famiglia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 10 Sep 2026 11:08:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La sparizione dell’altro nel trionfo dell’individualismo https://www.carmillaonline.com/2023/07/30/la-sparizione-dellaltro-nel-trionfo-dellindividualismo/ Sun, 30 Jul 2023 20:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77872 di Gioacchino Toni

«Non mi sarei mai immaginato che l’individualismo, il crollo di valori comuni di riferimento, facesse sparire così drammaticamente l’altro, anzi lo rendesse oggetto della propria necessità di sopravvivere psichicamente, fino al punto di non riuscire a identificarsi con le ragioni evolutive attuali e future di un figlio, di una figlia, di un allievo, di una studentessa» (Matteo Lancini)

A partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, la famiglia di stampo autoritario in cui i genitori imponevano l’omologazione culturale e comportamentale dei figli, ha via via lasciato il posto a un modello di famiglia incline a motivare [...]]]> di Gioacchino Toni

«Non mi sarei mai immaginato che l’individualismo, il crollo di valori comuni di riferimento, facesse sparire così drammaticamente l’altro, anzi lo rendesse oggetto della propria necessità di sopravvivere psichicamente, fino al punto di non riuscire a identificarsi con le ragioni evolutive attuali e future di un figlio, di una figlia, di un allievo, di una studentessa» (Matteo Lancini)

A partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, la famiglia di stampo autoritario in cui i genitori imponevano l’omologazione culturale e comportamentale dei figli, ha via via lasciato il posto a un modello di famiglia incline a motivare le regole piuttosto che limitarsi a imporle. Anziché plasmare i figli secondo rigidi dettami, il nuovo modello genitoriale ha inteso far comprendere ai figli come le decisioni che li riguardano siano prese in funzione dell’accrescimento delle loro potenzialità individuali. Affiancato da un modello consumistico che non ha risparmiato nemmeno l’infanzia, tale modello famigliare/sociale ha comportato una crescente iperstimolazione dei bambini imponendo loro, di fatto,   un’anticipazione dell’età adulta.

Caricati di aspettative e ideali sulla loro vita presente e futura, con l’arrivo dell’adolescenza non è infrequente che i figli si trovino di fronte a un inatteso ridimensionamento delle aspettative con tutte le conseguenze psichiche del caso. A un’infanzia adultizzata tende a seguire un’adolescenza infantilizzata e il senso di fallimento, di inadeguatezza provato dagli adolescenti viene spesso amplificato dalle accuse di superficialità e di irresponsabilità che il mondo adulto muove loro dopo averli caricati di eccessive aspettative dimenticando il fatto che questi adolescenti sono cresciuti adattandosi alle richieste e ai modelli educativi di stampo narcisistico propri della società contemporanea.

Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta (Raffaello Cortina Editore, 2023), ritiene che il sistema famigliare sopra delineato sia a sua volta stato superato da un nuovo modello in cui la propensione ad adultizzare l’infanzia, a precocizzare le esperienze che i figli farebbero con maggior naturalezza più tardi, a caricarli di aspettative ideali di successo e popolarità viene ulteriormente amplificata inducendo a «un’esasperazione del Sé, della difficoltà ad avvicinarsi e a incontrare gli altri – legata forse a una perdita di grandi valori, a un’incertezza, a una realtà sempre più individualista, sempre più priva di punti di riferimento – che ha fatto sì che si cresca all’interno di un contesto affettivo familiare certamente attento, che fornisce le risorse necessarie alla realizzazione personale dei figli, ma che fatica enormemente a identificarsi con loro e a riconoscere il fatto che esistano bisogni specifici del soggetto che si ha di fronte» (pp. 31-32).

Il recente lockdown legato allo stato di pandemia, con tutto ciò che ha comportato in termini relazionali e di costruzione identitaria, sebbene non possa essere considerato causa dei mutamenti avvenuti nelle famiglie, nella scuola e  più in generale nella società, di certo ha spinto sull’acceleratore delle trasformazioni in atto.

Secondo Lancini, anziché avvicinarsi ai bisogni e alle fragilità del proprio figlio, i genitori pretendono di spiegargli come è fatto e come si sente. Insomma, l’adulto sembra guardare al figlio cercando conferme circa il proprio buon operato come genitore: guarda al figlio guardando, in realtà, a sé stesso, «come se non esistessero l’altro, le sue fragilità e il suo dolore, imponendo anzi un continuo iperadattamento» (p. 32). «Ecco il nuovo mito, che non si limita a chiedere a bambini e adolescenti di nascere e crescere secondo aspettative ideali e competitive, ma che iperidealizza ed estremizza il Sé, fino a chiedere alle nuove generazioni di crescere secondo il mandato paradossale: “Sii te stesso a modo mio!”» (p. 37).

Tutto ciò avviene in un contesto in cui internet, vetrina scintillante da cui sono banditi insuccessi e sofferenze, votata com’è a celebrare la prestazione e il successo, ha assunto un ruolo di primo piano nella costruzione dell’identità dell’adolescente. Una verina in cui i modelli suggeriti sono anni luce lontani dagli adulti di riferimento, genitori o educatori che siano, e dal confronto tra la realtà quotidiana e il mondo patinato online non può che derivare frustrazione. «Con l’ingresso nell’adolescenza, segnata oggi dalla delusione più che dal conflitto», sostiene Lancini, «l’ideale dell’Io svela il suo carattere intransigente, mettendo gli adolescenti di fronte al mancato raggiungimento delle aspettative, troppo elevate per essere realizzabili, con cui sono stati cresciuti» (p. 34).

«Al bambino e all’adolescente viene spiegato cosa lui stesso prova, cosa pensa, com’è fatto, quali motivazioni ci sono alla base di ogni suo comportamento. Il tutto è mascherato da intento educativo e proposto sotto forma di regole, di parole dette a fin di bene e tese a una crescita ben regolata, quando in realtà, a ben guardare, corrobora la richiesta incessante di iperadattamenti in base all’umore, al modo di comportarsi e alle esigenze di genitori, di insegnanti, di allenatori, di una società densa di contraddizioni» (p. 38) che «alimenta il valore del soggetto a discapito della curiosità e della capacità di comprendere chi si ha di fronte, una società dell’immagine che dà valore alla presenza estetica più che al contatto fisico e all’interesse per l’altro per quello che è, per come è fatto lui e per quelli che sono i suoi bisogni profondi» (p. 21).

Oggi si vogliono bambini ben educati, espressivi, che vanno bene a scuola, e allo stesso tempo solidali, non competitivi, in una richiesta che va al di là dell’ideale e si articola in una dimensione in cui è il bambino a dover soddisfare completamente le esigenze dell’adulto che si trova davanti e di cui, in maniera anche inconsapevole, coglie tutta la fragilità. È come se i bambini percepissero dentro di loro il potere di determinare la felicità, o quantomeno la serenità, dei genitori, la quale può manifestarsi solo se il bambino è perfettamente aderente non tanto agli ideali e alle aspettative adulte, come poteva accadere fino a qualche anno fa, ma alla richiesta assurda di crescere secondo l’ideologia del ruolo materno, paterno, docente e educativo, e sentirsi al contempo se stesso. Il bambino postnarcisistico non diventa più adolescente inseguendo l’ideale, ma essendo indotto a confermare che è esattamente così che è, che è proprio così che si sente e si comporta ed è così che vuole essere, sentirsi e comportarsi, per propria decisione e volontà. In altre parole, “Sono io che non vado bene se non sento quello che devo sentire” e non “Sono io che vado bene per quello che sento e sono” (pp. 40-41).

Da un certo punto di vista sembra di essere tornati alla vecchia famiglia/società autoritaria finalizzata all’omologazione culturale, valoriale e comportamentale dei più giovani in cui il dissenso non è ammesso. Un autoritarismo, per certi versi più subdolo, attuato con altri mezzi.

In un’epoca contrassegnata dal «vuoto identitario dell’adolescente o del giovane adulto cresciuto all’insegna del “Sii te stesso a modo mio”» (p. 50), per quanto superficiali e semplicistiche possono essere agli occhi degli adulti, quando le giovani generazioni sbottano che è stato loro lasciato un mondo alla deriva senza futuro, manifestando un minimo di conflittualità verso ciò che le circonda, anziché di delusione allo specchio, andrebbero prese sul serio. Il vecchio adagio “Don’t trust anyone over the age of 30” potrebbe persino dover essere rivisto abbassandone l’età.

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Elogio dell’eccesso/2: la guerra in testa https://www.carmillaonline.com/2023/06/15/la-guerra-in-testa/ Thu, 15 Jun 2023 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77610 di Sandro Moiso

Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi, Milano 2023, pp. 156, 18,00 euro

“In me ho mille pagine di incubi di riserva, prima di tutto naturalmente quello della guerra” (Louis Ferdinand Céline, lettera a Joseph Garcin, 1930)

Sulla copertina di ogni opera di Céline, edita o inedita, come in questo caso, dovrebbe essere obbligatoriamente appiccicato un adesivo contenente l’indicazione «Maneggiare con cura».

Sono infatti opere, tutte, che possono letteralmente esplodere tra le mani e nella testa del lettore: stordendolo, nauseandolo, provocandolo, disturbandolo, travolgendone ogni residuo di perbenismo, spesso offendendolo in quel fondo [...]]]> di Sandro Moiso

Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi, Milano 2023, pp. 156, 18,00 euro

“In me ho mille pagine di incubi di riserva, prima di tutto naturalmente quello della guerra” (Louis Ferdinand Céline, lettera a Joseph Garcin, 1930)

Sulla copertina di ogni opera di Céline, edita o inedita, come in questo caso, dovrebbe essere obbligatoriamente appiccicato un adesivo contenente l’indicazione «Maneggiare con cura».

Sono infatti opere, tutte, che possono letteralmente esplodere tra le mani e nella testa del lettore: stordendolo, nauseandolo, provocandolo, disturbandolo, travolgendone ogni residuo di perbenismo, spesso offendendolo in quel fondo di immancabile educazione cattolica che si annida, per cultura ed educazione impiantate a forza nelle teste di ognuno da scuola e oratori di provincia, anche in chi si ritiene immune al richiamo della religione. Morale sessuale inclusa. Famiglia, in tutte le sue forme, compresa.

Non per nulla Louis Ferdinand Céline, al secolo Louis Ferdinand Auguste Destouches (27 maggio 1894 – 1º luglio 1961), può essere considerato il più importante scrittore francese del XX secolo, un gigante della letteratura mondiale e un classico. Punto.
Ma se tale definizione appare ingiustificata e non condivisibile a chi sta leggendo queste righe, è meglio che l’interessato/a torni immediatamente a più “attuali” e amene letture, quasi sempre accomunabili da un’altra avvertenza: «Sotto l’etichetta, niente».

Sotto il nome di Céline, invece, nonostante gli anatemi, i rifiuti e le aprioristiche condanne, ci sta e si trova di tutto. Soprattutto roba per stomaci forti e per chi non voglia scambiare la visione della vita reale con quella proposta dai Teletubbies della critica mainstream e del politically correct.
Nel 1933, all’uscita del suo capolavoro, Lev Trotsky aveva già compreso che:

Louis Ferdinand Céline è entrato nella grande letteratura come altri entrano in casa propria. Un uomo maturo, munito di una vasta scorta di osservazioni da medico e da artista, con una somma indifferenza nei confronti dell’accademismo, con un senso eccezionale della vita e della lingua, Céline ha scritto un libro che rimarrà nel tempo, anche se ne ha scritti altri di questo livello. Viaggio al termine della notte, romanzo del pessimismo, è stato dettato dallo sgomento di fronte alla vita e dalla stanchezza che essa provoca più che dalla rivolta. Una rivolta attiva è legata alla speranza. Nel libro di Céline non c’è speranza.
[…] Céline non si propone affatto di denunciare le condizioni sociali in Francia. E’ vero che di tanto in tanto non risparmia né il clero, né i generali, né i ministri e nemmeno il presidente della repubblica, ma il suo racconto si svolge sempre molto al di sotto del livello delle classi dirigenti, tra gente semplice, funzionari, studenti, commercianti, artigiani e portinai […] Egli constata che la struttura attuale è altrettanto cattiva di qualunque altra, passata o futura. Nell’insieme, Céline è scontento della gente e delle sue azioni. Il romanzo è pensato e realizzato come un panorama dell’assurdità della vita, delle sue crudeltà, dei suoi colpi, delle sue menzogne, senza sbocco, né bagliori di speranza 1.

Tutti questi aspetti della sua opera sono pienamente riscontrabili nel testo, Guerra, appena pubblicato da Adelphi nella collana Biblioteca Adelphi con il numero 748. Un’opera letteralmente “salvata” dopo che ormai quasi ottant’anni fa era stata requisita, insieme a centinaia o migliaia di altre pagine, dai “partigiani” francesi. Come afferma François Gibault nella sua premessa al testo:

La ricomparsa di questo testo e di altri manoscritti inediti, tutti rubati dall’appartamento di Céline all’epoca della liberazione di Parigi, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro. Sono stati restituiti agli eredi di Lucette Almansor, vedova e unica erede di Céline, a cui appartenevano, mentre il detentore si era impegnato, così almeno ha dichiarato agli inquirenti, a non consegnarglieli – il che prova come sapesse che lei ne era la legittima proprietaria. A questo sarà bene aggiungere che, dal fondo della prigione danese, Céline si era lamentato di essere stato derubato di diversi manoscritti il cui elenco corrisponde proprio a quelli che adesso sono in mano agli eredi.
Non è il caso di riferire in questa sede le circostanze nelle quali gli eredi di Lucette Almansor sono entrati in possesso del manoscritto di Guerra, insieme ad altri manoscritti di Céline, fra cui quello di Morte a credito. Ma non c’è dubbio che sia la prima volta che, tanti anni dopo la morte di uno scrittore, nella fattispecie sessanta, testi di tale importanza vengono ritrovati e possono così essere dati alle stampe dai titolari del diritto morale sull’opera, i quali si sono premurati di renderli di dominio pubblico il più rapidamente e il più scrupolosamente possibile. 2.

Alcuni indizi fanno pensare che il manoscritto originale sia successivo alla pubblicazione del Voyage au bout de la nuit, il primo romanzo dell’autore francese ad essere pubblicato nel 1932, e che faccia parte di quella trilogia (Enfance, Guerre, Londres) che Céline si era riproposto, in una lettera al suo editore Robert Denoël del 16 luglio 1934, di dare alle stampe l’anno successivo a quello della pubblicazione di Mort à crédit (1936).

In realtà la trilogia non fu mai completata, e sarebbe qui inutile provare a ricostruire a posteriori le cause di tale abbandono, ma sicuramente molti degli elementi che compongono il testo appena pubblicato, e altri contenuti nei manoscritti “ritrovati”, figurano all’interno delle opere céliniane più conosciute, a partire proprio da Morte a credito. Coinvolgendo aspetti dell’infanzia dell’autore, della sua drammatica esperienza di guerra e del successivo soggiorno londinese.

In questa, a partire proprio dal titolo, è comunque l’esperienza bellica a dominare, come già succedeva in un’altra opera successiva, Casse-pipe3, il trita-tutto come Céline definiva la massima espressione delle contraddizioni e della violenza insite nella società “moderna”: la Guerra, per l’appunto.

Un trita-tutto in cui sono destinati a finire ed essere maciullati uomini, cavalli (l’autore apparteneva ad un reparto di cavalleria “appiedato”), vite, sogni, speranze, religione, orgoglio, nazionalismo, famiglia, morale, donne, patriottismo, ideali, dignità e molto altro ancora. Probabilmente tutto, come la guerra in corso ai confini orientali d’Europa sembrerebbe dimostrare ancora oggi.

Ferito, mutilato nella carne e nello spirito, ma premiato con un’onorificenza militare, che userà soltanto per ottenere qualche vantaggio durante il periodo di degenza all’ospedale militare oppure per poter trasferirsi a Londra per non tornare a combattere, l’autore afferma, fin dall’inizio, attraverso le parole del suo alter-ego letterario:

Sarò rimasto lì ancora una parte della notte dopo. A sinistra tutto l’orecchio era appiccicato a terra con il sangue, la bocca pure. Fra l’uno e l’altra un rumore immenso. In quel rumore ho dormito e poi è piovuto, pioggia di quella fitta fitta. Lì accanto Kersuzon era stecchito sotto l’acqua a peso morto […] Ribellarsi non serviva a niente. È stata la prima volta che ho dormito, in quella melassa piena di granate che passavano fischiando, in tutto il rumore che hanno voluto fare, senza perdere del tutto conoscenza, cioè insomma nell’orrore. Tolte le ore che mi hanno operato, non ho mai più perso del tutto conoscenza. Ho sempre dormito così nel rumore atroce dal dicembre del ’14. Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa4.

D’altra parte, al di là delle ferite fisiche e delle loro conseguenze (il “rumore in testa” che accompagnerà Cèline per il resto della vita), come avrebbe potuto liberarsi di immagini come queste?

