Elio Vittorini – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 12 Mar 2026 21:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La terra promessa di Sion non è per i Giusti https://www.carmillaonline.com/2025/01/29/la-terra-di-sion-non-e-per-i-giusti/ Wed, 29 Jan 2025 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86567 di Sandro Moiso

“Mi addormentai così, oppresso dal cupo destino che sembrava incombere su di noi. Pensavo a Brigham Young, che nella mia fantasia di bambino aveva assunto le dimensioni di un gigantesco essere malvagio, un diavolo vero e proprio, con tanto di corna e di coda.” (Jack London, Il vagabondo delle stelle – 1915)

I grandi spazi dell’ Ovest americano hanno sempre rappresentato, ancor prima che località geografiche davvero esistenti e concretamente materiali, un luogo dell’immaginario in cui storia e geografia si confondono spesso con la mitologia. Un gigantesco palcoscenico adatto ad ospitare sia la rappresentazione della “grandezza” [...]]]> di Sandro Moiso

“Mi addormentai così, oppresso dal cupo destino che sembrava incombere su di noi. Pensavo a Brigham Young, che nella mia fantasia di bambino aveva assunto le dimensioni di un gigantesco essere malvagio, un diavolo vero e proprio, con tanto di corna e di coda.” (Jack London, Il vagabondo delle stelle – 1915)

I grandi spazi dell’ Ovest americano hanno sempre rappresentato, ancor prima che località geografiche davvero esistenti e concretamente materiali, un luogo dell’immaginario in cui storia e geografia si confondono spesso con la mitologia. Un gigantesco palcoscenico adatto ad ospitare sia la rappresentazione della “grandezza” e la “vitalità” di una nazione bianca, protestante e “libera” quanto quella della sua anima più oscura e il suo volto più feroce, in cui è quasi sempre la morte a trionfare sulla vita. Come nei romanzi di Cormac McCarthy e Larry McMurtry.

Si potrebbero citare decine o, meglio, centinaia di romanzi, film, narrazioni di ogni ordine e grado e una miriade di fumetti usciti fin dall’inizio del XX secolo per dimostrare sia l’una che l’altra ipotesi. A partire da The Great Train Robbery (La grande rapina al treno), un film del 1903, scritto, prodotto e diretto da Edwin S. Porter e considerato una pietra miliare nella storia del cinema in quanto fu il primo ad utilizza una serie di tecniche innovative, come il montaggio incrociato, in cui due scene venivano mostrate in svolgimento simultaneo anche se ambientate in luoghi diversi, e frequenti movimenti della cinepresa e che costituì sia il primo film americano d’azione, di fatto il primo western della storia del cinema, che uno di quelli più popolari fino all’uscita di Nascita di una nazione (The Birth of a Nation) diretto da David W. Griffith.

Quello di Griffith fu immesso nel circuito cinematografico nel 1915 e anche il primo film muto dotato di una completa colonna sonora, ottenendo uno dei maggiori incassi della storia del cinema fino ad allora, ma che, nonostante la perizia della sua realizzazione, fin dalla sua uscita, fu sempre aspramente contestato per i contenuti razzisti verso la popolazione afroamericana, il sostegno al Ku Klux Klan e la sua misoginia.

Da una parte, quindi, il cinema dei banditi del West, pur puniti dalla legge, ma sempre rappresentati come uomini liberi e selvaggi, mentre dall’altra il film fondativo dell’immaginario cinematografico di una nazione dai contorni razzisti e patriarcali. Due narrazioni, due trame apparentemente distanti, ma appartenenti al medesimo luogo mitopoietico di cui si parlava all’inizio.

Poco dopo si sarebbero uniti al genere, oltre a quelli ispirati dalle storie di sceriffi e fuorilegge o dal lavoro dei cow-boys con le mandrie, i film che avrebbero avuto al loro centro lo scontro tra pionieri e nativi americani, questi ultimi rappresentati per molti decenni come i cattivi da combattere ed eliminare. Tesi fortemente presente e virulenta in particolare negli anni della Guerra Fredda, quando la somiglianza tra “uomini rossi” e “rossi” comunisti e, possibilmente, sovietici non aveva certo bisogno di essere sottolineata poiché la sollecitazione era davvero scoperta.

Però, già sul finire degli anni Cinquanta e all’inizio del decennio successivo, due film di John Ford, Sentieri selvaggi (The searchers, 1956) e Il grande sentiero (Cheyenne Autumn, 1964), oltre che Cavalcarono insieme (Two Rode Together, 1961), sempre dello stesso Ford, e Gli inesorabili (The Unforgiven, 1960) di John Huston iniziarono a ribaltare, almeno parzialmente, lo sguardo sul rapporto tra bianchi e nativi e, fatto non secondario, sulla possibilità di convivenza e accettazione nella comunità o nelle famiglie bianche di chi nella tradizione nativa fosse cresciuto, anche se bianco.

Ma, com’è d’uopo per ogni produzione artistica degna di rispetto, sarebbero stati gli anni successivi, infiammati dalle lotte per i diritti civili oppure contro la guerra in Vietnam o, ancora più semplicemente dalla lotta di classe in pieno sviluppo sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, a rimuovere gli ultimi ostacoli alla politicizzazione e radicalizzazione di un genere che aveva costituito uno dei pilasti della settima arte e di Hollywood.

Così alla cinematografia anarchica e ribelle, oltre che ultra-violenta, di Sam Peckimpah con Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch, 1969) e Pat Garrett e Billy the Kid (1973), si sarebbero aggiunti i western di Sergio Leone, con tutto il seguito di spaghetti western spesso radicali e inneggianti alla rivoluzione oppure alla lotta contro i potenti trust bancari e ferroviari, e quelli ancora incentrati sullo sterminio dei nativi americani che la “conquista del West” aveva portato con sé.

Furono infatti film come C’era una volta il West (1968) e Giù la testa (1971) dello stesso Leone oppure Quien sabe? (1966) di Damiano Damiani, solo per citarne alcuni, a portare la Rivoluzione fin dentro il genere western, mentre Soldato blu (Soldier Blue, 1970) di Ralph Nelson, Il piccolo grande uomo (Little Big Man, 1970) di Arthur Penn, Ucciderò Willie Kid (Tell Them Willie Boy Is Here, 1969) di Abraham Polonsky e, soprattutto, lo splendido Ulzana’s Raid (Nessuna pietà per Ulzana, 1972) di Robert Aldrich avrebbero contribuito ad una radicale revisione storica del dramma delle tribù dei nativi sterminate e della prolungata persecuzione nei confronti degli stessi.

D’altra parte quelli erano gli anni del Rinascimento indiano, del Red Power e della rivolta di Wounded Knee degli Oglala Lakota, durante i quali, comunque, molti attivisti nativi furono ancora uccisi o imprigionati1.

Tutto questo, però, per giungere a parlare di American Primeval, che chi scrive non ha timore di definire come una delle migliori serie televisive mai realizzate, scritta da Mark L. Smith e diretta da Peter Berg per la piattaforma statunitense Netflix. Una miniserie western (sei puntate) che aggiunge un drammatico riferimento all’attualità pur partendo dalle basi e dalle svolte avvenute nel genere e fin qui anticipate e riassunte.

Ambientata, con estrema precisione storica, nello Utah del 1857, la serie rinvia visualmente alla ricostruzione e all’attenzione per i particolari della vita degli indiani e dei mountain men che già aveva contraddistinto l’opera fino ad ora più famosa di Mark L. Smith come sceneggiatore: Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, del 2015 e interpretato da Leonard Di Caprio. Opera cinematografica che ebbe, però, il difetto di tradire nella sostanza il romanzo dallo stesso titolo di Michael Punke (2002), edito in Italia da Einaudi nel 2014.

Anche questa, se si vuole, è una storia di sopravvivenza in un ambiente estremamente ostile sotto tutti i punti di vista, ma invece di essere basata sulle vicende individuali di un unico personaggio principale, il cacciatore di pellicce Hugh Glass, questa “America primordiale” si trasforma in un’autentica tragedia collettiva che vede coinvolti uomini, donne, bambini, soldati, nativi americani di varie tribù tra loro ostili, uomini delle montagne, coloni e profeti religiosi di una terra promessa soltanto per i fedeli “bianchi”.

Ma, ancor prima di passare all’analisi dei vari aspetti di una serie assolutamente innovativa dal punto di vista assunto per narrare le vicende, vanno qui sottolineate sia la plumbea e magnifica fotografia di Jacque Jouffret, già cameraman per il film Into the wild diretto da Sean Penn nel 2007, di cui ritornano le atmosfere fredde e selvagge legate ad una Natura molro più grande dell’uomo, e l’interpretazione, molto ben calibrata sui personaggi, degli interpreti principali.

Taylor Kitsch è un solitario mountain man, Isaac Reed, cresciuto in una tribù di Shoshone dopo essere stato rapito da bambino, e perseguitato dal ricordo della morte della moglie, appartenente a quella stessa tribù, e del figlio per mano di cacciatori di scalpi bianchi. Mentre Betty Gilpin veste i panni di Sara Holloway-Rowell, in fuga per portare suo figlio Devin dal padre, dopo essere stata accusata per l’omicidio e la rapina del suo ricco e violento marito, e per questo motivo inseguita da una spietata posse di cacciatori di taglie.

Kim Coates interpreta invece Brigham Young, il primo governatore autonominatosi del Territorio dello Utah e il secondo presidente della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, dopo la morte del suo fondatore Joseph Smith2.
Shea Whigham riesce invece a dare corpo e volto a Jim Bridger, il fondatore e leader della stazione commerciale di Fort Bridger intorno a cui ruotano i principali interessi di espansione territoriale e politica dei mormoni di Young. Entrambi, Brigham (1801-1877) e Bridger (1804-1881), realmente esistiti.

Saura Lightfoot-Leon una giovane donna mormone, Abish Pratt, moglie più per dovere che per amore o convinzione di Jacob, un credente nella Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, da cui sarà separata violentemente nel corso di un massacro compiuto da Mormoni e da mercenari della tribù Paiute, ai danni di una carovana di coloni diretta in California, interamente, o quasi, sterminata a Mountain Meadows. Ma che troverà tra gli Shoshone, dopo l’iniziale rifiuto, il proprio destino di donna coraggiosa e ribelle al patriarcato bianco.
Infine, altrimenti l’elenco risulterebbe troppo lungo, Derek Hinkey, nei panni di Piuma Rossa, un guerriero Shoshone, capo del Clan del Lupo, che disprezza e combatte con orgoglio e determinazione gli americani bianchi per la loro aggressione contro il suo popolo e la sua terra.

Nel corso delle sei puntate tutte le contraddizioni e gli orrori che stanno alla base della formazione di un paese che si vorrebbe “grande e felice”, vengono violentemente e spietatamente al pettine. Non c’è carità, non c’è pietà, non c’è altruismo nelle vicende narrate. Per ognuno la prima cosa è sopravvivere, a costo di tradire gli amici oppure i soldati che si comandano, mentre la miseria non è motore di altro che non sia la brutalità o l’efferatezza dei crimini che ne derivano.

Sullo sfondo rimane tangibile la presenza di una guerra civile, una guerra di tutti contro tutti come viene spiegato fin dalla prima puntata, iniziata ben prima delle tradizionali date fornite ancora oggi dai libri di storia e continuata, pressoché ininterrotta, fino ai nostri giorni3. La stessa tenuta dei soldati a cavallo dell’epoca sembra, oggi, già contenere in sé la futura divisione tra Sud e Nord degli Stati Uniti, tra Confederazione e Unione: divisa blu e mantella grigio-azzurra. Così come la disputa tra due ben distinti presidenti: quello dei mormoni e quello ufficialmente in carica.

Ognuno va ad ovest inseguendo un sogno, per cercare fortuna, non importa se a danno di chiunque altro, non importa se “bianco” o “rosso”, ma soprattutto rosso. Il sogno va realizzato. Che si tratti di una città che dovrebbe sorgere sulla pista per l’Oregon a partire da un miserabile posto di scambio per pellicce, merci, rye whiskey, puttane e cacciatori di taglie oppure del Regno dei Santi degli Ultimi Giorni, la terra di Sion voluta dal Signore per i suoi fedeli e i suoi, feroci, profeti.

Ed è proprio il tema dell’occupazione mormone dello Utah a parlare allo spettatore di realtà ben più vicine, come quella della guerra in Palestina e del genocidio perpetrato a Gaza in nome del sionismo più sanguinario. Le premesse sono le stesse: un popolo perseguitato a lungo per la propria fede religiosa ritiene “sacro” e intangibile il diritto di fondare un proprio Stato. Retto da leggi religiose e governato da uomini spietati nella difesa del popolo di Dio, sia che si tratti della religione ebraica che di quella ispirata all’insegnamento di Joseph Smith.

Così, la terra di Sion dovrà essere fondata e difesa ad ogni costo, senza pietà per chiunque non ne accetti i precetti o i comandamenti. Il denaro scorre silenziosamente sotto le vaghe promesse del Regno e, come nel caso di Jim Bridger, può contribuire alla risoluzione di fittizie occasioni di contrasto, create soltanto per alzare il valore della posta in gioco. Soltanto Jack London, in uno dei sogni narrati nel Vagabondo delle stelle4, era stato così spietato e lucido nei confronti degli appartenenti ad una chiesa, quella mormone appunto, che della propria fede avrebbero fatto motivo di esclusione e dominio territoriale nei secoli a venire. Cosa prolungatasi fino ad oggi proprio nello Utah.

E’ giusto ricordare London poiché le vicende di American Primeval prendono spunto proprio dal massacro di Mountain Meadows narrato nelle pagine di Il vagabondo delle stelle che come ricorda, nella nota a cura del traduttore Stefano Manferlotti, l’edizione Adelphi:

L’episodio ricostruito da London è rigorosamente storico. Nel maggio del 1857 una carovana di pionieri che comprendeva centoquarantadue persone lasciò l’Arkansas diretta in California. Giunti nella località di Mountain Meadows, vennero attaccati da un folto gruppo formato da milizie mormoni e indiani. Dopo una prima scaramuccia i mormoni, allora in rotta con il governo del presidente James Buchanan, convinsero i pionieri ad arrendersi, promettendo loro salva la vita. Li sterminarono tutti, risparmiando solo i bambini più piccoli. Dovettero trascorrere vent’anni prima che i fatti fossero ricostruiti con una precisione sufficiente a mandare davanti al plotone di esecuzione John Dee Lee, il capo religioso mormone al quale London fa riferimento5.

