industria – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 21 Feb 2026 21:00:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Culture e pratiche di sorveglianza. Il nuovo ordine mediale delle piattaforme-mondo https://www.carmillaonline.com/2022/01/12/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-il-nuovo-ordine-mediale-delle-piattaforme-mondo/ Wed, 12 Jan 2022 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70009 di Gioacchino Toni

Attorno alla metà degli anni Dieci del nuovo millennio è emersa con forza l’importanza che nell’odierna economia globale sta assumendo il cosiddetto Platform Capitalism – analizzato pionieristicamente da studiosi come Nick Srnicek1 –, cioè quella particolare forma di business ruotante attorno al modello delle piattaforme web rivelatosi il paradigma organizzativo emergente dell’industria e del mercato grazie alla sua abilità nello sfruttare pienamente le potenzialità della cosiddetta quarta rivoluzione industriale.

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di Gioacchino Toni

Attorno alla metà degli anni Dieci del nuovo millennio è emersa con forza l’importanza che nell’odierna economia globale sta assumendo il cosiddetto Platform Capitalism – analizzato pionieristicamente da studiosi come Nick Srnicek1 –, cioè quella particolare forma di business ruotante attorno al modello delle piattaforme web rivelatosi il paradigma organizzativo emergente dell’industria e del mercato grazie alla sua abilità nello sfruttare pienamente le potenzialità della cosiddetta quarta rivoluzione industriale.

Se c’è un settore in cui emerge con chiarezza l’importanza assunta da tale modello questo è il comparto dei media ed è proprio a questo che si riferisce il volume di Luca Balestrieri, Le piattaforme mondo. L’egemonia dei nuovi signori dei media (Luiss University Press, 2021), in cui vengono descritte le trasformazioni culturali e industriali dei media che il “centro del mondo” – che, attenzione, significa certo Stati Uniti ma anche Cina – sta imponendo alle sue periferie.

In generale, quando si parala di “piattaforma” si fa riferimento a «uno spazio per transizioni o interazioni digitali che crea valore attraverso l’effetto network, il quale si manifesta tramite la produzione di esternalità positive» (p. 14). Visto che la creazione di valore deriva soprattutto dalla conoscenza dei clienti e del mercato, diventa fondamentale la capacità di estrazione e di interpretazione dei dati comportamentali dei consumatori.

Essendo la piattaforma a organizzare i flussi di informazione all’interno del network, la sua forza risiede proprio in questa sua capacità di connettere e ottimizzare gli scambi di informazioni tra gli elementi che coinvolge che prima erano invece disseminati lungo una filiera lineare. Si tratta pertanto di una forma organizzativa meglio capace di sfruttare le potenzialità offerte dall’intrecciarsi di intelligenza artificiale, cloud computing e connessioni ultraveloci e che, strada facendo, ha dato luogo a quelle che l’autore definisce come vere e proprie “piattaforme-mondo”:

ecosistemi che organizzano in rete produzione e consumi, sviluppano e gestiscono la tecnologia con cui governano i mercati e tendono a espandersi attraverso il controllo dei dati. La piattaforma diventa mondo, tende a dilatare sena limiti i suoi servizi e le opportunità che offre. È la versione dell’one stop shop sviluppata, con il massimo di rigore e coerenza, per le prime dalle grandi piattaforme cinesi. Una sorta di paese dei balocchi nel quale il consumatore, idealmente, non deve cercare altrove per soddisfare digitalmente ogni suo bisogno (p. 19).

Si sta parlando di colossi statunitensi come Alphabet (gruppo Google), Amazon, Facebook, Apple e Microsoft e cinesi come Baidu, Alibaba e Tencent. A un livello inferiore in questa gerarchia di potenza si collocano invece piattaforme come Netflix e Spotify in quanto impegnate in un segmento di mercato limitato, audiovisivo la prima e musicale la seconda. Per dare un’idea della potenza di fuoco di cui dispongono tali colossi si pensi che nel 2021 tra le dieci imprese a maggior capitalizzazione mondiale figuravano ben sette piattaforme-mondo.

Per comprendere come le piattaforme si siano evolute da semplici sistemi informatici nell’infrastruttura chiave dell’economia globale in grado di erodere le sovranità nazionali, sfruttando la capacità di ottenere ed elaborare dati, lo studioso ritiene sia necessario partire dalle “guerre dello streaming” per il controllo dell’industria audiovisiva statunitense che si sono scatenate negli anni Dieci del nuovo millennio. A una prima fase in cui le piattaforme S-VOD (sevizi video-on-demand richiedenti un abbonamento per una visione senza limiti dei contenuti) sferrano il loro attacco alla televisione multicanale uscendone vincitrici, succede una seconda fase in cui queste piattaforme si scontrano tra di loro per il dominio del mercato in una competizione giocata sul volume di dati raccolti e sull’ampiezza dei servizi che tali dati permettono di proporre in maniera profilata ai consumatori.

Per oltre un trentennio, a partire dagli anni Novanta del Novecento, il sistema della tv via cavo statunitense ha regnato sul sistema mondiale dei media grazie soprattutto alla sua indubbia capacità creativa (che ha portato a fare della serialità la narrazione privilegiata della contemporaneità e del suo immaginario) e all’aver messo in piedi un efficace sistema produttivo e di aggregazione di media company capace di integrare il comparto hollywoodiano tanto a livello creativo che organizzativo. Ne corso degli  anni Dieci le piattaforme streaming hanno dunque saputo assimilare e prendere il controllo tanto della creatività seriale che della base produttiva sviluppata nel frattempo dal sistema della tv via cavo.

A risultare vincente, scrive Balestrieri, non è dunque il prodotto in sé (la serialità), che le piattaforme hanno trovato già strutturato dalle cable tv, ma il rapporto con il consumatore, che nello specifico significa la fruizione on demand e la valorizzazione della libertà di scelta. Quando compare Netflix, ad esempio, la cosiddetta complex tv2– la tv della complessità narrativa – era già un dato di fatto così come, almeno parzialmente, le sue innovative modalità produttive. Si potrebbe dire che Netflix arriva quando HBO ha già cambiato la serialità.

