Gaza – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 10 Aug 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Cantico per una dis/umanità dolente https://www.carmillaonline.com/2026/07/29/cantico-per-una-dolente-dis-umanita/ Wed, 29 Jul 2026 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95720 di Sandro Moiso

Ilias Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, prefazione di Antonia Arslan, Edizioni Medhelan, Milano 2026, pp. 304, 20 euro

I carcerieri pretendono un canto, l’aguzzino parole di gioia. (Salmo 137)

«Questo libro è scritto col sangue […] Ma io non parlo dello stile. Parlo della bruciante materia, della carne che stilla il suo sangue e ne impregna le pagine». Con queste parole si apriva la premessa dell’autore alla seconda edizione di un romanzo scritto in prima battuta nel 1924, poi rielaborato e pubblicato una prima volta nel 1931 e successivamente [...]]]> di Sandro Moiso

Ilias Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, prefazione di Antonia Arslan, Edizioni Medhelan, Milano 2026, pp. 304, 20 euro

I carcerieri pretendono un canto, l’aguzzino parole di gioia. (Salmo 137)

«Questo libro è scritto col sangue […] Ma io non parlo dello stile. Parlo della bruciante materia, della carne che stilla il suo sangue e ne impregna le pagine». Con queste parole si apriva la premessa dell’autore alla seconda edizione di un romanzo scritto in prima battuta nel 1924, poi rielaborato e pubblicato una prima volta nel 1931 e successivamente rivisto e pubblicato nella sua forma attuale nel 1945.

Attraverso gli anni e le revisioni, però, il drammatico romanzo memoriale di Ilias Venezis, destinato a ricordare i quindici mesi trascorsi prima nei battaglioni del lavoro e poi ai lavori forzati in Anatolia riservati agli uomini greci di età compresa tra i diciotto e i quarantacinque anni dal governo di Mustafa Kemal Atatürk, dopo la vittoria di quest’ultimo e delle sue truppe su quelle armene, francesi e greche, nonché degli ultimi lealisti del sultano ottomano, che avevano occupato la Turchia continentale, in previsione di una sua spartizione, dopo la sconfitta subita dall’Impero ottomano a seguito del suo schierarsi a fianco dell’Impero guglielmino durante il primo macello imperialista mondiale, ha acquisito un’importanza che va ben al di là della memoria personale, trasformandosi in uno strumento essenziale ai fini della comprensione delle drammatiche contraddizioni di un secolo ancora mai finito.

Atatürk, infatti, dopo aver impedito la dissoluzione della Turchia ottenne la rinegoziazione dei trattati di pace e quindi la firma del Trattato di Losanna (1923) in sostituzione di quello di Sèvres (1920), a seguito del quale l’Impero ottomano era stato ridotto ad un modesto Stato racchiuso entro i limiti della penisola anatolica, privato di tutti i territori arabi, spartiti prevalentemente tra Gran Bretagna e Francia, e della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Così, dopo il nuovo trattato di Losanna, il nuovo leader nazionalista turco dichiarò decaduto il sultanato e proclamò la nascita della Repubblica di Turchia.

Ed è proprio a partire da ciò che per un turco moderno potrebbe rappresentare l’atto di nascita di un nuovo stato, libero sia dalle pastoie arcaiche del sultanato che dalle mire espansionistiche delle potenze europee, che prende avvio quella che per i greci che abitavano le sue coste meridionali fin dai tempi dell’ellenismo diventerà la Catastrofe dell’Asia minore, Mikrasiatikì Katastrofì. Di cui il romanzo di Venezis narra le violenze, le deportazioni e gli autentici orrori.

Eppure, eppure… direbbe ancora il monaco zen, considerato che le sofferenze estreme di cui ci parla l’autore, dopo averle vissute sulla propria pelle, hanno a loro volta origine in un altro sogno nazionalista: quello greco, alimentato dal revanscismo del primo ministro ellenico Eleftherios Venizelos. Un sogno nazionalistico definito come la «Grande Idea», Megali Idea, che aveva avuto origine fin dalla lotta per l’indipendenza nazionale greca sviluppatasi a partire dal 1821 al grido di Libertà o Morte (Eleftherìa i Thànatos), ma cui aggiungeva il desiderio espansionistico di riappropriazione in toto dei territori un tempo appartenenti all’Asia Minore ellenica e a Bisanzio.

Nel tentativo di realizzazione della “Megali Idea”, il governo greco alla fine del primo grande conflitto mondiale, durante il quale si era schierato con le potenze dell’Intesa, avrebbe guadagnato in un primo tempo le città di Adrianopoli e Smirne ma dalle quali, a seguito di calcoli militari sbagliati e disaccordi tra gli alleati principali che avevano usato il “sogno greco” soltanto ai fini di indebolire ulteriormente il Grande malato d’Europa ovvero l’ormai morente Impero ottomano per espandere la propria influenza sui suoi territori1, i greci sarebbero stati allontanati nel 1922, nella fase finale della guerra greco-turca e l’inizio della catastrofe dell’Asia Minore, dalle truppe di Mustafa Kemal Atatürk.

Così nel 1922, dopo la disordinata ritirata delle truppe di occupazione greche dall’Asia Minore, la popolazione greca dell’Anatolia fu abbandonata alla vendetta e alla violenza dell’armata kemalista e di feroci bande di irregolari, gli tsétes. Nell’autunno di quell’anno l’incendio di Smirne ad opera dei turchi segnò il definitivo tramonto dell’ellenismo nella sua antica culla ionica, mentre a fine ottobre l’esercito di Kemal sarebbe entrato ad Aivalì, cittadina greca sulla costa dell’Asia Minore, in cui l’autore di Il numero 31328 era nato e vissuto.

La sempre interessante casa editrice Medhelan ci presenta così nella sua prima edizione italiana integrale, tradotta direttamente dal greco ad opera del curatore Francesco Colafemmina, uno delle più importanti e potenti testimonianze letterarie contro la guerra e le sua conseguenze del ‘900. Un secolo che, nonostante gli sforzi politici, filosofici e ideologici destinati ad esaltarne il sostanziale miglioramento della qualità della vita collettiva si è rivelato di gran lunga quello più sanguinoso della storia, come ha tenuto a sottolineare lo storico inglese Niall Ferguson2.

Un secolo di cui la Shoa più che costituire un’eccezione, come vorrebbe la vulgata più frequente, rappresenta una delle versioni più crudeli, accompagnata però dai campi di concentramento realizzati nel Sud Africa boero per le detenzione delle popolazioni ribelli, dal massacro degl Armeni durante il primo conflitto mondiale, dalla anticipatrice chiusura nelle riserve, altri autentici campi di concentramento genocidari, dei popoli nativi americani su su fino agli attuali massacri di Gaza e del Libano, che però affondano ancora le loro origini nella dissoluzione e divisione imperialista dell’Impero ottomano e, paradossalmente, proprio nella Shoa, passando per i pogrom nei paesi dell’Est pre-Rivoluzione di Ottobre, le guerrer balcaniche degli anni ’90 e mille altri esempi ancora che non sarebbe possibile qui elencare tutti.

Ciò che ci narra Venezis appartiene, come Se questo è un uomo di Primo Levi, all’espressione più elevata e dolorosa di una di queste, purtroppo, tante esperienze di cui non sempre è rimasta traccia o memoria scritta di coloro che le vissero in prima persona. Cruda e spietata cronaca del genocidio dei greci dell’Asia Minore, Il Numero 31328 è racconto autobiografico, ricco di fatti circostanziati, luoghi e personaggi realmente esistiti e, allo stesso tempo, documento straordinario di una pagina oscura del Novecento.

Come ci racconta nella sua Prefazione Antonia Arslan, la prima edizione italiana del romanzo era comparsa nel 1947 (tradotta dal francese e non dal greco come la presente) con il titolo modificato in La grande pietà. Titolo fuorviante non solo perché tralasciava quel numero che indicava come tutti gli esseri umani sottoposti a prigionia non risultino essere altro che numeri per i loro carcerieri, ma anche perché sottolineava un sentimento scarsamente presente tra le pieghe di un romanzo che mostra invece, esattamente come quello di Primo Levi di cui la prima edizione uscì per un piccolo editore proprio nel 1947, come nelle condizioni della schiavitù e della forzata sottomissione al volere degli aguzzini la disumanità trionfi sia tra questi che tra coloro che devono e vogliono sopravvivere. Ad ogni costo.

Ilias Venezis, pseudonimo di Ilias Mellos, è considerato fra i massimi narratori greci del Novecento. Nato ad Ayvalik in Asia Minore (1898-1973). Venezis, tra i massimi esponenti della generazione della letteratura degli anni ’30 e visse nel 1922 la tragica e violenta fine dell’ellenismo anatolico. Successivamente, dopo la drammatica esperienza della prigionia nei campi di lavoro turchi, insieme ad oltre un milione di profughi, si sarebbe trasferito a Lesbo. Dove ebbe inizio il sodalizio con lo scrittore Stratìs Myrivilis. Autore di una famosa trilogia dedicata allo sradicamento (Il Numero 31328, Tranquillità e Terra Eolica, tutti pubblicati in Italia dalle edizioni Medhelan), Venezis scrisse libri di racconti, romanzi, opere teatrali e fu nominato membro dell’Accademia di Atene nel 1957 oltre che presidente del festival cinematografico di Salonicco dal 1963 al 1966.

La sua trilogia, sulla quale si spera di poter tornare ancora su Carmillaonline, costituisce uno straordinario esercizio di memoria, in cui la poesia serve a mitigare o ad esaltare la tragicità dei fatti narrati oppure la dolcezza dell’infanzia e della storia famigliare e collettiva di un’intera comunità destinata ad essere spazzata via dalle peggiore delle cancrene, quella del nazionalismo e della memoria conservata con l’esclusivo fine della vendetta “destinata” a venire, sia per una che per l’altra delle parti in causa.

Così pur narrando le violenze, gli stupri, il sadismo esercitati dai soldati turchi e dai loro ufficiali sugli uomini, tanti, e le poche donne di origine greca al seguito dei battaglioni del lavoro, l’autore non dimentica di elencare le ingiustificate atrocità perpetrate dalle truppe elleniche e dai volontari al loro seguito durante l’occupazione di Pergamo sui civili e sui militari turchi. In un continuo rinvio di violenze subite, vendette perpetrate, abusi e uccisioni di cui a far le spese sono spesso i civili di ogni genere ed età.

È andata anche la “bimba”. La lasciammo l’altro giorno in un burrone. Dall’alto se ne stava appesa a una montagna molto brulla e molto liscia. E sotto scorreva un fiumiciattolo. Ah, era bello!
Non la seppellimmo – questi sono lirismi, non avevamo tempo per la pura poesia. Rispettammo la sua dignità di restarsene sola sotto il cielo.
Quando si distese per terra, incapace di procedere, mezza svenuta, il comandante del distaccamento esitò per un attimo. Era lo stesso che avevamo ieri, non avevamo cambiato posa. Due volte si era “espresso” con lei ieri. Ci disse di trascinarla, ma si accorse poco dopo che era inutile. Allora riconobbe che si trattava di una risorsa che non aveva più nulla da offrirgli.
Guardò in basso. L’acqua scorreva in mezzo a grandi rocce. Eravamo ad una altezza, lì, di oltre dieci metri. Avvicinò piano il suo piede, esitò, poi spinse con freddezza3.

Privo di odio verso i carnefici l’autore, in un articolo pubblicato nel 1972, affermava ancora:

Siamo un paese il cui destino è quello di pagare il movimento della storia con il dolore e con il sangue. Dai tempi antichi ci giungono i ricordi, le favole, le lacrime. Le nostre madri per addormentare i loro figli non hanno da raccontargli favole liete che parlano di uccelli e di boschi. Gli narrano di negri e corsari, di ammazzamenti e carestie. Le nostre canzoni hanno il ritmo austero della nostra amara sorte, e gli uccelli e gli alberi parlano nelle nostre canzoni per poterci alleggerire il cuore, ma anche per tenere vivo il ricordo. Ogni cosa per noi qui esiste per tener vivo il ricordo. Siamo il popolo della memoria […] Dunque – diciamo noi alla sponda orientale dell’Egeo – se cercate di cancellare la nostra storia, il nostro sinassario e il nostro martirologio – questo non possiamo farlo. Pure, sappiamo fare qualcos’altro di onorevole e profondo: possiamo non portare rancore. Per questo, senza cancellare la nostra storia, aiuteremo così l’affratellamento dei nostri popoli: metteremo nella nostra porzione tutto quel che abbiamo sofferto, così tanti secoli di odio, la nostra afflizione e lo sradicamento. E dall’altra parte ci metteremo il nostro amore per la pace, la coscienza della necessità che i nostri popoli non si ritrovino più in guerra e stermini4.

Scritto con una prosa essenziale, vivida e straziante, Il Numero 31328 è «la protesta di un uomo contro la guerra» che anticipa, anche nel semplice numero di matricola inciso su un pezzo di latta, gli orrori dei campi di sterminio della Seconda guerra mondiale, del Gulag e di tutti gli altri, precedenti e successivi, ma lancia anche attraverso il tempo un messaggio imprescindibile per chiunque voglia ricostruire o ricostituire un’autentica gemeinwesen. Una comunità umana al di là degli orrori dell’attuale modo di produzione, delle sue guerre spietate e dei suoi ingiustificabili e tragici nazionalismi.


  1. Come ben ci spiega Francesco Colafemmina nella sua postfazione al testo di Venezis: Il numero 31328 e la catastrofe dell’Asia Minore, pp. 285-298.  

  2. Si veda: N. Ferguson, XX secolo, l’età della violenza, Mondadori, Milano 2008 e N. Ferguson, Il grido dei morti, Mondadori, Milano 2014.  

