Gustav Meyrink – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 12 Mar 2026 21:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 15 https://www.carmillaonline.com/2026/01/03/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-15/ Sat, 03 Jan 2026 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91852 di Franco Pezzini

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Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”). Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior [...]]]> di Franco Pezzini

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Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”).
Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior parte i suoi nemici sono morti. La scelta di Meyrink e del suo coautore di lavorare creativamente sulla vita di John Dee (1527-1608), il “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, probabilmente ispiratore del Prospero de La tempesta di Shakespearee dello stesso Faustus di Marlowe, uno degli occultisti più celebri e stimati della storia d’occidente anche a dispetto di alcune marchiane ingenuità – come nel rapporto con il losco sodale Edward Kelley, che vedremo più avanti entrare in scena – si spiega bene per la connection con la Praga magica di Rodolfo II, dove Dee si recò negli anni Ottanta. Tra l’altro, dal 1577 al 1601, Dee tenne in modo non regolare un diario, da cui si sono tratte gran parte delle informazioni sulla sua vita in quel periodo.
Il suo lascito familiare – tema che, lo sappiamo, è caro all’autore de Il domenicano bianco e anche qui trova sviluppo – proseguirà attraverso il citato figlio Arthur Dee (1579-1651), medico prima della regina Anna, poi dello zar Michele I, e quindi di Carlo I, lasciando a un altro grande nome degli studi medici ed esoterici, Sir Thomas Browne, parte della sua biblioteca.
Riprendiamo il romanzo. Passeggiando lungo il ruscello Dee, John si lascia prendere dall’insoddisfazione e rivede il suo passato in Inghilterra, dal carcere con Green alla corte di Elisabetta, e poi a quella imperiale nel centro Europa… la sua prima moglie era stata la sua pestifera avversaria Lady Ellinor (storicamente, in realtà, la prima fu Katherine Constable, cui ne seguì per un anno una seconda dal nome non tramandato): di Ellinor disertava il capezzale per recarsi a incontrare Elisabetta. Eppure tante maschere non erano che la crisalide per far nascere finalmente il vero John Dee, “colui che conquista la Groenlandia, e assalta il mondo intero, il giovinetto coronato!”: e all’improvviso tutto gli diventa chiaro al punto da doverne scrivere una sintesi.
Discendente (almeno secondo Meyrink & Noerr) di sovrani più antichi di quelli della “due Rose” d’Inghilterra, fatto educare per volontà paterna dai migliori maestri, giunto al baccalaureato a Cambridge, a ventiquattro anni Dee si trova orfano di entrambi i genitori, erede della fortuna e del titolo. Dopo una formazione all’estero (Lovanio, Utrecht, Leida, Parigi) ed essere divenuto allievo di Cornelius Gemma detto Frisius e di Gerardus Mercator, al rientro in Inghilterra assurto alla carica di professore di lingua greca al Trinity College di Cambridge e riconosciuto protofisico e protoastronomo in Inghilterra a solo ventiquattro anni, è un tantino scavezzacollo: per la messa in scena della Pace di Aristofane costruisce un gigantesco scarabeo che si solleva in aria come un drone, tra l’orrore di colleghi e spettatori che gridano alla magia nera… ma capisce di fronte alle loro reazioni furiose quanto a una burla possa seguire serissimo odio.
Allora abbandona l’Inghilterra e un buon posto e raggiunge Lovanio dove studia chimica, alchimia e si appronta un laboratorio. Frequentato dai duchi di Mantova e di Medina Coeli, si fa conoscere dall’imperatore Carlo V, prima scettico sulle sue capacità e poi pronto a ricompensarlo. Sfuggito a Parigi dal dilagare di un’epidemia, trova ascolto nel re Enrico XI, ma poi uno “spettrale suonatore di pibrochs scozzesi” (forse lo stesso sinistro pastore che aveva plagiato Bartlett Green) lo convince a tornare in Inghilterra dove finisce coinvolto nelle lotte di religione. Mirando a conquistare Elisabetta prende le parti dei protestanti. Sfuggito come sappiamo alla Torre trova ospitalità presso l’amico Robert Dudley conte di Leicester, che gli elogia l’audacia con cui la principessa Elisabetta si era adoperata per la sua libertà – ma John sa qualcosa di più, a proposito del filtro d’amore da lei bevuto. Passando poi oltre gli anni di Maria la sanguinaria – nei quali lui, nel suo ritiro forzato, prepara l’impresa di conquista della Groenlandia – riflette sulla convinzione d’essere destinato a un trono, sulle profezie ricevute: però forse si tratta di una corona non terrena… Morta la regina Maria, preparato nei dettagli il piano per la conquista della Groenlandia, affidato a Dee tramite Dudley il compito di redigere l’oroscopo per la nuova sovrana – finalmente Elisabetta – il Nostro crede giunto il momento di realizzare i sogni. E invece nulla: la regina, compiaciuta dell’appellativo e ormai titolo di “vergine”, prende a giocare con lui. Che a quel punto rifiuta di recarsi a farle compagnia a Windsor: “ciò che desideravo non era affatto passare la notte con una vergine invasata, bensì l’avvento della nostra gloriosa e regale comunione” – ed è Dudley ad approfittarne. Sdegnato, Dee parte per l’Ungheria, per sottoporre all’imperatore Massimiliano i piani di conquista del Nordamerica, ma poi, preso da rimorso, gli parla soltanto di astrologia e alchimia e alla fine ritorna in Inghilterra.


Elisabetta lo accoglie con affetto e si interessa ai suoi lavori, ma lo considera come un fratello, fino al momento di una “autentica riunione nel sangue”. Lui non capisce ma sospetta che attraverso lei parli un’entità non terrena… però poi lei prende a mostrare “un’ambiguità quasi sarcastica”, e di fronte ai discorsi di Dee su istinto maschile e desiderio, pensando alle condizioni economiche di lui non floridissime, decide di fargli sposare una donna ricca. Cioè quella molesta Lady Ellinor Huntington per cui lui prova da sempre avversione… e ovviamente Dee deve chinare il capo, furibondo. Costringendolo a sposare una donna per cui John prova avversione, Elisabetta sa di non poter provare gelosia; e addirittura gli commissiona di cercarle uno sposo per ragioni politiche… Non se ne farà nulla e Dee, spedito in Francia, vi si ammala.
Torna alla casa di Mortlake (è ormai l’autunno 1571) e apprende dalla gelosissima Ellinor che Elisabetta verrà lì vicino, a Richmond: la regina lo riceve, preoccupata della sua salute, e pare interessata più che mai ai progetti di lui – la spedizione in Groenlandia, approvata dall’ammiragliato – e alla sua stessa persona. Ma nel giro di una notte cambia tutto: il professarsi di Dee totalmente devoto alla potenza di lei deve urtarla come persona e come donna, e l’invidia del cancelliere Walshingham completa lo scacco.
Green gli appare nottetempo e gli chiarisce cosa sia successo. Poi lo convince a un’azione magica: una terribile evocazione nudo al gelo, sotto la luna calante, alla quale risponde il rapido incedere nel parco della figura della regina, vacillante e a occhi chiusi. Lui la porta in camera e la possiede…
Nel diario di Dee seguono pagine di simboli incomprensibili e orridi, legati probabilmente all’insano rituale. Il narrante ammette un senso di straniamento da quando trascrive il diario, e riflette che assieme al sangue si ereditino le esperienze. Prosegue col diario.
Dove Dee spiega che Elisabetta in seguito l’aveva visitato più volte, evidentemente succhiandolo come un vampiro: “Non era dunque Elisabetta? Inorridisco. Era Isais la nera? Un succubo?”, eppure in qualche modo “fu Elisabetta a vivere quelle ore, sì proprio lei!”. Ma in quella notte di caduta Dee perde l’oggetto più prezioso della sua eredità, il pugnale o punta di lancia dell’antenato Hywel Dda che stringeva durante l’evocazione. “È come se lo capissi solo oggi: Isais è la femmina in ogni femmina ed è anche la trasformazione di ogni essere femminile in… Isais!”. Da quel momento l’animo di Elisabetta gli è precluso, estraneo, pur sentendola vicina come non mai. Alla benevolenza mostrata dalla regina si accompagna uno sguardo gelido, lontano, di un freddo quasi spettrale: quando passa a cavallo per Mortlake sferza un tiglio col frustino e quello muore, a Windsor carezza l’alano di Dee e quello muore… Visto che Ellinor da sempre lo odia, Dee passa allora il tempo nello studio di Euclide e di una stella mutante in Cassiopea.
Una visita di Dudley avverte che Elisabetta verrà a Mortlake per vedere un certo glass, una pietra magica: quella di Bartless Green, che la regina ha visto in sogno. Alla venuta della sovrana, il suo improvviso bussare col frustino alla finestra spaventa Ellinor che perde i sensi – Dee porta la pietra a Elisabetta (che sa tutto quanto stia accadendo a Ellinor) e la sera la moglie di Dee muore. Non più convocato a corte ma ormai animato da “un’avversione più forte dell’odio” Dee è soddisfatto: e per evitare nuove imposizioni, a cinquantaquattro anni si risposa con l’innocente e per nulla aristocratica Jane Fromont, ventitreenne e a lui devotissima. Un certo moto interiore lo avverte di aver ferito la sovrana, e si scopre soddisfatto.
Però quando Elisabetta è colpita da una febbre violenta e versa in gravi condizioni, lui corre sollecito al suo capezzale. Vengono allontanati i presenti e i due restano soli: lei gli rimprovera di averle fatto inutilmente male con l’inserire tra loro qualcosa di estraneo – prima il filtro e poi i sogni – e Dee risponde che i filtri non infrangono le leggi di natura e la legge dello spirito prevede la libertà del volere. A dispetto della risposta piccata, lei ribatte lasciando parlare la regina “spirituale”: l’immagine delle stelle che lui studia gli dimora dentro, e ha “supposto giustamente che la meravigliosa stella nella costellazione di Cassiopea sia una stella doppia, la quale gira intorno a se stessa splendente in una beata eternità, e senza posa in se stessa si rirae, come è nella natura dell’amore”. Continui a studiarla anche quando tra non molto lei morirà… Dee, crollato allora a terra in preda all’emozione, ricorda poco del seguito. La malattia si rivela così grave che il Nostro corre sul continente a cercare i luminari con cui aveva avuto contatto in passato… finchè non lo raggiunge la notizia della guarigione della regina. Per la terza volta torna dunque sull’isola dopo viaggi vani, e scopre di essere divenuto padre del piccolo Arthur.
Ritiratosi lontano dalla corte, dedica a Elisabetta una Tabula geographica Americae a suggello dei progetti di esplorazione: ma lo fa per puro senso del dovere, conoscendo la grettezza invidiosa di troppi che la consigliano – al momento in particolare il primo consigliere William Cecil, barone Burghley. Oltretutto ormai Dee dubita che la Groenlandia geografica sia il vero oggetto di conquista a cui è predestinato: in fondo ormai ha capito di dover diffidare dello spettrale Bartlett Green, che dice la verità in modo che venga fraintesa. Esiste un retromondo, dimensioni non esaurite tra corpi e spazi umani, e Grön-land significa Terra Verde. Forse è quella che deve cercare… Ha compreso chi davvero sia Green quando l’ha aiutato “a evocare il demone femminile che assunse la natura astrale di Elisabetta per impadronirsi” di lui. Ma ora ha percepito qualcosa che gli rende estranea quella vita che era come crisalide, ed è libero per la metamorfosi, il regno, la “regina” e la “corona”.
Così termina il quaderno sui circa ventotto anni tra la scarcerazione dalla Torre e il 1581: ma il discendente avverte che le vere tempeste esploderanno ora – che lui sta diventando Dee, e in piedi dinanzi allo scrittoio c’è una figura spettrale…
Il giorno dopo, a seguito di una notte insomme, cerca di capire. Il John Dee che lui reca nelle sue cellule si è impadronito di lui, lasciandogli come un ricordo dei fatti narrati e il presentimento di un destino minaccioso. Avverte come una seconda faccia sul retro della testa, Giano/Bafometto; e di fronte gli si materializza Bartlett Green.

Fu allora che accadde l’inconcepibile: non ero più io e tuttavia lo ero; mi trovavo al di qua e al di là nello stesso momento, ero presente e remoto, ancora da venire e da gran pezza “svanito”, tutto in uno. Ero “io” ed ero un altro – ero John Dee nel ricordo e, al contempo, nella mia viva, attuale coscienza. A parole non riesco a esprimere altrimenti un simile slittamento. Forse si può dir così: spazio e tempo mi erano in pari modo slittati, proprio come accade quando vediamo qualcoa tenendo una pupilla chiusa e premuta: in modo obliquo, realtà e irrealtà al contempo; infatti, quale dei due occhi “vede” la giusta immagine? E come il campo visivo anche l’udito era slittato.

Inconcepibile, certo, ma non per chi scriva: anzi l’esperienza del narratore che è sempre di qua e di là dalla penna, scrittore e personaggio sparigliati tra dimensioni diverse, fa comprendere meglio la riflessione che gli autori conducono sul piano dell’esoterismo, e aiuta a relativizzare l’individualità.
Quando vicinissima e tanto remota risuona la voce di Green, il Nostro si sente impossibilitato a pronunciare uno scongiuro: una voce che non controlla erompe a a rimbrottare l’antico eretico, non gli ostacoli il cammino verso la sua “immagine perfetta nello specchio verde”, ma l’altro risponde che da specchio verde o carbone nero, comunque lo saluta “sempre il volto della vergine celata nella luna calante – […] la buona sovrana a cui tanto sta a cuore la lancia!”. Il narrante può così comprendere le mire della principessa sulla lancia. Poi cade nel dormiveglia, rivive la scena dell’evocazione del succubo e nel cristallo di carbone vede non Elisabetta ma la principessa Chotokalungin… insomma l’eredità di John Roger ha preso vita, e il Nostro si propone di tornare in sé. Ma i suoi nervi sono ancora scossi, e comunque non può riposare perché un vecchio amico ha comunicato che gli farà visita. Il chimico Theodor Gärtner, arrichitosi in Cile, viene a trovarlo: per sfortuna, proprio quel giorno la sua governante è partita lasciandolo con la sostituta – giovane, divorziata, tale Johanna Fromm.
Succede di tutto. L’amico atteso non compare, in compenso il Nostro si imbatte in Lipotin, che accompagnato al suo negozietto gli mostra un oggetto appena pervenutogli, uno specchio forse antico con cornice, appartenuto al principe Jusupov – Lipotin sostiene che è falso ma al Nostro piace, così glielo regala.
Tornato a casa, nel riflesso dello specchio vede arrivare l’amico Gärtner in stazione, cordialissimo (tutta la scena che segue è vista nello specchio, appartiene cioè a una sorta di realtà parallela): se lo porta a casa con un vago senso di straniamento a causa di piccoli mutamenti tutti intorno, crede anzi di non riconoscere l’amico, che a quel punto gli confessa essere morto da tempo annegato nell’oceano. Eppure è lì a fumare sigari e bere tè con lo sguardo “fisso alla causa prima”: è Gärtner il giardiniere e alchimista, dunque artefice della vita eterna. In dialogo con lui, il Nostro capisce che il cugino non aveva saputo concludere il lavoro legato all’eredità, perché era morto a causa di Isais la nera. Anzi, salta fuori un foglietto che il protagonista non aveva notato, dove John Roger spiega di non essere stato il primo a incontrare Dee: per quanto lo riguarda, ha ricevuto la visita di tale Lady Sissy, fascinosa dama dal profumo di belva, che vorrebbe da lui un’arma misteriosa… Come spiega Gärtner, proprio da lei, Isais la nera, è derivata la rovina di Roger.

Eccolo lì, messo a nudo, il retromondo del regno dei demoni a cui si votò John Dee e, dopo di lui, anche lo sconosciuto perseguitato dall’angoscia che scrisse nel diario di John Dee l’annotazione da cui grida l’orrore; e, dopo di lui, mio cugino Roger; e, dopo di lui, io: io che ho pregato Lipotin di aiutarmi con ogni mezzo a soddisfare lo strano desiderio della principessa!

Prima di perdere fisicità e dileguarsi con un rumore secco, l’ospite giardiniere esorta il Nostro a scegliere (“liberamente”) tra le possibilità imposte dall’alchimia dell’anima, metamorfosi o morte. Tutta questa scena il Nostro l’ha vista però all’interno dello specchio, quello verde di cui parlava Dee nel diario.
Ma a quel punto compare, timida, Johanna Fromm, la sostituta della governante: lui le dà precise istruzioni di tenergli lontani tutti, nel prossimo periodo. Ma emerge che la giovane aveva sognato di lui, e ricevuto l’ordine di aiutarlo: assume un’espressione tormentata, e solo con fatica riesce a farle spiegare meglio. La signora Fromm, vedova per un breve matrimonio, ricorda però di essere stata sposata prima – in un’altra vita, plausibilmente – a un vecchio inglese e rammenta una casa e un paesaggio britannici: ma è molto imbarazzata per quell’assurdo fenomeno che non sa come spiegare. Ha anche avuto visioni di Praga (ecco profilarsi di lontano la città rudolfina) e di un uomo orrendo con le orecchie tagliate che le “sembra lo spirito maligno di quella terribile città”, che certo le distruggerebbe la vita… Quanto alle scene inglesi, le vede immerse in una luce verdastra, come in un antico specchio verde (come quello donato da Lipotin): “Ma da qualche tempo avvert[e] che un pericolo […] minaccia” il suo vero sposo – non l’uomo che le ha dato il cognome Fromm in anni recenti ed è morto, ma l’antico inglese di Richmond che tanto assomiglia al nuovo padrone di lei. E nella cui casa si sente al proprio posto e anzi necessaria.
Il Nostro l’ha tranquillizzata, ma non intende lasciarsi trascinare nelle stranezze di lei, “Fissazioni oniriche” forse frutto di isteria. E inizia invece a studiare un nuovo incartamento di Dee, dal titolo Diario intimo, e sul frontespizio Libro di bordo del mio primo viaggio alla scoperta della vera e reale Groenlandia, del trono e della corona dell’eterna Anglia Angelica. Che inizia infatti (20 novembre 1582) con l’acquisita certezza che quella Groenlandia non si trovi sulla terra. Il vano abbaglio della relazione coi Ravenheads e le menzogne di Bartlett Green l’hanno condotto su una falsa pista e un cammino di corruzione spirituale: “è ‘dall’altra parte’ che si deve scavare, e non qui”, e il malefico Green ha rischiato di far fallire la vocazione della persona e della stirpe di Dee. Da tre giorni ha una visione:

Prima non sospettavo affatto che potesse esistere qualcosa che sta oltre la veglia e il sogno, oltre il sonno profondo e l’allucinazione; un quinto stato, inspiegabile: una visione di processi immaginali che non hanno alcun rapporto con la terra.

(Verrebbe da tornare a osservare che un simile status sia noto a chi scrive con quella partecipazione che fa della scrittura, come di qualunque arte intensamente vissuta, un vero atto magico.) Una visione comunque completamente diversa da quelle precedenti nel cristallo di carbone di Green: “Per quanto sono in grado di giudicare è stata una profezia in simboli”. Vede dunque Gladhill, la collina della sua stirpe come appare nello stemma dei Dee: sulla sommità un albero verde ai piedi del quale sgorga una fonte. E mentre sale, si accorge di essere lui stesso quell’albero, e la fonte evoca i suoi discendenti destinati a una resurrezione nella vita eterna, tutti diversi ma a lui somiglianti. Tra i rami più alti spicca un duplice volto coronato: dal lato femminile riconosce con giubilo Elisabetta, salvo desolarsi perché il viso maschile non appare il proprio. Però l’albero lo rimprovera, perché nemmeno ora riconosce se stesso, “Cos’è il tempo? Cos’è la metamorfosi?”: “Un uomo che non smette di credere infine vive! Cresci fino a me e io sarò te! Sperimenta vivendo te stesso e sperimenterai me, me… Bafometto!”. A quel punto Dee scoppia in lacrime, e la voce gli ricorda che “La materia dovrà attraversare molteplici stadi di sofferenza!”.
Il cammino per giungere a se stesso è duplice: da un lato una via incerta che potrà permettergli di ricordarsi di sé in futuro, “E cos’altro è mai l’immortalità, se non rimembranza?”.

Dunque scelgo la via magica della scrittura; in questo diario metto nero su bianco ciò che mi è stato rivelato circa il mio destino: in un certo senso l’ho consacrato e preservato dagli insulti del tempo e degli spiriti maligni. Amen.

E insomma appella i discendenti perché guardino in sé stessi e riconoscano l’identità con lui.
Ma c’è una seconda via, l’alchimizzazione del corpo e dell’anima perché entrambi raggiungano l’immortalità. Per questo ha allestito in casa un laboratorio munito del necessario e accolto un bravo assistente, Gardener, che però dopo un primo periodo di buona collaborazione diventa superbo, riottoso e molto critico nei confronto degli spiriti pii del mondo “dall’altra parte”, che liquida come spiriti infernali. Dee inizia e chiude sempre le sessioni con una preghiera e le entità appaiono timorate di Dio – ma visto che i loro insegnamenti tecnici confliggono con le conoscenze di Gardener, Dee sospetta che si senta ferito nella vanità. Gardener invece teorizza una serie di rituali protettivi di rinascita spirituale – di cui non rivela la fonte, vincolato come sarebbe da un giuramento – e in sua assenza Dee interpella gli spiriti nel nome della Trinità a proposito di Bartlett Green. La risposta, di evitare ogni contatto con quell’emissario di Isais la nera, lo induce anche a infrangere il tramite costituito dal cristallo di carbone donatogli alla Torre. Lo brucia, e non restano scorie.
Ma qualcosa con Gardener si è irrimediabilmente spezzato: l’assistente se ne va lasciandogli un breve messaggio di commiato. Nel frattempo una breve apparizione di Green lascia a Dee per un attimo la sensazione di un volto d’uomo senza orecchie: e, la mattina dopo, proprio un tipo senza orecchie (punizione per vari tipi di colpe inflitta spesso anche a innocenti), giovane e volgarotto – ma non somigliante all’apparizione – gli si presenta a casa con la pretesa di parlargli di qualcosa di riservatissimo. Si fa spiegare cosa s’intenda per proiezione (dell’alchimia ha un’idea molto vaga) e gli mostra un vecchio libro che Dee capisce essere molto prezioso. Qualcosa di estrema importanza per la Grande Opera alchemica: il tipo vorrebbe da Dee un giuramento di essere in grado di capirlo, ma il Nostro è giustamente prudente: e a quel punto l’ospite trae fuori dalla camicia un sacchetto con le due biglie d’avorio di Mascee, passate anche per le mani di Dee e da lui buttate dalla finestra prima dell’arresto di parecchi anni prima. Sono quelle, perché riconosce i segni che vi ha inciso: ma ora scopre che si possono svitare. Quella bianca contiene una polvere grigia, evidentemente materia transmutationis; quella rossa la polvere regale, il “Leone rosso”, lamelle scistose color porpora. Dee è stupefatto, conferma all’uomo che valga la pena di sperimentare il valore di libro e polveri.
Il tipo è compiaciuto: riconosce l’onestà di Dee, saranno soci. Le bilie e il libro, già nella tomba di san Dunstano, erano stati predati dai profanatori Ravenheads, venduti a uno straniero – evidentemente Mascee – e passati poi in proprietà del proprietario di un bordello, che però era stato agente segreto del vescovo Bonner: sparite per qualche tempo, le bilie erano state infine recuperate, ma l’ex-agente segreto era poi morto dopo averle regalate all’ospite (che più probabilmente l’aveva ucciso per appropriarsene, ma il benevolo Dee non è propenso a pensar male). Accoglie così in casa lo sconosciuto – già piccolo avvocato a Londra, speziale girovago, ciarlatano, condannato al taglio delle orecchie per aver falsificato documenti: si chiama Edward Kelley, e rappresenterà nella vita di Dee una presenza calamitosa.

(15-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 14 https://www.carmillaonline.com/2025/09/27/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-14/ Sat, 27 Sep 2025 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90435 di Franco Pezzini

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Come gli alchimisti (1921-1927) Quando nel 1921 esce Il Domenicano Bianco, Meyrink ha cinquantatré anni. Nel romanzo ha depositato molte delle riflessioni cui è giunto come scrittore e come iniziato, e vi echeggia a tratti il clima di quella Repubblica di Weimar sbocciata nel 1918 dalle ceneri dell’Impero tedesco. Un momento vivido per la cultura, anche se molto del relativo mito – basato, sia chiaro, su una vivida sostanza storica – nascerà più tardi all’estero da profughi ed espatriati. In quest’ultima fase della sua produzione Meyrink torna ai testi brevi. E [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Come gli alchimisti (1921-1927)
Quando nel 1921 esce Il Domenicano Bianco, Meyrink ha cinquantatré anni. Nel romanzo ha depositato molte delle riflessioni cui è giunto come scrittore e come iniziato, e vi echeggia a tratti il clima di quella Repubblica di Weimar sbocciata nel 1918 dalle ceneri dell’Impero tedesco. Un momento vivido per la cultura, anche se molto del relativo mito – basato, sia chiaro, su una vivida sostanza storica – nascerà più tardi all’estero da profughi ed espatriati.
In quest’ultima fase della sua produzione Meyrink torna ai testi brevi. E merita ricordare un suo testo dallo sguardo fisso alla produzione precedente. Scritto infatti nel 1912, ma accorpato a una nuova edizione di Fledermäuse (sottotitolata Ein Geschichtenbuch: Grethlein & Co., Zurigo/Lipsia, copyright 1917 a Kurt Wolff Verlag, di fatto 1923) insieme con i due citati frammenti “L’imperatore segreto” e “Pesci di profondità” all’opera collettiva concitata e grottesca Der Roman der XII e i pure menzionati racconti brevi del 1907 Fakire e Fakirpfade, è il provocatorio Il consigliere commerciale Kuno Hinrichsen e il penitente Lalaladschpat-Rai (Der Herr Kommerzienrat Kuno Hinrichsen und der Büßer Lalaladschpat-Rai). La storia inizia con il filisteo Kuno Hinrichsen, consigliere commerciale al vertice di una ditta di smercio all’ingrosso di grasso, strutto e olio per macchine, che si sta facendo beffe del concetto indiano dell’irrealtà delle cose materiali. Una piccola svista del funzionario subordinato Meier (quasi una controfigura di Meyer/Meyrink) lo indigna. Ma addormentatosi, in sogno si vede divenuto un penitente indiano, Lalaladschpat-Rai, animato da “una sete quasi perversa di conoscenza spirituale e dal meraviglioso e misterioso obiettivo finale di diventare uno con il dio Shiva, il distruttore”. Tacitata ogni coscienza di veglia, il fachiro si dirige verso un lontano, alto pilastro lingam: qui giunto, ne ode uscire la voce di un santo maestro di yoga che domanda chi egli sia.

“Cerco la via verso Dio e sono il penitente Lalaladschpat-Rai”, rispose il fachiro, prima che il consigliere commerciale [cioè la sua identità diurna] potesse dire: “Buongiorno, qui è l’Organizzazione per il benessere generale”.
Con suo sgomento, il consigliere commerciale non poté impedire al penitente di prostrarsi davanti al santo manifestatosi e di implorarlo di essere il suo guru, il suo maestro spirituale, nel doloroso cammino verso il Nirvana.

Gli viene imposto di non rubare, ma viene poi considerato furto il fatto che si nutra di latte di mucca e anche solo delle gocce di schiuma dalla bocca del vitello lattante (così sottratta ai vermi ciechi della terra) o di erba (sottratta alle mucche). Smette in tal modo di mangiare e alla fine incontra il Matsyendra, il santo e perfetto, che lo rinfresca con pane e vino celestiali. “Tutto ciò che vedi in te stesso e fuori di te: ‘Tat twam asi’ – tutto ciò sei tu stesso [in sanscrito, letteralmente, “quello sei tu”]; il mondo è tuo. Il corpo: ‘Tat twam asi’ – tutto sei tu stesso”, dunque non può più rubare e neppure uccidere.
Ma a quel punto il consigliere commerciale viene destato dalla moglie con un telegramma, è la notizia della sua bancarotta. Entra in crisi, ma all’improvviso ricorda “Tat twam asi — tu sei tutto!”. E a quel punto con una piccola retrodatazione contabile fa slittare il passivo a carico dei beni di orfani di cui il Nostro è l’amministratore finanziario, e salva la situazione.

“Non avrei mai pensato che ci potesse essere così tanta verità nella filosofia indiana!” aggiunse, sfregandosi le mani, “soprattutto il trucco con il ‘Tat twam asi‘ è davvero una cosa grandiosa”. Così […] diede felicemente l’ordine ai servi che erano accorsi : “Alla salute del vecchio Matsyendra, mettiamo in fresco una bottiglia di champagne”.
Da quel momento in poi, il signor Kuno Hinrichsen, consigliere commerciale, fu “padrone della situazione” anche nelle situazioni più difficili della vita e fu un convinto seguace degli insegnamenti indiani Vedanta fino alla sua fine benedetta.

Di nuovo insomma il Meyrink beffardo e antiborghese.
Goldmachergeschichten (Fabbricanti d’oro, nell’edizione Studio Tesi, Roma 2019, tradotta e curata da Vittorio Fincati, con un’Introduzione di Gianfranco de Turris che attacca le letture di Meyrink alla Ripellino) scritto con l’amico e vicino di casa Friedrich Alfred Schmid Noerr (1877-1969, romanziere, amante di folklore ed esoterismo, lo affiancherà ancora su L’angelo della finestra d’occidente) e pubblicato nel 1925 da August Scherl Verlag di Berlino, propone invece le vicende degli alchimisti Laskaris, Sendivogius e Sehfeld. Non si tratta di saggi, semmai di racconti storici, dove sulla base di vicende reali Meyrink lavora narrativamente con risultati molto gustosi: i dettagli noti vengono raccontati con abilità di affabulatore, e le pagine ignote ricostruite o taciute. Ricordando come Meyrink dovesse conoscere le opere di Bulwer-Lytton, si è tentati di vedere in alcune soluzioni narrative delle ispirazioni pur originalmente condotte di romanzi come Zanoni e A Strange Story.
I tre racconti di alchimisti – riordinati nell’edizione italiana nell’ordine storico di gesta dei protagonisti – si intitolano rispettivamente “Der Mönk Laskaris” (per ampiezza una sorta di romanzo breve), “Die Abenteuer des Polen Sendivogius”, e “Der Seltsame Gast” e vennero pubblicati in prima edizione a cura dell’editore berlinese August Scherl, nel 1925. Il primo, decisamente il più complesso e con vivaci libertà storiche a mo’ di feuilleton, segue le avventure parallele del giovane e imprudente Johann Friedrich Bötticher – più propriamente, Johann Friedrich Böttger (1682-1719) – e del misterioso adepto greco Laskaris (vissuto tra Sei e Settecento, flor. c. 1700-1709). Tra innamoramenti e arrampicate sociali, tradimenti, giochi di maschere e missioni segrete nel dedalo delle corti di sovrani diversi, Laskaris si spenderà perché il pasticcione Bötticher non finisca malissimo – avrà invece alla fine persino successo in tutt’altro genere di avventure chimiche, la porcellana – e almeno lui potrà continuare i propri esperimenti in tutta sicurezza. In margine, le disinvolte manovre di un alchimista farlocco, il losco “don Caetano”, per l’anagrafe Domenico Manuel Caetano (1670-1709), sedicente conte di Ruggiero, e destinato a finire sulla forca per ordine del re di Prussia Federico I.
Nella seconda storia, ripercorriamo la vicenda del povero Alexander Seton, adepto scozzese detto “il Cosmopolita” (morto nel 1603) e del polacco Michael Sendivogius (1566-1636), in particolare la vicenda di arresti, fughe e inseguimenti patita nel 1605, nel Württemberg, sotto il governo del conte Federico I: un’avventura romantica e divertente che lo vedrà aiutato alla fine da una coraggiosa principessa “egizia” (cioè Rom).
Il Sehfeld dell’ultimo racconto è anch’esso figura storica, un alchimista austriaco che verso il 1745 si insediò nella località termale di Rodaun, presso Vienna, nella locanda della famiglia Friedrich. Fatto arrestare da Maria Teresa d’Austria, riuscirà a defilarsi dopo essersi fatto apprezzare in prigionia per dignità e coraggio.
Il tema ricorrente è in queste storie è la dialettica tra conoscenza segreta e abusi del potere che cerca di lucrarne, vanità di chi affetta d’essere un iniziato e vita appartata di chi lo è sul serio, sconquassi dell’esistenza di chi è messo a parte di taluni segreti e messa alla prova delle coscienze in nome della sacertà di un magistero. Più ancora che i contenuti del medesimo che necessita una vita virtuosa (ma di cui vediamo in fondo assai poco), insomma, è in scena il rondò degli atteggiamenti umani che lo costringe a restare coperto. Sovrani avidi, ingiusti, meschini; piccoli arrampicatori sociali pronti a tradire gli affetti più cari, le lealtà più proclamate; funzionari perplessi che tentano di mantenersi equi… e donne innamorate, pronte per questo ai massimi sacrifici. I racconti mantengono insomma un ottimo gusto alla lettura.
Un discorso a parte va fatto sul Prologo di Meyrink, Quando tentai di fare l’oro a Praga (Wie Ich in Prag Gold Machen Wollte) nell’edizione italiana premesso a questi tre racconti, pubblicato in realtà qualche anno più tardi sulla rivista “Die Norag” del 21-27 ottobre 1928, n. 42.
Tra la pletora di suoi testi brevi va a questo punto ricordato il racconto L’orologiaio (Der Uhrmacher, “Simplicissimus”,  1, 1926). Il narrante porta a riparare a un antiquario il proprio vecchio orologio: un modello curioso con un’unica lancetta e senza cifre sul quadrante, con una divisione del giorno in quattordici parti (ore doppie riferite alle ventotto case lunari secondo un’antica suddivisione cinese: la luna compie il giro dello zodiaco passando attraverso ventotto case in altrettanti giorni). Sulla cassa adorna di pietre preziose è “dipinta a smalto una creature delle fiabe, un uomo su una quadriga, dai seni di donna, due serpenti al posto delle gambe, la testa di gallo, il sole nella mano destra, in quella sinistra una frusta”. Per chi abbia un’infarinatura di simbolismo si tratta di Abrasax o Abraxas, entità gnostico-mitraica associata al Sole mediatrice tra umanità e il dio Sole o tra terra e cielo, frequentemente effigiata su talismani. L’orologio si è fermato quella notte alle due, e il narrante ha avuto timore che – come nelle antiche superstizioni – sia un segno che lui stesso sta per morire. L’antiquario nota la scritta, nella parete interna del coperchio d’oro Summa scientia nihil scire, “La massima sapienza è non sapere nulla”, motto rosacroce di Johann Valentin Andreae, e deduce l’avesse costruito un orologiaio pazzo vissuto in città. Al narrante capita di vederlo con gli occhi della mente e l’antiquario – a cui non ha detto niente – conferma che era proprio lui. Il narrante lo ricorda e pensa alla paura che ne provava quand’era bambino, ma non riesce a seguire il discorso dell’antiquario. Però solo l’antico costruttore potrebbe aggiustare l’oggetto.
Calata la notte, il Nostro sta percorrendo le vie deserte. Evidentemente l’antiquario gli ha spiegato dove il tipo tanto tempo prima abitava, così ora è in strada: ma non troverebbe il posto se non fosse la sua ombra a precederlo. E inaspettatamente lo trova, in una stanza di fronte a una parete bianca con la scritta Summa scientia nihil scire, attorniato da centinaia di orologi dal fioco pigolare, con figurine e ruote dentate. Il vecchio spiega che erano stati malati e lui li ha guariti. Pensavano di mutare la loro sorte ticchettando più veloci o più lenti, per la presunzione di essere i signori del tempo: lui li ha liberati da quella follia, ridando loro la pace. Ma solo chi capisce il senso del suo motto lascia il proprio orologio in sua custodia; gli altri si lasciano guidare da quella perfida lancetta che è l’intelletto. Lui non si lasci catturare! Il Nostro allora gli porge l’orologio, domandandosi come, da bambino, potesse aver avuto paura di lui… o invece lo vede ora per la prima volta? E teme che tutto sia solo apparenza immateriale. Ma poi ricorda le parole della bambinaia, tanto tempo prima: “Se ti si ferma in petto il cuore, portalo a lui, ogni orologio in moto rimetterà”. E infatti l’orologiaio è riuscito ad aggiustare il piccolo oggetto.  Il narrante vorrebbe ringraziarlo, vergognandsi di aver dubitato di lui, ma il vecchio lo tranquillizza: ha solo smontato una rotella e poi l’ha ricollocata, orologi tanto delicati come quello a volta non sopportano la seconda ora. Gli è appartenuto dalla giovinezza e ha creduto all’ora da esso indicata: continui a fidarsi delle immagini che gli reca invece che dei numeri morti. Lo tenga nascosto e non si faccia avvelenare dalla seconda ora, l’ora del bue, che finisce con l’assumere il colore del desiderio di carne e sangue. Ma all’orologio è stata concessa la grazia di poterla oltrepassare ed è grato a lui che l’ha custodito con amore, “perché il suo tempo non segnava quello della terra!”. Poi, congedandolo, sorride dei suoi dubbi che lui fosse ancora vivo: “Credimi, sono più vivo di te!” e forse potrà insegnargli come si guariscano gli orologi malati. A quel punto potrà capire il senso della frase Nihil scire, omnia posse, “Non sapere nulla è potere tutto!”.
Tra i successivi racconti di Meyrink figurano opere minori o d’occasione come L’astrologo (Der Astrolog, “Simplicissimus”, 6, 1926), La ghiandola del consigliere del commercio. Una sonata al chiaro di luna (Die Keimdrüse des Herrn Kommerzienrates: Eine Mondscheinsonate, “Simplicissimus”, 26, 1926), Caro Simplicissimus (Lieber Simplicissimus, “Simplicissimus”, 52, 1927) e due testi d’interesse. Anzitutto Immagini allo specchio (Spiegelbilder, “Die Gartenlaube”, 1927) è una fantasia espressionista sui paradossi della rifrazione e il mondo al di là dello specchio: nel caffè di una lugubre città portuale il narrante, in attesa che l’indomani salpi la sua name (con tutta la relativa simbolica infera) ricorda la partita giocata con un certo dottor Narciso – nome congruo ai miti sugli specchi – che forse da uno specchio era uscito. Ma gli altri giocatori che ha visto tutta la sera (uno dei quali proprio Narciso), apprende, non ci sono mai stati…
Il secondo è Chiaro di luna su Berlino (Mondschein über Berlin, “Süddeutsche Sonntagspost”, I, 1927), un gioco ironico dove il narratore Meyrink dialoga con la Luna – scoprendola surrealmente di origine bavarese – tratto fino a lei con una scala di corda dal patriarca Giacobbe. La minaccia dei Prussiani arriva fino ai dialoghi dei corpi celesti: a un certo punto la Luna si fa sostituire da Meyrink stesso in grazia della sua testa pelata, che per un paio di minuti dovrà chinare verso Berlino. Ritrovandosi alla fine a una panchina del guardino zoologico, il Nostro riparla alla Luna stando in piedi sul sedile per tentare di raggiungerla in volo, ma viene arrestato da un agente della polizia di sicurezza per mancata autorizzazione di quello spettacolo, per la sua nazionalità bavarese e per la sua cattiva fama di scrittore…
Però nel 1927, soprattutto, Meyrink avvia Der Engel vom westlichen Fenster. Ein Kupferstich von John Dee (L’angelo della finestra d’occidente. Un’incisione di John Dee, per i tipi Grethlein & Co.), destinato a restare tra le sue opere più note e amate. Anche in questo caso collaborerà l’amico Friedrich Alfred Schmid Noerr.
Il romanzo, per una volta privo di partizioni in capitoli, inizia con il narrante che riflette sulle proprie sensazioni nel tenere in mano un pacchetto destinatogli da un cugino defunto a lui quasi estraneo. La famiglia, radicata in Gran Bretagna e poi diffusa in Europa e America, si estingue progressivamente, lasciando sopravvivere in Austria meridionale il cugino John Roger ultimo epigono. Naturalista e medico, tra Vienna, Zurigo, Aleppo, Madras, Alessandria, Torino (citata per Lombroso?) aveva approfondito i misteri della “vita psichica più profonda” e poco prima della guerra – plausibilmente il primo conflitto mondiale – si era stabilito in Inghilterra, indagando sulla storia della famiglia. Internato in quanto austriaco per cinque anni, ne era uscito distrutto ed era morto a Londra.
Spezzando i sigilli, il narrante nota però una variazione allo stemma che conosce, dove appare un granato in forma di dodecaedro: e capisce che doveva trattarsi di un soggetto araldico familiare più antico. Aperto il pacco, vi trova documenti in parte cifrati, pentacoli e oggetti variamente preziosi nonché un biglietto dove si lascia libero il destinatario di leggere o non leggere, bruciare o conservare, aggiungere putredine alla putredine. “Noi della stirpe degli Hywel Dda, principi del Galles, siamo morti…” e poi la parola mascee che scopre anglo-cinese, significa “Che importa?”. A notte fonda, il Nostro rinvia all’indomani un esame più accurato: ma la scoperta gli schiude un sogno stranissimo in cui il granato proietta un raggio luminoso sulla sua testa, anzi nel punto di connessione con una seconda faccia alla Giano che gli è spuntata sul retro. Ripensandoci, ricorda però come il vecchio nonno che gli raccontava fiabe avesse detto:

I sogni sono titoli più importanti dei feudi o delle signorie, bambino mio. ricordalo. Se sarai un bravo nipote, forse un giorno ti lascerò in eredità il nostro sogno: il sogno degli Hywel Dda.

E aveva parlato di un misterioso granato

che si trova in una terra che nessun mortale può raggiungere se non guidato da Colui che ha superato la morte – e di una corona d’oro e cristallo di rocca posta sulla doppia testa del… del… Mi pare di ricordare che si riferì all’essere ancipite come a un antenato o uno spirito della famiglia.

Quello della notte prima è il sogno degli Hywel Dda? Ma a distrarlo dai rovelli giunge l’amico Sergej Lipotin detto Ničego (cioè “niente, che importa?” come il citato mascee), un tempo ricchissimo antiquario alla corte dello Zar e ora povero esule che ammucchia cineserie. È molto interessato dai materiali pervenuti al narrante, e lo informa che sta per morire un altro esule russo impoverito, l’anziano barone Stroganov.
Il narrante continua l’esame del materiale, e non lo colpisce particolarmente il fatto di discendere da “un certo John Dee, baronetto di Gladhill” (scopriremo trattarsi del Dee “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, intellettuale e mago, 1527-1608/9), eppure non si risolve a bruciare le carte. Tanto più che scopre trattarsi di una figura

di dolente bellezza: l’effigie di uno spirito superiore. Di un uomo terribilmente deluso: radioso all’alba, rannuvolato al meriggio, perseguitato, schernito, crocifisso e dissetato con aceto e fiele, disceso agli inferi eppure eletto a essere infine accolto nell’alto mistero dei Cieli, come accade soltanto a un’anima nobile dalle profonde conoscenze, a uno spirito ardente d’amore.

E decide che non può lasciar perdersi una storia del genere. Ma come fare a trascriverla? A differenza dal cugino, non sa nulla di occulto… però alla fine decide di riordinarle, visto che un mosaico incompleto è meglio che niente, e gli pare delinearsi a fissarlo un sorriso enigmatico.
Nel frattempo torna a sognare il granato e il duplice volto: uno è il suo, e tace, l’altro – sconosciuto – cerca di parlare, e alla fine lo esorta a non cercare di porre ordine tra le antiche carte per non travisarne il senso, ma a leggerle lasciandosi guidare da lui. Lo sforzo di parlare del secondo volto è tale che il Nostro si sveglia.
Anche stavolta il narrante ricorda frasi del nonno sul sogno familiare e il suo spirito muto, che infine avrebbe potuto parlare; mentre un appunto del cugino, ricordando il fallimento di cercatori come lui, a cui mai il granato è apparso in sogno, lascia auspici di speranza. “[…] fra noi tutti, stirpe di John Dee, a chi parlò Bafometto?”: e proprio quello, ricorda, è il nome sussurratogli dal nonno. Il simbolo travisato dei Templari… Ma deve interrompere le riflessioni per l’arrivo di Lipotin: Stroganov è morente di tisi, gli occorre del denaro per una fine meno angosciosa, e Lipotin reca con sé un astuccio d’argento con chiusura a segreto, ultimo bene rimasto all’amico per un acquisto pietoso. Il Nostro lo compra, ma poi non riesce ad aprirlo.
Inizia a questo punto a trascrivere i fogli di Dee appunto nell’ordine in cui gli vengono tra le mani. Il primo documento (1550) è di un agente segreto che sorveglia il sospetto Dee per conto del famigerato vescovo di Londra Bonner, detto il Sanguinario (Edmund Bonner, c. 1500-1569, detto Bloody Bonner per le persecuzioni di eretici sotto Maria Tudor); ma in questo caso fornisce informazioni sui ribelli attivi in Galles – chiamati Ravenheads, dal simbolo alchemico della testa di corvo – e il loro capo Bartlett Green per i quali la Vergine sarebbe “una creatura o una subemanazione della suprema divinità, un’arcidiavola, un idolo che egli chiama ‘Isais la nera’”. L’agente esprime la convinzione che al di sopra di Green vi sia un capo occulto dei ribelli, forse proprio Dee. Il saccheggio da parte dei ribelli della veneratissima tomba di san Dunstano di Brederock (intende Baltonsborough?) non è stato punito dal Cielo e un losco moscovita dall’aria di tartaro, tale Mascee, avrebbe addirittura sottratto alla cripta profanata di Dunstano due sfere d’avorio, una bianca e l’altra rossa, di probabile rarità. L’agente si è anche impadronito di una lettera del precettore della quattordicenne principessa Elisabetta (la futura grande regina), dove emergerebbe che è divenuta più tranquilla che da ragazzina – non maltratta più compagne e damigelle, non squarta sorci e rospi – e si dedica a preghiera e studio. Mostra tuttavia comportamenti impropri: la giovanissima Lady Ellinor lamenta che “la principessa, giocando, l’afferri sovente con un tale ardore da provocarle lividi sulle parti femminili”, e ha condotto una caccia nella brughiera come “fossero dannate Amazzoni pagane!”. Ha anche fatto visita a una vecchia strega nella foresta di Uxbridge per strapparle un vaticinio sulla sua futura vita da regina: ne ha ricevuto una pozione (un filtro d’amore?) e un testo di magia erotica su pergamena accluso alla missiva. Una successiva annotazione (sempre 1550) riporta la cattura di Bartlett Green e la sconfitta della sua banda.
Il successivo fascicolo contiene il diario dell’antenato Dee, a partire dal 1549, a partire dalla sua nomina a magister, dopo la baldoria del festeggiamento. Percepisce profeticamente che i suoi discendenti regnaranno sull’Inghilterra. Vedendo la sua immagine stravolta in uno specchio, ancora stordito si arrabbia, poi la blandisce… Ma a un tratto il riflesso scandisce le parole:

…io non riposerò, né avrò tregua fino a che non avrò assoggettato le coste della Groenlandia oltre le quali risplende la luce del Nord; fino a che non avrò posto piede in Groenlandia ed essa non sarà asservita al mio potere. Colui al quale la Groenlandia sarà data in feudo, possiederà il regno al di là dei mari, e la corona dell’Anglia Angelica.

