Franco Arminio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 19 Mar 2026 05:19:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Godzilla coolpop https://www.carmillaonline.com/2022/03/06/godzilla-coolpop/ Sun, 06 Mar 2022 21:39:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70685 di Mauro Baldrati

Anche noi abbiamo contribuito, in tempi non sospetti, alla genesi di uno dei fenomeni moderni non solo mediatici: il personaggio coolpop. Infatti è stato cucito addosso al corpo, all’immagine, allo stesso DNA di Franco Arminio, con alchimie ignote anche ai più esperti ricercatori, il mantello di zibellino del poeta coolpop. E’ fatta. Ora può creare da sé la propria drammaturgia, e il rating del mercato mediatico stabilisce che può scrivere qualunque cosa, anche la lista della spesa, che sarà contesa dai giornali, persino dalla televisione. Ogni virgola, [...]]]> di Mauro Baldrati

Anche noi abbiamo contribuito, in tempi non sospetti, alla genesi di uno dei fenomeni moderni non solo mediatici: il personaggio coolpop. Infatti è stato cucito addosso al corpo, all’immagine, allo stesso DNA di Franco Arminio, con alchimie ignote anche ai più esperti ricercatori, il mantello di zibellino del poeta coolpop. E’ fatta. Ora può creare da sé la propria drammaturgia, e il rating del mercato mediatico stabilisce che può scrivere qualunque cosa, anche la lista della spesa, che sarà contesa dai giornali, persino dalla televisione. Ogni virgola, ogni sospiro deve essere esibito/ascoltato, perché si tratta di un segnale emesso dal grande poeta, che possiede una forza dirompente alla quale è inutile resistere. E’ come una fonte miracolosa che dispensa visibilità, attenzione, ascolto, ovvero ricchezza. Tutti desiderano avere la loro parte. E se il lettore, di fronte a una poesia come la seguente, uscita sul Fatto quotidiano, prova un senso iniziale di incertezza, subito scatta l’aggancio: è l’ultima esternazione del poeta coolpop, non si discute, si può solo bere a quella fonte.

Se poi Franco Arminio presenta il suo ultimo libro è necessario almeno un cinema. Parlerà come un umano, perché è umano; il personaggio idealizzato che si porta addosso deve comunque sottostare alle normali leggi della termodinamica. Ma se qualcuno si sentirà come il giovane Narratore della Recherche quando, dopo mesi di appostamenti nel cortile del palazzo dove abita con la famiglia per idolatrare la duchessa di Guermantes che esce di casa, finalmente sarà ammesso nel suo mitico salotto popolato dai semidei, e resterà incredulo e deluso nel constatare quanto gli esseri superiori che ha tanto sognato sono così umani, così normali, questo senso di squilibrio sarà di breve durata, poco più di un soffio di brezza autunnale: è la voce del grande poeta che sta ascoltando. Sta vivendo un evento, e ogni secondo, ogni tremito va gustato in silenzio e con rispetto, lentamente.

Il personaggio coolpop non è solo oggetto di adorazione. Le critiche, persino gli insulti non mancano. I poeti che cercando di sopravvivere nello spazio ridotto che la società culturale riserva alla poesia si dimostrano addirittura indignati dai versi di Arminio. Alcuni li postano sui social, come esempi di non-poesia, testi da scuola media inferiore spezzati dagli a-capo spacciati per prosodia; fioccano commenti come “Che vergogna”; “Non ci posso credere”; “Non sta bene”. Ma il titolare del personaggio non li teme. Sotto la superficie uniforme, spianata al decimo di millimetro dal suo grader personale, agisce un enorme file di trilioni di KB che tutto sistema, tutto combina chimicamente e ne sfrutta l’energia. Le polemiche, il gossip, così come le dichiarazioni d’amore, sono per il personaggio coolpop la forza motrice, come per Godzilla lo sono le esplosioni e le radiazioni nucleari. Diventa sempre più enorme, sempre più potente e indistruttibile. Tutto serve. Tutto gli appartiene. Compreso questo articolo naturalmente.

]]>
Io e Valter Binaghi, in Purgatorio https://www.carmillaonline.com/2020/10/15/io-e-valter-binaghi-in-purgatorio-2/ Thu, 15 Oct 2020 20:30:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62884 di Mauro Baldrati

Non pensavo che fosse così. Avevo immaginato due opzioni: soprattutto il buio. Totale, denso, impenetrabile. E me stesso che non ricorda nulla, che non sa, perché non è più. Oppure qualcosa, qualcuno – io – che si staccava dalla materia e vedeva me stesso disteso in una bara, i parenti, gli amici ecc. Invece niente di tutto questo. D’un tratto mi sono ritrovato qui, in questo cortile recintato da un alto muro, come un penitenziario. C’è una luce diffusa, priva di ombre. E non si vede [...]]]> di Mauro Baldrati

