Don Chisciotte – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 23 Feb 2026 10:50:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Liberarsi dal “giogo dei ruoli” https://www.carmillaonline.com/2022/12/19/liberarsi-dal-giogo-dei-ruoli/ Mon, 19 Dec 2022 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75218 di Paolo Lago

S. Chemotti, M. Coglitore, Il giogo dei ruoli, Il Poligrafo, Padova, 2021, pp. 201, euro 23,00.

È difficile liberarsi dei “ruoli”, delle identità cristallizzate e incancrenite da dinamiche di tipo sociale, politico, economico e, perché no, anche letterario. È difficile perché il ruolo può presto trasformarsi in “giogo”, in una sorta di prigionia identitaria che cresce intorno ai singoli individui. E, probabilmente, risulta ancora più difficile quando i ruoli assumono le loro forme all’interno di una coppia, una struttura sociale appesantita da rigidità imposte dall’alto, dalle convenzioni di matrice borghese [...]]]> di Paolo Lago

S. Chemotti, M. Coglitore, Il giogo dei ruoli, Il Poligrafo, Padova, 2021, pp. 201, euro 23,00.

È difficile liberarsi dei “ruoli”, delle identità cristallizzate e incancrenite da dinamiche di tipo sociale, politico, economico e, perché no, anche letterario. È difficile perché il ruolo può presto trasformarsi in “giogo”, in una sorta di prigionia identitaria che cresce intorno ai singoli individui. E, probabilmente, risulta ancora più difficile quando i ruoli assumono le loro forme all’interno di una coppia, una struttura sociale appesantita da rigidità imposte dall’alto, dalle convenzioni di matrice borghese e cattolica ancora dure a morire nell’Italia di oggi, dove è stato creato addirittura un ministero “della famiglia, della natalità e delle pari opportunità”. Ma il “giogo dei ruoli” può trasformarsi anche in un vero e proprio gioco nel quale, per mezzo di una sottile ironia, si cerca di prendere a staffilate quelle antiquate e rigide convenzioni imposte dal potere. È ciò che si propongono di fare Saveria Chemotti e Mario Coglitore nel loro bel libro intitolato, appunto, “Il giogo dei ruoli”, in cui i due autori mettono in scena dei dialoghi fra personaggi letterari o reali che appartengono a coppie famose di innamorati o di amanti, cristallizzati dal tempo e dall’immaginario comune. All’interno di una struttura articolata in tre tempi, incontriamo, fra gli altri, Paolo e Francesca, Dulcinea e Don Chisciotte, Orfeo ed Euridice, Marianna e Sandokan ma anche Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, Mileva Marić e Albert Einstein, Sibilla Aleramo e Dino Campana. La scrittura si trasforma quindi anche in un gioco in cui la rigidità del giogo si rompe perché, come affermano gli stessi autori in una nota finale, “i momenti più divertenti di questa scrittura senza affanni sono consistiti nella stesura di quelli che abbiamo chiamato «ordini inversi», quando cioè ci siamo scambiati i ruoli, affidando al maschio di questa inusuale coppia di sorella e fratello per «elezione» il personaggio femminile e viceversa alla femmina il personaggio maschile. Un rovesciamento del «gioco delle parti» che ci è piaciuto particolarmente”.

I personaggi messi in gioco non dialogano soltanto fra di loro ma anche, metaletterariamente, con il lettore e con la sua epoca, con avvenimenti storici ancora di là da venire. Il “giogo” viene rotto anche in questo modo: le figure reali e letterarie messe in scena da Chemotti e Coglitore escono dal loro imprigionante contesto e si inseriscono all’interno di un immaginario comune non statico ma avvolto da un movimento continuo. Altre volte, come nel caso di Paolo e Francesca o di Alphonsine Plessis e Alexandre Dumas figlio non si instaura un vero e proprio dialogo ma una narrazione commentata attraverso la quale gli autori discutono sui personaggi, sul loro tempo e sul loro ambiente sociale, intervallando la narrazione con un andamento più riflessivo e saggistico. Ad esempio, come scrive Saveria Chemotti giocando sul significato del verbo “scambiare” e “scambiarsi”, “la colpa di Paolo e Francesca non è stata solo quella di scambiarsi di nascosto un tenero bacio, ma quella di aver scambiato la letteratura con la vita, cadendo nel più pacchiano degli errori”. Perché la stessa letteratura può trasformarsi in gabbia, in schema, in rigido meccanismo che consegna all’immaginario comune figure stereotipate. Gli stessi personaggi letterari (e mitici, come in questo caso) lottano per scrollarsi di dosso quegli stereotipi, quei gioghi arbitrariamente imposti, come Euridice (la cui voce è mediata da Chemotti) che, dopo essersi dichiarata una “preda del destino a cui mi hanno assoggettata gli dei”, afferma perentoria: “A nessuno viene in mente che io ero in grado di resuscitarmi da sola? Che potevo fare affidamento sulla mia sensibilità, sulla mia stessa natura per vincere le ombre e risalire al sole? Che potevo liberare la mia anima prigioniera dei gioghi di un potere che mi avrebbe incatenata a una ventura tragica e senza soluzione di continuità, secolo dopo secolo? Un giorno, nella primavera di molte ragazze io avrò finalmente consolazione e riscatto. Sarò una di loro e non mi volterò mai indietro”. Euridice, esprimendo la sua autoaffermazione di donna contro un potere invisibile che la vorrebbe sempre assoggettata, viaggia, se così si può dire, nel tempo fino a prefigurare le lotte femministe che verranno.

