Jean-Loup Amselle – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 22 Mar 2026 21:00:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 21: un’invenzione coloniale (in via di disgregazione) https://www.carmillaonline.com/2023/09/06/il-nuovo-disordine-mondiale-21-uninvenzione-coloniale-in-via-di-disgregazione/ Wed, 06 Sep 2023 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78655 di Sandro Moiso

Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 170, 16 euro

Si muove, confusamente ma con energia, nel continente un nuovo anticolonialismo che non possiamo per ragioni di immagine adottare. Anche perché non lo controlliamo (ancora).[…] E’ ben diverso da quello degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, non si nutre di ideologia, non produce leader carismatici, libri o manifesti. Che risultava affascinante anche a una parte dell’Occidente, perché il marxismo africanizzato era un prodotto della nostra cultura. In fondo era [...]]]> di Sandro Moiso

Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 170, 16 euro

Si muove, confusamente ma con energia, nel continente un nuovo anticolonialismo che non possiamo per ragioni di immagine adottare. Anche perché non lo controlliamo (ancora).[…] E’ ben diverso da quello degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, non si nutre di ideologia, non produce leader carismatici, libri o manifesti. Che risultava affascinante anche a una parte dell’Occidente, perché il marxismo africanizzato era un prodotto della nostra cultura. In fondo era esso stesso una esportazione colonialista.[…] Sì, il nuovo anticolonialismo è molto più primitivo […] Gli bastano le immagini: da un lato i grandi alberghi e le banche con le facciate alla Potentik, dall’altro il vuoto della savana, i villaggi e le periferie dove sono in agguato le malattie, la miseria. (Domenico Quirico, “La Stampa”, 5 agosto 2023)

Jean-Loup Amselle (Marsiglia, 1942) è un antropologo francese che ha realizzato ricerche sul campo in Mali, in Costa d’Avorio e in Guinea, concentrando la sua attenzione sui temi dell’etnicità, dell’identità, del multiculturalismo, del postcolonialismo e della subalternità. Inoltre è Directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e caporedattore della rivista internazionale “Cahiers d’études africaines”.

Un curricolo di studi e ricerche importante per l’autore di un testo (edito per la prima volta in Francia nel 2022) che esce in un momento di grave crisi politico-militare della struttura geopolitica e culturale imposta per lungo tempo dal colonialismo francese (ed europeo) all’Africa subsahariana. Come sottolinea Marco Aime nella sua prefazione al testo:

la nozione di Sahel appare per la prima volta nel 1900, nella penna del botanico Auguste Chevalier, come categorizzazione botanicogeografica o bioclimatica, legata alla latitudine e alle curve delle precipitazioni. Oggi, però, il Sahel è divenuto una sorta di regione distinta, con presunte caratteristiche etniche, geografiche, ambientali, che la caratterizzerebbero come un unicum. In realtà non è neppure semplice indicarne i confini, chi è in grado di tracciare un confine netto con il Sahara a nord o con la savana a sud? Potremmo tranquillamente dire che esiste più di un Sahel: su un piano meramente geografico, peraltro convenzionale, corrisponderebbe a una striscia lunga 8500 km, vasta circa 6 milioni di km2, che attraversa 12 Stati (Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea), definita più dalle sue caratteristiche climatiche, ambientali e sociali che non da quelle geografiche o politiche1.

Però, prima di proseguire con l’analisi del contenuto del testo, occorre qui sottolineare subito come di quei dodici stati menzionati nella categoria “Sahel” negli ultimi anni almeno sette si siano sottratti all’influenza occidentale in generale e francese in particolare, come i recenti fatti collegati al “colpo di stato” nigerino sembrano confermare; nonostante gli sforzi militari ed economico-politici messi in atto dal colonialismo francese di mantenere il controllo su una delle aree più ricche di uranio ed altre preziose materie prime dell’intero continente africano. Un’autentica débacle per una forma di occupazione coloniale che è continuata per decenni dopo la cosiddetta “fine dell’età coloniale”, ma che oggi sembra essere giunta al termine insieme alle pretese occidentali di rappresentare, sulle teste di miliardi di abitanti del pianeta oppure delle centinaia di milioni di quelli delle regioni africane coinvolte, l’unico e perfetto modello di governance e organizzazione dello sfruttamento economico delle risorse di gran parte del pianeta.

E qui, in questa pretesa di universalità del modello occidentale, si inserisce la leva, anzi verrebbe da dire il piede di porco, di Amselle, tutto teso a scardinare un modello e un immaginario che sono serviti soltanto a perpetrare fino ad ora un modello di dominio volto a garantire la stabilità e la continuità dello sfruttamento delle risorse africane a favore dei ben più ricchi paesi dell’Occidente bianco e crapulone. Infatti, come afferma ancora Aime nella sua prefazione:

Un filo rosso percorre l’intera opera di Jean-Loup Amselle e ne mette in luce, oltre alle indiscusse capacità, la coerenza e l’estrema originalità. Fin dai suoi primi lavori […] Amselle sembra essersi dato una missione: scardinare il rigido sistema classificatorio, al quale non è sfuggita neppure molta antropologia del passato, per restituirci un panorama più complesso e articolato, che vada al di là delle semplici (talvolta semplicistiche) schematizzazioni adottate, in particolare dagli europei, nei confronti dell’Africa. Questo continente, infatti, è stato troppe volte vittima di vere e proprie “invenzioni”, pensiamo al mito di Timbuctù come città dell’oro o alla propensione mistica dei dogon, solo per rimanere nel Mali, Paese del Sahel, al centro di questo ultimo lavoro dell’autore2.

Come chiarisce lo stesso Amselle:

il Sahel, categoria nata per designare la regione che si estende tra il Sahara e la savana “sudanese”, è in effetti una realtà spettrale, ibrida, mista, che mescola popolazioni “bianche”, “rosse” e “nere”, agricoltori sedentari e pastori transumanti, animisti e musulmani. Questa realtà mutevole, come quelle che la circondano (il Sahara, la savana), è stata coinvolta in una serie di formazioni politiche su larga scala – gli Imperi del Ghana, del Mali e del Songhay – tutte orientate lungo un asse nord-sud piuttosto che ovest-est. Sebbene la colonizzazione francese si estendesse dal Maghreb al Golfo di Guinea, non fu questa la divisione geografica che ne derivò. Al contrario, i conquistatori, gli amministratori e gli studiosi coloniali stabilirono una geografia razziale e bio-climatica che livellava le zone geografiche, le razze e le etnie in funzione delle latitudini. Ne è risultata una gerarchizzazione ambigua che oppone delle razze “civilizzate” ma pericolose, come i mori, i tuareg e i peul, a razze più incolte ma più pacifiche, come gli “agricoltori neri”. Questo schema di riferimento coloniale continua a essere utilizzato ancora oggi e a ossessionare gli ufficiali francesi delle operazioni “Barkhane” e “Takuba”3.

Sottolineando però come l’opera di divisione trasversale sia stata non soltanto geografica, bio-climatica e razziale, ma anche linguistica.

Non ho ancora fatto notare che dal 2013 in poi, i successivi interventi militari che hanno coinvolto diversi Paesi “saheliani”, soprattutto il Mali, hanno avuto nomi arabi o tamasheq […] “Takuba”, il termine utilizzato per designare la forza speciale europea voluta da Emmanuel Macron, significa “sciabola” in lingua tamasheq. Il campo semantico utilizzato dal comando francese è quindi principalmente arabo e tamasheq e riguarda quindi soltanto le popolazioni nomadi, che rappresentano solo una frazione della popolazione totale del Mali. È facile osservare quindi come la guerra nel Sahel si giochi anche sul piano simbolico, con la scelta dei termini utilizzati, che possono anche ritorcersi contro chi li aveva introdotti. […] Con l’invenzione della categoria di Sahel all’inizio della colonizzazione, e fino al suo utilizzo odierno, la Francia e il Mali non hanno più smesso di guardarsi con sospetto. È la proiezione di un immaginario fantasma, di una parte dell’Africa che ha la consistenza di un sogno, di un safari avventuroso dove si inseguono le fantasie di una casta militare nostalgica di un’epoca passata, un’epoca in cui la Francia contava ancora sulla scena internazionale, mentre adesso non può nemmeno più giocare alla guerra4.

In questo modo l’ex-potenza coloniale francese non soltanto ha troncato le vie “naturali” che un tempo collegavano da nord a sud le società del continente, favorendo lo sviluppo di regni e stati che la storiografia colonialista sembra aver cancellato dalla Storia, riducendo la stessa ad un susseguirsi di scontri interetnici cui solo l’intervento coloniale occidentale avrebbe messo fine5, ma ha anche contribuito allo sviluppo di un’etnicizzazione precedentemente inesistente o scarsamente rappresentativa delle culture locali che si incrociavano e confrontavano secondo altri parametri. Etnicizzazione e demonizzazione, ad esempio, dell’Islam in cui spesso sono cascati anche gli intellettuali “locali”, come Amselle dimostra nel lungo capitolo riguardante La formattazione dell’intellettuale saheliano6. Così, come chiarisce ancora Aime nella sua prefazione:

Molti di questi scrittori e saggisti riproporrebbero una nuova etnicizzazione della narrazione, enfatizzando il colore della pelle, le tradizioni locali e l’animismo come rimedio alla modernità di carattere occidentale. L’Islam viene spesso caricaturizzato e demonizzato, impedendo così che se ne faccia un’analisi più profonda e articolata soprattutto sulle cause che spingono sempre più giovani ad aderire ai movimenti jihadisti. Viene spesso riproposta una versione rivisitata dell’afrocentrismo, secondo cui tutto avrebbe avuto origine in Africa, invece di proporre una visione più dinamica delle molte e continue relazioni che il continente aveva con il mondo esterno […] Peraltro, molti di questi artisti e intellettuali vivono in Europa o negli Stati Uniti, dando vita a quello che Amselle definisce “un gioco ambiguo con l’ex potenza coloniale”7.