  3. I. Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, Edizioni Medhelan, Milano 2026, p. 97.  

  4. I. Venezis, De Profundis, sul quotidiano «TO VIMA», 1972 ora in I. Venezis, op. cit., p. 280.  

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Diario da Gaza https://www.carmillaonline.com/2026/07/09/diario-da-gaza/ Thu, 09 Jul 2026 21:55:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95742 di Edoardo Todaro

Wi’am Qudaih, Diario da Gaza, Tamu Editore, 2025, 264 pag., € 16,15

Tamu edizioni ha dato alle stampe un contributo decisamente importante, ci riferiamo a Diario da Gaza di Wi’am Qudaih. Questa testimonianza rientra a pieno titolo nella Resistenza che il popolo palestinese sta portando avanti da tempo immemorabile. Sì, rientra nella Resistenza, l’arte della resistenza: perché la resistenza che un popolo si dà verso un’occupazione assume mille forme, quelle forme che il popolo in lotta decide di darsi. Scrivere è uno strumento importante della resistenza. Scrivere libri, tramandare la memoria, alla quale il popolo palestinese si sente legato, [...]]]> di Edoardo Todaro

Wi’am Qudaih, Diario da Gaza, Tamu Editore, 2025, 264 pag., € 16,15

Tamu edizioni ha dato alle stampe un contributo decisamente importante, ci riferiamo a Diario da Gaza di Wi’am Qudaih. Questa testimonianza rientra a pieno titolo nella Resistenza che il popolo palestinese sta portando avanti da tempo immemorabile. Sì, rientra nella Resistenza, l’arte della resistenza: perché la resistenza che un popolo si dà verso un’occupazione assume mille forme, quelle forme che il popolo in lotta decide di darsi. Scrivere è uno strumento importante della resistenza. Scrivere libri, tramandare la memoria, alla quale il popolo palestinese si sente legato, attraverso il teatro, il boicottaggio, e, perché no, la lotta armata ecc. C’è un filo che tiene unite tutte queste cose: la resistenza.

Nei mesi scorsi abbiamo avuto l’opportunità di leggere: Le anime invincibili di Gaza di Hanin Soufan; Resistere a Gaza di Brian Barber e L’inferno del genocidio a Gaza, solo per citarne alcuni, a questi aggiungiamo, senza ombra di dubbio, Diario da Gaza di Wi’am Qudaih. Francesca Albanese con la prefazione, Roberta Stracquadanio e, l’immancabile, Sami Hallac con la traduzione ci consegnano 240 pagine che rimarranno scolpite in tutti coloro che hanno a cuore la resistenza palestinese e di tutti i popoli che non si piegano a subire la sopraffazione. Un popolo che, come ci ricorda Albanese, resiste all’intento, sempre più esplicito, della cancellazione.

Un popolo, quello palestinese, che è considerato “animale umano”. Gaza, oggi polvere, non prende in considerazione il pensarsi separata dalla Cisgiordania. Gaza: genocidio, dove niente è normale; Cisgiordania: pulizia etnica. Gaza e Cisgiordania: Palestina. La descrizione della quotidianità, del vivere a Gaza, trasformata in una città di morte, rende esplicita la definizione di “prigione a cielo aperto” dove niente e nulla può entrare se non c’è l’approvazione dell’occupante; dove anche lavarsi è un lusso difficilmente esaudito; dove non esiste alcun posto “sicuro”; dove si è privati del presente, ma anche del passato e del futuro.

Quanto scrive Wi’sam è necessario per continuare a parlare di Palestina. Che sensazione ci può arrivare dal leggere che morire bruciata è una fortuna non avuta; che cos’è lo scorrere del tempo sotto i continui bombardamenti; contare le ore che mancano alla fine dell’ennesima giornata; la vita in una “tenda”; la gioia rubata, e per una 19enne come Wi’am non è cosa da poco; il festeggiare rubato dall’aggressione come il piacere dello stare insieme; lo sfollamento subìto, per ben 7 volte! la scrittura come unico sfogo per poter esternare i propri sentimenti e desideri. Le domande che si pone Wi’am sono domande alle quali, anche noi, non possiamo sottrarci, a partire dal “cosa ci fa aggrappare così tanto alla vita anche se questa non vale più niente”. Un racconto che mette ansia, che non può farti girare dall’altra parte quando sei messo di fronte a cosa vuol dire distruzione della vita, dei sentimenti,della voglia di vivere e dove tutto ti perseguita …. anche nei sogni, dove diviene necessario abituarsi all’angoscia ed ai bombardamenti, alla morte, alla paura ecc … cosa vuol dire andare avanti nonostante tutto, perché essere sulla propria terra, tra la propria gente è poter star bene. Ed ancora: “Cosa succederà domani?” “Finirà tutto questo dolore?”.

Wi’am ci descrive qualcosa che va al di là della nostra immaginazione, perché Wi’am vive ciò che scrive: il popolo palestinese non è sottoposto solo all’espropriazione della e dalla propria terra, ma da ogni valore della vita. Un popolo che nonostante tutto vuole rimanere sulla propria terra, anche con la consapevolezza dell’essere malati psichici, della tortura subìta. Nel leggere queste pagine non può venir fuori  la domanda: Wi’ar dove sei?! Qualcuno continua a sostenere che “Israele” è l’unica democrazia del Medio Oriente e quanto scritto da Wi’am riuscirà a demolire questa fake? Comunque Diario da Gaza è un libro che  trasmette passioni e fa crescere la voglia di lottare, di essere dalla parte giusta della storia anche con parole intrise di malinconia, di tristezza, parole che sono pietre. Perché non solo, come scrive Wi’am, anche “in tempo di morte amiamo la vita”, ma soprattutto “come può essere che tutta questa sofferenza non faccia svegliare il mondo dal suo sonno?”. Tutta Gaza urla; tutta Gaza sanguina. Immagina di perdere tutto, la tua casa, la tua scuola, la sicurezza del proprio letto… anzi non immaginare alcunché perché questa è la realtà di Gaza. Un libro che non può avere una fine, se non quella segnata in questi lunghi anni dalla Resistenza, la fine dl sionismo.

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Gaza: profilo storico di un genocidio perpetrato con il consenso dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2026/05/18/gaza-profilo-storico-di-un-genocidio-perpetrato-con-il-consenso-delloccidente/ Mon, 18 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94829 di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto [...]]]> di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto anche che, se a fermare le barche della Flotilla e a compiere gli arresti fossero stati i russi o gli iraniani, in occidente si sarebbe gridato al terrorismo e miriadi di navi da guerra americane e della Nato si sarebbero immediatamente precipitate sul posto. È la pura verità. D’altronde, sono anni che stiamo assistendo a un vero e proprio genocidio a Gaza (iniziato ben prima del 7 ottobre 2023) senza che nessuna nazione si mobiliti per fermarlo; se a compiere questo genocidio fosse l’Iran, l’Iraq o qualsiasi altro stato non ‘occidentalizzato’ – mettiamoci anche la Russia – si griderebbe al terrorismo. Perché, allora, ci sono stati che possono compiere palesemente atti illeciti e gravi sul piano internazionale e altri che non possono farlo? Innanzitutto, verrebbe da dire che tale logica la decide il sistema capitalistico, e siamo d’accordo. Però ci sono anche dinamiche storiche di carattere più contingente. Per rispondere a questa domanda riguardo all’impunità internazionale di Israele è assai utile leggere il bel saggio di Gilbert Achcar, studioso franco-libanese, professore emerito dell’Università di Londra, dal titolo Gaza, genocidio annunciato, che raccoglie diversi saggi e articoli usciti su riviste e giornali, dagli anni Novanta a oggi, pubblicato recentemente da ombre corte.

Le dinamiche storiche di carattere più contingente, cui si è accennato sopra, sono ben spiegate da Achcar. Si può pensare che tale impunità derivi da quella che lo studioso definisce “compassione narcisistica occidentale verso gli israeliani”, cioè quel “complesso di colpa dei paesi dell’Europa occidentale che hanno compiuto o permesso il genocidio nazista degli ebrei – Germania, Austria, Francia e Italia in particolare” che “ha portato a un grado senza precedenti di solidarietà incondizionata con lo Stato sionista, proprio nel momento in cui esso è guidato da persone che hanno sicuramente più cose in comune con i nazisti che con le loro vittime, siano esse vittime dell’odio razzista o membri della sinistra che i nazisti cercarono di annientare” (p. 55). La “compassione narcisistica” fa commuovere di più per le calamità che colpiscono i propri simili piuttosto che per quelle che colpiscono i propri dissimili: ecco che l’Occidente si è commosso molto di più per l’atroce massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui sono stati coinvolti individui bianchi e dall’aspetto occidentale, che per le reiterate e incessanti uccisioni dei palestinesi di Gaza. Sulla connotazione politica e ideologica dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – come nota Achcar – basta ricordare quanto scrisse su “Haaretz” nel febbraio 2023 lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università ebraica di Gerusalemme: “Il governo israeliano ha dei ministri neonazisti. Ricorda davvero la Germania del 1933”. Esso appartiene infatti al Likud, un partito erede del revisionismo sionista di estrema destra di Ze’ev Jabotinsky, ammiratore di Mussolini, che ha vinto per la prima volta le elezioni legislative nel 1977.

Eppure, per comprendere questa deriva è necessario compiere un’analisi storica a ritroso fino al 1947, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione che autorizzava la creazione di uno “Stato ebraico” in Palestina e in cui avvenne anche l’indipendenza dell’India. In questa “simmetria antitetica” – scrive Achcar – c’era l’elemento comune della partizione: “L’ONU che votò per la partizione della Palestina contro la volontà dei suoi abitanti era composto da soli cinquantasei Stati, dominati dal Nord del mondo, Unione Sovietica compresa, con un ruolo molto preponderante degli Stati Uniti in un momento in cui la maggior parte del resto del mondo aveva bisogno della loro benevolenza economica” (pp. 37-38). Allo “Stato ebraico” veniva così concesso più del 56 % del territorio della Palestina tra il fiume e il mare. Meno nota è la risoluzione 273 dell’Assemblea generale, del 1949, che ammise alle Nazioni Unite lo Stato d’Israele entro i confini che aveva ampliato con la forza durante la guerra del 1948 con i suoi vicini arabi e con i palestinesi. Come nota lo studioso, si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, uno dei cui pilastri fondamentali è il divieto di acquisizione di territorio con la forza. La maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise che “Israele è uno stato pacifico (peace-lover State) che accetta gli obblighi della Carta ed è in grado di adempiere a tali obblighi. Come osserva Achcar con amarezza, “raramente una risoluzione adottata dalle Nazioni Unite si è rivelata, col tempo, essere così chiaramente l’esatto contrario della verità!” (p. 38).

La Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire la base del nuovo ordine democratico istituito nel 1945 all’indomani della sconfitta dell’estrema destra mondiale; un ordine portato avanti da una coalizione guidata dagli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt. La morte di quest’ultimo nell’aprile del 1945 e la sua sostituzione con il vicepresidente anticomunista e di destra Harry Truman rappresentarono, secondo Achcar, l’evento chiave che portò alla trasformazione della Seconda guerra mondiale in Guerra fredda:

Il liberalismo atlantista sostituì il liberalismo tout court e fu utilizzato come cemento fondativo del mondo libero contro il totalitarismo comunista, mentre i principi liberali fondamentali venivano negati dalle caratteristiche comuni ai principali Stati del mondo apparentemente libero: colonialismo, imperialismo, discriminazione e oppressione razziale e sessista, autoritarismo, alleanza con i principali violatori dei diritti umani, compresi i più elementari diritti delle donne ecc. (p. 59).

Nel corso del tempo, l’anticomunismo venne sostituito dalla “guerra al terrorismo”: “bandiera comune sotto la quale l’amministrazione di George W. Bush e il governo di Ariel Sharon hanno condotto le loro guerre” (p. 62). E, continua lo studioso, “Il «nuovo antisemitismo», attribuito in blocco ai musulmani e alle persone di sinistra che difendono i diritti degli immigrati musulmani e criticano Israele, è così diventato un pretesto ideologico per assolvere l’estrema destra europea e americana dal suo antisemitismo passato e presente, al fine di trovare un accordo con essa sul terreno dell’islamofobia, attuale bersaglio privilegiato del suo razzismo e della sua xenofobia” (p. 64). Tratti di antisemitismo, infatti, si possono intravedere nei sostenitori incondizionati di Israele e non certo nei suoi detrattori (che vanno invece definiti come antisionisti). Come ha scritto la storica dell’antisemitismo Eleanor Sterling (lo ricorda Achcar in un articolo del 2012 riportato nel saggio), i cui genitori furono uccisi in un campo di concentramento nazista, l’antisemitismo e la nuova idolatria degli ebrei hanno molto in comune perché, per l’antisemita come per il filosemita, l’ebreo resta uno “straniero”, un diverso. Se i nazisti vedevano negli ebrei l’incarnazione del male, i filosemiti ritengono che la difesa degli “ebrei”, che vedono rappresentati dallo Stato di Israele, sia un dovere che prevale su tutti gli altri.

Uno dei presidenti americani più sionisti di tutti i tempi è stato Biden, e non certo Trump. Egli, il 18 ottobre 2023 in occasione di una visita ufficiale, affermò che “se non ci fosse Israele, dovremmo inventarlo” (p. 53). Infatti, Israele ha sempre rappresentato per l’Occidente un avamposto nel mondo arabo, una specie di insula felix popolata da individui bianchi e ‘civilizzati’ in mezzo a mostruosi selvaggi. L’allora ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, nel 2023 dichiarò che “stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza” (p. 51). Una dichiarazione che ricorda i modi brutali del personaggio di Kurtz in Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) di Joseph Conrad che, parlando degli africani, invita a “sterminare tutte queste bestie”. Nei romanzi di Conrad è possibile intravedere quello che Edward Said definisce come “orientalismo”, cioè l’atteggiamento europeo di fronte ai ‘diversi’ appartenenti all’est e al sud del mondo. Una discreta dose di orientalismo la possiamo riscontrare anche nelle posizioni europee e occidentali in genere nei confronti di Gaza e del genocidio che qui si sta perpetrando. Come spiega Said, l’orientalismo si configura come un vero e proprio “discorso” europeo sull’Oriente, ed è sorretto da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine “e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali” (E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 12). Lo sguardo occidentale su Gaza sembra incastrato in questa prospettiva orientalistica di matrice coloniale e colonialista. Se gli occidentali si autorappresentano (e rappresentano le loro guerre) come perfetti, razionali, eleganti, logici, gli ‘orientali’, gli ‘arabi’ vengono ritratti in modo opposto. Come scrive Said, nella prospettiva orientalistica, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto” (ivi, pp. 55-56). Se gli israeliani sono bianchi, vestiti all’occidentale, ‘razionali’ e ‘democratici’, professanti una religione assai vicina al cristianesimo, i palestinesi sono scuri di pelle, vestiti all’orientale e professanti la religione musulmana (non dimentichiamo che i musulmani sono stati per secoli i nemici giurati dell’Occidente cristiano). Come nota Said, è stata proprio la sua difficile esperienza personale di arabo-palestinese in Occidente che lo ha spinto a scrivere questo libro: “L’esistenza di un arabo-palestinese in Occidente, e in America in modo particolare, è tutt’altro che facile. Vi è un quasi unanime consenso sul principio che politicamente esso non esista, o esista solo come un ‘problema’ o, nel migliore dei casi, come un ‘orientale’. L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di un’ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come con un avverso destino” (ivi, p. 35).