(In effetti John Dee, di origine gallese, figlio di un cortigiano di Enrico VIII, riteneva di discendere da Rhodri ap Merfyn, noto come Rhodri Mawr, cioè il Grande, antico re gallese negli anni 844-878). Poi dallo specchio parte un raggio che colpisce lui, e dopo di lui colpirà i discendenti. Il diario prosegue tra perplesse riflessioni – vorrebbe avvicinare Elisabetta, i cui fratello e sorella (poi più noti come Edoardo VI e Maria la Sanguinaria) sono malati e moriranno presto; riceve dall’Olanda la mappa della Groenlandia disegnata dall’amico Mercatore (Gerhard Kremer, alla latina Gerardus Mercator, 1512-1594); desidererebbe parlare con il moscovita Mascee, e quello piomba inopinatamente da lui, facendogli correre grossi rischi col vescovo Bonner… Gli mostra anche due misteriose bilie d’avorio (sappiamo che sono state predate dalla cripta di san Dunstano), che Dee gli compra senza capirne l’origine – ma che alla fine gli suscitano un orrore misterioso e le getta dalla finestra. Per contro, Dee gli chiede un filtro d’amore e fortuna, e gli lascia il necessario (sangue, saliva, capelli…) per procurarglielo. Il problema è che sempre più è preso da pensieri d’amore per (nientemeno) la principessa Elisabetta, che finora gli era stata indifferente – ma fortunosamente, prima che Lady Ellinor glielo strappi dalle mani, lei beve il filtro d’amore. Intanto a preoccupare Dee sono le gesta dei Ravenheads – che un po’ imprudentemente ha sostenuto anche con denaro –, e non gli resta che confidare nei riformati, che il Lord Protettore (per le cronache, Edward Seymour, I duca di Somerset) dovrebbe tutelare. Ma il giorno di Pasqua 1549 uno sconosciuto si presenta da Dee per avvertirlo: è tempo che sparisca, “La situazione non è favorevole” e il “traguardo è rinviato”, la sola via sicura è “quella che va oltremare” – ma la guardia al portone non ha visto entrare nessuno in carne e ossa…
Dee non vorrebbe fuggire per non abbandonare Elisabetta, ma ormai i nemici battono al portone: e una nota di John Roger spiega che poi Dee è stato arrestato. Segue una comunicazione a Bonner del capitano Perkins che riferisce della cattura: nella stanza non sono stati trovati scritti compromettenti, ma per buona misura Dee è stato tradotto a Londra, nella Torre.
Però mentre il narrante legge, gli giunge un messaggio di Lipotin: l’amico Stroganov sta meglio e lo ringrazia, ma lo prega – per un motivo non chiaro al latore del messaggio – di porre l’asticcio d’argento nel modo più preciso possibile “nella direzione del meridiano locale, vale a dire in modo che la fascia longitudinale […] corra parallela al meridiano”. Il Nostro cerca di ottemperare, col risultato che ora l’intera stanza gli pare storta. D’altronde gli appunti gli lasciano la sensazione stranita di poter essere lui stesso un’immagine riflessa di Dee, fino a suggerirgli l’esclamazione, solita all’antenato, “per il pozzo di san Patrizio” (in riferimento a quello leggendario aperto fino all’abisso, che purificherebbe o arderebbe vivo chi vi entri a seconda della sua natura).
Tra le carte trova poi un libretto antico bruciacchiato, con la scritta “Da bruciare non appena Isais la nera si affaccia dalla luna calante. Per la salvezza della tua anima, non esitare, brucia!”. Nel libretto trova un diario di Dee datato 1553, che parla della Scarpa d’argento di Bartlett Green, profetizza ai discendenti di finire nella polvere se per leggerezza non vedranno il male e riprende la storia dove interrotta, nel 1549. Tratto in arresto in nome del re bambino Edoardo, Dee è però riuscito a nascondere appena in tempo le sue carte: chiuso in una cella quasi sotterranea, vi trova appeso Bartlett Green a una croce di san Patrizio. Quando finalmente lo tirano giù, l’omone tranquillizza Dee, preoccupatissimo che possa emergere il proprio coinvolgimento coi ribelli, e gli rivela alcuni arcani (anche se il testo è reso frammentario dalle bruciature).
Dee sappia d’essere “segnato col segno degli Augusti Viventi, degli invisibili”: dunque stia sereno ché Green non lo tradirà. Il padre di questo era un prete fanatico e vigliacco che lo costringeva a pregare nelle notti gelide: col risultato che il ragazzo aveva preso a nutrire ostilità verso Dio, a pregare al contrario – in direzione della Madre Terra, non del Cielo – e quando il padre, scopertolo, aveva fatto per ammazzarlo, lui era stato più rapido e l’aveva abbattuto. Divenuto suonatore ambulante, riproponeva quelle melodie al contrario: ma un giorno era stato bloccato da un pastore misterioso dall’aria sinistra. Le bruciature del manoscritto impediscono al narrante di entrare nei dettagli, ma una terza mano ha appuntato con inchiostro rosso un invito a non procedere oltre nella lettura in assenza della capacità di controllare il proprio cuore. E dopo altri fogli danneggiati, seguono cenni alle rivelazioni del pastore a Green sul culto di un’antica divinità tenebrosa, gli influssi della luna e l’orrendo rituale scozzese del taghairm, attraverso sacrifici di gatti neri e stati alterati di coscienza. Grazie al rito, Green ha superato il desiderio carnale, avendo trovato e accolto in sé la propria controparte femminile, e ricevuto la Scarpa d’argento che libera da ogni paura chi la calza. Starebbe per mostrarla, ma avverte odore di pantera e si ferma.
Il narrante si accorge a quel punto di non aver intrapreso liberamente la lettura degli appunti del cugino, ma obbedendo agli ordini di Giano/Bafometto… però il suo lavoro viene interrotto dall’ingresso di una dama “alta ed esile, vestita di un abito scuro e sfavillante” con l’aria del gran mondo. Come se misteriosamente carte e vita si fondessero, ecco la pantera evocata, che, scusandosi con accento slavo, si presenta chiedendo un favore: il suo biglietto da visita, non è chiaro come, è già lì accanto all’astuccio russo di Lipotin. Reca il nome Assja Chotokalungin con corona principesca, plausibilmente circassa del Caucaso. Spiega che Lipotin è un vecchio conoscente, ha riordinato le collezioni di suo padre a Ekaterinodar e ha fatto nascere in lei l’amore per gli oggetti belli. Cerca dunque di farsi cedere – pare proprio una pantera pronta al balzo – una certa punta di lancia che il narrante possiederebbe. Lui – completamente sedotto e imbarazzato – spiega di non possedere un simile oggetto, ma lei sorride, già convinta che lo otterrà in dono. Promette di tornare e scompare, lasciando il suo profumo a saturare la stanza.
Il narrante va a trovare Lipotin, trovando però chiusa la bottega. Sulla saracinesca c’è la scritta “partito”. Una vicina conferma, un amico è morto – Stroganoff, deduce il Nostro – e Lipotin deve mettere ordine tra le sue cose. Il narrante vorrebbe confrontarsi sulla faccenda della punta di lancia e così soddisfare la seducente principessa… ma ha come la sensazione che con Lipotin della faccenda abbiano parlato, magari a lungo, magari cent’anni prima. Tornando sotto la luna, ha persino l’impressione che la principessa fluttui nella sua direzione… da quando si dedica alle carte del cugino vive esperienze strane. E quella notte fa curiosi sogni, in cui il nonno evoca il “cerchio” e la “lancia”, e “l’altro volto” lo mette in guardia (da cosa?). L’indomani prosegue dunque lo studio delle carte di Dee.
Il terribile Bonner vescovo di Londra entra nella cella dei due prigionieri. Ordina a Green di alzarsi, e quello gli risponde per le rime: rifiuta l’offerta di ravvedersi e confessarsi per aver salva la vita, e sa ben simulare di non conoscere Dee. Alla prospettiva di essere torturato con il serrapollici, si tronca il dito con un morso e lo sputa in faccia al vescovo, vomitandogli addosso una sequela di frasi irriferibili. Irridendo sulla sorte mite ma grottesca che gli avrebbe riservato nell’aldilà… poi, quando il vescovo ordina di afferrarlo, fa retrocedere le guardie con la Scarpa d’argento donatogli dalla Grande Madre Isais, cioè il piede mutilato dalla lebbra. Alla fine guardie e vescovo fuggono lanciando minacce, ma Dee – cui sono state promesse le fiamme – è preoccupatissimo. Green lo tranquillizza e a quel punto Dee gli si avvicina senza timore della lebbra, facendolo intenerire: Green chiarisce di aver fatto il possibile per salvarlo non per affetto, bensì per quanto sa di lui, “il giovinetto coronato di quest’epoca” cui è destinata la corona della “Terra verde” e atteso dalla “signora dei Tre Regni”. Conosce la strega Zeire di Uxbridge, il moscovita Mascee – un profittatore – e prende a raccontargli dove Dee stesso abbia nascosto le sue carte segrete, come l’avesse visto coi suoi occhi; ma il proprio tempo è compiuto, spiega Green, perché sta entrando nel trentatreesimo anno della vita. Dona a Dee uno dei suoi pochissimi beni terreni, un dodecaedro di carbon fossile… Il narrante ha la sensazione che il manoscritto sia stato danneggiato proprio da Dee.
Green è stato condotto al rogo, Dee è in cella. Lo prelevano per farlo assistere all’esecuzione e tentare di farlo tradire, ma il compagno sale sulla catasta gioioso di divenire sposo della Grande Madre. Deride ancora il vescovo, ne mette in piazza i segreti più imbarazzanti e non mostra di soffrire al lento gocciolare su di lui di pece e zolfo approntato dagli aguzzini come una crudele corona incombente, mentre il legno umido arde più lento. Mentre scompare tra fiamme e fumo, Geen riesce ancora a cantare un inno spaventoso e allegro alla Madre Isais: e nel raccapriccio degli astanti, terrorizzato da quel nemico che non teme la sofferenza fisica, Bonner pare uno spettro. Tanto più che a un tratto, come promesso dal condannato, una goccia di zolfo rovente vortica fin sulla testa dello sconvolto ecclesiastico. Riportato in cella, Dee vede apparirgli Green in buona salute: non un fantasma da un altro mondo,

bensì proprio da questo, di cui egli abitava ora l’altra faccia: non si trattava di un Aldilà, perché nella vita c’è un solo e unico mondo, il quale tuttavia presenta numerosi – anzi innumerevoli – aspetti e fenditure, e certo, ora, il suo era un po’ diverso dal mio.

Gli rivela poi che all’alba sarà libero, e alla sua perplessità ribatte: “Fratello Dee, sei un pazzo. Guardi il sole e neghi l’occhio!”. E in quella e successive visite lo richiama alla conquista della Groenlandia come meta prioritaria: mentre il pezzo di cristallo di carbone che gli aveva donato in precedenza svela a Dee strani effetti, con immagini che a noi richiamano abbastanza chiaramente il primo cinema:

sulla superficie levigata si disegnò nitidamente il contorno di un’immagine, dapprima minuscola, simile a un gioco di gnomi nel chiarore lunare, osservato di nascosto da uno spioncino. Ben presto tuttavia le immagini sembrarono crescere, dilatarsi e proiettarsi in avanti e quel che vidi divenne… illimitato, eppure così vivo e diabolicamente reale come se io stesso ne facessi parte.

Inserito nel diario mutilo c’è poi un frammento di lettera da cui emerge che Dee è stato rilasciato per ordine di Elisabetta, tramite Robert Dudley futuro conte di Leicester e un documento falsificato che lo strappa a Bonner.
Il diario di Dee prosegue ricordando come il rilascio sia avvenuto – come annunciato da Green – quel mattino stesso e Dudley gli abbia trovato un rifugio sicuro. Bonner dovrà confrontarsi quella notte con Green e lo troveranno svenuto…
Si chiude così il testo di Dee sulla Scarpa d’argento di Green.
Il narrante si concede comunque un paio di giorni per snebbiarsi, sia pure continuando a pensare a Dee e sentendosi come lui. Tornando a casa, s’imbatte in Lipotin che gli parla della morte del barone Stroganov e, a domanda del Nostro, chiarisce di avergli davvero venduto l’arma bramata dalla principessa… ma di averlo fatto in una vita precedente. Comunque la principessa capirebbe, la Russia è giovane e insieme vecchissima, i russi “appartengono […] completamente al diavolo. Del reso tutto fa parte di un unico mondo” e comunque la più antica delle cose che l’antiquario maneggia è lui stesso. In realtà si chiama Mascee… e il Nostro sobbalza. Lipotin sa che lui è entrato in possesso di un fondo legato a John Dee, che conosceva appunto un Mascee: lui potrebbe essere un discendente… Ma se l’erede di Dee è “semplicemente immortale”, quello di Mascee – o semplicemente Lipotin – è eterno. Poi l’antiquario se ne va, lasciando l’interlocutore interdetto.
(14-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 13 https://www.carmillaonline.com/2025/08/23/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-13/ Sat, 23 Aug 2025 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89820 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Battaglia con Medusa

Il titolo del capitolo 11 del Domenicano bianco, La testa della Medusa, ci traghetta al cuore di un orizzonte simbolista dove Meyrink incontra idealmente von Stuck e tutta una schiera di altri visionari evocatori (Carlos Schwabe, Maximilián Pirner, Franz Stassen, Jeanne Mammen, Jacek Malczewski, Vasily/Wilhelm Kotarbinsky, Jean Delville, Fernand Khnopff, Gustav-Adolf Mossa, e persino realisti come Wilhelm Trübner) di quell’emblema folgorante, così denso di implicazioni e suggestioni da continuare a interpellare l’Occidente fin dall’antichità. Senza freudismi da rotocalco, è almeno intrigante leggere lo scontro tra Cristoforo e Medusa alla [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Battaglia con Medusa

Il titolo del capitolo 11 del Domenicano bianco, La testa della Medusa, ci traghetta al cuore di un orizzonte simbolista dove Meyrink incontra idealmente von Stuck e tutta una schiera di altri visionari evocatori (Carlos Schwabe, Maximilián Pirner, Franz Stassen, Jeanne Mammen, Jacek Malczewski, Vasily/Wilhelm Kotarbinsky, Jean Delville, Fernand Khnopff, Gustav-Adolf Mossa, e persino realisti come Wilhelm Trübner) di quell’emblema folgorante, così denso di implicazioni e suggestioni da continuare a interpellare l’Occidente fin dall’antichità. Senza freudismi da rotocalco, è almeno intrigante leggere lo scontro tra Cristoforo e Medusa alla luce del difficilissimo rapporto tra Gustav e sua madre, che pare averlo segnato per la vita.
Il capitolo si apre con una seduta spiritica alla Dr. Mabuse, ma in un contesto molto più povero. A un tavolo in una stanzetta miserabile sono il tornitore Mutschelknaus, una piccola cucitrice gobba con fama di strega, “un donnone vecchio e grasso” , un uomo dalla lunga chioma e il narrante Cristoforo. Su un armadio è un lumicino da notte in vetro rosso con sopra un disegno recante l’immagine della Madonna, il cuore trafitto da sette spade: e l’uomo dai lunghi capelli invita a pregare iniziando a borbottare un Paternostro. La donna grassa singhiozza, e lui invita a formare una catena “poiché gli spiriti amano la musica”. Si prendono per mano e pregano con fervore commovente, ma l’uomo lamenta non ci sia abbastanza forza – e finalmente un crepitio dall’armadio, seguito da uno del tavolo, avverte che qualcuno sta arrivando. Pitagora, spiega l’uomo…
La piccola cucitrice è in convulsioni, a un tratto la sedia le viene strappata via per cui i presenti la sollevano dal pavimento. Cristoforo coglie vibrazioni nell’aria e si domanda se siano quelle di un camion appena passato o se i suoi sensi si siano acutizzati in modo parossistico – e a un tratto coglie un ammonimento interiore a stare in guardia. Avverte l’ingresso nella stanza di “qualcosa di diabolicamente maligno, un essere orrendo, un miasmo di veleni” ma ricorda anche la promessa di Ofelia di stargli accanto e proteggerlo da ogni pericolo. In quel momento gli altri tre gridano all’unisono il nome di lei: sopra il corpo della cucitrice si formano due coni di miasmi bluastri, uno con la punta verso l’alto e il secondo verso il basso, e si congiungono a formare una grande clessidra come in un manifesto di grafica espressionista. Poi i contorni si definiscono quasi in una lanterna magica e appare Ofelia. Una visione chiarissima, eppure in Cristoforo, come se l’avo e Ofelia gridassero assieme dal suo intimo, risuona l’esortazione a tenere saldo il cuore: e intanto l’immagine formatasi della ragazza amata prende a camminare nella sua direzione. Lo bacia sulla fronte, gli stringe la mani al collo fino a fargli sentire il calore del suo corpo e farla sospettare tornata in vita: ma la voce di Ofelia in lui grida in modo angosciato che quella porta solo la sua maschera, lui non la abbandoni… Non lo farà, garantisce Cristoforo, e si chiede mentalmente, fissandola, chi sia costei che porta la maschera di Ofelia: “in quell’istante sul viso del fantasma guizza un’espressione inanimata, da statua di pietra, le pupille si contraggono come se fossero state colpite da un raggio di sole”. La larva si ritrae per non farsi smascherare, ma per un attimo Cristoforo le ha visto riflessa negli occhi la testa di un estraneo invece della propria. Poi lo spettro va a farsi abbracciare dal tornitore, e Cristoforo è colto dall’orrore: trattiene in mente il viso riconosciuto dell’estraneo che cerca di sfuggirgli, insieme di fanciullo e di fanciulla tanto belli ma spietati, con uno sguardo senza iride come una statua di marmo. Un volto che è punto di convergenza tra due mondi, “come una lente focale in cui si raccolgono i raggi del regno della distruzione, saturi d’odio: dietro tale punto si cela l’abisso di ogni disintegrazione, e l’Angelo della Morte ne è il simbolo più evanescente”. Ma alla domanda su quale forza dell’universo gli abbia infuso vita coi tratti di Ofelia, si risponde poco dopo che è “la forza impersonale del Male ad evocare cose prodigiose grazie alle mute leggi della natura”, recando però risultati inversi, infernali. E a modellare il tutto è l’anima della povera cucitrice isterica, che ha messo a disposizione della nostalgia del tornitore quel fantasma impressionante. “È qui all’opera, anche se in piccolo, la testa della Medusa, il simbolo del potere pietrificante che ci risucchia verso il basso”. Si è accennato al possibile influsso su questo romanzo – ancorché in termini liberi – di Zanoni di Edward Bulwer-Lytton, cui richiamano vari particolari: compreso proprio il richiamo simbolico alla Medusa, evocata in Zanoni nella gorgonica Custode della Soglia la cui comparsa ispira raccapriccio. L’“espressione inanimata, da statua di pietra” e lo “sguardo senza iride come una statua di marmo” evocano proprio una pietrificazione simbolica, come sotto lo sguardo della dea mostruosa.
Ora lo spettro è scomparso, la cucitrice rantola, il tornitore invita il Nostro a tacere che si trattasse di sua figlia e l’uomo coi capelli lunghi invita Cristoforo a ringraziare Pitagora: l’hanno invitato alla seduta per guarirlo dai suoi dubbi, “La Resurrezione dei morti è prossima”. La donna grassa lo invita a rinunciare alle vanità del mondo e ad aderire allo spiritismo che sta dilagando, e l’uomo dai lunghi capelli annuncia che le bestie selvagge si nutriranno di nuovo d’erba – ma come negli occhi del fantasma Cristoforo ha visto la testa di Medusa, così nella voce del tipo ne ode il messaggio: “Risorgeranno le vuote maschere dei defunti, ma non i nostri amati, non i trapassati compianti dagli esseri terrestri” e al posto del Signore lì si intende Satana. La danza di questi revenant non annuncerà dunque l’inizio del Regno millenario, sarà una danza infernale: e la voce lo sfida, desidera forse – smascherando il fenomeno – che il tornitore e gli altri precipitino nella disperazione? Lui non osa dire la verità al vecchio…

 

Una conoscenza prende ad ardere dentro di me: la terribile frattura che compenetra tutta la natura, non si limita solo alla terra, la lotta tra l’amore e l’odio, il contrasto tra il cielo e l’inferno si prolunga anche nel mondo dei defunti, molto al di là della tomba.
Lo sento: i defunti trovano la pace vera soltanto nei cuori di coloro che sono diventati vivi nello spirito; solo lì per loro c’è pace e solo lì trovano rifugio. Se i cuori degli uomini dormono, anche i morti dormiranno, se i cuori si destano spiritualmente, anche i morti diventeranno vivi e prenderanno parte al mondo fenomenico, pur senza essere sottoposti alla tortura inerente all’esistenza terrestre.
[…] Percepisco la certezza che si stanno preannunciando i tempi in cui la teoria dello spiritismo simile ad un’epidemia di peste inonderà l’umanità. Mi immagino la voragine della disperazione che inghiottirà l’umanità quando, dopo una breve ondata di felicità, vedremo i morti risorgere dalle tombe e mentire, mentire, mentire, in modo più spudorato di ogni altra creatura della terra, perché sono entità demoniache illusorie, sono embrioni, generati da un accoppiamento infernale.

 

In Meyrink è forse l’attacco più severo e senza appello allo spiritismo al tempo tanto di moda.
Alle mani che posano ancora sul tavolo sono aggrappati – avverte – esseri invisibili. L’uomo coi lunghi capelli sostiene che l’entità manifesta attraverso la cucitrice sia Pitagora ma lei fissa Cristoforo e proclama con voce da uomo: “Tu sai che io non sono Pitagora!”. Gli altri non hanno sentito, le loro orecchie sono sorde, spiega l’entità:

 

Porgersi le mani mette in moto un processo magico. Ma se si uniscono delle mani che non si sono ancora ridestate a vita spirituale allora è il Regno della Medusa ad affiorare dall’abisso del passato, e il mondo degli inferi rigurgita le larve dei morti; la catena delle mani vive, invece, è il muro difensivo che protegge la rocca della Luce Suprema. I servi della Medusa sono, a loro insaputa, i nostri strumenti; essi credono di distruggere, ma in realtà creano spazio all’avvenire. Simili a vermiciattoli che divorano le carogne, essi rosicchiano il cadavere della visione materialistica del mondo. Se non lo facessero, il fetore generato dalla putrefazione farebbe marcire la terra. Essi nutrono la speranza, mandando tra gli uomini gli spettri dei defunti, che stia per sorgere la loro aurora! Noi siamo ben felici di lasciarli fare.

 

La fonte del soccorso verrà dal Regno dello Spirito, anche se gli spiritisti non capiscono, rovesciando la vecchia Chiesa “senza sospettare di evocarne una nuova”. Estirpano solo ciò che è destinato a spegnersi: “la dottrina dimenticata del ‘Dissolvimento con il corpo e con la spada’ fungerà da base alla nuova religione e costituirà l’armamentario del pontefice spirituale”. Ma non si preoccupi per il vecchio tornitore, “nessun uomo di buona volontà si incamminerà mai verso l’abisso”.
Cristoforo passa il resto della notte sulla panchina del giardino, felice di sapere che lì riposano solo le spoglie dell’amata ma lei gli è inscindibilmente legata. Tra le nubi sembra emergere la testa della Medusa, come volesse inghiottire il sole. Lui spezza allora un rametto di sambuco e lo configge nel terreno, traendo l’impressione di arricchire il mondo della vita. E intanto il sole, nel cielo, divora la testa della Medusa.
Ma in realtà il tema ritorna. Se il Nostro si sveglia un mattino con le parole di Giovanni Battista sulle labbra – “Egli deve crescere e io invece diminuire” – la deminutio è a colpi di insulti pubblici, vecchi che profetizzano lui diventi un eccentrico come il nonno e gente operosa che biasima lui non lavori. C’era chi lo giudicasse un vampiro, altri un lupo mannaro – per la casuale concomitanza dell’abbattimento di un grosso cane feroce e di una sua ferita accidentale alla testa; un vagabondo l’aveva visto ed era morto con il viso contratto, un accusato di omicidio aveva visto in lui la presunta vittima… tutte persone – si rende conto – che hanno intravisto in lui la testa della Medusa. Chi la vede muore, chi la percepisce ne è raccapricciato.

 

Nelle pupille del fantasma tu hai scorto allora la caducità e l’elemento funereo che risiedono in ogni uomo ed anche in te. Se gli uomini non vedono la morte è perché essa dimora in loro, essi non sono Cristofori, cioè “portatori di Cristo”, bensì portatori della morte, che li rode da dentro come un tarlo. Soltanto colui che la scoverà, come hai fatto tu, sarà in grado di vederla; per costui essa diverrà “oggetto” e sarà finalmente in grado di fronteggiarla.

 

In effetti prende a riconoscere ovunque la “terribile Signora del Mondo: la Medusa dal volto splendido, eppure così orrendo”. D’altronde capisce di dover diminuire e che a crescere debba essere il suo progenitore. In qualche modo è vero che lui assorbe quelle vite.
Mentre il padre invecchia e diventa sempre più taciturno, Cristoforo esce sempre meno e alla fine smette persino di andare alla panchina, che in spirito ha trasportato nella propria camera. Ma con il padre comunicano a base di pensieri, tranne rare volte come quando il vecchio aveva parlato della morte. In quel momento, spiega, di alcune persone muore “una parte così grande che si potrebbe dire che non rimane più nulla”: di alcuni sopravvivono solo le opere, ma anche i grandi devastatori hanno ricevuto statue memoriali. Chi muore suicida o per violenza lascia sulla terra le proprie immagini – scambiate dagli spiritisti per fantasmi – e qualcosa che impregna i luoghi registrando la memoria dei fatti. Il padre stesso ammette di trattenere nel proprio corpo “troppi elementi che non è in [suo] potere trasformare alchemicamente”: non fosse per il figlio, sarebbe costretto a tornare in una nuova esistenza terrena, per portare a compimento almeno qualcosa. Per evitare quel ritorno, gli egizi si facevano mummificare, onde impedire che l’eredità delle loro cellule ricadesse di nuovo su di loro. Ma l’ereditarietà delle cellule non è solo un fatto materiale, come mostrano certe somiglianze tra un padrone e il proprio cane: “a ciò che si ama si imprime il marchio del proprio essere”, il che spiega l’intelligenza “umana” degli animali domestici. “Più gli uomini si amano profondamente, più cellule si scambiano”, e tra milioni di anni quella compartecipazione sarà totale. Quando era morto il nonno, il padre di Cristoforo aveva dunque assunto la sua eredità, fino a sentir decomporre quel corpo e liberarne le cellule prigioniere: e altrettanto succederà a Cristoforo, a ricapitolare alchemicamente la loro stirpe. Ma quel dissolvimento con il corpo che nel caso di padre e antenati era stato incompiuto sarà molto più radicale per lui,

 

perché la regina del regno della putrefazione non ci ha odiati nella stessa misura in cui odia te. Solo colui che la Medusa odia e teme nello stesso tempo riuscirà a farlo. Sarà ella stessa a compiere su costui ciò che vorrebbe impedire. Quando sarà giunta l’ora, si precipiterà su di te per dare alle fiamme ogni tuo atomo, con tale furia infinita che distruggerà in te la sua propria immagine e in questo modo farà quello che l’uomo non riuscirebbe mai a compiere con le proprie forze: uccidere una parte di se stessa e dare a te la vita eterna. Essa si trasformerà così nello scorpione che punge se stesso. Allora sarà giunto il momento della grande trasmutazione: non sarà più la vita a generare la morte, ma la morte genererà la vita!

 

Il padre esulta a vederlo chiamato a essere la cima del loro albero… È diventato “freddo” fin da giovane, mentre loro sono rimasti “caldi” malgrado l’età: la radice della morte è l’istinto sessuale, che gli asceti si sforzano di estirpare fuggendo la donna: eppure solo la donna può recare aiuto. “L’elemento femminile, che qui sulla terra è separato da quello maschile, deve entrare in quest’ultimo e fondersi in uno; solo allora si placheranno tutti gli struggimenti della carne”. Congiunti i poli, si compiranno le nozze e si instaurerà la freddezza magica che spezza le leggi della terra e fa sgorgare “tutto ciò che è in grado di creare il potere dello spirito”.
Giunge il giorno dell’Assunzione di Maria, trentaduesimo anniversario del ritrovamento di Cristoforo sulla porta della chiesa: di notte il padre lo chiama e lui capisce che è alla fine. il vecchio ha indossato un mantello con una spada: comunica che la sua missione è terminata, vuole mostrargli un segno e intreccia le dita alle sue. Così, spiega, sono congiunti i membri della catena invisibile: se vi resterà congiunto, nulla potrà opporgli resistenza, “perché fin nei più remoti recessi dell’universo ti aiuteranno le forze del nostro Ordine”, ma stia in guardia “da ogni essere che ti verrà incontro nel Regno della Magia”. Le forze delle tenebre possono assumere qualunque forma, ma se provassero a inserirsi nella loro catena “si disintegrerebbero in atomi”: alle apparizioni lui richieda dunque sempre quella certa presa con le mani.
Poi il vecchio muore: e da sue istruzioni il figlio dovrà farlo seppellire accanto alla moglie nelle vesti rituali e con la spada. È di ematite, orientale e molto antica, reca sull’impugnatura un volto dai tratti mongolici, e dall’arma sembrano fluire correnti di vita: forse – come riporta la leggenda – è una di quelle spade che un tempo erano state uomini. Il cappellano, amico fedele, dovrà dire una messa per la propria pace.
Passa il tempo, la gente si è dimenticata dell’eremita Cristoforo che vive chiuso in casa. In qualche modo deve essersi procurato il necessario per vivere, ma la sua morte interiore ha resettato tutto. Certo, scendendo in strada si stupisce dei cambiamenti intervenuti: nel giardino la panchina non c’è più, sostituita da una statua della Madonna. Anche il cappellano è cambiato, stenta a riconoscerlo: viene a trovarlo, lieto di ritrovare in lui tanto del padre, e gli racconta di quanto fosse rimasto colpito all’affermazione di Cristoforo bambino d’essere stato confessato – nientemeno! – dal Domenicano Bianco. Ma ora crede di aver capito: i miracoli in città si stanno moltiplicando. C’è chi ha visto la misteriosa ombra bianca della chiesa e lui stesso ha assistito al manifestarsi del Domenicano Bianco, “quanto di più sacro possa immaginare”, anche se ignora possa trattarsi di un vivo con poteri particolari o invece di un’apparizione spettrale. Ma l’ha visto nelle vesti di un papa del futuro “che si chiamerà Flos Florum”: nella profezia di Malachia, anche rispetto a Meyrink si tratta di un pontefice futuro, visto che nel tempo si è abbinato quel motto a Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978: la definizione Flos Florum verrebbe attribuita al giglio, e nello stemma di Paolo VI ne compaiono appunto tre). Nel frattempo gli avevano detto che il tornitore era impazzito per la scomparsa della figlia, il cappellano l’ha visitato per consolarlo ma è stato il tornitore a consolare lui – evidentemente è un essere cui Dio ha concesso la grazia. E ora compie miracoli, al punto che la cittadina sta diventando luogo di pellegrinaggi. Al momento il tornitore sta attraversando il contado, guarendo i malati con l’imposizione delle mani, ma l’indomani, all’Assunzione, sarà di ritorno. Sì, il cappellano sa che il vecchio ha praticato per qualche tempo lo spiritismo ma ora se n’è allontanato… d’altronde si chiede se sia meglio quello o il materialismo dilagante. Comunque pare che il tornitore abbia anche risuscitato un morto, facendo fermare il relativo carro funebre e ordinando al morto di rialzarsi: peccato sia impossibile fargli spiegare qualcosa, è sprofondato in uno stato d’estasi via via sempre più profondo. In quell’occasione aveva però detto qualcosa: la Madonna gli sarebbe apparsa davanti alla panchina, dove cresce il sambuco piantato da Cristoforo, e sorrideva beata come la sua Ofelia. Ma in quel caso, grazie alla Vergine, sapeva che si trattava d’un semplice morto apparente – visti che lui stesso era stato sepolto vivo, e il cappellano non coglie il nesso. Peraltro l’apparente risuscitato, che era uno storpio noto in città, era morto subito dopo travolto da un cavallo imbizzarritosi nella confusione.
Comunque il tornitore aveva compiuto molte altre prodigiose guarigioni e l’albero di sambuco era diventato il centro di ogni genere di miracoli. Compreso il ravvedimento di grandi numeri di miscredenti… Cristoforo vede nella purezza di cuore del tornitore il correttivo ai prodigi della Medusa e nella trasformazione di Ofelia nella Madonna lo “stesso processo magico in opera durante la seduta spiritica”. Ma quando chiede al cappellano se il diavolo possa assumere l’aspetto di una figura sacra, quello si ribella: e a quel punto Cristoforo capisce che occorre l’avvento di una grande Guida spirituale perché la verità non uccida coloro che la ascoltano.
L’indomani viene destato da uno scampanio vivace, con inni mariani; vede comparire il vecchio tornitore, ma avverte anche l’ammonimento interiore di Ofelia a stare in guardia. Ci sono anche il losco Paride e la signora Aglaja intenti a lucrare tra i devoti. Intanto il tornitore è occupato a parlare con l’immagine mariana che pare rispondergli e china addirittura il capo. Cristoforo avverte però l’esortazione di Ofelia e anche la voce di Medusa che, circonfusa da antichi sentimenti di devozione in lui presenti, gli chiede di prostrarsi e adorarla… Per non farlo si lascia allora scivolare in una resistenza passiva, perdendo coscienza e ritrovandosi nella nicchia del portone. Ma intanto la folla dei devoti – che hanno strappato di dosso al vecchio brandelli di vesti per farne reliquie – si dirige verso la chiesa. Svuotatosi il vicolo, il Nostro scende e raggiunge il luogo di sepoltura dell’amata: le chiede di poter rivedere il suo volto, e per un attimo una luce inghiotte la statua della Madonna. Per un istante vi vede il volto di Ofelia sorridente, poi torna a riapparire la statua. “Avevo gettato uno sguardo nell’eterno presente, che per i mortali è solo una vuota, incomprensibile parola”.
Tali sviluppi, preparati dalle frasi a inizio romanzo su Lourdes e l’inconscio – “Ciò non significa che la Madre di Dio non sia altro che l’inconscio, no, l’inconscio è la ‘Madre’ di ‘Dio’” – appaiono estremamente interessanti in un periodo in cui di apparizioni mariane si parla parecchio: limitandosi alle principali, Roma 1842, La Salette (Francia) 1846, Lourdes (Francia) 1858, Champion (Usa) 1859, Pontmain (Francia) 1871, Gietrzwald (Polonia) 1877, Knock (Irlanda) 1879, Fatima (Portogallo) 1917. Tanto più in rapporto a suggestioni escatologiche come quelle sulla profezia di Malachia, a mostrare che Meyrink non costruisce il suo “sistema” – con tutte le virgolette del caso, l’etichetta è discutibile e forse lui stesso non sarebbe d’accordo sull’utilizzarla – solo con dottrine esoteriche minoritarie delle tre grandi religioni e con importazioni di dottrine orientali, ma accede a un immaginario cristiano (e cattolico) diffuso. A lui interessa un nocciolo di ricerca interiore liberissima, le forme sono come scale da gettar via una volta approdati al giusto piano del discorso: e ciò vale anche per tutti gli arzigogoli esoterici di questo specifico romanzo. Costruito con materiali molto vari, dalle posture delle mani nelle incisioni su temi sacri tedesche alle notizie sulle apparizioni mariane…
Cristoforo prende dunque visione dell’eredità di famiglia, ispezionando la casa e i suoi tesori coperti di polvere, ciascuno però con la sua storia, amori, sofferenze da raccontare – che lui è in grado di recuperare per il lascito nel suo sangue. Ma più scende ai piani inferiori, più le impressioni che gli derivano risultano “buie, severe, disadorne” e intessute di speranze deluse. Nella cantina sbarrata, in cui era vissuto il progenitore Christophorus Jöcher il lampionaio, non riesce neppure a entrare.
Tornato alle sue stanze, gli pare di essersi caricato di influssi magnetici come per un liberare di fantasmi del passato. I desideri, i patemi e le mete irraggiunte degli antenati affluiscono in lui, ma quando se ne libera restano risucchiati dagli oggetti della stanza: perà sente anche lui il desiderio di agire, mosso non dall’egoismo degli antenati ma dall’urgenza della lotta contro la Medusa. Poi è colto dalla stanchezza, precipita nel sonno e in sogno si vede intento a cercare di forzare la porta della cantina. Quando riesce ne sortisce un vecchio, e al risveglio se lo trova in effetti davanti – con il capo stranamente coperto da un berretto di pelliccia. Spiega di aver bussato, nessuno rispondeva ed è entrato: è stato “inviato dall’Ordine”, di cui il padre faceva parte – e ora il figlio avrebbe titolo per accedervi, se vuole. Cristoforo è ben disposto ma chiede qualche informazione di più, suo padre gli ha solo accennato qualcosa. Il vecchio – che ha barba rada e robuste mani da manovale – spiega:

 

Allora, che tu sappia: da tempi immemorabili esiste sulla terra un gruppo di uomini che guida il destino dell’umanità. Senza di loro da molto regnerebbe il caos. Tutti i grandi condottieri, se non erano iniziati della Comunità, furono ciechi strumenti nelle sue mani. Il nostro fine è eliminare le differenze fra poveri e ricchi, tra servi e padroni, tra sapienti e ignoranti, tra oppressori e oppressi, e trasformare questa valle di lacrime in un paradiso, una terra in cui la parola “dolore” sia sconosciuta. Il fardello sotto il quale geme l’umanità è la croce della personalità. L’anima universale si è frantumata in innumerevoli esseri individuali e questo stato di cose ha generato il caos. I nostri tentativi sono volti a riportare l’unità al posto della molteplicità.
Gli spiriti più nobili si sono posti al nostro servizio e l’ora del raccolto è alle porte. Ognuno dovrà diventare il proprio sacerdote. La gente è matura per scuotersi di dosso il giogo della Chiesa. La bellezza è l’unico dio, al quale l’umanità d’ora in poi rivolgerà le sue preghiere. Ma essa ha bisogno ancora di uomini vigorosi che le indichino la via per salire lassù in alto. Per questo noi padri dell’Ordine abbiamo emanato influssi mentali sul mondo che come dei falò hanno incendiato i cervelli per dare alle fiamme la dottrina individualista! La guerra di tutti per tutti! Trasformare la giungla selvaggia in un giardino, questo è il compito che ci siamo posti! Non senti come tutto in te incita all’azione? Perché continui a rimanere qui e a sognare? Forza, salva i tuoi fratelli!

 

Il passo è interessante. La presenza di fantasiosi gruppi di eletti che muoverebbero pedine nei retroscena della storia è del resto un altro tema caro a certa narrativa esoterica, teosofica o legata ad altre tradizioni: la grande differenza è tra chi li vede come persone in carne e ossa e chi li proietta su un altro piano dell’essere – pur con tutte le ambiguità e zone grigie del concetto.
Ovviamente rispetto al Volto verde la situazione è diversa, ma alcune consonanze sembrano presenti, in forma forse più radicale e simbolicamente schematica. L’amore e la vittoria sulla mortalità, il dominio sull’angoscia della morte, una dimensione apocalittica…
Preso dall’entusiasmo, il Nostro si informa sulle condizioni per l’ammissione nell’Ordine, sentendosi rispondere: “Cieca ubbidienza! Rinuncia ad una volontà propria! Agisci per il prossimo e non per te stesso!”, tutti passi necessari per condurre “dal groviglio selvaggio della molteplicità alla Terra Promessa dell’unità”. Sul resto non si preoccupi, pensieri e ordini li trasmetteranno loro: e alla disponibilità di Cristoforo, lo fa giurare. Si rende anzi conto in un barlume di agnizione che il volto del vecchio era raffigurato sul pomo di ematite della spada del padre e il suo pollice deforme era lo stesso di un vagabondo morto sulla piazza del mercato. Chiede dunque di dargli il segno, e porge al vecchio la mano con la destra insegnatagli dal padre. Ma si verifica una metamorfosi, il vecchio non è più un essere vivente ma un ammasso di membra divise: Cristoforo si copre gli occhi e la larva è sparita, lasciando solo un anello fluttuante contenente in forma vaga e coi contorni trasparenti il volto del vecchio… Ma a un tratto dalle labbra gli giunge la voce del progenitore, che lo avvisa della falsità di quell’immagine del Maestro, costruita dai Lemuri dell’abisso per sviarlo verso azioni insensate e miraggi fosforescenti come la “rinuncia a se stesso”. Vogliono distruggere “il sommo bene che un essere può conquistare: la consapevolezza eterna in quanto individuo” facendo leva su presunzione e avidità di potere, per cui “l’uomo si illude di ardere di un amore altruistico per il prossimo” finendo con l’essere una guida cieca. Il cuore dell’uomo non può racchiudere l’amore se non donato dall’alto, e ripetono il precetto di amarsi gli uni gli altri fino a vanificarlo. Così hanno profanato tutte le dottrine giunte dall’Oriente, e giudicano egoismo l’“unica azione che valga la pena di compiere, il lavoro su se stessi”. Intruppano la gente illudendola con il miraggio di diventare guide e a quel punto illuminati, e “sanno che la vita sulla terra è una fase di transizione” per cui illudono di poterla trasformare in Paradiso. “Essi hanno messo in libertà le ombre dell’Ade e infondono loro vita con una fluida forza demoniaca, affinché gli uomini credano che sia giunta l’ora della resurrezione dei morti”: e quella larva con le sembianze del Maestro la sguinzagliano tra chiaroveggenti, spiritisti e praticanti di disegni automatici. Si presenta come Giovanni Re, per far loro equivocare con l’Evangelista: tutto ciò per ingannare chi è maturo per cercare nella Verità e seminano dubbi dove sarebbe richiesta fede incrollabile. Non è chiarissimo quale filone esoterico qui Meyrink sta stigmatizzando, ma Cristoforo ha distrutto lo spettro esigendo la presa trasmessagli dal padre…
Risvegliato dalle parole del progenitore, il Nostro ha la sensazione di “precipitare nello spazio sconfinato”: poi si riprende, con la sensazione che una corrente magnetica l’abbia attraversato, e di sentirsi mutato, come gli si fosse dischiuso un nuovo senso. Poi sente di avere qualcosa in mano, una spada gli pende dal fianco, tenuta da una catena. Il senso interiore del tatto – il senso legato alle mani della presa iniziatica e del peculiare modo di pregare – sembra essersi destato in lui.

 

L’altra realtà confina direttamente con la nostra pelle, eppure non ce ne accorgiamo. La fantasia s’arresta, proprio nel punto in cui potrebbe creare un nuovo dominio!
L’anelito dell’uomo a forgiarsi divinità e la paura di essere solo con se stesso e diventare creatore del proprio mondo è ciò che gli impedisce di dispiegare le forze magiche che giacciono assopite in lui. […]
“Basta che tu stenda la mano e toccherai il volto della tua amata”, mi seduce ardentemente un pensiero, ma rabbrividisco all’idea che realtà e fantasia siano la stessa cosa. La verità ultima mi appare con un’orrenda smorfia digrignante!
La consapevoleza che da nessuna parte, né qui né là, ci sia realtà, e che esista solo l’immaginazione, mi sembra ancora più terribile della possibilità di diventare vittima di un contatto demoniaco o venir sospinto nel mare sconfinato della follia e delle allucinazioni!

 

Ma preferirebbe restare un pellegrino e vedere il padre e ricongiungersi con l’amata, preferirebbe cioè l’infinito da creatura al sole dell’eternità da dio coronato di forza creatrice… e impugnando la spada diviene consapevole del volto sul pomo.
“Quando scoccherà l’ora del grande incontro voglio essere a cielo aperto!”, per cui si arrampica sul tetto piatto della casa, sopra la città immerso nella notte. Il suo passato pare chiedergli di stringerlo a sé, di non lasciarlo perire nell’oblio.
All’orizzonte un baluginare di lampi, un occhio gigantesco che si spalanca, un ululato lontano: “Hai ucciso tutti i miei servi, ora tocca a me venire”. È la signora delle tenebre, Medusa. E una folata di vento gli annuncia la camicia di Nesso: lui all’inizio non capisce, mentre il fiume sottostante lo invita s nascondersi e gli alberi frusciano terrorizzati: “La sposa del vento dalle mani strangolatrici! I centauri della Medusa, la caccia selvaggia! Abbassate le teste, il cavaliere con la falce sta arrivando!” – si noti l’immaginario simbolista da quadro di Von Stuck (1863-1928, nato e morto per inciso nella stessa Baviera dove vive Meyrink). Ma nel suo cuore la voce di Ofelia dice che lo attende…
Echeggiano colpi, brillano luci, qualcosa precipita: sono sfere, i bolidi – probabilmente intende quelle meteore capaci di emettere suono, di avere luci di colore vario (al contrario della quasi totalità delle meteore comuni, dove è bianco), forse mixate qui all’immaginario sui fulmini globulari. Ma chiaramente il fenomeno naturale ha in questo caso valenza simbolica:

 

“I bolidi!” Quando venni a sapere della loro esistenza nei libri che lessi da ragazzo, credetti che la descrizione dei loro misteriosi comportamenti fosse una favola, invece, sono proprio reali! Esseri ciechi, carichi di energia elettrica, bombe dell’abisso cosmico, teste di demoni senza occhi, bocca, orecchie e naso, emersi dalle voragini della terra e dell’aria, vortici roteanti attorno al punto centrale dell’odio, il quale privo degli organi di senso, semicosciente, cerca a tentoni le vittime della sua furia distruttiva.
Se questi esseri possedessero una figura umana, di quale terribile forza sarebbero dotati? La mia tacita domanda li ha attirati, la sfera incandescente che all’improvviso abbandona la sua traiettoria si sta forse dirigendo verso di me? Ma proprio quando ha quasi raggiunto la ringhiera, fa marcia indietro, scivola sopra un muro, s’infila in una finestra aperta ed esce da un’altra, assume una forma allungata, un raggio infuocato scava un cratere nella sabbia con un tale fracasso di suoni che la casa trema e il pulviscolo sale fino a me.
La sua luce accecante come un sole bianco mi brucia gli occhi; la mia figura per un istante è illuminata in modo così vivido che il riflesso mi riempie le palpebre e si scava nella mia coscienza.

 

Domanda a Medusa se lo veda, lei risponde di sì, “maledetto!”. Una sfera rossa si solleva, diventando sempre più grande, lui stende le braccia e mani invisibili afferrano la sua con la presa dell’Ordine – la catena vivente si perde all’infinito… e tutto ciò che di corruttibile resta in lui viene arso. Rimane eretto a rosseggiare di fiamme con la spada al fianco: “Sono dissolto, per sempre, con il corpo e con la spada”. Perché in fondo, come aveva spiegato, il segreto tra i segreti è la trasmutazione alchemica della forma corporea, attribuendo al corpo la più vasta latitudine fisica, psichica e intellettuale. Ma solo chi è odiato dalla Medusa può raggiungere la meta finale, perché riduce al suo stato originale l’essenza dell’iniziato permettendogli di rinascere.

