Lev Trockij – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 01 May 2026 22:49:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 35 – Come iniziano e come vanno a finire le guerre https://www.carmillaonline.com/2026/04/15/il-nuovo-disordine-mondiale-35-come-iniziano-e-dove-finiscono-le-guerre/ Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94064 di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle guerre e, successivamente, alle vittorie o sconfitte che sono, prima o poi, destinate a concluderle.

La guerra di cui si parla nel testo di Fleming è quella civile, successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, che si sviluppò tra il 1918 e il 1921 in Russia, che vide come principali protagoniste le armate rosse bolsceviche da un lato e quelle bianche filo-zariste, appoggiate da diversi paesi appena usciti oppure ancora coinvolti nel primo conflitto mondiale, dall’altro. Una guerra dilaniante e devastante da cui sarebbero uscite vincitrici le armate rosse poste sotto il comando di Leone “Lev” Trockij in qualità di Commissario del Popolo alla Guerra. Anche se la lettura del libro di Fleming aiuta a comprendere come quest’ultima parte della narrazione faccia parte di una storia ben più intricata e complessa.

Al cui centro l’autore pone la figura, allo steso tempo tragica e meschina, dell’ammiraglio Kolčak mentre accompagna il lettore attraverso gli alterni destini dell’esercito contro-rivoluzionario; fino alla definitiva sconfitta delle armate bianche e alla cattura e fucilazionei dello stesso Kolčak da parte dei Bolscevichi. Una narrazione, che costituisce anche l’ultima opera di Fleming, condotta con la professionalità dello storico e, allo stesso tempo, con gli occhi del viaggiatore che aveva conosciuto i luoghi estremi della Russia orientale e dell’Asia Centrale.

Robert Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), è stato uno scrittore, giornalista e militare britannico, noto soprattutto per essere il fratello di Ian Fleming (1908-1964), il ben più celebre autore dei romanzi di James Bond alias agente 007.

The Fate of Admiral Kolchak è la seconda opera di carattere storico di Fleming pubblicata dalle edizioni Medhelan, dopo Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet (ed. originale Bayonets to Lhasa: The First Full Account of the British Invasion of Tibet in 1904 – 1961). Mentre le edizioni Dall’Oglio avevano pubblicato il suo The Siege at Peking (ed. originale 1959), una relazione sulla ribellione dei Boxer e l’assedio di Pechino del 1900, con il titolo La rivolta dei Boxers, già nel 1965.

Anche se l’autore inglese, per formazione e convinzioni, non può essere certo annoverato tra gli ammiratori della Rivoluzione russa e del Partito bolscevico, nella sua ricerca, pur manifestando una certa simpatia per la figura di Kolčak, sceglie spesso l’imparzialità di giudizio, accompagnata talvolta da una certa dose di ironia, nella descrizione degli eventi narrati. Come afferma infatti egli stesso nella Prefazione:

Il mio interesse per gli eventi descritti in queste pagine risale all’autunno del 1931 quando, all’età di ventiquattro anni, intrapresi per la prima volta un viaggio lungo la Transiberiana. All’epoca sapevo ben poco della guerra civile che si era conclusa un decennio prima ma, notando gli scarni scheletri di filo spinato che ancora fiancheggiavano la maggior parte dei ponti e i fori di proiettile non ancora cancellati dagli edifici delle stazioni, mi ritrovai spesso ad interrogarmi sulla lotta che aveva lasciato quelle piccole cicatrici in angoli dimenticati di una terra vuota e sconfinata. Negli anni successivi ho trascorso molto tempo in Manciuria e nelle zone periferiche della Cina settentrionale e nordoccidentale e ho ascoltato, spesso dalla bocca di chi vi aveva preso parte, molte storie sulla guerra civile in Siberia.
[…] Il contesto politico dell’episodio è complesso. La Siberia fu solo uno della mezza dozzina di scenari russi in cui intervennero gli Alleati. Quell’intervento non fu il risultato di una politica concordata: venne intrapreso da ciascuna delle Potenze con motivazioni diverse. Le speranze, le paure e le illusioni che le animavano non rimasero mai costanti a lungo, poiché l’incedere degli avvenimenti al di fuori della Russia superava o rendeva obsoleti i presupposti, per lo più infondati, su cui si basavano i piani degli alleati. L’effetto di tutto ciò è quello di produrre una sorta di palude della storia. In questo pantano è necessario farsi strada1.

In poche righe l’autore condensa il significato di una storia politica, militare e personale atta a comprendere non soltanto le vicende di allora, ma anche le contraddizioni, gli errori prospettici e militari e le giustificazioni, spesso farlocche, dei conflitti odierni e di alcuni personaggi solo apparentemente centrali nel loro attuale e confuso svolgimento. Un autentico pantano, ieri come oggi, in cui non è facile districarsi e in cui occorre assolutamente evitare di addentrarsi armati soltanto di strumenti di carattere ideologico.

Tanto per iniziare occorre perciò ricordare che l’elemento portante per l’avvio successivo della guerra civile in Russia, più che dalla Rivoluzione in sé, fu costituito dal trattato di pace stipulato tra la Russia bolscevica e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918 nell’odierna Bielorussia, presso la città di Brest, al tempo conosciuta come Brest-Litovsk, che di fatto sancì la resa e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

La promessa mantenuta da Lenin e dal suo partito di porre immediatamente fine alla partecipazione al macello imperialista, che al contrario non era stata minimamente presa in considerazione dal governo provvisorio di Kerensky rovesciato nell’ottobre del 1917, avrebbe così paradossalmente dato fuoco alle polveri su gran parte del territorio appartenente all’ormai ex-impero zarista. Una sanguinosa dimostrazione, certo non soltanto simbolica, dell’insofferenza del capitale e delle leggi che lo regolamentano per ogni autentico trattato destinato a porre fine alla guerra.

Ciò che risulta chiaro dall’analisi dei fatti condotta da Fleming è che dalle forze alleate la pace di Brest-Litovsk fu considerata un tradimento di fronte da parte della Russia, più che la prima e reale conseguenza di una rivoluzione che, prima ancora che dall’iniziativa bolscevica, era stata avviata dalla diserzione e dall’abbandono del posto di combattimento da parte di un milione e mezzo di soldati russi ritiratisi dalle prime linee nell’inverno tra il 1916 de il 1917 e dall’insorgenza delle giovani operaie di San Pietroburgo nel febbraio del ’172.

Quando nel 1914 Francia e Gran Bretagna scesero in campo contro gli Imperi tedesco e austro-ungarico, riponevano grandi speranze nell’alleato orientale. Il “rullo compressore russo” si rivelò ben presto una macchina che, per quanto innegabilmente ponderosa, […] dopo i primi mesi tendeva a muoversi all’indietro invece che in avanti, e richiedeva un grande sostegno in termini di rifornimenti che non potevano essere distolti dal fronte occidentale […]; ma almeno vi era un fronte russo, e per di più molto lungo. Vi erano concentrate centinaia di migliaia di truppe del nemico: a esso dovevano essere continuamente distribuiti, per quanto il nemico fosse a corto di scorte, per quanto le sue fabbriche fossero sotto pressione, i rifornimenti regolari [e] fu quindi con una certa incredulità, oltre che con allarme e indignazione, che Francia e Gran Bretagna osservarono la Russia ritirarsi dalla guerra quasi da un giorno all’altro3.

Il trionfo del bolscevismo e della rivoluzione in Russia costituì un fenomeno di portata storica, ma sul momento le sue conseguenze immediate più importanti furono, dal punto di vista degli alleati, soprattutto, se non esclusivamente, di ordine militare.

Il 21 marzo 1918 i tedeschi lanciarono l’ultima e più grande offensiva in Occidente. La Quinta Armata britannica arretrò di fronte a essa. L’intero fronte occidentale cedette. Parigi venne bombardata a lungo. Come se fossero stati liberati da un disgelo nefasto, fiumi di scritte in piccolo cominciarono di nuovo a inondare i giornali quando vennero pubblicati gli elenchi dei caduti. In quelle settimane di disperazione nacque l’impulso a intervenire. Sarebbe nato se i bolscevichi fossero stati buddisti o liberali gladstoniani, o qualsiasi altra cosa4.

Gli storici, sia sovietici che non, nelle ricostruzioni successive sembrano aver ignorato, se non rimosso, questa semplice verità, preferendole spesso una ricostruzione in cui a far la parte del leone sarebbe stata invece la chiara e inflessibile volontà imperialista di strangolare e soffocare l’esperimento socialista dello Stato sovietico fin dal suo primo apparire.

Nonostante i segnali di stanchezza nei confronti della guerra avvertibili nella società russa e nel suo esercito fossero da tempo evidenti, così come avevano iniziato ad esserlo anche sul fronte occidentale:

né la Francia né la Gran Bretagna si resero conto di quanto la situazione in Russia fosse precipitata durante il 1917. Entrambi i governi avevano ricevuto rapporti inquietanti dai loro rappresentanti a Pietrogrado e altrove; ma era da molto tempo che non si leggeva un rapporto dalla Russia che non fosse inquietante, e nell’anno di Passchendaele e Caporetto5 gli alleati tendevano, e forse dovevano, guardare agli eventi in Russia con un certo distacco. Ormai si aspettavano poco o nulla ma certo non si aspettavano il peggio. Così quando il peggio arrivò, e videro all’improvviso che la Germania poteva d’ora in poi combatterli con entrambe le mani, non furono disposti come forse avrebbero dovuto a fare sconti alla nuova Russia […] Ricordando le grandi speranze che un tempo avevano riposto nella Russia, i solenni trattat che avevano cofirmato e i prodigiosi aiuti finanziari e materiali che aveva ricevuto, non vedevano nella sua defezione altro che un semplice tradimento; e ben presto si convinsero che questo sviluppo imprevisto, così propizio dal punto di vista della Germania, doveva essere stato provocato da complotti e tangenti tedesche6.

Fermiamoci un attimo e osserviamo le conseguenze di tali convinzioni e ricostruzioni in cui la spontaneità del rifiuto della guerra e delle condizioni e dei sacrifici da essa imposti, che è alla base della rottura in seno alla società russa e con il suo Stato definitivamente messa in opera dal partito di Lenin nell’Ottobre, viene rimossa quasi del tutto sia nelle ricostruzioni ex-post ad opera degli studiosi filo-sovietici dei decenni successivi, che preferirono, e ancora preferiscono, darne una ricostruzione decisamente più ideologica e partitica, che dai politici e dai comandi militari occidentali che in tutto ciò seppero soltanto, ed erroneamente, cogliere il complotto e il tradimento.

Incapaci di leggere, ieri come oggi, i movimenti profondi del malcontento di classe e dell’autonomia operativa dell’antagonismo nei confronti del modo di produzione dominante, delle sue leggi e delle sue conseguenze. Una lezione che anche oggi non andrebbe invece mai dimenticata.