La forma-stato che il colonialismo centralizzatore, soprattutto francese, ha lasciato in eredità ha fatto poi sì che:

L’introduzione dello Stato civile, dei documenti di identità e dei censimenti etnici ha fortemente limitato la fluidità delle affiliazioni etniche e i cambiamenti d’identità ricorrenti in tutta la regione: “è così che gli attori sociali sono stati costretti a definirsi sulla base di un’identità mono-etnica e del corrispettivo stile di vita”. L’acuirsi delle tensioni, accentuato dalla caduta del regime libico di Gheddafi, ha inoltre fatto sì che questioni presuntamente etniche si siano intrecciate con questioni religiose e politiche, vedi i feroci scontri tra dogon “animisti” e peul islamici. A sessant’anni dall’indipendenza laddove in realtà c’è una situazione ibrida, mista, in cui agricoltori e pastori si mescolano, così come animisti e musulmani, dando vita a un mondo fluido, si è venuta invece a instaurare una società rigida, basata sull’etnia e sulla casta. Viene riproposta una gerarchizzazione tra “razze” civilizzate, peraltro considerate oggi pericolose per l’adesione al jihadismo, e “razze” incolte, ma pacifiche. I fantasmi coloniali, anche se mascherati da africani, sono ancora vivi e il merito di Amselle è, ancora una volta, di provocarci per indurci a guardare più in profondità, al di là della superficie, per comprendere meglio la complessità8.

Ecco, allora, che il testo edito da Meltemi si rivela di fondamentale importanza per approfondire l’interpretazione degli eventi, solo apparentemente disordinati e imprevedibili, che hanno percorso quella fascia continentale dell’Africa dal febbraio del 2022 (quando i francesi sono stati invitati a lasciare il Mali in 72 ore) e il luglio del 2023 (colpo di stato nigerino). Diciotto mesi durante i quali la storia del continente e del mondo ha ripreso a correre in direziona ostinatamente contraria a quanto voluto, sperato e narrato mediaticamente dai vertici politici, militari ed economici occidentali.

E se qualcuno non fosse ancora convinto di ciò, allora basterebbe paragonare il rapido abbandono di Kabul nell’autunno del 2021 con quello di Khartum nell’aprile di quest’anno. Due capitali, una dell’Afghanistan, l’altra del Sudan; la prima con 4.600.000 abitanti, a capo di uno stato di 650.000 kmq di estensione, e la seconda con 5.275.000 abitanti, a capo di uno stato di 1.800.000 kmq. Aree troppo vaste, troppo miserabili e troppo socialmente e religiosamente nemiche dell’ordine occidentale fin dall’Ottocento9 in cui il tentativo americano ed europeo di tenere in piedi governi fantoccio organizzati intorno alla corruzione e alla concessione di ricche prebende in cambio del libero sfruttamento di risorse fondamentali per l’economia capitalistica occidentale è andato bellamente a farsi fottere. E non per caso.

Un altro ammutinamento di militari scuote l’émpire africano della Francia. Attenzione: il punto centrale di queste giornate torride e stupefatte non è lo scandalo di un golpe. I presidenti francesi, dopo le finte indipendenze, ne hanno ordinati e commissionati a decine per tener in ordine il cortiletto della «grandeur». […] Ma fino a ieri i golpisti si mettevano sull’attenti quando le consegne dal numero 14 rue Saint Dominique, oggi chiamano loro per ordinare ai francesi di fare i bagagli. […] Comunque si sviluppi l’ammutinamento, il punto centrale è il modo in cui sulle rive del Niger, un fiume che per l’Africa è la sintesi della vita, il respiro, l’immediato domani, muore l’impero coloniale della Francia: miseramente, senza stile, tra bugie e porcherie. Questo capitolo disonorevole, sopravvissuto perfino alla logica, si sta sgonfiando come un pallone di gomma, di quelli che fluttuano in aria e poi con un fischio diventano uno straccio di plastica. La Storia, davvero, non finisce con un botto ma con un lamento. Volete un altro simbolo ancor più umiliante? Voilà: l’annuncio che nel vicino Mali il francese è stato abolito come lingua nazionale.[…] Già si ascolta, anche per il Niger, la solita tiritera che ribalta la gerarchia delle evidenze, ovvero che dietro l’ammutinamento ci sarebbe la diabolica mano della pestifera Wagner putiniana. La Wagner non ha inventato niente in Africa, ha solo riempito con traffici e violenza suoi i vuoti che la Francia, e l’Occidente, ha scavato in questi Paesi: con decenni di complicità interessate e di sfruttamento, coltivando servilità e prostituzioni dei suoi alleati al potere, consentendo la saldatura tra l’ingiustizia da denaro e l’ingiustizia da potere10.

Un richiamo cui forse non sfugge neppure il recente colpo di stato militare riuscito, dopo quello fallito del 7 gennaio 2019, nel Gabon11. Anche se, come sempre, è spesso difficile separare l’anelito all’indipendenza dalla Francia dei militari e dei popoli africani dai giochi dell’imperialismo e delle rivalità infra-europee ed occidentali12.


  1. M. Aime, Prefazione all’edizione italiana in Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 9-10  

  2. M. Aime, op. cit., p. 9  

  3. J-L. Amselle op. cit., pp. 143-144  

  4. Ibidem, pp. 144-145  

  5. Si vedano in proposito: T.Green, Per un pugno di conchiglie. L’Africa occidentale dall’inizio della tratta degli schiavi all’Età delle rivoluzioni, Giulio Einaudi Editore, Torino 2021 (ed.originale inglese 2019) e M. Aime, La carovana del sultano. Dal Mali alla Mecca: un pellegrinaggio medievale, Giulio Einaudi Editore, Torino 2023  

  6. Ivi, pp. 37-81  

  7. Ivi, p. 12  

  8. ivi, p. 13  

  9. Quando per quasi vent’anni, tra il 1882 e il 1899, l’impero britannico fu costretto, insieme all’Egitto, a rinunciare al controllo del Sudan e del cruciale snodo geo-politico di Khartum, città posta tra i due principali affluenti del Nilo, dopo le sconfitte subite a causa della rivolta mahdista guidata da Muhammad Ahmad, proclamatosi mahdi, redentore dell’Islam, nel 1881.  

  10. D. Quirico, Niger, perché il colpo di Stato getta il Sahel nel caos più profondo, La Stampa, 28 luglio 2023  

  11. “La Francia ha sempre avuto fortissimi legami con il Gabon che è anche nell’area monetaria del Franco CFA, legato a Parigi, e l’esercito gabonese da anni viene addestrato dai militari francesi. Altri grandi player sono però presenti da anni in Gabon, soprattutto la Cina. Pechino è stata fra i primi a rilasciare un comunicato per chiedere garanzie sulla sicurezza di Ali Bongo, che in primavera era stato ospite di Xi Jinping per concludere una serie di accordi commerciali sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Gli stati confinanti come il Camerun ed il Congo non hanno ancora preso una posizione ufficiale, ma restano entrambi piuttosto vicini alla Francia, anche se in Congo le attività petrolifere sono in joint venture con aziende russe da anni. Già nel 2019 le forze armate avevano tento un colpo di stato in Gabon approfittando dell’assenza di Bongo, in Marocco per curarsi dopo l’ictus, ma in poche ore il governo gabonese aveva ripreso il controllo della situazione. Ora le cose sono diverse e nelle strade di Libreville regna la calma, compreso nel quartiere dove risiede la famiglia del presidente. Questo golpe arriva in un momento particolarmente critico ed in una regione nella quale i paesi sembravano molto più stabili rispetto al travagliato Sahel, un contagio molto pericoloso che potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri del continente africano.” Matteo Giusti, I militari prendono il potere anche in Gabon. Un golpe che arriva in un momento particolarmente critico, “Il Riformista”, 30 agosto 2023  

  12. Si pensi, a solo titolo di esempio, che già alla fine dell’Ottocento il ritorno del dominio britannico nel Sudan Mahdista fu dovuto in gran parte al timore per le mire espansionistiche francesi che, potendo contare su una presenza nel Ciad, si sarebbero potute espandere nel Darfur e indebolire l’egemonia britannica nel nord e nell’est dell’Africa.  

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Scommessa psichedelica, magia e favole per la rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2021/01/25/scommessa-psichedelica-magia-e-favole-per-la-rivoluzione/ Mon, 25 Jan 2021 21:30:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64655 di Piero Cipriano

Molti libri ho letto mentre l’anno infausto volgeva al termine e io smaltivo la penetrazione del virus nelle mie vie aeree. La febbre ne ha confuso perfino i confini, e in una inattesa book dissolution talvolta un libro o un autore si sconfinava nell’altro e diventava un solo testo.

