Lega – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le gang dei “minori stranieri”: teppisti o nuovo soggetto operaio? https://www.carmillaonline.com/2022/09/28/le-gang-dei-minori-stranieri-teppisti-o-nuovo-soggetto-operaio/ Wed, 28 Sep 2022 20:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73735 di Emilio Quadrelli

“La violenza è intesa così come la mediazione principale. L’uomo colonizzato si libera nella e per la violenza”. (F. Fanon, I dannati della terra)

La “grana” era nell’aria da tempo, che la “questione dei minori stranieri non accompagnati” dovesse prima o poi esplodere era solo questione di giorni. Di ciò ne erano perfettamente consci almeno chi, come chi scrive, ha quotidianamente a che fare con questi mondi. Quanto accaduto a Genova di recente nel quartiere del Molo ha, pertanto, ben poco di sorprendente. I fatti sono abbastanza semplici [...]]]> di Emilio Quadrelli

“La violenza è intesa così come la mediazione principale. L’uomo colonizzato si libera nella e per la violenza”. (F. Fanon, I dannati della terra)

La “grana” era nell’aria da tempo, che la “questione dei minori stranieri non accompagnati” dovesse prima o poi esplodere era solo questione di giorni. Di ciò ne erano perfettamente consci almeno chi, come chi scrive, ha quotidianamente a che fare con questi mondi. Quanto accaduto a Genova di recente nel quartiere del Molo ha, pertanto, ben poco di sorprendente. I fatti sono abbastanza semplici e li riportiamo per sommi capi.

In questo quartiere è stata aperta una struttura, con ventidue posti letto, per “minori stranieri non accompagnati”, questi ragazzi hanno dato forma a micro gang e a coeve attività di piccola criminalità; attività che, in alcuni casi, hanno preso di mira gli abitanti del quartieri i quali, in maniera abbastanza rumorosa, ne hanno chiesto l’immediato allontanamento. Essendo in piena campagna elettorale questi episodi hanno fornito un ghiotto assist per quelle forze politiche, come la Lega, che della lotta all’immigrazione ne hanno fatto un autentico brand.

In realtà, a uno sguardo un poco più attento, il dilagare di questo fenomeno non è circoscrivibile ai soli immigrati in quanto il proliferare di gang, non necessariamente etnicamente declinate, è un fenomeno che conosce una certa diffusione tanto che non è infrequente il formarsi di gang che associano nazionalità diverse, autoctoni compresi. Le denunce di alcuni autisti dell’AMT sulla difficoltà di lavorare, in seguito alla presenza molesta di queste gang, in orario seriale su alcune linee periferiche non focalizza l’attenzione su questa o quella nazionalità ma sulla presenza di bande minorili le quali, una volta salite sul bus, ne combinano un pò di ogni colore.

Di fronte a questo fenomeno, evitando tanto le retoriche xenofobe e razziste, tutte incentrate sul “sicuritarismo”, quanto quelle “buoniste”, tutte comprese all’interno dello “educazionismo in permanenza”, appare non solo utile ma opportuno provare a leggere questo fenomeno come un vero e proprio specchio di una realtà sociale la cui scomodità è tale da essere costantemente ignorata. Partiamo, pertanto, dalle condizioni di vita materiale dei “minori stranieri non accompagnati”.

Le cosiddette politiche dell’accoglienza non è che in questo paese abbiano mai brillato ma dall’aprile 2017, in seguito al Decreto Minniti – Orlando, hanno conosciuto più che un peggioramento un sostanziale azzeramento. Le risorse per i “minori stranieri” sono state pressoché dimezzate e le strutture deputate a ospitarli trasformate in un parcheggio, all’interno del quale è assente ogni progettualità, in attesa del compimento del diciottesimo anno di età.

Assai di frequente, per di più, l’inserimento dentro una di queste strutture avviene al termine di un periodo “avventuroso” nel quale il minore è alloggiato in un albergo convenzionato dove usufruisce unicamente di un bonus pasto per il mezzogiorno, da utilizzare in una qualche “mensa per poveri”, mentre per tutto il resto deve sbrigarsela da solo. Questa condizione, in non pochi casi, si protrae per mesi, mesi nei quali il minore non ha molte scelte, se non l’approdo a un qualche ambito della microcriminalità, per sopravvivere.

Da non ignorare, inoltre, il frequente attraversamento dei mondi della prostituzione. Questo non deve stupire poiché, come raccontano le statistiche, il nostro paese primeggia nell’apposita classifica del turismo sessuale. Trovarsi proprio sotto casa una non secondaria scelta di “frutti esotici” a non pochi bravi cittadini deve apparire come una vera e propria manna. Paradigmatico al proposito il “caso Don Seppia”, un parroco genovese particolarmente sensibile alle problematiche dei “minori difficili”, risultato a capo di un giro di prostituzione minorile dove, neanche a dirlo, la presenza di minori stranieri rasentava maggioranze bulgare. Il redditizio mondo della pedofilia trova nella figura del minore straniero un ambito di reclutamento quanto mai prospero e, ricordando la famosa asserzione di Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”. Chiuso questo drammatico inciso proseguiamo.

La situazione di abbandono e indigenza non cambia di molto una volta che, i minori, approdano in una qualche struttura. Dal Decreto Minniti – Orlando in poi abbiamo assistito a un radicale mutamento degli istituti deputati a accogliere i “minori stranieri non accompagnati”. A fronte delle corpose riduzione delle rette le varie Associazioni e Consorzi del Terzo settore hanno risposto raddoppiando la capienza. Strutture pensate e progettate per dodici persone hanno repentinamente scoperto di poterne accogliere venti – ventiquattro, ma non solo.

Ciò che ha caratterizzato il Terzo settore in questi anni è stata la drastica ristrutturazione della forza lavoro. Da un lato, mentre il numero dei minori raddoppiava, il personale veniva quasi dimezzato ma non solo. Il Terzo settore cessava di assumere dipendenti e quindi personale qualificato poiché, a norma , chi lavora con i minori deve essere un “Educatore professionale” con tanto di laurea, per lavorare sopratutto con le partite IVA. In pratica, per lavorare nel Terzo settore, occorre aprirsi una partita IVA e, una volta diventati “lavoratori autonomi” è possibile “collaborare” con una Associazione, Consorzio ecc., senza dover mostrare alcun titolo. Ciò per l’industria del Terzo settore comporta vantaggi enormi. Le partite IVA sono pagate dieci Euro l’ora, dal quale ovviamente loro devono detrarre tasse e contributi, non hanno diritto a mutua, ferie e tredicesima, percepiscono la stessa retribuzione sia nei giorni feriali che festivi, per loro non vi è alcuna distinzione retributiva tra il diurno e il notturno e, in più, non hanno limiti di orario. Capita non di rado che, le partite IVA, accettino di fare turni da ventiquattro e persino da trentasei ore consecutive correndo da una struttura all’altra. Nei casi in cui non vi fossero partite IVA disponibili, il Terzo settore utilizza il “lavoro a chiamata”.

Il personale che ha a che fare con i minori vive una condizione di ipersfruttamento, precarietà e marginalizzazione sociale che, a ben vedere, lo rende non troppo dissimile dai minori stessi. Alla luce di ciò non ci vuole molto per comprendere il tratto infernale che fa da sfondo al mondo dei “minori stranieri non accompagnati”. Questa la breve disamina delle strutture deputate a prendere in carico i minori, una disamina che ha ben poco di particolare, di nicchia o che altro ma che, in tutto e per tutto, ha i tratti propri della eccezione in senso schmittiano. La veste del lavoro dipendente sotto forma di partita IVA sta diventando la moneta corrente in non pochi ambiti produttivi. Nella logistica e nell’edilizia, tanto per fare i primi esempi che vengono a mente, sono ormai una pratica abituale e ampiamente diffusa.

Ma torniamo ai nostri minori. Ciò che va compresa è la realtà degli attuali flussi migratori.
Quanto crisi, pandemia e guerra hanno comportato in contesti dove povertà e miseria erano già ampiamente presenti. non è difficile da immaginare. Siamo veramente, e fuor di metafora, di fronte ai dannati della terra; da qui occorre partire se vogliamo provare a leggere quanto, con sempre più frequenza, farà parte dell’ordinario scenario metropolitano. Solo a partire da una lettura del colonialismo e della sua attualizzazione possiamo sperare di trovare una via di uscita da ciò che, sempre più, si prospetta come una “guerra civile” dai connotati indecifrabili.

Esattamente qua nascono non pochi problemi. Per molti versi le gang giovanili hanno ben poco di nuovo tanto che, su queste, esiste una fiorente bibliografia sociologica soprattutto di stampo anglosassone ma, senza spingerci a tanto, basti pensare al proliferare, soprattutto negli anni sessanta e primi settanta, di gang giovanili nel nostro paese. Anche in quel caso, seppur in toni minori, la componente coloniale non era secondaria visto che non poche di queste gang erano formate da giovani provenienti dalla nostra colonia interna.

Le tante “coree” presenti nelle aree metropolitane che altro erano se non quartieri coloniali? Le assonanze, però, finiscono qua poiché quei territori coloniali erano anche e soprattutto quartieri operai dove veniva confinata la nuova classe operaia della grande fabbrica fordista di cui il ciclo di accumulazione capitalista aveva un vorace bisogno. In linea di massima tra l’identità del colonizzato e quella operaia finì con il prevalere la cornice operaia dove l’odio e la rabbia del colonizzato trovarono una non secondaria sistematizzazione.

Esattamente dalla sintesi operaio – colonizzato prese forma la “linea di condotta” di quella “sinistra operaia” che non pochi problemi diede al comando e alle sue articolazioni. Non solo la fabbrica, ma il carcere, la scuola, i quartieri per arrivare all’università furono scompaginate dal fare barbaro della nuova classe operaia. Il colonialismo cede solo con il coltello alla gola, ed esattamente su ciò si conformò l’agire della “sinistra operaia”. Centrale, in tutto ciò, fu il felice connubio, per quanto non protrattosi per molto, tra la nuova composizione di classe e un non secondario ceto politico – intellettuale. In altre parole è stato grazie alla saldatura tra movimento e nuova composizione di classe che, in non pochi casi, gli stessi comportamenti delle gang giovanili trovarono sia uno spazio che una sponda dentro l’orizzonte della rivoluzione.