Erano passate ore e ore, una notte intera e quasi una giornata da quando erano venuti a maciullarli. Ormai erano solo piccoli montarozzi sul pendio e poi nell’orto dove più o meno fumigavano, sfrigolavano e bruciacchiavano i nostri automezzi. Il gran carro fucina ancora non aveva finito di farsi carbonizzare a puntino, il carro foraggero non c’era più diciamo. Là in mezzo il sergente maggiore non l’ho riconosciuto. Più in là ho riconosciuto uno dei cavalli con qualcosa dietro, un pezzo di timone, nella cenere, spiaccicato sul muro della fattoria che finiva di venire giù a sbrindelli. Dovevano essere ripiombati al galoppo lì fra le macerie in pieno bombardamento, cacciati a calci in culo è il caso di dire nel bel mezzo della scarica di artiglieria. E bravo Le Drellière. Sono rimasto ancora accovacciato nello stesso posto. Era poltiglia d’obice bella triturata. Ne saranno arrivati almeno duecento di obici tutti assieme. Morti di qua e di là. Il tizio coi tascapani si era spaccato come una melagranata, è il caso di dire, dal collo fino a metà dei pantaloni. E dentro al budellame si erano messi comodi comodi due ratti che pappavano i torsoli raffermi dal tascapane. Puzzava di carne avariata e di bruciaticcio il recinto, ma soprattutto il mucchio al centro dove ci saranno stati almeno una decina di cavalli tutti sventrati gli uni dentro gli altri. L’aveva finita lì la galoppata, arrestato di colpo da una marmitta, o tre, a due metri.
[…] Io manco a dirlo non sapevo che pensare. Non ero in condizioni di riflettere per bene. Tuttavia, nonostante l’orrore in cui mi trovavo, la faccenda mi scocciava di brutto, oltre al rumore di tempesta che mi portavo appresso. Alla fine sembrava rimasto solo il sottoscritto in quello schifo di avventura. […] Per pensare, anche un minimo, mi ci dovevo mettere a spizzichi e bocconi come quando due si parlano al binario di una stazione quando passa un treno. Un pezzetto per volta di pensiero ben fatto, uno via l’altro. È un esercizio che stanca vi assicuro. Adesso sono allenato. Vent’anni, uno impara. Ho l’anima più dura, come un bicipite. Non ci credo più alle scorciatoie. Ho imparato a fare musica, sonno, perdono e, come vedete, anche bella letteratura, con piccoli tocchi di orrore strappati al rumore che non finirà mai più. Lasciamo perdere5.

Ecocidio, si dice oggi; ai tempi di Céline trita-tutto, massacro, macelleria. Termini meno ricercati, come si addice ad una situazione e a un mondo in cui di ricercato ed elegante non c’è nulla.
Ed è proprio su questo aspetto che la scrittura e la lingua scelta dal soldato mutilato si abbattono senza pietà e senza sconti. Non c’è nulla da salvare in ciò che tutto questo ha concorso a produrre. Né la famiglia:

Brutta storia. [I miei genitori] Sono rimasti seduti due o tre ore buone a guardare che mi riprendevo. A quel punto non c’avevo più tutta ’sta fretta di starli a sentire e di capire la situazione. E poi mia madre ha ricominciato a parlarmi. L’affetto era appannaggio suo. Non ho risposto. Mi faceva più schifo che mai. L’avrei saccagnata di botte, a dirla tutta. Di ragioni ne avevo mille e cento, non tutte chiarissime, ma però velenosissime. Ne avevo la pancia piena di ragioni. Lui non parlava granché. Aveva un’aria poco convinta. Faceva quei suoi occhi da pesce lesso. Adesso c’eravamo in quella guerra di cui aveva sempre parlato, c’eravamo. Erano venuti apposta da Parigi per vedermi. […] Hanno attaccato subito a parlare del negozio, delle terribili preoccupazioni che avevano, che gli affari andavano malissimo. Per via del frastuono all’orecchio li sentivo male, abbastanza però. E non mi disponeva all’indulgenza. Seguitavo a guardarli. Erano sì due disgraziati lì ai piedi del letto, eppure erano due verginelle.
«Fanculo,» ho detto alla fine «non ho niente da dirvi, smammate…».
[…] Io non aprivo più bocca. Non ho mai visto né sentito niente di più schifoso di mio padre e mia madre6.

Né la patria e i suoi rappresentanti:

Ma la serie non era completa. Una mattina mi vedo entrare nella sala un generale con quattro galloni, preceduto per l’appunto da L’Espinasse. Dalla faccia che c’avevano tutti e due, sento la sfiga che mi piomba addosso. Ferdinand, penso io, ecco il nemico, quello vero, quello della tua carne e del tuo tutto… guarda che faccia che c’ha ’sto generale, se non lo fai fuori tu, ti fa fuori lui, dovunque mi trovo, mi dico fra me e me. Pensieri così mi isolano da tutti. Ora come ora parla soltanto l’istinto e non sbaglia. Allora possono pure rifilarmi canzonette, sagre, panna montata, opera lirica, cornamuse, perfino un culo satinato dagli angeli del paradiso. Ho l’intelligenza salda, mi intosto fino al buco del culo, manco il Monte Bianco con le rotelle mi farebbe spostare. Contro il laidume degli uomini l’istinto non inganna. Basta scherzare. Si contano le munizioni7.

E così via con tutto il resto, con tutti gli scarti e gli avanzi di una società di cui l’ospedale militare in cui Ferdinand trascorre una parte della guerra trasmette l’immagine all’ennesima potenza. Luogo in cui il sesso sfiora la necrofilia, anche se, in fin dei conti, l’attività sessuale, in tutte le sue forme, è l’unico indizio di una permanenza di vitalità; la tragedia si trasforma in farsa, il ghigno del cinico si afferma sulla smorfia di dolore e la pietà per l’umana condizione, anche la più disgraziata e immeritevole, fa capolino là dove il lettore ormai non se l’aspetterebbe più.

Quanto c’è qui del Céline che conosciamo? In primo luogo la visionarietà allucinata, presente nella sua integrità; l’invenzione di personaggi biechi, grotteschi e spassosissimi; le situazioni assurde, atroci, esilaranti; il registro basso, quasi un basso continuo, ossessivo; l’onda – nascente e già innervata al periodare – della sua petite musique; e molto altro ancora. Ci troviamo davanti a un torso sgomentante per terribilità, a volte quasi inguardabile per violenza, per crudezza, che anche dietro al rictus più osceno serba un’ombra velata di pietà8.

Già, la petite musique celiniana, fatta di argot, invenzioni linguistiche e grammaticali, neologismi, turpiloquio; sempre tesa alla ricerca non della parola colta o raffinata oppure del merletto letterario, ma di quella più efficace, utile, straziante o insultante per cogliere la realtà materiale e la meschineria della vita, oppressa e priva di qualsiasi forma di coscienza, nella loro più intima essenza. In cui non può sussistere alcuna forma o speranza di salvezza.
Trotsky, nello scritto più sopra citato, aveva ancora rilevato come

Céline, per come è, discende dalla realtà francese e dal romanzo francese. Non deve certo arrossire per questo: il genio francese ha trovato nel suo romanzo un’espressione insuperata. Partendo da Rabelais, anche lui medico, una magnifica dinastia di maestri di prosa epica si è ramificata per quattro secoli, dal gran ridere della gioia di vivere, alla disperazione e alla desolazione, dall’alba luminosa alla notte profonda. Cèline non scriverà più alcun libro dove esploda una tale avversione per la menzogna e una tale sfiducia nelle verità. Questa dissonanza deve risolversi. O l’artista si adatterà alle tenebre, o vedrà l’aurora9.

Trotsky si sbagliava a proposito del fatto che Céline non avrebbe più scritto libri altrettanto rabbiosi (il manoscritto di Guerra è lì per dimostrarlo), ma coglieva il senso dei passi successivi.
L’autore francese infatti si sarebbe fatto, ed è rimasto, il vero, forse unico, cantore delle tenebre che hanno attanagliato il ‘900 (secolo tutt’altro che breve) e che ancora ci attanagliano. Compreso dalla Beat generation e da pochi altri davvero. Elemento, invece, decisamente spiacevole per chi oggi rincorre un modello borghese perfetto in cui le contraddizioni e gli odi che attanagliano il mondo non possono essere mostrati in tutta la loro essenza e brutalità. Di classe, genere, economici o appartenenza culturale e nazionale, comunque essi siano. In cui l’odio per l’esistente deve essere per forza rimosso costantemente, affinché non diventi il motore di un ribaltamento epocale.

Céline potrà essere odioso per il suo antisemitismo, comunque fortemente connaturato alla società francese fin dai tempi dell’affaire Dreyfus, ma mai ha smesso di denunciare, anzi di gridare, il suo odio per la guerra, il militarismo, il colonialismo e la doppiezza della borghesia e della sua presunta cultura ed intellettualità. Mentre altri, nel difendere la civiltà e la cultura occidentale, hanno esaltato ed esaltano ancora oggi sia le sue forme accademiche e istituzionali che il suo, ben più rozzo, sogno militarista di espansione e conquista. Anche nelle proposizioni apparentemente più liberali.

Il primo non è mai stato perdonato, mentre altri, anche dichiaratamente fascisti, hanno poi potuto facilmente riciclarsi, all’ombra dell’intellettualità che conta, in qualità di “filosofi” o autori alla moda10.

C’è allora da chiedersi se il suo libello più osteggiato e condannato, il suo libro “infernale”, sia tale per l’evidente antisemitismo in esso contenuto oppure per quanto vi è affermato a proposito degli intellettuali à la page e da salotto, per cui Cèline provava sincero schifo e disgusto.

Il mondo è pieno di gente che si dice raffinata e che poi non è, ve l’assicuro, raffinata neanche tanto così. Io, servitor vostro, credo davvero di esserlo, un raffinato! Sputato! Autenticamente raffinato. Fino a poco tempo fa, facevo fatica ad ammetterlo… Resistevo… E poi un giorno mi sono arreso… Al diavolo!… Però sono un po’ infastidito dalla mia raffinatezza… Cosa si finirà per dire? Pretendere? Insinuare? Un vero raffinato, raffinato per diritto, per costume, garantito, di solito deve scrivere almeno come il sig. Gide, il sig. Vanderem, il sig. Benda, il sig. Duhamel, la signora Colette, la signora Femina, la signora Valéry, i « Théâtres Français »… sdilinquirsi sulla sfumatura… Mallarmé, Bergson, Alain… spompinarsi l’aggettivo… goncourtizzare… cristo! Inculare le mosche, frenetizzare l’Insignificante, cinguettare in pompa magna, pavoneggiarsi, chicchirichire ai microfoni… Rivelare i miei « dischi preferiti »… i miei progetti di conferenze… Potrei, potrei certamente diventarlo anch’io, un vero stilista, un accademico « pertinente ». È una questione di lavoro, un’applicazione di mesi… forse di anni… Si può ottenere tutto come dice il proverbio spagnolo: « Molta vaselina, tanta pazienza, e l’elefante s’incula la formica ». Ma sono ormai troppo vecchio, troppo incancrenito, troppo incarognito sulla maledetta strada del raffinamento spontaneo… dopo una dura carriera di « duro fra i duri » per ritornare indietro ora! e andare anche a concorrere per la libera docenza di trine e merletti! Impossibile! Il dramma sta qui11.

E’ difficile, estremamente difficile, appropinquarsi a una tale scrittura e lo si nota anche in coloro che muovono dalle migliori intenzioni, come capita nella premessa a Guerra, in cui lo sforzo di dare un fondo di veridicità ai fatti narrati sembra più importante del cogliere le “cause” dell’ira profonda e nel dolore che lo animano.

Ora, capite, nessuno scrittore rispettabile al mondo vorrebbe Céline come collega, se non forse François Villon, morto nel 1463, ben prima della nascita di Céline, ma ciò costituisce proprio la sua autentica fortuna: nessuno che voglia brillare di luce impropria accostandosi a lui senza alcun merito, come ogni tanto, invece, capita nei confronti di altri scrittori, non più in grado di difendere la propria alterità dall’aldilà.

Motivo, fra i tanti, per cui, anche se nessun “raffinato” vorrebbe essergli accostato, vale ancora oggi la pena di lasciarsi trasportare e abbagliare dalla lettura delle intense pagine di uno scrittore, forzatamente, unico.


  1. L. Trotsky, Céline e Poincaré, 10 maggio 1933, pubblicato su «Atlantic Monthly» nell’ottobre del 1935, ora con il titolo Un romanziere e un politico in L. Trotsky, Cultura e socialismo, Opere scelte vol. XIII (pp. 245- 253), Prospettiva Edizioni, Roma 2004, pp.245-246  

  2. F. Gibault, Premessa a L.F. Cèline, Guerra, Adelphi, Milano 2023, p. 15  

  3. L. F. Céline, Casse-pipe, Einaudi, Torino 1995, prima edizione francese nei «Cahiers de la Pléiade», 1948.  

  4. L. F. Céline, Guerra, op. cit., pp. 25 – 26. Parole in grassetto ad opera del recensore.  

  5. Ivi, pp. 26 – 27.  

  6. Ivi, pp. 48 – 49  

  7. Ivi, p. 56  

  8. O. Fatica, Nota del traduttore in L.F. Céline, op. cit., p.156  

  9. L. Trotsky, op. cit., p.253  

  10. Si veda in proposito: Alexandre Laignel-Lavastine, Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco. Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo, UTET 2008.  

  11. L. F. Céline, Bagatelle per un massacro, traduzione di Giancarlo Pontiggia, Guanda, Milano 1981, (prima edizione francese 1937)  

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Il babau fascista e la (solita) tiritera antifascista https://www.carmillaonline.com/2022/09/21/il-babau-fascista-e-la-tiritera-antifascista/ Wed, 21 Sep 2022 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73779 di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, [...]]]> di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, intervista a cura di Edek Osser – estate 1970)

A pochi giorni di distanza dalla “fatidica” data del 25 settembre, è difficile dire quanti saranno gli elettori che si presenteranno, convinti e con la tessera elettorale in pugno, ai nastri di partenza dell’ennesima e gaglioffa tornata elettorale.
A giudicare dai risultati degli ultimi anni, pochi. Molto pochi. Considerato soprattutto il fatto che, nell’attuale competizione, a farla da padrone sono stati più i nomi e le poltrone “garantite” dei candidati che non i programmi. Ma se anche così non fosse, vale comunque la pena di sottolineare come l’uso dei termini “fascismo” e “antifascismo” abbia ancora una volta caratterizzato la propaganda di una sinistra sempre più esangue e asservita alle esigenze del capitale nazionale e internazionale.

L’attuale farsa elettorale, infatti, vede le sinistre, più o meno parlamentari di ogni grado e risma, ricorrere ancora una volta all’espediente narrativo, già troppe volte visto in scena sia sui palcoscenici istituzionali più importanti che nei teatrini politici più scadenti, secondo il quale l’elettore “di sinistra” dovrebbe accorrere alla chiamata alle armi per difendere nell’urna la “democrazia” e la costituzione dall’ennesimo e vile assalto “fascista”. Trama semplice, priva di alcuna complessità interpretativa, in cui i buoni stanno, o devono stare, tutti dalla parte del “centro-sinistra” o al massimo di tutti quei partiti ancora non apertamente schierati con il terribile “centro-destra”.

A parte la qualità della compagnia che certo non fa rimpiangere quella del centro-destra, rimanendo nello schema interpretativo proposto dai media e dai rappresentanti dello schieramento “autenticamente” democratico, il primo pericolo sarebbe infatti presentato dal rischio di una revisione o riscrittura della carta costituzionale.

Su questo argometo, tralasciando il tema delle visite “agostane” di Giorgia Meloni al capo dello Stato rivelate dal “Fatto Quotidiano” del 10 settembre scorso, non occorre neppure ricorrere alle armi della critica proposte dalla Sinistra Comunista per smontare il grido di dolore che si leva dal perbenismo centrosinistrese. Basta, si pensi un po’, quanto è già stato scritto su un quotidiano tutt’altro che estremista come «il manifesto».

Le vicende delle «riforme costituzionali» ci dicono che l’attacco alla Costituzione non è venuto solo dalle destre ma anche dai partiti di centrosinistra, non è più vero dunque che il centrosinistra difende la Costituzione e le destre ne vogliono la distruzione. Centrosinistra e centrodestra sono stati protagonisti per vent’anni di tentativi, falliti, di modificare in pejus la Carta costituzionale del 1948 […] ai tentativi falliti si sono affiancati quelli riusciti a modificare la Costituzione. Eccone l’elenco: revisione del Titolo V (attuata dal governo Amato), dell’articolo 8 (votata dal Pd guidato da Bersani), degli articoli 56 e 57 per la riduzione del numero dei parlamentari (voluta dai 5S con il sostegno del Pd). Può essere punto di riferimento per la difesa della costituzione il pd, l’artefice principale delle sue manomissioni?1.

Non solo ma, entrando più nel merito delle questioni attuali, nello stesso articolo si aggiunge che se

la barbara Meloni si fa garante della scelta atlantica soprattutto per quanto riguarda il sostegno armato all’Ucraina, anche Letta è schierato con la Nato sostenendone le politiche militari, e il voto sul Trattato di adesione della Svezia e della Finlandia ha visto il Pd e il centrodestra votare insieme a favore […] Dunque la lesione dell’art.11, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, è compiuta sia dalla barbara Meloni sia dal progressista e democratico Letta. E il Pd ha in mano la società di produzione di armamenti Leonardo, guidata da Alessandro Profumo e da altri suoi iscritti, ch e propongono politiche aggressive di difesa e potenziamento dello strumento militare2.