Non pensavo che fosse così.
Avevo immaginato due opzioni: soprattutto il buio. Totale, denso, impenetrabile. E me stesso che non ricorda nulla, che non sa, perché non è più. Oppure qualcosa, qualcuno – io – che si staccava dalla materia e vedeva me stesso disteso in una bara, i parenti, gli amici ecc.
Invece niente di tutto questo. D’un tratto mi sono ritrovato qui, in questo cortile recintato da un alto muro, come un penitenziario. C’è una luce diffusa, priva di ombre. E non si vede nessuno, a parte una piccola sagoma uscita da una porta che si dirige verso di me. Un bambino.
“Ciao Mauro” fa, quando mi arriva di fronte. Lo guardo attentamente. Qualcosa di lui mi è familiare. Non so perché. Non è stato un mio amico di infanzia.
“Ciao” dico, incerto. Continuo a fissarlo. Anche la voce ha qualcosa di familiare. Gli occhi. La corporatura.
“Bene arrivato. Ti aspettavo.”
A questo punto mi guardo le mani e ho un tuffo al cuore: sono le mani di un bambino. Anche i piedi, con un paio di scarpe che ricordo bene, perché un giorno scivolai in un fossato fognario e la mamma le gettò via. I miei scarponcini preferiti.
Un bambino.
Anch’io sono un bambino.
Come quello che mi sta di fronte e continua a sorridere.
“Non mi riconosci?” chiede. Il mio sbalordimento deve essere evidente.
“Ma… mi sembra che… Dove ci troviamo?”
Sorride di nuovo. “Sono Valter. Eppure sei venuto a un mio reading musicale, a Bologna, quando ho presentato Mephisto.”
Sì. Ora ricordo. Valter Binaghi. Valter che leggeva e cantava, con due musicisti. In platea eravamo quattro gatti quattro. Io, l’editore, l’addetta stampa e un’amica.
“A proposito” dice. “Grazie. E’ arrivata, forte e chiara.”
Lo guardo senza capire.
“Sì, dai, quando sei salito alla Basilica di San Luca per il sentiero dei Bregoli e mi hai mandato… posso dirlo? Una preghiera.”
“Uhm. Non so se lo era… Diciamo un pensiero.”
“D’accordo. Un pensiero. Però dentro la Basilica.”
“Sì. Per me sono come dei portali, ecco.”
“Capisco”. Sembra divertito.
Mi guardo di nuovo intorno. Non c’è niente da guardare. Assenza di forme, di ombre, di colori.
“Quindi dove siamo?”
“Davvero non l’hai capito?”
“Vuoi dire… Ma non esiste. E’ solo mitologia.”
“Invece sì. Siamo in Purgatorio.”
Deve essere un sogno. Eppure è tutto troppo chiaro, troppo perfetto.
“Dunque siamo qui per espiare?”
Espiazione. Quanta ne avrò? Certamente in dosi industriali.
“Non esagerare con le domande Mauro. Da quanto ho capito, cioè poco, siamo qui per ripulirci.”
Ripulirci. E’ pertinente. Purgare. Liberare.
“Eppure una domanda devo farla, Valter: perché siamo tornati bambini?”
E’ l’aspetto più sconvolgente.
“Credo che ci abbiamo spedito nel tempo in cui tutto ebbe inizio. Siamo qui per superare tutta quella roba che ci ha… danneggiato l’esistenza. Quanti anni credi di avere?”
Mi guardo per l’ennesima volta le mani e i piedi.
“Secondo me otto anni.”
“Allora qualcosa è avvenuto in te all’età di otto anni. C’è stato un inizio, uno dei tanti, un inizio importante. Come il mio, all’età di cinque anni. Ma non siamo qui per discutere, Mauro. Solo per…”
“Ho capito. Per ripulirci. E da cosa, in questo momento?”
Anche Valter si guarda le mani, meditabondo.
“Mauro, occhio alle domande. Per ora siamo qui per occuparci… della superbia.”

La sala

Sbuchiamo in una strana sala coloratissima, piena di calore, di musica. L’opposto del cortile. E’ gremita. Una piccola folla vociante è seduta su eleganti poltroncine rosse, ai lati di una passerella rivestita di velluto dello stesso colore. I vestiti sono lussuosi, abiti da sera per le donne, tutte molto belle, truccate, abiti scuri per i signori, distinti e brillanti.
Prendiamo posto su due poltroncine in seconda fila. Nessuno sembra notarci. Eppure siamo due bambini di cinque e otto anni, soli.
Restiamo in silenzio, guardandoci intorno. Alcuni hanno dei bicchieri da cocktail, sorseggiano liquidi colorati, gli uomini parlano nelle orecchie alle donne, che ridono rovesciando indietro la testa.
Non voglio, non posso fare altre domande.
E’ Valter che parla, di sua iniziativa.
“Dunque. Qualcosa dobbiamo per forza sapere, visto che è necessario capire, per fare pulizia.”
“Giusto” dico, con un senso di sollievo.
“Noi… tu, io e molti altri, siamo stati scrittori minori. Non nel senso che gli attribuiva Deleuze, intendiamoci, proprio minori, pubblicati da editori minori, con vendite e recensioni minori. Proletari insomma”
“Vero.”
“E abbiamo accumulato rabbia, rancore, perché nel paese dei parenti, delle caste, dell’ipocrisia elevata a sistema di potere, tutto è taroccato e non può esistere, mai, qualcosa di pulito, di onesto.”
“Vero” ripeto, anche se mi colpisce l’enfasi insolita del suo tono.
“Ecco, senti quanto malanimo esce dalla mia voce? Dobbiamo guarire. Siamo qui per questo.”
“Per questo? Per cosa Valter”
Un sorriso mesto. “Siamo qui per prenderci tutto in faccia, senza pietà.”