A Genova, per rimanere nell’ambito urbano dal quale il testo ha preso le mosse, è stato grazie a Lotta Continua se in quartieri come Oregina – Lagaccio, Ravecca – Sarzano e Val Bisagno queste bande giovanili hanno trovato uno sbocco politico perché, cosa che i più sembrano dimenticare, le masse hanno soprattutto fame di politica. Questo, non per caso, è ciò che ricorda Lenin ai menscevichi mentre questi sono del tutto presi nelle battaglie per il copeco. Ma la fame di politica delle masse non la si soddisfa attraverso dotte risoluzioni, seminari affini all’erudizione o stantie liturgie prone alla gloria che fu, la fame politica delle masse trova la sua soddisfazione nella prassi.

Ben difficilmente, se Lotta Continua non fosse stata la formazione maggiormente avvezza allo scontro di piazza, alla contrapposizione violenta a padroni e polizia avrebbe avuto modo di entrare in relazione con le gang giovanile. Lotta Continua offriva una pratica e una prospettiva di lotta sul terreno del potere politico, questo il terreno che le gang giovanili fecero, almeno in parte, proprio. Quel mondo è tramontato e, sotto quelle vesti, nulla è in grado di riportarlo in vita. Le trasformazioni capitaliste hanno rimodellato per intero i mondi sociali e la classe ha connotati che ben poco ha a che vedere con ciò che ci siamo, ormai da tempo, lasciati alle spalle. Tuttavia, per quanto profondamente modificata, la classe non si è estinta ha solo cambiato pelle. Ed è esattamente su questa pelle che occorre ragionare e, con ciò, torniamo ai nostri minori stranieri.

Il loro destino ha ben poco di esotico ma sintetizza al meglio la prosaica condizione di quote di proletariato e classe operaia tendenzialmente maggioritarie anche all’interno dei nostri mondi. Sotto questa luce, allora, i minori stranieri non sono altro che una vicenda a mezzo tra una storia del presente e una storia del nostro immediato futuro. Per condizione incarnano al meglio quella tipologia operaia dequalificata e estremamente flessibile della quale l’attuale ciclo di accumulazione ha estremamente bisogno.

In una città come Genova, dove turismo, movida, edilizia e logistica sono tra le principali attività produttive, i minori stranieri sono l’esatta incarnazione di questo nuovo soggetto operaio. Sono loro che, limitando lo sguardo al turismo e alla movida, forniscono la principale mano d’opera per bar, ristoranti, alberghi, locali di intrattenimento o si occupano della pulizia di questi locali passati al vaglio della inesauribile “gioia di vivere” del cittadino. Per altro verso sono loro a occuparsi di tutti quei “bisogni illeciti”, come sesso a pagamento e droga, di cui i cittadini sono particolarmente ingordi. In altre parole turismo e mondo del divertimento poggiano per intero sul lavoro di questa classe operaia. Per cogliere questa realtà non occorre vantare particolari sensibilità sociologiche, è sufficiente non essere, volutamente, ipovedenti. Esattamente qua si coglie la distanza tra movimento e classe.

Certo questa è una classe che non ha nulla di “comunista” ed è del tutto estranea alle retoriche del movimento ma, del resto, anche la classe operaia degli anni sessanta e dell’autunno caldo aveva ben poco di “comunista” tanto che i comunisti, con tanto di partito e sindacato, bollarono a più riprese questo nuovo soggetto operaio come teppista se non addirittura fascista. Retoriche non troppo dissimili vengono utilizzate oggi verso i minori stranieri mentre, al contempo, si rincorre il mitologema della classe operaia che fu. Come si vede, per certi versi, nulla di nuovo sotto il sole!

In effetti i minori stranieri hanno ben poco di “comunista” in quanto il loro orizzonte più che essere animato dalla critica della merce è ossessivamente posseduto dalle merci e dai suoi immaginari tanto che, parafrasando Marx, si potrebbe tranquillamente asserire che: “La merce è l’oppio dei popoli” senza dimenticare che, in contemporanea, “La merce è (anche) il gemito degli oppressi”. Con ciò, però, una qualche assonanza con la vecchia “sinistra operaia” riemerge. “Più soldi e meno lavoro”, “Cosa vogliamo? Vogliamo tutto”, non erano, almeno secondo i rituali e le liturgie ortodosse, programmi molto “comunisti”.

Sullo sfondo di questi programmi più che il “sol dell’avvenire” (continuamente posticipato in un futuro imprecisato), vi era il qui e ora del bisogno operaio, vi era l’accesso alla ricchezza e la liberazione dal giogo del lavoro. Nella loro pratica i minori stranieri non sembrano differenziarsi di molto da ciò e, sulla base della semplice esperienza, hanno compreso che tutto ciò non può che darsi dentro uno scontro di potere. Tutto questo trova una qualche sponda nel movimento? Se escludiamo il Si.Cobas e pochissimo altro, non troviamo realtà che possano vantare un qualche rapporto reale con la classe.

La cesura tra movimento e classe assume tratti persino imbarazzanti ed è una cesura la quale ha ben poco di ideologico e/o politico ma affonda le sue radici interamente dentro a una condizione materiale. Per comprenderlo basta osservare una qualunque sera della movida. Sarà facile, infatti, vedere il movimento agitarsi con “fare desiderante” tra i vari locali dell’intrattenimento e del divertimento mentre i giovani stranieri sono confinati nei retrobottega a preparar loro cibi e bevande così come sarà altrettanto facile osservare gli antagonisti richiamare l’attenzione di un qualche giovane straniero al fine di rifornirsi dell’immancabile kit di sostanze che, nel rituale del fine settimana, non può mai mancare. All’alba, infine, tutti tornano a casa solo che il movimento vi torna in auto, moto o scooter i giovani stranieri in autobus o bicicletta.

In tutto ciò, come appare chiaro, non vi è nulla di ideologico ma l’emergere di una situazione materiale obiettivamente incommensurabile. Questa distanza non è altro che il frutto maturo del colonialismo il quale, nel mondo globalizzato, è stato bellamente importato dentro i confini del vecchio Primo mondo e ha ridefinito per intero i rapporti tra le classi. Dentro questo scenario è obbligatorio imparare a stare, assumendo per intero la questione della “bianchità” e tutto ciò che si porta appresso. Non farlo significa rinunciare a cogliere l’elemento di rottura che la nuova classe operaia incarna ma non solo. Non farlo significa consegnare alle sirene “fondamentaliste” la richiesta e il bisogno di politica che queste masse portano in seno della quale il “teppismo” ne è semplice incarnazione fenomenica. Un aspetto che, chi scrive, ha potuto osservare in presa diretta.

Ragazzi del tutto estranei a qualunque retorica religiosa e per molti versi iper-occidentalizzati (la completa adesione alle mode giovanili occidentali non è un aspetto trascurabile poiché indica l’adesione e il desiderio di appartenere a un determinato “stile di vita” e ai consumi che questo si porta appresso), nel momento in cui si sono resi conto che la servitù è l’unico destino che l’occidente ha in serbo per loro, hanno ri/scoperto la religione non tanto come ambito di preghiera, bensì di lotta. Per questo motivo, la questione dei “minori stranieri”, ha ben poco a che vedere con la devianza, la criminologia, l’antropologia cultura e amenità simili ma è interamente una questione politica anzi, con ogni probabilità, racchiude il cuore del “politico” contemporaneo.

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Gli Aristocazzi https://www.carmillaonline.com/2021/02/28/gli-aristocazzi/ Sun, 28 Feb 2021 22:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65053 di Alessandra Daniele

Per amministrare i 2o9 miliardi del Recovery Fund, il padronato scende in campo personalmente col banchiere Mario Draghi, detto l’Atermico. Il suo governo è un insieme di tecnocrati e riciclati, Draghi ha piazzato i suoi nei posti chiave, e ha lasciato il resto all’appetito dei partiti. Tutti, tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana. Leghisti, piddini, renziani, grillini, forzisti, centristi, leuini, tutti insieme, come nel circense girotondo finale di Otto e Mezzo. Senza differenza. Perché non c’è differenza. Si sono definiti “il governo dei migliori”, l’aristocrazia. Dopo Lega e PD, adesso il Movimento 5 Stelle s’allea anche con Forza Italia. [...]]]> di Alessandra Daniele

Per amministrare i 2o9 miliardi del Recovery Fund, il padronato scende in campo personalmente col banchiere Mario Draghi, detto l’Atermico.
Il suo governo è un insieme di tecnocrati e riciclati, Draghi ha piazzato i suoi nei posti chiave, e ha lasciato il resto all’appetito dei partiti.
Tutti, tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana.
Leghisti, piddini, renziani, grillini, forzisti, centristi, leuini, tutti insieme, come nel circense girotondo finale di Otto e Mezzo.
Senza differenza. Perché non c’è differenza.
Si sono definiti “il governo dei migliori”, l’aristocrazia.
Dopo Lega e PD, adesso il Movimento 5 Stelle s’allea anche con Forza Italia.
Ormai è routine, non c’è niente che il M5S non sia disposto a trangugiare pur di restare al governo.
Difficilmente però stavolta riuscirà a toccare palla, il percorso del governo Draghi è già segnato e non prevede nessuna digressione grillina.
L’era Conte è finita.
Renzi è stato un sicario efficiente.
C’è da chiedersi se qualcuno in Italia creda ancora alla democrazia. Perché ormai è come credere alla fatina dei denti.
Il golpe di fatto è la norma. Il nostro vero sistema di governo.
I golpisti italici non assaltano il Palazzo come gli sciamannati di Trump, non ne hanno bisogno.
Loro sono gia dentro.
Come un patogeno cronico.
Sono connaturati al sistema.
Il plauso del media mainstream per Mario Draghi è unanime, un coro di osanna.
Si sono raggiunte vette di idolatria delirante.
I politici non sono da meno, da Matteo Salvini che chiede il ponte sullo stretto di Messina per poterlo chiamare “Ponte Draghi”, a Italia Viva che smette di chiedere il Mes perché “il nostro Mes è Draghi”.
Questi partiti non rappresentano più niente, se non il servilismo verso il capitale, e la miserrima fame di potere, o delle sue briciole.
Opporsi a questa “aristocrazia”, a questo grottesca accozzaglia di tecnocrati padronali e politici cazzari è un dovere basilare, non solo politico, ma anche igienico, per chiunque abbia ancora un minimo di rispetto per se stesso.