(13-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 12 https://www.carmillaonline.com/2025/07/12/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-12/ Sat, 12 Jul 2025 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89172 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Il Tao e l’arte della dissoluzione con la spada

Con le sue oscurissime speculazioni (il rapporto sonno/veglia, quello tra membri apicali e terminali di famiglie dal destino anomalo, la compenetrazione identitaria…), Il Domenicano Bianco resta il più criptico dei romanzi di Meyrink, quello per cui forse a maggior ragione può valere l’abusata categoria dell’esoterico. Resta però il fatto che centrale nel romanzo sia quel tema dell’identità al tempo tanto forte nella letteratura modernista anche senza risvolti esoterici: tema dell’identità le cui crisi – sogni, perturbazioni, ossessioni – [...]]]> di Franco Pezzini


(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Il Tao e l’arte della dissoluzione con la spada

Con le sue oscurissime speculazioni (il rapporto sonno/veglia, quello tra membri apicali e terminali di famiglie dal destino anomalo, la compenetrazione identitaria…), Il Domenicano Bianco resta il più criptico dei romanzi di Meyrink, quello per cui forse a maggior ragione può valere l’abusata categoria dell’esoterico. Resta però il fatto che centrale nel romanzo sia quel tema dell’identità al tempo tanto forte nella letteratura modernista anche senza risvolti esoterici: tema dell’identità le cui crisi – sogni, perturbazioni, ossessioni – sono al contempo ben illuminate dal fantastico moderno e si ascrivono molto bene al quadro del coevo espressionismo. Se aggiungiamo che le speculazioni sul Tao e su pratiche yoga guardano a un più vasto panorama di contatti con filosofie e spiritualità dell’Oriente, la pur valida (in questo caso) chiave dell’esoterismo va richiamata con consapevolezza, fuor d’ogni moda o pregiudiziale. Così come Meyrink non è tutto praghese (in questo caso, per esempio, la storia si ambienta altrove), così va ripensata la chiave – tanto amata da un certo fronte di critici – dell’autore esoterico a tutti i costi.
Siamo al cap. 6, titolato Ofelia. Rafforzato interiormente dalla recuperata identità e dall’appartenenza – persino nel compito apparentemente umile – alla stirpe von Jöcher, il protagonista Cristoforo non è più disturbato dal codazzo di bambini che lo seguono, peraltro ormai meno irridenti, e la gente gli mostra sostanziale rispetto. Anche la signora Aglaja, con imbarazzo del giovane; mentre il frustrato tornitore appare da lui patologicamente intimorito. Non solo lo tiene in concetto di creatura sovrannaturale, ma lo sa informato dei suoi segreti notturni: il tentativo di tranquillizzare il pover’uomo si è risolto in un’ancora più sovreccitata preoccupazione di costui. A quel punto parlargli parrebbe un atto di superbia malcelata, come se Cristoforo si degnasse
Unico a non mutare atteggiamento nei suoi confronti è lo spiacevole signor Paride, il regista, una figura oniricamente minacciosa di burattinaio alla Hoffmann che gli ispira un influsso paralizzante – forse per il tono di voce, anche se si rende conto dell’assurdità del timore. Una figura che per ripugnanza, nell’economia del romanzo, fa pensare al Wassertrum del Golem, altro uomo dell’Ombra: abbiamo ormai capito che, come figure degli Arcani Maggiori dei Tarocchi, una serie di profili archetipici tornano nelle opere di Meyrink con frequenza quasi ossessiva. Quando Cristoforo sente declamare Paride nella stanza di Ofelia, non può fare a meno di considerare quanto a confronto il proprio tono sia vergognosamente infantile (qui inevitabile pensare a un altro Hoffmann dispensatore di incubi, l’autore di Pierino Porcospino, già in circolazione del 1845): e non riesce a tranquillizzarsi pensando che Paride ignora il suo amore con la ragazza. Il figuro potrebbe infatti preparare qualche brutta sorpresa… Del resto anche Ofelia è inerme in balia di Paride, per quanto non l’abbia mai ammesso con il suo amato; ma al ritrovarsi abbracciati nei loro incontri notturni, nei fatti è quell’uomo che temono, al punto da non osare citarne il nome. Peccato che Cristoforo lo incontri ogni giorno, a qualunque ora, come un serpente che stringe il cerchio sempre più prossimo all’uccello insidiato. Per evitare di essere riconosciuti con Ofelia, Cristoforo si organizza per portarla in barca sull’altro lato del fiume.
Constatando i battiti del cuore nell’attesa che Ofelia compaia, il Nostro riflette: “Se conoscessi me stesso e avessi anche soltanto un po’ di potere sul mio cuore, sarei un mago, capace d’influire su tutto quanto è”. Poi gli sovvengono le vecchie storie sul fatto che si fermino gli orologi quando qualcuno muore – e cerca di tranquillizzarsi pensando che finchè sarà lontano da Ofelia, lei non correrà rischi. Però il desiderio è più forte, scende in giardino e all’incontro con lei scopre che l’ansia era reciproca: la ragazza gli comunica che forse stanno vedendosi per l’ultima volta, emerge che ha paura di lui – cioè del torvo Paride – e in un crescendo melodrammatico si congeda dalla panchina del loro primo bacio.
Salgono sulla barca e si lasciano trasportare abbracciati, formulando timori di separazione e sogni d’unione: poi Ofelia si fa promettere che, quando lei morirà, Cristoforo la seppellirà in segreto sotto la panchina del giardino. Allontanate le lacrime, si baciano ancora; lei racconta la propria avversione all’idea di simulare emozioni recitando, ma quando lui propone di evitarle la carriera di attrice coinvolgendo il proprio padre, lo blocca. Il fatto è che i genitori di lei tengono a quella sua carriera: Ofelia non ha affetto per la madre (immagine della madre di Meyrink?), ma vuol bene al padre… peraltro solo putativo, ignora di non esserlo davvero. Fin dall’infanzia la madre ha fatto in modo di separarli, la bimba trattata come una principessina e lui come uno schiavo disprezzabile, “Ti sporchi, non lo toccare”… E invece Ofelia per lui prova una pietà “cocente e terribile”. Probabilmente il suo padre naturale è lo spregevole ricattatore Paride: e dunque la ragazza si augura e prega che il padre putativo provi rigetto per loro, le butti fuori di casa, per liberarla da quel senso oppressivo di pietà – ma lui è troppo buono. L’unica parola che lui sa scrivere è il nome di Ofelia… e ha posto in lei ogni speranza. Dunque, Cristoforo comprenda, lei non può sfuggire da quel destino. Poi si riscuote, commenta che forse la situazione non è così grave come la dipinge ma qualcosa della parte di Ofelia può esserle rimasto appiccicato addosso, e recitando “l’anima se ne ammala”… poi forse farà fiasco, e tutto si aggiusterà da solo.
Il ragazzo si rende conto che lei cerca di ridere per consolarlo, e fino a quel punto gli ha taciuto tutta una serie di angosce divoranti mentre lui sfogava le sue puerili preoccupazioni: Ofelia si dimostra cioè molto più matura e “grande” di lui, e ora gli pare che le sue carezze siano più quelle di una madre. Tutto questo gli crea un montare di ansie… e vorrebbe far qualcosa per salvarla. Vagheggia dunque di uccidere il padre putativo di lei, unico vero ostacolo a una vita libera, ma lei gli lascia le mani, tremante. Forse ha capito cosa lui fantastichi? Resta in attesa, poi la sente pronunciare: “Forse avrà compassione di lui… l’angelo della morte!”.
Lui agitato balza in piedi, prende i remi e la barca va più veloce verso Via dei Fornai sull’altro lato; ma poi la velocità li conduce sul fiume fuori dalla città. lui vi si oppone con energia remando, in preda a pensieri d’omicidio, e finalmente la depone sull’argine del fiume. La lascia a riva, leggerissima, e si sente uomo. Si baciano ancora, ed è tornata a essere l’amata… tanto che ignora un rumore sentito alle spalle. “Poi Ofelia scompare nel vestibolo della casa”.
A quel punto il Nostro si reca nell’officina del tornitore: lo vede curvo sul suo strumento e si sente improvvisamente angosciato all’idea di uccidere quel poveretto. Che si avvicina, pur senza vederlo nel buio… e ora Cristoforo prova qualcosa di ciò che sente Ofelia quella terribile pietà che lo brucia come se fosse avvolto dalla camicia di Nesso. Decide di sopprimere il vecchio e suicidarsi, ma il rintocco dell’orologio sembra annunciare la voce del Domenicano Bianco che aveva rimesso anche i suoi peccati futuri e lo chiama per nome. E a quel punto viene afferrato da Paride che lo trascina alla luce della lanterna sibilando: “Ragazzo, assassino!”. Non riesce a rispondere, il che pare una confessione: deve averlo notato e seguito, “ha individuato che volevo uccidere il vecchio per ‘rubarglielo’, come egli ora mi grida”. Si sente come un uccello tra le spire di un serpente, e che dimentica anche la paura: “Mondo interiore e mondo esteriore si confondono uno con l’altro come mare e aria”, sprofonda nel delirio e sa soltanto che è stato indotto, presuntamente per salvare Ofelia, a falsificare la firma di suo padre su una cambiale.
Si risveglia, sente profumo di rose e non sa se si trovi sulla tomba della madre o nel proprio letto, vive l’angoscia di mancare al dovere quotidiano coi lampioni, ma probabilmente delira a causa della febbre. Tra ossessioni di immagini disturbanti (il sangue che erutta dalla testa del tornitore) e pensieri affannati passa del tempo: finchè non gli pare di risvegliarsi con la sensazione di avere acquisito un’udito prodigioso e di dover incontrare i suoi antenati. Ovviamente è ancora una stazione del suo delirio. Sente suo padre intento a spiegare al proprio padre, aprendo la porta, che non è ancora il momento di quell’incontro: “La scena si ripete nove volte”, e alla decima volta una figura che a giudicare dal suono arranca col bastone, lo tocca sul collo, “il pollice e l’indice squadrati ad angolo retto” – badiamo al particolare. Lui tiene gli occhi ben chiusi, quindi non vede nulla, ma apprende che lì è morto suo nonno e lì

“[…] attende la Resurrezione. Il corpo dell’uomo è la casa in cui dimorano i suoi avi.
I defunti, prima che sia maturato il momento della loro Resurrezione, si ridestano ad una breve vita spettrale nella casa o nel corpo di certi uomini, allora tra il popolo si sparge una voce, si parla di fantasmi e di ossessi”.
Con il pollice e il palmo della mano ripete il gesto sul mio petto: “E qui giace il tuo bisnonno, sepolto nella bara”.
Così dicendo percorre tutte le mie membra sfiorandomi il ventre, i lombi, le cosce e le ginocchia fino alla pianta dei piedi.
Quando posa le mani su di esso, dice: “E questa è la mia dimora! Poiché i piedi sono le fondamenta sulle quali poggia la casa; essi sono la radice e congiungono il corpo di un uomo con la Madre Terra. così tu potrai proseguire il cammino.
Oggi è il giorno che segue la notte del tuo solstizio. Questo è il giorno in cui i defunti cominciavano la loro Resurrezione in te. Ed io sono il primo”.

Lo sente seduto sul letto, intento a sfogliare le pagine di un libro che dev’essere la loro cronaca di famiglia e spiega litaniando: “Tu sei dodicesimo, io fui il primo. Si comincia a contare da Uno e si finisce con Dodici. Questo è il segreto dell’incarnazione di Dio”. Si procede poi su questo tono, con un risultato fortemente onirico da incubo espressionista e che insieme esaspera un po’ il lettore non disposto alla complicata decrittazione di un’astrusa simbolica. Apprendiamo così che l’Albero della Vita dell’Eden sarebbe il sambuco, simbolo della stirpe scelto dall’antenato perché capace di rigermogliare capovolto, “perché ogni sua fibra è così profondamente convinta di avere in comune sia l’Io che il Tu!”. Se poi nelle sue peregrinazioni Cristoforo si è sentito stanco, è perché in sé sentiva l’antenato omonimo, anzi medesima persona, che ha trovato il Grande Padre e la Grande Madre che il discendente ancora non conosce, uno principio e l’altro fine – e più invecchierà, più l’altro ringiovanirà. Di fronte l’un l’altro come Veglia e Sonno, potevano incontrarsi solo nel Sogno: ma “La notte del solstizio ha posto la linea di demarcazione”.
Agli audaci che credono solo nel corpo e compiono peccati per tornaconto si oppongono i vigliacchi che non osano compiere un peccato – ma lui per amore sarebbe stato pronto a commettere un assassinio. “Colpa e merito dovrebbero diventare la medesima cosa, altrimenti entrambi rimarrebbero un fardello, e colui che è gravato da un peso non potrà mai essere libero!”: ma nel suo caso il Domenicano Bianco gli ha rimesso anche i peccati futuri,sapendo cosa sarebbe avvenuto. Egli è libero da colpe e meriti e dunque da illusioni, è il giardino e loro gli alberi, emerge dall’etermità per scendere nell’infinito mentre loro escono dall’infinito in direzione dell’etermità… Però chi ha varcato questa soglia fa parte di una catena speciale, lo spirito della vita del grande albero di sambuco da cui sono nate tutte le religioni: “esse si trasformano, ma lo spirito rimane sempre immutabile”.
Chi è diventato una cima della pianta e porta consapevolmente in sé la radice primordiale sperimenta anzi il mistero del “dissolvimento con il corpo e con la spada”. Una tradizione cinese che conosce declinazioni dette Sci-Kiai, “dissolvimento con il cadavere” o invece Kieu-Kiai, “dissolvimento con la spada”: nel primo caso “la salma del defunto diventa invisibile e costui si eleva ad immortale”, potendo anche tornare in vita o riapparire senza ossa; nel secondo al posto della salma resta nella bara una spada, una delle armi invincibili destinate all’ultima grande battaglia. L’arte del dissolvimento è comunicata agli adepti degni: e chi possiede il Libro Color Cinabro (il cinabro cinese, color rosso vermiglio, è storicamente considerato il migliore) e “saprà come rendere viva la mano destra” costui si dissolverà con il cadavere. Cinabro è il colore delle vesti degli esseri perfetti rimasti sulla terra per la salvezza dell’umanità. Però le vicissitudini del destino, se non comprese, non porteranno giovamento e la vita parrà un futile gioco: quando invece iniziamo a capire il linguaggio vivente del libro della vita, lo spirito inizia a respirare e leggere. Il corpo non è che spirito cristallizzato e si dissolverà al risveglio dello spirito. E agli occhi del lettore attento, ormai iniziato, apparirà “un Libro supremo, il Libro Color Cinabro che tutti i segreti racchiude” (cfr. le speculazioni di Julius Evola – Il cammino del cinabro, 1963 – che però trapianta il pensiero meyrinkiano in un tessuto ideologico molto diverso). Si tratta dell’unica via per scampare al carcere del fato, e per chi dimentica che esista una libertà fuori da quel carcere non c’è più salvezza…
La “speranza è che il grande Viandante Bianco in cammino verso l’infinito, riesca a spezzare le catene”. Mentre colui per cui il Libro Color Cinabro verrà aperto non lascerà corpo alle spalle, “lavorerà alla Grande Opera dell’alchimia divina”. Quanto al soffio spirituale, è custodito nel Libro Color Cinabro solo per coloro che sono radici o cime di un albero, non per i rami attraversati dallo spirito come un vento: ma in loro il soffio dovrà consolidarsi fino a divenire un raggio di luce. Com’è scritto nel Libro, “Il corpo non può nulla, lo spirito può tutto” e ciascuno parte dalle convinzioni personali, la fede o una Tradizione in cui è nato. Poco a poco il soffio compenetrerà il corpo rendendolo più giovane: e a quel punto si potrà guidare la corrente del soffio. Il primo membro da risvegliare con il respiro è la mano destra, e quando il soffio toccherà carne e sangue risuoneranno i due suoni della creazione, I (ignis, fuoco, al soffio nell’indice) e A (aqua, al soffio nel pollice). “A quel punto dalla tua mano si sprigioneranno le correnti dell’acqua della vita” e posandola sul collo l’acqua fluirà nel corpo, rendendolo imputrescibile. Ma per potersi dissolvere con il corpo, dovrà far bollire l’acqua grazie al fuoco… ed è quello che l’avo si appresta a fare.
Per cui lo sente chiudere il libro, e posargli sul collo la mano squadrata ad angolo retto: avverte allora come una corrente gelida fino ai piedi. Ripensiamo al sogno di Cristoforo, ma anche a tutta la simbolica precedentemente accennata sulla spiritualità gestita con le mani. “Quando porterò ad ebollizione l’acqua, la febbre si desterà in te e tu perderai la coscienza” ma per l’identità tra loro due sarà come se lo facesse in prima persona, pur rappresentando ciascuno di loro solo un mezzo Io. Poi allontana il pollice e passa l’indice tre volte sul suo collo: “Un suono terribile, acuto come una I penetrò nel mio corpo, bruciandomi la carne e il sangue. / Era come se delle lingue di fuoco ardessero uscendo dal mio corpo”. Tutto quello che soffrirà, gli ricorda l’antenato, dovrà sopportarlo in nome del dissolvimento – poi il Nostro perde coscienza.

[…] sarebbe un errore credere, come si fa in Occidente, che il taoismo sia unicamente limitato alla Cina. Dato che la tradizione taoista ingloba ciò che noi occidentali chiamiamo la tradizione alchemica, che ne è parte integrante, è interessante notare che all’epoca della dinastia del T’ang, durante la quale il brutale rigorismo del confucianesimo rimosse in misura più o meno profonda il taoismo dai costumi cinesi, alcuni maestri taoisti emigrarono in altri paesi, e in particolare in quelli islamici, ove, a quanto sembra allo stato attuale delle nostre conoscenze, fondarono o incitarono a fondare la grande tradizione alchemica dei musulmani.
La via del Tao, come l’alchimia, è una via di liberazione; comporta un aspetto exoterico ed uno esoterico. Nel Tao, tuttavia, l’ingrediente puramente alchemico, “alchemico” nel senso che noi diamo a questo termine in Occidente, non è mai il fine principale della Via. […] al suo apogeo [….] il taoismo era per l’élite una gerarchia e per gli altri una via di liberazione, che poneva la conoscenza alla portata di chiunque fosse stato capace di comprendere.
La sommità della piramide esoterica taoista era costituita dal gruppo di adepti o di iniziati chiamati gli “Immortali”; erano sette, otto, undici – il loro numero non era mai definito con esattezza, e i ranghi su arricchivano costantemente coll’afflusso di nuovi “Immortali”. L’“Immortalità”, che non bisogna intendere nel senso in cui la concepisce il cristianesimo, è il fine della vita taoista. Immortalità del corpo in terra, attravero la creazione del “corpo sottile”, corpo fisico ma estremamente purificato, che è immortale. Così lo spirito, senza perdita di coscienza alcuna, è egualmente immortale.
Esistevano diversi metodi che permettevano di realizzare questa immortalità: uno, assai prossimo alla fabbricazione dell’“elisir di lunga vita” praticata in Occidente e nei paesi musulmani, era basato sulla messa in opera di una sostanza misteriosa che i nostri traduttori chiamano “cinabro”, sostanza dotata, si direbbe con terminologia moderna, di una “radioattività” estremamente intensa; i testi cinesi ne descrivono le proprietà, e ne stabiliscono la natura senza possibili dubbi. [Nota del traduttore: Sembra nondimeno che il “divino cinabro” utilizzato dagli alchimisti cinesi fosse differente dal solfuro rosso naturale di mercurio chiamato cinabro in Occidente.]
Un altro metodo, il più corrente, si basava su una tecnica complicatissima di esercizi respiratori e di meditazione visiva su alcuni centri funzionali del corpo. Era tuttavia così difficile arrivare alla fine del primo stadio sulla via dell’immortalità che ben rari sono stati, in tutta la storia della Cina, quelli che hanno saputo raggiungere la meta finale. Il Domenicano bianco è basato su questo secondo metodo; il che è assolutamente naturale, dal momento che Meyrink era personamente molto avanti nella pratica dello yoga. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

Curioso (ma capiremo poi perché): anche il cap. 8, come il 6, s’intitola semplicemente Ofelia. Rimessosi in salute dopo due settimane, il Nostro è tormentato dalla nostalgia della ragazza, che è andata a trovarlo mentre era febbricitante lasciando un mazzo di rose. Il padre di Cristoforo, a questo punto, deve aver capito tutto (o lei gliel’ha confessato?) ma il figlioo non osa chiedergli nulla. Lo assiste con premura e Cristoforo si sente in colpa per quella falsificazione ai suoi danni, vorrebbe fosse solo un sogno ma purtroppo è certo non sia così – per quanto i dettagli gli manchino. Invece di confessare, preferisce espiare. Oltretutto l’avversione del padre ai corsi di istruzione tradizionale rende impensabile che lui possa seguire Ofelia in un’altra città… Dal canto suo, il padre cerca di rasserenarlo, anche se Cristoforo sente che il padre intuisce le sofferenze che l’avvenire porterà al giovane. Non riesce peraltro a ricordare di avergli narrato dell’apparizione dell’antenato, eppure il vecchio ne parla come lo sapesse: non potrà evitare dolori – spiega – finchè non sarà annoverato nella schiera dei “dissolti”. Il soffrire, privo di scopo, finisce col risultare un castigo per il male commesso, ma si può sfuggire a “questa orrenda legge della ricompensa e del castigo, […] se accettiamo tutto quanto accade pensando che esso avviene allo scopo di risvegliare la nostra vita spirituale”. A contare non è l’azione ma lo spirito: il che non aiuta soltanto a sopportare, ma può dare origine all’opposto: e “render viva la mano destra” – simbolo dell’agire – significa essere capaci di agire nel “Regno di là” dove prima restavamo esseri dormienti. Si tratta di ripensare una serie di concetti: parlare assume un senso diverso perché nel “Regno di là” tu e io sono la stessa cosa. “Parlare in senso spirituale significa creare; è evocare magicamente qualcosa nel mondo fenomenico”. Anche scrivere ha un significato più profondo, cioè “scolpire qualcosa nella memoria dell’eternità”; e leggere significa “riconoscere le grandi leggi immutabili e agire in confornità per amore dell’armonia”.
Alla richiesta del ragazzo di raccontargli qualcosa di sua madre, il padre chiede di essere dispensato dal parlare del passato rendendolo di nuovo vivo, si amavano, ma – come per tutti i membri della famiglia – “tutto ciò che si riferisce alla ‘donna’ è stato fonte di dolore e di sorte funesta” senza loro colpe. Tutti hanno avuto un unico figlio, come se con quella nascita l’unione nuziale avesse esaurito lo scopo e senza che comportasse la felicità – mogli troppo giovani come la sua o troppo vecchie. Senza intesa sul piano fisico, e con un allontanarsi progressivo… non è certo per tradimento che sua moglie l’aveva abbandonato, lo sentirebbe: forse si è innamorata di un altro e ha preferito lasciare il marito e morire. Alla domanda del figlio su perché abbia abbandonato lui, sospetta che essendo devota cattolica vedesse nella loro via spirituale una “deviazione demoniaca” e forse voleva proteggere il piccolo (il tema è ben rappresentato in un’opera esoterica che Meyrink deve conoscere, Zanoni di Edward Bulwer-Lytton, 1842, e sul punto dovremo tornare). Alla fine Cristoforo apprende che il nome di sua madre era Ofelia (ecco perché, probabilmente, i capitoli si intitolavano allo stesso modo, riferendosi a figure diverse).
Il ragazzo viene sollevato dall’incarico dei lampioni, vi provvederà un addetto comunale. Ma finalmente può uscire, e apprende che Ofelia è partita con l’orrido Paride per la capitale. Riesce anche a ricordare perché quello gli avesse fatto firmare una cambiale, come impegno che non le avrebbe fatto calcare le scene: e invece tre giorni dopo l’infame ha infranto la promessa. Così ogni giorno il poverino si reca alla fatale panchina, mentendo a se stesso sul fatto che ora lei spunterà per incontrarlo: e a volte si accorge di raspare la terra attorno, con un bastone o anche solo con le dita. “È come se la terra mi nascondesse qualcosa che le devo strappare”: come si dice faccia chi muore di sete nel deserto e vi scava buche profonde cercando acqua. Ma non sente più il dolore… a volte siede sulla tomba della madre, attirato dallo stesso nome Ofelia.
Ma un giorno appare un portalettere con un messaggio per suo padre e per lui. Nel testo al barone chiede di non leggere la parte allegata per Cristoforo, ma se dovesse decidere di non dargliela prega di non perderlo d’occhio. A Cristoforo invia un messaggio affettuoso e struggente: colma di gratitudine e d’amore, gli rimanda la cambiale che ha trovato tra i fogli dell’orrido Paride e promette che si rivedranno nel mondo futuro, nel Regno dell’Eterna Giovinezza, per non separarsi più. Ma lo supplica di vivere la sua vita e non abbreviarla per amore di lei, che ora è libera: ha deciso di lanciarsi nel fiume (gli antichi timori del vecchio tornitore legati al testo teatrale che lei stava provando trovano una sinistra conferma), ma gli sarà vicina sempre.
Legittimo domandarsi, a fronte di un tema che già avvicinava a Zanoni, se Meyrink non conosca una triste storia riguardante Edward Bulwer-Lytton, narratore ed esoterista vittoriano, nei suoi anni giovanili. La cui amata Lily era sparita all’improvviso, per fargli giungere tre anni dopo una lettera straziante: vi raccontava d’essere stata costretta a un matrimonio d’interesse, di sapersi destinata a morire in breve tempo e pregava, quando ciò accadesse, di visitare la sua tomba. Muore in effetti nel 1823, Edward veglia sulla pietra di lei a Ullswater e compone una poesia The Poet to the Dead dove la morta reca il nome di Viola, come poi la protagonista di Zanoni (mentre in A Strange Story la protagonista si chiama Lilian). E il lutto, a suo dire, getterà un’ombra su tutta la sua vita successiva, oltre che sulla sua produzione narrativa.
Cristoforo è colpito nel profondo, ma si rende conto di non versare lacrime. La sua anima si è come irrigidita, e i suoi piedi lo riportano meccanicamente fino a casa. Solo per un attimo, una fitta tremenda lo attraversa: ma poi cerca “il punto da dove viene il dolore e non riesc[e] più a trovarlo. Si è consumato in se stesso come un fulmine”. A tavola col padre vorrebbe mangiare ma non riesce a inghiottire: a subire la sofferenza è il suo corpo e non lui – quindi, pur nelle analogie, una situazione un po’ diversa dalla conquistata serenità finale dell’eroe del Volto verde. Ofelia tiene il suo cuore in mano perché non si schianti…

Vorrei essere felice che ella sia con me, ma ho dimenticato come si fa ad essere felici.
Per rallegrarsi è necessario il corpo, e su di esso non ho più alcun potere.
Sarò dunque costretto a dover vagare qui sulla terra come un cadavere vivente?

Ofelia – capisce ora – è morta alle tre di notte. L’ha sognata sorridente, accanto al suo letto, che lo esortava a non dimenticare la sua promessa. Quale? A un tratto pensa che potrebbe riguardare il recupero del corpo dalle acque del fiume, e si precipita – ma poi capisce che dovrà andare alle 11 di sera, ora dei loro consueti appuntamenti. E a quell’ora, con la barca, ne ripesca in effetti il corpo. La seppellisce come d’accordo accanto alla panchina.
La notizia della morte di Ofelia tarda a circolare, e Cristoforo realizza di essere l’unico raggiuntone.

Ero pervaso da un singolare stato d’animo fatto di indescrivibile solitudine e di ricchezza interiore che non avevo bisogno di condividere con nessuno.
Tutte le persone accanto a me, persino mio padre, mi facevano pensare a figurine di carta che non appartenevano alla mia esistenza e facevano solo parte dello scenario.

Passa ore seduto sulla panchina, stupefatto dal non provare la minima sofferenza, e sentendosi profondamente unito a lei: e sulla terra si sente ormai una sorta di cadavere ambulante, occupato da un’identità antica, un progenitore che cancellerà ogni traccia di ciò che lui sente d’essere. Nondimeno ha visioni di luoghi sconosciuti, ode attraverso un organo interiore parole che per ora non comprende, e scandite dalle labbra di individui vestiti in modo strano, conosciuti ma non riconosciuti… Quanto ai luoghi ignoti, le vette innevate scagliate nel cielo le identifica come “il Tetto del Mondo, il Tibet misterioso” – e sarebbe suggestivo pensare che qui Meyrink avesse in mente i visionari dipinti di Nicholas Roerich, all’anagrafe Nikolai Konstantinovich Rerikh (1874-1947), figlio di un padre baltico-tedesco e di una madre russa, pittore, teosofo e cultore d’ipnosi le cui opere colpiranno anche Lovecraft. In realtà non è necessario, la Tibetan connection suscita in ambito teosofico ed esoterico spunti visionari anche prima di Roerich che vi offrirà visioni indimenticabili.
Le visioni continuano con “steppe sterminate, carovane di cammelli, monasteri asiatici immersi nel più profondo isolamento, sacerdoti in vesti gialle che recavano in mano mulini da preghiera, rocce scolpite e trasformate in giganteschi Buddha seduti” eccetera, forse ricordi del progenitore che ora risorge in lui, mettendoli in comune. Del resto, a fronte di amori e gioia di vivere dei coetanei, Cristoforo non prova che gelo – proveniente “da un mondo siderale che era la patria della mia anima”, in virtù di una trasformazione alchemica della sua interiorità. Un fenomeno descritto di frequente nella agiografie cristiane o di altre religioni e di solito frainteso: l’unico oggetto del suo desiderio, Ofelia, è già presente in lui con certezza.
La vita esteriore, peraltro, procede senza lasciare tracce: forse passando gli anni seduto sulla fatale panchina, e con pochi ricordi. Come l’improvviso arrestarsi della ruota idraulica del tornitore, col calar del silenzio sul vicolo; o la confessione al padre di aver falsificato la cambiale – ma con quali reazioni? Ricorda solo la soddisfazione che non ci fosse più segreti e, sull’altra questione, la felicità che il vecchio tornitore non fosse più costretto a lavorare. Ma forse è Ofelia ad avergli suggerito quelle sensazioni… in ogni caso, nomen omen, è davvero diventato una colombaia in cui coabitano Ofelia, il progenitore e la sua identità di ex-giovane. Quanto alle tante conoscenze che possiede, impara a capire che l’anima è onnisciente e onnipotente, e occorre sgombrare la via dagli ostacoli. “Dico questo a te che mi hai prestato la mano, per ringraziarti di scrivere in mio nome”: la vera metamorfosi è quella della forma corporea, spiritualizzata e resa immagine della divinità.

S’avvicina il tempo, in cui riaffiorerà la dottrina di questa alchimia: essa giace morta, sepolta sotto le rovine del fachirismo pietrificato dell’India.
In balia dell’influsso plasmante del progenitore, ero diventato […] un automa i cui sensi si fossero raggelati, e così rimasi fino al giorno del mio “dissolvimento con il corpo”.

Intanto in città è corsa voce che il tornitore Mutschelknaus abbia perso la ragione. In giro per commissioni si vede solo la moglie, sempre più sporca e trasandata. Il Nostro non sa neppure se lei lo riconosca: parla da sola, e quando chiedono di Ofelia risponde che è in America. Il Nostro ha perso la cognizione sullo scorrere del tempo, ma quando finalmente s’imbatte nel tornitore, quello sembra non vederlo. Salvo poi bofonchiare qualcosa che potrebbe dimostrare il contrario: e a un tratto è come se Ofelia fosse davanti a loro, avvertita da entrambi. Lei ha comunicato al vecchio di essere morta e di amare Cristoforo, come il tornitore gli rivela: “Sì, è morta! Ma non è scomparsa, il Figlio di Dio, il Domenicano Bianco, ha avuto misericordia, così Ofelia può rimanere con noi!”. In sogno lei ha convinto il vecchio a smettere di affannarsi sul lavoro, e quando è entrato di notte nella Chiesa di Santa Maria gli è stata accanto, a spiegargli quale rituale il Domenicano Bianco stesse celebrando all’altare; e ormai lì alla panchina, il vecchio vede Ofelia tutti i giorni. Felice nel Paese dei Beati, dov’è anche il padre del tornitore, in pace. E la sera in Paradiso Ofelia interpreta davanti al pubblico degli angeli la protagonista nel dramma Il Re di Danimarca, dove alla fine sposa il principe. Le piaceva così tanto recitare… come Cristoforo gli sente dire, sapendo che non era vero.
Turbato che “il regno della menzogna raggiunga persino l’Aldilà”, Cristoforo si scopre in preda all’amarezza (torniamo in qualche modo alle visioni fallaci sull’Aldilà descritte nel Volto verde). Ma la presenza di Ofelia pervade l’amato fino a fargli capire che il tornitore vede solo l’immagine di lei: “È una allucinazione, la creatura di desideri lungamente nutriti; il suo cuore non è diventato freddo come il mio, per questo egli vede la verità in modo distorto”. Anzi il tornitore incalza che i defunti “possono diventare di carne e d’ossa e vagare tra di noi. Ci credi?!” (casi del genere sono ben rappresentati in Swedenborg, per esempio). Però la risposta diplomatica del narrante non basta al vecchio: “No, tu non ci credi! Ofelia vuole che tu stesso veda per crederci. Vieni!”, ma poi si ferma, come percepisse una voce. “No, non ora. Stanotte” conclude e si allontana. Cristoforo non sa cosa pensare.
(12-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 11 https://www.carmillaonline.com/2025/05/24/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-11/ Sat, 24 May 2025 20:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88156 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Per amare Ofelia (1921)

Come al solido Il golem è seguito il sapienziale e meno letterariamente compatto Il volto verde, così al romanzesco La notte di Valpurga segue ora il più straniatamente iniziatico Il domenicano bianco – forse meno fluido sul piano narrativo ma considerato da qualche critico come il più profondo, il più esoterico e il più “autentico” dei romanzi dell’autore. Sicuramente un testo di grande suggestione espressionista, e che trasfonde in un contesto mitteleuropeo provocazioni stavolta del remoto Oriente. Ora la tradizione sapienziale scelta da Meyrink e liberamente, entusiasticamente [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Per amare Ofelia (1921)

Come al solido Il golem è seguito il sapienziale e meno letterariamente compatto Il volto verde, così al romanzesco La notte di Valpurga segue ora il più straniatamente iniziatico Il domenicano bianco – forse meno fluido sul piano narrativo ma considerato da qualche critico come il più profondo, il più esoterico e il più “autentico” dei romanzi dell’autore. Sicuramente un testo di grande suggestione espressionista, e che trasfonde in un contesto mitteleuropeo provocazioni stavolta del remoto Oriente. Ora la tradizione sapienziale scelta da Meyrink e liberamente, entusiasticamente richiamata è il taoismo, sia pure (come al solito) entro un tessuto di forte sincretismo: si tratta di nuovo d’una storia di iniziazione e – marginalmente – d’amore.

 

La tecnica di Meyrink nei suoi romanzi consisteva invariabilmente nel trovare innanzitutto una base storica al suo racconto. Nel caso che abbiamo sott’occhio, la storia del Domenicano bianco è costruita intorno ad articoli pubblicati da un sinologo austriaco oggi dimenticato, il professor Pfitzmaier, scienziato erudito e molto versato nello studio del taoismo [ci si riferisce plausibilmente al linguista, sinologo e jamatologo austriaco August Pfitzmaier, 1808-1887]. Può forse rivestire un qualche interesse l’accennare al fatto che il buon professore […] fu delicatamente pregato di scegliersi per il futuro altri argomenti; il che spiega come mai gli articoli scritti in seguito da Pfitzmaier trattassero problemi assolutamente differenti. La sua epoca e il suo ambiente non erano maturi per gli insegnamenti del Tao; ed i suoi articoli venivano giudicati un po’ troppo fantasiosi.

In ogni caso, Meyrink ebbe occasione di leggere alcuni degli articoli di Pfitzmaier e vi scorse immediatamente la possibilità di trarne un romanzo. Amici di Meyrink mi hanno detto sino a che punto egli si fosse entusiasmato per la lettura degli articoli, al punto tale che si sentì immediatamente in dovere di cercar di entrare in contatto tramite la chiaroveggenza con l’antica tradizione del Tao. Fece ancora di più: riuscì a identificarvisi al punto di esser capace di penetrare i segreti di quella tradizione e di integrarsi nel suo solco. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

 

Der weiße Dominikaner (Il domenicano bianco, Rikola Verlag, Vienna 1921) inizia con una suggestiva introduzione proprio sul piano della scrittura. Riflettendo su quei casi in cui l’immaginazione rifiuta di seguire la traccia che il narrante vorrebbe percorrere, per esempio a proposito del nome del protagonista, come se una sorta di antenna del telegrafo mentale cogliesse “altro”. Come nel caso di chi si è alzato durante il sonno per delineare soluzioni narrative non raggiunte in stato di veglia, e che a quel punto crea sonnambulicamente: si parla di risveglio dell’inconscio, ma se succedesse a Lourdes verrebbe ravvisato un intervento della Madonna. “Ciò non significa che la Madre di Dio non sia altro che l’inconscio, no, l’inconscio è la ‘Madre’ di ‘Dio’”. Così per il protagonista della storia che qui si dipana, Christopher Taubenschlag cioè Cristoforo Colombaia: il narratore è convinto che sia esistito davvero, il nome si è insinuato nella storia che sta scrivendo e che si trasforma in una sorta di lotta con Colombaia. Si domanda dunque il perché di tale intromissione, del resto Colombaia potrebbe impadronirsi in futuro della mano d’un altro. Una forza disincarnata che vuole assumere aspetto umano? Una sorta di Io scisso dello scrittore? Una figura sorta nel suo inconscio per autonomizzarsi? Colombaia stesso risponde, usando qualcosa come la scrittura automatica, ma dandogli del Lei in tono beffardo: non è forse lo scrittore stesso una “scissione di quel Grande Io che si chiama Dio?”. E un successivo messaggio confonde ancor più lo scrivente: “Ogni individuo è una ‘Colombaia’, ma non tutti sono dei ‘Cristofori’. La maggior parte dei cristiani si illude soltanto. Nel vero cristiano le colombe bianche entrano ed escono in volo”. Da allora lo scrittore rinuncia a risolvere il mistero: Colombaia potrebbe essere una sua precedente incarnazione, ma preferisce pensare che a guidargli la mano sia stata una forza libera da strutture e forme, che immagina come un vecchio alto di aspetto giovanile. Qualcuno che vive – in fondo come Pernath e Hauberrisser al termine dei rispettivi itinerari – “al di là del tempo e dello spazio”, e che al sopraggiungere della morte dello scrittore coglierà il retaggio di quella vita. E passa al racconto di Colombaia…

Così si chiama il narrante del romanzo, nel senso che in città tutti lo chiamano così: dai ragazzini che lo precedono per le strade cantilenando il suo nome quando accende i lampioni, agli adulti. Diverso è il caso del nome Cristoforo, vergato su un foglietto appeso al suo collo quando da bambino era stato trovato abbandonato davanti alla Chiesa di Santa Maria. Costruita, si dice, dal domenicano Raimondo di Pennaforte: e sull’altare è la scritta “Flos florum – come tale mi manifesterò fra trecento anni”. La tavoletta colorata che vi hanno inchiodato sopra si stacca e cade, ogni anno, sempre il giorno della festa di Maria. Ma in certe notti di luna piena, la chiesa proietta un’ombra bianca che è quella stessa di Pennaforte, il Domenicano Bianco.

In senso proprio, il personaggio eponimo sarebbe dunque un monaco occidentale, identificabile nel canonista Raimon di Penyafort (c. 1175 circa – 1275), religioso dell’Ordine domenicano e giurista spagnolo, proclamato santo da papa Clemente VIII nel 1601 e assurto a patrono dei canonisti. Un personaggio un po’ misterioso: volendo far conoscere di sé il meno possibile, nascose ogni documento relativo alla sua nascita. Visto che le cronache coeve attestano la sua morte intorno ai cent’anni, doveva essere nato intorno al 1175. Eppure al domenicano biancovestito si sovrappone oniricamente nel romanzo un altro profilo monastico.

 

Numerose biografie dei grandi maestri del Buddhismo mahayâna, e la storia di numerosi monasteri del Tibet, menzionano i “Monaci bianchi”. Questi monaci – perché tali erano effettivamente – appartenevano a un ordine la cui origine è poco nota, ma potrebbe situarsi in Persia o nel nord dell’India, ed esercitarono una profonda influenza in tutti i paesi ove veniva praticato il Buddhismo mahayâna […] Trasformarono la forma prima del buddhismo in ciò che oggi chiamiamo il Buddhismo mahayâna. Erano i più grandi maestri di conoscenza esoterica che mai la storia dell’umanità abbia conosciuto. Erano i Grandi Istruttori, di cui si parlava con la massima venerazione; può darsi che Meyrink abbia pensato a quei monaci quando concepì il personaggio o il ritratto psichico del Domenicano bianco: un monaco che avrebbe raggiunto il grado più alto dell’iniziazione, uno dei “Monaci bianchi” che avrebbero lasciato la terra mantenendo però un corpo psichico immortale. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

 

Il piccolo Cristoforo, finito all’orfanotrofio, a dodici anni deve affrontare la prima confessione. Come apprenderà però con spavento il cappellano, a ricevere la confessione del ragazzino è un misterioso monaco bianco che gli chiede il nome – ma la prima volta il piccolo non sa rispondere, la seconda dimentica il nome prima di pronunciarlo e alla terza agitatissimo il nome Cristoforo viene come buttato fuori da una voce interiore. Il monaco misterioso lo annota allora nel Libro della Vita e gli rimette i peccati passati e futuri.

 

Il Domenicano bianco è, da un certo punto di vista, alla base di tutta la storia nel romanzo; è lui a scrivere nel Libro della Vita il nome del bambino – Cristoforo Colombaia – che è destinato a diventare un iniziato, il che è indispensabile per chiunque debba impegnarsi nella via del Tao. Secondo la leggenda cinese, si trova sempre, all’inizio della vita del candidato, qualcuno che lo informa del destino futuro, anche se egli è troppo giovane per comprenderlo. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

 

Quella notte il ragazzino esce e rientra misteriosamente dall’orfanotrofio (è in sostanza sonnambulo), riportandovi fiori alpini raccolti sui monti: ma al ripetersi più volte dell’episodio i responsabili lo puniscono a botte senza capire dove sia stato.

Un giorno Cristoforo si reca al monastero dal cappellano e vi trova un anziano signore che poi lo adotterà: e lo conduce a casa propria, dove sul portone campeggia il nome “Barone Bartolomeo von Jöcher, lampionaio onorario”. Il ragazzino non capisce come un nobile possa fare il lampionaio, scoprirà che un antenato lo era stato e in seguito era stato elevato di rango: non tutti i membri della famiglia avevano materialmente esercitato tale attività, ma il ragazzino dall’indomani dovrà svolgere quel ruolo umile assumendosene la responsabilità. Accesi i lampioni la sera, dovrà spegnerli al mattino.

Il barone presenta un enorme gozzo sul lato sinistro del collo, sotto la barba, ma anche un’aria da fanciullo inerme. Nella grande casa semivuota al limite di una città non nominata, ma circondata da un fiume come da un cappio (si tratta di una versione misticamente trasfigurata della città bavarese di Wasserburg am Inn), il vecchio e il ragazzino vivono in un paio di stanze sotto il tetto. La prima sera il barone raggiunge il ragazzino, per insegnargli a pregare: non con le parole, ma con le mani giunte, per lasciar sprigionare una fiamma dalla punta delle dita… e il mattino successivo, pur avendo vagato nel sonno, non si ritrova a letto vestito e con gli stivali impolverati.

 

La descrizione della casa […] è interessante: è un mandala della famiglia […] verso l’iniziazione finale quale viene realizzata da Cristoforo Colombaia in persona. Il suo sonnambulismo indica che il corpo psichico è già nettamente staccato dall’involucro fisico; senza questo fenomeno non sarebbe possibile giungere ad un elevatissimo grado di iniziazione su questa via. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

 

La casa si trova all’inizio di Via dei Fornai; quella vicina è (recita l’insegna) la “Fabbrica dell’ultimo riposo” di Adone Mutschelknaus, un artigiano un tempo definito sull’insegna “Maestro tornitore e fabbricante di casse da morto”. La domenica è uso recarsi in chiesa con la moglie Aglaja e la figlia Ofelia – che a Cristoforo piace fino a fargli palpitare il cuore. La descrizione di Adone – barba rossastra, naso adunco e aureola di capelli sul cranio calvo tale da dar l’impressione che “sia passato attraverso un vello rognoso e abbia dimenticato di pulire i pezzi rimastigli appiccicati” richiama ai profili grotteschi dei racconti di Meyrink. Il ronzio del suo tornio echeggia ogni giorno, e una sera il tornitore supplica Cristoforo di non accendere il lampione lì sotto. Per l’onore della sua consorte e la carriera di sua figlia come artista, nessuno deve vedere cosa ritirerà da lui un cliente quella notte. Ci si attenderebbe qualche scoperta scandalosissima, ma il ragazzino – non dovrà raccontare nulla al barone – si trova coinvolto nel caricare nottetempo su un carro banali gerle di coperchi di legno.

Il laboratorio, dov’è pronta un po’ di birra per dissetare anche il ragazzino (che Adone tratta come un uomo adulto), è ingombro tra statue, bare, un ritratto nudo della moglie del tornitore da giovane, anche di polli e conigli. Ma nelle giustificazioni di quell’uomo compulsivamente agitato al far rilevare la propria povertà, il ragazzo è colto da un sottile orrore. Adone, la cui memoria si accende e si spegne, si presenta come un idiota, impazzito quando il padre per punirlo l’aveva chiuso per ventiquattr’ore in una bara di metallo: e nei fatti la sua è una mente disturbata, con un laboratorio come un baraccone da film espressionista e racconti personali dove realtà, manipolazione subita e fantasia sembrano mixarsi. Parla del regista Paride che dà lezioni di recitazione a sua figlia, ma già era stato direttore artistico di sua moglie e anzi aveva favorito il loro matrimonio; di Aglaja che l’aveva sposato sacrificando tutto, perché commossa dalla desolazione del poverino alla morte del padre (sì, il tiranno psicopatico che aveva sepolto vivo il figlio traumatizzandolo per sempre), ma che prima aveva avuto successo ed era stata sul punto di diventare regina in Arabia; di Ofelia nata prodigiosamente dopo soli sei mesi di gravidanza; del professor Amleto, fratello di latte di Paride e autore di un dramma che Ofelia dovrebbe interpretare – l’Amleto di Shakespeare trasfigurato nella follia o un sottoprodotto onirico di questo “professor Amleto” (se davvero esiste). Il fatto è che nel dramma Ofelia dovrebbe morire annegata, il padre non lo accetta e dunque cerca di far cambiare il finale – dietro rilascio di un titolo di credito all’autore… Insomma un intero teatro del delirio, ben raccordabile al mondo sovraeccitato dei racconti ma più in generale a un intero orizzonte di fantasie espressioniste tra delirio e follia.

