lavoro coatto – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dalla Madre Terra alla Landa selvaggia passando per il Leviatano https://www.carmillaonline.com/2021/05/12/dalla-madre-terra-alla-landa-selvaggia-passando-per-il-leviatano/ Wed, 12 May 2021 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65879 di Sandro Moiso

Fredy Perlman, Contro la storia, contro il Leviatano, Bepress Edizioni, Lecce 2013, pp. 360, 18 euro

Ancor prima di parlare di questo libro, uscito ormai da diversi anni ma ancora disponibile presso l’editore e nella distribuzione on line, occorre parlare dell’autore: Fredy Perlman. Autentico Phileas Fogg1 del mondo della critica radicale della nostra civiltà, ancor più che del solo modo di produzione attuale, Perlman, nel corso della [...]]]> di Sandro Moiso

Fredy Perlman, Contro la storia, contro il Leviatano, Bepress Edizioni, Lecce 2013, pp. 360, 18 euro

Ancor prima di parlare di questo libro, uscito ormai da diversi anni ma ancora disponibile presso l’editore e nella distribuzione on line, occorre parlare dell’autore: Fredy Perlman.
Autentico Phileas Fogg1 del mondo della critica radicale della nostra civiltà, ancor più che del solo modo di produzione attuale, Perlman, nel corso della sua breve ma intensa esistenza (Brno, 20 agosto 1934 – Detroit, 26 luglio 1985), è stato influenzato da Guy Debord, Jacques Camatte, dal ’68 parigino cui ebbe modo di partecipare e dall’esperienza di contestazione, in loco, del socialismo titoista.

Ognuna di queste esperienze lasciò sicuramente un segno profondo nel suo pensiero e nelle numerose opere che ne derivarono ma, allo stesso tempo, nessuna di esse fu di per sé definitiva per l’autore, scrittore ed editore di origini ceche ma naturalizzato statunitense, oggi considerato uno dei padri ed ispiratori dell’anarchismo primitivista. Anche se certamente lo stesso avrebbe rifiutato, in vita, questa definizione insieme a tutte quelle che finissero in ista, a meno che non si trattasse, come ebbe a dire una volta, di violoncellista (da suonatore di violoncello quale era).

I suoi scritti e le sue opere sono state tradotte fuori dagli Stati Uniti in diverse lingue e in molti paesi ma questa, scritta nel 1983 e che pur rappresenta una sintesi della sua ricerca, è una delle poche tradotte in italiano. E ciò costituisce una grave pecca su cui torneremo alla fine di questa recensione/riflessione.

Contro la storia contro il Leviatano è un libro affascinante dal quale, una volta iniziata la lettura è difficile staccarsi. Rapisce l’attenzione e la mente nel suo delineare l’evoluzione della comunità umana da quella primitiva, non ancora ossessionata dal possesso e dalla produzione di plusvalenze, alla “civiltà” con l’imposizione di regole, norme e zek (il nome definirebbe i lavoratori coatti dei gulag staliniani e post-staliniani, ma l’autore in spregio alla fallimentare esperienza sovietica lo utilizza per tutti i lavoratori coatti o schiavi) destinati ad arricchire la stessa di beni in eccesso destinati a nutrire e mantenere prima i re e i monarchi, poi i sacerdoti e, susseguentemente, gli scribi e gli Ensi ovvero coloro che già in età sumerica rappresentavano gli interessi del monarca per godere a loro volta di privilegi.

E’ una narrazione che ci spiega come la Storia, nata al maschile con l’utilizzo della scrittura, soppianti poco alla volta la narrazione mitica condivisa del passato. Una narrazione orale che passava di generazione in generazione fondando orizzontalmente la comunità, diversamente dalla narrazione verticale e autoritaria che si imporrà con la nascita delle cronache scritte, destinate a narrare soltanto le verità del potere. Nel fare ciò Perlman usa un registro narrativo che sembra uscire, da un lato, dalla voce degli antenati e dalle loro forme, dimenticate e spesso “al femminile”, di memorizzazione e, dall’altro, dalle riflessioni sul discorso di “verità” su cui si fonderebbero la conoscenza e la memoria moderna così come lo analizzò Michel Foucault a partire dagli anni ’70.

E’ il registro preciso e semplice, ma allo stesso tempo immaginifico, usato dall’autore a coinvolgere il lettore, nonostante le contraddizioni o le semplificazioni in cui incorre nel corso della ricostruzione dell’avvento del Leviatano, destinato a sostituire la comunità umana con lo Stato, le leggi scritte (a beneficio di pochi e a garanzia della miseria dei più), le religioni rivelate e soprattutto la Madre Terra con quella ostile Landa Selvaggia, destinata ad essere combattuta e sottomessa, che sembra affermarsi con la visione del mondo apportata dal cristianesimo, ma non solo.

E’ un assalto selvaggio, radicale, incessante quello che Perlman conduce invece contro tutte le forme di potere istituzionalizzato, contro le religioni che hanno abbandonato l’animismo per rendere l’Uomo (si proprio lui, al maschile) nemico e dominatore della Natura (e conseguentemente della donna creatrice di vita); tanto contro il pensiero liberale del Capitalismo quanto contro la formalizzazione e la razionalizzazione della condizione umana “moderna” avvenuta non solo con l’Illuminismo ma anche attraverso il marxismo e lo stesso pensiero anarchico tradizionale.

Non si fanno sconti e la campagna promozionale del riciclaggio costante dell’esistente come unica forma di vita e di organizzazione viene mostrata per quella che è: una truffa, forse millenaria.
Iniziata quando le donne e, soprattutto, gli uomini iniziarono a perdere quel contatto con l’essenza del mondo che aveva caratterizzato per migliaia di generazioni l’esistenza della nostra specie sul pianeta. Quella sorta di silenzio/assenso nei confronti dell’universo che le circondava che era determinante ai fini di un equilibrio tra specie e Natura oggi definitivamente perso.

Era una coscienza convinta della nullità del singolo di fronte alla Natura, di cui la morte è parte integrante, che è abitata però da forze vive e potenti destinate a riflettersi nelle azioni degli esseri umani finché questi non accettino, per forza, costrizione o convinzione di diventare zek, molle e ingranaggi di una macchina che procede distruggendo tutto quanto la circonda nella finzione del benessere assicurato per tutti. E di cui anche i monarchi, i potenti, i borghesi di oggi e di ieri non sono altro che ubbidienti meccanismi che, in ogni caso, possono essere rapidamente sostituiti con ricambi dello stesso tipo.

Una forma di conoscenza collettiva che obbligava le comunità umane a compiere riti e sacrifici propiziatori destinati a ingraziarsi e rabbonire le forze che le sovrastavano e le divinità che le rappresentavano; oggi sostituiti dal rito del consumo, destinato a celebrare ed eternizzare il capitale nel tempio del mercato, di cui i primi celebranti sono i lavoratori schiavizzati/zek succubi della sua forza e del suo fascino pestifero. Un rito crudele e insensato in cui il prodotto del lavoro in eccesso viene riacquistato e consumato dagli schiavi contenti di ciò. Schiavi ridotti ormai soltanto a contendere ai padroni, e a contendersi tra di loro, un ulteriore surplus di prodotto in cui affogare le proprie vite. Sia nei grandi centri commerciali o cittadini, sia nel mondo virtuale della new economy globalizzata.

Ci mostra Perlman una società che, convinta di essere creativa e fantasiosa, ha in realtà perso gran parte della creatività e della fantasia collettiva che avevano caratterizzato quelle legate alla Natura, finendo col produrre un immaginario individuale e collettivo sempre più miserabile e ristretto. Una società che ha chiamato “luce” la cecità e ha finito col definire ignoranza ogni forma di sapere e conoscenza precedente. Non c’è simpatia per il Rinascimento e i suoi “uomini” in Perlman e tanto meno ne avrebbe oggi nei confronti degli apprendisti scienziati-stregoni che si muovono autoritariamente intorno al Covid, più simili ai bianchi che distribuivano coperte infettate con il vaiolo tra i nativi americani che non ai medici che vorrebbero essere (almeno a parole).

Quello dell’autore americano è un discorso che stride e ancor più spesso urta con le nostre convinzioni, anche con quelle che si pensano più radicali, ma, sia ben chiaro, che non può essere nemmeno digerito in qualsiasi contesto new age o politically correct. E’ un discorso altro, non privo di debolezze intrinseche, ma con cui vale la pena di fare i conti. Anche oggi, mentre la vita viene pian piano spenta dal dio morto del denaro e del profitto. Così come in altre epoche gli dei vivi e vivaci, burloni, feroci e rissosi legati alla Natura furono sostituiti da un dio tetro e morto crocifisso.

Un Dio morto che proclamava «Io sono la vita e la luce» nello stesso momento in cui diffondeva la paura della vita e dei suoi istinti, per rimandare il tutto ad una vita incorporea dopo il buio della Morte della carne, unica vera depositaria della nostra vitalità materiale ed intellettiva.
Non sembri fuori luogo, a questo punto, contrapporre con insistenza Vita e Morte all’interno del discorso sull’evoluzione della società umana e delle sue istituzioni statali, poiché tra le fonti di ispirazione di Perlman vi è proprio l’opera di Norman Brown (La vita contro la morte) che ha segnato, insieme ad Eros e civiltà di Herbert Marcuse, il pensiero anti-repressivo degli anni Sessanta2.

Questa ricerca della vita spinse lo stesso Perlman non solo a girare il mondo in compagnia della moglie Lorraine Nybakken, attuale custode delle sue memorie e continuatrice della sua opera editoriale3, a caccia di esperienze e conoscenze, ma anche a far parte per un periodo del Living Theatre, durante il quale scrisse The New Freedom, Corporate Capitalism e la pièce teatrale dal titolo Plunder.

Ma Perlman fece anche parte del gruppo che fondò la Detroit Printing Co-op e le pubblicazioni della Black and Red, di cui fu l’editore, furono stampate lì, insieme ad altri progetti che andavano dai volantini ai giornali ai libri. Per diversi anni, Perlman fu membro degli Industrial Workers of the World e negli anni Settanta lavorò a diversi libri, sia originali che traduzioni, tra cui la Storia del movimento machnovista di Pëtr Andreevič Aršinov, La rivoluzione sconosciuta di Volin e testi di Jacques Camatte.

Contro la storia contro il Leviatano è un libro da leggere e meditare, anche nelle parti che meno potrebbero convincerci ad una prima lettura (e magari anche ad una seconda), che rivela un autore che forse varrebbe la pena di pubblicare in maniera più consistente anche qui da noi. Numerose sono infatti le sue opere derivate dalle esperienze colte nel suo girovagare e riflettere intorno al mondo e alla vita. Tra tutte, potrebbero essere di interesse per il pubblico italiano: La riproduzione della Vita Quotidiana (The reproduction of daily life,1969) e Il fascino ininterrotto del Nazionalismo (The continuing appeal of Nationalism, 1984), entrambe pubblicate in Italia per Chersi libri nel 2006 con il titolo L’eterna seduzione del nazionalismo. In particolare nella seconda l’autore sostiene che qualsiasi tipo da nazionalismo, sia di destra che di sinistra, è indirizzato al controllo della Natura e delle persone e destinato a sfociare, sia quand’è progressista che conservatore, nel razzismo, nella guerra e nel genocidio.


  1. Phileas Fogg è il protagonista del romanzo d’avventura Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne.  

  2. Norman O. Brown, La vita contro la morte. Il significato psicoanalitico della storia, Adelphi, Milano 2002 (prima edizione italiana 1971)  

  3. Autrice anche della biografia del marito: Lorraine Perlman, Having Little Being Much. A Chronicle of Fredy Perlman Fifty Years’s, Black and Red, Detroit (Michigan) 1989.  