 

Questi tre libri entrano a pieno titolo nel redivivo dibattito sulla psichedelia.

 

La scommessa psichedelica (Quodlibet) ormai fa il paio con Come cambiare la tua mente di Michael Pollan. Se quello è stato definito una sorta di bibbia, questo, [...]]]> di Piero Cipriano

Molti libri ho letto mentre l’anno infausto volgeva al termine e io smaltivo la penetrazione del virus nelle mie vie aeree. La febbre ne ha confuso perfino i confini, e in una inattesa book dissolution talvolta un libro o un autore si sconfinava nell’altro e diventava un solo testo.

 

Questi tre libri entrano a pieno titolo nel redivivo dibattito sulla psichedelia.

 

La scommessa psichedelica (Quodlibet) ormai fa il paio con Come cambiare la tua mente di Michael Pollan. Se quello è stato definito una sorta di bibbia, questo, curato da Federico Di Vita, è considerato un po’ un vangelo, non lo so se è proprio il vangelo della psichedelia in Italia, senz’altro è un libro da leggere e rileggere, perché i contributi sono tanti, e gli evangelisti sono tutti formidabili.

Inizia Federico Di Vita con una efficacissima Breve storia universale della psichedelia. Così anche chi non ne sa niente entra nell’argomento. Suddivide in un’età dell’oro (quella dei pionieri Hoffmann, Huxley, Leary per capirci), un Medioevo psichedelico (dagli anni Settanta al nuovo secolo, dove personaggi più o meno sotterranei come Terence McKenna mantengono acceso il fuoco psichedelico sotto la cenere) e un rinascimento psichedelico (che si fa cominciare nel 2006, coi nuovi studi scientificamente ineccepibili dei vari Griffiths, Nutt, Carahart-Harris). Beppe Fiore racconta cos’è un trip report. Francesca Matteoni racconta una cerimonia sciamanica con ayahuasca che si svolge non in Amazzonia ma sulle colline toscane. Ilaria Giannini racconta perché tre o quattrocento milioni di depressi nel mondo (la popolazione degli Stati Uniti, per capirci) potrebbero giovarsi di psilocibina o microdosing di Lsd piuttosto che di farmaci SSRI da assumere a vita senza guarigione. Gli psichedelici, sostiene, riprendendo David Foster Wallace, potrebbero essere l’estintore che spegne l’incendio del grattacielo che induce le persone depresse a gettarsi di sotto per sottrarsi alle fiamme. Agnese Codignola, già autrice di LSD, altro importante volume sull’argomento, racconta, con la solita accuratezza, perché, tra molte molecole psichedeliche, l’ex presidente Trump si era fissato con la più scarsa di tutte: l’esketamina, la forma levogira della (più efficace) ketamina. Marco Cappato in Psichedelia e politica, ribadisce l’ineccepibile idea radicale: “il punto di vista libertario, in base al quale sono da rifuggire tutte le norme che limitano ingiustificatamente l’autodeterminazione individuale e mirano a imporre uno Stato Etico, per il quale ciò che è considerato moralmente giusto o opportuno da parte di chi detiene il potere può essere imposto con la forza a tutti i cittadini”. Lo leggevo e mi domandavo come si concilia il pensiero di Cappato con l’attuale pronunciamento di Emma Bonino in favore dell’obbligo di vaccinazione Covid. Vanni Santoni pone l’accento sul rischio concreto che il sistema (per mezzo di Big Pharma), non potendo più reprimerle, si risolva per inglobare le molecole psichedeliche. E, come ha fatto con la canapa light, depotenziata della visionarietà grazie alla sottrazione di Thc (la psichiatria accademica lo considera schizofrenogeno) lasciando l’innocuo cannabidiolo, possa arrivare “al paradosso degli psichedelici non visionari”: vale a dire togliere la visionarietà a psilocibina o ibogaina o Dmt. Per addomesticarle, farle diventare mero farmaco e non più tecnologia sofisticatissima in grado di cambiare coscienze e società. Operazione che, secondo Giorgio Samorini, denota non aver capito niente di psichedelia (togli la visionarietà, hai tolto la possibilità dell’estasi) oppure, dico io, vuol dire averla capita e volerla, proprio per questo, caricare a salve. Silvia Del Dosso e Noel Nicolaus scrivono di internet e psichedelia e magia, non dico altro perché non l’ho capito del tutto. Devo leggerlo meglio. Carlo Mazza Galanti suggerisce una serie di opere narrative che hanno parlato di droghe e grazie a lui ho appena iniziato a leggere Roma senza papa di Guido Morselli, una specie di Mondo nuovo dove i religiosi, non più celibi, invece che liquori alle erbe producono enteogeni. Federico Di Vita scrive di wahnstimmung nei festival di psytrance e Chiara Baldini racconta perché i festival psichedelici rappresentano una “versione moderna di qualcosa di molto antico” ovvero gli antichi culti misterici. Gregorio Magini, nel suo Pseudoglossario psichedelico, tra i vari temi affronta la morte dell’ego, il mito dello psiconauta, tutti ne parlano ma pochi forse hanno capito cosa sia ‘sta ego dissolution.

Gnosticismo acido, di Edoardo Camurri, è forse il saggio più difficile, molti ammettono di non averlo capito, alcuni gliel’hanno perfino confessato: Camurri, che hai scritto? E lui: mangia un po’ di fungo e rileggi.

A me pare dica questo (più o meno, ma senz’altro devo rileggere). Ci sono due eserciti gnostici, quelli buoni, noi, i maghi bianchi, dell’apertura, la cui tecnologia è la psichedelia, e quelli cattivi, i maghi neri, tra cui gli ingegneri lisergici cresciuti a pane e microdosi a Silicon Valley, la cui tecnologia è il medium digitale, ovvero l’imitazione della psichedelia.

La corrente ascensionale di dati, di informazioni, che vanno ad alimentare la macchina algoritmica che è il dio, e la corrente in discesa di dati, che ci confermano di essere ciò che siamo, ovvero il gatto di Canetti che gioca col topo (o meglio il topo giocato dal gatto), è nient’altro che la riedizione della doppia corrente, di discesa e ascesa delle anime, del pensiero gnostico: un dio veterotestamentario demiurgo omicida e irresponsabile ha creato un mondo carcere, dove forse nemmeno lui sa di avere, sopra la sua testa (essendo lui nient’altro che un “tirato a sorte tra gli angeli”, direbbe Cioran) il Dio supremo, il vero Dio, talmente trascendente da non essere conoscibile. Dunque, questa nostra anima, per azione di Demiurgo e delle sue potenze arcontiche, si incarna nei corpi, dimenticandosi la propria origine divina. Un mondo terribile e crudele. Ma grazie alla gnosi della propria origine divina, l’illuminato esce dal tempo, esce dalla storia, si risveglia, il suo tempo diventa eterno presente, ecco che la sua morte non esiste più.

Dunque, nella attualizzazione camurriana della dicotomia Demiurgo-Dio vero: il dio macchina è il dio demiurgico che crede di essere illimitato invece è, come quello della Genesi, una specie di i-dio-t savant, e Camurri, con Mark Fisher, propone di recuperare la tecnologia sciamanica (che questo è la psichedelia, nient’altro che una delle tecnologie, la più sbrigativa, se vogliamo, dell’arte sciamanica) questa ingegneria che sembra fuori dalla scienza, ingegneria che i signori del limite ovvero gli sciamani sanno usare, per democratizzare gli stati di coscienza espansi, e dunque la gnosi (che era poi l’obiettivo di Leary e non quello di Huxley, Huxley voleva illuminare le élite, Leary tentò di accendere tutti proprio tutti, e qui bisognerebbe passare direttamente all’altro contributo, quello di Andrea Betti, ma ci arrivo tra poco).

Per cui sì: se non puoi cambiare la storia, cambia il cervello di quante più persone. Rendere le persone dei comunisti acidi (dice Fisher) o degli gnostici acidi (dice Camurri) o dei mistici selvaggi (direi io) o, perché no, degli anarchici psichedelici (dico ancora io).

Ha ragione Camurri: la gnosis è autocoscienza, gli gnostici sono dei salvati per natura, la conoscenza libera, soprattutto (ecco il misticismo che consegue allo gnosticismo) libera l’amore, quello stato dell’essere che è la naturale conseguenza della gnosis.

