Joshua Clover – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 09 Mar 2026 23:01:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E intanto corre, corre, corre la locomotiva…della guerra di classe https://www.carmillaonline.com/2023/03/15/e-intanto-corre-corre-la-locomotiva-della-lotta-di-classe/ Wed, 15 Mar 2023 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76306 di Sandro Moiso

In assenza di più vaste mobilitazioni contro la guerra, che non siano soltanto per implorare la “pace”, fa bene notare e ricordare che uno dei settori del mondo del lavoro più impegnati contro la guerra e i suoi catastrofici effetti sociali ed economici è quello del trasporto ferroviario e marittimo. Non soltanto qui in Italia dove una significativa manifestazione in tal senso si è svolta a Genova, indetta dai portuali, ma anche in Giappone e in Corea, dove sono stati i ferrovieri a promuovere una risoluzione contro il riarmo giapponese [...]]]> di Sandro Moiso

In assenza di più vaste mobilitazioni contro la guerra, che non siano soltanto per implorare la “pace”, fa bene notare e ricordare che uno dei settori del mondo del lavoro più impegnati contro la guerra e i suoi catastrofici effetti sociali ed economici è quello del trasporto ferroviario e marittimo.
Non soltanto qui in Italia dove una significativa manifestazione in tal senso si è svolta a Genova, indetta dai portuali, ma anche in Giappone e in Corea, dove sono stati i ferrovieri a promuovere una risoluzione contro il riarmo giapponese su larga scala. Risoluzione che sottolinea come la guerra iniziata in Ucraina stia trascinando il mondo intero nel vortice della guerra. In cui l’amministrazione statunitense di Biden, mano nella mano con l’amministrazione giapponese di Kishida, intende scatenare una guerra contro la Cina e la Corea del Nord.

Lo scorso dicembre l’amministrazione Kishida ha deciso di stanziare oltre 43 mila miliardi di yen (300 miliardi di euro) in cinque anni in un gigantesco programma di riarmo destinato da un lato a calpestare la vita e le condizioni di lavoro dei salariati e dall’altro una guerra contro la Cina anche a costo di centinaia di migliaia di morti e feriti. Mentre nel bel mezzo di questa situazione, il presidente coreano Yoon Suk-yeol ha attuato una straordinaria repressione nei confronti della KCTU (Confederazione coreana dei sindacati) attraverso la legge sulla sicurezza dello Stato.

Il governo giapponese sembra in questo modo voler cancellare senza vergogna il fatto che l’imperialismo giapponese ha una storia di annessione della Corea e ha posto la Corea sotto una dura dominazione coloniale e anche che l’invasione imperialista giapponese si estese alla Cina e ad altri Paesi asiatici, privando della vita 20 milioni di persone. Oltre che l’oltraggiosa storia dell’arruolamento dei coreani per lavori forzati di guerra. E proprio per questi motivi i ferrovieri giapponesi del sindacato nazionale ferrovieri di Chiba (Doro Chiba) e coreani del Sindacato dei ferrovieri coreani (sede regionale di Seul) si sono impegnati ad unirsi a lottare contro il riarmo.

Mentre in Grecia, ad Atene e Salonicco soprattutto ma anche a Patrasso e in altre città, le violente proteste di piazza scaturite dal grave incidente ferroviario del 28 febbraio in cui hanno perso la vita 57 persone, in prossimità della città di Larissa sulla tratta Atene-Salonicco, hanno visto la partecipazione di almeno 50.000 manifestanti e lo sciopero di 24 ore indetto dalla Federazione ferroviaria panellenica (Pos).

“La mancanza di rispetto mostrata nel tempo dai governi nei confronti delle Ferrovie greche ha portato al tragico risultato di Tempi. Purtroppo le nostre continue richieste di assunzione di personale a tempo indeterminato, migliore formazione, ma soprattutto l’applicazione delle moderne tecnologie di sicurezza, vengono gettate nel cestino” Ha affermato il Pos nel suo comunicato. Concludendo poi, ancora: “Oggi la famiglia Railway è più povera. Oggi la Grecia è più povera. Il giorno dopo il disastro è un giorno di riflessione e di lutto per i nostri colleghi perduti”.

Tutto ciò per sottolineare come il settore dei trasporti e della movimentazione delle merci e delle persone, proprio per la sua funzione strategica sia in tempo di pace che di guerra, abbia da sempre rappresentato e ancora rappresenti un settore vitale e di punta delle lotte dei lavoratori. Per questo motivo hanno fatto bene i compagni della CUB Rail a diffondere nel corso degli ultimi anni una serie di opuscoli, usciti come Quaderni di «CUB Rail Wobbly» (giornale di collegamento tra i ferrovieri), destinati a ricostruire alcuni momenti salienti di queste lotte, a cavallo tra XIX e XX secolo, sia in Italia che all’estero e, nello specifico, negli Stati Uniti.

Opuscoli la cui stesura non è stata affidata a ricercatori o studiosi di ambito accademico, ma quasi sempre al lavoro militante di chi lavora e studia la storia della classe di cui fa parte. Motivo che rende tali pubblicazioni da un lato più accessibili al comune lettore e, dall’altro, più libere di esprimere giudizi, anche storici, più apertamente classisti cosa che, non dimentichiamolo mai, non vuole dire per forza “più ideologizzati”.

Il secondo di tali Quaderni, purtroppo al momento non disponibile poiché esaurito, era infatti dedicato al 1877 La grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi (CubRail quaderno 2, Milano, 15 dicembre 2015). Come si afferma nella prima pagina del testo:

Nel centro di molte città americane sono posizionati grandi arsenali, tetri edifici di mattoni e pietra risalenti al XIX secolo. Sono fortezze con tanto di massicce mura e feritoie per le armi. Qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci facciano in quei luoghi, ma probabilmente non gli sarà mai venuto in mente che vennero costruiti per proteggere l’America non già da un’invasione esterna, bensì contro le rivolte popolari interne. Essi rappresentano un monumento alla grande insurrezione del 1877.