Esiste dunque una contiguità ideativa e realizzativa a livello di prodotto; ciò che le piattaforme on demand hanno innovato è la modalità di fruizione e la rapidità con cui il pubblico statunitense si è convertito a questa sembra essere derivata dalla possibilità di controllare autonomamente il tempo di consumo svincolandosi così dal flusso imposto dai palinsesti: «è lo stesso bisogno di differenziare e personalizzare il consumo audiovisivo che, due decenni prima, aveva determinato la rivoluzione creativa e la diversificazione produttiva della tv via cavo e che, negli stessi anni, aveva portato al boom prima dei videoregistratori e poi del Dvr» (pp. 27-28).

A risultare vincenti sono le piattaforme che rinunciano a richiedere il pagamento per ogni singolo atto di consumo – come avveniva nelle prime sperimentazioni on demand – e che propongono invece all’utente, tramite abbonamento, l’esperienza di consumare senza vincoli e senza limiti: «la bulimia di esperienze fictional, di universi narrativi e di immagini che ne deriva è l’atto fondante di un nuovo tipo di consumatore mediale» (p. 29). Nell’offrire allo spettatore immediatamente tutti gli episodi di una serie si sollecita un cambiamento radicale delle abitudini di fruizione allontanandolo ulteriormente dalle proposte delle tv a palinsesto tradizionali, broadcast o cavo/satellite.

Oltre alla possibilità di consumare un’intera serie nei tempi preferiti, il consumatore si trova a poter disporre di una sorta di luna park all’interno del quale può attingere liberamente vivendo un’esperienza di assoluta libertà nella scelta. Si tratta di un’offerta che ha fatto breccia sopratutto tra le generazioni più giovani, e non è forse un caso che gli stessi sistemi educativi, da qualche tempo, siano sempre più inclini a sostituire un’istruzione pianificata in maniera strutturata a “palinsesto”, con una proposta sempre più a “buffet”, ove lo studente vive la sensazione di poter scegliere liberamente tra una molteplicità di offerte formative sempre meno strutturate e bilanciate tra di loro.

Le piattaforme hanno vinto perché, sostiene lo studioso, sono state abili nel creare il consumatore a loro più funzionale.

La piattaforma non mette astrattamente in contatto i soggetti che vi partecipano, ma li plasma e li ridefinisce in funzione dell’ottimizzazione delle loro interdipendenze – in termini di valore per i partecipanti e, soprattutto, per la piattaforma stessa. L’innovazione investe il prodotto, il soggetto che lo offre e il consumatore, educato a scoprire e apprezzare un’esperienza di fruizione diversa. La piattaforma, insomma, è al contempo il legislatore e l’educatore del mondo nuovo che costruisce (pp. 66-67).

Essendo che le piattaforme estraggono valore dall’offerta di servizi regolati dalla profilazione e dall’elaborazione dei dati derivati dal consumatore, quest’ultimo deve essere educato alla fruizione del maggior numero di servizi possibile all’interno di uno spazio digitale unico e alfabetizzato celermente alle regole della piattaforma in maniera che le viva come del tutto naturali inducendolo a comportamenti automatici vissuti come spontanei.

Il consumatore deve essere progressivamente portato a ricercare all’interno di quello spazio il soddisfacimento di bisogni originariamente eterogenei, quali l’informazione e la creazione di comunità, l’esplorazione ludica e l’autoaffermazione, il contratto di vicinanza e lo sguardo sul mondo. I social propongono una user experience facile, immersiva, senza strappi: facilità e immersività apparentemente simili a quelle del flusso televisivo, ma in realtà con un rovesciamento del rapporto tra soggettività e flusso, perché la passività dello spettatore televisivo è trasfigurata in (apparente) protagonismo e l’esperienza sembra ruotare attorno a continue scelte del fruitore attivo (p. 69).

Al di là della percezione del consumatore, modi e forme della partecipazione attiva alla creazione dell’esperienza immersiva sono in buona parte diretti dalle strutture logico-tecnologiche della piattaforma; «quello che sembra un percorso di naturale espansione degli interessi e della socialità del singolo segue un tracciato di messa a valore dei dati estratti e analizzati nell’insieme dello spazio digitale della piattaforma» (pp. 69-70) che lavora incessantemente per ottenere una vera e propria bulimia di contatti e di consumo. Le piattaforme social, in particolare, educano il loro fruitore a una particolare centralità visuale che lo lusinga di essere lui l’oggetto della cultura visiva:

i selfie che intasano i social mostrano i fruitori al centro di spiagge, di montagne, di luoghi di socialità, a riprova che – mentre la televisioni parlava di altro, al più, poteva suggerire un’identificazione con altri, come nei reality – adesso le piattaforme parlano del fruitore stesso, del consumatore che si specchia nell’immagine di sé. Si ottiene così l’effetto network da cui la piattaforma estrae valore. Per questo, l’autoreferenzialità dell’immagine deve essere condivisa e il narcisismo deve diventare contenuto di comunicazione attraverso i like o i retweet (p. 72)

Balestrieri si sofferma particolarmente nell’evidenziare l’asimmetria di potere esistente tra le piattaforme-mondo e i sistemi mediali nazionali.

Il flusso televisivo, nel Novecento e nel passaggio al nuovo secolo, ha svolto una fondamentale funzione costitutiva della socialità e dei percorsi identitari, contribuendo a disegnarne le forme espressive e i valori comunicativi, sostituiti dalle ideologie nella mappatura dello spazio politico e generatrici di rappresentazioni del contemporaneo e del suo significato. Anche nella sua banalità quotidiana, e forse proprio grazie a questa, il flusso televisivo raccontava una grande storia di appartenenza e di identità. Adesso questa capacità di racconto si è logorata, e solo in occasioni eccezionali riesce a trovare nuova potenza emotiva e forza aggregante. La società segue in generale percorsi di soggettività plurime, sempre più estranei alla cultura di massa ereditata dal Novecento, di cui la televisione era elemento costitutivo (pp. 58-59).

Per certi versi, sostiene lo studioso, l’indebolimento della tv broadcasting spodesta la televisione dal ruolo di cerniera e organizzatrice della creatività mediale che aveva assunto; «la crisi della televisione costituisce il segno più evidente della disarticolazione della centralità nazionali della cultura e della creatività» (p. 91). Dunque, il particolare processo di globalizzazione mediale imposto dalle piattaforme-mondo, secondo Balestrieri, pone una pietra tombale sulla «possibilità di esercitare, attraverso un autonomo sistema dei media, una consapevole, trasparente ed efficace gestione dello spazio in cui si forma i discorso pubblico e si producono dinamiche culturali che in una comunità creano identità (al plurale)» (p. 93).