Entrambe le ipotesi erano false. Lenin, Trockij e i loro collaboratori non erano interessati alla guerra. Poiché il concetto di lealtà verso gli alleati capitalisti di un regime imperialista non trovava posto nella loro ideologia, […] per le loro menti dure e stracolme di idee una simile accusa (di tradimento – NdR) sarebbe parsa frivola più che eretica. Nessuno di loro era al soldo dei tedeschi7.

Paradossalmente, però, un secondo importante, anche se casuale, elemento per lo scatenamento della guerra civile e dell’intervento alleato in Russia, fu costituito proprio dalla stanchezza dei soldati nei confronti della guerra, delle sue conseguenza e della prigionia che ne era derivata per molti di loro. A dimostrazione di ciò può servire quanto avvenne a Čelyabinsk, una località all’epoca di scarsa importanza situata lungo la ferrovia che dagli Urali corre verso la grande pianura siberiana, il 14 maggio 1918.

In quella data, nella summenzionata stazione, si incrociarono diversi treni carichi di prigionieri di guerra, tutti appartenenti all’esercito imperiale austro-ungarico, ma con mete differenti. Quello diretto verso ovest era un treno carico di soldati austriaci e ungheresi destinati ad essere riportati in patria dopo essere stati liberati in seguito agli accordi intervenuti tra la Russia sovietica e gli Imperi centrali nel marzo di quell’anno.

Su quelli diretti a Oriente, nello specifico in direzione del porto russo di Vladivostock, viaggiavano i soldati del Primo Corpo d’Armata cecoslovacco che, a differenza degli altri, erano considerati apolidi poiché le terre boeme di origine facevano ancora parte dell’Impero asburgico, ma erano stati riconosciuti in febbraio dal governo bolscevico come parte autonoma dell’armata cecoslovacca dislocata in Francia. Per questo motivo dovevano rientrare in Europa seguendo un percorso più tortuoso e via mare per andare a rinforzare il fronte occidentale, messo sotto pressione dai tedeschi, su richiesta del Consiglio supremo di guerra alleato.

Il treno cecoslovacco a Čelyabinsk era l’anello di una catena frammentata; lungo le 5.000 miglia di ferrovia tra il Volga e il Pacifico c’erano sessanta o settanta treni cechi […]. I treni di testa avevano già raggiunto Vladivostock, ma durante l’ultima parte di aprile il movimento verso est dei treni di coda, lento e imprevedibile nel migliore dei casi, si era praticamente arrestato.
A Čelyabinsk non c’era simpatia tra i viaggiatori diretti a est e quelli diretti a ovest. I cechi vedevano negli austriaci e negli ungheresi un odioso popolo di presuntuosi, personificazione della tirannia di cui desideravano liberarsi; mentre ai prigionieri di ritorno, i cechi – molti dei quali avevano disertato o si erano arresi alla prima occasione alle armate dello zar – apparivano come dei traditori. Da parte ceca, un motivo di risentimento più immediato risiedeva nella consapevolezza che ai prigionieri invidiabilmente diretti a casa era stata data la precedenza ferroviaria8.

Fu quindi sufficiente un nonnulla per scatenare una violenta rissa in cui un soldato ceco perse la vita. Così i cechi, che a differenza degli altri portavano con sé le armi, bloccarono il treno diretto a ovest, si fecero consegnare l’ungherese colpevole dell’omicidio e lo linciarono sul posto. Per tale motivo un distaccamento di Guardie rosse giunse alla stazione per portare nella prigione della città diversi cechi come “testimoni”.

Da questo fatto e dal successivo tentativo riuscito dei soldati cechi di “liberare” i loro commilitoni trattenuti in città si svilupparono conseguenza che possono essere considerate tra le più decisive per la successiva guerra civile poiché la dura risposta del governo sovietico, che intervenne in maniera repressiva su indicazione di Trockij e non seppe tener conto della situazione psicologica dei soldati dell’armata ceca, così come invece aveva saputo fare a proposito delle richiesta di cessazione del conflitto da parte dei soldati russi, spinse i distaccamenti cechi, dispersi lungo la linea ferroviaria, ad occupare molte stazioni, avamposti militari e cittadine siberiane in direzione di Vladivostock.

Ma proprio in quel porto continuavano ad essere assenti o scarsamente presenti le navi a disposizione per il trasferimento delle divisioni ceche verso il fronte occidentale, mentre vi era una piccola concentrazione di navi da guerra alleate, il cui compito era quello di:

sorvegliare, come meglio potevano, le enormi giacenza di materiale bellico che si trovavano all’interno o intorno al porto. Queste scorte per un valore di un miliardo di dollari, erano state fornite alla Russia dagli Alleati che poi aveva abbandonato; non solo non erano state pagate ma c’era – o sembrava esserci – il pericolo che questo materiale, dopo essere stato trasportato verso ovest, finisse nelle mani dei tedeschi9.

A questo timore, per gli alleati, andava aggiunto quello derivante dalla grande massa di prigionieri turchi, tedeschi, austro-ungarici e di altri paesi che si trovavano in mano ai russi.

Di questi senza contare i turchi ce n’erano circa un milione e mezzo; solo il dieci per cento circa erano tedeschi; la metà, o forse più della metà, si trovavano in Siberia. Dopo la ratifica del trattato di Brest-Litovsk gli uomini, molti dei quali godevano già di un’ampia libertà personale, cessarono tecnicamente di essere prigionieri. Ma in ragione delle condizioni caotiche delle ferrovie russe, il rimpatrio fu, nella migliore delle ipotesi, molto lento e cominciarono ad arrivare notizie che questi grandi contingenti di soldati dispersi venivano armati o si stessero armando. Non passò molto tempo prima che i prigionieri assumessero lo status di spauracchi strategici. Non è mai stato chiarito con esattezza in che modo si pensava potessero danneggiare la causa alleata. Era sufficiente che venissero considerati tedeschi e, sebbene la stragrande maggioranza di loro non fosse nulla di tutto questo, tanto bastava per ammantarli di mistero e di minaccia sullo sfondo chimerico di una cospirazione bolscevico-tedesca. Gli inglesi temevano che quelli detenuti in Turkestan potessero costituire il nucleo di una minaccia per l’India10.

Incapaci di liberarsi dei fantasmi del “Grande Gioco”, che era stato condotto per quasi due secoli tra l’impero zarista e quello britannico per il controllo dell’Asia centrale e del sub-continente indiano11, gli inglesi soprattutto risultavano essere totalmente incapaci di comprendere le nuove condizioni politiche venutesi a creare dopo la Rivoluzione d’ottobre. Il cui unico spauracchio in quel momento era rappresentato, sempre per i rappresentanti alleati, dal fatto che i prigionieri potessero essere reclutati nell’esercito russo.

Questa, come molte altre affermazioni dello stesso tenore era una sciocchezza, Era comunque vero che le autorità sovietiche stavano facendo del loro meglio per indurre i prigionieri a rinunciare a servire il proprio paese e a unirsi all’Armata Rossa […]; ai prigionieri veniva data la possibilità di entrare in azione diventando “internazionalisti”, come venivano chiamati quelli che si arruolavano. Più tardi, quando Trockij si accinse a ricostruire l’Armata Rossa, la necessità di reclute, e soprattutto di uomini già addestrati, fece sì che venissero privilegiati i prigionieri di guerra. Fin dall’inizio i volontari erano stati deludentemente scarsi, ma [comunque] venne costruito sulla carta un considerevole contingente di internazionalisti, [anche se] sembra che rappresentasse solo il cinque o il sei per cento del numero totale dei prigionieri., pochissimi dei suoi membri arrivarono ad essere armati e agli internazionalisti non fu permesso, tranne in un paio di casi, di formare distaccamenti propri, ma vennero distribuiti in diversi scaglioni tra le unità russe12.

Occorre, per analizzare a fondo i fatti storici inerenti quel periodo, comprendere, esattamente come per le diserzioni sul fronte russo, a Caporetto, in Francia e per le proteste dei soldati inglesi dislocati ad Arkhangelsk e per quelli americani destinati a proteggere la linea transiberiana tra il 1918 e il 1919, che tali iniziative, quasi sempre spontanee e di massa, derivavano più dalla stanchezza per la guerra e il servizio militare in sé che non da una precisa scelta di campo ideologica. Così come quella dei marinai della portaerei Gerald Ford che qualche settimana fa è stata danneggiata gravemente da un incendio, molto probabilmente doloso, sviluppatosi a partire dalle lavanderia. Cosa che ha costretto i comandi americani a ritirarla dalla posizione assunta nel Mar Mediterraneo per sostenere le operazioni nel Golfo Persico per farla riparare prima in un porto greco e successivamente a riprendere la via del ritorno verso gli Stati Uniti, dopo una permanenza in mare durata ben oltre i sei mesi di servizio attivo programmato normalmente per le portaerei americane.

Sarebbe stato inoltre il caso da parte dei comandi alleati, che già nel luglio del 1918, su suggerimento dell’addetto militare britannico a Pechino, affermavano che non c’era dubbio che in Trans-Baikalia l’influenza tedesca stesse pericolosamente aumentando, di considerare gli uomini non soltanto come pedine, ma come tutt’altro che immuni alla nostalgia di casa, alla malnutrizione, alle malattie e alla demoralizzazione.

Il buon senso avrebbe dovuto dire agli strateghi alleati che i prigionieri di guerra, molti dei quali per più di tre anni erano stati ammassati in condizioni spaventose, che appartenevano a una mezza dozzina di razze reciprocamente antipatiche e tra i quali gli ufficiali erano divisi dai soldati, non avrebbero mai potuto costituire più di un fattore trascurabile nella situazione russa. Il buon senso però non era certo un ingrediente fondamentale della strategia interventista13.

E’ proprio la casualità del moto, ancor più che la sua causalità, che deve infatti essere compresa da chi voglia opporsi all’esistente, motivo per cui la funzione di un ‘eventuale direzione politica o partito non è quella di creare, ma di comprendere le condizioni in cui sia possibile agire in maniera utile e, possibilmente, vincente. Mentre, come affermava già Marx, «il bue borghese crede e diffonde» le stesse falsità che ha contribuito a creare14, ieri con i giornali e oggi con i social media così massivamente usati da politici e capi di governo per ogni “sommaria” comunicazione!

D’altra parte se gli Alleati si stavano lentamente avvicinando alla decisione di intervenire partendo da indizi sbagliati, anche i bolscevichi furono a tratti confusi da fenomeni come quello dei soldati cechi in rivolta che sembravano operare secondo chissà quali ordini invece che per se stessi. Così come dalla presenza di vari signori della guerra che cercavano di spadroneggiare tra le grandi pianure della Siberia e la vicina Manciuria per scopi prevalentemente banditeschi, approfittando del crollo dell’ordine precedente.

