ENI – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 27 Oct 2026 23:10:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 27 – Crisi europea, guerra, riformismo nazionalista e critica radicale dell’utopia capitale https://www.carmillaonline.com/2025/01/02/il-nuovo-disordine-mondiale-27-crisi-del-capitale-guerra-riformismo-nazionalista-e-critica-radicale-dellesistente/ Thu, 02 Jan 2025 21:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86178 di Sandro Moiso

“Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data” (Etienne De La Boétie. Discorso sulla servitù volontaria, 1548-1552)

E’ davvero straordinario come l’attenzione alle trasformazioni reali del mondo e dei rapporti economici e sociali che le sottendono finisca col nascondere troppo spesso il fatto che anche il capitalismo non è altro che il frutto di un’utopia. Dimenticando così che, come tutte le utopie, anche quella attualmente ancora predominante può essere negata e rovesciata [...]]]> di Sandro Moiso

“Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data” (Etienne De La Boétie. Discorso sulla servitù volontaria, 1548-1552)

E’ davvero straordinario come l’attenzione alle trasformazioni reali del mondo e dei rapporti economici e sociali che le sottendono finisca col nascondere troppo spesso il fatto che anche il capitalismo non è altro che il frutto di un’utopia. Dimenticando così che, come tutte le utopie, anche quella attualmente ancora predominante può essere negata e rovesciata nel suo contrario.

Un’utopia che, per quanto “concreta” e già interagente nella Storia, ha, come qualsiasi altra, la necessità di delineare dei piani e delle prospettive di perfezionamento e realizzazione del proprio sogno di un mondo ideale. In cui, però, la perfezione corrisponde alla massimizzazione dei profitti e dello sfruttamento della forza lavoro a favore dell’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta da parte di pochi.

Per questo motivo, per giungere alla critica radicale di quella che Giorgio Cesarano1 definiva l’”Utopia capitale”, è sempre utile leggere e interpretare le voci dei suoi difensori, motivo per cui può rendersi necessaria la lettura di un articolo di Matthew Karnitschnig, Europe’s Economic Apocalypse, pubblicato su «Politico» a fine dicembre.

Karnitschnig è un giornalista che ha lavorato come redattore per Bloomberg, Reuters e Business Week, per poi trasferirsi al «Wall Street Journal» e diventare in seguito capo dell’ufficio tedesco dello stesso quotidiano finanziario, con sede a Berlino. Con il lancio della filiale europea del portale statunitense «Politico» con il gruppo Axel Springer nel 2015, è diventato capo dell’ufficio tedesco di Politico.eu. Per precisione è qui giusto ricordare che «Politico» è un quotidiano on line fondato negli Stati Uniti nel 2007, diventato in breve tempo uno dei media più importanti della politica di Washington e successivamente acquisito nel 2021 dalla Axel Springer Verlag.

In tale articolo Matthew Karnitschnig si accontenta, per così dire, di tracciare il ritratto di una crisi economica europea che definisce giustamente come apocalittica e che in gran parte dipende dalle differenti scelte fatte dall’economia americana rispetto a quella europea nel corso degli ultimi decenni.

Prima di iniziarne la lettura è però sempre meglio ricordare che già Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito comunista (1848), avevano colto nel capitalismo la sua capacità fondamentale di unificare il mercato mondiale. Ciò che allora era ancora un fenomeno destinato a concentrare nelle mani del capitale europeo, inglese soprattutto, una parte considerevole della ricchezza mondiale, oggi è diventato normale, coinvolgendo un maggior numero di attori nella competizione per l’accaparramento dei mercati e della ricchezza planetaria. Così, mentre tutti si affannano ancora a disquisire sulla fine o meno della globalizzazione, occorre ricordare che Engels in un suo testo tardivo aveva individuato nello sviluppo capitalistico cinese il momento culminante nella marcia espansiva del capitalismo e Rosa Luxemburg, proprio nel suo testo L’accumulazione del capitale (1913), aveva colto i precisi limiti del mercato mondiale e la necessità dell’imperialismo come fase della concorrenza spietata tra i differenti capitalismi nazionali, obbligati proprio da questa ad abbattere ogni confine di carattere nazionale sia fuori che dentro casa.

L’uso intensivo del termine globalizzazione, purtroppo, ha nascosto da qualche decennio a questa parte queste semplici scoperte vecchie più di un secolo, per dipingere una situazione di novità che di tal fatta non porta con sé proprio nulla. Compreso l’uso smoderato degli strumenti finanziari per compensare le difficoltà e i ritardi di un’accumulazione contesa ormai fra troppi player.

Se negli anni Novanta, infatti, la globalizzazione era sembrata lo strumento più avanzato del controllo del capitalismo occidentale sul resto del mondo, appare ora chiaro che, come aveva affermato Giulio Tremonti sulla rivista «Aspenia» già allora, la miseria delle buste paga dell’Oriente non soltanto europeo ha finito col rientrare nelle buste paga dell’Occidente. Ovvero il basso costo del lavoro in tanta parte del mondo, e soprattutto in alcuni dei paesi più industrializzati posti al di là dei confini dell’Occidente (Cina e India per esempio), ha finito col rendersi necessario anche là dove per una breve occasione storica, la seconda metà del XX secolo, la classe operaia e i lavoratori in genere avevano potuto usufruire di alti salari e notevoli garanzie di carattere sociale.

Alla fine del secondo conflitto mondiale erano stati proprio gli Stati Uniti a premere sull’Europa affinché fosse realizzato un sistema di welfare utile a stabilizzare i rapporti tra le classi per abbassare la conflittualità sociale e aumentare i consumi interni, in un momento in cui prima della ripresa europea e italo-tedesca in particolare a seguito delle ricostruzioni post-belliche, gli Stati Uniti rappresentavano, con i loro stabilimenti intonsi, la fabbrica del mondo, sia per quanto riguardava i consumi materiali che per quelli immateriali (cinema, spettacolo, musica, etc.).

Sfuggivano a questo schema, certo, i paesi dell’Europa orientale o del cosiddetto «socialismo reale» in cui però le garanzie sociali erano accompagnate da una produttività lavorativa bassa e rivolta più alla produzione di beni legati alla produzione di beni e a quella dell’industria pesante, che non alla produzione e al consumo di massa, strumenti invece indispensabili per la costruzione di una comunità basata sui principi dell'”utopia capitale” (qui). Il tutto aggravato da una spesa militare molto elevata per poter mantenere paritari i rapporti di forza con l’Occidente all’interno della Guerra Fredda o presunta tale.

Sono quelli che gli storici dell’economia chiamano i «Trenta ruggenti», gli anni che vanno dal 1945 al 1975 e che vedono il capitale occidentale, europeo e nordamericano, dominare la scena economica mondiale. Anni in cui la protesta operaia e le lotte sociali, per quanto combattive, potevano ancora essere accontentate nelle loro richieste di fondo. Sia che si trattasse di miglioramenti sul piano lavorativo e salariale che su quello, formale, dei diritti.

Anni in cui i partiti di sinistra, almeno in Occidente e in Europa in particolare, poterono immaginare di governare il corso degli eventi socio-economici e politici insieme a quelli di centro e centro-destra, spingendo per soluzioni socialdemocratiche condivise con i partiti centristi e di carattere repressivo nei confronti dell’estremismo di sinistra. Il tutto con il corollario di un’estrema destra che tornava svolgere il ruolo di arma di riserva per mantenere al loro posto le spinte più estreme in direzione del rinnovamento.

Questo quadro, qui estremamente semplificato per ragioni di spazio e tempo, si incrinò a partire dalla metà degli anni Settanta, quando le vittorie delle lotte anticoloniali iniziarono a ridurre non tanto l’influenza dell’imperialismo occidentale sul resto del mondo quanto, piuttosto, le entrate e i sovrapprofitti di cui anche la classe operaia occidentale aveva potuto usufruire grazie al basso costo delle materie prime e del plusvalore massicciamente estorto in altre parti del globo o in paesi ancora non del tutto autonomi nel loro rapporto con il centro dell’accumulazione mondiale.

Primo momento in cui, come adesso2, gli Stati Uniti iniziarono ad approfittare di una crisi energetica, allora principalmente petrolifera, di cui a fare le spese fu, ancora una volta come ai nostri giorni, l’Europa occidentale nel suo insieme, sprovvista com’era di materie prime come gas e petrolio. Materie intorno alle quali lo scontro tra i teorici di un’autonomia energetica europea e dipendenti e rappresentanti delle Sette sorelle si era fatto particolarmente virulento e non soltanto sotterraneo se si pensa all’eliminazione dell’italiano Enrico Mattei. Fondatore dell’ENI e promotore di accordi con l’Algeria, appena giunta all’indipendenza, per il suo gas e il suo petrolio.

Sette sorelle fu una definizione coniata proprio da Enrico Mattei, per indicare le compagnie petrolifere che formavano il Consorzio per l’Iran e che dominarono la produzione petrolifera mondiale dagli anni 1940 sino alla cosiddetta crisi del 1973. La nascita delle Sette sorelle può essere fatta risalire alla firma degli accordi di Achnacarry siglati nel 1928 fra i rappresentanti delle compagnie petrolifere Royal Dutch Shell, Standard Oil of New Jersey (poi Exxon) e la Anglo-Persian Oil Company (APOC, diventata poi British Petroleum), cui si aggiunsero in seguito: Mobil, Chevron, Gulf e Texaco. E fu proprio questo l’accordo che Mattei osò sfidare, pagandone le conseguenze il 27 ottobre 1962, in un incidente aereo dalle modalità mai sufficientemente chiarite, ma in cui furono probabilmente coinvolti servizi segreti francesi e anglo-americani.

A far precipitare la situazione era stata la decisione dell’Eni di riconoscere ai paesi produttori di petrolio del Nord Africa e del Vicino Oriente il 75 % anziché il 50 % delle royalty. Oltre a intaccare i profitti delle Sette sorelle, l’iniziativa configurava una politica estera italiana conflittuale col Paese guida dell’Occidente e cogli stessi equilibri determinati dalla seconda guerra mondiale. Nei progetti dell’imprenditore l’Italia, povera di materie prime e privata delle colonie, avrebbe dovuto ricostituire una propria zona d’influenza nel bacino del Mediterraneo, cioè in un’area che Usa, Gran Bretagna e Francia consideravano di loro esclusiva pertinenza. Mentre, a partire dal 1958, Mattei aveva proceduto all’acquisto di ingenti quantitativi di petrolio sovietico.

Tutte scelte rispetto alle quali il Dipartimento di Stato USA aveva risposto bollando la politica energetica dell’Eni come neutralista, terzomondista e incubatrice di sentimenti anticoloniali e anti occidentali. A far precipitare la situazione concorsero, da ultimo, l’appoggio accordato da Mattei a un progetto di lega fra alcuni paesi arabi del Nord Africa, un suo possibile incontro con esponenti libici interessati a detronizzare re Idris e a concedere all’Eni i diritti di ricerca petrolifera detenuti da società americane, e un incontro coi governanti algerini in calendario per i primi di novembre[ del 1962. In particolare quest’ultimo era visto con particolare preoccupazione dalla Francia che, con gli accordi di Evian del 18 marzo 1962, riteneva di essersi assicurata l’esclusiva degli idrocarburi algerini.

Chiuso, a solo titolo di esempio degli scontri inter-imperialistici per il controllo delle materie prime, il capitolo Mattei, occorre ritornare a quello che è il motivo di fondo di questa riflessione ovvero l’analisi della situazione economico-politica attuale e le sue possibili conseguenze di classe. In America e in Europa. Europa che, come ai tempi di Mattei, non ha visto diminuire affatto le sue divisioni e dispute nazionali e imperiali, ma che comunque ha perso molte chance di rendersi indipendente dall’azione statunitense.

Due destini interni, prima di tutto, all’Occidente, che come stringhe di un DNA politico ed economico si avvolgono l’una all’altra senza soluzione di continuità e senza altra soluzione che un collasso di una delle due parti o dell’Occidente intero. Da qui le differenti analisi, per impostazione politica e scopi, che ne scaturiscono. Spesso accomunate, però, dal sentore di una crisi cui l’unica uscita sembra essere quella di una guerra allargata (su scala mondiale).

Una prospettiva, quest’ultima, che prevede il coinvolgimento delle classi meno abbienti, di quella media impoverita e di quella operaia, nel nazionalismo guerriero, che si promette unico capace di difenderne gli interessi, in un mondo di cui l’Occidente ha contribuito ad abbattere i confini. Così da spingere, con le differenti forme di populismo nazionalista a ristabilire i privilegi perduti. Sia che si tratti della classe operaia che ha votato per Trump, sia delle simpatie di un parte della stessa nei confronti dei populismi e dei partiti di destra in Europa. Dove, occorre ricordarlo sempre, il semplice coinvolgimento della stessa classe negli ideali del nazionalismo populista o fascista, non significa che questi siano rivendicabili anche a sinistra oppure interpretabili come manifestazioni politiche di ripresa della lotta di classe. Come sintomi del disagio, sia negli USA che in Europa, sicuramente ma non come base per possibili future alleanze.

Da questo punto di vista l’articolo di Matthew Karnitschnig è efficace nel rivelare il piano del capitale, in tutta la sua possibile spietatezza, e vedremo subito il perché, tralasciando le minacce dell’amministrazione Trump, che pure aprono l’articolo di Karnitschnig, e concentrando l’attenzione su ciò che l’analista espone con ferrea lucidità.

Sfortunatamente, Trump è solo un sintomo di problemi molto più profondi. Anche se l’UE è concentrata su Trump e su ciò che potrebbe fare in futuro, quando si tratta dell’economia europea, non è lui il vero problema. In definitiva, tutto ciò che sta facendo con le sue persistenti minacce tariffarie e la sua ampollosità sta alzando il sipario sul traballante modello economico europeo. Se l’Europa avesse una base economica più solida e fosse più competitiva con gli Stati Uniti, Trump avrebbe poca influenza sul continente.
Il grado in cui l’Europa ha perso terreno rispetto agli Stati Uniti in termini di competitività economica dall’inizio del secolo è mozzafiato. Il divario nel PIL pro capite, ad esempio, è raddoppiato oppure, secondo altri parametri, è aumentato del 30%, principalmente a causa della minore crescita della produttività nell’UE. In parole povere, gli europei non lavorano abbastanza. Un dipendente tedesco medio, ad esempio, lavora più del 20% in meno rispetto ai suoi colleghi americani.
Un’ulteriore causa del calo della produttività in Europa è l’incapacità delle imprese di innovare.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le aziende tecnologiche statunitensi, ad esempio, spendono più del doppio di quanto spendono le aziende tecnologiche europee in ricerca e sviluppo. Mentre le aziende statunitensi hanno registrato un aumento della produttività del 40% dal 2005, la produttività della tecnologia europea è rimasta stagnante. […] “L’Europa è in ritardo nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura”, ha detto Christine Lagarde nel suo discorso a Parigi. È un eufemismo. L’Europa non è solo in ritardo, non è nemmeno in gara. [poiché] è rimasta molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. L’Europa non ha mai raggiunto il suo obiettivo di spendere il 3% del PIL in ricerca e sviluppo, il principale motore dell’innovazione economica. In effetti, la spesa per tale ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ancorata a circa il 2%, più o meno dove era nel 2000. [Così] gli investimenti dell’Europa in ricerca e sviluppo “non sono solo troppo pochi, ma una quantità considerevole sta fluendo nelle aree sbagliate”3.

Alcuni lettori potrebbero a questo punto storcere il naso di fronte a quello che lo scomparso Emilio Quadrelli avrebbe definito come una sorta di “determinismo economico”, ma è soltanto a partire dal piano del capitale che è possibile comprendere quale sarà il terreno di scontro per la classe nell’immediato futuro e quali le possibili iniziative da prendere e le parole d’ordine con cui accompagnarle. Senza l’illusione di trovarle già belle pronte nella minestra riscaldata della democrazia compartecipativa o, peggio ancora, della destra cosiddetta sociale e populista. Ma continuiamo con la lettura di Karnitschnig.

È qui che entra in gioco la Germania. Il piccolo sporco segreto della spesa europea in R&S è che la metà di essa proviene dalla Germania. E la maggior parte di questi investimenti confluisce in un settore: l’automotive.
[…] Se non altro, l’Europa è stata abbastanza coerente. Nel 2003, i principali investitori aziendali in ricerca e sviluppo nell’UE erano Mercedes, VW e Siemens, il gigante tedesco dell’ingegneria. Nel 2022 erano Mercedes, VW e Bosch, il produttore tedesco di componenti per auto. […] Sebbene l’Europa rappresenti oltre il 40% della spesa globale in ricerca e sviluppo nel settore automobilistico, le decantate case automobilistiche tedesche sono riuscite in qualche modo a perdere il treno dei veicoli elettrici. Questo fallimento è al centro del malessere economico della Germania, come dimostra il recente annuncio di VW che avrebbe chiuso alcuni stabilimenti tedeschi per la prima volta nella sua storia. Il settore automobilistico tedesco, che impiega circa 800.000 persone a livello nazionale, è stato la linfa vitale della sua economia per decenni, contribuendo più di qualsiasi altro settore alla crescita del paese. […] La crisi del mondo automobilistico tedesco è solo la punta dell’iceberg. Il paese sta lottando per far fronte a una serie di altre sfide complicate che stanno minando il suo potenziale economico. Il più grande: un uno-due tra una società che invecchia rapidamente e una carenza di lavoratori altamente qualificati. […] Detto questo, al ritmo con cui le aziende industriali tedesche stanno licenziando i lavoratori, la carenza di manodopera potrebbe presto risolversi, anche se non in senso positivo. Solo nelle ultime settimane, aziende del calibro di VW, Ford e il produttore di acciaio ThyssenKrupp, solo per citarne alcuni, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti4. Di fronte ad alcuni dei costi energetici più alti del mondo, al costo della manodopera e alla regolamentazione onerosa, molte grandi aziende tedesche stanno semplicemente alzando la posta in gioco e delocalizzando in altre regioni. Quasi il 40 per cento delle aziende industriali tedesche sta prendendo in considerazione una mossa del genere, secondo un recente sondaggio5.

All’interno di un quadro del genere è chiaro che le minacce di Trump potrebbero avere conseguenze disastrose come sottolinea l’articolo pubblicato su «Repubblica» il 20 dicembre e già precedentemente citato.