Come affermò il poeta martinicano Aimé Césaire nel 1950 nel Discorso sul colonialismo, l’Occidente ha sempre adottato due pesi e due misure nei confronti dei bianchi e dei non bianchi. Ciò che il “distinto, umanista, cristiano borghese del XX secolo” non perdona a Hitler non è il fatto di aver compiuto un crimine contro l’uomo in quanto tale, ma contro l’uomo bianco. I nazisti hanno applicato nei confronti degli ebrei bianchi i brutali trattamenti tipicamente coloniali che prima di allora erano stati applicati nei confronti “degli Arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri d’Africa” (p. 77). Come già notato in precedenza, i capi di stato e i governanti europei, nonché i mezzi di informazione occidentale, provano narcisisticamente maggiore empatia nei confronti dei propri simili; ecco perché il genocidio di Gaza può essere perpetrato sotto i loro occhi senza che muovano un dito, un genocidio che vede coinvolti migliaia e migliaia di bambini. Ecco perché la potenza democratica per eccellenza, gli Stati Uniti, insieme a Israele, può massacrare centinaia di bambini in Iran, come è successo recentemente con il bombardamento di una scuola. Gli Stati Uniti e Israele possono massacrare impunemente centinaia di bambini mentre se, ad esempio, a compiere il massacro fosse stato un missile russo, si sarebbe gridato ovunque al genocidio più infame. Evidentemente i bambini bianchi ed europei valgono più di quelli palestinesi o iraniani. Non è una constatazione cinica ma un crudo dato di fatto. Anche la recente guerra in Iran portata avanti da USA e Israele, per una larga fetta dell’Occidente non equivale a un massacro indiscriminato di civili fra cui donne e bambini ma alla sempre più difficile reperibilità e quindi a un aumento dei prezzi dei combustili fossili indispensabili per far muovere la macchina capitalistica.

La raccolta di saggi che Gilbert Achcar propone in questo interessante volume ci porta quindi nel cuore di tenebra delle democrazie occidentali, nel lato in ombra di qualsiasi pensiero illuminista, umanista, democratico e liberale soggiogato alla logica atroce del capitale. È un viaggio anche doloroso ma, crediamo, necessario per comprendere al meglio quello che sta accadendo intorno a noi perché ci svela anche i retroscena storico-politici di guerre, accordi, di “cessate il fuoco” più o meno farlocchi avvenuti nell’area del Medio Oriente. I governanti occidentali e i loro media (inclusi quelli italiani) stanno assomigliando troppo ai personaggi della famiglia del comandante del campo di sterminio di Auschwitz nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis. Se nel film la famiglia del comandante continua la sua vita come se niente fosse nel suo giardino fiorito ben sapendo che al di là del muro si sta compiendo un terribile genocidio, nella realtà l’Occidente dei potenti e dei loro leccapiedi mediatici continua la sua insulsa vita nella bolla di un capitalismo fondato su un benessere pronto a esplodergli sotto i piedi ignorando l’atroce genocidio di Gaza. Come scrive Achcar, infatti, in Occidente si sta profilando “l’era del neofascismo”, segnata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca mentre il futuro del Medio Oriente si annuncia molto cupo: “Di fronte a tutto questo, non c’è spazio per l’ottimismo. Resta solo la speranza che la resistenza che si sta diffondendo tra i palestinesi, gli israeliani, i popoli arabi e il mondo intero, in particolare tra i giovani, possa alla fine riuscire a contrastare i progetti regionali e globali della nuova internazionale neofascista” (p. 218). Utopia o speranza fondata? A noi e solo a noi l’ardua sentenza perché altro non resta se non una resistenza quotidiana al fascismo strisciante e all’indifferenza, alla “cultura di destra”, come direbbe Furio Jesi, ormai diffusasi ovunque in Occidente e in questo paese, soprattutto nelle idee di chi si crede al sicuro nel suo bel giardino incantato. Ma i muri di questo giardino, ormai, hanno troppe brecce, ci sono troppi buchi da cui penetra l’orrore. L’orrore è più presente che mai e neppure un Occidente cinico, indifferente e razzista può starsene tranquillo a recitare i suoi inutili mantra di pace e democrazia tra un aperitivo e l’altro.

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Il nuovo disordine mondiale / 33 – Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi) https://www.carmillaonline.com/2026/03/11/il-nuovo-disordine-mondiale-33-ritorno-al-futuro-per-una-critica-delle-illusioni-perdute/ Wed, 11 Mar 2026 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93384 di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei [...]]]> di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)

Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.

Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:

le domande più importanti sono rimaste senza risposta dall’amministrazione Trump. In particolare, come finirà questa guerra? E quali saranno le implicazioni strategiche ultime della scommessa sull’Iran? La storia dell’intervento militare americano offre una lezione coerente: le guerre iniziate senza chiari obiettivi politici raramente finiscono bene. Quando gli obiettivi politici sono indefiniti o contestati, la guerra manca di un punto di arresto logico. I successi tattici sollevano interrogativi su cosa verrà dopo, mentre le battute d’arresto tattiche diventano giustificazioni per fare di più. La missione si espande, la linea temporale si allunga e la logica originale svanisce sullo sfondo mentre la guerra acquisisce il suo slancio. Il teorico militare prussiano del diciannovesimo secolo Carl von Clausewitz sosteneva notoriamente che la guerra è politica con altri mezzi. Ma il corollario è altrettanto importante: senza un chiaro scopo politico, la guerra diventa un fine in sé1.

Una guerra dai costi militari ed economici altissimi, condotta a discapito non solo dei principali competitor economico-politici, come vorrebbe la vulgata più diffusa, ma anche di molti alleati: dall’Europa ai paesi del Golfo preoccupati dall’evoluzione di un conflitto che non avrebbero voluto fino alla Turchia di Erdogan che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più riluttante a farsi coinvolgere in un conflitto che, probabilmente, la dissanguerebbe a vantaggio di Israele. Compreso Netanyhau, le cui mire sull’Iran e il regime change divergono profondamente da quelle degli Stati Uniti, ancora decisi a trovare un accordo con una parte dell’attuale regime.

Un conflitto “globale” la cui mancata comprensione delle cause rischia di spingere tra le braccia degli interessi dei vari capitalismi nazionali proprio coloro che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro lo stesso: i giovani e i lavoratori (di ogni genere e nazionalità). Offrendo loro in cambio un’alleanza tra le classi tendente a mascherare le responsabilità delle scelte operate da governi, consessi internazionali, imprese e partiti, anche di sinistra e non soltanto di destra, che stanno portando a un risultato i cui prodromi si potevano intravedere negli avvenimenti internazionali già da molti anni a questa parte.

Una farlocca proposta politica che troppo spesso sembra voler mondare non solo i peccati delle potenze europee, ma anche quelli dei regimi autoritari, falsi socialismi e movimenti di liberazione che, dopo aver assolto il loro compito di superamento dei regimi coloniali precedenti, hanno soltanto arricchito le proprie classi dirigenti, in divisa e non, teocratiche o meno, a discapito degli interessi economici e politici di tutte quelle altre che le avevano affiancate nelle lotte di liberazione.

Mentre gli avvenimenti e le contraddizioni sociali degli ultimi decenni hanno invece contribuito a portare alla luce quel substrato di violenza, forza, corruzione, potere economico e militare che da sempre ha caratterizzato non soltanto l’azione coloniale, imperiale e controrivoluzionaria dell’Occidente, ma anche di quelle borghesie che si sono andate affermando negli spazi lasciati liberi dal ritiro dell’onda colonizzatrice di marca bianca e cristiana. Spesso sfruttando i propri giacimenti di materie prime, gas e petrolio per lo sviluppo di sistemi economici basati principalmente su un estrattivismo destinato a nutrire le potenze coloniali da cui si erano precedentemente distaccate oppure i nuovi imperi economici sorti nel frattempo. Uno scambio ineguale (petrolio e gas, oppure ancor peggio zucchero di canna come nel caso di Cuba, in cambio di tecnologia e armi) che ha permesso ampi margini di guadagno per le potenze con cui si erano stabiliti tali accordi di cooperazione (dell’Est come dell’Ovest).

Rapporti tra stati, imperi e classi che sono stati anche la conseguenza delle narrazioni tossiche dei vincitori del secondo conflitto mondiale (USA e URSS), giustificato con la necessità della lotta per la difesa della democrazia liberale oppure del “socialismo in un solo paese” contro il totalitarismo fascista. Una giustificazione destinata a rimuovere dall’orizzonte politico l’autonoma azione di classe, nemica dell’esistente e dell’ordine borghese e imperiale, da qualsiasi parte questo provenga e sotto qualsiasi veste questo si mascheri.

Un’azione che, invece, avrebbe dimostrato nei fatti, come l’insurrezione operaia di Berlino Est nel 1953 oppure la breve esperienza dei consigli operai ungheresi nel 1956, la falsità dell’idea di “socialismo in un solo paese” di staliniana memoria, che confliggeva radicalmente con quella dell’internazionalismo e dell’unità dei proletari di tutto il mondo, e che, dopo aver contribuito all’eliminazione delle opposizioni e le pratiche politiche antagoniste all’interno dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta e nel corso della guerra civile spagnola, era giunta poi a giustificare la necessità della collaborazione tra le classi durante la seconda carneficina mondiale.

Soprattutto quando, sul finire della stessa, i popoli e le classi in rivolta, ma ancora illusi da una visione “frontista” che derivava dai precedenti giri di valzer condotti dai supposti rappresentanti del socialismo al potere con gli avversari fascisti, finirono coll’accodarsi, non sempre con piena convinzione, alla battaglia delle Resistenze in nome della libertà, dell’indipendenza nazionale e della democrazia elettoralistica e parlamentare proposte proprio da coloro che li avevano trascinati in un conflitto che aveva causato centinaia di milioni di morti, precludendo loro ogni speranza di ribaltamento dell’ordine capitalistico internazionale. A differenza, invece, di quanto era successo al termine del Primo conflitto imperialista mondiale.

In tal modo le istanze potenzialmente rivoluzionarie che avevano animato gli intenti dei soldati disertori, degli operai, dei giovani e delle donne che avevano deciso di impugnare le armi per affermare il proprio, reale, diritto alla vita e al godimento collettivo delle ricchezze socialmente prodotte, furono incanalate nelle alleanze con i propri aguzzini che, nel frattempo e dopo essersi serviti dei governi autoritari per reprimere le conseguenze sociali e le speranze in/sorte negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale, avevano deciso di cambiare campo per ri/fondare le nuove nazioni mondate dal peccato fascista e imperialista.

Un periodo di autoritarismi, guerre e distruzioni veniva così ridotto a un breve momento di sbandamento che poteva e doveva essere dimenticato e rimosso dietro alla promessa di una nuova età dell’oro e dei consumi in cui questi ultimi avrebbero dovuto costituire le basi della vera ed unica eguaglianza sociale. Davanti al capitale con qualche miserabile spicciolo in tasca, in cambio della cessione della gestione dell’autonomia di classe ai partiti e sindacati mandatari.

Così anche se, a partire dagli anni Sessanta, in Occidente i movimenti dei lavoratori e dei giovani, trascinati come nel ‘68 proprio dai moti dei popoli delle colonie, riuscirono a ritagliarsi relativi spazi di autonomia politica con forme di lotta che sfuggirono al controllo degli incaricati del mantenimento della pace sociale (Stato, sindacati e partiti social/democratici), lo fecero troppo spesso affidandosi ancora a parole d’ordine d’ispirazione liberale oppure di stampo resistenziale che impedirono di fare completa chiarezza sulle reali cause dei conflitti e delle crisi da cui avevano tratto spunto, dall’Algeria al Vietnam. Finendo così col tradire, sotto l’ombrello di un terzomondismo buono per tutte le stagioni e tutte le cause, oltre che il proletariato delle metropoli imperiali, anche i popoli che ancora lottavano contro i regimi coloniali. Proprio a causa di concezioni politiche ancora ispirate da idee riconducibili sia a quelle liberal-democratiche che a quelle di un “socialismo in un solo paese” da moltiplicarsi per il numero dei paesi coinvolti.

Che sostituivano l’unità del proletariato mondiale con la fiducia riposta in istituzioni internazionali che mai funzionarono se non a vantaggio delle grandi potenze, o in quegli strani conglomerati di paesi ex-coloniali come quello definito, ad esempio, dei “non allineati”, alla cui guida fu designato un uomo come Sukarno che non avrebbe poi mai saputo o voluto opporsi con decisione al massacro dei proletari e dei comunisti indonesiani2 oppure, peggio ancora, con l’alleanza “tattica” con governi o singole nazioni interessate a scalzare la presenza di un avversario imperialista da aree che ritenevano “vitali” per i propri interessi.

Tutto questo andava succintamente ricordato prima di giungere alla recensione del testo redatto collettivamente da InfoAut e pubblicato da DeriveApprodi, per non confondere nemmeno per un secondo quanto qui di seguito sarà detto con le banalizzazioni fin qui denunciate che, su temi importanti come quelli contenuti ne La lunga frattura, rischiano periodicamente di ridurre questioni dirimenti come quelli dell’opposizione alla guerra, all’imperialismo, al colonialismo, se non al modo di produzione capitalistico tout court a livello di semplice partigianesimo se non addirittura a tifoseria da stadio, per cui basterebbe tenere per una delle parti per avere bella e pronta una valida causa per cui battersi. Mentre la realtà è sempre ben più complessa.