D’un tratto le luci della sala si attenuano, mentre la passerella resta illuminata. Una musica allegra si alza a volume alto. E’ We are family delle Sister Sledge.
Un personaggio avanza sulla passerella con passo felpato. Ha un sorrisetto accattivante disegnato sulla faccia, che ha un che di vagamente disumano, come se fosse scolpita nella cera. Lo riconosco, è il famoso presentatore televisivo Fabio Fazio. Stranamente indossa un paio di calzoni corti.
Si ferma al centro della passerella e si rivolge al pubblico.
“Buona sera, signore e signori! E’ un grande privilegio essere qui, per introdurre un grande scrittore, la cui presenza ci onora di fronte al mondo intero! E’ una grande emozione per me vederlo in carne e ossa, come una persona comune! Ono-ra-to, sono letteralmente travolto dall’onore e dall’emozione!”
Il pubblico esulta, l’eccitazione è alle stelle.
“Per cui vi presento il Professore Presidente Sandro Veronesi!”
Tutti guardiamo il fondo della sala. Esce Sandro Veronesi, fasciato in un accecante completo viola con cravatta azzurro elettrico, scarpe arancioni, camicia a pois. Cammina mettendo un piede davanti all’altro, ancheggiando, come le modelle quando sfilano. Applausi, sulle note sgargianti delle Sister Sledge.
“La prego, Professore Presidente Veronesi, ci onori con le sue parole sulla letteratura! Solo lei può farlo.”
Intanto qualcuno ha versato dei chicchi di granoturco accanto a Veronesi, e Fabio Fazio si inginocchia sui chicchi guardando Veronesi con mani giunte. Ecco il motivo dei calzoni corti.
“La letteratura non è rivoluzione, né conservazione” dice Veronesi. “La narrazione non può narrare l’inenarrabile. Non può narrare neanche il troppo narrabile. E tantomeno il mediamente narrabile. E’ una lezione che abbiamo appreso da grandi cronisti come Tacito, Senofonte, Federico Moccia, Fabio Volo.”
Fabio Fazio lo guarda ispirato e implorante. “La scongiuro, Professore Presidente Veronesi, mi onori appoggiandomi una mano sulla testa!” supplica.
Veronesi, dopo un attimo di riflessione, appoggia il palmo della mano destra sulla testa di Fabio Fazio. Il quale resta con le mani giunte e gli occhi chiusi. Applausi del pubblico.
Poi Fazio si rialza, si massaggia i ginocchi mentre un ragazzo spazza via i chicchi.
“Grazie, Presidente Veronesi. Grazie di essere stato qui!”
Veronesi si inchina con le braccia aperte, ringrazia e se ne va.

Ritorno nel cortile

“Allora?” chiede Valter.
“Terribile” rispondo.
“Dobbiamo abituarci, Mauro. Assisteremo a migliaia i rappresentazioni come questa. E poi la sceneggiata dei premi letterari, decine di migliaia, tutti vinti da Gianrico Carofiglio, mentre i nostri libri non verranno mai nominati. E tu… ho saputo che dovrai vivere e rivivere una scena in cui ti presenti a Elisabetta Sgarbi per perorare la ripubblicazione del tuo capolavoro La città nera. Lei non ti considera, si gira dall’altra parte, parla al telefono. A un certo punto entra Franco Arminio con un libretto di poesie e la Sgarbi scoppia subito in lacrime esclamando meraviglia! Meraviglia!”
Strabuzzo gli occhi. “Vivere e rivivere? Che vuol dire? Per quanto tempo?”
“Minimo mille anni.”
“Che?…. Ma scusa, allora Franco Arminio è qui in purgatorio?
“Ma no. E’ in paradiso.”
Te pareva.
Restiamo in silenzio. Intanto viene verso di noi uno strano personaggio. E’ alto due metri, nudo, a parte un piccolo perizoma, con un fisico da culturista.
“L’angelo viene a chiamarci. Dobbiamo rientrare per assistere di nuovo alla scena. Anche qui ne avremo per un migliaio di anni. Cioè, io dieci li ho già scontati.”
Prima che ci raggiunga riesco a porgli ancora qualche domanda.
“Com’è il paradiso?”
“Nessuno di noi l’ha mai visto. Non ci è permesso. E’ un luogo pieno di colori, musica, fiori, piscine. E’ all’insegna del piacere, che consiste nelle lodi: tutti lodano tutti. Per esempio Berlusconi…”
Lo interrompo. “Cosa stai dicendo? Berlusconi è in paradiso?”
“Certo. Lui…”
Lo interrompo di nuovo. “Ma com’è possibile? Con tutto quello che ha combinato?”
L’angelo ci raggiunge. Emette dei suoni gutturali, che Valter sembra capire. Apre la bocca e vedo una doppia fila di denti neri, aguzzi, e una lingua che mi sembra biforcuta. Ci avviamo verso la sala.
“Beh, ovviamente ha corrotto gli angeli del paradiso” dice Valter. “Sai, il Capo non segue tutto. Ha l’intero universo da seguire, per cui si affida a un gruppo di angeli.”
“Corrotto? E come si corrompe un angelo?”
Valter sorride. “Con le escort. Berlusconi ha capito subito che sono ossessionati dalla loro natura asessuale. Sognano di essere come noi umani.”
Arriviamo di nuovo in sala. Ci sediamo. Io sento un nervosismo che mi corre lungo la schiena e non si placa. “Dunque anche qui c’è la stessa merda di laggiù sulla terra?”
Valter risponde sottovoce, guardandosi intorno. “In un certo senso sì. Comunque giù all’inferno sembra che si stia preparando un’insurrezione. Un gruppo vorrebbe irrompere in paradiso e cacciare via gli angeli corrotti. Li guida Giulio Milani, l’editore. E’ molto arrabbiato. L’hanno messo a servizio di Nicola Lagioia, come segretario tuttofare, con l’obbligo di leggere tutto ciò che scrive, compresi gli appunti, la lista della spesa, e commentare con recensioni elogiative.”
“Allora Lagioia è all’inferno?”
“Ma no! Non hai capito. E’ ancora vivo, come Veronesi e Fazio. La loro immagine serve per punire i penitenti. E comunque hanno già un posto prenotato in paradiso, come tutti i vip.”
Sono confuso, e oppresso da un peso che mi schiaccia. Valter se ne accorge, e prima che si spengano le luci, e faccia il suo ingresso Fabio Fazio, riesce a dirmi: “Non te la prendere troppo. Stai saldo. Io sono contento se ci ripuliamo dalla superbia e dal narcisismo, così potremo partecipare all’insurrezione come uomini nuovi.”
Sarà. Eccolo, Fazio in pantaloni corti.
“Intanto un piccolo aiuto è recitare un mantra” bisbiglia. “Aiuta.”
“Ah sì? Tu lo fai?”
“Certo” conclude Valter, con una mano davanti alla bocca. “E’ sempre lo stesso, ogni mattina: Everyday, everyday I have the blues.”