Se le realtà locali non sembrano davvero più in grado di dare forma alla cultura di massa creando o adattando contenuti pensati quasi esclusivamente in funzione di un consumo interno, soppiantate come sono dalle piattaforme-mondo capaci di assimilare tratti culturali locali per poi manipolarli in maniera da renderli appetibili al mercato mondiale, non sono mancati casi di “resistenza” locali che, per qualche tempo, hanno saputo anche oltrepassare i confini nazionali.

Balestrieri ricordata ad esempio la capacità in America Latina di dar vita a un prodotto originale come la telenovela capace di insinuarsi nel mercato internazionale; si pensi a come la telenovela brasiliana negli anni Sessanta abbia saputo trasfigurare in modalità melodrammatiche la quotidianità e il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un contesto autoritario sapendo trasformarsi nel corso del decennio successivo al pari della società che stava faticosamente uscendo dalla dittatura.

Nei decenni finali del vecchio millennio e nell’inizio del nuovo permane una certa dialettica tra sistemi nazionali e circuiti internazionali, tra centro e periferie a riprova di ciò si pensi al successo del fenomeno “format” soprattutto negli anni Novanta: «formidabile sintesi di globalizzazione del prodotto audiovisivo e di persistenza del mercato nazionale: si prende un’idea che ha avuto successo da qualche parte nel mondo e la si traduce in un contenuto vicino alla cultura del pubblico di un altro Paese» (p. 107). Ebbene, continua lo studioso, le piattaforme operano in maniera inversa: trasformano contenuti locali in prodotti globali e lo fanno forti dell’incredibile potenza di fuoco economica di cui dispongono nell’operare investimenti.

L’era del trionfo delle piattaforme-mondo ridisegna l’universo mediale riconfigurando anche le modalità di globalizzazione sia a livello di organizzazione industriale delle filiere e dei consumi che delle ibridazioni cultuali. Alla centralità dei flussi internazionali di capitali e prodotti propria della prima fase del processo di globalizzazione si sovrappone l’internazionalizzazione dei servizi al consumatore e delle infrastrutture tecnologiche. Il servizio è venduto direttamente al consumatore di ogni angolo del pianeta «disintermediando le filiere che si articolano nei sistemi nazionali dei media. La raccolta delle risorse e le decisioni strategiche sul loro reimpiego passano di mano e saltano il livello locale, lasciando a quest’ultimo magari il ruolo subalterno di fucina creativa a comando. Benvenuti nella globalizzazione mediale 4.0» (p. 109).

Se è pur vero che l’offerta audiovisiva di colossi come Netflix (che nel 2021 vantava oltre 200 milioni di abbonamenti disseminati in ben 190 paesi) o come Amazon è in buona parte fatta di contenuti statunitensi, sarebbe errato secondo Balestrieri vedere in queste piattaforme una semplice prosecuzione del processo di americanizzazione culturale del mondo iniziato con Hollywood.

Nella fase attuale, nella quale l’internazionalizzazione riguarda i sevizi diretti all’utente, lo scopo di un soggetto che opera globalmente come Netflix o Google non è vendere prodotti statunitensi sugli altri mercati, ma vendere il proprio servizio, che può benissimo prevedere anche la valorizzazione dei prodotti locali. Le piattaforme non vogliono americanizzare il consumatore globale, ma creare una nuova specie di consumatore mediale, impegnato nell’ibridazione dei propri linguaggi, valori estetici, strutture narrative all’interno delle interazioni e transazioni governate dalle piattaforme stesse (p. 124).

Attenzione, avverte lo studioso, ciò non significa affermare che le multinazionali non hanno nazionalità; tutt’altro, rispetto alle piattaforme di inizio millennio, nelle odierne il «governo dello sviluppo industriale e dei flussi culturali è ancora più localizzato negli Stati Uniti» ma non si tratta più di un controllo di tipo novecentesco dei mercati contraddistinto da merci culturali vendute e investimenti per acquisire la proprietà dei media, bensì di un controllo delle piattaforme-mondo che «innovano i flussi culturali e creano i propri consumatori attraverso la vendita diretta di servizi, personalizzati sul profilo di fruizione dei singoli individui» (p. 125). Queste piattaforme non necessitano per forza di acquistare media; spesso è sufficiente svuotarli e riconfigurarli all’interno dei propri ecosistemi reindirizzando le catene di distribuzione economiche e culturali in direzione transazionale.

Gli Stati Uniti non sono soli nella creazione di piattaforme-mondo; ad essi si aggiunge la Cina, Paese che ha saputo sfruttare le economie di scopo offerte dalla datification. Si tenga presente, sostiene Balestrieri, che in Cina le piattaforme-mondo non hanno dovuto ingaggiare una battaglia interna nei confronti del vecchio mercato dei media; in buona parte lo hanno creato. Nel paese asiatico si può dire che il sistema dei media sia nato con la digitalizzazione e l’industria audiovisiva con le piattaforme. In Cina lo streaming è infatti giunto diffusamente alla popolazione prima ancora delle sale cinematografiche: nel 2010 si contavano nel paese di un miliardo e trecento milioni di persone poco più di seimila schermi in duemila sale concentrate nei grandi agglomerati urbani. Il cinema nelle sale è arrivato praticamente insieme alle piattaforme strizzando l’occhio a una popolazione giovane nativa digitale che nel primo decennio del nuovo millennio ha imparato a consumare audiovisivi soprattutto attraverso queste piattaforme.

La densità di servizi offerti dagli ecosistemi delle piattaforme-mondo cinesi si traduce anche in un accelerato sviluppo della base produttiva e delle industrie creative che alimentano questa totalizzante user experience. Senza l’ingombro d un robusto sistema dei media preesistente, le piattaforme hanno potuto costruire secondo le proprie esigenze le fabbriche dei contenuti e i bacini di professionalità necessari, sfruttando al massimo le sinergie offerte dalla crescente complessità e articolazione degli ecosistemi (p. 136).