Accade però che mentre sto per scrivere questo, e sto per scrivere qualcosa di Lucia la figlia di Joyce, e sto per scrivere qualcosa del Finnegans Wake (oddio, pure Biden l’ha citato), mi chiama Lucia, davvero, nel senso che mi chiama Gloria, la “schizofrenica” più florida e invasa di voci che io abbia mai conosciuto (e provato a curare). E mi attacca la ramanzina della telepatia, della telecinesi, del tempo, che in realtà – mi assicura – siamo nel 2039 e che di notte quelli vengono a farle visita (Chi? Gli esseri? Sembra vittima di una abduction notturna, Gloria). Ecco, dopo la telefonata di Gloria ripenso a Lucia la figlia di Joyce, e ciò che Joyce disse a Jung, ovvero che lui e sua figlia si erano saputi collegare (come spieghi se no l’anticipazione di parole future, google nike tigerwood) (Philip K. Dick, che la sapeva lunga su queste cose, l’aveva capito) con una coscienza cosmica, con un campo akashico direbbe Ervin Laszlo, o meglio con un campo morfogenetico direbbe quell’altro genio di Rupert Sheldrake (il padre di Merlin Sheldrake l’autore di un altro libro, L’ordine nascosto, di cui dovrei parlare ma non c’è tempo), per prendere parole che a noi, i coetanei, sembrano incomprensibili, glossolaliche, xenoglossia pura, ma che esistevano già, nel futuro. E Lucia, la schizofrenica figlia di Joyce, forse sa pescare nel futuro, nel registro akashico, ancora di più del padre. E l’insetto forbicina? Ma non faceva questo Burroughs col suo cut-up? Ma non facciamo tutto ciò, noialtri che scriviamo, non stiamo facendo gli insetti scrivani forbicina? Camurri ha sforbiciato Culianu Fisher Joyce io sforbicio Camurri Sheldrake Gloria, siamo tutti Earwicker. Noi infettati, parassitati, dal virus del linguaggio.

Gli schizofrenici sono (Joyce e sua figlia Lucia insegnano), forse, quelli che si sono spinti più in là, sono ormai fuori, sono salvi dalla macchina algoritmica, sono i salvati del secolo in corso però sono anche i sommersi del secolo scorso e di quello precedente, gli internati, troppo avanti erano, sono. Entronauti (direbbe Piero Scanziani) internati.

Lo stesso i dementi senili, pensateci, i parenti anziani degli schizofrenici (che dementi precoci venivano chiamati, a fine Ottocento, da Emil Kraepelin), entrambi fanno a meno della Default Mode Network (o huxleyana valvola della riduzione, che è più semplice) e riprendono possesso del cervello limbico e rettiliano o meglio dell’intero network gelatinoso di un chilo e mezzo per connettersi con gli altri mondi. Nietzsche, per esempio, che dicono impazzito per la demenza da treponema. Siamo sicuri che non abbia scelto di andare da Dioniso dopo averne così tanto scritto?

Siccome non c’è spazio e non c’è tempo vorrei dire qualcosa dello scritto di Andrea Betti, ex psiconauta che adesso non si arrischia perché non sa se la sua cardiopatia potrebbe risentire di un blotter pacco in cui non c’è Lsd ma chissà cosa. Lui mi piace molto, mi ci trovo proprio nel suo quasi fastidio per i rinascimentali, i rinascimentali che si sono svegliati ora e vorrebbero consegnarsi agli scienziati che fanno le ricerche ora sì ben fatte altro che quelle caciarone degli anni Sessanta, quelle sono da buttare, ricominciamo daccapo, i rinascimentali che danno addosso a Timothy Leary il più buffone di tutti, l’irresponsabile che voleva dare acido a tutti, e non soltanto alla “casta sacerdotale scientifica e letteraria che controlla, sintetizza e centellina il farmaco miracoloso ai ceti subalterni, microdosandoli” per garantirne la performance, la produttività macchinica. Giustamente, sottolinea Betti, qui è restaurazione altro che rinascimento. Ce l’ha con Michael Pollan, Andrea Betti, e io pure, quando ho letto il suo compito libresco ben fatto, tutto polarizzato sulla linea genealogica “aristocratico-farmaceutico-mistica” di Hofmann-Huxley-Osmond (diamo le molecole psichedeliche alle élite, sostengono i tre), minimizzando (o perfino biasimando) la linea genealogica “controculturale-rivoluzionaria” che fa capo a Artaud-Ginsberg-Leary-Kesey (accendiamo quanti più umani è possibile, e cambiamo la storia).

Rende giustizia, Betti, al genio di Antonin Artaud che nel 1936, in Messico, nel paese dei Tarahumara non ci va per guarirsi la dipendenza da laudano, e non ci va per incontrare Gesù Cristo, ma per trovare se stesso, ovvero Artaud, ovvero Dio. E sembra davvero che Artaud sia l’alfa della scommessa psichedelica laddove Mark Fisher sia l’omega. Questi due non proponevano un impiego di queste molecole per addomesticare gli umani e “creare persone docili in comunione col cosmo” ma (ecco Fisher) se non puoi cambiare la realtà del capitalismo, puoi cambiare la tua realtà, la tua coscienza, il tuo spazio-tempo, e ecco che la storia muta in ucronia. Questo fu l’esperimento magico degli anni Sessanta di cui dice Camurri, la psichedelia non era una novità, c’è sempre stata, da millenni, ma controllata da sciamani e alchimisti, negli anni Sessanta invece di colpo si democratizzò, la possibilità di modificare la propria coscienza e dunque la percezione della realtà fu un fenomeno accessibile a tutti.

*

A quel punto, però, il gioco psichedelico finì. E perché il gioco psichedelico finisce, verso la fine degli anni Sessanta, ce lo racconta un altro degli scapestrati protagonisti di quegli anni, Robert Anton Wilson detto RAW, in Sex, Drugs & Magik, libro che uscì la prima volta nel 1973 e che è stato appena ripubblicato da Spazio Interiore (a proposito, nella attuale celebrazione psichedelica c’è pochissimo spazio, in Italia, quasi niente anzi, per Spazio Interiore, ma questa casa editrice, in tutti questi anni di Medioevo psichedelico, è stata l’unica in Italia, insieme a Shake e Stampa Alternativa, a tenere accesa la fiammella, con le sue decine di pubblicazioni, da Stanislav Grof a Rick Strassman e, soltanto negli ultimi 3-4 anni, ha editato diversi testi importanti, ne cito solo alcuni: Frontiere della coscienza psichedelica di David J. Brown, Frammenti di un insegnamento psichedelico di Julian Palmer, o il bellissimo La via del fulmine dello sceneggiatore spericolato Marco Saura). Questo libro di RAW, come Il volo magico di Ugo Leonzio pure lui da poco ripubblicato per il Saggiatore, esce nei primi anni Settanta, subito dopo la messa al bando delle molecole brucia-cervello. Scrive RAW che il suo libro è “una storia informale di come certe pratiche segrete e a lungo nascoste […] si siano insinuate nel mondo occidentale durante il Medioevo, per essere schiacciate e/o ricondotte nel sottosuolo dalla Santa Inquisizione, e venire gradualmente riscoperte a partire dal 1900 circa”. “Esse sono emerse all’improvviso come una forza socio-rivoluzionaria negli anni Sessanta, per poi essere di nuovo schiacciate e ricondotte nel sottosuolo”. RAW pensa di aver compreso “il motivo per cui queste tecniche segrete di programmazione della mente siano state tenute nascoste così accuratamente e perché diventino oggetto di una persecuzione così feroce ogni volta che ne viene a conoscenza una più ampia fetta di popolazione in qualunque luogo del mondo”. Il Tantra, per esempio, “è riuscito a sopravvivere in Oriente proprio perché teneva nascosti i suoi segreti e non tentò mai di diventare una forza rivoluzionaria che avesse come conseguenza una qualche forma di cambiamento sociale. I tantristi, come gli altri buddisti, ritengono che liberarsi della coscienza o meglio imparare a modificare la coscienza tramite un atto di volontà sia possibile solo per una persona per volta, e che cercare di liberare il mondo intero sia controproducente”.

E’ l’errore di Leary, secondo RAW. Ammesso lo si voglia considerare un errore. E aggiunge: “Può darsi che non siamo ancora morti, ma solo ipnotizzati da filosofie morbose e moribonde. Forse i poteri della mente umana non si sono mai sprigionati pienamente a causa dei giochi paleolitici, neolitici, feudali, capitalisti o socialisti”. Insomma, deve ancora arrivare l’era buona perché gli esseri umani possano esercitare (per dirla con l’antipsichiatra Thomas Szasz) il “diritto all’autoprescrizione”. Diritto all’autoprescrizione grazie al quale tutti possano accedere alla grazia gratuita (direbbe Huxley) o a una peak experience (direbbe Maslow) o al satori (direbbero i buddisti zen) o al samadhi (direbbero gli indù) o al risveglio (direbbe Gurdjieff).

Questo si incaricò di fare Timothy Leary. Sottrarre queste tecnologie prodigiose ai pochi, per informare il mondo che “Dio era vivo e stava bene”.

E questo (torno allo scritto di Camurri) è un discorso puramente gnostico. Sono gli gnostici, che nei primi secoli della nostra era, propongono che l’uomo possa avere accesso ( ovvero conoscenza diretta) al paradiso, già da vivo, non solo da morto. Questo discorso gnostico, scrive RAW, non è mai venuto meno, ma si è trasmutato (alchemicamente) nel socialismo, nel comunismo, nell’anarchismo. Trovando l’acme proprio nella rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta. Rivoluzione accesa da quegli “sciamani birichini e maliziosi” che furono Timothy Leary, Alan Watts, Aldous Huxley, Allen Ginsberg, William Burroughs, John Lilly, Humphrey Osmond e Ken Kesey. Sono questi moderni sciamani ad aver convinto milioni di esseri umani a diventare gnostici psichedelici capaci di penetrare l’Eden non per la porta principale (che per quella bisogna essere senza peccato, dice il Cristianesimo) ma per quella di servizio, non per la porta di Cristo, dunque, ma per quella di Dioniso.