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Vivare come l’uselin su la rama* https://www.carmillaonline.com/2020/11/25/vivare-come-luselin-su-la-rama/ Wed, 25 Nov 2020 22:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63532 di Sandro Moiso

Dino Coltro, Il Paese perduto. La cultura dei contadini veneti, vol. I La giornàda e il lunario, pp. 264, Cierre edizioni, Verona 2013, 16,00 euro; vol.II Il giro del torototèla. Ande e cante contadine, Cierre edizioni, Verona 2015, pp. 440, 18,00 euro; vol. III Le parole del moléta, Cierre edizioni 2016, pp. 300, 18,00 euro; vol. IV Il pomo doraro – Aneddoti e favole, Cierre edizioni 2020, pp.750, 20,00 euro.

Torna disponibile per il grande pubblico un’opera uscita per la prima volta, per l’editore Bertani di Verona, tra il [...]]]> di Sandro Moiso

Dino Coltro, Il Paese perduto. La cultura dei contadini veneti, vol. I La giornàda e il lunario, pp. 264, Cierre edizioni, Verona 2013, 16,00 euro; vol.II Il giro del torototèla. Ande e cante contadine, Cierre edizioni, Verona 2015, pp. 440, 18,00 euro; vol. III Le parole del moléta, Cierre edizioni 2016, pp. 300, 18,00 euro; vol. IV Il pomo doraro – Aneddoti e favole, Cierre edizioni 2020, pp.750, 20,00 euro.

Torna disponibile per il grande pubblico un’opera uscita per la prima volta, per l’editore Bertani di Verona, tra il 1975 e il 1978. Fu all’epoca una scelta sicuramente coraggiosa per un editore che fino ad allora aveva principalmente pubblicato testi, italiani e stranieri, riconducibili tutti, o quasi, all’ambito dell’antagonismo politico di estrema sinistra.
La ricerca dell’autore, infatti, si avventurava nell’opera di riscoperta e ricostruzione di una cultura, quella dei contadini veneti delle Basse veronesi, che sicuramente all’epoca, anche e forse soprattutto agli occhi dei militanti di quella Sinistra che si dichiarava extra-parlamentare, doveva apparire arcaica, superata, conservatrice, se non addirittura controrivoluzionaria. Perdendo così, già all’epoca, l’occasione per avvicinare strati popolari, allora ancora in parte superstiti, in cui era radicato un forte antagonismo nei confronti della cultura “elevata”, o presunta tale, imposta dallo Stato e dalla onnicomprensiva modernizzazione della società.

Dino Coltro (1929-2009) di quella cultura e di quella società contadina era invece discendente e, si potrebbe dire, voce; diretta emanazione di una lingua e di conoscenze apparentemente destinate ad essere cancellate dalla Storia.
Nato in provincia di Verona e cresciuto al Pilastro (Bonavigo), una tipica corte della Bassa veronese dove abitò dalla prima infanzia fino agli anni Cinquanta, dopo essere stato avviato al lavoro salariale, riuscì con l’impegno dell’autodidatta a diventare maestro. Con l’insegnamento iniziò anche la sua attività sociale, facendosi promotore di numerose cooperative agricole. A questa si aggiunse l’esperienza della Cooperativa della Cultura di Rivalunga, un’iniziativa socio-pedagogica che anticipò tendenze e metodi del rinnovamento della scuola. Dal 1972 si dedicò alla ricerca e alla trascrizione della tradizione orale veronese e veneta, di cui l’opera ripubblicata e recentemente portata a termine dalle edizioni Cierre di Verona costituisce uno dei risultati e, forse, l’esempio più significativo.

Sappiamo tutti come, oggi, in Veneto l’uso del dialetto sia ancora estremamente diffuso e sappiamo anche, purtroppo, che la sua difesa ha finito col costituire la base di una rivendicazione identitaria troppo spesso sfociata in una forma di autentica ostilità, se non di vero e proprio razzismo, nei confronti dei forestieri e degli immigrati più poveri, cui la Lega, nelle sue varie espressioni, ha dato voce e fiato per poter acquisire maggior rappresentatività politica sia a livello locale che nazionale.

Certo, l’opera di Coltro non andava, e non va letta tutt’ora, in quella direzione. Anzi quelle parole, quelle favole, quei modi di dire, quei canti e quelle filastrocche continuano a ricordare al Veneto degli schei (quattrini)1, una società contadina in cui molti vivevano come l’uccellino sul ramo* ovvero mangiando poco. Una società spesso povera, ma dall’identità forte proprio perché restia alla penetrazione di una cultura ufficiale, basata sulla prevalenza del testo scritto, destinata a sconvolgerla, privandola ancor prima che della lingua, ancor più della sua capacità creativa e della sua capacità di intendere il mondo, la natura, il lavoro, la fatica e la miseria, ma anche e soprattutto dei suoi valori etici e morali.

Come affermava infatti l’autore nelle riflessioni destinate ad accompagnare una prima ristampa dell’opera, nel 1982:

Il mio intento era di presentare una cultura nei termini e nei principi basilari intrinseci, senza ricorrere a prestiti interpretativi provenienti da altre concezioni della vita e del mondo. In questo modo risalta l’originalità della condizione contadina, nello spazio e nel tempo, e si dimostra che il complesso delle esperienze e delle situazioni, trattenute dalla coscienza collettiva, esprime una vera e reale concezione del mondo, da cui derivano valori e modelli che guidarono (e forse guidano) il comportamento individuale e collettivo. La mancanza di comunicazione simbolica o segnica della cultura subalterna, avverte soltanto che l’attenzione alla comunicazione orale deve essere portata al colore, alle forme, alla mitologia, alla fabulazione nelle loro complessità. Ma complessa non vuol dire frammentaria; la creatività e l’autonomia caratterizzante questa cultura ne amplificano la poliformia.

[…] C’è tuttavia, una unità concettuale, in larga misura implicita e intuitiva. Occorre soltanto capirne i termini. Esiste una morale del popolo, cioè degli imperativi molto più forti e tenaci della morale ufficiale con la quale, molto spesso, vengono in opposizione […] Così scopriamo opinioni e credenze sui diritti, sulla giustizia che nascono sotto lo spunto delle condizioni di vita e non risultano dei cascami degradanti dalle concezioni dominanti, come spesso si sente dire2.

Aggiungeva poi ancora, nella Premessa:«La lingua rappresenta un modulo conoscitivo fondamentale di una società e della sua cultura. Per questo ho tentato la trascrizione del linguaggio contadino della Bassa, colto nelle forme più espressive, dalla voce degli ultimi “analfabeti”, conservandone, fin dove possibile la contestualità e la struttura culturale orale. Una lingua non esiste al di fuori della cultura, cioè, al di fuori di un insieme ereditato socialmente di usanze e credenze che determinano la struttura della nostra vita [da S. Amin, Il linguaggio, Einaudi, Torino 1969 – N.d.R]»3.

Come afferma, infatti, Manlio Cortelazzo nella Prefazione al primo dei quattro volumi:

La propria parlata individuale, di uso e di ricordo, come indicatore del lessico comunitario; e questo ripreso, quale specchio fedele e spesso unico testimone della perduta memoria collettiva di un passato anche recente, che va man mano sbiadendosi e sfumando i suoi precisi connotati: ecco l’opera, carica di pietas, compiuta con grande passione e lunga fatica dall’Autore […]
Non c’è, in questo lavoro, né recriminazione, né idilliaca (e, quindi, sostanzialmente falsa) ricostruzione di un’esistenza faticosa, superata sì nei suoi deprimenti aspetti quotidiani, ma anche in altri aspetti positivi, così alieni dal nostro impoverito villaggio globale.
La descrizione di questo “paese perduto” sa procedere attraverso la parola, il verbum, inteso in senso lontanissimo, includente qualsiasi manifestazione verbale, anche i gridi di richiamo e incitamento degli animali domestici, anche le creazioni effimere, incontrollate e irripetibili, o fantasiose e sfuggenti a tutti i tentativi di logica spiegazione, per arrivare a cogliere esattamente, come confermerebbero documentazioni di altro tipo, peraltro non indispensabili, il corso della vita contadina a cavallo fra i due secoli, anzi, tra un mondo millenario […] e il suo fresco antagonista, il mondo d’oggi, che se n’è liberato4.

Coltro privilegiava quindi la lingua dell’oralità, il dialetto, la lingua del fare, che è pensiero legato alla concretezza della vita quotidiana, alle fatiche, alle miserie, alla fame, alla violenza dell’esistenza.
Lingua di condivisione sociale e famigliare degli eventi e degli atti, lingua che ci ricorda che ogni lingua nazionale, spesso imposta con la violenza (anche a scuola), è una forma di colonizzazione non solo socio-economica, ma anche dell’immaginario espresso collettivamente. In un mondo in cui il termine analfabeta ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, un grave stigma.

Il mondo contadino preso in considerazione, appare in una dimensione culturale più esatta attraverso il suo linguaggio che ne esprime anche la filosofia e la morale: uno specchio modesto di una civiltà che va scomparendo […] Tuttavia il mondo contadino non si presenta con un’unica fisionomia: la differenza culturale di chi possiede casa e terra da chi non ha che le braccia per lavorare non è trascurabile. La spaccatura salariale in categorie di lavoro (salariati, avventizi, giornalieri) e in sottoclassi sociali determina una diversa visone del lavoro e della vita.
L’ambiente di paese o di corte, il vivere in case isolate o raggruppate, in contrade, in frazioni; l’influenza della predicazione religiosa e delle tradizioni mitologiche popolari; la frequentazione dell’osteria e la solitudine delle stalle, sono tutti fattori che rendono “diverso” un modo di dire, apparentemente identico o uniforme. In questo caso, ripetizioni e varianti diventano frasi ed espressioni del tutto nuove e autonome.
Il lessico dialettale ha sfumature, inflessioni verbali, accenti che variano con il mutare dell’ambiente naturale, sotto l’influenza delle condizioni economiche, in rapporto alla composizione sociale delle comunità contadine. Differenze si possono notare dentro uno stesso paese, determinate dal lavoro, dalla povertà, sottolineate da condizionamenti storici, da fattori spirituali, dall’accettazione o meno dell’insegnamento della Chiesa5.

In fin dei conti, forse, Francis Fukuyama non aveva del tutto torto quando parlava della fine della Storia con i progressi avvenuti al termine del XX secolo, poiché il capitalismo, il suo stato e la sua cultura hanno di fatto contribuito a far finire migliaia di volte la Storia delle culture e società altre, costringendole ad essere relegate in ricordi sempre più sbiaditi oppure a negarsi per potere stare al passo con la Modernità, lo Sviluppo e il Progresso.