Le possibili nuove restrizioni sulle importazioni di auto europee negli USA potrebbero costare 25 mila posti alle case automobilistiche. È quanto riporta lo Spiegel riportando i risultati di un’analisi della società di consulenza manageriale Kearney. Secondo il rapporto, fino a 25 mila posti di lavoro sarebbero a rischio presso Volkswagen, Mercedes-Benz, Bmw e Stellantis che hanno un business particolarmente grande negli Stati Uniti, così come i 1.000 maggiori fornitori europei, anche se alcuni dei produttori producono negli stabilimenti statunitensi.
“Ogni anno vengono esportati circa 640.000 Veicoli dall’Europa agli Stati Uniti: a seconda dello scenario, i dazi potrebbero portare a perdite di fatturato comprese tra 3,2 e 9,8 miliardi di dollari a livello di produttore, il che a sua volta avrebbe un impatto sui fornitori” spiega Nils Kuhlwein, partner di Kearney. In un primo scenario, le tariffe saranno trasferite integralmente ai clienti statunitensi. Il calcolo mostra che con tariffe del 10, 15 o 20 per cento, la domanda di veicoli importati potrebbe diminuire di 60.000 a 185.000 unità. Ciò significherebbe perdite di vendite per i produttori a prezzi di vendita di fabbrica fino a 9,8 miliardi di dollari, per i fornitori fino a 7,3 miliardi di dollari. Se le case automobilistiche trasferissero invece le tariffe ai loro fornitori, i loro risultati potrebbero diminuire fino a 3,1 miliardi di euro se venissero trasferiti i costi aggiuntivi del 60%, il che metterebbe in pericolo 25 mila posti di lavoro6.

A questo punto conviene esporre le ultime considerazioni di Karnitschnig sulla gravità e le ragioni di fondo della “crisi europea” per poi poter tirare le fila di quale potrebbe essere il futuro che ci aspetta in quanto europei e le contraddizioni su cui far conto per un’eventuale, ma per ora scarsamente visibile, ripresa della lotta di classe.

Essendo la più grande economia dell’UE, le disgrazie economiche della Germania si stanno ripercuotendo in tutto il blocco. Ciò è particolarmente vero nell’Europa centrale e orientale, che negli ultimi decenni le case automobilistiche e i macchinari tedeschi hanno trasformato nella loro fabbrica de facto. Che tu acquisti una Mercedes, una BMW o una VW, ci sono buone probabilità che il motore o il telaio dell’auto siano stati forgiati in Ungheria, Slovacchia o Polonia.
Ciò che rende la crisi dell’industria automobilistica tedesca così intrattabile per l’Europa è che il continente non ha nient’altro su cui contare. Anche qui, il contrasto con gli Stati Uniti è netto.
Nel 2003, le aziende che hanno investito di più in ricerca e sviluppo negli Stati Uniti sono state Ford, Pfizer e General Motors. Due decenni dopo, è la volta di Amazon, Alphabet (Google) e Meta (Facebook). Dato il livello dominante di questi attori e del resto della Silicon Valley nel mondo della tecnologia, è difficile vedere come la tecnologia europea possa mai giocare nella stessa lega, tanto meno recuperare.
Uno dei motivi è il denaro. Le startup statunitensi sono generalmente finanziate attraverso il capitale di rischio. Ma il bacino di capitale di rischio in Europa è una frazione di quello che è negli Stati Uniti. Solo nell’ultimo decennio, le società di venture capital statunitensi hanno raccolto 800 miliardi di dollari in più rispetto ai loro concorrenti europei, secondo il FMI.
Invece di investire i loro soldi nel futuro, gli europei preferiscono lasciarli in contanti in banca, dove circa 14 trilioni di euro di risparmi europei vengono lentamente divorati dall’inflazione.
[…] Quindi, se le auto e l’IT sono fuori, l’UE potrebbe semplicemente appoggiarsi alle tecnologie del 19° secolo in cui ha sempre eccelso come le macchine e i treni, giusto? Sfortunatamente, è qui che entrano in gioco i cinesi. Secondo una recente analisi della BCE, il numero di settori in cui le imprese cinesi competono direttamente con le aziende dell’eurozona, molte delle quali sono produttrici di macchinari, è salito da circa un quarto nel 2002 ai due quinti di oggi.
Con l’Europa che si trova ad affrontare una crescita stagnante, una competitività in calo e le tensioni con Washington – per citare solo alcuni punti critici – ci si potrebbe aspettare un robusto dibattito pubblico su un ampio programma di riforme.
Magari. Il rapporto di Draghi ha avuto circa un giorno di copertura nei principali media del continente e poi è stato rapidamente dimenticato. Allo stesso modo, il suono perpetuo dei campanelli d’allarme da parte del FMI e della BCE cade nel vuoto.[…] Ciò è probabilmente dovuto al fatto che gli europei non stanno davvero provando alcun dolore, almeno non ancora.
Sebbene l’UE rappresenti una quota sempre più ridotta del PIL mondiale, è in testa a tutte le classifiche globali per quanto riguarda la generosità dei sistemi di protezione sociale dei suoi membri. Con il peggioramento delle prospettive economiche della regione, tuttavia, gli europei si trovano di fronte a un brusco risveglio. [Mentre] paesi come la Francia, […] avranno difficoltà a mantenere un generoso stato sociale. Parigi spende attualmente più del 30% del PIL per la spesa sociale, tra le le più alte al mondo. Molti altri paesi dell’UE non sono molto indietro.
Se le fortune economiche dell’Europa non si invertiranno presto, questi paesi dovranno affrontare alcune decisioni difficili [Così] Il risultato probabile è una radicalizzazione della politica […] Il cui successo è tanto più inquietante se si considera che il peggio delle sofferenze economiche deve probabilmente ancora venire7.

Potrebbero bastare queste righe di Karnitschnig a delineare il quadro di quanto sta avvenendo in Europa, intorno a noi. Ma chi scrive, per amor del vero e non soltanto per rigirare, per così dire, il coltello nella piaga politica, intende sfruttare il quadro illustrato dal giornalista tedesco-americano per sottolineare come questo esprima un punto di vista preciso, quello del capitale e della sua utopia e, ancor più, di quello europeo se vorrà risollevarsi dalla situazione di scarsa competitività in cui si trova attualmente. Un quadro pienamente allineato con quello già esposto da Mario Draghi alcune settimane or sono e in cui la ricostruzione delle catene del valore è già pienamente evidente di per sé. Un quadro che ci mostra come lo stesso capitalismo sia oggi sempre più deciso a non concedere alcunché alla spesa sociale o al miglioramento e protezione delle condizioni di lavoro e dei diritti collettivi reali. Come dire: non c’è più trippa per i gatti, non illudiamoci.

Qualsiasi illusoria alleanza o ammucchiata elettorale, in un contesto in cui non è più possibile aspirare per via parlamentare alle conquiste ottenute nel corso dei fatidici “Trenta ruggenti“, non farà altro che dare fiato ai movimenti nazionalisti e populisti di destra o rosso-bruni che della fasulla promessa della difesa del risparmio europeo, degli interessi nazionali (facendo finta che questi davvero corrispondano a quelli delle classi sociali meno abbienti) e dei confini giuridici e politici che li racchiudono hanno fatto la loro bandiera. Bandiera che non può assolutamente essere fatta propria da chi ancora voglia rovesciare l’ordine economico e sociale esistente.

Non possono più esistere interessi comuni in Europa tra borghesia e proletariato, tra capitale e lavoro. Fin dai tempi della Comune di Parigi del 1871 che chiuse, almeno in questo continente, definitivamente la porta a qualsiasi ipotesi di collaborazione tra interessi contrapposti come quelli di classi storicamente nemiche giurate. Furono il fascismo, il nazismo e la pratica poltica dell’Internazionale ex-comunista stalinizzata a riproporre, purtroppo con successo, quell’ipotesi negli anni Venti e Trenta e con i processi resistenziali a prolungarla ancora oltre il secondo dopoguerra. Ma il trionfo di quell’ipotesi di collaborazione tra le classi significò, esattamente come nel caso del Primo macello imperialista ad opera delle socialdemocrazie, la partecipazione e il coinvolgimento in una guerra per la spartizione del mercato mondiale tra le più atroci e devastanti della Storia trascorsa fino ad allora. Sempre in nome, sostanzialmente, di un’utopia già condannata a morte dalle sue stesse insanabili contraddizioni.

Difendere l’interesse nazionale come alcuni, a sinistra e a destra, ancora fanno non significa altro che preparare una guerra in cui i cittadini e i lavoratori dovrebbero accettare qualsiasi sacrificio, pur di difendere i loro meschini e sempre irraggiungibili interessi individuali. Una rivendicazione che in qualche modo già sta alla base di tanto razzismo e di tanta xenofobia, utili soltanto a dividere un proletariato sempre più variegato, impoverito e in costante ricomposizione, sia sul piano internazionale che su quello interno ad ogni singolo paese.

In un contesto in cui l’utopia capitale, che per alcuni era giunta a un tal punto di sviluppo da far parlare della “fine della Storia“, un’idea che rispecchiava l’ottimismo culturale appartenente all’epoca del suo trionfo apparente8, quando sembrava che stesse per aprirsi un’era di prosperità globale, garantita dai valori liberal-democratici, ha rivelato l’errore insito nel sogno che ciò fosse possibile e nell’illusione «che il modello si sarebbe auto-perpetuato come un eterno punto di riferimento per l’umanità»9.

Una situazione foriera di sempre più devastanti guerre imperialiste e, dal punto di vista del rovesciamento dell’attuale modo di produzione o della sua difesa ad oltranza, di guerre civili inevitabili. In cui soltanto l’audacia della rivendicazione dell’internazionalismo al di sopra di ogni confine, del rifiuto della guerra e dei compromessi in nome degli interessi nazionali e la negazione radicale dei principi su cui si basa la forza dell’utopia capitale, fondendo insieme nella prassi rivoluzionaria la soggettività barbara della lotta di classe e l’oggettività delle condizioni date, potrà contribuire al superamento definitivo di tutto ciò che ancora opprime la maggioranza delle donne, dei lavoratori e dei giovani, migranti e non, al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico.


  1. Giorgio Cesarano (1928-1975) rimane una delle figure centrali, ma anche una delle più rimosse, dell’attività politico-culturale italiana del secondo dopoguerra. Poeta, autore teatrale e televisivo, traduttore e soprattutto, a partire dal 1968, critico del capitalismo e militante dell’ala più radicale espressa dal movimento di contestazione dell’ordine esistente costituitosi in Italia proprio tra il ’68 e il ’77.  ↩

  2. Si vedano in proposito le minacce di Trump sui dazi e sull’obbligo di acquisto di gas e petrolio americano da parte dei paesi europei: Trump minaccia l’Europa: “Dazi senza fine se non aumenteranno gli acquisti di gas e petrolio da noi”, «la Repubblica», Affari & Finanza -20 dicembre 2024. Minaccia comunque già anticipata nelle dichiarazioni di Ursula von der Leyen che ha dichiarato a novembre, con una più che evidente menzogna sui costi, che l’Ue prenderà in considerazione la possibilità di acquistare più gas dagli Stati Uniti: «Riceviamo ancora molto Gnl dalla Russia e perché non sostituirlo con quello americano, che è più economico per noi e fa scendere i prezzi dell’energia», «Corriere della sera», 20 dicembre 2024. In un contesto in cui gli Stati Uniti sono già il principale fornitore di Gnl e petrolio dell’Ue. Nella prima metà del 2024, hanno fornito circa il 48% delle importazioni di Gnl del blocco, rispetto al 16% della Russia.  ↩

  3. M. Karnitschnig, Europe’s Economic Apocalypse, «Politico», dicembre 2024.  ↩

  4. Nel corso delle ultime settimane è stato però annunciato un accordo sindacale sulla base del quale alcune dcine di migliaia di lavoratori lasceranno il lavoro su base volontaria mentre la chiusura degli stabilimenti è momentaneamente rimandata. Accordo giunto in seguito alla crisi del governo semaforo di Sholz che anticipa elezioni politiche che di qui a qualche mese potrebbero stravolgere ilquadro poltico tedesco.  ↩

  5. M. Karnitschnig, cit.  ↩

  6. Trump minaccia l’Europa: “Dazi senza fine se non aumenteranno gli acquisti di gas e petrolio da noi”, cit.  ↩

  7. M. Karnitschnig, cit.  ↩

  8. F. Fukuyama, La fine della Storia e l’ultimo uomo, 1992.  ↩

  9. G. Segre, Perché siamo alla fine della fine della storia, «La Stampa», 27 dicembre 2024.  ↩

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Il nuovo disordine mondiale / 12: Vittorie perdute*. https://www.carmillaonline.com/2022/04/28/il-nuovo-disordine-mondiale-12-vittorie-perdute/ Thu, 28 Apr 2022 20:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71617 di Sandro Moiso

“Siamo in guerra. Ma per quale vittoria? E se non lo sappiamo, come potremo stabilire se avremo vinto o perso, quando mai finirà?” (Lucio Caracciolo) “Questo è il futuro, sorellina…” (La canzone del tempo – Ian R. MacLeod)

Ci siamo. Dopo più di sessanta giorni dal suo inizio, la guerra nei fatti è dichiarata. Non quella della Russia con l’Ucraina, ma quella che fino ad ora si è manifestata, nemmeno troppo, sottotraccia: Biden contro Putin, Nato contro Russia e contro gli alleati recalcitranti, Occidente “democratico” contro resto del [...]]]> di Sandro Moiso

“Siamo in guerra. Ma per quale vittoria? E se non lo sappiamo, come potremo stabilire se avremo vinto o perso, quando mai finirà?” (Lucio Caracciolo)
“Questo è il futuro, sorellina…” (La canzone del tempo – Ian R. MacLeod)

Ci siamo. Dopo più di sessanta giorni dal suo inizio, la guerra nei fatti è dichiarata.
Non quella della Russia con l’Ucraina, ma quella che fino ad ora si è manifestata, nemmeno troppo, sottotraccia: Biden contro Putin, Nato contro Russia e contro gli alleati recalcitranti, Occidente “democratico” contro resto del mondo “autoritario”.

Ma guai a parlare di imperialismo, se non è quello russo-putiniano; guai a parlare di pace se non è quella dettata dai cannoni e dall’invio di armi; guai ragionare; guai uscire dal coro; guai smontare la propaganda bellica di entrambi le parti in conflitto.
Guai, guai, guai…
Basti invece cantare come i sette nani disneyani: Andiam, andiam, andiam a guerreggiar… (i nanetti di allora cantavano lavorar, ma che importa ormai ai nano-burocrati rappresentanti del capitale internazionale?). Oppure “Bella Ciao”, contro qualsiasi commemorazione della Resistenza che non si limiti ad esaltare l’unità nazionale e interclassista con i fascisti di un tempo e con quelli di oggi.

Così, nei libri di Storia futuri (stampati, online oppure semplicemente scolpiti nella pietra), come data di inizio vero del Terzo conflitto mondiale potrebbe essere ricordata non quella del 24 febbraio 2022 per l’invasione russa dell’Ucraina, ma quella del 26 aprile dello stesso anno. Giorno in cui, a Ramstein in Germania, il vertice Nato allargato ha, di fatto, dichiarato ufficialmente guerra alla Russia. Zelensky (autentico Renfield del vampirismo occidentale, ma tutto sommato personaggio secondario della catastrofe mondiale cui stiamo andando incontro), Boris Johnson (a caccia di una riabilitazione politica per la propria carriera e di un nuovo ruolo imperiale per il Regno Unito, costi quel che costi) e Sleepy Joe Biden (l’esibizione concreta del sonno della ragione che guida le scelte occidentali e della Nato) hanno scelto per noi, per la specie e l’umanità intera: basti leggere i titoli dei maggiori quotidiani del giorno successivo, il cui significato può essere sintetizzato con una frase di antica memoria: Alea iacta est (il dado è tratto).

Così mentre i russi avanzano poco a poco, conquistando i territori orientali ucraini e procedendo nell’opera di accerchiamento dei quarantamila soldati delle forze armate di Kiev attestati su quel fronte, i leader occidentali promettono, già intravedendola attraverso gli occhi spiritati di Zelensky, una vittoria in realtà piuttosto difficile da raggiungere e, in compenso, gravida di rischi già contenuti nelle stesse scelte che dovrebbero favorirla. Come, a solo titolo di esempio, l’ulteriore stanziamento di 33 miliardi di dollari richiesto da Joe Biden al congresso americano per la fornitura di altre armi all’Ucraina. Richiesta che fa inevitabilmente pensare alla previsione di una guerra di “lunga durata”.

Non tanto e soltanto per le parole già pronunciate in precedenza dal ministro degli esteri russo Lavrov a proposito del rischio di deflagrazione di una terza guerra mondiale e neppure per le minacce contenute nel discorso tenuto da Putin, a Pietroburgo il 27 aprile, con il riferimento al possibile ricorso ad armi per ora impreviste o sconosciute per l’alleanza occidentale. Ma anche, e forse soprattutto, per le crepe sempre più evidenti che tale dichiarazione di guerra aperta alla Russia rischia di aprire non soltanto tra i presunti alleati, ma anche con le altre potenze presenti sul pianeta. Cina e India in testa.

Come si afferma nell’editoriale del primo numero della rivista «Domino»:

Per gli esseri umani cogliere la profondità del momento storico che abitano è esercizio assai complesso. Travolti dalle circostanze, impegnati a sopravvivere, non percepiscono il frangente vissuto. Nel 476 d.C. nessuno si accorse che la deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo avrebbe decretato la fine dell’impero romano d’Occidente – ammesso che sia accaduto sul serio1.

Così, se in Europa la questione delle forniture di gas ha già aperto un divario non secondario tra le richieste americane di sanzioni e gli effettivi interessi economici e produttivi di paesi come la Germania, l’Ungheria, la Slovacchia, la “neutrale” Austria e, anche, della timorosa e confusa italietta draghiana (in cui il peso dell’ENI, che avrebbe già deciso di pagare in rubli le forniture, non può affatto essere considerato secondario sia dal punto di vista economico che politico)2, nonostante le dichiarazioni dell’imperturbabile e insignificante Ursula von der Leyen, secondo la quale «l’Europa non si piegherà al ricatto (russo)», nel resto del mondo l’Occidente, per fingere una sua presunta aumentata influenza, ha dovuto accontentarsi di invitare al vertice di Ramstein paesi come la Liberia, la Tunisia, la Giordania, il Kenya e poco altro ancora.

Atterriti dall’aggressività russa, nei prossimi mesi i principali paesi europei aumenteranno grandemente la spesa militare. Su tutti, la Germania. Massimo esportatore relativo al mondo, tra i più capaci soggetti esistenti, da decenni Berlino è priva di reali forze armate – nelle parole dello Stato maggiore britannico, «i soldati tedeschi sono soltanto campeggiatori aggressivi». Dimensione innocua, utile per tranquillizzare i vicini, prossima a scomparire.
[…] Così il Regno Unito vorrà inserirsi nell’estero vicino della Germania, tornando a ergersi a principale sodale di polacchi e rumeni, come capitato in altri drammatici passaggi della storia.

Sebbene in questa fase salutino con soddisfazione il suo nuovo corso, presto gli Stati Uniti inizieranno a sospettare del satellite berlinese, troppo ingombrante per diventare bellicoso. Fino ad accendere la vecchia competizione bilaterale, soltanto parzialmente sopita con la seconda guerra mondiale. Al di là dell’appartenenza al medesimo fronte, Washington conserva una latente ostilità nei confronti della Repubblica Federale, memore d’aver faticosamente avversato ogni crescente potenza teutonica3.

Sbandierando poi la dichiarazione cinese che «nessuno vuole la terza guerra mondiale», i media italiani guerrafondai fingono una sorta di presa di distanza della Cina dalla politica russa, mentre è evidente che, pur nella sua ovvietà, la Cina non condivide l’attuale politica di aggressione verbale e militare portata avanti dai maggiori rappresentanti della Nato (USA e Gran Bretagna) nei confronti dei governanti e dei territori russi.