E concludendo poi ancora che se

la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese […] si prenda la proposta di legge costituzionale AC224 e si troverà scritto che «la presente proposta di legge costituzionale si prefigge di superare il previsto stallo del sistema dei partiti chiudendo la transizione italiana e prendendo come riferimento il modello francese nella sua integralità (sistema elettorale e forma di governo». Dunque la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese che anche il democratico e progressista Ceccanti3, con altri del Pd vuole… 4.

Ora, tralasciando le quisquilie di ordine formale e costituzionale, considerato che qualsiasi carta costituzionale non è certo destinata all’eternità poiché al cambiamento dell’ordine sociale e politico deve per forza corrispondere un cambiamento delle leggi “fondamentali” che lo ispirano5, proviamo a considerare la questione fascismo/antifascismo da un più ampio punto di vista.

Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capace di reprimerlo. E’ una turlupinatura far credere che la formazione di un governo di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l’azione dello Stato e quello del fascismo, possano dipendere dall’andamento delle cose parlamentari.
[…] Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum della fregatura.
Poche delucidazioni a queste nostre asserzioni, contrapposte al gioco nauseante della «sinistra» politica che si elabora nei contatti osceni di Montecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazional-fascismi d’altra volta e di adesso.
Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affatto mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.
Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell’attuale. Basterebbe che l’apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza […]
Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un “governo forte”. Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse l’assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione dal duello tra bianchi e rossi6.

Il contesto della citazione è quello drammatico della guerra civile italiana, precedente alla marcia su Roma e alla presa del potere fascista, ma non per questo quelle parole non possono rinviare al dibattito fasullo di oggi. Dibattito in cui la solita sinistra liberal-democratica non ha neppure il coraggio di chiedere, seppur retoricamente, un’azione forte del governo contro il fascismo, ma soltanto ai rappresentanti dello stesso di cambiare il simbolo elettorale oppure di dichiararsi diversi da quel che sono.

Certo per la “sinistra” attuale, in particolare per il Pd, è facile chiedere agli avversari ciò che ha già fatto in casa propria, ripudiando qualsiasi riferimento alla lotta di classe, ma per la borghesia capitalistica, nazionale e internazionale, reazionaria o conservatrice, non lo è altrettanto. In fin dei conti la borghesia e il capitale non possono ripudiare se stessi e la propria forma Stato. Garante della proprietà privata e dello sfruttamento del lavoro salariato e sottopagato.

Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l’ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l’epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l’ordine con più “energia” della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta inghiottire ai lavoratori col pretesto che l’ordine è perturbato dai “reazionari” e che l’energia del governo l’assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggior nemico è chi si propone di mantenerlo con maggior energia7.

Oggi, forse, la richiesta dello Stato forte, che pur non manca nel panorama attuale grazie alle politiche di progressiva concentrazione del potere nelle mani di tecnici mai eletti dai cittadini, è più sottilmente esposta, adombrandosi di manovre economiche, piani di ripresa e resilienza, di accordi sovranazionali che, apparentemente, sembrano spingere sullo sfondo il discorso dell’azione “forte” dello Stato “nazionale”. Nascondendo dietro alla questione dei “diritti” «un passo analogo a quello del neoliberismo che assorbe le spinte libertarie degli anni Sessanta e Settanta per ribadire l’ordine capitalistico. Il pensiero dominante diventa pensiero unico assimilando ciò che gli si oppone. Colonizzando completamente l’immaginario.»8

Un immaginario in cui il diritto individuale sopravanza qualsiasi esigenza di liberazione generale della classe e, conseguentemente, della specie. In cui l’“Io” idealizzato sottomette le esigenze collettive e in cui l’idea del “privato” distrugge qualsiasi esigenza comunitaria. Aprendo ulteriormente le porte, per converso, anche in certe sgangherate versioni dell’estrema sinistra, a tutte quelle rivendicazioni, tipiche del fascismo e delle destre tendenti a inserire/soddisfare l’individuo, emarginato e impoverito, negli schemi della Nazione “sovrana”, della Patria, della Razza, della Proprietà “privata” e della Famiglia, patriarcale e indissolubile.

Non è certo pertanto nella pania dei “diritti” oppure in quella delle rivendicazioni a carattere nazionalistico che si può individuare lo strumento più efficace per combattere un fascismo di facciata che nasconde la profonda aderenza al Fascismo vero di gran parte dei partiti politici italiani e della loro forma Stato. Ereditata quasi integralmente dalla mancata reale “sconfitta” del Fascismo storico. Grazie, soprattutto, alle politiche messe in atto del CLN, tese più a impedire la svolta rivoluzionaria e anticapitalista che una parte della Resistenza portava con sé, più che a rifondare lo Stato repubblicano su nuove basi (e d’altra parte come si sarebbe potuto farlo senza negarne radicalmente il modo di produzione sul quale si fondava?). Anche se occorre, a questo punto, fare un salto indietro, fino al 1924.

Prima di tutto: l’origine del fascismo.
Ho ricordato che il movimento fascista è per la sua origine storica collegato ad una parte di quei gruppi che invocarono l’intervento italiano nella guerra mondiale.[…] Questo gruppo si era completamente identificato con la politica della concordia nazionale e dell’intervento militare […]
La crisi governativa in Italia è stata caratterizzata da qualcuno nel modo seguente: il fascismo rappresenta la negazione politica del periodo durante il quale predominava da noi una politica borghese liberale e democratica di sinistra. Esso è la forma più aspra di reazione contro la politica di conces­sione attuata da Giolitti ecc. nel dopoguerra. Noi siamo invece dell’avviso che fra questi due periodi esista un legame dialettico: che l’atteggiamento originario della borghesia italiana durante la crisi in cui il dopoguerra precipitò lo Stato, non fu se non la naturale preparazione del fascismo.
[…] Siamo così giunti ad un punto in cui fascismo e democrazia si incontrano. Il fascismo ripete in sostanza il vecchio giuoco dei partiti borghesi di sinistra e della socialdemocrazia, cioè chiama il proletariato alla tregua civile.[…]
A base di tutto ciò sta ovviamente lo sfruttamento dell’ideologia nazionalistica e patriottica. Non si tratta di qualche cosa di completamente nuovo. Durante la guerra, nell’interesse nazionale, la formula della sottomissione di tutti gli interessi particolari all’interesse generale dell’intero paese era già stata ampiamente utilizzata.
Il fascismo riprende dunque un antico programma della politica borghese, ma questo programma appare in una forma che in un certo senso riecheggia il programma della socialdemocrazia e che d’altra parte contiene qualcosa di veramente nuovo […]
Il fascismo vorrebbe conciliare e fare tacere tutti i conflitti economici e sociali all’interno della società. Ma questa non è che l’apparenza esterna. In realtà, esso cerca di realizzare l’unità all’interno della borghesia, una coalizione fra gli strati superiori delle classi possidenti in cui esso appiani i contrasti singoli fra gli interessi dei diversi gruppi della borghesia e delle diverse aziende capitalistiche.
[…] Ma, in tal modo, si irretisce in una contraddizione insolubile, perché è estremamente difficile attuare una politica unitaria della classe borghese finché le organizzazioni economiche dispongono di una completa libertà di sviluppo e finché vige una completa libertà di concorrenza fra i singoli gruppi di imprenditori.
[…] Ma, nell’insieme, il suo programma sociale non è null’altro che il vecchio programma di menzogne democratiche, che rappresenta solo un’arma ideologica per il mantenimento del dominio della borghesia.
Il fascismo è molto rapidamente – prima ancora della presa del potere – divenuto “parlamentare”; ha governato per un anno e mezzo senza sciogliere la vecchia Camera che in grande maggioranza era composta di non fascisti e, in parte addirittura di antifascisti. Con la flessibilità che è una caratteristica dei politici borghesi questa Camera si è affrettata a mettersi a disposizione di Mussolini per legalizzare la sua posizione e concedergli tutti i voti di fiducia che a lui piacque di chiedere. Lo stesso primo gabinetto Mussolini – ed egli, nei suoi “discorsi di sinistra”, vi ritorna sempre – non fu costituito su basi puramente fasciste, ma abbracciò rappresentanti dei più importanti fra gli altri partiti borghesi: dal partito di Giolitti, dei Popolari, della sinistra democratica. Si trattava, dunque, di un governo di coalizione. Ecco cosa ha partorito il cosiddetto colpo di Stato! Un partito che nella Camera contava 35 deputati ha preso il potere e ha occupato la grande maggioranza dei posti di ministro e sottosegretario9.

A partire da queste prime considerazioni, è chiaro che anche l’antifascismo di cui troppo spesso si parla, soprattutto in tempi di elezioni, può assumere forme e contenuti diversi, quasi sempre solo di facciata, niente affatto conciliabili tra di loro.

Il proletariato è antifascista in base alla sua coscienza di classe; esso vede nella lotta contro il fascismo una poderosa battaglia destinata a capovolgere radicalmente la situazione e a sostituire la dittatura della rivoluzione alla dittatura del fascismo. Il proletariato vuole la sua vendetta, non nel senso banale e sentimentale della parola; vuole la sua vendetta in senso storico.
Il proletariato rivoluzionario capisce per istinto che al fatto dell’aumento e del predominio delle forze della reazione si deve rispondere col fatto della controffensiva delle forze di opposizione; il proletariato sente che solo attraverso un nuovo periodo di dure lotte e – in caso di vittoria – attraverso la dittatura proletaria lo stato di fatto potrà essere radicalmente cambiato. Il proletariato aspetta questo momento per restituire all’avversario di classe, con un’energia decuplicata dalle esperienze, i colpi che oggi è costretto a subire.
L’antifascismo dei ceti medi ha un carattere meno attivo. Si tratta, è vero, di una forte e sincera opposizione, ma alla base di questa opposizione è un orientamento pacifista: si vorrebbe con tutto il cuore ristabilire in Italia una vita politica normale, con piena libertà di opinione e discussione… ma senza colpi di manganello, senza impiego della violenza. Tutto deve tornare alla normalità, sia i fascisti che i comunisti devono avere il diritto di professare le loro convinzioni. È questa l’illusione dei ceti medi, che aspirano ad un certo equilibrio delle forze e della libertà democratica.
Anche nella borghesia in senso stretto regnano oggi dei dubbi sull’opportunità del movimento fascista. Si nutrono delle preoccupazioni, di cui i due citati organi di stampa (“Corriere della Sera” e “La Stampa” – NdR) sono, fino a un certo punto, i portavoce. Essi si chiedono: è questo il metodo giusto? Non è esagerato? Nell’interesse dei nostri scopi di classe noi abbiamo creato un certo apparato che doveva rispondere ad alcune esigenze. Ma non andrà esso oltre le funzioni che gli attribuivamo e gli scopi che ci prefiggiamo? Non sarà costretto a far più di quanto è bene? Gli strati più intelligenti della borghesia italiana sono per una revisione del fascismo e dei suoi scantonamenti reazionari, per timore che questi portino necessariamente ad una esplosione rivoluzionaria. Naturalmente, è nell’interesse espresso dalla borghesia che questi strati della classe dominante conducano nella stampa una campagna contro il fascismo per ricondurlo sul terreno della legalità, per farne un’arma più sicura e flessibile dello sfruttamento della classe operaia10.

Continuando poi con le seguenti considerazioni, svolte a seguito dell’assassinio di Giacomo Matteotti:

l’opposizione borghese considera l’intera questione come un fatto giudiziario, come una questione di morale politica […] Per noi, al contrario, si tratta di una questione politica e storica, di una questione di lotta di classe […] Bisogna dichiarare apertamente che solo l’azione rivoluzionaria del proletariato può liquidare una situazione simile; una situazione che […] non può più essere sanata con puri provvedimenti giudiziari, col ristabilimento filisteo della legge e dell’ordine. A tale scopo è invece urgente la distruzione dell’ordine esistente, un capovolgimento completo che solo il proletariato può condurre a termine.
[…] All’ordine del giorno è anche la questione del giudizio del fascismo italiano da parte della opinione pubblica internazionale, della campagna di propaganda condotta contro di esso dai paesi civili. Si crede addirittura di vedere nell’indignazione morale della borghesia degli altri paesi un mezzo per liquidare il movimento fascista.
I comunisti e i rivoluzionari non possono abbandonarsi a questa illusione sulla sensibilità democratica e morale della borghesia degli altri paesi. Anche là dove oggi si presentano ancora tendenze pacifistiche e di sinistra, domani il fascismo sarà usato senza scrupoli come metodo di lotta di classe. Noi sappiamo che il capitale internazionale può solo rallegrarsi delle imprese del fascismo in Italia, del terrore che esso esercita laggiù contro operai e contadini.
Per la lotta contro il fascismo […] si tratta di una questione di lotta di classe. Noi non ci rivolgiamo ai partiti democratici degli altri paesi, alle associazioni di idioti e di ipocriti come la Lega per i diritti dell’uomo, perché non vogliamo fare sorgere l’illusione che si tratti per essi di qualche cosa di sostanzialmente diverso dal fascismo, o che la borghesia degli altri paesi non sia in grado di preparare alla sua classe operaia le stesse persecuzioni e di compiere le stesse atrocità che il fascismo in Italia11.

E’ un chiaro richiamo alla necessità della lotta quello che il rappresentante del PCd’I espone nella sua relazione sul Fascismo e sui modi per combatterlo, che anticipa di vent’anni le modalità espresse poi dalla spontanea Resistenza degli oppressi e dei militari tornati dai fronti bellici. Come ad esempio esprimeva benissimo Nuto Revelli, nel suo diario della campagna di Russia12: «Cialtroni! Più nessuno crede alla vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo insulto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata (di Russia – NdR) non crede più ai gradi e vi dice: Mai tardi…a farvi fuori!»13

Certo, la lotta è possibile solo con la partecipazione delle masse. La gran massa del proletariato sa molto bene che la questione non può essere risolta con l’offensiva di una avanguardia eroica. Questa è una concezione ingenua […] Non è così facile fare la rivoluzione!
Noi siamo assolutamente convinti dell’impossibilità di intraprendere la lotta con qualche centinaio o qualche migliaio di comunisti armati. Il P.C. d’Italia è l’ultimo ad abbandonarsi a simili illusioni. Siamo fermamente convinti della necessità inderogabile di attirare nella lotta le grandi masse. Ma l’armamento è un problema che può essere risolto solo con mezzi rivoluzionari […] Ma dobbiamo liquidare l’illusione che una manovra qualsiasi ci metta un giorno in condizione d’impadronirci dell’apparato tecnico e delle armi della borghesia, cioè di legare le mani ai nostri avversari prima che passiamo all’attacco contro di essi.
Combattere questa illusione che spinge il proletariato alla pigrizia in senso rivoluzionario non è terrorismo […] Noi non diciamo affatto che siamo dei comunisti “eletti” e che vogliamo sconvolgere l’equilibrio sociale con l’azione di una piccola minoranza. Al contrario, vogliamo conquistare la direzione delle masse proletarie, vogliamo l’unità di azione del proletariato; ma vogliamo anche utilizzare le esperienze del proletariato italiano che insegnano che delle lotte sotto la direzione di un partito non consolidato – anche se di massa – o di una coalizione improvvisata di partiti portano necessariamente alla sconfitta. Vogliamo la lotta comune delle masse lavoratrici nelle città e nella campagna, ma vogliamo la direzione di questa lotta da parte di uno stato maggiore con una linea politica chiara, cioè del partito comunista.
Questo il problema che ci sta di fronte14.

Ieri come oggi il soggetto antagonista non può affidarsi alle promesse elettoralistiche e alle chimere parlamentariste per sconfiggere il suo avversario, sia che si nasconda sotto le spoglie di Giorgia Meloni che di Letta, Salvini, Renzi, Calenda, Berlusconi, Di Maio o altri ancora. Compresi i «sinistri» che accampano ancora motivi tipici del Fascismo e del Nazionalismo, quali Sovranità e Nazione, in un paese in cui più che la difesa dei confini sarebbe necessario farla finita una volte per tutte con il capitale e i suoi scherani. In divisa militare o in abito grigio da parlamentare che siano.

Strategia perdente, quella dell’attuale “antifascismo” da elezioni, che spinge i giovani a doversi accontentare del piagnisteo ipocrita di “Repubblica” del 21 settembre sulle manganellate distribuite a Palermo dalle forze del dis/ordine sui contestatori del comizio di Giorgia Meloni, dimenticando però che proprio quel giornale rappresenta una delle voci più autoritarie nei confronti dei movimenti reali. Com il suo direttore, Maurizio Molinari ha ben dimostrato sempre nei confronti del Movimento NoTav, definito terrorista dallo stesso.

Mentre, solo per fare un esempio, il fatto che al sorgere di un movimento dal basso e concreto nelle istanze, come quello rappresentato nel Regno Unito da «Don’t Pay» che ha raccolto in poco tempo più di centomila aderenti, che potrebbero diventare un milione, intorno a una richiesta fondamentale, ovvero «la riduzione delle bollette energetiche a un livello accessibile», il governo “conservatore” di Liz Truss ha dovuto rispondere con un provvedimento del valore compreso tra i 150 e i 200 miliardi di sterline indirizzato al contenimento del caro-bollette per i prossimi 24 mesi.