Le lingue altre, i gerghi e i dialetti hanno continuato però a portare dentro di sé una memoria materiale di un passato quasi sempre distrutto e poi rimosso e nascosto. L’opera di Dino Coltro quindi, a quasi cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, è ancora di estrema attualità per la metodologia impiegata. L’amplissima raccolta di detti, proverbi, modi dire, espressioni comuni, cantilene, fole scaturisce direttamente dalla viva voce dei contadini, non vi sono passaggi di carattere letterario o interpretativo che ne nascondano o ne travisino l’implicita forza espressiva.

L’opera risulta poi ancora attualissima poiché è stata scritta «appena usciti dal grande esodo dalle campagne, risulta, in definitiva, un esame immediato, spontaneo, fatto sul filo di una memoria intatta di quanto il cambiamento” aveva sperperato più che mutato. Perché il “cambiamento” era ed è nelle cose della storia e se c’era qualcuno che lo attendeva come una “liberazione”, questi erano i contadini. E, forse perché arrivato troppo tardi, li ha spinti a una trasmigrazione culturale così affrettata, confusa e sradicata da autentiche energie vitali. Una immagina speculare dell’emigrazione dalle campagne alle aree urbane, un tempo rifiutata»6.

Estremamente attuale nel ricordarci, in questo inizio secolo in cui gigantesche trasformazioni socio-economiche e tecnologiche contribuiscono a rovesciare ogni forma di resistenza e solidarietà nel loro contrario e ogni autonomia politica e culturale in immaginario spendibile per la causa capitalista, anche grazie ad una Sinistra dalle infinite sfumature progressiste tutte ispirate più dall’idealismo illuminista che dal materialismo e dall’interesse per gli “altri” di marxiana memoria7, che ogni passaggio, ogni trasformazione economica e sociale, anche all’intero di un medesimo modo di produzione, è sempre e soprattutto una trasformazione antropologica dei soggetti coinvolti. Senza di questa, senza la scellerata e condivisa rimozione di ogni forma di cultura non funzionale allo sviluppo economico e tecnologico dominante lo stesso non potrebbe infatti affermarsi e sopravvivere.


  1. Si veda G. A. Stella, Schei. Dal boom alla rivolta: il mitico Nord-est, Baldini &Castoldi, Milano 1997  

  2. D. Coltro, Riflessioni per una ristampa, in D. Coltro, Il paese perduto, vol.I, pp. 15-16  

  3. D. Coltro, Premessa a Il paese perduto, vol.I, op.cit. p.9  

  4. M. Cortelazzo, Il mondo contadino di ieri in D. Coltro, Il paese perduto, Vol. I La giornàda e il lunario, Cierre edizioni, Verona 2013, pp. 19-20  

  5. D. Coltro, Premessa in op. cit. pp. 10-11  

  6. D. Coltro, Riflessioni in op. cit. pp.16-17 

  7. Si vedano in proposito: E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014 e K. Marx, Quaderni antropologici, Edizioni Unicopli, Milano 2009 oltre che K. Marx – Friedrich Engels, India, Cina, Russia, a cura di B. Maffi, il Saggiatore, Milano 1960; oppure, ancora, E. P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore di Alberto Mondadori Editore, Milano 1963  

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“In Lombardia non si poteva fermare la produzione”. In Lombardia si poteva solo crepare https://www.carmillaonline.com/2020/10/14/in-lombardia-non-si-poteva-fermare-la-produzione-in-lombardia-si-poteva-solo-crepare/ Wed, 14 Oct 2020 20:52:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63082 di Sandro Moiso

Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro

“…eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)

“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. E’ l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)

Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel [...]]]> di Sandro Moiso

Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro

“…eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)

“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. E’ l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)

Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel saggio-reportage della giornalista di origini bergamasche Francesca Nava, appena pubblicato dagli Editori Laterza. Un saggio imprescindibile per tutti coloro che vogliano parlare o discutere, a ragion veduta, dell’inferno pandemico scatenatosi a partire dalla Val Seriana alla fine di febbraio di quest’anno.

Un inferno sanitario e sociale che più ancora che nel virus, classificato per semplicità come Covid-19, affonda le sue radici in un autentica infamia economica, politica e istituzionale generalizzata, nei confronti della quale, nel corso degli ultimi mesi, si sono mossi i parenti delle vittime raccolti nel Comitato Noi denunceremo. Verità e giustizia per le vittime da Covid-19. Infamia che sta alle spalle anche di una gestione opaca sia dei provvedimenti che dell’informazione riguardanti la pandemia.

Un’opacità che, in questi giorni di ripresa, altamente prevedibile, dei contagi, ancora caratterizza tutti gli atti e le notizie che riguardano una situazione sociale e sanitaria destinata a peggiorare nel corso dell’autunno-inverno (così come l’epidemia di influenza “spagnola” avrebbe dovuto insegnare ai soloni della scienza, dell’informazione e della politica istituzionale). Una linea d’ombra determinata dalla necessità strumentale, soprattutto economica e politica, di non diffondere il panico che già tanto ha contato fin da gennaio qui in Italia e che ancora sembra essere l’unica autentica strategia, insieme all’uso della forza pubblica e dell’esercito, di mantenimento dell’ordine produttivo. A qualsiasi costo.

Ordine produttivo che fin dagli ultimi giorni di febbraio, in Val Seriana e nella bergamasca, è diventato il vero ed unico fattore di determinazione delle scelte sanitarie e sociali che avrebbero dovuto essere prese. Sia dal governo regionale che da quello nazionale. Ed è proprio in questa dipendenza delle decisioni politiche dalla volontà imprenditoriale, che ha finito coll’accomunare le scelte dei rappresentanti della Lega e del Centrodestra a quelle dei partiti e del governo di area giallo-rossa, che l’autrice affonda il rasoio del suo ragionamento e della sua implacabile ricostruzione dei fatti.

Nel sottolineare, a più riprese, come la sanità pubblica lombarda sia stata fatta letteralmente a pezzi da due riforme «improvvide, illegittime e di dubbia costituzionalità, quella del 1997 di Roberto Formigoni e l’altra di Roberto Maroni del 2015»1, Francesca Nava non dimentica mai di rammentare al lettore come lo spettacolo del rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e governo regionale sulla gestione della pandemia, così come si è sviluppato anche davanti alla Procura di Bergamo che indaga sulle stesse, sia del tutto funzionale alle politiche effettivamente adottate e dettate quasi esclusivamente dalla voce del padrone.

Padrone che assume le fattezze precise della Confindustria lombarda e del suo rappresentante più importante, il presidente Marco Bonometti, che fin dai primi giorni (quelli che si sarebbero rivelati poi fatali per la diffusione dell’epidemia) si rivelò sintonizzato soltanto «sul fatto che, se l’Italia si fosse fermata e altri paesi gli avessero fottuto le commesse, lui avrebbe avuto un danno irreparabile»2.

A capo di Confindustria Lombardia dal novembre del 2017, Bonometti è presidente e amministratore delegato delle Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr): colosso delle componenti per auto, con 3.600 dipendenti, sedici stabilimenti nel mondo e quasi 800 milioni di fatturato l’annoLa sua società, con oltre cent’anni di storia alle spalle e a capitale privato posseduto al 100% dalla famiglia Bonometti, vanta nella lista dei clienti le principali case automobilistiche, con la Ferrari come fiore all’occhiello. Nella città-contea cinese dello Huixian, a oltre 600 chilometri di distanza dal focolaio epidemico del coronavirus, si trova Omr China Automotive Components, lo stabilimento verticalizzato (dagli impianti di fusione del rottame al pezzo finito) […] specializzato nella produzione di assali e componenti per mezzi speciali che occupa oltre 600 dipendenti. Alla fine gennaio l’Omr fa rientrare dalla Cina dieci suoi lavoratori: tra questi ci sono cittadini italiani, tedeschi e cinesi. Vengono messi tutti in quarantena3.

Il 28 febbraio, nel corso di un’intervista radiofonica, Bonometti dichiara: «Bisogna rimediare cercando di abbassare i toni e far capire all’opinione pubblica che la situazione si sta normalizzando. Giustamente si son prese delle misure drastiche prima, ma oggi bisogna gestire la situazione in modo diverso. Bisogna far capire che la gente può ritornare a vivere come prima, salvaguardando sempre il problema della salute». Il giorno seguente, 29 febbraio parla anche di “danno di immagine” con una eventuale zona rossa che «crea danni economici anche alle altre aziende»4.
In piena ottemperanza al suggerimento-ordine, il 29 febbraio, un sabato, a Bergamo:

Il sindaco Giorgio Gori invita i bergamaschi ad andare in città e a fare shopping. Chiunque può viaggiare sui mezzi pubblici dell’Atb al prezzo scontato di uneuro e cinquanta; il biglietto è valido per tutto il week-end. Bar, ristoranti, negozi sono aperti e il Sentierone – la via pedonale del centro, la via dello struscio – pullula di gente. Sono i giorni indimenticabili dello slogan «Bergamo non si ferma», degli aperitivi milanesi tra l sindaco Sala e il governatore del Lazio Zingaretti, i giorni degli spot di Confindustria, che rassicura fornitori e clienti che «il rischio di infezione in Italia è basso» e che le aziende continueranno a produrre e lavorare come sempre. L’influenza da Covid sembra relegata nella zona rossa del Lodigiano e del comune veneto di Vo’ Euganeo. Eppure, già da una settimana, si è sviluppato un pericoloso focolaio in Val Seriana, che ha anche investito la città di Bergamo. All’ospedale Papa Giovanni XXIII continuano ad arrivare ambulanze cariche di pazienti in crisi respiratoria provenienti proprio dall’ospedale di Alzano Lombardo, dove tutto è iniziato il 23 febbraio5.

Se Netflix, o qualsiasi altro canale televisivo o casa di produzione, vorrà mai realizzare una serie thriller oppure horror-politica, la sceneggiatura è già pronta, servita sulle pagine di un testo informato, appassionato e di facile lettura, in cui nulla e nessuno viene dimenticato. Tanto meno le vittime. Che sono tante, troppe: pensionati, medici, infermieri, operai, autotrasportatori, quasi tutte di età compresa tra i quaranta e gli ottanta anni. Seimila nella sola provincia di Bergamo. Una strage annunciata che soltanto l’apriori economico, la sete di profitto ed una politica diretta soltanto dalla ‘necessità’ dall’accaparramento privato della ricchezza socialmente prodotta ha infine causato.