]]>
Il postino di Mozzi, l’ultima frontiera della psichedelia https://www.carmillaonline.com/2019/05/09/il-postino-di-mozzi-lultima-frontiera-della-psichedelia/ Thu, 09 May 2019 21:29:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52446 Il postino di Mozzi, Arkadia editore, Cagliari 2019, pagg. 136 € 14

Esce per Arkadia questa originale antologia, curata da Marino Magliani e Luigi preziosi, dove un gruppo di scrittori di formazione e stili diversissimi trova riparo sotto l’accogliente ombrello del nominativo Fernando Gugliemo Castanar. La fiction di base sta nell’operato di un aspirante autore (lo stesso Castanar) che per anni ha spedito, inutilmente, testi e lettere a un famoso editor e scrittore di nome Giulio Mozzi, il quale ovviamente non ha mai risposto.

Così, diventato postino, proprio nella [...]]]> Il postino di Mozzi, Arkadia editore, Cagliari 2019, pagg. 136 € 14

Esce per Arkadia questa originale antologia, curata da Marino Magliani e Luigi preziosi, dove un gruppo di scrittori di formazione e stili diversissimi trova riparo sotto l’accogliente ombrello del nominativo Fernando Gugliemo Castanar. La fiction di base sta nell’operato di un aspirante autore (lo stesso Castanar) che per anni ha spedito, inutilmente, testi e lettere a un famoso editor e scrittore di nome Giulio Mozzi, il quale ovviamente non ha mai risposto.

Così, diventato postino, proprio nella città di Mozzi, ha iniziato a sottrarre posta al suddetto, assemblando questa raccolta fatta di pagine narrative, poetiche, invettive, riflessioni. Il risultato è un furioso, anarcoide ipertesto che si può leggere in tutte le direzioni: dalla fine, dal centro, dall’inizio. E’ un cut up pirotecnico di stili, che vanno dal classico all’epistolare allo sperimentale; è come imbarcarsi nel carrello di un lunapark, dove veniamo schiaffeggiati, cosparsi di ragnatele, accecati da lampi, assordati da grida cavernose. Di sicuro non ci si annoia.

Di seguito pubblichiamo un testo, proprio dello stesso Giulio Mozzi, che potrebbe avere, come sottotitolo, Vita complicata di uno scrittore che non scrive storie (MB).

* * *

Da due anni e mezzo Giulio non inventa una storia. Lui è uno scrittore di racconti, uno che di solito brulica di storie. In nove anni ha scritto sessantaquattro racconti, di varia lunghezza, dalle settanta pagine a tre, mediamente di quindici-venti pagine. Fanno sette racconti virgola uno periodico all’anno, calcola. Zero virgola cinquantanove pressoché periodico racconti al mese. Insomma, scrivendo in certe stagioni di più, in certe stagioni di meno – per esempio, quando lavorava in libreria, scriveva molto durante le ferie – Giulio ha potuto sempre pensare a se stesso come a uno che le sue storie se le pensa, se le rigira in mente, se le scrive: con tranquillità. Agli amici però diceva: «Non mi toccherà mica tutta la vita fare lo scrittore»; suscitando strilli e rimproveri.