Conclude RAW: il genocidio psichedelico che si è prodotto a partire dagli anni Settanta non è stato un caso unico nella storia, ma è soltanto l’ultimo episodio di caccia alle streghe. Perché “è in corso una guerra religiosa, ed è il pregiudizio teologico, più che l’obiettività scientifica” ad avere l’ultima parola.

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Il libro di Stefania Consigliere è dedicato all’antropologo David Graeber, “diplomatico fra mondi reali e possibili e poeta dell’anarchia”, ora in viaggio in un altro mondo possibile, ed è “dedicato a chi ha avuto una volta sentore di un altro mondo fuori dalle mura di un diverso stato del tempo”. Per cui ho pensato, mentre lo leggevo, che Favole del reincanto (Derive Approdi) era dedicato anche a me.

Qualche mese fa, qui su Carmilla, non fui molto gentile col libro (Psicotropici, edito Meltemi) di un importante antropologo francese, Jean-Loup Amselle, perché? Perché aveva maltrattato, irriso perfino, quegli occidentali che erano andati ai tropici a bere l’ayahuasca. Mi aveva infastidito il modo con cui scherniva i suoi colleghi antropologi che, dopo aver bevuto l’ayahuasca, avevano in qualche modo lasciato l’antropologia e si erano sciamanizzati (Michael Harner è forse l’esempio più noto). Lo so, mi ero fatto prendere la mano in difesa degli antropologi maltrattati da Amselle (quelli che non ce l’hanno fatta a fare la sua carriera, scriveva lui) e l’avevo maltrattato (perché lui non ce l’aveva fatta a bere, scrivevo io). Mi dispiace. Non lo farò più.

Ma come faceva a non rendersi conto che l’Amazzonia è ciò che per oltre un millennio era stata Eleusi, dove “intere generazioni di uomini e donne, schiavi, padroni” andavano per essere iniziati ai Misteri. Dove, dopo aver bevuto il kikeon, vedevano. Eleusi fu, per i greci, “un dispositivo iniziatico di massa”. Di cui noi occidentali, nei secoli successivi, siamo stati privati, “i roghi delle streghe”, “le istituzioni totali”, “i genocidi, i totalitarismi, la depressione di massa”, malattia degli occidentali. Dov’è, ora, Eleusi? Là dove è andata Stefania Consigliere, l’antropologa che si spinge oltre la barriera della superstizione (superstitio: eccessivo timore delle divinità, ciò che non è cristiano è pagano, dunque è superstizione, o, potremmo dire oggi, ciò che non è scientifico, razionale, ateo, è superstizione), in una maloca, la grande capanna rituale, dove il taita prepara lo yagé, a bere il doppio decotto, e dopo fare il “lungo corpo a corpo con la pianta”, parlare a tu per tu con l’abuelita.

Non sappiamo, scrive Stefania Consigliere, “quando i popoli amazzonici hanno iniziato a usare la banisteriopsis caapi” bollirla insieme alla psicotria viridis o altre piante visionarie per produrre questa bevanda che apre la “scorza psichica” degli umani e li rimette in connessione con le piante, con gli spiriti, con gli animali (li reincanta, dunque, li guarisce dal disincanto). Sarebbe bello che fosse avvenuto proprio quando la missione reincantatrice di Eleusi è venuta meno, il testimone è passato all’altro emisfero. Perché, scrive, “Yagé nights e riti eleusini si affiancano”, si rassomigliano proprio per questa “squalifica etica, epistemologica e ontologica che la cosmovisione moderna vi getta sopra”. Abbiamo rimosso dalla Grecia, per renderla razionale e logica, Eleusi e Orfeo, Dioniso e le baccanti, gli oracoli e il daimon di Socrate.

Perché una delle caratteristiche della modernità è “non pensarsi etnica, popolo fra altri popoli, ma universale”. Ecco, eventualmente, un limite del discorso di Mark Fisher: non c’è alternativa al capitalismo, scrive. Dove? Nel mondo moderno, occidentale, là dove c’è storia. In altri mondi, fuori dalla storia e fuori dalla modernità e dove c’è spazio per altri stati della coscienza: hai voglia, quante alternative. Gli spiriti, gli antenati, i morti, ridono del capitalismo. E ridono della storia.

Per avere la certezza di ciò, basta fare l’esperienza che ha osato Stefania Consigliere e ha ricusato Jean-Loup Amselle: “Lo yagé porta visioni di una precisione assurda”. “La possibilità di stare contemporaneamente in due mondi”, all’improvviso è possibile. Ecco il reincanto.

Questi “misteri sono una liturgia” (infatti in gergo vengono chiamati cerimonie), sono “un servizio”, che “serve a far funzionare il mondo in modo accettabile”. Adesso mi viene da pensare che le cerimonie sono riti di cura incredibilmente più efficaci del rito stanco e ormai unicamente polarizzato sul dio psicofarmaco (il dio occidentale non è diventato malattia, è diventato psicofarmaco), che si svolge nei Centri di Salute Mentale, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, e pure negli sterminati studioli privati di psicoterapeuti e psicanalisti (dove lo psicofarmaco serve da doping alla terapia parlata). Un dio psicofarmaco che restringe la coscienza e ottiene esattamente l’effetto opposto della molecola o pianta o bevanda che fa psiche + delos, allarga inverosimilmente il campo della coscienza. E super-incanta.

Il disincanto, che il mondo moderno ha prodotto, ha separato gli umani dal mondo, oltre all’Homo sapiens sembra che nient’altro ci sia, di pari dignità, nel cosmo: “Ninfe e spiriti scompaiono dai boschi”, “piante e animali smettono di interloquire”. Ovvio che un pianeta così depersonalizzato, si presti a essere depredato.

Scrive Stefania Consigliere che nel pamphlet di Jean-Loup Amselle “qualcosa non torna”: lui “racconta di gringos annoiati, hipsters alla ricerca di sensazioni forti, cowboy dello sballo”. Invece, la maggior parte delle persone che lei ha incontrato nella selva, le sono parse alla ricerca di qualcosa che, “a casa”, in occidente, non si riesce nemmeno a nominare. “Molti lavorano nelle istituzioni dei paesi ricchi, nei laboratori di ricerca, nelle università” (non sono tutti scappati di casa come nella narrazione di Amselle), sono “intellettuali raffinati addestrati allo scetticismo e al metodo scientifico”. E però sono andati nella selva, hanno partecipato alle yagé nights, per riconoscersi parte di un’esperienza iniziatica, che immaginavano antidoto al disincanto. O alla stregoneria capitalistica.

E non è forse stregoneria, magia nera, questo accumulo di ricchezza e potere che non viene rimesso in circolo? E non ha fatto proprio questo tipo di magia nera il capitalismo: sostituire la povertà (povertà è dove ancora c’è una quantità di beni materiali e c’è, ancora, la possibilità di procurarsi ciò che serve: coltivare il cibo o costruirsi la casa) con la miseria? Questo, dunque, è il capitalismo: magia nera. In Africa è stregone chi usa i propri poteri per il potere e la ricchezza, il plusvalore è magia nera.

Allora: perché si va nei luoghi dell’estasi, perché ci si affida agli sciamani signori del limite? Non certo per “scambiare l’ekstasis per il fine”, perché questo sarebbe molto triste, sarebbe nulla di più di una “mezz’ora d’aria concessa a chi acconsente alla gabbia”. “Non si va dove gli angeli esitano per aggiungere una tacca sull’atlante dell’esotico, per sballo o per darsi arie una volta tornati a casa”. Nella dimensione ek-statica occorre astuzia, metis e saggezza. Si va in quanto “rappresentanti di un gruppo” a cercare una notte di “preveggenza”, a “negoziare con le forze che, dentro di noi, ci piegano al meno peggio e all’acquiescenza”.

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Quelli che… non se la bevono https://www.carmillaonline.com/2020/08/05/quelli-che-non-se-la-bevono/ Wed, 05 Aug 2020 21:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61833 di Roberto Revello

[Lo scritto I tristi Psicotropici dell’antropologo sciamanofobico di Piero Cipriano, recentemente pubblicato su “Carmilla”, ha dato il via a una discussione sul libro Psicotropici (Meltemi, 2020) di Jean-Loup Amselle. Riportiamo di seguito un contributo inviatoci da Roberto Revello, traduttore del volume – ght]

Viviamo in un paese che in materia di “mondi magici” non può fare a meno di richiamarsi anche alla lezione di Ernesto De Martino, un antropologo e storico delle religioni non propriamente passato “dall’altra parte”, ma che sicuramente si è mosso pericolosamente vicino ad [...]]]> di Roberto Revello

[Lo scritto I tristi Psicotropici dell’antropologo sciamanofobico di Piero Cipriano, recentemente pubblicato su “Carmilla”, ha dato il via a una discussione sul libro Psicotropici (Meltemi, 2020) di Jean-Loup Amselle. Riportiamo di seguito un contributo inviatoci da Roberto Revello, traduttore del volume – ght]

Viviamo in un paese che in materia di “mondi magici” non può fare a meno di richiamarsi anche alla lezione di Ernesto De Martino, un antropologo e storico delle religioni non propriamente passato “dall’altra parte”, ma che sicuramente si è mosso pericolosamente vicino ad aree che al tempo bastava bollare come “irrazionali”. Oggi il clima è profondamente mutato e andare a indagare e a ricercare un senso e un’efficacia in pratiche altre rispetto alla razionalità tecnica dell’occidente è una cosa molto diffusa, tanto in ambito di vasto pubblico quanto in ambito di ricerca accademica. De Martino, anche recuperando la lezione di Gramsci, vedeva nel meridione ancestrale una cultura subalterna in estinzione. Oggi, quello spirito gramsciano dovrebbe in qualche modo farci rovesciare la prospettiva, ma sempre nell’ambito di collocare in una cultura all’interno del suo effettivo spazio socio-economico (senza necessariamente essere riduzionisti). Noi possiamo ancora fingere di incontrare mondi magici e incontaminati, che un bel tour nelle vie dello sciamanesimo amazzonico sia un’esperienza altra se non addirittura di contestazione, ma così ovviamente non è. E anche se si fanno le cose più seriamente, magari con impegno politico a fianco delle popolazioni subalterne della America Latina o impegnati in una seria ricerca di pratiche terapeutiche diverse dalla medicina ufficiale, resta pur sempre legittima la domanda se in qualche modo non si sia sempre dentro a un ingranaggio più grande e a cui è difficile sfuggire, esattamente quello del nostro mondo inglobante, con il suo ordinamento liberista.