In generale, statunitensi o cinesi che siano, le piattaforme-mondo vivono della conoscenza del consumatore in modo non solo da poter estendere la gamma di sevizi da offrirgli ma anche di poter anticipare e guidare le decisioni dell’utente sia nell’ambito del consumo/acquisto che nelle connessioni sociali. L’obiettivo è dunque quello di plasmare il consumatore.

In chiusura di volume, Balestrieri si concentra sul potere acquisito dalle piattaforme-mondo a proposito del controllo delle tecnologie che alimentano la quarta rivoluzione industriale. In un panorama in cui la capacità di incidere su economia, società e cultura di queste piattaforme sembrerebbe ormai essere sfuggita al controllo statale, quest’ultimo sembra del tutto intenzionato a rifare capolino dopo decenni di inerzia più o meno pianificata. Si pensi che Amazon fornisce servizi cloud a ben 6500 agenzie governative che vanno dal settore della difesa a quello dell’educazione fino ai tanti apparati governativi.

Le tecnologie che in misura significativa cadono sotto il controllo delle piattaforme-mondo costituiscono il nucleo essenziale della sovranità digitale e politico-istituzionale» (p. 163) e quando ciò si è “improvvisamente” palesato, il potere statuale è sembrato svegliarsi dal torpore con l’intenzione di imporre una rinegoziazione del livello di autonomia concedibile. Insomma, la questione geopolitica è sembrata voler riguadagnare il primato che ritiene le aspetti rispetto alla mera efficienza di mercato. Una delle conseguenze di questa volontà di riallineamento delle piattaforme alle esigenze geopolitiche sembra essere «la fine dell’ideologia della globalizzazione neutrale: le piattaforme sono americane o cinesi, al massimo le prime si vestono del ruolo di campioni dell’occidente, o campioni delle autodefinite tecno-democrazie contro le cosiddette tecno-autocrazie (p. 163).

Se in Cina, dopo un decennio di deregolamentazione che ha riguardato tanto l’ambito finanziario quanto quello delle piattaforme, lo Stato ha potuto ribadire la propria supremazia celermente, negli Stati Uniti, dopo diversi decenni di neoliberismo spinto, il confronto tra piattaforme e Stato appare più travagliato. Resta il fatto che dalla negoziazione anche aspra tra piattaforme-mondo, preoccupate a non perdere competitività sui mercati internazionali, e Stati, con annessi interessi geopolitici, sembrerebbe derivare la presa d’atto che interessi economici e sovranità possono andare di pari passo: i primi hanno necessità di accedere ai dati di cui è in possesso lo Stato (sanità, istruzione ecc.) mentre i secondi necessitano degli efficientissimi oligopoli tecnologici che consentono la sovranità digitale.


Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza


  1. Cfr. Nick Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, Roma 2017. 

  2. Cfr. Jason Mittel, Complex TV. Teoria e tecnica dello Storytelling televisivo, Minimum fax, Roma 2017. 

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Un lavoro da non sfruttare nessuno https://www.carmillaonline.com/2017/01/24/un-lavoro-non-sfruttare-nessuno/ Mon, 23 Jan 2017 23:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36076 di Alfredo Mignini

9788854894563Perché io potevo mettermi a lavorare per conto mio? Io vado a prendere gli operai? Ho visto i miei amici che andavano a prendere gli operai e vedevo… che litigavano fuori dall’officina. Pàr l’amor di dio! E ho scelto un lavoro da non sfruttare nessuno, da sfruttarmi da solo, ha capito?

[Segnaliamo l’uscita di un libro scritto e curato da Alfredo Mignini, storico specializzato in lavoro autonomo e piccola impresa negli anni Sessanta e Settanta, membro della redazione di Storie In Movimento/Zapruder e dell’associazione Il Caso S. Nel suo volume “Un lavoro [...]]]> di Alfredo Mignini

9788854894563Perché io potevo mettermi a lavorare per conto mio? Io vado a prendere gli operai? Ho visto i miei amici che andavano a prendere gli operai e vedevo… che litigavano fuori dall’officina. Pàr l’amor di dio! E ho scelto un lavoro da non sfruttare nessuno, da sfruttarmi da solo, ha capito?

[Segnaliamo l’uscita di un libro scritto e curato da Alfredo Mignini, storico specializzato in lavoro autonomo e piccola impresa negli anni Sessanta e Settanta, membro della redazione di Storie In Movimento/Zapruder e dell’associazione Il Caso S. Nel suo volume “Un lavoro da non sfruttare nessuno. Storie di vita dalla periferia di Bologna” Mignini riporta, rielabora e contestualizza le voci di dieci soci e socie di ANCeSCAO – l’Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e Orti – nate tra gli anni ’20 e gli anni ’50 del ‘900.  Attraverso i ricordi e i racconti orali degli intervistati e delle intervistate l’autore accompagna il lettore in un passato recente che dialoga con lo spazio e il tempo presente, invita a riflettere sui mutamenti  sociali, economici e politici che hanno attraversato le città e le campagne emiliane e inserisce le storie individuali e personali in un universo più ampio, collettivo nella sua consapevole parzialità. Vi proponiamo di seguito la storia di Luisa Maccaferri, uno dei dieci movimenti che compongono l’opera. Buona lettura. s.s.].

6. Luisa Maccaferri

“A. Montanari”, Bologna

Io penso a mio padre, semianalfabeta, riuscire a scrivere con tutti i suoi errori […] queste lettere… questa sua volontà che mi ha trasmesso a me di coltivare il senso del sapere. Mio padre mi diceva: “tu devi imparare sempre a guardarti attorno, a conoscere […] io non ho potuto darti la possibilità di andare a scuola, però se tu vuoi, puoi migliorare te stessa attraverso la lettura”. Ecco io leggendo queste pagine penso all’emozione che può aver provato mio padre a un certo punto, semianalfabeta, a riuscire a scrivere.

Nel varcare la soglia di casa di Luisa cercavo di mettere in ordine le idee pensando alla situazione curiosa e un po’ insolita che si era venuta a creare. Di lei infatti, ancor prima di conoscere il timbro della voce, avevo potuto leggere un diario ricco di riferimenti alla sua vita privata, dai buffi aneddoti d’infanzia ai difficili episodi della quotidianità durante la guerra. Soprattutto, ero consapevole che per trovare risposta alle tante domande suscitate da quella lettura non mi sarebbe bastata una giornata intera. In tutta onestà, non so dire quanto di quegli spunti avrei potuto raccontare nelle pagine che seguono, ma devo ammettere che averli avuti in testa proprio mentre la ascoltavo, con la possibilità di interromperla e approfondire, mi ha permesso di cogliere frammenti che avrei sicuramente tralasciato. O almeno questa è l’impressione con cui sono tornato a casa.