Il testo, che è la traduzione ampliata dai curatori di un testo di Jeremy Brecher1 già comparso alla pagina internet Libcom.org/history/great-upheaval-1877.jeremy-brecher, oltre a ricordarci che fin dagli albori dell’impero americano gli Stati Uniti furono percorsi da vaste ondate di lotte e sollevazioni proletarie, quasi sempre armate, che ben poco hanno da invidiare alla tradizione del movimento operaio europeo, ci rammenta anche che una lotta condotta con decisione e in autonomia di classe può arrivare a stravolgere l’ordine del capitale e dei suoi funzionari in armi e in marsina.

Il luglio 1877 in molti libri di storia non rientra affatto tra le date memorabili; eppure segna il primo grande sciopero di massa degli Stati Uniti, un movimento considerato come una vera e propria ribellione violenta. Gli scioperanti bloccarono e s’impadronirono della più importante industria d’allora della nazione, le ferrovie, le masse sconfissero – o, in ogni caso riuscirono ad avere la meglio – prima sulla polizia, poi sulle milizie statali ed in alcuni casi anche sulle truppe federali.
Lo sciopero generale paralizzò tutte le attività in una dozzina di grandi centri, e gli scioperanti presero la gestione diretta di varie comunità sparse per tutto il paese.
Tutto ebbe inizio lunedì 16 luglio nella cittadina di Martinsburg, West Virginia. Quel giorno la compagnia Baltimore and Ohio Railroad aveva effettuato l’ennesimo taglio dei salari:; si trattava del secondo taglio in otto mesi2.

Lo sciopero derivatone e che andò avanti per alcuni mesi allargandosi, come si diceva prima, a numerose altre città americane, tra le quali, prima di tutte, Philadelphia in cui il governo fu costretto ad inviare un numero rilevante di soldati muniti di 30 pezzi di artiglieria per sedarlo, costituì alla fine un fallimento ma, allo stesso tempo, rivelò il potere che possedevano i lavoratori delle ferrovie di bloccare il traffico su molte linee, anche per molti giorni consecutivi.
Per la prima volta si scopriva la mobilità come arma vincente degli scioperanti, cosa che rendeva chiaro che uno sciopero dei trasporti non può mai essere considerato soltanto locale, come invece può succedere con quello di una fabbrica.

Il terzo quaderno si occupa ancora degli Stati Uniti, Lo sciopero di Pullman3, e precisamente dello sciopero iniziatosi negli stabilimenti della Pullman Palace Car Company, fabbrica di Chicago costruttrice di tram, vetture letto e carrozze ristorante che occupa 50 mila dipendenti e che vede crollare gli ordinativi a seguito del “panico del 1893”, che era ancora parte di quella “Grande depressione” che durava ormai da vent’anni essendo iniziata con il “panico del 1873”.

Il proprietario, George Pullman, taglia i posti di lavoro e salari, aumenta gli orari di lavoro fino a 16 ore giornaliere, e gli affitti e i prezzi dei generi di prima necessità nella città dello stesso nome, alle porte di Chicago, in cui vivono come in un classico villaggio operaio i dipendenti della ditta stessa.
Per sviluppare la lotta contro tale decisione i rappresentanti degli operai si rivolgeranno all’American Railway Union (ARU) un sindacato di ferrovieri che, fondato a Chicago con l’intento di unificare i ferrovieri dispersi in dodici confraternite di mestiere, aveva avuto il suo battesimo del fuoco con la lotta, coronata dal successo, contro la Great Northern Railway, e che nel giro di quindici mesi era riuscito ad avere 45 sezioni locali cui aderivano 150mila ferrovieri.

Non si trattava dunque di un sindacato di fabbrica, ma sfruttando il fatto che Pullman era anche proprietario di alcuni chilometri di ferrovia, e poiché il nuovo sindacato offriva più garanzie e speranze delle confraternite di mestiere dei costruttori treni, il trenta per ceno degli operai di Pullman chiesero l’iscrizione allo stesso. Bell’esempio di collegamento di classe , anche tra settori apparentemente diversi.

Per il 26 giugno 1894 viene fissato l’ultimatum da parte di lavoratori per iniziare la tratattiva con il proprietario, ma ancor prima dello scadere dell’ultimatum si registrano blocchi della circolazione a La Salle; i ferrovieri di Des Moines, Rock Island, della Grand Trunk Railway, della B&O sono pronti alla lotta.

Quando il primo manovratore che a Chicago si rifiuta di agganciare una carrozza Pullman a un treno viene licenziato, scatta l’azione preventiva: in appoggio al primo licenziato e agli operai di Pullman i ferrovieri delle varie compagnie si rifiutano di manovrare treni che abbiano in composizione le vetture Pullman.
In breve lo sciopero dilaga dappertutto. Il 27 giugno scioperano 5mila ferrovieri. Il 28 giugno 40mila, ad ovest di Chicago il traffico è paralizzato. Martin Elliott, dirigente dell’ARU, dichiara sciopero a St. Louis; 80mila lavoratori incrociano le braccia. Il 29 giugno sono 100mila. Il 30 giugno il numero degli scioperanti sale a 125mila, sono 29 le compagnie ferroviarie coinvolte. Presto il numero degli scioperanti salirà a 250mila, con 27 stati dell’Unione coinvolti; considerando tutti i settori che entreranno in lotta la cifra degli scioperanti si fisserà a 660mila. Sei su dieci ferrovieri e degli operai ferroviari in sciopero si sono iscritti all’ARU.
Traffico paralizzato da Chicago a San Francisco; azzerati i trasporti di cereali, ortaggi, frutta, carne; fermo il servizio postale della US Mail, fermi tutti i treni che hanno in composizione vetture Pullman […] Nella settimana fino al 30 giugno su dieci linee ferroviarie di Chicago erano state trasportate 42.892 tonnellate di merci verso est; la settimana successiva erano scese a 11.600; Baltimora & Ohio 52 tonnellate; Big Four Railroad: zero. E così via. I principali quotidiani parlano della più grande battaglia tra capitale e lavoro mai svoltasi negli Stati Uniti e gridano all’insurrezione4.