Gli unici ad uscire dalle vicende nobili e integri nel loro orgoglio, anche se destinati al massacro, saranno proprio gli Shoshone con la loro sciamana e matriarca Winter Bird, la madre di Piuma Rossa e madre adottiva di Reed. Consci di appartenere ad un mondo ben più vasto di quello ricostruito dall’immaginario dell’avidità bianca e dei suoi precetti religiosi. Un mondo per cui vale la pena di morire in sua difesa e non per appropriarsene, di cui soltanto il capitano Edmund Dellinger, l’ufficiale comandante il distaccamento di cavalleria destinato ad essere distrutto dalla violenza dei mormoni, prenderà pienamente coscienza nelle sue ultime riflessioni notturne.

Un mondo, quello dei nativi, in cui le donne combattono come gli uomini, ferocemente, per la difesa della terra e della tribù e che condurrà anche la giovane Abish ad appartenergli e difenderlo. Fino alla morte.
Un discorso complessivo, quello della serie, in cui la difesa dell’ambiente e la ricostruzione del ruolo della donna in società strutturalmente lontane da quella patriarcale bianca, ben si accompagnano alla critica del colonialismo e del suo prodotto peggiore, quello di carattere messianico che, all’epoca come oggi, non può far altro che alimentare le peggiori violenze e i più oscuri impulsi nelle società che ancora in esso si riconoscono. Accettandone crimini e abusi in nome di un preteso diritto alla difesa di chi è stato perseguitato, in nome di una giustizia superiore che, certamente, per i Giusti non può essere tale.

Ancora una volta quindi, come avrebbe detto Elio Vittorini: «L’America non è più America, non più un mondo nuovo: è tutta la Terra.» Mai come in questo caso.

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Questo intervento è dedicato, per ragioni che si sperano evidenti, a Leonard Peltier, militante per i diritti dei nativi americani uscito dal carcere il 20 gennaio 2025, dopo quasi cinquant’anni di detenzione per essere stato condannato a due ergastoli per gli incidenti alla riserva indiana di Pine Ridge dove due agenti speciali dell’FBI, Ronald A. Williams e Jack R. Coler, morirono nel 1975 nel corso di una sparatoria.


  1. Si vedano in proposito: A. Mattioli, Tempi di rivolta. Una storia delle lotte indiane negli Stati Uniti, Giulio Einaudi editore, Torino 2024; J. Brand, L’FBI contro l’American Indian Movement. Vita e morte di Anna Mae Aquash, Xenia Edizioni, Milano 1997 oltre ai fondamentali J. V. Deloria, Custer è morto per i vostri peccati. Manifesto indiano, Jaca Book , Milano 1994 (ed. in lingua originale 1969) e S. Steiner, Uomo bianco scomparirai, Jaca Book, Milano 1978.  

  2. Joseph Smith Jr. (1805 – 1844), primo presidente della Chiesa dei santi degli ultimi giorni e predicatore del Libro di Mormon, che fu lui stesso a pubblicare il 26 marzo del 1830 e considerato dai membri della Chiesa da lui stesso fondata un libro rivelato. Il cui titolo deriva da Mormon, un profeta che, secondo il testo stesso, avrebbe compendiato la storia del suo popolo incidendola su tavole d’oro.  

  3. Si veda in proposito: S. Moiso, E il folle mondo viene avanti rotolando. Immagini della Guerra Civile nel sogno americano, in S. Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del Terzo Millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021, pp. 287- 329 e, ancora, S. Moiso, Paul Auster e i fantasmi della guerra civile americana 2.0 (qui).  

  4. J. London, Il vagabondo delle stelle, Adelphi, Milano 2005, pp. 131-185.  

  5. J. London, op. cit., p. 185.  

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Un cowboy sospeso tra i suoni degli Appalachi e il cosmo https://www.carmillaonline.com/2024/09/18/un-cowboy-davanti-alleternita/ Wed, 18 Sep 2024 20:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84356 di Sandro Moiso

Alle porte di Brescia esiste un piccolo angolo dei monti Appalachi che, nella realtà, si sviluppano per circa 2500 km parallelamente alla costa atlantica degli Stati Uniti, dal golfo del fiume San Lorenzo all’Alabama. Un paragone possibile non soltanto per le ferriere ormai chiuse e i boschi che si inerpicano lungo i fianchi delle propaggini prealpine che circondano il comune di Nave, ma anche per la presenza sul luogo di un musicista che da anni insegue le tracce di John Fahey e Roscoe Holcomb, con qualche deviazione in direzione del country proletario di Hank Williams.

Si tratta [...]]]> di Sandro Moiso

Alle porte di Brescia esiste un piccolo angolo dei monti Appalachi che, nella realtà, si sviluppano per circa 2500 km parallelamente alla costa atlantica degli Stati Uniti, dal golfo del fiume San Lorenzo all’Alabama. Un paragone possibile non soltanto per le ferriere ormai chiuse e i boschi che si inerpicano lungo i fianchi delle propaggini prealpine che circondano il comune di Nave, ma anche per la presenza sul luogo di un musicista che da anni insegue le tracce di John Fahey e Roscoe Holcomb, con qualche deviazione in direzione del country proletario di Hank Williams.

Si tratta di Alessandro “Asso” Stefana, conosciuto come chitarrista al fianco di Vinicio Capossela ormai da circa due decenni e per le numerose collaborazioni a livello internazionale con musicisti del calibro di P.J. Harvey, Marc Ribot e altri, ma che, soprattutto, va considerato come uno dei massimi esponenti di una musica di ricerca che spazia dal West agli spazi siderali e dai suoni della tradizione musicale degli Appalachi alla Penguin Cafe Orchestra di Simon Jeffes.

A conferma di ciò è uscito a maggio di quest’anno il suo ultimo album (sia in cd che in vinile), intitolato semplicemente Alessandro Stefana, per la Ipecoc Recordings e con la supervisione della stessa P.J. Harvey. Un disco ricco di atmosfere, intuizioni e sensazioni che tendono a trasportare l’ascoltatore ai confini di una musica cosmica di stampo, però, decisamente americano. Qualcosa che oggi nell’asfittico mercato italiano e nel mondo delle sue produzioni destinate all’orecchio di Sanremo, anche quando si vorrebbero alternative, non si usa proprio fare.

Una sfida, quella di “Asso”, che riprende, almeno nell’amore e nell’attenzione riposto in ogni brano, quella di Gram Parsons, eroe del country rock scomparso troppo presto, e della sua American cosmic music, un progetto che, però, il musicista americano non riuscì mai a realizzare pienamente prima di scomparire, anche lui, a ventisette anni nel 1973. Cifra che Stefana, durante i suoi secret concert, non dimentica mai di ricordare nei dialoghi con il pubblico, facendo riferimento anche alla scomparsa, sempre in giovane età, di Hank Williams, fondatore della moderna country music, di cui esegue dal vivo un brano che non ha inserito nel disco: Cowboys Don’t Cry.

Un’esecuzione da brivido, ispirata però alla versione (campionata in sottofondo) che ne fece uno sconosciuto gruppo giapponese, di cui il chitarrista ha fortunosamente ritrovato il rarissimo cd tra i pochi in vendita sul carrello di un homeless newyorchese qualche anno fa. Una storia di fantasmi che si incrocia e adatta benissimo con le atmosfere dell’ultimo disco.

Un discorso musicale che, come si è detto poc’anzi, Alessandro porta avanti da anni, fin da quando si esibiva e registrava con i Guano Padano, un trio formatosi nel 2008 che, oltre allo stesso “Asso”, comprendeva anche il bassista e contrabbassista Danilo Gallo (cofondatore dell’etichetta/collettivo indipendente El Gallo Rojo Records) e il batterista Zeno De Rossi che nel 2011 era stato premiato come batterista dell’anno con il Top Jazz (il referendum della critica indetta dalla rivista Musica Jazz).

Il disco di esordio uscì nel 2009 per l’etichetta statunitense Important Records, supportato da Joey Burns dei Calexico, da Gary Lucas e Chris Speed. L’album fondeva elementi tratti dalla musica americana e da certo chitarrismo twangy, così da ricordare all’ascolto una colonna sonora di un immaginario spaghetti western. Anche il loro secondo album, intitolato semplicemente 2, comparso nel 2012, comprendeva importanti partecipazioni, come quelle di Mike Patton, Marc Ribot, Paul Niehaus. Due anni dopo il gruppo avrebbe pubblicato il terzo album, intitolato Americana, ispirato all’omonima antologia di racconti di scrittori americani curata da Elio Vittorini nel 1942. Mentre il loro ultimo album è comparso nel 2021, con il titolo Back and Forth.

Quello attuale, però, non è il primo disco solista del musicista bresciano, poiché, nel 2007, aveva già pubblicato Poste e telegrafi, sempre per la Important Records. L’attuale si presenta, però, come una sintesi e un superamento dei lavori precedenti, cui l’esecuzione solista, accompagnata soltanto in due brani da Mickey Kenney al fiddle (il violino suonato in stile country o bluegrass), libera l’autore da qualsiasi obbligo di scelta e ruolo nei confronti di altri musicisti.

Qui, autentici tappeti di suoni psichedelici creati dall’uso di una chitarra lap steel della National, accompagnano riflessioni più meditate sulla sei corde (rigidamente Guild) e, a tratti, sulla tastiera di un organetto, mentre, in ben tre brani, la voce campionata di Roscoe Holcomb, un minatore del Kentucky che è da considerare tra i massimi autori della musica delle montagne cui si ispirò anche il giovane Dylan, si sovrappone come quello di uno spettro sulle note e sulle atmosfere create dal chitarrista1.

Chitarrista il cui debito nei confronti di John Fahey (1939-2001), forse il più grande chitarrista acustico americano, sempre sospeso tra i suoni del Delta, i raga indiani e, naturalmente, la mountain music degli Appalachi, è enorme, dichiarato e voluto.

Un disco, quello di Alessandro Asso Stefano da ascoltare e riascoltare, non soltanto per apprezzare la bravura e lo stile di un musicista italiano degno del palco internazionale, ma anche per immergersi in un universo di suoni ispirato da un mondo che, forse, non c’è più o soltanto non ancora.


  1. Si tratta di Born and Raised in Covington, Moonshiner e I Am a Man of Constant Sorrow. Quest’ultima comparsa sia nel primo album di Bob Dylan nel 1962 che nella colonna sonora del film Fratello dove sei? (Oh Brother, Where Art Thou?) dei fratelli Coen nel 2000.  

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Barricate Matteotti: sono di mattoni e resistono al petrolio https://www.carmillaonline.com/2024/06/01/barricate-matteotti-sono-di-mattoni-e-resistono-al-petrolio/ Fri, 31 May 2024 22:05:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82830 di Luca Baiada

Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 288, euro 18.

 

«Queste pagine non sono nate per comporre un ritratto idealizzato di Matteotti, magari da archiviare nella polvere di una biblioteca come si accantona una pratica fastidiosa per certi rimorsi che suscita». Ottimo proposito. Il volume, malgrado temi scabrosi, dettagli per fissare l’attenzione e insistenze su questioni superabili, prende la direzione giusta. Se c’è qualche inciampo si fa perdonare con la messe di dati, col quadro vivace degli spunti e soprattutto con l’attenzione partecipe e col [...]]]> di Luca Baiada

Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 288, euro 18.

 

«Queste pagine non sono nate per comporre un ritratto idealizzato di Matteotti, magari da archiviare nella polvere di una biblioteca come si accantona una pratica fastidiosa per certi rimorsi che suscita». Ottimo proposito. Il volume, malgrado temi scabrosi, dettagli per fissare l’attenzione e insistenze su questioni superabili, prende la direzione giusta. Se c’è qualche inciampo si fa perdonare con la messe di dati, col quadro vivace degli spunti e soprattutto con l’attenzione partecipe e col tratto incalzante.

C’è una cosa di cui si è costretti a dar conto, anche se si vorrebbe farne a meno. Secondo una narrazione diffusa – l’ho sentita di persona più volte e anche a Rovigo – Matteotti durante una delle tante aggressioni fasciste, quella a Castelguglielmo nel 1921, fu sodomizzato. Il libro dà conto di questa versione senza prendere un orientamento netto sulla veridicità. Qui non cerchiamo l’esattezza; farlo sarebbe un’ispezione corporale e offenderebbe chi non può replicare. Sul punto, la dichiarazione di Matteotti alla Camera – anche lì, in aula, i fascisti lo canzonavano con quel pretesto – è più importante:

Devo per conto mio apertamente dichiarare che accennano a cose perfettamente, assolutamente false. Se fossero vere, io stesso le avrei denunziate perché rappresenterebbero non la vergogna della vittima, ma la vergogna di una fazione arrivata a tali estremi.

Che si ripetano queste cose – aggiunge – esprime le «più basse e vergognose attitudini, abitudini, capacità morali». In questo, sì, sta la risposta migliore alla questione dello stupro, una cosa su cui i fascisti vollero sempre insistere; una cosa che Piero Gobetti ritenne falsa già nel 1924[1]. Con quelle parole Matteotti smaschera – è un punto di grande modernità – la colpevolizzazione della vittima e il carattere perverso del fascismo. Ribadisce quel carattere la circostanza che, dopo l’assassinio, sia stata fatta circolare la voce di un’evirazione.

La colpevolizzazione può riguardare indifferentemente una vittima vera o falsa, perché la realtà è una cosa di cui i persecutori non hanno bisogno. E ancora: la prova più evidente della perversione fascista è proprio nell’equivalenza, per il persecutore, della sessualità scelta e di quella subita: il socialista era accusato sia di essere stato stuprato sia di essere omosessuale; e ciò con motteggi, allusioni, doppi sensi. Lazzi e giochi di parole sono da sempre cari al linguaggio fascista, anche se ebbero il loro periodo più florido sotto occupazione tedesca, nella Rsi, fucina di scioglilingua odiosi, torve malizie e battutame. In Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini, uno dei torturatori racconta una barzelletta davanti a un cadavere: Perotto e un amico si perdono nel buio, l’amico intravede qualcosa e chiede: «Sei Perotto?» – risposta: «Quarantotto!».  I fascisti ridono.