La notte Cristoforo sogna di essere sepolto vivo, con mani e piedi bloccati, ma di riuscire a far saltare il coperchio della bara gonfiando il petto (più Tarantino che Dreyer, insomma, anche se è inevitabile pensare alle scene del Vampyr). Si ritrova allora “su un bianco e solitario sentiero di campagna” senza fine, così lui torna a desiderare di rientrare nella bara. Che però ora è disturbantemente “morbida al tocco come carne e aveva braccia e gambe, mani e piedi come un cadavere”: viene da pensare a certe trovate di opere del surrealismo pittorico, Leonora Carrington o Remedios Varo. Quando poi sta per rientrarvi, Cristoforo si accorge di non proiettare ombra e anzi di non avere neppure corpo: e al chiudersi del coperchio sulla bara ha la sensazione di svegliarsi. Ma è ora, gli pare, di andare a spegnere i lampioni, per cui provvede; tornando, poi, ha la sensazione di salire su una montagna; e solo rientrando in città si accorge di tornare ad avere un’ombra. Peccato che i bambini in strada non lo notino, che lo attraversino come una bolla d’aria, e oltretutto il giorno prima era inverno – ora sembra estate… Le immagini richiamano da vicino quelle dei trucchi scenici dei film espressionisti.

Avendo filosoficamente concluso di essere morto, Cristoforo decide di tornare a casa a deporre la verga del lampionaio prima di imputridire. Il barone però lo vede, e indicando i fiori che ha in tasca gli domanda se sia stato sulla montagna: è bello, anche lui ci va. Del resto anche il ragazzo c’era già stato, solo non lo ricorda – si è stancato? In montagna no, risponde il ragazzo, ma era faticosa la strada bianca di campagna. Già, concorda il barone, difficile sopportarla: “La maggior parte degli uomini ha più paura di questa strada di campagna che della tomba” dove credono di trovare pace. Ma quella bara è il corpo, la vita, e nascere sulla terra è venire sepolti vivi. Mentre la strada bianca è senza fine, e il sole sul monte è eterno. “Eternità e infinito sono due cose diverse. Solo per colui che cerca l’eternità nell’infinito e non la ‘fine’, solo per costui infinito ed eternità sono la stessa cosa”. E la pace è soltanto nel sole lassù: il ragazzo non ha visto il sole sul monte, è sceso prima dell’alba, con l’ombra che lo precedeva verso la valle. Allora il barone spiega che chi scorga il sole cerca solo l’eternità ed è perduto per le peregrinazioni – come i Santi della chiesa, che il mondo perde restando orfano; mentre lui lo esorta a proseguire il suo peregrinare. Ma il fatto che il ragazzo si fosse ricoricato nella bara significa per un po’ di tempo dovrà ancora condividere la sorte dei sepolti vivi. Il barone non mostra di conoscere il vicino tornitore, ma spiega di essere anche lui “in parte sepolto vivo”. Ha sentito uomini lamentarsi dell’ingiustizia del destino cercando consolazione nella dottrina orientale del Karma o in una imperscrutabile volontà divina, ma senza trovarla… “Non attribuire tanta importanza alla vita, ma considera i sogni in modo più serio, allora le cose si semplificheranno, allora il sogno diventerà la tua Guida, invece di rimanere un buffone in abiti arlecchineschi avvolto in quegli stracci che sono i ricordi del giorno”. E lo esorta a considerare che “Non esistono spazi vuoti” e se, a fronte del desiderio di peregrinare, la terra imprigiona i piedi, tuttavia lo spirito creatore “troverà altre vie, e ciò che in lui non ha bisogno di piedi per camminare, andrà avanti a dispetto della terra, a dispetto degli ostacoli”. Se la forza aspirante del retaggio divino dell’uomo manifestasse una volontà e non riuscisse a concretizzarla lascerebbe “uno spazio vuoto nel Regno delle Cause!”. Come un malato guarisce meglio e più velocemente per forza dello spirito che con le medicine – e la malattia è una sfida a cacciarla con la forza dello spirito, a tornare padrone della materia come prima del peccato originale – così ogni evento della vita ha uno scopo grande, di far risorgere ogni volta fino a divenire Re. Anche la morte, come il sonno, è solo una breve sosta. Un lavorio avviato va portato a compimento. “Noi viviamo soltanto affinché la nostra anima raggiunga la perfezione”: chi si manterrà fermo su tale obiettivo sarà partecipe di una pace singolare,

 

e il suo destino muterà in maniera incomprensibile. Per colui che agirà come se fosse immortale, non per conquistare quanto desidera – questo è un obiettivo per coloro che spiritualmente sono ciechi – bensì per erigere un tempio alla propria anima, costui, anche se dovesse aspettare migliaia di anni, vedrà sorgere il giorno in cui potrà dire: io voglio e ciò che voglio apparirà, si manifesterà senza bisogno di attendere il tempo di una lenta maturazione.

Allora sarà giunto il momento in cui avrà termine il lungo cammino di peregrinazione. A quel punto potrai guardare il sole in faccia senza bruciarti gli occhi. Potrai dire: ho raggiunto una meta perché non ne ho cercata alcuna.

 

Il ragazzo per ora non capisce – capirà da adulto – ma resta perplesso notando che ora il barone ha il gozzo sul lato destro invece che sul sinistro: anche il busto di Dante sullo scaffale si trova a destra invece che a sinistra, e lui prende a notare con spavento come tutto sia irreale all’intorno… risvegliandosi agitato.

È ormai mattino, e scopre che il barone l’ha sostituto, per la prima volta da tanti anni, a spegnere i lampioni per lasciarlo riposare. Ovviamente il gozzo e anche il busto di Dante sono tornati ai loro posti… e il barone conosce il vicino tornitore e anche (lo osserva triste) la signorina Ofelia. Ma quando Cristoforo chiede perché nel sogno il barone avesse “la parte sinistra del collo girata dall’altra parte”, comincia ad abbozzare una spiegazione. “[…] imparare a sognare è il primo gradino della saggezza”, di lì viene anche l’arte vera: “Il sogno è il punto d’incontro tra lo stato di veglia e il sonno, ed è anche il punto d’incontro tra la vita e la morte”. Quanto a lui, non può arrivare a dire che lui e il suo doppio onirico siano la stessa persona, ma – diciamo – rispetto ad altri si trova più a suo agio in quella dimensione, dove è visibile e persistente pur non potendovi ancora appartenere del tutto perché ancora vivo nel mondo. Cristoforo poi non ha portato nel sogno il ricordo della forma del proprio corpo terrestre (infatti i bambini lo attraversavano come aria): chi ha le tecniche, può costruirsi lì un secondo corpo poi percepibile da altri, e può “evocare un fantasma”. Spesso chi diventa visibile nell’altro Regno manifesta però solo una parte di sé, come una mano fantasma. Ma solo entrambe le parti assieme formano un tutto, come solo Sigfrido sa unificare le due parti della propria spada spezzata. Il mondo terreno è un riflesso dell’altro, ciò che là è destra qui è sinistra. Però quanto ha appreso del sogno è frutto del sapere del Cristoforo che è nel ragazzo: il colloquio con il doppio del barone era in realtà un colloquio con se stesso.

Il narrante Cristoforo, con un sorriso, sta ora ricordando come reliquie i ricordi del proprio passato, ma su un elemento non può giocare come con altri: qualcosa da cui “si sprigiona la dolce forza seduttrice di Madre Terra, ed essa mira al mio cuore”. La porta con sé “come fosse una goccia di sangue del mio cuore coagulatasi in cristallo”: quella del “lasso di tempo che per me si chiama Ofelia e significa una breve primavera e un lungo autunno” dove ospita anche il sé d’un tempo, “per metà bambino per metà ragazzo”.

Con lo scarto di anni che permette di non essere più troppo coinvolto, rivede dunque la città fiorita dove lui dalla finestra aperta sente le voci dei vicini ripetere lo scambio teatrale: quella del padre – per Amleto – e della giovane Ofelia. Segue il silenzio, con i dubbi di lui (alla ringhiera delle scale, davanti alla finestra aperta) se Ofelia si affaccerà e se lui riuscirà a lanciarle una rosa: ma quando le tendine si aprono, è la madre Aglaja che si affaccia e lo scorge raccogliendo la rosa che lui ha troppo precipitosamente lanciato. Però in fondo questo permetterà a Cristoforo maggiore libertà.

In strada incontra quel grottesco figuro dell’attore Paride, grasso e col naso da avvinazzato. Questi cerca di avvicinarlo ma Cristoforo, che teme lui possa indovinare la sua missione al cimitero per rubarvi delle rose, scappa via.

All’alba ha spento i lampioni e si siede di nuovo sulla ringhiera: se si coricasse nel letto finirebbe con l’addormentarsi, e rischia di far cadere giù le tre rose bianche per la ragazza. Fantastica di precipitare lui stesso di sotto, e che lei giunga intenerita al suo capezzale a baciarlo… poi si vergogna sentendosi sciocco, “ma l’idea di soffrire per Ofelia gli appare dolce”. Ma Ofelia ha diciannove anni, lui due di meno: lo bacerebbe solo come un bambino ferito… no, punta a un’altra fantasticheria, un ipotetico incendio nella casa davanti. E lui, eroico, raggiunge l’amata dalla finestra salvandola mentre già giace a terra priva di sensi, e la copre di baci. Ma poi torna alla realtà: se le rose cadessero in strada? E se lei non individuasse che è lui a indirizzargliele? Ora oltretutto gli dispiace di averle rubate dal cimitero, tra l’altro bianche e non rosse…

Ma poi il sole sorge, lei compare, raccoglie le rose. Lui, travolto dal senso del ridicolo, fantastica di lanciarsi giù… ma poi i loro occhi si incontrano. “Entrambi vorremmo dire qualcosa e non possiamo, ognuno di noi vede che l’altro non osa”, poi Ofelia sparisce lasciando però a lui una enorme gioia. E sa che si incontreranno senza bisogno di dirselo, nel giardinetto di fronte alla casa.

Ora Cristoforo ricorda una conversazione colta la notte – lui stava sognando l’amata – tra il barone e il cappellano giunto a trovarlo. Parlano anche del tipo d’istruzione che Cristoforo dovrà ricevere. Non a scuola, dove il barone giudica si deformi l’intelletto “fino a far inaridire il cuore”: mentre a casa lo interpella su cosa lo interessi per sporgergli poi libri mirati. Ma poi non controlla che lui li legga davvero: ciò che lo spirito vuole resti impresso nella memoria lo rammenterà, “perché esso sarà fonte di gioia”. Il cappellano teme che un bambino lasciato così a se stesso finisca col naufragare, ma il barone obietta: “Come se la maggior parte degli uomini finisse diversamente”. E innalza un peana alla varietà e alla mancata uniformazione dei pensieri (in questo senso – ma è esplicito – va inteso qui il suo rifiuto dell’uguaglianza). Poi, lui che aveva insegnato a Cristoforo a pregare con le dita, torna ai gesti di mani e dita nell’Ultima cena di Leonardo:

 

Per ogni discepolo raffigurato, la missione cui è chiamata la sua anima è accennata simbolicamente dalle mani e dalle dita; tutti hanno la mano destra nell’atto di compier qualcosa, sia che posi sul tavolo […] sia che essa sia collegata con la mano sinistra. Solo nel caso di Giuda Iscariota è la sinistra a essere in movimento, mentre la destra è chiusa! Giovanni Evangelista, di cui Gesù disse che “sarebbe rimasto” – per cui tra i discepoli correva voce che non sarebbe morto – ha entrambe le mani giunte, ciò significa: egli è un magnete che non è più tale, è un anello nell’eternità, ha smesso di peregrinare.

Tali posizioni delle dita hanno un significato tutto particolare! Esse racchiudono i più profondi misteri delle religioni.

 

E il barone spiega come nella loro famiglia si tramandi la leggenda di una venuta dall’Oriente del capostipite, il lampionaio Cristoforo Jöcher, portatore del “segreto di evocare, per mezzo di una speciale articolazione delle dita, gli spettri dei defunti e di farli strumento del suo volere”. Sarebbe stato membro dell’antichissimo ordine detto ora Schi-Kiai, “il dissolvimento con il cadavere”, ora Kieu-Kiai, “il dissolvimento con la spada”. Nel senso che “per mezzo della capacità di rendere spiritualmente vive le mani e le dita, gli adepti dell’Ordine sarebbero spariti dalla tomba insieme al proprio cadavere e altri si sarebbero trasformati nella terra in spade”. Quando però cita un’ipotetica somiglianza tra questo e la Resurrezione di Cristo il cappellano obietta che vi vede piuttosto un carattere massonico – del resto i grandi artisti erano uniti da vincoli corporativi portatori di segni segreti come posizioni delle dita e gesti della mano dei loro personaggi, o per altre scelte tematiche (configurazione delle nubi, scelta dei colori). Per quanto la Chiesa ottenesse in parecchi casi il giuramento che si astenessero dall’usare tali simboli, spesso gli artisti lo eludevano. La convinzione che l’arte sia creatura del diavolo andrebbe intesa proprio in riferimento a simili segreti antiecclesiali: e un grande pittore confessava a “un amico spagnolo l’esistenza di un vincolo segreto”. Il barone conferma, conosce quella lettera: ma anche se dotato di un alto grado di iniziazione, quell’artista era solo un cieco. Sicuramente massone, nel senso di muratore della corporazione, ma massoni saranno poi architetti, pittori, scultori, orefici, cesellatori: “conoscevano solo i riti esteriori che comprendevano unicamente in senso etico”. Insomma non c’entrava il potere della Mano Sinistra: dovevano solo custodire certi segreti in forma simbolica, finché i tempi non fossero diventati maturi. Però nessuno di loro riusciva ad procedere avanti in un’iniziazione o a ricevere spiegazioni, perché la

 

chiave è nascosta nella pratica dell’arte stessa. Essi non capirono che l’arte cela un senso più profondo che dipingere semplicemente immagini o creare opere poetiche, e cioè quello di risvegliare nell’artista stesso una sorta di straordinaria sensibilità tattile e percettiva, che in primo luogo si manifesta come “giusto senso dell’arte”. Anche oggi un artista, nella misura in cui il lavoro gli ha risvegliato i sensi interiori, potrà resuscitare quei simboli nelle sue opere, ma non avrà più bisogno né di apprenderli dalla bocca di un essere vivente, né di far parte di questa o quella Loggia! Al contrario: mille volte più chiaramente di una bocca umana parla la “bocca invisibile”. Che cosa è l’arte vera se non l’attingere all’eterno Regno dell’Abbondanza?!

 

Poi parla degli artisti che frequentano temi oscuri: morte, follia, abiezione…  Nel cervello di un artista “la spiritualità, l’elemento magico ha conseguito il predominio sulla materia”: negli artisti “diabolici” l’elemento magico diventa più pesante del cervello e dunque influisce maggiormente, mentre negli “Unti”, in cui lo spirito ha vinto la bestia, è lo spirito a pesare di più. Ma in entrambi l’equilibrio si è spostato a favore di un elemento non materiale, “mentre nell’uomo comune pesa soltanto l’elemento animalesco”. Ma cos’è la forza che usa gli artisti come strumenti per custodire i riti simbolici della magia?

 

Glielo dico io: è la stessa che una volta creò la Chiesa. Essa edificò nello stesso tempo due colonne viventi, una bianca e l’altra nera. Due colonne viventi che si odieranno reciprocamente finché non capiranno di essere i pilastri sui quali poggerà il futuro arco di trionfo.

 

Anzi interpreta il passo del Vangelo di Giovanni (21, 25) dove si accenna a molto altro che dovrebbe essere scritto, ma non basterebbe il mondo a contenerne i libri in riferimento a cose non tramandate che restano sempre vive a dispetto dei limiti di una trasmissione a voce: lo spirito le richiamerà continuamente “sussurrandole e creando nuove menti d’artista che vibreranno quando esso lo vorrà, e nuove mani per scrivere ciò che comanderà”. Per questo, secondo lui, la Chiesa iniziata con Pietro non potrà che terminare con Giovanni: morirà e risorgerà come Gesù. In spirito di rispetto verso una funzione ecclesiale che non si confonde con limiti e indegnità di chi la riveste, e cosciente dei dubbi nutriti anche da tanti preti cattolici, rimarca tuttavia che pochi cercherebbero la santità con la radicalità di fede di yogi e sadhu dell’India. “Mi creda: le vie della Resurrezione sono più numerose di quanto supponga la Chiesa!”. Quanto alla profezia apocrifa sulla sequenza dei papi (la cosiddetta profezia di Malachia, insomma, dove si cita anche il Flos florum che qui campeggia sull’altare della Chiesa di Santa Maria), l’ultimo sarà un Giovanni, immagine dell’Evangelista e del Battista patrono dei massoni: comunque la verità si manifesterà sempre, come cade sempre la tavoletta colorata a copertura della scritta sull’altare della chiesa di Santa Maria. “Deduco dalla sua espressione che anche a lei non garba il fatto che ci sia un mistero sacro di cui si sono appropriati gli avversari della Chiesa e di cui la Chiesa cattolica non sa nulla”: ma tanto non sanno cosa farne, non ne capiscono il senso… Dove il dialogo è interessante, e corrosivamente meyrinkiano: ne deriva una scarsa stima per le grandi agenzie iniziatiche d’epoca…

Alla domanda del cappellano su come abbia appreso queste cose, il barone risponde in modo evasivo: alcune hanno a che fare con la sua vita, altre gli sono state suggerite, altre ancora tramandate per eredità. E il cappellano ricorda le strane voci circolanti sul padre del barone. Considerato un eccentrico, inventore di una macchina per far nascere la fede nei miracoli nei cani da caccia: e il barone ridendo conferma, era stravagante, saggio e coltissimo. Aveva passato gli ultimi anni in un piccolo castello di campagna, salvo tornare a morire in città. Ma ora il barone, undicesimo della famiglia Jöcher, spiega al cappellano di aver adottato, in assenza di figli, il ragazzo Cristoforo – che reca il nome previsto profeticamente per il dodicesimo della stirpe ed è sonnambulo come tutti gli Jöcher. Certo, gli spiace che non si tratti di un figlio del suo sangue, latore della relativa eredità spirituale… ma a quel punto il cappellano reca una notizia delicata che teme riapra una vecchia ferita nell’amico. La cui moglie era scomparsa – abbandonandolo – quindici anni prima, era affogata poi nei fiume e aveva lasciato un trovatello… appunto Cristoforo, che ora ha sentito di nascosto i discorsi dei due vecchi – scoprendo così l’identità dei genitori. Proprio dalla tomba della madre, senza saperlo, ha sottratto le rose bianche per l’amata..

 

Egli è tornato in tal modo nella catena delle nascite corporee della famiglia, nella quale la condizione di adepto dell’ordine taoista è ereditaria – eredità in mancanza della quale Cristoforo Colombaia non avrebbe potuto essere iniziato. Suo padre è un uomo colpito da una deformità, un iniziato di second’ordine, di una saggezza profonda ma che presenta le lacune tradite dalla deformità del corpo fisico.

È importante la sottolineatura del carattere ereditario della condizione di adepto: giacché il fondatore di una schiatta è un adepto del grado più elevato, che si ritroverà solo nell’ultimo della stirpe, mentre tutti i membri intermedi non saranno che iniziati di second’ordine. L’iniziazione finale dell’ultimo membro della stirpe conferisce simultaneamente la più alta iniziazione ai membri intermedi del gruppo familiare, posti tra il fondatore e l’ultimo appartenente – nel caso in questione Cristoforo Colombaia. Siamo in presenza di una importantissima concezione estremo-orientale; anche in un grado inferiore, come ad esempio ne Il Sogno del Padiglione Rosso, l’eroe, Pao Yu, dice: “Se mi faccio monaco, sette generazioni di miei avi andranno in paradiso”.

Nel caso di Cristoforo Colombaia, però, l’accento è posto sul sangue delle stirpi, che sono stirpi d’iniziati per diritto di nascita. Questa concezione, che suppone che talune stirpi abbiano per nascita il diritto di accedere all’iniziazione più elevata – quella stessa iniziazione che può naturalmente esser raggiunta anche da persone che non appartengono a queste famiglie, ma che sono comunque predestinate ad essere scelte – è molto antica, ed è fondamento del sacerdozio ereditario nell’antico Egitto e nei paesi della valle dell’Eufrate. Secondo le informazioni in nostro attuale possesso, sembra che queste famiglie siano giunte in Cina in epoca arcaica e vi abbiano fondato la civiltà cinese. Sono queste le famiglie che hanno ricevuto l’appellativo di “discendenti degli dei” e che restano completamente al di fuori della “Kor-wa”, come i tibetani chiamano la “ruota delle esistenze”. [Gérard Heym, “Il domenicano bianco”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.].

 

Come Cristoforo Colombo, il quasi omonimo Cristoforo Colombaia dovrà trovare il suo Nuovo Mondo.

(11-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 10 https://www.carmillaonline.com/2025/05/03/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-10/ Sat, 03 May 2025 20:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87436 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Possessioni e ripetizioni (1917-1920)

“Ne La Notte di Valpurga, Meyrink utilizza sistematicamente due tematiche, quella del possesso e quella del parallelismo storico, che troviamo un po’ dappertutto nella sua opera e di cui dobbiamo ammettere la validità per entrare nel gioco” (Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.). Si possono senz’altro ricondurre queste due “tematiche”, chiavi o strategie narrative al linguaggio dell’esoterismo, anche se in realtà non è strettamente necessario: si tratta di maschere narrative di larghissimo uso nel fantastico moderno e in una lettura simbolica della realtà neanche troppo ermetica. [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Possessioni e ripetizioni (1917-1920)

“Ne La Notte di Valpurga, Meyrink utilizza sistematicamente due tematiche, quella del possesso e quella del parallelismo storico, che troviamo un po’ dappertutto nella sua opera e di cui dobbiamo ammettere la validità per entrare nel gioco” (Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.). Si possono senz’altro ricondurre queste due “tematiche”, chiavi o strategie narrative al linguaggio dell’esoterismo, anche se in realtà non è strettamente necessario: si tratta di maschere narrative di larghissimo uso nel fantastico moderno e in una lettura simbolica della realtà neanche troppo ermetica. Ipostasi stessa del concetto di possesso – o piuttosto possessione – è qui Zrcadlo, che persino da morto si farà cassa di risonanza di altre pulsioni ed eruzioni pneumatiche; ma gran parte dei personaggi è assoggettata a fenomeni individuali o collettivi di aweysha (in senso stretto, un controllo del pensiero altrui ottenuto con talune pratiche analoghe a quelle dello yoga).

 

Non è solo Zrcadlo ad essere un sonnambulo aperto a tutte le influenze: lo è qualsiasi uomo comune, eternamente sottomesso agli effetti di “più” e “meno” della storia visibile, effetti sempre equilibrati, per fare in modo che la storia giri intorno a se stessa in un guazzabuglio di orrori. Solo Flugbeil, il pinguino dalle ali mozze, sarà salvato dalla sua inclinazione alla tenerezza. Egli solo riconoscerà il proprio volto in quello del sonnambulo che gli parla e percepirà per metà il segreto della liberazione che fa sfuggire alla ruota delle ripetizioni. [Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.]

 

Dove ravvisiamo anche la diffidenza del moderato Meyrink verso agitazioni individuali e collettive. Non solo di matrice marxista o (data l’epoca) bolscevica, beninteso: nel quadro rientrano anche tutte quelle di estrema destra tanto care agli eredi del Gruppo di Ur che tuttavia tenteranno di lottizzarlo – e a maggior ragione per il legato di un tentato influsso su Storia e politica attraverso le vie sottili, tramite dimensioni esoteriche almeno equivoche. Di fatto in Italia anche questo romanzo verrà pubblicato per la prima volta dai Fratelli Bocca (1944) e introdotto e tradotto dall’ineffabile Julius Evola: la sua versione apparirà a più riprese, anche senza denunciarne il nome (come nella storica edizione La Bussola, 1979, a cui mi sono appoggiato). Una successiva edizione con nuova traduzione nell’ambito della destra seguirà nel 1999 per le Edizioni di Ar di Franco Freda: a confermare l’ossessivo (e furbetto) rimando a Meyrink da parte di aree politiche da lui totalmente lontane.

Quanto al parallelismo, o piuttosto alla ripetizione/calco di maschere e situazioni, qui troveremo presto una sollevazione popolare che richiama pagine della storia hussita, e

 

Molti degli eroi de La Notte di Valpurga sembrano quindi ripetere o continuare nella nostra epoca la vita di antichissime entità spirituali. L’autore non prova alcun complesso, come si usa dire, riguardo alla credibilità di questi postulati; anzi, la impone con forza trascinante, non esitando ad esempio in materia di parallelismi storici a forzare la dose ed accumulare i dettagli più minuziosi, in modo tale che alla fine il tempo s’imbrogli, le epoche si mescolino, la cronologia si cancelli, in un effetto di sregolatezza quasi mistica che permette di evocare l’eterno presente, e che si presenta anche come risultato artistico. [Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.]

 

Ma le due chiavi narrative citate trovano un punto ideale di contatto, pur senza esaurirsi, nel tema della penetrazione di un’individualità – un antenato, o come nel caso di Pernath un ventaglio di possibilità e stati di coscienza – entro un altro essere, con piani di Veglia che cercano il ricordo di ciò che è stato. Si tratta di ritrovare il proprio cammino verso il puro Sé, avvicinandosi a una coscienza relativa che possa aprire il passaggio alla rivelazione: una “libertà di passare”.

 

Per giungere a questa verità, gli eroi di Meyrink sanno che tutto è relativo, che non esistono differenze fra il reale e l’irreale, che, a questo livello, ci troviamo in un mondo complesso.

Ma in realtà, dov’è il reale, dove comincia la finzione? Quando cessano i valori correlativi di tempo e spazio?

Grazie alla nozione relativistica dello spazio-tempo siamo contemporaneamente futuro e passato, non essendo il passato altro che un istante assolutamente fuggitivo.

[…] in ogni opera, Gustav Meyrink identifica un essere vivente con un personaggio che ha cessato di esistere, che è vissuto in un tempo passato e tutte queste vite, per quanto un po’ diverse l’una dall’altra, formano un’entità spirituale appartenente ad un essere unico, che ci si rivela sotto molteplici sfaccettature. [Jean-Pierre Bayard, Aspetti del pensiero iniziatico di Gustav Meyrink, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.]

 

La vicenda del romanzo ormai sta giungendo alle ultime fasi, con gli ultimi tre capitoli. Primo giugno, Flugbeil deve partire per Karlsbad, ma fatica a staccarsi da Praga. Però la notte prima il vecchio medico ha avuto un momento di rigetto per tutto e tutti – la Lisa odierna e quella di un tempo, Zrcadlo, il “Rospo verde”… e in meno di un’ora ha rovesciato alla veloce nelle valigie tutto quel che poteva essere utile al soggiorno, vagando nella stanza in ciabatte e camicia da notte. O meglio, questo è un sogno perché in realtà lui sta dormendo – e in quella situazione vede il calendario ancora fermo alla data del 30 aprile, la notte di Valpurga. Mentre già teme di dover riaprire le valigie alla ricerca degli abiti, la stanza diventa fredda e lui si trova davanti un uomo nudo dal colore scuro di pelle, una pelliccia attorno alle reni e una mitria nera sul capo.

E capisce che è Lucifero, il potere in grado di soddisfare i desideri, l’unico tra gli dei ad avere “le reni cinte; gli altri non hanno sesso”. Per questo lui solo può capire i desideri, anche se non sembrano avere a che fare con la sessualità, e dunque si presenta come “l’unico dio misericordioso”: però sente unicamente i desideri dell’anima e li porta alla luce, mentre è sordo a quelli “pronunciati dalle sole labbra dei cadaveri che camminano”, i quali di conseguenza hanno paura di lui. Dilacera i corpi se le anime lo desiderano, come un medico pietoso con membra incancrenite, mentre impone il vivere a chi solo a parole desideri morire. L’anima di Flugbeil e quella dei suoi avi “hanno desiderato il sonno dell’esistenza terrena” e dunque Lucifero li ha resi medici del corpo: ma lui sa cosa Flugbeil desideri, cioè di tornare giovane. Dubita del suo potere ma lui non lo abbandona perché sa che desidera con l’anima e per questo lui lo esaudirà. “L’eterna giovinezza è l’eterno futuro e, nel regno dell’eternità, anche il passato risorge – come un eterno presente…”. Ma mentre parla la figura è divenuta diafana, e al posto del cuore è comparsa una data, trenta aprile. Flugbeil cerca di strappare il foglietto, ma nel sogno non riesce e la notte di Valpurga può così imperversare ancora. Sprofonda nel sonno. In questo Lucifero che riapparirà a più riprese ritroviamo un archetipo narrativo già esplorato da Meyrink attraverso il golem dell’omonimo romanzo e il Chidher Grün del Volto verde, cioè una presenza disincarnata che muove gli eventi interpellando i personaggi: ma al contempo troviamo anche una versione onirica/metafisica dell’Usibepu del Volto verde, la figura dell’Ombra che funge da trickster spiazzando il lettore.

Alle cinque del mattino gli abitanti del Hradscin vengono solitamente svegliati dallo stridio di rotaie di un tram elettrico. Flugbeil vi è talmente abituato che, mancando quel suono si sveglia. Col cannocchiale il giorno prima ha visto le strade piene di gente urlante, e verso sera sulle colline a nord pareva essersi stagliata un’immagine spettrale dell’antico Zizka, accompagnata da un codazzo di voci: secondo le quali il carismatico condottiero hussita sarebbe risorto dalla morte, apparendo la notte nelle strade. In conformità con l’importanza del tema possessione, gli spettri conducono in questo romanzo un gioco persino più marcato che nei precedenti: Zizka e Polissena Lambua ne rappresentano le espressioni principali.

Flugbeil conosce il potere delle suggestioni collettive, e nel dormiveglia interpreta l’assenza del rumore del tram come segno di disordini – correttamente, perché è davvero esplosa una sommossa. Ma qualche ora dopo riceve dal domestico – è ancora a letto – il biglietto da visita del losco detective Stefano Brabetz. Che appare, grottesco com’è, bofonchiando qualcosa sulla contessina così sprecata con il giovane Vondrejc e insomma se volesse potrebbe facilitargli un incontro – al che Flugbeil rifiuta sdegnato, cosa gli viene in mente?, ma vorrebbe capire dove l’altro intenda arrivare. L’equivoco poliziotto privato spiega che così il medico non avrebbe più la necessità di andare da Lisa la boema, e allo sdegno di lui – non vi è andato certo per fini carnali – butta lì che c’è di mezzo una cospirazione e un sospetto di alto tradimento. Di cui Brabetz dovrebbe avvertire le autorità… e così spera di ricattarlo. Flugbeil ordina al domestico di buttarlo dalle scale, “e un secondo dopo poliziotto e domestico erano scomparsi, come in un film che si fosse improvvisamente interrotto” – dove torniamo alla vocazione cinematografica di quest’opera.

Ma a quel punto gli compare lì, con il vecchio cane Brock, il barone Elsenwanger buttandogli sul letto una busta ingiallita – vuota. “Purché non succeda!” si raccomanda stranito. La polizia, sostiene, è sulle sue tracce e i domestici, che lo sanno, se ne sono andati: ieri era stato da lui un tipo disgustoso, tale Brabetz, dicendo che Polissena era scappata via e cercando di ricattarlo. Brabetz è stato buttato giù dalle scale anche di quel palazzo, ma il barone è terrorizzato: ha trovato la temutissima busta forse lasciata dal fratello – ma non l’ha aperta – e teme di essere stato diseredato come evocato dalla pantomima di Zrcadlo. Ovviamente la servitù non l’ha lasciato per quello – tutta la città è in rivolta. Mentre il palazzo della contessa Zahradka è invaso dalle mosche… poi il barone se ne va, lasciando Flugbeil costernato per un altro amico ghermito dalla morte in vita. Quanto alle mosche, la contessa le paventava tanto che alla fine le ha evocate – e ripensa alle frasi sui desideri inconsci suggerite in sogno da Lucifero. Flugbeil capisce che deve partire, ma quando chiama la cameriera, invece di lei arriva la contessa Zahradka, che gli chiede come si carichi una vecchia pistola. Non vuole fuggire davanti a “quella canaglia” – la folla dei ribelli – e Polissena è sparita, forse fuggita con Ottokar. La contessa se l’aspettava… Anche da lei è comparso Brabetz tentando l’estorsione e finendo cacciato: ha affermato di sapere che Ottokar è un suo figlio illegittimo… Pare anzi che circoli la voce che lei ha avvelenato il marito e l’ha sepolto in cantina, e sostiene che tre persone siano penetrate nella cripta per dissotterrarlo (Flugbeil pensa piuttosto che cercassero il leggendario tesoro presuntamente nascosto lì) – ma lei si domanda se il dissotterramento di un morto dopo molti anni porti a un proliferare di mosche. Solo da un morto recente, spiega Flugbeil, e lei si allontana.

“Gli spettri della mia vita si congedano da me. Che orrore! In una città di dementi e di assassini ho lasciato intristire la mia giovinezza. E non ho visto nulla, non ho udito nulla. Sono stato un sordo e un cieco”. In più la servitù sembra sparita. Nella piazza sottostante non c’è nessuno, ma i ponti sono pieni di folla. Si risolve allora a cercare un paio di pantaloni nelle valigie, ma l’operazione si rivela tanto fallimentare – devono essere nell’unica che non riesce ad aprire – che alla fine, desolato, rimpiange di non essersi sposato. E soprattutto di aver cercato di far tacere goffamente un bisogno di intimità comprandosi ciabatte come fossero un regalo di qualcuno, e constata – come un pinguino, appunto – di non aver mai saputo volare. Soprattutto, “Lo si vede cercare per lungo tempo una chiave simbolica che crede perduta e che in realtà porta appesa al collo” (Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.): anche se poi, come rimprovera Scholem, con il suo mischione esoterico e lo straordinario clima reso sulla pagina, Meyrink ha soprattutto una rara capacità di épater le bourgeois. “Quest’ultimo rimprovero è quello in cui più facilmente può incorrere qualsiasi opera espressionistica, nella misura in cui si trova obbligata ad accumulare i fatti strani e gli interventi esterni, senza un legame causale visibile” (Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.). Il che non significa però esagerare la presunta gratuità di queste soluzioni drammatiche:

 

Semplicemente, questa logica non è sufficientemente smontata, ricostituita, resa esplicita e posta in rapporto con una genetica della coscienza. Nella sua biografia, Eduard Frank fa opportunamente notare che in Meyrink non si ha l’impressione di una successione di opere in svolgimento lineare, di modo che si può dire che tutto accada come se egli avesse cominciato a scrivere solo una volta portato a compimento il proprio sviluppo interiore. Ci accorgiamo infatti che i suoi successivi romanzi traggono ispirazione dalle diverse discipline esoteriche – cabala, yoga, taoismo, alchimia –  studiate nel corso della sua vita; questi romanzi però, come dice Eduard Frank, sono come raggi diversi di una stessa sfera e partono tutti da un medesimo centro definitivamente conquistato. [Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.]

 

Al successivo bussare alla porta, a comparire è invece Lisa la boema. Dapprincipio il medico vorrebbe investirla a male parole o almeno chiederle di cercare i suoi pantaloni, ma lei si scusa per essere lì, nessuno l’ha vista entrare, però se necessario è pronta a gettarsi dalla finestra per non ispirare cattivi pensieri su di lui.

Dapprima infastidito, Flugbeil si rende poi conto che rispetto al panorama di idioti e disonesti la povera Lisa mantiene una dolente dignità; e non può sopportare, aggiunge, che patisca la fame. Lei lo fa tacere e spiega che lui deve fuggire, ne va della sua vita. La gente è impazzita e il tamburo che ode battere, il tamburo di Zizka, è confezionato con la pelle di Zrcaldo, uccisosi nella stanza di lei – diventando così un’ennesima maschera di possessione – mentre Ottokar è stato proclamato re. Stanno massacrando tutti i sodali dell’aristocrazia, Lisa ha visto un tipo curvarsi e bere il sangue corso dagli spurghi… e ora è in ansia per il vecchio amante. Lui cerca di tranquillizzarla, stia serena e mangi qualcosa, ma lei ribatte di non stare sragionando: i ribelli sono giunti alla piazza dei Walsdtein, i servitori lealisti erigono barricate guidati da Molla Osma, “il Tartaro del principe Rohan”, ma il Hradscin è stato minato e può esplodere… Lui fatica a non crederla fuori di sé, i soldati arriveranno in fretta: non così in fretta, oppone lei, e sarà tardi. Gli fa venire in mente che la chiave che ha al collo possa essere quella della valigia che non riesce ad aprire, e così lui riesce a vestirsi. È commosso che, abbandonato da tutti, proprio Lisa corra da lui per salvarlo: e le ventila di ingaggiarla al proprio servizio, potranno raggiungere un piccolo centro dove nessuno li conosce… Si commuovono entrambi, Lisa vorrebbe baciargli le scarpe.

Ma dopo un momento lei si riprende, e appare diversa sia della vecchia cadente del “Nuovo Mondo” che dalla donna di un tempo. È venuta lì, gli dice, per indurlo a fuggire prima che sia troppo tardi, ma anche per un altro motivo che aveva dimenticato. Una delle ultime sere, le era caduto il ritratto di lui e s’era spezzato: disperata, era corsa da Zrcadlo a farsi aiutare, il sonnambulo era ancora vivo. Per parecchio tempo era stato capace di restarle vicino nel suo modo peculiare, assumendo per lei il sembiante – volto, voce – del medico tanto amato (un’aweysha anche in quel caso): ma quella sera non si era trasformato in Flugbeil, bensì in un alto, a lei sconosciuto. “[…] un essere nudo, coi fianchi ravvolti da una pelle, magro, con qualcosa di nero e di alto sulla testa, che tuttavia sfavillava nell’oscurità” – cioè lo stesso Lucifero sognato da Flugbeil. La figura così epifanizzata le aveva detto di rallegrarsi che il ritratto si fosse spezzato, in quanto immagine menzognera. Poi le aveva parlato di un’immagine vivente nel suo petto, che mai si sarebbe infranta. E ora lei confessa al vecchio di averlo amato come lui neppure può immaginare, lui solo: e poco prima le ha offerto l’immagine più bella che potesse darle. Si congeda dunque da lui, augurandogli di essere felice. Flugbeil cerca di trattenerla, ma un’esplosione lacera l’aria, il fedele Ladislao si precipita annunciando che i ribelli stanno occupando Palazzo Reale e la città sta per esplodere. Il vecchio medico vorrebbe una spada per combattere, ma il domestico gli impedisce di uscire a farsi ammazzare. Lisa è fuggita, il servo aiuta il padrone a finire di vestirsi, per farlo scappare – ma, nell’attesa del momento giusto col buio, per prudenza lo chiude dentro a chiave.

Diviso tra furia e rassegnazione, Flugbeil è anche scisso sulle reazioni verso Lisa e sulla stessa proposta che le ha rivolto. E mentre fuori la rivolta infuria, medita che quello sarà il suo ultimo viaggio. Presente che a quella notte di Valpurga della sua vita seguirà un giorno radioso, senza più spazi alla vergogna. Si fa la barba con attenzione, e per il viaggio sceglie l’uniforme di gala, non più indossata da anni. A quel punto scrive sulla busta vuota lasciatagli da Elsenwanger – come da lui richiesto – che gli appartiene, inserisce in una postilla del testamento che lascia denaro e titoli a Lisa o, se deceduta, al domestico Ladislao, e vieta di seppellirlo a Praga. Conclude poi il diario di famiglia (non ha eredi) e nota un pacchetto abbandonato da Lisa: contiene un fazzoletto con le iniziali di lei ed è lo stesso a cui ha pensato tanto intensamente al “Rospo Verde”.

A quel punto – è ormai sera – il domestico lo libera e lui può raggiungere la carrozza. In quel momento non c’è pericolo, sono tutti al duomo dove Ottokar III Borivoj “sta per essere coronato Imperatore del mondo”. Flugbeil ordina però al perplesso cocchiere di portarlo anzitutto al “Nuovo Mondo” da Lisa: ma quando vi giunge, trova delle donne attorno alla bara di lei, uccisa con un colpo alla testa mentre tentava di impedire l’accesso al Palazzo. Per difendere il vecchio amante… Così Flugbeil solleva quella testa sfondata tra le mani e la bacia in fronte, poi torna a coricarla e ordina al cocchiere di andare avanti.

Evitando la via provinciale, prendono la via dei campi. Ma nel buio, a un tratto, l’asse della carrozza si rompe. Allora Flugbeil scende e procede a piedi, invano richiamato dal cocchiere: si arrampica su una scarpata, prende a percorrere dei binari… e quando ode tremare il suolo come al rumore di gigantesche ali invisibili, vagheggia siano le sue, che finalmente gli permetteranno di volare. Poi, vedendo arrivare qualcosa di scuro con piccoli punti rossi, immagina sia “colui che esaurisce ogni desiderio” e ringrazia il cielo. Ma è la locomotiva del treno di soldati bosniaci: “Un minuto dopo la macchina lo aveva travolto e sfracellato”. Il fatto è che

 

le sue ali non sono ancora che moncherini, ed anch’egli quindi, credendo di poter volare via, soccomberà in un fracasso di ferraglia. È un personaggio simpatico e ottimista, Flugbeil, e l’autore, che non ha abbastanza nero per annerire la sua Notte, lo tratta con una dolcezza singolare, e sempre in modo sfumato. Nello scatenamento dei fantasmi e dei vampiri, La Notte di Valpurga non è un libro in cui si respiri agevolmente, ma grazie a Flugbeil e all’amante decaduta che ne è il supporto tantrico, grazie anche al suo fedele valletto e al cane Brock, si ode a tratti quel che Zrcadlo, abitato in questo caso da una memoria angelica, chiama il canto dell’usignolo. [Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, cit.]

 

E si arriva così all’ultimo capitolo, Il tamburo di Lucifero: con Polissena che, nella sacrestia del duomo, viene rivestita di un’antica, consunta e preziosa veste rubata al tesoro imperiale. “Gli ultimi giorni erano trascorsi per lei come un sogno”, da quando era fuggita dalla Daliborka per tornare alla casetta dove l’amato giaceva svenuto: l’ha vegliato tutta la notte con il proposito di non lasciarlo più e ha archiviato tutto il proprio passato come vissuto non da lei ma da un’immagine disanimata. Di lì le immagini di Zrcadlo trasformato in Jan Zizka – o almeno ciò viene creduto dalla gente e da Ottokar, mentre lei sa che sono ricordi tramite i quali lei involontariamente fa aweysha su di lui, diretta dall’antenata Polissena Lambua. O forse è stato un effetto della preghiera udita nella Corte dei Tigli, che anche solo per un’ora Ottokar sia incoronato; ma di nuovo sotto sotto, ad agire è una schiatta di incendiari assetati di sangue, che attendono gli orrori che si compiranno… e la ragazza prevede che lo spettro di Zizka condurrà gli allucinati alla morte. Da sogno assurdo, attraverso l’aweysha si compie la realtà: Zrcadlo/Zizka comanda di incoronare del ragazzo, di fare un tamburo con la propria pelle e poi si uccide… e Polissena si ferma ad assistere alla sanguinosa opera del conciaiolo.

Poi altre immagini: Ottokar che l’abbraccia promettendole meraviglie e rendendola immortale tramite un figlio che lei sente di aver accolto in sé; i nuovi Taboriti che li portano in trionfo per strade fitte di bandiere rosse, e le pare estraneo il nome Polissena scandito dalla folla, probabilmente per influsso dell’antenata; e il tamburo rullante del conciaiolo Havlik, che davanti alla folla digrigna i denti in una ferocia estatica. Chi cerca di resistere loro viene massacrato e Polissena è felice che Ottokar – sorretto in alto verso il duomo – non sia responsabile di quel sangue, ma tutto venga dall’immagine vivente nel petto di lei.

Ora lì a San Vito Bozena le bacia la veste con orgoglio e fierezza (nessuna gelosia per il partner che le ha rapito); poi Polissena assiste all’omicidio del prete che ha rifiutato di benedire il matrimonio con Ottokar, e all’ingresso forzato di un monaco – quello che faceva la guida nella cripta di san Giorgio –pronto a unirli ma non davanti all’altare. Lei sa che dopo il rito uccideranno anche lui, spinti dallo spettro di Zizka…

Porgono a Ottokar l’antico scettro del duca Borivoj I (più precisamente Bořivoj, primo duca di Boemia storicamente documentato, circa 852-889), i due nubendi si inginocchiano, il rito si compie. Al termine tra la folla si reclama a gran voce la corona imperiale, conservata al palazzo Waldstein: i due sono sollevati a spalle e Polissena è ansiosa di vedere le mitragliatrici dei soldati fare strage della folla pronta a entusiasmo e saccheggio. Prega solo che Ottokar non si desti dal suo assopimento interiore, mentre è indifferente sulla propria sorte.

Visto che la porta del palazzo Waldstein è stata barricata, la sfondano con una trave ed entrano, trovandovi il cavallo impagliato di Wallenstein. Ottokar vi viene caricato sopra, mentre il palazzo è vandalizzato. La corona però non si trova, pensano debba averla la contessa Zahradka: così, intonando un selvaggio canto hussita, sollevato Ottokar sul cavallo rigido, puntano al palazzo della vecchia aristocratica. L’ingresso della via è bloccato dai resistenti guidati dal tartaro Molla Osman: per proteggere Ottokar, Polissena fa allora dilagare l’aweysha tra le lorio file, spargendo il panico. L’unico a non subire l’influsso è il Tartaro, che spara abbattendo il conciaiolo e zittendo il tamburo. Questo però prende a rullare da solo…

L’ondata si riversa avanti, a Polissena pare di vedere la figura spettrale di un uomo nudo, mitrato, come intento a percuotere un tamburo invisibile: ora è alla fine della strada, come formato di fumo. Ma a quel punto dal balcone appare la contessa Zahradka, gridando di andar via. La folla strilla che deve dare la corona a suo figlio e Polissena giubila che Ottokar sia della sua stessa schiatta: allora la contessa sparisce un attimo, poi torna al balcone. Ottokar la chiama mamma, lei ribatte: “Ecco la tua corona, bastardo” e fa fuoco, uccidendolo. Polissena si china sul volto da bimbo dello sposo morto, la folla prende d’assalto il palazzo e gli dà fuoco – ma poi retrocede gridando che arrivano i soldati.

A quel punto il Tartaro ricompare, esorta Polissena a seguirlo e la conduce al sicuro tra le file dei soldati bosniaci. Sapendosi incinta di Ottokar, di una stirpe che non muore, non si è abbassata nemmeno per evitare le pallottole – ed è restata illesa. Tutto è devastato e lei vaga per le vie deserte con la sensazione di udire il rullio dell’uomo mitrato. Anche Palazzo Elsenwanger è devastato, l’antica immagine di Polissena ha trovato la pace: la giovane raggiunge il convento del Sacro Cuore e vi si ritira. La donna sadica Polissena – uno degli archetipi o piuttosto stereotipi femminili delle storie di Meyrink – conclude così la sua parabola narrativa: il suo rifugiarsi pacificante tra le mura dove ha sviluppato l’abbinamento tra amore e sangue lascia un retrogusto di fondamentale ambiguità. La donna sadica tornerà del resto con altra identità nella produzione di Meyrink.

Intanto nella stanza di Flugbeil il domestico Ladislao piange la morte del padrone assieme al vecchio cane. Nota a un tratto che aveva dimenticato di strappare i foglietti dei giorni passati dal calendario, e nell’aggiornare al 1° giugno vola via anche quello della Notte di Valpurga.