Lo sforzo operato dai redattori del testo per fornire una base per un dibattito comune dei movimenti sugli eventi che da qualche tempo scuotono l’ordine sociale e politico occidentale non è certo di poco conto, anche se la collettività del testo forse ha contribuito al far sì che si glissasse su alcune asperità interpretative che avrebbero potuto risultare divisive rispetto alla necessità di dare una prima interpretazione generale di quanto si è annunciato prima.

Il testo inizia proprio là dove una interpretazione più oggettivizzante dei fatti avrebbe invece concluso la riflessione, ovvero mettendo al primo posto le soggettività che hanno dato vita ai movimenti riconducibili allo slogan Blocchiamo tutto! e che hanno visto nel corso dell’autunno del 2025 una straordinaria mobilitazione dal basso riconducibile, in primo luogo, alla difesa del diritto all’esistenza e alla lotta del popolo palestinese e alla contemporanea condanna dell’intervento genocidario dello Stato di Israele a Gaza.

Una mobilitazione di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone che in Italia, e non solo, hanno riscoperto nella strage dei palestinesi e nella loro orgogliosa rivendicazione del diritto a vivere con dignità la propria esistenza una condizione comune, una bandiera in cui riconoscersi non soltanto sul piano dei sentimenti e dell’umanitarismo, ma anche su un altro più direttamente politico, in cui studenti, lavoratori, lavoratrici, membri delle classi medie impoverite, immigrati recenti, giovani di seconda generazione e settori di quel vasto proletariato marginale del cui sfruttamento si nutre l’economia attuale hanno colto la necessità di una comune lotta allargata contro un modo di produzione che sulla guerra, sul massacro dei civili e dei soldati, sulla disoccupazione generalizzata e sull’arricchimento di settori sempre più ristretti della società ha costruito l’unica risposta possibile alle conseguenze del collasso dell’ordine mondiale nato dalla Seconda guerra mondiale. Si badi bene: sia tra i suoi sempre più delusi sostenitori che tra i suoi avversari emergenti dal “brodo primordiale” di conflitti nazionalistici e interimperialistici che dalla crisi del precedente ordine derivano.

E qui, proprio per iniziare a rispondere ad alcune formulazioni espresse nel testo, occorre sottolineare il fatto che l’esistenza di conflitti interimperialistici invece di contribuire alla formazione di un super-imperialismo unificato da un comune interesse, come predetto da Kautsky, citato nel testo, abbia invece condotto ad un inasprimento e a una moltiplicazione dei conflitti locali, regionali e in prospettiva di carattere planetario di cui gli Stati Uniti e la Nato non sono più gli unici e meticolosi artefici. Fatto che il termine “multipolarismo” riassume, come si afferma nel testo, in maniera ancora superficiale e fuorviante.

Proprio a partire da ciò si è potuto assistere, nel corso degli ultimi anni, ad una disgregazione dei rapporti di alleanza occidentali che proprio nella Nato avevano trovato per sessant’anni il loro centro direzionale e motivazionale. Una crisi, di cui Trump è manifestazione e non artefice come molti paiono più o meno sinceramente credere, che fa sì che gli Stati Uniti sentano la necessità, dopo l’illusoria ubriacatura della globalizzazione e averne misurato le effettive conseguenze, di riaffermare con l’uso della forza ampie sfere di influenza da cui ripartire per controllare parti di mondo e materie prime, esattamente come al termine del secondo conflitto mondiale, quando la vera spartizione del pianeta era avvenuta tra USA e URSS.

Una spartizione che ora, però, deve comprendere, oltre alla Russia, un terzo commensale: la Cina. Una spartizione che certo non prelude ad una pace universale ma che, almeno per coloro che la impongono, dovrebbe servire a rinviare nel tempo l’inevitabile scontro per il controllo delle ricchezza e delle risorse del pianeta. Che da parte statunitense, come nella guerra che sta infiammando l’intero Medio Oriente, assume le forme devastanti e autoritarie di una sorta di scacchistico “arrocco attivo”.

Scelta che ha portato il pokerista Trump, come lui stesso ama definirsi, ad agire pericolosamente per mantenere l’egemonia nel controllo delle risorse petrolifere mondiali, nell’illusione, forse, di giungere ad una “soluzione venezuelana” della guerra e dell’assedio marittimo, ma senza tener conto del controllo ferreo del regime degli ayatollah sul territorio e sulle risorse dell’Iran.

Dando vita a contraddizioni, come quelle sulla reale paternità dell’attacco (l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyhau?) e giravolte che hanno condotto la fu superpotenza globale ad agire come una potenza impazzita, «scenario ideale per Cina e Russia»3 e, allo stesso tempo, come il ritardo nella nomina del successore di Khamenei e il fatto che sia Ali Larijani a prendere la parola al posto del neo-eletto Mojtaba Khamenei (ferito?), a rivelare la presenza all’interno del regime di fratture non solo di carattere sociale, che la chiusura delle università a tempo indeterminato e l’invito rivolto agli abitanti di Teheran a non uscire di casa per il pericolo rappresentato dalle possibili piogge acide causate dal bombardamento dei depositi di petrolio fanno intravedere, ma anche interne allo stesso.

Un conflitto che, al momento attuale, ha parzialmente favorito la Russia di Putin attraverso il rialzo dei prezzi del gas e del petrolio, il momentaneo allentamento delle sanzioni proposto dal presidente americano e l’allontanamento della soluzione del conflitto ucraina dalle priorità americane. Così come, nonostante il rallentamento dei rifornimenti energetici provenienti dal Golfo, anche la Cina potrebbe trarre vantaggio dagli spostamenti di capitali da Dubai a Hong Kong e Singapore, secondo investitore estero in Cina e paese con cui i legami di cooperazione si sono andati intensificando e rafforzando nel corso degli ultimi decenni, soprattutto a causa della predominanza dell’etnia cinese al suo interno4. Facendo scrivere sul «Washington Post» che:

Non c’era alcuna minaccia “imminente” da parte dell’Iran che giustificasse la guerra lanciata da Trump il 28 febbraio all’improvviso – e il costo di tale guerra (finanziata con ladessa in deficit in un momento in cui il debito pubblico è già vicino ai 39.000 miliardi di dollari) probabilmente ostacolerà gli sforzi degli Stati Uniti per competere con avversari molto più significativi, in particolare […] Russia e Cina.
La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica dai 73 dollari al barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le sanzioni all’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a finanziare la macchina da guerra russa. Gli Stati Uniti stanno inoltre rapidamente bruciando le limitate scorte di missili, in particolare intercettori antiaerei, di cui l’Ucraina ha urgente bisogno. Il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di combattimenti con l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati utilizzati dall’Ucraina dal 2022. […] Più in generale, tutta l’energia e l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e militare rappresentata dalla Cina. All’inizio degli anni 2000, mentre gli Stati Uniti erano concentrati sulle guerre post-11 settembre, furono colpiti dallo “shock cinese” – un’ondata di importazioni cinesi a basso costo che contribuì alla perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero . Gli economisti David Autor e Gordon Hanson ora avvertono che stiamo per assistere a un secondo shock cinese, che potrebbe essere ancora più destabilizzante del primo.
Mentre Trump bombardava vari paesi, imponeva dazi, scoraggiava gli studenti stranieri dall’andare in America e tagliava i fondi per la ricerca, la Cina stava facendo ingenti investimenti volti a dominare le industrie del futuro. L’Australian Strategic Policy Institute riporta che la Cina è ora leader negli Stati Uniti nella ricerca su 66 delle 74 tecnologie di frontiera, tra cui intelligenza artificiale, superconduttori, informatica quantistica e comunicazioni ottiche. La Cina produce già circa il 70% dei veicoli elettrici mondiali, l’80% degli smartphone, l’80% delle batterie agli ioni di litio e il 90% dei droni. L’anno scorso, circa la metà di tutti i veicoli venduti in Cina erano veicoli elettrici o ibridi. […] Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta spendendo decine di miliardi di dollari per bombardare il regime iraniano e ridurlo in mille pezzi.
È troppo presto per dire chi vincerà la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma, a questo punto, punterei su Russia e Cina5.

Un gioco certamente incerto e pericoloso che, in qualsiasi momento e per qualunque imprevisto, potrebbe trasformarsi in conflitto globale, ma che ha il pregio, proprio per l’affarismo con cui l’attuale presidente americano ha cercato di caratterizzarlo in ogni occasione, di rivelare la vera essenza del modo di produzione capitalistico ovunque e sotto qualsiasi forma esso si sia instaurato6. Dando vita a potenziali regolamenti di conti interni che, come in Venezuela, oltre a favorire l’ingresso delle compagnie americane in settori petroliferi da cui fino ad ora erano state parzialmente o del tutto escluse, lasciano comunque la maggior parte dei diseredati esclusi dall’esercizio di qualsiasi azione politica, pur rischiando sempre di essere coinvolti nella “difesa” degli interessi della Patria e della Nazione.

Questa netta denuncia della separazione degli interessi di classe all’interno di ogni paese, qualsiasi sia il colore della bandiera sventolata dalla borghesia in nome degli interessi nazionali, dovrebbe costituire l’elemento cardine su cui articolare una adeguata tattica e strategia dell’azione di classe: sia che si tratti dell’Iran, dell’Ucraina o di casa nostra. L’italietta in cui il fascino del “secondo” o “terzo” o altro ancora Risorgimento non ha mai smesso di risplendere alla luce dei discorsi opportunistici e fuorvianti, da Gramsci o Togliatti fino a tutti gli altri padri della Patria repubblicana (e prima ancora monarchica e fascista).

Per questo motivo occorre liberare il pensiero e la pratica antagonista dalle maglie degli interessi nazionali presupposti comuni e dai richiami alle alleanze con le “borghesie progressiste” o, soltanto illusoriamente, “nemiche dell’imperialismo”, spesso indotte da movimenti e partiti che hanno pencolato, e pencolano ancora, tra “destra” e “sinistra” cercando di raccogliere e tenere insieme contraddizioni e bisogni che spesso hanno più a che spartire con gli interessi delle classi medie impoverite che con la causa della reale liberazione della specie. Ispirando invece moti che, molto spesso, propendono per comodità e viltà più al fascismo e al suo collaborazionismo tra le classi, nella speranza di far tornare le classi medie in crisi a rivestire un ruolo sociale e a godere di frutti migliori senza per questo rinunciare a quelli che si pensavano essere privilegi ormai “inalienabili”, a discapito di tutti gli altri esclusi.

Così, in questo marasma, la divisione “settoriale” delle lotte di genere, ambientali, antirazziste e per i diritti di cittadinanza ha finito con incrociare le richieste di maggior sicurezza che possono provenire da ampi settori di quelle stesse classi medie, causando un deragliamento ideologico che indebolisce sia la possibilità di vincere sui singoli terreni che su quello più ampio di una attesa trasformazione dei rapporti sociali, politici ed economici.

In tal senso, non vi può essere dubbio che il movimento «Blocchiamo tutto!», invece, ha sicuramente influito positivamente ed è andato nella giusta direzione, unificando i diversi settori di lotta piuttosto che continuare a dividerli, e, almeno da questo punto di vista, le enormi mobilitazioni per Gaza e per la Palestina hanno egregiamente funzionato da banco di prova per un movimento che tenga insieme gli interessi di vasti settori di società con l’internazionalismo. Caratterizzato, però, non dalla solidarietà con gli stati oppure tra stati, ma tra le classi e per la classe dei diseredati.

Da Gaza a Cuba, oggi nuovamente nel mirino del fatiscente impero americano, fino alle donne e agli uomini in rivolta nell’Iran degli ayatollah, il fatto di schierarsi non dovrà più dipendere dalla logica che il nemico del mio nemico è mio amico e quindi dalla simpatia per i singoli governi che, per interessi nazionalistici o di influenza regionale, possono schierarsi contro qualche satrapo occidentale o orientale, ma sulla base di comuni interessi di classe, anticapitalisti e antiimperialisti. Come ha affermato Domenico Quirico in un recente articolo su Cuba:

Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolas Maduro, forse perfino Ali Khamenei [Così] I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale […] Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi7.

Un invito valido per il movimento antagonista, ovunque, da Minneapolis a Milano, dagli scontri per Askatasuna alla Cisgiordania, ma anche in Iran: là dove la necessità della ricostituzione a livello più alto di una comunità umana degna di questo nome e degli strumenti politici per raggiungere tale obiettivo attraverso la soppressione del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo, impone la rottura con ogni fasulla alleanza o fronte con la borghesia, il capitale, sia nazionale che internazionale, e i suoi scherani e funzionari. Anche quando vorrebbero allettarci con offerte dipendenti, sempre, da una maggiore malleabilità dei movimenti e dalla loro rinuncia ad esser irrevocabilmente classisti.

Da qui, e soltanto da qui, occorre ripartire e il testo prodotto da Infoaut può costituire una base iniziale per un confronto allargato sulla ripresa della lotta di classe, a partire dall’opposizione alla guerra poiché quest’ultima costituisce l’aspetto ultimo, più chiaro, divisivo e dirimente dei rapporti tra le classi, fuori e dentro i confini nazionali.

Soltanto nelle lotte, nel tumulto, nella ribellione e nell’insurrezione si manifesta apertamente il temuto demone del comunismo che costituisce ancora l’elemento più pericoloso per l’ordine globale, poiché dà vita nei fatti alla rappresentazione della società futura e della fine delle illusioni politiche, ideologiche e economiche che hanno sostenuto e continuano a difendere un asfittico presente che, per ora, può soltanto vendicarsi con gli strumenti dell’inquisizione politica e della repressione.

Come ha fatto a Torino con i giovani che hanno difeso il diritto del palestinesi e di Askatasuna di continuare ad esistere, colpendo chi ha osato levarsi contro le sue norme. Una soggettività che nessun oggettivismo e nessuna norma o decreto securitario potranno sottomettere ancora a lungo senza ricorrere in modi diversi, ma paralleli, ad un aperto uso della violenza dello Stato nei confronti dei singoli, come a Minneapolis, in Cisgiordania o a Rogoredo, obbligandoci fin da ora a riflettere sul fatto che guerra estesa e guerra civile andranno sempre più spesso di pari passo. Entrambe dichiarate dai governi e dagli stati contro i loro cittadini e la comunità umana.