Tale domanda se la pone in maniera radicale Jean-Loup Amselle nel suo libro Psicotropici (Meltemi, 2020), in coerenza con una sua serie di interventi che sarebbe estremamente utile considerare come elementi di autocritica per i diversi orientamenti della cultura di sinistra. Notoriamente si è profondamente confrontato, ad esempio, con il postcolonialismo, avanzando dubbi interessanti sulla sua strategia di spostare le questioni fondamentali nell’unico problema dell’emancipazione di una identità che lotta per il riconoscimento, in una dialettica servo-padrone mai in grado di sciogliere la servitù in sé. Si veda appunto il volume pubblicato ai tempi da Meltemi (2009), Il distacco dall’occidente, che ha anche interessanti pagini dedicate a un Gramsci postcolonialista che non corrisponde esattamente al Gramsci nella sua interezza. Un’ulteriore utilità delle osservazioni scomode di Amselle potrebbe consistere anche nel fatto che potrebbero essere di aiuto per andare a fare un po’ di chiarezza su un altro tormentone degli ultimi anni a sinistra, ovvero le accuse di “rossobrunismo” (si veda il suo libro Les nouveaux rouges-bruns: le racisme qui vient, Lignes, 2014). Quasi mai, quando vola un’accusa del genere contro qualcuno, ci si spinge al di là di un attacco ad hominem, parecchio fastidioso e da comari, ma le analisi di Amselle a nostro avviso ci indirizzano su una buona strada quando improvvisamente ci si interroga su certe inquietanti vicinanze tra un anticapitalismo che recupera le tradizioni e fa sua una certa critica alla modernità… tutto bene, se continua a mantenere un distinguo, cioè proprio quell’attenzione alla componente socio-economica che invece il pensiero di destra ricopre con le sue solite essenze (razza, ethnos, identità culturale, ecc.).

E veniamo al presunto attacco snob che Amselle avrebbe compiuto senza rispetto per la ricchezza e complessità dello sciamanesimo amazzonico e il suo utilizzo rituale e terapeutico dell’ayahuasca. Non essendo per vocazione uno studioso di religion studies o uno psicoterapeuta, ma un antropologo sociale, ha circoscritto il suo lavoro a un aspetto ben specifico: gli occidentali che si recano in Perù per provare gli effetti dell’ayahuasca. Le sue osservazioni lo hanno indotto a ritenere di trovarsi di fronte a un altro dei classici modi con cui persone anche con disagi significativi (malattie fisiche, psicologiche e psichiche, tossicodipendenze) si concedono a pratiche e immaginari che giocano un ruolo adattivo e riparatore. Amselle, che evidentemente non è convinto di vivere in un mondo che, per quanto brutto, è il migliore possibile, sostiene che questa funzione adattiva e riparatrice finisce per essere funzionale a un consolidamento dell’ordinamento economico che domina il mondo, piuttosto che contestarlo. Esattamente come accade nello “sciamanesimo” psicoanalitico occidentale, dove evidentemente il ruolo terapeutico finisce per funzionare da palliativo, non per una connessione essenziale, ma per le pratiche che in effetti sono in corso.

Amselle non ha argomentazioni da presentare per dire che tutti gli sciamani – o tutti gli psicoterapeuti – sono dei truffatori al soldo del capitale. Con onestà intellettuale, nel libro racconta di essersi posto dei limiti, in un certo momento della sua vita, per una scelta ben precisa. Confessa anche una fascinazione subita, nei riguardi dei mondi magici, così come racconta di essersi servito dell’aiuto della psicoanalisi per delle sue sofferenze personali. Non è allora legittimo parlare di una sua fobia o di una diffamazione a riguardo. Per riprendere una nota avvertenza di Furio Jesi, in un suo celebre saggio sul “mito”, si è comportato come il coro dell’Edipo a Colono che, per parlare con Edipo, gli impone di uscire dal recinto sacro.  Per parlare di questi aspetti socioeconomici dello sciamanesimo incentrato sull’ayahuasca ha deciso di non bere la sostanza psicotropa. Piano di osservazione opportuno per le sue finalità che non erano quelle di indagare le potenzialità terapeutiche contro la tossicodipendenza, oppure di descrivere l’esperienza visionaria di chi assume l’ayahusca.

Mi sembra che uno psichiatra con grande esperienza e una precisa sensibilità possa non ritenersi offeso da questo “surplus” di analisi. Mi limito a una mia esperienza personale. Ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza in provincia e in un ambiente culturalmente (ed economicamente) decisamente poco ricco. In famiglia a uno stretto parente viene diagnosticata la schizofrenia. Un giorno di crisi particolarmente forte del suddetto, con mia madre scappiamo letteralmente di casa e ci rechiamo al centro di salute mentale della zona dove incontriamo uno psichiatra molto giovane e molto liberale che, preoccupato giustamente di dover richiedere un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), si rivolge a noi, evidentemente in difficoltà, con un laconico: “lasciatelo sfogare” (“laissez-faire” si potrebbe anche dire). Ovviamente, con gli anni, non ho ricavato da questa esperienza l’augurio di ritornare alla riapertura dei manicomi, tutt’altro. Ma mi sono posto spesso il problema di come il luogo e il ceto sociale in cui ci si ritrova cambi il modo di essere curati e il modo di essere alternativi. Avere cure “liberali” in una società tutt’altro che libera è una grossa ingiustizia. La psicoanalisi che non si fa veramente sociale è un fallimento. Le terapie cosiddette alternative che diventano esotismi elitari o sperimentazioni non destinate a potersi diffondere lo sono altrettanto.

Per questo le frecciatine di Amselle hanno il loro perché. Che le dica uno snob francese accademico, come può pensare qualcuno, o un onesto intellettuale, come penso io, non fa la differenza.

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I tristi Psicotropici dell’antropologo sciamanofobico https://www.carmillaonline.com/2020/07/27/i-tristi-psicotropici-dellantropologo-sciamanofobico/ Mon, 27 Jul 2020 21:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61332 di Piero Cipriano

C’è questo saggio di un antropologo francese, Psicotropici di Jean-Loup Amselle, che maltratta, irride perfino, gli antropologi che sono “passati dall’altra parte”, “al nemico”. E chi è il nemico? E’ lo sciamano! Lo sciamano, a quanto pare, è il nemico dell’antropologo. O meglio, non lo sciamano tunguso che percuote i tamburi, voglio dire quello che la modificazione di coscienza la produce con metodi non medicinali, diciamo, quello non inquieta molto l’antropologo francese, ma lo sciamano amazzonico che un tempo era chiamato più propriamente vegetalista, o ayahuasquero, o curandero e solo da una ventina d’anni pure lui ha cominciato [...]]]> di Piero Cipriano

C’è questo saggio di un antropologo francese, Psicotropici di Jean-Loup Amselle, che maltratta, irride perfino, gli antropologi che sono “passati dall’altra parte”, “al nemico”. E chi è il nemico? E’ lo sciamano! Lo sciamano, a quanto pare, è il nemico dell’antropologo. O meglio, non lo sciamano tunguso che percuote i tamburi, voglio dire quello che la modificazione di coscienza la produce con metodi non medicinali, diciamo, quello non inquieta molto l’antropologo francese, ma lo sciamano amazzonico che un tempo era chiamato più propriamente vegetalista, o ayahuasquero, o curandero e solo da una ventina d’anni pure lui ha cominciato a definirsi sciamano (per una sorta di mondializzazione del termine) il medicine man (o medicin woman) che ti dà la bevanda drogastica detta ayahuasca che ti fotte il cervello, e non ti fa essere più quello di prima, ciao ciao al tuo lucido cervello che ti aveva permesso di fare le ricerche scientifiche e guadagnare la cattedra universitaria e la rispettabilità, accademica e del mondo reale, questo sciamano qui, si deduce dalla lettura del saggio, è il nemico numero uno dell’antropologo universitario francese. Questo è il rischio che Amselle ha scampato, per un pelo, il rischio che ha corso e sventato è che l’antropologo vada ai tropici con le migliori intenzioni, ma se appena allenta il controllo e si arrischia pure una sola volta a partecipare alle bevute cerimoniali che il mestatore propone, ecco che è fottuto, e fa la fine di Jaques Mabit.