L’altro tema su cui si glissa, poi, è il fatto che il nazionalista Modi, in India, abbia di fatto respinto per ben tre volte la richiesta portata avanti, al più alto grado di rappresentanza politica, da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea affinché il suo paese abbandonasse la posizione astensionista nei confronti della condanna della condotta russa, tenuta fin dalla prima votazione alle Nazioni Unite nei primi giorni del conflitto russo-ucraino.

Rifiuto che pone l’India, una delle principali potenze economiche del globo e membro più che importante dei BRICS, in una situazione di attesa che, senza manifestare soverchie simpatie per Putin e la sua politica, si rivela comunque minacciosa per la tranquillità occidentale, la cui politica di intervento militare sempre più esteso si accontenta di giustificarsi attraverso la pretesa di un cambio della guardia in Russia, magari con la speranza di tornare ai tempi di El’cin, senza tener conto dell’autentico tsunami geopolitico che sia le scelte di Putin che proprie hanno e stanno contribuendo a sollevare su scala planetaria.

Ha dunque perfettamente ragione chi ponga l’esiziale domanda, al nostro governo come a quelli occidentali coinvolti, talvolta controvoglia come quello tedesco, nelle decisioni prese a Ramstein: quale vittoria si vuole perseguire? Ma, soprattutto: sono state messe in conto le conseguenze di una possibile sconfitta? A quanto pare, come per l’alterigia che accompagnò il generale Custer al disastro del Little Big Horn, NO.

Sconfitta che potrebbe derivare non soltanto dal differenziale bellico intercorrente tra l’arsenale nucleare russo e quello occidentale in Europa (qualcosa come dieci a uno, 2000 armi tattiche contro 200, secondo Lucio Caracciolo), ma anche dal fatto, che pur in caso di pareggio, le condizioni del continente europeo, soprattutto, potrebbero uscirne radicalmente modificate al ribasso (sia sul piano economico che sociale) a causa delle distruzioni che ne conseguirebbero.

Se tali distruzioni potrebbero già essere, in forma minore, anticipate dalla crisi economica derivante da un embargo del gas russo, paventata dalla gran parte degli imprenditori europei4, e dalle proteste sociali che ne deriverebbero, mentre già una parte significativa dei paesi mediorientali o affacciantisi sul Mediterraneo meridionale vede già accrescersi le spinte delle proteste di piazza per le difficoltà alimentari derivanti dal medesimo conflitto5, le conseguenze reali e finali potrebbero andare oltre qualsiasi previsione politica, economica o militare.

In questo senso, nonostante le minacce reiterate dell’Occidente ai due paesi che continuano ad acquistare il 70% delle loro armi dalla Russia e ad approfittare, oggi e in futuro, della necessità della stessa di vendere le risorse energetiche non più richieste da una parte dei paesi occidentali, India e Cina potrebbero uscire vincitrici da un conflitto destinato probabilmente a indebolire fortemente l’Europa, la Russia e, seppur con qualche differenza se riusciranno ad approfittare delle distanza dal teatro bellico, gli Stati Uniti stessi. Vincere senza muover un dito e senza sparare un colpo costituirebbe la massima realizzazione del pensiero militare orientale e cinese in particolare. Mentre, al contrario, si rivelerebbe un’autentica catastrofe per il capitalismo occidentale, i suoi apparati, le sue società, i suoi sistemi produttivi e le sue dottrine belliche.

Ipotesi non così peregrina se si considera come la Cina ha potuto sostituire gli americani in Afghanistan, dopo la loro precipitosa ritirata, occupandone le basi militari più importanti, come quella aerea di Bagram, oppure accaparrarsi i diritti di sfruttamento degli enormi giacimenti di terre rare, di cui quel paese è ricco, senza colpo ferire.

La minaccia poi contenute nelle dichiarazioni della von der Leyen durante il suo recente viaggio in India, nel tentativo di smuovere Modi dalle sue posizioni, ovvero quella che un embargo dei microprocessori prodotti a Taiwan, che realizza in proprio o su licenza più del 60% della produzione mondiale degli stessi, nei confronti della Russia potrebbe far sì che l’India, insieme alla Cina, potrebbe non più ricevere gli armamenti più sofisticati prodotti dall’industria bellica russa proprio per mancanza di quelli, potrebbe ottenere un effetto contrario a quello desiderato. Ovvero spinger la Cina, con l’avvallo indiano cosa impensabile fino a poco tempo fa, ad affrettare i preparativi per un’invasione dell’isola contesa all’influenza occidentale fin dal 1949.

Mentre, con una certa forzatura nel ragionamento, si continua ad affermare che Putin con la sua azione è riuscito a rendere più forte e collaborativa l’alleanza occidentale, ci si nasconde che in realtà è proprio l’azione occidentale a rendere possibili, magari anche solo momentaneamente, alleanze fino ad ora imprevedibili, come quella tra i due colossi asiatici. Soprattutto in un momento in cui, lo capirebbe anche il più asino degli strateghi, gli USA, nonostante la baldanza dei suoi rappresentati e del suo svanito presidente, non potrebbero impegnarsi su tutti i fronti destinati a svilupparsi a seguito del precipitare della situazione attuale. In cui anche il pesante riarmo giapponese, il più importante dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi, esattamente come per quello tedesco, non significa soltanto allineamento agli ordini americani e occidentali, ma piuttosto l’apertura di una partita in proprio e a tutto campo.

Come sonnambuli, i rappresentanti occidentali riuniti a Ramstein, si sono avviati sul loro viale del tramonto, contenti oppure inconsapevoli di essere destinati a precipitare nel dimenticatoio della Storia, ma, esattamente come il loro avversario Putin, vilipeso, insultato e demonizzato insieme a tutto il popolo russo, ben determinati a cercare di difendere la propria posizione egemonica anche a costo della rovina e distruzione dei propri governati o di buona parte della specie umana.

Così come l’attorucolo Zelensky persegue orgogliosamente, stupidamente e neppure in nome dei reali interessi del popolo che si è trovato ad amministrare.
Con buona pace di tutti coloro in tutto ciò vogliono cogliere, ad ogni costo, un esempio di Resistenza, piuttosto che la demoniaca competizione imperialista che la sottende. Su ogni fronte.

Con leggerezza si parla della guerra, della sua necessità senza averne mai saggiato la pornografia della morte e la crudezza delle sue perversioni. Senza accorgersi che si lustra così la sua forza di attrazione, le si offre uno scopo, un senso, una dignità, una causa, un quarto di nobiltà. E’ un errore fatale. […] Nell’enunciazione di concetti primitivi, l’onore, il dovere riaffiora soprattutto una perfida tradizione irrazionalistica, uno sconclusionato dannunzianesimo fuori tempo: con la voluttà dell’esser eroe, il culto della morale guerresca, il vivo foco della lotta, e altri intrugli che infiammano i piccoli ribellismi borghesi di ogni tempo6.

* Il riferimento è a Vittorie perdute (Go Tell the Spartans), un film di Ted Post del 1978. Ambientato in Vietnam, nel 1964, narra le vicende di un contingente di soldati sud-vietnamiti e americani che si accingono a occupare la base abbandonata di Muc Wa. Dopo aver affrontato attacchi notturni di piccoli contingenti di Vietcong, vengono sterminati. Se sul Vietnam, fino al 1990, sono stati prodotto negli USA più di 100 film, questo, interpretato da un cinico e disincantato Burt Lancaster, è scritto benissimo, con divertito distacco, da Wendell Mayes, ed è uno dei meno noti, ma dei più sottili e dialettici tra tutti quelli realizzati sull’argomento.

(12 – continua)


  1. Punto di svolta in Ritorno al futuro, «Domino» n° 1, aprile 2022, p.7  ↩

  2. Si veda: Vanessa Ricciardi, Putin comincia a togliere il gas e spacca l’Unione europea, «Domani», 28 aprile 2022  ↩

  3. Punto di svolta, op. cit. p.9  ↩

  4. Si veda anche soltanto il tentativo di tenere aperti i rapporti col mercato russo da parte dei maggiori calzaturifici italiani, che nei giorni scorsi in barba ai divieti hanno inviato una loro nutrita delegazione di rappresentanti in Russia  ↩

  5. Si veda: Francesca Mannocchi, La guerra, la carestia e le rivolte del pane, «La Stampa» 23 aprile 2022  ↩

  6. Domenico Quirico, L’ebbrezza militarista che spinge al conflitto, «La Stampa» 28 aprile 2022  ↩

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Sei personaggi più l’autore https://www.carmillaonline.com/2021/09/06/sei-personaggi-piu-lautore/ Mon, 06 Sep 2021 21:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67922 di Gianfranco Marelli

Francesco Staffa, Akuaba, D Editore, Roma 2020, pp. 237, euro 15,90

Anche se, pirandellianamente, in un romanzo sono i suoi personaggi a cercare l’autore, Francesco Staffa – di professione antropologo, collaboratore con diversi musei etnografici, consulente per la trasmissione Rai “Geo e Geo”, nonché per diverse riviste, tra cui Nazione Indiana e Antropologia Museale – ha ricercato nei sei personaggi del suo primo romanzo di formazione, “Akuaba”, di individuare nel turbinio di sentimenti, emozioni, passioni che caratterizzano le loro vicende narrate, la poliedricità schizofrenica della cultura occidentale ogni [...]]]> di Gianfranco Marelli

Francesco Staffa, Akuaba, D Editore, Roma 2020, pp. 237, euro 15,90

Anche se, pirandellianamente, in un romanzo sono i suoi personaggi a cercare l’autore, Francesco Staffa – di professione antropologo, collaboratore con diversi musei etnografici, consulente per la trasmissione Rai “Geo e Geo”, nonché per diverse riviste, tra cui Nazione Indiana e Antropologia Museale – ha ricercato nei sei personaggi del suo primo romanzo di formazione, “Akuaba”, di individuare nel turbinio di sentimenti, emozioni, passioni che caratterizzano le loro vicende narrate, la poliedricità schizofrenica della cultura occidentale ogni qual volta si trova a dover fare i conti con l’Altro da sé, sospesa tra un buonismo pietoso e un razzismo pauroso.

Infatti, più che di “romanzo di formazione”– etichetta utilizzata dalla critica per esortare i debuttanti a migliorare il proprio stile con una successiva prova di maturità – siamo in presenza di un “romanzo di introspezione” in cui l’autore con abilità inusuale descrive e analizza il conflitto fra desiderio e senso di colpa, fra avidità e seduzione, fra speranza e delusione che i sei personaggi [due coppie occidentali e una coppia africana] affrontano in una situazione catastrofica, causata dalla crisi petrolifera che nei primi anni ‘80 del secolo scorso aveva trasformato la Nigeria dal paese di bengodi ad un luogo in cui rimanere o fuggire è altrettanto pericoloso, ma soprattutto foriero di conseguenze nefaste.

Sì, perché la storia raccontata da Francesco Staffa ha come luogo la Nigeria, il paese più popolato del golfo di Guinea, quando nel 1983 il boom petrolifero si interrompe bruscamente, e con la perdita degli introiti altissimi ottenuti dall’estrazione del greggio – grazie ai quali aveva tratto il supporto per avviare uno sviluppo complessivo attraverso i massicci investimenti, il ricorso all’uso della tecnologia straniera e la manodopera a buon mercato proveniente da paesi limitrofi come il Ghana – si scatena la caccia al capro espiatorio, individuando i colpevoli non certo nei responsabili della corruzione economico-politica della classe al potere collusa con le multinazionali straniere (in primis l’italianissima ENI), ma negli ultimi, gli immigrati, costretti repentinamente a lasciare il paese affetto da una forte crisi occupazionale in tutti i settori.

In questo contesto si intrecciano la storia di sei personaggi che, separatamente, vivono le conseguenze di questo dramma economico-sociale che condurrà oltre due milioni di lavoratori clandestini – in gran parte provenienti dal Ghana – ad abbandonare in fretta e furia la Nigeria in un crescendo di sofferenza, umiliazione, sopraffazione. Sennonché le loro sorti collidono contro situazioni disperate le cui singole scelte personali influenzeranno drammaticamente i loro destini. Così, dal paese africano prende il via una vicenda in cui migrazioni, neocolonialismo, corruzione e manipolazione si intrecciano a un groviglio di passioni, desideri, ambizioni inseguite a qualsiasi costo, e dove il privilegio di essere bianchi e occidentali si traduce nella possibilità di disporre dell’altrui vita e di giustificarne moralmente la propria condotta nei confronti di chi è costretto a subirla, senza alcuna ragione, se non quella di avere la pelle di un altro colore.

Ma la storia che l’autore fa interpretare ai sei personaggi, va ben oltre la consueta disamina di chi osserva quanto la vita abbia un “peso diverso” a seconda di dove nasci, di chi frequenti e del ruolo che hai potuto assumere nella società. Certo, Amna e Adebisi – la giovane coppia ghanese costretta a far fronte ad un cambiamento radicale della propria vita a seguito della crisi economico politica che li ha espulsi dalla Nigeria in quanto non più utili allo sviluppo del paese – affrontano il proprio dramma esistenziale confidando nella clemenza dell’altro, non potendo che sottomettersi alle sue disposizioni, nella speranza di essere compresi e pertanto aiutati; ma l’aiuto e la comprensione che ricevono dalle due coppie italiane [Franco/Fabienne e Guido/Ada], sebbene motivate e scaturite da posizioni diverse e apparentemente contrastanti, sono la conseguenza di egoistici interessi che il privilegio di essere bianchi e occidentali non solo giustifica ma legittima storicamente.

Del resto, quali interessi in comune potranno mai condividere i sei personaggi del romanzo “Akuaba” se non la capacità del loro autore di far loro vivere passioni contrastanti di fronte a problemi contingenti, in modo da intrecciare fra loro relazioni che li condurranno a compiere scelte il cui esito influirà sul prosieguo della loro vita, nel disperato bisogno di imporsi, anche a discapito dell’altro da sé?

Così, in un susseguirsi di colpi di scena in cui il romanzo si colora di giallo, Francesco Staffa dipinge un affresco che offre allo sguardo dei lettori e delle lettrici la possibilità di misurarsi con la capacità di comprendere fino a che punto si è disposti a immedesimarsi nei sei personaggi, ma soprattutto nelle sei diverse situazioni in cui essi si trovano, costretti a accettare qualsiasi compromesso pur di sopravvivere e sperare nel domani (Amna e Adebisi), mantenere con ogni mezzo i propri privilegi e la ricchezza conquistata (Franco e Fabienne), soddisfare prioritariamente i loro più ancestrali desideri a scapito della felicità altrui (Guido e Ada).

A tenere insieme queste tre vicende così diverse e distanti, è un ciondolo, un amuleto, diffuso nell’Africa occidentale fra le popolazioni Ashanti, che le donne indossavano come protezione e per favorire la gravidanza e per assicurare salute e bellezza al nascituro. Questo oggetto rituale capace di infondere forza e sostegno si chiama Akuaba, ed è la chiave interpretativa che l’autore gira magistralmente nella toppa del racconto, in un continuo rimando di prolessi/anticipazione e analessi/retrospezione, per mettere in scena – tra Roma e Lagos, tra il litorale laziale e la misteriosa foresta di Osogbo – sei personaggi alla ricerca della propria felicità. Felicità gravida di una figlia, Sonia, che sebbene appaia soltanto alla fine del romanzo ne costituisce l’inizio, in quanto la sua nascita costituirà il legame indissolubile fra i suoi genitori africani (Amna e Adebisi), la coppia venuta dall’Italia per adottarla (Guido e Ada), e un traffico clandestino di statue antiche trafugate durante uno scavo archeologico da Franco, che gli permetterà di conservare la propria permanenza di grand commis in Nigeria, proprio quando la situazione politico-economica è traballante e il “si salvi chi può” si traduce in “morte tua vita mia”.

Sennonché la vita di Sonia scardinerà la felicità condivisa dei sei personaggi e del loro autore, al punto che il precario legame fra le tre coppie, sempre più incasinato, necessariamente obbligherà quest’ultimo ad intingere nuovamente la penna nel calamaio.

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Estrattivismo pandemico/4 https://www.carmillaonline.com/2020/09/29/estrattivismo-pandemico-4/ Tue, 29 Sep 2020 06:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62931 di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Come da manuale, la recessione che viene – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori. L’illusione che la crisi pandemica potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità. Sul piano normativo le conseguenze di tale aggressione si traducono in forma di deroghe alle tutele ambientali, [...]]]> di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Come da manuale, la recessione che viene – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori.
L’illusione che la crisi pandemica potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità.
Sul piano normativo le conseguenze di tale aggressione si traducono in forma di deroghe alle tutele ambientali, provvedimenti a sostegno delle attività estrattive o dell’agroindustria, deregulations degli appalti per le grandi opere, rilancio del finanziamento pubblico di infrastrutture devastanti.

È una tendenza generale e molto chiara che ha preso corpo, seguendo modalità differenti, dall’Australia alle Americhe, dall’Indonesia al Belpaese.
Iniziamo dunque questo excursus  sulle ultime controriforme a partire dalle deregulations di casa nostra, che verranno trattate un po’ più nel dettaglio, visto che ci riguardano da vicino.
Mi scuso in anticipo con i lettori e le lettrici se il linguaggio risulterà a volte tecnico e poco leggero, invitandol* ugualmente a soffermarsi a meditare sui punti che verranno fra poco elencati, perché ognuno di essi è illuminante.

Il 14 settembre è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la conversione in legge del Decreto Semplificazioni1, che “al fine di far fronte alle ricadute economiche negative a seguito delle misure di contenimento e dell’emergenza sanitaria globale del COVID-19” stabilisce alcune cosette, del tipo:

– che gli affidamenti di appalti pubblici di lavori fino alla soglia di rilevanza comunitaria (5.350.000 €) che abbiano iniziato il procedimento entro la fine del 2021 possano svolgersi senza gara2.

– che “gli interventi infrastrutturali caratterizzati da un elevato grado di complessità … o che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico” possano essere affidati alla gestione commissariale anche al di fuori dei casi di straordinaria necessità  ed   urgenza.

– che fino alla fine del 2023 per le grandi opere infrastrutturali si possa derogare alle procedure del dibattito pubblico, previste dal Codice dei contratti pubblici alla voce “Trasparenza”3, con tanti saluti ad ogni residuo simulacro di “democrazia partecipativa”.

– che le sentenze definitive del TAR che bloccano un’opera per vizi emersi negli atti autorizzativi o nella valutazione di impatto ambientale, possano essere bypassate.

–  che i gasdotti godano di procedimenti autorizzativi semplificati, con buona pace dei proclami sulla lotta ai cambiamenti climatici.

– che le procedure semplificate valgano anche per l’esplorazione e lo stoccaggio geologico di biossido di carbonio, esentando – fra l’altro – dalla valutazione ambientale gli stoccaggi di CO2 fino a 100.000 tonnellate.