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Il razzismo, la democrazia e il male assoluto https://www.carmillaonline.com/2020/09/16/il-razzismo-la-democrazia-e-il-male-assoluto/ Wed, 16 Sep 2020 21:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62585 di Sandro Moiso

James Q. Whitman, Il modello americano di Hitler. Gli Stati Uniti, la Germania nazista e le leggi razziali, LEG edizioni, Gorizia 2019, pp. 180, 20,00 euro

E’ un tema spinoso, un argomento scottante e soprattutto un terreno minato quello in cui si avventura James Q. Whitman, docente di Diritto comparato presso la Yale Law School, nell’analizzare i rapporti tra le leggi razziali e razziste americane (riferibili come “leggi Jim Crow”) e l’insegnamento che ne trassero e l’uso che ne fecero i legislatori nazisti che diedero vita alle leggi di [...]]]> di Sandro Moiso

James Q. Whitman, Il modello americano di Hitler. Gli Stati Uniti, la Germania nazista e le leggi razziali, LEG edizioni, Gorizia 2019, pp. 180, 20,00 euro

E’ un tema spinoso, un argomento scottante e soprattutto un terreno minato quello in cui si avventura James Q. Whitman, docente di Diritto comparato presso la Yale Law School, nell’analizzare i rapporti tra le leggi razziali e razziste americane (riferibili come “leggi Jim Crow”) e l’insegnamento che ne trassero e l’uso che ne fecero i legislatori nazisti che diedero vita alle leggi di Norimberga nel 1935.
Molti studiosi, storici del diritto e non, avevano già in precedenza rilevato il collegamento tra i due regimi giuridici, ma, quasi tutti, hanno cercato poi di sminuirne il valore o, almeno, di separare e distanziare nettamente le due realtà, tendendo a negare che le Leggi Jim Crow possano davvero avere avuto importanza nella costituzione del modello nazista.

Invece, fin dalla Prefazione, Whitman afferma che:

Si dice spesso che il razzismo americano sia incompatibile con i valori della democrazia americana – e in particolare che lo schiavismo su base razziale abbia rappresentato una macchia sulla Fondazione, una contraddizione con le promesse della nuova repubblica. Ma […] democrazia e razzismo andavano a braccetto agli albori della storia americana […] E’ dura convincere le persone ad accettare di essere tutte uguali. Una delle strategie migliori per ottenere questo risultato, come sappiamo, è di farle unire contro un comune nemico razziale -convincendo bianchi poveri e bianchi ricchi, ad esempio, a unirsi nel disprezzo per i neri. John C. Calhoun, un personaggio oggetto di una lusinghiera biografia nazista nel 1935, descrisse i punti chiave di questa strategia nel 1821. Lo schiavismo su base razziale, diceva, era necessario in quanto si trattava della “migliore garanzia di eguaglianza fra i bianchi. Esso produce fra loro un livello di parità […]”.
Anche la politica nazista era una politica che promuoveva una forma di egualitarismo nello stile di Calhoun – egualitarismo per quelle persone che i nazisti consideravano membri del Volk, a spese di quelli che non lo erano. Quando esaminavano la mostruosa legislazione razziale americana all’inizio degli anni ’30, i giuristi nazisti stavano esaminando un qualcosa le cui fondamenta politiche non erano poi così diverse dalle loro. Entrambi i paesi erano culle di un egualitarismo fatto di risentimento razziale.1

Nelle pagine successive l’autore ci ricorda poi che, il 5 giugno 1934, i più importanti giuristi della Germania nazista si erano riuniti per progettare quelle che sarebbero poi diventate le Leggi di Norimberga, vero impianto legislativo su cui si sarebbe fondato, fino alla sua caduta, il regime.
In queste l’esclusione dai diritti dei cittadini non ariani, la loro emarginazione e successiva proibizione dei matrimoni misti, si sarebbe accompagnato ad una vera e propria definizione e creazione del “vero” cittadino nazista e della sua bandiera.

Fu una riunione importante, e uno stenografo presente produsse una trascrizione letterale, un documento che la diligentissima burocrazia nazista conservò a testimonianza di quello che era un momento cruciale nella creazione del nuovo regime razziale […] Nel corso dei minuti iniziali, il Ministro della Giustizia Gürtner presentò un promemoria sulle leggi americane sulla razza, una nota redatta con grande accuratezza dai funzionari del ministero proprio in vista di quell’incontro; e durante la discussione i partecipanti tornarono più volte ai modelli americani di legislazione nazista. E’ assolutamente sbalorditivo scoprire che tra i presenti, i nazisti più radicali fossero i più appassionati sostenitori della lezione che l’approccio americano offriva alla Germania. Questa trascrizione, inoltre, non è l’unica testimonianza dell’attenzione dei nazisti alle leggi razziali americane. Fra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 molti nazisti, fra i quali persino lo stesso Hitler, mostrarono grande interesse per la legislazione razzista degli Stati Uniti. Nel Mein Kampf Hitler lodava l’America come niente di meno che “l’unico stato” che fosse riuscito a progredire in direzione di quell’ordine razzista che le Leggi di Norimberga miravano a realizzare […] Per dirla con le parole di due storici del Sud, negli anni ’30 la Germania nazista e il Sud degli Stati Uniti si guardavano “come allo specchio”: si trattava di due regimi apertamente razzisti e di straordinaria crudeltà. Nei primi anni ’30 gli ebrei tedeschi erano braccati, picchiati e talvolta assassinati sia da bande organizzate che dallo Stato stesso. Negli stessi anni, i neri del Sud americano erano a loro volta braccati, picchiati e talvolta assassinati.2

Certo nella vulgata comune la vicinanza tra i due sistemi è una realtà negata e difficile da digerire.

Quali che siano state le analogie fra i regimi razzisti degli anni ’30, per quanto disgustosa possa essere la storia del razzismo americano, siamo abituati a pensare al nazismo come a un orrore senza precedenti. I crimini nazisti rappresentano l’abominio, l’orribile sprofondare verso quello che viene spesso definito “male radicale”.3

Eppure, eppure… la realtà è, secondo l’autore, che l’interesse dei nazisti per l’esempio americano di leggi razziali «fu duraturo, significativo e in certi casi persino entusiasta. Sicuramente volevano imparare dall’America».
Prova ne sia che appena dopo la proclamazione della Legge sulla cittadinanza del Reich, di quella sulla protezione del sangue e dell’onore tedesco e di quella sulla bandiera del Reich, quarantacinque avvocati nazisti salparono per New York sotto gli auspici dell’Associazione nazionalsocialista tedesco dei giuristi. Il viaggio fu una ricompensa per gli avvocati, che avevano codificato la filosofia legale basata sulla razza del Reich.

Lo scopo dichiarato della visita era quello di ottenere “uno speciale spaccato del funzionamento della vita legale ed economica americana attraverso studi e conferenze”. I precedenti americani ebbero così modo di informare altri cruciali testi nazisti, tra cui il Manuale socialista nazionale per la legge e la legislazione. Un saggio fondamentale in quel volume, le raccomandazioni di Herbert Kier per la legislazione razziale, dedicava un quarto delle sue pagine alla legislazione degli Stati Uniti, che andava oltre la segregazione includendo le regole che governano gli indiani d’America, i criteri di cittadinanza per filippini e portoricani e gli afroamericani, i regolamenti sull’immigrazione e divieti contro l’incrocio di razze in circa 30 stati. Nessun altro paese, nemmeno il Sudafrica, possedeva un insieme così sviluppato di leggi pertinenti.

Non si confonda quindi il lettore nel pensare agli Stati Uniti degli anni Trenta, quelli dell’età di Roosvelt e del New Deal e poi avversari del nazismo e dell’espansionismo nipponico dopo l’attacco di Pearl Harbor, come al regno della democrazia e del diritto. Il Partito Democratico aveva una buona parte delle sue radici e del suo elettorato proprio in quel Sud in cui le leggi segregazioniste erano particolarmente diffuse mentre, nello stesso periodo, anche i bianchi poveri e i piccoli contadini sfuggiti alle tempeste di polvere dell’Oklahoma avrebbero dovuto fare i conti con una nuova forma di segregazione di classe nei campi che “accoglievano” i migranti interni in California. In attesa di essere impiegati come manodopera e braccianti a bassissimo costo nelle grandi imprese agricole del Golden State.

Lavoro coatto nella sua forma schiavista (o quasi) che dagli afro-americani si era esteso al proletariato bianco, non troppo dissimile da quello che sarebbe diventato poi d’uso comune per i prigionieri di guerra e gli internati dei campi di concentramento che, nel corso del secondo macello imperialista, avrebbe caratterizzato economie e società di gran parte dei paesi belligeranti. Non soltanto in Germania.

Come afferma Whitman, l’intento della sua ricerca «è quello di raccontare una storia trascurata: la storia di come i nazisti, al momento della redazione delle Leggi di Norimberga, andarono a scavare nella legislazione americana in cerca di ispirazione. Ma è anche quello di interrogarci su cosa questo ci dica della Germania nazista, della storia moderna del razzismo, e soprattutto dell’America».

Molto spesso ricerche come quella del Whitman sono state tacciate, a torto o a ragione, di costituire una sorta di reductio ad Hitlerum, ovvero una tattica tendente a screditare qualcuno o qualcosa comparandolo ad Adolf Hitler o al nazismo tout court. Per alcuni interpreti tale tattica potrebbe poi avere, in alcuni casi, anche la funzione di ridurre le responsabilità politiche e morali del nazismo dimostrando che anche altri avrebbero operato in passato nello stesso modo.

Peccato però che anche tale interpretazione potrebbe servire a mascherare le responsabilità dei disastri militari, politici, economici e sociali (oltre che morali) tipici del modo di produzione attualmente dominante, la cui distruttività non è merito soltanto di singoli individui (Hitler o Trump, solo per citarne due fin troppo facili da indicare) o partiti, ma soprattutto delle insopprimibili regole di divisione di classe e di appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta che ne costituiscono le fondamenta, fin dal suo primo apparire nel XVI secolo.

A ben guardare, poi, è proprio l’America di oggi, quella che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni attraverso i canali televisivi e tutti gli altri media, a confermarci la ferocia del razzismo sotteso dalla libertà americana. Una pur rapida disamina dei recenti atti di violenza poliziesca nei confronti della popolazione afro-americana ci conferma infatti ancora che gli Stati Uniti, dalla loro originaria fondazione fino all’uccisione di George Floyd e a quelle successive verificatesi a Kenosha, Los Angeles e Washington, hanno fondato la loro struttura sociale su una rigida divisione etnica basata su quella che è stata definita “linea del colore” e, anche all’interno delle etnie escluse, su una ferrea divisione classista tra chi ha e chi non ha.

Lo stesso estensore della Dichiarazione di indipendenza, Thomas Jefferson, poteva infatti lanciare l’idea di una indefinita ricerca di uguaglianza e felicità cui sarebbe stato destinato il popolo americano, pur mantenendo nelle sua piantagioni 250 schiavi, dimostrando così nei fatti (nonostante la sua successiva promessa di contribuire a liberare tutti gli schiavi mai veramente andata in porto) come segregazione razziale e sfruttamento o sterminio delle altre etnie ad opera dell’uomo bianco non fossero che l’altra faccia della medaglia del progressismo liberale. Cosa che già anche Marx aveva notato, nel 1847 in Miseria della filosofia, affermando che la schiavitù del Sud degli Stati Uniti poco o nulla aveva a che fare con quella antica, mentre invece costituiva un moderno sistema di sfruttamento, peraltro indispensabile allo sviluppo del capitalismo manifatturiero inglese ed europeo4.