Economia di mercato e salute sia pubblica che ambientale, non possono coesistere: questo ci insegnano indirettamente le parole spesso pacate, talvolta accese ma comunque mai prive di forza della brava e coraggiosa giornalista bergamasca. E oggi, mentre è ancora in pieno ritorno una pandemia che non se n’è mai andata da una struttura economico-produttiva e sociale che non ha mai realmente chiuso nessuna attività pericolosa, mentre i mezzi pubblici viaggiano stracarichi di lavoratori e studenti e si finge che il virus si diffonda dall’interno delle famiglie e non dal suo esterno e dal contesto lavorativo6, mentre le scuole non riescono a garantire un minimo di sicurezza mantenendo attive le macchinette distributrici di bevande e panini (autentici supermarket virali) e mentre il presidemte di Confindustria Bonomi (imprenditore attivo proprio nel settore biomedicale) rivendica un salto di paradigma ad ulteriore beneficio delle aziende e del capitale privato, anche noi dobbiamo perseguire un altro tipo di salto di paradigma. Quello che gli operai che si sono rivoltati alla Dalmine, nelle fabbriche lombarde e piemontesi per fermarle prima del Dpcm truffa del 22/23 marzo oppure i difensori dei territori e della salute dei movimenti NoTav hanno già iniziato a indicare da tempo. La fine di un’ingiustizia che è la fonte di tutte le ingiustizie: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del dominio del capitale sulle risorse, l’ambiente e la salute. Un dominio che, come indica ancora il testo qui recensito, ha ormai compromesso gravemente anche l’indipendenza della scienza e della ricerca.

Grazie dunque a Francesca Nava che, pur con la necessaria obiettività professionale, ha saputo fornirci ulteriori armi e istruzioni per la comune battaglia che ci attende.


  1. Intervista a Vittorio Carreri in F. Nava, Il focolaio, p. 161. Carreri nella stessa intervista riporta poi ancora questo esempio pratico: «Nell’Ats di Bergamo ora c’è questa situazione: il direttore del dipartimento si è infettato ed è a casa, a gestirlo con la funzione di direttore di tutte le attività legate alla pandemia virale è arrivato un veterinario. Ma le pare possibile? Un veterinario! Allora vuol dire che, oltre che dimezzata, la prevenzione a Bergamo e non solo a Bergamo è quasi annientata» in F. Nava, op. cit. p. 163  

  2. F. Nava, op. cit. p.58  

  3. op. cit. p. 66  

  4. per le due citazioni si veda F. Nava, p. 67  

  5. op. cit. pp. 22-23  

  6. Lombardia. La diffusione è trainata dai luoghi di lavoro, la Repubblica, 4 ottobre 2020, p. 3  

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Il voto inutile https://www.carmillaonline.com/2020/08/30/il-voto-inutile/ Sun, 30 Aug 2020 20:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62476 di Alessandra Daniele

Fallito il tentativo di accordo col Movimento 5 Stelle, i candidati alle elezioni regionali del PD stanno ripiegando sull’appello al voto utile. In realtà ci sono poche cose in Italia che siano inutili quanto il voto. La parabola del Movimento 5 Stelle è soltanto l’esempio più recente. Dopo aver vinto le elezioni promettendo lotta dura all’establishment e nessuna alleanza coi vecchi partiti, per andare al governo s’è prima alleato col più vecchio dei partiti italiani, la Lega, e poi col principale garante dell’establishment, il PD, rimangiandosi quasi tutte le sue promesse [...]]]> di Alessandra Daniele

Fallito il tentativo di accordo col Movimento 5 Stelle, i candidati alle elezioni regionali del PD stanno ripiegando sull’appello al voto utile.
In realtà ci sono poche cose in Italia che siano inutili quanto il voto.
La parabola del Movimento 5 Stelle è soltanto l’esempio più recente.
Dopo aver vinto le elezioni promettendo lotta dura all’establishment e nessuna alleanza coi vecchi partiti, per andare al governo s’è prima alleato col più vecchio dei partiti italiani, la Lega, e poi col principale garante dell’establishment, il PD, rimangiandosi quasi tutte le sue promesse e le sue regole, dalla chiusura e riconversione ecologica dell’Ilva, al limite del doppio mandato.
Come un virus, il Movimento 5 Stelle muta in continuazione per adattarsi all’ambiente. E ormai non si sforza neanche più tanto di negarlo.
Non c’è più nessuna coerenza da difendere. Nessuna facciata da mantenere.
Eppure ancora fin troppi italiani lo votano, considerandolo il “meno peggio”, l’unica possibile alternativa al governo Merdoni – Salvini/Meloni – benché attualmente le probabilità che Salvini sia autorizzato a tornare al governo siano vicine allo zero.
La sua funzione è quella di spaventapasseri. Finché sarà capace.
Insieme alle elezioni regionali, a settembre si voterà su una delle rare promesse grilline mantenute, quel taglio dei parlamentari già tentato nel 2006 da Berlusconi e nel 2016 da Renzi.
Molti degli italiani che stavolta si preparano ad approvarlo sperano che abbia effetto immediato, sognando di poter trascinare via personalmente i 345 parlamentari urlanti e scalcianti, per scaraventarli fuori dalle camere.
In realtà la riforma diventerà effettiva soltanto in occasione delle prossime elezioni nazionali.
Dopo che i parlamentari avranno avuto tempo e modo di legiferare per renderla completamente inutile.

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La mancata funzione sociale dell’intellettuale odierno: Davide Rondoni e la Lega, un rapporto emblematico https://www.carmillaonline.com/2020/06/20/la-mancata-funzione-sociale-dellintellettuale-odierno-davide-rondoni-e-la-lega-un-rapporto-emblematico/ Fri, 19 Jun 2020 22:28:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60770 di Matteo Bianchi

In un’Italia dove la cultura può sempre meno contro l’intolleranza diffusa, dove tutti odiano tutti a prescindere e il narcisismo viene prima di qualsiasi valore, il dibattito tra addetti ai lavori diventa vitale se costruttivo. Dalla fine del 2019 il Centro di Poesia contemporanea dell’Università di Bologna è stato il fulcro di profondi contrasti tra i suoi membri; contrasti sulla veste pubblica di ogni intellettuale che si rispetti, sugli oneri e sugli onori ai quali sarebbe votato e sulla sua funzione esemplare.

La discussione si è accesa quando [...]]]> di Matteo Bianchi

In un’Italia dove la cultura può sempre meno contro l’intolleranza diffusa, dove tutti odiano tutti a prescindere e il narcisismo viene prima di qualsiasi valore, il dibattito tra addetti ai lavori diventa vitale se costruttivo. Dalla fine del 2019 il Centro di Poesia contemporanea dell’Università di Bologna è stato il fulcro di profondi contrasti tra i suoi membri; contrasti sulla veste pubblica di ogni intellettuale che si rispetti, sugli oneri e sugli onori ai quali sarebbe votato e sulla sua funzione esemplare.

La discussione si è accesa quando Davide Rondoni ha preso posizione di fianco a Matteo Salvini, al PalaDozza, durante la campagna elettorale di Lucia Borgonzoni per la presidenza della Regione Emilia-Romagna. Giovedì 19 dicembre il poeta e saggista forlivese rassegnava le dimissioni dal Centro a cui aveva dato i natali, protestando sui social: «La mia figura e la mia libertà di espressione è stata come spesso accade motivo per il venire a galla di una cultura della intolleranza e della immaturità democratica che dovrebbe essere tenuta fuori dalle istituzioni che vogliono fare cultura liberamente. Cosa che per vent’anni sotto la mia guida e poi partecipazione il Centro ha sempre fatto, come dimostrano i programmi svolti e la pluralità delle voci intervenute». 

Un breve, ma intenso, memorandum: lapidato mediaticamente nell’autunno del 2018 a causa del famigerato abbraccio proprio con il leader del Carroccio, l’intellettuale di forgia ciellina in un’intervista d’altri tempi su “La Stampa” augurava tutto il bene all’amico Formigoni sostenendo quanto «la politica dev’essere legata alle persone» e non ai personalismi. Sodale di Vittorio Sgarbi, che lo considera il miglior poeta italiano vivente, di recente ha sottoscritto insieme a lui l’appello al Presidente Mattarella che esprimeva preoccupazione per le libertà individuali sospese dalla cosiddetta “fase 1” della quarantena, temendo una svolta autoritaria da parte del Governo attuale. Appello smentito sia dall’inizio della “fase 2” sia dalla conferenza stampa di Conte di domenica 17 maggio.

«In questi due anni di direzione ho provato in tutti modi a favorire la crescita di un ambiente fecondo di dialogo con le varie realtà e istituzioni bolognesi e nazionali, con i professori e con i poeti di tutta Italia – dichiara il direttore Riccardo Frolloni in una lettera recente – siamo fieri dei risultati raggiunti, abbiamo creato un clima virtuoso di fiducia e rispetto. Purtroppo i dissidi sono giunti dall’interno, dove credevo fosse assicurato l’ascolto. Durante una riunione straordinaria del Consiglio Direttivo, Davide Rondoni ha deciso di lasciare la riunione e di consegnare le sue dimissioni per protesta, poiché, a suo avviso, avevamo dimostrato nei suoi confronti anti-democraticità con l’intenzione di politicizzare il Centro. Diverse questioni si sono susseguite successivamente all’interno del Direttivo: verifiche, incomprensioni, l’alimentarsi di un clima di sfiducia reciproco». Il mese scorso si è svolta una votazione, indetta dal presidente Alberto Destro, per confermare la riammissione di Davide Rondoni (nella foto) e di Piero Menarini all’interno del Consiglio Direttivo, conclusasi favorevolmente.

«I toni raggiunti – precisa Frolloni – dei quali sono colpevole anche io, non mi permettono di proseguire serenamente il lavoro di direzione, nonostante i numerosi eventi già in programma. Mi scuso, pertanto, con quanti avevano già preso accordi con noi e profilato attività future e presenti». Oltre al direttore Frolloni e al presidente Destro, a seguito del risultato della votazione si sono dimessi dal Direttivo anche il docente Marco Prandoni, Giuseppe Nibali e Valerio Grutt, insieme a una ventina di giovani collaboratori che portavano avanti con passione le attività del Centro, una fucina creativa che vanta il coinvolgimento di oltre cento ragazzi, compreso lo scrittore Andrea Donaera.