– che per le opere realizzate in variante dei piani portuali e aeroportuali non sia più obbligatoria la Valutazione Ambientale Strategica (VAS)

– che i Comuni non possano introdurre limitazioni generalizzate (se non intorno a siti sensibili) alla proliferazione di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche, o incidere sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. Previsione chiaramente rivolta a bloccare il moltiplicarsi di ordinanze comunali contro l’installazione del 5G, e che impedisce l’adozione da parte degli enti locali di una maggior tutela da tutte le forme di inquinamento elettromagnetico.

Questa panoramica, non esaustiva, sui punti salienti del provvedimento avrebbe  potuto essere ancora peggiore, se 170 gruppi e associazioni non ne avessero denunciato il contenuto in tempo utile, riuscendo a bloccare ulteriori nefandezze previste nella prima stesura4.
Ma anche così emendato il decreto, che ora è legge è, nel suo genere, un “capolavoro”.
Con un solo provvedimento il governo giallo rosa è riuscito infatti ad ampliare a dismisura la discrezionalità nella scelta del contraente negli appalti pubblici, e con essa le potenzialità per le assegnazioni di tipo nepotistico/politico/mafioso/clientelare, depotenziando al contempo le responsabilità degli amministratori per abuso d’ufficio e danno erariale.
È  riuscito a trasformare le procedure emergenziali in regole per la gestione ordinaria degli appalti, prevedendo per le grandi opere – a partire dalle prime 40 elencate nel piano #italiaveloce – il controllo verticistico di commissari di nomina governativa, legittimati ad operare in deroga alle leggi in materia di contratti pubblici.
È  riuscito a ridurre ulteriormente i già risicati spazi per il controllo delle opere da parte della cd società civile, nonché le possibilità di opposizione tramite i ricorsi ai tribunali amministrativi, la costruzione di “barricate di carta”.
Ha esteso il “modello Genova” dal ponte sul Polcevera a tutte le grandi opere, esempio di come un crimine del profitto contro una popolazione e un territorio possa essere chiamato a pretesto per colpire altre popolazioni e altri territori, che subiranno le colate di cemento, le devastazioni ambientali, l’esautoramento dalla decisionalità sui propri luoghi di vita.

Il decreto semplificazioni può essere considerato un manifesto su ciò che il governo Conte bis, ma soprattutto i soggetti economici che decidono le politiche energetiche e industriali di questo paese, intendano per “transizione energetica” e “green new deal”.
Le disposizioni del decreto che riguardano le infrastrutture energetiche vanno nella direzione esattamente contraria a quella di una via d’uscita dall’economia fossile.
Questo nonostante l’enfasi con cui ministri e governatori insistono, da qualche tempo, sulla “decarbonizzazione”, che nelle loro intenzioni si riferisce però – sulla base di una traduzione dall’inglese volutamente distorta – all’uscita dal carbone, mentre il significato del termine “decarbonization” indica invece l’uscita dal carbonio, cioè da tutti i combustibili fossili, metano compreso.
L’operazione, che gioca volutamente su questa ambiguità, è quella di far passare la “transizione energetica” come  transizione dal carbone al metano, sia nella conduzione delle centrali termoelettriche (a partire da Cerano) che per i grandi impianti industriali, omettendo il fatto che il metano incombusto  genera un riscaldamento dell’atmosfera 80 volte superiore a quello della CO2 (calcolato sui 20 anni), e la sua estrazione e trasporto comportano ogni anno perdite fisiologiche in atmosfera di centinaia di milioni di metri cubi di gas fortemente climalterante.

Un altro tassello del “green new fossil deal” prossimo venturo consiste nello sviluppo degli stoccaggi di CO2 nel sottosuolo.
Un’operazione la cui logica, ancora una volta, non  è finalizzata alla sostituzione delle fonti fossili, ma a prolungarne ulteriormente l’uso, nascondendo sotto il tappeto i prodotti della loro combustione.
Il decreto semplificazioni ha considerato idonei allo stoccaggio i giacimenti esauriti di idrocarburi situati a mare, una previsione che sembra costruita attorno all’ENI e al suo progetto di apertura, nei pozzi esausti al largo di Ravenna, del più grande hub del mondo per lo stoccaggio di anidride carbonica, che prevede l’iniezione sotto i fondali di una quantità di CO2 compresa tra 300 e 500 milioni di tonnellate. Il tutto in zona sismica e soggetta a forte subsidenza.
In sintesi, le compagnie petrolifere che hanno contribuito (e continuano) a determinare il disastro climatico, si apprestano a trarre nuovo profitto  da nuove infrastrutture “green” ad alto impatto ambientale. (Continua)


  1. Decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76 recante «Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale.», Legge di conversione n. 120 dell’11 settembre 2020 (GU n.228 del 14-9-2020 – Suppl. Ordinario n. 33). ↩

  2. E’ possibile ricorrere all’affidamento diretto – cioè alla scelta puramente discrezionale – per gli appalti fino a 150.000 € (prima la soglia era di 40.000 €), oppure  alla procedura negoziata per gli altri. La procedura negoziata prevede che la stazione appaltante inviti, senza bando pubblico, un certo numero di operatori economici a sua scelta fra cui selezionare il contraente. La disposizione vale anche per gli appalti pubblici di servizi e di forniture le cui soglie di rilevanza comunitaria son un po’ più variegate (vedere qui). La materia è stata già oggetto di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia nel 2003, per violazione della Direttiva 2004/18/CE che prevede la possibilità di evitare un bando di gara in ipotesi molto limitate ↩

  3. D.Lgs. 18 aprile 2016, n. 50, art. 22 e D.P.C.M. 76/2018 ↩

  4. AAVV, “Decreto semplificazioni, così sono devastazioni” . Attacco a bonifiche, acqua, partecipazione dei cittadini, valutazione di impatto ambientale e clima, 27 luglio 2020, pp. 27. ↩

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Il grande nulla * https://www.carmillaonline.com/2020/02/04/il-grande-nulla/ Tue, 04 Feb 2020 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57755 di Sandro Moiso

Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco, Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti, e volti addietro i passi, Del ritornar ti vanti, E proceder il chiami. (La ginestra – Giacomo Leopardi)

Mentre tutto il mondo sta bruciando, sia metaforicamente nelle lotte diffusesi su scala globale nel corso degli ultimi mesi sia materialmente dall’Australia all’Indonesia passando per le Canarie a causa degli incendi che stano devastando ogni angolo del pianeta, qui nel paese del grande nulla, dove il fascismo è nato e [...]]]> di Sandro Moiso

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.
(La ginestra – Giacomo Leopardi)

Mentre tutto il mondo sta bruciando, sia metaforicamente nelle lotte diffusesi su scala globale nel corso degli ultimi mesi sia materialmente dall’Australia all’Indonesia passando per le Canarie a causa degli incendi che stano devastando ogni angolo del pianeta, qui nel paese del grande nulla, dove il fascismo è nato e non è mai morto, l’informazione mainstream, le frange superstiti di partiti ormai morti o in via di estinzione e anche alcuni siti che si vorrebbero antagonisti hanno esultato per la vittoria elettorale dell’”antifascismo”.
Una sorta di rivincita da campionato regionale su un avversario (le cui miserabili imprese politiche ed iniziative securitarie sono state già abbondantemente raccontate e vivisezionate sulle pagine di Carmilla da Alessandra Daniele) che come tattica elettorale, oltre al discorso securitario cucinato in ogni possibile salsa, ha avuto quella di baciare salumi e formaggi e andare a suonare i citofoni degli stabili di periferia, come un monello destinato prima o poi ad essere preso a sberle da qualche inquilino indispettito.

Ma si gongola anche qui e là per la vittoria del rappresentante di un partito che da anni ha fatto del mantenimento dell’ordine pubblico e della stabilità finanziaria la sua unica ragione di vita (e che senza vergogna sta al governo con chi ha precedentemente avvallato tutte le mosse di cui oggi il leader della destra è accusato). Si festeggia, inoltre, la scomparsa di un movimento (fondato da un comico e finito in farsa) nel quale molti dei critici odierni avevano precedentemente creduto, rivelando così, complessivamente, una cecità politica e una visione perbenista della realtà che non sa più assolutamente distinguere il grano dalla pula, la realtà dalla fantasia, il risotto dalla merda e, soprattutto, ciò che serve a liberare il pianeta e la specie dall’oppressione del modo di produzione più vorace e distruttivo che sia mai esistito.

Sì, cari lettori e compagni, perché ancora una volta non è stato l’antifascismo a vincere. Quello è stato sapientemente sbandierato da sardine e soci soltanto per nascondere il fatto che la scelta elettorale era tutta all’interno dello stesso campo.
Il campo giustizialista e securitario di chi suona ai citofoni e minaccia i migranti e quello di chi chiede un’identità digitale per accedere ai social e il daspo per chi non rispetta le regole del dialogo civile definite dall’ordine borghese.
Il campo della violenza organizzata delle squadre fasciste e delle ronde anti-migranti e della violenza di Stato che garantisce il dis/ordine pubblico nelle piazze e nei centri di detenzione attraverso la militarizzazione dei territori e del tessuto urbano.
Il campo della “giustizia” che reprime i sindacati di base e i lavoratori in lotta, i difensori della terra e delle comunità locali e sulla quale gli “antifascisti” vincitori non hanno nulla da dire, ma con il quale hanno molto da condividere (scusate se non ricordo, ma chi era il sindaco di Bologna definito lo sceriffo e a quale partito apparteneva?).

Il campo delle grandi opere inutili e dannose al Nord come al Sud (la prima dichiarazione della candidata del centro destra, dopo la vittoria in Calabria, ha riguardato la necessità di portare anche lì l’alta velocità ferroviaria, confermando così di fatto gli interessi della ‘ndrangheta nelle grandi opere, dalla Valsusa al resto del paese).
Il campo di chi reprime i migranti internandoli nei campi libici oppure negando loro lo sbarco sulle nostre coste oppure, ancora, trasformandoli in schiavi per il lavoro nero (soprattutto nell’edilizia e nei campi).
Il campo degli interessi incrociati tra aziende private, cooperative e finanza ed imprese edili di origine illegale.
Il campo dell’estrattivismo dichiarato, a favore delle trivelle nell’Adriatico e degli interessi dell’ENI.
Il campo di chi si affanna ad equiparare la violenza verbale a quella fisica, salvo poi voltarsi dall’altra parte quando i manganelli scendono pesantemente sulle schiene e sulle teste dei manifestanti contrari all’ordine esistente. Oppure di chi non sa cogliere nemmeno lontanamente l’enorme ingiustizia e la violenza insite nei licenziamenti individuali e di massa e nei rapporti di lavoro definiti dalle aziende, multinazionali o nazionali che siano, in nome del profitto e dell’estrazione selvaggia di plusvalore.
Il campo di chi non sta con le lotte, ma con gli imprenditori.
Il campo di chi si crede il mare, ma è soltanto una palude.

Ho sentito parlare di buon governo della regione “rossa”: certo il buon governo del capitalismo ben temperato di prodiana memoria1, in cui dalla collaborazione tra privato e pubblico può sorgere il “radioso avvenire” di una società capitalistica avanzata e magari green.
Il buon governo della triplice sindacale che vota favorevolmente per le grandi opere in nome del lavoro salariato e degli interessi delle azienda e delle coop rosse e bianche oppure, ancor meglio, della Nazione. Buon governo che, però, non sembra aver toccato o convinto tutti allo stesso modo (qui).

No, non è così che si vince il fascismo. Come già sapevano i migliori compagni comunisti, anarchici e antifascisti negli anni ’20 e ’30,2 la cui esperienza fu cancellata dalla controrivoluzione staliniana e dalla carneficina del secondo conflitto mondiale, il fascismo si batte soltanto vincendo sul capitalismo e superando proprio i limiti del dettato nazionale, aziendale, produttivistico e lavoristico su cui fonda il suo discorso. Di cui però gli attuali, momentanei, vincitori della schermaglia elettoralistica sono tra i migliori ed agguerriti rappresentanti.

Un vecchio comunista italiano, Amadeo Bordiga, affermava che chi vuol essere progressista dovrebbe avere almeno il coraggio di dichiararsi fascista, poiché proprio l’idea di progresso, tipica di questo modo di produzione oggi fallimentare in tutti i campi, fin dalle sue origini ha avuto come corollari il rafforzamento degli stati nazionali, il governo dei loro confini, lo sfruttamento in casa e fuori della manodopera schiavizzata nelle fabbriche e nei campi. Qualunque fosse il colore della pelle e a qualsiasi latitudine appartenessero gli imprenditori e i governanti.

Il capitalismo industriale è nato in carcere3 e il fascismo ne ha sempre esaltato le funzioni. Sia dell’uno che dell’altro.
Nazionalizzare le masse, questa la funzione del fascismo (il razzismo, che non può essere ridotto al solo anti-semitismo che è molto più antico, ne costituisce solo uno dei corollari, non il fondamento, poiché nacque con il colonialismo che avrebbe posto le fondamenta dell’attuale immondo modo di produzione)4. Rendere i cittadini tali in quanto orgogliosi del proprio (buon) governo e solidali con gli interessi del capitale e dell’imperialismo.
Non membri di una comunità umana, la marxiana gemeinwesen, di eguali sia dal punto di vista sociale che economico, ma partecipi di una comune fortuna di cui pochi, sempre meno visto che gli italiani più abbienti oggi detengono il 72% della ricchezza nazionale mentre a livello mondiale 26 individui possiedono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale5, detengono i rubinetti e il patrimonio globale.

Esaltare il lavoro produttivo e la “vittoria” sulla Natura sono altri due aspetti immarcescibili del fascismo e sono entrambi, ullallà, derivati dall’idea di progresso figlia dell’Illuminismo ben pensante e moderato.
Atteggiamenti moderati nei rapporti politici tra le classi, ma smoderati nel consumo di risorse, territori, merci e forza lavoro. Tanto da dimenticare sempre più spesso, nell’attuale gozzovigliare alla tavola della shoa, che i lager nazisti come i gulag staliniani furono sempre e prima di tutto campi di lavoro forzato. In cui “naturalmente” milioni di individui di qualsiasi fede, etnia, nazione, genere ed età sarebbero morti prima di tutto per la fatica, la fame e le malattie. Esattamente come capita ancor oggi, a cielo aperto e senza SS a far la guardia, in tante, troppe parti del mondo.

Esaltare l’ordine e zittire le voci “altre”, contrarie oppure solo critiche del regime è l’altra pratica del Fascismo, che affonda però le sue radici in tutta la Storia di un mondo diviso in classi fin dall’avvento della proprietà privata e che fa delle maggioranze silenziose il proprio ideale di partecipazione politica. Esattamente come possono esserlo le folle che cantano inni patriottici e inneggiano alla figura del Capo nelle adunate di piazza a sostegno di un regime (o di un movimento che ha nel non aver nulla da dire sulla realtà delle contraddizioni economiche e sociali reali la sua unica arma di distrazione di massa).

Pesci in barile, citofonatori e mortadelle benedette non rappresentano dunque altro che le due facce di una stessa medaglia, di uno stesso ordine. Così come lo erano i 5 stelle di qualche anno fa (con l’unica differenza che oggi la rabbia non deve essere nemmeno manifestata o sussurrata, per rispetto del borghesissimo bon ton).
Non vale neppure la pena di far nomi in queste considerazioni, non per timore di denunce o intimidazioni, ma soltanto perché tutti questi miserrimi soggetti, che nascondono la realtà di contraddizioni e di lotte che ci circondano in ogni dove e che in alcuni casi si affannano a definire come “ondata di destra a livello mondiale” (mescolando insieme gilets jaunes e Orban, lotte sociali ed ignobili episodi di razzismo delle periferie che sono in subbuglio senza neanche comprendere appieno il perché) le lotte, spesso sanguinose, che si sviluppano in ogni dove, sono già destinati all’oblio anche se oggi, dando per un momento ragione a Andy Warhol, hanno avuto modo di brillare come meteore per un istante o ancor meno.

I tempi della Storia, invece, sono molto lunghi. Il capitalismo non è stato mai ben temperato se non sulla pelle di qualche popolo o continente dominato e sfruttato per qualche decennio. In questa fasulla modernità la sua anima resta fascista e oggi, ancora una volta, sia in Calabria che in Emilia Romagna, ha comunque vinto il nostro peggior nemico. Quello con cui non possiamo esser altro che in guerra. Perché il dovere di combatterlo ci apparterrà sempre.
Fino alla morte o alla vittoria.

Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che oblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
(G. Leopardi – La ginestra)

* In omaggio a James Ellroy e alla sua nerissima e spietata Storia degli Stati Uniti dal secondo conflitto mondiale agli anni ’70. Una tecnica letteraria (l’abbinamento tra crimine e storia americana) perfetta per raccontare efficacemente la contemporaneità e i suoi sottoprodotti sociali, politici e culturali.


  1. Romano Prodi, Il capitalismo ben temperato, il Mulino, Bologna 1995  ↩

  2. Si veda almeno Arthur Rosenberg, Il fascismo come movimento di massa. La sua ascesa e la sua decomposizione (1934), Circolo Internazionalista Francesco Misiano – Pagine Marxiste, 2019 che sarà recensito nei prossimi giorni su Carmillaonline  ↩

  3. Si veda Michael Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Oscar Studio Mondadori, 1982  ↩

  4. Per un’analisi delle origini del razzismo moderno e della cultura che lo ha fondato, basati entrambi tanto sull’ammirazione acritica della cultura greco-romana quanto sull’idea, mai dimostrata, dell’esistenza di una comune radice indoeuropea “bianca”, si veda Martin Bernal, Atena Nera, il Saggiatore, Milano 2011  ↩

  5. “Alla fine del primo semestre del 2018 la distribuzione della ricchezza nazionale netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 8.760 miliardi di euro, registrando un aumento di 521 miliardi in 12 mesi) vede il 20% più ricco degli italiani detenere il 72% della ricchezza nazionale, il successivo 20% controllare il 15,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero appena il 12,4% della ricchezza nazionale. Il top-10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possiede oggi oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione.” (qui)  ↩

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Giulio Regeni, le verità ignorate. Intervista a Lorenzo Declich https://www.carmillaonline.com/2016/07/12/giulio-regeni-le-verita-ignorate-intervista-lorenzo-declich/ Mon, 11 Jul 2016 22:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=31646 regenidi Simone Scaffidi

A quasi sei mesi dalla sparizione forzata di Giulio Regeni a Il Cairo c’è ancora molta confusione intorno al tema. L’informazione mainstream italiana continua nella sua ostinata ricerca del complotto e snocciola infamanti accuse morali a destra e a manca, spostando di fatto l’attenzione dai contesti (quello egiziano) e dalle questioni di fondo (un regime repressivo brutale amico del governo italiano) al mero rumore. Lorenzo Declich, una delle migliori penne in lingua italiana per comprendere il mondo islamico contemporaneo, ha contribuito a smontare questa narrazione scrivendo il primo libro dedicato [...]]]> regenidi Simone Scaffidi

A quasi sei mesi dalla sparizione forzata di Giulio Regeni a Il Cairo c’è ancora molta confusione intorno al tema. L’informazione mainstream italiana continua nella sua ostinata ricerca del complotto e snocciola infamanti accuse morali a destra e a manca, spostando di fatto l’attenzione dai contesti (quello egiziano) e dalle questioni di fondo (un regime repressivo brutale amico del governo italiano) al mero rumore. Lorenzo Declich, una delle migliori penne in lingua italiana per comprendere il mondo islamico contemporaneo, ha contribuito a smontare questa narrazione scrivendo il primo libro dedicato al caso del ricercatore ventisettenne sequestrato, torturato e ucciso dal regime di al-Sisi. Si intitola “Giulio Regeni, le verità ignorate. La dittatura di al-Sisi e i rapporti tra Italia ed Egitto” (Alegre Edizioni, 2016) e quella che segue è un’intervista all’autore.