Ance questo sciopero finirà con una sconfitta e per giungere a ciò, ancora una volta il capitale farà ricorso all’intervento delle forze armate, all’arresto dei dirigenti dell’ARU, che sarà sciolto nel 1897 da Eugene Debs che era tra questi e al licenziamento degli scioperanti delle singole imprese sostituendoli con personale non sindacalizzato. Mentre la Pullman compilava “liste nere” coi nomi degli scioperanti che vennero inviate alle compagnie ferroviarie affinché non fossero più assunti i rivoltosi. Per festeggiare la repressione dello sciopero e diffondere la “pace sociale” il presidente Cleveland e il Congresso approvarono il Labor Day come festa nazionale da celebrarsi il 1° settembre di ogni anno. Ma rimane ancora un gigantesco esempio del perché alla classe e alla sua unità serva, per identificarsi e riconoscersi in antitesi al capitale, la lotta, quella che ancora oggi spaventa e terrorizza padroni, Stato e sindacati istituzionali.

Parlando di lotte, e arrivando finalmente in Italia, il quarto quaderno di Club Rail Wobbly è dedicato allo sciopero dei ferrovieri italiano del 19205. In questo caso è la storia di una vittoria a tutto campo dopo una lotta durata dieci giorni e che farà scrivere al quotidiano del Partito Socialista Italiano: Lo Stato ha ceduto.

Ma come un’onda che sale e scende di lì a poco, quello stesso Stato si farà fascista, armato contro qualsiasi insorgenza o protesta proletaria e proprio a quest’ultimo tema è dedicato il sesto dei quaderni6.

I nemici dello Stato, i fannulloni e gli incapaci non devono rimanere più a lungo nell’amministrazione. Il giudizio sull’incapacità e sullo scarso rendimento è giudizio meramente di fatto […] chi risulterà aver partecipato in qualsiasi modo a quell’opera deleteria di sobillazione delle masse, di istigazione continua agli scioperi, che per poco non valse a condurre il nostro Paese a irreparabile rovina, dovrà senz’altro essere allontanato. La presenza di questi elementi infidi negli uffici e nei servizi costituisce un pericolo permanente che deve essere inesorabilmente eliminato al più presto. Tali agenti sono a ritenersi di scarso rendimento7.

44mila furono i ferrovieri licenziati dal regime e questo, più che dimostrare la forza del regime, ne dimostra l’intrinseca debolezza di fronte ad una frazione di classe indomabile e irriducibile, come illustrano le lettere riprodotte dell’opuscolo. Una storia di classe orgogliosa, indipendente e assolutamente da ricordare in funzione di una memoria che va ben oltre quella istituzionale e mummificata che ci viene propinata ogni giorno in funzione di un antifascismo di sola facciata.
Che, tra le altre cose, ha come scopo soltanto quello di spaventare e indebolire l’antagonismo di classe per impedirne qualsiasi sua più energica e determinata reazione contro il capitale e i suoi servi di sempre.

In conseguenza del mio “dimissionamento” sono costretto abbandonare la residenza di Benevento, e con dolore la Rappresentanza del nostro battagliero periodico, che ha reso fiera la categoria di macchinisti e fuochisti e che ancora oggi non ha indietreggiato di un millimetro a sostenere i veri interessi della nostra categoria; e quando la raffica sarà passata, il tempo, che è il più perfetto galantuomo, dirà che la categoria dei Macchinisti e Fuochisti è sempre «In Marcia!».
(15 settembre 1923 – Gennaro Piccardi, Macchinista)

In un’epoca in cui la circolazione delle merci si è fatta sempre più frenetica ad opera della cosiddetta “globalizzazione”, le lotte nel settore dei trasporti e della logistica sono diventate ancora una volta non solo centrali ma, a tratti, addirittura esiziali nella definizione sia dei profitti del capitale che della funzione offensiva dell’iniziativa dal basso, come ha sottolineato in un recente testo, Riot. Sciopero. Riot, l’americano Joshua Clover8.
Per questo motivo l’iniziativa portata avanti dai Quaderni di Cub Rail si rivela certamente di grande importanza nel risollecitare le memorie delle lotte del passato e l’arco di esperienze che ancora possono ricollegarsi a quelle del presente e del futuro.


  1. Già autore di un testo fondamentale sulla storia del movimento operaio americano: J. Brecher, Sciopero!, 2 voll., La Salamandra, Milano 1976 (ed. originale americana 1972)  

  2. 1877 La grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi, op. cit., p. 2.  

  3. Quaderno Club Rail Wobblyb 3, Milano, 4 ottobre 2017  

  4. 1894 Lo sciopero di Pullman, op. cit., pp. 5-6.  

  5. 1920 Quei nostri giorni meravigliosi. 20-29 gennaio. Il grande sciopero dei ferrovieri italiani (contenente la ristampa anastatica di «In Marcia!» del febbraio-marzo 1920), Milano, il cui testo è estratto da Giorgio Sacchetti, Il Sindacato Ferrovieri Italiani durante il “Biennio rosso”, in Il Sindacato Ferrovieri Italiani dalle origini al fascismo 1907-1925, a cura di M. Antonioli e G. Checcozzo, Unicopli, Milano 1994, pp. 241 e ss.  

  6. 1922-1924 Né domi né vinti. Lettere dei ferrovieri licenziati politici, Introduzione di Giorgio Sacchetti, Quaderno 6 Club Rail Wobbly, Milano (contenente la ristampa anastatica del N.2 – Febbraio 1923 di «In Marcia!» Organo dei macchinisti fuochisti e affini).  