Luisa è nata all’inizio degli anni Trenta in Bolognina, il quartiere operaio per antonomasia — quello con «le più grandi fabbriche famose» — a due passi dal centro storico, da cui lo separano i binari e la stazione, forte di una radicata identità sociale e politica. L’essere cresciuta di fronte all’ingresso del Mercato ortofrutticolo la rende inequivocabilmente una donna di città, come le dico quasi per scherzare, ma lei ci tiene a sottolineare che «le origini della mia famiglia sono contadine». Comunista per vocazione e convinzione, è stata iscritta al partito almeno fino alla svolta che prende il nome dal suo quartiere; suo padre, d’altro canto, era stato arrestato e condannato nel 1938 dal Tribunale speciale di Mussolini «per ricostituzione del Pci, appartenenza allo stesso e propaganda», prendendo poi parte alla Resistenza insieme al figlio. Per tutta la vita, Luisa ha lavorato a fianco di suo marito e sempre in quartiere, prima nella bottega della famiglia di lui e poi rilevando uno dei più noti bar del circondario.

A riascoltare la nostra chiacchierata — sarà per via del diario oppure per la presenza del figlio Andrea — mi rendo conto di aver tralasciato molte cose o di averle date per scontate. Al contrario, lei è convinta di aver detto troppo, come se non fossi andato lì per ascoltarla:

— Però io mi sono resa conto che… mi sono presa troppo spazio. Dovevo lasciarti più spazio alle domande, tu mi dovevi fare delle domande… — Non ti devi preoccupare — la rassicuro io — quando volevo chiederti qualcosa te l’ho chiesto, tu forse non ti rendi conto, ma io ti ho chiesto tante cose…
— No, mi dispiacerebbe che avessi approfittato troppo a parlare dei mie ricordi. — No, no, assolutamente… questo era tutto sui tuoi ricordi! — Sì ho capito, però dovevo lasciare più spazio a te… sei sicuro di aver…?
— Assolutamente! E tu — chiedo — sei soddisfatta?
— Io sì perché tutto quello che ti ho raccontato è tutta verità, perché non c’è niente di fantasia.

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Il mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, foto tratta da «Due Torri. Quindicinale di vita bolognese», 5, 30 ottobre 1969.

Tutta circondata dai campi
Più di altri aspetti, mi incuriosiva il frequente richiamo alla mondo contadino e il legame con la terra di cui Luisa si mostra sempre molto orgogliosa. Proprio lei — mi dicevo — che in una sola battuta è capace di restituire un profondo senso di attaccamento al quartiere dov’è cresciuta, con la sua atmosfera fatta di palazzine e cortili, tram e classe operaia: «io sono nata qui, sono vissuta sempre qui e morirò qui… più tardi possibile!», mi dice col sorriso. Mi spiazzava, in realtà, l’idea di pensarla dormire su un letto di paglia o correre scalza sui prati della pianura bolognese, anche se avevo letto che i suoi genitori erano entrambi originari di Argelato e di Castel Maggiore, e che parte delle loro famiglie erano rimaste lì, a lavorare la terra. Quello che forse non riuscivo proprio a capire è che avere una famiglia contadina, in fondo, non era poi neanche così necessario perché lei si sentisse legata alla terra. È infatti la stessa Bolognina che, dietro all’immagine degli operai che timbrano il cartellino e si fanno risucchiare dai rumori degli ingranaggi, nasconde la sua natura di borgata di confine, a contatto diretto con i campi, i fossi e l’odore acre dei concimi. «Devi sapere», mi spiega Luisa,

che adesso voi la Bolognina la vedete così, ma la Bolognina era tutta diversa, […] era tutta circondata dai campi eh, era campagna. Perché pensa che io mi ricordo […] che […] tutto il terreno che fa angolo con via Gobetti e dove ci sono gli uffici adesso del Comune, tutta quell’area lì fino alla Villa Angeletti, dove adesso c’è il bellissimo parco, […] lì era tutto campo.

Ma il rapporto di Luisa con la terra, più che per il quartiere, passa attraverso la famiglia di sua madre che «dalle parti di Cadriano», nella «campagna attorno a Granarolo […] il Gomito, quelle parti là», conduceva un podere «che quando veniva alla fine dell’anno […] dovevano portare al padrone un tot di vino, le oche migliori» e così via. È qui che Luisa viene mandata ogni volta che, per l’estate o le vacanze di Natale, non è impegnata con la scuola. Di questi periodi di «vacanza» conserva ancora oggi «dei ricordi molto belli», perché «la campagna […] mi ha sempre attirato molto [e] poi secondo me è una scuola, perché ogni cosa che tu vedi in campagna ti porta… a me mi faceva riflettere». Mi racconta entusiasta di quando gli adulti lavoravano la canapa, dei gelsi e dei bachi da seta che scrutava ammirata nel retro dei casolari, e dei campi di granoturco e di suo zio che la portava avanti e indietro «col biroccino». Col passare degli anni le visite agli zii si diradano e, infine, con la guerra «non è stato più possibile andare in campagna, perché non ci si spostava più». Il resto è storia nota: i figli dei contadini tentano con ogni mezzo di abbandonare la terra e vanno verso la città, alla ricerca di un lavoro in fabbrica o nel commercio. «[M]olti avevano scelto anche delle altre vie», mi spiega Luisa, e l’esodo rurale sembra uno scenario inevitabile: «anche le famiglie in campagna vennero via perché non è che vivessero tanto bene, perché non erano dei proprietari». Gli zii di Cadriano, comunque, non sembrano intenzionati a lasciare e dopo la guerra, pur di migliorare le proprie condizioni, decidono di spostarsi. Avrebbero infine trovato un podere «in una frazione di San Lazzaro [che] si chiama Colunga», ma questa volta con un regolare contratto di mezzadria.

