima vettura”di massa”: la Model T. Mentre, sempre nella stessa città, anche i fratelli Dodge (John Francis e Horace Elgin) e Walter Chrysler iniziavano a  produrre automobili. Crescita demografica dovuta dunque all’enorme massa di diseredati, bianchi e neri e di differenti nazionalità, che si riversò  nella città a caccia di un posto di lavoro.

Con la seconda guerra mondiale e lo sviluppo delle industrie belliche l’afflusso, soprattutto dagli stati del Sud, divenne gigantesco, finendo anche con l’aumentare le tensioni razziali e di classe che già si erano manifestate nel corso delle lotte sindacali degli anni trenta e delle race riot  del 1943. Ancora oggi una qualsiasi cartina stradale ci mostra, figurativamente, qual’era la posizione centrale di Detroit rispetto all’industria americana.

A circa 380 chilometri ad Est sorge Chicago, che era stato l’altro grande collettore di manodopera nera e immigrata più o meno negli stessi decenni e in cui, dalla seconda metà dell’Ottocento, l’industria della carne in scatola (con relativi mattatoi e macelli) aveva fato da traino. Un po’ più a sud, sulla riva opposta dello stesso lago, si trova Cleveland, con i suoi impianti industriali in disuso, e poche miglia più a sud di questa troviamo Akron, ex-capitale della gomma  e della produzione di pneumatici.

Scendiamo ancora e troviamo, non molto distante, Pittsburgh con le sue acciaierie e, verso est, Buffalo, centro portuale ed industriale da tempo riciclato in città turistica e “culturale”. Siamo nel cuore del cuore delle vecchie regioni industriali. Là dove il conflitto sociale può vantare decenni di storia e gli IWW avevano giocato le loro sorti e quelle del sindacalismo d’industria nei primi quarant’anni del XX secolo. Si potrebbe dire di essere in prossimità di quello che, in un tempo neppure troppo lontano, è stato  il cuore del conflitto sociale degli Stati Uniti.

Ancora nel 1972, Detroit costituiva  il quartier generale dell’industria dell’auto, quella che all’epoca dava lavoro ad un americano su sei. E proprio in quell’anno Lawrence M. Carino, Presidente della Camera di Commercio di Detroit, poteva dichiarare: ”Detroit è la città dei problemi. Se ne esistono, noi probabilmente li avremo. Sicuramente non ne avremo l’esclusiva. Ma certamente li avremo prima di altri…La città è ormai diventato il laboratorio vivente  per il più completo studio possibile sulla condizione urbana in America*.

Cinque giorni a luglio

Nel momento in cui rilasciava questa dichiarazione, Carino doveva ancora avere ben in  mente i cinque giorni del luglio 1967 in cui la città era stata protagonista della più grande rivolta urbana della storia degli Stati Uniti dopo quella di New York del 1863 contro la leva obbligatoria istituita nel corso della Guerra Civile. In quel caso fu l’artiglieria ad essere usata contro i rivoltosi nelle strade di New York City, mentre a Detroit si fece ricorso ai carri armati e all’aviazione in dotazione alla Guardia nazionale.detroitriot 1

Tutto era iniziato a causa di un intervento della polizia per chiudere un locale privo della licenza di vendita per le bevande alcoliche che si trovava nei locali della United Community League for Civil Action, sull’angolo della Dodicesima Strada  con Clairmount Street nel Near West Side. Gli agenti pensavano di trovare poca gente poiché erano le 3:45 del mattino di una domenica. Invece nei locali si trovavano 82 afro-americani intenti a festeggiare alcuni loro amici appena tornati dal servizio in Vietnam. Come la polizia tentò di arrestarli tutti, nelle strade si radunò una folla enorme che costrinse gli agenti ad una precipitosa ritirata sotto una pioggia di bottiglie e sassi. Era il 23 luglio.

Nel corso dei giorni successivi vi furono 43 morti (34 neri e 9 bianchi, tra i quali l’unico agente di polizia ucciso durante i disordini), 1189 feriti, 7200 arresti e 2000 edifici distrutti. Furono assaltati supermercati e negozi, mentre la polizia lamentò (senza mai provarlo veramente) la presenza di cecchini tra i manifestanti. Per sedare i disordini fu richiesto prima l’intervento della Guardia Nazionale, autorizzato dal Presidente Johnson il 25 luglio, e, successivamente, di reparti aviotrasportati dell’esercito.