Anche se è pur sempre indubitabile che se gli Stati Uniti sono entrati negli anni ’30 come l’ordine razziale più consolidato del globo, i percorsi di Norimberga e le leggi Jim Crow si sono svolti in modo molto diverso, uno culminante nel genocidio di massa, l’altro, dopo molte lotte, in conquiste dei diritti civili. Ma, come ha rilevato Ira Kratznelson, politologo e storico americano specializzato nell’analisi dello stato liberale e delle disuguaglianze negli Stati Uniti presso la Columbia University, in una recensione del libro di Whitman: «nessuna di queste conquiste, nemmeno la presidenza di un afroamericano, ha rimosso le questioni di razza e cittadinanza dall’agenda politica. I dibattiti attuali su entrambi i punti ci ricordano chiaramente che i risultati positivi non sono garantiti. Le stesse regole del gioco democratico – elezioni, open media e rappresentanza politica – creano possibilità persistenti di demagogia razziale, paura ed esclusione». Per cui occorre ricordare che se Donald Trump, da un lato, minaccia l’uso della forza e delle armi per riportare l’ordine nelle città in rivolta, dall’altro il candidato “democratico” Joe Biden, nel discorso tenuto proprio alla Grace Lutheran Church di Kenosha il 3 settembre, non ha mancato di ribadire che: “Non conta quanto sei arrabbiato, se fai razzie o appicchi il fuoco, devi poi risponderne. Punto. Non puo’ essere tollerato, su tutta la linea”.

Il male, quello vero che ci attanaglia in ogni luogo e in ogni momento, ha il volto di un modo di produzione giunto alla sua fase terminale e che sopravvive grazie al mantenimento delle sue strutture più arcaiche e odiose, destinate a reprimere e dividere subdolamente la massa di coloro che dovrebbero affossarlo per sempre. Di queste strutture, ed eterne exit strategy per il capitalismo, certamente il razzismo, negli Stati Uniti di Trump e dei suoi predecessori oppure qui nell’Italietta di Salvini, Minniti, Meloni, Di Maio e Conte, costituisce ancora uno degli aspetti più insopportabili e verminosi.

N.B.
In memoria di Michael Reinoehl, “100% Antifa” come era solito definirsi, ucciso dagli agenti federali giovedì 3 settembre a Lacey, Stato di Washington, per essersi attivamente opposto alla manifestazione suprematista di Portland la settimana precedente.


  1. J.Q. Whitman, Il modello americano di Hitler, pp.11-12  

  2. J.Q. Whitman, op. cit. pp.15-16  

  3. Ivi, pag. 16  

  4. Per una più approfondita disamina dell’evoluzione del pensiero e dell’analisi di Marx sullo schiavismo si veda: J. Bellamy Foster, H. Holleman e B. Clark, Marx e la schiavitù, Monthly Review, qui  

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Sull’epidemia delle emergenze /Appendice 1: una modesta proposta https://www.carmillaonline.com/2020/04/02/sullepidemia-delle-emergenze-appendice-1-una-modesta-proposta/ Thu, 02 Apr 2020 18:30:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59175 Si riproduce qui un’intervista a Sandro Moiso, uno degli autori dei recenti interventii pubblicati su Carmilla on line sugli aspetti politici e sociali dell’attuale pandemia, andata in onda martedì 31 marzo sulle frequenze di Radio Onda d’urto. Nel corso della stessa, oltre ad un riassunto delle considerazioni già illustrate nei cinque articoli usciti dal 4 marzo fino ad oggi, sono presentate due modeste proposte di organizzazione e discussione collettiva da mettere in atto: una sui luoghi di lavoro e nelle fabbriche già aperte o destinate a riaprire e l’altra quando sarà [...]]]> Si riproduce qui un’intervista a Sandro Moiso, uno degli autori dei recenti interventii pubblicati su Carmilla on line sugli aspetti politici e sociali dell’attuale pandemia, andata in onda martedì 31 marzo sulle frequenze di Radio Onda d’urto. Nel corso della stessa, oltre ad un riassunto delle considerazioni già illustrate nei cinque articoli usciti dal 4 marzo fino ad oggi, sono presentate due modeste proposte di organizzazione e discussione collettiva da mettere in atto: una sui luoghi di lavoro e nelle fabbriche già aperte o destinate a riaprire e l’altra quando sarà possibile riconvocare assemblee pubbliche e convegni. A partire dai territori lombardi maggiormente colpiti dal Covid-19 e dal virus aziendalistico del lavoro coatto.

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Miseria delle miniere e bellezza della natura https://www.carmillaonline.com/2018/08/29/miseria-delle-miniere-e-bellezza-della-natura/ Wed, 29 Aug 2018 21:20:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48173 di Sandro Moiso

James Still, Fiume di terra, a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2018, pp. 220, € 17,00

In un’intervista rilasciata a François Busnel, nel corso del programma televisivo America tra le righe, lo scrittore James Lee Burke ha dichiarato che molto probabilmente il patriottismo americano si fonda principalmente sull’amore che ogni cittadino degli States prova per il paesaggio, la natura, il territorio e i grandi spazi che lo circondano. Se questa affermazione fosse vera, sicuramente il romanzo di James Still appena tradotto in italiano per le edizioni Mattioli 1885 ne fornirebbe una prova consistente e significativa.

L’autore [...]]]> di Sandro Moiso

James Still, Fiume di terra, a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2018, pp. 220, € 17,00

In un’intervista rilasciata a François Busnel, nel corso del programma televisivo America tra le righe, lo scrittore James Lee Burke ha dichiarato che molto probabilmente il patriottismo americano si fonda principalmente sull’amore che ogni cittadino degli States prova per il paesaggio, la natura, il territorio e i grandi spazi che lo circondano. Se questa affermazione fosse vera, sicuramente il romanzo di James Still appena tradotto in italiano per le edizioni Mattioli 1885 ne fornirebbe una prova consistente e significativa.

L’autore originario dell’Alabama, nato nel 1906 e scomparso nel 2001, è stato romanziere, poeta e studioso del folklore, oltre che militante per i diritti civili, che ha vissuto per la maggior parte della sua vita in una contea del Kentucky che sembra essere stata la fonte di ispirazione per le sue storie e, in particolare, del suo romanzo più famoso: River of Earth.
Mentre le altre fonti di ispirazione per il romanzo sembrano essere stata la sua infanzia e quella del padre che, oltre alla attività di agricoltore, svolse anche quella di horse doctor (colui che si occupa della salute dei cavalli, soprattutto al momento del parto), proprio come l’io narrante del romanzo, un bambino non ancora adolescente, afferma più volte di voler fare.

Fiume di terra fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1940, un anno dopo Furore di John Steinbeck, all’apice di quel New Deal roosveltiano che avrebbe dovuto risolvere i gravi problemi economici e sociali causati dalla Grande Crisi che aveva avuto inizio nel 1929. Ma mentre il romanzo di Steinbeck, pur importantissimo, prendeva spunto dall’indagine giornalistica che lo scrittore aveva condotta nel 1936 tra i profughi interni provenienti dall’Oklahoma e dalle aree rurali sconvolte dalla crisi e dalle tempeste di polvere1, l’opera di Still prende l’avvio, in maniera abbastanza evidente, dalle narrazioni e dalle memorie udite in famiglia e nell’ambiente che lo circondava sulle difficili condizioni di vita dei minatori del Kentucky e del West Virginia, negli anni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX.

Lo stile letterario si pone a metà strada tra Mark Twain e William Faulkner, poiché dal primo Still trae la leggerezza della descrizione anche degli avvenimenti più drammatici e l’umorismo con cui vengono osservate dal piccolo narratore vicende e personaggi, mentre dal secondo la creazione di una contea povera e popolata da individui spesso ignoranti e analfabeti, come quella di Yoknapatawpha nel Mississippi inventata da Faulkner per ambientare le sue storie, che hanno spesso come unico riferimento culturale una Bibbia il cui discorso è conosciuto soltanto attraverso l’interpretazione datane da predicatori girovaghi e in odor di santità popolare, come il Fratello Sim Mobberly che attraversa le pagine del romanzo quasi soltanto per celebrare funerali o per presenziare a cerimonie improvvisate in mezzo alle campagne impoverite.

Il linguaggio utilizzato e messo in bocca ai personaggi oppure nella “penna” del piccolo narratore, di cui purtroppo una parte cospicua va persa per forza di cose nella pur attenta traduzione italiana a cura di Livio Crescenzi, è un misto tra la lingua degli individui che popolano i racconti di Mark Twain e la sperimentazione linguistica di Faulkner e da sola rende l’idea di un mondo e di una sottocultura locale in cui l’istruzione primaria e la scuola costituiscono un autentico, e talvolta violentemente respinto, lusso.

Lingua che però presenta enormi differenze tra le parti in cui è la vita miserabile degli esseri umani ad essere descritta e quelle in cui è la descrizione estremamente precisa di una natura minuta (alberi da frutto, cespugli, insetti, volatili selvatici e da cortile) oppure grandiosa di boschi e torrenti dalla acque ancor a cristalline a far da padrona. Dando vita in questo modo ad un autentico contrappunto, anche linguistico, tra le semplici meraviglie della Natura e le complesse vicende che definiscono le miserie degli uomini e delle donne che popolano la narrazione.

Una storia famigliare che assume anche, nel corso del suo svolgimento, le caratteristiche di uno studio antropologico sulla trasformazione di una società prevalentemente agricola in una società in cui sarà l’attività industriale e mineraria a caratterizzare le vite degli uomini. L’autore coglie infatti un momento decisivo della trasformazione delle strutture sociali, mentali e comportamentali avvenuta nel passaggio tra società agricola e industriale o, per lo meno, tra una vita spesa nel lavoro dei campi e nella relativa indipendenza dei nuclei famigliari e una in cui la dipendenza da un salario renderà gli individui sempre più schiavi e succubi del lavoro coatto e della produttività.

E’ uno scontro che attraversa tutto il romanzo e la famiglia stessa del narratore. Uno scontro che vedrà cadere più facilmente preda dell’illusione salariale gli uomini, disposti a scambiare la loro libera iniziativa con una promessa di continuità lavorativa che non verrà mai mantenuta. Mentre d’altro lato saranno le donne, madri e nonne, a difendere maggiormente l’autonomia famigliare e il legame con la terra, questo fiume possente sul quale tutti sono destinati a nascere, generare e morire senza sapere, come afferma il Fratello Sim Mobberly in una delle sue prediche, dove li sta portando. Ma a cui è inevitabile affidarsi, come a Dio.

Una commistione di fede biblica e di legame con la terra che rende le donne particolarmente forti all’interno delle vicende: soffrono, partoriscono, vedono morire i figli più piccoli, ubbidiscono a mariti un po’ troppo disponibili a scambiare la propria fatica in cambio di uno stipendio e l’indipendenza in cambio di un lavoro incerto, educano i figli, coltivano i campi, cucinano, muoiono sole e lontane dall’affetto di mariti che sono deceduti prima e di figli che non hanno più tempo per loro. Donne che, nonostante tutto, mantengono vivo dentro di sé la fiamma della memoria. E magari anche quella della vendetta, condotta però senza la brutalità tipica degli uomini.
Continuando a rappresentare la continuità delle famiglie e della specie, al di sopra di tutto ciò che una società maschile può ordire per andare incontro alla propria autodistruzione.

Fuori e dentro dalle miniere di carbone, con il lavoro e senza il lavoro; fuori e dentro il carcere, colpevoli o meno, questo sembra invece essere il destino riservato agli uomini ormai succubi del duro lavoro e della fiducia in un progresso soltanto apparente.