Considerazioni cui occorre aggiungere che per chi, come il sottoscritto, si occupa da anni di guerre e geopolitica il problema non è tanto di carattere accademico o partigiano quanto piuttosto costituito dalla necessità di individuare in ogni frangente le contraddizioni, le linee di faglia e le crepe in cui poter vittoriosamente inserire la leva costituita da una lotta di classe internazionalizzata e generalizzata in grado di far crollare le pareti dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.

Una concezione che, in assenza di un’azione “proletaria” e classista cosciente e determinata, può accogliere con favore qualsiasi sconfitta degli imperialismi maggiori e, in particolare, proprio di quello americano o della Nato, ma senza per questo mai appoggiare apertamente i nemici borghesi al governo delle nazioni che si contrappongono all’Occidente e ai suoi mastini della guerra oppure chiamando i lavoratori e gli altri appartenenti alle classi impoverite ad affiancare quei governi nel conflitto, ma, piuttosto, incoraggiandoli ovunque sia possibile ad approfittare della eventuale crisi e debolezza dello Stato nazionale borghese per insorgere ed imporre un altro governo della cosa comune. Esattamente come accadde nel 1870 in quel di Parigi: lezione irrinunciabile della storia delle lotte del proletariato internazionale. Oppure, ancora, come fecero i contadini tedeschi fin dal 1525: Omnia sunt communia!.

Un’opposizione alla guerra a fianco dei diseredati e degli oppressi, quindi, e non certo dei governi né, tanto meno, degli appelli di Trump e Netanyhau rivolti al popolo iraniano mentre lo si bombarda. Appelli fasulli ad una rivolta che se fosse davvero tale vedrebbe in prima linea tra i suo avversari le armate americane, israeliane, dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, che tutto potrebbero digerire, compresa la permanenza al potere degli ayatollah e dei pasdaran, piuttosto che un’autentica rivoluzione sociale in grado di rimettere in discussione gli equilibri politici di tutta l’area.

Una posizione, infine, che non può e non deve permettersi di cogliere nel gruppo dei BRICS un’alternativa al modo di produzione dominante, ma soltanto un ulteriore aspetto dello stesso in cui, però, il tradimento di ogni alleanza in nome del proprio profitto oppure, più semplicemente, della propria sopravvivenza, a scapito dei popoli coinvolti e massacrati dai conflitti, costituisce l’elemento determinante per le politiche dei principali rappresentanti degli stessi.


  1. C. H. Kahl, What Is the Endgame in Iran? Trump Needs to Figure Out What He Wants— and Quickly, «Foreign Affairs» 9 marzo 2026.  

  2. Si vedano in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi editore, Torino 2021 e N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026.  

  3. L. Caracciolo, Tre scenari per capire cosa succede ora, «la Repubblica», 1 marzo 2026.  

  4. Si veda: Parte la fuga dei capitali da Dubai. Meglio Singapore o Hong Kong, «La Stampa» 7 marzo 2026.  

  5. M. Boot, There are two winners in Iran. Neither one is America. Oil disruption benefits Russia, as does less U.S. aid for Ukraine. And Iran distracts China, «Washington Post» 9 marzo 2026.  

  6. Sulle diverse e ingannevoli forma del dominio capitalistico sul lavoro si veda qui.  

  7. D. Quirico, I fantasmi di Cuba, «La Stampa» 27 febbraio 2026.  

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Il Joker e il suo doppio. Note a proposito di un film incompreso https://www.carmillaonline.com/2026/02/27/il-joker-e-il-suo-doppio-note-a-proposito-di-un-film-incompreso/ Fri, 27 Feb 2026 21:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90476 di Sandro Moiso

Mentre il primo Joker di Todd Phillips (2019) aveva riscosso un più che meritato successo di critica e di pubblico vincendo anche il Leone d’oro alla 76ª Mostra del cinema di Venezia, il secondo, Joker: Folie à Deux (2024), dello stesso regista e con lo stesso straordinario interprete (Joaquin Phoenix), cui si è aggiunta la presenza di Lady Gaga, non ha suscitato la stessa attenzione ed è stato troppo spesso liquidato come film non riuscito o, peggio ancora, come musical noioso o irrisolto. Eppure, eppure…

Todd Phillips, prima del film dedicato al miglior (o peggior?) “villain” prodotto [...]]]> di Sandro Moiso

Mentre il primo Joker di Todd Phillips (2019) aveva riscosso un più che meritato successo di critica e di pubblico vincendo anche il Leone d’oro alla 76ª Mostra del cinema di Venezia, il secondo, Joker: Folie à Deux (2024), dello stesso regista e con lo stesso straordinario interprete (Joaquin Phoenix), cui si è aggiunta la presenza di Lady Gaga, non ha suscitato la stessa attenzione ed è stato troppo spesso liquidato come film non riuscito o, peggio ancora, come musical noioso o irrisolto. Eppure, eppure…

Todd Phillips, prima del film dedicato al miglior (o peggior?) “villain” prodotto dall’immaginario della DC Comics, si era dedicato quasi esclusivamente al genere commedia, con cui aveva raggiunto una certa dose di celebrità e successo di cassetta con film quali Una notte da leoni (The Hangover, 2009) e i successivi Una notte da leoni 2 e 3 (2011 e 2013), oppure Parto con il folle (Due Date, 2010), anche se alcune sue sceneggiature – come ad esempio quella di Borat: studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan), per la regia di Larry Charles nel 2006 – avevano già fatto intravedere una certa sua attenzione alla critica sociale e culturale della nazione americana e dei suoi valori.

Con il successivo Trafficanti (War Dogs, 2016) Phillips tinge di nero e realismo una commedia basata su una storia vera pubblicata sulla rivista «Rolling Stone» a proposito dei contratti, e delle susseguenti truffe, di due trafficanti d’armi, David Packouz e Efraim Diveroli, incaricati di rifornire le truppe statunitensi in Iraq. Dalla critica ironica del commercio illegale di armi e delle politiche americane in Medio Oriente alla rivisitazione del personaggio di Arthur Fleck, alias il Joker, il passo sarà breve e così il regista e sceneggiatore, nato a New York nel 1970, trasforma l’originale nemico di Batman in un individuo solitario, tartassato dalla madre e abusato durante l’infanzia dagli amanti violenti della stessa, che non ha certo bisogno di un antagonista in armatura e calzamaglia nera per scatenare la propria furia omicida e il proprio malessere esistenziale.

Già questo passaggio, contenuto nel primo film, rimette seriamente in discussione un personaggio precedentemente rivisitato da Tim Burton nel suo primo Batman, interpretato da Jack Nicholson nel 1989, e da Christopher Nolan nel suo Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008) in cui il ruolo del Joker era interpretato da un buio e tossico Heath Ledger (1979-2008), che sarebbe deceduto prima ancora dell’uscita del film.

Un Joker oscuro, si diceva prima, ben lontano da quello interpretato da Nicholson, ancora legato ad una interpretazione irridente e irriverente del personaggio, e che per questo motivo sarebbe stato sempre critico nei confronti del film di Nolan. Ma non ancora così oscuro e malato quanto quello portato sugli schermi da Joaquin Phoenix. In entrambi i casi, anzi in tutti e tre, fino al primo Joker di Phillips, però, il villain dalla maschera clownesca ha qualcosa del ribelle e del trascinatore di folle. Capace di scatenare il Caos poiché, come afferma quello interpretato da Heath Ledger, sa di essere egli stesso “il Caos”.

Così, non a caso, nelle rivolte reali e successive all’uscita del film del 2019 non fu difficile individuare manifestanti che, in occasioni e aree diverse del pianeta, vestivano i panni del Joker phoenixiano per partecipare alle stesse. Trasformando un Mito in Realtà o, almeno, cercando di riprodurre il Mito nella Realtà1.

Ecco, la novità di Joker: Folie à Deux consiste proprio nel rompere con tutto questo, riportando la maschera al volto reale che da quella è celato, mostrando Arthur Fleck per quello che è, nel suo disagio esistenziale, nella sua follia e nel suo tentativo (impossibile) di ritorno o accesso ad una affettività che gli è stata sempre negata in quanto essere, semplicemente, umano.

Ma per raggiunger e il risultato voluto, il regista deve anche rivisitare la figura di Harleen Quinzel alias Harley Quinn, l’eterna innamorata e complice del Joker già portata più volte sullo schermo, in particolare da Margot Robbie in Suicide Squad di David Ayes (2016), Birds of Prey di Cathy Yan (2020) e The Suicide Squad – Missione suicida di James Gunn (2021).

In Folie à Deux rimane soltanto Harleen Quinzel, ragazza ricca e viziata, che non diventerà mai Harley Quinn, per il semplice fatto che se non esiste davvero il Joker anche la mitomane e intraprendente Harley non può esistere. Lady Gaga dà così vita e volto a una giovane donna che non comprende la realtà e che, anzi, vorrebbe trasformarla secondo le logiche di un film, quello sul Joker che ha visto, a suo dire, prima «venti volte», ma in realtà, messa alle strette da Arthur, «quattro o cinque».

Il Mito, nel secondo film sul Joker di Phillips, esce di scena e non lascia altro spazio se non alla pietà per chi è rinchiuso in un circuito carcerario e manicomiale, l’orrido Arkham Asylum di lovecraftiana memoria, che non serve a curare o redimere, ma soltanto ad umiliare, torturare psicologicamente e fisicamente, fino ad uccidere, chi vi è rinchiuso. Soprattutto quando costui, in questo caso Arthur Fleck, cerca di ritrovare un senso e una minima dignità nella propria vita, che non sia soltanto frutto di una maschera carnevalesca e dei suoi crimini efferati.

Arthur Fleck, illuso e allo stesso tempo risvegliato dal rapporto con la solo apparentemente folle Harleen, scopre, poco per volta e soprattutto attraverso l’inganno, il bambino impaurito che ancora si cela nel suo corpo scheletrico. Corpo che di per sé diventa simbolo di ogni sofferenza umana e infantile legata alla fame, non soltanto di affetto, alla violenza o alla reclusione nei differenti aspetti che l’universo concentrazionario può assumere: dal carcere al manicomio fino ai campi di concentramento o alle rovine di Gaza.

Ma corpo reale ed origine dello stesso non interessano nemmeno agli estimatori del Joker che vedono in lui solo il potenziale simbolo di una rivolta che non può, però, essere soltanto sinonimo di violenza. Anche Harleen non vede e non vuole Arthur, vuole il Joker e, proprio per questo, prima di consumare l’unico, frettoloso e insoddisfacente rapporto sessuale che avrà con lui dovrà prima truccarlo con i colori del clown.

I secondini vogliono un uomo sconfitto che, illuso nell’infanzia di essere destinato a portare l’allegria nel mondo, non sa far altro che raccontare barzellette che non fanno ridere. Harleen vuole il criminale spietato e ferocemente ludico; gli ammiratori, che giungeranno ad un eccesso di violenza per liberarlo e risvegliarlo al fasullo se stesso, vogliono il capopopolo, il leader, il volto di cui trasmettere e condividere l’immagine sui social.

E’ un film crudele e spietato quello di Phillips che una critica rinchiusa nei suoi banali moduli interpretativi (commedia, serialità, comics) e un pubblico affamato di superficiali avventure superomistiche (anche se ammantate, come ormai si usa da anni sia in ambito Marvel che DC, di problematicità) non hanno compreso. Troppo lungo per il pubblico del sabato sera e della domenica pomeriggio, troppo intenso per una critica addormentata dai moduli cinematografici del perbenismo in cui van bene le teste mozze e le cascate di sangue oppure la violenza priva di sacralità di Tarantino, ma non la sacralità della sofferenza dell’individuo in cerca di riscatto.

Arthur Fleck cerca infatti il riscatto, non sociale, ma personale e se per far questo dovrà difendersi da solo sapendo che in quel modo gli si apriranno davanti soltanto i corridoi percorsi dai condannati a morte, ben vengano le conseguenze giudiziarie. Arthur, forse per la prima volta cosciente della necessità di una guarigione, cerca di liberare il bambino ferito che è in lui, cerca l’amore che mai nessuno gli ha dato. E che mai nessuno, tanto meno Harleen o i suoi ammiratori, gli daranno, scontando così non tanto i suoi peccati quanto il rifiuto di fornire il modello di un Eroe negativo.

Un film davvero troppo bello quello di Phillps, a partire dal magnifico cartoon iniziale, ricalcato su quelli della serie Looney Tunes già prodotta e distribuita dalla Warner Bros, la stessa società che ha prodotto il film attuale, tra il 1930 e il 1969. Un film dove le scene musicate e cantate rappresentano i sogni di Arthur e in cui, come spesso accade, solo la musica popolare sa dare voce a chi non ha modo di esprimere altrimenti i propri sentimenti. Mentre un immaginario collettivo troppo spesso influenzato dal gioco dei media e dei social, nella ricerca di improbabili modelli esistenziali e “politici”, viene messo irrimediabilmente alla gogna.


  1. Si veda in proposito qui  

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L’inferno del genocidio a Gaza https://www.carmillaonline.com/2026/02/02/linferno-del-genocidio-a-gaza/ Mon, 02 Feb 2026 22:55:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92498 di Edoardo Todaro

Wasim Said: L’inferno del genocidio a Gaza, LAD Edizioni, 2025, pp. 94; € 14,00

La prefazione a cura di Mousa Al-Sadah, l’introduzione scritta da Louis Allday e la nota all’edizione italiana di Pasquale Liguori, sono elementi importanti nell’approcciarsi a leggere questo libro. Ci troviamo di fronte a pagine che sono una presa in diretta di un genocidio, un genocidio non raccontato. Un genocidio che non è solo, e sarebbe del tutto sufficiente, sterminio di massa, ma è sicuramente un processo di oppressione coloniale, sistematico, che vuole smantellare le strutture della società colonizzata. Pagine che descrivono la determinazione del popolo [...]]]> di Edoardo Todaro

Wasim Said: L’inferno del genocidio a Gaza, LAD Edizioni, 2025, pp. 94; € 14,00

La prefazione a cura di Mousa Al-Sadah, l’introduzione scritta da Louis Allday e la nota all’edizione italiana di Pasquale Liguori, sono elementi importanti nell’approcciarsi a leggere questo libro. Ci troviamo di fronte a pagine che sono una presa in diretta di un genocidio, un genocidio non raccontato. Un genocidio che non è solo, e sarebbe del tutto sufficiente, sterminio di massa, ma è sicuramente un processo di oppressione coloniale, sistematico, che vuole smantellare le strutture della società colonizzata. Pagine che descrivono la determinazione del popolo palestinese a tenersi in vita nonostante l’orrore di uno sterminio che non è destinato a concludersi: la struttura morale della società palestinese, in queste pagine di Gaza, rimane intatta, una società in crisi ma non collassata.