In campagna — racconta Luisa — c’è sempre qualcosa da fare e per risolvere un inghippo o superare un ostacolo bisogna arrangiarsi, inventare soluzioni dal niente. Mentre la ascolto, ripenso alle pagine del diario dove ha immortalato le scene di suo zio che le costruisce un panchetto per farla arrivare all’altezza del tavolo, o delle mattinate in cucina con la zia a imparare come si chiudono i tortellini. L’arte di arrangiarsi e la possibilità di dare sfogo alla curiosità di bambina fanno sì che Luisa, ogni anno, torni in Bolognina con qualcosa in più, «perché è dalla natura che impari anche tanto a vivere, secondo me». In campagna, d’altra parte, avrebbe anche scoperto, per la prima volta, quei fatti ammantati di pudore di cui gli adulti parlavano sottovoce:

Cosa succedeva? Succedeva che […] questo campo molto vasto di granoturco non era recintato niente ed era vicino ad una piccola stradina bianca, quindi nel caso poteva entrare chi voleva, per dire. Solo che i miei zii si erano accorti che le coppiette… cosa facevano? Si introducevano nel campo di granoturco e andavano a far l’amore là, per cui rovinavano attorno le piante […], per il contadino anche solo una pannocchia faceva la differenza… e allora io tutte le sere, nel periodo appunto […] che le pannocchie erano già abbastanza grandine, a un certo orario gli zii — che dopo lungo lavoro si sedevano davanti casa dove c’è l’aia, si fumavano il toscano, programmavano il lavoro del giorno dopo — a un certo punto qualcuno — [con] quel mezzo chiarore che il sole è già quasi tramontato e sta per scendere la sera ma che c’è quella, come devo dire, quella piccola luminosità che a me piaceva tantissimo — e vedevo lo zio che tutte quelle sere prendeva un forcone e si avviava verso i campi di granoturco. Ma io, pff… non è che ci facessi caso. Però una sera lo zio […] andava a controllare, però vedendo che […] stava per venire il temporale, si vede che lui fece il pensiero di dire “non ci sono quelli lì”… e con me dice: «vuoi venire? Andiamo a vedere se ci sono i ladri di pannocchie!», la stessa frase eh! contenta io, via… corri corri con lo zio. Arriviamo al campo, mio zio mi dice: «aspetta un momento», mio zio si inoltra nel campo… dopo un po’ sento delle grida: “oddio cosa è successo?”, io penso. Velocemente vedo sbucare dal campo un ragazzo… un uomo e una donna insomma, abbastanza succinti, capito? Si capiva che i vestiti erano messi di fretta e furia [e] dietro lo zio col forcone, gridava…

Una famiglia operaia e antifascista
«Mio papà era un tranviere… è stato il primo, diciamo così, comunista», mi spiega orgogliosamente Luisa, cioè «ha fondato la prima cellula comunista dentro l’azienda del tram». L’azienda del trasporto pubblico, fra le due guerre, è infatti uno degli snodi del movimento operaio e antifascista bolognese e svolgere attività al suo interno significa quasi sicuramente esporsi alla repressione del regime. Lo sapeva bene il padre di Luisa, Vincenzo, che già prima di allora ha subìto «varie aggressioni da parte dei fascisti per gli aperti atteggiamenti d’opposizione», come riporta il dizionario biografico dei partigiani bolognesi. Comunista della prima ora e già noto alle forze dell’ordine, viene scoperto e arrestato mentre organizza una sottoscrizione in aiuto dei combattenti della Guerra civile spagnola:

In quel periodo c’era la guerra di Spagna e fecero una sottoscrizione per tutti quelli che erano degli antifascisti, dei socialisti… […] per aiutare chi era andato a fare la guerra di Spagna per liberarsi dal giogo della dittatura. Qui nella Bolognina c’era i fascisti che imperversavano e c’era tra l’altro la famosissima OVRA, che erano le spie […] fatte apposta da Mussolini per controllare queste cose. Morale della favola: mio papà una mattina smonta dal servizio e fu arrestato. Ed esattamente fu arrestato nel 1938, quindi io ero piccola, io ero del ’31. Poi mio papà […] per sei mesi non sapevamo dov’era, non ci avvertivano di niente.

Viene recluso per alcuni mesi a Castelfranco Emilia per poi essere trasferito a Roma, dove viene celebrato il processo nel giugno del 1939. La sentenza del Tribunale lo condanna a cinque anni di carcere più due di vigilanza speciale:

Poi, quando loro stabilirono che lo avrebbero mandato a Roma e ci sarebbe stato il processo, ci concessero di vederlo e io ho ancora l’immagine di quella stanza, dopo sei mesi, a rivedere mio padre emaciato [che] portava i segni delle bastonature, quest’uomo che si teneva solo i pantaloni perché gli avevano tolto tutto, gli avevano tolto la cintura, gli hanno tolto i cordonetti delle scarpe…

Scontati i primi cinque anni, nel 1943 torna a casa con l’obbligo «di andare a firmare dai carabinieri tutte le sere». Dopo qualche mese, tuttavia, è di nuovo in contatto con i vecchi militanti e prende parte all’organizzazione dei primi gruppi combattenti. Come molti suoi compagni che avevano conosciuto i tribunali e le carceri fasciste sulla propria pelle, avrebbe ricordato il periodo di detenzione come un momento di straordinaria maturazione politica, non da ultimo per i contatti con i più alti esponenti dell’antifascismo italiano:

Lui […] mi ha sempre detto che cinque anni […] è stato come fare l’università… ma è vero perché mio papà, venendo dalla campagna, lui aveva soltanto la seconda elementare. […] nel periodo che mio papà era in carcere, furono arrestati i grandi che poi fecero la Costituzione […] lui ha avuto la possibilità di stare in carcere con persone come Pertini! Perché poi Pertini era socialista, Pertini è riuscito a evadere dal Regina Coeli insieme a un suo compagno che poi lui fuggì in Francia. Quindi c’erano, in quel periodo che era incarcerato mio padre, […] c’erano quei personaggi che contavano moltissimo… c’erano tutti perché poi non furono arrestati solo dalla parte dei comunisti, c’erano anche degli altri, che erano dei liberali, erano della gente che però sentivano la necessità di formare un nuovo Stato. E io questo me lo ricordo e mio papà mi ha sempre detto: «io l’università l’ho fatta a Regina Coeli». E, delle volte. quando si diceva “ah sei stato… ah te babbo quando eri in galera…?”, non voleva [che] noi dicessimo… lui diceva: «non è vero, io non sono andato in galera, io sono andato all’università, perché se oggi io posso leggere e scrivere, lo devo al carcere!».