“Kell Haddix parlando sollevava le braccia. «Quelli lì avviarono la fonderia di Willardsborough con un tozzo di pane, un centinaio di dollari. Un affare d’oro. E’ così fratello…Cristo, la vidi funzionare io con i miei stessi occhi, e come bruciava.» […] Con il piede Papà colpì un gancio a tre punte appeso al bordo della griglia. «Sì, ma trent’anni fa» disse, volendo sminuire la cosa. «Sono quasi venticinque anni che ormai la fonderia sta cadendo in rovina. Oggigiorno non rende più scavare il minerale su per questi monti. Per ogni vagoncino, ci rimettono un sacco di soldi.»
Le labbra serrate, Kell sorrise, amaro. «E’ proprio quello che sto dicendo anch’io. Buttano via i soldi. Li bruciano. E si tratta della stessa società che possiede anche questa miniera. Quella è gente che è sempre stata ben attenta a non perdere nemmeno un centesimo dal portafoglio che hanno sul culo. E qui sprecano soldi, fratello, per cui, vedrai, lunedì inizieranno a tagliare una giornata lavorativa a settimana. E sì che in questo periodo dell’anno gli affari della miniera dovrebbero andare a gonfie vele.»
«Quando mi sono trasferito a Blackjack, mi figuravo che avrei lavorato regolarmente. Ma ho vissuto abbastanza a lungo stringendo la cinghia per cui non mi spaventa eccessivamente se mi riducono un po’ il salario.»
Kell si passò la mano tra i capelli, dandosi una grattata alla testa. Gli occhi gli fiammeggiavano nelle orbite. «E invece a me altrochè se mi preoccupa. E’ una faccenda che ho visto ripetersi altre volte, da queste parti. Prima riducono di una giornata lavorativa, poi due e poi tre. E poi chiudono le miniere, Gli scaffali dello spaccio vuoti e nessun credito per i viveri […] Poco dopo la gente se ne andò, solo Dio sa dove. Se poi trovarono lavoro, beh, io non l’ho mai sentito dire […] Una faccenda che ti dà da pensare.»” (pp. 168 – 169)

Unica consolazione alle disgrazie degli uomini e delle loro famiglie rimane, negli occhi del piccolo io narrante, la natura. Cosa che lo spinge a desiderare di diventare horse doctor per non dover mai occuparsi degli esseri umani. Così miseri, sfortunati e “brutti” ai suoi occhi. Uno stratagemma, quello di raccontare gli eventi attraverso lo sguardo di un bambino, che dona alla narrazione un senso straordinario di oggettività.

Un piccolo, grande romanzo sulle trasformazioni sociali, sulla condizione femminile, sulla crisi e sul lavoro che, senza per forza descrivere grandi tragedie, può tranquillamente essere riproposto ancora oggi, proprio per la sua estrema attualità fatta di miseria, ignoranza e precariato.

Con uno stile narrativo asciutto, lontano anni luce dal naturalismo europeo, sempre fin troppo carico di pathos, quanto dal realismo di stampo socialista, sempre troppo ideologico e didascalico, che avrebbe predominato negli anni successivi in altre parti del mondo, il romanzo di Still ci fa comprendere ancora una volta, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, cosa fu a spingere i migliori autori italiani della generazione cresciuta nel fascismo ad abbracciare la letteratura americana.
Così come è successo anche al sottoscritto.


  1. Oggi in John Steinbeck, I nomadi, Il Saggiatore, Milano 2015  

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L’Internazionale Situazionista: merce, desiderio e rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2017/07/17/linternazionale-situazionista-merce-desiderio-rivoluzione/ Mon, 17 Jul 2017 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39328 di Sandro Moiso

Gianfranco Marelli, L’AMARA VITTORIA DEL SITUAZIONISMO. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957- 1972, Mimesis Edizioni 2017, pp.456, € 26,00

A sessant’anni esatti dalla Conferenza di Cosio d’Arroscia (Imperia) del 28 luglio 1957 che ne stabilì di fatto la nascita, l’Internazionale Situazionista continua a costituire una sorta di oggetto volante non identificato della teoria politica e della critica radicale dell’arte, della cultura e della società capitalistica avanzata.

Anche se il suo equipaggio, nel corso dei suoi quindici anni di vita, comprese complessivamente non più di 70 persone (di cui soltanto sette donne), “Navigare sul mare della storia del situazionismo [...]]]> di Sandro Moiso

Gianfranco Marelli, L’AMARA VITTORIA DEL SITUAZIONISMO. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957- 1972, Mimesis Edizioni 2017, pp.456, € 26,00

A sessant’anni esatti dalla Conferenza di Cosio d’Arroscia (Imperia) del 28 luglio 1957 che ne stabilì di fatto la nascita, l’Internazionale Situazionista continua a costituire una sorta di oggetto volante non identificato della teoria politica e della critica radicale dell’arte, della cultura e della società capitalistica avanzata.

Anche se il suo equipaggio, nel corso dei suoi quindici anni di vita, comprese complessivamente non più di 70 persone (di cui soltanto sette donne), “Navigare sul mare della storia del situazionismo non è certo facile” come afferma Gianfranco Marelli al termine del suo lungo, dettagliato, appassionato e sofferto studio di quello che può essere ancora definito come uno dei movimenti più radicali della seconda metà del ‘900 e forse l’unico le cui principali formulazioni possano ancora costituire, almeno in parte, un’eredità immarcescibile per l’azione sociale antagonista nel secolo in cui siamo entrati, quasi senza accorgercene, ormai da un ventennio.

Gianfranco Marelli si occupa dell’argomento da più di venti anni e l’attuale pubblicazione di Mimesis costituisce la ristampa, ampliata e arricchita (72 note a piè di pagina e 50 pagine in più rispetto alla precedente) del testo pubblicato per la prima volta nel 1996 dalle Edizioni BFS di Pisa.
Nel corso degli anni Marelli ha pubblicato sull’argomento “L’ultima internazionale. I situazionisti oltre l’arte e la politica” (Bollati Boringhieri 2000) e “Una bibita mescolata alla sete” (BFS Edizioni 2015). Inoltre ha curato, per il secondo volume de “L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico” (Jaca Book 2011), la voce “L’Internazionale Situazionista” ed ha sviluppato la sua riflessione sulla stessa attraverso una grande varietà di saggi e contributi pubblicati in volumi collettanei e su riviste, sia cartacee che online.

A darci la cifra della passione dell’autore per l’argomento basterebbero le poche parole poste al termine del Prologo, quando ricordando lo smarrimento provato in seguito alla notizia del suicidio di Guy Debord, che del movimento era stato il profeta e il leader indiscusso, mentre si trovava a Parigi con la speranza (vana?) di incontrarlo, scrive: “Improvvisamente il tempo, a Parigi, era cambiato. Faceva freddo e da allora non smise più”.

Ma la passione di Marelli si lega pure ad una grande lucidità che, a differenza di altri tardivi o antichi estimatori dell’Internationale Situationniste, gli permette di analizzare quanto è rimasto di vivo e quanto invece è stato riassorbito dalle logiche del potere e dalla società capitalistica di quella, pur vivacissima, esperienza. Come lui stesso ha affermato; “L’amara sconfitta del situazionismo e il bisogno di evitare la noia di un REFRAIN pro-situazionista sono concetti tutt’ora validi. Si tratta di ANDARE OLTRE. Come, del resto, avrebbe voluto lo stesso Guy Debord.

L’esperienza situazionista era nata dai fermenti dell’arte d’avanguardia successiva al secondo conflitto mondiale e dalle teorie critiche che, già dalla seconda metà degli anni ’40 del Novecento, avevano aggredito violentemente sia le passate esperienze surrealiste e dadaiste che l’urbanistica razionalizzante di Le Corbusier e la banalità della vita quotidiana, ridotta a sopravvivenza e a trionfo dell’ordine economico e sociale borghese, che i riti del consumo e le stesse strutture urbanistiche finivano con l’esaltare.

Un percorso che dal Lettrismo di Isidore Isou passerà, tramite rotture, separazioni ed espulsioni che ne caratterizzeranno sempre il cammino fino alla dissoluzione formale, attraverso la successiva Internazionale Lettrista (in cui sarà già preminente la figura di Debord), il movimento COBRA e il Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista. Sarebbero stati questi tre movimenti, inizialmente separati, ad incontrarsi con altri artisti nel Primo Congresso Mondiale degli Artisti Liberi, tenutosi ad Alba dal 2 all’8 settembre 1956, e a porre le basi per la Conferenza del 1957 da in cui l’Internationale Situationniste sarebbe poi nata.

E’ una storia di correnti artistiche e urbanistiche radicali e di uomini, spesso di singoli individui, quella che caratterizza le origini del Situazionismo. E questo aspetto viene sottolineato dall’autore che, al contempo però, rifiuta di ricostruire le singole vicende individuali per dare più spazio invece alle formulazioni teoriche prodotte e ai risultati raggiunti dall’insieme dei suoi componenti (spesso momentanei).

Certo non mancano le figure di rilievo nella ricostruzione di Marelli. Dallo stesso e onnipresente Debord a Pinot Gallizio, dall’olandese Constant, a Raoul Vaneigem, Asger Jorn, Gianfranco Sanguineti e molti altri che occuperebbero qui, in una recensione, troppo spazio se fossero tutti elencati. Ma come ha scritto Marelli in altro contesto: ”La tendenza a raccontare non più LE PERSONE CHE FANNO STORIA (ce ne sono, fidatevi) ma LA STORIA DELLE PERSONE, ha impresso alla memorialista un carattere confidenziale, da fotoromanzo, che esaspera l’intimità personale fino a farla USCIRE DA SÉ IN UN’ESTASI ESPLICATIVA DEL TUTTO COLLETTIVO, così da “finalmente comprendere come i fatti andarono per davvero”. La problematica va trattata GENTILMENTE, sostenendone l’importanza, evidenziandone la particolarità, cogliendone le ambiguità, ma senza mai scadere nell’OLEZZO DI LENZUOLA STROPICCIATE”.1

Il personalismo delle vicende narrate conta per quanto ha potuto influire sul percorso e le rotture in seno al movimento e non certo per stuzzicare il voyeurismo del lettore. In fin dei conti l’”ultima” Internazionale era nata in un ambiente artistico ed intellettuale ristretto in cui le mire e le aspirazioni personali, anche se travestite in alcuni casi da critica radicale, finirono spesso col determinare quelle rotture e dimissioni di cui si è precedentemente parlato ancor più che le vicende del contesto socio-politiche circostante.

Vicende storiche e politiche che, però, non furono mai estranee alle vicende del Movimento. Basti pensare che le tre fasi più significative della storia dello stesso incrociarono fatti e vicende estremamente significative per il successivo sviluppo dei movimenti rivoluzionari.

Il 1956 con la rivolta d’Ungheria e la crisi “formale” dello Stalinismo corrispose a quel Primo Congresso Mondiale degli Artisti Liberi che vide i partecipanti esprimersi, in alcuni casi, contro gli apparati burocratici e senescenti dei partiti presunti proletari e a favore di una visione consiliarista della lotta politica.

Il 1968 con l’insurrezione generalizzata degli studenti e dei giovani prima e di una parte significativa del mondo operaio poi, che vide il trionfo delle teorie situazioniste sulla necessità di fare la rivoluzione a partire dal rovesciamento delle strutture della vita quotidiana e dal rifiuto della mercificazione di ogni attività umana.

Gli anni compresi tra l’inizio dei Settanta e il 1977, periodo in cui il Situazionismo si sgretolò organizzativamente proprio nel momento in cui le sue idee sembravano diffondersi sempre più attraverso i mille rivoli e le mille formulazioni dei movimenti di rivolta che avevano, in alcuni casi, superato le divisioni causate dalle camarille politiche e sindacali falsamente di sinistra. Troppo spesso falsamente estremiste.

E’ un ben strano destino quello che vede il Situazionismo agonizzare proprio nel periodo in cui le sue critiche più audaci agli ambienti “militanti” dell’estremismo parolaio sembravano aver maggiormente attecchito a livello di massa . Ma anche quello fu solo un momento nel lungo cammino della liberazione della specie visto il rapido riformarsi delle sette e delle burocrazie (spesso clandestine) proprio all’apice di quei movimenti. Il quotidiano tornava in cantina e le “organizzazioni” in quanto partiti o gruppi armati riprendevano il sopravvento.