Anche se tale provvedimento si è reso necessario prima di tutto per fornire un aiuto alle aziende, è chiaro che il potenziale pericolo rappresentata dal movimento, sul piano della lotta di classe, ha costituito uno dei fattori chiave per una svolta in tal senso. Considerato anche, come ha affermato Salvatore Toscano su «L’indipendente», che: «L’iniziativa, come si legge sul sito, ricalca un’idea realizzata nel Regno Unito alla fine dello scorso millennio, quando 17 milioni di persone si rifiutarono di pagare la Poll Tax, contribuendo alla caduta del governo e all’inversione delle sue misure più dure».

Insomma, la lotta concreta dal basso è l’unica che paga e, talvolta, può essere addirittura sufficiente che il suo spettro si aggiri per l’Europa15.


  1. Franco Rosso, La Costituzione non è difesa dal partito di Letta, «il manifesto», martedì 9 agosto 2022, p.15  

  2. F. Rosso, art. cit.  

  3. Cui Fratoianni ha lasciato il seggio di Pisa – NdA  

  4. ivi  

  5. Per fare solo un esempio, quale dovrebbe essere la concezione della proprietà privata, del lavoro, dell’organizzazione socio-politica in una situazione in cui una rivoluzione radicale e proletaria prendesse il sopravvento? Potrebbe ancora basarsi sui principi liberali oppure dovrebbe affermarne, come pensa l’estensore di queste note, altri? Magari assolutamente diversi e contrari a quelli attualmente in vigore?  

  6. A. Bordiga, Del governo, «Il Comunista», 2 dicembre 1921  

  7. A. Bordiga, art. cit.  

  8. Fabio Ciabatti, Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /2, «Carmilla on line», 23 agosto 2022  

  9. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista (Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924)  

  10. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  11. Ivi  

  12. N. Revelli, Mai tardi, Einaudi, Torino 1967 – prima edizione Panfilo editore, Cuneo 1946  

  13. N. Revelli, op. cit., p. 210  

  14. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  15. “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2022 rivela che dal Rapporto Coop 2022 emerge che un italiano su tre entro Natale potrebbe non riuscire più a coprire le spese per le utenze di luce e gas, mentre il 57% degli italiani si sarebbe già dichiarato in difficoltà nel pagare l’affitto.  

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Armi letali: il gran ballo dei diritti umani e la macelleria della guerra https://www.carmillaonline.com/2022/06/08/arma-letale-1-war-and-the-great-human-rights-swindle/ Wed, 08 Jun 2022 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72234 di Sandro Moiso

“La società non esiste. Esistono soltanto gli individui” (Margaret Tatcher)

“A Fort Branning, la sede della scuola di fanteria e delle truppe corazzate dell’esercito statunitense, i soldati che vengono «preparati e formati per combattere e vincere» le guerre devono anche frequentare il corso di diritti umani. L’obiettivo del corso è di «inculcare negli allievi che i valori democratici, la legislazione internazionale sui diritti umani e il Diritto Internazionale Umanitario sono doti di comando essenziali nelle forze armate” (Nicola Perugini e Neve Gordon – «Il diritto umano di dominare»)

”NATO, Keep the progress going!” (Amnesty International [...]]]> di Sandro Moiso

“La società non esiste. Esistono soltanto gli individui” (Margaret Tatcher)

“A Fort Branning, la sede della scuola di fanteria e delle truppe corazzate dell’esercito statunitense, i soldati che vengono «preparati e formati per combattere e vincere» le guerre devono anche frequentare il corso di diritti umani. L’obiettivo del corso è di «inculcare negli allievi che i valori democratici, la legislazione internazionale sui diritti umani e il Diritto Internazionale Umanitario sono doti di comando essenziali nelle forze armate” (Nicola Perugini e Neve Gordon – «Il diritto umano di dominare»)

”NATO, Keep the progress going!” (Amnesty International – Manifesto per il “Summit ombra per le donne afghane”, Chicago 2012)

Nel 2012, poco dopo che Barack Obama aveva pubblicamente dichiarato di essere intenzionato a richiamare tutte le truppe americane di stanza in Afghanistan entro il 2014, nel centro di Chicago (città dove nel mese di maggio dello stesso anno si sarebbe tenuto un summit della NATO per mettere a punto i dettagli della exit strategy) erano comparsi manifesti che esortavano la NATO a non ritirare le proprie truppe dal tormentato paese centro-asiatico.

Su quei poster era scritto:”NATO, Keep the progress going!” (NATO, occorre portare avanti il progresso), stabilendo così un chiaro collegamento tra l’occupazione militare e il progresso. Sotto il titolo, poi, si annunciava un “Summit ombra per le donne afghane” che si sarebbe tenuto durante lo stesso summit della NATO. A differenza, però, di quanto si potrebbe pensare tale iniziativa non era sponsorizzata da qualche fondazione repubblicana o dalla lobby delle armi ma da Amnesty International, la più nota tra le organizzazioni per i diritti umani presenti al mondo.

Può iniziare da questo episodio una riflessione sul fatto che il segretario del PD, Enrico Letta, che si scandalizza ad ogni piè sospinto per i motivi più disparatii, come nel caso delle parole proferite per stigmatizzare le scelte del premier ungherese («Sono particolarmente scandalizzato in questo momento dall’atteggiamento dell’Ungheria di Orban, mette il suo veto rispetto alle sanzioni e si pone come chiaro ed esplicito alleato di Putin»), in realtà non si scandalizzi affatto per l’indiretta partecipazione del governo che sostiene il conflitto in atto in Ucraina.

Anima candida, erede del Veltroni-pensiero, pieno di nostalgia per l’età (kennedyana) dell’innocenza perduta, il segretario di un partito che accetta qualsiasi compromesso a favore delle scelte della Banca Centrale europea e del suo ex-governatore ed attuale premier italiano e del progressivo ampliamento della guerra russo-ucraina verso Est e, inevitabilmente, verso Ovest, in compenso, non ha mai perso l’occasione per sbandierare la sua personale difesa, e del suo partito, dei diritti umani e civili.

Questo atteggiamento di un “democratico” difensore dei diritti individuali serve perfettamente ad illustrare l’intricato rapporto che intercorre, forse fin dalla loro formulazione alla fine del Secondo conflitto mondiale, tra “diritti umani” e rafforzamento del ruolo dello Stato e del dominio in ogni angolo del mondo dei valori occidentali e degli interessi economici, politici e militari che li sottendono. In cui, ancora una volta, le violenze connesse a un conflitto sono ascrivibili soltanto ad una delle parti in causa, senza mai considerare l’autentica macelleria di vite, di donne, uomini e bambini che la guerra esige per sua stessa natura. Una divinità che non ha riguardo alcuno per il fronte “giusto” o quello “sbagliato”, da cui esige un medesimo tributo di sangue e di violenza.

Riflessione che porta inevitabilmente a rivedere e ribaltare tutti i luoghi comuni su cui si fonda una sventurata e opportunistica concezione dei cosiddetti diritti umani, fondata essenzialmente sul diritto degli Stati, soprattutto occidentali, a definire ciò che è accettabile e ciò che non lo è nei rapporti che intercorrono tra i diversi attori del conflitto sociale oppure di quello globale per la spartizione delle ricchezze e delle influenze economico-militari su scala mondiale.

Pertanto, l’uso che oggi viene fatto, sia dalle ONG che dagli apparati propagandistici e militari, del concetto di “diritti umani” non risulta essere dovuto ad un radicale travisamento degli stessi ma, al contrario, già implicitamente contenuto proprio nelle formulazioni che hanno accompagnato tale concetto fin dalle sue origini.
Come hanno affermato Nicola Perugini e Neve Gordon in una loro ricerca:

Più che reclamare una concezione moralmente adeguata dei diritti umani, intendiamo mostrare come i diritti umani e la dominazione si intersechino.[…] Attraverso un attento esame dei dati empirici, criticheremo[…] l’assunto che maggiori sono i diritti umani minore è il livello di dominazione, il quale normalmente associa la promozione dei diritti umani all’emancipazione dei più deboli […] e offusca le situazioni in cui gli oppressori possono rivendicare, manipolare e tradurre i diritti umani, creando così una propria cultura dei diritti umani per razionalizzare la perpetuazione della dominazione […] Diversi pensatori hanno sostenuto che i diritti umani sono in realtà vincolati dal potere e spesso operano al suo servizio, senza minacciarlo realmente […] In base a questa prospettiva, i diritti umani contribuiscono ad affinare le forme di governo […] In questo senso, i diritti umani consentono la creazione di nuove soggettività poiché, grazie all’evoluzione del proprio repertorio, essi sono in grado di definire cosa significa essere un soggetto pienamente umano1.

Quindi non un’umanità determinata dalla storia, dall’economia e dai rapporti di classe e di sfruttamento che hanno caratterizzato le strutture sociali del dominio che ne derivano, ma dal Diritto, il quale, a sua volta, è di esclusiva competenza degli stati nazionali e delle organizzazioni internazionali che li riuniscono. In altre parole: lo Stato e le classi dirigenti definiscono i diritti e l’umanità, o meno, dei loro sottoposti, privandoli di qualsiasi altra arma di resistenza che non sia quella di rivolgersi ai tribunali statali o alle corti internazionali. I quali a loro volta, come già succede anche in Italia e in altri paesi per quanto riguarda la persecuzione degli attori del conflitto sociale, potranno determinare se i vari soggetti hanno o non hanno diritto ad un pari trattamento legislativo sulla base delle loro precedenti scelte politiche ed operative. Contribuendo così a sviluppare il cosiddetto diritto penale del nemico, ovvero un non diritto sostanziale, in cui fa rientrare tutti gli avversari dell’ordine sociale, economico e geopolitico dato, ogni qualvolta si tratti di giudicarli.

La storia anticoloniale ci insegna per esempio che la violenza può essere praticata per resistere, liberare e svincolare i popoli dai rapporti di dominazione coloniale. Però, paradossalmente, Amnesty International fu riluttante ad adottare Nelson Mandela come prigioniero politico perché si era rifiutato di rinunciare all’uso della violenza, in quanto lo riteneva uno strumento legittimo nella lotta contro il regime dell’apartheid”2.

Un altro evidente paradosso è che oggi uno dei maggiori strumenti di diffusione dell’idea dei diritti umani possa essere costituito proprio dalle forze armate americane, come è riscontrabile dall’annotazione posta in epigrafe a questo intervento. Non solo, ma si stima anche che:

L’inserimento di corsi sui diritti umani nell’addestramento militare rivela anche un altro mutamento nell’ambito dei diritti umani. Se il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) era in passato considerato il corpus legislativo che si occupava del conflitto armato, e la legislazione internazionale sui diritti umani l’insieme di norme vigenti in tempo di pace, ora queste due legislazioni non sono più ritenute totalmente separate. Nei loro rapporti e nelle loro petizioni le ONG le utilizzano simultaneamente per promuovere il rispetto dei diritti umani in situazioni di conflitto armato e di occupazione militare, e dato che il conflitto è oramai la norma in molte regioni del mondo, è diventata pratica diffusa abbandonare la classica separazione tra i due ambiti del diritto internazionale. In altre parole, la normativa sui diritti umani non è più considerata parte di un ambito completamente separato dalle norme umanitarie dello jus bellum3.

Salta immediatamente agli occhi come tale scelta possa ricoprire una funzione importantissima non soltanto nel poter definire le guerre degli ultimi decenni come guerre umanitarie, ma anche nel disumanizzare il nemico che tali criteri “militari” non voglia, in quanto Stato, o non possa, in quanto movimento ancora privo di identità nazionale riconosciuta e definita da confini spaziali e giuridici, adottare.

In un tempo di guerra permanente come quello che stiamo vivendo, il coinvolgimento dei diritti umani nello jus bellum giustifica anche la distinzione tra armi intelligenti, bombardamenti e assassinii mirati rispetto al semplice assassinio o alla distruzione, spesso accompagnata dall’aggettivo “terroristico”, che, a questo punto, diventa sempre e soltanto ciò che definisce la violenza del nemico. Soprattutto se quel nemico si oppone all’espansione dei diritti degli Stati liberali e democratici di “dominare”. Magari per speculari interessi propri, ma sempre diversificati o opposti rispetto a quelli dell’Occidente.

Per questo motivo, a titolo di esempio, l’uso di droni “assassini” per eliminare generali, carri armati con relativi equipaggi o leader politici avversari, sarà sempre presentato in maniera benevola, quasi a voler far svolgere alla macchina la funzione dell’eroe invincibile e sempre giustificato nella sua azione, per violenta che essa sia. Mescolando, nell’immaginario, l’apparato tecnologico diretto a distanza attraverso un joy-stick oppure da un evoluto programma search and destroy con gli eroi del mito, da Gilgamesh a quelli più dozzinali portati sullo schermo da Bruce Willis o Sylvester Stallone.

In tale contesto, in cui tra l’altro ambiente bellico e ambiente urbano tendono sempre più a combaciare, anche la discussione sulle vittime civili dell’azione militare viene fortemente influenzata, trasformando le stesse in “scudi umani”, se uccise nei bombardamenti destinati a distruggere il potenziale militare ed economico nemico, oppure in “vittime o danni collaterali”, se colpite durante azioni mirate ad assassinare gruppi ristretti o singoli rappresentanti dell’apparato politico-militare avversario. Mentre le vittime causate dall’azione avversa, come ben si è visto in questi cento e più giorni di guerra in Ucraina, non possono essere altro e soltanto che vittime di “crimini di guerra”.

Insomma, l’azione militare degli apparati bellici americani ed occidentali in genere troverà sempre una giustificazione umanitaria del proprio operato, distinguendosi a priori dall’”atto terroristico” di chi si trova ad operare in una totale asimmetria di forze ed armamenti oppure dai “crimini di guerra” se le vittime saranno il frutto di scontri allargati con potenze di egual forza militare. Seguendo questa logica, nel caso della campagna condotta in Ucraina, i bombardamenti e le azioni militari delle forze armate di Zelensky, per default, colpirebbero quasi sempre e solo obiettivi militari mentre le azioni dei militari russi sarebbero sempre e soltanto dirette a colpire le comunità civili, attraverso i loro corpi fisici e le loro abitazioni.

Contribuendo a sviluppare un’autentica pornografia della morte in cui è possibile seguire in diretta ogni azione mirante a debellare il nemico fino alla sua distruzione, con manifesta simpatia se non addirittura gioia dei media, oppure osservare, con sollecitata commozione e indignazione, le immagini dei corpi trucidati dei “buoni” o dei danni da essi subiti.

Le istanze delle vittime reali o degli avversari diventano così una questione di “verità assoluta”, da giudicare secondo l’episteme auto-referenziale ed indiscutibile dei diritti umani, o di risarcimenti economici e morali. In cui il concetto ampliato di “crimine di guerra” diventa estremamente efficace nello spazzare via dalla scena qualsiasi riferimento alla Storia del dominio coloniale, imperiale, economico o al conflitto perenne tra le classi e tra gli imperi. Non a caso:

Human Rights Watch, probabilmente l’organizzazione per i diritti umani meglio finanziata al mondo, che sfoggia un bilancio annuale di oltre 50 milioni di dollari e uno staff di quasi 300 persone ha la sua sede centrale nell’Empire State Building (con tutta l’ironia del caso), accanto a quelle di grandi corporation come Wallgreen, Bank of America, LinkedIn e alcuni dei più rinomati studi legali4.

La stessa HRW dichiara poi esplicitamente che: «L’essenza della nostra metodologia non è la capacità di mobilitare le persone perché scendano in piazza […] l’organizzazione si oppone in maniera esplicita alla partecipazione popolare nella politica dei diritti umani»5. In tal modo:

L’invocazione della legislazione sui diritti umani spesso traduce la violazione in un “caso”: classificandolo, separandolo e isolandolo, ne nasconde le fondamenta strutturali[…] In questo modo, si cancellano i motivi e le ragioni comuni sottese a violazioni apparentemente diverse. Andare oltre il caso isolato e pretendere la distruzione delle strutture oppressive, per non parlare dello smantellamento del regime che commette le violazioni, è percepito come una strumentalizzazione dei diritti umani, specialmente quando l’abuso è commesso da uno Stato liberale6.

Cosicché

l’impiego dei diritti umani in conformità alla legge produce quindi la convinzione che esista un sistema imparziale in grado di fungere da arbitro neutro tra le parti in causa e di rettificare le storture. Esso esclude dalla sua critica gli elementi costitutivi del sistema giuridico. In questo modo, contribuisce a mettere sotto silenzio la resistenza contro le strutture sociali, economiche e politiche della dominazione che sono radicate e supportate dalla legge che le riproduce7.

Attraverso il tropo della neutralità, il professionismo dei diritti umani definisce «i limiti del pensabile e dell’impensabile e contribuisce così al mantenimento dell’ordine sociale da cui dipende il suo potere8.

Interrompendo questo lungo excursus sulla funzione del cosiddetto diritto umanitario, in gran parte tratto, con le dovute modifiche, da una recensione già pubblicata su Carmilla nel 20169 e riportando l’attenzione sui fatti attuali, può risultare utile riflettere sul fatto che, proprio per i motivi appena elencati, chi difende i diritti degli immigrati a diventare proletari sfruttati come braccianti o manodopera e manovalanza della malavita, una volta accolti nella democratica italietta bellicista e colonialista, poco o niente voglia sentir parlare di classi sociali e di lotta tra le stesse.

