hobo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Feb 2026 21:15:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sister of the Road https://www.carmillaonline.com/2026/01/25/sister-of-the-road/ Sun, 25 Jan 2026 21:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91845 di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini [...]]]> di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini che donne. Non c’è mai stato un momento, da quando ho memoria, in cui non bazzicassi girovaghi, prostitute o rivoluzionari. […] Sbirri, arresti, prigioni, manicomi e bettole sembrano aver fatto parte della mia vita da sempre. […] Nel mio mondo c’era sempre qualcuno che veniva arrestato. […] E se da ragazzina ho saltato uno o due pasti, o magari sei, non ne facevamo una tragedia. Da sempre ho vissuto con persone sole e affamate» (pp. 15-16).

Uno stacco netto di montaggio e vediamo la donna di cui abbiamo sin qua condiviso lo sguardo, accompagnato dalla sua voce narrante, seduta sul pagliericcio all’interno del vagone con la schiena appoggiata a una parete. «Non ricordo nessuno che mi abbia raccontato una fiaba durante l’infanzia, ma in compenso mi emoziono ancora al ricordo delle storie che raccontavano gli operai che posavano i binari lungo la ferrovia o i lavoratori itineranti che viaggiavano nei vagoni bagagli per raggiungere i campi di grano del Minnesota; o ancora al ricordo degli eccitanti racconti sulle corse con le slitte in Alaska, sulle fughe e gli arresti a San Francisco e sulle risse tra ubriachi nelle bettole di New Orleans. […] C’erano poche donne hobo allora. Le uniche che ricordo avevano lo stesso modo di mia madre di alzare orgogliose la testa quando esprimevano un’idea, quando raccontavano una storia divertente o quando parlavano senza imbarazzo di prostituzione o del mettersi con uomini che poi lasciavano» (pp. 18-22).

Così potrebbe aprirsi un film derivato da Sister of the Road, the Autobiography of Box-Car Bertha, as told to Dr. Ben L. Reitman edito da The Macaulay Company nel lontano 1937, libro presentato alla sua uscita come l’autobiografia di una donna unitasi al mondo dei vagabondi che attraversavano gli Stati Uniti durante la Grande Depressione in cerca di lavoro e di avventura, che non disdegnavano di prendere parte ai conflitti sociali in cui si imbattevano.

In realtà il film non esiste, così come Bertha, la protagonista del libro, è una figura immaginaria e la sua autobiografia scaturisce dalla fantasia dello scrittore, ginecologo, anarchico, oltre che convinto propugnatore del nudismo, Ben Doc Reitman (1879-1942). Proveniente da una famiglia di ebrei russi emigrati negli Stati Uniti, l’autore ha imbastito l’immaginaria autobiografia di Bertha rifacendosi alle storie di donne in cui si è imbattuto nel corso dalle sue esperienze di vagabondaggio e della sua attività di medico. Legato per qualche tempo sentimentalmente a Emma Goldman, nel corso della sua vita Retiman ha aderito all’International Brotherhood Welfare Association e fondato la sezione di Chicago degli Hobo Colleges, l’università dei vagabondi, si è impegnato nel contrastare la diffusione della sifilide e per dare sostengo medico all’umanità marginale e alle donne dei bordelli, non mancando di fare conoscenza diretta delle prigioni e della violenza di chi non sopportava che qualcuno osasse mettere discussione le leggi, le regole e le consuetudini di un società che ambiva a dirsi “rispettabile” nonostante fosse fondata sullo sfruttamento e sulla sopraffazione degli esseri umani e, in particolare, delle donne.

Il racconto di Bertha prende il via con i suoi ricordi d’infanzia, quando, insieme alla madre, iniziò il suo vagabondare negli Stati Uniti unendosi a un’umanità rimossa dalle narrazioni edulcorate della storia statunitense. Ad immergere la protagonista sin dalla tenera età in questa realtà marginale, imposta o scelta, è la piccola pensione gestita per qualche tempo dalla madre ad Aberdeen. «I clienti erano principalmente ferrovieri, teatranti e artisti da luna park, e il tipo di gente che non ama stare negli alberghi. Arrivavano sempre anche sindacalisti, scioperanti e militanti radicali […]. Erano queste le persone, insieme agli operai della ferrovia e ai membri della IWW, che riempivano la nostra pensione. Ogni notte c’era una discussione sul sesso, gli scioperi o il socialismo» (p. 24).