Ma come i giorni, anche gli anni stanno passando. Quelli della guerra, durante il cui intero periodo l’opera di Meyrink è oggetto di violenti e velenosi attacchi sulla stampa: la sua casa e lui stesso si trovano presi a sassate, e la sconfitta degli Imperi centrali rappresenta una crisi epocale per il mondo attorno a lui – che ne viene drasticamente ridisegnato. Mentre, su un versante anche più intimo, nel 1919 Gustav rifiuta di tornare nella famiglia del barone padre Karl von Varnbüler: anche quel passato è chiuso. Certo, non mancano riconoscimenti: i tre film di Paul Wegener tratti dal Golem – Der Golem, da lui diretto con Henrik Galeen, 1915, Der Golem und die Tänzerin, coregia di Rochus Gliese, 1917 e infine Der Golem, wie er in die Welt kam, coregia di Carl Boese, 1920 – per quanto liberi costituiscono la prova concreta di un successo popolare. Ma per il Meyrink di nuovi romanzi su lavoro interiore e sapienze segrete dovremo attendere il 1921, con Il domenicano bianco.

(10-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 9 https://www.carmillaonline.com/2025/03/05/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-9/ Wed, 05 Mar 2025 21:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87097 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Nel buio della Notte di Valpurga (1917)

I primi due capitoli di La Notte di Valpurga ci hanno già mostrato alcuni aspetti d’interesse: in un clima crepuscolare ostaggio della guerra, visioni di miseria e contraccolpi dell’età feriscono la vita apparentemente regolata – o piuttosto asfittica – del medico di corte Flugbeil detto il Pinguino. Ombre di amori imputriditi, di malinconie fatte rancide e di fallimenti esistenziali: il modernismo incontra l’espressionismo tedesco in modo persino più riconoscibile dai frequentatori di quell’epopea cinematografica.

Il romanzo non è certo dei più simbolicamente ricchi di [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Nel buio della Notte di Valpurga (1917)

I primi due capitoli di La Notte di Valpurga ci hanno già mostrato alcuni aspetti d’interesse: in un clima crepuscolare ostaggio della guerra, visioni di miseria e contraccolpi dell’età feriscono la vita apparentemente regolata – o piuttosto asfittica – del medico di corte Flugbeil detto il Pinguino. Ombre di amori imputriditi, di malinconie fatte rancide e di fallimenti esistenziali: il modernismo incontra l’espressionismo tedesco in modo persino più riconoscibile dai frequentatori di quell’epopea cinematografica.

Il romanzo non è certo dei più simbolicamente ricchi di Meyrink, gioca su effetti forti ed eccessi che potremmo definire pop: guardando le datazioni può essere stato composto in fretta. Eppure le stroncature risultano eccessive, emblematica quella di Gianfranco Franchi sul bel sito Mangialibri:

 

Romanzo zoppicante e debole, bene ideato ma mal narrato; e decisamente più confusionario e disordinato rispetto alle altre opere di Meyrink. Stavolta, onestamente, si può concordare con quanti legano la letteratura di Meyrink al ciarpame kitsch: l’artista austriaco, in questo caso, è indifendibile. Qui davvero si può parlare di letteratura gotica tout court; ma è un gotico soporifero e demodé. Davvero un libro irrilevante, se paragonato a Il Golem o al fascino dell’incompiuto La casa dell’Alchimista o al pur disorientante Il volto verde.

 

Si può non essere d’accordo, a fronte della forte suggestione d’atmosfera, dell’uso insistito del grottesco e del torbido che sconfina nell’onirico, della presenza di alcuni personaggi (Zrcaldo, Flugbeil…) ben tessuti. Rispetto al labirintico Volto verde è un libro più “facile” e compatto, e nell’ambito del gotico si può non disprezzare – suvvia – un certo taglio demodé. Soporifero probabilmente no, visto che il lettore è incuriosito da cosa potrà avvenire. Poi è chiaro, non si discute di grande letteratura – alla quale è ascrivibile probabilmente, della produzione di Meyrink, il solo Golem – ma di letteratura interessante, rilevante per l’immaginario e godibile nelle sue trovate. Per cui leggere La Notte di Valpurga, con i suoi limiti e i suoi eccessi, ha ancora senso. E se di ciarpame kitsch si può parlare, è nel segno di quella “Bottega delle Meraviglie” emblema della realtà visitata dal protagonista del Volto verde: una panoramica sulle cantine della Storia dove, sotto il livello dei pavimenti, si conservano oggetti desueti […] Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti che hanno – ci mostra Francesco Orlando – un loro senso letterario e un loro fascino.

Il terzo capitolo, La Torre della Fame, parte da un altro dei luoghi celebri del Hradscin di Praga, la Daliborka dalla fama sinistra. Lì vive come guardiano il veterano Vondrejc – intento ora a contare le esigue mance ricevute – con la moglie e il delicato (nonché, scopriremo, cardiopatico) figlio adottivo diciannovenne Ottokar allievo del Conservatorio. Il figlio scende verso il palazzo della contessa Zahradka, ma poi invece si dirige da Lisa la boema, che lì per lì non capisce che lui intenda farsi predire il futuro. Chiarito il suo desiderio, gli fa segnare dei tratti su una tavola di creta molle; poi Lisa conta i segni, numera e ordina i risultati secondo la “antica arte dei punti dei Boemi” appresa dai Saraceni.

La Boemia, recita Lisa secondo la formula, “è il focolare di ogni guerra” e menziona il nome di “Jan Zizka, Zizka il cieco, il nostro capo”. Più precisamente Jan Žižka (cioè “monocolo”, avendo perso un occhio) z Trocnova a Kalicha (c. 1360-1424) era stato un generale ceco tra i capi degli hussiti radicali, dalle innovative trovate belliche e dalla ferocia probabilmente enfatizzata dalla propaganda nemica. Incurante delle domande di chiarimenti del ragazzo, Lisa prosegue ricordando che la Moldava è piena di piccole sanguisughe perché in precedenza era rossa di sangue, e attendono che lo sia di nuovo. Poi però resta colpita dalle figure disegnate dal giovane: vuol divenire l’imperatore del mondo? E fa tutto “per quella là?”: Lisa lo pensava in amore con la cameriera Bozena – lui scuote il capo – ma da quella stia in guardia, è una succhiatrice di sangue. Come lui è della stirpe dei Borivoj, e si attraggono come il ferro e la calamita. Poi, cancellati i segni, sulla tavola, lo ammonisce a non essere lui il ferro con lei come magnete, altrimenti sarebbe perduto. Tra i Borivoij uxoricidi, incesti e fratricidi si sprecavano…

Ottokar vorrebbe ancora sapere qualcosa sulla profezia del “divenire imperatore” ma vengono interrotti dall’apparizione di un figuro grottesco con parrucca e favoriti posticci: le chiede se poco prima non si trovasse lì il medico di corte Flugbeil e Lisa lo caccia. Era Stefano Brabetz, spiega, un poliziotto privato che tenta di estorcere denaro in modi tanto goffi da non riuscirci mai. È della Praga bassa, dove tutti gli sono simili, forse per le esalazioni della terra: quando la gente si incontra, sogghigna maligna come a fingere di sapere chissà che degli altri. A Praga tutto sa di pazzia e di mistero: una pazzia diversa da quella pietrificata del Hradschin. Ora Brabetz sta appunto fiutando che qualcosa sta per accadere sul Hradschin…

Il ragazzo – che, Lisa conferma, è a sua volta pazzo, ma non c’è niente di male e in fondo per la follia di un sogno lei è stata amante del re di Serbia Milan Obrenowitsch (Milan IV Obrenović o Milan I di Serbia, 1854-1901, principe e poi re di Serbia, 1868-1889) – vorrebbe sapere cosa debba accadere. Ma lei gli chiede dove vada col violino: apprendiamo che andrà a suonare al palazzo della contessa Zahradka che è la sua madrina, e rendendosi conto che Lisa ha fretta di metterlo fuori, riparte.

Le campane della Cappella della Santa Casa gli paiono venire da dentro di lui: raggiunge Palazzo Reale e ha la visione di una processione guidata dal principe arcivescovo. Viene colto da vertigini di fronte alle sue fantasie di essere incoronato… poi, mentre cerca di arrivare in tempo dalla contessa, nota che il portone del palazzo Waldstein è aperto: occhieggia incuriosito e vede portar fuori il cavallo impagliato appartenuto ad Albrecht von Wallenstein (o appunto Waldstein, 1583-1634), uno dei protagonisti della guerra dei trent’anni – e destinato a fama postuma anche grazie alla trilogia Wallenstein di Friedrich Schiller (1796-1799).

Dall’immagine di quel cavallo, quasi versione deformata, rigida e grottesca del cavallino a dondolo dei bambini, era stato ossessionato, ma non era mai riuscito a decifrarne il presagio. Come un enorme giocattolo piombato ora nel tempo della terribile guerra dei demoni delle macchine contro l’uomo (torniamo alla costruzione di macchine poi arrugginite nel Volto verde e al tema della macchina in I quattro fratelli della luna). In qualche modo resta comunque turbato dalla battuta scherzosa un servo che lo invita a salire sulla groppa tarlata del cavallo… e vedremo nel prosieguo come proprio quel destriero Ottokar finirà col cavalcare.

All’inizio di primavera, la contessa è solita passare nel piccolo, cupo palazzo della sorella morta contessa Morzin, buio come ama lei, mentre il suo palazzo resta con le persiane chiuse. Il ragazzo entra nell’edificio circonfuso di storie di tesori e di spettri, e raggiunge la contessa nella scomodissima e buia stanza ricoperta di fodere – come per qualche vendita all’asta – dove attende il figlioccio povero. Unico oggetto a emergere (in parte) dalle fodere è il ritratto a grandezza naturale del defunto sposo della contessa, il maresciallo di corte Zahradka, leggendariamente (e ottusamente) crudele e duro con gli altri come con se stesso. Nemmeno i numerosi gatti del palazzo osano entrare nella stanza… La contessa verso Ottokar mostra atteggiamenti contraddittori, ma la tenerezza dura pochi secondi per essere sostituita da un freddo disprezzo forse retaggio delle antiche radici aristocratiche boeme: e più che i discorsi ciò riguarda i toni. Verso la musica che lui le offre, la vecchia mostra reazioni assenti o invece contraddittorie rispetto al tono della musica – come l’odio quando lui suonava bene, forse per una sorta di lesione dei privilegi di classe. Più che le persone, in questa storia, finiscono con il rilevare le radici, il DNA e la classe di appartenenza.

(Si presentano qui alcune belle illustrazioni a incisioni di Vladimir Zimakov, dall’edizione Vita Nova del romanzo, San Pietroburgo 2009.)

Le offre dunque una canzone popolare sentimentale (la prima a suo tempo suonatale, in occasione della cresima) e vive lui il trasporto estatico della musica vagheggiando un certo volto femminile – con il curioso effetto che al suo emergere reca stranamente alla musica ritmi di selvaggia crudeltà. E all’improvviso quella giovane appare dalla porta, come scaturita dal suo stesso essere: e Ottokar suona per lei, rapito. Fantastica di trovarsi con lei nel buio della cripta di San Giorgio, dove la luce di un cero illumina una scultura in marmo nero di una morta semidecomposta con un serpente sul petto, e risente le parole del monaco custode ai visitatori sull’artista: avendo ucciso per gelosia l’amante incinta era stato costretto a scolpirne il ritratto prima di finire sulla ruota… Ma ora la giovane sorridente si è posta vicina alla contessa, che la presenta come la nipote Polissena e le ingiunge di non disturbare. Ottokar, colpito, resta bloccato ma poi viene nuovamente interrotto da Polissena che ammette di aver pensato (anche lei!) alla cripta di San Giorgio. Ma la contessa ha notato con meraviglia il modo appassionato in cui Polissena ha pronunciato il nome di lui: e diviso tra le reazioni opposte delle due donne, il povero Ottokar tenta con il motivo di un organetto ambulante dalla strada – e nota che Polissena ha scappucciato l’orologio a pendolo e ha puntato le lancette ferme sulle otto. Un appuntamento, ovviamente, dato in modo che la vecchia non veda…

Poi la contessa loda la sua esibizione ma lo avvilisce offrendogli due banconote per comprarsi un paio di calzoni non così macchiati. Persa completamente lucidità, il giovane si trova in strada… e pensa all’appuntamento con Polissena. Ha anche l’idea di affogarsi per la vergogna nella Moldava, ma desiste devastato tra vergogna e strazio per la delusione, se lei venisse o invece mancasse all’appuntamento. Fissa la Daliborka, la torre nei cui tre piani (il più alto con i prigionieri nell’oscurità, il secondo per la morte per fame, il più basso coi corpi in decomposizione delle vittime) la gente impazziva, e che non è ancora sazia, come una fiera che si nutra di carne e sangue. Torna verso casa, la madre adottiva sospetta che a interessarlo non sia più Bozena.

Nella Daliborka una stanza è memore della prigionia della contessa Lambua, bisnonna della contessina Polissena e avvelenatrice del marito, morta pazza: aveva fatto in tempo a lacerarsi i polsi coi denti e dipingere col sangue il proprio ritratto sulla parete. Lì nella torre Ottokar attende terrorizzato l’ora dell’appuntamento: da qualche mese a Polissena pensa sempre, ma agitazione e dolore lo straziano. La loro storia pare una favola nera: si trovava per suonare per degli ospiti al palazzo Elsenwanger ed era stato rapito dal ritratto di una dama di età rococò dall’espressione crudele e sensuale, la contessa Lambua battezzata Polissena, e l’ambiente della Torre della Fame aveva contribuito a plasmare il suo mondo fantastico. Ma non immaginava che l’oggetto del suo sogno potesse esistere davvero, e un giorno nel Duomo l’aveva incontrata in carne e sangue della discendente omonima: si era gettato ai piedi di lei ed era nata una “passione selvaggia, innaturale […] come un turbine diabolico”, carica dei desideri di tutto un retaggio. Col risultato che la ragazza spensierata entrata nel Duomo ne era uscita mutata anche nell’anima nell’omonima antenata… incontrandosi proprio quando si desiderano più intensamente. Comunque lei appare all’appuntamento, e tutto quel che precedeva è inghiottito dall’oblio: le vesti di lei finiscono sparpagliate sulle sedie, lui sente “il calore della sua carne, il morso dei suoi denti sul collo, […] i suoi gemiti di voluttà” in un’estasi dei sensi di cui poi non ricorda nulla, come del fatto di aver suonato – ma si tratta di una musica venuta da lei, di voluttà, orrore e spavento (si può immaginare che le metafore usate per descrivere una consumazione sessuale risultino troppo retoriche e datate per un romanzo “elegante”, ma l’idea dell’autore è di insistere sul disturbato, sul patologico fino a sfumature grottesche). Mentre i pensieri di Polissena si trasmettono vivi al cervello di Ottokar come proiettandovi una storia evocata da una lapide della Piccola Cappella sul Hradscin. A proposito di un temerario, Borivoj Chlavec, che aveva mirato alla corona di Boemia ed era stato impalato: ma il palo si era spezzato e l’uomo, con il troncone ancora nel corpo, era riuscito a trascinarsi fin da un prete per ottenere una morte devota coi Sacramenti… Ormai Polissena se n’è andata, ma il sogno di Ottokar è di offrire all’amata, foss’anche centuplicando i tormenti dell’impalato, ciò che di più alto la volontà umana possa conquistare.

Intanto Flugbeil continua a essere di malumore per la visita a Lisa la boema e soprattutto per il riemergere del ricordo del suo antico amore per lei. Si debba attribuire all’aria languida del maggio o all’eccesso di spezie nei gulyas della trattoria “Zum Schnell” che rende difficile prendere sonno, resta irrequieto; e si spaventa quando, leggendo il giornale per pensare ad altro che alla giovane Lisa, prende a vedere sospetti spazi bianchi – li vede anche la cameriera, è l’opera della censura di guerra, ma il timore è che dagli spazi vuoti erutti il volto ghignante della Lisa di oggi… persino guardare nel telescopio gli richiama simili paure. Però continua a pensare all’attore Zrcadlo e insieme non è disponibile a tornare a cercarlo. In compenso viene a sapere che Elsenwanger da quella notte non riceve più nessuno e vive nel panico che il documento invisibile evocato dal sonnambulo alluda a una revoca postuma dell’eredità da parte del morto Bogumil – e nel completo clima di sragione collettiva il nobile di Schirnding gli dà ragione, meglio non guardare nel cassetto… Flugbeil resta perplesso.

Decide a un certo punto all’improvviso di cercare Zrcadlo al Rospo verde, dove il proprietario lascia un tavolo sempre libero per il Pinguino e i suoi amici – in realtà mai più presentatisi dall’inizio della guerra. Mentre beve, Flugbeil vede la propria immagine allo specchio ripetere capovolti i suoi gesti: ma per evitare riflessioni malinconiche sull’uomo come mera maschera passiva spegne la lampada vicina. Avvista così invece nello specchio scorci delle sale vicine, ricordando malinconico i propri amori con Lisa giovane su un certo divano – e nota a disagio come i ricordi emersi subito si dilatino, come a proposito del fazzoletto regalatole con le iniziali (L.K., Lisa Kossut), da lei morso per non gridare nell’amplesso… La vista grottesca di un gruppo di avventori gozzoviglianti lo spinge a recuperare episodi della giovinezza: ma all’improvviso in mezzo a loro appare Zrcadlo – non imbellettato, ha pelle gialla e la testa sembra di cera. Torniamo alla cera…

A uno dei gaudenti che vuole abbracciarlo, il sonnambulo saetta un’occhiataccia – poi Flugbeil crede di aver visto male nello specchio (come uno schermo cinematografico, per inciso), perché il volto di Zrcadlo sembra modellare all’improvviso l’orrenda maschera di un morto. Il gaudente, terrorizzato, cade al suolo con un rantolo, stecchito: e quando Flugbeil riaccende la luce si ritrova davanti il sonnambulo come una sorta di golem.

Cercando di restare freddo, Flugbeil gli chiede cosa cerchi e come si chiami, senza ricevere risposta; allora avvicina un fiammifero acceso alle pupille dell’altro, che non reagisce. Il polso ha un battito lentissimo, che accelera solo alla domanda del medico su chi sia lui; poi inala aria con veemenza e gli occhi sorridono innocentemente. Però non è tornato normale, e il segno intorno alle labbra e il viso del sonnambulo richiamano ora a Flugbeil il volto di lui stesso bambino. Poi l’attore pronuncia “Chi sono?”, con la voce che il vecchio medico aveva da piccolo e insieme, con uno strano duplice tono come a confonderle, con quella del presente: e inizia una sorta di responsorio delle due voci da quella stessa bocca, sul tema “Chi sono?” e sulla sordità al canto della propria anima. Flugbeil dimentica di trovarsi davanti a un incosciente, resta turbato alle accuse del lungo responsorio che in fondo riecheggia i suoi stessi turbamenti, la sua peccaminosa incapacità di gioire per una gioia che non conosca causa, la sterilità della sua senescenza – come se il suo Io l’avesse abbandonato per passare in un altro. Poi gli pare che l’attore sia libero di mente, ma ora è solo posseduto da un’altra entità, un uomo coi baffi che non a caso spiega come le persone incontrate per le strade non posseggano un Io, ma siano semplicemente invasate da fantasmi diversi – come il nostro Io tende a invadere altre persone. Zrcadlo – o come si possa definire la presenza – mostra anzi di conoscere i pensieri formulati da Flugbeil. L’Io passa attraverso gli uomini, non si esaurisce in corpo, sensi, pensiero di ciascuno. Comunque l’interlocutore spiega di essere un Manciù degli altipiani della Cina, non un morto ma un Vivente e residente in quell’Impero di Mezzo che è il centro dell’universo, dappertutto… Si accorge che Flugbeil diffida della sua ironia, ma spiega che la seriosità si addice ai vasi vuoti, mentre la “suprema sapienza va in veste di pazzia”. L’umiltà è un masochismo “ammantato d’ipocrita devozione”, un segno “meno” che unendosi con altri crea un vuoto pneumatico nel regno dell’invisibile. A quel punto è inevitabile che il vuoto chiami un segno “più”, sadistico, portatore di dolore e violenza. Ma, come il povero attore di cui si serve, ogni uomo è uno strumento, mentre l’Io non lo è e resta equidistante dai “meno” e dai “più”.

Il 30 aprile è la notte di Valpurga, ma esistono anche notti di Valpurga cosmiche, a grande distanza l’una dall’altra, e una sta arrivando: l’alto prende il posto del basso e viceversa, si susseguono avvenimenti quasi senza causa e no, non c’entrano la dimensione sessuale o le nozze di una ragazzetta borghese come nei romanzi… Se ai cani del Cacciatore Selvaggio verranno spezzate le catene, viene però spezzato anche l’obbligo del silenzio per il bene di quanti siano maturi per il “volo”. Esorta dunque colui che ha avuto la pretesa di occuparsi dei corpi di occuparsi un po’ delle anime – anche se in effetti non ha finora spiccato il volo sufficientemente in alto… coi suoi monconi di ali da pinguino. Che non significa fare qualcosa a tutti i costi, ecco il segno “più” diabolico che colora di sangue: si tratta di lasciare spazio all’Io.

Ma l’arrivo di una guardia che annuncia la chiusura del locale segna la fine della conversazione – e l’attore è silenziosamente uscito.

Merita ricordare che il romanzo, pubblicato nel 1917 a Lipsia in piena guerra, si colloca in un certo quadro di scossoni internazionali:

 

la rivoluzione bolscevica sta per trionfare in Russia, la civiltà cristiana cambiava corso, una nuova era si apriva nella storia del mondo. Ma il presentimento che ne aveva Meyrink aveva poco a che vedere con le contingenze politiche: questo veggente si interessava solo ai sommovimenti della storia invisibile, ove sono segnate le tappe della coscienza cosmica. […] Per questa risonanza storica [di capovolgimenti epocali], La Notte di Valpurga occupa un posto un po’ a parte nell’opera di Meyrink, che tratta piuttosto di esperienze individuali e di drammi personali, anche quando questi si inscrivono nel destino di una schiatta o di un ordine iniziatico occulto. Al contrario, possiamo dire che qui il dramma collettivo e i drammi personali si congiungono. Tutta una filosofia esoterica della storia emerge dalla lunga tirata che il sonnambulo Zrcadlo rivolge al medico della corte imperiale Flugbeil, che da un capo all’altro del romanzo svolge il ruolo di testimone, un testimone che porta il simbolico soprannome di Pinguino, l’uomo che ha dei monconi di ali. Questo passaggio è sicuramente uno dei più importanti dell’opera di Meyrink: ci fornisce il pensiero più avanzato, più condensato, più chiaro, anche, di un autore di cui non è sempre facile decantare agevolmente l’espressionismo non di rado ridondante e carico di simboli. Contrariamente agli altri romanzi di Meyrink d’altro canto, La Notte di Valpurga non si lascia ricollegare all’una o all’altra tradizione specifica, ma sembra semmai utilizzarle tutte. [Raymond Abellio, La Notte di Valpurga, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.]

 

Le speculazioni di questo capitolo, peraltro, risultano in modo robusto e tuttavia creativo debitrici di dialoghi con Bô Yin Râ (il bavarese Joseph Anton Schneiderfranken, 1876-1943), scrittore, pittore ed esoterista e dei suoi scritti, particolarmente Das Licht vom Himavat (La Luce di Himavat, 1914) e Der Wille zur Freude (La volontà di gioia, 1917): nonostante il permesso esplicito di uso dei materiali, Bô Yin Râ chiederà poi a Meyrink di non ricorrervi ulteriormente, a fronte di un uso troppo libero e letterario-occultistico di riflessioni di tipo spirituale che aveva lasciato sconcertati alcuni suoi lettori. Il Nostro, correttamente, eviterà in seguito di farvi ricorso (e Bô Yin Râ stesso ne difenderà l’onestà): ma la posizione di Meyrink è esplicitamente quella dell’artista che non pretende un’autenticità puntuale e magari vissuta degli eventi narrati, e si riserva il diritto e la responsabilità di modifiche funzionali alla vicenda – tanto più in quanto genuinamente persuaso dell’esistenza di una realtà sottostante quella della comune esperienza e di cui avverte l’influenza anche quando scrive.

Ogni 16 maggio, in occasione della festa di san Giovanni di Nepomuk patrono della Boemia, al pianterreno di Palazzo Elsenwanger viene offerta una grande cena alla servitù cui presenzia il padrone: e dalle otto a mezzanotte ci si dà del tu mangiando assieme senza divisioni sociali. Se il padrone ha un figlio o in alternativa una figlia, la maggiore d’età, quelli lo sostituiscono. Ma dall’incontro con il sonnambulo il barone è rimasto scosso e ha chiesto alla nipote Polissena di prendere il suo posto: la riceve in biblioteca, tra libri che non ha mai letto, sferruzzando una calza gialla, e suggerisce che poi lei resti a dormire lì. Polissena in realtà non lo dice, ma ha già fatto sistemare un letto nella sala dei quadri: comunque lui si addormenta, e lei non ha voglia di svegliarlo per ricadere in qualche squallido discorso, d’altra parte si sente spossata. Ripensando all’infanzia, la avverte sconsolata e asfittica, soffocata dall’intollerabile senescenza dei due zii e dalle loro terribili maschere quando sonnecchiano, maschere cadaveriche di vecchiaia che paiono rifrangersi nelle azioni, negli ambienti, nei ritratti alle pareti e persino nelle strade, nelle case e negli alberi muschiati della città: a dominare la giovane è un odio contro tutto ciò che è morto e una sete di vita nascosta e pronta a prorompere. La situazione, dopo l’iniziale senso di novità, non è andata meglio con l’educazione al convento del Sacro Cuore, dove la parola “amore” viene costantemente, ossessivamente abbinata al sangue – nel Crocifisso, nelle immagini di martirio o di sofferenza come il cuore trafitto da sette spade, nella luce sanguigna dei lumicini… finché il sangue come simbolo di vita non si lega indissolubilmente al fervore della sua anima. Ciò che rende Polissena la più ardente tra le nobili educande del convento e le resta dentro – l’idea di amore, ma per il sangue e ad esso associata – laddove le materie studiate evaporano.

Alla fine della vita in collegio, il ritorno nella senescenza di casa sprofonda nuovamente Polissena in un passato tombale: ma il sangue come vita resta nel suo sentire e vi collega tutto quanto è giovane, vivo e l’attrae. L’apertura a Palazzo Elsenwanger della sala con il ritratto dell’antenata Polissena Lambua le offre la sconcertante sensazione che inquadri una creatura viva, il cui destino sia strettamente legato al suo. E da matrice destinata diviene una sorta di incarnazione delle sue stesse qualità manifeste come latenti… benché non conosca la fondamentale legge magica “Se due grandezze sono simili, esse sono una stessa cosa secondo simultaneità, anche se nella loro esistenza sono separate da spazio e tempo”.

Il quadro agisce dunque su di lei come poi su Ottokar, affascinato peraltro tramite la ragazza viva che conosce, mentre lei cresce a gradi con esso identificandovisi: ma l’immagine è carica della forza magica del sangue di lei, che chiama quello di Ottokar… e al loro incontro nel Duomo è inevitabile un fatale legame, perché ciò che è latente passa in atto. Il giorno dopo Polissena è andata a confessare la propria colpa, ricordando che al convento le avevano insegnato che sarebbe morta se l’avesse taciuta in confessione: ma decide di tacere sentendo che resterà viva – e ha ragione e torto insieme, perché l’Io vecchio cade morto ed è sostituito da un altro che corrisponde all’immagine dell’antenata. La Polissena morta della sala dei ritratti è ora viva, la viva è caduta morta ed entrambe sono innocenti, visto che una tace in confessione quanto l’altra ha commesso. E amore e sangue vanno a confondersi.

Spinta da un “desiderio dolce e voluttuoso” scambiato dai vecchi per brama di sapere, si aggira dunque sul Hradscin da un luogo di sangue e di martirio a un altro, assorbendone l’alito rosso di eccidi e torture, un’angoscia mutata in ardore.

Alle otto della sera della cena, la ragazza scende dunque nello spazio dedicato alla cena della servitù, viene accolta con baci affettuosi da un vecchio domestico e condotta a capotavola. Intorno, con Bozena che serve le pietanze, la vecchia cuoca degli Elsenwanger e altri servitori un po’ imbarazzati che Polissena cerca di mettere a proprio agio, ci sono alcuni dipendenti di altri aristocratici – in particolare il cocchiere russo Sergio e lo scudiero tartaro Molla Osman – che la fissano con aria tagliente. Ma alla fine, arrivati ai liquori, Polissena chiede notizie della comparsata dello strano sonnambulo: le risposte sono un po’ confuse, a un tratto il cocchiere russo chiede come si chiamasse e Polissena riporta il nome di Zrcadlo. A detta del tartaro, è “lo strumento di un ewli”, un fachiro mago che usa la bocca di un altro che si trovi in stato di morte, o dormiente o tramortito. Per quel tempo, l’ewli è come morto: e “Ciò vien chiamato aweysha” – che non ha niente a che vedere col Corano. Ma un defunto di forte volontà o con “ancora una missione da compiere sulla terra” può entrare in un essere vivente desto senza che se ne accorga, oltre che in corpi in stato di morte apparente come il sonnambulo Zrcadlo. Polissena chiede al tartaro perché un morto possa mai voler possedere un vivo, e lui offre una serie di possibili spiegazioni: per godere, per fare qualcosa in terra che non è riuscito a concludere, per provocare – se è crudele – un mare di sangue, e ciò spiegherebbe gli orrori della guerra (anche se il tartaro non spiega così la guerra in corso). Un’idea, un entusiasmo, sono infusi dall’aweysha… di cui esistono diverse specie, a partire da un semplice parlare. Certo vi è indenne chi creda solo in se stesso, sia sempre presente a sé e rifletta prima di agire… ma poi Molla Osman risulta elusivo. Polissena è irritata, non si tratta che di uno stalliere: “E che cosa mi direbbe qualora io gli domandassi, se anche dei ritratti possono fare aweysha?”, offesa nel proprio orgoglio di casta per non aver mai trovato tanto interessante il dialogo con qualcuno dei propri parenti. Vagheggia che, fosse in suo potere, gli farebbe tagliare la testa, ma la fantasia non la soddisfa: “Non poteva sentire delle crudeltà, se ad essa non si accoppiava anche l’amore o la sensualità”, ai quali il tartaro non offre appigli. Richard von Krafft-Ebing, morto nel 1902, avrebbe potuto riflettervi parecchio (anche se il dialogo con Meyrink sarebbe stato probabilmente piuttosto freddino).

Poi Polissena coglie un po’ di agitazione tra i servi, e le parole di un giovane boemo, “ciò che il proletariato, al massimo, può perdere, sono le sue catene”, “la proprietà è un furto”; ma poi spuntano anche il nome Jan Zizka, reazioni scettiche, “Basterà muovere un dito, a che ci sparino addosso. Mitragliatrici!”, risposte del cocchiere russo, e a un tratto il nome Ottokar Vondrejc. Si protende per sentire, ma smettono di parlare. Decide di ignorare il borbottio, ma Bozena – con cui Ottokar aveva avuto una relazione – è rimasta indifferente, dunque il discorso non tocca la sfera privata.

Rammenta allora di alcuni fermenti, brontolii di rivolta che non giungono al Hradscin e a lei non interessano. Ma quando fissa il russo avverte l’odio di lui, distoglie lo sguardo, e coglie come un brivido voluttuoso la prospettiva che possa scorrere del sangue. Un sangue che erompe dal suolo di Praga… e ora nel silenzioso duello mentale è il russo a mostrarsi vinto. Tra sé Polissena commenta gelida che ci vorrà ancora tempo prima che il loro proletariato possa spezzare le catene: e matura la certezza di sapere – lei e il suo ceppo – fare aweysha da secoli.

Conclusa la cena, la giovane non si sente di andare subito a dormire, si domanda se Ottokar dorma e per un attimo la prende il desiderio: poi però realizza che i propri sogni sono diversi, ben più selvaggi e ardenti di quelli del fragile giovane, e si chiede se davvero lo ami. E cosa accadrebbe se lo lasciasse… non riesce neppure a sentire dolore al pensiero che Ottokar, malato di cuore, possa persino essere morto. Come se lui avesse confidato quella situazione a un quadro – quello dell’antenata o uno degli innumerevoli altri che ora, passando, la sua candela illumina e che se fossero vivi le rimarrebbero estranei ma ora le paiono cadaveri…

Sente che dabbasso i domestici stanno congedandosi e spia dalla finestra a candela spenta. Il cocchiere russo attende qualcuno e poi viene raggiunto dal giovane lacchè boemo, lei sente solo la parola Daliborka. C’entra con Ottokar? Decide di seguirli o meglio precederli alla torre, anche per evitare di restare tutta la notte con quegli orribili ritratti. Scende, evita crocchi di persone, sale verso il castello; a un tratto le pare di cogliere il tabacco del russo, intravede un volto illuminato dalla luce di una sigaretta e corre oltre fino alla torre dove un gruppo di persone sta puntando. Raggiunta una finestra di casa del giovane, lo chiama piano. Si accorge che all’interno qualcuno sta pregando: è l’anziana madre adottiva di Ottokar – pensa Polissena, riconoscendola per la vecchia governante – che prega perché i peccati di Ottokar non siano imputabili a “colei, che io amo”, cara come una figlia (Polissena, evidentemente) e lui per quella passione non si macchi le mani di sangue assieme a coloro che meditano assassinii. La vecchia chiede nella preghiera di potersi caricare pesi e peccati del giovane o di lei oppure di far morire il giovane ancora innocente. A quel punto Polissena – o piuttosto l’immagine dell’antenata che la possiede e sta per essere scacciata dal suo cuore dall’effetto dativo di tanta bontà – non resiste più e fugge.

Nel piano di mezzo della Daliborka si è riunito tutto un gruppo di cospiratori, ma Polissena raggiunge il piano superiore e, distesa bocconi, spia. Sono soprattutto operai di officine e fabbriche di munizioni, al cui confronto Ottokar pare un bambino; in disparte c’è anche Zrcadlo, come addormentato. Ci sono il lacchè boemo e il russo, parlano di ribellarsi contro stato, chiesa, nobiltà e borghesia e di sterminare la nobiltà. A quel punto Ottokar si dichiara contrario, suscitando l’irritazione del russo e scaldando il dibattito. “[…] non è che un musicante!” lo difende un conciaiolo. Il russo, che cerca di tenere le redini e non crede all’attuazione delle teorie nichiliste, brandisce un opuscolo dell’anarco-comunista Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921) – in sé di famiglia aristocratica – che annuncia una rivoluzione universale contro chi aveva promesso con le industrie un’esistenza umana degna di tal nome e ha invece consegnato il popolo alla miseria, aveva promesso la pace e invece li ha trascinati in una guerra infinita… e contro uno stato che contrasta la liberazione del proletario. Mentre le classi dominanti giocano solo all’alternanza sui propri interessi: il lacchè boemo vede la soluzione nel massacrare ebrei e nobiltà, il russo fissa Zrcadlo (che però continua ad apparire assente) e propone di ribellarsi, ora che le truppe sono al fronte. Il conciaiolo obietta che con telegrafi e ferrovie i soldati piomberebbero loro addosso, il russo risponde che allora sapranno morire. Vagheggiano di predare i tesori di chiese e palazzi per sostenersi, e a un certo punto intervengono gli operai: discendenti di hussiti, vogliono sapere cosa dica Dio – Zrcadlo ne sarebbe la voce – e hanno abbastanza esplosivi da far saltare tutto il Hradscin.

Dall’apertura da cui occhieggia, l’agitatissima Polissena vede allora l’attore alzarsi, e comprende che il russo vuol fare aweysha con lui, per renderlo proprio ventriloquo. Lei si ribella a quell’idea: non ha capito molto dello scambio politico, sa solo che la plebe vuole rovesciare l’assetto sociale, per

 

la brama dello schiavo di divenire il signore: un pogrom sotto altra forma. Che tale non fosse stato l’originario intento dei creatori di simili teorie, di Kropotkin, di Michele Bakunin e dello stesso Tolstoi – che essa metteva nello stesso gruppo – non lo sapeva: quei nomi essa li aveva sempre odiati, dal più profondo dell’anima.

 

per cui la sua volontà cerca di impedire a Zrcaldo di fare da altoparlante al russo. Ovvio, un certo modo di dipingere i rivoluzionari popolari fa montare la bava alla bocca per la soddosfazione agli eredi del gruppo di Ur: ma in realtà Meyrink, che è un moderato e non banalizza i distinguo ideali, non vede in modo più positivo la feroce classista Polissena.

Però tra le due forze in contrasto per prendere il sopravvento sul sonnambulo e che lo fanno dapprima vacillare, è infine una terza a offrirgli voce. Non è cercando contraddittoriamente – annuncia – la voce di Dio altrove che in noi, senza fede nel fatto che Lui è dappertutto, o cercando il destino deciso da Dio con la pretesa di diventarne signori ma da semplici uomini, che possiamo cambiare le cose: occorre vedere il divino in noi stessi. La domanda non verte dunque sul perché Dio abbia fatto scoppiare la guerra, ma sul perché gli uomini – “voi stessi” – l’abbiano lasciata scoppiare. Dio non vi rivela il futuro, ma “perché non credete di essere Dio” e dunque senza comprendere che sono gli uomini a crearlo per la propria parte, e di lì si potrà prevedere il resto. Mentre restano schiavi di un destino che rotola come un masso caduto da una cima…

Ma solo ora si verifica la creazione dell’uomo dal soffio e dal fango, chi è testa ne diverrà la testa, chi è un essere debole e sensitivo ne formerà il mero sentimento. Persino nel chiedere, questa gente lo fa in modo asfittico, rivolgendosi a uno che chiamano Zrcadlo, specchio, invece che a Dio… ma viene interrotto dal lacchè boemo che domanda chi vincerà la guerra – forse i tedeschi? – e quale sarà la fine. Ormai il sonnambulo si sta afflosciando, risponde che il principio della fine sarà l’“incendio di Londra e la rivolta delle Indie”, e invano la gente gli si accalca addosso. Il losco cocchiere russo capisce a quel punto che, scatenato il fanatismo religioso, lui si trova tagliato fuori.

Intanto Polissena, abbacinata dalla lampada all’acetilene che illuminava il sonnambulo, vede il riflesso impresso sulla propria retina… e presto altre immagini prendono ad affiorarvi, “parti fantasmatici di una notte di Valpurga dell’anima”. Ma mentre le parole dell’attore risvegliano qualcosa in lei, al piano di sotto una vertigine fanatica travolge i presenti. E quando Polissena torna a guardare le appaiono figure spettrali, prima delle quali un doppio di Ottokar come un’ombra del passato con lo scettro in mano, quindi un uomo con la benda sull’occhio, cioè Jan Zizka l’hussita, e poi la stessa antenata Polissena Lambua impazzita in quella torre. E si mescolano invisibili ai rivoltosi… Il doppio di Ottokar si fonde con il giovane vivente, Zizka scompare in Zrcadlo, lo spettro della contessa stringe le mani al collo del russo che prende a respirare affannato. La ragazza allora comprende cosa le immagini suggeriscano e concentra la volontà su Zrcadlo pensando al concetto di aweysha – per cui il sonnambulo si rianima. Una lama d’ombra gli copre un occhio come una benda, e il cenciaiolo e poi tutti gli altri ravvisano in lui Jan Zizka come profetizzato (ricorda qualcuno) da Lisa la boema. Lo sentono borbottare e poi muovere la mano – Polissena, anzi, vede la scena – come quando Zizka fracassava il cranio dei monaci alla testa delle sue truppe con falci e mazze. Rivede anche mentalmente l’eccidio degli Adamiti nudi massacrati dagli hussiti, e il realizzarsi della maledizione dai primi scagliata, l’accecamento del suo unico occhio. “E poi… e poi la cosa più terribile: Zizka, morto di peste, eppure tuttora vivo!”, la cui pelle stesa su un tamburo mette in fuga gli avversari. Così “il cieco e lo spellato – spettro su di un cavallo decomposto – cavalca invisibile alla testa delle sue orde e le conduce di vittoria in vittoria”: e forse, sospetta orripilata Polissena, è proprio lui che ha penetrato il corpo dell’attore e dà ordini ai ribelli. Lei non capisce cosa dica, ma un fuoco selvaggio si è acceso negli occhi di quegli uomini. Intorno al collo del russo si vedono sempre le dita spettrali dell’antenata… Polissena pensa così di essersi liberata da quelle immagini dell’anima divenute spettri che ora compiono la propria opera – e spera a quel punto di poter possedere un proprio autonomo Io.

Intanto Ottokar ha alzato gli occhi al soffitto in direzione – non lo sa – dell’amata, ma la preghiera della vecchia sul preservarlo dal peccato è stata ascoltata (comprende Polissena) e così non sente la voce di Zizka. Ma Polissena coglie anche l’immensità dell’amore di lui, incarnato in quel doppio spettrale di Ottokar con scettro e corona: e capisce che l’amore che lei prova è solo un pallido riflesso di quello di lui. E le giungono come lontane le parole di Zrcadlo sull’antico splendore e la futura grandezza della Boemia, mentre Ottokar trema cereo come lottando per non cadere al suolo. Mentre la gente proclama che Jan Zizka sarà il loro capo, il sonnambulo addita Ottokar che perde i sensi. Polissena grida il nome di lui, ma a quel punto la sentono e guardano in alto, si ritrae e urta contro qualcuno nascosto nel buio, forse la persona incontrata sulla scalinata del palazzo reale, per cui fugge fuori nella nebbia.

(9-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 8 https://www.carmillaonline.com/2025/02/22/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-8/ Sat, 22 Feb 2025 21:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86852 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Rinascite e apocalissi (1916-17)

Il capitolo XIII inizia con Sephardi, Swammerdam e Pfeill che discutono di temi arcani a casa del primo. Eidotter è stato liberato ed è tornato al suo spaccio di alcolici, mentre Haberrisser dovrà affrontare il giorno seguente la dura prova della sepoltura di Eva. Swammerdam spiega però di non preoccuparsi che la strana serenità dell’ingegnere lo abbandoni: “Eidotter direbbe che i lumi in lui sono stati spostati”. Turbati dalla serenità di Swammerdam, gli amici ricordano le frasi che il calzolaio assassinato aveva detto prima di morire, prevedendo [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Rinascite e apocalissi (1916-17)

Il capitolo XIII inizia con Sephardi, Swammerdam e Pfeill che discutono di temi arcani a casa del primo. Eidotter è stato liberato ed è tornato al suo spaccio di alcolici, mentre Haberrisser dovrà affrontare il giorno seguente la dura prova della sepoltura di Eva. Swammerdam spiega però di non preoccuparsi che la strana serenità dell’ingegnere lo abbandoni: “Eidotter direbbe che i lumi in lui sono stati spostati”. Turbati dalla serenità di Swammerdam, gli amici ricordano le frasi che il calzolaio assassinato aveva detto prima di morire, prevedendo la propria fine con gran lucidità: il mistico spiega che proprio il ricordo di tale verace estasi spirituale gli permette di rileggere quella notte in modo sereno. Del resto la vita dopo la morte spettante alle due vittime è una condizione, non un luogo, così come la vita sulla terra. Sephardi è chiamato nell’altra stanza da una telefonata, e il mistico continua a bassa voce, per il solo Pfeill: a suo dire in paradiso ci sarebbero solo le immagini di persone e cose amate, non quelle reali – ma sa che Sephardi aveva amato Eva e dunque non vuole strappargli l’illusione di un incontro con lei nell’aldilà. Il dottore rientra, e manifesta al mistico il suo stupore che riesca a “dominare il dolore attraverso la pura conoscenza”, mentre lui con argomentazioni filosofiche non ci riesce: Swammerdam ribatte che Sephardi parte dal pensiero, di cui in segreto diffidiamo, non dalla “Parola Interiore” – che pur avendogli parlato di rado ha illuminato la sua intera esistenza. In qualche volta gli ha offerto profezie: anzitutto, per suo

 

intervento una giovane coppia avrebbe avuto accesso a una via spirituale rimasta sepolta per millenni e destinata a rivelarsi a molti nel tempo a venire. È la via che dà alla vita il suo reale valore, e un senso all’esistenza. Questa promessa è divenuta l’essenza della mia vita.

 

Della seconda profezia preferisce non parlare, lo prenderebbero per matto, ma potrebbe riguardare Eva, mentre la terza non interesserebbe loro. Su queste tre nutre tale certezza da non essere in grado di dubitarne, pur non avendo mai goduto di visioni. Sente comunque la presenza di Qualcuno accanto a sé, “immenso e onnipotente”, non spera di vederlo ma spera in Lui. E aggiunge: “So che un futuro terribile, sconvolgente si sta avvicinando; prima arriverà una tempesta come non se ne sono mai viste”. Non gli importa se ne sarà coinvolto anche lui, ma è felice che quel tempo giunga. Gli amici rabbrividiscono. Non poteva sapere dove Eva fosse, ma solo che sarebbe venuta: e così sa che non è morta, “La mano di Lui la protegge”. Gli amici possono ribattere sconvolti che il feretro è già in chiesa e l’indomani verrà sepolta: ma se persino fosse sepolta mille volte, o se lui tenesse in mano il teschio di lei, sa che non è morta… Così, quando il mistico se ne va, Pfeill commenta che è matto.

Sfuggendo al poliziotto appostato in seguito agli ultimi fatti, Usibepu penetra in chiesa dal lucernario della sagrestia. In chiesa, Eva giace composta e coperta di rose bianche, attorniata da alti ceri. Usibepu si aggira colpito dalle statue, fino a fermarsi triste accanto alla defunta, stordito dalla sua bellezza, e le accarezza timidamente i capelli. Non capisce perché davanti a lui si fosse spaventata così tanto: le altre donne, nere o bianche, “che aveva desiderato erano sempre state orgogliose di appartenergli” e con nessuna aveva dovuto ricorrere alla magia Vidû – “Lei sola no!”. L’aveva cercata invano notte dopo notte, e prende a ricordare la lunga strada seguita fin lì dall’Africa, dove un commerciante inglese l’aveva attirato a Città del Capo promettendogli di farlo diventare re degli Zulù, poi la nave su cui era giunti ad Amsterdam, la troupe del circo dove era stato arruolato per sfruttarlo, “la città di pietra in cui il suo cuore si consumava di nostalgia; e nessuno che capisse la sua lingua”. Carezza un braccio di lei con espressione desolata, per amore di lei ha perso il suo dio: “Perché fosse sua aveva invocato il terribile Souquiant, l’idolo serpente dal volto umano, e così aveva messo in gioco e… perso il potere di camminare sulle pietre incandescenti”. Scacciato dal circo e senza un soldo, sul punto di essere rispedito in Africa, aveva vagato cercandola: e il dio serpente “gli era apparso un’unica volta in sogno, e con un ordine atroce: evocare Eva nella casa di un rivale. E soltanto ora riusciva a rivederla, in chiesa, morta”.