Anche Luisa ricorda la reclusione del padre come un momento molto importante, benché durissimo, di crescita personale: «da lì io ho imparato molto, ho imparato a sviluppare il mio carattere in un certo modo». Quando le chiedo di parlarmi di come ne è finalmente uscita, mi spiega che in quei cinque anni la famiglia è precipitata in una situazione economica disastrosa: «la mamma […] Marianna […] con quella cosa lì si ammalò di cuore», mentre lei è ancora troppo piccola per lavorare. L’ATM3 non è certo stata d’aiuto — anzi, «non ci diede [niente]… guarda caso [il babbo] doveva ritirare lo stipendio, non ci diedero nemmeno lo stipendio. Morale che noi rimanemmo così, come si suol dire, in braghe di tela, non avevamo una lira» — mentre la sorella maggiore, «che faceva la sartina, [è diventata] praticamente il capofamiglia» e suo fratello Enzo, che a quel tempo «faceva le Aldini» è stato costretto, «con grandi sacrifici, [a] interrompere perché non c’era più nessuna possibilità» di sostenere i suoi studi. In poco tempo trova da lavorare come fattorino alla Calzoni, una grande aziende metalmeccanica della città, ma nonostante tutti gli sforzi, «le entrate erano molto misere». È per questo che Luisa, finché può, se ne sta a Cadriano dagli zii:

Ché io là potevo mangiare qualcosa […] invece qua non si mangiava niente, si moriva di fame! Perché c’era la tessera che ti dava quel po’ di sopravvivere, e poi c’è quel problema che noi non avevamo soldi… perché molti hanno superato la guerra in un modo diverso, nel senso che c’era il mercato nero, però ci volevano dei soldi, perché il mercato nero era terribile: […] se avevi dei soldi trovavi al mercato nero, altrimenti non facevi niente!

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La Bolognina in guerra
Fra città e campagna la cesura è netta, e nel ricordo di Luisa viene accentuata dall’atmosfera idilliaca di cui è avvolto tutto ciò che ruota attorno al mondo contadino. Vista con gli occhi di una bambina, infatti, la vita degli zii contadini procede secondo i ritmi lenti di una vita serena, al riparo dalla guerra. In città, infatti, fra l’estate e l’autunno del 1943, il fronte si avvicina e, chi può, sfolla cercando rifugio nei paesini della “bassa”.

Per Luisa, al contrario, le bombe rendono sempre più difficile i suoi spostamenti verso Cadriano: «io non sono mai andata via di Bologna, da qui, anche nel periodo della guerra, ché la Bolognina era un cumulo di macerie eh… non c’era niente, non avevamo docce, non avevamo gas, non avevamo assolutamente niente». Non sono molte le famiglie che rimangono a vivere in quartiere e chi lo fa, per scampare al pericolo, dorme in cantina: «bombardavano anche di notte coi bengala», mi racconta infatti Luisa, perché «essendo la Bolognina così vicina alla stazione» si era subito trasformata in «un obiettivo [per] gli aerei». Ma la campagna non è sempre un luogo sicuro e l’anno successivo, dopo il pesante bombardamento di metà ottobre, sono i contadini a cercare riparo in città:

Siccome che questi delinquenti qui dei tedeschi razziavano […] nelle nostre campagne, portavano via le mucche ecc., allora molti contadini cosa fecero? Portarono gli animali, le bestie, qui a Bologna, in città. In modo particolare, per esempio, in Frassinago […], che non è molto lunga, però di qua e di là all’interno c’erano dei cortili, com’è famoso a Bologna, perché a Bologna vecchia ci sono […] tutti i cortili e lì parcheggiavano i contadini, allevavano lì le bestie perché le avevano messe al sicuro […].

Il fratello Enzo, intanto, col nome di battaglia “Macca” è diventato commissario politico del battaglione “Ciro” della brigata “Irma Bandiera”4. Vincenzo, invece, è «stato segnalato di nuovo come antifascista» e un po’ per questo, un po’ perché «aveva necessità», si fa ricoverare al Collegio San Luigi, «uno dei collegi dove la grande borghesia di Bologna mandava i figli a studiare». A seguito dei bombardamenti, però, la struttura era stata requisita e diventa un rifugio per feriti e combattenti: «lì, sotto al San Luigi», mi spiega infatti Luisa, «c’era una cellula partigiana che operava e ricoverarono lì mio papà per tenerlo un po’ nascosto». Da sempre «innamorata» di suo padre, me la immagino che cerca di passare più tempo possibile con lui, ora che finalmente è tornato a Bologna. «[P]rendevo da qui, da sola, e andavo al San Luigi», mi racconta entusiasta, «e stavo con mio papà tutto il giorno»:

Allora mio papà diceva: «quando suona l’allarme vai giù, vai nel rifugio». La prima volta che andai giù, feci questa scoperta, che il rifugio serviva anche come camera mortuaria. E io mi trovai nel rifugio vicino a già dei morti, già che quando camminavi per le strade li vedevi morti, bombardamenti tutti… quindi io ho conosciuto la morte in quella maniera lì.

Pochi giorni prima del 21 aprile, quando la città viene liberata dalle truppe alleate e dalla brigata “Maiella”, il commissario “Macca” «sparì e non sapevamo dov’era, ma stavano organizzando la liberazione»:

Ricordo il 21 aprile, la liberazione di Bologna, piazza dell’Unità, [il] passaggio di tutti i carri armati che ti buttavano le caramelle, i polacchi […] io ero andata all’ospedale a prendere mio padre perché finalmente veniva a casa… e buttavano queste manciate, caramelle, cevingum, che io non sapevo neanche cos’era il cevingum… però io non l’ho presa la caramella! Non l’ho voluta! Guardai mio padre, mio padre non mi disse niente eh, non mi disse: “prendi”… Come? Fino a ieri ci avete buttato giù le bombe e oggi mi date la caramellina? No! […] Magari ho sofferto a rifiutare la caramella, ma io non ho preso la caramella, io non sono una scimmietta ad andare a raccogliere la caramella per terra!