Nei ricordi di Bertha «la maggior parte delle donne sulle strade erano agitatrici politiche […]. Portavano i capelli a caschetto, ma non troppo corti. Parlavano in modo concitato e spronavano sempre gli uomini ad andare con loro a San Francisco o dovunque fossero dirette per qualche raduno» (pp. 24-25). Se la maggior parte di queste donne si era messa in viaggio per sfuggire alla povertà e al degrado in cui erano nate, altre si erano allontanate da casa in cerca di maggiore libertà rispetto a quella concessa loro dalle famiglie o, più semplicemente, per il gusto di viaggiare o di fuggire dalla monotonia della cittadina o della fattoria in cui si trovavano a vivere. «Quelle ricche diventano delle giramondo, quelle spiantate diventano delle hoboes» (p. 25).

La formazione della piccola Bertha passa dall’esperienza trascorsa, allo scoppio della prima guerra mondiale, in una comunità cooperativa tra le colline di Little Rock, nell’Arkansas, e nella Home Colony, un insediamento anarchico nei pressi di Tacoma, nella zona di Seattle. La prima era una comunità fondata «da socialisti, anarchici e liberi pensatori, tutti contro la guerra, tutti stanchi di lottare per sopravvivere, tutti convinti che il capitalismo fosse la causa prima delle loro difficoltà» (p. 28), mentre la seconda era una comunità fondata da anarchici basata sull’amore libero. In tali contesti la piccola è cresciuta tra le letture di testi come Notizie da nessun luogo di William Morris, L’anima umana nel socialismo di Oscar Wilde, Lavoro di Émile Zola, le poesie di Walt Whitman e di opere di Byron, Shelley, Strindberg, Ibsen, Eltzbacher, Tolstoj, Proudhon, Godwin e Tuckere.

Bertha racconta delle abilità oratorie di agitatori anarchici o socialisti di fronte a sale gremite a cui, non di rado, seguivano scontri con la polizia, schedature e arresti. Nell’universo raccontato dalla protagonista non mancano bordelli, papponi e malattie veneree, mense e dormitori ma anche prigioni, work houses e colonie penali reati minori. Nei ricordi della protagonista compaiono anche Hobo Colleges, comitati di disoccupati e forum radicali dedicati ai vagabondi. Sarebbe sbagliato, sottolinea Bertha, pensare agli hoboes come «a un mucchio di stolidi ignoranti. Al contrario, sono interessati alle belle conferenze e sono in grado di seguirle, e lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di arricchimento culturale. Oltre ad avere ottimi insegnanti, professori di gran spessore e abili educatori, all’Hobo College gli studenti stessi, cioè gli hoboes, erano sempre più capaci di ragionare e parlare con lucidità. Anzi, gli insegnanti più brillanti e gli oratori più stimolanti del College erano proprio loro, ovvero provenivano dal tipo di vita che conoscevamo bene» (p. 86).

All’epoca della Grande Depressione, l’universo dei vagabondi, ricorda Bertha, in cui non mancavano omosessuali, uomini e donne, aveva le sue categorie: «gli hoboes erano le donne e gli uomini non sposati che giravano il paese in cerca di lavoro; i tramps erano sempre non sposati ma anche senza un soldo, gente che vagabondava da un posto all’altro alla ricerca di nuove eccitanti avventure». A differenza degli hobo, questi ultimi vivevano di espedienti e non cercavano un lavoro. C’erano poi «i bums, la categoria meno numerosa ma con le persone più problematiche, quelle dipendenti da droghe o alcol che avevano perso ogni parvenza di rispettabilità. Questi ultimi erano i clienti abituali delle bettole, quelli che si vedevano stesi per terra nei vicoli, nei parchi o nei bar» (p. 59). Se un po’ tutti i vagabondi non disdegnavano di bere, i bums lo facevano in continuazione mostrandosi del tutto disinteressati alla politica e a trovarsi un lavoro.

Non pochi vagabondi erano dediti alle droghe non tanto per il piacere di farlo, afferma Bertha, ma per lenire il dolore e le angosce. Erano quasi esclusivamente gli uomini a ricorrere alle droghe. «Innanzitutto perché le donne sulla strada sono costantemente al verde, e la roba costa. Lo stesso vale per le donne che passano molto tempo nei ricoveri. Le uniche sorelle della strada che si lasciano tentare dalla droga sono quelle per cui il vagabondaggio è accessorio rispetto ad altri loro traffici. Le ladre o le prostitute che occasionalmente vagabondano di tanto in tanto assumono droga. Questo succede molto più al sud che al nord, e lì la specialità sono le sigarette di marijuana» (p. 134).