Da due anni e mezzo invece Giulio non inventa una storia. Qualche racconto l’ha cominciato: e l’ha interrotto, magari dopo molte pagine, non perché venisse poi male, no, ma perché si rendeva conto di avere già scritta quella storia, magari più di una volta, con travestimenti diversi. E le storie, a un certo punto, vanno ammazzate. Tutto sommato, pensa Giulio, è vero che ciascuno di noi ha solo una, forse due storie da raccontare. Ma comunque, a un certo punto, le storie bisogna ammazzarle. Per l’ennesima volta Giulio inizia a scrivere la storia d’un abbandono, d’un amore odioso, di una repulsione affascinata: scrive cinque pagine, dieci, quindici, fingendo d’essere una donna di trent’anni che scrive al proprio padre, immaginando un padre amante della figlia fin dai primissimi tempi dell’adolescenza di questa, immaginando una figlia prima sedotta e poi spaventata, fuggita, indurita; scrive, Giulio, più di trenta pagine, immaginandosi di essere questa donna, scrivendo attraverso questa donna che immagina di essere parole che lui da solo non sarebbe mai capace nemmeno di pensare; scrive, e un bel giorno butta via tutto. Via. Cestino, Svuota cestino. Perché la storia è sempre la stessa storia, e lui l’ha raccontata così tante volte da saperla raccontare, ormai, se n’è accorto, come col pilota automatico. Datemi la storia d’un amore disperato, possibilmente contro natura di quel tanto, e io darò voce ai suoi attori. Li farò parlare in modo tale da farli compatire e amare. Questo io so fare. Questa è la mia specialità.

In questi due anni e mezzo senza storie – una storia buttata via è una storia inesistente – Giulio ha scritto molto. Ultimamente si è specializzato in testi descrittivi di luoghi. Lo chiamano studi di architettura, aziende di promozione turistica, agenzie di pubbliche relazioni: gli chiedono di andare nel posto tale, di vistare l’edificio tale, di farsi un giro nei supermercati della catena tale, e di tornare a casa con una storia. Giulio dice di sì, sempre; fa quello che deve fare; descrive località turistiche, terreni edificabili, edifici incongrui, punti vendita, cimiteri; a volte è accompagnato da un fotografo, a volte no, a volte è lui che accompagna un fotografo; alla fine il cliente è soddisfatto, quasi sempre. Non sempre: perché qualche assessore al turismo se la prende per un testo che non ha niente di turistico, o qualche agenzia di pubbliche relazioni si scandalizza per un testo che manca di rispetto al cliente. In questi casi di solito non pagano.

Giulio si mantiene facendo un po’ di questi lavori, ma soprattutto con i laboratori di scrittura e narrazione. Ogni settimana, più o meno, affronta un gruppo nuovo. Pensionati che si ricordano ancora il tempo in cui tutto questo che c’è oggi non c’era, prima che tutto quello che oggi non c’è più scomparisse, e vogliono fissare, ricordare, conservare. Giovani mamme che inventano favole e filastrocche per i loro bambini presenti e futuri. Carabinieri convinti che la loro vita sia un romanzo. Ragazzotti che vogliono «diventare uno scrittore» (questi Giulio, se può, cerca di mandarli via). Lettrici accanite curiose di capire come funzionano e «come si fanno» quelle narrazioni che le affascinano così tanto. Ingegneri navali, chimici del bitume, operatori di call center, bibliotecarie, ragioniere iscritte all’ordine dei ragionieri: c’è di tutto, in questi laboratori. Giulio veramente è un po’ stanco di affrontare ogni settimana un gruppo nuovo, di riprendere a rotazione gli stessi argomenti, di ricominciare ogni volta da un inizio; tuttavia non sa sottrarsi, pensa a quanto importante sia stata, per lui, l’educazione al parlare al leggere allo scrivere ricevuta prima in casa, poi a scuola, poi nel lavoro; gli risuona sempre in mente la battuta di don Milani che dice, più o meno: «Tu sai cento parole, il tuo padrone mille; per questo lui è il tuo padrone». Non è altro che questo, il mio lavoro, pensa Giulio, e in effetti è un lavoro che gli piace molto, anche se adesso, dopo quasi sei anni che è il suo primo lavoro, veramente è un po’ stanco.

Gli è successo, in questi sei anni, di incontrare persone che, come lui, avevano il dono. Ormai Giulio usa spudoratamente questa parola: il dono; perché solo questa parola gli permette di parlare della cosa che lui ha, o ha avuta, come di una cosa che ad averla non si ha nessun merito, avendola ricevuta in dono. Giulio sa che il suo dono, quello che ha ricevuto lui, è un dono mediocre; sa che il suo lavoro è farlo fruttare; sospetta di averne cavato ormai tutto il frutto che poteva cavarne; ed è felice, di tutto il frutto che ha cavato dal suo dono. Quando incontra persone che, gli sembra, hanno come lui il dono, Giulio si emoziona. Il suo primo pensiero è che di quel dono, di quel dono altrui, lui deve prendersi cura. Si può dire che a volte Giulio si innamori del dono altrui; che lo curi e si adoperi per farlo fruttare più di quanto, negli anni passati, si sia curato del suo proprio dono. In fondo, nel proprio dono Giulio ha avuto molta fiducia: ciò che vorrà darmi come frutto, ha pensato spesso, verrà quasi da sé; io devo essere soprattutto pronto ad accogliere, ad accettare, a ospitare. Invece verso il dono altrui a Giulio verrebbe da essere invadente, sollecitante, troppo premuroso. Così che a volte sbaglia, esagera, ha troppa fretta, non fa le cose come dovrebbero essere fatte. «Sei una mamma un po’ isterica», gli è stato detto una volta; e sarà stato ben detto. Le persone con il dono di cui Giulio decide di prendersi cura, diventano i suoi amici e le sue amiche. Ogni tanto lui pensa che sarebbe bello, vivere per loro. Ogni tanto pensa che forse queste che lui pensa come amicizie non sono veramente amicizie, perché lui è ossessionato dal prendersi cura; e questo non va bene.