L’omosessualità attribuita a Matteotti – detto incidentalmente – contrasta col fatto che Mussolini in un incontro con funzionari esteri, dopo la sparizione del deputato e prima del ritrovamento della salma, abbia gettato lì l’ipotesi che fosse «andato a puttane». Ma è inutile chiedere coerenza ai fascisti. Nel loro quadro mentale, ancor oggi, l’adesione forzata di milioni di persone (il giuramento, la tessera, le adunate, le divise eccetera), benché fatta per evitare violenza e licenziamento, è la prova che gli italiani volessero la dittatura. In questo sì, c’è un’oscura coerenza: se milioni di italiani costretti al fascismo sono di conseguenza fascisti, l’uomo vittima di sesso anale forzato è di conseguenza un omosessuale. Sullo sfondo c’è il modo contorto in cui il fascismo vive la sessualità e la fisicità, in un groviglio di attenzioni stercorarie per i riottosi (l’olio di ricino) e di eccitazione avida per il corpo del capo. Gli estranei vengono svuotati, il capo sazia gli eletti. Ecco un articolo del 1936:

Quando Mussolini ti guarda, non puoi che essere nudo dinanzi a Lui. Ma anche Lui sta, nudo, dinanzi a noi. […] Il Suo volto e il Suo torso di bronzo sono ribelli ai panneggi e alla bardature. Ansiosi e insofferenti, noi stessi gliele strappiamo di dosso. […] Ma dobbiamo amarlo pur senza desiderare di essere le favorite di un harem.

L’autore di questo corteggiamento era un giornalista con un futuro: Indro Montanelli[2]. Allora: la sostanza della storia di Castelguglielmo ci ribadisce quanto il fascismo sia male. Perché quella storia chiarisce le cose senza insozzare il bersaglio, partendo da dettagli imbarazzanti? Forse perché ci sono persone così belle, che anche l’odio delle carogne le fa più belle.

Fra le canzonacce e sfide dei fascisti riportate dagli autori, risalta questa: «Matteotti, Matteotti! / Quanta malinconia nel tuo sorriso / avevi un posticino in Parlamento / te l’ha levato il fascio in un momento». Effettivamente nelle fotografie che circolarono dopo il delitto c’è un’espressione enigmatica, anche triste e tragica; ma l’angustia mentale ci vede motivazioni personali – il posticino, cioè l’attaccamento, si direbbe oggi, alla casta, alla poltrona – e non lo sconcerto per il disastro in cui il fascismo ha cacciato l’Italia. L’egoismo per mestiere e la cecità morale non immaginano che qualcuno si doni agli altri. Tutti sono sporchi, la democrazia è sporca, ovunque c’è un complotto, tutti rubano alla stessa maniera, la guerra è l’igiene del mondo. Quanto ai posticini, adesso, dopo anni di demagogia, leggi elettorali orrende e un bruttissimo referendum, in maniera incruenta sono stati soppressi molti seggi parlamentari, al punto che, se si considerano le Camere in rapporto al popolo, rispetto all’epoca della Costituente il Parlamento è dimezzato.

Su un aspetto, invece, il volume ha un orientamento preciso: la versione che, con varie sfumature, riconduce il delitto Matteotti a uno scandalo su concessioni petrolifere. Gli autori la escludono, in più punti, con considerazioni non del tutto sovrapponibili[3]. I loro rilievi, quando accomunano questa tesi alle bugie che attribuiscono il delitto alla sinistra o che negano il coinvolgimento di Mussolini, sono eccessivi. È da condividere, però, il brano in cui si riconduce il crimine all’insieme delle posizioni del socialista e si riconosce un ruolo anche a Un anno di dominazione fascista, il testo uscito fra grandi difficoltà poco prima della morte, dove si illustrano in modo documentatissimo le mascalzonate del regime.

Il punto è se a queste cause se ne siano accompagnate altre. Gli autori hanno la correttezza di ammettere che per alcuni osservatori la pista del petrolio non esclude quella politica. Qui non approfondisco tutta la questione, che richiederebbe l’analisi di molti elementi; fra i più importanti, la data effettiva della decisione di passare alla violenza estrema contro il deputato[4]. In genere, poi, le spiegazioni monocausali non si adattano a fatti così gravi. Invece di cercare un movente inconfutabile del delitto, o un dosaggio preciso di moventi diversi, è meglio segnalare un tema di metodo.

Le spiegazioni accentrate appiattiscono i fatti sulla cronaca, quelle diffuse sono per la storia; i laboratori della polizia scientifica e le aule giudiziarie si prestano meglio alla prima; le accademie di solito preferiscono la seconda. C’è di mezzo l’idea che le due cose fatichino a trovare una sintesi, insomma l’idea che si rischi di farsi rimpicciolire, o al contrario disperdere, valorizzando l’una o l’altra tendenza. C’è chi teme di diventare una talpa e chi una nuvola. Eppure, come sarebbe bello se le talpe imparassero a volare e le nuvole a scavare! Se poi si guarda agli intellettuali militanti del Ventesimo Secolo, Matteotti è fra i più vicini a questo ircocervo: mentre lavorava in grande per un mondo nuovo, passava giorni a studiare le carte contabili di quello vecchio, per denunciarne le falsificazioni, le poste truccate, i debiti nascosti. Non gli fu perdonato.

Sempre per escludere la pista del petrolio, gli autori fanno una considerazione d’ordine generale:

La pista che il sangue di Matteotti indica, invece, è la più nobile e la meno materiale che si possa immaginare, perché da quel sangue – e da quello di tutte le altre vittime della Ceka [la banda di sicari fascisti con sede al Viminale] – è derivata la semente della nostra Repubblica.

L’argomento non convince. Il proposito di rafforzare il fascismo eliminando un dirigente politico preparato e coraggioso non è meno materiale di quello di nascondere uno specifico crimine economico; solo che il primo intento è più vasto, il secondo più perimetrato. La presenza di più moventi non toglie nulla alla nobiltà di Matteotti. Il grande socialista anzi si dimostra – tutta la sua storia è così – un uomo che si informa e si batte sia sulle ampie questioni del paese sia su vicende specifiche.

Se poi si guarda al seme del futuro, i nemici della Repubblica sono da sempre fascisti o criminali o corrotti (i peggiori, le tre cose insieme), e questo fa pensare che la coincidenza di politica e corruzione nel delitto Matteotti sia in linea con la storia italiana. Per esempio: sarebbe difficile distinguere cosa è politica, cosa è crimine e cosa è accaparramento economico nella morte di Enrico Mattei. Questo non prova nulla, eppure: nel caso Mattei, che si presta abbastanza bene al paragone, c’è il petrolio.

Sul posizionamento dei segmenti della classe dirigente e intellettuale, vecchi e nuovi, considerati tenendo presente il delitto Matteotti, questo studio si ripiega, più che altro per tendenza metodologica, quasi in una lettura assolutoria indiretta, che per bizzarro esito finisce per giovare alla destra che precedette la Prima guerra mondiale come alla sinistra successiva alla Seconda.

In particolare, il testo è benevolo coi giuristi, mentre avrebbe fatto meglio a essere severo; di alcuni baroni accademici è additata la complicità col regime, ma su altri c’è timidezza. Gli elogi illustri a Matteotti, in vita e in morte, sono una documentazione preziosa ma per lo più dimostrano l’abitudine all’ipocrisia. Del resto si capisce quanto il socialista potesse essere malvisto, e non solo a destra, seguendo ancora Gobetti:

Eretico e oppositore nel partito socialista, poi tra gli unitari una specie di guardiano della rettitudine politica e della resistenza dei caratteri: sempre alle funzioni più ingrate e alle battaglie più compromesse. Combatté tutta la vita il confusionismo dei blocchi, la massoneria, l’affarismo dei partiti popolari. Era implacabile critico dei dirigenti e si ricorda che giovanissimo, in una riunione socialista, un nume del socialismo locale aveva dovuto interromperlo: «Tasi ti che te ga le braghe curte!»[5].

Di un giurista furbo, Alfredo Rocco, si ricorda che andò alla stazione di Monterotondo ad accogliere la bara e che mandò alla vedova un «nobile telegramma». Altro che nobiltà: il suo comportamento da presidente dell’ultima seduta con Matteotti, alla Camera, fu miserabile, e in seguito la sua sudditanza al regime fu assidua e profonda. Di un altro, Luigi Lucchini, si ricordano i solleciti bonari a tornare agli studi, e la risposta in cui Matteotti ringrazia e spiega che deve restare al suo posto; ma Lucchini, prima favorevole ai lavoratori, era diventato così conservatore da definire il socialismo «delitto comune»[6].

Esaminando la posizione dei giovani, specialmente la loro aggressività acuita dal vaniloquio rivoluzionario fascista, e scegliendo un esempio significativo, gli autori chiosano:

Questi giovani, così come il giovanissimo Vittorini, avevano anche sentito parlare di socialismo ed erano quindi indotti a mescolare fascismo e socialismo con un’equivoca ma resistente ambivalenza, che si troverà più tardi al fondo del cosiddetto «fascismo di sinistra» e che porterà, dopo un «lungo viaggio» e il trauma della guerra perduta, molti di quei giovani, tra cui lo stesso scrittore, fuori dell’ideologia fascista verso il comunismo. A dimostrazione che la figura e il sacrificio di Matteotti agirono in qualche modo, se pur per iniziale contrasto, come efficace reagente anche nello spirito e nella mente degli avversari primieramente più riottosi.

La premessa è giusta: c’era l’ambivalenza, frutto del camuffamento fascista; c’era la voglia di menar le mani, stuzzicata da un’educazione alla sopraffazione, al bullismo di massa, al razzismo; e c’è stato il trauma. Ma troppo rassicurante è il giudizio che si dà dell’esito.

Il punto – senza sopravvalutare il caso di Vittorini – è che l’efficace reagente è in realtà un tossico edulcorato, ben lontano dall’intransigenza di Matteotti. Per capire la vera portata di quel fuori e verso, bisognerebbe misurare quanta faziosità, quanta ginnastica parolaia e quanta voglia di padrone quei giovani si portarono dietro, allora, iniettando nella sinistra del dopoguerra virus che pesarono a lungo. Per esempio sui rapporti fra Psi e Pci, sulle smanie rivoluzionarie che nascondevano compromessi perdenti, sulla distanza che correva tra la lingua dei comizi e quella delle segreterie, dei corridoi parlamentari, degli uffici negli enti locali. Tutte cose che contribuirono alla difficoltà di realizzare una sinistra di massa capace, un giorno, di sopravvivere al crollo del blocco sovietico. Forse stiamo ancora pagando – penso in parte ai Cinque stelle, senz’altro al Pd e a quel che c’è alla sua sinistra – certe mescole appiccicose, certi «lunghi viaggi» senza biglietto. Così due guerre diventano comodi lavacri: la prima offre l’alibi del salto nel buio e i conservatori si adattano al fascismo; la seconda offre quello del buio alle spalle e i fascisti frondisti, inquieti, ravveduti passano all’antifascismo.

Quanto a Matteotti, il suo impegno contro la partecipazione al conflitto mondiale veniva naturale. Il libro ne coglie il senso profondo:

Assolutamente alieno da ogni infatuazione nazionalistica e suggestione letteraria, antidannunziano per costituzione organica, è soprattutto refrattario a quelle motivazioni agitate dall’interventismo della sinistra, che in qualche misura determinano incertezze e defezioni nelle correnti più estreme e radicaleggianti del suo partito. […] L’avversione alla guerra dei riformisti come Matteotti, Altobelli, Badaloni, Prampolini si spiega anche con la vicinanza a quel mondo contadino della Valle Padana che aveva aderito al socialismo in virtù di una propaganda di natura quasi religiosa che parlava di fratellanza tra i popoli e di pace (di Prampolini, per esempio, è l’opuscolo diffusissimo La predica di Natale).

Eccoci dunque ai riformisti. La questione del riformismo è il punto su cui il timbro espressivo, dovuto ai differenti percorsi professionali degli autori, si rivela un’ottima risorsa e offre le pagine più interessanti, perché valorizza le competenze dello storico e cavalca spigliato la prosa giornalistica. Matteotti è visto di fronte:

Lo predispone […] a questa militanza, per molti aspetti precipuamente tecnica, la sua solida preparazione giuridica ed economica applicata lucidamente ai problemi amministrativi e a quelli dell’organizzazione del lavoro. […] Insomma un riformismo che non era un generico ideale umanitario né tanto meno un impaziente rivoluzionarismo velleitario, ma un metodo volto ad alimentare e indirizzare a buon esito l’incessante processo di trasformazione delle condizioni del proletariato e di profonda riforma delle leggi.

Matteotti riformista, rivoluzionario o, come si dirà, portatore di un riformismo rivoluzionario? Ci aiuta sempre Gobetti: «Accettava da Marx l’imperativo di scuotere il proletariato per aprirgli il sogno di una vita libera e cosciente; e pur con riserve poco ortodosse non repudiava neppure il collettivismo»[7]. Questo volume indica il gradualismo ma lo ridimensiona citando da uno scritto di Matteotti del 1919:

Le lotte economiche sono prima per l’aumento del salario, come condizione di vita; quindi sono per il controllo dell’azienda; più tardi ancora per l’assunzione diretta delle aziende, sostituendosi al capitalismo. [Si tratta di] imporre alla stessa borghesia istituzioni sempre più conformi all’interesse del proletariato, costituendo coi comuni socialisti, colle scuole, con le cooperative, ecc. tanti nuclei pronti per il regime socialista di domani.

Non certo il programma di un moderato, semmai quello di un rivoluzionario sui tempi lunghi; uno che alza barricate, invece che accumulando alla svelta rottami, cementando un po’ alla volta mattoni di qualità. C’è in lui una consapevolezza da giurista e da socialista: corruzione e falsificazione contabile sono armi della lotta di classe borghese contro i lavoratori. Di fronte a questo, distribuire esattamente le parti di responsabilità, nel delitto Matteotti, fra criminalità economica e oppressione di classe, sbiadisce di senso: con la scoperta di uno scandalo sul petrolio quelle barricate sono ancora più robuste.

Il modo di essere del nemico impone il modo di impegnarsi. Bisogna cercare alleanze e difendere tutti gli spazi politici:

Anche nel 1922 Matteotti si adopera per convincere i dirigenti del partito a promuovere un’intesa con altre formazioni antifasciste, in difesa delle libertà democratiche, allo scopo di evitare il rischio dell’isolamento e per non finire con il rinchiudersi in uno sterile atteggiamento puramente negativo.