Ora, anche se nel testo l’attenzione per il “fallimento” degli ideali situazionisti e dei loro rappresentanti occupa un discreto spazio (si pensi soltanto all’aggettivo “amara” che accompagna la parola “vittoria” nel titolo), vale forse la pena qui di sottolineare almeno alcuni degli elementi che caratterizzano ciò che l’autore definisce come L’oro situazionista, ovvero l’eredità che Vaneigem sintetizzò così ironicamente: “tutto quello che noi abbiamo detto sull’arte, il proletariato, la vita quotidiana, l’urbanismo lo spettacolo [che] si trova ripreso ovunque, tranne l’essenziale”.2

In mezzo ai tanti credo valga la pena di riprenderne almeno quattro, i primi due già presenti nel Rapport sur la construction des situations e sur les conditions de l’organisation et de l’action de la tendance situationniste internationale, scritto da Debord nel maggio del ’57 e stampato a Bruxelles nel giugno, in vista della Conferenza di unificazione del luglio successivo.

1) La Borghesia in fase di liquidazione

All’epoca una critica delle difficoltà della borghesia e del capitalismo di mantenere in vita i propri valori attraverso una cultura, un’arte e scelte politiche ormai superate, anche e proprio quando volevano presentarsi come “moderne”. Un concetto che superava in qualche modo e allo stesso tempo arricchiva la concezione marxista della crisi del capitalismo inteso come mero fatto economico e che coinvolgeva nella sua critica sia i paesi del “capitalismo avanzato” che quelli del “socialismo reale”. Una concezione che oggi, a sessant’anni di distanza, non mostra solo la sua utilità sul piano della critica culturale ma, e soprattutto, nel momento in cui gli strumenti di rappresentanza del potere politico borghese (i parlamenti, i governi e gli stati nazionali) sembrano aver perso qualsiasi valore effettivo. Trasformandosi soltanto in mere ed appassite funzioni del capitale finanziario sovranazionale. Liquidati definitivamente non dalla rivoluzione proletaria, ma dalla globalizzazione che ha dimostrato l’inutilità dei confini e delle separazioni nazionalistiche.

2) Far retrocedere dappertutto l’infelicità

Contro l’idea di felicità borghese, fin dagli inizi il situazionismo rivendicò l’enorme potenziale di scoperta di nuovi desideri e reali motivi di felicità insita nelle lotte e nelle rivolte. Nel détournement dei significati e nella costruzione di situazioni soggettive, e molto meglio se collettive, tese a ribaltare e ad utilizzare differentemente gli spazi della vita quotidiana, architettonici, urbani e psichici. La felicità connessa agli ideali borghesi e piccolo-borghesi non può rappresentare altro che la base reale dell’infelicità collettiva, soprattutto laddove l’alienazione umana legata al lavoro e al consumo (in tutti i suoi multiformi aspetti) viene mascherata da normalità o ancor peggio da “realizzazione soggettiva”. E’ chiaro quindi che la felicità vera può realizzasi soltanto nel momento in cui la lotta contro il modo di produzione capitalistico non si limita al mero fatto o rivendicazione di carattere economico-riformistico, ma trasforma l’ambiente sociale e le mentalità che ne sono il prodotto, rifiutandone in primo luogo la mercificazione. Una rivoluzione in permanenza dello stile di vita e dell’organizzazione culturale (intendendo qui il termine cultura nel suo senso più ampio di norme, conoscenze, abitudini, etiche ed estetiche) più che una monolitica rivoluzione politica è quella che si può intravedere nella proposta situazionista fin dalle origini. Proposta messa collettivamente ed inconsciamente in atto da tutti movimenti autenticamente rivoluzionari (dalla Comune a quelli del maggio ’68 e degli anni successivi). Una rivoluzione che vive e cresce nelle lotte, ma che è soffocata dai partiti e dagli Stati, anche quando si definiscono proletari o indipendenti.

3) La proletarizzazione del mondo

Secondo la concezione situazionista “la società del benessere, nel cercare di integrare il proletariato ai valori dominanti, aveva ampliato il proprio dominio sulla vita trasferendo all’esterno dei rapporti di produzione le condizioni di alienazione/separazione che la produzione della merce aveva da tempo sussunto nel lavoro, e che ora il consumo della merce prodotta replicava fedelmente nel tempo libero. Per i situazionisti, quindi, la stessa definizione di proletariato, non era più delimitata dall’attività lavorativa compiuta nel sistema produttivo capitalistico, ma riguardava ormai l’intera vita degli individui che era espropriata e sfruttata (al fine di riprodurla come merce) all’interno dei processi di valorizzazione e scambio della merce; ogni individuo espropriato della propria vita – vale a dire, ormai privo della possibilità di controllarla e guidarla oltre gli imperativi economici dettati dalla produzione e dal consumo capitalistico – era dunque un proletario, e la cosiddetta società del benessere non solo (come invece sostenevano i sociologi di «Arguments») non aveva migliorato, superandola, la condizione proletaria dei ceti subalterni, ma addirittura aveva proletarizzato l’intera società.[…] l’Internationale Situationniste osservava che il processo di proletarizzazione della società concerneva non soltanto il diffondersi di questa divisione nel mondo produttivo, ma ben più l’affermarsi di un sistema economico che creava condizioni di alienazione/separazione del vissuto quotidiano, quali fattori di dominio totalizzante compiuto dalla merce nel mondo.3 La proletarizzazione completa dei paesi a capitalismo avanzata passa dunque attraverso il consumo (di merce, tempo libero, spettacolo) più che attraverso il bisogno e torna a trasformare il proletariato in classe deprivata (oggi anche del potere di consumare) pronta a lavorare in qualsiasi condizione e per qualsiasi salario.

4) La società dello spettacolo

Resta per molti questo l’assunto fondamentale della teoria situazionista, magistralmente esposta nel testo di Guy Debord dallo stesso titolo. Ciò che più conta in esso, e che spesso non è colto a fondo, è il fatto che tale spettacolarizzazione della realtà sociale non tocca soltanto la fascinazione esercitata dalla merce o l’azione giaculatoria ed ossessiva esercitata dai media in tutti i campi ma, e soprattutto, l’immagine e il ruolo del proletariato all’interno della società.
La nozione di spettacolo – adottata dai situazionisti per definire la società contemporanea e il suo sistema di dominio diffuso (nei regimi capitalisti), e concentrato (nei regimi totalitari) – concretizzò il concetto per cui «tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione»; di modo che l’alienazione/separazione degli individui dalla propria vita quotidiana espresse nello stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione della merce nel mondo, divenuto il mondo della merce. Lo spettacolo – vale a dire «il riflesso fedele della produzione delle cose, e l’oggettivazione infedele dei produttori» – divenne quindi la chiave interpretativa della realtà contemporanea che consentì ai situazionisti di elaborare una teoria critica della vita quotidiana quale cartina di tornasole per rilevare la necessità del proletariato di assurgere a classe della coscienza; classe della coscienza delle proprie condizioni di alienazione, separazione, prodotte dalla società dello spettacolo e perpetuate grazie – soprattutto – ai suoi rappresentanti di classe, il partito e il sindacato. Il processo di estraniazione rifletteva così la condizione proletaria sia nei confronti del sistema di dominio, sia nei confronti del sistema ad esso antagonista, rappresentato dalle istanze “rivoluzionarie” dell’ideologia marx-leninista, che specularmente separavano il proletariato dalla propria coscienza per divenirne i padroni della sua coscienza; rappresentato dal partito-guida, il proletariato era così alla mercé dei “rivoluzionari di professione”, il cui compito non era l’abolizione del proletariato in quanto classe del capitale, ma l’affermazione del proprio potere di classe burocratica sul proletariato. Ecco perché, a parere dei situazionisti, la critica ai regimi comunisti non poteva essere una critica che si limitava a correggere gli errori compiuti dal partito nella gestione dello stato, ma doveva essere una critica che individuava nel partito, nello stato i medesimi processi di alienazione/separazione che il proletariato subiva nella società capitalista, perché speculari – anche se in negativo – alla stessa rappresentazione spettacolare del proletariato che doveva essere combattuta sia nei paesi capitalisti, sia nei paesi «socialisti».4

Alla fine i fili si riannodano tutti: critica del quotidiano, dell’estraniazione, del lavoro coatto, della merce e della reificazione dell’esistenza, in un quadro in cui “La necessità di «reinventare la rivoluzione» divenne per l’Internationale Situationniste il criterio prioritario per riconoscere le forze agenti che avrebbero trasformato il mondo, riconoscendosi, di conseguenza, nella pratica radicale delle loro azioni. I fenomeni che nelle società industrialmente avanzate raffiguravano il rifiuto ai valori della produzione e del consumo, così come la disaffezione nei confronti delle forme rappresentative della politica (il partito, il sindacato, lo stato) furono assunti dai situazionisti come conferma delle proprie ipotesi teoriche, anzi come realizzazioni pratiche delle idee elaborate. Il «rifiuto del lavoro», che gli strati marginali e giovanili nella metà degli anni ’60 – soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni – manifestavano come forma di contestazione radicale al sistema, catturò l’interesse dei situazionisti al punto che essi vi videro una conferma parziale (in quanto non ancora organizzata) delle possibilità di superamento rivoluzionario delle condizioni economiche attuali.5.

Forse alcuni di questi assunti sembrerebbero giovare al capitalismo odierno, eppure, eppure…
Nonostante i transfughi, nonostante i fallimenti, nonostante tutto ciò che ha potuto essere riassorbito e riciclato dal modo di produzione dominante, e che Marelli segnala con lucidità a tratti spietata, un po’ di oro è rimasto e proprio questo libro può aiutarci a riscoprirlo per trarne l’essenziale.

Il recensore si scusa in anticipo per i limiti imposti dallo spazio di una recensione, ma il testo di Marelli resta indispensabile ancora oggi e sarà anche compito del lettore individuare e magari utilizzare ancora nel presente, apparentemente così lontano e contemporaneamente così simile al mondo in cui l’Internationale Situationniste ebbe modo di sparare le proprie bordate e di affermarsi come strumento fondamentale della critica radicale, oltre a quelli fin qui accennati, molti altri temi ancora utili per demolire le mitologie più perniciose e stridenti dell’esistente e della sua pretesa e fasulla modernità.


  1. Valga come esempio, per tutti, il recente testo di Donatella Alfonso, Un’imprevedibile situazione. Arte, vino, ribellione nasce il Situazionismo, il melangolo, Genova 2017. Un libro che sembra considerare la fondazione dell’I.S. un incidente casuale durante un’allegra bisboccia, il cui capo era solito fin dal mattino bersi almeno un litro di vino. Narrando così che, in uno sperduto e spopolato paesino dell’entroterra savonese, improvvisamente le cantine furono prese d’assalto da uno sparuto manipolo di situazionisti. Magari sbagliando anche la data e fissando la Conferenza nel luglio del 1958 invece che del 1957!  

  2. cit. in Marelli, pp.423-424  

  3. Marelli, pp. 404–405  

  4. Marelli, pp. 404-405  

  5. Marelli, pag. 405  

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Hard working men: John Henry, Stachanov e la leggenda aurea del lavoro https://www.carmillaonline.com/2017/03/08/hard-working-men-john-henry-stachanov-due-leggende-auree-del-lavoro/ Wed, 08 Mar 2017 21:10:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36787 di Sandro Moiso

john henry statuaSoltanto il passato appare veramente necessario, perché non vi si può togliere né aggiungere nulla. Ma il passato è veramente necessario?” (Georg Lukács – L’anima e le forme, 1911)

A volte lavorando sull’immaginario si riescono a fare straordinarie ricostruzioni di come mentalità e convinzioni, pur appartenenti a contesti storici e culturali apparentemente molto diversi e lontani, vadano inconsapevolmente uniformandosi tra di loro. Per questo può rivelarsi importante procedere ad un lavoro di disincrostazione delle certezze e delle conoscenze che spesso vengono date troppo facilmente per scontate sia in ambito politico che culturale.