Il terrore di Giulio è: ingannarsi, vedere il dono in chi non ce l’ha. Ha provato questo terrore per qualche anno, perché nessuno dei suoi amici, nel cui dono Giulio credeva fermamente, trovava attenzione presso gli editori. Non essendo capace di dubitare del dono dei suoi amici, Giulio ha dubitato di se stesso. Che cosa posso fare, che cosa posso fare, che cosa posso fare? Certi giorni non pensava ad altro.

Da qualche tempo un editore ha chiesto a Giulio di scegliere dei libri da pubblicare. Giulio ne è stato felice: ha potuto chiamare i suoi amici con il dono, e dire loro: ecco. Qualcuno nel frattempo ha trovata una via per suo conto; qualcuno ha rinunciato; qualcuno si è arrabbiato con Giulio; qualcuno è stato felice di accogliere la possibilità; qualcuno ha detto di sentirsi non ancora pronto. Fatto sta che da due anni e mezzo il tempo di Giulio è sempre più occupato dai libri degli amici, e da due anni e mezzo Giulio non inventa più storie nuove. Giulio non è preoccupato per le storie che non gli vengono più. In fondo a lui importa che i libri esistano, ci siano; non è importante che sia lui o siano altri a scriverli. Se in nove anni ha scritto sessantaquattro storie, può bastare. Gli piace molto discutere fino a mattina con Umberto, scambiare lettere con Laura, telefonare a Maria Luisa, prendere il treno per andare da Giuseppe, leggere le e-mail chilometriche di Livio. In fondo, pensa Giulio, io non faccio niente. Queste persone scrivono i loro libri, e non li scrivono certo perché io li aiuto o li sostengo o gli dico come fare o gli risolvo dei problemi. Farebbero lo stesso, anche senza di me; in altri modi forse, con altri tempi forse; ma farebbero lo stesso. Tutto ciò che io devo fare, è stare lì. Esserci. Io sono quello che ci crede, che pensa che tutto questo abbia senso. Sono quello che può testimoniare: che giocarsi un pezzo della vita su una storia o venti storie o sessantaquattro storie da raccontare, è una cosa che ha senso. Io l’ho fatto, la mia esistenza in vita dimostra che ha senso.

Perché in effetti, ciò che temono gli amici di Giulio, così lui pensa, è di morire. Temono che la loro storia uscirà da loro, andrà per il mondo, e loro moriranno. Anche Giulio, a suo tempo, ha temuto questo. Ma adesso lui è lì, le sue storie sono completamente uscite da lui, non ne ha più nessuna, sono tutte in giro per il mondo, e lui è vivo. Vivo. Vivo. Vivo.

[Gli autori:
Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Mauro Baldrati, Mario Bianco, Valter Binaghi, Adrián N. Bravi, Marco Candida, Riccardo de Gennaro, Arianna Destito, Valentina di Cesare, Marco Drago, Riccardo Ferrazzi, Nunzio Festa, Francesco Forlani, Sergio Garufi, Alessandro Gianetti, Carlo Grande, Franz Krauspenhaar, Marino Magliani, Emilia Marasco, Claudio Morandini, Paolo Morelli, Giulio Mozzi, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta, Alessandro Zaccuri, Stefano Zangrando]

]]>
I Quaderni Quadroni di Rrose Sélavy – Intervista a Massimo De Nardo https://www.carmillaonline.com/2015/08/09/i-quaderni-quadroni-di-rrose-selavy-intervista-a-massimo-de-nardo/ Sun, 09 Aug 2015 04:01:31 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24330 di Simone Scaffidi L.

toposognatore_m[Massimo De Nardo è il responsabile editoriale di Rrose Sélavy, casa editrice di Tolentino (MC) che si occupa di narrativa illustrata, vincitrice nel 2014 del Premio Andersen per il miglior progetto editoriale].

Cominciamo dal nome, come nelle peggiori interviste. Rrose Sélavy è uno degli eteronimi utilizzati da Marcel Duchamp per firmare alcune sue opere, nonché l’anagramma fonetico di “Eros c’est la vie”. Quali connessioni esistono tra Rrose Sélavy Editore, Marcel Duchamp e il suo eteronimo? Quali i punti in comune e le divergenze tra [...]]]> di Simone Scaffidi L.

toposognatore_m[Massimo De Nardo è il responsabile editoriale di Rrose Sélavy, casa editrice di Tolentino (MC) che si occupa di narrativa illustrata, vincitrice nel 2014 del Premio Andersen per il miglior progetto editoriale].

Cominciamo dal nome, come nelle peggiori interviste. Rrose Sélavy è uno degli eteronimi utilizzati da Marcel Duchamp per firmare alcune sue opere, nonché l’anagramma fonetico di “Eros c’est la vie”. Quali connessioni esistono tra Rrose Sélavy Editore, Marcel Duchamp e il suo eteronimo? Quali i punti in comune e le divergenze tra le vostre creazioni letterarie e l’opera dell’artista francese?