Tra questi un ruolo di rilievo sarebbe stato svolto da un ataman cosacco, un ventottenne capitano di nome Grigori Semënov, compagno per un periodo del famigerato barone Ungern-Stemberg15 che si sarebbe guadagnato nella guerra civile una reputazione di sadica brutalità superata da ben pochi rivali, che con un rapido colpo di mano si era assicurato il controllo di una piccola località, Manzhouli, appena all’interno della frontiera della Manciuria, in cui la Transiberiana si collegava alla Ferrovia Orientale cinese, che forniva la via più diretta per Vladivostock.

Prima di comprendere che il cosacco operava sotto la guida delle autorità giapponesi, interessate già all’epoca ad estendere il dominio imperiale sulla Cina, gli alleati videro in lui un potenziale punto di riferimento per il controllo del territorio siberiano a occidente del porto russo. La sua piccola armata di seicento “canaglie” (di cui due terzi erano costituiti da mongoli e cinesi) venne sbaragliata, nella sua avanzata, da un contingente, che comprendeva alcuni prigionieri di guerra ungheresi, al comando di Lazo, un capo partigiano bolscevico di talento, ma nonostante ciò suscitò tra i francesi e gli inglesi un certo interesse. Così, nei primi giorni di febbraio del 1918, Semënov ricevette 10.000 sterline e gli inglesi gli promisero una somma simile per ogni mese a venire.

Anche i francesi, informati di questa transazione, cominciarono a sovvenzionare Semënov, mentre i giapponesi fornirono – oltre ai soldi – armi e munizioni e un certo numero di “volontari” che arrivarono a Manzhouli in borghese e, oltre a presidiare i cannoni da campo di Semënov, costituirono il fiore della sua fanteria. […] Il Giappone, unico tra i tre benefattori di Semënov, esercitò una certa misura di controllo sulle sue attività16.

Le illusioni riconducibili alla figura di Semënov, sul quale gli alleati europei smisero ben presto di far conto, sono da ricordare soltanto per sottolineare le profonda confusione, le contraddizioni e le rivalità che animavano lo schieramento dei fautori dell’intervento in Russia. Così, anche se una fotografia contenuta nel volume ci mostra i rappresentanti di nove paesi17 apparentemente uniti dallo scopo comune, in realtà gli obiettivi rimanevano spesso confusi e sostanzialmente nemici tra di loro.

L’unica cosa che inglesi e francesi continuavano a sbandierare era il pericolo rappresentato dalle “forze tedesche” ancora presenti sul campo durante il maggio-giugno dello stesso anno, quando le commissioni tedesco-austriache arrivarono in Russia per definire le condizioni del rimpatrio dei soldati. Cosa che, tra le altre, aveva fatto sì che il riarruolamento degli “internazionalisti” nelle armate sovietiche fosse sospeso.

Tuttavia ciò non impedì agli Alleati di continuare a parlare, e infine di agire, come se ampie quanto imprecisate zone di territorio russo ospitassero importanti concentrazioni di truppe nemiche. Ancora nel settembre 1918 – almeno due mesi dopo che l’ultimo magiaro perplesso aveva restituito il proprio obsoleto fucile Berdan ai magazzini del quartier generale – il Primo Ministro britannico si congratulava con il dottor Masaryk18 per gli “eclatanti successi dalle forze cecoslovacche contro gli eserciti di truppe tedesche e austriache in Siberia”19.

Certo non è stata soltanto la guerra in Iraq ad avere bisogno di inesistenti “pistole fumanti” per giustificare interventi militari destinati soltanto al fallimento dopo inutili distruzioni di vite umane. Mentre la politica militare condotta dal Giappone in Siberia serve a rivelare, insieme a quella americana, la profonda diversità di vedute e di obiettivi tra gli “alleati”. Infatti, mentre Semënov, autentico fantoccio dei giapponesi, si era installato a un’estremità della Ferrovia Orientale cinese:

all’altra estremità, saldamente confinato in un luogo chiamato Pogranichnaia, un altro leader cosacco, di nome Kalmykov, un delinquente minore ma per certi versi più rivoltante di Semënov, era ancora più alle dipendenze dei padroni giapponesi.
Cosa ancor più importante di tutti questi intrallazzi, il Giappone concluse a metà maggio un accordo militare segreto con la Cina che prevedeva la cooperazione tra le rispettive forze armate se “il nemico” avesse minacciato i loro territori o “la pace o la tranquillità generale in Estremo Oriente”. Poiché il nemico non veniva identificato, i limiti geografici dell’Estremo Oriente non erano definiti e non veniva offerta alcuna interpretazione di ciò che poteva essere considerato una minaccia alla pace generale e alla tranquillità, il trattato dava di fatto al Giappone il diritto di dispiegare le proprie truppe sul territorio cinese ogni volta che avesse voluto inventarsi un pretesto per farlo. [Il Giappone] Voleva consolidare la propria sfera d’influenza in Manciuria. [I suoi] obiettivi finali erano quindi diametralmente opposti, anche se non dichiaratamente, a quelli degli alleati. L’ultima cosa che il Giappone voleva era proprio […] un’amministrazione russa forte e stabile in Siberia. Il Giappone aveva tutto l’interesse a creare l’anarchia, o perlomeno il sistema di signori della guerra che Semënov, con il suo aiuto, aveva così vividamente esemplificato20.

Se al lettore paziente tutto ciò facesse venire in mente non soltanto l’attuale politica di Israele nei confronti del Medio Oriente, ma anche il miglior romanzo a fumetti di Hugo Pratt21, non sarebbe molto lontano dal vero e proprio per questo motivo si è scelto di illustrare questo articolo con immagini provenienti dai bozzetti preparatori o dalle pagine dello stesso.

Ma ancor più destinato a creare confusione fu l’intervento americano, per giustificare il quale l’allora presidente Wilson scrisse pagine degne del miglior Donald Trump, in piena crisi di senescenza personale e imperiale americana. Una decisione di intervento, ratificata il 6 luglio del 1918, a favore di quella che, nel frattempo, era stata denominata Legione ceca, ovvero quell’insieme di circa 40.000 soldati, di cui 12.000 arrivati a Vladivostock in attesa di navi che non c’erano, dislocati lungo i 4.800 chilometri della Transiberiana tra Irkutsk e Penza. Una decisione presentata da Wilson al suo Segretari di Stato e successivamente agli ambasciatori alleati per mezzo di un memoir composto alla macchina da scrivere dallo stesso presidente22.

«L’azione militare», vi si affermava, «è ammissibile in Russia […] solo per aiutare i cecoslovacchi a consolidare le proprie unità, a cooperare con successo con i fratelli slavi e per sostenere qualsiasi sforzi di autogoverno o di autodifesa in cui i russi stessi potrebbero essere disposti ad accettare aiuto.» E anche se una nuova versione presentata successivamente avrebbe ripreso il pericolo rappresentato dai prigionieri armati tedeschi e austriaci, quel documento non aveva quasi alcun significato: «Quali russi? Autodifesa contro chi? E soprattutto cosa aveva a che fare con la vittoria della guerra contro la Germania il fatto che i cechi “potessero collaborare con successo con i loro fratelli slavi”?»23 Soprattutto una volta considerato il fatto che molti fuggitivi e ufficiali russi filo-zaristi avevano dato vita ad Harbin ad una comunità piuttosto numerosa, presieduta dal generale Horvat, dove:

Nelle sale pubbliche sovraffollate dell’Hotel Moderne gli speroni tintinnavano senza posa, risuonavano brindisi patriottici e gli occhi si riempivano di lacrime. Gli opinionisti anatomizzavano i pettegolezzi, le canaglie portavano avanti intrighi e gli speculatori facevano fortuna. Si scambiavano saluti, si baciavano le mani, si lucidava l’elsa della spada. Ma a parte qualche losco e deplorevole avventuriero nessuno lasciò la scena di questo tableau vivant marzial-patriottico per prendere un treno verso il fronte24.

E se tutto ciò, ancora una volta, suggerisse al lettore qualche parallelo con le politiche internazionali, e soprattutto europee, nei confronti del conflitto russo-ucraino attuale…beh, ancora una volta non si sbaglierebbe di certo. Così come sembra confermare l’immagine di un territorio frammentato in vari governatorati e percorso da piccoli e grandi eserciti, ognuno rispondente ad esigenze ed interessi diversi.

Deve essere allora chiaro, in chiusura, che il successivo ruolo svolto dall’ammiraglio russo Aleksandr Vasil’evič Kolčak (San Pietroburgo 1874-Irkutsk 1920), ex-comandante della flotta russa del Baltico destituito dall’incarico a seguito della Rivoluzione, nella posizione assunta nelle armate Bianche dopo essersi volontariamente presentato ai comandi alleati per continuare a battersi anche come semplice soldato, tanto da far ipotizzare in un primo tempo ai comandi britannici di usarlo in Mesopotamia, sarebbe stato destinato all’insuccesso fin dall’inizio.

Nonostante i suoi progetti di liberare la famiglia del zar, che non contribuirono ad altro che a indurre i bolscevichi ad eliminarne tutti i componenti il più rapidamente possibile nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg; le sue iniziali vittorie e la fondazione di una Repubblica siberiana di cui si autonominò dittatore, Kolčak finì come tutti i mercenari di talento, come Wallenstein nella Guerra dei Trent’anni oppure Yevgeny Prigozhin nell’odierna guerra in Ucraina, ovvero tradito dai suoi stesi padroni, infastiditi da una personalità tendente ad ampliare i limiti entro cui avrebbe dovuto esclusivamente muoversi.

Kolčak avrebbe allora perso l’appoggio della legione Ceca e della Quinta divisione fucilieri polacca che si ritirarono dal conflitto già nell’ottobre 1918, mentre il nuovo comandante della Legione Ceca, il generale francese Janin, lo considerava un mero strumento dei britannici. Kolčak non poté neppure contare sull’aiuto dei giapponesi che temevano che volesse interferire con la loro occupazione dell’estremo oriente russo, mentre le truppe americane stanziate in Siberia finirono col dichiarsi strettamente neutrali riguardo “agli affari interni russi” e rimasero solo per sovraintendere alla “sicurezza” della Ferrovia Transiberiana.

Quando nel 1919 le forze dell’Armata Rossa riuscirono a riorganizzarsi e passarono al contrattacco, l’esercito di Kolčak iniziò a perdere terreno. I bolscevichi scatenarono la controffensiva nell’aprile, e, alla fine del mese di giugno, le forze di Michail Tuchačevskij sfondarono le difese dei Bianchi sugli Urali, catturando Čeljabinskil 25 luglio. Ma Kolčak era anche sotto la minaccia di nemici interni al proprio Stato: oppositori locali iniziarono a cospirare contro il suo potere e persino il supporto inglese venne meno, riponendo il governo britannico più fiducia in Denikin.