La lungimiranza non riguarda solo la difesa delle garanzie liberali nelle aule elettive e giudiziarie; in una bozza di articolo per «Critica sociale», non pubblicato, Matteotti scrisse:

È necessario prendere, rispetto alla dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fin qui; la nostra resistenza al regime dell’arbitrio deve essere più attiva; non cedere su nessun punto; non abbandonare nessuna posizione senza le più recise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e di libertà[8].

La questione della forza, dunque, gli era ben presente. Infatti nel discorso pronunciato in Belgio, poche settimane prima di morire, esortò: «Continuate a difendervi, non dicendo cose che non si fanno, ma facendo cose che non si dicono. Difendete la vostra libertà con tutta la vostra energia»[9]. È sempre lui a scrivere:

Non ho pregiudiziali per nessun metodo, né transigente né intransigente. Escludo soltanto la violenza come metodo; escludo soltanto il rinnegamento della lotta di classe in un collaborazionismo che volesse essere metodico e costante. E ritengo che ognuno abbia il dovere di esprimere il suo pensiero al fine di cercare d’accordo la tattica migliore. Ma […] mi vergogno che i nostri congressi dedichino tutto il loro tempo a queste diatribe; che non si pensi ad altro che a scissioni.

Una bella strigliata. La merita, adesso, chi fa i distinguo su campo largo e campo giusto mentre le condizioni del lavoro precipitano, le morti sui cantieri, nelle fabbriche e nei campi sono diventate stragi e il governo vuole manomettere la Costituzione.

Matteotti sarà sempre, come si dice, divisivo: una parola furba, una strizzatina d’occhio per insinuare che, se proprio si deve parlare di lui, sia in modo conciliante. Se divisivo è, tale Matteotti deve restare, e Il nemico di Mussolini, in questo, sul grande socialista suggerisce molti approfondimenti.

 

 

[1] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 31.

[2] Indro Montanelli, in «Meridiani», 1936, 11, riprodotto in Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, pp. 171-172, citato in Piero Meldini, Mussolini contro Freud. La psicoanalisi nella pubblicistica del fascismo, Guaraldi Editore, Firenze-Rimini 1976, pp. 108-109.

[3] Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 181-183; una confutazione minuziosa è alle pp. 199-207, che riassumono Giampiero Buonomo, Quel che non torna nel movente affaristico del delitto Matteotti, in «Tempo Presente», ottobre 2022.

[4] Per Breda, Caretti, Il nemico di Mussolini, cit., p. 199, il delitto è deciso fra il 31 maggio e il 2 giugno 1924. Per Mauro Canali, Il delitto Matteotti, il Mulino, Bologna 2004, capitolo I dubbi sul movente, pp. 207-240, è deciso a maggio 1924, prima del famoso discorso alla Camera: p. 221, «le prime prove certe dell’esistenza d’un disegno criminoso risalgono al 20 maggio»; p. 224, «Il gruppo della Ceka era riunito al completo a Roma agli ordini di Dumini già dal 22 maggio. Il particolare conferma che non fu il discorso alla Camera di Matteotti del 30 maggio a dare l’avvio all’organizzazione del crimine, […] ma essa era già attiva da prima».

[5] Gobetti, Matteotti, cit., p. 17.

[6] Carlo Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Olschki, Firenze 1984, pp. 82-83, che cita Luigi Lucchini, Il nuovo assetto dei popoli, in «Rivista penale», XLV, 1919, pp. 73-75, e Luigi Lucchini, Il socialismo militante in Italia è un delitto comune, in «Rivista penale», XLVIII, 1922, pp. 26-30.

[7] Gobetti, Matteotti, cit., p. 26.

[8] Carini, Giacomo Matteotti, cit., p. 187; sulla controversa datazione del documento, ivi, p. 186, nota 48.

[9] Ivi, p. 224, che cita Alessandro Schiavi, La vita e l’opera di Giacomo Matteotti, Opere nuove, Roma 1957, pp. 123-125.

 

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True West https://www.carmillaonline.com/2024/01/31/true-west/ Wed, 31 Jan 2024 21:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80887 di Sandro Moiso

Daniele Pasquini, Selvaggio Ovest, Enne Enne Editore, Milano 2024, pp. 360, 18 euro

E l’America non è più l’America, non più un mondo nuovo: è tutta la terra. (Americana – Elio Vittorini)

Il romanzo di Daniele Pasquini fotografa, si fa per dire, il momento in cui l’affermazione di Elio Vittorini citata in epigrafe iniziò a diventare realtà, già sul finire del XIX secolo. In Europa e in Italia. Il tempo in cui il cosiddetto mito americano inizio a concretizzarsi al di qua dell’Oceano Atlantico proprio grazie alle iniziali trionfanti esibizioni del Wild West Show ovvero il circo [...]]]> di Sandro Moiso

Daniele Pasquini, Selvaggio Ovest, Enne Enne Editore, Milano 2024, pp. 360, 18 euro

E l’America non è più l’America, non più un mondo nuovo: è tutta la terra. (Americana – Elio Vittorini)

Il romanzo di Daniele Pasquini fotografa, si fa per dire, il momento in cui l’affermazione di Elio Vittorini citata in epigrafe iniziò a diventare realtà, già sul finire del XIX secolo. In Europa e in Italia. Il tempo in cui il cosiddetto mito americano inizio a concretizzarsi al di qua dell’Oceano Atlantico proprio grazie alle iniziali trionfanti esibizioni del Wild West Show ovvero il circo messo in piedi da William Fredrick Cody, in arte Buffalo Bill.

Una gigantesca macchina dello spettacolo che metteva in scena la “conquista” dell’Ovest selvaggio americano e le imprese “eroiche” dello scout dai lunghi capelli attraverso l’impiego di più di mille tra uomini e animali e con un incasso annuale di circa un milione di dollari, di cui un 10% costituiva, secondo l’”eroe del West”, l’utile garantito. Un gigantesco affare destinato a modificare l’immaginario europeo, dopo aver esaltato quello degli americani che non avevano mai vissuto quelle esperienze.

E che, a ben guardare, non aveva vissuto in “forma eroica” nemmeno il protagonista che, però, poteva vantare di aver abbattuto 4286 bisonti nel corso di diciassette mesi trascorsi, in qualità di scout dell’esercito e cacciatore per i costruttori delle ferrovie destinate ad unire il continente americano da un oceano all’altro, e di ave “preso” lo scalpo di Mano Gialla, un capo guerriero Sioux da lui ucciso in battaglia.

Imprese che avevano contribuito grandemente alla sconfitta delle ultime tribù di nativi ribelli, più ad opera della fame che del coraggio e del valore dei cavalieri in blu, i quali proprio a Little Big Horn, nelle Black Hills, avevano subito una delle più dure sconfitte militari ad opera delle tribù Lakota, Cheyenne e Arapaho riunite da Toro Seduto e guidate da Cavallo Pazzo.

In una battaglia, avvenuta il 26 giugno 19876, durante la quale, in soli venticinque minuti di combattimento, un distaccamento di diverse centinaia di soldati, comandati dal colonnello George Armstrong Custer fu completamente distrutto insieme allo stesso comandante. Un’onta che sia nello spettacolo, dove veniva riprodotta prima la battaglia e poi lo scontro avvenuto successivamente tra William Cody e Mano Gialla, che nella miserabile realtà delle stragi di nativi americani lo scalpo tolto ad un altro capo Sioux avrebbe dovuto lavare via.

Occorre partire da questa lunga digressione storica per entrare nelle maglie di un romanzo avvincente e realistico allo stesso tempo. Una storia in cui il vero West sembra appartenere più alle terre della Maremma in cui si svolge e ai suoi butteri che non alla narrazione fattane da allora in tante dime novel e, successivamente dall’industria del cinema nata sulle coste del Pacifico, dalle parti di Los Angeles.

Una Maremma in cui, realmente, si incrociarono i cowboy e gli indiani, sotto tutela, di Buffalo Bill e i butteri che lavoravano suule grandi proprietà terriere delle famiglie nobili di un regno d’Italia formatosi da pochi anni e in cui il brigantaggio costituiva già un enorme problema. Per lo Stato, ma anche per la popolazione comune e i ceti sociali più poveri che, oltre ad essere tormentati e decimati dalla presenza della malaria, dovevano fare i conti sia con le vessazioni dei rappresentanti della legge in divisa che con quelle di chi faceva finta di ergersi a loro protettore.

Non fa sconti ai banditi dell’epoca il giovane scrittore fiorentino (classe 1988) che lavora come addetto stampa nel settore editoriale, ma che ha esordito nella narrativa con Io volevo Ringo Starr nel 2009 (Intermezzi editore) e ha proseguito con altri racconti, pubblicati in antologie e riviste, oltre che con un altro romanzo pubblicato nel 2022 da SEM: Un naufragio.

Ma non fa sconti nemmeno alle nostrane “giacche blu” dell’epoca ovvero i carabinieri che avrebbero dovuto proteggere le popolazioni, ma che pensavano soprattutto, nelle parole dell’autore, a “parasi il culo” nei confronti dei superiori. A qualsiasi livello gerarchico.
Una storia, sicuramente, antieroica ma con il profumo dell’avventura, soprattutto quest’ultima legata alla crescita di uno di giovani protagonisti delle vicende, Donato, figlio di un buttero burbero, taciturno e dedito al duro lavoro della doma dei cavalli, della cura del bestiame lasciato crescere nei terreni in parte paludosi posti a sud e a nord-est dei monti dell’Uccellina.

Un paesaggio aspro, spesso inospitale per l’uomo, ma ancora selvaggio in cui le storie di violenza, stupri, sparatorie, compravendita del corpo delle giovani donne o dei cavalli e delle bufale si intrecciano con quelle di finti e canaglieschi “eroi” privi di pietà per chiunque sia, come nel caso del brigante Occhionero, oppure con quelle di carabinieri giovani e impauriti che si pensano eroi, ma destinati soltanto a sparire senza lasciare memoria di sé, se non per qualche irrimediabile errore o atto di codardia.

Storie che si intrecciano con quelle di un gruppo di indiani, tra i quali spicca quella di Alce Nero, aggregati al circo americano e che, per un attimo, immaginano, in quelle lande per loro troppo strette, limitate e abitate, di ritrovare un po’ della gloria irrimediabilmente perduta. E storie di donne, giovani e meno, che come sempre sono destinate a portare il peso della famiglia, del lavoro necessario intorno a quello dei butteri, delle violenze e delle perdite più irreparabili.

Storie che, per forza di cose, sono narrate e ricordate da uomini che sono « tutti bugiardi, solo che di alcuni diciamo che hanno fantasia, e vengono chiamati artisti, o poeti, altri invece son chiamati imbroglioni, e son guardati con disprezzo, come se avessero violato qualche patto solenne con la realtà. Solo che contratti non esistono, perché alla verità in fondo hanno rinunciato tutti, sin da principio »1.

Riflessione che continua ancora in un’altra pagina: « Occhionero aveva capito che la verità è meno interessante di quello che vorremmo, e che fuggire dalla realtà è l’unico modo per rendere accettabile una storia. L’immaginazione rende più tollerabile la vita, chi vuol sapere che cosa c’è sotto resta sempre deluso »2.

Verità e finzione sono anche alla base della storia del West portata in giro per il mondo dal circo di Buffalo Bill, che in altra parte d’Italia avrebbe affascinato anche un futuro scrittore di avventure come Emilio Salgari3. Verità e finzione che non per nulla si incrociano anche attraverso le parole di personaggi di contorno, ma non secondari, come Mark Twain, Ned Buntline oppure i giornalisti delle cronache italiane del circo. Tra questi un tal Sigaretta, cui Pasquini affida un ulteriore ragionamento sulle conseguenze della diffusione del mito della felicità per tutti che il mito americano portava già con sé all’epoca, intravedendone il futuro fallimento

« Il problema è che tutti crederanno di poter essere brillanti e ammirati e amati come dèi. Ma capite da voi che questo espone la gente a delusioni a cui non è pronta. Quella che chiamano felicità in realtà è il successo, il potere. Tutti vorranno più soldi, abiti, cose con cui distinguersi, o cose con cui essere uguali a quelli che gli paiono felici. La ricerca della felicità, come dicono questi americani, genera un sacco di invidie, manie, pazzie. Quell’americano Cody […] ha vissuto mille avventure, tante da non riuscire a crederci. E continua a girare il mondo, a cercare di macinare soldi. Non è una cosa da pazzi? […] Finirà in massacro questo rivendicare il diritto alla gioia, alla risata. La chiamano felicità, ma è un altro modo per dire supremazia, ricchezza, possesso. Non può funzionare, è evidente»4.

Un mito nato sulla menzogna, in cui il massacro dei popoli nativi e della fauna selvatica è stato spacciato per gloria e avanzata della civiltà e in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, qualunque sia il colore della sua pelle, per concorrenza e affermazione individuale, non può infatti portare altro con sé. Insieme alla miseria, alla morte o all’inutile vendetta che si riversano nelle e dalle ultime, tesissime pagine del libro.

Un romanzo avvincente e interessante allo stesso tempo che se avesse visto eliminare, prima di andare in stampa, qualche lungaggine narrativa, dovuta a descrizioni fin troppo dettagliate dei paesaggi e dell’ambiente e a qualche storia collaterale come quella del seguace di David Lazzaretti, oppure il sovrappiù di toscanismi, che talvolta rischiano di far ricadere l’opera nella nota di colore di carattere localistico, avrebbe potuto raggiungere, scusate se vi par poco, la secchezza e l’essenzialità di Cormac McCarthy.


  1. D. Pasquini, Selvaggio Ovest, Enne Enne Editore, Milano 2024, p. 75.  

  2. D. Pasquini, op. cit., p. 130.  

  3. cfr. E. Salgari, Arriva Buffalo Bill!, Antologia di articoli comparsi sul quotidiano “l’Arena” di Verona nei giorni 15, 16 e 17 aprie 1890, Pierluigi Perosini editore, Verona 1993.  