  7. Circolare dall’Alto Commissario per le Ferrovie indirizzata ai presidenti delle commissioni centrali e compartimentali di esonero in applicazione del Regio Decreto 28 gennaio n. 143 art. 3 comma a, ora in 1922-1924 Nè domi né vinti. Lettere dei ferrovieri licenziati politici, op. cit., p. 19.  

  8. A cui si rimanda qui  

]]>
Come un’onda che sale e che scende* https://www.carmillaonline.com/2023/01/25/come-unonda-che-sale-e-che-scende/ Wed, 25 Jan 2023 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75695 di Sandro Moiso

Joshua Clover, Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 244, 20,00 euro

Fa piacere trovare e recensire un testo come questo, soprattutto per chi da anni cerca di svincolare logiche e strategie dei movimento antagonista dal pensiero operaista oppure da quello ancora basato su una concezione di classe operaia che, nel bene e nel male, le derive della storia economica, sociale e politica hanno fortemente ridimensionato.

Il secondo motivo per ringraziare Meltemi per averlo pubblicato, nella collana “Culture radicali” diretta dal Gruppo Ippolita, sta [...]]]> di Sandro Moiso

Joshua Clover, Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 244, 20,00 euro

Fa piacere trovare e recensire un testo come questo, soprattutto per chi da anni cerca di svincolare logiche e strategie dei movimento antagonista dal pensiero operaista oppure da quello ancora basato su una concezione di classe operaia che, nel bene e nel male, le derive della storia economica, sociale e politica hanno fortemente ridimensionato.

Il secondo motivo per ringraziare Meltemi per averlo pubblicato, nella collana “Culture radicali” diretta dal Gruppo Ippolita, sta nel fatto che, al di là del bizzarro anti-americanismo culturale che ancora agita i sogni di tanti compagni di antica maniera che dimenticano che tale tipo di superficiale approccio a tante ricerche e produzioni culturali statunitensi è stata in realtà tipica dell’epoca fascista e dei suoi esponenti intellettuali e susseguentemente ereditata dallo stalinismo e dalle sue derive togliattiane, dal cuore dell’impero occidentale, e proprio perché tale, arrivano segnali di grande vitalità teorica, spesso derivata da una prassi diffusa di conflitto sociale. Vitalità che si presenta anche sotto le forme di una rivitalizzazione del pensiero di Marx, che sa, però, scartare sapientemente le interpretazione muffite di tanti suoi interpreti “ortodossi”1.

L’autore, Joshua Clover, oltre tutto, non è un marxista “di professione”, anzi questo, uscito negli States nel 2016 ma oggi accompagnato da un Poscritto all’edizione italiana che lo aggiorna al 2022, è il suo primo studio di carattere politico, poiché è professore di English and Comparative Literature alla University of California”Davis”, motivo per cui Clover è autore sia di libri di poesia che di saggi di critica culturale, tra i quali va segnalato 1989: Bob Dylan Didn’t Have This to Sing About del 2009.

Il testo qui recensito segue il percorso della lunga onda, che sale e scende attraverso i secoli e le società, delle lotte dei lavoratori e dei ceti disagiati fin dal comparire di un’economia di mercato in età medievale, moderna e, infine, contemporanea. Un’analisi delle rivolte e della loro organizzazione che, secondo l’autore, è possibile svolgere proprio a partire dal lavoro di Marx sulla sfera della produzione e su quella della circolazione. Sostenendo, sulla base degli scritti del rivoluzionario tedesco, che la seconda non si riduce, come sosterrebbero gli “ortodossi” alla sola sfera dello scambio, ma che farebbe invece da sfondo all’agire sociale nel suo insieme poiché, come spiega Clover nel poscritto all’edizione italiana: «Una volta che l’agricoltura di sussistenza e il baratto locale sono sradicati, e le forme di servitù assoluta trasformate oppure occultate dalla legge, il proletariato, di qualunque tipo esso sia, si trova a dipendere dal mercato»2. E quindi ad agire all’interno di essa.

E’ in questo contesto che si svilupparono i riot del tardo medioevo e della prima età moderna, che raccoglievano poveri delle città, contadini rovinati dal progressivo diffondersi di norme economiche e legali che ne impedivano la sopravvivenza secondo le vecchie tradizioni comunitarie e strati sociali il cui unico orizzonte era rappresentato dalla necessità di ottenere un abbassamento dei prezzi per poter sfamare la propria persona e/o la propria famiglia. Riot in cui spesso erano protagoniste le donne che vivevano sulla propria pelle tutte le condizioni appena riassunte e che cercavano, nella sostanza, di imporre una forma di riduzione o di controllo dei prezzi delle merci.

Sono questi riot che precedono lo sciopero nel titolo. Sciopero che, tra mille difficoltà e durissimi scontri, diventerà la forma di lotta e di organizzazione della forza lavoro fin dall’apparire in Inghilterra della Rivoluzione Industriale e che rimarrà, nei fatti e nell’immaginario collettivo, lo strumento determinante per la battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. Almeno fino alla seconda metà del ‘900 in Occidente.