  1. Perché hai deciso di scrivere un libro sul caso Giulio Regeni a soli quattro mesi dal suo assassinio?

Ho ritenuto che fosse necessario fissare alcuni punti, già chiarissimi nei giorni seguenti al ritrovamento del corpo di Giulio Regeni. Buona parte del libro è tesa a fornire una base di ragionamento valida per ieri, oggi e domani.

  1. Puoi raccontarci chi era Giulio Regeni, perché era in Egitto e perché è stato rapito, torturato e assassinato dal regime di al-Sisi? Lo avremmo dovuto avere tutti ben chiaro fin dall’inizio, eppure a causa di una stampa mainstream che ha preferito abdicare al suo ruolo – sposando fantomatiche quanto infamanti teorie del complotto – ne abbiamo sentite di tutti i colori sul conto di Giulio Regeni. Puoi chiarirci un attimo le idee?

Giulio Regeni era un ricercatore come molti altri, forse più bravo di tanti altri, che stava svolgendo una ricerca in autonomia, in accordo e coordinandosi con i suoi docenti. È caduto nelle maglie di un apparato di sicurezza ipertrofico e paranoico nell’area (attorno a piazza Tahrir, il centro simbolico della rivoluzione egiziana) e nel giorno (ricorreva l’anniversario della rivoluzione egiziana e in cui solo al-Sisi poteva “parlare di rivoluzione”) in cui quell’apparato concentrava tutti i suoi sforzi. La sua vicenda ci racconta di un salto di qualità del livello di arbitrarietà e impunità del regime. Gli egiziani, da subito, hanno provato a trattarlo come un “caso isolato”, e sappiamo che ciò non è – visti i numeri, sempre crescenti, di sparizioni forzate, torture e morti in carcere. Questo salto di qualità non è stato percepito (qualcuno non lo ha voluto percepire) in Italia mentre bastava chiedere a chi, come Regeni, stava svolgendo ricerche in Egitto, per rendersene conto. Bastava registrare lo stato di shock che nei primi giorni si respirava all’interno della comunità accademica che si occupa di Egitto e con cui Regeni era in relazione. Si è preferito invece costruire ipotesi fantasiose (ne parlo nel quarto capitolo del libro), accusare i suoi supervisor di “responsabilità morale”, descrivere Regeni come un inconsapevole strumento di qualche apparato di intelligence e chi più ne ha più ne metta. Se in Egitto il regime faceva muro in Italia sembravano tutti impegnati a trovare responsabili diversi dal vero responsabile: Abd al-Fattah al-Sisi.

  1. Giulio Regeni è stato rapito il 25 gennaio 2016, nel quinto anniversario della rivoluzione egiziana. È un caso che sia stato rapito proprio quel giorno? Come riporti nel libro, il 2 aprile 2016, la madre di Khaled Said – ventottenne egiziano ucciso dalla polizia il 6 giugno 2010 e diventato uno dei simboli del movimento che ha contestato i regimi repressivi che in questi anni si sono susseguiti in Egitto – si è rivolta a Paola, la madre di Giulio Regeni, attraverso un video-messaggio, con queste parole: «Invio le mie condoglianze alla madre del martire Regeni, sono con lei e sento il suo stesso dolore, come soffro ogni giorno per Khaled. Voglio ringraziarla per essere con noi e per il suo interesse e preoccupazione per i casi di tortura in Egitto». Pensi che Giulio Regeni possa essere considerato un martire della rivoluzione egiziana?

desaparecidos-egizianiSì, penso che lo sia, soprattutto nella percezione di molti attivisti egiziani. Ma ciò non deve essere visto come “prova” del fatto che Regeni fosse un attivista. Giulio Regeni non era un attivista, pur avendo passione politica: stava studiando, stava facendo ricerca. È stato ucciso dal regime, “come un egiziano” (questo si leggeva su alcuni cartelli, i primi giorni dal suo ritrovamento) e per questo è stato inserito nella lista dei martiri della rivoluzione egiziana.

  1. Nel libro insisti sul fatto che la sparizione forzata, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni non rappresentino di per sé un caso eccezionale nell’Egitto di al-Sisi. Soltanto nei primi mesi del 2016 infatti – secondo il Centro el-Nadim per la Riabilitazione delle Vittime della Violenza – sono stati registrati 88 casi di tortura, 8 dei quali con esito mortale. Mentre il bilancio complessivo del 2015 conta 464 casi di sparizioni forzate e 1676 casi di tortura, di cui 500 con esito mortale. È giusto chiedersi dunque di cosa ci stiamo stupendo ed è altrettanto legittimo domandarsi per quali ragioni la maggioranza dei mezzi di informazione italiani abbia ignorato queste verità e omesso la natura di un regime repressivo che intensifica le sue politiche di controllo a suon di sparizioni forzate e detenzioni illegittime. Perché nella trattazione mediatica del caso il contesto che ha portato alla morte di Giulio è stato ignorato?

Molti giornalisti che sono stati messi a trattare il caso Regeni non avevano alcuna conoscenza dell’Egitto e di ciò che in Egitto è successo negli ultimi anni. Altri, che solitamente si occupano di cronaca giudiziaria, hanno avuto un approccio “investigativo” senza però fare i conti con la presenza di un regime e di una retorica di regime, specializzata nello spostare l’attenzione, nell’insabbiare. E questo è il lato “luminoso”. Nel libro parlo anche di chi, avendo interessi in Egitto, ha remato davvero contro, cercando di derubricare la vicenda, lanciando accuse infamanti su Giulio Regeni, su chi era intorno a lui nei suoi studi, ecc. Mettici anche che in Italia non si è parlato di Egitto per anni e quando se ne è parlato si è descritto al-Sisi come una specie di “pilastro della stabilità”, come un grande statista di cui avremmo assoluto bisogno per la battaglia contro il terrorismo, ecc.

  1. «In questo momento l’Egitto si salva solo grazie alla leadership di al-Sisi. Sono orgoglioso della mia amicizia con lui e sosterrò i suoi sforzi in direzione della pace, perché il Mediterraneo senza l’Egitto sarà un luogo senza pace» sono parole di Matteo Renzi (8 luglio 2015) che insiste nel definire al-Sisi «un grande leader». Perché il Presidente del Consiglio italiano ha una relazione così stretta con il dittatore al-Sisi? Quanto pesano 1) la presenza dell’Eni in Egitto; 2) l’ingente vendita di armi delle industrie italiane all’apparato repressivo egiziano e 3) gli accordi per “combattere l’immigrazione clandestina” tra i due governi? E quanto ha influito questa relazione sul silenzio e la passività dell’Italia durante il sequestro e dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni?

Pesano molto. Nel libro dedico un capitolo alle relazioni fra Italia ed Egitto. Con un dettaglio da non trascurare: oggi avere relazioni economiche con l’Egitto significa in moltissimi casi supportare il regime. Nel libro parlo anche degli accordi fra Italia ed Egitto in tema di migrazioni. Anche questo è un capitolo che non bisogna trascurare. In questo giorni si discute sul fatto che l’Egitto possa essere definito “paese sicuro”, un paese verso il quale rimandare indietro i migranti. La famiglia Regeni è stata molto chiara in questo senso: l’Egitto, al contrario, deve essere messo di fronte alle proprie responsabilità, deve essere considerato paese non sicuro.

  1. Puoi aggiornarci sulla situazione egiziana dall’assassinio di Giulio Regeni ad oggi? I sindacati indipendenti che studiava Giulio in che acque navigano ora? I giornalisti e gli attivisti continuano a essere minacciati, sequestrati e torturati? L’Italia e la comunità internazionale hanno agito pressioni sul regime di al-Sisi con rispetto alla tutela dei diritti umani?

13151916_1019068978174109_2892829785132549035_nI numeri, sempre crescenti, delle sparizioni forzate parlano da soli. I sindacati indipendenti sono schiacciati e divisi, il presidente del sindacato dei giornalisti è stato arrestato. Un consulente della famiglia Regeni al Cairo è stato accusato di terrorismo. E questi sono solo esempi. La repressione non si è fermata anzi si è intensificata. L’Italia, dopo il ritiro dell’ambasciatore, non ha fatto niente. Anche qui il richiamo dei familiari di Regeni a fare di più parla da solo. Britannici (ma non Cambridge, occorre sottolinearlo) e francesi chiudono gli occhi. Qui nessuno vuole dire: “se fosse stato un francese o un britannico le cose sarebbero state diverse”. Non è questo il punto. Senza la pressione dell’opinione pubblica le cose rimarranno ferme.

  1. Nel libro citi la compiacente intervista di Mario Calabresi e Gianluca Di Feo, rispettivamente direttore e vicedirettore de la Repubblica, ad al-Sisi, e le domande inopportune poste dallo stesso Calabresi ai genitori di Giulio Regeni durante la conferenza stampa al Senato. Cosa pensi della campagna “Verità per Giulio” lanciata da Amnesty International e la Repubblica?

Trovo quell’intervista uno dei punti più bassi del giornalismo italiano degli ultimi tempi. E trovo che Repubblica, pubblicando tutto e il contrario di tutto – anche lettere anonime! – non ha contribuito a fare chiarezza. Stendo un velo pietoso sulla domanda di Calabresi alla conferenza stampa. Ne ho scritto appunto nel libro, definendo la cosa “pornografia dell’informazione”. Quanto ad Amnesty penso che stia facendo il suo lavoro, avendo anche il delicato ruolo di assistere nelle iniziative la famiglia di Regeni. Un lavoro che ha dei limiti strutturali: se non c’è volontà politica non si va avanti. Certo è che ormai, sotto l’hashtag #veritàpergiulio, va a finire di tutto, come era prevedibile. Col tempo i messaggi si confondono e si edulcorano. E tutti parlano “in nome di”. Bisogna fare presto. Personalmente non ho mai usato quell’hashtag, soprattutto per non creare ambiguità: il mio libro è prima di tutto un lavoro di analisi e approfondimento. E deve essere chiaro che la cosa corre in parallelo rispetto alle iniziative della famiglia Regeni – iniziative coraggiose, che trovo importanti perché mettono al centro sempre la questione dei diritti umani in Egitto e del regime – e a quelle di Amnesty.

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Le tre sepolture di Giulio Regeni https://www.carmillaonline.com/2016/03/01/le-tre-sepolture-di-giulio-regeni/ Mon, 29 Feb 2016 23:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28772 di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso. La prima è stata rappresentata dai servizi [...]]]> di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso.
La prima è stata rappresentata dai servizi egiziani fin dal primo momento della sua scomparsa e delle prime ricerche messe in atto per ritrovarlo. Secondo quanto riferito in un’intervista rilasciata al quotidiano filo governativo egiziano AlYoum7, il titolare delle indagini, il generale Khaled Shalabi, ha parlato di un incidente stradale sostenendo che la polizia avrebbe ritrovato il cadavere dopo la segnalazione di un passante.

Ma sul luogo dove la polizia aveva sostenuto di aver ritrovato il cadavere di Giulio Regeni nove giorni dopo la sua sparizione, sulla parte superiore di un cavalcavia dell’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto, non ci sono mai state tracce “né di brusche frenate, né di vetri, né di sangue, né di ripulitura nello spesso strato di polvere mista a rifiuti che ricopre tutto”.1 In compenso come altri hanno già riportato vi sono significative tracce di pratica di torture messe in atto dal generale Khaled Shalabi, che “venne condannato nel 2003 per aver falsificato rapporti di polizia e per aver torturato – fino a ucciderlo – un uomo, insieme ad altri due poliziotti”,2 anche se la sentenza fu poi sospesa.

La terza ed ultima sepoltura però, ed anche la più blasfema, è quella messa in atto dalle autorità governative e da vari media italiani che, pur fingendo di voler ottenere giustizia e pur facendo, come al solito e così come piace al nostro Presidente del Consiglio, la voce grossa, in realtà tardano a denunciare con certezza e sicurezza che gli autori del barbaro assassinio potranno essere soltanto individuati tra gli agenti dei servizi, nemmeno tanto segreti, del sanguinario regime di Al Sisi.

Così si sta letteralmente prendendo e perdendo tempo, in attesa che lo scorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi finisca con il fare levigare la memoria dell’omicidio politico dalle sabbie millenarie del deserto egiziano. Fino a farne scomparire ogni traccia, quasi si trattasse del naso della Sfinge o di qualche altra decorazione delle antiche piramidi ormai erose dal vento e svuotate più dai tombaroli secolari che non dagli archeologi.

Un autentico sepolcro di menzogne e depistaggi, dalla diffusione di notizie riguardanti una presunta collaborazione di Giulio con agenzie di intelligence oppure un rapimento dovuto ai Fratelli Mussulmani3 fino all’ipotesi di una vendetta personale avvallata negli ultimi giorni dalle autorità egiziane,4 viene ormai quotidianamente costruito al fine di ostruire ogni possibile accesso alla più semplice delle verità. Anzi la sponda che l’informazione nazionale presta, in gran parte, alle notizie rilanciate dai giornali filo-governativi egiziani, come il sopracitato AlYoum7 oppure Al Ahram, permette al regime di Al Sisi di presentarsi come vittima di un possibile complotto.

Così, mentre il macellaio si traveste da agnello, le indagini brancolano in un buio, più che voluto, desiderato. Soprattutto dalle stesse autorità italiane che, denunciando la scarsa collaborazione di quelle egiziane, sembrano non veder l’ora di poter archiviare il tutto come delitto irrisolto. Che volete che sia, in fondo, un ricercatore scomparso, magari di sinistra, ai margini di un deserto immenso in cui sono scomparse culture millenarie, faraoni, templi e armate?

Contro le illazioni su una sua possibile collaborazione con qualche forma di intelligence Oxford Analytica, il think tank britannico col quale aveva collaborato Giulio Regeni, ha fatto sapere “di non voler parlare in questo momento coi media italiani sulla vicenda del ricercatore ucciso in Egitto. Fonti in contatto col centro studi hanno riferito che si respira un’aria di irritazione fra i responsabili dell’organizzazione, che negano di essere legati a qualunque agenzia di intelligence e lamentano inesattezze sulle ricostruzioni della loro attività”.5 Mentre “invece, al Department of Politics and International Studies (Polis), l’istituto che Regeni frequentava nel campus di Sidwick Site, trapela un misto di dolore e irritazione. Glen Rangwala, un docente esperto di questioni mediorientali, si limita a dire di non voler fare commenti dopo “le inesattezze” – deplora – comparse su alcuni media italiani”.6

Un balletto così vergognoso quello inscenato tra Mukhabarat (la centrale dei servizi segreti egiziani7 ), governo e media italiani da spingere il mondo accademico inglese a formulare un appello “affinché il Parlamento britannico chieda e ottenga sulla morte di Regeni ‘un’indagine indipendente e imparziale’. Quale evidentemente non è ritenuta quella italo-egiziana”.8

Ma cosa spinge ad un comportamento tanto vile il nostro governo e buona parte dei nostri media? Soltanto gli interessi economici oppure anche qualcosa d’altro? “Non fosse altro perché sul tavolo delle relazioni tra i due Paesi, oltre al cruciale ruolo strategico svolto dal Cairo in chiave antiterrorismo, ci sono commesse per 10 miliardi di dollari (7 soltanto dell’Eni per lo sfruttamento del giacimento di gas Zohr, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo9 ). Può il destino di un ventottenne “comunista” valere di più di quel fiume di denaro?”10 E già soltanto su questo il regime di Al Sisi potrebbe ampiamente scommettere che l’Italia non vorrà fare di questo assassinio una questione capitale.

abu omarMa anche un’altra risposta è arrivata in questi giorni proprio da Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani ha infatti condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 con la decisiva collaborazione del Sismi, servizio segreto militare. Collaborazione, guarda caso con la CIA e i servizi segreti egiziani. “Tenuto conto delle prove, la Corte ha stabilito che le autorità italiane erano a conoscenza che Abu Omar era stato vittima di un’operazione di ‘extraordinary rendition’ cominciata con il suo rapimento in Italia e continuata con il suo trasferimento all’estero“, afferma la Corte di Strasburgo e prosegue: “L’Italia ha applicato il legittimo principio del segreto di Stato in modo improprio e tale da assicurare che i responsabili per il rapimento, la detenzione illegale e i maltrattamenti ad Abu Omar non dovessero rispondere delle loro azioni”. Concludendo poi che: “nonostante gli sforzi degli inquirenti e giudici italiani, che hanno identificato le persone responsabili e assicurato la loro condanna, questa è rimasta lettera morta a causa del comportamento dell’esecutivo”.11

Ci sono segreti, e la storia d’Italia almeno da piazza Fontana in avanti lo dimostra tristemente, che non possono essere rivelati. A qualsiasi costo. Perché ne nascondono altri. Asservimenti che non possono essere rifiutati, come le rivelazioni degli ultimi giorni, a proposito dei controlli esercitati dai servizi di sicurezza americani sui governi “amici” e anche su quello italiano, ben dimostrano. Al massimo possono produrre un abbaiare di cani, come quando di notte siamo risvegliati da un breve latrato che, una volta interrotto, ci lascia tornare ai nostri sogni.

Le proteste di alcuni membri del governo e le indagini di questi giorni sembrano infatti ricordare l’abbaiar dei cani, spesso inutile e soltanto molesto. Perché mentre la guerra si delinea sempre più come unico orizzonte possibile, gli alleati possono chiedere ed ottenere dal governo italiano tutto ciò che vogliono. E falsificare la verità di un delitto non sarà certo la sola richiesta o la peggiore.

sepoltura 2 Il governo del pifferaio magico ci aveva garantito, qualche giorno fa, che i droni americani della base di Sigonella sarebbero stati usati soltanto per azioni di risposta a pericoli immediati e che, in sé, non avrebbero rappresentato un preludio ad una escalation militare. Peccato che, successivamente, sia stato riunito il Consiglio supremo di Difesa che “ha valutato ‘la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto’“.12 Mentre è stata rivelata, ad esempio dal quotidiano Le Monde, la presenza di truppe francesi in Libia, così come quella di corpi speciali americani e britannici.