Così procedendo nella ricostruzione [...]]]> di Sandro Moiso

john henry statuaSoltanto il passato appare veramente necessario, perché non vi si può togliere né aggiungere nulla. Ma il passato è veramente necessario?” (Georg Lukács – L’anima e le forme, 1911)

A volte lavorando sull’immaginario si riescono a fare straordinarie ricostruzioni di come mentalità e convinzioni, pur appartenenti a contesti storici e culturali apparentemente molto diversi e lontani, vadano inconsapevolmente uniformandosi tra di loro. Per questo può rivelarsi importante procedere ad un lavoro di disincrostazione delle certezze e delle conoscenze che spesso vengono date troppo facilmente per scontate sia in ambito politico che culturale.

Così procedendo nella ricostruzione del percorso di formazione dell’immaginario di una classe operaia, quella americana, che dall’essere stata una delle più combattive, a cavallo tra XIX e XX secolo, si è trasformata in un bel serbatoio di voti e di fiducia per un presidente dalle indubbie tendenze fascistoidi, è quasi impossibile non fare incrociare la storia leggendaria di un operaio nero della fine dell’Ottocento, John Henry, con quella di un eroe del lavoro sovietico degli anni del trionfo dello stalinismo: Aleksej Grigor’evič Stachanov.

stachanov 1 Aleksej Grigor’evič Stachanov,1 fu un minatore sovietico che lavorò nelle miniere di carbone della regione di Donbass. Nel 1935 divenne famoso per aver messo in atto un nuovo metodo di estrazione del carbone: eseguendo egli stesso il lavoro specializzato del “taglio” del carbone ed utilizzando i propri compagni per il trasporto del minerale sui carri, riuscì ad aumentare la produttività della squadra di lavoro fino a quattordici volte, arrivando a raccogliere102 tonnellate di carbone in 5 ore e 45 minuti proprio il 31 agosto di quell’anno.

Il governo sovietico diede enorme risalto al suo metodo che fu così adottato in altre miniere, mentre Stachanov fu celebrato come “lavoratore modello” e fu nominato, ancora nel 1970, Eroe del lavoro socialista ed era diventato membro del Partito Comunista dell’Unione Sovietica fin dal 1936. Da lui ebbe origine lo stacanovismo, volto ad aumentare la produttività dei lavoratori incoraggiandoli sia a livello propagandistico che tramite incentivi. Lo stesso Stachanov, infatti, intraprese una carriera che lo portò a diventare direttore e assistente capo ingegnere di impianti minerari fino al pensionamento nel 1974.

John Henry è invece un eroe del folklore operaio ed afro-americano degli Stati Uniti. Si narra che egli abbia lavorato come operaio nella costruzione delle ferrovie e che il suo compito fosse quello di scavare con il suo martello la roccia per preparare i fornelli in cui si facevano brillare le mine destinate a spaccare le rocce durante la costruzione delle gallerie. Secondo la leggenda, per misurare la sua abilità e la sua forza nello spaccare le rocce con il suo martello, egli volle sfidare in una gara una delle prime trivelle azionate a vapore per vedere chi riuscisse a scavare più roccia a parità di tempo.

Una gara che egli vinse morendo, però, subito dopo per un collasso cardiaco causato dallo sforzo eccessivo. L’immagine di John Henry morto, con la mazza di ferro ancora fortemente stretta nel suo pugno è rimasta nell’immaginario ed è stata trasposta, come tutta la sua vicenda, in una classica canzone folk che è stata tramandata in tantissime e, spesso, non poco differenti versioni.2

Big_Bend_Tunnel_John_Henry La sua storia è entrata tanto nella narrativa orale che nella letteratura, nel teatro popolare ed è stata anche il soggetto di numerosi fumetti e film di animazione, di cui uno prodotto dalla Disney ancora nel 2000; mentre numerose località vantano ancora, a più di un secolo di distanza, il primato di aver costituito il reale contesto in cui si svolse la sfida prometeica tra l’operaio afro-americano e la macchina. Tra queste basterà qui ricordare il Big Bend Tunnel in West Virginia, il Lewis Tunnel in Virginia e il Coosa Mountain Tunnel in Alabama.

L’operaio russo ha una data di nascita, 3 gennaio 1906, e una di morte, 5 novembre 1977, riconosciute. John Henry è vivissimo nella cultura popolare, ma non si sa nemmeno se sia davvero esistito e dove abbia realmente compiuto le sue gesta. Entrambi però costituiscono i cardini di una cultura operaista in cui il lavoratore rappresenta la forza della Nazione e di un Popolo, orgoglioso di dare tutto se stesso, anche la vita, per dimostrare il proprio valore. Valore che, guarda caso, si confonde sempre con quello che è possibile trarre marxianamente dai suoi muscoli e dalla sua intelligenza.

john-henry-stamp Sarà per questo motivo che, nel 1996, le poste degli Stati Uniti hanno dedicato a John Henry un francobollo da 32 centesimi, insieme ad altri tre dedicati ad altrettanti eroi del folklore americano: Pecos Bill, Paul Bunyan e Mighty Casey. Rispettivamente un cow-boy, un boscaiolo e un ferroviere. Come dire: la nostra epica si fonda sul lavoro e sui lavoratori.

Senza essere, tra l’altro, neppure troppo distanti dall’ex-nemica URSS-Russia. In cui per ricordar Stachanov nel 1936, nella città sovietica di Donec’k fu fondata una squadra calcistica con il nome di Stachanovec’ in suo onore, mentre ancora nel 1978 la città ucraina di Kadievka prese il nome di Stachanov. Sempre negli anni Trenta il settimanale Time gli dedicò una copertina indicandolo come il grande eroe dello stakanovismo, mentre la miniera Tsentralnaja-Irmino, in cui Stachanov aveva compiuto le sue gesta, fu a lungo segnalata su tutti i libri di storia delle scuole sovietiche.

Time_-_Stakhanov “Lavoratori eroici” entrambi, Stachanov e John Henry portano indelebile le stimmate della schiavitù salariale; stimmate che, come nei peggiori oggetti di culto cattolico-romani, testimoniano la santità di chi le porta e, per riflesso, del lavoro coatto. Se, però, la figura di Stachanov è tutta compresa all’interno dell’immagine di “Stato operaio” e di socialismo “in un solo paese” che l’apparato staliniano voleva trasmettere nell’immaginario proletario russo e mondiale proprio negli anni delle grandi purghe, nel mito di John Henry è ravvisabile anche qualcosa di peggiore.

Dei quattro eroi americani celebrati dalla serie di francobolli dedicata ai “folk heroes”, John Henry è l’unico afro-americano. Come tale però si trova a metà strada tra lo schiavo e il proletario. Una figura di transizione che affonda le sue radici in quel momento di passaggio dell’economia statunitense tra una funzione eminentemente esportatrice di materie prime (cotone e tabacco) ancora basata su un’organizzazione del lavoro basata sullo schiavismo e il latifondismo ed una preminentemente industriale e, poi, finanziaria. In cui il plusvalore si estrae principalmente dalla forza lavoro operaia.

Questo passaggio avviene nei decenni successivi alla Guerra di Secessione, che tutto fu tranne una guerra di liberazione degli schiavi africani. Sono gli anni in cui si situa la leggenda di John Henry, a metà strada tra schiavo e proletario,3 in cui la coscienza dell’essere popolo americano deve essere diffusa tra le masse, indipendentemente dal colore della pelle e dalla collocazione di classe. In fin dei conti proprio la guerra civile aveva costituito l’ultimo passaggio per raggiungere l’indipendenza economica definitiva dall’ex-madre patria inglese.4

john henry springsteen In questo modello immaginario lo schiavo nero deve passare dal lavoro nelle piantagioni a quello nelle ferrovie, nelle miniere e nelle fabbriche senza modificare troppo le sue pretese. Deve essere soddisfatto di non dover più fornire obbligatoriamente il suo sudore ad un unico proprietario, ma di poter vendere la sua forza lavoro in libertà ad imprenditori diversi. Punto e fine. La libertà degli ex-schiavi inizia e finisce lì. E possono essere contenti quando, ammazzandosi letteralmente di fatica, possono raggiungere l’empireo del folklore americano.

D’altra parte l’andamento della canzone riportata precedentemente in nota è ancora quello della work song più che del blues. Le stesse work song che per decenni, e forse ancora oggi, erano cantate nelle chain gang di detenuti neri condannati ai lavori forzati.5 Il più famoso interprete e testimone di quella memoria popolare trasmessa attraverso il canto fu proprio Huddie William Ledbetter, in arte Leadbelly, che, rinchiuso nel Penitenziario di Stato della Louisiana fin dal 1930, fu qui scoperto, nel luglio 1933, da John Lomax, etnomusicologo, e suo figlio Alan.

leadbellyViaggiando attraverso il sud per conto della Library of Congress per raccogliere e registrare le ballate tradizionali, tramandate fino ad allora solo per via orale, i due scoprirono che le prigioni del sud degli U.S.A. costituivano i luoghi più fertili per reperire canzoni di lavoro, ballate, spiritual e canti tradizionali. Grazie a loro Leadbelly riuscì ad uscire dal carcere e ad incidere successivamente numerosissimi dischi di musica folk (bianca e nera), spesso in compagnia di artisti militanti quali Woody Guthrie e Cisco Huston, mentre proprio la sua versione di John Henry può essere considerata di riferimento per molte altre.

Il mito del lavoratore nero che si riscatta, operaio o schiavo che sia, attraverso il lavoro più che attraverso la rivolta giunge a noi, quindi, attraverso il carcere e il lavoro ultra-coatto delle chain gang. Ancora una volta il cerchio si chiude adeguatamente e l’ordine costituito non è messo né in discussione né, tanto meno, in pericolo. Anche se, per intima contraddizione di una cultura popolare e proletaria che non sempre si lascia così facilmente ingabbiare, per decenni gli studiosi del folklore americano confusero la ballata di John Henry con quella dedicata a John Hardy (il tema e gli accordi sono gli stessi) in cui si parla, però, di un ferroviere bianco che uccide a colpi di pistola un suo rivale o, ancor più probabilmente, di un fuorilegge della West Virginia.

doc holliday Addirittura, se lo sguardo e l’udito si facessero soltanto un po’ più attenti, nelle strofe di John Hardy in cui si parla di un “Desperate, little man”, ci si accorgerebbe che allora la memoria potrebbe andare ad un altro John Henry, questa volta piccolo e bianco: John Henry Holliday detto “Doc”, giocatore d’azzardo, assassino di ranger, tenutario di case da gioco e bordelli,compagno di Wyatt Earp nella, a sua volta leggendaria, sfida dell’O.K. Corral avvenuta a Tombstone nel 1880 e morto di tisi a trentasei anni nel 1887. Armi, denaro, violenza fai da te finiscono così col rivelarsi, ancora una volta, come l’altra faccia del mito americano. Proletario o borghese che sia.

Stachanov finì la sua esistenza, depresso e semi alcolizzato, in un ufficio di Mosca con una lunghissima targhetta d’ottone: “Capo del settore per l’emulazione socialista presso il commissariato del Popolo per l’estrazione del carbone”. Dopo l’impresa del 31 agosto 1935, gli erano stati consegnati 220 rubli, che corrispondevano a più di due stipendi mensili; una casa di tre stanze, ammobiliata con tappeti e un pianoforte a coda; un buono per una vacanza al mare con la moglie in Crimea; due abbonamenti a vita a tutte gli stadi, cinema e teatri della sua città.