Orrore, miseria, paura da una parte e dall’altra solidarietà, senso di comunità, un popolo generoso e solidale ecc … In quanto riportato da Wasim, ritroviamo riaffermata l’identità palestinese con il proprio sistema morale e culturale, il legame, indissolubile con la propria terra e, conseguenza derivata di tutto questo, “il diritto al ritorno”. Un libro che è da considerare un vero e proprio atto di resistenza, da inserire, a ragione, in quella che Kanafani definì “letteratura della resistenza”, un romanzo di testimonianza. Un libro che non chiede pietà e nemmeno il “voltarsi dall’altra parte” ma induce alla partecipazione attiva ed all’assunzione di responsabilità e quindi non è da considerare un’opera letteraria, non induce in una retorica umanitaria, non c’è nessuna fantasia, c’è solo, ed esclusivamente solo, la cruda realtà, quanto scritto da Wasim richiama, l’ormai dimenticato giornalismo d’inchiesta con la descrizione dlla vita sotto assedio.

Un libro che è scritto perché il massacro, in atto, non sia dimenticato, un massacro subìto anche dai bambini che sono privati della, legittima, infanzia; un massacro che a Gaza, vuol dire l’impossibile identificazione dei corpi dei defunti, vuol dire la negazione di una degna sepoltura, ma soprattutto Gaza vuol dire mettere in conto la morte: ovunque, in ogni cosa; pagine che evidenziano la sofferenza divenuta elemento della quotidianità. In queste pagine, c’è un lascito a futura memoria, il desiderio portato nell’anima dei sopravvissuti rivolto agli occupanti: «verrà anche il loro giorno come è sempre accaduto nella storia»¸un genocidio che implica la distruzione delle istituzioni culturali e della società nel suo complesso.

Su quanto descritto, c’è qualcosa che pesa in una modalità difficile da gestire: i palestinesi non hanno valore positivo, se lo avessero, il genocidio avrebbe avuto termine, un genocidio che va oltre la distruzione della vita, che lascia dei segni indelebili all’interno dell’essere umano, e su questo tanto abbiamo imparato dalle analisi di Samah Jabr . Un libro che è una storia di tutti e per tutti, con una descrizione, spesso difficile da sopportare, di ciò che viene subìto, visto e vissuto. In queste pagine sbattiamo contro il lato invisibile dello sterminio, la più grande umiliazione di questo secolo: la fame, un’arma devastante; le file interminabili di esseri umani alla ricerca disperata di qualcosa che li faccia arrivare al giorno dopo, file che in realtà sono un campo di battaglia, un muro umano, che fa sì che la solidarietà, valore che ha caratterizzato la società palestinese, si trasformi ed abbandoni il modo di essere fino ad ora esistito per divenire umiliazioe e dolore.

Said affronta anche un aspetto che accentua le difficoltà nel sopravvivere: l’emergere di quegli individui, complici dei genocidi, che sono a tutti gli effetti dei veri e propri mercanti della morte, sciacalli della morte, ma è soprattutto l’aspettativa verso l’arrivo di una tregua, attesa come una nascita, del ritorno alla vita e quando questa arriva, finisce immediatamente e tutto torna daccapo. Wasim con una consapevolezza ed una coscienza, presente in pochi, dice che «se non si agirà a livello globale, verremo cancellati, diventeremo una storia, una leggenda, un ricordo ai margini della storia», come dagli torto!

Un libro che, volutamente, è diviso in due parti, se nella prima la parola spetta a Wasim, nella seconda sono i gazawi ad assumere il compito della descrizione di quanto subiscono, il ruolo delle donne, mai rassegnate, ben lontane dallo sterotipo che le dipinge prive di propria autonomia; il partorire senza alcun supporto. Leggere questo libro è, come dice Wasim, una vera e propria ineluttabile discesa agli inferi. Finisci di leggere queste pagine e difficilmente ti arrivano le lacrime agli occhi, a fine lettura di questo libro quello che si può definire un vero e proprio testamento: «se resterò vivo continuerò la storia».

 

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Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni… https://www.carmillaonline.com/2025/10/21/di-piazze-piene-a-milioni-e-di-carogne-canaglie-e-cialtroni/ Mon, 20 Oct 2025 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90901 di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di [...]]]> di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).

In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.

Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.

Il fascismo, come e più ancora il nazionalsocialismo (privo degli ingombranti “sovrani” italiani: il re e il papa), si radica in una mitologia messianica monocratica. Mussolini e Hitler si impongono e sono presentati come salvatori, profeti in grado di restituire unità al corpo sociale. Ma poi, la loro parabola si conclude nella catastrofe: il Duce catturato mentre se la da a gambe travestito da soldato tedesco, fucilato ed esposto a testa in giù in piazzale Loreto; Hitler, divorziato dalla Germania e dal popolo che “non ha dimostrato di essere all’altezza del compito. Non è degno di me, del mio genio. Ha meritato la rovina!”, finalmente si sposa con Eva Braun e il giorno dopo si suicida nel bunker.

Deflagrata in una consustanziale guerra mondiale, la dimensione messianica implode nel sangue, nella sconfitta militare e nell’orrore di crimini indescrivibili. A Milano, il 25 ottobre 1932, Mussolini aveva detto “Oggi, con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che questo secolo decimoventesimo sarà il secolo del Fascismo”. Nel Mein Kampf (1925) Hitler prefigura che il nazismo “deve presentarsi come il preservatore di un millenario avvenire, di fronte al quale il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi.” La parusia fascista e nazionalsocialista, nel tentativo di rendere eterno l’istante politico, distruggerà ogni mediazione, ogni differenza, ogni temporalità autentica. La volontà di eternità precipita nel delirio di dominio, perché l’Assoluto, incarnato nel mondo, non può che annientare ciò che gli resiste. Il nazifascismo, proprio nel momento in cui si realizza, si condanna alla rovina: la parousía collassa; è la presenza assoluta che brucia il tempo stesso.

Dopo il 1945, tutto sembrava indicare la fine senza appello di esperienze tanto atroci. Tuttavia, il loro precipitato ideologico non si esaurisce. Il culto del capo, la svalutazione del pluralismo, l’idea di una politica come incarnazione spirituale continuano a riaffiorare quasi fossero un limaccioso fiume carsico, un virus culturale latente: un herpes nel ventre d’Europa.

Il punto cruciale è che, dopo la guerra, il “nuovo” capitalismo yankee non ha – apparentemente – più bisogno dei fascismi storici, così come se ne servì nel primo dopoguerra. La democrazia parlamentare entro certi limiti (anticomunismo ad ogni costo), diventa funzionale al nuovo ordine economico e geopolitico sorto con la Guerra fredda. Come noterà Bobbio, la “democrazia liberale è fragile ma si rivela adattabile: non un ostacolo, ma una forma di governo che il Capitale sa usare”. Tuttavia, le vicende complesse degli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss in poi, hanno trasformato profondamente lo scenario geopolitico, mentre si imponeva un’economia globale di stampo neoliberista: deindustrializzazione nei paesi maturi, delocalizzazione produttiva, privatizzazioni, vendita di imprese pubbliche e riduzione dello Stato sociale; concentrazione della ricchezza, erosione dei diritti, crisi ricorrenti, tagli alla spesa pubblica, collasso dei welfare europei; omologazione giuridica al modello anglosassone, erosione della sovranità nazionale. La mattanza alla Diaz, la violenza feroce della repressione a Genova (G8-2001), doveva mettere a tacere chi indicava il nuovo orrore della teologia economica: il Capitale, nella sua autoriproduzione, si pone come realtà ultima, come principio di ogni senso, come Assoluto immanente che non tollera esterno né differenza. Il valore non rimanda più a nulla: è puro esser-presente, pura parusia del denaro che si moltiplica.

Il 2008, che per molti è stato paragonabile al crack del 1929, ha segnato il passaggio successivo: mentre milioni di persone perdevano case e lavoro, gli Stati salvavano le banche. Wolfgang Streeck, direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, lo ha detto con chiarezza: la democrazia è stata sospinta “in un corridoio sempre più stretto tra esigenze dei mercati e aspettative dei cittadini”. È qui che il concetto stesso di sovranità popolare si svuota, mostrando come il parlamentarismo contemporaneo sia già parte integrante del governo capitalistico.

Secondo Streeck, il modello di “capitalismo democratico” del dopoguerra (keynesismo) si basava su un patto sociale in cui lo Stato limitava gli “spiriti animali” del Capitale per garantire stabilità, crescita e pace sociale. La rivoluzione neoliberista, a partire dagli anni ‘70, ha liberato il Capitale da questi vincoli politici e istituzionali, portando a uno svuotamento dello spazio decisionale delle politiche nazionali e rendendo la politica subalterna all’economia. La crisi attuale non è più una crisi di legittimazione, ma una crisi economica evidente che si esprime attraverso il debito e la disuguaglianza. L’individualismo consumista di massa, infatti, ha neutralizzato le resistenze al processo di mercificazione. Si profila non già un crollo improvviso seguito da un nuovo ordine (come una rivoluzione socialista), ma un “interregno prolungato” di decadimento e disordine caratterizzato da instabilità, incertezza e caos, dove “tutti saranno in guerra con tutti”.

Il volto nuovo del fascismo non ha la forza né la necessità di costruire un ordine alternativo come nel 1932. Non organizza corporazioni, non genera un nuovo modello di Stato. Si riduce a un doppio ruolo: a) l’intensificazione repressiva, attraverso leggi securitarie, restrizioni di libertà e sorveglianza hi tech; b) la mobilitazione simbolico-identitaria intorno a bandiere, retoriche nazionaliste, slogan sulla patria e sulla tradizione, richiami strumentali e infantili a disegni divini. Il nuovo fascismo è dunque un attrezzo residuale, non più totalità organica, e quando arriva al potere, si riallinea immediatamente con il Capitale e con lo Stato imperiale.

L’Italia offre un esempio perfetto di questa condizione. L’attuale presidentessa del consiglio ha costruito la propria legittimazione attraverso il richiamo all’eredità neofascista: “non rinnegare, non restaurare”, la formula almirantiana del 1948, riproposta in una fisionomia aggiornata: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”; è la forma con cui si propone come incarnazione del popolo che crede di “unificare” in sé stessa “quale coscienza e volontà di pochi (FdI), anzi di Una (lei)”, non è certo un caso che in questo slogan urlato nel 2019, echeggi il dettato del 1932. E ancora: “Il mio sogno è vivere in un’Italia nella quale, pur nelle differenze, tutti possano definirsi e agire da patrioti, ovvero da persone che antepongono l’interesse della Nazione all’interesse di parte o di partito”, un’affermazione che pare velata e tuttavia, rimanda apertamente all’idea di Stato del Mein Kampf, per cui “il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi”. Dunque “fascista” (neo, post, non importa), laddove si annulla il molteplice, si nega la complessità, si schiaccia la democrazia come collettore costituzionale del pluralismo, si violenta la polifonia politica, per imporre un monismo metafisico (la mistica della “Nazione”) che vorrebbe condurre a un “presidenzialismo” (mimetizzato nel “premierato”) vettore dell’accentramento del potere esecutivo, cui devono essere sottomessi, fino all’annientamento, i poteri legislativo (il parlamento già di “pianisti”) e giudiziario (l’anticamera dovrebbe essere la farsa della “separazione delle carriere”), così che il “potere sovrano” è legibus solutus.

Ma quando è al governo del “reale”, nello scenario mondiale, la Presidentessa del Consiglio abbandona la maschera e pratica la proskynesis davanti agli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Nessuna autonomia di politica estera (con un ministro che dichiara “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), pieno appoggio alla NATO, fedeltà al Patto Atlantico perinde ac cadaver. Il “sovranismo” si rivela quel che è: mera retorica, turpe spettacolo politico da lanciare in pasto a una plebe indifferente, distratta, impaurita, abbrutita, e prigioniera del proprio orizzonte.

Nel mondo vero, fuori della bolla di menzogne gonfiata grazie all’ampio controllo dell’informazione, l’Italietta di Giorgia è un solo una miserabile provincia dell’impero: un’economia deindustrializzata, incapace di competere nei settori strategici; un debito pubblico strutturale che blocca ogni margine di manovra; una crisi demografica che erode la base stessa della società; l’assenza totale di una visione di lungo o medio periodo (si veda l’uso ignobile dei 200 mld del PNRR).

L’Italia, che nell’illusione dopata del “miracolo economico” (1958-63) fu una media potenza, è oggi una realtà marginale, travolta da un inarrestabile declino e costretta nella camicia di forza della sudditanza agli Stati Uniti.

Su questo versante, Donald Trump – orrendo intruglio tra Kingpin e il Dottor Destino (per dirlo attraverso l’universo Marvel) – rappresenta l’altra faccia della medaglia. Il suo percorso verso la conquista del potere, sintetizzando, va letto alla luce di due momenti decisivi del XXI secolo: l’11 settembre 2001, che ha formalizzato la logica della guerra permanente e dello stato d’eccezione normalizzato; e la crisi del 2008, che ha distrutto la fiducia nella promessa americana (il mito dell’American way of life), mostrando che le élite – “comitato d’affari” orami assurto a un migliaio di persone su otto miliardi – salvano le banche e sacrificano i cittadini.

Il grottesco megalomane sbarcato alla Casa Bianca, una distopia peggiore dei più cupi romanzi e film fantapolitici, è l’espressione di questo collasso: un capo messianico che catalizza il risentimento popolare, ma arraffato il potere è totalmente – e ci mancherebbe altro – allineato al Capitale (tagli fiscali, deregulation e soprattutto affari suoi). Solo i gonzi e la marmaglia giornalistica in malafede non colgono la dimostrazione adamantina: il trumpismo non è un’alternativa, ma l’oscena, ultima variante compatibile dell’ordine neoliberale, nella sua estrema violenza e catastrofica ferocia.