Jaques Mabit d’accordo, non è un antropologo, ma non importa, perché è la prova che gli antropologi seri, scientifici, è meglio non bevano gli intrugli dei curanderi esotici, Mabit va in Perù nel 1992 per Medici senza frontiere e sai come succede, ti trovi lì, sei a due passi dalla giungla, ne senti dire tante, di questi vegetalisti che preparano bevande visionarie, e la provi, che ti potrà mai succedere?, una bevuta sola, una toma soltanto, e che sarà mai?, invece la pianta maestra, e lo sciamano che l’ha cucinata, ti fottono. E non torni più in Francia a fare il medico ma resti in Perù, e fondi la casa che canta, Takiwasi in lingua quechua, con cui affronti la grande sfida che la medicina occidentale sta perdendo: divezzare, somministrando la droga ayahuasca, persone dipendenti dalle droghe cocaina oppiacei alcol, e a un certo punto sei ancora un po’ il medico che eri prima, che conosce la medicina occidentale, ma questa è stata surclassata, inglobata, messa al servizio della medicina amazzonica, che è più antica è più potente, è una medicina che attinge non ai testi scientifici ma a quel “grande libro” e qual è questo grande libro ma è il grande libro mai scritto della medicina amazzonica che non è stato scritto proprio perché la sua conoscenza non passa per l’apprendimento scritto e neppure per quello orale bensì per una trasmissione diretta (mentale potremmo dire) da parte dello spirito delle piante, quelle piante che dalla scienza dell’al di là comunicano solo a chi sa aprirsi a questa scienza non scritta e non parlata. Come? Per mezzo dello stato modificato della coscienza che bere la bevanda ayahuasca determina, ecco come, a quel punto tu, Jaques Mabit, sei ormai un medico dei due mondi e delle due medicine: la medicina scientifica del mondo reale ma, soprattutto, la medicina non scientifica del mondo degli spiriti.

Questa cosa, che un medico lasci la medicina moderna e si metta a fare lo sciamano, o che schiere di antropologi (sfigati, sottintende l’antropologo autore di questo saggio, gente fuori corso che non trovava un posto all’università) lascino l’antropologia scientifica (non si capisce poi cosa connoti l’antropologia scientifica) e passino dalla parte del nemico, a Amselle, che rappresenta il prototipo del professore universitario di mezza età che ci tiene a mantenere integro il suo stato di coscienza ordinario, tutto questo proprio non va giù. Non se ne fa una ragione.

Eppure, anche lui c’era andato vicino. In Psicotropici, i suoi tristi e spaventati Psicotropici, a un certo punto, ha questo afflato di sincerità, fa la sua self-disclosure e lo dice, quando.

Lui è del 1942, ora va per gli ottanta. Ha una signora età. Forse non sa che tra poco pure lui, volente o nolente, uno stato di coscienza modificato lo avrà. Non l’ha voluto prima, tra poco arriva. La sua premorte, e la sua morte, saranno uno stato di coscienza modificato. Tutto ciò che ha temuto, e ha tenacemente scansato finora, lo vivrà, comunque suo malgrado, nel momento della morte. Faceva meglio a fare un po’ di tirocinio prima. Come Jaques Mabit. O come Jeremy Narby. Ma si è cagato sotto, il professore.

Confessa che a fine anni Sessanta (era giovane, nemmeno trent’anni) lui pure ebbe una certa attrazione per l’altra parte, il dark side, l’ombra dell’occidente razionale, avrebbe detto Jung. Era attratto da geomanti e marabutti del Mali, era “perfino” stato affascinato ma, precisa, solo “di tanto in tanto”, dalla loro capacità di predizione. Fu “perfino” tentato di passare dall’altra parte, nell’altro campo, nel campo nemico (sottinteso nel campo dell’irrazionale). Il suo collega, Jean-Marie Gibbal, s’era fatto prendere dalla credenza nel culto dei jiné, geni o spiriti che cavalcano i posseduti e li dominano, ma lui riesce giusto in tempo a prenderne le distanze, dai jiné e dal suo collega e, a causa di “episodi dolorosi” della sua esistenza (che non esplicita), si vede costretto a intraprendere una cura: e quale cura sceglie l’antropologo francese? Ma quella psicanalitica, si capisce, da bravo francese ancorché antropologo iper-razionalista si affida a una psicanalisi di verosimile osservanza lacaniana che lo aggiusta. Il super io mette la mordacchia all’es e il suo io si irrobustisce al punto che adesso non si rende proprio più conto che, grazie a questo suo troppo io, è un antropologo fallito.

Che giudizio severo. Ma chi sono io per dire che Jean- Loup Amselle è il prototipo dell’antropologo fallito? Dovrei essere almeno antropologo per dirlo con cognizione di causa invece sono solo uno psichiatra con qualche rudimento di etnopsichiatria e qualche frequentazione di sciamani curanderi e delle loro piante.

Il mio giudizio è severo perché negli ultimi decenni, in cui tutti i mondi da scoprire sono stati scoperti, e l’unico mondo inesplorato è quello che puoi vedere solo se entri in un altro stato di coscienza, un antropologo che (pur occupandosi di sciamani e di ayahuasca) ha l’ossessione della sobrietà, il culto, la venerazione dello stato di coscienza ordinario, e non si affaccia neppure una volta una soltanto dico una nell’altro mondo, nel mondo dove ci sono gli spiriti (direbbero gli sciamani) oppure ci sono i morti oppure i demoni e gli dei, che antropologo può mai essere? Che saggio su sciamani amazzonici e ayahuasca potrà mai scrivere? Un libro scritto da un voyer, uno che sta al di qua, a guardare a studiare da fuori i vari “attori della filiera sciamanica”, come li chiama, per osservare da fuori ciò che ha timore di vedere da dentro. Come uno che, invece di scopare in prima persona, guarda gli altri mentre sono intenti a… bere l’ayahuasca. Cosa potrà mai capirci?

Infatti è comico, Amselle, quando chiede alla “turista mistica” (tutto il saggio gronda di queste definizioni sprezzanti) egiziana Nabila, di descrivergli le visioni molto intense che ha avuto e lei gli risponde che “descrivere le visioni procurate dall’ayahuasca è come provare a descrivere il funzionamento di un reattore nucleare a un gatto!”. E’ comico come un gatto, Amselle: è lui il gatto comico che chiede la descrizione di visioni che ha il terrore di vedere in prima persona. Ah ma le vedrà. Tra poco le vedrà.

Un tipo troppo prudente che non è riuscito a fare ciò che altri, non più fessi di lui, hanno avuto l’ardimento di fare: esplorare i mondi interiori. Artaud, Huxley, Osmond, Jünger, Micheaux, Burroughs, Ginsberg, Leary, Grof, McKenna, Narby, Harner. Per citare i più noti. Intellettuali artisti medici antropologi, tutti curiosi di sapere cosa c’è dall’altra parte. Ma soprattutto, tu che sei antropologo, io dico, ora che il pianeta è stato battuto in lungo e in largo, come fai a non comprendere che c’è un altro mondo molto più inesplorato da esplorare e comprendere e cartografare che è quello degli stati modificati di coscienza? E che oggi un antropologo che si occupa di sciamanesimo e piante sacre non può ricusare di inoltrarsi in questi mondi, i mondi che da millenni gli sciamani sono i più attrezzati a conoscere, gli sciamani veri eroi dei due mondi, capaci di stare con un piede in questo mondo e con un piede nell’altro mondo?

Amselle in fin dei conti dedica questo suo libro al nemico, e i suoi nemici sono (oltre agli sciamani) quegli antropologi che hanno tradito la causa e sono passati dall’altra parte (dalla parte degli sciamani), i più noti dei quali Carlos Castaneda, Jeremy Narby e Michael Harner. Non gli perdona questo “percorso ibrido, al crocevia tra università letteratura e mitomania”, percorso che lui non ha saputo o non è riuscito a fare. Ma non risparmia neppure le decine di antropologi meno noti che definisce sprezzante gli “ex studenti scartati che andranno a ingrossare le file degli sciamani occidentali operanti nell’Amazzonia peruviana”. Pare che se non diventi assistente universitario o ricercatore con Amselle sei un fallito, sia che diventi Castaneda sia che diventi un anonimo sciamano che si auto esilia nella selva.

Chi è, invece, l’antropologo che ha fatto il passo che Amselle ha avuto timore di fare? Non mi riferisco al più noto, Carlos Castaneda, che nemmeno a me è simpatico granché. A Fellini sì, era simpatico. Non lo so perché. Forse perché Fellini, da Jung a Rol, tutto ciò che era misterico e irrazionale lo affascinava. La sapeva lunga Fellini. Ah, bisogna informare l’antropologo francese, che probabilmente Fellini era così affascinato dall’altro mondo perché lo aveva esplorato, ai tempi magici (fine anni Sessanta) in cui lui, Gillo Pontecorvo, Franco Solinas e altri, potevano viaggiare in acido con la Lsd somministrata dallo psicanalista Emilio Servadio. Per dire che non sono tutti squinternati gli esploratori dei mondi interiori, caro Amselle.