  4. D. Pasquini, op. cit., pp. 293-294.  

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Al Ticinese, il vicolo con una casa losca e un libraio sovversivo https://www.carmillaonline.com/2018/07/24/al-ticinese-il-vicolo-con-una-casa-losca-e-un-libraio-sovversivo/ Tue, 24 Jul 2018 20:40:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47498 di Fiorenzo Angoscini

Umberto Lucarelli, Vicolo Calusca, prefazione di Tommaso Spazzali, Edizioni Bietti, Milano, maggio 2018, pag.106, € 12,00

Il titolo potrebbe sviare l’attenzione e far pensare a qualcosa di relativo alla toponomastica e circoscritto ad un vicolo, piccolo e secondario, ma quel luogo, proprio per una particolare libreria, è stato molto di più, sicuramente un posto importante, forse anche grande e, come scrive Tommaso Spazzali nella prefazione «…un denso spaccato di un pezzo di storia recente». Magari non nel senso che gli attribuisce l’ufficialità delle cose, della storia accademica ingessata ed istituzionalizzata. La lettura dello scritto confermerà e giustificherà [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Umberto Lucarelli, Vicolo Calusca, prefazione di Tommaso Spazzali, Edizioni Bietti, Milano, maggio 2018, pag.106, € 12,00

Il titolo potrebbe sviare l’attenzione e far pensare a qualcosa di relativo alla toponomastica e circoscritto ad un vicolo, piccolo e secondario, ma quel luogo, proprio per una particolare libreria, è stato molto di più, sicuramente un posto importante, forse anche grande e, come scrive Tommaso Spazzali nella prefazione «…un denso spaccato di un pezzo di storia recente».
Magari non nel senso che gli attribuisce l’ufficialità delle cose, della storia accademica ingessata ed istituzionalizzata. La lettura dello scritto confermerà e giustificherà questa affermazione.

Ma, già un’analisi più attenta della copertina lascia intendere che il contenuto della pubblicazione è particolare. Si intravede, a sinistra, proprio sotto l’intestazione, quasi in filigrana, una falce e martello e, nonostante il chiaro/scuro che un po’ confonde e nasconde, si coglie la presenza di un magnetofono (registratore portatile) con ben visibile al suo interno un’audiocassetta. Si tratta di storia orale, naturalmente di parte, vissuta e raccontata. Anzi, di tante storie che si sviluppano ed intersecano in una porzione particolare di Milano, il quartiere (anche se, forse, è limitativo definirlo così) del Ticinese. Quel grande agglomerato di monumenti, costruzioni e canali che l’attraversano, cresciuto attorno a

“Porta Ticinese, Porta Cicca, dal masticare tabacco, ciccà: dallo spagnolo Chica, ragazza, in quanto era zona di postriboli a buon mercato per operai e soldati. Il più noto era nel vicolo Cà Lusca, Cà Losca, oggi Calusca. Porta Cicca, con la variante di Porta Cina altro nome che la mala, una vecchia malavita che non esiste più, dava a Porta Ticinese dal dialetto cinès.
L’antica porta medioevale è ancora visibile all’angolo di via De Amicis-Molino Delle Armi: fu restaurata e in parte ricostruita,con variazioni non consone all’originale, da Camillo Boito. Alle spalle della porta medioevale vi sono le colonne di San Lorenzo che sono il più significativo resto delle opere milanesi in epoca romana.[…] Alla fine del Corso di Porta Ticinese, nel Piazzale XXIV maggio, vi è l’Arco di Porta Ticinese denominato di Porta Marengo e iniziato nel 1801 dall’architetto Luigi Cagnola per festeggiare la vittoria di Napoleone, nella battaglia svoltasi nella cittadina alle porte di Alessandria…Originariamente la porta era posta sopra un ponte del canale Ticinello, ora coperto, svetta sopra la confluenza di tre vie d’acqua, Olona, Naviglio Grande e Naviglio Pavese”.1

Sempre Spazzali, ricorda che le parole scritte in questo libro «occupano quarant’anni di storia». Parte all’inizio dei settanta e arriva fino ad oggi «attraversando quel lasso di tempo che ha portato la città, Milano, a trasformarsi da teatro di un conflitto sociale2 aspro ma al contempo espressione di grandissima vitalità ed energia, in simulacri di locali dove, come proprio Primo (Moroni) diceva, ‘si vendono vino e panini senza amore e senza memoria’».
Anche l’autore di questo promemoria scritto lo sottolinea: «Il Ticinese è una fiera e un fracasso con migliaia di persone che si aggirano come ebeti lungo il Naviglio verde e torbido immaginandosi d’essere lungo la Senna a Parigi…»

Quegli stessi luoghi già a metà degli anni sessanta erano stati un crocevia di incontri, di consolidate amicizie e germogli di cultura. Simili, ma diversi, da altre zone, come Brera e i suoi bar (Jamaica il più famoso) ‘templi’ della vita mondana di allora, dove artisti stravaganti, pittori, fotografi-paparazzi, attrici e registi famosi facevano sfoggio di eccentricità. Al Ticinese, scrittori partigiani come Salvatore Quasimodo e intellettuali dissidenti come Elio Vittorini, condividevano idee, esperienze e difficoltà con cantautori militanti e controcorrente come Ivan Della Mea.

“La sera (Elio Vittorini) gioca a carte in una crota3 di ligera4 all’inizio di Alzaia Naviglio Pavese, con Salvatore Quasimodo e Ivan Della Mea,5 che gli dedicherà la canzone ‘A quell’omm’” .6

Quello che è stato una fucina di cultura, arte e politica, deve sopportare lo scempio attuale «intorno alle Colonne di San Lorenzo impera la ‘movida’, coi suoi riti intesi ad occultare le sgradevoli condizioni sociali e a illudere che sia sempre festa…».7

L’estensore dell’elaborato, Umberto Lucarelli8 che sin da giovane aveva una passione ed un’ambizione: fare lo scrittore,9 tanto da meritarsi il soprannome di il Werther della Barona, si è deciso ed è riuscito dopo anni di rinvii e di oblio involontario, a sbobinare decine di audiocassette con la registrazione dei ‘racconti’ di Primo Moroni.

“Ricordo di aver ritrovato finalmente in cantina le audiocassette con la voce di Moroni, registrate fra la metà e il finire degli anni ottanta del secolo scorso, avvoltolate in un foglio di carta ingiallita con una scritta vergata con la stilografica che dice Intervista a Moroni per Una vita di carta… ascoltare quelle registrazioni è stato faticoso anche se Moroni sembrava vivo vicino a me”.

Nel libro non c’è solo Moroni, non solo i suoi ricordi, e «non si tratta solamente di una biografia» si precisa nella prefazione, «è un libro sulla memoria». E’ vero: c’è tratteggiata gran parte della vita dell’ Ho Chi Min meneghino, come veniva anche chiamato Primo Moroni (altri soprannomi erano, ‘l’autodidatta di grande cultura’ e lo storico del Ticinese) ma ci sono anche le esperienze politiche, intime e personali dell’autore e, senza presunzione, intromissioni e invadenza, la lettura di queste pagine ha fatto riaffiorare anche i miei ricordi, per quei luoghi e di quei periodi. Inoltre, sono, a volte solo ricordati, altre volte vengono tratteggiati, i profili dei tanti uomini e donne che, per ragioni e motivi diversi, hanno popolato le strade, le case, le botteghe e gli spazi culturali di quella parte di Milano. Forse, l’unica dimenticanza che ho colto, naturalmente tra le più significative in ambito artistico-culturale, magari voluta, riguarda Paolo Baratella, pittore che, nel Ticinese, aveva bottega e galleria espositiva. Da alcuni suoi quadri sono state realizzate copertine per la rivista CONTROInformazione.

Così, oltre ai già citati Quasimodo e Vittorini, a cui Primo, in veste di cameriere, serviva pranzo oppure cena ai tavoli delle trattorie gestite da suo padre, attraversavano il quartiere attori come Gian Maria Volontè, ci abitavano letterate come Ada Merini, la poetessa dei Navigli, abituale frequentratrice della «libreria Pontremoli con i suoi libri antichi e costosi». Stazionavano militanti politci come Andrea Bellini (del Collettivo del Casoretto) e Oreste Scalzone (Comitati Comunisti Rivoluzionari). Ancora, tra via Cicco Simonetta, via Marco D’ Oggiono e via Ascanio Sforza vagava il poeta bandito, voce della ligera, Bruno Brancher, autore, tra gli altri, di Disamori e di L’ultimo Picaro10 oltre a vantare di aver conosciuto Martino Zicchitella, appartenente ai Nuclei Armati Proletari, rimasto ucciso durante un’azione armata. «Personaggi particolari di una Milano ai margini, osannati a tratti e poi dimenticati e poi ancora ricordati, si parlava di loro come dei geni, dei cialtroni, dei matti…».
E quanti panini si sono mangiati (autore di queste righe compreso) al bar Rattazzo, quando era ancora in Corso di Porta Ticinese, proprio in parte all’ingresso della redazione della rivista CONTROinformazione.

Come ricorda anche la pubblicazione, in zona Ticinese-Genova, ci sono state numerose sedi politiche, di diverse organizzazioni: dal MS-MLS, agli anarchici; da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, Rosso, altri vari collettivi di Autonomia Operaia organizzata e anche organismi autonomi meno ortodossi. Alcuni centri sociali autorganizzati ed occupati.
Da un certo periodo della sua vita, dopo aver abitato in ‘centro’ (via Larga) Primo Moroni11 si è trasferito ad abitare, vivere, lavorare, lottare a Porta Cica.

Precedentemente, era stato un militante della Federazione Giovanile Comunista Italiana e del Pci; è un ‘ragazzo con le magliette a strisce’ durante gli scontri di Genova del giugno 1960,12 partecipa alla manifestazione a favore di Cuba del 27 ottobre 1962, quando viene ucciso Giovanni Ardizzone e a quella per la liberazione del comunista spagnolo Juliàn Grimau, cameriere nei ristoranti-trattorie del padre, poi commis, demi-chef. A Cannes si merita la promozione a chef de rang. Ballerino ed investigatore privato, agente librario e direttore editoriale. Sul finire del 1967 abbandona la carriera dirigenziale e, con la liquidazione, apre un club, il “Sì o Sì” che «non era un club politicizzato, ma soltanto largamente democratico, per l’occupazione del tempo libero, aperto dalle nove del mattino alle quattro del mattino successivo».13

Quando intraprende la ‘nuova vita’, oltre ad essere il sovraintendente della Calusca, è anche editore (Primo Maggio14 ), collaboratore di riviste (tra le tante CONTROinformazione, Altreragioni, Millepiani, Il de Martino, DeriveApprodi, Alfabeta, Metroperaio, Solidarietà Militante, 150 ore, Decoder, lo stesso Primo Maggio), autore di ricerche, 15 studi e pubblicazioni organiche,16 scritti vari.17 .

La prima sede della libreria Calusca è stata inaugurata in Corso di Porta Ticinese n.106, angolo Vicolo Calusca, nell’ inverno 1971-1972 poi, nel 1978 si trasferisce al civico 48 (verso via Molino delle Armi) dello stesso Corso. Vi rimane fino all’estate del 1986 quando «chiude a causa dell’esaurimento delle energie soggettive, della sostanziale scomparsa della produzione editoriale legata alla ‘stagione dei movimenti’ e di gravi problemi economici, cagionati anche dalla repressione (la libreria conta sei o settecento arrestati tra la sua clientela più stretta)».18

Nel suo primo periodo, più precisamente tra il 1975 e i primi quattro mesi del 1978, le mie visite alla libreria, sono state abbastanza frequenti. In una sola occasione ho anche incrociato il compagno-avvocato Sergio Spazzali, il genitore dell’autore della prefazione di questo Vicolo Calusca. In quegli anni ero iscritto (più che assiduo frequentatore di corsi e lezioni…) all’Università degli Studi di Milano, facoltà di Lettere, in via Festa del Perdono. Sfruttavo i pochi e piccoli vantaggi del mio stato di studente universitario, in particolare l’abbonamento agevolato alle Ferrovie di Stato. Così, partivo dalla città di provincia (Brescia) e mi dirigevo nella metropoli, capitale morale, in quegli anni anche politica. I miei interessi, però, mi portavano a visitare le varie librerie e depositi librari, piuttosto che seguire seminari ed insegnamenti. In una sorta di percorso obbligato, le tappe erano queste: Centro Libri (un ingrosso non proprio aperto al pubblico ma a cui, grazie ad un amico e compagno, avevo libero accesso) dove acquistai le opere complete di Ernesto Che Guevara ; proseguivo per la Feltrinelli di via Santa Tecla-via Larga per, poi, approdare alla Statale, quasi sempre solo per un’ occhiata alla libreria della Cooperativa Universitaria Editrice Milanese (la casa editrice-libreria del Movimento Studentesco). Una rapida colazione in mensa e via, a piedi, verso via Molino delle Armi e la libreria Sapere. Infine, l’approdo da Primo alla Calusca.

A questo percorso classico, qualche volta aggiungevo una capatina alla Feltrinelli di via Manzoni, alla Ringhiera di viale Padova e alla Libreria Proletaria di via Spallanzani (Buenos Aires). Dall’inverno 1976 ho anche iniziato a frequentare la sede del ‘Consorzio Punti Rossi’19 di via Cicco Simonetta n.11, sempre zona Ticinese, gestito da Renato Varani. Se qualche mese non rinnovavo (causa ristrettezze economiche…) l’abbonamento alla ‘ferrovia’, il sabato pomeriggio, con Lidia, la compagna di una vita, andavo in bottega e sequestravo l’automobile a mio padre: una 1100 bianca, con cambio al volante e le portiere che non erano ancora controvento, antica, ma non nel senso di auto storica, oppure d’epoca, bensì asfittica e sempre in procinto di cedere, esalando l’ultimo respiro. Mio padre, conoscendo le nostre abitudini, ce la faceva trovare sempre con il serbatoio pieno, o quasi. Partivamo dalla ‘Leonessa d’Italia’ e raggiungevamo la città meneghina percorrendo la SS 11, niente autostrada, mancanza fondi. Meglio, preferivamo investire quelli (pochi) che avevamo a disposizioni per acquistare libri, opuscoli e pubblicazioni varie.

Proprio in una di queste occasioni, davanti la seconda sede della Calusca in Corso di Porta Ticinese, risaliti in auto dopo il nostro ‘shopping’ culturale, la 1100 non voleva saperne di ripartire. Con Lidia provvisoriamente al volante, la vettura in direzione S.Eustorgio (leggerissima discesa), spinsi a mano il ferrovecchio finché, ruggendo, riuscì ad accendersi, permettendoci così di riprendere la strada di casa. Alè, spediti (?) verso Brescia senza fermarsi né farla spegnere. Esperienze simili anche in direzione nord-est, quando andavamo dall’editore Giorgio Bertani, a Verona.