Forma di lotta prevalente all’interno della sfera della produzione che, però, finiva col costituire anche una forma di controllo dei prezzi attraverso un innalzamento del valore della forza lavoro.
In qualche modo la lotta intorno al mercato del lavoro finiva col sostituirsi a quelle intorno al mercato popolare e urbano. Forma di lotta spesso vincente sul lungo e medio periodo, ma che spesso ha finito coll’escludere dall’orizzonte proletario forme di lotta e fasce sociali che non potevano vantare un’appartenenza alla classe operaia o lavoratrice. Ma, c’è sempre un ma…

Storicamente, la forza dei lavoratori si è basata sulla crescita del settore produttivo e sull’abilità nel prendere possesso di una parte del sovrappiù in espansione. Dalla fine degli anni Settanta in poi, i movimenti dei lavoratori sono stati costretti a negoziati difensivi, venendo obbligati a tenere in vita le aziende capaci di fornire i salari e rendendo manifesta la dominazione del capitale in cambio della sua stessa preservazione. Chi lavora compare sulla scena in un periodo di crisi in quanto lavorator* e affronta una situazione nella quale “lo stesso fatto di agire come una classe appare come una costrizione esterna”. Tale dinamica, che potremmo descrivere come la trappola dell’auto-affermazione, è diventata una forma sociale generalizzata e un quadro concettuale, la razionale irrazionalità della nostra epoca. Il disordine intrinseco al riot può essere inteso come un’immediata negazione di tutto questo3.

Sottolinea più volte l’autore, nel corso del testo, che l’analisi delle lotte non può essere scissa da una teoria della crisi e da un’analisi materialistica delle condizioni in cui vengono a svolgersi e del contesto generale in cui si sviluppano.

Non appena le nazioni sovrasviluppate sono entrate in una crisi prolungata, per quanto ineguale, nel repertorio delle azioni collettive è tornata a prevalere la tattica del riot. Ciò è vero sia nell’immaginario popolare sia guardando ai dati (nella misura in cui questi ultimi possono dare adito a una comparazione statistica). A prescindere dalla prospettiva di volta in volta adottata, i riot hanno assunto una granitica centralità sociale. Le lotte del lavoro sono state in buona misura ridotte allo stato di sbrindellate azioni difensive, mentre il riot si propone sempre di più come la figura centrale dell’antagonismo politico, uno spettro che si insinua ora nei dibattiti di matrice insurrezionalista, ora negli ansiosi report governativi, ora sulle copertine patinate delle riviste. I nomi dei luoghi sono diventati punti cardinali della nostra epoca. La nuova era dei riot ha le proprie radici a Watts, Newark e Detroit; passa attraverso Tienanmen Square 1989 e Los Angeles 1992, arrivando, nel presente globale, a São Paulo, Gezi Park e San Lázaro. Il riot si configura come protorivoluzionario in piazza Tahrir, a Exarcheia è quasi permanente, con Euromaidan ha un orientamento reazionario. In una luce più sfumata: Clichy-sous-Bois, Tottenham, Oakland, Ferguson, Baltimora. Troppi, per poterli ricordare tutti4.

Potremmo aggiungere, come fa lo stesso autore in altra parte del testo, le lotte valsusine contro il TAV e dei Gilet Jaune in Francia, che proprio in questi giorni stanno riprendendo vigore intorno alla questione dell’innalzamento dell’età pensionabile proposta da presidente Macron e dal suo governo.

I riot stanno arrivando, alcuni sono già qui e altri sono in preparazione. Non c’è dubbio. Ci vuole una teoria adeguata. Una teoria del riot è una teoria della crisi. Questo è vero, in una dimensione locale e specifica, nel momento in cui i vetri vanno in frantumi e scoppiano gli incendi, quando il riot significa l’irruzione sulla scena, per la durata di poche ore o pochi giorni, di una situazione disperata, di un impoverimento estremo, della crisi di una certa comunità o amministrazione cittadina. Tuttavia, il riot può essere compreso soltanto se lo si considera dotato di valenze interne e strutturali e, per parafrasare Frantz Fanon, nella misura in cui possiamo discernere il movimento storico che gli dà forma e contenuto. A quel punto, ci si deve spostare su altri livelli nei quali la chiamata a raccolta tipica dei riot risulta inscindibile dall’attuale crisi sistemica del capitalismo. Inoltre, in quanto forma particolare di lotta, il riot è illuminante rispetto alla fisionomia della crisi, la rende nuovamente pensabile, e fornisce una prospettiva dalla quale osservarne lo sviluppo5.

Come si afferma ancora nella Nota editoriale del Gruppo di Ricerca Ippolita che ha voluto la pubblicazione del testo in Italia:

Il libro di Clover contribuisce a ridare dignità politica al riot, aiuta a ricostruire storicamente le sue trame costituite in gran parte da rivendicazioni più che legittime, ne propone una teoria in chiave marxiana. C’è, però, un elemento che, più di altri, ci ha convint* a pubblicarlo nella collana “Culture radicali”: il fatto che invita a considerare il riot non solo come una fiammata di malcontento o come una sommossa disordinata, ma, anche e soprattutto, come una formula multipla di proteste appropriata e necessaria, in riferimento a questo particolare momento storico. Esso pertanto comprende diverse forme di protesta: il presidio, il corteo, l’occupazione di piazze, strade, stazioni e così via. L’economia di produzione perde di centralità a vantaggio di quella di circolazione. Ciò fa sì che non sia solo il luogo e il modo a mutare, cioè la fabbrica e lo sciopero, ma necessariamente anche il soggetto che si riconfigura lungo gli assi della razza e – aggiungiamo – del genere, oltre a quello tipico della classe. Elemento, quest’ultimo, che comunque si ridefinisce comprendendo quelle fasce di popolazione tradizionalmente escluse dal concetto novecentesco di proletariato: i corpi che non contano. È sotto gli occhi di tutt*. In una congiuntura unica tra necropolitica di stato, disastro ecologico, neoliberalismo da rapina, tecnologie del dominio, violenza di genere e razzismo, negli ultimi dieci anni ha avuto luogo una serie straordinaria di eventi insurrezionali in ogni angolo del mondo […] In questo groviglio inseparabile di istanze e lotte, la tradizionale contrapposizione tra sciopero e riot salta, non funziona più perché figlia di un’altra epoca. Chi oggi insorge chiede migliori condizioni di vita – non solo un salario migliore –, chiede giustizia nelle sue diverse e numerose declinazioni. Questo percorso è ancora in divenire e, se è difficile prevederne l’esito, è, invece, facile immaginare che questa marea sia solo all’inizio e che non si placherà tanto facilmente. Di tutto ciò Joshua Clover propone una teoria brillante e sofisticata; il nostro intento, pubblicandolo, è che questo testo possa diventare uno strumento utile per le lotte di oggi e di domani6.