Altrettanto vale per la questione femminile e la violenza sulle donne ridotta a spettacolo hollywoodiano, in cui la drammatizzazione per mezzo di una sceneggiatura basata su frasi e scene ad effetto contribuisce più a dar vita ad una forma di scripted-reality che non a una concreta analisi dei fatti.

Un altro aspetto del genocidio sono i crimini di carattere sessuale, non soltanto contro donne e ragazze, ma anche bambini, ragazzi, uomini […] Non riusciamo oggi a dare un numero preciso di questi crimini. Possiamo però dire che hanno un carattere di massa. E sono intenzionali, non casuali. Sappiamo di una ragazza di sedici anni: due nemici, non riesco a chiamarli umani, l’hanno violentata in tutti i modi, il terzo teneva ferma sua sorella di 25 anni, e le diceva «Guarda, è quello che faremo a tutte le puttane naziste». Questi orchi violentano i nostri bambini e dicono alle madri «Così non metterete più al mondo nazisti ucraini»10.

Peccato soltanto che l’autrice dell’articolo summenzionato, la super-commissaria dei diritti umani ucraina, Lyudmyla Denisova, sia stata rimossa successivamente dal suo incarico dal voto di un parlamento ucraino preoccupato dalle cifre degli abusi sessuali russi esagerate e gonfiate dalla stessa. La Verkhovna Rada ha infatti licenziato la commissaria parlamentare per i diritti umani a causa della sua prolungata e ingiustificata permanenza all’estero durante i mesi del conflitto e del

ripetuto mancato adempimento delle sue funzioni relative all’istituzione di corridoi umanitari, alla protezione e scambio di prigionieri, al contrasto alla deportazione di adulti e bambini dai territori occupatie ad altre attività per i diritti umani. Secondo il Parlamento, Denisova ha concentrato la sua attività mediatica sui numerosi dettagli relativi agli abusi sessuali su adulti e minori nei territori occupati che non erano supportati da prove e hanno danneggiato solo l’Ucraina11.

E soprattutto le vittime reali degli abusi, verrebbe da dire. Ma, si sa, lo spettacolo mediatico e il trionfo del verosimile piuttosto che del vero sembrano costituire l’intima essenza del discorso sulla guerra e i diritti umani. In un contesto in cui la propaganda bellica deve assolutamente raggiungere lo scopo di annichilire le coscienze, sotto un profluvio di immagini e parole accuratamente selezionate.

In tale contesto mediatico e propagandistico l’antimilitarismo di classe dovrebbe zittirsi per accordare i propri strumenti con la partitura dominante e piegarsi alla logica “inconfutabile” dei processi spettacolo in cui, come in una farsa ripetuta con successo, a fare le spese delle vendette degli Stati e delle classi al potere, saranno sempre e solo personaggi secondari e miserabili, presentati come “autentici mostri”, come nel caso del caporale russo poco men che ventenne condannato all’ergastolo da un tutt’altro che imparziale tribunale ucraino. Oppure per timore di cadere all’interno delle liste di proscrizione che alcuni giornali e apparati di sicurezza sembrano imbastire quotidianamente in omaggio al vecchio comandamento di epoca bellica e fascista: Taci, il nemico ti ascolta!12.

Invece di denunciare come la sofferenza e il dolore, la morte e lo stupro, la distruzione e il massacro connessi alla macelleria bellica, da qualsiasi parte in causa siano originati, diventino soltanto, in nome dei diritti umani, strumenti di una propaganda per nulla interessata a sradicare davvero ciò da cui tutto questo ha origine, ma soltanto a sostituire il vero con il verosimile.

La realtà di una forma sociale autoritaria, violenta, egoistica e patriarcale fondata sulla trasmissione della proprietà privata, sulla famiglia, idealizzata al di sopra di tutto, e sullo Stato, ma destinata soltanto a legittimare la figura del pater familias e della religione che a sua volta lo legittima in quanto tale. La realtà dello sfruttamento e dell’imbarbarimento rinviabili alla forma sociale capitalistica, in tutti i suoi aspetti, con quella dei diritti risalenti ancora, e soltanto, alle rivoluzioni borghesi. Grandi o piccole che esse siano state. Dietro al cui spirito, presunto, si son sempre mascherate le aspirazioni espansionistiche e di dominio di potenze ormai giunte, piaccia o meno, alla fine del loro corso storico. Di cui, per l’autentico bene della specie, sarebbe auspicabile la caduta non a fronte di una sconfitta nel corso di un conflitto inter-imperialista dalle conseguenze inimmaginabili, ma a causa di uno scontro, non più ulteriormente rinviabile, tra coloro che possiedono quasi tutto e coloro che, uomini e donne, sono stati spossessati di tutto, compresa la loro umanità. Ad Est come a Ovest.


  1. Nicola Perugini e Neve Gordon, Il diritto umano di dominare, Nottetempo 2016, pp. 29-32  

  2. op. cit., p. 13  

  3. Ibid, pp. 25-26  

  4. ibid, p. 198  

  5. ivi, p. 199  

  6. pag. 202  

  7. p. 203  

  8. p. 207  

  9. Sandro Moiso, Che cosa resta dei diritti umani?, Carmillaonline, 14 dicembre 2016 successivamente ripreso in Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2019  

  10. Lyudmyla Denisova, Donne stuprate davanti ai figli, porteremo le prove dei crimini russi, «La Stampa», Domenica17 aprile 2022, p.8  

  11. Kiev rimuove dall’incarico la commissaria Denisova, «La Stampa» Mercoledì 1 giugno 2022, p. 11  

  12. cfr. Lo scandalo dei dossier investe il Dis e il governo, il Fatto Quotidiano, mercoledì 8 giugno 2022  

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L’anno degli anniversari / 1971 – 2021: FUORI tutti! https://www.carmillaonline.com/2021/10/06/lanno-degli-anniversari-1971-2021-fuori-tutti/ Wed, 06 Oct 2021 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68386 di Sandro Moiso

I met her in a club down in old Soho Where you drink champagne and it tastes just like Cherry Cola C-O-L-A Cola She walked up to me and she asked me to dance I asked her her name and in a dark brown voice she said, “Lola” L-O-L-A Lola, lo lo lo lo Lola (Ray Davies, the Kinks – Lola, 1970)

Ray Davies, cantante, chitarrista e leader dei Kinks, uno dei più longevi gruppi rock inglesi, ricorda come ad un concerto a New York della band, durante [...]]]> di Sandro Moiso

I met her in a club down in old Soho
Where you drink champagne and it tastes just like
Cherry Cola
C-O-L-A Cola
She walked up to me and she asked me to dance
I asked her her name and in a dark brown voice she said, “Lola”
L-O-L-A Lola, lo lo lo lo Lola

(Ray Davies, the Kinks – Lola, 1970)

Ray Davies, cantante, chitarrista e leader dei Kinks, uno dei più longevi gruppi rock inglesi, ricorda come ad un concerto a New York della band, durante gli anni ’70, al momento dell’esecuzione del brano “Lola”, uno dei primi a parlare apertamente di un rapporto omosessuale, centinaia di drag queen newyorkesi si levassero in piedi, tutte insieme, per cantare, parola per parola, ancheggiando e ballando, l’intera canzone insieme a lui e al gruppo.

Per avere un’idea più precisa di cosa ciò significasse, almeno sul piano dell’immagine, occorrerebbe far riferimento alla copertina del primo disco dei New York Dolls (1973), antesignani del punk di quella stessa città1, al travestitismo provocatorio del glam rock oppure alle scorrerie proto-punk di Wayne County (che in seguito avrebbe cambiato il suo nome d’arte in Jayne County) e i suoi Electric Chairs con brani dal titolo più che esplicito come Cream in My Jeans e Toilet Love.

Senza poi dimenticare che il tutto era stato preceduto e accompagnato dalle straordinarie provocazioni artistiche, filmiche e musicali di Andy Warhol e della sua Factory; a testimonianza di una sfida che nel suo manifestarsi in pubblico con tutta la forza di un’autentica e incontenibile joie de vivre rappresentava, prima di qualsiasi altra cosa, un’aperta e trasgressiva rivendicazione di alterità e libertà.

Well, I’m not the world’s most physical guy
But when she squeezed me tight she nearly broke my spine
Oh my Lola, lo lo lo lo Lola
Well, I’m not dumb but I can’t understand
Why she walked like a woman but talked like a man
Oh my Lola, lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola

Un atteggiamento che esplodeva e si dichiarava proprio in virtù di un clima “rivoluzionario” che in quegli anni percorreva l’Occidente; in cui le lotte degli studenti, degli operai, degli afro-americani (solo per citarne alcune) aprivano conseguentemente le porte ad una radicale presa di coscienza di sé e dei propri inalienabili diritti da parte delle donne e di tutti coloro vivessero, nel loro intimo e sulla propria pelle, tutte le conseguenze dei pregiudizi morali, sociali e famigliari che derivavano da un diverso orientamento sessuale e da una collocazione di genere che usciva dai confini di quella “normalità” che era considerata ancora come l’unica possibile. Creando un clima in cui, per la prima volta, l’unità nella lotta per la liberazione dall’oppressione perbenista borghese e capitalista portava in luce anche quelle, che allora ma troppo spesso ancora oggi, costituivano alcune delle contraddizioni più profonde della società e dei singoli individui atomizzati.

Well, we drank champagne and danced all night
Under electric candlelight
She picked me up and sat me on her knee
She said, “Little boy, won’t you come home with me?”
Well, I’m not the world’s most passionate guy
But when I looked in her eyes
Well, I almost fell for my Lola
Lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola
Lola, lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola

Sull’onda di tutto ciò, nasceva a Torino nel 1971 il FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) di cui ricorre in questi giorni il cinquantenario della formazione.
L’associazione, inizialmente di ispirazione marxista, era stata fondata dal libraio Angelo Pezzana, cui si doveva anche l’apertura della prima libreria “internazionale”, Hellas, autenticamente alternativa della città, ricca di opuscoli marxisti e giornali, soprattutto in lingua inglese e francese, dediti all’informazione controculturale, ed altri attivisti. L’acronimo faceva riferimento al FHAR francese (Front homosexuel d’action révolutionnaire) e all’espressione inglese coming out.

In realtà era stata preceduta dal lavoro di gruppi di omosessuali di varie città italiane che dall’autunno del 1970 si incontrarono per discutere dei problemi che affliggevano gli omosessuali italiani: il gruppo aveva assunto il nome di ASPS, “Associazione di Studi Psico-Sociali”, quindi ancora nascondendo l’identità gay. Nel Fuori!, intorno alla primavera del 1971, confluì anche il Fronte di Liberazione Omosessuale (FLO) fondato sempre nel 1971, dando così vita alla prima grande associazione gay italiana che, nei primi tempi della sua esistenza, avrebbe posto la questione dei diritti degli omosessuali nell’ambito del conflitto di classe tra borghesi e proletari, operando pertanto una rottura netta e totale con tutto quel che l’aveva preceduta fino a quel momento.

Angelo Pezzana enunciava in un editoriale sul primo numero del Fuori! le rivendicazioni dell’associazione: «Noi oggi rifiutiamo quelli che parlano per noi. […] Per la prima volta degli omosessuali parlano ad altri omosessuali. Apertamente, con orgoglio, si dichiarano tali. Per la prima volta l’omosessuale entra sulla scena da protagonista, gestisce in prima persona la sua storia […]. Il grande risveglio degli omosessuali è cominciato. È toccato a tanti altri prima di noi, ebrei, neri (ricordate?), ora tocca a noi. E il risveglio sarà immediato, contagioso, bellissimo».
La prima uscita pubblica di un certo rilievo avvenne il 5 aprile 1972, con la contestazione del I Congresso Italiano di Sessuologia a Sanremo, mentre in seguito il movimento avrebbe finito col federarsi con il Partito Radicale nel 1974 e la rivista sarebbe stata edita fino al 1982.

I pushed her away
I walked to the door
I fell to the floor
I got down on my knees
Then I looked at her, and she at me
Well, that’s the way that I want it to stay
And I always want it to be that way for my Lola
Lo lo lo lo Lola
Girls will be boys, and boys will be girls
It’s a mixed up, muddled up, shook up world
Except for Lola
Lo lo lo lo Lola

Oggi, presso il “Polo del 900” a Torino (dal 23 settembre al 24 ottobre), una mostra ne racconta la storia, anno per anno, attraverso fotografie, filmati, ricordi e testimonianze (vignette, copertine, manifesti). Il presidente del museo Diffuso della Resistenza, Roberto Mastroianni, ha dichiarato che: «Questa mostra ribadisce come il movimento, alla nascita, fosse autoironico e gioioso. Più di quanto non lo siano adesso certe sfumature e certi accenti. Fu una rivoluzione anche simbolica che ruppe l’ipocrisia nel Paese, anche verso quegli intellettuali che omosessuali lo erano, ma tendevano a non farlo vedere”.

Esplodeva la società ed esplodevano le contraddizioni, individuali e collettive, trascinando le lotte in un flusso generale e diffuso in cui l’individualità e il diritto individuale diventavano per forza di cose diritto collettivo all’espressione della propria classe, della propria generazione, del proprio genere e sesso e della comune e vitalistica volontà di vivere una vita che fosse finalmente altra e degna di tal nome in ogni sua manifestazione.

Well, I’d left home just a week before
And I’d never ever kissed a woman before
But Lola smiled and took me by the hand
She said, “Little boy, gonna make you a man”
Well, I’m not the world’s most masculine man
But I know what I am and I’m glad I’m a man
And so is Lola
Lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola

Ora, però, Angelo Pezzana ricorda:

“ho fatto il libraio per 23 anni in una città molto provinciale. Ed essendo un omosessuale che non ha mai avuto intenzione di nasconderlo, ho subito dato un’impostazione di questo genere al mio negozio. La clientela, però, era assolutamente etero (portavo anche copie di Playboy che all’epoca non era distribuito in Italia). Presto è diventata un’alleanza naturale senza ideologie, lontana anche dalle forze di sinistra che all’epoca erano considerate rivoluzionarie. Ma eravamo considerati inutili. Anche nelle manifestazioni per il 25 aprile o il 1° maggio venivamo lasciati al fondo. Noi non abbiamo mai inventato una teoria o una ideologia, non abbiamo mai avuto una linea e si spaziava dai marxisti ai liberali. Quando sento parlare di teoria gender, mi tiro indietro. […] Sembra di parlare di secoli fa, ma basta pensare che anche solo 50 anni fa non si era mai scritta la parola ‘omosessuale’ su un giornale Italiano”2.

Certamente rimane un fondo di amarezza nel ricordo di come certa sinistra, prima degli ulteriori sconvolgimenti portati dal ’77, non avesse il coraggio di affrontare questioni che il movimento generale della società nel suo insieme già poneva all’ordine del giorno e che furono pienamente comprese soltanto da sparuti gruppi del comunismo critico radicale.

Ma ancora più amaro è il calice che occorre oggi ingerire sugli stessi fenomeni e bisogni che, nonostante una maggior visibilità sociale del movimento LGBTQ, sono stati troppo spesso trasformati in rivendicazioni, queste sì oggi digeribili dalla stessa ipocrita sinistra che in quegli anni non seppe e non volle farsene carico in maniera conseguente, tese a riproporre la famiglia borghese monogama e perbenista come base di ogni riconoscimento. Con buona pace del mio amico Arnaldo che ancora, nei primi anni ’80, rivendicava: «Noi omosessuali siamo gli unici veri rivoluzionari, poiché miniamo la società fin dalle sue fondamenta patriarcali e famigliari.»

Così, nonostante una certa trasgressività formale e una certa tolleranza esibita nei giorni dei “pride” ma circondate ancora dal buio del pregiudizio diffuso, all’epoca del ritorno ad una concezione del diritto che, ancora troppo spesso inteso soltanto come specifico e strettamente individuale, diventa la vera tomba di ogni ipotesi rivoluzionaria, di quella intensa e infervorata stagione sembrano rimanere soltanto le ceneri ipocrite.

L’insipido dibattito parlamentare sul disegno di legge Zan, l’ulteriore abuso ai danni del corpo femminile operato per mezzo della pratica, data per scontata, dell’utero “in affitto”3 e l’aspirazione alla formazione “ad ogni costo” di una famiglia mononucleare e borghesissima, della quale, in un tempo non lontano, si sarebbe invece rivendicata la soppressione definitiva. Peccato, davvero, per una grande occasione mancata.


  1. Il cui manager Malcom McLaren avrebbe trasmesso la propria e loro esperienza ai Sex Pistols, ancora in formazione, negli anni immediatamente successivi  

  2. Intervistato in: Torino va “Fuori!”: una mostra al Polo del 900 per i 50 anni del primo movimento omosessuale in Italia, TorinOggi.it, 23 settembre 2021  

  3. Sull’argomento si confronti almeno: Melinda Cooper, Catherine Waldby, Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera, DeriveApprodi 2015 (qui la recensione su Carmilla).  

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Una predestinazione più sociale che metafisica: Commedia umana & fiati gotici in Wann-Chlore https://www.carmillaonline.com/2021/03/06/una-predestinazione-piu-sociale-che-metafisica-commedia-umana-fiati-gotici-in-wann-chlore/ Sat, 06 Mar 2021 21:46:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65271 di Franco Pezzini

Honoré de Balzac, Wann-Chlore. Jane la pallida, trad. di Mariolina Bertini, introd. di Alessandra Ginzburg, pp. 480, € 15, Clichy, Firenze 2020.