Nei racconti di Bertha fanno capolino anche la Coxey’s Army March del 1894, che vide una moltitudine di disoccupati marciare su Washington DC chiedendo al governo federale la creazione di posti di lavoro pubblici, i tanti comizi tra gli anni Venti e Trenta degli oratori più radicali dell’IWW, del Proletarian Party e della Revolutionary Workers’ League tenuti a Bughouse Square, come veniva chiamata in gergo Washington Square Park e l’ambiente del Dill Pickle Club, popolare teatro e cabaret in cui, tra la fine degli anni Dieci e la metà dei Trenta, passarono tanti liberi pensatori del cosiddetto Chicago Renaissance.

In chiusura del film mai realizzato immaginato in apertura, ci si ritrova, nuovamente, su un treno ora in entrata nel Pennsylvania Depot di New York, con Bertha che condivide i suoi pensieri. «Ora mi era chiaro che tutto quello che avevo faticato a imparare, in qualche modo lo intuivo già. Prima di aver vagabondato anche solo per un chilometro, intuivo già com’era la vita da hobo. Tutte le mie esperienze con i vagabondi, i criminali, i devianti sessuali, i radicali e i rivoluzionari avevano solo confermato quello che sapevo o intuivo da sempre. Le tante cose che avevo imparato in quei quindici anni ricchi e intensi in fondo si riducevano a un po’ di sociologia e di economia, alla capacità di fare rilevazioni statistiche e classificazioni. Uno studente universitario avrebbe potuto imparare le stesse cose in un semestre, o leggendo un manuale. E tuttavia avevo raggiunto il mio obiettivo: ero riuscita a fare tutto quello che mi ero messa in testa di fare. Volevo sapere come ci si sentiva a essere una hobo, una radicale, una prostituta, una ladra, una riformatrice, un’assistente sociale e una rivoluzionaria. Ora lo sapevo. Fui percorsa da un fremito» (p. 300).

Come scrive Barry Pateman nella Prefazione a Sister of the Road, attraverso la lettura della vita di Bertha è possibile vivere «la storia di migliaia di persone che hanno viaggiato, lottato e imparato dalla vita cosa fosse giusto fare. Spinta dal proprio desiderio di sperimentare tutte le emozioni e passioni dell’esistenza, Bertha assurge a simbolo di una vasta fetta di umanità» (p. 11). Occorre però ricordare che il racconto di Bertha deriva dalla fantasia e dalle esperienze vissute in prima persona, oltre che dalle testimonianze raccolte, dello scrittore, ginecologo, anarchico Ben Doc Reitman. Un uomo. Per quanto “al femminile”, Sister of the Road è pur sempre il racconto di un uomo che si immagina come una donna possa aver vissuto il suo vagabondaggio lungo gli Stati uniti all’epoca della Grande Depressione.

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Macchine collettive contro l’innovazione capitalistica https://www.carmillaonline.com/2020/02/17/macchine-collettive-contro-linnovazione-capitalistica/ Mon, 17 Feb 2020 22:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58106 di Veronica Marchio

Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda, collana Input, ed. Derive Approdi, Roma 2020, pp. 104, 8,00 euro

Questa opera raccoglie e sistematizza gli interventi del seminario organizzato dal collettivo Hobo di Bologna “Tecniche viventi, vite macchiniche”, riportando la cornice teorica che ha stimolato la messa in discussione di alcune tendenze odierne per pensare una critica dell’innovazione capitalistica. Si tratta di una nuova uscita nella collana Input di DeriveApprodi, dedicata alla formazione politica e connotata da volumi – come questo – agili e di [...]]]> di Veronica Marchio

Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda, collana Input, ed. Derive Approdi, Roma 2020, pp. 104, 8,00 euro