Non capisce peraltro il senso delle statue all’intorno, divinità bianche di cui ignora i nomi segreti per poterle invocare: ma devono anche loro saper fare risorgere i morti, altrimenti Zitter Arpád da chi ha ottenuto la capacità di conficcarsi i pugnali in gola? Non riesce a entrare in collegamento neppure con una Madonna nera, e si rannicchia ai piedi del catafalco intonando il canto funebre degli Zulù. Alla fine si alza e avvolge l’oggetto più prezioso che ha, una piccola collana fatta di vertebre di regine strangolate – un feticcio sacro portatore d’immortalità – attorno alle mani giunte della morta. Tanto, “Eva non poteva entrare nel cielo dei neri né lui nel paradiso dei bianchi!”. Ma poi avverte un rumore, un tremolare delle candele e si nasconde dietro la colonna.

Al posto del cero è ora apparso un trono di pietra, dove siede, di altezza sovrumana, un dio egizio con la corona piumata. Di fronte a lui un uomo con la testa di ibis, e ai lati della bara due figure con teste rispettivamente di sparviero e di sciacallo. “Lo zulù intuì che erano venuto a giudicare la morta”. Poi appare la dea della verità con un copricapo a forma di avvoltoio e prende il cuore della giovane ponendolo su una bilancia: le figure ai lati gestiscono la pesa, il cuore di Eva risulta pesare molto più della statuetta di bronzo sull’altro piatto, la figura con testa d’ibis scrive su una tavoletta di cera e il giudice dei morti stabilisce che “ha raggiunto la terra della verità e della discolpa”, per cui “Si desterà quale Dio vivente”. Poi le divinità scompaiono ed Eva scende dal feretro: i ceri si mutano in figure brune con fiamme alte sul capo, e richiudono la bara vuota.

L’inverno ha percorso l’Olanda, ma la primavera non giunge, come la terra non riuscisse a ridestarsi. In un clima sempre più angosciato, si blatera di fine del mondo. Hauberrisser si è trasferito in campagna in una casa isolata che forse era in origine una tomba megalitica, e che ha adocchiato al ritorno dal funerale di Eva. Il concetto di dolore dell’anima gli è divenuto incomprensibile e prova quasi orrore di sé.

Una sera, mentre medita sulla possibilità che l’umanità risorga dalle ceneri come una Fenice, pensa all’apparizione di Chidher Grün che ha detto di essere rimasto sulla terra per “dare”: lui, al contrario, si tiene gelosamente le proprie acquisizioni interiori, al punto che gli amici lo pensano lì intento a piangere. Esclude di tornare in città e mettersi a predicare, la gente non capirebbe: e decide di proseguire il manoscritto con gli insegnamenti e rimetterlo nella nicchia della propria precedente abitazione.

Lo indirizza dunque “Allo sconosciuto che verrà dopo di me!”. Mentre, dubitoso sullo sviluppo del testo, cerca la custodia fatta confezionare in argento per il medesimo, gli capita tra le mani il teschio di cartapesta comprato più di un anno prima alla “Bottega delle Meraviglie”: il mondo gli appare come un gran negozio pieno di cianfrusaglie. Persino di fronte al corpo di Eva gli era parso si trattasse di una statua di cera, una completa estranea. Ma il se stesso inginocchiato davanti al letto era solo un’ombra sorridente: gli stessi amici e le persone al funerale gli erano apparsi ombre, così come il carro, le corone, il cimitero… Da allora sa di aver superato la soglia della morte: resta sveglio vedendo il suo corpo dormire, ma se riprende a vedere coi suoi occhi tutto gli pare triste. Se poi torna a staccarsene, vive una situazione singolare:

 

Supponi di trovarti in un cinematografo – col cuore esultante per una gioia recentissima – e di vedere sullo schermo la tua immagine che passa di dolore in dolore e crolla al capezzale di una donna amata – e tu sai che non è morta bensì a casa ad aspettarti; supponi inoltre che quell’immagine, con la tua propria voce prodotta da un apparecchio sonoro, lanci grida disperate di dolore. Questo spettacolo ti coinvolgerebbe?

Certo, il paragone è debole; ti auguro di farne esperienza personalmente.

Sapresti allora, come lo so io, che esiste una possibilità di sfuggire alla morte.

 

Nuovo riferimento al cinema nell’opera di Meyrink, il passo la dice lunga sul gusto melodrammatico della produzione espressionista…

Se poi non può ancora vedere Eva, sa che non è morta e li separa un altro piccolo passo, una parete sottile. E ammonisce di guardarsi dagli insegnamenti degli spiritisti: “Per fortuna non sanno chi sono realmente quelli che accorrono ai loro richiami. Se lo sapessero ne proverebbero orrore”.

Per giungere dagli Invisibili, occorre diventare invisibile, e chi è partito cieco dalla terra non raggiunge l’aldilà ma vaga in una dimensione di sogno popolata da ombre. Immortale è solo chi si è risvegliato, “Sopra di lui non c’è nessun Dio”: per questo la loro via è detta pagana, e considera come una semplice condizione in cui trasformarsi quel Dio che i devoti adorano. Dunque le preghiere andrebbero rivolte al proprio Sé invisibile…

Scritto tutto quello, Hauberrisser si alza, ripone in fretta i fogli nella custodia, e nella luce dell’alba si avvia per portarli al vecchio alloggio – però poi decide di seppellirli lì intorno, sotto un melo in fiore. Solo allora corre verso la città, preso da una grave preoccupazione per i propri amici. L’aria è calda, calma e asciutta come prima di un temporale. Ma col far del giorno il cielo muta aspetto, le nubi si torcono come vermi giganteschi; “Incubi vorticanti con le punte verso l’alto, simili a immensi calici rovesciati, dondolavano appesi nel vuoto; volti di animali si avventavano l’uno contro l’altro”. Un lungo triangolo nero si leva veloce da sud e per alcuni minuti oscura la luce solare: sono cavallette giunte dall’Africa. La simbolica è quella dell’Apocalisse: le coppe al cap. 16, le cavallette al 9…

Durante il percorso non ha incontrato nessuno, ma alla curva gli appare l’enorme figura di un vecchio ebreo, dai contorni incerti e alla fine quasi trasparente; lo oltrepassa silenzioso e diventa un nugolo di formiche volanti, che può ricordare la forma di un uomo ma poi si dilegua all’orizzonte. È una manifestazione di Chidher Grün? Gli sembra strano.

Ma nel frattempo ha raggiunto il Wester Park e si dirige verso il Damrak in direzione di casa di Sephardi. Ma a causa della folla agitata deve imboccare la Jodenbuurt: e trova una sfilata rumorosa dell’Esercito della Salvezza, poi una quantità di fanatici flagellanti, sbavanti, convulsivi… Neanche i vicoli sono praticabili, e passando davanti alla “Bottega delle Meraviglie”, Hauberrisser trova che è stata rimossa l’insegna e alzata un’impalcatura per il trono del ciarlatano Zitter Arpád. Questi, in mantello d’ermellino e diadema aureolante, getta tra la folla in estasi monete di rame con la sua effigie e invita a gettare “le donnacce nel fuoco” e portare a lui “il loro oro peccaminoso”.

Infine Hauberrisser incontra Pfeill, e continuamente ostacolati dalla folla puntano verso casa di Swammerdam. Ora Pfeill non è più così estasiato dal cialtrone che si fingeva un conte polacco: “Un tipo orribile quello Zitter”, la polizia è impotente contro le sue malefatte, si spaccia per il profeta Elia e si fa adorare: ha portato cortigiane straniere al circo, e fatto aizzare tigri contro di loro, con “la follia del dittatore. Come Nerone…” (consideriamo che queste pagine vengono scritte parecchio prima dell’ascesa di Hitler). Ha sposato una donna e poi per depredarne le sostanze l’ha avvelenata, poi si è giocato i soldi di lei e in seguito ha fatto il medium con gran successo – si tratta in sostanza del solito Tiranno manipolatore d’anime che tante volte incontreremo nel cinema espressionista, e insieme di una Bestia da Apocalisse. Intanto il corteo di devoti eccitati rischia sempre di separare i due amici.

Sephardi però è partito, è “cambiato parecchio” trascorrendo molto tempo con Eidotter, e dice che finalmente ha una missione: in seguito a un’apparizione dell’uomo dal volto verde è andato a fondare uno stato sionista in Brasile, dove sono confluiti quasi tutti gli ebrei d’Olanda. (Va ricordato che alla fine del Golem Hillel partiva per la Palestina, verso Gad, ma il filantropo barone Hirsch vagheggiava a fine ottocento una grande emigrazione ebraica nelle Americhe, e il finanziamento di colonie agricole in Argentina, Brasile e Canada, saldando così il sogno della Terra Promessa con l’utopia rurale americana.) Come “unico popolo internazionale” gli ebrei “sono chiamati a creare una lingua che pian piano diventi il mezzo di comunicazione fra tutti i popoli della terra e in tal modo li avvicini”. Eidotter, quasi sempre in estasi, proclama profezie che si avverano regolarmente, di recente quella “di una terribile catastrofe sull’Europa che aprirà una nuova epoca”, felice di esserne travolto anche lui per poter “condurre nel Regno dell’Abbondanza i tanti che trapasseranno”. Un’idea non così assurda, in città si attende “il diluvio universale… L’umanità è impazzita… Le ferrovie sono interrotte da tempo”. Ma anche a Pfeill sono capitati fatti incredibili…

Quanto a Swammerdam, è in pena per loro, “crede che solo vicino a lui possiamo essere al sicuro”. Una delle tre profezie della sua Parola Interiore gli ha annunciato che lui sopravvivrà alla chiesa di San Nicola: probabilmente spera così di salvare anche loro dalla catastrofe. Ma a un tratto il clamore si fa assordante di voci che gridano al miracolo, “La nuova Gerusalemme è comparsa nel cielo!”, da un abbaino all’altro oltre i tetti, fino alla più remota periferia. Vengono separati e trascinati via dalla fiumana, mentre nell’aria continuano a vorticare “quelle strane figure di vapore azzuffandosi come giganteschi pesci alati”, ma tra le nubi a forma di montagne innevate ecco apparire “il miraggio di una città straniera del Sud”, e se ne vede persino la gente dal volto scuro. Il miraggio dura più di un’ora prima di impallidire: resta nel cielo per un po’ un sottile minareto che infine si dilegua.

Raggiungere casa di Swammerdam è impossibile, e Hauberrisser decide di tornare indietro, in un panorama silenzioso, secco e polveroso percorso da schiere di topi. Nell’aria senza vento che via via si oscura, i canali sono corsi da strisce infuocate, formano gorghi fangosi; ma a un tratto prendono a sorgere come spettri trombe d’aria, dirette verso la città. Madido di sudore, Hauberrisser rientra in casa, non tocca cibo e si getta sul letto.

E arriviamo all’Epilogo, con una notte che sembra non voler finire, il cielo nero anche all’alba, una striscia di luce sulfurea all’orizzonte, le torri lontane di Amsterdam fiocamente illuminate. Hauberrisser punta il binocolo in quella direzione. Lo scampanio ansioso da laggiù ammutolisce, un rombo attraversa l’aria e il pioppo più prossimo alla casa si piega scricchiolando fino a terra. il vento turbina a frustate, poi un’enorme nube di polvere inghiotte il paesaggio, le pale strappate dai mulini vorticano nell’aria: la tempesta geme sulla landa fino a formare un urlo ininterrotto, sempre più violenta. Travi, macerie, muri volano come proiettili davanti alla finestra: e Hauberrisser sta già credendo che l’uragano passi con l’oscurità – il cielo si è fatto grigio argento – quando dal pioppo abbattuto e ormai senza fronde prende a staccarsi persino la corteccia. E lontano, verso Amsterdam, prendono a spezzarsi e cadere prima le alte ciminiere a sud-ovest del porto, poi i campanili. Il vento trascina in volo persino lapidi e croci del cimitero; le travi del solaio gemono, ed è impossibile anche solo abbassare la maniglia della porta della stanza per evitare che la corrente riduca la casa in macerie. Si salva solo perché protetta dalla collina e le stanze sono divise da porte chiuse. Attorno la tempesta soffia via l’acqua dai canali e la sparge nell’aria. Se, come mi faceva notare un’amica, Usibepu è idealmente imparentato con Calibano, La tempesta è qui alla fine e non all’inizio dell’opera, con il ruolo di Prospero suddiviso tra Swammerdam e Hauberrisser. Per contro, una chiesa di San Nicola c’è anche nel Castello d’Otranto, pur non venendo distrutta dal crollo dell’edificio eponimo.

L’ingegnere fissa l’imposta coi chiodi, ma quando osa guardare in direzione di San Nicola dove devono trovarsi gli amici la vede ancora indenne su un’isola di macerie. Si chiede quante città d’Europa siano ancora in piedi, una “civiltà ormai fatiscente si è disfatta in macerie sparse ovunque”. E alla fine recupera abbastanza lucidità da poter capire, domandandosi se abbia dormito fino a quel momento. Inspiegabilmente il melo fiorito vicino a casa sua è ancora intatto: ai suoi piedi aveva sepolto il rotolo di fogli, si tratta forse di Chidher, “l’albero in eterno ‘verdeggiante’”. E un’aria di primavera aleggia sul mondo devastato… Sente la Fenice in sé pronta a spiegare le ali, ricorda quando ha baciato Eva ma ora non avverte più la morte ma un presentimento di vita futura indistruttibile. Ricorda la promessa di Chidher Grün di dare l’amore eterno anche a lui come a Eva…

Certo, molti sono periti nella catastrofe ma non riesce a provare dolore: risorgeranno a una forma diversa fino a raggiungere quella definitiva di “uomo risvegliato”. Anche la natura, come la Fenice, ringiovanisce ogni volta… e a un tratto, avvertendo un lieve respiro carezzargli il volto, si chiede se Eva non sia vicino a lui. “Quale cuore poteva battere così vicino al suo se non quello di lei?”. Mentre avverte nuovi sensi destarsi in sé, supplica sottovoce Eva per un segno, e con emozione immensa sente mormorarne la voce: “Che misero amore sarebbe mai questo se non potesse superare lo spazio e il tempo!” – ora lei attende il risveglio di lui… Tutto, attorno, gli sembra ingannevole e si chiede cosa accadrà al proprio risveglio spirituale.

Il tempo passa, i canali sono vuoti, l’aria è immobile. Ma con il binocolo, nota che in città infuriano ancora dei cicloni, e i due campanili di San Nicola vacillano, poi uno crolla e l’altro è proiettato in aria “vorticando come un razzo” per poi schiantarsi. Hauberrisser atterrito pensa ai propri amici, ma poi realizza che Chidher deve averli protetti. La campana della chiesa si frantuma in distanza, lo spostamento d’aria giunge fin lì (ovviamente la scena non va letta in termini naturalistici) e si ode nella stanza la voce di Chidher Grün. “Le mura di Gerico sono cadute […] Egli si è destato dal regno dei morti”. Poi silenzio, il pianto di un bambino e infine alle pareti disadorne della stanza – sorta di tomba per una morte simbolica – si sovrappongono come coesistendo in un’altra dimensione quelle di un tempio egizio con figure di divinità. I sensi si risvegliano potenziati:

 

A poco a poco capì di aver toccato quel traguardo che è lo scopo segreto di ogni esistenza umana: essere cittadino di due mondi.

Di nuovo il pianto di un bambino.

 

Eva non aveva detto di voler essere madre al suo ritorno? Trasalì per lo spavento.

La Dea Iside non teneva forse in braccio un bambino nudo e vivo?

Levò lo sguardo su di lei e la vide sorridere.

La Dea si mosse.

 

E mentre l’immagine del tempio si fa sempre più nitida, Hauberrisser riconosce Eva in Iside, è lei “madre del mondo” e gli appare nel suo sembiante terreno. Chiamando il nome dell’amata, nella stanza che torna a emergere la stringe a sé e le copre il viso di baci. Restano abbracciati davanti alla finestra guardando verso la città morta, e nella testa di Hauberrisser echeggia la voce di Chidher Grün, forse profetica della nascita di un figlio alla coppia ricongiunta: “Aiutate le generazioni future, come faccio io, a costruire un nuovo regno sulle rovine del vecchio, […] affinché giunga il momento in cui anch’io potrò sorridere”.

 

La camera e il tempio erano ormai ugualmente nitidi.

Come Giano bifronte, Hauberrisser poteva ora guardare contemporaneamente nel mondo dell’aldilà e in quello terreno, distinguendone ogni più piccolo dettaglio:

 

adesso era “di qua” e “di là”,

un uomo vivo.

 

Permettendo alla coscienza di raggiungere il punto d’illuminazione e cancellare i limiti, l’iniziato dovrebbe cioè operare il passaggio da dualità e separazione di opposte polarità a un’unità profonda, con il trionfo di “Nozze chimiche” tra Re e Regina. Questo finale, che riconduce idealmente al racconto coevo La visita di Johann Hermann Obereit nel Paese delle Succhiatempo e alla dignità di poter porre l’epitaffio “Vivo” sulla propria tomba, dice parecchio delle riflessioni che Meyrink sviluppa all’epoca.

Qualche appunto merita il tema del “verde”, di antica tradizione simbolica e alchemica in associazione con la figura misterica che conduce un gioco allegro nella pagine dell’opera. Il volto verde che qui vediamo figurare sul corpo di un uomo o invece di un serpente richiama anzitutto il Chidher (o Chadir, El-Chidr, Al Khadir, Al Khidr) della tradizione islamica, citato nel Corano (sura 18, 58-91).

 

Benché servitore di Dio, egli è protagonista di diversi misfatti, e quando Musa (Mosè) gliene chiede la ragione, Al Khidr gli risponde: “Tu non puoi insistere con me; quel che faccio, non è di testa mia. Dio mi ha dettato queste azioni biasimevoli per evitarne di peggiori”. Nell’enciclopedia dell’Islam (1913) vengono riportati altri dettagli quantomeno inquietanti: “È tuffandosi nella sorgente della vita che egli avrebbe acquisito il colore verde e di conseguenza il nome…”l

“Egli era seduto su di una pelliccia bianca e questa divenne verde”. La pelliccia è la Terra quando fa maturare i germi e diventa verde dopo esser stata disseccata. Secondo Umara è stato detto ad Al Khadir presso la sorgente di vita: “Tu sei Chadir e là dove i tuoi piedi la toccheranno la terra diverrà verde”. [Jean-Jacques Mathé, Il simbolismo ermetico, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.]

 

Questo Chidher, chiamato anche Huzur nelle tradizioni esoteriche dell’Islam, è sempre stato assimilato all’Ermete Trismegisto egiziano. Nel romanzo di Meyrink, il parallelismo viene espressamente stabilito col profeta Elia e l’evangelista Giovanni, ed anche con l’immagine dell’“Ebreo errante”; ed il possessore della Faccia Verde viene così designato come “l’uomo archetipico”, o come il solo essere veramente vivente.

Come il profeta “verde” dell’Islam ha bevuto dell’acqua della vita e morirà solo al suono della tromba del Giudizio Universale, così il colore simbolico di San Giovanni è il verde e, secondo una tradizione, egli deve restar vivo sino al ritorno del Messia. Ma anche Elia può comparire in qualunque momento quale invitato alla sera del Seder e, come San Giovanni con la sua Apocalisse, viene ritenuto l’annunciatore di un grande Giudizio di Dio prima del regno del Messia.

Tuttavia, è particolarmente importante il fatto che Chidher sia sempre considerato come il compagno e lo ierofante di un atto di resurrezione mistica, mentre San Giovanni, autore del Vangelo esoterico [sic], svolge un ruolo corrispondente nelle tradizioni gnostiche; infine, la letteratura cabalistica della mistica ebraica fa differenza tra gli autori ai quali il profeta Elia sarebbe apparso e quelli i cui scritti si baserebbero sul solo intelletto umano.

Per ragioni di atmosfera poetica più che per il suo sapore esoterico, Meyrink ha aggiunto a questo personaggio di Chidher-Elia-San Giovanni quello dell’Ebreo errante. Le descrizioni talvolta dettagliate dell’apparenza esteriore dell’Ebreo errante lo hanno aiutato non soltanto a fornire un’immagine precisa del possessore della Faccia Verde sin dalla sua prima apparizione, ma gli hanno anche conferito la possibilità di distinguerne convenientemente gli aspetti positivi e negativi: l’aspetto positivo risalta quando la Faccia Verde si presenta, come nella rappresentazione classica dell’Ebreo errante, con una banda nera sulla fronte sotto cui si cela, secondo Meyrink, il segno della vita. Nell’aspetto negativo, il volto è velato e la fronte si rischiara della luce di una croce verde. L’attrazione poetica del personaggio dell’Ebreo errante è stata così forte per Meyrink che egli in origine voleva intitolare il suo romanzo L’Ebreo errante.

La Faccia Verde del primo uomo immortale, cui Meyrink aggiunge anche alcuni tratti del culto del serpente Vidu degli Zulù, le concezioni di un circolo di mistici cristiani, un simbolismo cosmico della natura e le tradizioni egizie, svolge in effetti un ruolo essenziale nel romanzo, perché come in tutti i romanzi di Meyrink non è l’evento esteriore ad esser descritto, bensì l’evoluzione interiore dell’eroe, e questo con un rigore idealistico caratteristico di Meyrink in particolare e dell’espressionismo tedesco in generale. Uno dei personaggi espone la sua dottrina: dobbiamo porre il pensiero al di sopra della vita; l’evoluzione intellettuale dell’eroe principale sin dalla prima intuizione e dalla prima percezione e fino a compimento della propria realizzazione mistica costituisce l’idea direttrice. [Joseph Strelka, “La faccia verde”, cit.]

 

[…] in ogni opera, Gustav Meyrink identifica un essere vivente con un personaggio che ha cessato di esistere, che è vissuto in un tempo passato e tutte queste vite, per quanto un po’ diverse l’una dall’altra, formano un’entità spirituale appartenente ad un essere unico, che ci si rivela sotto molteplici sfaccettature.

Ed infatti, il cosmo non è forse formato, in un preciso istante, di presente, passato e avvenire? In questo rigido blocco, l’avvenire è costituito di elementi già vissuti. [Jean-Pierre Bayard, Aspetti del pensiero iniziatico di Gustav Meyrink, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.]

 

Fuori da mille equivoci, l’esoterismo del Volto verde sta in questo, e non assomiglia in nulla ai corti orizzonti di piccoli razzisti in cerca di potere magico-politico, ma guarda a un’esperienza di crescita interiore. Mistica cristiana, ebraica, islamica; yoga; sapienza egizia, africana – il risultato è una grande avventura esistenziale sincretista, aperta a varie “sofie” e con un inatteso rispetto – inatteso data l’epoca e il contesto – di mondi e profili altri come quello di Usibepu.

Per Pfeill il Volto verde è uno spartiacque della coscienza umana, e la stessa esperienza interiore viene condivisa da quanti siano maturi per riceverla; per Sephardi non è importante che si tratti di un essere e una forma di comunicazione provenienti dall’esterno o invece di qualcosa di totalmente interiore, per la difficoltà di discernere tra pensiero e comunicazione. Ma è con il povero Eidotter che si capisce meglio come il Volto verde – Elia –permetta di conoscere il più alto grado di iniziazione e una vera modificazione della personalità. Negli ultimi capitoli, poi, diverse prospettive illuminano spiegazioni ai processi evolutivi in scena, con una spiegazione quasi junghiana sul risveglio e la realizzazione dell’Io invisibile e una prospettiva profetica di apocalisse e rinnovamento. Il numero e la densità delle metafore e delle espressioni immaginose, ma soprattutto la loro profondità, offrono a questo romanzo una connotazione molto particolare. Fondamentale è l’accettazione della legge della mortalità, e merita su tema citare le parole di Marcel Béalu:

 

Che l’accettazione sia puntellata o no dalla credenza in una problematica vita eterna, è proprio a questa sola speranza terrestre che alla fine si accosta Meyrink. […] Certo, vi è confusione, farragine, ebollizione verbale in questi libri, il cui intreccio tende talvolta al melodramma. Spesso ci troviamo più vicini all’autore de L’Ebreo errante [inteso qui come feuilleton di Eugène Sue] che a Kafka (che pure ne subì, a quanto si dice, l’influenza). Questo genere di letteratura non è certo adatto ai raffinati. Non sono tanto le qualità dello scrittore […] che ammiro in Meyrink, bensì la gravità, la serietà delle preoccupazioni, l’essenza del pensiero. Se non siamo sicuri di trovarci di fronte a uno “scrittore” così come lo intende la crema intellettuale di questo paese, siamo certi di essere alla presenza di un uomo che possiede un’“anima”, il che è mille volte più raro. Intendo con “uomo che possiede un’anima” chi non ha vergogna di provare sentimenti comuni a tutti gli esseri e conserva uno spirito inquieto per i propri destini ultraterreni, non limitato alla preoccupazione di farsi valere o di assicurarsi una reputazione nel Landornau letterario dell’epoca. Di quest’anima, che raggiunge qui facilmente il patetismo, conserverò soprattutto il bagliore di speranza che compare nell’ultima pagina de La Faccia verde, dopo che gli amanti si sono ritrovati e vi è stata la promessa della futura nascita del figlio […]. [Marcel Béalu, L’angelo è apparso in un calore insopportabile, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.]

 

Il nodo rilevato da Béalu è particolarmente evidente in un romanzo piuttosto ostico come Il volto verde, letterariamente più povero del Golem e di altri dell’autore a dispetto della lussureggiante ricchezza simbolica, mitica e mistica. Che pure ha i suoi pregi narrativi: l’Amsterdam postbellica richiama in modo suggestivo la Germania dell’espressionismo, e la catastrofe finale che la colpisce – con quella che è stata talora giudicata una soluzione narrativa eccessiva e non felice – mostra non solo una potenza visionaria, ma un nesso suggestivo con tutta un lunga storia del linguaggio fantastico (i crolli del castello d’Otranto, del palazzo Metzengerstein e di casa Usher, quello del castello Dracula previsto nella prima versione del romanzo di Stoker…).

Del resto a scenari apocalittici Meyrink torna molto presto, con un romanzo letterariamente più godibile e di grande potenza visionaria dell’anno successivo, La notte di Valpurga (Walpurgisnacht. Phantastischer Roman) apparso per i tipi Kurt Wolff Verlag, 1917. Praga, 1885 (la Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Regno d’Italia è stata siglata da tre anni): in un clima sovreccitato e decadente che suggerisce l’incombere della fine dell’impero asburgico, la notte fatale in cui “si scatenano le forze dell’‘altra sponda’” (come presentava il romanzo la vecchia edizione La Bussola) diventa metafora espressionista di una crisi epocale, apocalittica ma anche propriamente sociale. Già le scene iniziali potrebbero, per giochi d’ombra e di livide luci, per personaggi dal gesticolare grottesco e dagli occhi caricati col trucco a enfatizzare una teatralità isterica e burattinesca, arrivare direttamente da un film d’epoca.

Tutto inizia con un cane – Brock – che abbaia nella notte e un gruppo di vecchi riuniti attorno a un mazzo di carte da whist. Ci sono il barone Costantino Elsenwanger, la contessa Zahradka, l’allampanato medico di corte Taddeo Flugbeil detto il Pinguino dagli studenti dello Hradscin, e ipotizzano che l’abbaiare del cane annunci l’arrivo del Consigliere Gaspare di Schirnding molto occupato a giocare di giorno con i bambini dell’istituto Khoteke – o meglio con le bambine, osserva Flugbeil; “con la gioventù, e basta” ribatte severa la contessa. In effetti il Consigliere arriva, ma il cane continua ad abbaiare. Il gruppo va a cena, commentando con stupefazione che il Consigliere sia sceso in città, varcando il ponte – e se fosse crollato (come nel Golem)? – in toni sovraeccitati che ben rendono un certo clima onirico ed espressionista: il Hradscin, la Città Alta attorno al Castello, è vista come qualcosa di totalmente diverso, letteralmente un’altra città, rispetto a Praga (intesa come Città Bassa). Mentre è quasi surrealistica la confusione della contessa tra le dita dei guanti troppo lunghi della cameriera Bozena – a piedi nudi, secondo il costume dei domestici dei palazzi patrizi di Praga – guanti che dunque pendono nel brodo, e le salsicce della medesima zuppa. In città non scendono mai, come la contessa ancora stizzita che i suoi antenati vi fossero stati giustiziati durante la Guerra dei trent’anni, o molto di rado come il barone, discesovi l’ultima volta un ventennio prima. Ma ormai i prussiani, spiega il Pinguino, da tre anni sono loro alleati contro i russi, la situazione è cambiata…

Terminano cena e si apprestano ad affrontare la solita partita a whist, quando il cane in giardino riprende a ululare. Il Pinguino allora prende a occhieggiare dalla porta sulla veranda e vede un uomo camminare rigido sul cornicione del muro di cinta del parco. All’improvviso la figura sparisce, precipitando tra la vegetazione, e la situazione – sarà un assassino? – scatena il panico: ma il Pinguino mantiene sangue freddo diramando ordini ai domestici, e alla fine lo sventurato ritrovato i piedi del muro viene trasportato privo di sensi nella sala dei ritratti. Lì, tra immagini più o meno inquietanti di antenati nelle tele, la contessa annuncia lugubre che Flugbeil non potrà più salvarlo – come quello con un pugnale nel cuore, e al medico di corte occorre un attimo per ricostruire che lei pensa al figlio trovato pugnalato tanto tempo prima (episodio che non troverà sviluppi diretti). L’infortunato presenta labbra illividite e guance imbellettate in rosso vivo, tali da far pensare a una figura di cera (di nuovo): e la cameriera riconosce in lui Zrcadlo, “lo Specchio”, che vive presso Lisa la boema, in passato “una famosa etera” (spiega il medico) ormai anziana. Vive nella Totenstrasse, la via delle ragazze perdute, e la contessa ordina di chiamarla. Poco a poco l’uomo riprende i sensi e si alza: secondo il Pinguino, si tratta di un caso di sonnambulismo scatenato dal plenilunio. Prova dunque a parlargli: Zrcadlo si sente abbastanza bene da tornare a casa?

Il sonnambulo non risponde, volge lentamente il capo e lo fissa, mentre il Pinguino si chiede dove mai l’abbia visto. È alto, magro, di pelle scura, con capelli lunghi e grigi, il viso lungo e glabro… non proprio il Cesare del Gabinetto del dottor Caligari (1920, solo tre anni dopo, difficile non pensare a un nesso), ma ci andiamo vicini. Ha guance imbellettate e un mantello di velluto nero, e fa pensare non tanto a un uomo vivo ma alla sensibilizzazione di un’immagine onirica, o a una mummia di faraone travestita da commediante. A detta della contessa, considerando le pupille tanto contratte, il tipo è morto – ed esorta sarcastica il barone Costantino e il consigliere bloccati sulla soglia a venire avanti, “non morde”. Ma udendo il nome Costantino, il sonnambulo è scosso da un tremito e il volto – come per effetto di ossa molli e plastiche – si rimodella via via assumendo i tratti familiari del barone, e cancellando quelli precedenti fino a sembrare un uomo completamente diverso. Come (torniamo al tema espressionista del Wachsfigurenkabinett) fosse rimodellato nella cera. A quel punto si alza e prende a camminare attorno al tavolo, interpellando poi il barone terrorizzato con i toni e la voce del defunto fratello Bogumil – noto peraltro anche al resto dei presenti. A quel punto, come un mimo, Zrcadlo smuove oggetti immaginari per la stanza in modo tanto preciso che gli altri credono di percepirli (fischietta e offre becchime a un uccello invisibile, attinge a una tabacchiera che non c’è, mostra di scrivere una lettera e la depone in un cassetto nascosto – stavolta reale, e ignoto al barone – nella parete, che poi richiude…

Ma dalla porta Bozena, allontanata con il resto della servitù, chiede se possano entrare e introduce una figura femminile alta e snella dall’abito di buon taglio ridotto a uno straccio: appunto Lisa la boema. Settantenne, ma un tempo bella e per nulla imbarazzata, fissa i tre uomini che l’hanno ben conosciuta in gioventù e non la contessa, chiedendo educata il motivo della convocazione. La contessa intuisce i motivi di imbarazzo dei tre amici e, ancora colpita dagli eventi di poco prima indica Zrcadlo: chi è e cosa vuole, è forse malato? Interviene anche il medico, pensa sia un sonnambulo e le chiede di riportarlo a casa con l’aiuto dei domestici. Lisa risponde che sa soltanto che si chiama Zrcadlo e sembra faccia l’attore, gira la notte per osterie a rappresentare qualcosa per la gente. Ma non è chiaro se abbia coscienza di sé, e lei non ficca il naso nella vita degli inquilini. Poi lo richiama con garbo e le prende per mano conducendolo abulico verso la porta: la somiglianza con il defunto barone Bugumil è sparita, sembra tornata una normale coscienza di veglia eppure il tipo non nota i presenti, quasi fosse ipnotizzato. Il medico comprende trattarsi di un essere che può assumere di volta in volta forme del tutto diverse, una sorta di cadavere non decomposto e in balia di influenze invisibili, che si chiama ed è autenticamente uno “specchio”. Poi, fuori dalla stanza avvicina Lisa: andrà a trovarla l’indomani, intende capire qualcosa di più di Zrcadlo. Quindi con gli altri, tutti turbati, riprende a giocare a whist.

Taddeo Flugbeil, celibe impenitente detto il Pinguino, è l’ultimo della sua dinastia di medici di corte: e la sua vita regolatissima è scossa dalle emozioni della serata e dai ricordi giovanili in cui Lisa la boema, al tempo giovane e bellissima, ha avuto parte rilevante. Col risultato di alzarsi troppo presto: ma come ogni anno sarebbe il momento di recarsi in carrozza a Karlsbad (oggi Karlovy Vary) per le cure termali. Di solito parte il primo giugno, ora è il primo maggio e dunque è tempo per prepararsi: il viaggio a piccole tappe, con lo sfiancato cavallo Carletto, può durare settimane. Stavolta Flugbeil non si è curato di staccare dal calendario il foglietto del giorno precedente, 30 aprile, con la dicitura “Notte di Valpurga”: va invece a recuperare l’enorme diario su cui i maschi di famiglia a partire dal suo bisnonno sono usi scrivere, per cercare nelle pagine della propria gioventù il nome di Zrcadlo. Ha iniziato a annotarvi fatti quotidiani tutti i giorni a partire dal suo venticinquesimo anno, e i passi sulla vita amorosa – in realtà pochini – sono cifrati. Ma nulla emerge, e in compenso gli resta un senso di disagio, di fronte alla monotonia grigia della propria esistenza, della cui regolarità altre volte era andato fiero. Ora l’evento della sera precedente ha smosso fastidiosamente qualcosa in lui: come Pernath e Hauberrisser, insomma, un altro uomo in crisi, alle prese con il senso dell’esistenza.

Da un terrazzo dei suoi alloggiamenti a Palazzo Reale prende a scrutare Praga con il suo potente cannocchiale, cercando qualche immagine di buon auspicio: e all’improvviso salta indietro perché si è trovato davanti il volto sogghignante di Lisa la boema, quasi l’avesse visto e riconosciuto. Dopo un attimo di forte impressione, torna a guardare ma gli pare che tutte le persone occhieggiate – tutte estranee – mostrino caratteri di strana agitazione, che gli arriva addosso. Sembra si sia formato un assembramento di popolo… Allora cambia obiettivo e si trova davanti una finestra di soffitta, dove una madre consunta con un bimbo scheletrico gli pone davanti le conseguenze della guerra. Mutando ancora direzione, verso quel che pare l’ingresso posteriore di un teatro, nota il trasporto di un quadro enorme con Dio Padre benedicente.

Rientrato, viene avvisato che il cocchiere Venceslao è pronto e sale in carrozza; ma un tratto ricorda che intendeva recarsi da Lisa la boema. Fatta fermare la carrozza tra le beffe dei ragazzini che a suo beneficio mimano dei pinguini, comunica la cocchiere la deviazione: però no, non verso Totenstrasse – lo corregge il brav’uomo imbarazzato – ma nella zona Nuovo Mondo dove Lisa si è trasferita, una delle vie attorno all’Hirschgraben, con sette casette separate e un muro circolare fitto di disegni sconci. Per non attirare l’attenzione, la carrozza si ferma parecchio prima della casa, e nell’aria primaverile profumata di fiori il vecchio medico sente di aver tradito la propria anima. Le casette sono segnate dall’abbandono e dall’impoverimento legato alla guerra: e giunto all’ultima da cui si alza un filo di fumo, trova infine Lisa alle prese con una zuppa di pane, che gli dà il benvenuto in una stanza lurida e caotica che funge insieme da cucina, soggiorno e camera da letto. Lei lo accoglie cordiale terminando di mangiare ed esprimendo il piacere di vederlo, ma a un tratto abbandona la lingua forbita e passa confidenzialmente al dialetto praghese. Commenta che Flugbeil è rimasto un bel tipo e un vero accidente, sprofonda nei ricordi e raccoglie un ritratto – un dagherrotipo con l’immagine di lui, regalatole più di quarant’anni prima – che copre di baci, e condisce con un balletto. Paralizzato, il vecchio medico osserva tra sé che si tratta di una sorta di danza macabra: e, mentre passato e presente si compenetrano confusamente in lui, si chiede se non sia tornato giovane o invece non lo sia stato mai, e la fanciulla davanti non si sia trasformata una larva raccapricciante… può essere davvero la stessa persona che lui aveva amato? Ma dopo il momento euforico Lisa torna lucida e singhiozzando nasconde il viso tra le mani, così lui torna a perdere la padronanza di sé. Le chiede con gentilezza se le cose vadano così male e se lui non possa aiutarla, ma lei scuote il capo cercando di soffocare i singhiozzi; allora il medico, vincendo il disgusto per quei capelli luridi, le carezza timidamente il capo, cercando di spiegare che è la guerra, porta a tutti la fame… e si sente in imbarazzo, perché il suo tenore di vita non è invece compromesso. Certo, realizza, Lisa non è più un grado di guadagnare… Ma alla sua promessa di aiuto, lei grata gli bacia silenziosamente la mano e rifiuta il denaro, lasciandolo perplesso: è felice che l’antico amante non abbia orrore di lei, trova spaventoso ricordare il passato. Poi gli spiega che vedendolo entrare le è parso che lui fosse ancora giovane e l’amasse – e le succede spesso, e anche quando va in giro dimentica di essere diventata vecchia. Ma poi i ragazzi la deridono… lui la invita a non curarsene, ma Lisa spiega che l’aspetto terribile è dato dallo svegliarsi ogni volta come da un bel sogno. Non riesce neppure più a riordinare la casa, nulla può essere più come un tempo. Gli altri non possono capire… e lì, in quella melma, un giorno forse potrà dimenticare. Quando a Zrcadlo, vorrebbe avere la forza di cacciarlo via.

Flugbeil spiega di esserne interessato in quanto medico, e le chiede cosa sia: lei ribatte che a volte pensa sia il diavolo, salvo poi correggersi con un riso isterico, il diavolo non esiste e quell’uomo è un pazzo o un attore o entrambe le cose. Comunque non è mai in sé, neanche quando gira le bettole; ed è stato lei a truccarlo, per farlo riconoscere quale attore ed evitargli la galera. Il medico riflette tra sé che non può essere il suo amante, e si domanda se lei non viva dei guadagni di lui: la pietà scompare e lo riprende il disgusto. Tanto più che Lisa si è fatta arcigna: lui si congeda, e lei lo saluta acida non chiamandolo Taddeo col suo nome, ma Pinguino.

(8-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 7 https://www.carmillaonline.com/2025/01/25/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-7/ Sat, 25 Jan 2025 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86372 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Dov’è Eva? (1916)

Il cap. VII del Volto verde (che merita sgranare con una certa puntualità per decostruire i soliti giudizi grossi e strumentali sull’autore) vede Hauberrisser raggiungere l’amico barone che si stupisce del suo viso assorto. Apprende però che è arrivato – presentandosi come mandato da lui – anche l’imbroglione sedicente conte polacco Ciechonski, risultato molto simpatico a Pfeill. Lo trovano intento a corteggiare una vecchia dama, e il barone conduce Hauberrisser in una camera dedicata al relax e rivestita di sughero. La difficoltà principale nel riassumere questa storia sta [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Dov’è Eva? (1916)

Il cap. VII del Volto verde (che merita sgranare con una certa puntualità per decostruire i soliti giudizi grossi e strumentali sull’autore) vede Hauberrisser raggiungere l’amico barone che si stupisce del suo viso assorto. Apprende però che è arrivato – presentandosi come mandato da lui – anche l’imbroglione sedicente conte polacco Ciechonski, risultato molto simpatico a Pfeill. Lo trovano intento a corteggiare una vecchia dama, e il barone conduce Hauberrisser in una camera dedicata al relax e rivestita di sughero. La difficoltà principale nel riassumere questa storia sta nella quantità di densi dialoghi sui temi alla base del romanzo.

Così, dopo un po’ di scherzi lievi, Pfeill chiede all’amico se non senta

 

che c’è qualcosa nell’aria, qualcosa che forse non è mai stato così forte da quando la terra esiste […] è un compito ingrato profetizzare una fine del mondo, è stata annunciata troppo spesso nel corso dei secoli perché la cosa possa avere ancora una qualche credibilità.

Eppure penso che questa volta la ragione stia dalla parte di chi crede di percepire l’imminenza di un simile evento. Non deve essere necessariamente la distruzione della terra: anche il declino di una vecchia visione del mondo è una fine del mondo.

 

Che si tratti di catastrofi naturali, di epidemie spirituali o d’altro, il quadro sembra questo.

 

Finora gli uomini si sono scannati in nome di certi sospetti esseri invisibili che per precauzione non si chiamano spiriti, bensì “ideali”. Credo che a questo punto sia giunta finalmente l’ora della guerra contro questi esseri invisibili – e non vorrei mancare. Da anni vengo addestrato a essere un combattente in senso spirituale, lo so bene, ma non mi è mai stato chiaro come ora il fatto che si prepara una grande battaglia contro questi spettri maledetti. […] Il contrario di quel che fa la grande massa è già di per sé la cosa giusta.

 

Teorizza perciò uno Stato ideale senza necessità di organizzazioni e di doverlo imporre ad altri. D’altra parte, i “pensieri si propagano anche se non li si esprime. Forse soprattutto se non li si esprime”, dunque è certo che il suo Stato conquisterà il mondo. Anche perché al contrario “certe parole d’ordine […] trasmettono malattie ben più gravi [di virus e batteri], per esempio: odio razziale e odio di classe”, e dunque richiederebbero una sterilizzazione. Ovviamente qui a parlare è un personaggio, non l’autore in quanto tale, però il contesto del romanzo e il suo modo di narrare sembrano richiamare posizioni di Meyrink. Contraddizioni comprese, perché i suoi accesi racconti contro le gerarchie militari, i suoi attacchi alla borghesia e a fasce sociali più alte e moralmente decadute o contro certo populismo, l’intransigenza critica delle sue riflessioni non vanno troppo lontani dall’odio di classe. Se sull’odio razziale non sussistono dubbi interpretativi (con buona pace dei tentativi dei razzisti evoliani di annettersi Meyrink), è probabile che odio di classe qui vada inteso semplicemente come un rifiuto del marxismo: a dispetto delle sue bordate e, come si è detto, con qualche contraddizione nel rapporto con la borghesia, Meyrink resta politicamente un moderato. Quanto al nazionalismo,

 

sembra essere una necessità per la maggior parte delle persone, lo riconosco, ma è giunta l’ora che si formi finalmente uno “Stato” in cui i cittadini non siano tenuti insieme dai confini e da una lingua comune, bensì dal modo di pensare, e dove possano vivere come vogliano.

 

Badiamo che simili affermazioni nel contesto della Prima guerra mondiale, sotto il fuoco di attacchi a Meyrink da parte dell’ultradestra nazionalista, sono molto più forti di quanto sembri a noi: in passato e in altri contesti ha potuto essere più tranchant, ma qui rischia l’incriminazione per scarso patriottismo e dunque usa una formula più “morbida” (“sembra essere una necessità per la maggior parte delle persone, lo riconosco, ma”…).

Il cambiamento radicale anche di una persona sola, argomenta il barone, basterebbe: “la sua opera non può morire – che il mondo ne venga a conoscenza o meno. Costui apre nella realtà una breccia destinata a non richiudersi mai più, non importa se gli altri se ne accorgono subito o dopo un milione di anni”. E l’opposizione del singolo Meyrink al nazionalismo prenazista acquista dunque un valore concreto.

Le grandi catastrofi non sono tanto la causa dei mutamenti di pensiero, quanto un presagio, “il mondo in cui viviamo è un mondo di effetti. Il regno delle vere cause è occulto; se riusciremo a spingerci fin là, potremo fare miracoli”. Tra questo sarebbe eminente il saper diventare realmente padroni dei propri pensieri: e a quel punto l’ingegnere riesce a buttargli lì la domanda se abbia qualche “segnale per affermare che siamo di fronte a una… chiamiamola svolta”. Il barone ammette che sì, ma “(p)iù che altro è una sensazione”. C’entra l’incontro casuale con una certa signorina van Druysen, che gli presenterà tra poco, e il racconto da lei offerto: una “pietra miliare” dello sviluppo interiore si rivela “nella coscienza di tutti coloro che sono maturi per viverla con una uguale esperienza interiore […], la visione di un volto verde”. Che, come detto, questo romanzo flirti con l’esoterismo (e ben più che Il golem), non toglie che occorra riflettere su quale sia l’esoterismo in questione. A partire dall’ottica visionaria, mitica e onirica con cui è giocato il motivo del Volto verde: e il prosieguo della storia permetterà di uscire dal generico.

A quel punto l’ingegnere, stravolto dalla sorpresa, afferra il braccio dell’amico e racconta eccitato cos’abbia vissuto. Molto colpiti, iniziano a parlare fitto e non si accorgono dell’arrivo degli ospiti – in particolare Eva van Druysen e il dottor Sephardi, presto coinvolti nel racconto. Sulla propria esperienza alla “Bottega delle Meraviglie”, Hauberrisser lascia al barone il compito di sintetizzare ed Eva aggiunge solo qualcosa sulla visita a Swammerdam: nessuno dei due è in imbarazzo, ma entrambi faticano a parlare. Il fatto è che c’è stato un inatteso colpo di fulmine: di Hauberrisser che pure di donne ne ha amate tante, e ora travolto da “un sentimento di comunione così sincero e intimo da far impallidire quanto fino ad allora aveva chiamato passione”. Ma anche della giovane, e la reciprocità non sfugge all’occhio acuto di Pfeill. Che coglie anche una sofferenza negli occhi di Sephardi (scopriremo solo più avanti che si era innamorato di Eva, ma già ora possiamo sospettarlo). Quando però paragona la piccola comunità di mistici del calzolaio veggente a un gruppo di sventurati pellegrini ingannati da un miraggio e condotti a morire di sete nel deserto, Eva ribatte che ciò non vale per Swammerdam, “destinato a trovare anche le cose più elevate che sta cercando”. L’ebreo ortodosso Sephardi resta scettico.

Dibattono un po’ sul tema dei messaggi “sovrannaturali”, e Hauberrisser chiede conto della definizione di “uomo primordiale” usata per la fantomatica figura dal volto verde che entra ed esce dalle loro giornate. Preferisce “credere che sia la medesima creatura entrata nelle nostre vite” con un caleidoscopio di manifestazioni, ed Eva si dice d’accordo. Sephardi ipotizza che si tratti di una forza spirituale – forse un essere con una autonomia identitaria – fiorito in epoca remota e che ora voglia ridestarsi, manifestandosi a pochi eletti. Del resto se un uomo diventa immortale, “continua a esistere quale pensiero eterno” in grado di accedere in modo diverso alla mente altrui. Se poi lui, come ebreo, accoglie una religione della debolezza che si basa sull’attesa del Messia, esiste anche una strada della forza – l’importante è che, per coerenza, il debole non scelga la forza o viceversa.