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La felicità sarà un pranzo di gala eco-sostenibile. Viva la decrescita felice! https://www.carmillaonline.com/2014/04/11/felicita-pranzo-gala-eco-sostenibile-viva-decrescita-felice/ Thu, 10 Apr 2014 22:00:31 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=14053 di Simone Scaffidi Lallaro

decrescita felice la_grande_abbuffataPartecipiamo ad un dibattito il cui ospite d’eccellenza è Maurizio Pallante, presidente del Movimento per la Decrescita Felice. Non conosciamo a fondo il movimento italiano, sappiamo giusto chi è Latouche e che qualche giorno fa ha paccato una nostra amica recatasi a Venezia apposta per intervistarlo. Ciò non ci impedisce però di soffermarci sulla locuzione “decrescita felice” e concentrare le nostre perplessità sull’aggettivo “felice” piuttosto che sul sostantivo “decrescita”. Il monologo non fa in tempo a partire che l’aver dubitato della purezza della locuzione – come nelle peggiori maledizioni – si ritorce immediatamente contro [...]]]> di Simone Scaffidi Lallaro

decrescita felice la_grande_abbuffataPartecipiamo ad un dibattito il cui ospite d’eccellenza è Maurizio Pallante, presidente del Movimento per la Decrescita Felice. Non conosciamo a fondo il movimento italiano, sappiamo giusto chi è Latouche e che qualche giorno fa ha paccato una nostra amica recatasi a Venezia apposta per intervistarlo. Ciò non ci impedisce però di soffermarci sulla locuzione “decrescita felice” e concentrare le nostre perplessità sull’aggettivo “felice” piuttosto che sul sostantivo “decrescita”. Il monologo non fa in tempo a partire che l’aver dubitato della purezza della locuzione – come nelle peggiori maledizioni – si ritorce immediatamente contro di noi: la felicità comincia a decrescere vertiginosamente. Siamo in buona compagnia, un signore brizzolato si avvicina e con gli occhi spalancati di stupore ci domanda se l’incontro ha a tema la decrescita felice o la felicità incresciosa. Poi il suo sguardo si fa duro e ci squadra incazzato. 

In mezzora di monologo abbiamo sentito parlare solamente di un grande imprenditore parmigiano di cipolle borettane e di un’amministrazione illuminata del bellunese. Il primo ha creato un magnifico agro-villaggio che doterà di accoglienti villette a schiera eco-sostenibili e la seconda ha prodotto occupazione arruolando una schiera di giovani volenterosi incaricati di sviluppare progetti alternativi per la raccolta differenziata, abbattendo così i costi della spesa pubblica e offrendo – al raggiungimento degli obiettivi – uno stipendio ai giovani ex-disoccupati. Ci domandiamo cosa accadrà se gli obiettivi non verranno soddisfatti e se in quel caso si potrà parlare di ricatto ecologico ai danni dei fortunati occupati.

La trafila di elogi all’imprenditore e all’amministrazione, attestatasi su posizioni melodrammatiche, si converte in tragicomico quando con scioltezza disarmante si afferma che esistono aziende che gratuitamente effettuano l’isolamento “a cappotto” delle facciate e che chiunque – anche chi non possiede nulla – ha la possibilità di richiedere prestiti per comprarsi la casa. La realtà sembra sfuggire di mano all’oratore ma i presenti in sala non se la lasciano scappare: partono gli interventi e il dibattito si arricchisce di contenuti e critiche.

Il pubblico di decrescita felice sa poco ma ha da esprimere le sue ragioni sulla felicità applicata all’esistente. Il tessuto sociale d’altronde è sotto gli occhi e i piedi di tutti, imprenditori buoni e non: c’è chi lo calpesta un po’ di più, chi lo calpesta un po’ di meno e chi vorrebbe calpestare chi lo calpesta. Stufi di sentire osannare magnifiche gesta e grandi imprese si comincia a sovvertire il linguaggio messianico dell’oratore. Crollano gli argini delle dighe a norma di sicurezza e la sala viene invasa da un mare di domande ed incertezze, con l’obiettivo più o meno consapevole di restituire nomi e significati alle cose.

decrescita felice siSi domanda a Pallante se quei ragazzi del bellunese non rimangono degli sfruttati con il contentino di un lavoro più ecologicamente sostenibile – ma pur sempre sfruttati e precari – con l’aggravante del contratto a progetto. E se quegli stessi ragazzi potranno mai permettersi una delle famose villette a schiera dell’imprenditore di cipolle borettane.

L’oratore non apprezza le critiche, le parole “sfruttati” e “sfruttatori” sembrano non appartenere al suo vocabolario, a suo dire sono retaggi otto-novecenteschi, con i quali sfugge il confronto. Concetti che alle sue orecchie suonano retorici e – cosa ben più grave – paiono infondati. Non ha nessuna intenzione di affrontare la mole di contraddizioni che legano in maniera sostanziale i due termini del discorso e con arroganza si rifiuta di problematizzare le esperienze narrate. Infine, incalzato da chi sostiene di non poter concepire un cambiamento calato dall’alto afferma che l’economia di mercato (quella che il pubblico bacato si ostina a chiamare capitalismo, perché capitalismo ha un significato – da capitale – mentre economia di mercato non vuol dire nulla) è il campo in cui si gioca la sua partita, un terreno di gioco che non si vuole in alcun modo mettere in discussione.

Praticamente un’amichevole giocata in casa dove non si perde e non si vince niente perché a divertirsi – e giocare con le felicità altrui – sono i già felici. Quelli che possono permettersi di vincere e guadagnarsi la medaglia di filantropo made in Italy più in voga del momento. Quelli che possono permettersi di perdere e continuare a essere felici, come ai piani alti dei casinò.

Le slot nei bar delle stazioni e i campi brulli, dove non si disputano amichevoli ma lotte all’ultima felicità, li lasciamo agli sfruttati. Anche loro saranno invitati al grande pranzo di gala a impatto zero per il trionfo della felicità. Serviranno braccia per cucinare e prodotti biologici per rimpinguare le pance dei padroni. Mentre i green managers si abbufferanno, i servi sorrideranno, felici di contribuire alla salvaguardia del pianeta.

 

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