Dal maggio 1978 iniziai l’attività lavorativa, abbandonando, anche burocraticamente, l’Università e le visite alla Calusca diventarono molto rare. Solo quando, per motivi professionali transitavo per Milano, oppure ero nelle vicinanze, cercai di concedermi dei ritagli di tempo per tornare ai vecchi amori. Proprio in una di queste occasioni, dopo la riapertura di fine 1987 in piazza Sant’ Eustorgio, andai da Primo. Erano i primi giorni di marzo del 1988. Era mattina, in libreria c’era solo lui e stava ‘sballando’ un bancalino pieno del suo libro: L’Orda d’ Oro. Sulla parete di fondo campeggiava il grande quadro, a semicerchio, di Paolo Baratella: L’Internazionale futura umanità, con in primo piano un soldato dell’Armata Rossa che, pistola in pugno, va all’assalto; sullo sfondo, davanti ad una testa-teschio in decomposizione di Benito Mussolini, Paperon de’ Paperoni legge un libro dalla copertina rossa con sopra impressa la S di dollari, e dal titolo ‘Il Capitale’, ma non è quello di Carlo Marx…
Naturalmente chiesi di acquistarne una copia, Primo me la porse, non senza aver prima scritto un’osservazione: «Marzo ’88. E’ un po’ noioso qua e la, però ci sono quasi tutti i ‘MEGLIO’ di quegli anni», seguita dalla sua firma autografa.

Purtroppo, anche la terza gestione viene interrotta, la libreria chiude di nuovo nel settembre del 1990. Cerca di concretizzare una nuova esperienza di attività libraria all’interno dell’occupazione ‘Acquario’, nel piazzale Stazione di Porta Genova, ma gli sforzi vengono vanificati a causa di un incendio doloso.
Infine, nel febbraio 1992, trasferisce la libreria all’interno del Centro Sociale Occupato Autogestito di via Conchetta 18 e la ribattezza ‘Calusca City Lights’, in onore del poeta-libraio-editore, di origini bresciane, Lawrence Ferlinghetti.
In COX 18 20 ha sede anche l’Archivio Primo Moroni.
La narrazione di Lucarelli non racconta solo il lato politico-militante, di libraio diffusore ed organizzatore21 di cultura dello ‘storico del Ticinese’, ma mette in risalto, come già accennato, anche aspetti e risvolti meno conosciuti, più intimi, direi privati se fossi sicuro di non essere frainteso. Parla di sua moglie, della seconda compagna, delle figlie che ha generato con loro, di qualche amore passionale e relazione ‘clandestina’. Del tentativo di suicidio della prima moglie. Descrive la cattiveria e le botte ricevute da sua madre. Moroni parla anche di altri: dei morti ammazzati da mano poliziotta,22 dei compagni suicidati, di quelli che si sono uccisi indirettamente iniettandosi eroina o altre sostanze, degli esuli e di quelli in galera.. «Degli avventori della sua libreria, un micromondo di individui che passavano di lì per nutrirsi di un’ altra storia».
Ma, Moroni (qui), seduto sulla sua sedia rossa da barbiere,

“non parlava mai di se stesso intimamente, non si apriva mai veramente…Metteva sempre davanti il suo personaggio, parlava della sua storia, di cosa aveva fatto e detto incrociando gli avvenimenti storici, era un gran affabulatore, spaziava, faceva digressioni, riprendeva il tema da cui era partito, inseriva storie su storie”.

Credo in molti,come me, ti ricordino ancora così.
Anche quella mattina del 31 marzo 1998 quando, davanti alla basilica di Sant’ Eustorgio, ai tuoi funerali laici, si sono sparati fuochi d’artificio.
Condividendo le ultime righe della prefazione di Tommaso Spazzali dobbiamo, tutti, consapevolmente e convintamente sapere che «…è la vita delle persone e la loro memoria a far girare la ruota del tempo».


  1. Marco Caccamo, Milano, il dialetto nelle parole, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano-Milano, novembre 2005, pag. 112  

  2. “Milano allora era un bel posto per chi credeva nella rivoluzione”, Rossella Simone, anch’ella frequentatrice del Ticinese  

  3. bettola, osteria di basso rango, nda  

  4. leggera: per il modo di camminare leggero e furtivo; Gadda nell’Adalgisa dice: “La lingèra è la teppa, la malavita: in una sfumatura espressiva piuttosto blanda e scherzosa” , Marco Caccamo, op.cit., pag. 112  

  5. Giancarlo Ascari, Matteo Guarnaccia, Quelli che Milano: Storie, leggende, misteri e varietà. Un viaggio ironico e curioso nello spazio e nel tempo. Luoghi celebri e sconosciuti, personaggi famosi e gente comune, storie incredibili e aneddoti buffi, giochi, canzoni, curiosità, primati, segreti e spigolature, BUR Extra-Rizzoli, Milano, novembre 2010  

  6. A quel omm, che incuntravi de nott in vial Gorizia, là sul Navili, quand i viv dormen, sognen tranquili e per i strad giren quei ch’inn mort – Quell’uomo, che incontravo di notte in viale Gorizia, là sul Naviglio, quando i vivi dormono, sognano tranquilli e per le strade girano quelli che sono morti. Ivan Della Mea, A quell’omm, 1965  

  7. Marco Caccamo, op.cit., pag. 110  

  8. Militante del Collettivo Autonomo Barona, viene arrestato, insieme ad altri, il 18 febbraio 1979. L’accusa, infondata, è di essere responsabile dell’assalto ad un gioielleria, con conseguente morte del titolare, Pier Luigi Torreggiani. Lucarelli, con altri due compagni, sarà scarcerato il 24 febbraio “per assoluta mancanza di indizi” . Purtroppo, in quei ‘Sei giorni troppo lunghi’, subirà pestaggi e torture psico-fisiche che gli cambieranno la vita. Per approfondire si veda: Paolo Bertella Farnetti-Primo Moroni, Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, Primo Maggio n. 21, primavera 1984  

  9. Non vendere i tuoi sogni: mai, Tracce, 1987 e Bietti, 2009; Ser Abel va alla guerra, Tranchida, 1991 e Bietti, 2009; Il quaderno di Manuel, Tranchida, 1994; Fossimo fatti d’aria, BFS, 1995; Nulla, BFS, 1999; Pavimento a mattonella, BFS, 2001; Sangiorgio il drago, IBS, 2008; Rivotrill, Bietti, 2011; Commiato, Bietti, 2014  

  10. Disamori, Squilibri Edizioni, Milano, 1977; L’ultimo Picaro, l’uomo delle biciclette gialle, All’Insegna del Pesce D’Oro di Vanni Scheiwiller, Milano, 1991  

  11. Da “Don Lisander” alla Calusca . Autobiografia di Primo Moroni, [raccolta e redatta da Cesare Bermani], in Primo Maggio, Saggi e documenti per una storia di classe, Milano, n. 18, autunno inverno 1982-83 poi Da “Don Lisander” alla “Calusca”. Autobiografia di Primo Moroni, postfazione di Cesare Bermani e profilo biografico a cura dell’Archivio Primo Moroni, Archivio Primo Moroni – CSOA Cox 18-Calusca City Lights – Cox 18 Books, Milano, 2006  

  12. Il Movimento Sociale Italiano, voleva svolgere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. I partiti della sinistra: Pci e Psi, la CGIL, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, i camalli-portuali genovesi, i giovani e la popolazione della città della lanterna, si opposero e ingaggiarono duri scontri di piazza con le forze dell’ordine. Il congresso venne vietato. In molte città d’Italia ci furono proteste, manifestazioni e violenti scontri con carabinieri e polizia. Purtroppo molti morti: solo tra gli antifascisti. Cinque a Reggio Emilia, quattro a Palermo, due a Catania, uno a Licata, centinaia i feriti da armi di polizia  

  13. Da “Don Lisander” alla Calusca, cit.  

  14. Cesare Bermani (a cura di) La rivista Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di classe. (1973-1989), Dvd con la raccolta completa della rivista, DeriveApprodi, Roma, maggio 2010. Un numero speciale della rivista è stato pubblicato nel marzo 2018, per iniziativa della Fondazione Micheletti di Brescia, a vent’anni dalla scomparsa di Primo, ed è a lui dedicato  

  15. John N. Martin, Primo Moroni, La luna sotto casa. Milano tra rivolta esistenziale e movimento politico, Editore ShaKe, Milano, 2007  

  16. Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’Orda d’Oro, 1968-1967. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Editore SugarCo, Milano, febbraio 1988  

  17. Cà Lusca. Scritti e interventi di Primo Moroni, Archivio Primo Moroni – CSOA Cox 18-Calusca City Lights – Cox 18 Books, Milano, marzo 2001; seconda edizione, riveduta e aumentata. Contiene il dvd del film Malamilano (1977) di Tonino Curagi e Anna Gorio, Milano, marzo 2016  

  18. “E’l Primin l’è on che legg” in Da “Don Lisander” alla Calusca, cit.  

  19. P. Moroni e Bruna Miorelli, Dieci anni all’inferno. Storia dell’altra editoria, in Pasquale Alfieri e Giacomo Mazzone (a cura di), I fiori di Gutenberg. Analisi e prospettive dell’editoria alternativa, marginale, pirata in Italia e Europa, Arcana, Roma, 1979  

  20. Cox 18. Archivio Primo Moroni. Calusca City Lights. Storia di un’autogestione, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (Mi) marzo 2010  

  21. Primo Moroni e IG Rote Fabrik, Konzeptburo (a cura di), Le Parole e la lotta armata. Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera. Materiali tratti dal Convegno di Zurigo “Zwischenberichte”, 1997, Shake Edizioni, Milano, 1999  

  22. Francesco Guccini, Libera nos domine, 1978  

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Mark Twain o della modernità https://www.carmillaonline.com/2014/12/27/mark-twain-modernita/ Fri, 26 Dec 2014 23:01:37 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19661 di Sandro Moiso

twain 1 Mark Twain, Autobiografia (da pubblicare cent’anni dopo la morte secondo la volontà dell’autore), Donzelli 2014, pp. 470, € 35,00

“Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato «Huckleberry Finn» […] è il libro migliore che abbiamo avuto. Tutta la prosa americana viene da lì. Non c’era niente prima. E non c’è stato niente del genere dopo”.1 Non molti critici hanno dato retta, per buona parte del ‘900, al giudizio chiaro e sintetico di Hemingway su Mark Twain e sul suo libro più importante. [...]]]> di Sandro Moiso

twain 1 Mark Twain, Autobiografia (da pubblicare cent’anni dopo la morte secondo la volontà dell’autore), Donzelli 2014, pp. 470, € 35,00

“Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato «Huckleberry Finn» […] è il libro migliore che abbiamo avuto. Tutta la prosa americana viene da lì. Non c’era niente prima. E non c’è stato niente del genere dopo”.1 Non molti critici hanno dato retta, per buona parte del ‘900, al giudizio chiaro e sintetico di Hemingway su Mark Twain e sul suo libro più importante. Anzi, per un lungo periodo, l’autore americano è stato trattato con la bonomia destinata agli umoristi e agli autori di romanzi per ragazzi. Quando, addirittura, non è stato relegato al rango di semplice rappresentante del populismo americano.

Niente di più sbagliato, naturalmente. Elio Vittorini, nel 1941, ebbe già a scrivere di lui: ”Nato (Samuel Langhorne Clemens per lo stato civile) l’anno 1835, nel Middle West, sul Mississippi, morì l’anno 1910. Fu, nella vita, uno di quelli che aprirono le vie dell’Ovest: un pioniere. Pilota sul grande fiume, cercatore d’oro, agricoltore, uomo d’affari, infine giornalista e romanziere. Ebbe molta popolarità, più che ogni altro scrittore americano di prima e di dopo”.2

La sua biografia lo avvicina infatti ad un percorso simile a quello di scrittori come Jack London o Jack Kerouac, accomunati, pur in periodi diversi, da una scrittura fortemente influenzata dalle esperienze di vita e lavorative precedenti il momento della scrittura. In Twain, però, più che negli altri la ricostruzione del proprio percorso esistenziale diventa motivo centrale e quasi ossessivo di alcune delle sue opere più importanti: Life on the Mississippi 3 e Roughing It4 oltre alla presente Autobiografia.

Della quale erano già stati pubblicati spezzoni in altre opere oppure una versione in cui gli episodi narrati erano stati messi in ordine cronologico nel 1959, dal suo curatore Charles Neider5 che aveva anche provveduto a censurarne i tratti più feroci, o, ancora prima, riordinata nel 1924 da Bigelow Paine, che aveva sovrinteso alla dettatura della stessa da parte di Twain in diversi periodi compresi tra il 1906 e il 1910.

Lo stesso Twain aveva confidato, in uno scritto del 1906, che: ”Il mio sistema si fonda su una completa e deliberata confusione: non ha un punto di partenza, non segue nessuna rotta e forse non raggiungerà una meta finché vivo”, aggiungendo poi che l’opera avrebbe dovuto essere pubblicata postuma, possibilmente a cent’anni dalla sua morte. Ed è proprio questa confusione che l’edizione attuale, condotta seguendo l’ordine dei testi stabilito dall’edizione originale a cura di Harriet Elinor Smith nell’ambito del «Mark Twain Project», presso la Bancroft Library, e pubblicata in accordo con l’Università della California nel 2010, ristabilisce.

Confusione che, a più di cent’anni dalla morte dell’autore, è essenziale per comprenderne l’importanza e la modernità. Non solo all’interno dell’evoluzione della letteratura nord-americana.
Perché se è vero che noi possiamo rintracciare la lezione di Mark Twain in molti dei più importanti autori americani del ‘900 ( da Thomas Pynchon a Kurt Vonnegut e da Ernest Hemingway a Elmore Leonard passando anche per William Faulkner e Raymond Carver), questo è dovuto principalmente al cinismo e alla grande babele linguistica, con utilizzo di registri lontanissimi tra di loro, di cui l’ex-battelliere del Mississippi fu sicuramente maestro.