Il fiume carsico che dal fascismo storico si dipana fino al presente mostra, perciò, discontinuità e continuità. Nel primo caso, c’è una deviazione principalmente nell’assenza della necessità d’una fondazione dello Stato totalitario. Mentre in continuità si manifesta, senza più veli, il nesso tra capitalismo e autoritarismo, tra economia turbo-liberista e violenza strutturale, la cui terribile espressione politica è la fatale trasformazione della democrazia stessa in mero strumento di dominio. Se da tempo si discute di post-democrazia (2003), ora è l’epoca della “democrazia illiberale” (taluni usa il termine meno felice democratura).

Non occorre più distruggere, come al tempo del fascismo storico, le istituzioni democratiche, sono state svuotate dall’interno, piegate alle logiche del mercato e della geopolitica imperiale. I fascismi mimetici con il volto di Meloni, Trump, Orban, non fanno che intensificare la repressione e agire simbolicamente alimentando la direttiva schmittiana amico-nemico, scatenando ovunque divisioni orizzontali (per es. ceto medio impoverito vs disgraziati) in modo da cancellare ogni possibilità di conflitto verticale (masse diseredate in rivolta contro ricchi e potenti), ma la sostanza resta immutata: il tragico simulacro della democrazia è solo un dispositivo del capitale globale, una catastrofe sistemica.

I milioni e milioni di cittadini che in tutta Europa, in decine di città, sono scesi in piazza in questi giorni, mossi dall’orrore di Gaza, sono al tempo stesso atto politico e domanda etica. Sono, perciò, un gigantesco grido collettivo davanti alla fine della democrazia cui attoniti stavano assistendo. Gaza e il genocidio palestinese sono percepiti all’interno di questo scenario più ampio, terribile, pericoloso: quello del collasso definitivo della Modernità, con tutto il suo portato di diritto e di diritti come strumenti di pacificazione, nel senso kantiano di una “pace perpetua” fondata sulla ragione e sul riconoscimento reciproco tra gli Stati e tra gli uomini.

Oggi quella promessa kantiana si è rovesciata nel suo contrario. L’idea di diritto universale è diventata una retorica dell’intervento (il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” dice un raccapricciante clown a capo del Ministero degli Esteri italiano); la pace, un dispositivo di guerra preventiva; l’umanitarismo, una copertura ideologica per la violenza sistemica. Gli Stati democratici che si proclamano custodi dei diritti dell’uomo si rivelano, nei fatti, complici di pratiche genocidarie.

Come ha scritto Étienne Balibar, “il confine tra democrazia e barbarie non passa più tra i popoli, ma all’interno della stessa civiltà occidentale”.

In questo senso Gaza non è una “questione regionale”, ma il luogo in cui il dispositivo moderno — quello fondato su diritto, Stato, mercato e progresso — mostra la propria crisi terminale. Lì si misura il fallimento dell’universalismo occidentale, che pretende di difendere la libertà mentre distrugge la possibilità stessa di un mondo comune.

La catastrofe della Modernità non è solo politica, ma ontologica. È la crisi del soggetto occidentale che, dopo aver ridotto la terra a merce e il vivente a risorsa, si scopre privo di futuro. La guerra infinita, l’emergenza climatica, l’esaurimento delle democrazie rappresentative e la sorveglianza digitale sono le forme contemporanee di questa fine dell’umano come misura.

E tuttavia, proprio per questo, le piazze europee e mondiali in solidarietà con Gaza sono più che protesta: sono un atto di riappropriazione del senso politico. In un tempo in cui gli Stati hanno rinunciato alla giustizia, e le istituzioni internazionali tacciono, la società civile diventa l’unico luogo residuo della verità. È lì, in quella moltitudine che rifiuta l’indifferenza, che riappare ciò che resta della politica come possibilità etica del mondo. Contro il trionfo del “disumano”.

Non si tratta più di invocare un ritorno alla democrazia del Novecento, ormai svuotata e funzionale al capitale, ma di immaginare un nuovo universalismo post-occidentale, fondato non sull’astrazione dei diritti, ma sulla concreta esperienza della vulnerabilità condivisa.

La domanda che sale dalle piazze, e che nessun potere può soffocare, è allora la seguente: può ancora esistere un mondo comune dopo la fine della Modernità, dopo Gaza, dopo l’impero?

È una domanda terribile, ma necessaria. Perché da essa dipende non solo il futuro della politica, ma la possibilità stessa della civiltà.

 

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Lo schianto di un imperialismo straccione https://www.carmillaonline.com/2025/09/24/lo-schianto-di-un-imperialismo-straccione/ Wed, 24 Sep 2025 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90400 di Sandro Moiso

Fernando Rosas, Mário Artur Machaqueiro, Pedro Aires Oliveira (a cura di), L’Addio all’Impero 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, edizione italiana a cura di Francesco Ambrosini, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 436, 27 euro

Le edizioni Mimesis sono state tra le poche in Italia, forse le uniche, a “celebrare” un cinquantenario talmente scomodo per l’Occidente da essere quasi del tutto rimosso dall’immaginario e dalla storiografia al di fuori del Portogallo. Naturalmente quello di cui si sta qui parlando è quello della Rivoluzione dei garofani del 1974 e dalla sue successive evoluzioni politiche, sociali, militari e “coloniali” avvenute nel [...]]]> di Sandro Moiso

Fernando Rosas, Mário Artur Machaqueiro, Pedro Aires Oliveira (a cura di), L’Addio all’Impero 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, edizione italiana a cura di Francesco Ambrosini, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 436, 27 euro

Le edizioni Mimesis sono state tra le poche in Italia, forse le uniche, a “celebrare” un cinquantenario talmente scomodo per l’Occidente da essere quasi del tutto rimosso dall’immaginario e dalla storiografia al di fuori del Portogallo. Naturalmente quello di cui si sta qui parlando è quello della Rivoluzione dei garofani del 1974 e dalla sue successive evoluzioni politiche, sociali, militari e “coloniali” avvenute nel corso dell’estate calda del 1975.

Un evento che, come ha già avuto modo di dire in altre occasioni chi qui scrive, a distanza di decenni e in tempi di guerra e di crisi sistemica dell’ordine occidentale, già allora si distinse, anche se per un periodo intenso ma breve, per l’allarme suscitato nei media internazionali e, almeno in parte, negli schieramenti all’epoca ancora definiti dalla suddivisone del mondo in due blocchi.

Una rivoluzione che, se aveva fatto scrivere ad una importate testata giornalistica britannica che: «Il capitalismo è morto in Portogallo», aveva avuto però i suoi effetti più sconvolgenti e duraturi in Africa, nei territori un tempo facenti parte dell’”impero” portoghese: Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Capo Verde. Effetti che, tuttavia, hanno finito col riflettersi ancora sulla vita politica del Portogallo fino ai nostri giorni. Come ben spiegano alcuni dei saggi contenuti nell’opera collettanea appena pubblicata da Mimesis, ma la cui prima edizione uscì in lingua originale una decina di anni fa.

Una raccolta di saggi che oltre ad illustrare le vicende politiche e militari che si svolsero in quei paesi negli anni precedenti e successivi al verão quente (periodo formalmente compreso tra l’11 marzo e il 25 novembre 1975), affronta anche il problema dell’anticolonialismo tardivo della sinistra istituzionale portoghese e le ambiguità della stessa nei confronti dei problemi collegati alla resistenza dei popoli africani contro la dominazione lusitana su una parte del continente.

Una dominazione che, a differenza di altre, si era estesa ben prima del congresso di Berlino del 1884-1885 per la spartizione dell’Africa tra le varie potenze europee, essendo iniziata proprio a partire dalle prime esplorazioni atlantiche avviate dal regno portoghese, prima ancora della successiva espansione ispano-lusitana verso le Americhe, successive alla “scoperta” di Cristoforo Colombo.

Fatti, tutti, sospesi ancora oggi tra Storia e Mito che troppo spesso rimuovono dall’immaginario collettivo, formatosi attraverso i libi di storia euro-centrica in uso, il punto di vista e le sofferenze di quei popoli che in seguito furono definiti “sottosviluppati”, “primitivi” e “incivili”. Una visione della Storia e dell’Impero (portoghese) che fu però messa radicalmente e definitivamente in discussione dall’incontro tra i soldati portoghesi inviati a “governare” e sopprimere le rivolte dei colonizzati, prima, con le difficoltà e le sofferenze affrontate nella conduzione di quelle guerre e, successivamente, con i rappresentanti e i combattenti dei movimenti di liberazione con cui dovevano fare quotidianamente i conti.

Una situazione che fu alla base della rivoluzione del 25 aprile 1974, ribaltando i malumori e lo scontento non soltanto della truppa ma anche degli ufficiali sul destino politico del più longevo regime “fascista” d’Europa, finendo coll’affossarlo nel giro di pochissimo tempo, ma che successivamente tornò sui luoghi di origine contribuendo a liberare le colonie in tempi brevissimi e, in qualche modo, inaspettati sia per i Portoghesi nostalgici di un impero che da tempo non poteva più definirsi tale che per gli stessi movimenti di liberazione africani.

La forza dirompente che crea il cambiamento è il Movimento das Forças Armadas, costituitosi nella seconda metà del 1973 su iniziativa dei quadri intermedi delle Forze Armate. E’ in particolare nella Guinea Bissau che si è sviluppata la ribellione da parte dei militari coinvolti nella guerra coloniale, in opposizione all’ideologia “imperiale”, mettendo in discussione l’ordine su cui si basava lo stesso regime dittatoriale e aprendo la strada alle istanza democratiche. La pretesa del regime di Lisbona di difendere un anacronistico impero coloniale, obbligando i suoi soldati a combattere contro i movimenti indipendentisti, ha fatto scattare la scintilla dell’insurrezione che ha provocato l’abbattimento della dittatura.
A sua volta l’affermarsi del nuovo sistema democratico in Portogallo, seppure tra contrasti e posizioni differenti, determina e condiziona fortemente il percorso di concessione dell’indipendenza tramite negoziati ai territori coloniali. Viene impressa un’accelerazione a quel percorso, trovando un terreno di confronto con le realtà locali, grazie al ruolo che avevano assunto molti movimenti di liberazione, divenuti soggetti politici a livello internazionale, per mezzo delle reti transnazionali di sostegno alle istanze anticoloniali […] Rivoluzione e decolonizzazione sono dunque due fenomeni interconnessi e costituiscono i cardini della profonda trasformazione che investe il Portogallo e i suoi territori d’Oltremare alla metà degli anni Settanta. Ciò comporta grandi mutamenti per l’ex madre patria portoghese e ridefinisce anche la geopolitica mondiale, dato che tutte le ex colonie africane passano dall’orbita occidentale a quella sovietica. Si chiude definitivamente la pagina coloniale che il Portogallo aveva aperto cinque secoli prima1.

Il sollevamento militare in chiave rivoluzionaria era stato successivo sia alle conseguenze della guerra in Vietnam, che proprio nel 1975 si chiuse definitivamente, sul morale e sulla scarsa disponibilità all’ubbidienza agli ordini e agli ufficiali delle truppe americane coinvolte che a quelle che, secondo alcuni autori, avrebbero prolungato la propria influenza dopo l’indipendenza algerina dei primi anni Sessanta sui soldati e sulla società francese, fino alla crisi del maggio del ’68 che determinò il definitivo allontanamento del generale De Gaulle dal governo del paese.

Il riferimento alla Francia post-coloniale è reso possibile anche per le implicazioni che, in entrambi i casi, l’indipendenza delle colonie ebbe sull’immaginario e l’ideologia espressa dalle sinistre istituzionali di entrambi paesi fino al brusco risveglio causato dall’indipendenza dei popoli precedentemente “sottomessi”.

L’opposizione repubblicana alla Ditadura Militar e l’opposizione democratica liberale al salazarismo che le succedette […] criticavano la politica coloniale del regime dittatoriale in nome di un colonialismo riformista, umano, modernizzatore, che disprezzava il centralismo autocratico della gestione salazarista dell’Impero, gli abusi contro gli “indigeni”, l’abbandono dei coloni, i ritardi nell’educazione, nelle comunicazioni, nelle condizioni di vita ecc. Tuttavia non misero mai in discussione il colonialismo lusitano in sé, la legittimità della sua presenza, la coesione con la “madrepatria” e non si avvicinarono in nessun momento a niente di simile al riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione e all’indipendenza.
In altre parole, per l’opposizione repubblicana, in conformità con tale prospettiva,la questione coloniale fu sempre un problema secondario, settoriale, per così dire, riguardo alla priorità nazionale della lotta anti-salazarista.
Si dà il caso che tale repubblicanesimo […] godrà sempre di enorme influenza politica e ideologica nei confronti dell’opposizione di sinistra, in particolare del PCP (Partito Comunista Portoghese) […] Tale determinante influenza ideologica e tattica si rivelò in modo chiaro nelle formulazioni programmatiche e nei discorsi contro la politica coloniale di tutti i momenti di unità delle opposizioni all’Estado Novo, dagli anni Trenta fino all’inizio dei Sessanta.
[…] Naturalmente, quel riformismo coloniale, così come l’ambito politico che lo alimentava […] verranno letteralmente sommersi dall’ondata di radicalizzazione politica e ideologica che caratterizzò le opposizioni al regime (quelle tradizionali e quelle che in tale momento emersero come nuove forze) alla fine degli anni Sessanta o all’inizio dei Settanta. Ma quell’atteggiamento2 era stato invece largamente presente, tra gli anni Trenta e Quaranta, come caratteristica dell’antifascismo portoghese3.

Attraverso queste poche righe è però possibile anche cogliere tutto il colonialismo travestito da perbenismo e umanitarismo che caratterizza ancora tante politiche ritenute progressiste, liberali e di “sinistra” ai giorni nostri. Questione di Gaza compresa4.