Certo, all’interno della teoria e della pratica del riot c’è stato un salto qualitativo rispetto a quelli ancora definiti dal Riot Act emanato da re Giorgio I nel 1714. Non a caso nel testo di Clover l’evoluzione è indicata dall’uso della formula riot-sciopero-riot’ che rinvia immediatamente a quella marxiana dell’accumulazione D-M-D’ , marcando un passaggio per accumulo di esperienze e di istanze che rendono i riot contemporanei diversi da quelli del passato. Intanto perché nel capitalismo attuale la sfera della circolazione si è ampliata ben al di là del mercato come luogo di scambio di merci.

Partendo dall’assunto marxiano che «La circolazione e lo scambio di merci, non crea nessun valore»7, Clover osserva che:

Sono categorie infinitamente problematiche e in questo hanno un peso i limiti di questo tipo di “circolazione”. Lo straordinario sviluppo dei trasporti, uno dei tratti distintivi della nostra epoca, sembrerebbe in un primo momento garantire una soluzione adeguata a questo problema, portando a una circolazione dei prodotti che tende verso la realizzazione come profitto del plusvalore valorizzato altrove. Altri sostengono la tesi contraria, e cioè che lo spostamento nello spazio aumenti il valore di una merce. Di fatto, nella loro accezione più ristretta, i “costi puri di circolazione” potrebbero limitarsi a quelle attività che istituiscono lo scambio stesso, il trasferimento astratto del titolo di proprietà: vendite, contabilità e attività simili. Inoltre, anche la finanziarizzazione e la “globalizzazione” (termine con cui si estende l’estensione verso i confini planetari delle reti e dei processi logistici, guidati dall’innovazione informatica) dovrebbero essere intese come strategie temporali e spaziali orientate verso l’internalizzazione di nuovi input di valore provenienti, rispettivamente, da altri luoghi e da altri tempi. Questo, tuttavia, può soltanto corroborare l’assunto secondo cui la fase attuale del nostro ciclo di accumulazione è definita dal collasso della produzione di valore alla base del sistema-mondo; è per questo motivo che il centro di gravità del capitale si è spostato verso la circolazione, sostenuto dalla troika del toyotismo, dell’informatica e della finanza. I dati sono, in questo senso, illuminanti. Come osserva Brenner, «[d]al 1973 a oggi, la performance economica degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale e del Giappone è peggiorata secondo tutti gli indicatori macroeconomici standard, ciclo dopo ciclo, decennio dopo decennio (con la sola eccezione della seconda metà degli anni Novanta)»8. La crescita del PIL globale dagli anni Cinquanta agli anni Settanta è rimasta sempre al di sopra del 4 per cento; in seguito, si è arrestata al 3 per cento o ancora meno, a volte molto meno. Durante la Lunga Crisi, anche il periodo migliore è stato peggiore, nel complesso, della fase peggiore del lungo boom precedente. Anche se stabilissimo che il trasporto può essere parte tanto della valorizzazione quanto della realizzazione del profitto, dovremmo in ogni caso confrontarci con il fatto che i grandi avanzamenti sul piano del trasporto globale e l’accelerazione del tempo di turnover rispetto agli anni Settanta coesistono, nelle maggiori nazioni capitaliste, con il ripiegamento della produzione. […] In ogni caso, né la spedizione delle merci né la finanza sembrano aver arrestato la stagnazione e il declino della redditività globale. […] Tuttavia, questo non significa che tra gli effetti non ci sia stato quello di consolidare i profitti delle singole aziende, che possono ottenere vantaggi competitivi dal calo dei loro costi di circolazione, in una politica beggar thy neighbour (“impoverisci il tuo vicino”) trasposta nell’era dell’informatica. […] Senza addentrarci troppo nel labirinto marxologico, possiamo affermare in modo piuttosto incontrovertibile che nel periodo in questione il capitale, di fronte a profitti notevolmente diminuiti nei settori produttivi tradizionali, va a caccia degli utili oltre i confini della fabbrica – nel settore FIRE (Finance, Insurance e Real Estate), secondo le rotte predisposte dalle reti globali della logistica – pur non trovandovi alcuna soluzione percorribile alla crisi che, in prima battuta, l’ha allontanato dalla produzione. Anzi, l’agitazione è sempre più frenetica, gli schemi più elaborati, le bolle più grandi, e più grandi le esplosioni. In un moto di disperazione dialettica, lo stesso meccanismo che ha incluso il capitale nella sfera fratricida della circolazione a somma zero opera più o meno allo stesso modo nei confronti di un numero crescente di esseri umani. Crisi e disoccupazione, i due grandi temi de Il Capitale, sono entrambi espressione del tragico difetto del capitalismo che, nella ricerca del profitto, deve prosciugarne la sorgente, scontrandosi con i suoi limiti oggettivi nell’incessante rincorsa all’accumulazione e alla produttività […] L’unitarietà di questo fenomeno rende manifesta anche la contraddizione tra plusvalore assoluto e relativo. Le lotte intercapitaliste per ridurre i costi di tutti i processi correlati arrivano alla reiterata sostituzione della forza lavoro con macchine e forme di organizzazione più efficienti, e questo, nel tempo, aumenta la ratio del rapporto tra capitale costante e capitale variabile, tra lavoro morto e lavoro vivo, espellendo l’origine del plusvalore assoluto dalla lotta per la sua forma relativa. La crisi è uno sviluppo di queste contraddizioni fino al punto di rottura. Ciò prevede non tanto una carenza di denaro, bensì il suo sovrappiù. Il profitto maturato giace inutilizzato, incapace di trasformarsi in capitale, poiché non c’è più alcuna ragione abbastanza attrattiva per investire in nuova produzione. Le fabbriche vanno tranquillamente avanti. Cercando salari altrove, chi è stat* licenziat* scopre che l’automazione che avrebbe dovuto ridurre la sua fatica si è ormai generalizzata nei vari settori. Adesso il lavoro non utilizzato si accumula gomito a gomito con la capacità produttiva non utilizzata. È la produzione della non-produzione. Siamo tornati, in una forma in qualche modo diversa, a una questione di classe, nella forma in cui Marx la descrive nel Capitale come “sovrappopolazione consolidata, la cui miseria sta in ragione inversa del suo tormento di lavoro. Quanto maggiori infine sono lo strato dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva tanto maggiore è il pauperismo ufficiale. È questa la legge assoluta, generale, dell’accumulazione capitalistica”9.