Kolčak fu costretto a lasciare Omsk, sede del suo comando, utilizzando la ferrovia Transiberiana il 13 novembre 1919; attraversando aree controllate dai Cecoslovacchi fu più volte fermato e successivamente dichiarato decaduto dal comando. Anche se a Kolčak fu promesso che sarebbe stato consegnato al comando britannico a Irkutsk, dove però, il 20 gennaio 1920, il governo della città aveva rimesso il potere nelle mani di un comitato bolscevico. A seguito dell’arrivo di un ordine da Mosca, fu condannato a morte e fucilato all’alba del 7 febbraio.

Anche se la guerra sarebbe finita circa due anni dopo, con la tragica repressione della ribelle Kronstadt e la disastrosa iniziativa di avanzata bolscevica e delle armate rosse sulla Vistola, che non avrebbe tenuto conto del fatto che la possibilità di un appoggio rivoluzionario in Germania era venuto meno con la repressione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919 da parte del socialdemocratico Noske, che aveva concesso piena libertà d’azione ai Freikorps formati da volontari nazionalisti, in realtà fruttò alcuni risultati degni di attenzione.

In particolare la disarticolazione dell’intervento alleato, cui alla confusione di intenti si sovrappose molto rapidamente il rifiuto dei soldati, soprattutto inglesi e americani, di continuare la permanenza e lo stato di belligeranza in Russia. La piena riaffermazione del governo bolscevico sui territori dell’ex-impero zarista e la diffusione verso l’Asia centrale e l’Estremo Oriente delle idee rivoluzionarie e socialiste. Diffusione che, contribuendo ad animare le iniziative rivoluzionarie in tutto l’area fino alla costituzione della Repubblica Popolare cinese e ancor più avnti nel tempo, compensò l’autentico scacco subito in Occidente dalle altalenanti politiche dell’Internazionale comunista, prima e dopo l’avvento dello stalinismo.

Se, infine, il disastro delle strategie alleate e delle armate bianche in Siberia nel corso del 1918-19 dovesse suggerire al paziente lettore un parallelo con il recente fallimento politico e militare americano nel Golfo Persico, non dovrebbe fare altro che leggere qui per trovare conferma delle proprie supposizioni.


  1. P. Fleming, Prefazione a Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 17-18.  

  2. Si veda: C. Miéville, Ottobre. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti, Roma 2017.  

  3. P. Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 35-36.  

  4. P. Fleming, op. cit., p. 37.  

  5. La battaglia di Passchendaele fu combattuta tra il 31 luglio e il 6 novembre 1917. L’obiettivo franco-britannico consisteva nel prendere possesso dei crinali meridionali e orientali nei pressi della città belga di Ypres nelle Fiandre, ma per le elevatissime perdite subite, i modesti risultati e l’incapacità dei generali britannici, la battaglia di Passchendaele nella storiografia britannica diventò sinonimo di fiasco militare, mentre lo storico militare Basil Liddell Hart la definì”il più triste dramma della storia militare inglese”.  

  6. Fleming, op. cit., pp. 38-39.  

  7. Ibidem, p.39.  

  8. Ibid., pp. 25-26.  

  9. Ivi, pp. 29-30.  

  10. ibid., p. 74.  

  11. Si veda: P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi Edizioni, Milano 2004.  

  12. Fleming, op. cit., pp. 75-76.  

  13. Ivi, p. 75.  

  14. K. Marx – Lettera a Kugelmann del 27 luglio 1871.  

  15. Si veda: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  16. Fleming, op. cit., pp. 63-64.  

  17. Si tratta di una fotografia scattata a Vladivostock in cui sono presenti, in pose più o mene austere e marziali, gli ufficiali americani, giapponesi, polacchi, inglesi, rumeni, francesi, italiani, cinesi e cecoslovacchi dei contingenti militari presenti in città.  

  18. Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia eletto nel 1918.  

  19. Fleming, op. cit., p. 77.  

  20. Ibidem, pp. 86-89.  

  21. Corte Sconta detta Arcana, appartenente al ciclo di Corto Maltese e uscito originariamente a puntate su «Linus» tra il 1974 e il 1977.  

  22. Oggi avrebbe avuto a disposizione X, Truth o gli altri social usati quotidianamente da “The Donald”.  

  23. Fleming, op. cit., pp. 82-83.  

  24. Ivi, p. 64.  

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La fucilazione dell’eco https://www.carmillaonline.com/2022/08/19/la-fucilazione-delleco/ Fri, 19 Aug 2022 20:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73578 di Giorgio Bona

 

Io ruberò, se il furto allieterà la tua anima.

Perché, invano ho speso tante forze?

Acconsenti, almeno al paradiso in una capanna,

se qualcuno ha occupato il palazzo e la torre.

 

Sono splendidi versi di una canzone di Vladimir Vysockij che si intitola Lirica.

Mi viene in mente quando la mia cara amica Olga annuncia che mi farà un grande omaggio, donandomi la copia (di cui in foto) della Izvestija del mese di agosto 1938. Ventidue pagine tutte dedicate al processo di Lev Davidovič Bronštein [...]]]> di Giorgio Bona

 

Io ruberò, se il furto allieterà la tua anima.

Perché, invano ho speso tante forze?

Acconsenti, almeno al paradiso in una capanna,

se qualcuno ha occupato il palazzo e la torre.

 

Sono splendidi versi di una canzone di Vladimir Vysockij che si intitola Lirica.

Mi viene in mente quando la mia cara amica Olga annuncia che mi farà un grande omaggio, donandomi la copia (di cui in foto) della Izvestija del mese di agosto 1938. Ventidue pagine tutte dedicate al processo di Lev Davidovič Bronštein detto Trockij. Un regalo inaspettato, un pezzo raro, un cimelio. Ho paura ad aprirlo perché il tempo con la carta è impietoso e finisce di divorare pagine e parole senza pietà.

Durante quel periodo, mentre la Pravda fungeva da portavoce ufficiale del partito, la Izvestija fu, dal 1917 al 1991, la voce ufficiale del governo ed espressione del Soviet Supremo.

E allora ancora Vysockij: “lunga vita a quelli che cantano nel sogno. Il mondo può stare sommerso. I continenti possono ardere tra le fiamme. Ma tutto questo non mi appartiene”.

C’è un filo conduttore sottilissimo che lega il pensiero di Lev Trockij al lirismo dell’anima sempre in fermento di Vladimir Semënovič Vysockij (1938-1980) proprio in quella visione del paradiso dentro uno spazio piccolissimo, quello di una capanna, perché qualcuno il castello lo ha già occupato, abusivamente.

Non c’è felicità in tutto questo, se non nel conseguimento di quel microcosmo che ha la speranza di diventare universale. Non abbattendo il castello, perché la distruzione lascia strascichi terribili, ma spingendone allora fuori il male, facendone una capanna, il grande cuore dei sogni.

Trockij: pseudonimo preso dal nome di un suo compagno di cella nella prigione di Odessa, nome che servì come espediente per fuggire dalla Siberia, dove si trovava in esilio, per raggiungere Londra.

Beatificato dai comunisti occidentali anche se in occidente molti sostenevano che condividesse le idee e i metodi del capo supremo e suo eterno rivale, per cui il corso del bolscevismo non sarebbe stato più morbido sotto la sua figura.

Parole. Fiato sprecato.

Chissà se qualcuno può intravedere in questo lirismo profondo, che genera un pianto arcaico nella canzone di Vysockij, quei passi della Rivoluzione Permanente di Trockij, rivoluzione prima dell’anima e della mente perché non transige con alcuna forma di dominazione di classe, e che ha una spinta che procede oltre, senza arrestarsi alla fase democratica, ma passa alle misure socialiste. Una rivoluzione che si arresta solo quando è avvenuta la totale liquidazione della società divisa in classi.

Certo che se l’intento fu quello di fermarne il pensiero, la sua morte ebbe un grande effetto di risonanza soprattutto nelle figure della sinistra che rappresentavano il dissenso.

Così Vysockij in una sua celebre canzone: La fucilazione dell’eco.

 

Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio,

quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva,

se nessuno ne sentì il calpestio e il grugnito,

legarono l’eco e sulla sua bocca misero un bavaglio.

 

La fucilazione dell’eco coincide con il concetto principale della teoria trockijsta basata sulla grande idea di espansione della rivoluzione socialista in tutto il mondo sull’esempio di quella sovietica. Un’eco che fu subito soffocata in contrapposizione allo stalinismo, in quanto sosteneva che l’obiettivo del socialismo in un solo paese fosse una rottura con l’internazionalismo proletario. L’occupazione del palazzo bruciava la capanna dei sogni e spegneva l’eco di risonanza.

Il processo a Trockij parte dalla seconda regola precisa per l’occupazione del potere da parte di Stalin: uomini, se inutili vanno messi da parte.

Certo che la politica giusta di uno stato operaio non è riducibile soltanto all’edificazione economica nazionale, e se la rivoluzione non si estende nell’arena internazionale seguendo una spirale proletaria incomincerà a contrarsi seguendo una spirale democratica entro un quadro nazionale.

Spirale proletaria? Si parte dall’anima, dal comune sentire. Un credo. Un fiume sottopelle che scorre impetuoso e libero, una volontà della mente. Tutto confluisce in un comune pensiero. La felicità.

La teoria classista e l’esperienza storica testimoniano l’impossibilità di vincere del proletariato con metodi pacifici quando mancano questi sentimenti dentro la carne viva. E il potere sovietico di Stalin era basato sullo strangolamento delle organizzazioni proletarie e sull’onnipotenza della burocrazia.

Mi piace pensare a Venedikt Erofeev (1938-1990) seduto sui gradini della Lubjanka a farsi una vodka, mentre nel 1957 riusciva addirittura a convincere i colleghi a comporre poesie ispirate ai grandi classici della letteratura mondiale e a creare un’antologia del movimento operaio.

E cosa può essere la vita che opera il cambiamento se vengono soppresse le riunioni nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, nei teatri, nelle strade e nelle piazze?

Ma il palazzo era abusivamente occupato. E Stalin ammise che mandare Trockij in esilio invece di sottoporlo alla fucilazione fu un errore. Il processo ne sentenziò la condanna a morte.

Leonardo Padura Fuentes nel suo romanzo L’uomo che amava i cani (2009: Tropea, 2010) racconta l’esilio dell’acerrimo nemico di Stalin in Turchia, Francia, Norvegia e Messico e anche il sofferto passato del suo omicida, Ramon Mercader, la sua militanza nella guerra civile in Spagna e la fedeltà assoluta alla causa sovietica. Emessa la condanna a morte, nel 1940 Mercader la eseguì.

Poco prima del suo assassinio Trockij scrisse sul suo diario:

 

morirò da proletario rivoluzionario, da marxista, il che vuol dire da devoto ateo. La mia fede nel futuro comunista è ora altrettanto fervente e pesino più forte rispetto ai tempi della mia giovinezza. Questa fede nell’umanità e nel suo futuro mi dà un potere di resistere più forte di qualsiasi religione.