L’ingegnere lo interpella allora sul tema del dominio dei propri pensieri – che non è il semplice autocontrollo, e Sephardi ribatte atterrito che si tratta di “un antichissimo sistema pagano per giungere al vero superomismo”, il cosiddetto “ponte della vita”. Però sia chiaro, non c’entra con Nietzsche: è penetrato in Europa dall’Oriente, e pochi lo conoscono. È bastato a far perdere il senno a chi mirava a quel tipo di magia, “soprattutto inglesi e americani” con ciarlatani che si spacciano per iniziati e schiere di pellegrini in India e Tibet, senza sapere “che lì il segreto si è spento da tempo”. Legittimo domandarsi se Meyrink non stia facendo qui il contropelo al Fa’ quel che vuoi di Crowley, molto attivo nel traghettare a ovest – tra brividi e critiche degli occultisti occidentali, che non amano simili ibridazioni contrarie a una tradizione – una serie di spunti esoterici dall’Oriente.

Sephardi prosegue: questi appassionati di scarsa preparazione confondono con altre tradizioni che portano quel nome, ma i testi antichi sull’argomento restano privi di chiavi interpretative. Del resto un “ponte della vita” è esistito anche nella cultura ebraica, con tracce indietro fino all’XI secolo e un suo antenato, Salomon Gebirol Sephardi, ne ha parlato nei propri scritti finendo ucciso da un arabo. In Oriente una piccola comunità erede di emigrati europei discepoli di antichi Rosacroce, i Paradâ, “coloro che hanno toccato l’altra riva”, custodirebbero ancora il segreto… Beninteso, sarebbe una fortuna per il mondo intero se qualcuno giungesse all’altro capo del “ponte della vita”. Da solo, un uomo non può riuscirci, ha bisogno di una compagna e qui sta il senso più profondo del matrimonio, “che l’umanità ha smarrito da millenni”. Poi si avvicina alla finestra per nascondere il viso e prosegue: “Se un giorno le mie misere conoscenze in questo campo potessero tornare utili a voi due, disponete pure di me liberamente”.

Eva resta colpita. Anche ammettendo che i sintomi di un suo innamoramento per l’ingegnere siano così evidenti, cosa ha spinto Sephardi a un’uscita tanto poco discreta da gaffeur? Tradisce l’eroismo di chi l’ha amata in silenzio? O piuttosto c’entra il discorso sul “ponte della vita” e un improvviso – come diceva Swammerdam – partire al galoppo del destino? in fondo Eva, seguendo il consiglio del mistico, aveva parlato con Dio… a quel punto, cogliendo l’imbarazzo di Hauberrisser, lo tranquillizza: non deve provare disagio, si tratta di parole di un amico e nessuno può sapere ciò che la sorte riserva. L’indomani tornerà ad Anversa e per un po’ non si vedranno. Si congeda affettuosamente anche da Sephardi.

Intanto il barone nota casualmente sul giornale una notizia di cronaca nera, su un assassinio consumatosi nello Zee Dyk. Legge così i punti principali ai presenti: Swammerdam che trova il corpo della piccola Katje, il calzolaio scomparso con la grossa somma che aveva ricevuto, i primi sospetti su un commesso poi rilasciato, il costituirsi dell’assassino – che ha probabilmente ucciso anche il calzolaio. Il cui corpo, buttato probabilmente nel fango del canale, non è stato ritrovato. La confusa testimonianza dell’assassino che avrebbe sottratto il denaro permette di parlare di omicidio a scopo di rapina. Perché a uccidere non sarebbe stato “Quell’orribile negro” (qui in apparenza gli stereotipi si sprecano, ma ci saranno sorprese) come ritiene Eva, bensì “un vecchio ebreo russo di none Eidotter, che gestisce uno spaccio di liquori nello stesso edificio” – quello cioè con il nome rituale di “Simone il crocifero”. La ragazza, che l’ha conosciuto, non crede alla sua colpevolezza, neppure in stato di incoscienza. Circa l’improbabile confessione di lui, Sephardi ipotizza che l’adozione di un nome sacrificale come quello del crocifero, per la forza stessa insita in esso, abbia indotto un soggetto isterico a immolarsi per qualcun altro; mentre per lo stesso motivo la bambina è stata probabilmente uccisa da Klinkherbogk in un attacco di follia religiosa, a imitazione del sacrificio di Isacco, dopo essersi dato da solo, imprudentemente, il nome “Abram”.

Alla fine Eva esce di lì con Hauberrisser: lui domanda se non potrebbe andare qualche volta a trovarla ad Anversa, lei preferisce uno scambio di lettere: “Ho pensato sovente che ci deve essere qualcosa di innaturale nel fatto che un uomo si leghi a una donna. Ho come l’impressione che le ali gli si spezzino”. Lui ribatte che la barriera tra loro è il risultato delle inavvedute parole di Sephardi, dovranno sforzarsi di abbatterla. Ma lei vagheggia un’unione speciale, ben più intensa di un matrimonio “ridotto a un’odiosa istituzione che sottrae all’amore la sua bellezza e costringe l’uomo e la donna a un degradante opportunismo”. A un tratto Eva si stringe a lui, sussurrandogli che lo desidera “come la morte. Sarò la tua amante, lo so, ma quel che la gente chiama matrimonio ci sarà risparmiato”. Lui, stordito dalla gioia, coglie a malapena le parole, ma poi un alito di gelo li avvolge entrambi, come portati via alla gioia eterna dall’angelo della morte. Si riprende poco a poco, mentre una carrozza porta via lei e lui si scopre straziato dall’angoscia di non rivederla mai più.

Accertato che la zia beghina non voglia incontrarla – ha mal di testa, poverina, dopo gli ultimi traumatici fatti… – Eva si appresta a partire per il Belgio. Come trovare l’accesso a quel sentiero regale per la donna citato da Sephardi? Non vuole ridursi a donare all’amato solo la propria bellezza… e farebbe per lui qualunque sacrificio, pur di puntare al di là di quegli orizzonti umani che restano davvero troppo poco. Prega intensamente che qualcuno da oltre il fiume della morte le appaia per indicarle la strada. E dal cielo squarciato ha una visione, una tavola di vegliardi come in attesa: il “loro superiore aveva i lineamenti di una razza straniera, e un segno luminoso fra le sopracciglia; dalle sue tempie partivano due raggi abbaglianti come le corna di Mosè”, ma lei non riesce a formular loro la propria richiesta e lo squarcio nel cielo si sta ormai richiudendo, lei cerca di trattenere l’uomo con il segno fiammeggiante… però all’improvviso vede “una figura su un cavallo bianco sfrecciare al galoppo dalla terra al cielo, e riconobbe Swammerdam”, che smonta, impreca contro il vegliardo, lo afferra e gli indica Eva. La scena le ricorda le parole evangeliche sul fatto che il Regno dei Cieli vada conquistato con la forza. A quel punto lei ordina – come aveva sollecitato il mistico – di essere innalzata

 

verso la meta più sublime che una donna possa attingere – senza pietà, sordo alle sue preghiere se le avesse formulate per debolezza, sempre avanti, più veloce del tempo – attraverso gioie e felicità, senza concederle tregua, senza un attimo di respiro, costasse anche mille volte la vita.

 

(Nel contesto d’epoca può non colpirci un certo angelicato ministero della figura femminile.) Eva capisce di dover morire di fronte alla luce abbagliante del segno sulla fronte dell’uomo che le brucia la mente, ma continuerà a vivere perché ne ha visto il volto. Sente le catene della schiavitù spezzarsi in lei, mentre le sue labbra mormorano lo stesso ordine… Quando recupera il senso della realtà, sa che non tornerà ad Anversa: tutto le sembra piccolo di fronte all’indicibile beatitudine del prossimo futuro, e sta per giungere “l’ora che le donerà la vista – seppur tardi e a prezzo di terribili sofferenze”. Guardandosi allo specchio, i tratti del volto le risultano estranei: non riesce neppure a scrivere una lettera al proprio amato.

Ma avendo accettato di lasciarsi spingere dal Maestro del Destino verso lo scopo più elevato possibile, per poter offrire all’amato un rapporto speciale e non un matrimonio borghese, Eva scatena un meccanismo psichico di recettività, di lasciarsi agire: e in primo momento di questa mistica passività beneficia una forza oscura. Infatti come dal fondo dell’orecchio le perviene un sussurro, che poi diventa una lingua selvaggia e straniera. Deve obbedire a un ordine estraneo, ostile, ed esce; giunta alla piazza della Borsa di Amsterdam è trascinata bruscamente a destra. Sospetta di essere diretta a farsi uccidere ma non vi si oppone – tutto è un passo ulteriore verso la meta. Cammina fino a imbattersi nella casa sghemba – alla Caligari – in cui è stato assassinato il calzolaio. E sul parapetto alla confluenza dei due canali siede l’uomo la cui forza demoniaca l’ha attirata lì: è il terribile Usibepu, e lei atterrita che non riesce a chiamare aiuto, vede se stessa fermarglisi davanti. Lui dorme a palpebre aperte con le pupille rivolte in su, lei – inerte – ne teme il risveglio e subisce la “magica coercizione” del “selvaggio sangue africano” di cui aveva sentito parlare (torniamo a stereotipi razzisti diffusi in tutto l’Occidente):

 

L’abisso in apparenza insormontabile che separava il terrore dall’ebbrezza dei sensi era in realtà solo una sottile parete trasparente, infranta la quale l’animo di una donna si trasformava senza scampo in terreno di istinti bestiali.

 

Come una sonnambula, non vede vie di scampo: lui la afferra e le tappa la bocca, Eva si aggrappa alla striscia di cuoio rosso scuro che lui porta al collo… riesce a chiedere aiuto, Usibepu la trascina nell’ombra della chiesa di San Nicola, ma due marinai cileni li seguono, uno riesce a ferire il nero che però gli sfonda la testa. Messo KO l’altro, Usibepu bracca Eva nel giardinetto della chiesa, lei si nasconde e vorrebbe uccidersi per non cadere nelle sue mani. Poi però si accorge che la propria immagine riflessa è apparsa in mezzo al giardino, Usibepu le parla terrorizzato… quindi ricade nel precedente stato di incoscienza. La forza a cui ha scelto di affidarsi la indirizza verso la salvezza. Eva si arrischia ad abbandonare il nascondiglio e giungono voci dal vicolo: lei grida, gli inseguitori di Usibepu si lanciano su di lui che però riesce a farsi strada e arrampicarsi sul tetto della chiesa (inevitabile pensare alla fuga dell’evaso, impazzito Knock nel Nosferatu, 1922). Eva perde conoscenza e ne perdiamo le tracce: e questa sua scomparsa resterà circonfusa di mistero iniziatico.

Intanto Hauberrisser si intrattiene con Sephardi e il barone: continua a pensare a Eva, ma ad Amsterdam – a parte la compagnia dei due cari amici – si sente solo. Medita dunque di trasferirsi ad Anversa, dove potrebbe incontrare Eva almeno casualmente, ma è angosciato dal cattivo presagio gravante sul loro congedo. Quando poi scopre che è partita dall’albergo ma le valigie non sono state ritirate, si agita e prende a cercarla disperatamente, nella notte, fino allo Zee Dyk – ma lì Swammerdam gli spiega che non è tornata da loro. Comunque lo tranquillizza sul fatto che Eva sia viva, “Perché altrimenti la vedrei”: ma sì, è capitato qualcosa di grosso, la tiene in suo potere “uno di fronte al quale noi due non siamo nulla”. Eva si è incamminata su una strada simile a quella percorsa da Klinkherbogk, per cui lui pure aveva pregato tanto, però le preghiere risvegliano “con violenza forze in noi sopite”. E il senso di quanto accade nella sfera esteriore è di spingere avanti: poi tutto avviene “nel momento giusto e nel modo migliore” – così, non si preoccupi, sarà per Eva.

 

Il difficile sta nell’invocare lo spirito che deve guidare il nostro destino; Egli ascolta solo la voce di chi è maturo, ma il grido deve nascere dall’amore, e per amore di un altro, altrimenti non facciamo che risvegliare in noi le forze delle tenebre.

Gli ebrei della cabbala dicono: “Le creature del buio regno di Ob raccolgono le preghiere che non hanno ali”, e con ciò intendono non i demoni che sono fuori di noi, perché da questi ci difende la muraglia del nostro corpo, ma certi magici veleni dentro di noi che, risvegliati, scindono il nostro Io.

 

Alla preoccupazione di Hauberrisser che Eva sia andata incontro a una triste sorte come quella del calzolaio, il mistico lo rassicura: se l’ha consigliata a una certa ricerca interiore, era perché in quel momento era vicino Colui di fronte al quale loro non sono nulla. Invita piuttosto l’ingegnere a rivolgersi ai marinai della taverna con un’offerta in denaro, perché la trovino. Nel locale giace il corpo del marinaio cileno ucciso da Usibepu, ma il taverniere ne copre la responsabilità.

Eva viene cercata da tutto il quartiere, e la cameriera Antje è molto commossa per Hauberrisser. Alla fine Swammerdam lo esorta ad andare a dormire: provvederà lui a denunciare la scomparsa alla polizia. Il mistico gli racconta un episodio della propria giovinezza: turbato e deluso, considerava il destino un carnefice spietato. Poi aveva visto un purosangue che stavano allenando: continuava a correre in tondo sotto le frustate per non accettare di saltare un ostacolo che lo avrebbe portato a far chiudere la prova – e Swammerdam aveva capito di assomigliargli… Fino a quel punto aveva visto le sventure come punizione, ora la durezza della sorte aveva acquistato un nuovo significato. L’unico consiglio che arriva a dargli è di cercare

 

quella magica forza che in avvenire sarà in grado di evitare altre disgrazie alla sua fidanzata. Altrimenti potrebbe accaderle di trovarla per poi perderla di nuovo, come gli uomini sulla terra si incontrano per poi venire separati dalla morte.

Lei deve ritrovarla non come si trova un oggetto perduto, bensì in un modo nuovo e duplice. […] Non ha detto lei stesso che Eva aveva paura del matrimonio? Proprio per preservarvi da questo il destino vi ha uniti così all’improvviso, e subito dopo vi ha separati. In una qualunque altra epoca che non fosse quella attuale, in cui quasi l’intera umanità si trova di fronte a un terribile vuoto, quel che le è accaduto avrebbe potuto essere solo una smorfia della vita, ma oggi questo mi sembra da escludere.

 

Quanto al misterioso manoscritto pervenuto all’ingegnere, lasciando che gli eventi esteriori seguano il loro corso, è sensato cercare in quelle pagine ciò che è giusto per lui. Ora è nel punto giusto per poterlo fare, “(p)erchè ora agisce per amore, e può impossessarsi senza pericolo delle forze terribili che altrimenti la porterebbero inesorabilmente alla follia”.

Chiaramente Meyrink presenta Swammerdam con simpatia e rispetto: un mistico dal profilo ben più sofferto e in fondo umano dello splendido ma distante Hillel del Golem. E con altrettanta chiarezza il filo importante del Volto verde rappresentato dal mondo di Swammerdam è quello della mistica cristiana di Jacob Böhme (1575-1624) e di altri testimoni avanzati sulla linea tedesca già di Meister Eckhart, passata a innervare il pensiero rosicruciano ma più in generale il pensiero mistico romantico. Quindi la spendita per questa parte fondamentale della categoria dell’esoterico, non impropria per il romanzo in termini assoluti, richiede almeno di essere meglio chiarita.

Tanto più ricordando il rapporto complesso dell’autore con gli esoteristi dell’epoca. In alcuni abbozzi di Il volto verde figurava una figura di ciarlatano poi in gran parte eliminata nella versione definitiva, e modellato su Rudolf Steiner. Se questi in una conferenza a Monaco rende omaggio ai pensieri di Meyrink sulla mistica, Gustav non è altrettanto amichevole nei suoi confronti, stroncando la teosofia come religiosità di gente incolta. Non parliamo poi degli spiritisti, ai quali riserverà nel Volto verde parole durissime.

Va detto che la critica al sistema di Steiner è in parte parallela a quella nei confronti di Mann. Così come in tema di esoterismo Meyrink non si riconosce seguace di una peculiare tendenza, ciò vale anche per il fronte della letteratura. Ma fa parte del carattere di Meyrink una conflittualità ispida, con giudizi tranciati in modo tale da suggerire una certa incomprensione della letteratura del suo tempo (impressione in realtà non fondata, a giudicare dalla sua corrispondenza, in particolare con l’editore Kurt Wolff). Diciamo che, a proposito di Meyrink, qualunque semplificazione classificatoria – a partire da quella di chi cerca di annetterselo – è destinata a scontrarsi con un impianto di pensiero liberissimo, molto originale e ben poco schematizzabile.

Intanto Sephardi si è recato dallo psichiatra legale Debrouwer – considerato da tutti un superficiale – per sapere qualcosa di più sul caso del vecchio correligionario Lazarus Eidotter e intercedere per lui. Sospetta sia un chassidim cabbalista e la sua sorte gli sta a cuore. Anche l’ottuso Debrouwer esclude che il vecchio abbia ucciso (è stato il calzolaio a uccidere la nipote, prima di essere assassinato da qualcun altro e gettato dalla finestra); ma Eidotter conosce troppo bene i fatti e descrive l’uccisione del calzolaio nel dettaglio come avrebbe potuto fare il vero assassino. Oltretutto, alla notizia del delitto, il vecchio è stato ritrovato privo di sensi, “Fingeva, naturalmente”: e se pretende di aver ucciso anche la piccola è solo “per confondere la polizia”. Insomma, un complotto: ecco di nuovo il Meyrink che non ha fiducia nella giustizia dei tribunali, nelle valutazioni di medici spocchiosi e in generale in un sistema. Dal canto suo, Sephardi si rende conto che la sua prima idea di un condizionamento di Eidotter a causa del nome rituale “Simone il crocifero” non regge: vagheggia ora un caso di chiaroveggenza inconscia.

Comunque lo psichiatra concede a Sephardi con sussiegosa benevolenza di parlare al vecchio ebreo russo. Lo trova in condizioni mentali confuse, ripete le parole che lui dice e pare privo di emozioni, benché i tratti rivelino straordinaria forza spirituale. Continua a ripetere di essere colpevole e di aver ucciso per sottrarre i soldi: ma quando Sephardi gli spiega che non avrebbe potuto arrampicarsi sulla catena (come sostiene) per giungere alla stanza del calzolaio, riflette e constata – senza sollievo – che ha senso. La prospettiva che possa essere giustiziato non lo turba, nella vita gli sono “capitate cose più terribili”. Ma curiosamente, a uno stato come privo di vita, il vecchio alterna momenti di profonda comprensione. Sephardi cerca di farlo parlare della famiglia.

 

Si ricordò che fra i chassidim circolava una leggenda secondo la quale, nella comunità, alcuni davano l’impressione di essere folli ma non lo erano affatto: di tanto in tanto, deposto il proprio Io, essi provavano gioie e dolori altrui come se ne fossero toccati in prima persona. L’aveva sempre considerata una favola:

 

sarebbe quello il primo caso che gli tocca vedere. Chiede invano se altre volte abbia creduto di aver commesso qualcosa perpetrato invece da altri. Però qualche giorno prima si comportava diversamente, incalza Sephardi, parlava di cabbala: e a quel punto il vecchio commenta che sì, l’ha studiata a lungo, anche il Talmud babilonese e quello gerosolimitano. Ma, sostiene, ciò che la cabbala dice di Dio è falso, “Nella vita è tutto diverso”. Visto poi che in Vaticano ha dovuto tradurre il Talmud, i greci ortodossi di Odessa credevano fosse “una spia in contatto con i goyim romani”: e a un certo punto, guarda caso, un incendio aveva devastato casa sua. Senza però che ci fossero vittime, grazie al profeta Elia, che più tardi è venuto a sedersi alla loro tavola dopo la festa dei tabernacoli – ma la moglie sosteneva si chiamasse piuttosto Chidher Grün – e a quel nome, dopo i dialoghi con Pfeill, Sephardi sobbalza.

Comunque, continua Eidotter, nella sua comunità dicevano che lui era pazzo, senza sapere che Elia gli “insegnava la doppia legge tramandata da Mosè a Giosuè”. Poi moglie e bambini gli erano stati orribilmente uccisi in un pogrom… Lui narra sorridendo senza emozioni, pare cosciente ma ormai senza dolore: quindi – prosegue – non era più riuscito a studiare la cabbala, “perché i lumi dei makifim erano stati spostati”. Sephardi con delicatezza domanda se intenda che il dolore gli abbia ottenebrato la mente, ma lui spiega che no, è stato come aver bevuto quel filtro degli egizi che porta l’oblio. “Come sarei potuto sopravvivere altrimenti? Per lungo tempo non seppi chi ero”, e al ritorno della memoria gli manca quanto occorre per piangere e parecchio di quanto occorre per pensare. Sa che è accaduto qualcosa che dovrebbe farlo soffrire, ma non prova nulla perché il cuore è salito alla testa, mentre il pensiero è sceso al cuore – quanto all’attività del suo negozio, non serve gran cervello e il suo corpo procede in automatico… Ecco spiegato qualcosa della sua stramba confessione.

Certo con le proprie forze nessuno è in grado di far qualcosa di simile, occorre si muova “uno dell’altro mondo” per spostare i lumi – nel suo caso il profeta Elia. Prima che entrasse nella stanza l’aveva riconosciuto, e il suo arrivo era stato normalissimo come l’ingresso di qualunque altro ebreo – e si rende conto che “non era trascorsa neppure una notte della mia vita in cui non lo avessi visto in sogno”. Tornando poi indietro con la memoria a cercare il loro primo incontro, gli era passata davanti la sua intera giovinezza e poi una vita precedente e così via: e l’aspetto di Elia era sempre lo stesso, di un ospite straniero seduto alla sua tavola, e a un certo punto ha scambiato di posto i due candelieri sul tavolo – cioè li ha spostati in lui. Ma sua moglie sosteneva che l’ospite in persona avesse detto di chiamarsi Chidher Grün…

Elia è rimasto sempre con lui, anche se non può vederlo: e Sephardi capisce che tra sé e il vecchio c’è “un abisso spirituale che non si poteva colmare”. Lui che viveva nel lusso, in solitudine e studio, si è forse perso le cose più importanti. Ha creduto di attendere la venuta di Elia, e leggendo ha capito “che per risvegliare la vita interiore era necessario desiderarla”: ma ora che ha davanti uno che ha appagato il proprio desiderio spirituale, si scopre a dire che non vorrebbe essere al suo posto. Il movimento spirituale non è quello che lui credeva. Quando però spiega a Eidotter che non sarà difficile convincere lo psichiatra che la sua confessione non c’entra col delitto, il vecchio gli chiede di promettergli che invece non dirà niente: non vuole che l’assassino sia arrestato, e detto fra loro è un nero. Sephardi chiede come lo sappia e lui spiega che quando rientra dagli incontri con Elia, ha la sensazione di esser stato parte di eventi nel frattempo avvenuti: se però vi ritorna con pensiero vede la verità. Stavolta, tornando mentalmente ad arrampicarsi per la catena, si è guardato… era un nero vestito di blu, con una cinghia di cuoio rosso attorno al collo. Ma ricorda a Sephardi di tacere, a causa di Elia non dev’essere versato sangue, e poi l’assassino è uno dei nostri, cioè un uomo di fede – selvaggia ma viva. E gli proibisce di parlare: “Se devo morire per lui, lei vorrebbe togliermi un simile dono?”. È evidente che il povero Eidotter ha conosciuto attraverso la frequentazione del misterioso visitatore il più alto grado di iniziazione: e Sephardi torna a casa sconvolto.

Questo dialogo bellissimo e il ruolo perplesso dell’occidentalizzato Sephardi aprono a un filone in qualche modo contiguo a quello menzionato della mistica cristiana. In questione è qui il pensiero di un certo mondo ebraico della diaspora, con tradizioni certamente peculiari tra Balcani, Polonia e Russia: si pensi alla mistica sincretista o non allineata di maestri più o meno eretici come Sabbatai Zevi, 1626-1676, Jacob Frank, 1726-1791 (protagonista del recente I libri di Jakub di Olga Tokarczuk, pubblicato in polacco nel 2014), e soprattutto Baʻal Shem Tov, 1698-1760, fondatore di quel chassidismo cui Eidotter sembra aderire. Dove di nuovo, pur dicendo qualcosa di un certo simbolismo un po’ criptico, la chiave dell’esoterismo tout court sembra impoverente e imprecisa. In questo romanzo c’è molta mistica, che va riconosciuta per tale: l’insistenza rozza sulla chiave esoterica – senz’altre specificazioni – sembra soprattutto frutto di accostamenti superficiali al testo e, a monte, dei soliti tentativi ideologici di annettere Meyrink all’orizzonte degli amanti dell’esoterismo eredi del Gruppo di Ur. Ma tra le riflessioni trombone, sussiegose ed equivoche connotanti un certo sottomondo esoterico di privilegiati lamentosi, tutelatissimi perché contigui a poteri sempre vivi, e la sofferta profondità esistenziale di grandi perdenti come Eidotter corre un enorme divario che va colto: un orizzonte febbricitante e vivido di sincretismi mistici cristiani ed ebraici nel calderone delle fedi tra Mitteleuropa e Oriente che parla di percorsi personali alla fede, di scelte esistenziali sofferte, di violenze patite da chi è (davvero) marginalizzato. Ovviamente la mistica cristiana di Swammerdam e la mistica ebraica di Eidotter non esauriscono il contenuto del Volto verde e il tema del suo esoterismo, ma certamente l’enfasi sul medesimo viene notevolmente ridotta.

Le settimane passano e di Eva non ci sono tracce. Invano il barone e Sephardi cercano di aiutare Hauberrisser nella ricerca, per cui viene offerta una lauta ricompensa. Si mobilitano anche pazzi con lettere anonime, veggenti più o meno improvvisati, in una corsa alla bassezza. Unico balsamo per l’ingegnere sono le visite quotidiane di Swammerdam, che un giorno non riesce più a trattenersi: “una schiera di pensieri estranei si sta avventando ostile su di lei per privarla della ragione” e a quel punto l’ingegnere si ritira in se stesso, facendo circolare la voce d’essere partito.

Cerca di costringersi a leggere il rotolo misterioso, ne accoglie il “tu” come rivolto a sé e si accorge che la voce sembra essere a tratti quella di Pfeill, o di Sephardi, o di Swammerdam, tutti animati dal medesimo spirito per aiutarlo a crescere. E questa del manoscritto è forse la voce più genuinamente esoterica del romanzo.

Vi si annuncia che è l’ultima ora sull’orologio del mondo. Dunque non si faccia sorprendere dal sonno, “restare svegli è tutto”: esiste un equinozio dello spirito, e “la legge interiore è identica a quella esterna, solo di un’ottava più alta”. Chi sogna cogliendo soltanto scorci ingannevoli non sono poeti e sognatori, ma i diligenti uomini del fare, che vivono il loro sogno indipendente dalla volontà. Certo esistono i grandi veggenti che sanno di sognare e si spingono “fino ai bastioni dietro cui si cela l’Io eternamente sveglio”, come Goethe, Schopenhauer e Kant, ma non possono espugnarne la fortezza né svegliare i dormienti. Mentre occorre raccogliere le forze e cercare di svegliarsi – permettendo di respingere i pensieri tormentosi. Trasmettendo al corpo questa veglia, i dolori cadranno di dosso come foglie morte: e le pratiche ascetiche delle diverse religioni mirano a questo, l’occulta dottrina della veglia come la scala celeste del Giacobbe che lotta con l’angelo. Il primo piolo si chiama genio: come andrebbero chiamati i livelli più alti?

Il primo ostacolo sarà costituito dal corpo, ma alla fine sarà debellato e l’universo si troverà ai piedi del vegliante. Non si faccia scoraggiare dal timore di non poter raggiungere la meta in questa vita: le nascite successive saranno sempre più avanzate. Vedrà immagini – persone morte, figure di luce – emanate dal suo corpo: e un giorno, se lo seppelliranno, nella bara non ci sarà alcun cadavere. E solo allora riuscirà a distinguere il reale dall’apparente, e capire se è l’essere più disgraziato o più fortunato della terra. Ma nessuno viene abbandonato dalle proprie guide.

Il manoscritto offre poi una serie di caveat sul tema delle apparizioni, per smascherare predatori d’anima e pensieri divenuti visibili, e non cadere in pii equivoci (una condanna nettissima dello spiritismo, le cui manifestazioni avevano peraltro recato a Meyrink penosi contraccolpi interiori). E prosegue con una catechesi sapienziale per cui non ci sarebbe un paradiso dei buoni e una punizione dei cattivi perché non ci sono Male e Bene ma Falso e Vero; vegliare non significherebbe pregare (come da lettura cristiana) ma risvegliare l’Io immortale; il corpo non andrebbe trascurato in quanto peccaminoso, ma far sì che sublimi in spirito; la solitudine andrebbe sperimentata dallo spirito per trasfigurare il corpo. Posizioni insomma vagamente superomistiche a base di “loro credono, noi sappiamo”, in fondo non particolarmente originali a inizio Novecento, e idealmente collocabili tra Nietzsche e le teo/antroposofie di successo. L’anima esoterica, o se si preferisce mitica, del Volto verde – come in fondo del Golem – sta qui, con le polemiche dell’autore verso devozionismi confessionistici e gnosi d’epoca: dove il sogno dell’immortalità depone i panni romantici del secolo prima per tentare nuove sintesi. E pazienza se il risultato, come spiegava il barone Pfeill, informerà solo lo “Stato” dell’autore attraverso un’opera narrativa.

Comunque il manoscritto invita chi legge a decidere in piena libertà la propria posizione. E una pagina successiva fa pensare che il destinatario abbia effettivamente abbracciato “la via pagana del dominio dei pensieri”: suo mentore sarà dunque qualcun altro che sulla terra resta invisibile, “infinitamente lontano […] e tuttavia vicinissimo”. Il loro simbolo è la Fenice emblema di eterna giovinezza: e i suoi primi passi comporteranno che si separi dal corpo – come le streghe che se ne disgiungono lasciando a casa il corpo rigido e privo di sensi per raggiungere (potremmo dire in astrale, Meyrink non usa questa definizione) il sabba. Ma a domare il corpo nell’immobilità non basta la volontà, occorre lo stato di veglia superiore che deve raggiungere da solo, passando per l’incontro con spettri terribili: però saranno solo pensieri in forma visibile, indicatori di uno stadio di sviluppo spirituale. A quel punto potrà o meno entrare nel regno della pace eterna, ma potrebbe anche conseguire poteri per ben amministrarli, l’umanità ne avrebbe bisogno. E potrebbe riceverli proprio il giorno del “grande equinozio”: “Uno di coloro che detengono le chiavi dei segreti della magia è rimasto sulla terra per cercare e radunare gli eletti”, identificato da alcuni come l’Ebreo errante, da altri Elia, per gli gnostici Giovanni Evangelista. Può manifestarsi in forme varie, figura e volto non sono che immagini, ma potrebbe apparirgli come un essere di colore verde, oppure “com’è realmente – un segno geometrico, un sigillo nel cielo che soltanto tu riesci a vedere”, e a quel punto sappia che sarà chiamato a compiere azioni miracolose. Il narratore delle pagine misteriose ricorda di averlo incontrato in forma umana e ha “potuto mettere la mano nel suo costato”: si chiamava Chidher Grün.

Siamo al cap. XII, quello che si rivelerà il più importante. È passato del tempo, ad Amsterdam il nome di Eva è dimenticato e la considerano morta, solo Hauberrisser pensa ancora a lei – spera ancora, sempre più, ma non osa parlarne, neppure a Swammerdam cui pure lascia intuire qualcosa. Terminata la lettura del manoscritto, ha anche eseguito l’esercizio di immobilità (lì descritto) con curiosità scettica e poi quotidianamente per diletto – e scopre via via che di quell’esercizio ha bisogno. Possiamo vedere in queste scene le pratiche a cui Meyrink per lunghi anni – e, per certi versi, per tutta la vita – si costringe, portatrici ora di alcuni problemi fisici che lui ammetterà onestamente, ora di benessere e di salute. Sia come sia, la dimensione dello yoga mostra nel Volto verde un rilievo autonomo, quasi come la Kabbalah nel Golem.

Certo, la perdita dell’amata porta ad Hauberrisser ancora crisi violente di dolore, e sceglie di non contrastarle con gli esercizi per non sottrarsi al bisogno di lei: ma un giorno che il dolore lo conduce quasi al suicidio, prova a costringersi a uno stato di veglia superiore. Inaspettatamente vi riesce subito, e gli giunge la certezza che Eva sia viva e non corra rischi, anzi lo stia pensando. Quella via tra il dolore e una pace che fa sbiadire il ricordo gli permette di sentire Eva vicina. Comprende così meglio i miracoli della vita interiore, e prende a interrogare quella fonte di verità. Per esempio la sensazione, a un certo punto, di aver dimenticato come dominare il moto dei pensieri corrisponde alla fase dell’incenerimento da cui la Fenice – il simbolo qui più importante dopo il Volto verde – risorge ringiovanita: effimero il metodo, importante la conoscenza sottostante. Migliora così costantemente nella pratica di controllo dei pensieri, che prima lo depredavano e ora lo arricchiscono: e trova queste sensazioni evocate nel manoscritto, in pagine incollate dall’umidità che finalmente il calore del sole ha separato.

 

Negli ultimi anni, prima e durante la guerra, spesso aveva letto o sentito parlare della cosiddetta mistica, raggruppando d’istinto sotto l’etichetta “oscuro” tutto ciò che la riguardava, poiché qualsiasi cosa venisse a sapere sull’argomento aveva sempre un’impronta di vaghezza, come le visioni dei fumatori d’oppio. Non si era sbagliato nel suo giudizio, poiché quanto comunemente si intendeva per mistica altro non era, in realtà, che un brancolare nella nebbia. Ora però si avvide che esisteva anche uno stato mistico autentico – difficile da scoprire e ancor più da raggiungere – il quale non solo teneva il passo con la realtà dell’esperienza quotidiana, ma la superava di gran lunga in vitalità.

In esso niente ricordava le estasi sospette dei “mistici”: nessun umile piagnisteo volto a un’egoistica “redenzione” che, per brillare, ha bisogno del sanguinoso sfondo di empi condannati a eterne pene infernali; grazie a esso anche la rumorosa sazietà di una moltitudine bovina, che solo perché digerisce ruttando crede di trovarsi sul terreno della realtà, era scomparsa come un sogno ripugnante.

 

Meyrink non le manda a dire, anche nell’ambito di quel mondo di spiritualismi – allineati o meno a tradizioni religiose o filosofiche consolidate – che pure ha imparato a conoscere bene. Va ribadito d’altronde che possono ben definirsi mistiche le correnti cristiana ed ebraica che in questa storia idealmente omaggia.

Alla scrivania, Hauberrisser sente che Eva gli è vicina anche se non riesce a vederla. Nei giorni precedenti ha “creduto di essere sulla via giusta per ricongiungersi a lei in una nuova forma spirituale”, però non vuol cadere nell’errore delle allucinazioni streghesche. Più cresce il potere di trasformare i desideri in immagini, più c’è il rischio di perdersi dietro a fantasmi. Tuttavia in qualche momento Eva gli è apparsa come in carne e ossa, e ha dovuto costringersi a evitare di riprodurre l’immagine. Però non riesce a decidersi di andare a letto: ci dev’essere un mezzo, medita, per richiamare Eva in forma viva e reale… Lancia dunque domande, liberando i propri pensieri, ma le idee che pervengono non lo convincono. E intuisce che non basti stimolare la coscienza, ma anche il corpo, dove giacciono sopiti i poteri magici: sono questi da risvegliare, per agire sul mondo materiale. Colto da un’ispirazione, si pone nella posizione delle statue degli dei egizi (già il narrante di Le piante del dottor Cinderella imitava la postura di una statuetta egizia) e costringe il corpo a una quiete assoluta: e poco dopo sente “scatenarsi dentro una tempesta di indicibile violenza”. Voci umane, versi animali e colpi di gong si scatenano in lui, ma anche all’esterno nella stanza esplode un putiferio e la pelle gli brucia, mentre continua a invocare Eva. Non presta ascolto alla flebile voce interiore che consiglia di non giocare con forze di cui ignora la potenza, e che non sa dominare – e neanche quando la voce si fa più forte, gridando di tornare indietro. Se lo scatenare di cieche forze degli inferi, ventila la voce, facesse arrivare lì Eva prima del compimento dell’evoluzione spirituale, ne causerebbe la morte portando a lui un intollerabile dolore… ma non l’ascolta e va avanti. Nonostante la motivazione razionale che se Eva avesse potuto si sarebbe fatta viva, ma continua egualmente a inviargli pensieri d’amore, il desiderio di lui è tale da privarlo della ragione.

All’improvviso il fragore cessa, la stanza s’illumina a giorno e come sorto dal pavimento un palo sormontato da una traversa – come una croce decapitata – raggiunge quasi il soffitto: ne pende la testa di un grande serpente dal verde brillante, la fronte avvolta da un cencio nero e l’aspetto simile a un volto umano mummificato – e ricorda il viso di Chidher Grün. Terrorizzato da quell’epifania, Hauberrisser si sente chiedere in tono sibilante “Che c-os-a vu-oi da me?”. Inevitabile ricordare il demone-cammello che nella scena dell’evocazione di Le Diable amoureux di Jacques Cazotte chiede al protagonista “Che vuoi?”: qui l’animale è diverso, ma sembra possibile un richiamo. Tanto più che l’albero con il serpente presenta un’allusione edenica, così come il nome di Eva: il Nehushtan, serpente sul bastone fatto innalzare in rame da Mosè nel deserto per curare gli Israeliti morsi dai serpenti – e quello terapeutico di Asclepio del mondo greco – si muta nell’iconografia tarda, specialmente ermetica, in un serpente sulla croce, come qui evocato in sincretismo con culti africani.

Paralizzato dall’orrore, sentendo la morte in agguato, Hauberrisser crede “di vedere un disgustoso ragno nero scivolare sulla superficie lucida del tavolo… poi il suo cuore gridò il nome di Eva”. Allora la stanza rimpiomba nell’oscurità, il Nostro raggiunge a tastoni la porta e accende la luce, la croce decapitata e il serpente sono scomparsi… cerca di tranquillizzarsi pensando a un attacco di febbre, ma senza successo, ed è angosciato che il suo esperimento magico abbia posto Eva in pericolo di vita. Cerca di tranquillizzarsi con l’idea che si sia trattato di un’illusione e quando va alla finestra si accorge di scrutare in distanza se Eva non stia arrivando. Nota però che nel punto del pavimento dove è sorta la croce decapitata con il serpente il legno delle assi è marcito; e a un tratto ode bussare al portone, colpi impazienti.

Apre, tirando la corda del saliscendi, non echeggiano rumori per le scale: ma poi si spalanca la porta e compare Usibepu, che, incosciente come un sonnambulo, sembra non vederlo e annusa in giro. Alla fine individua il punto del legno marcito e poi solleva il volto come guardando la croce decapitata della visione e lo stesso serpente (associabile, ricordiamo, a quello del suo culto africano). Sul volto del nero, che pare mormorare, si alternano emozioni, fino a un furore incontenibile: ma poi si accovaccia sul pavimento, impallidendo, con gli occhi rivoltati sotto le palpebre spalancate – e intanto anche l’ingegnere è colto da un’inspiegabile stanchezza. E solo dopo parecchie ore vede Usibepu alzarsi in trance e andarsene.

Hauberrisser sta per tornare indietro dal portone spalancato, quando all’improvviso dalla bruma compare Eva. Sconvolto dalla gioia, la stringe tra le braccia, pare esausta: la conduce a una poltrona e restano abbracciati a lungo, lui in ginocchio e lei intenta a baciarlo. Non è tempo di porle domande, le chiede di non lasciarlo mai più, e lei lo tranquillizza, resterà con lui “anche da morta” – e intanto le mani le sono diventate gelide. Non può più lasciarlo, “L’amore è più forte della morte”: gliel’ha detto lui (scopriremo tra poco di chi si tratti), lei era morta e lui l’ha rianimata e lo farà ancora. Per intere settimane è stata fuori di sé, “sospesa fra il cielo e la terra, aggrappata alla cinghia rossa che la morte porta al collo. Lui le ha strappato il collare! Da allora sono libera! Non sentivi che ti ero sempre accanto? […] Fammi… fammi essere tua! Quando ritornerò da te voglio essere madre”. Si stringono in un impeto d’amore, e quando lui la richiama Eva è morta.

Sconvolto, Hauberrisser vorrebbe uccidersi, ma gli appare Chidher Grün: “Vuoi forse andare nel regno dei morti per cercare i vivi?”. Sappia chi non imparerà a vedere sulla terra non imparerà neppure dall’altra parte… Pensa che Eva non possa resuscitare? “Lei è viva, sei tu che sei ancora morto”. Poi sposta i due lumi: come ora è certo che lui possa mettere la mano nel costato del visitatore, così è certo che si unirà materialmente con lei quando avrà raggiunto la nuova vita spirituale. Il protagonista ha invocato l’amore effimero – Chidher Grün passa il piede sulla traccia di marcio, che scompare – e lui gliel’ha portato: è rimasto sulla terra non per prendere ma per dare… “Nella bottega delle meraviglie del mondo hai desiderato nuovi occhi per vedere le cose della terra in una luce nuova, ricordi? Non ti dissi che prima di avere nuovi occhi avresti dovuto consumare di lacrime i vecchi?”: per questo gli ha fatto pervenire il diario di uno dei suoi discepoli…

 

Eva voleva l’amore eterno: e io gliel’ho dato… e per amor suo lo darò anche a te. L’amore effimero è un amore spettrale.

Quando sulla terra vedo germogliare un amore che va al di là di quello fra spettri, vi stendo sopra le mani come uno scudo di rami per proteggerlo dalla morte che è ghiotta di frutti, poiché io non sono solo il fantasma dal volto verde, io sono anche Chidher: l’albero eternamente verde.

 

La governante al mattino trova il corpo di Eva disteso sul letto e Hauberrisser in ginocchio accanto. Chiama subito Pfeill e Sephardi che lo credono svenuto ma arretrano “spaventati davanti all’espressione sorridente del suo volto e alla lucentezza dei suoi occhi”. Come per Eidotter, l’inversione delle luci l’ha condotto al dominio dei dolori psichici.

Prima di passare alla parte finale, è inevitabile tentare parallelismi tra Il volto verde e il precedente Il golem, letterariamente più solido (e anche più agevolmente avvicinabile per un lettore). Athanasius (“Immortale”) Pernath e Fortunat (“Fortunato”) Hauberrisser presentano punti di contatto in quanto antieroi modernisti, uomini in crisi nella risacca epocale che dovranno conoscere una spiazzante iniziazione per trovare un posto nel mondo. Mirjam ed Eva sono figure omologhe, donne amate e dolcissime di grande profondità interiore: di entrambe si teme siano rimaste vittime di violenza sessuale e verranno recuperate dal protagonista dopo un qualche tipo di morte (anche solo simbolica). Degli iniziatori Hillel e Swammerdam qualcosa si è detto, mentre Zwakh & Charousek e Pfeill & Sephardi strutturano costellazioni amicali che per l’uomo Meyrink hanno evidentemente un ruolo importante. In forme diverse Wassertrum e Usibepu risultano figure dell’Ombra in realtà temperata da scorci di umanità, laddove il pur colpevole Laponder e l’innocente Eidotter mettono alla prova le categorie di giustizia degli uomini. E ancora, con una marcata differenza simbolica, il golem e Chidher Grün ricoprono il ruolo del visitatore soprannaturale che traghetta a un qualche tipo di immortalità. In un caso e nell’altro, a partire dai quartieri ebraici (di Praga e di Amsterdam) che conservano tradizioni e memorie dei viandanti per antonomasia della cultura occidentale: non a caso in entrambi i testi emerge il mito dell’Ebreo errante, portatore di una qualche immortalità fino ai giorni escatologici del Giudizio. Il tutto espresso secondo gli stilemi di un espressionismo che offre maschere e topoi alle crisi del Novecento, ma suscettibile di parlare ancora al secolo successivo, di colpirci e di emozionarci coi suoi appelli a memoria e profezia.

(7-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 6 https://www.carmillaonline.com/2025/01/04/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-6/ Sat, 04 Jan 2025 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86017 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Pipistrelli, succhiatempo e volti verdi (1916)

Non esiste – spiega Meyrink – un unico modo per ricercare la conoscenza: e  tutta la vita non è altro che “domande formate” ogni volta diverse e risposte che ognuno comprende in modo differente, per poter seguire la strada del proprio cuore. A fronte di un alfabeto ebraico di sole consonanti, ognuno deve trovare le vocali segrete, che schiudono un senso destinato a lui solo – altrimenti la parola viva si sclerotizzerebbe in un dogma morto.

Nessuna sorpresa dunque se la produzione di Meyrink guarderà [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Pipistrelli, succhiatempo e volti verdi (1916)

Non esiste – spiega Meyrink – un unico modo per ricercare la conoscenza: e  tutta la vita non è altro che “domande formate” ogni volta diverse e risposte che ognuno comprende in modo differente, per poter seguire la strada del proprio cuore. A fronte di un alfabeto ebraico di sole consonanti, ognuno deve trovare le vocali segrete, che schiudono un senso destinato a lui solo – altrimenti la parola viva si sclerotizzerebbe in un dogma morto.

Nessuna sorpresa dunque se la produzione di Meyrink guarderà ad agenzie sapienziali diverse e in modo molto libero: lo stesso sincretismo in fondo molto sfumato che nel Golem ammanta l’affannosa ricerca di un sé superiore, recupera con misura gli antichi spunti – tanto vivi a inizio Novecento in un intero orizzonte di riflessioni teo/antroposofiche – su una sophia perennis di universale verità al di là delle singole tradizioni religiose, e che pervaderà le opere successive. Grazie a una perizia narrativa non comune in questo genere di opere, e che riconduce a coerenza impianti simbolici estremamente variegati e senza cesure tra Occidente e Oriente, Meyrink si colloca così nella stessa tradizione dell’amico Kubin, su una lunga tradizione di poeti visionari (da Dante a Jakob Böhme, a William Blake, a Hoffmann…): e la sua scrittura offre una strana vita propria, un’esistenza vibrante a cose altrimenti morte e rigide – come il golem, in fondo.

Tale contenuto del suo primo grande lavoro finirà con il trovare seguito nella successiva produzione di racconti – in realtà sempre meno – e soprattutto di romanzi di Meyrink.

Per quanto riguarda i racconti, va ricordata la raccolta Pipistrelli, più precisamente Fledermäuse. Sieben Geschichten (Kurt Wolff, Lipsia 1916), che incontrerà l’attenzione di Jung e accorpa ad alcuni testi dal “Simplicissimus” altri nuovi. Dalla rivista viene in particolare La visita di Johann Hermann Obereit nel Paese delle Succhiatempo (J. H. Obereits Besuch bei den Zeit-Egeln, “Simplicissimus”, 47, 1916): vi scopriamo come i desideri vani degli uomini popolino la realtà di larve vampiresche, e solo chi riesca a estirparli conosce una rinascita spirituale e può porre l’epitaffio “Vivo” sulla propria tomba (come in effetti Meyrink farà).