Marcel Duchamp ha estremizzato a tal punto la concettualità dell’arte che ha reso possibile tutto ma allo stesso tempo ha reso tutto più difficile. Dopo cento anni dal suo “orinatoio-fontana”, l’arte è ancora oggi troppo duchampiana. Marcel Duchamp è il nostro nume tutelare, però con i Quaderni quadroni non c’è alcuna “connessione”. Scrittura e immagini quando raccontano qualcosa a qualcuno e producono buone sensazioni vanno bene con qualsiasi “ismo”. Nasciamo come associazione culturale, e, come vuole la tradizione, c’era da trovare un nome. Rrose Sélavy era un nome già bell’e pronto, come un ready made (duchampiano, appunto): nome di donna, nome con anagramma, nome tutto un programma. Un omaggio, comunque, a quel signore francese molto british, grande giocatore di scacchi e, da non sottovalutare, amico fraterno di Man Ray, un altro che ci piace assai. Rrose Sélavy, perché no? La doppia erre fa finire in spam non poche email, ma va bene lo stesso.

In due anni avete sfornato otto titoli, tutti di narrativa illustrata. Sette dei quali inseriti nella collana “Quaderni quadroni” e uno nella collana “Quaderni cartoni”. Il formato e la fattura delle vostre pubblicazioni sono piuttosto inconsueti e originali, le dimensioni del libro sono infatti di 23×27 cm e spiegano in parte il nome dato alla collana più feconda, mentre pagine e copertine sono realizzate in carta usomano e stampate in quadricromia. Insomma tenete alla forma oltre che ai contenuti.

rrose-selavì

I Quaderni Quadroni

Quadrone, cioè grande quadro – per via delle illustrazioni a piena pagina e a pagina doppia – è l’anagramma di quaderno. Il formato 23×27 (chiuso) è certo più da quaderno che da libro. O da rivista. Anni fa pubblicavano una rivista (ne parliamo dopo?), Rrose(non poteva chiamarsi con un altro nome), e 23×27 centimetri era il suo formato. La carta “usomano” è una “magnifica-brutta bestia” per chi stampa: alla prima prova assorbe il colore quasi a spegnerlo, e allora bisogna star lì, con dei bravi tipografi, a seguire, evidenziare, aumentare, diminuire (macchinari hi-tech da mandare in gloria il vecchio Gutenberg). Il risultato però è di grande raffinatezza. Ne sanno qualcosa gli illustratori. Teniamo alla forma perché oltre ad essere l’involucro della sostanza coinvolge subito lo sguardo. Un po’ come un amore a prima vista. Ci piacerebbe che fosse così: amore a prima vista.

Spiegaci cosa c’è dietro e dentro a un Quaderno quadrone: come lavorate con narratori/trici e illustratori/trici, come li “accoppiate” e come avviene la scelta delle storie da raccontare.

Dietro ad ogni Quaderno quadrone c’è la giornaliera normalità: desideri, ansie, rapporti con i librai, conti da far quadrare, copie da spedire, recensioni da acchiappare con fatica, pubbliche relazioni, editing, concorsi, festival, aggiornamento del sito, facebook, twitter, email, studio della concorrenza. E molta lettura (libri, giornali, riviste di settore, internet), molta curiosità.

Re_Micio_Rrose_Sélavy

Illustrazione di Gianluca Folì

Nei progetti, continuiamo con la nostra iniziale linea di condotta: coinvolgere scrittori che non hanno scritto (o scritto poco) per ragazzi. L’80% dei nostri libri sarà ancora così. Stiamo preparando altri “Quaderni cartoni”, dedicati ai più piccoli. Ne abbiamo uno, per il momento, Re Micio di Roberto Piumini (una storia di amicizia in quaranta quartine), illustrato dal bravissimo Gianluca Folì (già qualche riconoscimento negli USA). Dobbiamo raggiungere quel 20%, tutto dedicato ai più piccoli, senza tuttavia avvicinarci ai “primi passi”, verso i quali bisogna essere molto preparati e attrezzati.

Stiamo ricevendo manoscritti e illustrazioni da giovani autori, proposte che valutiamo a prescindere dal nome e cognome. Vorremmo essere più “sperimentali”, ma ancora non si può. Anche con scrittori e illustratori non proprio inediti (in senso ampio) l’azzardo c’è comunque. A noi il gioco d’azzardo non piace, ma mettersi in gioco sì.

Le storie da raccontare le sceglie chi scrive. Noi chiediamo solo che nel racconto ci siano delle piccole sorprese, delle violazioni. Sono dei racconti, e quindi qualcosa deve accadere già dalle prime pagine. La qualità della scrittura va da sé, deve essere di qualità “per sua natura”. Poi decidiamo chi potrebbe essere l’illustratore, sulla base delle atmosfere che il racconto ha suscitato. Piena libertà anche per lui. Senza escludere qualche nostro suggerimento. Diamo molto valore anche alle introduzioni, che chiediamo a scrittori già noti (Stefano Bartezzaghi, Lidia Ravera, Sandra Petrignani, Beatrice Masini, Grazia Verasani), che con le loro riflessioni aggiungono qualità ai Quaderni. I nomi in copertina – autori, illustratori e prefatori – hanno tutti democraticamentelo stesso corpo tipografico.