Chi è espulso, o sta per esserlo, dai luoghi di produzione e dal mercato del lavoro non può far altro che colpire il capitale là dove finge ancora di aggiungere valore ai suoi prodotti ovvero bloccando reti stradali e autostradali, ferroviarie, informatiche e porti. Forse per questo le leggi sui blocchi stradali, come qui in Italia, vanno organizzandosi in forme sempre più dure.
Motivo per cui mentre nel ‘700

lo stato era lontano, mentre l’economia era vicina. Nel 2015, lo stato è vicino e l’economia lontana. La produzione è nebulizzata, le merci sono assemblate e distribuite secondo catene logistiche globali. Anche i prodotti alimentari più basilari possono essere stati prodotti in un altro continente. Nel frattempo, si è sempre a tiro dell’esercito permanente interno d ello stato, progressivamente militarizzato con il pretesto di dover fare la guerra alle droghe o al terrore. Il riot’ non può fare a meno di sollevarsi contro lo stato: non c’è alternativa10.

Tra gli obiettivi immediati, lo abbiamo visto negli Stati Uniti con i riot avvenuti dopo l’uccisione di afroamericani dal 1992 a Los Angeles fino ad oggi, vi sono infatti i commissariati di polizia, luoghi in cui la violenza e la sopraffazione statale espongono spesso il loro vero volto. Ma anche i supermercati o catene di negozi il cui saccheggio odierno finisce col riunire il riot’ con il suo predecessore più antico

La principale difficoltà nella definizione del riot deriva dalla sua profonda correlazione con la violenza; per molti, questa associazione è talmente connotata dal punto di vista affettivo, in una direzione o nell’altra, che è difficile da dissipare, rendendo arduo, in questo modo, osservare anche altri aspetti. Non c’è dubbio che molti riot implichino l’uso della violenza – la stragrande maggioranza, probabilmente, se si includono in questa categoria i danni alla proprietà, o le minacce, tanto dirette quanto indirette. […] Che i danni alla proprietà siano equiparabili alla violenza non è tanto una verità, quanto l’effetto di un’adozione di un particolare discorso sulla proprietà, di origine relativamente recente, che implica una specifica identificazione degli esseri umani con una ricchezza astratta di qualche tipo e che porta, ad esempio, alla considerazione giuridica delle corporations in termini di “persone”. In ogni caso, l’enfasi sulla violenza del riot riesce efficacemente a oscurare la violenza quotidiana, sistematica e ambientale che giorno dopo giorno perseguita le vite di gran parte della popolazione mondiale. La visione di una socialità generalmente pacifica nella quale la violenza scoppia soltanto in circostanze eccezionali è un immaginario che solamente alcuni si possono permettere. Per gli altri – la maggioranza – la violenza sociale è la norma. La retorica del riot violento diventa uno strumento di esclusione, indirizzato non tanto contro la “violenza”, ma contro gruppi sociali specifici. Inoltre, per più di due secoli, anche gli scioperi hanno spesso fatto ricorso alla violenza: battaglie campali tra chi lavora, da un lato, e poliziotti, crumiri e picchiatori mercenari, dall’altro, che al loro culmine assomigliavano a scontri militari11.

Occorre, per motivi di spazio chiudere qui il discorso su un testo che presenta molti validi motivi per essere letto e diffuso, costituendo una sorta di storia del capitalismo e delle sue crisi attraverso lo sguardo dal basso che proviene da chi lotta, in un mondo in cui razializzazione delle lotte e coincidenza tra chi lavora e chi è comunque costretto a consumare apre nuovi e problematici orizzonti di ricerca per il lavoro militante, non soltanto teorico. E anche se molti attivisti e militanti di “sinistra” vorrebbero avere a che fare con lotte e obiettivi già ben delineati e “facili” da perseguire, Clover sottolinea ancora come una caratteristica di queste lotte possa essere quella di una certa familiarità con le destre.