Stakhanov 2 Le rivelazioni, mai smentite, di giornali statunitensi che parlavano di bluff, di record costruito con intere squadre di minatori che lavoravano per l’eroe, furono bollate come “invidia dei capitalisti”.
La propaganda stalinista sfruttò al meglio il personaggio con l’obiettivo dichiarato di sconfiggere la proverbiale indolenza del lavoratore russo. E con lo scopo, più nascosto, di scoraggiare ogni sorta di lamentela sul posto di lavoro: solo sacrificio e produzione per la causa del Socialismo6

John Henry finì rappresentato in numerose immagini che lo ritraevano morto, con il martello ancora in pugno. Una sorta di semi-dio7 immolatosi per il lavoro più che per la salvezza di una razza o della specie. Ritratto in una posizione a braccia aperte, con qualche imprenditore e redneck ai suoi piedi, che lo avvicina di più allo zio Tom di Harriet Beecher Stowe,8 il cui abolizionismo rimaneva relegato alla pietà cristiana e all’azione dei “buoni” padroni bianchi più che all’azione diretta degli schiavi sfruttati,9 che alla figura dell’autentico liberatore.

john-henry-dead La sua lotta con la macchina non ha nulla dell’odio dei luddisti per le macchine che riducevano forza e salario dei lavoratori, incrementandone la produttività. No, è una lotta arcaica che non emancipa il lavoro e che, sposandone l’etica del sacrificio, al contrario lo imbestialisce, caratterizzandolo soltanto in termini di rivalità con la macchina che, tutto sommato, potrebbe liberarlo davvero. Una lotta in cui l’orgoglio operaio non è di classe, ma di mestiere e il lavoro è ridotto a semplice strumento per la valorizzazione del capitale. Senza alcuna speranza di riscatto finale.

Valeva la pena narrare e ricostruire tutto ciò ancora una volta? Basti guardare ai risultati della presidenza di Barack Obama la cui unica eredità sembra essere costituita dal premio Oscar assegnato a un film come “Moonlight”. Una storia di “diritti umani” più che di classe, in cui la pregiudiziale anti-razzista è fortemente minata dal fatto di rendere ancora una volta le vicende degli afro-americani sufficientemente digeribili e patinate per un pubblico bianco e borghese bicolore. Ignorando del tutto le ragioni che hanno spinto anche una parte dell’elettorato operaio “nero” a votare per Trump e contribuendo così a far sprofondare ancor di più ogni rappresentazione dei conflitti di classe e razziali nel folklore più convenzionale.

Valeva la pena di rispolverare Stachanov e trarlo fuori dall’oblio? Si pensi alla proposta di Matteo Renzi per uno stipendio di cittadinanza legato, molto probabilmente, ad un lavoro sottopagato in stile cooperativistico, in cui i riferimenti alla dignità del lavoro e all’articolo primo della Costituzione sono da leggere in chiave puramente strumentale all’abbassamento della spesa di ciò che rimane dei servizi destinati ai cittadini e del costo del lavoro. Oppure alla straordinaria promessa di Calenda per ventimila nuovi posti di lavoro in Italia: tutti nei call center, una volta che le compagnie interessate avranno ridimensionato quelli aperti in Romania, Albania, Polonia e in altri paesi dove il valore dei salari è ormai prossimo a quelli pagati nel sud italiano. Tutte le risposte arriveranno da sole.

(2 continua)


  1. In realtà il suo vero nome era Aleksandr, ma nel giorno del record il corrispondente locale della Pravda aveva scritto per sbaglio Aleksej. In pochi giorni la complessa burocrazia sovietica cambiò tutti i suoi documenti per adeguarli alla svista del giornale. Pravda vuol dire verità e per questo non ammetteva smentite  

  2. Se ne presenta qui un estratto da una versione ricostruita che le riassume un po’ tutte:
    […] John Henry disse al capitano*:
    «Capitano, andate in città
    Portatemi due mazze di quelle da dieci chili
    Vedrete come batto la trivella, Signore, Signore
    Vedrete come batto la trivella»

    John Henry disse alla sua gente:
    «Sapete che uomo sono io.
    Posso battere ogni tappola che è mai stata inventata
    O morirò con la mazza stretta in pugno, Signore, Signore
    O morirò con la mazza stretta in pugno»

    La trivella era messa sulla destra:
    John Henry sul lato sinistro.
    Disse: «Batterò la trivella a vapore
    Oppure mi ucciderò a mazzate, Signore , Signore
    Oppure mi ucciderò a mazzate»

    John Henry buttò la mazza da cinque chili
    E prese quella da dieci;
    Ogni volta che batteva sulla mazza
    Il ferro trapassava la roccia, Signore, Signore
    Il ferro trapassava la roccia

    John Henry aveva appena cominciato
    E la trivella era già a metà;
    John Henry le disse: «Adesso sei avanti, trivella
    Ma all’ultimo vedrai che ti batto, Signore, Signore
    All’ultimo vedrai che ti batto»

    […] L’uomo che aveva fabbricato la trivella
    Pensava fosse buona assai;
    Johnn Henry avanzò per più di quattro metri
    La trivella ne fece a stento tre, Signore, Signore
    La trivella ne fece a stento tre.

    […] John Henry era uno spaccapietre,
    In tante squadre lavorò;
    Adesso è tornato all’inizio dei binari
    Per scavare ancora più lontano, Signore, Signore
    Per scavare ancora più lontano
    ”.
    Questa versione rielaborata si trova in Colson Whitehead, John Henry Festival, Minimum Fax 2002, pp. 108-113 *Capitano, captain in ambiente di lavoro sta per caposquadra, ma poteva anche essere colui che dirigeva il lavoro degli schiavi oppure i condannati al lavoro forzato.  

  3. Si veda a proposito di questa transizione: C.L.R. James – H. M.Baron – H.G. Gutman, Da schiavo a proletario, Musolini Editore 1973  

  4. Fondamentali, in questo senso, sono da ritenersi le riflessioni di Marx ed Engels scritte a caldo in quegli anni. Si vedano in: Marx – Engels, La guerra civile, Silva Editore 1971 e Hosea Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book 1977  

  5. Si ascoltino, solo come esempio tra i tanti, i due cd pubblicati dalla Rounder nel 1997: Prison Song. Historical recordings from Parchman Farm 1947-48, Volume 1: Murderous Home e Volume 2: Don’tcha Hear Poor Mother Calling?  

  6. cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/13/news/stkanovista_super-6257615/  

  7. Cosa fu Gesù Cristo se non l’incarnazione di un ennesimo semi-dio?  

  8. Autrice nel 1852 dell’omonimo Uncle Tom’s Cabin or Life Among the Lowly  

  9. Protagonisti di infinite rivolte e azioni violente contro i proprietari e i loro cacciatori di schiavi, come si può leggere in George P. Rawick, Lo schiavo americano dal tramonto all’alba: la formazione della comunità nera durante la schiavitù negli Stati Uniti, Feltrinelli 1979  

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“Hai mai conosciuto un essere umano più triste di un operaio ?” https://www.carmillaonline.com/2015/07/11/hai-mai-conosciuto-un-essere-umano-piu-triste-di-un-operaio/ Fri, 10 Jul 2015 22:01:47 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23693 di Sandro Moiso

valenti 1Stefano Valenti, La fabbrica del panico, Feltrinelli 2013 – 2014, pp. 122, € 11, 00

Recensisco soltanto ora, con colpevole anche se inconsapevole ritardo, uno dei testi narrativi più significativi pubblicati in Italia negli ultimi anni. Stefano Valenti, al suo primo romanzo, non solo ha vinto la cinquantaduesima edizione  del Premio Campiello per la migliore opera prima, ma ha scritto un testo cupo ed agghiacciante. Coinvolgente dalla prima all’ultima pagina, senza mai un calo della tensione che lo ha ispirato.

L’ennesimo noir? Un altro horror ben congeniato? No.                   [...]]]> di Sandro Moiso

valenti 1Stefano Valenti, La fabbrica del panico, Feltrinelli 2013 – 2014, pp. 122, € 11, 00

Recensisco soltanto ora, con colpevole anche se inconsapevole ritardo, uno dei testi narrativi più significativi pubblicati in Italia negli ultimi anni. Stefano Valenti, al suo primo romanzo, non solo ha vinto la cinquantaduesima edizione  del Premio Campiello per la migliore opera prima, ma ha scritto un testo cupo ed agghiacciante. Coinvolgente dalla prima all’ultima pagina, senza mai un calo della tensione che lo ha ispirato.

L’ennesimo noir? Un altro horror ben congeniato? No.                                   Soltanto un libro sulla fabbrica. Sulla condizione operaia. Sulla morte operaia.       Un testo che cancella ogni forma di epica, un’opera assolutamente anti-eroica e anti-retorica. Sincera fino allo strazio. Un testo politico, profondamente politico ed umano. Come ben pochi altri.

Sarebbe troppo semplice annoverare il libro tra quelli dedicati, in anni recenti, alle problematiche del lavoro e dell’inquinamento ambientale e, più in particolare, alle malattie che ne derivano.
Certo il dramma è scatenato dall’asbestosi e dalla morte per mesotelioma del padre dello stesso autore, ma la narrazione scava più in profondità, non solo nell’animo di Stefano e nelle sue paure.  Scava fino all’osso e all’essenza  della coscienza e dell’odio di classe.

Scava l’autore basandosi innanzitutto, oltre che sulla sua drammatica esperienza, sulle vicende che hanno accompagnato la formazione e la lotta di una delle realtà più importanti di auto-organizzazione operaia degli ultimi decenni, quel Coordinamento Operaio di Sesto San Giovanni  da cui si sarebbe poi sviluppato il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio ancora oggi così vigile, attivo e combattivo per tutte le realtà di lotta createsi intorno alle questioni delle nocività sui posti di lavoro, dell’inquinamento ambientale e della devastazione territoriale.

Scava e non lascia spazio all’idealismo nella lotta di classe. Perché la coscienza di una classe non nasce dall’idea. La presa di coscienza scaturisce dalla paura, dal dolore, dalla solitudine, dalla vergogna, dall’odio, dalla morte dei compagni e dalla consapevolezza di non poter sfuggire altrimenti ad un destino già scritto nei contratti di lavoro. Nasce dalle regole di ingaggio degli operai della grandi e piccole fabbriche. Regole di ingaggio di una guerra sempre presente e mai dichiarata tra capitale e lavoro. Tra capitale e vita della specie.

La fabbrica non era la soluzione, era il problema, un problema più grave della disoccupazione […] In fabbrica faceva cose che non avrebbe mai fatto in vita sua. Obbediva a ordini  a cui non avrebbe mai obbedito […] Ogni giorno si chiedeva come fosse possibile accettare tutto questo, come fosse possibile accontentarsi, si chiedeva qual era il limite oltre il quale non era concesso, non era lecito andare e ogni giorno varcava questo limite” (pp. 47-48)

Hai mai conosciuto un essere umano più triste di un operaio? mi ha chiesto un giorno tuo padre, dice Cesare. Ha mai regnato sulla terra una tristezza pervasiva come quella che incartoccia l’operaio davanti alla macchina? mi ha chiesto, dice Cesare. E nella tua infelicità, isolato nel rumore, nella polvere, nella paura, ha continuato tuo padre, ti sei mai chiesto se esiste un essere umano che soffre di solitudine come un operaio?, dice Cesare. La coscienza di classe è consapevolezza di vivere una condizione uguale a quella di altri, ha concluso tuo padre. Non è dunque l’indigenza più della vergogna a unirci in un comune destino. Una vergogna determinata da un’urgenza che in fabbrica diventa necessità impellente, occorrenza estrema. Erano pensieri come quelli, pensavo, dice Cesare, parole come quelle a fare male. La consapevolezza che la vita era un’ingiuria, un’offesa continua” (pp. 60-61)

Ho saputo di operai che per liberarsi della fabbrica si procuravano mutilazioni volontarie, Ritenevano di esercitare il controllo. Una contusione, un’abrasione. Capitava loro di tornare a casa senza un dito, senza una falange. Comunque a casa, e in malattia […] Cento operai su cento soffrono di disturbi alle prime vie respiratorie, sia in fonderia, sia in forgia, sia alle macchine. Sessantasette operai su cento soffrono di bronchite cronica in fonderia, trentacinque alle macchine, quindici in forgia. Settantuno operai su cento soffrono di artrosi e reumatismi in fonderia e in forgia, trentacinque alle macchine. Sessanta operai su cento soffrono d’ansia alle macchine, Ventidue operai su cento soffrono di silicosi in fonderia” (pp.64-74)

Ne sono morti una ventina in reparto, diciannove operai su ventisei. E la direzione non ha detto niente perché a loro e al sindacato interessava il lavoro e di tanto in tanto concedevano qualche adeguamento di stipendio, nient’altro” (pag. 32) Gli operai muoino, di mesotelioma, ma la macchina deve andare avanti. The show must go on! Lo spettacolo della produzione e della produttività deve continuare ad essere rappresentato, con la complicità del sindacato e del riformismo.