Che questo bel romanzo, ora leggibile in italiano nell’ottima traduzione di Mariolina Bertini, riccamente introdotta da Alessandra Ginzburg, per tanto tempo non abbia circolato nella sua forma completa, va in qualche modo imputato allo stesso autore. Infatti, dopo la primissima edizione giovanile nel 1825 (dopo una genesi un po’ misteriosa fin dal 1822, in omaggio a una delle parecchie amanti, Laure de Berny), Balzac accetterà un’edizione ridotta, “Jane [...]]]> di Franco Pezzini

Honoré de Balzac, Wann-Chlore. Jane la pallida, trad. di Mariolina Bertini, introd. di Alessandra Ginzburg, pp. 480, € 15, Clichy, Firenze 2020.

Che questo bel romanzo, ora leggibile in italiano nell’ottima traduzione di Mariolina Bertini, riccamente introdotta da Alessandra Ginzburg, per tanto tempo non abbia circolato nella sua forma completa, va in qualche modo imputato allo stesso autore. Infatti, dopo la primissima edizione giovanile nel 1825 (dopo una genesi un po’ misteriosa fin dal 1822, in omaggio a una delle parecchie amanti, Laure de Berny), Balzac accetterà un’edizione ridotta, “Jane la Pâle”, 1836, censurata di emozioni troppo fisiche e cenni troppo critici alla figura materna e comunque di minor latitudine, insieme ad altre opere giovanili. E ovviamente sarà quella a trovare traduzione nell’Italietta familista, mammista e censuratissima del Novecento. L’odierna edizione, meritoriamente proposta da Clichy, è dunque la prima nostrana della versione originaria, con le sue provocazioni e la sua forza critica. (Attenzione, seguiranno spoiler.)

Ispirato – tra i mille echi letterari presenti all’autore – soprattutto dalla prima versione di Stella, dramma giovanile goethiano su un uomo diviso dall’amore di due donne, Wann-Chlore presenta però passioni assai più roventi, e prende nome dalla pallidissima fanciulla inglese con cui il giovane aristocratico Horace Landon intreccia un’appassionata storia d’amore. Lei è ironica, giocherellona, passionale: una donna da perderci la testa. E infatti un amico infedele di Horace, l’italiano (e dunque machiavellico) Annibal Salvati, ne invidia la fortunata frequentazione e si invaghisce di lei, producendo prove che la dimostrerebbero infedele e incinta di un altro: col risultato che lo sconvolto Horace, dopo aver cercato goffamente invano di spararle, distrutto dalla melanconia, si ritira in provincia col suo peso chiuso in cuore.

Lì fa conoscenza con la dolcissima Eugénie, tormentata da un’orrenda madre, Madame d’Arneuse (figlia e mamma sembrano modellate su quelle della malmaritata sorella di Balzac, Laurence, morta nel 1825, e dell’ingombrante madre, anche se i dettagli più personali verranno alla fine rimossi – per inciso Laurence era pallidissima come Wann-Chlore). Il giovane, preso in mezzo dalla relazione tra il proprio domestico Nikel e la cameriera Rosalie di Eugénie e mosso dal desiderio cavalleresco di salvare la giovane (la strappa persino dalle acque del fiume, incidente potenzialmente mortale scatenato dalla stizzosa Madame d’Arneuse), si risolve a fidanzarsi con lei e infine a sposarla, non senza però averle fatto conoscere la propria tormentata vicenda. Innamoratissima di lui, Eugénie sa bene di non poter contendere con l’avversaria del passato sul piano della passione, e conta piuttosto sulla forza della propria devozione.

Ma non prevede che all’improvviso emerga la verità: cioè che la giovane inglese fosse innocente e continuasse ad amare Horace, che le prove che la inchiodavano fossero false (il vilain, non potendo conquistarla, si uccide) e insomma a quel punto Horace – che nel contesto della Restaurazione ha incassato all’improvviso un ruolo sociale elevatissimo – con una scusa corre dall’antico amore. Con qualche maneggio sui documenti, riesce persino a sposare Wann-Chlore, che nulla sa del suo matrimonio con Eugénie: il loro nido d’amore a Tours, all’ombra della cattedrale, è un vero e proprio hortus conclusus dove la realtà esterna è bandita e Horace rimuove ogni altro pensiero – a partire dall’altra moglie e dal figlio che nel frattempo le è nato. La dolcissima e tetragona Eugénie, sempre ostacolata dall’orrenda madre, riesce però a quel punto a defilarsi a sua volta col figlioletto ponendosi sulle tracce del marito, raggiunge Wann-Chlore mentre Horace si è assentato e si fa assumere da lei come dipendente, qualcosa tra cameriera e dama di compagnia: quando il Nostro torna, poco manca gli venga un infarto, ma Eugénie non rivela la propria identità. L’innocente Wann-Chlore non può del resto immaginarla, e il suo candore conquista la stessa rivale (che già di fronte al memoriale l’aveva stimata e difesa da accuse che presentiva ingiuste).

Nei fatti la complessa dinamica di rivalità, ostilità e amore tra le due donne contribuisce al tormento straniante di Horace. Che medita di farsi saltare le cervella, ed Eugénie glielo impedisce: ma mentre la pressione psicologica cresce sempre e i sentimenti conoscono dinamiche complesse, tormentate e un tantino morbose (la coppia vagheggia di trasferirsi in Scozia, Eugénie vuole accompagnarli, Wann-Chlore si è accorta che la ragazza ama Horace e ora ne teme la devozione) la terribile madre piomba lì come la fata cattiva delle fiabe. Rivelando l’identità di Eugénie, il matrimonio di Horace eccetera: per lo strazio, Wann-Chlore e il torturato bigamo si spengono uno dopo l’altra – una morte d’amore come quella di tante coppie tragiche della letteratura, si pensi solo a Tristano e Isotta – e la povera Eugénie resterà sola. Del suo futuro non sappiamo nulla: nel primo epilogo previsto Horace si sparava il giorno dopo la morte di Wann-Chlore, ed Eugénie “perdeva temporaneamente la ragione, per poi ritrovarla e votarsi interamente all’educazione del figlio” (sintetizza Ginzburg), ma la versione definitiva preferisce tacere sul prosieguo. Il primo titolo vagheggiato per il romanzo, Wann-Chlore ou la Prédestination mirava proprio a sottolineare una dimensione di fatalità della sofferenza di Eugénie e della stessa Wann-Chlore (una condizione infelice che l’autore, peraltro, sembra applicare anche a sé, come emerge da una lettera del 1822 a Madame de Berny).

Parecchi aspetti risultano degni di nota in questo curioso e fascinoso poliromanzo, nel senso che a comporlo se ne possono ravvisare almeno tre: la vicenda di provincia che vede Horace conoscere Eugénie, con godibilissimi siparietti che già preludono a La Comédie humaine (in effetti Wann-Chlore si può considerare simbolicamente l’ultimo dei “primi romanzi” che precedono la Commedia); il prequel gotico della tormentata vicenda tra Horace e Wann-Chlore, in forma di memoriale di Horace consegnato a Eugénie; i tristi sviluppi successivi nel segno delle fantasie angelicate alla Thomas Moore (soprattutto il poema The Loves of the Angels, 1823, citato di frequente). Forse l’autore, varando la versione censurata, accetterà i tagli di un oscuro collaboratore dell’editore Souverain anche per normalizzare questa struttura poco compatta: benché oggi, letto in tempi di trilogie pop, il poliromanzo Wann-Chlore non disturbi affatto i lettori. Come Alessandra Ginzburg sintetizza nella bellissima introduzione, prendendo le mosse da uno studio condotto in precedenza proprio da Mariolina Bertini, si tratta insomma di

 

un’opera plurale e sconcertante, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione narrativa, in cui le due eroine appartengono a generi letterari diversi: Wann-Chlore eroina perseguitata da mélodrame, Eugénie già personaggio del “roman de moeurs”.

 

Tra le tante questioni sottese, a colpire è comunque un certo nesso con il romanzo gotico. Abbeveratosi lungamente a letture di ambientazione romantica scozzese, Balzac ama giocare col gotico (si pensi a La Dernière Fée, 1823, ispirato a Maturin, ai racconti Il capolavoro sconosciuto, 1831, e Melmoth riconciliato, 1835, sequel quest’ultimo del Melmoth l’errante dello stesso Maturin, a certe scene della Storia dei tredici 1833-1839 o di Un tenebroso affare, 1841) e qui ne immette echi. Se l’(anti)eroe si chiama Horace come lo pseudonimo Horace de Saint-Aubin con cui Balzac si firma al tempo, potrebbe richiamare anche Horace Walpole, data la presenza nel testo di una terribile madre la cui ascendenza rimonta all’orrenda Ippolita del Castello d’Otranto, pia e insopportabile manipolatrice della figlia. Ancora, troviamo un’eroina inglese, tanto pallida da essere soprannominata “Chlora” (l’amico che la addita a Horace ne avvicinerà scherzosamente il pallore a quello di un vampiro), forse dotata di “seconda vista” come le donne della Scozia dove lei ha abitato e intende tornare; al suo sembiante spettrale si accompagnano oltretutto sentimenti romantici ed estremi, tali da renderla prefigurazione della figura tragica e limpida di Madame de Mortsauf de La Comédie humaine – destinata pure a morir giovane, di dolore – ma insieme della nemesi di lei, l’inglese Lady Arabelle Dudley (per cui Balzac può ispirarsi all’amante Frances-Sarah Guidoboni-Visconti, nata Lovell). C’è poi un vilain italiano, Annibal Salvati, “amico” traditore e maneggione dai tratti congruamente machiavellici, che appare a un certo punto “come uno spettro vendicatore” e morrà orribilmente, suicida col veleno (roba da Borgia, questi italiani…); ci sono punti dove l’atmosfera si rarefà diventando onirica e fitta di incubi, come in un romanzo gotico (l’apparizione a Horace di una donna vestita di nero che in effetti è Eugénie, la passeggiata in cui lui ode sospiri soffocati, ovviamente di lei, il suo ruolo stesso di spettro del rimorso che attanaglia Horace…). La vessatissima Eugénie anticipazione di Eugénie Grandet, ma che qui si umilierà in panni da domestica, pura come Justine, potrebbe d’altronde persino derivare il nome dai romanzi di Sade… e tutto questo senza citare il nesso tra suicidio e follia del finale in origine previsto, classici topoi gotici.

Ma gotiche sembrano soprattutto alcune dinamiche. Non solo i mascheramenti – identità o verità camuffate o celate – o i flirt con le ombre, ma in generale i toni estremi delle situazioni. Comprese quelle familiari: già, perché il gotico, fin da Walpole, è in fondo linguaggio efficace delle oppressioni e usurpazioni del mondo vecchio, nella famiglia in primo luogo.

Più passano gli anni e più mi rendo conto (con sgomento, visto che sono padre) della mole d’infelicità che i genitori possono precipitare sui figli, tanto più se di forte sensibilità: persone angariate da madri o padri frustrati & ingombranti, giovani meravigliose tormentate fino alla malattia come eroine gotiche da logiche parentali brutali, infelicità costruite goccia su goccia per egoismo, cecità, feticci come il Sacrificio (maiuscolissimo) malinteso. Persone che si son vista strappata la capacità di desiderare, che trovano ormai impedimenti psicologici a coltivare quelle attività che più desidererebbero a causa di moloch interiori eretti da chi avrebbe dovuto aiutarle a essere libere… Ecco, ci dice il gotico, questi sono i fantasmi che infestano castelli i cui corridoi e sotterranei sono il dedalo delle nostre vene e dei nostri nervi. Sorpassata l’epoca aristocratica delle monacazioni forzate, la sciagurata risponde tra le pieghe delle famiglie esemplari (tanto brave, tanto unite, tanto lodate magari nel piccolo centro…) di certa piccola borghesia.

In Wann-Chlore, emblematiche sono le figure delle “due madri” di Eugénie, alla cerniera squattrinata tra nobili e borghesi: l’orrida e ridicola Madame d’Arneuse, prima rivale civettante della figlia verso Horace, poi gonfia di pretese e di recriminazioni come suocera, sempre pronta a rimproveri ingiusti verso Eugénie e stizzosamente ripiegata sul proprio ombelico, pretendendo di essere al centro dell’universo; e la nonna, la dolce e bonaria Madame Guérin, che tuttavia non osa difendere Eugénie da una figlia frustrata e inacidita per cui stravede, dopo averla spinta a suo tempo in un matrimonio aristocratico rivelatosi rovinoso per le sostanze e gli affetti di famiglia. Peccato che, alla faccia della bontà, il mantra di obbedienza raccomandato da Madame Guérin alla nipote finisca con l’essere solo un altro volto della sua oppressione: in sostanza la predestinazione evocata nel prototitolo Wann-Chlore ou la Prédestination sembra esser fatta di una stoffa assai più sociale che metafisica, impestata di buonismo, “veri” valori e attese caricate sulle spalle dei figli. Il buono pericolosamente sprovveduto che abbandona l’eroina alla mercé del male con la sua dabbenaggine – spesso nel gotico si tratta di padri stinti e in ultimo latitanti – è una figura topica, in un genere dove le peggiori vessazioni sono perpetrate da soggetti che sfruttano sensi di colpa, rendite di posizione e pietas altrui. Sostenere che il gotico non è un genere “realistico” suona banalità: il gotico vive di estremi e di enfasi, non dipinge la realtà con pretese di mimesi naturalistica, ma attraverso le sue maschere la racconta eccome, denunciandone le falde inquinate. Wann-Chlore non è certo un romanzo gotico in senso proprio, ma la messa in scena di taluni meccanismi (ricordiamo che Balzac descrive la propria madre) ne usa il linguaggio, traghettando il tutto alla Commedia umana. Nell’Italia che conosciamo, della strombazzata crisi della famiglia (a monte di infinite tavole rotonde, geremiadi e chiacchiere) e di fenomeni ben più insidiosi nascosti sotto il tappeto, una lettura non superficiale di questo romanzo, nella forma non edulcorata appena edita, permette almeno di ripensare alcune “predestinazioni” causa di tante sofferenze.

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Un femminismo materialista è possibile https://www.carmillaonline.com/2020/10/18/un-femminismo-materialista-e-possibile/ Sun, 18 Oct 2020 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63122 di Marcella Farioli

Christine Delphy, Per una teoria generale dello sfruttamento. Forme contemporanee di estorsione del lavoro (traduzione e postfazione a cura di Deborah Ardilli), Ombre Corte, Verona 2020, pp. 155, € 13 (tr. di Pour une théorie générale de l’exploitation, Syllepse, Paris 2015).

Va considerata un evento la prima traduzione integrale in italiano di un’opera della sociologa Christine Delphy, una delle più originali pensatrici del femminismo francese, protagonista del Mouvement de libération des femmes e nel 1977 fondatrice, insieme a Nicole-Claude Mathieu, della rivista “Questions féministes”; un evento poiché Delphy, ampiamente tradotta [...]]]> di Marcella Farioli

Christine Delphy, Per una teoria generale dello sfruttamento. Forme contemporanee di estorsione del lavoro (traduzione e postfazione a cura di Deborah Ardilli), Ombre Corte, Verona 2020, pp. 155, € 13 (tr. di Pour une théorie générale de l’exploitation, Syllepse, Paris 2015).

Va considerata un evento la prima traduzione integrale in italiano di un’opera della sociologa Christine Delphy, una delle più originali pensatrici del femminismo francese, protagonista del Mouvement de libération des femmes e nel 1977 fondatrice, insieme a Nicole-Claude Mathieu, della rivista “Questions féministes”; un evento poiché Delphy, ampiamente tradotta nei paesi anglosassoni, è stata finora oggetto, in Italia, di una vera e propria rimozione.

Questa cancellazione non stupisce. Da un lato, il femminismo francese fin dagli anni ’80 è stato identificato tout court col pensiero della differenza sessuale, con il gruppo Psychanalyse et politique e con feudi accademici ben difesi da intellettuali come Cixous e Kristeva; questa cristallizzazione – validata anche dalle femministe anglo-americane – di un «French Feminism» privo della sua costola materialista, si è poi perpetuata sia nell’accademia sia nei settori militanti per un meccanismo spontaneo di riproduzione dell’identico. D’altro canto, come osserva Deborah Ardilli, autrice della postfazione del volume, questa cancellazione del femminismo materialista, che ne ha decretato l’assenza dall’editoria italiana, ha anche altre e più profonde ragioni: «più che di marginalizzazione, termine che potrebbe erroneamente indurre a pensare all’esito di un processo di selezione naturale sul mercato delle idee, meglio sarebbe parlare di resistenza attiva al paradigma materialista e, a cascata, alla possibilità di riconoscergli un’elasticità sufficiente a farlo migrare verso ambiti diversi da quello per cui era stato originariamente concepito da Marx » (p. 107).