Questa opera raccoglie e sistematizza gli interventi del seminario organizzato dal collettivo Hobo di Bologna “Tecniche viventi, vite macchiniche”, riportando la cornice teorica che ha stimolato la messa in discussione di alcune tendenze odierne per pensare una critica dell’innovazione capitalistica. Si tratta di una nuova uscita nella collana Input di DeriveApprodi, dedicata alla formazione politica e connotata da volumi – come questo – agili e di ampia diffusione, al contempo introduttivi del tema e con rigorosi livelli di approfondimento. I contributi sono quelli di Salvatore Cominu, Andrea Fumagalli, Franco Berardi Bifo; il libro è arricchito dalle interviste a Federico Chicchi, Christian Marazzi, Maurizio Lazzarato.roprio per il carattere fortemente articolato del testo, ricco di sfumature differenti e interrogativi aperti tutti da approfondire, sarebbe impossibile, se non addirittura inutile, pretendere di poter scrivere una recensione che tenga dentro tutto. Ecco perché, cogliendo lo stimolo al ragionamento teorico e politico che un tipo di scritto come questo si propone di offrire, proverò ad interagire con i contenuti del libro, individuando soprattutto gli elementi comuni dei vari interventi e problematizzando ulteriormente i nodi irrisolti che emergono con grande urgenza. 

Innanzitutto ciò che di fondamentale viene fuori dal libro, è che non può esistere una critica dell’innovazione capitalistica, tesa a costruire una progettualità politica antagonista, che non tenga insieme una serie di livelli di ragionamento e di realtà quando ci si interroga sul rapporto tra macchine, tecnologia, soggettività capitalistiche e potenziali soggettività-contro. 

C’è infatti un livello di dominio alto, in cui la dimensione del capitalismo finanziario – come spiega Fumagalli – si coniuga con lo sviluppo tecnologico e macchinico, producendo accumulazione di dominio e potenziamento capitalistico sempre più esteso. Questo livello alto di ragionamento permette di caratterizzare la critica con un punto di vista di parte: la macchina e l’innovazione non sono elementi neutrali, ma strumenti attualmente in mano alla civiltà capitalistica.

Questo elemento, per quanto apparentemente scontato, è in realtà fondamentale, poiché permette di affermare che le macchine, in quanto strumento di moltiplicazione delle forze, di potenziamento dell’attività dell’uomo, sono sempre esistite. L’uomo si è sempre dotato di esse. L’utilizzo capitalistico delle macchine non è naturale, ma storicamente determinato. Ciò di cui il libro si occupa quindi, sono le macchine capitalistiche, un sistema articolato che è costituito come macchina sociale complessiva. 

Prima di entrare nel merito di alcune questioni a mio avviso centrali, vorrei individuare due elementi ricorrenti nel testo, che possono fungere da premessa di questa recensione. In primo luogo emerge chiaramente il tentativo di mettere a verifica e a critica alcune concezioni e categorie del pensiero politico operaista italiano, in particolare attraverso gli studi e le ricerche che Romano Alquati e Raniero Panzieri – con differenze e anche contrasti tra di loro, giustamente evidenziati nel contributo dei curatori – hanno portato avanti sul tema. Secondariamente i vari autori provano in qualche modo a distanziarsi tanto da posizioni tecnofile, quanto da posizioni tecnofobe. Nelle prime l’innovazione tecnologica e il potenziamento delle macchine, ad esempio quelle biologiche come spiega Chicchi, sono viste come una grande risorsa per l’interazione della specie e per inventare nuove soggettività; oppure sono maggiormente legate al mondo della pratica politica, dove spesso l’apparato tecnologico appiattisce completamente la dimensione di realtà, rischiando di disincarnare le lotte e le soggettività. Le seconde prevedono che la tecnologia dominerà in modo totalitario e senza residui la vita dell’uomo, e perciò la soluzione che si prospetta è una rinuncia ad essa.

Nello stesso tempo, e in ciò sta l’elemento di grande stimolo del libro, la semplice terza strada del controuso della tecnologia e delle macchine – contro uso contro l’utilizzo capitalisticamente direzionato –, è posta certamente come punto dirimente, ma viene continuamente problematizzata. In questo senso il ragionamento che viene portato avanti è correttamente ambizioso: apre una sfida tutt’altro che semplice da affrontare. Tutto sommato ciò che alla fine si può affermare è che il contrario di innovazione capitalistica è rivoluzione. Ma ci arriveremo. 