Così sebbene lo si neghi, si è discusso del fatto che “Gli specialisti del Cosubin e del Col Moschin ma anche i parà della Folgore potranno agire grazie alle stesse garanzie funzionali degli 007 che la legge ha concesso loro con il provvedimento varato larga maggioranza proprio in previsione di un possibile intervento in Libia“. Potrebbero essere circa 3000 i soldati italiani “impiegati a protezione dei siti sensibili come gli impianti energetici, i giacimenti, gli oleodotti”13 che ancora forniscono l’ENI, mentre “la macchina dei raid è già in azione. C’è una ricognizione aerea continua, condotta dai droni americani e italiani che decollano da Sigonella; da quelli francesi che perlustrano l’area desertica del Fezzan e da quelli britannici che partono da Cipro. Altri velivoli spia, inclusi i nostri Amx schierati a Trapani, scattano foto e monitorano le comunicazioni radio grazie ad apparati a lungo raggio, che gli permettono di restare fuori dallo spazio aereo libico. Una sorveglianza che avrebbe permesso di selezionare circa duecento potenziali bersagli […] Ma nessuno si illude: una manciata di bombardamenti e colpi di mano isolati non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno” […] l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. Al momento è una sorta di “ultima minaccia”, per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk, ma potrebbe trasformarsi in fretta in un’opzione concreta. Con un ribaltamento di fronti: mentre a Tripoli il potere è in mano a formazioni islamiche più o meno moderate, il governo rivale aveva ispirazione laica e supporto occidentale. E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati”14.

“Un balzo indietro di oltre cento anni senza consultare, nemmeno per conoscenza, i libri di storia […] un “piano B” per la Libia che troppo assomiglia a vecchi progetti coloniali europei”.15 Confermato dallo odierne dichiarazioni del Segretario alla Difesa statunitense Ash Carter che ha dichiarato: “L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza”16

Piano, ormai tutt’altro che “segreto”, che va in direzione totalmente contraria al comunicato congiunto pubblicato dopo la riunione ministeriale per la Libia del 13 dicembre 2015 in cui veniva affermato “il nostro pieno appoggio al popolo libico per il mantenimento dell’unità della Libia e delle sue istituzioni che operano per il bene del paese“.

Menzogne, nient’altro che menzogne: la guerra al terrorismo, la difesa della democrazia, la fedeltà e l’affidabilità degli alleati, l’azione umanitaria a favore dei profughi, la collaborazione tra stati e polizie per stabilire la verità sul caso Regeni. Vittima, come noi tutti, i vivi e i morti, di una macchina di oppressione, violenza, sfruttamento e falsificazione che solo la lotta per la liberazione dell’umano che è ancora in noi potrà un giorno ribaltare e distruggere.
migranti


  1. http://www.corriere.it/video-articoli/2016/02/07/egitto-luogo-dove-stato-trovato-corpo-giulio-regeni/5049aef8-cdaa-11e5-9bb8-c57cba20e8ac.shtml?refresh_ce-cp  ↩

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/10/news/regeni_informativa_da_egitto_nessun_elemento_riconduce_a_rapina_-133135353/  ↩

  3. http://www.panorama.it/news/esteri/morte-di-giulio-regeni-legitto-rifiuta-le-accuse/  ↩

  4. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/regeni_egitto_non_escludiamo_nessuna_pista_-134137778/?ref=HREA-1  ↩

  5. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  ↩

  6. ancora http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  ↩

  7. che si dividono rispettivamente in Gihāz al-Mukhābarāt al-ʿĀmma (Apparato d’informazioni generali), Idārat al-Mukhābarāt al-Harbiyya wa al-Istiṭlāʿ (Direzione dei servizi militari e d’indagine) e Gihāz Mabāḥith Amn al-Dawla (Apparato d’informazioni per la sicurezza dello Stato)  ↩

  8. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/15/news/giulio_tradito_dai_suoi_report_sui_gruppi_di_opposizione_intercettati_dagli_apparati_-133450148/?ref=HREA-1  ↩

  9. con riserve stimate in 850 miliardi di metri cubi di metano  ↩

  10. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  ↩

  11. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  ↩

  12. http://www.huffingtonpost.it/2016/02/25/libia-_n_9318500.html?1456431239&utm_hp_ref=italy  ↩

  13. Fiorenzo Sarzanini, Intervento in Libia. Ok a missioni segrete dei nostri corpi speciali, Corriere della sera, Venerdì 26 febbraio 2016  ↩

  14. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/l_allarme_la_casa_bianca_agiremo_ogni_volta_che_verra_individuata_una_minaccia_diretta_renzi_roma_fara_la_sua_parte_-134100071/  ↩

  15. libia-divisione-in-tre-sconfitta_n_9306502.html  ↩

  16. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/29/news/libia_usa_appoggeremo_con_forza_ruolo_guida_dell_italia_in_intervento_militare_-134513426/?ref=HRER1-1  ↩

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Il prezzo del petrolio/4 https://www.carmillaonline.com/2014/11/14/prezzo-petrolio4/ Fri, 14 Nov 2014 00:00:55 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18720 di Alexik

2013 Dec - Odioama[A questo link il capitolo precedente.]

[Nei giorni scorsi un’orda razzista ha assaltato il centro di accoglienza di Tor Sapienza, che ospitava anche profughi nigeriani. Li  hanno accusati di portare il “degrado”. Nessuno degli artefici del pogrom si è mai chiesto quanto degrado si nasconda dentro un pieno di benzina.]

“Il petrolio è anche in profondità. Quando abbiamo provato a issare le reti il colore dell’acqua è diventato nero … e con le reti é salito anche l’odore del greggio … Quando ci siamo avviati con la barca era [...]]]> di Alexik

2013 Dec - Odioama[A questo link il capitolo precedente.]

[Nei giorni scorsi un’orda razzista ha assaltato il centro di accoglienza di Tor Sapienza, che ospitava anche profughi nigeriani. Li  hanno accusati di portare il “degrado”. Nessuno degli artefici del pogrom si è mai chiesto quanto degrado si nasconda dentro un pieno di benzina.]

“Il petrolio è anche in profondità. Quando abbiamo provato a issare le reti il colore dell’acqua è diventato nero … e con le reti é salito anche l’odore del greggio … Quando ci siamo avviati con la barca era come navigare nel petrolio… il greggio copriva tutto, a perdita d’occhio”1 (Sunday Ayoyo, Odioama, 8 dicembre 2013).

L’onda nera è arrivata dal mare. A Odioama (Nigeria/Bayelsa State), un villaggio Ijaw fra il fiume St. Nicolas e l’Oceano Atlantico, vivono prevalentemente di pesca… o almeno vivevano fino al novembre 2013, quando l’oceano si è tinto di nero. La marea velenosa fuoriuscita dagli impianti dell’Agip di Brass ha stroncato la loro fragile economia, che non si era ancora ripresa dal disastro di due anni prima, provocato dalla falla di un oleodotto della Shell.

Marzo 2014. Ikarama-Kalaba: perdita da un oleodotto dell'Agip nel Taylor Creek.

Marzo 2014. Ikarama-Kalaba: perdita da un oleodotto dell’Agip nel Taylor Creek.

Ma nello Stato del Bayelsa le comunità che hanno maggiormente “beneficiato” della modernità portata dall’Eni sono sicuramente Kalaba e Ikarama, dove gli spandimenti di greggio o semilavorati dalle condutture dell’Agip registrano una frequenza impressionante. Sul territorio di Kalaba passano le tubazioni che portano il greggio dal pozzo “Taylor Creek A” fino ad Oshie. L’oleodotto attraversa il fiume, passa fra le case, le strade, gli stagni, le fattorie.  “Abbiamo subito più di 30 spandimenti di petrolio da quando l’Agip ha installato i suoi oleodotti. Io conosco un solo caso in cui l’Agip abbia pagato i danni” (Roman Orukali, Kalaba, 2 luglio 2012)2.

Nelle cronache del Bayelsa ogni volta si ripete lo stesso scenario di distruzione e disperazione. Si ripete la rovina dei raccolti irrorati a petrolio, raccolti che erano costati così cari: tanti giorni di cammino per procurare le sementi, tanta terra da dissodare a mano sotto il sole, tanta fatica per sopravvivere annullata in un attimo, tanta angoscia per aver perso tutto. Viene distrutto il lavoro delle donne:

“Le nostre fattorie sono state inondate di petrolio o bruciate senza alcuna compensazione. Io stessa ho dovuto abbandonare la mia fattoria più grande, e conosco altre 12 donne della comunità che hanno dovuto fare lo stesso. Tutto questo ci ha scoraggiate a continuare a coltivare, e anche i nostri mariti non vanno più a pesca. Gli spandimenti di petrolio hanno reso inutilizzabili le nostri fonti di acqua pulita e gratuita, compreso il Taylor Creek, perché hanno inquinato in modo persistente ogni specchio d’acqua della comunità. Quest’anno abbiamo visto i pesci morti galleggiare sul fiume e sui nostri stagni” (Ovia Joe, Kalaba, gennaio 2012)3.

Aprile 2014. Kalama: falla in un oleodotto dell'Agip,

Aprile 2014. Kalaba: falla in un oleodotto dell’Agip,

“Il rendimento della mia terra  è basso, pochi i prodotti per il mercato a causa degli spandimenti continui. Vivo nell’infelicità perché coltiverò la terra per mesi, fino a quando  uno spandimento di petrolio non distruggerà tutto ciò per cui ho lavorato, senza che il governo o la compagnia  facciano niente. A parte questo, non abbiamo nessun beneficio in termini di strade, infrastrutture, impiego. È la  quinta volta che una perdita di petrolio compromette i miei sforzi, senza alcun compenso o bonifica.  Al massimo arrivano e chiudono la falla scortati da militari armati pesantemente. Quest’ultimo incendio mi ha gettato nel panico, ho pensato solo a cercare i miei bambini. Non ho più denaro. Voglio che loro [l’Agip]  vengano a pulire, che impieghino i nostri giovani e insegnino alle donne altri mestieri, finché non potremo tornare a vivere di agricoltura. Non abbiamo ancora denunciato l’incidente a nessuna autorità, c’è una voce in giro che la compagnia si sta mobilitando per arresti di massa” (Tina Alibi, Kalaba, agosto 2012)4.

“Noi coltiviamo ogni anno questa terra, e andiamo a comprare le sementi di yam molto lontano da qui. Ma puoi vedere che con questo spandimento i miei sforzi e il mio lavoro sono stati vani Io non ho un altro lavoro, io dipendevo dall’agricoltura e dalla pesca per vivere”5 (Mary Gold Nwanlia, Kalaba, settembre 2014).

Nelle cronache del Bayelsa, ogni volta si ripete lo stesso copione di incuria e disprezzo, perché le falle vengono lasciate aperte per giorni, o addirittura per settimane, ampliando il danno ecologico a dismisura prima che una squadra di manutenzione intervenga a chiuderle.

Luglio 2014. Kalaba: perdita da un oleodotto dell'Agip.

Luglio 2014. Kalaba: perdita da un oleodotto dell’Agip.

“Secondo un testimone la perdita è iniziata il 7 febbraio, ma dopo quattro giorni era ancora lì. L’Agip ha mandato diversa gente a controllare, ma è venuta a guardare e poi se ne è andata, lasciando allargare la falla sotto la pressione del greggio”6  (Kennet Ibinabo, Egbebiri, febbraio 2014).

“Noi abbiamo chiamato l’Agip lo stesso giorno, il 27 maggio, ed informato la compagnia della falla nell’oleodotto. È stupefacente che, nonostante li avessimo avvertiti subito, non si siano mossi fino al 6 giugno”7.  (Michael Joseph, Okpotuwari, giugno 2014)

“Questa perdita è cominciata il mese scorso [agosto 2014] e noi abbiamo subito informato la compagnia. Ma non era così grave come è ora. Pensavamo che l’Agip si sarebbe mobilitata per venire a investigare e chiudere, ma non sono venuti fin ad ora” (Samuel Oburo, 15 settembre 2014)8.

Luglio 2014. Kalaba-Ikarama: perdita da un oleodotto dell'Agip.

Luglio 2014. Kalaba-Ikarama: perdita da un oleodotto dell’Agip.

Strane cose poi succedono ai verbali di ispezione: “La perdita dall’oleodotto dell’Agip è iniziata il 20 marzo e ha continuato a nebulizzare fino a quando la compagnia non è venuta a chiuderla il 5 aprile…. Loro hanno registrato sul verbale della JIV  che la perdita era iniziata il 3 aprile, per uno spandimento di cui li avevamo avvisati il 20 marzo. Nulla è stato fatto per pulire o evitare che il greggio continuasse a diffondersi. Così ha continuato a spargersi nel lago e deve aver ormai raggiunto Masi, il lago successivo. Ha inquinato oltre 100 stagni, distruggendo la vita acquatica. Se ti avvicini puoi vedere i pesci morti. Puoi vedere le trappole per i pesci, che hanno dato da mangiare alle famiglie, hanno permesso di mandare i loro figli a scuola e di costruire le loro case, ma tutti questi diritti vengono negati nel momento in cui il greggio si spande nel fiume”9 (Joe Orukali, Kalaba, 23 giugno 2014).

A volte l’intervento delle squadre di manutenzione dell’Agip aumenta la gravità del disastro: “Ci hanno informati che c’era della gente in tuta da lavoro nella boscaglia, così siamo andati a controllare. Abbiamo visto un militare e 16 addetti della Nigerian Agip Oil Company con una saldatrice, un estintore e un po’ di detersivo, mentre cercavano di bloccare il punto di fuoriuscita. Durante la saldatura il fuoco è partito da una scintilla e ci ha circondati. Siamo scappati tutti in direzioni diverse, lasciando bruciare l’incendio senza nessun intervento di estinzione”10 (Nature Nyekefamo, Kalaba, 15 agosto 2012). Da questa descrizione risulta evidente come la squadra dell’Agip non avesse nè le capacità né le attrezzature antincendio necessarie per quel tipo di intervento.

Settembre 2014. Kalaba: falla nelle condutture dell'Agip.

Settembre 2014. Kalaba: falla nelle condutture dell’Agip.

Né l’Agip, né lo Stato predispongono squadre addestrate ed equipaggiate per gli interventi di emergenza negli abitati vicini agli oleodotti. E’ la popolazione stessa che deve provvedere a mettersi in salvo. A Egbebiri (Bayelsa State), nel febbraio scorso, il greggio in forma gassosa fuoriuscito da un oleodotto dell’Agip ha reso l’aria velenosa ed esplosiva. Ad evacuare la zona ha dovuto pensarci il  caposquadra di un cantiere lì vicino: “Questa perdita ha reso insicura l’intera area. Il gas è velenoso, e non posso esporvi gli operai”11.

In compenso, in mancanza di vigili del fuoco o addetti alle emergenze, lo Stato del Bayelsa ha inaugurato in maggio il corpo dei ‘Bayelsa Volunteers’, 1.100 “volontari” pagati (si … è un po’ una contraddizione in termini) per combattere il “crimine dei sabotaggi, dei furti di petrolio” e servire da  scorta armata degli addetti delle multinazionali12.

Benché si tratti di giovani del Bayelsa, la loro irruzione in comunità diverse da quelle di provenienza viene vissuta come un atto intimidatorio. A volte, in caso di incidenti agli oleodotti, i “Bayelsa Volunteers” rappresentano l’unica presenza istituzionale assieme ai soldati.

Settembre 2014. Kalaba: fuga di gas da condutture dell'Agip.

Settembre 2014. Kalaba: fuga di gas da condutture dell’Agip.

“Sono arrivati di soppiatto il sei giugno per chiudere la falla. Si, di soppiatto, perché non hanno informato in nessun modo la comunità del loro arrivo… Sono arrivati con un soldato e con alcuni membri dei “Bayelsa Volunteer”. Non c’era nessun rappresentante del NOSDRA, o del ministero dell’ambiente o nessun altra delle parti interessate all’ispezione. Ho chiesto personalmente al caposquadra dell’Agip perché fossero venuti senza nessun rappresentante del governo. Si è messo a ridere, e mi ha detto che solo i “Bayelsa Volunteer” girano con l’Agip”13 (Michael Joseph, Okpotuwari, giugno 2014). Nessuna ispezione pubblica, quindi, su questo incidente, che sarebbe rimasto sotto silenzio se la comunità non avesse avvertito gli attivisti dell’Environmental Rights Action (ERA).

Teoricamente ad ogni spandimento di petrolio dovrebbe seguire un processo di investigazione (JIV) alla presenza dei rappresentanti delle comunità colpite, dei funzionari della National Oil Spill Detection and Response Agency (NOSDRA), del Ministero dell’Ambiente e del Dipartimento delle risorse petrolifere. Risulta chiaro dalle testimonianze come le comunità siano escluse dalle ispezioni e le istituzioni assenti. In pratica la compagnia si ispeziona da sola, redige una sorta di  autocertificazione, cioè un verbale striminzito di un paio di pagine dove può dichiarare quello che le pare sulla data di inizio della perdita di greggio, sui volumi di inquinanti versati, sulle cause della rottura dell’oleodotto14. In questo modo non ha nessuna difficoltà a sottovalutare il danno arrecato e ad addebitare l’incidente ad un sabotaggio, piuttosto che alla corrosione degli oleodotti, alla scarsa manutenzione, ai guasti degli impianti.

Settembre 2014. Kalaba: perdita da un oleodotto dell'Agip.

Settembre 2014. Kalaba: perdita da un oleodotto dell’Agip.

Durante l’assemblea ordinaria del 2013, l’Eni ha affermato che “la Nigeria è il Paese con la più elevata incidenza di spill [spandimenti], causati per la quasi totalità da atti di sabotaggio e bunkering [furti di petrolio]”15.

Nel rapporto “Bad information. Oil spill investigations in the Niger Delta” Amnesty International commenta così queste affermazioni: “Nel 2012  si è raggiunta l’incredibile cifra di 474 spandimenti derivanti da operazioni dell’Agip, comparati con i 207 della Shell. L’Agip attribuisce la maggioranza degli spandimenti ai sabotaggi ma non fornisce assolutamente nessuna informazione a supporto. Comunque, un numero così alto di spandimenti, qualunque ne sia la causa, è indifendibile… Amnesty International ha chiesto all’Agip informazioni sull’età delle sue infrastrutture…. Dei 14 oleodotti menzionati, più della metà è stata costruita negli anni ’70, e quattro hanno 40 anni… Questo  rapporto … suggerisce che la compagnia non abbia il controllo delle operazioni nel Delta del Niger. Nessuna compagnia può difendere più di 400 fuoriuscite di petrolio all’anno dando la colpa a sabotaggi e furti”16.

Settembre 2014. Kalaba: perdita da un oleodotto dell'Agip.

Settembre 2014. Kalaba: perdita da un oleodotto dell’Agip.

Il “sabotaggio” è la formula magica per colpevolizzare le comunità colpite. Serve ad addossargli la responsabilità dell’incidente. È una sorta di criminalizzazione collettiva che prescinde completamente da una qualsiasi inchiesta seria finalizzata all’accertamento dei fatti. È una forma di intimidazione preventiva verso le popolazioni danneggiate. Della serie: “se tu mi accusi di averti creato un danno, io ti accuso di averlo provocato allo scopo di chiedermi il risarcimento”. Ovviamente, se la “colpa” dell’inquinamento è della comunità, non gli spetta nemmeno la bonifica.

“Una volta che attribuiscono la causa dello spandimento al sabotaggio, alla comunità non arriva nessun indennizzo” (Idoniboye Nwalia, Kalaba, febbraio 2013)17.