Come vedremo, infatti, quella che Ardilli ha felicemente definito «l’eresia materialista di Christine Delphy» prevede l’applicazione all’asse del sesso di alcuni strumenti analitici marxiani nati per analizzare il conflitto capitale/lavoro. La sua opera, come e ancor più di quella di Colette Guillaumin e di Nicole-Claude Mathieu, ha così incontrato una duplice ostilità: quella del femminismo marxista, che osteggia il riuso critico delle categorie marxiane e quella del pensiero della differenza sessuale, che rifiuta la visione materialistica della storia e preferisce ancorare nel simbolico la spiegazione dei fatti sociali. La tendenza postmodernista a rifiutare le spiegazioni generali della realtà e a frantumare i rapporti sociali in una miriade di individualità eterogenee, lo slittamento del discorso relativo al genere dal piano delle strutture materiali a quello dell’immaginario e delle rivendicazioni identitarie, e infine, ad un diverso livello, l’avanzata inarrestabile del pensiero neo-liberale, accompagnato dalla sua ideologica astrazione degli antagonismi dalle cause materiali che li producono, sono tutti ostacoli che hanno frenato la ricezione italiana di Delphy.

L’irresistibile anelito a obliterare tutto ciò che nel femminismo odora di marxismo si è del resto manifestato in Italia anche sul piano storiografico nei confronti di Lotta Femminista, l’unica delle formazioni politiche femministe della seconda ondata attive nel nostro paese a mutuare i propri strumenti di analisi politica dal pensiero marxiano, applicati allo sfruttamento del cosiddetto lavoro di riproduzione. Analogamente, anche il femminismo materialista francese è stato fino ad ora espunto dal mainstream femminista italiano.

Eppure gli apporti teorici di Delphy già dagli anni Settanta si caratterizzano come una vera rivoluzione epistemologica in seno alla teoria femminista. I due contributi principali della sociologa risiedono nella decostruzione e denaturalizzazione del binarismo sessuale e nella teorizzazione del modo di produzione domestico. Le due questioni sono intimamente connesse, poiché l’eterosessualità obbligatoria, che sta alla base della divisione sessuale del lavoro, è uno strumento essenziale per il disciplinamento delle donne; ma è nello specifico la seconda questione che Delphy affronta nel volume Per una teoria generale dello sfruttamento, che rappresenta una sistematizzazione, una base per una teoria generale delle forme contemporanee di estorsione del lavoro e più in particolare dello sfruttamento del lavoro gratuito delle donne.

Nella prima parte del saggio (Da che parte attaccare la “divisione ineguale” del “lavoro familiare”), Delphy smantella con rigore argomentativo la tesi di una tendenza del femminismo marxista, secondo cui il lavoro domestico gratuito delle donne avvantaggia il capitalismo perché permette al padronato di pagare meno i lavoratori, risparmiando sui costi del mantenimento e della riproduzione della forza-lavoro. Questo modello, basato astrattamente sull’idea che i lavoratori siano tutti maschi e sposati, non regge alla prova dei fatti: poiché le donne lavoratrici non hanno una moglie, chi riproduce la loro forza-lavoro? Perché né queste ultime né i lavoratori celibi sono sovra-retribuiti per “compensare” l’assenza di una moglie che svolga lavoro gratuito per loro?
Delphy teorizza invece l’esistenza, accanto al modo di produzione capitalista, di un secondo modo di produzione, analiticamente distinto: quello domestico (o patriarcale), che opera al di fuori del meccanismo del plusvalore e che si basa sull’estorsione diretta del lavoro domestico delle donne da parte degli uomini, eufemisticamente dipinta (e, in definitiva, fraintesa) dal linguaggio corrente come “divisione ineguale dei compiti”. Con la nozione di «travail domestique» Delphy non designa solo il lavoro familiare destinato al consumo domestico («travail ménager»), ma anche il lavoro svolto gratuitamente dalle donne nelle attività economiche del marito che entrano nel sistema dello scambio. Mentre il modo di produzione capitalista avvantaggia i capitalisti, il modo di produzione domestico va a beneficio degli uomini; i due sistemi sono tuttavia imbricati, tra loro e con altri rapporti sociali, ad esempio quello di “razza”.

Per definire lo sfruttamento originato dal modo di produzione domestico, che si realizza in assenza di salario e fuori dal mercato, Delphy utilizza la categoria di “appropriazione” (coniata da Colette Guillaumin), che viene esercitata individualmente e collettivamente da parte della classe degli uomini sulla classe delle donne, in particolare nella famiglia come luogo specifico di sfruttamento. Il concetto di classe viene così applicato da Delphy ai gruppi sociali delle donne e degli uomini per designare la classificazione dicotomica dei sessi e la loro simultanea gerarchizzazione: nell’ambito del modo di produzione domestico «gli uomini, in quanto gruppo, estorcono tempo, denaro e lavoro alle donne attraverso una serie di meccanismi, ed è in questa misura che costituiscono una classe» (p. 51).

Lo sforzo teorico della sociologa – è bene ricordarlo – è lontano da un mero virtuosismo analitico, ma si salda incessantemente alla cogenza di iscrivere la teoria nel concreto e di tradurla in prassi politica nell’ottica di una trasformazione dell’esistente. È in questa prospettiva che Delphy analizza il ruolo di alcuni apparati e istituzioni che cooperano al mantenimento dell’assetto gerarchico del genere: lo Stato, il mercato del lavoro, il matrimonio, l’eterosessualità obbligatoria e si interroga sulle possibilità fattuali di combattere la ripartizione ineguale dei compiti.

Nella seconda parte del saggio (Per una teoria generale dello sfruttamento) Delphy evidenzia i limiti della teoria del plusvalore che, nata per descrivere lo sfruttamento capitalista, finisce per escludere dalla nozione di sfruttamento tutti quei rapporti sociali che non passano attraverso il salario, l’estrazione di plusvalore e il mercato – a torto ritenuto l’unico luogo dell’economico: tramite questa esclusione si cancellano «intere categorie di persone che non possiedono nemmeno la propria forza-lavoro, perché il loro status impone che questa sia già da sempre appropriata, che appartenga ad altri (…). Si tratta in primo luogo delle mogli, dei servi, degli schiavi e di altri intoccabili» (p. 87). Di queste categorie la tradizione marxista preferisce pensare che non siano soggette a una modalità di sfruttamento distinta, ma che di esse il capitalismo si avvalga per dividere la classe e imporre un sovrappiù di sfruttamento, collocando questi soggetti in fondo alla scala della classe operaia.
Come opportunamente osserva Ardilli nella postfazione, «la fede in un unico modo di produzione induce uno sdoppiamento dello sguardo che si concretizza, con risultati da capogiro, in un dualismo metodologico blindato: una spiegazione sociologicamente informata per tutto ciò che transita attraverso il mercato, da una parte, e, dall’altra parte, la ritirata discreta nell’alveo del determinismo naturale per ogni fenomeno sociale situato ai suoi margini». Si profila dunque la necessità di una teoria generale dello sfruttamento che dia conto non di una sola, ma di tutte le forme di estorsione del lavoro, astraendone i principi.

La traduzione del saggio di Delphy, rappresenta un’occasione per reimmettere nel dibattito sul genere una concezione materialistica dei rapporti sociali di sesso, per concentrare l’attenzione sul lavoro domestico come terreno di una forma di sfruttamento e di un conflitto di classe da rilanciare, per respingere l’idea dominante che, invertendo il rapporto logico e cronologico tra ideologia sessista e appropriazione materiale delle donne, identifica nella «lotta agli stereotipi di genere» e nell’«educazione alle differenze» un’illusoria via di salvezza. Per estrarre infine dal cono d’ombra in cui è celato il nesso strutturale tra lo sfruttamento delle donne all’interno del modo di produzione domestico e la violenza maschile su di esse, una violenza troppo spesso attribuita a una paradossale “crisi della mascolinità” e troppo spesso trattata come una patologia di singoli individui sulle pagine dei quotidiani e nelle aule dei tribunali. Un nesso strutturale che appare ovvio nell’ambito di altri rapporti di sfruttamento o di appropriazione, come quello capitalistico o quello schiavile, ma non nei rapporti sociali di sesso.

Il testo, caratterizzato dal rigore e dal piglio critico e pungente propri della scrittura di Christine Delphy, è offerto nell’eccellente traduzione di Deborah Ardilli, che restituisce la vis polemica dell’autrice, opera scelte linguistiche rigorose per i concetti chiave del pensiero della sociologa e nel contempo chiarifica, grazie anche all’ampio apparato di note, i riferimenti nel testo a contesti, personaggi e tendenze della politica francese. Nella sua densa postfazione Ardilli condensa i tratti pertinenti e l’originalità del pensiero delphiano in costante confronto col pensiero femminista contemporaneo, segnalandosi, come in altri suoi lavori, per l’ampiezza nella visione dei problemi e della storia delle idee.

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E’ successo un sessantotto! https://www.carmillaonline.com/2018/03/22/successo-un-sessantotto/ Thu, 22 Mar 2018 21:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44351 di Sandro Moiso

Guido Viale, il 68, Interno 4 Edizioni 2018, pp. 328, € 22,00

Dal poco che si vede sui banchi delle librerie, tutto sembra esser pronto per celebrare nel 2018 un ’68 farlocco i cui i protagonisti non sembrano più essere gli operai e i giovani, studenti o meno, che lo agitarono ma soltanto gli intellettuali, gli autori, i rappresentanti della Legge e della Kultura, gli uomini e le donne buoni per tutte le stagioni, tutti rappresentanti attuali dell’establishment politico, culturale e mediatico, con le cui noiose e perniciose testimonianze alcune riviste hanno già imbottito le pagine dedicate [...]]]> di Sandro Moiso

Guido Viale, il 68, Interno 4 Edizioni 2018, pp. 328, € 22,00

Dal poco che si vede sui banchi delle librerie, tutto sembra esser pronto per celebrare nel 2018 un ’68 farlocco i cui i protagonisti non sembrano più essere gli operai e i giovani, studenti o meno, che lo agitarono ma soltanto gli intellettuali, gli autori, i rappresentanti della Legge e della Kultura, gli uomini e le donne buoni per tutte le stagioni, tutti rappresentanti attuali dell’establishment politico, culturale e mediatico, con le cui noiose e perniciose testimonianze alcune riviste hanno già imbottito le pagine dedicate all’attuale cinquantenario di un movimento che in realtà iniziò ben prima e da ben altri lidi. Così come ha già ben sottolineato Valerio Evangelisti nei giorni scorsi proprio su Carmilla.

Per questo motivo l’attuale quarta edizione del testo di Guido Viale “Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione”, uscito per la prima volta nel 1978 per le edizioni Mazzotta, potrebbe rivelarsi utile e necessaria, considerato anche il fatto che alla stessa sono state aggiunte una nuova introduzione dell’autore, 64 pagine a colori che riproducono volantini, manifesti, opuscoli e libri dell’epoca oltre al fondamentale manifesto della rivolta studentesca “Contro l’università”, scritto da Viale e pubblicato nel febbraio di quello steso anno sulle pagine del n° 33 dei Quaderni Piacentini. Mentre per gli amanti della grafica e della memoria compare anche la ristampa (estraibile) del manifesto diffuso dal Soccorso Rosso, negli anni successivi, a difesa di Pietro Valpreda e di denuncia delle trame terroristiche di Stato, disegnato da Guido Crepax.

Guido Viale (classe 1943) vive attualmente a Milano e, dopo gli anni di militanza di cui parla nella sua nuova introduzione al testo, ha lavorato come insegnante, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente sui temi della gestione dei rifiuti, dell’ambiente, della mobilità urbana e dei migranti.
Come afferma egli stesso nell’introduzione, quello ora ripubblicato dalle Edizioni Interno 4:

“ E’ un lavoro con cui avevo cercato di “fare il punto” sul significato e la portata di quelle lotte ormai trascorse, proprio mentre prendevo congedo da dieci anni di militanza intensa e ininterrotta prima nel movimento degli studenti, poi nell’assemblea operai studenti di Mirafiori e infine nel gruppo Lotta continua. In questo libro cercavo di enucleare i contenuti ancor vivi di ciò che quei dieci anni di militanza ci avevano insegnato: erano stati una specie di “università della strada” da cui chi non vi aveva partecipato non avrebbe mai più potuto attingere gli insegnamenti che noi ne avevamo ricavato. “1

L’intento fin dalla prima edizione era infatti quello di muoversi in direzione contraria rispetto alle due strade intraprese, già a solo dieci anni di distanza, dalle commemorazioni di quell’anno e che sono sostanzialmente quelle che sembrano ancora animare gli intenti del farlocco cinquantennale di cui già si è parlato più sopra.

Da un lato si poneva , e si pone tutt’ora, il carattere formidabile di quegli anni, tutto a teso a rendere mitico l’evento collocandolo in uno spazio altro; rendendolo così non più raggiungibile né, tanto meno, utilizzabile nel contesto politico, sociale e conflittuale venutosi a determinare nei decenni successivi sia come metro di paragone sia come modello, per quanto criticabile e discutibile, di riferimento.

Dall’altro si sottolineava la deriva “terroristica” di quel movimento, finendo con l’appiattire tutte le lotte del decennio seguito al ’68 sulle scelte operate successivamente dalle numerose formazioni politico-militari che avrebbero dato vita alla lotta armata in Italia. Esperienza che, è sempre bene ricordarlo, avrebbe costituito la forma più incandescente del conflitto sociale nell’Europa occidentale e visto arruolato nelle sue file un numero incredibilmente elevato di operai, donne e giovani.

L’attuale cinquantenario, che per giunta incrocia il quarantennale del rapimento Moro messo in atto dalle Brigate rosse nel 1978, sembra rimarcare ancora con forza questo secondo aspetto con affermazioni che lasciano di stucco, soprattutto per la loro superficialità e per l’intrinseco e deviante negazionismo storico sulle responsabilità dello Stato, e dei suoi apparati militari e polizieschi oltre che partitici, nel perseguimento di un’autentica strategia del terrore a partire dall’autunno del 1969 e dalla strage di piazza Fontana in poi.

Basti citare, come esempio di ciò, la recente affermazione dell’attuale premier in stato di animazione sospesa che il 16 marzo di quest’anno ha affermato come l’azione delle Brigate rosse di quarant’anni fa abbia costituito “il più grave attacco alla Repubblica”.2 Un’affermazione che da sé basterebbe mostrare la falsità dell’antifascismo ostentato, per soli fini di convenienza elettorale, dalle forze di governo e della “sinistra” istituzionale prima della recente chiamata alla urne.

Sia il testo che le due interviste all’autore, che lo accompagnano in appendice, esprimono invece

“un modo di contrapporre a quelle opposte visioni il nucleo essenziale di un possibile recupero dello spirito del ’68 in un contesto storico e sociale completamente cambiato<. In tutti i sensi, un’altra epoca”.3

Ciò che costituì invece, secondo Guido Viale, l’essenza del ’68, fu una sorta di globalizzazione delle lotte a livello internazionale e dal “basso” che ebbe inizio a partire, sempre nel giudizio dell’autore, da un carattere unificante a livello mondiale:

“la lotta contro tutte le gerarchie, dentro tutte le istituzioni che le consolidano e le legittimano: famiglia, Università, scuola, fabbrica, pubblica amministrazione, ospedali (compresi, importantissimi allora, quelli psichiatrici), tribunali, carcere, forze armate, quartieri e strutture urbanistiche”4

La riflessione ebbe inizio a partire da quelli che sarebbero poi stati i due poli trainanti dello scontro su scala globale: la fabbrica e la scuola. Qui in Italia fin dai primi mesi, ma forse già anche prima, di quell’anno venivano al pettina alcuni nodi fondamentali di quel boom economico di cui tanto si parlava ma che aveva al suo centro una forte migrazione interna, salari e tempi di lavoro vergognosi e una riforma della scuola media che dal 1963 sembrava aver aperto le porte dell’ascensore per l’emancipazione sociale anche per le classi meno abbienti. Sembrava, appunto, poiché fin dalle prime occupazioni di palazzi universitari e scuole la riflessione degli studenti in rivolta poteva:

“constatare come scuola e istruzione non offrissero né garantissero più alcun riscatto, alcune vera emancipazione, alcune prospettiva di una vita più libera e soddisfacente; facendo così crollare sotto di sé tutte le altre gerarchie: dalla fabbrica alla pubblica amministrazione e a tutto ciò cui i saperi impartiti all’Università avrebbero dovuto fornire una legittimazione.”5

Ma anche se Viale fu tra i protagonisti dell’occupazione di Palazzo Campana a Torino, che dal 27 novembre 1967 avrebbe contribuito ad infiammare gli altri atenei italiani e anticipato il maggio francese, sono la fabbrica e la trasformazione dei rapporti sociali, politici, lavorativi e di potere tra operai ed operai, tra lavoratori e sindacati, tra militanti politici e partiti e tra dipendenti ed aziende a costituire il “core” dl libro e sostanzialmente degli avvenimenti del decennio che seguì al ’68.