 

Nel 2017 in Russia verrà prodotta la serie tv Trockij distribuita da Netflix che, partendo da alcuni fatti realmente accaduti,  costruisce una sostanziale storia di finzione intorno alla sua figura. Questa serie riceverà diverse accuse per inesattezze, soprattutto dai suoi discendenti che protesteranno con una lettera contro lo spettacolo, firmata da diversi intellettuali e storici di sinistra.

Quando Vladimir Vysockij con la voce arrochita dall’alcol e dal fumo cantava a squarciagola nel microfono Non è ancora finita:

 

Chi vuole vivere, chi gioire, chi non è pidocchio,

– preparate le vostre mani per il corpo a corpo!

E che i ratti lascino la nave!

Intralciano la mischia scompigliata!

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Il tempo del disincanto https://www.carmillaonline.com/2020/01/22/il-tempo-del-disincanto/ Tue, 21 Jan 2020 23:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57469 di Sandro Moiso

Sandro Saggioro, Gli ultimi anni di Victor Serge (1940-1947), Quaderni di pagine marxiste, serie blu V, 2018, pp. 138, euro 7,50

E’ un grande merito l’aver ripubblicato il testo di Sandro Saggioro sugli ultimi anni di vita di Victor Serge, precedentemente edito nella serie dei Quaderni Pietro Tresso (n°57 del 2006), arricchendolo di una introduzione a cura di Graziano Giusti e di un apparato di note decisamente ampliato rispetto a quello dell’edizione originale oltre che di una serie di biografie utilissime per inquadrare meglio le decine di militanti, uomini [...]]]> di Sandro Moiso

Sandro Saggioro, Gli ultimi anni di Victor Serge (1940-1947), Quaderni di pagine marxiste, serie blu V, 2018, pp. 138, euro 7,50

E’ un grande merito l’aver ripubblicato il testo di Sandro Saggioro sugli ultimi anni di vita di Victor Serge, precedentemente edito nella serie dei Quaderni Pietro Tresso (n°57 del 2006), arricchendolo di una introduzione a cura di Graziano Giusti e di un apparato di note decisamente ampliato rispetto a quello dell’edizione originale oltre che di una serie di biografie utilissime per inquadrare meglio le decine di militanti, uomini politici ed intellettuali che compaiono nella ricostruzione delle vicende di quel periodo.
Un testo sintetico, ma importante che fa rivivere, sia allo studioso che al militante delle rivoluzioni a venire, un periodo nevralgico e buio della storia del movimento operaio e dei partiti sedicenti “comunisti” che ne avrebbero dovuto rappresentare l’anima più radicale e rivoluzionaria.

Un periodo in cui la sconfitta, dovuta sia al trionfo della controrivoluzione staliniana in URSS che a quello dei totalitarismi fascisti e nazisti in Italia e Germania, si accompagnava al ritorno sulle scene di un macello interimperialista, nuovamente mondiale, destinato non soltanto a ridisegnare la carta geografica della spartizione imperialista del globo, ma anche quello dei compiti dei rivoluzionari e del movimento politico proletario, confusi tra scontri dottrinari e fisici tra differenti ipotesi politiche e scontri militari di portata devastante in cui il proletariato dei maggiori paesi coinvolti nel secondo conflitto globale fu portato al massacro e costretto a schierarsi in nome della Nazione, dell’Ideologia e di una fasulla concezione della Libertà e della Democrazia.

Un periodo di catastrofi politiche e umane di cui l’opera di Saggioro sa dare conto e da cui è possibile trarre ancora insegnamenti. Non soltanto per la ricostruzione del passato e della mancata affermazione di una rivoluzione comunista a livello internazionale nel corso della prima metà del XX secolo, ma anche per lo scioglimento di alcuni nodi politici del presente.

Saggioro (1949-2015), militante della Sinistra Comunista, stimato medico chirurgo e studioso della storia di quella Sinistra cui apparteneva1 , attraverso la ricostruzione delle peregrinazioni fisiche e intellettuali di Victor Serge durante i suoi ultimi anni di vita, trascorsi in Messico, ha saputo ricostruire un ambiente politico, culturale e di autentica guerra civile interna in cui il movimento comunista internazionale si trovò a dibattersi dopo la catastrofe seguita alle purghe staliniane e ai processi di Mosca della seconda metà degli anni Trenta, alla sconfitta dell’esperienza rivoluzionaria coincisa con la guerra civile spagnola, al tragico accordo tra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia e alla seguente suddivisione del proletariato internazionale secondo linee che nulla avevano più a che fare con gli interessi dello stesso o della rivoluzione.

Victor Serge (il cui vero vero nome era Viktor L’vovič Kibal’čič), militante, intellettuale e scrittore rivoluzionario che dalla sua nascita nel 1890 a Bruxelles, figlio di un militante prima del gruppo Zemlja i Volja e poi di Narodnaja Volja costretto ad emigrare in Belgio per sfuggire alla polizia zarista, portò fin dall’infanzia le stimmate del rivoluzionario perseguitato, imprigionato e costretto ad emigrare vagando attraverso l’Europa, la Russia della rivoluzione e poi dello stalinismo e infine attraversando l’Atlantico per sfuggire, destino che lo accomunò a molti altri, sia al nazismo dopo la caduta della Francia sia allo stalinismo che dava una caccia implacabile in ogni angolo d’Europa e poi anche dell’America ai suoi avversari politici.

Tanto è vero che il travaglio messicano, diciamo così, di Serge inizia proprio nell’anno in cui Lev Trockij è assassinato a Coyoacán dal sicario, addestrtao dalla NKVD, Ramón Mercader. Episodio che costituirà soltanto uno dei tanti anelli di una catena di delitti che contribuiranno a indebolire le file dell’Opposizione di Sinistra, trotzkista e non, e a seminare dubbi e ripensamenti, grazie anche ad un gigantesco sistema di disinformazione e calunnia governato dalla centrale di Mosca, di cui però, alla fine, approfittarono anche gli americani e gli esponenti dei partiti sia totalitari che liberal-democratici europei.

Oggi sembra davvero troppo facile attribuire patenti di tradimento o di eroismo a coloro che, in quei giorni, operarono per salvare almeno un minimo di dignità e continuità, individuale o di piccoli gruppi; in quegli anni catastrofici, in cui il dubbio revisionista ebbe buon gioco a trionfare nella mentalità di molti. Eppure, eppure…
Scorrendo le pagine del libro si può rivivere tutta l’angoscia, le ambiguità, i dubbi e le fragili certezze di coloro che si opposero alla marea stalinista e che in tale tentativo finirono con l’essere travolti, uccisi o che si suicidarono oppure, ancora, passarono le linee per affidarsi, ormai delusi e sfiduciati, al nemico borghese di sempre.

Questo dramma è tutto compreso nelle opere letterarie maggiori di Victor Serge, tutte scritte durante il soggiorno messicano e quasi tutte comparse postume, nei suoi, preziosi Carnets scritti tra il 1936 e il 1947 e nel le sue memorie, oltre che nel gran numero di saggi, articoli e lettere che egli ebbe a scrivere sull’argomento2.
Opere attraverso le quali il militante rivoluzionario, seppur sconvolto da una vita in frantumi e dalle vicende che lo accompagnarono fino al giorno della sua morte, cercò sempre di tenere la barra dritta, non su un improbabile, per l’epoca e forse ancora per l’oggi, obiettivo di liberazione della classe perseguito attraverso l’uso di una fede dogmatica o di un partito più autoritario e settario che autenticamente rivoluzionario, ma almeno su una serie di principi e una dirittura morale ed etica individuale su cui non volle mai transigere. Anche a costo di rompere con amici, compagni e militanti con cui aveva condiviso anni di lotte ed esperienze importantissime.

Fu forse per questo motivo che gli Stati Uniti non gli concessero mai un visto di ingresso, anche quando nel 1942 vi fu una forte mobilitazione di personalità americane, tra cui John Dos Passos e altri scrittori e intellettuali, a favore del suo ingresso negli Stati Uniti. E fu proprio questo crescente e insuperabile isolamento a colpirlo, più di ogni altra cosa. Proprio come aveva scritto a proposito della solitudine intellettuale che aveva accompagnato Lev Trockij prima del suo assassinio, in quella casa che Serge chiamava “la tomba di Coyoacán”:

Si dimentica troppo spesso che l’intelligenza non è un dono individuale. Che cosa sarebbe stato di Beethoven isolato tra i sordi? L’intelligenza di un uomo, fosse anche un genio, ha bisogno di respirare. La grandezza intellettuale del Vecchio era in funzione di quella della sua generazione; gli occorreva il contatto diretto con uomini della sua stessa tempra spirituale, capaci di capirlo al volo e di opporglisi sullo stesso piano […] Così, solo, continuava a discutere con Kamenev, morto fucilato: lo udirono spesso pronunciare il suo nome […] mentre camminava su e giù parlando fra sé3.

Militante anarchico imprigionato in Francia per cinque anni, militante bolscevico durante la Rivoluzione e la guerra civile, membro dell’Opposizione nuovamente imprigionato ma nel Gulag staliniano, esule dopo essere stato liberato in seguito ad una vasta mobilitazione internazionale a suo favore, Victor Serge visse gli anni del disincanto comunista-bolscevico e ne bevve fino in fondo l’amaro calice.

Sono forse le parole che egli dedicò nei suoi Carnets al nipote adolescente di Trockij a riassumere, meglio di qualsiasi altro commento, il senso di un’epoca, che ne ha sfatta un’altra sicuramente gloriosa, ma che non è ancora stata sostituita da una equivalente, anche se certamente diversa.

2 marzo 1944 – Incontro in autobus il piccolo Sĕva, il nipote di Lev Trotsky. Assomiglia in modo straordinario a suo nonno, quale lo mostrano le foto della giovinezza […] Sĕva sta entrando nell’adolescenza, deve avere diciassette anni. Un viso ossuto, duro, severo, triste, con gli occhialetti. «Parli ancora il russo?» «No, l’ho completamente dimenticato». «Ma bisogna impararlo, allora!» «Perché? Per l’attaccamento sentimentale, ah, ma no!» (lo dice violentemente). Rispondo che la Russia cambierà tanto, fra non molto, che dobbiamo restarle fedeli e conservare grandi speranze. Sento che non ci crede, che le mie parole sono prive di senso per lui. – Vive sulla tomba di Coyoacán con Natalija Sedova (la vedova di Lev Trockij), vedendo solo qualche mediocre settario che non sa capirlo. Egli è già al suo secondo sradicamento. Sua madre, Zina Lvovna, si è suicidata a Berlino; suo padre è scomparso nelle prigioni; lui è stato ferito all’epoca dell’attentato di Siqueiros contro suo nonno nel maggio del 1940; ha visto uccidere suo nonno tre mesi dopo e conosciuto l’assassino come “un compagno”…4

Un’opera al nero si potrebbe definire la ricerca di Saggioro, un balletto tragico in cui anche personaggi celebri per la mitologia di una sinistra consunta, quali Vittorio Vidali (il comandante Carlos delle Brigate Internazionali), David Alfaro Siqueiros (il pittore muralista messicano), Pablo Neruda (il poeta cileno) e molti altri, sono destinati ad apparire (finalmente) al lettore odierno per quello che realmente sono stati e hanno rappresentato in quegli anni crudeli. Leggere per credere.
Leggere per pensare ed uscire, forse, da un tunnel che ancora ci inganna, come quello dei fantasmi dei vecchi luna park.