Qualche rara volta appellarsi al sabotaggio per l’Agip è stato palesemente impossibile, come nel caso della marea nera di Odioama.  Odioama ha ricevuto a titolo di risarcimento ben 24 milioni di naira18. Con la quotazione del naira a 0.0048 Euro la cifra stratosferica equivale a 115.200,00 Euro. Ma la maggior parte delle comunità rischia di aspettare per anni dei soldi che non arriveranno mai. Le tattiche di stallo dei legali delle compagnie petrolifere producono contenziosi lunghissimi, che si perdono facilmente nelle disfunzioni del sistema giuridico nigeriano19.

E dire che le modalità di gestione dei contenziosi sono migliorate rispetto a 15 anni fa. Nel 1999 le comunità del clan Ekebiri (Bayelsa State) chiesero all’Agip il risarcimento per i danni causati in trent’anni di spandimenti di petrolio. L’Agip rifiutò, e il 17 aprile di quell’anno le comunità risposero chiudendo per protesta due collettori. Il giorno dopo l’Agip si presentò con una scorta militare. I soldati aprirono il fuoco sui giovani disarmati e sui capi villaggio di Ekebiri. Spararono per 40 minuti uccidendo otto persone. Due capi villaggio vennero arrestati.20.

Oggi è più facile che le rivendicazioni e le proteste si arenino nelle aule di tribunale. Nel 2009 una ONG nigeriana portò in giudizio il governo e sei multinazionali del petrolio, fra cui l’Eni, per le violazioni dei diritti umani e per l’inquinamento petrolifero del Delta. Per le compagnie la corte si dichiarò in difetto di giurisdizione, ma alla fine del 2012 il governo nigeriano venne condannato21. La sentenza non ebbe effetti pratici.

A quanto pare, vale anche in Nigeria quanto sostenuto di recente dal nostro premier  a sostegno dell’Eni: “Aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a uno scoop di mettere in crisi dei posti di lavoro o a un avviso di garanzia citofonato sui giornali di cambiare la politica aziendale di un Paese” (Matteo Renzi, Camera dei deputati, 15 settembre 2014)22. (Fine)

Nota: nella foto di apertura un pesce morto durante la marea nera a Odioama, novembre 2013. Tutte le foto sono tratte dai rapporti dell'Environmental Rights Action.

  1. ERA, Field report n. 346: Agip spill from Brass terminal spreads to Odioama and environs, 8 dicembre 2013. ↩

  2. ERA, Field Report #304: Fresh oil spills along Agip pipeline pollute Kalaba environment, 2 luglio 2012. ↩

  3. ERA, Field Report #304: Fresh oil spills along Agip pipeline pollute Kalaba environment, 2 luglio 2012. ↩

  4. Era, Field Report 314: Poor clamping methods ignites inferno in Kalaba community, 15 agosto 2012. ↩

  5. ERA, Field Report #285: Fresh Spill from Agip Facility ruins Ponds, Farmlands in Kalaba community, 16 gennaio 2012. ↩

  6. Kennet Ibinabo, Leaking Agip’s oil well sacks Bayelsa community, 11.Feb 2014 ↩

  7. ERA, Field Report 358: Attempt to siphon crude oil from Agip pipeline causes spill in Okpotuwari, 24 giugno 2014. ↩

  8. Oil Spill: Kalaba C’ty Sends SOS To Agip, Federal, Bayelsa Oil Spill: Kalaba C’ty Sends SOS To Agip, FederalGovts To Help Plug Leakage, 15 settembre 2014. ↩

  9. ERA, Field report #357: Agip falsifies date of spill, abandons site for 66 days, 23 giugno 2014 ↩

  10. Era, Field Report 314: Poor clamping methods ignites inferno in Kalaba community, 15 agosto 2012. ↩

  11. Kennet Ibinabo, Leaking Agip’s oil well sacks Bayelsa community, 11.Feb 2014 ↩

  12. Bayelsa recruits over 1000 youths into state volunteers; to complement security agencies in curbing crime, oil theft, security breaches in communities, Bayelsa New Media Team, 28 aprile 2014. Igoniko Oduma, Dickson inaugurates 1,100 youths as ‘Bayelsa Volunteers’, Daily Indipendent, maggio 2014. ↩

  13. ERA, Field Report 358: Attempt to siphon crude oil from Agip pipeline causes spill in Okpotuwari, 24 giugno 2014. ↩

  14. Sui verbali redatti dall’Agip: Amnesty International, Bad information. Oil spill investigations in the Niger Delta, 2013, pp. 33/35 e p. 70. ↩

  15. Assemblea Ordinaria di Eni SpA, 10 maggio 2013. Risposte a domande pervenute prima dell’Assemblea ai sensi dell’art. 127-ter del d.lgs. n. 58/1998. ↩

  16. Amnesty International, Bad information. Oil spill investigations in the Niger Delta, 2013, p. 6, 58 e 65. ↩

  17. ERA, Field Report329: Multiple points spew crude oil along Agip Pipeline in Kalaba, 28 febbraio 2013. ↩

  18. ERA, Field report #366 :Minister’s Unannounced visit to Agip Base in Bayelsa a Mere Publicity Stunt, 29 ottobre 2014. ↩

  19. Stakeholder Democracy Network, Towards a new oil spill compensation mechanism for Nigeria,  14 ottobre 2014. ↩

  20. Cyril I. Obi, The changing forms of identity politics in Nigeria under economic adjustment. The case of the oil minorities movement of the Niger Delta, Nordiska Afrikainstitutet, Research report n. 19, 2001, pp. 84/85. ↩

  21. Court of Justice of The Economic Community of West African States, judgment n° ECW/CCJ/JUD/18/12, 14 dicembre 2012. ↩

  22. Mario Portanova, Corruzione, Renzi alla Camera attacca i pm su Eni: “Avviso di garanzia citofonato”, Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2014. ↩

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Il prezzo del petrolio/3 https://www.carmillaonline.com/2014/10/22/prezzo-petrolio3/ Tue, 21 Oct 2014 22:30:22 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18188 di Alexik

Okpai. Abitazioni vicino alla IPP. Foto: Luca Tommasini 2011.[A questo link il capitolo precedente.]

Kwale e Okpai (Nigeria/Delta State) sono comunità Ndokwa al centro della concessione Eni OML 60. Sui loro territori gravitano una grande stazione di flusso ed una centrale a gas per la produzione di energia elettrica, l’Independent Power Plant (IPP).

Per questi impianti l’Agip si era impegnata con un memorandum del 2000 ad attuare azioni compensatorie verso le comunità ospitanti. Undici anni dopo lo stato di attuazione [...]]]> di Alexik

Okpai. Abitazioni vicino alla IPP. Foto: Luca Tommasini 2011.[A questo link il capitolo precedente.]

Kwale e Okpai (Nigeria/Delta State) sono comunità Ndokwa al centro della concessione Eni OML 60. Sui loro territori gravitano una grande stazione di flusso ed una centrale a gas per la produzione di energia elettrica, l’Independent Power Plant (IPP).

Per questi impianti l’Agip si era impegnata con un memorandum del 2000 ad attuare azioni compensatorie verso le comunità ospitanti. Undici anni dopo lo stato di attuazione dell’accordo era il seguente: “Si sono impegnati ad assumere personale delle comunità, però hanno messo sotto contratto solo due persone. Si sono impegnati a pagare un affitto per la terra occupata, ma dal 1987 ad oggi non abbiamo visto un soldo”1.

L’affidabilità dell’Agip è diventata ormai proverbiale in tutta la nazione Ndokwa, così come la sua promessa di illuminare con l’energia elettrica prodotta ad Okpai le comunità residenti nel raggio di 50 chilometri. Al completamento dell’impianto IPP, dei 480 megawatt prodotti 450 presero la strada delle regioni dell’est, 30 vennero utilizzati dall’Eni stessa, mentre le comunità attorno alla centrale continuarono a rimanere al buio2. Beh, in realtà non proprio al buio … visto che l’Agip provvede ad illuminare Kwale 24 ore su 24 con le torce del gas flaring.

I resti del centro medico di Okpai

I resti del centro medico di Okpai. Foto: Luca Tommasini, 2011.

Oltre alla luce, non si può poi dire che l’Agip faccia mancare l’acqua. Per la costruzione della centrale di Okpai vennero prelevate dal letto del Niger grandi quantità di sabbia, e a questi scavi gli abitanti imputano il cedimento delle sponde. Una volta franato l’argine, la piazza del mercato e le case intorno sono state inghiottite dal fiume, il centro medico distrutto3.

Ma a dispetto di questi dettagli, l’IPP di Okpai rimane il fiore all’occhiello delle politiche verdi dell’Eni in Nigeria. L’impianto ha ricevuto dalla United Nations Framework Convention on Climate Change  lo status di “progetto qualificato a generare crediti di carbonio”, come previsto dal Protocollo di Kyoto. In pratica l’Agip viene premiata con “certificati verdi” (CER), perché utilizza nell’IPP una parte del gas prodotto dalle sue perforazioni petrolifere invece di convogliarlo verso le torce del gas flaring4.
A nulla vale obiettare che il gas in torcia non dovrebbe proprio finirci, perché il gas flaring è formalmente vietato dalla legge nigeriana: l’ Associated Gas Reinjection Act del 1979 aveva fissato infatti al 1° gennaio 1984 il limite ultimo per porre fine a tale pratica. Il validatore del progetto ha già risposto che è vero, la legge c’è, ma visto che tutti se ne fottono è come se non ci fosse5. Pertanto l’Agip va premiata, anche se continua a produrre milioni di tonnellate di CO2 convogliando in torcia il gas a Kwale, Ogbainbiri, Akri, Obama, Ebocha, Oshie6, alla faccia di Kyoto e di tutto il Protocollo.

Del resto anche lo Stato nigeriano, che in teoria dovrebbe essere il garante delle sue stesse leggi, guadagna bei soldi dal gas flaring intascandone le penali. Nel 2012 l’Agip ha pagato penali per circa 682.000 $, di cui nulla è arrivato alle comunità colpite7.

L’Independent Power Plant di Okpai doveva servire anche a spegnere le torce della vicina Kwale. Lo sosteneva anche l’ex A.D. Paolo Scaroni all’assemblea generale dell’Eni del maggio 2011:  “A Kwale sono installate 6 torce di gas flaring, ma dal 2005, quando fu commissionato l’impianto di Okpai, il gas flaring è stato sensibilmente ridotto. Lo “Zero gas flaring” alla stazione di flusso di Kwale è pianificato per giugno 2011”.

Gas flaring a Kwale. Foto: Luca Tommasini 2011.

Gas flaring a Kwale. Foto: Luca Tommasini 2011.

Lo “zero gas flaring” di Kwale possiamo verificarlo anche noi nella foto accanto, scattata nel settembre 2011. L’autore, Luca Tommasini, accompagnava una delegazione di ONG. Questo è il loro report: “Quello che rimane evidente è il chiarore delle enormi fiamme del gas che l’Agip continua a bruciare a cielo aperto nel centro di raccolta e processamento di Kwale. Fiamme alte decine di metri e che, come le altre di Ebocha, fanno un rumore assordante”8.  “Gli abitanti di Kwale e Okpai testimoniano che la costruzione dell’IPP non ha ridotto il flaring, che continua 24 ore al giorno, e loro continuano a soffrire dello stesso impatto di prima. La mancanza di controlli ambientali e cure mediche lascia le comunità prive di assistenza istituzionale… la maggior parte delle malattie non sono registrate ufficialmente. I tetti delle case di Okpai e del piccolo insediamento vicino all’IPP sono corrosi dalle piogge acide, che sono cadute continuamente negli ultimi anni”9.

Ormai l’annuncio della fine del gas flaring a Kwale è diventato una sorta di tradizione che si ripete anno dopo anno ad ogni nuova assemblea dell’ Eni. L’unica cosa che cambia è la data, ogni volta spostata in avanti. Attualmente l’ultima promessa è quella di “azzerare entro il 2017 i volumi di gas connessi all’estrazione del greggio e bruciati in torcia” in tutta la Nigeria10. Solo 33 anni in ritardo rispetto ai termini previsti dalla legge nigeriana, e senza nessun cenno alle bonifiche dei territori devastati, ai risarcimenti per le popolazioni colpite, alle cure per chi di questa devastazione muore.

Ma sarebbe ingeneroso ridurre l’attività nigeriana dell’Eni agli inquinanti delle torce, alla carta straccia degli accordi o alla corruzione di politici e militari. Ci sono settori in cui la nostra industria petrolifera si dimostra all’avanguardia, superando di gran lunga i risultati della più agguerrita concorrenza. Per esempio, nonostante l’Agip in Nigeria operi in un territorio molto più ristretto di quello della Shell, gli spandimenti di petrolio dai suoi oleodotti sono praticamente il doppio.

Tabella

“E’ successo lunedì … ero andata a controllare le trappole per i pesci.  Tutti nella comunità sanno che è la mia principale fonte di sopravvivenza, perché non ho figli che si prendano cura di me. Quando ho raggiunto l’area attorno all’oleodotto ho sentito come un rumore nell’acqua. Mi sono avvicinata con la canoa e ho visto il petrolio greggio che ribolliva, spandendosi lungo la corrente. Quando mi sono avvicinata alle trappole,  l’intera zona, dove io ed altre donne della comunità andiamo a pescare, era ricoperta di petrolio”.

Settembre 2013: perdita da un oleodotto dell'Agip nel fiume Ikebiri .

Settembre 2013: perdita da un oleodotto dell’Agip nel fiume Ikebiri .

La testimonianza è di Oron Peter, un’anziana della comunità Ijaw di Ikeinghenbiri (Bayelsa state). Non è la prima volta che succede. L’Agip costruì l’oleodotto che passa sotto il fiume Ikebiri nel 1993, e in seguito vi innestò una seconda linea. “C’è già stata una perdita, in passato, nella congiunzione fra le due linee, causata da un errore di una squadra di lavoro. – dice Marshal Amabebe Josiah, presidente del Ikeinghenbiri Community Development Committee – La nostra comunità ha chiesto più volte all’Agip un risarcimento danni, ma la compagnia non ha voluto sentire ragioni. Poi c’è stata un’altra perdita che l’Agip non ha potuto negare. Ci ha dato dei  materiali di soccorso, ma fino ad oggi si è rifiutata di pagare i danni alla comunità e ai singoli. Piuttosto ci ha portati in tribunale.”11.

A Emago (Rivers State) il 22 gennaio 2011 dopo la falla nell’oleodotto è divampato l’incendio. L’Agip riuscì a spegnere le fiamme dopo cinque giorni, ma non completamente. Le colonne di fumo continuarono ad alzarsi per diverso tempo. Fuoco e petrolio hanno distrutto campi, fattorie, boscaglia, ma soprattutto hanno contaminato il fiume, l’unica fonte d’acqua.

“Puoi vedere quanto casa mia sia vicina al fiume inquinato. E noi viviamo lì con i bambini, davanti a quel veleno giorno dopo giorno. Non è facile, soprattutto se non hai possibilità alternative per vivere, usare l’acqua, respirare. Non è la prima volta che sperimentiamo l’inquinamento petrolifero nel fiume, ormai sarà la decima volta. La compagnia coinvolta non è mai è venuta a ripulire”.

Febbraio 2011 - Perdita da impianto Agip ad Emago.

Febbraio 2011 – Perdita da oleodotto Agip ad Emago.

“L’anno scorso ci sono state diverse perdite di petrolio nel nostro territorio. I nostri mezzi di sopravvivenza sono stati seriamente colpiti … Nei fatti, stiamo morendo. L’anno scorso abbiamo perso dei bambini in questa comunità, come risultato dell’inquinamento della nostra unica fonte d’acqua. Sono morti molti bambini con gli stessi sintomi: problemi gastrici”.

“Uno degli aspetti più fastidiosi è la modalità di risposta dell’Agip. La compagnia ispezionerà il luogo con uomini in uniforme militare o con giovani armati, chiuderà la falla e scomparirà fino a quando un’altra perdita non ripeterà il rituale. Non inviteranno mai la nostra gente a presenziare alle ispezioni per accertare le cause dello spandimento, né ritorneranno per bonificare l’ambiente”.12.

Gli stessi scenari, le stesse situazioni si ripetono di continuo nel Delta del Niger, costringendo la vita quotidiana ad adattarsi al disastro ambientale permanente. (Continua)

Nota: La foto di apertura è di Luca Tommasini: abitazione nei pressi della centrale IPP di Kwale- Okpai.

  1. Dichiarazione di Francis Obegbo, in:  Luca Manes, Elena Gerebizza, Il Delta dei veleni. Gli impatti delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio in Nigeria, Allegato al numero 133 di Altreconomia, dicembre 2011, p. 14. ↩

  2. Eni SpA, Assemblea degli azionisti Eni –  Domande dell’azionista Osayande Omokaro, Environmental Rights Action Nigeria, 5 maggio 2011. Eni SpA, Assemblea Ordinaria. Risposte a domande pervenute prima dell’Assemblea ai sensi dell’art. 127-ter del d.lgs. n. 58/19981. Domande pervenute dall’azionista Fondazione Culturale Responsabilità Etica (titolare di 80 azioni), 10 maggio 2013 ↩

  3. Luca Manes, Elena Gerebizza, Op. cit., p. 16. ↩

  4. UNFCCC, CDM – Executive Board, Project design document form. Recovery of associated gas that would otherwise be flared at Kwale oil-gas processing plant, Nigeria, luglio 2004, p. 62. ↩

  5. Det Norske Veritas, Validation report. Recovery of associated gas that would otherwise be flared at Kwale oil-gas processing plant, Nigeria, Report no. 2006-0813, p. 6. ↩

  6. L’elenco delle località con torce attive è tratto da: Eni SpA, Assemblea Ordinaria. Risposte a domande pervenute prima dell’Assemblea ai sensi dell’art. 127-ter del d.lgs. n. 58/19981. Domande pervenute dall’azionista Fondazione Culturale Responsabilità Etica (titolare di 80 azioni), 10 maggio 2013, p. 19. ↩

  7. Idem. ↩

  8. Luca Manes, Elena Gerebizza, Op.cit. p. 14. ↩

  9. CEE Bankwatch Network, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Environmental Rights Action, Les Amis de la Terre, The Corner House, The reality behind EU “energy security”. The case of Nigeria, novembre 2011, p.8 ↩

  10. Celestina Dominelli, L’ Eni porta a zero il “gas flaring”, Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2013. ↩

  11. Environmental Rights Action, Field report n. 342, 18 settembre 2013 ↩

  12. Le testimonianze di Fubi Robin, J.O. Walters-Imodo, Adiembo Nwadighi Maestepen, sono tratte da: Environmental Rights Action, , Field report n. 259, 8 aprile 2011; Environmental Rights Action, Field report n. 255, 4 febbraio 2011 ↩

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Il prezzo del petrolio/2 https://www.carmillaonline.com/2014/10/07/prezzo-petrolio2/ Mon, 06 Oct 2014 22:16:33 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17822 di Alexik

A bird flies near the roaring column of flame.[A questo link il capitolo precedente.]