Mentre, per i testi nuovi inseriti nella raccolta, la straniante novelette Meister Leonhard (Meister Leonhard), rielabora l’elemento autobiografico del difficile rapporto con la madre – descritta come oppressiva, agitata e superficiale, con “un irrequieto volo a zig zag da pipistrello” –, uccisa accidentalmente dal figlio, che lei ha interrotto mentre sta consumando un atto carnale con la serva Sabine poi risultata sua sorella. Da confidenza dolente gravida di colpa (lo scrittore non ha ucciso sua madre, ma forse qui spurga simili vaghe fantasie) e di rincrescimento (la mancanza di dialogo col padre, di cui pure intuisce il valore), il testo diventa così altro. La lotta contro l’insensatezza nel segno di quella sorta di svastica templare che è la croce di Satana – “quattro gambe umane in corsa, piegate ad angolo retto all’altezza delle ginocchia” – racconta dunque la storia tortuosa di un percorso verso una coscienza superiore, tra richiami ai Templari e al Bafometto, a un satanismo/luciferismo d’antan e a Meister Eckart.

Sempre nella raccolta, un’altra novelette nuova dai toni apocalittici congrui all’epoca, I quattro fratelli della luna (Die vier Mondbrüder: Eine Urkunde), ripropone in chiave onirica, tra incubo e grottesco, il tema della fine del genere umano, richiamando tra l’altro l’amicizia e la stima per Alfred Kubin di Meyrink – come peraltro qui si chiama il narrante stesso, cameriere personale del conte di Chazal, poi del magister Peter Wirtzigh. Interessante l’apparire nella storia, fitta di richiami alla luna e alle macchine, di una maschera espressionista alla Hoffmann poi presente anche in altre opere meyrinkiane, il cadaverico dottor Sacrobosco Haselmayer, ospite del conte il 21 luglio di ogni anno. La chiave allucinatoria dell’insieme fa esplodere ogni certezza identitaria sul narrante.

Per i romanzi, dello stesso anno di Pipistrelli è Il volto verde (Das grüne Gesicht. Ein Roman, Kurt Wolff, Lipsia 1916; attingo qui all’edizione Adelphi, 2012), che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi L’Ebreo errante. Un romanzo strano, chiaramente espressionistico che interesserà Jung; un romanzo molto più esoterico del Golem, anche se si tratta di intendersi sull’aggettivo. Di nuovo, troviamo una riflessione sull’interiorità e l’urgenza di recuperare un senso vero alla vita, quindi soprattutto filosofico e mistico in una Storia giunta alla crisi. Certo rispetto al romanzo precedente l’approccio per il lettore è meno agevole e fluido, come a forzarlo a uno sforzo di comprensione su una materia ostica. Anzi, la dimensione esoterica finisce col riguardare anzitutto la forma: in tutta la prima parte il lettore vaga alle prese con strani incontri, eventi bizzarri, maschere grottesche e veggenti più o meno improbabili. Poi lentamente i fili si stringono e la storia prende forma. Sembra esoterica anche la struttura, quattordici capitoli (sette e poi sette, numero simbolicamente rilevante per rosacroce e cabalisti, e divisi da una profonda cesura) con una visione finale.

 

Nel momento in cui, verso il 1915, Meyrink è alla ricerca di un nuovo orientamento, e si rivolge deliberatamente alle dottrine esoteriche orientali, è chiaro che gli elementi grotteschi debbono a poco a poco scomparire dalle sue opere letterarie.

Certo, nei suoi romanzi degli Anni Venti, Das grüne Gesicht e Walpurgisnacht, troviamo dei personaggi, dei motivi e persino una sorta di intermezzi grotteschi che ostacolano lo svolgersi dell’azione e irritano o divertono il lettore […] [Helga Abret-Brauner, Grottesco e fantastico nei racconti di Meyrink, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, Basaia, Roma 1983],

 

mentre nell’ultima parte della sua produzione il grottesco scomparirà.

Sul piano letterario Il volto verde è una creazione curiosa (viene persino da domandarsi se alcuni personaggi e magari episodi non siano recuperati dal primo impianto del Golem, con il proliferare di bozzetti poi stralciati per migliorare struttura e coesione), ma i bassifondi di Amsterdam – in particolare della zona ebraica – sono evocati in modo molto felice e i personaggi efficacemente descritti. L’azione non vi ha troppa importanza, ed è portata avanti non tanto da meccanismi di trama quanto dalle dinamiche tra personaggi.

 

Creando personaggi doppi e personaggi complementari, che spesso simboleggiano contemporaneamente il successo o la sconfitta, i diversi stadi sulla via dello sviluppo esoterico, crea un vasto scenario, colorito e plastico, in cui si stacca con tanto maggior chiarezza l’evoluzione dell’ “eroe” Fortunat Hauberrisser. [Joseph Strelka, “La faccia verde”, in AA. VV., Meyrink scrittore e iniziato, cit.]

 

E per seguire il filo dei simboli occorrerà sgranare episodio dopo episodio. Prepariamoci a un vagare febbrile, a tratti ciondolante.

Come detto, stavolta la storia si ambienta non a Prega ma ad Amsterdam, dove uno straniero visita in Jodenbreestraat – la “via larga ebraica” insediamento di molti transfughi ebrei dalla penisola iberica, e dove visse anche Spinoza – la “Bottega delle Meraviglie” di tal Chidher Grün. Un negozio pieno di oggetti bizzarri, sostanzialmente di accessori per prestidigitazione: teschi di cartapesta che sputano cartigli con profezie, cartoline erotiche, icone di suocere con labbra chiuse da lucchetti, manette, libri dei sogni egizi, scarafaggi finti, garanzie di qualche successo sociale come “‘il terrore dello scompartimento’ (un sistema infallibile per allacciare relazioni stabili durante i viaggi in treno, a uso dei commessi viaggiatori) consistente in zanne di lupo da fissarsi sotto i baffi”… e molto altro.

Nel locale, l’elegante viaggiatore austriaco nota un figuro dai tratti balcanici intento a leggere un giornale, ma anche una commessa propria connazionale, una graziosa signorina bionda. Questa riesce a vendergli il gioco di prestigio chiamato “I turaccioli volanti” e tenta di spiegargli il trucco, ma vengono interrotti dall’irrompere di “un gigantesco zulù dalla barba nera e crespa e le labbra tumide” con un chiassoso impermeabile a scacchi e una lancia in mano. Introdotto costui – che apprenderemo chiamarsi Usibepu, lavora al circo Carrè e al suo paese è uno stregone – e buttato fuori un tipo che lo segue lanciando sputi, la spiegazione sui turaccioli riprende, ma il visitatore dubita di riuscire a imparare e ripetere la manipolazione. Emerge invece che Usibepu conta di tornare in patria con una buona quantità di trucchi nuovi per far colpo sui compatrioti, e il figuro dall’aria balcanica – il signor Zitter Arpád di Bratislava – gli sta appunto insegnando una serie di giochi di prestigio alquanto macabri.

Insomma trucchi, e non solo:  in uno scaffale il visitatore nota una serie di volumi dal taglio dorato siglati da titoli come Storia della società corale accademica di Bonn e La cura delle emorroidi nell’antichità classica, ma che all’interno racchiudono la birichina “Biblioteca di Sodoma e Gomorra, Raccolta di scritti per scapoli impenitenti”. Mentre un vecchio ebreo in caffettano appare intento a scrivere nel retro, da un orologio a muro spunta al posto del cucù un busto femminile discinto che canta una canzonetta sconcia…

Stranito da quell’ Hellzapoppin’, lo straniero se ne andrebbe se non si sentisse oppresso da una tale astenia da piombare a sedere, meditando sull’insensatezza delle cose: ecco di nuovo come Pernath un antieroe modernista, con una dimensione interiore difficile, demotivato a vivere e un po’ depresso. Sospetta anzi che esista qualche patologia causata da “quel senso di morte che spira da tutte le cose create dall’uomo, siano esse belle o brutte”: il suo amico barone Pfeill sostiene che questo sia l’effetto tossico dei quadri appesi – ciò che spiegherebbe lo stato di sofferta tristezza tradito dalle immagini dei santi cristiani a fronte della serenità delle statue del Buddha. Lo straniero ha una posizione profondamente scettica verso le proposte di società e civiltà, e oltretutto nella “Bottega” il bisbiglio tra il figuro balcanico e Usibepu sta cullandolo facendolo assopire. Anche se poi si risveglia con “la sensazione di aver ricevuto una sconvolgente quantità di rivelazioni”, di cui trattiene come precipitato un’unica frase:

 

Raggiungere il sorriso eterno è più difficile che scovare fra le migliaia di tombe su questa terra il teschio portato sulle spalle in una precedente vita; l’uomo dovrà aver pianto tutte le sue vecchie lacrime prima di poter osservare il mondo con occhi nuovi, sorridendo.

 

Ancora nel sonno – ma convinto di essere sveglio – vagheggia così di costringere le cose a rivelargli il loro vero significato; ritiene di aver scoperto che “tutto si morde la coda, come dice il [suo] amico Pfeill” e in assenza di insegnamenti più saggi fantastica di ritirarsi nel deserto come il Battista a nutrirsi di cavallette e miele selvatico. Ma una voce (plausibilmente sempre nel sogno) lo irride: fa tante fantasie e poi è così scemo da pagare in argento uno stupido giochino come quello dei turaccioli? Non distingue una bottega delle meraviglie dal mondo reale e non intuisce “che nei libri della vita c’è qualcosa di diverso da ciò che è stampato sul dorso? Lei dovrebbe chiamarsi Grün, non io” (nel senso di Grün come “verde” ma anche come “ancora inesperto, immaturo”). A parlargli è il vecchio ebreo proprietario del negozio, con una benda nera sulla fronte, occhi profondissimi e un colore del volto tendente al verde oliva e con riflessi bronzei: “così doveva essere la pelle degli uomini preistorici, che si diceva avesse il colore dell’oro verde scuro”. E infatti gli confida di essere sulla terra dai giorni dell’apparire della luna: ha visto uomini che erano scimmie, e in fondo lo sono ancora e guardano in basso. Continuano a scoprire ulteriori dimensioni dell’infinitamente piccolo, ma così si può continuare indefinitamente senza risultati.

 

Io sono colui che affissa lo sguardo al basso e all’alto; il pianto l’ho scordato, ma non ho ancora imparato a sorridere. Il diluvio universale ha inumidito i miei piedi, ma non ho mai conosciuto nessuno che avesse motivo di sorridere; può anche darsi che non l’abbia notato, e che passandogli accanto abbia tirato dritto.

Ora è un mare di sangue a lambirmi i piedi, e proprio adesso dovrebbe presentarsi uno a cui è dato sorridere? Non credo proprio. È più probabile che dal fuoco sgorghi l’acqua.

 

Comunque quel volto gli toglie il respiro, e tornerà come un’ossessione lungo tutto il romanzo.

Lo straniero acquista ancora un teschio di cartapesta che sputa dalle mandibole rotolini di carta con profezie, e se lo fa spedire a casa, prima di uscire frastornato. Apprendiamo qui che si chiama Fortunat Hauberrisser ed è un ingegnere (Fortunat è il nome – purtroppo beffardo, a fronte della triste vicenda che lo attende – del figlio di Gustav).

Ripensiamo al discorso di questa sorta di Ebreo errante. Quando il romanzo appare l’Europa è in guerra, e lui ha raccontato “Ora è un mare di sangue a lambirmi i piedi”; ma nel secondo capitolo che adesso inizia veniamo informati che la guerra è finita “generando conflitti politici interni sempre più aspri”. In sostanza si tratta di un’ucronia, con un’ideale fenditura tra il conflitto reale che pesa sulla vicenda, cioè la Prima Guerra mondiale, e la pace virtuale di un affannato, immaginario dopoguerra, che comunque conduce lì stranieri di ogni nazionalità, per permetterne un insediamento duraturo o anche solo transitorio. L’esodo riguarda però più i benestanti, afflitti dalla pressione fiscale nei propri paesi, che gli strati poveri della popolazione: le entrate di uno spazzacamino o di un macellaio sono in questa situazione molto superiori allo stipendio di un professore universitario, portando gli intellettuali alla dispersione e riempiendo i vecchi alberghi olandesi in un clima di totale incertezza. Come vedremo, a dispetto delle sferzate ai borghesi preoccupati dal soldo, Meyrink talora vi si avvicina pericolosamente.

Nel caffè “De vergulde Turk”, labirintico e fumoso, una signora attende stizzita il barone Pfeill senza rendersi conto che è già arrivato in un altro angolo del locale, assieme all’amico ingegner Hauberrisser: la signora intende vendergli biglietti per una festa in maschera e il barone prende la faccenda – e l’agitazione di lei – con ironia lieve. No, gli bastano quattro biglietti, non cinque: e la dama (la classica professionista della carità ferma in superficie) se ne va innervosita.

Senza notare che è arrivata una bambina, nipote del calzolaio Klinkherbogk, portando una busta e avvertendo il barone che si è sbagliato e ha pagato mille fiorini invece di dieci: Pfeill le lascia benevolo la cifra in più e la congeda nella commozione del calzolaio. Non volendo toccare l’episodio per delicatezza, Hauberrisser gli chiede se conosca la leggenda dell’Ebreo errante, il leggendario calzolaio di Gerusalemme che avendo impedito il riposo a Gesù diretto al Golgota, si trova costretto a vagare fino al suo ritorno. Pfeill riferisce all’amico varie storie sul tema (compresa la tradizione che lo chiama Chidher, il Verde, guarda caso come il proprietario della “Bottega delle Meraviglie”), commentando la stranezza che subito prima gli fosse tornato alla memoria un certo ritratto visto a Leida molto tempo addietro. E descrive un volto di carnagione olivastra che l’ha perseguitato a lungo, persino nei sogni: un volto che ora inquieta l’amico perché pare descrivere proprio l’uomo dalla faccia verde incontrato. L’amico gli chiede cosa pensi degli ebrei, e il barone risponde che

 

“[…] Per lo più sono corvi senza penne […] Ma di tanto in tanto fra loro compaiono delle aquile, questo è certo. Per esempio Spinoza”.

“Dunque non sei antisemita”.

“Neanche per sogno. Se non altro perché non ho alcuna stima dei cristiani. […]”.

 

Gli ebrei esagerano troppo, i cristiani sono troppo superficiali – almeno secondo il barone. Lo scambio è particolarmente interessante a fronte delle accuse a Meyrink dei nazionalisti antisemiti.

Allontanatosi il barone, Hauberrisser tenta di darsi ragione delle strane coincidenze inanellatesi, ma la spiegazione telepatica non basta. Può trattarsi di coincidenze, e del resto, “se gli uomini che si somigliano avessero anche un destino simile?”, legato a forma del corpo e lineamenti del viso, come la vita pare confermargli. Anche l’astrologia non basta a spiegare, deve trattarsi di ben altri “pianeti che circolano nel sangue, intorno al cuore”… ma solo ora Hauberrisser nota un certo tipo vestito di bianco, con panama e monocolo. E riconosce il “professor” Zitter Arpád della “Bottega delle Meraviglie”, ora senza baffi e con capelli diversamente acconciati per chissà quali loschi traffici. Hauberrisser finge dunque di non averlo riconosciuto, neanche quando il tipo gli si presenta improbabilmente come un conte polacco, simula antichi rapporti con la famiglia di lui e racconta una serie di clamorose panzane – alle quali l’ingegnere non abbocca, mostrando scarso interesse. Poi il tipo affetta disprezzo verso gruppi di ebrei chassidim, inizia a pontificare sull’esplosione dell’isteria religiosa e di idee messianiche persino in Africa, dove sarebbe comparso un “Elia nero” operatore di miracoli… e a Mosca ha conosciuto anche un capo zulù che opera la magia grazie a un feticcio. Ora ha saputo che si trova in Olanda e lavora in un circo… ma l’ingegnere lo molla e se ne va.

In realtà Hauberrisser è stato preso da una violenta agitazione. Camminando, si imbatte nel circo cui è aggregato Usibepu (ovviamente è lui il presunto operatore di magie del conte polacco), ma rinuncia a fermarvisi.

 

C’era nell’aria qualcosa di imponderabile, di informe, che sferzava i suoi nervi – quella stessa ansia enigmatica e velenosa che in alcuni momenti, ancor prima di partire per l’Olanda, lo aveva oppresso con forza tale da spingerlo suo malgrado ad accarezzare il pensiero del suicidio [come Pernath, ricordiamo].

Quale poteva essere l’origine di questa ricaduta?

 

E finisce con l’associarla all’inquietudine dei fanatici religiosi, per avendo motivazioni diverse. L’aveva avvertita già molto prima della guerra, ma era riuscito a reprimerla con lavoro e svaghi. Più tardi l’aveva interpretata come un presentimento del sanguinoso conflitto. Ma ora torna quasi come disperazione – e un po’ tutti gli parlano di simili emozioni. Abbastanza impressionante leggere oggi queste pagine, in paesi psicologicamente depressi come il nostro e nel confronto tra demotivazione sociale e agenzie predatorie (di cui il trasformista cialtrone Arpád è una buona rilettura letteraria). Non è neppure troppo strano che al termine della guerra la pace interiore non sia affatto tornata.

 

La causa era molto più profonda.

Spettri – giganteschi, informi e riconoscibili solo dalle terrificanti devastazioni che producevano –, spettri evocati all’apposito tavolo da vecchi avidi e ambiziosi durante riunioni segrete, avevano fatto milioni di vittime acquietandosi poi per qualche tempo, almeno in apparenza. Ma ora il più terribile di tutti i fantasmi, da lungo ormai in attesa, risvegliato dai miasmi di una civiltà finta, in decomposizione, sollevava appieno il suo capo di Medusa dall’abisso, e scherniva l’umanità dicendole che era stata soltanto una ruota della tortura quella che essa aveva fatto girare – e avrebbe continuato a far girare per sempre, pur conoscendone le conseguenze – nella speranza illusoria di ottenere la libertà per le generazioni a venire.

 

Torniamo così idealmente all’immaginario del racconto Il gioco dei grilli e in realtà di parecchi testi anche non meyrinkiani sui presunti influssi occulti dietro la prima guerra mondiale. Ma idealmente si prepara anche il clima del successivo romanzo La notte di Valpurga.

Nelle ultime settimane Hauberrisser pareva aver superato il disgusto nei confronti della vita vagheggiandone una da eremita urbano, ma ora riaffiora il vecchio disagio. Le facce intorno non sono quelle di chi vuole divertirsi e rilassarsi, ma presentano solchi e rughe con segni di sradicamento, come i volti nelle raffigurazioni di sfrenate danze di appestati medioevali o stormi d’uccelli in preda al panico, in un abbrutimento eccitato e degradante. Mentre ruggiti e odori acri dal circo gli ricordano l’antica immagine di un’orsa incatenata in un serraglio ambulante, che ancora si pente di non aver riscattato. Forse a gridare vendetta fino al Giudizio Universale saranno gli spettri degli infiniti animali torturati dagli uomini. Ma in fondo, si domanda, lui ha mai compiuto un’azione di qualche rilevanza? Ha studiato e costruito macchine poi arrugginite (qui si può pensare al tema della macchina in I quattro fratelli della luna), dando il proprio contenuto alla generale inutilità…

È il tramonto, e l’ingegnere si fa condurre fuori Amsterdam con una vettura fin troppo lenta: arriva a vedere la campagna, i canali, mulini e pascoli, lasciando che l’inquietudine trascolori in malinconia. Mentre calano le ombre, ha la sensazione che la sua testa sia una prigione in cui è rinchiuso lui stesso: poi torna agli abitati, si fa lasciare dalla vettura e prosegue a piedi verso il suo appartamento, lungo canali maleodoranti fitti di chiatte immobili, tra gente che si raccoglie per la sera e porte che odorano di pesce e sudore, nell’opprimente desolazione dei porti olandesi (grande la suggestione pittorica di queste pagine). Per un attimo desidera di abbandonare quell’Amsterdam tanto cupa e triste per tornare a città più luminose a lui familiari, ma il senso tossico di decadenza e degrado di quelle soffoca la nostalgia.

Imbocca poi vie eleganti dove prostitute e protettori si sono ora insediati, e portieri in livrea al piano terra, mentre finestre aperte a rimorchiare clienti nei piani alti lasciano un sapore di squallore e di morte. Entra infine in un locale a metà tra il varietà volgare e il ristorante, popolato da canzonettisti e comici grotteschi e da un pubblico spiacevole. Trovando posto a un tavolo con quattro madame borghesi piuttosto stagionate: si sente additato dalla gente intorno e non capisce, tanto stordito dagli assurdi numeri dello spettacolo da ritrovarsi alla fine quasi solo nella sala. Dove fervono il traffico degli inservienti per cambiare l’aria nello spazio chiuso – con un enorme ventilatore e spruzzi di profumo – e i preparativi per l’arrivo di un altro pubblico molto più elegante, che ora riempie tutto il locale.

Hauberrisser si trova di nuovo al tavolo con quattro signore, ora un’anziana e tre giovani e belle russe. Intorno è il tipo di pubblico raffinato, né fatuo né profondo, che i filistei di ogni nazionalità invidiano e odiano: e a un tratto sul palco, illuminata da minuscole lampadine, appare la scritta “La Force d’Imagination!”. Uno spettacolo straniante non descritto, ma lasciato alluso, sconvolge il Nostro, che esce dal locale con un senso di orrore, “l’indistinta, soffocante paura dell’ignoto a lui da tempo familiare: l’improvvisa consapevolezza dell’inarrestabile degrado dell’umanità” (cosa ha fatto l’intrattenitore, davanti a tutti?). La scena che contrappone ai filistei un pubblico più raffinato e in fondo putrido può leggersi come sintomatica di un’avversione che conduce Meyrink più vicino allo spirito borghese da lui tanto sferzato, in una contraddizione almeno apparente ma comprensibile conoscendo la sua vita e i suoi tormenti interiori. Anche certi suoi commenti aciduli verso Thomas Mann, pure diviso tra arte e valori borghesi – e con cui dunque, in teoria, una maggiore sintonia sarebbe stata possibile – dà conto di contraddizioni mai composte, probabilmente per le amarezze di un’esistenza. Mentre – si è osservato – la visione apocalittica del Volto verde potrebbe in fondo proiettarsi nello scenario de La montagna incantata.

Ma quando il Nostro gira un angolo si trova davanti alla serranda abbassata della “Bottega delle Meraviglie”, in un edificio che pare un enorme teschio umano. Torna a casa domandandosi se la visione dell’uomo dal volto verde sia stata un sogno – tanto più che nel ricordo ricostruisce elementi paradossali, come il fatto che il vecchio ebreo sembrasse non posare i piedi per terra e risultare trasparente. Comincia a dubitare dei propri sensi, e vagheggia che nello spazio “ogni avvenimento che si sia verificato una volta esiste in eterno come immagine conservata nella luce”. Insomma ci sarebbe la possibilità di far rivivere il passato… e prende ad avere l’impressione che lo spettro del vecchio ebreo gli cammini accanto.

Raggiunge casa, dove è arrivato il pacchetto con il teschio di cartapesta e si corica, ma viene destato da un rumore che finisce con l’imputare a quel giochino nella scatola. Gli è caduto sul viso un rotolo “di carta fitto di caratteri sbiaditi”. Si riaddormenta, rivedendo in sogno le figure grottesche che ha incontrato negli ultimi giorni.

Intanto il barone va a visitare nella sua casa sontuosa l’amico ebreo dottor Sephardi (il cognome parlante richiama i sefarditi, gli ebrei della penisola iberica che, come Spinoza, avrebbero avuto un ruolo importante ad Amsterdam). Non lo vede da anni, e vorrebbe confrontare con lui alcuni ricordi sul quadro dell’Ebreo errante di cui ha parlato con Hauberrisser. Scopre allora che stranamente, dopo anni, Sephardi l’aveva cercato proprio quel giorno: e lo trova in compagnia della bellissima signorina Eva van Druysen, figlia di un amico del padre. Ancora più surrealmente, la signorina è giunta lì da Anversa per confrontarsi con Sephardi proprio sul dipinto in questione, presuntamente esposto a Leida nella collezione Oudheden: peccato che, andando sul posto, abbiano appreso che quel quadro non c’era mai stato… Perché le interessa tanto? Il fatto è che il defunto padre era ossessionato da un’apparizione che gli occupava la mente, era convinto che fosse “vicino il tempo in cui all’umanità sarebbero stati strappati gli ultimi punti d’appoggio, e una tempesta spirituale avrebbe spazzato via qualsiasi cosa che mano d’uomo avesse mai costruito”. Si salverà solo – diceva – chi avesse visto “dentro di sé il volto verde bronzeo del Precursore, dell’Uomo primordiale, di colui che mai assaporerà la morte”. Che non è uno spettro, ma anche se si presentasse così, in realtà è l’unico uomo sulla terra che non può essere definito tale. La sua benda nera in fronte nasconderebbe il simbolo della vita eterna, invece che mostrarlo come Caino: “Non posso dirti se sia Dio; non lo capiresti”. Passati gli anni, allo scoppiare della guerra la giovane aveva pensato che la tempesta spirituale evocata dal padre si riferisse a quell’evento: no, spiega Sephardi, la guerra ha solo diviso l’umanità in due fronti che non possono più capirsi, chi ha visto l’inferno e chi la riduce a inchiostro da stampa – e il dottore ammette di trovarsi tra questi ultimi. In effetti la giovane pensa che il padre si riferisse al non-poter-vivere-e-non-poter-morire che affligge ora il mondo (una suggestione, per inciso, che pare emergere in tutte le epoche di forte ridefinizione della realtà: si pensi solo alla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, 1798, con la sinistra partita a dadi tra Morte e Vita-in-Morte).

Parlando col dottore è dunque emerso il discorso del famoso ritratto che pare non esistere, a dispetto della memoria del barone – che per questo è venuto dal dottore, davvero gliel’aveva descritto anni prima? Veniva forse da un suo sogno? un tempo quell’immagine lo perseguitava… il dottore sospetta che il volto fosse emerso a Pfeill in stato ipnotico, a rivelargli quella “seconda vita, eterna” vissuta solo nel sonno profondo e dimenticata da svegli. La “rinascita” di cui parlano i mistici cristiani gli pare un risveglio dell’Io in un regno indipendente dai sensi esterni.

Si noti che il volto verde richiamato ossessivamente nel romanzo vi risulta un simbolo esoterico

 

straordinariamente diversificato: essa possiede un aspetto positivo ed un aspetto negativo che è esaminato, compreso e spiegato in modi estremamente differenti dai diversi personaggi del romanzo in funzione della loro origine e del loro grado di evoluzione interiore, senza che, tuttavia, tali spiegazioni si escludano l’una con l’altra. Piuttosto, a volte si completano, ed altre testimoniano anche della tendenza sincretica di un atteggiamento esoterico.

[…] la faccia non appare soltanto ad Hauberrisser. Essa agisce piuttosto come un campione di valore supremo, infallibile, la cui apparizione (e non-apparizione), mutevole per stile ed intensità, può fornire al lettore chiavi sicure sullo stato e la natura dello sviluppo interiore di tutti i personaggi. [Joseph Strelka, “La faccia verde”, cit.]

 

Classico del resto dell’esoterismo non è solo un atteggiamento di tipo sincretico ma un procedere per aggregazione astorica di dati, fattispecie “simili” eccetera. D’altronde occorrerebbe considerare l’ipotesi che l’accumulo di significati differenti del simbolo usato da Meyrink rispondesse anche a una logica narrativa, letteraria, di suggestione ricorrente e appunto ossessiva, ipnotica: l’enfasi sul romanzo esoterico qui non è senza basi, ma occorre non dimenticare che comunque si tratta di un romanzo.

A proposito di mistici cristiani, Sephardi annuncia che lui e la signorina quella sera andranno a una riunione di un gruppo confessionista, nello Zee Dyk (ora non più quartiere di malavita ma di tranquilli artigiani: c’è solo una bettola malfamata, la “Prins van Oranje”, e dovremo entrarvi). L’invito arriva da un vecchio eccentrico collezionista di farfalle, tale Jan Swammerdam, che crede di essere il re Salomone (il nome si ispira a quello di un famoso naturalista di Amsterdam). La zia della ragazza, signorina de Bourignon, dama di carità del convento delle beghine – l’ennesima beghina ridicola della produzione di Meyrink –, va da lui tutti i giorni. Pfeill si stupisce che Swammerdam sia ancora vivo, racconta di averlo frequentato da ragazzino quando catturava rettili, anfibi e insetti – guadagnandosi l’ingresso in una società entomologica – e il poverissimo Swammerdam era più abile di lui nella caccia. Il vecchio aveva la fissazione di poter catturare un certo tipo di scarabeo stercorario verde, e i ragazzini si divertivano a seminare falsi indizi con sterco di pecora: ma un giorno, il falso non aveva impedito che lui trovasse davvero l’insetto. La moglie morta gli era apparsa nel sonno assicurandogli che l’avrebbe trovato… e alla commozione di lui, i monelli si erano sentiti in colpa.

La scena successiva vede il dottor Sephardi ed Eva van Druysen raggiungere la “nuova Gerusalemme” dei devoti, dove la zia di lei li saluta come re Baldassarre ed Eva. Ci sono Jan Swammerdam (“re Salomone”) e la sorella (“Sulamith”), il vicino di casa Lazarus Eidotter (“Simone il crocifero”, un vecchio ebreo russo), la signorina Mary Faatz dell’Esercito della Salvezza (“Maria Maddalena”), un giovane commesso butterato della drogheria di sotto (“Ezechiele”) – mentre la zia si presenta come “Gabriella, la forma femminile dell’arcangelo Gabriele”. Relativizzando le amenità devote della consorella, Swammerdam racconta che in quella casa c’è un vero profeta, il calzolaio Anselm Klinkherbogk (detto a sua volta, scopriremo più tardi, “Abram”); rimarca che non sono spiritisti – le cui idee Meyrink disprezza –, ma assorbono la forza dei nomi spirituali che recano, e presentano (tutti, meno Lazarus Eidotter) sorta di stimmate che la signorina van Druysen richiama all’isteria, ma lui spiega come di tipo non patologico. Poi Swammerdam presenta il caso di Klinkherbogk, e come un evento mistico gli abbia donato la “Parola Interiore” (che palesa la verità in una lingua misteriosa): Sephardi è scettico su simili profezie del subconscio, ma poi ripensa alla storia dell’insetto verde e tace. Nel clima sovraeccitato emergono notizie e siparietti improbabili – Eidotter resuscitato da “Abram”, ma forse aveva solo perso i sensi; “Ezechiele” che cade in trance profetizzando per il Logos, ma in realtà sembrano crisi di abbrutimento per la vita che conduce… ed Eva si rende conto della fatica di un’anima nell’ambito di una classe sociale non privilegiata. Come osserva la zia, “Melchiorre” è il barone Pfeill che aveva mandato soldi tramite la nipotina del calzolaio, e il re dei Mori “Gaspare” (che si rivelerà Usibepu) non è lontano; ma la nipotina ora annuncia che devono andare di sopra, dove “il nonno sta vivendo la seconda nascita”.

Segue un dialogo mistico molto profondo di Eva con Swammerdam, che la invita a interpellare il proprio spirito, l’intervento altrui è fuorviante. La meta è vedere se stessi con gli occhi di Dio, liberi da logiche di prove e punizioni, in vista di un progetto di guarigione interiore. Ma per giungere più rapidamente alla grande meta, occorre ordinare alla propria più intima essenza di guidare senza soste per la via più breve. Eva chiede cosa succederebbe se lei volesse a un certo punto tornare indietro da quel percorso mistico, e lui la esorta a non far troppi giuramenti, a non prendersi troppi impegni solenni. Del resto i voti, spiega lui, possono essere stati presi in una vita precedente o persino nel sonno profondo. Ed Eva medita che “Ogni lamentela riguardo alla presunta ingiustizia del destino doveva ammutolire di fronte al pensiero che ciascuno percorreva soltanto la strada che si era scelto”.

Swammerdam la invita comunque a non preoccuparsi se non trovasse alcun senso nelle attività del loro gruppo: a volte un sentiero scende verso il basso ma è la via più breve per salire, a volte “la febbre della guarigione spirituale assume l’aspetto di una diabolica putrefazione”. E anche il mischione di Antico e Nuovo Testamento  dei loro nomi spirituali non è senza senso, in quanto cammino da Adamo a Cristo… Per capire queste scene, va detto che Meyrink considera il fanatismo religioso come parallelo al materialismo, e paragona le due posizioni a Scilla e Cariddi; ma mantiene la cifra della complessità lasciando il problematico, sensibile e profondo Swammerdam in compagnia di figuri ridicoli o tragici (come il veggente Klinkherbogk, un Laponder meno profondo e sopra le righe alla deriva di trance pericolose, dove Meyrink critica esperienze pneumatiche d’epoca). Nei fatti, i nomi spirituali proclamati con troppa disinvoltura dalla zia di Eva, finiranno con il rivelare una propria mistica fatalità… A quanto pare, per questo gruppo surreale Meyrink si ispira al circolo mistico di Darmstadt ispirato dall’opera del calzolaio Jacob Böhme (1575-1624) e del cantante lirico, direttore d’orchestra massone Johann Baptist Krebs (noto con gli pseudonimi Johann Baptist Kerning e JM Gneiding, 1774-1851), il cui esercizi di yoga praticati da Meyrink per anni gli avrebbero alla fine recato danni fisici.

Davanti alla porta della soffitta la caricaturale signorina de Bourignon si bea del sorgere nel padre “Adam” dell’uomo spirituale proprio in quel solstizio d’estate: il calzolaio ha infatti sentito piangere dentro di sé, sintomo di “seconda nascita”. Klinkherbogk siede al tavolo da lavoro, davanti alla boccia di vetro da artigiano, e le persone affluite – compresi Eva e Sephardi – lo osservano: il profeta fissa il globo di vetro, poi cita alcune parole bibliche dall’episodio di Sodoma e infine emette una profezia calamitosa, triste anche verso se stesso, prima di ricadere in estasi.

Intanto nella losca osteria “Prins van Oranje”, dove sta la sformata cameriera Antje, detta (in onta a ogni preoccupazione di body shaming) la “scrofa del porto”, cinque figuri si sono riuniti a un tavolo. C’è il padrone, ex-timoniere; lo zulù Usibepu; un agente di varietà “gobbo e con dita simili a zampe di ragno, lunghe e orribili”; il losco professor Zitter Arpád, con abiti adatti al locale; un “indiano” in smoking bianco, figlio di un proprietario terriero dalle colonie, che vive lì ed è sveglio solo di notte per giocare e bere, perdendo sempre di più. Fino a mezzanotte sono costretti dalle dinamiche tra loro a giocare onestamente (del resto l’“indiano” è troppo ingenuo per barare, e lo zulù conosce troppo poco i segreti della magia bianca), ma a quel punto l’attenzione cala e i due extraeuropei vengono rapidamente depredati.

Ma Arpád vuole soprattutto carpire a Usibepu il segreto della camminata sui carboni ardenti, oltre a guardare con interesse la notizia che il calzolaio Klinkherbogk si sia fatto cambiare all’osteria un biglietto da mille fiorini. Reso euforico dall’alcool, dalla cena e dalla presenza della cameriera, Usibepu rischia d’essere accoltellato dai marinai gelosi di Antje. Circa i carboni ardenti, sfidato dal professore, dà prova delle proprie capacità: scivola in una grottesca trance, si mette nudo a danzare, poi impallidisce e si piazza immobile sui tizzoni – da cui alla fine esce illeso.

A quel punto “Maria Maddalena” viene a convocare l’africano per la riunione del gruppo religioso dal calzolaio. Zitter Arpád allunga le orecchie (è il tipo dei mille fiorini) e cerca di porre domande a Usibepu, affettando conoscenze di cultura africana che tuttavia quello demolisce. Lui non è iniziato alla magia Obeah T’changa, spiega, ma è un grande stregone Vidû T’changa, “serpente verde velenoso Vidû”, che non è un serpente animale: “serpente verde degli spiriti con volto di uomo. Serpente Vidû è un Souquiant. Suo nome Zombi”. Zitter Arpád non capisce più niente e chiede lumi. Usibepu spiega:

 

Souquiant è un uomo che può cambiare pelle. Vive in eterno. Uno spirito. Invisibile. Può fare ogni magia. Zombi era il padre dei neri. Gli zulù suoi figli prediletti. Discesi dal suo lombo sinistro. […] Ogni re zulù conosce nome segreto di Zombi. Quando lo invoca Zombi appare come grande serpente velenoso Vidû con volto verde di uomo e sacro segno su fronte. Se zulù vede Zombi per la prima volta e Zombi ha faccia velata, allora zulù deve morire; ma se Zombi appare con segno su fronte coperto e volto verde scoperto, allora zulù vive ed è Vidû T’changa, grande stregone e signore del fuoco. Io, Usibepu, Vidû T’changa.

 

Ai fini del romanzo, non è così importante entrare nello specifico del discorso. Meyrink attinge ai dati antropologici delle ricerche d’epoca, e può non essere immediato riportare i dati a quanto troviamo oggi documentato (si pensi solo all’uso del termine Zombi, qui non un cadavere vivente come oggi di solito inteso). Più utile rifarsi a testi di riviste occultistiche d’epoca, come l’articolo Obeah Wanga, in “Light. Journal of Psychical, Occult and Mystical Research”, 9 novembre 1895: Obeah (“che uccide”, in sostanza uno stregone) indica pratiche magiche e religiose originarie dell’Africa centrale e occidentale, ricollegabili dunque ai sincretismi d’oltre Atlantico, e implicanti rapporti con tre tipi di entità, cioè revenant, zombi (intesi però spesso come spiriti), e Souquinant, spiriti separati dai corpi di appartenenza. L’Obeah vede in azione una sola persona, “mentre T’changa richiede i poteri uniti di un uomo e una donna, che agiscono in presenza di un Totem o Feticcio, nella forma di un Serpente Sacro” (ibidem). Quanto a Souquiant, sembra accedere alla costellazione onomastica di Soucouyant, Soucouyans, Soucriant, Sukuyâ eccetera, di assonanza francese e in uso specialmente nel folklore sincretico caraibico per un mutaforma. In sostanza Usibepu si sente offeso dall’essere etichettato come Obeah T’changa, stregone cattivo, mentre richiama i suoi poteri al più nobile Vidû, “attratto” nella simbolica del Volto verde.

Zitter Arpád non sa che farsi di quelle spiegazioni, ma si offre a “Maria Maddalena” come interprete con l’africano: lei però non è interessata, riesce a farsi capire egualmente da Usibepu e lo conduce all’alloggio del calzolaio. Questi ricade in stato di sonnambulismo: ed è in tale momento sospeso, quando Eva ha “l’impressione che un angelo sterminatore stesse emergendo tastoni dalla terra” che all’aprirsi lento della porta compare l’immagine del nero. Ma il calzolaio scatta in piedi rantolando che è lì di nuovo “il Terribile, con la maschera verde sul volto, colui che mi ha dato il nome di Abram e il libro da ingoiare” (si pensi al libro inghiottito in Apocalisse 10, 8-10) e ricade a sedere. Usibepu commenta allora che “Il Souquiant è dietro di lui” – poi il silenzio cala. Eva è terrorizzata, ha “la sensazione che un essere invisibile stesse attraversando la stanza con orrenda lentezza”. L’apparizione della gazza parlante Jakob non migliora la situazione… ma alla fine lasciano lì il calzolaio in trance con la nipotina addormentata, spingendo fuori anche Usibepu che ha adocchiato i soldi del veggente. Chiudono la porta a chiave.

Klinkherbogk sta sognando di traversare il deserto in groppa a un asino, con la piccola Katje (“Isacco”) al fianco e preceduto da un uomo dal volto velato. Nel sogno sacrifica la bambina come Abramo sta per fare con Isacco, e a quel punto l’uomo che li guidava svela il proprio volto: lo fa perché lui abbia la vita eterna, ma insieme cancella dalla propria fronte il simbolo della vita perché quella vista non consumi più la mente del calzolaio. “Poiché la mia fronte è la tua fronte e il mio volto è il tuo volto. In questo, sappilo, consiste la ‘seconda nascita’: tu sarai con me una cosa sola e riconoscerai che la tua guida verso l’albero della vita sei stato tu stesso”. Molti hanno visto il suo volto ma ignorano che quella sia la “seconda nascita”. Certo, la morte verrà a lui ancora una volta prima del passaggio della porta stretta, ma poi entrerà nel regno: e a quel punto “Abram” vede che il volto dell’interlocutore è di oro verde e riempie l’intero cielo (inevitabile ricordare, sia pure con diversi sottotesti simbolici, il finale de Il gioco dei grilli). Ma, allo sparire dell’uomo, lentamente torna in sé, trovandosi in mano la lesina insanguinata del suo lavoro, e nella penombra il corpo della nipotina che in stato sonnambulico ha ucciso con un colpo mortale. In preda all’angoscia vorrebbe farla finita e trova la porta chiusa dall’esterno; ma dalla catena che pende dalla parete esterna Usibepu, attratto dal denaro, si arrampica e balza nella stanza. Il veggente, alla deriva del ricordo del sogno, stende le braccia verso l’uomo che ha fatto irruzione: questo, terrorizzato, si avventa su di lui e gli spazza il collo. Poi si riempie le tasche dell’oro del calzolaio, e ne getta il corpo nel canale sottostante. L’immagine negativa del nero (ne ritroveremo un’eco ne La notte di Valpurga) risponde a stereotipi diffusi tra Otto e Novecento, da Poe a Verne a Stoker a tanti altri, e non stupisce – di certo non è in sé un marcatore ideologico che rimandi alle speculazioni razziali tanto care a certa destra italiota. D’altra parte, come vedremo, anche su Usibepu, Meyrink ci riserverà delle grosse sorprese.

Lontano dal teatro di tanta atrocità, Hauberrisser si sveglia, e scopre che il rotolo di carta cadutogli sul viso nella notte era stato lasciato in un ripiano sopra il letto da un precedente inquilino. Presenta un testo quasi illeggibile per inchiostro sbiadito e muffe da umido. Quel che resta pare tuttavia l’abbozzo di un lavoro letterario, senza nome né data: e sembra emergervi a un certo punto il nome fatale di Chidher Grün, per cui l’ingegnere resta terrorizzato. Diffidando di se stesso, dalla governante signora Ohms apprende che il precedente inquilino era un uomo molto ricco e strambo, poi la casa è rimasta vuota per parecchio tempo. Da quanto si legge nel manoscritto, la storia è quella di un uomo che lotta contro la sfortuna, pessimista come l’ingegnere: ma pur considerando una generale mancanza di progresso dell’umanità – che a grandi numeri gira in tondo – l’ignoto autore deve ammettere come alcuni individui abbiano invece saputo fare passi avanti. Purtroppo l’impossibilità di leggere lo scritto nella sua totalità rende impossibile capire come c’entri Chidher Grün: ma al pensiero di recarsi alla “Bottega” e interpellare il vecchio ebreo, Hauberrisser si domanda che colpa ne abbia costui, se il suo nome lo “perseguita come un coboldo”. Si chiede anzi se davvero gli importi della faccenda, e il disgusto della vita si riaffaccia in lui: così chiude a chiave il misterioso manoscritto, meno una pagina su cui legge il nome Chidher Grün, e che infila nel portafogli. Ma a quel punto arriva un telegramma dell’amico Pfeill che lo invita a un tè purtroppo fin troppo frequentato (e dove sospetta s’infilerà anche il finto conte polacco).

Da una carrozza si fa condurre nella Jodenbreetstraat, e insomma attraverso la Judenbuurt del ghetto – di cui viene offerta una vivida descrizione – giunge infine alla “Bottega delle Meraviglie”. Alla sua richiesta di parlare col principale, la commessa comunica che “il professore è partito ieri per un periodo di tempo indeterminato” ma Hauberrisser non stava chiedendole del ciarlatano balcanico: vorrebbe parlare qualche minuto con il vecchio signore ebreo dietro lo scrittoio. Lei ribatte che quella è una ditta cristiana, “gli ebrei non sono ammessi” e non ce n’era nessuno. Lui domanda allora chi sia il Chidher Grün citato nell’insegna, la ragazza ribatte allibita che il nome riportato è Zitter Arpád: e, uscito a controllare, Hauberrisser deve ammettere che è proprio così, la commessa ha ragione…

Confuso al punto da dimenticare lì il bastone da passeggio, l’ingegnere esce e si perde nei vicoli, tra edifici storti (pensiamo a quelle del Caligari), botteghe, cortili deserti dove “Tutto era come morto”. A un tratto si siede a riflettere domandandosi come sia possibile che lui, in fondo abbastanza giovane, ragioni come un vecchio. Fin oltre i trent’anni era stato schiavo delle passioni, ma forse la riflessività gli è cresciuta dentro in modo nascosto. Recupera dunque la pagina del manoscritto dal portafogli, e che trova singolare corrispondenza con le proprie meditazioni. La voce narrante considerava la propria ignoranza di essere stata padrona del proprio destino senza saperlo, per aver “sottovalutato la magica potenza dei pensieri”, considerando “l’azione un gigante e il pensiero una chimera. Ora, chi impara a muovere la luce può manovrare le ombre, e con loro il destino; chi cerca di ottenere ciò tramite le azioni è soltanto un’ombra che combatte inutilmente con le ombre”. Ma tutto questo viene generalmente poco capito: “È l’ambiguità della lingua che ci separa. […] noi osserviamo i precetti quando dovremmo infrangerli e li infrangiamo quando dovremmo osservarli”. Gli uomini troppo spesso sono “accecati da una falsa umiltà, che li fa indietreggiare terrorizzati e barcollanti come bambini dinanzi alla propria immagine riflessa, e temono di essere folli quando giunge l’ora… e il suo volto li guarda”.

Le frasi recano sollievo al Nostro. E in fondo, riflette, gli strani eventi legati al nome di Chidher Grün fanno di lui un fortunato. Pregusta le lettura del manoscritto ma ora deve correre al tè dell’amico. E succede qualcosa di curioso: non lontano dalla panchina gli appare, con la sua tuta, quel che risulterà l’apicultore del convento, “Lo sciame gli era scappato ma ora ha ripreso la regina”.

La storia proseguirà ancora a lungo, ma già è chiara sul piano stilistico l’enfasi espressionistica sul grottesco, i personaggi “caricati”, le visioni fantastiche, il tessuto di allegorie, metafore e simboli, con una serie di temi come la città mostruosa. Si è osservato come il primo capitolo, alla “Bottega delle Meraviglie”, costituisca in fondo una grande metafora del mondo, e i primi capitoli evocano il sapore di calamità che grava su tutto un orizzonte d’epoca.

L’ingegnere si avvia, giunge a una piazza e si fa condurre da un’auto a casa dell’amico. Tra le mille immagini sfreccianti lungo il percorso una sola gli resta fissa negli occhi, quella dello sciame recuperato attorno alla regina. Un simbolo: così in fondo, pensa, il suo corpo è uno sciame di cellule attorno a un nucleo nascosto. Se riuscirà a vedere sotto una luce nuova le cose rese mute dall’abitudine, si dice, il mondo risorgerà davanti ai suoi occhi.

(6-continua)

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