  1. Tra le sue opere principali si vedano: S.Saggioro – A.Peregalli, Amadeo Bordiga 1889-1970. Bibliografia, Colibrì 1995; S.Saggioro – A.Peregalli, Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945), Colibrì 1998; S.Saggioro, Nè con Truman né con Stalin. Storia del Partito Comunista Internazionale (1942-1952), Colibrì 2010; S.Saggioro, In attesa della grande crisi. Storia del Partito Comunista Internazionale «il programma comunista» (dal 1952 al 1982), Colibrì 2014. Si veda qui la recensione su Carmillaonline del secondo dei due.  

  2. Poiché la bibliografia sarebbe davvero impossibile da contenere in un singola nota, si ricordano qui alcune delle sue opere, letterarie e non, più importanti cui si accennava prima: V.Serge, Memorie di un rivoluzionario, Massari 2011; V.Serge, Il caso Tulaev, Fazi 2017; V.Serge, Anni spietati, Mondadori, 1974; V. Serge, E’ mezzanotte del secolo, Fazi 2012; Carnets (1936-1947), Massari 2014  

  3. V.Serge, Vie et mort de Trotsky, p. XVI cit. in S.Saggioro, Gli ultimi anni di Victor Serge, p. 122  

  4. V. Serge, Carnets (1936-1947), p.217 cit. in Saggioro, op.cit. p.79  

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La rivoluzione non è (soltanto) affare di Partito https://www.carmillaonline.com/2017/07/26/la-rivoluzione-non-affare-partito/ Tue, 25 Jul 2017 22:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39349 di Sandro Moiso

Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, (a cura di Massimo Cappitti), con un testo di Pier Carlo Masini con la sua traduzione di Problemi di organizzazione della Socialdemocrazia russa, BFS Edizioni 2017, pp. 128, € 12,00

“I passi falsi che compie un reale movimento rivoluzionario sono sul piano storico incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell’infallibilità del miglior comitato centrale” (Rosa Luxemburg)

Nel centenario di una rivoluzione che nemmeno la Russia di Vladimir Putin sembra voler celebrare, la ripubblicazione del testo di Rosa Luxemburg sull’esperienza bolscevica e delle masse sovietiche a cavallo tra il 1917 e il [...]]]> di Sandro Moiso

Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, (a cura di Massimo Cappitti), con un testo di Pier Carlo Masini con la sua traduzione di Problemi di organizzazione della Socialdemocrazia russa, BFS Edizioni 2017, pp. 128, € 12,00

“I passi falsi che compie un reale movimento rivoluzionario sono sul piano storico incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell’infallibilità del miglior comitato centrale” (Rosa Luxemburg)

Nel centenario di una rivoluzione che nemmeno la Russia di Vladimir Putin sembra voler celebrare, la ripubblicazione del testo di Rosa Luxemburg sull’esperienza bolscevica e delle masse sovietiche a cavallo tra il 1917 e il 1918 appare ancora di sorprendente attualità. Non solo per i commenti “a caldo” che dalle sue pagine è possibile raccogliere ma, e soprattutto, per comprendere come tale esperienza rivoluzionaria sia stata liquidata tanto da chi, ieri ed oggi, l’ha voluta osteggiare quanto da coloro che l’hanno voluta e continuano ad esaltare.

Tanto da far sì che a cent’anni di distanza siano realmente pochi gli scritti e le ricostruzioni critiche, ovvero tese a ricostruirne fasi, errori, vittorie, possibili esperienze sia da rivalutare che da abbandonare o da rifiutare decisamente. La letteratura specialistica e politica, fatte salve alcune opere dovute a protagonisti e testimoni di quell’esperienza (Trockij e Bordiga1 in primis, ma pur sempre segnati dalla necessità di intervenire nelle battaglie politiche e nelle polemiche in corso all’epoca dello loro stesura) oppure allo storico inglese Edward H. Carr, 2 sembra essersi schierata fino ad oggi o sul fronte del rifiuto e della condanna oppure su quello della passiva accettazione, o quasi, di ogni suo aspetto. Fenomeno inaspritosi sicuramente, in ogni senso, a partire dal 1989.

Il testo della Luxemburg fu probabilmente scritto nell’autunno del 1918, mentre l’autrice si trovava in carcere per scontare una condanna dovuta al suo intransigente antimilitarismo. Avrebbe dovuto essere successivamente rivisto, come alcune lapidarie frasi e brevi appunti al suo interno sembrano rivelare ad un lettore attento, ma ciò non poté essere portato a termine a causa dell’omicidio di Rosa, ad opera dei Freikorps di Noske, durante l’insurrezione spartachista di Berlino nel gennaio del 1919.

Rimase inedito fino al 1921 quando Paul Levi, già presidente del Partito comunista tedesco e da questo espulso nel 1920, decise di pubblicarlo, nonostante la contrarietà di amici e compagni della Luxemburg (trattandosi appunto di un testo non rivisto dall’autrice), proprio per contrastare le premesse teoriche della tattica e dell’organizzazione bolscevica e di quella Terza Internazionale che iniziava a richiederne l’applicazione da parte di ogni Partito comunista.3

Forse tale interpretazione servì a far sì che in seguito non solo tale testo, insieme a molti altri dell’autrice, fosse rimosso dalla tradizione e dalla stampa comunista, ma “quando già l’Internazionale comunista cominciava ad agonizzare, fu considerato un merito quello di aver proceduto in Germania alla liquidazione del luxemburghismo nel movimento operaio e nel Partito comunista tedesco”.4

Mentre nella “letteratura” stalinista: ”Alla voce «Luxemburg» dell’Enciclopedia Sovietica si può leggere quanto male abbia fatto alla classe operaia e al socialismo questa povera semi-menscevica, questa intellettuale piccolo-borghese, rea di spontaneismo, di oggettivismo, di meccanicismo, di liquidatorismo”.5 Eppure, eppure…

Proprio nell’incipit del testo ora ripubblicato a cura di Massimo Cappitti, Rosa Luxemburg aveva scritto: “La rivoluzione russa è l’avvenimento più importante della guerra mondiale”.6
Da questa perentoria affermazione la comunista tedesca prende l’avvio per un’analisi sia dell’immaturità del proletariato tedesco che si era lasciato irretire dalle chimere della guerra nazionale che la socialdemocrazia, tradendo anche i più semplici principi del socialismo, aveva travestito da lotta contro l’autocrazia russa e da campagna progressiva di liberazione dell’Europa e dello stesso proletariato russo da condizioni socio-economiche arretrate; sia per una autentica scomunica dei tentennamenti, delle giravolte e degli autentici tradimenti dei compiti dei partiti socialisti che la direzione e i giornali del partito tedesco, con Karl Kautsky in testa, avevano contribuito a diffondere con l’obiettivo di confondere e cancellare la memoria e l’esperienza di classe dei suoi militanti e dei lavoratori tedeschi.

Per fare ciò la rossa Rosa sente la necessità di tracciare un paragone tra le scelte dei rivoluzionari russi dal marzo all’ottobre del 1917 e quella delle componenti più radicali della rivoluzione inglese e di quella francese. L’excursus storico che la porterà ad affermare che “il partito leninista fu l’unico a capire i veri interessi della rivoluzione in quel primo periodo, ne fu l’elemento trainante, in questo senso, in quanto unico partito a fare una politica davvero socialista7 passa attraverso la valutazione delle scelte fatte dai Levellers e dai Diggers nello spingere avanti il corso della rivoluzione inglese, affinché questa non si arenasse nelle trame presbiteriane e monarchiche e, successivamente, attraverso la ricostruzione dell’azione giacobina nello spingere verso una compiuta democrazia la rivoluzione francese.

In entrambi i casi sono proprio le componenti più umili della società sei/settecentesca a spingere in avanti i progressi rivoluzionari. Ad impedire che dirigenze incerte potessero limitare o fare arretrare il percorso rivoluzionario dal suo naturale percorso. Riferendosi alla rivoluzione francese, ma in realtà anche ai compiti del moderno socialismo e alle teorie di coloro che, sia in Russia che in Germania, affermavano che la rivoluzione russa avrebbe dovuto accontentarsi di realizzare una compiuta democrazia borghese prima di affrontare il tema della rivoluzione socialista, la Luxemburg scriveva: “La superficialità liberale nel concepire la storia naturalmente non permise di capire che senza il sovvertimento «senza regole» dei giacobini, anche le prime, incerte e parziali, conquiste della fase girondina sarebbero state sepolte sotto le macerie della rivoluzione, che la vera alternativa alla dittatura giacobina, così come la poneva il ferreo corso dello sviluppo storico nel 1793, non era la democrazia «moderata» ma la restaurazione dei Borboni! La rivoluzione non è in grado di mantenere l’«aureo mezzo», la sua natura esige una rapida decisione: o la locomotiva, pompando a tutto vapore, viene trainata su per la salita della storia fino in cima, oppure, trascinata dalla forza di gravità, rotola indietro fino al punto più basso e trascina irrimediabilmente con sé nell’abisso quanti, con le loro fiacche energie, volevano tenerle a metà strada.“8

Per la teorica tedesca però era “chiaro che non un’apologia acritica, ma solo una critica accurata e riflessiva è in grado di rivelare la ricchezza di esperienze e insegnamenti. Sarebbe infatti una follia pensare che, in coincidenza con il primo esperimento nella storia mondiale di una dittatura della classe lavoratrice, e proprio nelle peggiori condizioni possibili – in mezzo all’incendio e al caos di un eccidio imperialista nella morsa di ferro della potenza militare più reazionari d’Europa, nel pieno fallimento del proletariato internazionale – proprio tutto quanto in Russia era stato fatto e disfatto fosse stato il massimo della perfezione. Al contrario, i concetti elementari della politica socialista e la comprensione delle sue necessarie premesse storiche costringono a prendere atto del fatto che , in condizioni così fatali, nemmeno l’idealismo più smisurato e l’energia rivoluzionaria più impetuosa sono in grado di realizzare democrazia o socialismo, ma solo tentativi impotenti e distorti verso entrambi9

Quali furono quindi i principali elementi “critici” su cui si soffermò all’epoca la rivoluzionaria tedesca?
Sostanzialmente tre: la ripartizione delle terre subito dopo la presa del potere da parte dei soviet e del Partito rivoluzionario, il principio dell’autodeterminazione delle nazioni applicato a partire dalla pace di Brest –Litovsk con cui la Russia rivoluzionaria aveva dovuto concedere ingenti conquiste territoriali alla Germania guglielmina per poter giungere alla fine della guerra e la questione della democrazia interna e dei rapporti tra Partito bolscevico ed esigenze e proposte delle masse rivoluzionarie.