Nel loro saggio introduttivo, che delinea il quadro teorico di riferimento e pone degli interrogativi, Molinari e Narda ci introducono alla definizione che Borio dà di macchina riprendendo Alquati: essa è un sistema complesso, articolato, espropriativo di capacità umane e finalizzato. Questo tipo di modo di considerare la macchina come un sistema e non come mero macchinario, viene in qualche modo riempito nel corso della trattazione. È un sistema articolato, nella misura in cui si caratterizza come sistema di macchine che sono tese alla produzione, all’organizzazione, alla gestione burocratica, macchine biologiche, sociali, che dispiegano un modo di funzionamento. Questo sistema articolato costituisce una macchina sociale complessiva – che Lazzarato definisce anche come macchina di guerra globale. È un sistema espropriativo di capacità umane. Ritengo che questo secondo elemento sia decisamente uno dei punti del libro che più necessitano di essere presi in considerazione, e difatti è anche un nodo su cui i vari interventi ritornano continuamente. 

Affermare ciò significa prima di tutto due cose: la questione dello sviluppo tecnologico delle macchine – la digitalizzazione, i big data, il mutamento delle forme del lavoro, come frontiera dell’innovazione capitalistica – non può essere assunta, come specifica Chicchi, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, “della tensione di soggettività, estrazione del valore e sua accumulazione” (pag. 80). Cominu aggiunge che qualunque visione si abbia del rapporto tra innovazione, sapere sociale e natura del nuovo capitalismo, è difficile negare “che lo sviluppo del macchinario digitale sia stato decisivo, negli ultimi decenni, non solo per creare nuove merci ma anche per riformulare le modalità di comando sulla società” (pag. 30). Nonostante le nuove tecnologie siano specialistiche e automatiche, sono anche macchine relazionali e quindi sociali, che hanno assorbito capacità di dialogo, di regolazione ecc. Questo discorso non è in fondo contrastante con ciò che dice Lazzarato in chiusura del libro, e cioè che è la macchina sociale che crea le macchine tecniche. 

In secondo luogo, ricorrente è la critica alle teorie del cosiddetto capitalismo cognitivo secondo cui nel “postfordismo”, il lavoratore – a differenza del passato – sarebbe lasciato autonomo di cooperare per poi essere successivamente espropriato dal capitale, che succhierebbe in modo parassitario la ricchezza della cooperazione sociale. Potremmo quasi affermare che questa posizione – duramente criticata, soprattutto perché poi la presunta autonomia non ha portato a nessun sovvertimento della civiltà capitalistica –, ricade in una posizione tecnofila, affidando la progettualità politica totalmente in mano all’innovazione capitalistica. Mentre, come dice Bifo, è una temporalità autonoma che andrebbe contrapposta a quella accelerata del capitale.

Nel saggio introduttivo – e ciò in linea con lo stesso titolo del libro – i due curatori vanno invece direttamente al cuore del problema, ripartendo dal Frammento sulle macchine di Marx e dai concetti di capacità e attività umana di Alquati. Il capitale ha sempre avuto l’esigenza di liberarsi (ovvero sussumere la forza) del sapere e delle abilità operaie (viste come arma di ricatto), di impoverire la capacità umana nel senso di incorporarla dentro la macchina in funzione anti-operaia – si parla di macchinizzazione delle capacità umane – , di separarla, in quanto risorsa calda, dal corpo di chi la possiede, per inglobarla nella risorsa fredda macchinica. In altre parole, la costituzione di una contrapposizione tra la macchina e la capacità umana, che ha come effetto un potenziamento di essa per il capitale, e un impoverimento della sua potenziale linea di arricchimento contro il capitale. Come direbbe Alquati, la risorsa calda entra essa stessa in un processo di mercificazione. Pensiamo, come suggerisce Marazzi, al rapporto tra capacità umane e digitale: il lavoro vivo, che ha incorporato una serie di funzioni del capitale fisso, genera informazione e dati a partire dalle forme di vita, non solo quindi nel mondo del lavoro classicamente inteso, ma anche nel vasto mondo della riproduzione sociale. 

Il sistema macchina è infine, e di conseguenza, finalizzato. L’ovvio rischio a cui tutte le posizioni tecnofile si espongono è quello di considerare l’innovazione – e quindi le macchine – come dispositivi neutri e neutrali. Come spiega in modo eccellente Cominu, le macchine costituiscono una potenza ostile per l’agente umano, sono l’esito di un rapporto di forza, sono intrinsecamente una parzialità – direbbe Panzieri – e portano perciò ad una situazione di ambivalenza. Quest’ultimo concetto viene ripreso da Alquati, il quale ipotizzava, in modo esplorativo, un’ambivalenza irriducibile, per cui la capacità umana è solo tendenzialmente capitale e può rifiutarsi di funzionare come tale. In altre parole, se il capitale ha sempre bisogno della capacità umana per compiere il processo di innovazione – chiudendo o lasciando aperta l’ambivalenza –, la risorsa calda – per quanto impoverita – rimane comunque dentro al corpo caldo come potenzialità che può rompere i processi di lavorizzazione e mercificazione. L’ambivalenza allora, come suggerisce Cominu, va coltivata, come campo di battaglia. 