Lo imparano a loro spese gli operai. Proprio in fabbrica si scopre l’inutilità e la nocività delle dottrine del lavorismo. Lì nasce il rifiuto del lavoro coatto. Non di quello creativo che, per quanto negato all’operaio per default, può, come per la pittura nel caso del padre di Stefano, rappresentare l’unica fuga, l’unica momentanea salvezza individuale. Se non del corpo, ormai condannato, almeno della mente.Chiedere pane e lavoro per non morire di fame per poi morire di lavoro. Questa la drammatica, inutile e crudele contraddizione per la classe operaia del ‘900.

La sofferenza della morte industriale. Lontana anni luce dall’immagine stratta della morte. Non conosciamo altro modo di vivere, dice Cesare. Enormi fabbriche che rastrellano la terra facendo strage di tutta la vita che trovano. Meccanismi che distruggono le menti, l’habitat necessario alla specie, e rompono l’equilibrio biologico. Uno solo di questi mattatoi fumanti e rumorosi può uccidere decine e decine di uomini […] Negli anni sono stati introdotti divieti, ma queste misure non sono state sufficienti a porre un freno al disastro. Nuove devastanti modalità di produzione sostituiscono le vecchie. Il capitale sfida le convenzioni internazionali e l’opinione pubblica con una violenta e insensata caccia al profitto […] La nefasta pratica della produzione intensiva applicata a livello mondiale separa, trita, ingurgita” (pag.78)

Non vi è spazio per l’orgoglio operaio nelle pagine di Valenti. Non c’è spazio per l’orgoglio di categoria per gli operai di fabbrica. L’operaio-massa lavora e muore oppure si ribella, come gli antichi schiavi. Spartaco muore per liberare le potenzialità prometeiche della sua classe, ma può farlo soltanto combattendo.

Gli uomini che trascorrono la vita in fabbrica si chiamano operai. Esistono gli operai ed esistono gli altri uomini, dice Cesare […] Cesare ricorda il primo giorno in fabbrica, in fonderia, e dice Era come essere in guerra […] La vita dentro la fabbrica la conoscono gli operai, e gli altri uomini non la conoscono, dice Cesare. Nessuno conosce la fabbrica perché è organizzata come un carcere di massima sicurezza in cui a nessuno è consentito entrare, tranne ai carcerati, ai loro familiari e alle guardie, gli unici a cui è concesso vivere in quel luogo, dice Cesare” (pp. 78-79)

Ci si stupisce oggi del Job Act, dai provvedimenti e dalle pretese di Marchionne. Drogati da decenni di riformismo e di vuoti statuti ci siamo forse dimenticati che: “La legge del capitale in fabbrica è il profitto di impresa, l’incondizionata accettazione da parte dell’operaio della regola dello sfruttamento intensivo del lavoro […] La riduzione dei costi. Ma dal momento che il lavoro in fabbrica è in gran parte illogico e detestabile, al fine di ottenere un’adesione degli operai al progetto d’impresa è necessario esercitare una pressione sul lavoratore, che finisce di frequente per cedere, In fabbrica accadono episodi inenarrabili. La sopraffazione è la norma, le umiliazioni una prassi, il ricatto un’abitudine” (pag. 79)

Non esiste un capitale democratico e non esiste via parlamentare verso la liberazione dal lavoro salariato. Anzi, tutte le riforme e tutti gli illusori diritti, raggiunti sempre e comunque a costo di lotte estenuanti, sembrano alla fine soltanto prolungarne la triste e feroce esistenza. Apparentemente indistruttibile, come l’amianto. “Incorruttibile, inestinguibile, non infiammabile, resistente all’attacco degli acidi e alla trazione. L’amianto è indistruttibile, facilmente friabile e altamente cancerogeno […] Gli operai non lo sanno e giocano a tirarsi palle di fibre di amianto” (pp. 81-82)

Fino a quando la classe operaia potrà ancora rinviare la negazione delle basi del proprio sfruttamento e delle condizioni materiali della propria sottomissione? Ma, soprattutto, fino a quando vorremo ancora partecipare a questo gioco mortale, le cui regole sono dettate dal capitale? Fino a quando vorremo lasciarci ancora illudere dagli esorcismi elettorali, parlamentari e referendari? Fino a quando attenderemo ancora, prima di lasciare esplodere la nostra frustrazione, la nostra rabbia, la nostra insoddisfazione e il nostro odio? Fino a quando? Grazie Stefano, per non esserti più tenuto dentro tutto ciò che tuo padre, la sua esperienza di fabbrica e la sua morte ti hanno trasmesso.

N.B.
E grazie anche all’instancabile lavoro di Michele Michelino (identificabile, nel romanzo, nella figura di Cesare), animatore, insieme a tutti gli altri operai, del Centro di iniziativa proletaria G. Tagarelli e del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro  e del territorio, cui si rinvia per altri due importantissimi testi: Michele Michelino, 1970-1983 La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni, Milano 2003 e Michele Michelino e Daniela Trollio, Operai, carne da macello. La lotta contro l’amianto a Sesto San Giovanni, Milano 2005 entrambi reperibili presso il Centro di Iniziativa Proletaria “Gianbattista Tagarelli” di Sesto San Giovanni (MI) – cap 20099 – via Magenta n. 88  tel. 0226224099 oppure al cell. 3394435957 o all’e-mail: michele.mi@inwind.it

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Il nostro D-Day https://www.carmillaonline.com/2014/06/14/d-day/ Fri, 13 Jun 2014 22:14:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15335 di Sandro Moiso d-day

E’ stato commemorato nei giorni scorsi ciò che dal punto di vista del pensiero antagonista non può sembrare altro che l’inizio del trionfo su scala europea del controllo indiretto del capitale finanziario sulla forza lavoro e sul territorio e della, momentanea, sconfitta del controllo diretto da parte dal capitale industriale sulla manodopera e qualsiasi tipo di risorsa economica.

Niente di più e niente di meno. Stati Uniti e Gran Bretagna contro Germania, in una sorta di campionato mondiale che aveva come unico obiettivo finale quello delle forme che il comando sul lavoro avrebbe dovuto assumere dopo la [...]]]> di Sandro Moiso d-day

E’ stato commemorato nei giorni scorsi ciò che dal punto di vista del pensiero antagonista non può sembrare altro che l’inizio del trionfo su scala europea del controllo indiretto del capitale finanziario sulla forza lavoro e sul territorio e della, momentanea, sconfitta del controllo diretto da parte dal capitale industriale sulla manodopera e qualsiasi tipo di risorsa economica.

Niente di più e niente di meno. Stati Uniti e Gran Bretagna contro Germania, in una sorta di campionato mondiale che aveva come unico obiettivo finale quello delle forme che il comando sul lavoro avrebbe dovuto assumere dopo la fine delle ostilità. Che, però, non sono mai finite.

Come ben dimostrano i conflitti scoppiati ancora una volta qui in Europa, con buona pace di coloro che insistono col dire che l’attuale unità europea abbia saputo garantire un periodo di stabilità durato più di sessant’anni.
Le guerre balcaniche che hanno viste coinvolte nei primi anni novanta, subito dopo la riunificazione tedesca, la Serbia, la Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina. Poi il Kosovo e oggi, sempre più allargando l’area dei conflitti europei, l’Ucraina.

Guerre in cui i paesi europei non possono dirsi estranei e nemmeno gli Stati Uniti.

Guerre, la cui responsabilità, è stata scaricata interamente sui conflitti inter-etnici e sugli odi politici e religiosi antichi e locali. Soltanto per tener nascosti agli occhi dei cittadini europei, ammaliati dal discorso democratico e da un benessere ormai scomparso, la reale portata imperiale della competizione militare ed economica in corso allora come oggi.

Giulio Tremonti, vent’anni fa circa, grosso modo ai tempi delle rivolte in Albania contro il sistema delle piramidi finanziarie che avevano segnato il trapasso da un socialismo disumano al capitalismo delle migrazioni e della miseria, aveva affermato su una prestigiosa rivista politica americana, la Aspen Review, che occorreva riportare la povertà dell’Est nelle buste paga dell’Ovest.

Ebbene, ci sono riusciti! Ma lo scontro per chi deve comandare in Europa la forza lavoro, per le forme di sfruttamento che questa deve subire e per i vantaggi derivanti dal suo basso costo prosegue, nonostante le fasulle celebrazioni e le farsesche cerimonie svoltesi nei giorni scorsi.

Non saranno, però, i beceri nazionalismi a risolvere tale problema, mentre il loro progressivo diffondersi non è altro segno che dell’espandersi di quello scontro anche nel cuore dei paesi un tempo più ricchi. Esattamente come successe a partire dai Balcani tra la fine del 1990 e i primi mesi del 1991.

Il nostro D-Day non c’è ancora stato. Nonostante i tredicimila morti tra i militari degli eserciti contrapposti e i ventimila morti tra i civili della Normandia nessuna liberazione è giunta davvero fino a noi.

Ci resta in compenso la memoria dei bunker tedeschi del Vallo Atlantico, oggi sfruttati dal punto di vista di un turismo che sa di necrofilia e che all’epoca rappresentarono, al momento della loro costruzione, una notevole fonte di arricchimento per le ditte coinvolte nella loro realizzazione.

Realizzazione che, guarda caso, vide l’impiego di grandi quantità di calcestruzzo e di manodopera sottopagata o non pagata del tutto, costituita in massima parte da volontari, lavoratori forzati o prigionieri.
Vi ricorda qualcosa? Magari l’Expo? Oppure il Mose o il TAV? Non sbagliate.
val clarea

I nostri bunker ci sono ancora tutti. Come le centinaia di militanti No TAV imputati nei processi intentati contro di loro dalla Procura di Torino sanno bene ancora oggi.
Il lavoro coatto esiste ancora e chi si oppone alle sue logiche e definito ancora terrorista e banditen.

La devastazione militare dei territori c’è ancora tutta. Così come ci sono ancora tutti i campi circondati da filo spinato e controllati da mezzi blindati e truppe in assetto di guerra. Sia che si tratti di presidiare un inutile e costosissimo buco scavato nelle montagne, sia che si tratti di tener rinchiusi come animali gli immigrati sbarcati sulle nostre coste.

No, il nostro D-Day non è ancora venuto.
Perché il nostro D-Day vedrà la fine di ogni bunker, di ogni menzogna, di ogni dittatura sul lavoro e di ogni devastazione dell’ambiente. Solo quello, allora, celebreremo.
E sarà una grande, grandissima festa!

N. B.

Il presente intervento è stato letto domenica 8 giugno davanti al cantiere TAV in Val Clarea nell’ambito delle iniziative promosse in occasione della manifestazione “Una montagna di libri contro il TAV” giunta ormai alla sua terza edizione grazie alla creatività, alla volontà, al coraggio e alla determinazione dei militanti del Movimento No TAV, della Libreria Città del Sole di Bussoleno, della Tabor Edizioni e dell’Associazione ArTeMuDa. A loro rivolgo ancora il più sincero ringraziamento per avermi permesso, per qualche giorno, di far parte di una delle comunità umane migliori tra tutte quelle che ho conosciuto nel corso della mia vita.

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