Nei primi due punti, intrinsecamente legati alle parole d’ordine che Lenin aveva lanciato nell’ottobre del ’17 (Potere ai soviet, terra ai contadini e pace ad ogni costo), la Luxemburg intravedeva, nel primo, il pericolo, poi effettivamente verificatosi, che una disordinata distribuzione delle terre dei latifondi avrebbe potuto creare una classe di piccoli e medi proprietari che avrebbero poi potuto opporsi, in nome dei propri diritti proprietari, alla rivoluzione stessa. Con le successive note conseguenze, soprattutto durante la collettivizzazione forzata voluta successivamente da Stalin, la carestia in Ucraina e il massacro di centinaia di migliaia di presunti kulaki (medi proprietari terrieri) negli anni Trenta.

Mentre nel secondo la rivoluzionaria tedesca, sempre nemica di ogni forma di nazionalismo, vedeva la possibilità di una risorgenza nazionalista borghese e piccolo borghese che avrebbe minato sia la fiducia delle masse proletarie nella rivoluzione e nelle sue conquiste, sia il potere stesso della politica rivoluzionaria. Proprio come in seguito gli episodi della lunga e stremante guerra civile avrebbero poi dimostrato (dalla Finlandia all’Ucraina, che per la Luxemburg “non aveva mai costituito una nazione o uno stato”,10 e successivamente con l’argine costituito dalla Polonia del maresciallo Józef Klemens Piłsudski all’avanzata delle truppe rivoluzionarie verso il cuore tedesco del capitalismo europeo nel 1920). Finendo poi, di ritorno, a costituire la giustificazione per l’annessione forzata e l’occupazione militare voluta dalla politica “Grande russa” di Stalin nei decenni successivi alla sua presa del potere.

Ma al di là delle virtù “profetiche” dell’attenta analisi luxemburghiana della situazione “sul campo”, quello che il testo riprende ( e per questo in appendice è stato aggiunto il testo Problemi di organizzazione della Socialdemocrazia russa, scritto nel 1904, un anno prima della rivoluzione del 1905 e due anni dopo la stesura del Che fare? di Lenin) è la polemica dell’autrice con la concezione esclusivamente partitica e accentratrice dell’azione rivoluzionaria concepita dall’avanguardia bolscevica e da Lenin stesso.

Il partito di Lenin era l’unico ad aver compreso davvero il dovere e l’esigenza di un vero partito rivoluzionario che, con la parola d’ordine: «tutto il potere nelle mani di proletari e dei contadini» ha assicurato il proseguire della rivoluzione.11 Ma tale parola d’ordine era destinata ad entrare presto in conflitto con le decisioni, prese essenzialmente da Lenin e da Trockij, di limitazione delle espressioni di democrazia, a partire dall’affossamento dell’Assemblea costituente,

In primo luogo, a seguito di ciò, il diritto elettorale fu concesso solo a coloro che vivevano del loro lavoro mentre era negato agli altri. Ma “è ormai chiaro – scrive ancora Rosa – che un siffatto diritto elettorale ha senso solo in una società che è anche economicamente in condizione di garantire a tutti quanti vogliano lavorare una vita decente e civile attraverso il loro lavoro. E’ vero anche per la Russia attuale? Con le terribili difficoltà con cui la Russia sovietica – esclusa dal mercato mondiale, privata delle sue principali fonti di materie prime – si deve scontrare […] E’ un fatto che la riduzione dell’industria ha suscitato un massiccio afflusso verso le campagne di un proletariato urbano in cerca di una sistemazione. In tali condizioni, un diritto elettorale politico che abbia come premessa economica il lavoro obbligatorio, rappresenta una misura incomprensibile. In linea generale esso dovrebbe privare dei diritti politici soltanto gli sfruttatori. E mentre le forze produttive vengono sradicate, il governo sovietico si vede letteralmente costretto a lasciare l’industria nazionale nelle mani dei precedenti proprietari capitalisti.12

La tacita premessa della teoria della dittatura in senso leninista-trockista è che il capovolgimento socialista sia una questione per la quale c’è una ricetta bell’e pronta, infilata nella tasca del partito rivoluzionario, che deve solo essere realizzata energicamente. Purtroppo, o per fortuna, non è così […] Quello di cui disponiamo nel nostro programma è un numero esiguo di grandi indicazioni di carattere peraltro negativo, che mostrano la direzione in cui andrebbero presi i provvedimenti […] Del negativo, della demolizione si può decretare, del positivo e della costruzione no […] Solo la vita libera e in fermento inventa migliaia di nuove forme, improvvisa, promana la forza creatrice, corregge da sé gli errori13

Ecco cosa differenzierà sempre il pensiero della Luxemburg da quello di Lenin: la fiducia nell’azione delle masse di cui l’azione del partito deve essere un risultato e non una premessa obbligata. La rivoluzionaria tedesca era convinta che “nelle sue grandi linee, la tattica di lotta della socialdemocrazia non è, in generale, da ‘inventare’; essa è il risultato di una serie ininterrotta di grandi atti creatori della lotta di classe spesso spontanea, che cerca la sua strada. Anche in questo caso l’incosciente precede il cosciente e la logica del processo storico oggettivo precede la logica soggettiva dei suoi protagonisti“.14

Da ciò faceva derivare la seguente osservazione: “Se la tattica del partito è il prodotto non del Comitato centrale, ma dell’insieme del partito o, meglio ancora, dell’insieme del movimento operaio, è evidente che […] l’ultracentralismo difeso da Lenin ci appare come impregnato non già da uno spirito positivo e creatore, bensì dello spirito sterile del sorvegliante notturno. Tutta la sua cura è rivolta a controllare l’attività del Partito, e non a fecondarla; a restringere il movimento e non a svilupparlo, a strozzarlo, non a unificarlo15

Differenze e polemiche che, però, non videro mai venir meno la stima reciproca tra la rivoluzionaria tedesca e Lenin. Entrambi erano rimasti vicini nella sostanza, soprattutto quando erano stati tra i pochi socialisti contrari al primo macello imperialista; così che se la Luxemburg riconosceva in Lenin tutte le qualità del leader rivoluzionario agitato da una grande passione e da una grande energia, dall’altra il rivoluzionario russo riconosceva in lei lo “sguardo d’aquila” da grande teorica del socialismo.

Grazie dunque a Massimo Capritti e alle Edizioni BFS per averci ricordato, in occasione di questo centenario sotto tono, di quali contenuti fossero intessuti i dibattiti e di quali energie fossero dotati i rivoluzionari di quella stagione gloriosa della storia del movimento operaio.


  1. Amadeo Bordiga: Russia e rivoluzione nelle teoria marxista (autunno1954 – inverno1955), Le grandi questioni della rivoluzione in Russia (1955), La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea (1956) e Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (aprile 1955 – dicembre 1957)  

  2. La rivoluzione russa, pubblicata in lingua originale a partire dal 1950 e tradotta in italiano da Einaudi nella Collezione Storica tra il 1964 e il 1978, di cui soltanto il primo volume è dedicato alla Rivoluzione mentre gli altri nove ripercorrono il periodo dalla morte di Lenin all’esperienza del socialismo in un solo paese, alla pianificazione economica e ai rapporti con gli altri paesi e gli altri partiti comunisti fino al 1929  

  3. Almeno questo è ciò che afferma György Lukács nelle sue Osservazioni critiche sulla critica della rivoluzione russa di Rosa Luxemburg, contenute ora in Storia e coscienza di classe, SugarCo, Milano 1978  

  4. Pier Carlo Masini, Introduzione a Problemi di organizzazione della Socialdemocrazia russa, pag. 81  

  5. P.C. Masini, op. cit. pag. 83  

  6. pag. 7  

  7. pag. 39  

  8. pp. 43-44  

  9. pag. 33  

  10. pag. 58  

  11. pag. 44  

  12. pp. 67-68  

  13. pp. 71-72  

  14. Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa, pp. 99-100  

  15. Problemi, pag. 101  

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Una cronaca dei tempi dell’ISIS https://www.carmillaonline.com/2015/01/29/una-cronaca-dei-tempi-dellisis/ Wed, 28 Jan 2015 23:01:49 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20219 di Sandro Moiso

isis Da più di trent’anni i miei destini sono legati a quelli degli ISIS, Istituti Statali di Istruzione Superiore. La vicinanza della sigla a quella dell’attuale Islamic State of Irak and Syria è casuale e devo dire che se anche la seconda sigla è sbandierata come simbolo di terrore universale, la prima ha visto scorrere una gran parte della mia vita. Non sempre la peggiore.

Anzi, devo dire che se ancora non ho fatto la scelta nomade di andare a vivere sotto i ponti di Parigi, che mi attirano più delle grandi piazze adibite ad oceaniche manifestazioni [...]]]> di Sandro Moiso

isis Da più di trent’anni i miei destini sono legati a quelli degli ISIS, Istituti Statali di Istruzione Superiore. La vicinanza della sigla a quella dell’attuale Islamic State of Irak and Syria è casuale e devo dire che se anche la seconda sigla è sbandierata come simbolo di terrore universale, la prima ha visto scorrere una gran parte della mia vita. Non sempre la peggiore.

Anzi, devo dire che se ancora non ho fatto la scelta nomade di andare a vivere sotto i ponti di Parigi, che mi attirano più delle grandi piazze adibite ad oceaniche manifestazioni patriottarde, o di qualsiasi altra città, ciò è dovuto in gran parte agli allievi ed allieve degli Istituti Tecnici e Professionali in cui ho insegnato e tuttora insegno.

Allievi ed allieve che sempre più spesso non sono di origine italiana e che praticano la religione islamica: palestinesi, nord- africani, pakistani o arabi più in generale.
Allievi che spesso sono tra quelli più svegli, più attenti, più bravi e più incazzati.
Allievi ed allieve che sono ben lontani dall’ISIS, che criticano e che ritengono, soprattutto i palestinesi, un autentico nemico del popolo dell’Islam.

Sono anche, spesso, gli allievi che rifiutano di rispettare i minuti di silenzio in occasione della giornata della memoria. Giornata che molti di loro vorrebbero vedere dedicata anche ad altre vittime oltre che a quelle della Shoa. Per esempio alle migliaia di vittime civili palestinesi dei bombardamenti e delle rappresaglie israeliane.