A queste osservazioni sul tardivo anticolonialismo dell’antifascismo portoghese vanno ricollegati i dissapori, se così vogliamo chiamarli, sull’arrivo nella madrepatria, durante l’”estate calda”, «di circa 550.000 “portoghesi” delle ex- colonie, molti dei quali amareggiati per le circostanze della fine del periodo imperiale, l’irrompere delle guerre civili in territori come Angola e Timor Est, e la instaurazione generalizzata dei sistemi politici “a partito unico” negli altri pesi africani di lingua ufficiale portoghese», fatto che determinò un cambiamento di atmosfera rispetto al processo di decolonizzazione5.

In una certa misura i rimpatriati delle ex colonie (i retornados) avrebbero rappresentato il “lato oscuro” della Rivoluzione portoghese. Successivi sondaggi di opinione effettuati tra il 1978 e il 2004 hanno riferito una percezione ricorrente: la generalità degli intervistati manifestava soddisfazione riguardo alla fine delle guerre coloniali, accettava l’inevitabilità della decolonizzazione, ma riteneva che questa fosse stata mal gestita. L’idea di una élite responsabile di errori di vario tipo, compresa l’indifferenza riguardo agli “interessi” dei portoghesi che abitavano nei territori dell’Oltremare, ha avvelenato il clima della politica in Portogallo per diversi anni e si è dimostrata persistente. Le sue radici affondavano nel retroterra di forti disaccordi che caratterizzarono tutto il periodo rivoluzionario, fomentati in larga misuta da esponenti politici generalmente schierati a destra, ma vi erano accese critiche […] rivolte da intellettuali “non allineati” o da elementi dell’area socialista6.

Quanto fino ad ora enunciato, però, non costituisce che una piccola parte di ciò che sarebbe necessario riassumere a proposito di un testo che si muove con ricchezza di dati, fonti e ricostruzioni storico-politiche e militari in un contesto in cui i fatti ricollegabili alla rivoluzione portoghese e all’indipendenza delle colonie lusitane sono inseriti via via sia nel panorama internazionale, ancora segnato dagli ultimi bagliori della guerra fredda, sia tra i diversi, ancorché simili, percorsi dei vari movimenti di guerriglia, di cui uno soltanto, trattato come gli altri in uno specifico saggio, rimase fuori dall’indipendenza: il FRETILIN (Frente Revolucionária do Timor-Leste Independente), movimento di liberazione di Timor Est, sorto come tutti gli altri movimenti indipendentisti dell’isola asiatica, nel 1974.

In questo caso, però, il fallimento dei sogni indipendentisti, realizzatisi soltanto a partire dal 1999, non fu dovuto a uno sforzo portoghese di impedire l’emancipazione della parte dell’isola facente parte dei possedimenti dell’Oltremare, ma ad un intervento diretto delle forze armate indonesiane che, dopo i primi interventi oltre confine nell’estate-autunno del 1975, occuparono la parte orientale dell’isola nel dicembre dello stesso anno. Intervento che oltre ad accondiscendere le mire espansionistiche del grande paese asiatico, continuava l’azione di repressione dei movimenti indipendentisti e “comunisti” iniziata nel 1965, con l’appoggio degli Stati Uniti, con l’eliminazione di almeno un milione di civili indonesiani accusati di essere “comunisti”7. Fu così che il FRETILIN e gli altri movimenti di liberazione nazionale si trovarono a combatter contro l’occupazione indonesiana per un altro quarto di secolo.

Oggi, mentre il dominio occidentale sul mondo sembra essere giunto al suo prevedibile tramonto, e non soltanto in virtù della recente conferenza dei paesi asiatici tenutasi a Tianjin agli inizi di settembre oppure della sfarzosa parata militare cinese di piazza Tienanmen, il testo pubblicato da Mimesis si dimostra estremamente utile per comprendere il percorso del declino di un imperialismo, prima, portoghese e, poi, occidentale sempre più straccione nella sua ormai acclarata e sempre più insostenibile volontà di potenza. Destinata a concludersi, esattamente come quella dell’Estado Novo di Salazar e dei suoi successori, in nient’altro che in uno schianto di cui a far le spese saranno momentaneamente e prima di tutto i popoli e i giovani dei paesi e continenti coinvolti. Come i passeggeri di un tram a cremagliera rimasto privo di freni e strumenti di controllo.


  1. F. Ambrosini, Nota introduttiva a F. Rosas, M. A. Machaqueiro, P. Aires Oliveira (a cura di), L’Addio all’Impero 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 9-10.  

  2. Rispetto per le “personalità della Repubblica” e necessità di riformare l’amministrazione delle colonie “senza arrecare pregiudizio all’unità dell’Impero” e della “dignità della patria e della sua estensione territoriale nell’Oltremare”.  

  3. F. Rosas, L’anticolonialismo tardivo dell’antifascismo portoghese in F. Rosas, M. A. Machaqueiro, P. Aires Oliveira (a cura di), op. cit, pp. 32-34.  

  4. In proposito si veda qui  

  5. Si veda in proposito: S. Moiso – G. Strippoli, Riti di passaggio. Cronache di una rivoluzione rimossa. Portogallo e immaginario politico 1974-1975, Edizioni Mimesis, 2024, pp. 127—128.  

  6. F. Rosas, M. A. Machaqueiro, P. Aires Oliveira, Prefazione a L’Addio all’Impero, op. cit., pp. 23-24.  

  7. Si veda in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2021.  

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Respirando Gaza https://www.carmillaonline.com/2025/09/18/respirando-gaza/ Thu, 18 Sep 2025 21:55:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90565 Racconto di Cesare Battisti

Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.

Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a [...]]]> Racconto di Cesare Battisti

Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.

Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a negare quelli che i pensieri non li respirano, li producono prima di vomitarli. E di palo in frasca, strana associazione di idee, spunta Gaza da sotto le rovine. Ed ecco che nell’aria del cortile non rimane più un pensiero da respirare. Abbiamo esaurito le parole, è il silenzio che sovrasta lo sfacelo.

Sotto il piombo israeliano è rimasto un gemito, che sale fino al cielo è spegne il sole. È il lamento di una madre che stringe al petto il corpo dilaniato del figliolo. “Respiro i miei pensieri”, ce ne erano altri, di versi, tutti molti belli, ma questo è quello che mi sono portato a letto ieri sera. In cella non si è mai del tutto al buio. Con i rumori, dal ferro e dal cemento penetrano bagliori d’ordine e progresso, e le ombre si mettono a ballare. Non sono proiezioni di pensieri, mai da respirare, sono sagome prescritte dalla sorveglianza che si arrampicano sui muri, prima di cadere.

Ombre soporifere, servono a dissuadere i cattivi pensieri, inducono al sonno. A un brulicare di sogni che non sono sogni ma sghiribizzi di un cervello esausto. Niente di straordinario, capita spesso di rimanere appeso a un pensiero, a una sensazione che tocca e fugge, a un ricordo troppo labile per essere messo a fuoco. Può anche essere qualcosa che ci è sembrato importante e che non vogliamo lasciar andare cosi.

Respirare i propri pensieri non è una cosa da niente, è precisamente quello che dovrei fare ogni volta che mi siedo qui a scrivere. Quando l’unico pensiero a far rumore è il respiro lieve del mio compagno di cella, che dorme rannicchiato come un bambino e suda. A pochi centimetri dal suo cuore, io cerco le parole che lui respira.

La curiosità di sapere se si tratta di pensieri vivi o sono il ricordo di una vecchia lista della spesa. Se invece di un respiro, non sia il boccheggiare di chi cerca invano le parole per dar voce al pianto di un bambino che si sta spegnendo a Gaza.

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La sindrome di Gaza https://www.carmillaonline.com/2025/09/01/la-sindrome-di-gaza/ Mon, 01 Sep 2025 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90280 di Gabriella Bianco

Maria Grazia Gagliardi, La sindrome di Gaza, Astarte Edizioni, Pisa, 2025, pp.165, euro 14,00.

“Dal confine di Erez all’albergo sono poche miglia, il traffico rado, qualche carretto tirato da asini trotterella di lato incredibilmente veloce. Polvere e vento. Poi si sente l’odore del mare, i campi verdeggiano, le strade si popolano. Appaiono palazzi alti e non finiti, miriadi di costruzioni povere, tra le quali ne affiorano di più lussuose. Molte le case danneggiate: campeggia l’incuria, la miseria, la guerra. Il taxi imbocca una strada a quattro corsie. Un ospedale, un’università dagli eleganti archi islamici dipinti di un fresco azzurro-verde. Sul balcone [...]]]> di Gabriella Bianco

Maria Grazia Gagliardi, La sindrome di Gaza, Astarte Edizioni, Pisa, 2025, pp.165, euro 14,00.

“Dal confine di Erez all’albergo sono poche miglia, il traffico rado, qualche carretto tirato da asini trotterella di lato incredibilmente veloce. Polvere e vento. Poi si sente l’odore del mare, i campi verdeggiano, le strade si popolano. Appaiono palazzi alti e non finiti, miriadi di costruzioni povere, tra le quali ne affiorano di più lussuose. Molte le case danneggiate: campeggia l’incuria, la miseria, la guerra. Il taxi imbocca una strada a quattro corsie. Un ospedale, un’università dagli eleganti archi islamici dipinti di un fresco azzurro-verde. Sul balcone di una palazzina la bandiera ONU, più avanti al semaforo la targa UNRWA e una moschea. ‘Sono entrata nella più grande prigione del mondo’ aveva pensato Elena” (pag.91).

Nel leggere il romanzo di Maria Grazia Gagliardi “La sindrome di Gaza” – Astarte edizioni – appena pubblicato, ci si interroga sul senso delle storie che questo libro racconta: che cosa le collega? qual è l’affinità che crea un’unità, una coerenza sotto l’esplicitezza delle trame? Perché narrare non è semplicemente raccontare storie, e le storie non sono né buone né cattive per il loro pathos, ma per come sono raccontate, cioè per l’individuazione di una voce che le connette. È certo che la scrittura sa più del suo autore ed anche del lettore. Questi ultimi come i personaggi sono in cammino verso una verità che non conoscono e che forse si delineerà alla fine della storia. Il troppo vicino scompare, più pensiamo di avvicinarci, più la verità si allontana da noi.

Il protagonista del romanzo, Amelio, si presenta subito come un “uomo senza qualità”, un superficiale cui preme portarsi a letto più donne possibili, eppure capiamo che nasconde un tormento rimosso perché Amelio digrigna i denti (soffre di bruxismo) ed è denominato il “digrignatore”.

L’altro doloroso protagonista di questa storia è il popolo palestinese.
Il giorno della morte di sua madre, Amelio bambino vede alla televisione un filmato sulla strage nel campo profughi di Sabra e Shatila. “Una mamma morta. Tante mamme morte. Quante mamme morte? Quanti bambini soli? Uomini cattivi col fucile avevano sparato senza pietà. Bombe e granate erano state lanciate. L’incontro con il dolore si fa in tenera età”. (pag. 20)

Da quel momento la storia personale di Amelio si intreccia giorno dopo giorno con la storia del popolo palestinese, anche se da cinico adulto “ ha accettato che la miseria è scontata e l’ingiustizia solo una coperta trasparente che avvolge l’umanità intera. Come abbia appreso queste regole, se glielo chiedete, non ve lo saprà spiegare; tuttavia, il dolore del mondo arriva a levigare gli animi quanto l’acqua torbida di un fiume arrotola i suoi ciottoli”. (pag.33)

Questo è un passaggio che dobbiamo tenere presente se vogliamo mettere insieme la trama e, come un puzzle, tornare indietro e ricomporla, facendo attenzione all’immagine che Amelio proietta di se stesso, perché la sua storia, anche se è una versione personale dei fatti e può sembrare secondaria rispetto alla grande Storia, la Storia dei popoli oppressi e perseguitati, ha una sua ragion d’essere. Siamo ciò che raccontiamo degli altri, ma anche ciò che raccontiamo di noi stessi.

In missione in Medio Oriente per svolgere un’indagine statistica, il digrignatore, incontra la collega Elena, anche “Elena digrigna i denti e come lui può azzannare” (pag. 30) e ne nasce una relazione amorosa. La loro storia d’amore e di sesso si svolge in contemporanea all’operazione Piombo Fuso dal 28 dicembre 2008 al 19 gennaio 2009, quando Israele bombarda Gaza uccidendo 1385 palestinesi e ferendone 5300. L’autrice ci presenta con cadenza inesorabile i bollettini di guerra di quel primo attacco sulla Striscia: i morti, i feriti, i bombardamenti.
Gagliardi lascia aperto il finale per la coppia – forse ormai coppia – Elena e Amelio, figli di un occidente scettico e indifferente. Anche la fine di Gaza non è stata ancora scritta, ci sorreggono la speranza, la pietà e l’indignazione, mentre “La vergogna continua”. (pag. 165)

In conclusione, come in ogni storia, bisogna imparare ad ascoltare il silenzio dell’opera. In questo romanzo il personale si mescola con il dramma di un popolo; il conteggio delle aggressioni sistematiche sulla popolazione di Gaza scandisce il ritmo della narrazione evitando che le vicende individuali prendano il sopravvento.

Gagliardi parla dei gazawi attraverso la storia e le statistiche, ma grazie a quei dati ci obbliga a ricordare il dramma di un popolo. Assediati dentro la Striscia di Gaza, molti dei suoi abitanti scendono al mare solo per provare a se stessi che esiste il tramonto, e lontano, oltre la riva, si stendono altre terre e altri destini. Questa angoscia viene condivisa chiaramente da Elena, quando si accorge che il suo visto è per un solo ingresso, non si contemplano uscite e ritorni. Se sopravvivi alle bombe ed ai fucili, sai che passerai tutta la vita in questa striscia assediata. Eppure, lontano dalla loro terra gli abitanti sentirebbero subito la mancanza delle fragole, dei limoni e delle arance di Gaza, dei suoi profumi. Niente può uguagliare camminare lungo il mare di Gaza e godere dei suoi tramonti, contemplando quell’immensità che ci rende consapevoli della nostra piccolezza, e al tempo stesso della quotidianità grandezza di un popolo. Anche loro, Elena e Amelio, come i gazawi, consapevoli dello scorrere del tempo e della vacuità di guerre feroci, in quel transito vorrebbero andare oltre l’orizzonte e aprire i confini, affinché tutti possano finalmente sentirsi ed essere liberi.

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