Il tentativo di pseudogolpe attuato negli Stati Uniti il 6 gennaio 2021 è stato senza dubbio un riot di destra, la piazza Syntagma della reazione. Un anno più tardi, sono stati i “Freedom Convoys” ad apparire in varie località, con il blocco delle principali arterie e dei corridoi commerciali come protesta contro i protocolli medici imposti dagli Stati in risposta alla pandemia. I blocchi più duraturi sono avvenuti in Canada, e la parentela di questi riot con la variante nazionale canadese dei gilets jaunes, nel 2019, non è passata inosservata. Tuttavia, quei riot portavano con loro anche i ricordi dei blocchi indigeni sugli assi di comunicazione transfrontalieri, economicamente cruciali, tra il commercio canadese e gli Stati Uniti. Tale deriva attraverso lo spettro politico chiarisce quello che dovrebbe essere già evidente: le lotte della circolazione sono una tecnica. Non hanno un contenuto politico prestabilito. In un certo senso, anzi, il loro contenuto è la mancanza di contenuto: sono lotte che ricevono una definizione in funzione della loro apertura a un ampio ventaglio di attori sociali, e possono quindi diventare la via maestra per l’espressione di una vasta gamma di tensioni sociali. D’altro canto, non si tratta di una situazione completamente amorfa. Questi riot di destra hanno un carattere nazionalista, razzista, devoto alle gerarchie e alle pratiche di dominazione, che non può passare sotto silenzio. Per contro, tale analisi non può essere svincolata dalla constatazione che il declino nelle opportunità di vita è arrivato a lambire quei gruppi sociali che per lungo tempo non ne erano stati toccati: la “classe media”, la petite bourgeoisie, e così via. Il motivo per cui tutto questo arriva talvolta a lambire la sinistra (come per buona parte del movimento Occupy) e talvolta la destra (come per i Freedom Convoys) non è chiaro. Siamo entrati in un periodo storico in cui i palliativi e i disciplinamenti dell’economia sono sempre meno a disposizione, e lo stato è sempre più obbligato a imporre con la forza il proprio ordine, apparendo sempre di più come il principale antagonista in campo. Potrebbe essere che questo sviluppo corrisponda a un indebolimento dello stesso spettro politico destra-sinistra, il cui orientamento, ormai, non è facilmente individuabile tra i poli-, pro- e anti-stato, pro- e anti-capitalismo. Allo stesso tempo e indipendentemente da una simile volatilità ideologica, queste forme di contestazione continuano a essere le armi a disposizione di chi subisce l’esclusione dalla buona vita, di chi soffre lo spossessamento delle proprie terre (senza che vi sia alcun assorbimento nella classe operaia), di chi riceve il marchio generazionale dell’essere stati proprietà di qualcun altro e di chi sperimenta la degradazione nell’ambito del lavoro domestico. È il conflitto che sceglie i propri attori, e non viceversa; questo, tuttavia, non sminuisce in alcun modo le lotte, gli sforzi, i rischi e la furia morale che informano i conflitti, così come non sminuisce il fatto che questa individuazione si basa, tra l’altro, sul fatto che le storie di depauperazione sono anche storie di formazione di classe. Tutto ciò non sminuisce le speranze di emancipazione che hanno queste persone. Ed è questo che, con ogni probabilità, manda in tilt l’equilibrio rappresentato dalla terza ambiguità. Le lotte della circolazione, in costante crescita, non si assoggettano con facilità ad alcuna volontà politica e sono qui per restare. In questo frangente, le loro tecniche possono essere appropriate da qualsiasi tipo di gruppo sociale, anche da quelli che aspirano a una distruzione reciproca. Chi continuerà a ribadire la qualità emancipatrice di tali lotte dovrà accettare il fatto che dentro alla rivoluzione ce n’è sempre un’altra: non una rivoluzione centrata sul significato di queste lotte, ma su quello che esse riusciranno a realizzare, sul loro ambiguo futuro12.

* Il titolo scelto vuole costituire un omaggio a uno degli studi più significativi sulla violenza nella storia e nella società, Rising Up and Rising Down, un trattato sulla violenza in sette volumi di 3.300 pagine di William T. Vollmann. Pubblicato all’inizio deI 2004 negli USA ha visto, l’anno successivo, l’uscita di una versione ridotta a un solo volume che rappresenta il frutto di oltre vent’anni di lavoro, uscita in Italia con il titolo Come un’onda che sale e che scende. Pensieri su violenza, libertà e misure di emergenza (Mondadori 2007 – oggi ripubblicato da Minimum Fax, 2022).


  1. Cfr.: M. Nacci, L’antiamericanismo in Italia negli anni Trenta. Bollati Boringhieri 1989 e la polemica tra Togliatti ed Elio Vittorini sui contenuti di «Il Politecnico», una rivista di politica e cultura fondata dallo stesso Vittorini, pubblicata a Milano dal 29 settembre 1945 al dicembre1947. Il periodico basato su un programma antiaccademico, pragmatico e divulgativo pur senza cedere al “popolare”, conteneva, tra le altre cose, saggi di sociologia e testi di letteratura americana. Cosa che continuava la ricerca di nuove e vitali esperienze letterarie già avviata da Vittorini con la sua celebre antologia Americana, uscita nel 1942 ma accompagnata, come afferma Michela Nacci nel suo lavoro sull’antiamericanismo, da «un’introduzione di Emilio Cecchi. Qui si possono leggere alcune tra le frasi più velenose che la civiltà americana abbia mai suscitato nei suoi critici, qui stanno alcuni dei giudizi più pesanti su quella letteratura, qui il mito positivo trova posto solo come tendenza da combattere; la letteratura americana è “letteratura barbara, o in certo qual modo primitiva”, è “come dementata e percossa dal ballo di san Vito”» ( p. 14). Tale introduzione all’antologia sarebbe stata rimossa soltanto nell’edizione Bompiani del 1968.  

  2. J. Clover, Lotte della circolazione: tre ambiguità in J. Clover, Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, Meltemi editore, Milano 2023, p.220  

  3. J. Clover, Riot. Sciopero. Riot, op. cit., p. 49  

  4. Ibidem, p.21  

  5. Ibid, p. 19  

  6. Gruppo di Ricerca Ippolita, Nota editoriale in J. Clover, op. cit., pp. 9-10.  

  7. K. Marx, Das Kapital [1867]; tr. it. di A. Macchioro, B. Maffi (a cura di), Il Capitale, UTET, Torino 1996, p. 214  

  8. R. Brenner, What’s Good for Goldman Sachs, prologo all’edizione spagnola di The Economics of Global Turbulence [2006], La economía de la turbulencia global, Akal, Madrid 2009, p. 6.  

  9. J. Clover, op. cit., pp.41-45  

  10. Ibidem, p. 48  

  11. Ibid., pp. 30-31  

  12. Ibid, pp. 230-232. Sugli stessi temi si veda anche S. Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del terzo millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021  

]]>