Prima di arrivare a conclusioni e interrogativi, vorrei toccare un’ultima questione importante che nel libro viene affrontata: il rapporto tra macchine e lavoro. In particolare mi sembra molto utile ciò che dice Cominu, quando afferma – riprendendo tutto un dibattito che non posso qui sintetizzare per motivi di spazio – che gli scenari sull’impatto della trasformazione digitale, anche in termini quantitativi di numero di lavori in diminuzione, sono irrealistici; più che parlare della fine del lavoro dovremmo parlare di lavoro senza fine, “laddove lavoro è meno distinguibile dall’insieme delle attività co-implicate nella produzione di valore” (pag. 37). Chicchi specifica ancora meglio questo rapporto, dicendo che in questo modello di relazione della tecnologia con il mondo del lavoro, la prestazione lavorativa deve essere assoluta e smisurata, e riguarda tanto il tempo produttivo, quanto quello riproduttivo. La gamma di capacità umane impoverite è dunque molto estesa. 

Per concludere, riprendo una domanda che Cominu, a conclusione del suo intervento, rivolge a mo di apertura di un dibattito in merito: “cosa significa contro-usare l’organizzazione infrastrutturata delle macchine digitali?” e “fino a che punto la persona umana è mezzificabile?” (pag. 40). Aggiungerei io: come immaginare un contro alla macchina sociale capitalistica complessiva, per riprendere il ragionamento sviluppato da Lazzarato? Penso che siano questi degli interrogativi cruciali, soprattutto per il fatto che la riduzione della capacità umana a mezzo è un processo, ed è un processo non risolto una volta per tutte: la risorsa umana è pur sempre calda – ritorna qui il concetto alquatiano di residuo irrisolto.

Alla luce della sfida che questo libro propone, mi sembra del tutto urgente ragionare sul fatto che, se l’innovazione capitalistica decantata come progresso dell’umano, in realtà impoverisce l’umano, potenziandolo ma privandolo della sua possibile ricchezza, costituendosi come forza ostile ad esso, è plausibile pensare a come rovesciare questa ostilità? Se l’innovazione e il progresso non sono, di conseguenza, figli della necessità di uno sviluppo che tende verso il bene, se essi sono sinonimo di sussunzione delle lotte e dei comportamenti dotati di politicità intrinseca – e quindi il contrario di rivoluzione –, come ripensare l’ipotesi del contro-uso delle macchine, in una direzione che immagini la costituzione di macchinette collettive, che producano ricchezza di capacità, organizzazione, contro-formazione e contro-soggettività?

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L’arte di intonare i mammiferi morti https://www.carmillaonline.com/2017/06/29/larte-intonare-mammiferi-morti/ Wed, 28 Jun 2017 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38991 di Sandro Moiso

Hans Rickeit, The Squirrel Machine, Eris, Torino 2017, pp. 190, € 16,00

L’ambientazione vittoriana della fiaba poco educativa, recentemente pubblicata in italiano da Eris Edizioni, rinvia sicuramente, per le autentiche diavolerie tecnologiche rappresentate nelle bellissime tavole di Hans Rickeit, all’immaginario steampunk. Ma, in realtà, nello sfogliare, osservare, leggere e divagare sulle sue pagine i riferimenti più prossimi sembrano essere piuttosto “L’arte dei rumori” di Luigi Russolo, i “Quaderni di un mammifero” di Erik Satie, il cinema onirico di David Lynch e il delirio erotico-libertino del “divin marchese” De Sade.

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di Sandro Moiso

Hans Rickeit, The Squirrel Machine, Eris, Torino 2017, pp. 190, € 16,00

L’ambientazione vittoriana della fiaba poco educativa, recentemente pubblicata in italiano da Eris Edizioni, rinvia sicuramente, per le autentiche diavolerie tecnologiche rappresentate nelle bellissime tavole di Hans Rickeit, all’immaginario steampunk. Ma, in realtà, nello sfogliare, osservare, leggere e divagare sulle sue pagine i riferimenti più prossimi sembrano essere piuttosto “L’arte dei rumori” di Luigi Russolo, i “Quaderni di un mammifero” di Erik Satie, il cinema onirico di David Lynch e il delirio erotico-libertino del “divin marchese” De Sade.