Che non sia più il tempo di Pasolini, Fortini e persino di Sanguineti è evidente. Ma abitualmente nel nostro paese si confonde la manifestazione dell’onestà intellettuale con la partigianeria, con l’estrema coerenza rispetto a un partito di affiliazione; quando è proprio l’esercizio di tale onestà a permettere nel singolo la sopravvivenza degli ideali che lo identificano rendendolo parte della società. E la verità allora dove sta, dove resta? Di sicuro non dietro uno schieramento a priori. Il Centro di poesia contemporanea, un polo letterario di rilievo internazionale specie per la capacità attrattiva dimostrata in loco, risentirà e non poco dell’ondata dimissionaria subita.

Davide Rondoni nelle rimostranze ritirate rammentava che Bologna fosse «la città che già Pasolini accusava di non avere senso dell’alterità»; lo stesso Pasolini che detestava qualunque forma di nazionalismo e che accusava persino Calvino – il “caro” Calvino degli Scritti corsari – di inconsistenza nei confronti dei pochi che strumentalizzavano «mere ragioni nazionali» per prevaricare i troppi ignoranti. Bologna era, o meglio, è ancora la città che ha adottato l’integrità di Stefano Tassinari e che non intende dimenticare la forza d’animo di Roberto Roversi, il quale non riusciva a sopportare la guerra tra bande, tra miseri salotti letterari.

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Il Conte Tacchia https://www.carmillaonline.com/2020/06/14/il-conte-tacchia/ Sun, 14 Jun 2020 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60709 di Alessandra Daniele 

Tacchia significa zeppa di legno. “Metterci una tacchia” vuol dire quindi cercare di rimediare a qualcosa alla meno peggio, in modo raffazzonato e precario. Ed è il massimo che il governo Conte sia stato capace di fare riguardo ai danni catastrofici della pandemia, come a qualsiasi altra crisi si sia ritrovato ad affrontare. Quando non ha peggiorato le cose. E i risultati si vedono. Le mascherine non si trovano. I soldi promessi non arrivano. I tamponi non bastano. I negozi chiudono. Le fabbriche annunciano licenziamenti. Ma Conte rimane al suo posto. Perché lui stesso è una tacchia. Ed è anche un [...]]]> di Alessandra Daniele 

Tacchia significa zeppa di legno.
“Metterci una tacchia” vuol dire quindi cercare di rimediare a qualcosa alla meno peggio, in modo raffazzonato e precario.
Ed è il massimo che il governo Conte sia stato capace di fare riguardo ai danni catastrofici della pandemia, come a qualsiasi altra crisi si sia ritrovato ad affrontare. Quando non ha peggiorato le cose.
E i risultati si vedono.
Le mascherine non si trovano. I soldi promessi non arrivano. I tamponi non bastano. I negozi chiudono. Le fabbriche annunciano licenziamenti.
Ma Conte rimane al suo posto. Perché lui stesso è una tacchia.
Ed è anche un Conte Tacchia. Un cialtrone vanesio che si dà arie salottiere da Belle Epoque, fra le macerie e le bare.
Non che l’opposizione abbia o avrebbe fatto di meglio, anzi.
Nonostante le sguaiate risse quotidiane per motivi pretestuosi, di visibilità o spartizione di poltrone, in realtà i due schieramenti condividono la stessa impostazione politico-economica di fondo: liberismo mercatista, mal temperato da un po’ di assistenzialismo clientelare.
Non a caso sono entrambi fans delle Grandi Opere, compreso il leggendario Ponte sullo Stretto di Messina, che tirato fuori in questi giorni risulta particolarmente grottesco.
Ed entrambi, in obbedienza a Confindustria, hanno negato la zona rossa ad Alzano e Nembro.
Questa falsa alternativa fra due facce dello stesso culo è l’unica proposta dalla nostra cosiddetta democrazia liberale, parte d’un sistema socio-politico che ha tradito tutte le sue promesse di benessere, libertà, sicurezza e progresso.
Ma la misura è colma.
Gli Stati Generali potrebbero davvero portare al Conte Tacchia la stessa fortuna che portarono a Luigi XVI.

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Hanno la faccia come il Covid https://www.carmillaonline.com/2020/04/19/hanno-la-faccia-come-il-covid/ Sun, 19 Apr 2020 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59476 di Alessandra Daniele

“Gli ufficiali tornino ai loro uffici, gli schiavi alle loro schiavitù. E se sapete un inno, intonatelo” – Alberto Sordi,  Due notti con Cleopatra 

È la Ripartenza. Mentre gli esperti embedded blaterano di plateau come cuochi, e si continua a morire a centinaia nella Lombardia dell’orrore degli ospizi-lazzaretto, e in tutto il Nord dove non c’è mai stato nessun reale lockdown delle attività produttive, già Confindustria e Confcommercio scalpitano per riaprire anche quel poco che è stato chiuso, con la complicità di politici ed esperti embedded che hanno la faccia [...]]]> di Alessandra Daniele

“Gli ufficiali tornino ai loro uffici, gli schiavi alle loro schiavitù. E se sapete un inno, intonatelo” – Alberto Sordi,  Due notti con Cleopatra 

È la Ripartenza. Mentre gli esperti embedded blaterano di plateau come cuochi, e si continua a morire a centinaia nella Lombardia dell’orrore degli ospizi-lazzaretto, e in tutto il Nord dove non c’è mai stato nessun reale lockdown delle attività produttive, già Confindustria e Confcommercio scalpitano per riaprire anche quel poco che è stato chiuso, con la complicità di politici ed esperti embedded che hanno la faccia da Covid di attribuire i dati negativi a fantomatici “contagi avvenuti in famiglia”.
Attilio Fontana The Mask guida i governors leghisti annunciando una Fase Due all’insegna delle Quattro D (come la pellagra): Distanza, Digitalizzazione, Diarrea e Demenza.
Intanto al governo, PD e Movimento 5 Stelle si preoccupano di spartirsi le poltrone ai vertici delle partecipate statali. La partita delle nomine s’è giocata a porte chiuse.
Bisognerà smettere di citare I Promessi Sposi, le epidemie vere non finiscono come la Peste manzoniana, non sono i Don Rodrigo a morire, nessun Innominato si pente, piuttosto continuano a curare i loro affari insieme, mentre l’Azzeccagarbugli si dedica alle conferenze stampa in Tv.
Non sarà la Provvidenza manzoniana a salvarci, né l’UE del MES, Miliardi Europei a Strozzo, né “Il sole dell’Italia che non si arrende mai” come flauta melenso lo spot del cibo per cani, che arricchisce Urbano Cairo, insieme a quello dello yogurt che “rinforza le difese immunitarie”, e al condizionatore che “purifica l’aria”.
Bisognerà smetterla con questa anosmia che ancora a troppi impedisce di sentire tutta la puzza delle stronzate d’una classe dirigente di scarafaggi stercorari, e d’un sistema socio-economico di merda che ci sta letteralmente soffocando a morte.
E che strozzerà i superstiti con la recessione. Usando il distanziamento e il tracciamento anti-contagio come strumenti di controllo sociale.
Bisognerà imparare a salvarsi da soli.
E poi, ci chiameranno Provvidenza.

“- What genre is this?
– It’s reality, man”
Westworld, 3X05

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Sull’epidemia delle emergenze / fase 4: pandemia, crisi, clima e guerra https://www.carmillaonline.com/2020/03/24/sullepidemia-delle-emergenze-fase-4-pandemia-crisi-clima-e-guerra/ Mon, 23 Mar 2020 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58907 di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva. La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.” (The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più [...]]]> di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva.
La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.”
(The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più immediato” (Perfidia – James Ellroy)

Per una volta iniziamo la nostra cronaca da oltre frontiera. Prendendoci, oltretutto, la libertà di modificare parzialmente i nomi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Quello che salta subito agi occhi ovunque, dalla Francia agli Stati Uniti passando per l’Australia, è che per i governi e i media la preoccupazione più importante fino ad ora è stata quella di salvaguardare economia, produzione e profitti.

Come al solito gli americani sono i più pragmatici ed espliciti, motivo per cui il Wall Street Journal può tranquillamente ratificare, nell’editoriale redazionale del 20 marzo, che nessuna società può salvaguardare a lungo la salute pubblica al costo di minare quella economica. Chiaro abbastanza no? Ma se l’organo per eccellenza del capitalismo e della finanza americana lo afferma con chiarezza, anche qui da noi non sono mancate le spinte in tale direzione. L’abbiamo misurato con l’enorme ritardo con cui il governo degli ominicchi e degli abbracci è giunto a decretare una chiusura vaga e fumosa che lascia non pochi dubbi sulla sua reale entità, evitata a ogni costo fino all’ultimo momento e poi, una volta varata, posticipata per dare una nuova mano agli squali di Confindustria.

Uno degli aspetti più evidenti è dato dal fatto che la richiesta ufficiale per giungere a tali chiusure non è mai pervenuta dalle associazioni imprenditoriali o da almeno una delle forze di governo, ma principalmente dalle associazioni dei medici che operano sui territori maggiormente colpiti dal virus (qui e qui) e dai sindaci delle province di Bergamo e Brescia (qui), con il secondo che non ha esitato a puntare il dito sulle associazioni degli imprenditori e le loro responsabilità, a livello centrale e regionale, nel ritardare il più possibile la chiusura delle fabbriche.

«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo – rileva – si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, il 7 marzo avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo la filiera di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori nelle fabbriche è molto elevato. Fontana ha sempre tenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito». Così ha affermato, in un’intervista al Fatto quotidiano del 17 marzo, Emilio Del Bono, sindaco di Brescia1 di area Pd.

Pur muovendo molta aria, meno espliciti sono stati i governatori delle Regioni del Nord e la Lega che hanno invece sviluppato un discorso meno esplicito sulla necessità della chiusura, giocando d’anticipo sul governo emanando, in autonomia, nuove misure restrittive che comunque non toccavano minimamente gli interessi padronali. In un conflitto tra potere centrale e Regioni che ha assunto ancora una volta prima di tutto i caratteri del confronto elettoralistico e della salvaguardia dei rapporti con le associazioni di categoria degli industriali, dei banchieri e del commercio.

Ma il vero motore sotterraneo, per giungere alla proposta di serrata dei luoghi di lavoro e delle fabbriche è stato rappresentato dalle fermate spontanee dei lavoratori delle fabbriche, soprattutto di quelle grandi, e dei magazzini. Tutta una serie importante di blocchi, picchetti, astensioni dal lavoro e resistenze varie che l’opinione pubblica e i media hanno quasi ignorato, ma che non è passata inosservata ai tutori dell’ordine che già si preparavano alle varie misure di contenimento della conflittualità (qui).