“L’aria è calda e secca, prende alla gola. Le fiamme bruciano giorno e notte, lasciano cicatrici sulla terra e sulla mia pelle. Vesciche secche mi ricordano che avrei dovuto mantenere le distanze. Mentre continua a bruciare attraverso un’altra alba, mi chiedo, quante altre saranno sfigurate prima che il fuoco si sazi”. (G. Gilliam, Oshie flare)

“Le torce del gas flaring sono ovunque nella regione del delta del Niger, ma poche sono drammatiche [...]]]> di Alexik

A bird flies near the roaring column of flame.[A questo link il capitolo precedente.]

“L’aria è calda e secca, prende alla gola. Le fiamme bruciano giorno e notte, lasciano cicatrici sulla terra e sulla mia pelle. Vesciche secche mi ricordano che avrei dovuto mantenere le distanze. Mentre continua a bruciare attraverso un’altra alba, mi chiedo, quante altre saranno sfigurate prima che il fuoco si sazi”. (G. Gilliam, Oshie flare)

“Le torce del gas flaring sono ovunque nella regione del delta del Niger, ma poche sono drammatiche come l’Oshie flare, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip”. (C.Hondros, The price of oil)

Quando l’Agip arrivò ad Akaraolu (Nigeria/Rivers State) nel 1972, gli abitanti danzarono in suo onore. La compagnia petrolifera avrebbe costruito una nuova stazione di flusso, e soprattutto la strada di accesso all’impianto: un miglioramento notevole per i trasporti e i commerci con i paesi vicini. Ma nessuno degli emissari dell’Agip diede al Consiglio degli Anziani una definizione chiara di “gas flare”, o li mise in guardia sui potenziali effetti sul villaggio.

Nessuno gli disse che “gas flare” significa bruciare in atmosfera il gas prodotto dalle perforazioni petrolifere, quando l’investimento per convogliarlo, liquefarlo o ripomparlo nel sottosuolo viene ritenuto troppo oneroso.

Akaraolu. Foto: Chris Hondros 2003.

Akaraolu. Foto: Chris Hondros 2003.

Nessuno gli disse che non avrebbero più visto il buio, che non avrebbero più dormito, che avrebbero dovuto gridare per parlarsi, che l’aria sarebbe diventata rovente. Nessuno gli disse che gli sbalzi di pressione del flusso del gas che alimenta la fiamma fanno tremare la terra e crepare i muri delle case.

Da quando è stata eretta l’Oshie flare, una torcia alta 300 piedi, i 2.000 abitanti di Akaraolu non hanno più conosciuto la notte: quando il sole tramonta, ci pensa l’Oshie flare a soppiantarne la luce col suo bagliore, ad offuscare le stelle.

Greg Campbell, giornalista freelance, descriveva così la situazione nel 2001:  “Le temperature possono superare le massime giornaliere da 10 a 30 gradi, e diventano mortali se ci si avvicina troppo alla fiamma. …..Nel raggio di 200 yarde le palme sono marroni e fragili, e l’acqua è troppo calda per la vita dei pesci… Gli abitanti dicono che il calore e il rumore allontanano la fauna selvatica …. e che anche i suoli sono danneggiati, e producono ogni anno raccolti di cassava e patate sempre più magri. Le donne abortiscono con maggior frequenza per lo stress e il calore … e gli uomini pisciano sangue, una patologia non diagnosticata che gli abitanti attribuiscono alla fiamma … L’inquinamento corrode i tetti di zinco. Molti edifici, inclusa la scuola, hanno buchi rugginosi spalancati sui tetti, che trasformano le stanze in docce durante i sei mesi della stagione delle piogge. Ironicamente, la torcia brucia energia in atmosfera davanti ad un villaggio che non ha la corrente elettrica… C’è un solo generatore ad Akaraoulo, e funziona quando c’è la benzina per alimentarlo”1.

Dagogo Joel. Foto: Chris Hondros 2003.

Dagogo Joel. Foto: Chris Hondros 2003.

Prima di andare a morire in Libia anche Chris Hondros, fotoreporter di guerra, documentò gli “effetti collaterali” dell’Oshie flare: “Il braccio di Dagogo Joel venne bruciato dall’Oshie flare quando era bambino. La torcia, adiacente ad Akaraolu, il villaggio di Joel, ogni tanto vomita liquidi in fiamme nelle campagne, e così ha bruciato il braccio di Joel che stava pescando con suo padre”.

“Il paese è schiacciato da una completa povertà, nonostante i milioni di dollari del petrolio che sgorga dalla sua terra ogni anno”2.

Alla fine degli anni ’90, dopo aver richiesto invano l’attenzione dell’Agip e del governo, gli abitanti di Akaraolu hanno provato a ribellarsi occupando la strada che porta all’impianto. L’attenzione in questo caso è arrivata in fretta, sui blindati dei reparti antisommossa. Gli uomini di Akaraolu sono rimasti in galera per mesi. Ora, nelle interviste raccolte da  Patrick Naagbanton per Sahara Reporters, sembra prevalere la rassegnazione:

“Nel corso degli anni Eunice ha guidato diverse proteste pacifiche contro la compagnia petrolifera italiana. Le proteste volevano costringere l’azienda a fornire loro l’acqua, un centro medico e altre infrastrutture di base. Ha detto che si era stancato di lottare perché non hanno ottenuto nulla dalla società o dal governo…  Segni di frustrazione e rabbia erano molto visibili sul suo volto”.

Il reportage di  Naagbanton del settembre 2013 continua descrivendo le condizioni di degrado, inquinamento, militarizzazione:

Akaraolu. Foto: Chris Hondros, 2003.

Akaraolu. Foto: Chris Hondros, 2003.

“La strada stava cadendo a pezzi, rendendo così il tragitto poco confortevole. Avevamo percorso circa due chilometri, quando un enorme camion militare ha accelerato verso di noi in senso opposto. L’uomo in moto era spaventato… mi ha consigliato di non parlare con loro perché così non ci avrebbero uccisi… Stavano tornando dalla stazione di flusso Agip di Akala-Olu alla loro base per farsi sostituire da un’altra squadra …

Ad un chilometro dalla comunità i cartelli “Restricted Area. Vehicles not allowed” sono dappertutto, fra la strada ed i terreni fertili. E’ pieno di condutture disseminate tutt’intorno. Due grossi tubi, uno dei quali vomita costantemente nuvole di fumo nero, mi hanno portato al villaggio di Akala-Olu…

La notte di Akala-Olu cade dall’atmosfera come una piaga. I tre pesanti generatori utilizzati per la produzione di petrolio, la turbina e la fiamma selvaggia provocano un inquinamento acustico shoccante e rilasciano un calore senza precedenti”.3

La stessa situazione viene descritta da un abitante ad Al Jazeera: “Quando piove beviamo gas, e la comunità di Akaraolu vive sotto il fuoco. Il mondo intero deve sapere che la comunità di Akaraolu sta vivendo nel fuoco, sta vivendo in servitù per colpa dell’Agip”4.

Torce dell'Agip a Ebocha. Foto: Luca Tommasini, 2011.

Torce dell’Agip a Ebocha.
Foto: Luca Tommasini, 2011.

A Ebocha, un paese di agricoltori e pescatori in territorio Ogba, nella regione del Rivers State, l’Agip cominciò ad estrarre petrolio nel 1970. Quarant’anni dopo queste sono le testimonianze degli abitanti:

“Prima vivevamo in un paradiso che ci forniva tutto quello di cui avevamo bisogno, adesso le cose continuano a peggiorare, l’ambiente si deteriora e la povertà è in aumento”.

“Ora nemmeno con tre o quattro semine riusciamo a far fronte ai nostri bisogni. Basta vedere che prima per raccogliere la cassava dovevi tagliarla, ora le radici sono così piccole e avvizzite che si può prendere con le mani senza fare il minimo sforzo”5.

“La maggior parte di questi oleodotti – dice Dandy Mgbenwa, del Community Development Committee – è qui da più di 30 anni, per questo necessita di urgenti riparazioni perché le perdite sono dappertutto. Ci sono più di 100 falle fra Ebocha e l’Orashi River. In cento metri puoi contare sei perdite, che hanno causato l’ultimo incendio. L’incendio è il risultato della perdita dall’oleodotto che va dal campo petrolifero di Obiafu all’impianto di Obi-obi, una perdita che è rimasta lì per un sacco di tempo, molto vicina alla strada usata dalle donne per andare nei campi e al mercato. Uno dei veicoli che trasportano le donne, passando sul petrolio è uscito di strada. L’autista é morto e i passeggeri sono rimasti feriti. L’Agip deve sostituire subito queste tubazioni”. 6.

Ebocha gas flare. Foto: George Osodi 2007.

Ebocha gas flare. Foto: George Osodi 2007.

All’ingresso del paese, le torri dell’Agip bruciano, da più di 40 anni e per 24 ore al giorno, il gas di scarto dell’estrazione del greggio. Come ad Akaraolu, avvicinandosi alle torce il calore e il rumore si fanno insopportabili. Il rumore impedisce il sonno, e il fetore di idrocarburi prende allo stomaco.

“La gente che abita in quell’area, quando viene qui, dice di avere un bruciore interno … e che non dorme per il rumore…. Dicono ogni volta che è come se la casa dovesse esplodere”, racconta Anthonia Chioma, dell’ Ebocha-Egbema’s General Hospital. “Puoi sentire il rumore da qui … è come qualcosa che sta cadendo dall’alto”7.

Il gas flaring produce tonnellate di CO2, monossido di carbonio e metano, provoca la ricaduta sul villaggio di particolato tossico: composti organici volatili, biossido di zolfo, anidride solforosa, metalli pesanti, benzene, toluene, xylene, idrocarburi policiclici aromatici, nero fumo. La Canadian Public Health Association ha inventariato 250 tossine prodotte dal gas flaring, praticamente l’intero repertorio delle nocività: cancerogeni, mutageni, teratogeni, tossici per il sistema nervoso, per il cuore e per i filtri del corpo8. La pioggia di Ebocha li raccoglie e diventa corrosiva. Rovina tutto, acidifica e inaridisce i suoli9, distrugge i tetti di lamiera, figuriamoci i polmoni e la pelle degli umani.  Gli effetti hanno un ampio raggio e arrivano anche nelle comunità vicine di Mgbede, Okwizi, Agah, Ekpeaga.

I suoli di Ebocha sono intrisi di metalli pesanti: nichel, vanadio, cadmio, rame e piombo che bioaccumulano negli organismi di piante e animali entrando nella catena alimentare10. Anche l’acqua è inquinata, la pesca è diventata impossibile. Una ricerca pubblicata lo scorso giugno rileva nelle acque del fiume Ebocha una concentrazione di nichel superiore ai limiti FEPA per l’acqua potabile, e notevoli livelli di idrocarburi policiclici aromatici (12,4 μg/l, cioè 124 volte superiore al valore di parametro UE per l’acqua potabile), con prevalenza di benzo (b) fluorantene e benzo (1,2,3-cd) pirene11.

Ebocha. Selina Eta e la piccola Justice all'età di 14 mesi.  Justice ha sofferto dalla nascita di crisi respiratorie. Foto: Edmund Sanders, 2007.

Ebocha. Selina Eta e la piccola Justice all’età di 14 mesi. Justice ha sofferto dalla nascita di crisi respiratorie.
Foto: Edmund Sanders, 2007.

A Ebocha il dottor Elekwachi Okeyla addebita al gas flaring la dimensione epidemica delle affezioni respiratorie (bronchite e l’asma) e oftalmiche12, così come Elder Dandy, coordinatore dell’Host Community Network: “Ieri abbiamo tenuto due funerali di persone decedute in maniera prematura, d’altronde le malattie della pelle e quelle respiratorie, nonché le morti dei neonati dopo il parto, sono ormai una costante”13. “Da quando è iniziato il gas flaring – dice Tom Chukwudi, segretario dell’ Ebocha Council of Chiefs – ha cominciato a causare molte deformità”14.

La vicinanza alle torce provoca l’aumento delle temperature corporea, disidratazione, ipertensione, affezioni renali, disturbi del ciclo sonno/veglia, alterazioni del metabolismo dei lipidi15.

Quanto agli effetti cancerogeni, i dati raccolti dal reparto oncologico di Port Harcourt, riferiti a comunità del Delta esposte alle stesse nocività di Ebocha, chiamano in causa direttamente la Shell e l’Agip per l’eccesso di tumori all’apparato riproduttivo (maschile e femminile), al fegato e all’apparato gastrointestinale16.

Ovviamente tutto questo all’Eni non risulta. Rispondendo alla denuncia di Amnesty International sulla situazione a Ebocha, la compagnia sostiene che “al momento non abbiamo nessuna evidenza in merito ai problemi di salute causati dal gas flaring. Questa è la prima lamentela che riceviamo, e non ne abbiamo mai ricevute da altre comunità che vivono vicino al gas flaring”. E ancora: “Le lamentele riguardo agli impatti negativi sulla salute non sono supportate da nessuna statistica medica”17. Forse perché su Ebocha non esistono statistiche mediche, o perchè la maggior parte dei malati sfugge ad ogni possibile rilevazione, visto che non ha i mezzi per curarsi e non accede ai servizi sanitari. A Ebocha molte famiglie vivono con meno di 100 naira (0,50 euro) al giorno, in un territorio dove l’Eni estrae ogni giorno  50mila barili di petrolio.

Comunque, dal tenore della risposta. sorge il dubbio che l’Eni non legga neanche i propri documenti interni, che parlano di “effetti del gas flaring a lungo termine e irreversibili”, e di un impatto significativo di tale pratica a livello di inquinamento atmosferico, acustico e termico18. Evidentemente è un po’ distratta. Del resto non le risulta neanche che il gas flaring ad Ebocha continui ad esistere.

Durante l’assemblea del 5 maggio 2010, i vertici del gruppo assicuravano agli azionisti di aver completato con successo il progetto “Gas Ebocha Early Recovery” per per il recupero e la compressione del gas19. La stessa versione è leggibile nel pamphlet propagandistico ENI for 2012, dove si attribuisce particolare rilievo al “progetto di “Ebocha gas Recovery” che ha comportato il flaring down della stazione nel 2010”.

Torce dell'Agip a Ebocha. Foto: Luca Tommasini 2011.

Torce dell’Agip a Ebocha. Foto: Luca Tommasini 2011.

Peccato che gli abitanti di Ebocha non se ne siano accorti. Non se ne è accorto il fotografo Luca Tommasini, che nel settembre 2011 ha filmato le torce mentre continuavano a bruciare allegramente (guarda il suo documentario “Oil for nothing” qui), e nemmeno i ricercatori dei dipartimenti di chimica delle Università di Lagos e Kwararafa, che nel 2014 hanno misurato ad Ebocha gli effetti del gas flaring sul PH della pioggia. Lo studio ha rilevato come “i campioni raccolti in luoghi e tempi differenti mostrino un significativo livello di acidità che causa danni alle proprietà e alle colture”, acidificando i suoli e abbattendone la flora batterica20. Intervistati nel corso della stessa indagine, gli abitanti di Ebocha continuano caparbiamente ad affermare che “il gas flaring gli sta rovinando la vita e togliendo i mezzi di sussistenza”. (Continua)

Nota: La foto di apertura è di Chris Hondros: A bird flies near the roaring column of flame.


  1. Greg Campbell, That giant, roaring, gas torch next door,The Christian Science Monitor, 1 maggio 2011; Greg Campbell, The Price of a Barrel of Oil, The Earth Times 14 maggio 2001;  Greg Campbell,  No amount of crying extinguishes a single flare in Niger Delta, Africaservice, 8 giugno 2001 ↩

  2. C.Hondros, The price of oil ↩

  3. Patrick Naagbanton, A Night in Akala-Olu Fire, Part 2, Part. 3, Sahara Reporters, 16 e 17 settembre 2013. ↩

  4. Nigeria’s gas flaring: complaints of pollution and illness,Al Jazeera English, 4 luglio 2010. ↩

  5. Luca Manes, Elena Gerebizza, Il Delta dei veleni. Gli impatti delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio in Nigeria, Allegato al numero 133 di Altreconomia, dicembre 2011, p. 32. Le testimonianze riportate sono frutto della missione sul campo realizzata nel settembre 2011 dalla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, da The Corner House, e da CEE Bankwatch Network, con l’aiuto del Environmental Rights Action. ↩

  6. Environmental Rights Action, Field Report #243 : Agip pipeline leaks gas in Ebocha Community,  22 ottobre 2010 ↩

  7. Ofeiba Quist-Arcton, Gas Flaring Disrupts Life in Oil-Producing Niger Delta, National Public Radio, 24 luglio 2007. ↩

  8. Canadian Public Health Association, CPHA resolution n. 3 2000: Gas flaring. ↩

  9. Nwaogu, L.A., G.O.C. Onyeze, Environmental Impact of Gas Flaring on Ebocha-Egbema, Niger Delta, Nigeria Journal of Biochemistry and Molecular Biology, 25(1), pp. 25/30. ↩

  10. Osuji, L. C., and C. M. Onojake, Trace heavy metals associated with crude oil: A case study of Ebocha-8 oil-spill-polluted site in Niger Delta, Nigeria, Chemistry & Biodiversity. ↩

  11. Ujowundu, C. O., Ajoku C.O. Nwaogu L. A., Belonwu, D. C., and Igwe K.O., Toxicological Impacts of Gas flaring and Other Petroleum Production Activities in Niger-Delta Environment, Journal of Advances in Chemistry, Vol. 10, n. 2, giugno 2014, pp. 2297/2304 ↩

  12. Charles Piller, Edmund Sanders , Robyn Dixon, Gates Foundation money works at cross purposes, Los Angeles Times, 7 gennaio 2007.  ↩

  13. Luca Manes, Elena Gerebizza, op. cit. p. 10 ↩

  14. Ben Ezeamalu, Decades of gas flaring is harming Nigerians, Premium Times, 17 maggio 2014. ↩

  15. S. Iwuji, J.N. Egwurugwu, Nwafor A., Effects of prolonged exposure to gas flares on the lipid profile of humans in the Niger Delta region, Nigeria, 2013. Egwurugwu, Jude Nnabuife, Nwafor Arthur,  Prolonged exposure to oil and gas flares ups the risks for hypertension,  American Journal of Health Research, 2013; 1(3): 65-72. ↩

  16. R. N. P. Nwankwoala and O. A. Georgewill, Analysis of the occurrence of cancer and other tumors in Rivers and Bayelsa States, Nigeria from december 1997 – december 2000, African Journal of Applied Zoology and Environmental Biology, 2006, Vol. 8, pp. 48/33. ↩

  17. Amnesty International, Nigeria: petroleum, pollution and poverty in the Niger Delta, 2009, p. 36. ↩

  18. NAOC, Environmental Impact Assessment of Idu field further development project by Nigerian Agip Oil Company, settembre 2005. ↩

  19. Assemblea degli azionisti Eni – 5 maggio 2011. Domande dell’azionista Osayande Omokaro, Environmental Rights Action Nigeria. ↩

  20. Ayejuyo O. Olusegun, Biobaku C. Babajide, Osundiya M. Olubunmi, Achadu O. John, The impact of gas flaring and venting in Nigeria and management options: a case study of oil producing areas, Journal of Biodiversity and Environmental Sciences (JBES), Vol. 4, No. 2, p. 27-36, 2014. ↩

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