Cinismo, umorismo e dialoghi tratti spesso non solo dalla quotidianità della nascente nazione, ma anche dalla tradizione orale che ne accompagnava la narrazione e di cui i tall tales, i racconti esagerati, costituivano la manifestazione più tipica ed esilarante. Oralità che sta alla base del ritmo e della narrazione di Twain, ma che si è anche saldamente instaurata nella tradizione dei brillanti, vivaci e realistici dialoghi tipici della narrativa e della cinematografia americana moderna.
Se Tarantino infatti rivendica in Leonard l’ispiratore di suoi dialoghi, è anche vero che lo stesso Leonard fu molto onorato di sentirsi una volta paragonato a Mark Twain. Proprio per l’ironia e vivacità dei suoi dialoghi.

Ma nell’Autobiografia la tradizione orale, che l’autore volle apparentemente salvaguardare dettando e non scrivendo direttamente l’opera, si fa flusso di coscienza ininterrotto, in cui episodi grandi e piccoli, tracce di ricordi e di umori si ricollegano gli uni agli altri in uno stile estremamente moderno che si spinge, per paragone, fino a Marcel Proust e James Joyce oppure all’inglese B.S.Johnson, senza tralasciare la rabbia e l’ipocondri di un Céline nelle invettive. Perché, molto probabilmente, una vita non può essere ridotta a mera sequenza cronologica di avvenimenti.
E fu forse la coscienza della modernità, ancora eccessiva per molti critici attuali, della propria narrazione, in cui il tempo interiore si espandeva voluttuosamente oltre e al di sopra del tempo dei calendari e degli orologi, che spinse l’autore a chiedere che l’opera fosse pubblicata cento anni dopo la sua morte.

Non per viltà, come qualche critico o autore moderno, pavido e insicuro potrebbe pensare, ma proprio per il fatto che lo stesso autore, giunto ormai alla fine dei suoi anni attraverso un percorso dolorosissimo, durante il quale tutte e due le figlie e la moglie vennero a mancare prima di lui, si era reso conto della bigotteria e del tradizionalismo che lo circondavano e dell’incapacità della società americana di realizzare quel sogno di libertà di cui aveva rappresentato soltanto una vaga promessa.

Sogno che, troppo presto, si era tramutato in un delirio imperialistico che, dopo essersi arricchito con lo sfruttamento degli schiavi neri e lo sterminio dei popoli nativi, stava rivolgendo le sue armi verso il resto del mondo. Nell’Autobiografia sono pagine terribili, di sanguinolente denuncia, quelle che Twain dedica alla conquista delle Filippine da parte degli Stati Uniti durante la guerra con la Spagna della fine dell’ottocento. Pagine che trovano il loro termine di paragone soltanto nello scritto aspro e crudele che lo stesso autore aveva dedicato al dominio imperialista belga sul Congo nel “Soliloquio di Re Leopoldo6 o ad altri episodi del dominio imperialista occidentale sul resto del mondo.

Anti-imperialismo e anti-colonialismo che, al contrario di ciò che molti pensavano e tutt’ora pensano del suo populismo, lo aveva sospinto, proprio durante gli ultimi anni della sua vita, a simpatizzare per il socialismo russo. Simpatia di cui troviamo traccia proprio nelle ultime pagine dell’Autobiografia, in un messaggio che l’autore invia ad un rappresentante del socialismo russo, in esilio dopo la fallita rivoluzione del 1905, che stava percorrendo gli Stati Uniti in cerca di fondi a sostegno dei partiti rivoluzionari attivi nell’impero zarista.

Scriveva infatti a Tchaykoffsky: “Alla rivoluzione russa va la mia solidarietà, ovviamente. Non c’è bisogno di dirlo. Spero che abbia successo, e adesso che ho parlato con lei sono certo che così sarà. E’ stato tollerato più che abbastanza, secondo me, un governo che usa false promesse, menzogne, inganni e il coltello dal macellaio a beneficio di una singola famiglia di parassiti e dei suoi oziosi, maligni parenti. E si spera che il sollevamento della nazione, la cui forza cresce, presto vi metterà fine e creerà al suo posto la repubblica. Possano alcuni di noi, perfino chi ha i capelli bianchi, vivere fino a vedere il benedetto giorno in cui fra di voi ci sarà la stessa penuria di Zar e Granduchi come sono certo che ci sia in paradiso” (pp.456-457).

E affinché il militante russo non si illudesse troppo sulla democrazia americana, a fronte dell’entusiasmo dimostrato dallo stesso per una colletta di due milioni di dollari raccolta negli Stati Uniti a favore della Russia rivoluzionaria, in un dialogo riportato ancora nell’Autobiografia, Twain rispondeva: “Quei soldi non sono venuti da americani, sono venuti da ebrei; molti da ebrei ricchi, ma la gran parte da ebrei russi e polacchi dello East Side – vale a dire, dai più poveri” (pag. 455).

Del libro vanno infine sottolineate la bella traduzione e l’introduzione a cura di Salvatore Proietti, curatissime entrambe.

* * *

twain 2Mark Twain, Autobiografia del cavallo di Buffalo Bill, Mattioli 1885, 2013, pp. 106, € 9,90

Mark Twain, Visite in Paradiso e istruzioni per l’aldilà, Mattioli 1885, 2014, pp.118, € 9,90

I due libricini, pubblicati nell’ambito della ristampa dell’opera integrale di Mark Twain da parte dell’editore Mattioli 1885, contengono alcuni di quegli scritti che tanto resero famoso l’autore americano presso il grande pubblico già durante la sua vita. Entrambi, però, sono frutto, come l’Autobiografia, della fase finale della vita di Samuel Langhorne Clemens. Il primo pubblicato nel 1906 e il secondo nel 1909, a sei mesi dalla morte.

Pur essendo nati come racconti destinati alla pubblicazione si rivista, i due testi possono essere letti in parallelo con la precedente autobiografia, poiché ritroviamo in essi elementi che li accomunano alla stessa. Ma questo, occorre ribadirlo, è dovuto sicuramente al fatto che, ripresa nel suo insieme, l’opera di Twain si rivela come un gigantesco work in progress in cui l’autore torna e ritorna sempre su temi ed episodi legati alla sua vita e alle sue polemiche. Come un assassino sul luogo del delitto verrebbe quasi da dire.

In particolare nel primo dei due, guarda caso un’altra “autobiografia” anche se di un cavallo, scritto contro i maltrattamenti a cui venivano sottoposti gli animali, e in particolare i tori durante le corride, riprende indirettamente un motivo drammatico della propria recente esistenza: la morte per meningite dell’amatissima figlia Susy, avvenuta mentre l’autore era in viaggio in Europa con las moglie. Tale disgrazia costituisce un motivo ricorrente dell’Autobiografia, dove alle pagine dettate da Twain si alternano brevi note tratte dal diario o dalla biografia della figlia scomparsa, mentre qui egli cesella nel personaggio immaginario della piccola Cathy, destinata a morire tragicamente, un ritratto della figlia scomparso, soprattutto attraverso i comportamenti.

La polemica con la società americana della sua epoca, però, esplode anche qui con la solita cattiveria, usando il parametro dei maltrattamenti degli animali per misurare anche la condizione umana nella Land of Freedom. Ecco come si risolve, ad esempio, un dialogo tra due personaggi del racconto sul destino dei tori durante la corrida:

Il toro viene sempre ucciso?
Sì. A volte si intimidisce, trovandosi in un luogo così strano, e, tremante, rimane fermo, o cerca di ritirarsi. Allora tutti lo disprezzano per la codardia e le gente vuole che sia punito e messo in ridicolo; per cui, da dietro, gli tagliano i garretti, ed è la cosa più divertente del mondo vederlo zoppicare in giro sulle zampe recise; tutto l’anfiteatro scoppia in un uragano di risate; nel vedere una cosa del genere, io stesso risi fino a che le lacrime mi scesero lungo le guance. Dopo essersi esibito fino al massimo in cui gli riesce di farlo, non è più utile ed è ucciso.
Beh, assolutamente grande, Antonio, perfettamente bello. Arrostire un negro mica lo batte.” (pag.86)

Il breve romanzo è una girandola di invenzioni linguistiche in cui tutte le vicende sono narrate attraverso i dialoghi tra animali parlanti oppure lettere che gli uomini si scrivono tra di loro, quasi che ad avere diritto di parola nel libro siano soltanto gli animali (cavalli, cani, tori) e non gli esseri umani. Che quel dono hanno sprecato. E sarà proprio per questo, forse, che due cavalli, interrogandosi sull’aldilà, giungeranno alle seguenti conclusioni:
Quando noi moriamo andiamo in paradiso e viviamo con gli umani?
Mio padre pensava di no. Era dell’opinione che non siamo costretti a finire lì a meno che non ce lo siamo meritato.” (pag.88)

Meno drammatico del precedente, il secondo testo riprende invece il tema del viaggio nell’aldilà con un afflato ironico e visionario che, soprattutto nella descrizione della corsa delle anime attraverso le galassie, ricorda ed anticipa a tratti i romanzi di fantascienza di Olaf Stapledon e le prime space opera. Anche se, ancora una volta, per Twain il motivo centrale è quello di ironizzare sulle convinzioni bigotte e ingenue di coloro che credono in un aldilà di tipo religioso. twain 3

Egli costruisce così un paradiso in cui si incrociano le caratteristiche di tutte le religioni rivelate ed anche di quelle sconosciute, provenienti magari da galassie distanti milioni di anni luce dal nostro pianeta, paragonabile per dimensioni ed importanza “ ad una cacca di mosca sulla mappa degli Stati Uniti”. Dando vita ad un sincretismo religioso cacofonico e divertentissimo, dove basta sbagliare indirizzo o porta di ingresso per non essere riconosciuti e confusi dagli angeli o dai profeti di guardia.

Un paradiso dove ad essere famosi ed importanti sono, però, gli sconosciuti, le persone qualunque: ubriaconi, baristi, piccoli artigiani. Spesso più importanti di Shakespeare e Omero oppure delle figure bibliche. E in cui la cosa più noiosa, da cui prima o poi tutti fuggono, è proprio quella di stare in contemplazione, suonando l’arpa e portando un’aureola intorno al capo.
Un Paradiso molto alla Twain quindi, dove tutto viene capovolto e destrutturato.
Un aldilà di cui l’autore, a sei mesi dalla morte, si prende ancora, irriducibilmente, gioco. Con grandissimo divertimento per chi legge.

In un contesto “fantastico” in cui, però, anche la corsa con le comete affrontata dall’anima del protagonista, il comandante Stormfield, rinvia ancora una volta alla biografia dell’autore, visto che la cometa di Halley accompagnò con il suo passaggio sia la sua nascita nel 1835 che la sua morte nel 1910.


  1. Ernest Hemingway, Verdi colline d’Africa  

  2. Elio Vittorini (a cura di), Americana, Casa Editrice Valentino Bompiani 1941, V edizione 1968, pag.246  

  3. Vita sul Mississippi, Mattioli 1885, 2006  

  4. In cerca di guai, Adelphi 1993  

  5. Autobiografia, Garzanti 1998, precedentemente edito da Neri Pozza  

  6. Mark Twain, Contro l’imperialismo (a cura di Mario Maffi), Mattioli 1885 2009  

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Archeologia della battaglia https://www.carmillaonline.com/2014/03/21/archeologia-della-battaglia/ Thu, 20 Mar 2014 23:10:43 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=13509 di Sandro Moiso balzerani

Barbara Balzerani, Lascia che il mare entri, DeriveApprodi 2014, pp. 102, Euro 12,00

Ci sono battaglie che, nella letteratura e nel mito, durano da millenni. Ad esempio quella tra il Bene e il Male. Altre, nella storia, durano da secoli. Come quella tra le classi. Entrambe richiedono canoni narrativi specifici e, in tutti e due i casi, non solo lo svolgimento delle vicende, ma anche il registro e lo stile della loro esposizione deve essere obbligatoriamente ben definito.

La prima battaglia ha bisogno di eroi, di nomi e di eventi straordinari . La seconda è fatta da [...]]]> di Sandro Moiso
balzerani

Barbara Balzerani, Lascia che il mare entri, DeriveApprodi 2014, pp. 102, Euro 12,00

Ci sono battaglie che, nella letteratura e nel mito, durano da millenni. Ad esempio quella tra il Bene e il Male.
Altre, nella storia, durano da secoli. Come quella tra le classi. Entrambe richiedono canoni narrativi specifici e, in tutti e due i casi, non solo lo svolgimento delle vicende, ma anche il registro e lo stile della loro esposizione deve essere obbligatoriamente ben definito.

La prima battaglia ha bisogno di eroi, di nomi e di eventi straordinari .
La seconda è fatta da moltitudini. Spesso anonime e comuni.
Entrambe sono intrise di sangue e di dolore.
Ma, mentre nella prima il sangue è sacro e, come quello contenuto nel Sacro Graal, appartiene a ciò che è eterno, nella seconda il sangue si mescola al sudore e alla fatica e può fecondare la Storia a venire senza che chi lo versi abbia la minima possibilità di tornare a vivere.

Per molto tempo chi ha narrato le cronache della seconda ha cercato di farlo ripetendo il canone della prima. In questo modo la narrazione poteva essere consolatoria anche di fronte alla sconfitta più evidente. Ma, oggi, le sconfitte accumulate nel tempo dalla causa degli oppressi sono state talmente tante, impreviste e pesanti che il semplice eroismo o l’azione momentaneamente vincente non bastano più a giustificarne la causa.

Occorre mettere a nudo le radici di quella causa.
Quelle che continuano a donarle, per mille vie e mille rivoli, la linfa vitale.
Quelle che il potere farà sempre di tutto per tagliare, nei fatti e nella memoria.
Barbara Balzerani ha vissuto in quella battaglia e per quella battaglia.
Avrebbe, ancora una volta, potuto scegliere di raccontarne nomi e fatti salienti. Non l’ha fatto e ha scelto l’altra via. Un altro stile e un altro registro, meno epico e mitopoietico, ma sicuramente anche meno archivistico.

A pensarci, da tanto non so più da dove vengo. Forse da una barca portoghese di pescatori di corallo lungo le coste della Calabria. Forse dai monti del biellese con gli eretici di Dolcino sfuggiti all’inquisitore. O dai fecondi altopiani kenioti, in fuga dai predoni bianchi.
Le vicende del mondo mi sono entrate dentro, mi hanno attraversata come una carta geografica aperta, e mi sono ritrovata in ogni Vietnam senza attraversare nessuna frontiera
” (pag. 6)

Narra tre generazioni di donne: la sua, quella della madre e quella della nonna.
Tre generazioni di donne in cui l’Io soggettivo si confonde e si moltiplica. In cui l’Io di oggi si fonde con quello di ieri e dell’altro ieri. Si rafforza. Resiste. In qualsiasi condizione.
Come il seme sprofondato nella terra durante l’inverno e la cattiva stagione, ma pronto a dare i suoi frutti col ritorno del sole e della primavera.