D’altra parte Primo Levi, che temeva il gran mercato che si sarebbe poi fatto della memoria e della testimonianza, nella prefazione “ai giovani” dell’edizione scolastica Einaudi del 1972 del suo “Se questo è un uomo”, aveva scritto: “E’ passato un quarto di secolo (dall’anno, il 1946, in cui Levi scrisse il suo diario di prigionia), e oggi ci guardiamo intorno e vediamo con inquietudine che forse quel sollievo (per la fine della guerra e la sconfitta del nazi-fascismo) era stato prematuro. No, non esistono oggi in nessun luogo camere a gas né forni crematori, ma ci sono campi di concentramento in Grecia, in Unione Sovietica, in Vietnam, in Brasile. Esistono quasi in ogni paese, carceri, istituti minorili, ospedali psichiatrici, in cui, come ad Auschwitz, l’uomo perde il suo nome e il suo volto”.

In seguito sarebbero venuti il Cile, l’Argentina, Long Kesh, Abu Ghraib, Guantanamo, la scuola Diaz e quel grande carcere a cielo aperto che è diventata oggi la striscia di Gaza. Di cui a scuola si parla molto meno o, meglio, non si parla per nulla.
Io racconto loro delle mie possibili e lontane origini ebraiche. Di come il mio cognome sia reperibile soltanto in Piemonte e sia originario del Monferrato e della zona di Asti, che fu in età moderna un’area in cui gli ebrei poterono fin ad un certo punto vivere in pace. Proprio per quello a cavallo tra ‘500 e ‘600 una grossa comunità ebraica polacca, i Moise, si era lì tasferita per sfuggire ai locali pogrom cattolicissimi e cristiani.1

Poi con l’istituzione dei ghetti nel corso del ’700 per volontà della dinastia Savoia, la stessa che precedentemente aveva favorito per motivi economici l’afflusso di ebrei nei suoi domini piemontesi, molti preferirono modificare il patronimico e convertirsi per usufruire di maggiore libertà, anche di iniziativa economica. Da lì, molto probabilmente, il mio cognome attuale. Anche se mio padre non ne sapeva nulla e i miei nonni nemmeno. Semplicemente un caso di identità rimossa. Per paura, per necessità, per convenienza: chi lo saprà mai.

Un bell’esempio però di come la violenza razzista e statale operi sulle comunità e sulle identità. E sulla memoria. Perché va ricordato soltanto ciò che conviene.
Il resto deve essere cancellato e annullato.
La memoria di classe, il ricordo delle lotte, ma anche il nome e la religione e la cultura degli antenati. Una violenza culturale e psicologica, allo stesso tempo, che, privando gli individui e i gruppi di una propria identità li vuole sottomessi al potere e alla disciplina di classe o di razza.

Una bella schifezza insomma. Che si manifestava ieri con l’obbligo per gli ebrei di convertirsi per salvaguardare vita, diritti e proprietà, ma che oggi si spinge, non solo con le baggianate leghiste ma anche con le più subdole premesse “democratiche e progressiste”, a privare lo straniero della sua lingua (“Devono imparare l’italiano!”), della sua cultura2 e religione. Senza per altro donargliene una nuova (la cittadinanza per tutti o l’integrazione nel mondo del lavoro attraverso un contratto stabile).

Alla Renault di Flins, negli anni sessanta e settanta, gli operai non erano musulmani o cristiani, arabi o francesi, erano classe operaia in lotta. Quella era un’identità più forte. Che oggi non c’è. Così come non esiste più una sinistra internazionalista che sappia proporre altre prospettive alla rabbia delle periferie urbane. Mentre gli effetti dell’esclusione si fanno sempre più spesso sentire anche nell’istituzione che dovrebbe, almeno formalmente, contribuire più di ogni altra all’integrazione culturale: la scuola.

Ho avuto un’allieva palestinese che si è diplomata con ottimi voti. Accanita lettrice, apprezza Proust e molti altri autori del ‘900 europeo. La sua famiglia, originaria della Cisgiordania, è laica, ma lei, invece, porta il velo sulla testa e rivendica con quello ed una piccola spilla con la bandiera palestinese la sua identità, anche se il padre le ha consigliato di leggere la “Storia della rivoluzione russa “ di Lev Trockij.

Chiamiamola per comodità Rula. Ogni tanto mi scrive ancora delle mail per commentare i tragici fatti della storia attuale. Ad agosto, durante l’offensiva di terra su Gaza: “Sa che le dico? La Palestina è sola, anche al suo interno è divisa e quando si difende viene definita terrorista. Possiamo contare soltanto su noi stessi, perché beh, se l’avesse voluto, il mondo ci avrebbe salvati già da tempo”.

Oppure: ”Proprio ieri sera in un nuovo programma televisivo ne hanno parlato (della possibilità di una guerra allargata). Un programma se posso dirlo, schifoso e opportunista come in fondo quasi tutti, presi in mano da gente estremista, razzista che non fa altro che criticare gli immigrati e dar loro la colpa per la crisi di questa Italia. Che cerca ti metter in cattiva luce l’Islam e lo critica come fosse una religione terrorista, retrograda, che si basa su principi primitivi, che la donna è sottomessa e bla bla bla, insomma le solite cose che escon fuori dalla bocca degli stolti”. E dopo la manifestazione in cui, a Parigi, il peggior sciovinismo francese ed europeo è andato a braccetto con i probabili finanziatori medio orientali dell’ISIS: “di quale libertà parlano? Di una libertà vigilata sempre sappiamo da chi? “.

Uso le sue parole per trasmettere uno stato d’animo, non per esporre un’opinione anche solo pre-politica. Uno stato d’animo che si manifesta anche attraverso una sciarpa, riproducente la bandiera palestinese, annodata ad un montante della libreria di casa mia. Me l’hanno regalata due gemelli palestinesi della mia scuola, Suad e Bashir, che mi riconoscono come uno dei pochi insegnati con cui possono parlare del loro paese (dove vivono nonni e zii e da cui sono tornato sconvolti dopo un viaggio estivo per la brutalità dei controlli dell’esercito israeliano) e della loro musica. Figli di un ingegnere, sono nati in Italia; la madre è italiana e parlano a malapena l’arabo. Ma si sentono PALESTINESI.

Infine ancora una storia. Questa volta sulla mentalità italiana. Ancora due gemelli palestinesi della mia scuola (ci sarebbe da iniziare uno studio sulla genetica della gemellarità tra i palestinesi), Ghassan e Samir. Anche loro figli di un medico. Un po’ più vivaci degli altri di cui ho parlato prima. Infatti uno dei due, Ghassan, in una discussione fattasi un po’ accesa a proposito di un voto assegnatogli da una professoressa, aveva alzato minacciosamente la voce con la stessa, avvicinandosi a lei con il viso.

Dal punto di vista dei rapporti scolastici, anche se tutti i compagni hanno poi dichiarato che effettivamente il voto era immeritato e l’interrogazione condotta con un po’ di accanimento, un episodio sicuramente spiacevole che necessitava,dal punto di vista formale dell’istituzione concentrazionaria scolastica una sanzione. Dal mio punto di vista non gran che, considerato che un mio caro amico, allora minorenne, fu espulso da tutte le scuole d’Italia per aver preso a calci, nelle cosiddette parti intime, il vice preside del suo istituto tecnico mentre questi cercava di sfondare il picchetto dello sciopero studentesco durante le lotte dei primi anni settanta.

Oppure considerato anche l’episodio in cui, negli anni novanta, in un istituto tecnico alla periferia di Torino, mani ignote staccarono dal muro dei bagni maschili, posti al primo piano dell’edificio scolastico, un lungo e pesante lavabo che, con estrema perizia, fatto passare attraverso la finestra precipitò sul cofano dell’automobile del più odiato professore di elettrotecnica. Degli allievi della classe probabilmente coinvolta in quell’episodio conservo ancora una placca d’oro con i loro nomi e il loro riconoscimento al sottoscritto e per molti anni li ho ancora frequentati, senza scandalizzarmi più di tanto.

Beh, comunque, tornando a noi, la sanzione andava presa e quindi il consiglio di classe dovette riunirsi.
Già prima, qualche collega aveva mormorato che i due fratelli, che qualche problema con l’ordine costituito l’avevano già avuto, avrebbero un giorno potuto essere ideali militanti dell’esercito islamico. Peccato che io avessi già a lungo discusso con loro, parlando della storia novecentesca del Vicino Oriente, degli avvenimenti medio orientali e conoscessi quindi benissimo la loro avversione e quella della loro famiglia all’ISIS.

Ma questo non bastava. Dovevano essere per forza colpevoli. La sanzione doveva tener conto delle loro capacità tecniche nel picchiare (poiché iscritti, saggiamente, ad una palestra di arti marziali in cui poter scaricare le loro energie in eccesso e pulsioni), come affermava un collega, e la loro pericolosità sociale, come affermava il docente di religione che non avrebbe nemmeno dovuto intervenire visto che i due soggetti di certo non praticavano la religione cristiana.
Quindi: SOSPENSIONE! Di più giorni, con il solo mio voto contrario e due astenuti (anche se non avrebbero potuto farlo; cosa che invalidò poi il tutto agli occhi del preside, talvolta più saggio dei docenti).

Avrei potuto intitolare questo testo: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Mentre anche gli allievi di cui ho parlato potrebbero essere soltanto proiezioni letterarie della mia pluridecennale esperienza di insegnante, ma l’importante, per me, è cercare di sintetizzare il problema reale di tanti giovani immigrati o figli di immigrati: la perdita dell’identità, sostituita da una identità mitica, nazionalista anche là dove la nazione non c’è o non può ancora esserci. Un’identità che accetta una religione per rifiutarne un’altra, in un contesto in cui la cultura e la democrazia occidentale moderna, che dovrebbero affondare le loro radici nel pensiero illuminista e nella pratica egualitaria, hanno abdicato ai propri compiti tornando ad evocare i peggiori fantasmi nazionalisti, razzisti e fascisti, rischiando così di vederseli ritorcere contro dai nuovi enragés delle periferie meropolitane.

Per cui, proprio come Primo Levi, nel continuare il mio lavoro sarò felice se saprò che anche uno solo dei miei nuovi studenti “avrà compreso quanto è rischiosa la strada che parte dal fanatismo nazionalistico e dalla rinuncia alla ragione”. 3 E sarà messo nella condizione di comprendere autonomamente che tutti questi odi, manipolati ad arte, non sono altro che un modo per nascondere la contraddizione principale: quella tra le classi e tra capitale e specie umana.


  1. Maria Luisa Giribaldi e Rose Marie Sardi, Bele sì. Ebrei ad Asti, Editrice Morcelliana  

  2. Vorrei qui ricordare che i Vespri siciliani del 1282 finirono piuttosto male per gli angioini e che tale rivolta popolare sanguinosissima esplose proprio a partire dal tentativo di un soldato francese di strappare il velo dal volto di una donna palermitana (proprio come ricorda anche Michele Amari nel suo Racconto popolare del Vespro siciliano, Sellerio 1982)  

  3. Primo Levi, Prefazione del 1972 ai giovani in Se questo è un uomo, Einaudi, pag.7  

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