Potrebbe apparire strano che nell’elencare i possibili riferimenti per un’opera a fumetti manchino completamente i riferimenti ad autori e lavori che si muovano nel settore dei comics, ma la potenza espressiva e simbolica, oltre che onirica, delle tavole di Hans Rickeit è tale da superare qualsiasi paragone con altri disegnatori. Al massimo, per certi aspetti del rapporto tra corpo e macchina , si potrebbe ancora fare riferimento a “Tempi moderni” di Charlie Chaplin e al “Tetsuo” di Shinya Tsukamoto oppure al teatro della crudeltà di Antonin Artaud. Ancora film e teatro, ancora autori visionari seppur di epoche differenti.

L’unico autore di fumetti cui Rickeit sembra essere debitore è sicuramente Winsor McCay che con il suo Little Nemo, pubblicato sul supplemento domenicale del New York Herald tra il 1905 e il 1911 e successivamente su quelle del New York American tra il 1911 e il 1913, raggiunse agli inizi del XX secolo vertici simili, sia per complessità e bellezza delle tavole che per dimensione onirica. Cosa che spinse il pubblico dei tempi a costringere McCay a riprendere ancora il suo personaggio tra il 1924 e il 1927 (nuovamente sul New York Herald).

L’autore, statunitense, è nato nel 1973 a Ashburnham, Massachusetts, in quella parte di America dove sembrano essersi concentrati tutti gli incubi dei Padri fondatori e del loro puritanesimo. E proprio dagli incubi e dai suoi sogni il cartoonist americano ammette di trarre gran parte dei suoi materiali, fin dalle short stories e dai cortometraggi che hanno agli inizi caratterizzato il suo percorso artistico ed espressivo. Così, tenendo conto che Rickeit si è anche esibito talvolta con la musicista Katt Hernandez,1 si può affermare che il disegnatore americano, pur avendo scelto il cartoon come suo principale strumento d’espressione, sia nei fatti un artista multimediale.

D’altra parte le vicende di The Squirrel Machine sono difficilmente narrabili dal punto di vista di una logica consequenziale oppure “romanzesca”, mentre il flusso delle immagini che rivelano poco per volta le vicende dei due protagonisti, i fratelli Edmund e William Torpor, e di coloro che li circondano, appartengono di più al mondo del sogno o dell’improvvisazione musicale, quando questa abbandona la partitura per rivelarci mondi e sonorità, impressioni e sensazioni inaspettate. Talvolta deliziose e talvolta inquietanti.

Il titolo stesso può essere tradotto in italiano sia come La macchina scoiattolo, con un richiamo alle macchine che sfruttano i corpi morti degli animali presenti nelle vicende narrate, sia come La macchina (molto) eccentrica, più adatto il secondo a definire gli strumenti utilizzati ed inventati (forse soltanto sognati?) dai fratelli Torpor e la “macchina narrativa” costruita dall’autore.

Addentratevi in questo mondo con la mente aperta e senza nutrire aspettative. Datevi tempo per entrarci dentro, tenendo questo libro poggiato sul comodino. Leggetene una manciata di pagine prima di addormentarvi, come per un rito preparatorio. Vi è mai successo di sognare di cadere e durante la caduta rendervi conto di essere in un sogno, e ricordarvi di aver già sognato più volte quella caduta nella vostra vita, e al risveglio ricordarvi nel dormiveglia il sogno con chiarezza «sapendo» che il «ricordo» dei sogni precedenti non era che parte di un sogno che stavate facendo per la prima volta? Gli attori dell’opera di Hans sono in caduta continua, e nella caduta ogni cosa è uguale”. Così afferma E. Stephen Frederick in una sorta di introduzione al testo e non potrebbe riassumere meglio la sensazione che si prova leggendolo.