Tre generazioni di donne, dalla valli del vicentino prima della “grande guerra” alla piana laziale tra le due guerre mondiali, fino alla Roma degli anni settanta. La natura, la fabbrica, la lotta. Ma non solo quelle e non solo quello.
L’autobiografismo, così presente nella memorialistica e nella letteratura, non può più fermarsi ai confini della famiglia e dell’esperienza individuale.

E’ una generazione sconfitta quella di Barbara, ma non rassegnata. La mia.
Che non si è arresa, ma che, semplicemente, ha dovuto lasciare che il mare dei conflitti e della Storia entrasse all’interno del proprio sé. Aprirsi alle contraddizioni e alle storie che hanno fondato un’avventura politica ed esistenziale unica, come lo sono tutte le rivoluzioni. E terribile, come tutte le rivoluzioni sconfitte o deviate.

Ma in quel mare di storie, individuali e collettive oppure di individui più o meno celebri, come l’architetto catalano Gaudí o il maestro elementare socialista della madre ancora bambina, stanno le radici di una battaglia. Che non si è ancora fermata e che non è ancora stata definitivamente vinta da nessuna delle due forze in conflitto. Non più il Bene e il Male, ma il Capitale e il Lavoro.
Che uno scrittore, che di queste cose se ne intendeva e che per primo provò a trattare in maniera meno retorica, avrebbe riassunto in un titolo: Uomini e no.

Una generazione che, per narrarsi, deve tener conto dell’amore per la sintesi di Italo Calvino e della lezione di Marx sulla storia umana che deve fondersi con la storia naturale. Così come la bisnonna di Barbara sembrava già sapere senza aver avuto bisogno di studi ingombranti e non sempre utili. Una generazione che, per la transitorietà della propria esperienza e della vita umana più in generale, deve sapersi raccordare con i tempi lunghi e, talvolta, lunghissimi della storia.
Riunendo il proprio presente al passato più antico e ai tempi che verranno.

Così non è soltanto la prevalenza matrilineare della narrazione a rendere inutile ed obsoleto l’uso del patronimico, dei cognomi che definiscono anagraficamente la genealogia dei singoli. Al massimo i nomi, i diminutivi e, spesso, nemmeno quelli. Altrimenti sarebbero troppi e si rischierebbe di dare più valore ad uno piuttosto che ad altri, mentre il movimento, nel tempo presente e nella storia, è solo e sempre collettivo.

Dalle migrazioni transoceaniche di ieri a quelle mediterranee di oggi; dal disastro della diga del Vajont alle devastazioni ambientali di oggi, storia e natura si fondono, sotto i nostri occhi, sempre di più. E l’Io soggettivo non basta più per narrare e per spiegare il tutto perché il tempo individuale concessoci è, davvero, troppo breve.

Adesso sappiamo. Avevi ragione tu, nonna. L’unica che non ti sei fatta confondere e hai continuato a misurare il bene e il male sui tempi lunghi, tutti quelli che ci vogliono perché ci possa essere ancora domani […] Adesso possiamo provare a salvarci. Diventare capaci di poesia, di archeologia d’anime, imparare a scavare nelle pieghe dell’umano patire, per riconoscere in ogni piccola storia la meraviglia che rimuove la banalità al dolore e alla fatica. Ma per questo c’è bisogno di silenzio, fuori dalla chiacchiera che confonde. Il silenzio […] che è impresso nelle pieghe di imposte verità, che tenacemente aspetta di essere liberato, che consente la resistenza agli oltraggi.” (pp.101 – 102)

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Memento mori https://www.carmillaonline.com/2014/02/12/memento-mori/ Tue, 11 Feb 2014 23:20:50 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=12612 di Sandro Moiso

counselor book Un libro

Se c’è un’ossessione ricorrente nella maggior parte della grande letteratura americana certo è quella della morte. E del male. Che spesso la precede e sempre l’accompagna. Sarà l’origine puritana di gran parte della cultura “bianca” statunitense, ma da Herman Melville a William Faulkner, da Edgar Allan Poe a Ernest Hemingway e da Jack London fino a John Williams la grande mietitrice aleggia su gran parte delle vicende narrate. Anzi si potrebbe forse dire che il “vitalismo” che sembra aver contraddistinto alcuni dei suoi capolavori non avrebbe senso se non fosse accompagnato dalla sua ombra [...]]]> di Sandro Moiso

counselor book Un libro

Se c’è un’ossessione ricorrente nella maggior parte della grande letteratura americana certo è quella della morte. E del male. Che spesso la precede e sempre l’accompagna.
Sarà l’origine puritana di gran parte della cultura “bianca” statunitense, ma da Herman Melville a William Faulkner, da Edgar Allan Poe a Ernest Hemingway e da Jack London fino a John Williams la grande mietitrice aleggia su gran parte delle vicende narrate. Anzi si potrebbe forse dire che il “vitalismo” che sembra aver contraddistinto alcuni dei suoi capolavori non avrebbe senso se non fosse accompagnato dalla sua ombra costante.

Così come non avrebbe senso quel senso di ottimismo, quasi infantile, che traspare spesso in alcuni autori, e che ha spesso infastidito i critici e letterati europei più restii ad accettarla, se accanto ad esso non fosse possibile intuire, quasi sempre, la presenza del male. Di solito assoluto e privo di qualsiasi luce.
“Barbara” fu definita questa letteratura dai critici che le si opponevano, qui in Italia, negli anni in cui Cesare Pavese, Elio Vittorini e Beppe Fenoglio cercavano di rinnovare la letteratura nazionale alla luce dell’esperienza americana.

Eppure quanta profondità, quanto nichilismo, quanta disperata solitudine, quanta assenza di qualsiasi forma di salvezza contengono quelle pagine. Dai racconti western di Bret Harte a Mark Twain e da Howard P.Lovecraft a Larry McMurtry, solo per citarne alcuni e di epoche diverse.
L’umorismo della frontiera nascondeva quasi sempre la solitudine dell’uomo sulle Grandi Pianure e, per default, la sua eterna solitudine davanti all’universo e alla morte. Mentre l’orrore cosmico non costituiva altro che il suo logico corollario.

Morte mai consolatoria, come il cattolicesimo, inavvertitamente, ha invece spesso suggerito anche ai romantici più agguerriti della letteratura italiana. Male privo di salvezza che, nella migliore tradizione luterana, non poteva e non potrà mai trovare consolazione in alcunché.
Vite e vicende senza speranza, senza significato, senza via d’uscita o possibilità di redenzione. Da Jim Thompson a David Goodis, dal Charles Bukowski di “Pulp” alla grandissima, eppur cattolicissima, Flannery O’Connor di “Un brav’uomo è difficile da trovare”.

Se questi sono i due caratteri dominanti nella letteratura d’oltre oceano, anche se mischiati in maniera diversa da autore ad autore e da opera ad opera, certo Cormac McCarthy ne costituisce attualmente la summa. Non solo epocale o generazionale ma, forse, definitiva.
Con buona pace di quel critico letterario di “Libero” che salutò “La strada”, alla sua uscita in edizione italiana nel 2007, come un nuovo e rovente maccartismo anti-islamico e anti-comunista. Naturalmente non aveva capito un cazzo.

Se nella seconda di copertina di “American Tabloid”, James Ellroy ci avvertiva che “L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio”, McCarthy ha semplicemente tracciato, romanzo dopo romanzo, la storia della morte americana. Che naturalmente non è solo qualità di una nazione o di una società, ma dell’umanità suo insieme.

Sì, ho scritto “morte” e non “vita”, soprattutto degli ultimi centosessanta anni. Quelli di solito più celebrati dalla cinematografia di Hollywood e dalla letteratura mainstream.
Quelli che hanno visto liberarsi al massimo le forze produttive degli Stati Uniti e, contemporaneamente, anche la loro più violenta forza distruttiva e la più determinata volontà di dominio e rapina. La morte e il male appunto.

Che in Cormac McCarthy sono tutt’altro che metafisici. Sono ben radicati negli individui e nei loro talvolta diabolici oppure talvolta stupidi o, ancora, talvolta soltanto raffazzonati progetti.
Vendicarsi, sopravvivere, arricchirsi, levarsi al di sopra degli altri uomini oppure semplicemente cercare di essere giusti: tutto porta alla morte e con sé, inevitabilmente, il male e il dolore.

Da coloro che cercano di usare a proprio vantaggio lo spietato killer di “Non è un paese per vecchi”, fino allo sceriffo che rinuncia ad inseguirlo, perché sarebbe soltanto inutile, pericoloso e fallimentare, al killer stesso che sopravvive solo in attesa di portare ancora morte e dolore. Al padre che cerca di proteggere il figlio dai pericoli di un mondo già morto nel romanzo “La strada”; da “Meridiano di sangue“, ambientato alla metà dell’ottocento, in poi tutto traccia soltanto il declino, privo di qualsiasi ascesa precedente, del sogno americano. Che, in sostanza, finisce per rivelarsi soltanto per quello che è: un lungo incubo e nient’altro.

The Counselor1, l’ultima fatica dello scrittore ottantenne, è una sceneggiatura appositamente scritta per il cinema che porta alle estreme conseguenze la weltanschauung dell’autore.
Un giovane avvocato, avido di denaro, sesso e normalità si imbarca in un traffico di droga con il cartello dei narcos messicani. Pensa di avere le conoscenze giuste, di essere abbastanza furbo e, soprattutto, di poter controllare tutto. Forse fin troppo facilmente abituato, la storia è ambientata ai nostri giorni, alle rapide risalite in borsa di titoli spazzatura già precedentemente crollati. La fortuna degli scemi. O dei raccomandati, il che potrebbe essere lo stesso. “L’avidità non ti spinge. L’avidità è il limite” (pag. 71).

Soprattutto non capisce nemmeno lontanamente a cosa può andare incontro, in termini di dolore. E di male. “Il punto è che uno potrebbe dirsi che ci sono cose che questa gente non è in grado di fare. Non è così” (pag. 69). E anche se tutto è destinato a finire con la morte, che non ha alcun significato e che non è possibile esorcizzare con alcun trattato del “buon morire“, la strada per arrivarci può essere molto, troppo, indicibilmente dolorosa. Anche per le persone che si amano e che pur non dovrebbero essere coinvolte.

Come le ragazze che continuano a scomparire lungo il confine tra Texas e Messico. Vite senza speranza, senza significato ma, sicuramente piene di dolore negli istanti finali.
Ma il male non ha riguardi neanche per la classe sociale di appartenenza, per le lauree o per i sogni da yuppie. E della paura della crisi che anche i fortunati hanno. Mentre solo chi non ha nulla ha imparato quanta sofferenza può esserci al mondo, che soltanto chi viene dal nulla può sfidare, aumentandone il dosaggio.

I riferimenti alla crisi attuale del capitalismo finanziario, alle atrocità commesse nei pressi di Ciudad Juarez e all’inutilità di una classe “dirigente” sempre più inconsapevole ed inutile sono tanti e continui. La morte, il male e il dolore sono portati alle estreme conseguenze e solo chi ha già molto sofferto può tentare di sopravvivere. “Non li ho mai conosciuti i miei genitori. Li hanno buttati giù da un elicottero nell’Oceano Atlantico quando avevo tre anni” (pag. 51) può affermare Malkina, la dark lady di origine argentina che si staglia al centro della vicenda, mentre cerca di confessare provocatoriamente i suoi impulsi sessuali irrefrenabili ad un parroco vile e spaurito.

E tocca a lei trarre le conclusioni di quanto accade nel corso della narrazione, esaltando la grazia e la bellezza e la ferocia dei grandi felini: ”Vedere la selvaggina ammazzata con eleganza mi tocca profondamente […] Una cosa del genere è sempre sessuale. Ma la grazia . La libertà. Il cacciatore ha una purezza di cuore che non esiste da nessuna altra parte. Credo che a definirlo non sia tanto quello che è diventato quanto tutto quello che è riuscito a non essere. Non puoi assolutamente distinguere quello che è da quello che fa. E quello che fa è uccidere. Noi naturalmente siamo un’altra storia. Sospetto che siamo inadatti per la strada che abbiamo scelto. Inadatti e impreparati. Vorremmo stendere un velo su tutto questo sangue e questo terrore. Che ci hanno portati qui. La nostra debolezza di cuore rischia di chiuderci gli occhi su tutto questo, ma facendo ciò fa il nostro destino. Forse non sarai d’accordo. Non so. Ma non c’è niente di più crudele di un codardo, e probabilmente il massacro che verrà supera la nostra immaginazione” (pp. 114 – 115).

Un film

Il film di Ridley Scott, basato sulla sceneggiatura originale, rispetta la stessa nelle parole (le battute sono quasi sempre identiche a quelle del testo), ma non nello spirito. Troppi volti famosi: Cameron Diaz, Brad Pitt (che ormai sembra esser diventato il prezzemolo del cinema americano contemporaneo), Penélope Cruz, Michael Fassbender, Javier Bardem e anche, in due ruoli minori, Bruno Ganz e Dean Norris. Troppo patinata la fotografia, fino a farla assomigliare più a quella di un film del fratello Tony, recentemente scomparso, che a quella delle opere migliori di Ridley. Eliminando, a tratti, dal dialogo i passaggi più crudi e provocatori, il film sembra voler nascondere l’abisso che la trama nasconde.

Come se il regista e la produzione avessero voluto evitare di inquietare troppo il pubblico. Come se avessero voluto riposarne lo sguardo, invece di renderlo più acuto. Sostanzialmente, nonostante alcuni momenti pregevoli, un’occasione mancata. Peccato.
Forse John McNaughton, regista di “Henry pioggia di sangue”, sarebbe stato più adatto e avrebbe saputo far di meglio, ma il problema reale sta tutto in una società che dopo aver artificialmente rimosso il “Ricordati che devi morire” della tradizione latina, muore giorno dopo giorno nel dolore di cui, troppo spesso, è essa stessa causa e di cui non vuole sentir nemmeno parlare.


  1. Cormac McCarthy, The Counselor. Il Procuratore, Einaudi 2013, pp. 116, euro 14,50  

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