Nelle inchieste che i giovani universitari e gli studenti iniziavano a far circolare tra i lavoratori delle aziende torinesi ciò che risaltava maggiormente era l’odio per il lavoro. Si parlava di «lavoro forzato; fa schifo; abbondante e poco retribuito; siamo carcerati come un innocente in carcere; [la Fiat] un campo di concentramento per anime bisognose; che il lavoro nobilita l’uomo, ma la Fiat lo fa schiavo; se penso al mio lavoro non lavoro più» e così via6

E’ l’inizio dell’autonomia operaia destinata a travolgere organizzazione del lavoro, rapporti sindacali, partiti istituzionali e gerarchie aziendali. Viale cita dai verbali di assemblee operaie di Mirafiori, all’epoca pubblicati dalla Monthly Review nel 1969):

“Io credo – è la relazione introduttiva di un operaio di Mirafiori –che al di là dell’importanza oggettiva che le lotte autonome hanno nei confronti della produzione, che sono riuscite a bloccare, il vero successo di queste lotte sta nel fatto che oggi gli operai della Fiat sono molto aperti a confrontare le loro idee, a discutere; nel fatto che qui oggi si possa discutere di tutti i problemi che ci riguardano […] Questi sono i nostri passi avanti decisivi; l’aver portato la lotta all’interno della fabbrica. Ognuno di noi sa che la fabbrica è il posto dove tutti i giorni siamo uniti, ma solo per produrre ed essere sfruttati. I ritmi di lavoro, le condizioni generali di lavoro, i ricatti della polizia padronale ci impediscono spesso addirittura di parlarci […] Ma se per il padrone la fabbrica deve funzionare così, per gli operai diventa, al contrario, il luogo dove costruiscono la loro unità non per produrre ma per lottare, per discutere insieme , per organizzarsi. La Fiat, che non è solo la più grande fabbrica italiana , ma anche il più schifoso campo di concentramento, in questi giorni è trasformata dalle fermate, dai cortei, dalle assemblee, dalla forza degli operai che hanno mandato al diavolo la divisione e la paura […] Siamo noi ora a decidere non solo della forma della lotta, ma anche dei suoi obiettivi, del modo di guidarla, di organizzarla, di estenderla. E questa è la cosa che fa paura ai sindacati e ai padroni […] La produttività è un problema dei padroni; il salario è un problema degli operai […] Nessun operaio si illude più. Il sindacalista vantava la Fiom gloriosa del ’48, ma oggi siamo nel ’69. Sono passati ventuno anni, l’operaio è maggiorenne e non ha più bisogno dei sindacati”.7

Il discorso potrebbe continuare a lungo e il testo fornisce elementi ed argomenti in abbondanza, ma prima di chiudere questa breve sintesi occorre ricordare un altro importante elemento di crescita politica e culturale che il ’68 portò con sé e che continua ancora ai nostri giorni a cozzare con le interpretazioni dei fatti di quegli anni e, ancora di oggi come abbiamo potuto vedere prima: la nascita della controinformazione.

L’autore sottolinea così il ruolo che essa ha avuto fin dagli esordi, promossa e sviluppata dalle organizzazioni di quella che sarebbe poi stata definita sinistra rivoluzionaria:

“proprio partire dalla denuncia della matrice statuale e fascista e delle finalità eversive della strage di Piazza Fontana e dell’assassinio di Pino Pinelli. A distanza di anni, quella denuncia inizialmente isolata e snobbata si è dimostrata esatta, sia storicamente che fattualmente; ma ritengo anche che abbia avuto un ruolo decisivo nello sventare il disegno sotteso alla strategia della tensione. Se per molti anni […] gli istituti basilari della democrazia parlamentare sono stati in qualche modo salvaguardati è grazie all’impegno straordinario in questo campo dei militanti «rivoluzionari» di allora; e non certo per merito della magistratura e meno che mai delle cosiddette forze dell’ordine; né grazie all’atteggiamento compiacente, quando non complie, della maggior parte delle forze politiche che sedevano – e siedono ancor oggi, mutate le vesti – in Parlamento”.8

Come si vede, dunque, un’ottima ed incisiva lettura per iniziare seriamente le celebrazioni del cinquantennio senza sommergere la memoria nel ridicolo, nello spettacolo e nella retorica. Anzi…


  1. Viale, il 68, pag. 7  

  2. Si veda repubblica.it del 16 marzo 2018  

  3. Viale, op.cit. pag. 8  

  4. Viale pag. 9  

  5. Viale, pag. 9  

  6. Viale, pag. 198  

  7. Viale, pp. 202 – 205  

  8. pag. 10  

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Madri assassine, responsabilità sociali e strategie di distrazione di massa https://www.carmillaonline.com/2017/02/09/36152/ Wed, 08 Feb 2017 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36152 di Gioacchino Toni

COVER_fariello-madri-assassineSara Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016, pp. 106, € 8,00

Madri assassine di Sara Fariello affronta la questione del figlicidio mettendo in evidenza come, al di là della morbosa attenzione dell’opinione pubblica alimentata dai media, i processi di stigmatizzazione e di criminalizzazione della donna nel ruolo di madre assassina risultino «funzionali al mantenimento e al rafforzamento di un sistema che, da un lato, smantella il Welfare e le garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e, dall’altro, tende ancora – o di [...]]]> di Gioacchino Toni

COVER_fariello-madri-assassineSara Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016, pp. 106, € 8,00

Madri assassine di Sara Fariello affronta la questione del figlicidio mettendo in evidenza come, al di là della morbosa attenzione dell’opinione pubblica alimentata dai media, i processi di stigmatizzazione e di criminalizzazione della donna nel ruolo di madre assassina risultino «funzionali al mantenimento e al rafforzamento di un sistema che, da un lato, smantella il Welfare e le garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e, dall’altro, tende ancora – o di nuovo – ad estromettere le donne da alcuni ambiti per relegarle, dopo i movimenti di liberazione ed emancipazione degli anni ’70, nel ruolo di “buone madri”» (p. 11).

Nel saggio i figlicidi vengono affrontati con un’ottica sociologica che sposta lo sguardo dalla prospettiva individuale di ogni singola figlicida alla società ed alle sue responsabilità. «I figlicidi rappresentano qui solo un “pretesto” per parlare di soggettività femminili, crisi del Welfare e diritti negati in un’epoca che stiamo imparando a definire “post-patriarcale” o “neo-patriarcale”» (p. 13). Con il termine “post-patriarcale” la studiosa fa riferimento ad un contesto trasformato dalle conquiste e dalle libertà femminili che permettono alle donne di accedere alla sfera pubblica ed al mondo del lavoro, mentre con il termine “neo-patriarcale” si riferisce al ritorno del patriarcato sotto nuove spoglie. «La femminilizzazione del mondo del lavoro e dello spazio pubblico, infatti, non corrisponde ad un reale rafforzamento del ruolo della donna, ma ad un’ulteriore fase del processo di sfruttamento delle risorse femminili, operato da un sistema che alterna vecchi registri misogini alla capacità di appropriarsi delle abilità femminili per piegarlo ai suoi fini. In questo contesto, la libertà femminile diventa una nuova forma di schiavitù rispetto ai valori consumistici del neo-liberismo e rispetto ai dispositivi utilizzati per gestire pubblicamente le soggettività» (p. 13).

La studiosa si sofferma sulla distinzione tra infanticidio e figliocidio. Nel primo caso ci si riferisce all’uccisione del neonato subito dopo il parto e se tale fenomeno in passato veniva legato a gravi situazioni di emarginazione, ignoranza e precarietà economica, oggi, nelle società occidentali, tende ad essere letto come reato commesso dalle giovani madri, spesso non sposate che presentano fenomeni di “negazione della maternità” tanto che il parto sovente giunge del tutto inaspettato. L’infanticidio in alcune società antiche è incoraggiato dai valori culturali e dalla legislazione. Il figlicidio rappresenta invece, per certi versi, un caso più complesso ed avviene solitamente dopo il primo anno di età, quando tra madre e figlio si è già stabilita una precisa relazione di affetto ed accudimento.

«La tendenza ad attribuire alla donna che uccide i propri figli delle limitate capacità mentali […] non è solo propria del discorso giuridico ma, più in generale, riguarda il modo “comune” di accostarsi al fenomeno, ed è questo forse il motivo per cui la tematica in questione è stata sempre studiata e analizzata dal punto di vista della psichiatria e della criminologia. Si tratta di un discorso stereotipato, fondato su una rappresentazione culturale della donna che la vede completamente incapace di uccidere e di esprimere una tale violenza fisica se non per cause psicopatologiche. Sembra sia questo l’unico modo di reagire allo sgomento provocato dall’irruzione nel nostro immaginario, che tende ad attribuire alla maternità un valore assoluto, di immagini di violenza e di brutalità sui propri bambini da parte di donne in apparenza “normali”» (p. 24).

Tale tipo di omicidio non può essere spiegato ricorrendo all’idea che sia determinato dalla “pazzia” o da un “raptus”. Solitamente il figlicidio è preceduto da situazioni ricorrenti che, soprattutto in Italia, sembrano scarsamente ricevere la giusta attenzione da parte non solo di medici ed assistenti sociali ma anche, e soprattutto, della famiglia. Esiste una “responsabilità sociale” alla base di tali tragedie che, secondo la studiosa, è stata sino ad ora scarsamente indagata e troppo spesso si sorvolano le responsabilità di politiche che stanno progressivamente smantellando il Welfare. La precarizzazione dei rapporti di lavoro e la mancanza di reti sociali solidali rendono la vita delle donne-madri particolarmente difficile. «Esistono forse oggi condizioni sociali che favoriscono l’esplosione della tragedia: molte giovani coppie entrano in crisi proprio con l’arrivo del primo figlio poiché la trasformazione dei ritmi e delle abitudini di vita che la nascita di un bambino provoca – perdita dell’intimità e del tempo libero, cambiamenti legati alla sfera psico-fisica – s’intrecciano a condizioni di difficoltà economica e precarietà occupazionale» (p. 31). Inoltre, sottolinea la studiosa, la maternità acuisce l’ineguaglianza all’interno della coppia.

Pur avendo perso smalto rispetto al passato, la “mistica della maternità” fatica ad essere considerata parte delle grandi costruzioni politiche e culturali della “civiltà dell’uomo”. Secondo la studiosa per riportare l’infanticidio alla “normalità” occorre che questo sia contestualizzato all’interno delle trasformazioni della vita privata e pubblica ed occorre indagare la percezione che una donna ha di se stessa e del mondo. È forse possibile immaginare che nelle madri-assassine si manifestino i segnali di una società in profonda crisi: «un senso di soffocamento all’interno di contesti familiari e sociali frustranti, di meccanismi percepiti come privi di senso come terribilmente vincolanti delle aspirazioni personali; inoltre, un vivo senso d’inadeguatezza rispetto a ruoli sempre più performanti, nella vita professionale come in quella affettiva. Una società, basata ancora sulla divisione sessuale dei ruoli, in cui non è prevista nessuna responsabilità o modalità collettiva per il soddisfacimento (non alienante) dei bisogni, ma che ha (ri)collocato tale soddisfacimento all’interno dei rapporti affettivi più importanti: dentro e fuori la famiglia, alla donna viene chiesto di soddisfare e riconoscere il bisogno altrui, vecchi, malati, bambini e maschi adulti, nella misura in cui le si impedisce di riconoscere il proprio. Viviamo d’altronde in una fase storica e sociale nella quale le donne sono continuamente sotto pressione in casa come nel mondo del lavoro: da un lato, esse sono un “bacino strategico” per il capitalismo flessibile e cognitivo che “mette a valore” le attitudini comunicative, relazionali e di cura che si considerano tradizionalmente “femminili” in ragione del loro ruolo riproduttivo, dall’altro esse vivono e sperimentano condizioni di precarietà sempre peggiori […] Di fronte alle “richieste” sempre più pressanti di un sistema economico e lavorativo che pretende partecipazione, disponibilità infinita di tempo e risorse, anche in assenza delle tutele minime, le donne sono spesso costrette a indietreggiare per poter preservare la sfera privata degli affetti» (pp. 38-39).

Fariello, dopo aver spiegato come il “post-patriarcato” contemporaneo sia caratterizzato da un “patriarchismo di ritorno” che determina una “maternità intrappolata dal politicamente corretto”, nel Secondo capitolo del saggio passa in rassegna la figura della madre nella riflessione femminista a partire dalle considerazioni di Simone de Beauvoir di metà Novecento, passando per il pensiero della differenza, sino ad affrontare le proposte che mettono in discussione l’idea di una soggettività femminile unitaria e che vedono la costruzione sociale e discorsiva dell’identità soggettiva come il risultato della combinazione del “genere” con altri assi di differenza (razza, classe sociale, orientamento sessuale…).

modello femminile 005Nel Terzo capitolo vengono analizzati i “Processi di stigmatizzazione nella società sessista”. A lungo le teorie sulla delinquenza hanno ragionato sul divario tra il tasso di delinquenza maschile e quello femminile a partire dalla subalternità sociale femminile e dalla presunzione di un’inferiorità biologica ed intellettuale della donna giungendo così, di fatto, a concepire le donne come “naturalmente incapaci di condotte autonome”, dunque anche di atti di devianza. Nelle teorie della criminalità femminile elaborate nel corso degli anni Settanta del Novecento, si individua nel “genere” una variabile per comprendere la devianza e l’aumentata propensione delle donne all’atto criminale viene ricollegato al processo di emancipazione femminile: sarebbe l’accesso della donna a ruoli in società solitamente maschili a comportare un suo maggior coinvolgimento in attività illecite.

Dunque, sostiene Fariello, «se volessimo leggere il probabile aumento dei reati legati al figlicidio materno all’interno di tali prospettive teoriche, potremmo affermare che il motivo per il quale le donne compiono reati strettamente legati alla propria condizione biologica è che esse sono sostanzialmente relegate in un ambito familiare; se, al contrario, fossero maggiormente coinvolte nella società e occupassero posizioni rilevanti anche nel mondo del lavoro, con ogni probabilità commetterebbero più crimini tradizionalmente “maschili” quali la frode, i furti, la truffa o i reati dei “colletti bianchi”. È, dunque, proprio l’ambito familiare, lo scenario d’elezione del crimine femminile in ragione del “ruolo” assegnato alla donna nell’ambito della vita domestica: essa è, da un lato, vittima della violenza maschile, e dall’altro, artefice di altre violenze» (pp. 80-81).

Il femminismo radicale «sottolinea l’importanza dei meccanismi di “costruzione” sociale della devianza occupandosi dei modi in cui il sistema economico capitalista favorisce e produce l’oggetto “criminalità” attraverso la creazione di una società maschilista e patriarcale caratterizzata dal dominio degli uomini sulle donne (qui, dunque, l’aspetto del crimine scivola in secondo piano). Il maschilismo definisce il valore di una donna in relazione alla famiglia e conferisce agli uomini il controllo sulla riproduzione. In questa prospettiva, la liberazione delle donne dal dominio maschile, attraverso l’acquisizione di nuove consapevolezze e il controllo sul proprio corpo, non provocherebbe un aumento dei tassi di criminalità femminile ma, al contrario, faciliterebbe sia la riduzione dei reati commessi dalle donne, sia un calo della violenza maschile sulle donne. Di conseguenza, è possibile ipotizzare che anche i reati di “figlicidio”, così come quelli di “femminicidio”, tenderebbero a diminuire se le relazioni sociali e familiari si ristrutturassero intorno ad un modello diverso» (p. 83).

Statisticamente i crimini commessi dalle donne sono soprattutto contro il patrimonio e ben raramente si tratta di omicidi. Nonostante ciò i delitti “al femminile” che ottengono le prime pagine dei giornali e la ribalta televisiva sono quelli contro la persona, in tal modo «viene confermato e si riproduce lo stereotipo culturale (nel quale si riflettono gli assunti della criminologia positivista e delle teorie biologiche) che rappresenta la donna come un essere incapace di violenza e, nel caso di devianza, come biologicamente anormale, come una “malata” o una “pazza” da curare o allontanare dalla società» (p. 86).

Fariello sottolinea come «gran parte dei figlicidi sembra essere compiuto dai padri, ma tali delitti vengono spesso classificati come stragi familiari o suicidi allargati poiché gli uomini uccidono spesso, insieme ai figli, anche le proprie mogli e compagne. Gli omicidi in famiglia, cioè, sono equamente distribuiti tra uomini e donne e quindi non è vera l’affermazione per la quale le madri uccidono di più. La differenza è che i padri tendono ad uccidere figli più grandi a causa dei contrasti e dei conflitti familiari. Uccidono di meno i bimbi piccoli perché hanno un ruolo diverso da quello delle madri e non li percepiscono come una propaggine di se stessi, una parte da eliminare» (pp. 86-87). Perché allora non esiste la figura del “padre assassino”? Perché l’uccisione di un figlio da parte di un padre non provoca lo stesso stupore che si riscontra quando è una madre ad uccidere?

La parte conclusiva del saggio è in buona parte dedicata alle modalità con cui i media affrontano i casi di “madri assassine” ed a tal proposito la studiosa insiste sul ruolo di “distrazione di massa” svolta soprattutto dal mezzo televisivo. «È come se la “televisione del crimine” – c’è chi ha parlato di “televisione assassina”– sostituisse la televisione dell’informazione e dell’inchiesta sociale, dal momento che si riducono gli spazi concessi ad altri tipi di notizie, come quelle riguardanti la crisi economica. In altri termini si potrebbe affermare che la “questione criminale” soppianta la “questione sociale” anche nelle dinamiche mass-mediatiche delle società post-fordiste. L’ipotesi che si fa strada è che questi meccanismi non rispondano solo ad esigenze di “commercializzazione”, ma siano utilizzati anche per orientare l’attenzione dell’opinione pubblica in un senso piuttosto che in un altro, con modalità e tecniche discorsive che “distraggono” i cittadini-telespettatori e che, spesso, confondono le idee» (p. 89).

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