Siete riusciti a coinvolgere nella realizzazione dei vostri “Quaderni quadroni” narratori e illustratori affermati nel panorama letterario italiano: Franco Arminio, Loredana Lipperini, Bruno Tognolini, Roberto Piumini, Carlo Lucarelli, Antonio Moresco, passando per Tullio Pericoli, Paolo d’Altan, Simone Massi, Gianluca Folì, Mauro Cicarè, e arrivando all’ultima freschissima pubblicazione di Paolo Di Paolo illustrata da Gianni De Conno e con l’introduzione di Mario Martone. Come avete fatto? Seppur di qualità siete una realtà ambiziosa ma editorialmente piccola.

disegno-di-tullio-pericoli

Illustrazione di Tullio Pericoli

Breve cronistoria. Una buona combinazione mi ha fatto conoscere Tullio Pericoli, che ringrazierò sempre. Il nostro Che mestieri fantastici! è ormai esaurito. Con questo unico Quaderno siamo stati ospiti nella trasmissione di Corrado Augias, Le storie. 2 aprile 2013. Un bel colpo, ma non di fortuna, perché molto più realisticamente quando facemmo la proposta ad Augias c’erano pur sempre le immagini di Pericoli, immagini che gli avevamo chiesto in prestito: ci servivano le sue nuvole, i suoi libri volanti. Come accennavo, pubblicavamo una rivista, Rrose, sulla creatività. Il Quaderno dei “Mestieri fantastici!” doveva essere una sorta di inserto straordinario, un fuori collana. Tant’è che questo Quaderno self-publishing (self, nel senso più autentico, perché i mestieri sono due miei racconti, Il riparatore di nuvole, Il cercatore di parole) è stato per parecchi mesi l’unico progetto. Che è piaciuto, molto apprezzato – come si dice – dalla critica e dal pubblico. Così abbiamo continuato, ma senza programmi editoriali, indagini di mercato e previsioni. E investimenti vicini allo zero. Tutto il contrario di quello che dovrebbe essere. E quindi la fatica è colossale. Abbiamo fatto una proposta a Franco Arminio e poi – una volta letti i suoi brevi racconti che parlavano di animali che parlavano a noi e di noi – a Simone Massi (del quale conoscevano le video-storie), che ha disegnato in modo superlativo quegli “animali di paese”. Anche Franco, per noi, è stato un “apri pista”. Poi abbiamo chiesto un racconto a Loredana Lipperini, e lei ha scritto la storia di una dolce e battagliera Pupa (sua mamma), illustrata splendidamente da Paolo d’Altan. E fin qui, due scrittori che non avevano mai scritto per ragazzi. Avevamo tre Quaderni, davvero nulla anche per una piccola casa editrice. Aver coinvolto due scrittori non per ragazzi ha in qualche modo caratterizzato Rrose Sélavy. Nell’editoria di questo genere, da un lato ci sono i cartonati, e certo non puoi competere perché sono per la maggior parte prodotti poco editoriali e molto merchandising (nascono prima in tv), e dall’altro lato ci sono i romanzi per gli adolescenti, e anche qui non puoi competere (gli editori hanno giornali e televisioni per le promozioni). Non abbiamo cercato “originalità” a tutti i costi, ma solo provato a dare forma a quello che in parte già avevamo e che ci piaceva. Poi è arrivato il Premio Andersen per il progetto editoriale. Aiuta a presentarsi con un biglietto da visita non più scritto su un post-it. E cominci a crescere, a raccogliere esperienza (l’esperienzaccia, come dice un nostro caro amico che fa il prof alla Sapienza). Tutto rose (una sola erre) e fiori? No. Quando investi strada facendo (quasi una combinazione da automobil-club) puoi solo andare avanti a piccolissimi passi, e sembra di trovarsi nello stesso punto. Ma noi di Rrose Sélavy siamo testardi, sognatori, ingenui e appassionati (eros c’est la vie). «Se puoi sognarlo puoi farlo» diceva Walt Disney. Vale anche per noi.

Vi definite una casa editrice per ragazzi e per bambini – e per ragazze e bambine, aggiungiamo pure – ma le storie che proponete hanno un respiro ampio, difficilmente incasellabile fra due confini anagrafici. Segnalando Pupa, il Quaderno quadrone scritto da Loredana Lipperini e illustrato da Paolo d’Altan, Alberto Prunetti ha colto nel segno scrivendo: «Non so se passarlo a mia sorella perché lo legga al mio nipotino (3 anni) o se passarlo a mia mamma perché lo legga a mia nonna (95 anni)». Questa massima, tanto evidente in Pupa, può senza dubbio essere estesa alle altre vostre pubblicazioni. Credete davvero di essere una casa editrice esclusivamente per ragazzi e ragazze, bambini e bambine?

Pupa_2

Illustrazione di Paolo d’Altan

Spero che il bravo Prunetti (che ha colto davvero nel segno) abbia passato Pupa a tutta la famiglia: nonna, mamma, sorella e nipotino, senza scegliere questo o quel parente. Faremo nostro il passa-Pupa di Prunetti. Anche gli altri Quaderni quadroni sono un po’ per piccoli e un po’ per grandi: le belle storie sono dedicate a tutti. Comunque, servendo una immediata definizione, siamo una “casa editrice per ragazze e ragazzi, bambine e bambini”. Fermo restando che alla fine è l’adulto che acquista il libro. Un dato di fatto, questo, che banalizza il concetto.

Abbiamo chiesto a molti librai di suggerirci il costo di copertina dei nostri libri. A conti fatti, riusciamo a non pesare troppo sulla spesa famigliare. Ecco, l’acquisto di un libro dovrebbe essere una normale voce di spesa in una normale famiglia: più o meno ogni giorno al supermercato, e almeno una volta al mese in libreria.

]]>