Le parole di Maurizio Landini, poste in esergo, ben sintetizzano le paure che i sindacati confederali, sempre tardivi a ricevere ed accogliere le richieste dal basso, hanno sventolato davanti al naso di Conte e degli imprenditori. Imprenditori tetragoni insofferenti, fino all’ultimo momento, a qualsiasi ipotesi di chiusura degli stabilimenti, come ha denunciato fin dal 12 marzo un uomo non certo di sinistra come Carlo Nordio, in un editoriale del Messaggero:

“Poteva e doveva vincere la ragione. Quella dei previdenti, ingiustamente liquidati come Cassandre dagli sprovveduti. Invece è arrivato – per giunta con grande ritardo – il solito compromesso di palazzo. Conte chiude l’Italia a metà. Non c’è l’atteso e necessario blocco totale che serve al Paese per arrestare il contagio e garantire la salute pubblica. Ma solo la chiusura di negozi e commercio, salvando ovviamente alimentari e prima necessità. Restano fuori industrie e fabbriche. Una grave omissione che potremmo scontare tutti a causa delle falle che lascia aperte nella cruciale guerra al virus. […] vi è tuttavia una categoria intermedia, che tenta di conciliare il diavolo con l’acqua santa. Alludiamo alla richiesta inoltrata al Governo dalla Regione Lombardia, che da un lato chiedeva, giustamente, la chiusura delle attività commerciali, artigianali, ricettive e terziarie (escluse, com’è ovvio, quelle assolutamente essenziali), ma dall’altro comunicava che era stato raggiunto un accordo con Confindustria lombarda “che provvederà a regolamentare l’eventuale sospensione o riduzione delle attività lavorative per le imprese”. Insomma, par di capire, la chiusura o meno delle fabbriche sarà affidata – secondo il premier – alla iniziativa degli industriali.”2

Cosa che dopo la delusione dovuta alla mancata chiusura di tutte le imprese attesa dal Dpcm Conte, ha fatto sì che la lotta ripartisse, con dimensioni che non si vedevano da decenni, in numerosi stabilimenti del settentrione dove gli operai e le operaie sono tornati ad incrociare le braccia, quasi sempre con astensioni dal lavoro pari al 100% dei lavoratori. Dall’Avio di Rivalta e Borgaretto all’Alessi Tubi, alle Officine Vilai, all’Alcatar, alla Brugnasco di Avigliana in Piemonte fino a tante altre aziende lombarde (qui). Mentre la Fiom di Verona ha proclamato due giorni di sciopero a partire da oggi e, nelle zone più colpite dal virus, gli operatori sanitari scalpitano per la macanza di sufficienti protezioni individuali e per i turni massacranti dovuti al mancato turn over del personale ospedaliero.

L’abbiamo detto nella terza fase di questa serie di riflessioni: la crisi disvela l’anima di classe e la guerra civile che la normalità quotidiana e la società dello spettacolo solitamente nascondono.
Mentre, però, alcuni grandi stabilimenti hanno chiuso al primo accenno di ripresa dello scontro di classe, sono state quasi ovunque le piccole, piccolissime e medio-piccole aziende ad opporsi alla chiusura e a portare avanti la produzione, chiamando in causa la responsabilità degli operai nel mantenerle in vita. Un discorso/ricatto odioso che fa, finalmente, piazza pulita di quel pietismo per i piccoli imprenditori che è stato cavalcato dal populismo di ogni risma nel corso degli ultimi anni.

Per non fare troppo torto ai piccoli comunque vediamo cosa ha detto in un’intervista Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani che è anche alla guida della Feralpi, uno dei principali produttori siderurgici in Europa, a proposito delle condizioni di salute in fabbrica:

“Abbiamo avuto anche qualche positività, non puoi non averne, ma le aziende hanno messo in atto tutti i controlli e le procedure di sanificazione previste dal governo. Hanno fatto quello che dovevano fare. E Non è detto che quelli che sono stati trovati positivi dentro l’azienda abbiano contratto il virus sul posto di lavoro. Magari sono rimasti contagiati nei giorni precedenti all’ordinanza di chiusura, fuori dalle aziende.“3

Già, affermazione che si accompagna bene con la colpevolizzazione individuale che viene fatta continuamente dagli organi di informazione e dai governanti con il proposito allontanare da sé ogni responsabilità in materia di contagio e mancati provvedimenti per prevenirlo e contrastarlo.
Tralasciando il grottesco flash- mob di solidarietà cui la Abb, azienda italo-svizzera che occupa nei suoi stabilimenti in Italia seimila dipendenti, ha chiamato suoi operai (qui):

“Quasi un terzo dei contagi si trova tra le distese di aziende d’ogni genere dei due polmoni economici d’Italia, Brescia e Bergamo. La prima in vetta alla classifica per densità produttiva, seguita da Milano e, appunto, Bergamo, che ha 4.305 contagi e 84 mila imprese attive nelle quali lavorano 385 mila dipendenti. Brescia ha 3.783 contagi, 107 mila ditte e 402 mila lavoratori. Stare a casa è più facile dirlo che farlo qui, dove per ammissione di Confindustria Lombardia il 73% di piccole, grandi e medie imprese sta andando avanti, come in tutta la regione. Come dire che nelle aree più epidemiche mezzo milione di lavoratori continua a fare avanti e indietro casa-lavoro, anche se poi in fabbrica si è cercato di rispettare i protocolli imposti per decreto. A Brescia nel settore industriale sono stati raggiunti 63 accordi per la sicurezza anti-Covid sul lavoro. A Bergamo soltanto 2, informa la Fiom. Che non possa bastare per contenere la crescita esponenziale dei contagi lo pensano i tecnici del comitato scientifico che affianca il governo e che suggerisce a Conte di «fermare tutto salvo le filiere che producono beni di consumo essenziali». Ci mette la faccia il Presidente dell’Ordine di Milano Roberto Carlo Rossi che tuona: «Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». E che non siano tutte produzioni di beni essenziali lo si intuisce scorrendo l’elenco delle imprese nelle due province, dove a fianco a quelle zootecniche troviamo aziende che producono acciaio, chiusure industriali per capannoni, verniciature, calcestruzzi, strumenti elettronici. Ma anche auto di lusso come la Bugatti, o armi come Beretta e Perazzi.”4

Al di là del dramma implicito nei numeri, si può e deve affermare che mai come ora il movimento antagonista ha avuto tra le mani tali potentissimi strumenti critici per assalire l’ordine esistente, proprio nel cuore del cuore del capitalismo industriale e finanziario, italiano ed internazionale. Il problema è che gli imprenditori e i loro rappresentanti nei governi e negli Stati lo hanno immediatamente capito davanti ai tre giorni di fuoco nelle carceri e alle prime fermate operaie, affidandosi alle ordinanze prefettizie e agli apparati militari e polizieschi per il contenimento di eventuali proteste e insofferenze diffuse5, mentre ancora tardano a comprenderlo molti compagni, pur volenterosi, che si arrabattano ad inseguire dibattiti piuttosto fumosi sulla limitazione delle libertà individuali (come se il lavoro salariato e coatto non fosse già di per sé la più stringente e odiosa limitazione delle libertà individuali, nato guarda caso proprio all’epoca della fondazione del carcere moderno6) oppure sull’inaspettato pericolo (come se non fosse già presente da lungo tempo) di fascistizzazione di uno Stato che dal fantasma concreto del ventennio non si è poi mai liberato, piuttosto che approfondire l’analisi critica del presente e del divenire che ci attende per poterlo meglio affrontare e rovesciare.

Mentre nella società dello spettacolo attuale, senza necessità di adunate oceaniche, la mobilitazione solidale con lo Stato e il capitale nazionale può essere convocata via FB, Twitter, WA e tutti gli altri social per invitarci a sventolare il tricolore dai balconi e dalle finestre, ad accendere fiammelle e torce cantando inni nazional-popolari di ogni genere e risma e diffondere l’idea dello spionaggio collettivo per denunciare qualunque comportamento ritenuto anomalo, mentre le forze dell’ordine procedono con assoluta arbitrarietà a eseguire direttive confuse e mai chiare e a comminare multe e ammende a pioggia. Il pop incontra il nazionalismo con alcune tra le più note influencer che iniziano ad imbrattare le coscienze collettive fingendo un impegno che resta comunque tutto di parte.

La crisi da coronavirus ha aperto anche un’altra solida possibilità in cui si incrociano due grandi temi che, fino ad ora, erano stati unificati nelle idee (di alcuni) ma lontani tra di loro nella realtà materiale: la lotta operaia e la lotta per l’ambiente. In questi giorni infatti risulta sempre più chiaro che la lotta per la difesa della salute, in fabbrica e fuori, è strettamente intrecciata al discorso della crisi climatica e ambientale. Occorre sviscerare il tema e diffonderlo in una situazione che per un certo periodo sarà feconda e ricettiva. Un metro di Tav vale quanto centodieci giorni di terapia intensiva è solo l’inizio di una parola d’ordine destinata a coinvolgere molte più persone e molti più lavoratori rispetto a prima, in un contesto in cui:

“Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana.[…] la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.
Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.[…] Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog.[…] Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.”7

“La correlazione tra inquinamento atmosferico ed infezioni delle basse vie respiratorie è ormai scientificamente dimostrata. E’ un fattore che aggrava la situazione infettiva senza alcuna ombra di dubbio”, dice Giovanni Ghirga, membro dell’Associazione medici per l’ambiente. Il 19 febbraio ha scritto una lettera pubblicata dal British Medical Journal, sottolineando l’esistenza di un comune denominatore tra l’esplosione in Cina, Sud Corea, Iran e Italia del nord: tutte aree dove l’indice di qualità dell’aria è molto basso.
Una ricerca della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha già trovato una risposta: esaminando i dati delle centraline che rilevano lo smog e in particolare il superamento dei limiti di legge, ha potuto trovare una correlazione con il numero dei casi di persone infettate dal Covid-19. Le curve dell’infezione hanno avuto delle accelerazioni, a distanza delle due settimane necessarie alla manifestazione, con i livelli più alti di polveri sottili.
Numerosi esperti dunque stanno ora identificando nel cambiamento climatico e nell’inquinamento le cause che hanno portato il Pianeta a essere vittima della pandemia.
«La correlazione tra attività antropiche e diffusione dei virus è sempre più evidente. E non è un caso se le aree di maggiore diffusione del Covid-19 sono le stesse dove si verificano più casi di patologie oncologiche. Bergamo, e soprattutto Brescia, hanno i numeri più alti di bambini malati di cancro. Inoltre, a causa della tolleranza indotta, vale a dire al fatto che mediamente le persone hanno già un certo grado di infiammazione polmonare, non è stato possibile accorgersi subito dell’espansione. I sintomi lievi non sono stati notati.»”8

Non si contano ormai le ricerche che dimostrano che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario. Tenerne conto diventerà sempre più obbligatorio, anche di fronte alla minaccia contenuta in uno studio realizzato dall’Organizzazione del Lavoro (che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) che dimostra che la pandemia rischia di provocare la perdita di 25 milioni di posti di lavoro al termine del tunnel attuale9. Cui però, senza esitazione, occorrerà contrapporre i milioni di morti che la stessa pandemia, ultima di una lunga serie di morbi contemporanei, potrebbe causare proprio a causa del regime attuale. Ad esempio in Italia, dove negli ultimi vent’anni sono stati tagliati 70.000 posti letto, a beneficio di una sanità privata che anche negli attuali frangenti cercherà di gonfiare i propri guadagni con autentici profitti di guerra che lo Stato, esattamente come durante i due conflitti mondiali, non si è minimamente preoccupato di calmierare, contribuendo così a ridistribuirne i costi sulla pelle dei cittadini.