Una caduta del lettore e della sua immaginazione in un vortice di macchine sonore che sembrerebbero tratte direttamente dagli intona-rumori di Luigi Russolo, se non fossero invece realizzate con teste di maiali, carcasse di vacche e piccoli scoiattoli morti o meccanizzati. Un vortice in cui la caduta, seppur tragica nel finale, è pur sempre estremamente liberatoria. Una caduta in cui le storie di ragazzine vittoriane, destinate a perdere l’innocenza e la vita, si accompagnano alle vicende di una sorta di affascinante e maledetta Circe campagnola, a giovani amanti che si accoppiano tra improbabili ingranaggi oppure che fanno l’amore tra milioni di lumache, e a quelle della madre dei due fratelli, sospesa quest’ultima tra una perversa attività creativa, la malattia mentale e il puritanesimo di facciata più rigido allo stesso tempo.

Un mix di situazioni in cui il “delitto” artistico ci attende sempre appena dietro la porta, come nella migliore musica contemporanea e nell’improvvisazione che la caratterizza. Un viaggio in cui Rickeit, come un hobo americano degli anni Venti, salta da un treno in corsa ad un altro, da una carrozza all’altra, senza preoccuparsi che noi, gli inseguitori, si riesca davvero a stargli dietro e non si finisca invece stritolati dalle ruote dell’ingranaggio. Annullamento che, però, potrebbe rivelarsi piacevole poiché di incubi inquietanti si tratta, ma mai terrorizzanti.

L’arte è pericolosa. O dovrebbe esserlo. Il suo scopo non è quello di tranquillizzare.
E’ lo stesso Rickeit ad affermarlo in una recente intervista rilasciata in occasione del Napoli Comicon 2017,2 in cui ha rivelato anche altri aspetti del suo lavoro: “Ai miei occhi le macchine sono sia estensioni delle persone che replicanti. Per me le persone sono oggetti, oggetti con il dono della consapevolezza. Non so da dove venga la loro scintilla vitale ma sono tutti oggetti preziosi e c’è poca differenza. Il confine tra persone e cose è labile.”

In queste premesse sta probabilmente il segreto della complessità e, allo stesso tempo, dell’attrattiva esercitata da The Squirrel Machine sul lettore: una sorta di metafora della ricerca e della libertà di espressione artistica in cui, proprio come succede ai due fratelli protagonisti del fumetto, l’autore è semplicemente un tramite che non crea, ma che si limita a “fare” ciò che la realtà o i sogni di cui si alimenta gli suggeriscono. Fino alle più estreme conseguenze.
Dando così vita ad un vertiginoso viaggio nel perturbante e nel gotico americano, quell’autentico magma di desideri, paure e rimozioni che si agitano appena sotto la superficie di tanta letteratura (da Poe ad Hawthorne o all’attuale Ligotti), pittura e musica popolare statunitense.

A questo punto, per concludere il discorso, si rende però necessario tornare con la mente a Isidore Isou, fondatore del Lettrismo e precursore dell’Internazionale Situazionista, che negli anni ’50 immaginava una nuova architettura in grado di “far emergere i desideri dimenticati e la creazione di desideri totalmente nuovi” utilizzando “In luogo dei vecchi materiali poveri e limitati (legno, mattone, metallo) – altri totalmente – “nuovi: fiori, libri, legumi, comete, meteore, farfalle o elefanti, o parti di cadaveri o esseri viventi“.3 Assunto, allo stesso tempo artistico, politico e psichico, che Rickeit, con le sue immagini, sembra realizzare compiutamente, anche se forse inconsapevolmente.

Una perfetta lettura per le vacanze di chiunque abbia ancora tempo per il sogno, anche ad occhi aperti. Una sorta di livre de chevet da tenere sempre a portata di mano per far fronte alla calura e alla noia estiva. Da riprendere a leggere in qualsiasi punto e da qualsiasi pagina, procedendo in avanti oppure all’indietro come forse ogni buon libro dovrebbe permettere di fare al lettore. Magari in attesa che, in un prossimo futuro, le edizioni Eris vogliano offrirci la versione italiana di un’altra magnifica opera di Rickeit: Cochlea & Eustachia (di cui si propone un assaggio con la tavola riprodotta qui a fianco).


  1. Nata nel 1974 ad Ann Arbor nel Michigan, la violinista si è dedicata fin dagli esordi alla musica microtonale e all’improvvisazione e vive oggi a Stoccolma pur mantenendo forti legami con gli ambienti artistici di Boston e Filadelfia  

  2. http://www.panorama.it/cultura/fumetti/hans-rickheit-the-squirrel-machine-intervista/  

  3. Mirella Bandini, L’estetico e il politico, Officina Edizioni, Roma 1977, pag.47  

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