L’anti-Amselle è Jeremy Narby, uno che si è spinto dove Amselle e gli antropologi legati tenacemente allo stato di coscienza ordinario non potranno immaginare. Ha conosciuto cose che solo i morti e i morenti possono conoscere pur non essendo ancora morto. Nel 1985, a venticinque anni, va a fare la sua ricerca sul campo, presso la comunità di Quirishari, nell’Amazzonia peruviana, dove gli ashaninca hanno una conoscenza sbalorditiva delle proprietà medicinali delle piante.

All’inizio non è particolarmente interessato a questi aspetti della cultura ashaninca, perché ha una visione soprattutto politica. Le immense risorse della foresta amazzonica fanno gola alle agenzie che investono ingenti capitali per favorire lo sviluppo dell’Amazzonia. Espropriano i territori agli indigeni (sostenendo che non sanno che farsene, non li utilizzano, li lasciano incolti) per disboscarli, e trasformarli in verdi pascoli per vacche.

Il suo scopo (politico) era raccogliere quante più varietà di piante mediche, classificarle, per dimostrare che la foresta è utilizzata eccome dagli indigeni, è la loro farmacia, laboratorio, ospedale.

Ma come fanno a conoscere tutte queste piante? “Bevi l’ayahuasca, e lo saprai” gli dicono. “L’ayahuasca è la nostra televisione, è la televisione della foresta”. In quegli anni non sono molti gli antropologi che ci provano, Gerardo Reichel-Dolmatoff, in Amazzonia, l’ormai famoso Castaneda in Messico. Jeremy Narby osa. Assume la bevanda. Si apre un mondo. L’immagine più spettacolare è quella di due boa enormi. Gli parlano in un’altra lingua, che lui non conosce ma comprende, e gli spiegano che lui è semplicemente un umano. Cioè: non meglio di tutti gli altri viventi.

Ma bevendo, Narby comprende, anche, come hanno fatto gli sciamani amazzonici a inventare l’ayahuasca. L’ayahuasca ha una composizione chimica complicatissima. Come fanno, da millenni, gli sciamani dell’Amazzonia, a cucinarla? Due piante, almeno, bollite insieme. Una liana, la Banisteriopsiis caapi, provvista di beta-carboline (armina, armalina e tetraidroarmina) capaci di inibire le monoaminossidasi umane, combinata con foglie di Psychotria viridis, che contiene dimetiltriptamina (Dmt). Siccome la Dmt quando assunta per via orale viene inattivata dalle monoaminossidasi (MAO) gastriche, per cui niente visioni, gli ayahuasqueros amazzonici alla Dmt delle foglie associano gli IMAO della liana. Ma come l’hanno capito, che per avere le visioni bisogna mettere insieme due piante e proprio quelle tra le 80.000 specie vegetali amazzoniche? Gli ashaninca sostengono che glielo ha detto l’ayahuasca, e sì, quel che si dice un paradosso. E’ nato prima l’uovo o la gallina? Prima l’ayahuasca o la formula per l’ayahuasca? Gli scienziati occidentali solo negli anni Sessanta del secolo scorso hanno scoperto gli IMAO, e solo a partire dal nuovo secolo stanno studiando le proprietà terapeutiche di ayahuasca e altri psichedelici. Almeno cinquemila anni dopo.

Ma Narby comprende altro. Scopre che il mondo è diventato consapevole delle conoscenze etnobotaniche degli indigeni amazzonici. Senza la loro competenza, i chimici delle aziende farmaceutiche dovrebbero “testare alla cieca le proprietà medicinali di 250.000 specie vegetali che si stima siano presenti al mondo”. Una stima per difetto, visto che potrebbero essere oltre trenta milioni, le specie vegetali.

Finora, la prassi delle aziende farmaceutiche è stata mandare in avanscoperta antropologi, botanici e chimici, prelevare campioni di farmaci vegetali, estrarne il principio attivo e sintetizzarlo nei propri laboratori, brevettarlo, senza dare niente in cambio agli indigeni detentori del sapere. E’ caccia di frodo, dice Narby. Il curaro è l’esempio più eclatante. Da millenni i cacciatori dell’Amazzonia conoscono questo veleno che, soffiato con cerbottana, paralizza i muscoli delle prede senza avvelenare la carne. Negli anni Quaranta la medicina se ne appropria. Oggi gli anestetici utilizzati in medicina sono derivati sintetici del curaro. Anche per il curaro, se si chiede agli amazzonici come l’hanno scoperto, la risposta è: ce l’ha affidato il creatore dell’universo.

Ma (ecco il punto) una motivazione del genere non va bene. L’origine allucinatoria del curaro, o dell’ayahuasca, o di altri farmaci, non va bene, non si può essere presi sul serio, così. Se non li prende sul serio una parte degli antropologi di cui Amselle è il portavoce, figuriamoci gli altri (farmacologi, chimici eccetera). Non possono, gli indigeni amazzonici, essere presi sul serio se danno questa spiegazione come origine della propria conoscenza etnobotanica. Se la tua conoscenza è allucinatoria, dunque a genesi psicotica, non sei credibile, e non puoi avere le royalties dei nuovi farmaci prodotti dalle società farmaceutiche a partire dalle piante amazzoniche e dai saperi amazzonici.

Gli scienziati moderni (senza allucinazioni) solo negli anni Cinquanta del ventesimo secolo hanno scoperto che la composizione chimica di quasi tutti gli allucinogeni somiglia alla serotonina (5-idtrossi-triptamina), ipotizzando che agiscano, a livello del sistema nervoso centrale, proprio legandosi ai recettori della serotonina. Solo negli anni Sessanta hanno scoperto gli IMAO per inattivare le monoaminossidasi. Solo negli anni Ottanta scoprono che il cervello umano produce la stessa Dmt contenuta nell’ayahuasca.

Gli sciamani amazzonici ci sono arrivati millenni prima. Come? Glielo ha detto la pianta. Ma se non bevi l’ayahuasca, non puoi capire. Non puoi capire che quel che dice un ayahuaschero (“Me lo ha detto la pianta”) è vero. Ma perché la maggior parte degli antropologi, come Amselle, non beveva ayahuasca? Per il timore di essere squalificati dal mondo accademico, probabilmente.

E però l’acribia con cui Amselle prende di petto e di sarcasmo il nemico sciamano, rende poco credibile pure la sua giusta critica alla degenerazione dello sciamanesimo amazzonico che si sta verificando, da dieci-venti anni a questa parte. Perché una critica agli sciamani improvvisati, e al consumismo e al turismo mistico spirituale sciamanico, non può mettere nello stesso calderone dello sciamano improvvisato anche chi di questo sapere è autentico portatore.

A cominciare dagli anni Novanta l’ayahuasca, assunta come sacramento delle nuove religioni sincretiche del Santo Daime e della União do Vegetal viene esportata al mondo occidentale. Ciò accade mentre c’è una crisi di vocazioni per il mestiere di sciamano amazzonico, perché non conviene più fare il curandero per un pezzo di pane, il curandero, tradizionalmente, non è mai stato il più ricco ma il più povero della comunità, per le sue prestazioni riceve offerte in beni naturali, e ciò è o ovvio: un individuo che si è staccato dalla comunità, che ha avuto la chiamata, che è andato nel mondo dei morti o degli spiriti e ne ha tratto il potere di ottenere la guarigione, questo potere gli permane solo se non si indirizza verso il proprio benessere economico ma verso la comunità, e comunque, uno sciamano che sa abitare i due mondi, che ha un piede nel mondo reale e l’altro nel mondo degli spiriti, se ne frega della ricchezza o degli altri beni materiali, gli serve il minimo per sopravvivere. Negli anni Ottanta dunque i giovani amazzonici iniziano a ricusare il mestiere di sciamano. Essere sciamano significava essere povero. Il mestiere di sciamano è a rischio di estinzione quando, negli anni Novanta, inizia il turismo esotico-psichedelico-mistico-spirituale, occidentali desiderosi del rito sciamanico con ayahuasca (o altre piante) arrivano a frotte nei villaggi amazzonici. E gli indigeni si attrezzano per questo nuovo tipo di utenza. Iniziano, nei villaggi, le cerimonie per i bianchi, per i turisti dello spirito. Molti di questi pellegrini dell’esperienza psichedelica riporteranno nei loro paesi ciò che hanno appreso, nasce il fenomeno del neo-sciamanesimo: occidentali che hanno fatto la propria iniziazione in Amazzonia, occidentali talvolta perfino più autentici, sinceri, ispirati, toccati dalla grazia, di molti sciamani autoctoni. Perché l’arrivo a frotte dei turisti psichedelici in Amazzonia, nell’arco di un decennio, trasforma il mestiere sciamanico da mestiere povero in mestiere ricco. Iniziano i tour europei e americani di sciamani non solo amazzonici, ma messicani, andini, pellerossa, e non solo con l’ayahuasca ma con peyote il San Pedro il Bufo Alvarius la Dmt fumata eccetera. E’ chiaro che se molti diventano sciamani non per vocazione, ma perché è diventato un mestiere remunerativo e prestigioso, non tutti sono affidabili, bravi, altruisti, degni di fiducia.

Questa differenza, però, tra sciamano autentico e sciamano imprenditore, nel libro di Amselle non si coglie. Amselle butta via lo sciamanesimo con l’acqua sporca del capitale.

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