Insomma o la vita o il salario e il suo vampiro, il profitto.
Termini decisivi e incompatibili tra chi lotta per salvaguardare la specie e chi lotta e opprime per salvaguardare il presente modo di produzione. Inconciliabili tra di loro e, oltre tutto, irriformabile il secondo. Se ne faranno una ragione le anime pie che lo credono capace di modificarsi per mezzo del green capitalism.

Non a caso quello che molti governi, e molti titoli anticipati in apertura, mettono in risalto è l’autentico clima di guerra che si va via via allargando sul pianeta. Guerra psicologica e di classe, poca guerra al virus e tanta preparazione per i giochi militari e geopolitici, tutt’altro che pacifici, che seguiranno la crisi economica mondiale, ineludibile alla fine della pandemia e già durante il suo decorso.

Con buona pace di tutti coloro che hanno sempre pensato alla guerra allargata come ad un’ipotesi risibile e catastrofista, proprio nel pieno di questa crisi, ogni potenza sta già giocando le sua carte e mettendo in campo le sue strategie economiche e geopolitiche. La fine dell’Europa Unita si profila come scenario credibile ormai, con la politica dell’ognuno per sé, in cui la Germania ha già iniziato a schierare tutte le sue pedine in vista di un terzo tentativo di riprendersi un lebensraum ormai di dimensioni continentali, con buona pace per portavoce del governo che hanno sventolato con troppa bramosia i “soldi facili” provenienti dal Mes (qui).

La Cina si presenta come la vincitrice, per ora, politica del confronto basato sulla crisi indotta dal Covid-19 e i suoi medici, medicinali e aiuti fanno parte di un moderno Piano Marshall sanitario indirizzato a raccogliere consensi e alleati all’interno del pianeta NATO. Idem per la Russia che con il suo invio di aerei, medici e virologi oltre che ospedali da campo in Italia gioca sullo stesso campo, pestando un po’ i piedi sia alla prima che agli Stati Uniti. Non sono pochi gli indizi del sorgere di un rinnovato bipolarismo in cui l’Europa torna frontiera e terreno di contesa e l’Italia un nuovo tassello cruciale da conquistarsi al proprio campo.

Gli Usa nel chiamare, come vuole Trump, lo stesso virus con il nome di virus cinese già affilano le armi comunicative che saranno ben presto affiancate da nuove armi di distruzione di cui il missile ipersonico (capace di volare ad una velocità superiore di cinque volte a quella del suono, qui) appena testato è solo l’anteprima. Mentre nemmeno la gara per la scoperta, produzione e distribuzione del vaccino sfugge ad una logica di confronto che soltanto nella guerra aperta per il controllo del mercato mondiale troverà, presto o tardi, la sua soluzione.

Ospedali da campo di varia nazionalità, truppe per le strade da New York a Milano, discorsi sempre più marcati da termini come nemico comune, guerra, solidarietà nazionale preparano, o almeno dovrebbero preparare, le popolazioni al clima di guerra reale che seguirà a questo periodo di clausura; quando non solo gli interessi geopolitici, ma la fame, le economie disastrate e parassitate e le rivolte per una vita degna dilagheranno in scontro aperto nei tessuti metropolitani. Riuscirà il nostro nemico collettivo e dichiarato, che per ogni nazione avrà prima di tutto il volto del proprio governo e dei propri spietati imprenditori, a ottenere l’effetto desiderato (qui)? Forse, soprattutto se noi, dopo aver seppellito in silenzio i nostri morti ed aver accettato per forza di cose quarantena ed isolamento, non sapremo opporci, sia nelle lotte che nell’immaginario politico che le produrrà e di cui sarà il prodotto, con altrettanta forza e determinazione al suo percorso catastrofico, che in questo ultimo periodo ha ulteriormente sfoggiato il suo volto più autentico, cinico e spietato.

In tutti i frangenti e con ogni mezzo necessario.

“Noi abbiamo il compito quasi impossibile di promulgare un amore che sia ancora più spietato, e con uno spirito di sacrificio che non avremmo mai conosciuto, se non fossimo stati chiamati dalla Storia. In questo momento, le nostre opzioni sono soltanto due: fare tutto, oppure non fare nulla.” (Perfidia – James Ellroy)


  1. https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/coronavirus-del-bono-le-fabbriche-andavano-chiuse-prima-1.3467623  

  2. C. Nordio, I ritardi del governo. Compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese, Giovedì 12 Marzo 2020 il Messaggero  

  3. G. Colombo, “Il motore bresciano si sta fermando”. Intervista a Giuseppe Pasini, Huffington Post 20 marzo 2020  

  4. I. Lombardo, P. Russo, Governatori e scienziati a Conte: “Fermi le fabbriche in Lombardia”, La Stampa 20 marzo  

  5. Si veda come esempio https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/
    il_questore_torino_e_ubbidiente_ma_in_periferia_primi_segnali_di_insofferenza_-251968980/?ref=RHPPTP-BH-I251947184-C12-P5-S11.3-T1  

  6. M. Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Mondadori 1978 e D.Melossi, M.Pavarini, Carcere efabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, il Mulino 1977  

  7. P. Bevilacqua, Ambiente e pandemia: il drammatico connubio della pianura padana, il Manifesto 20 marzo  

  8. M.Bussolati, Sembra che il Covid-19 colpisca più duro nelle aree più inquinate, Business Insider 18 marzo 2020  

  9. P. Del Re, Coronavirus: la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati, la Repubblica 20 marzo  

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Tutti a casa https://www.carmillaonline.com/2020/03/08/tutti-a-casa/ Sun, 08 Mar 2020 21:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58501 di Alessandra Daniele

“Non abbracciatevi. Non stringete la mano a nessuno. Mantenete una distanza di sicurezza dagli altri di almeno un metro. Non frequentate luoghi affollati. Lavatevi spesso le mani. Disinfettate le superfici. Uscite di casa il meno possibile”. Si credeva che l’Apocalisse sarebbe somigliata a un episodio di Supernatural. Invece finora somiglia a un episodio di Monk. Con la differenza fondamentale che, al contrario dell’acuto detective fobico e ossessivo-compulsivo, noi non riusciamo a fermare l’assassino. Questo Coronavirus è un microrganismo ancora misterioso: alcuni li uccide, soprattutto i più debilitati (come l’economia italiana, [...]]]> di Alessandra Daniele

“Non abbracciatevi. Non stringete la mano a nessuno. Mantenete una distanza di sicurezza dagli altri di almeno un metro. Non frequentate luoghi affollati. Lavatevi spesso le mani. Disinfettate le superfici. Uscite di casa il meno possibile”.
Si credeva che l’Apocalisse sarebbe somigliata a un episodio di Supernatural. Invece finora somiglia a un episodio di Monk.
Con la differenza fondamentale che, al contrario dell’acuto detective fobico e ossessivo-compulsivo, noi non riusciamo a fermare l’assassino.
Questo Coronavirus è un microrganismo ancora misterioso: alcuni li uccide, soprattutto i più debilitati (come l’economia italiana, si lamenta Confindustria) ad altri invece conferisce superpoteri: Giuseppe Conte era solo un avvocaticchio, una sagoma di cartone segnaposto, adesso invece è diventato un giudice supremo in grado di condannare tutti gli italiani agli arresti domiciliari.
Oltre al record occidentale delle vittime e dei contagiati, l’Italia ha anche il primo leader politico colpito da Covid-19, Nicola Zingaretti.
Gira voce che il Coronavirus stia mutando.
Fra qualche giorno potrebbe iscriversi a Italia Viva.
Mentre tutti i media mainstream si concentrano sull’epidemia di Covid-19, in una continua alternanza schizofrenica di catastrofismo e negazionismo, nel vano tentativo di salvare capra (il governo) e cavoli (gli interessi economici), infuria l’epidemia di encefalite spongiforme che ha colpito i leader della Lega. Da Fontana che si mette la mascherina sugli occhi per fingere di non vedere la crisi in Lombardia, a Zaia che accusa i cinesi di mangiare topi vivi (come i Visitors) a Salvini, lo stalker che continua a citofonare a vuoto a Mattarella, cercando disperatamente di approfittare della crisi, per imbucarsi in un governo che ogni giorno lui stesso accusa d’essere già fin troppo pieno di litigiosi cialtroni voltagabbana.
Salvini è nel panico: se dovesse rinunciare definitivamente ai bagni di selfie coi suoi fans, la sua carriera politica sarebbe finita.
Già la Lega precipita nei sondaggi, adesso che in giro per il mondo i porti sono chiusi alle navi italiane, adesso che gli italiani sono dalla parte sbagliata del muro non hanno più tanta voglia di costruirlo.
Karmavirus.
Intanto negli ospedali l’esiziale carenza di personale e di posti letto rende ben chiara la reale natura della minaccia: se l’epidemia esplode, non sarà il Coronavirus a fare più vittime, saranno i tagli alla Sanità pubblica. Sarà il liberismo.
La vera peste del nostro secolo.

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