Di fatto la città finì con l’essere occupata militarmente da 8000 soldati della Guardia Nazionale e 4700 paracadutisti del 32° Airborne oltre che da 360 agenti della Michigan State Police. Nei giorni successivi la presenza massiccia di truppe sul territorio urbano contribuì ad incrementare il numero degli uccisi, dei feriti e degli arrestati, ma rischiò anche di degenerare in scontri a fuoco tra soldati della Guardia nazionale (prevalentemente bianchi) e paracadutisti (prevalentemente neri). Tanto che  fu ordinato ai paracadutisti di far ricorso alle armi soltanto su ordine o in presenza di un ufficiale bianco.

Con il 27 luglio la rivolta ebbe termine e l’ordine tornò a regnare su Motor City, ma il segnale era stato allarmante e l’establishment politico ed economico si rese conto che le conseguenze sociali e politiche avrebbero potuto essere ben più gravi. Dopo quella rivolta la rabbia nera perse, però, le sue connotazioni esclusivamente razziali per conseguire una maggiore coscienza di classe che si sarebbe da lì a poco manifestata attraverso nuove e più politicizzate forme di organizzazione.

John Lee Hooker per primo si fece cantore della rivolta con il suo blues Motor City Is Burning, ma anche il cantautore canadese Gordon Lightfoot le dedicò la sua Black Day in July. Ma si può tranquillamente affermate che fu proprio la rivolta a cambiare l’attitudine di numerose rock band che fino a quell’anno erano state prevalentemente legate al garage per poi passare dopo quegli eventi ad un atteggiamento più rabbioso ed impegnato. Primi fra tutti i Motor City 5 di Fred Sonic Smith, Wayne Kramer  e Rob Tyner.detroit-riots

I danni furono calcolati intorno ai 500 milioni di dollari;  tra gli arrestati più di 6000 erano adulti e quasi un migliaio gli adolescenti. Il più giovane aveva 4 anni e il più vecchio 82, mentre 5000 persone rimasero senza casa. Quando agli inizi del XX secolo gli afro-americani erano emigrati dagli stati del Sud verso il Nord, in quella che è ancora de finita la Grande Migrazione, la popolazione cittadina, come si è già visto, si era enormemente incrementata, ma non così l’offerta e la disponibilità di case per nuovi venuti. In questo modo i neri di Detroit furono pesantemente discriminati sia sul piano sociale che su quello lavorativo.

Nei primi anni sessanta la loro condizione era parzialmente migliorata e si andava formando una classe media di origine afro-americana, ma alla vigilia della rivolta molti appartenenti alla comunità nera si ritenevano insoddisfatti o delusi dai lenti progressi di cui erano testimoni e/o attori. La commissione di inchiesta formata dopo la fine della rivolta accertò che, prima della rivolta, il 45% degli agenti di polizia operanti nei quartieri abitati prevalentemente da afro-americani erano decisamente “anti-negro” (come li definì la stessa commissione) e che un altro 34% era costituito da agenti significativamente marchiati dal pregiudizio razziale.

Nell’insieme il corpo di  polizia della città di Detroit era formato al 93% da agenti bianchi a fronte di un 30% di residenti neri nella città. Così era facile che gli agenti di pattuglia si rivolgessero ai maschi neri di qualsiasi età con il termine “Boy” e alle donne di colore con i termini confidenziali “Honey” o “Baby”. Queste ultime venivano poi spesso fermate ed arrestate per “prostituzione” se camminavano da sole per strada. Senza contare, poi, che un certo numero di residenti in città, non solo neri, dichiarò che uno dei problemi principali durante la rivolta di luglio era stato costituito dalla brutalità e dal comportamento aggressivo della polizia.

* Dan Georgakas, Marvin Surkin, Detroit: I Do mind Dying, South End Press, Cambridge, Ma, 1998, prima edizione 1975, pag.1

(Fine prima parte – continua)

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