Bisogna infatti notare che tutti i personaggi femminili del libro possiedono in sé una forte carica di ribellione dalle connotazioni di genere, in quanto si oppongono costantemente al potere patriarcale rivestito e simboleggiato dalla controparte maschile della coppia. Penelope, sempre con le parole di Chemotti (che non a caso è una studiosa di letteratura di genere e delle donne), rivendica il suo diritto a raccontare la sua versione dei fatti perché ormai “stanca di essere additata a eroina del matrimonio consacrato”. Ebbene, secondo Penelope, Odisseo è tornato “per attuare la sua vendetta, non per raggiungere me”. E, sicuramente, nella rivisitazione del Giogo dei ruoli, l’eroina omerica avrebbe ceduto alla corte serrata dei pretendenti se avesse capito che l’intenzione di Odisseo era quella “di restare per una toccata e fuga capace di mettermi di nuovo incinta, cioè di imprimermi le stimmate del padrone”. L’eroe se n’è andato senza neanche salutarla: “egocentrico e avido di conoscenza se n’è andato alla ricerca dei confini del mondo”. Naturalmente, adesso non si tratta più del personaggio omerico ma di quello dantesco e, infatti, con spirito metaletterario, Penelope conclude che “si merita di finire all’inferno”. Ma non sono soltanto i personaggi femminili a rimproverare e, quasi, a maledire i propri uomini, in una sorta di libera rivisitazione delle Heroides di Ovidio; anche alcuni personaggi maschili sottolineano la condizione subalterna delle donne nella loro epoca. È il caso, ad esempio, di Alexandre Dumas figlio (non un personaggio letterario, quindi, ma uno reale, anche se legato all’immaginario della letteratura), a cui presta la voce Mario Coglitore. Quest’ultimo, attingendo alla sua vocazione di storico e studioso di dinamiche storico-sociali, dopo una digressione in cui descrive gli effetti nefasti della rivoluzione industriale (“L’età delle ciminiere. Che da giovane ho visto spuntare a una a una, sentinelle implacabili dell’economia di mercato e per converso dello sfruttamento indecente di uomini, donne e persino bambini”), pone l’accento su alcune dinamiche della “sessualità «vittoriana»”, in un periodo in cui le donne dovevano rivestire il ruolo di procreatrici “meglio se di maschi e non di femmine, naturalmente, specie nel caso dei primogeniti cui verrà affidato il patrimonio familiare”. Parlando di Alphonsine Plessis, la cortigiana divenuta amante dello scrittore al quale ha ispirato il personaggio di Marguerite Gautier per il suo romanzo La signora delle camelie, così Coglitore-Dumas figlio si esprime: “Lei, considerata né più né meno che una prostituta, ha preso tutto ciò che ha potuto dalla vita senza risparmiarsi, assaggiandone i frutti più dolci e soprattutto quelli più amari. Fino a che la malattia non ha spezzato l’insopportabile giogo che la teneva prigioniera di questi uomini dall’animo violento e dalla insaziabile bramosia. Gli stessi che la domenica frequentano la chiesa del quartiere o le grandi cattedrali, inginocchiandosi davanti agli altari e prendendo la comunione”.

Un altro personaggio letterario inchiodato al suo ruolo dalla tradizione è l’Angelica dell’Orlando furioso (la cui voce è quella di Chemotti) che giustifica la sua fuga continua dalla guerra (“Io scappo. Anche da questo scempio, ma lo tengo per me”) e da Orlando con il suo diritto ad innamorarsi: il cavaliere “non contempla neppure l’ipotesi che io mi sia finalmente innamorata, che in me sia sorto un sentimento sconosciuto e raro che mi spinge ad abbandonarmi senza l’aiuto di sortilegi”. Ciò che rifugge è, ancora una volta, il ruolo stereotipato: “Certo: alcuni dicono che io non ho davvero una vita mia propria, che sono un «sorridente fantasma» perché configuro un modello che è fin troppo facile convertire in stereotipo e destabilizzarlo”. Perché una donna non può essere un “soggetto del desiderio”. D’altra parte, Angelica conclude la sua ‘tirata’ appassionata con un appello alle donne musulmane, parole che valicano i confini del tempo per giungere fino ai giorni nostri, dense di significato politico e sociale se pensiamo ai tragici fatti che avvengono in Iran: “Perché allora noi, cristiane e mussulmane, non stringiamo un patto che ci sveli nella nostra essenza, con la pretesa di esser guardate oltre la pelle liscia o a rughe, i capelli al vento o sotto un velo, comunque sia?”. Una rivendicazione di sé e dei propri diritti che suona anche come una contestazione alla società tout court è anche quella che Mario Coglitore, dando la voce a Jane (nel ‘dialogo’, costruito dagli autori in un “ordine inverso”, dedicato a Tarzan e Jane, i personaggi inventati da Edgar Rice Burroughs nel suo romanzo Tarzan delle scimmie del 1914), fa risuonare con echi politici e sociali. La giovane, infatti, afferma che la società europea e occidentale ha da sempre avuto pregiudizi non solo nei confronti degli africani ma dell’Africa intera, vista come “il Continente Nero pieno di misteri, giungle soffocanti e umidità insopportabile, screpolata in alcune latitudini da un sole impietoso e da sabbie smosse dal Ghibli tormentoso”. E allora, l’inglese Jane, innamorandosi del misterioso “Tarzan delle scimmie”, riesce a spezzare “i vincoli opprimenti della società del mio tempo, ben poco seducente” e, finalmente, non sarà più costretta a “respirare i miasmi del carbone delle industrie della capitale che sbuffavano a pieno ritmo, nebbia puzzolente dentro alla nebbia che già saliva dal Tamigi”.

E i personaggi maschili? Anche loro, nonostante siano in alcuni casi staffilati ben bene dalla loro controparte femminile, riescono a liberarsi dal giogo che li vorrebbe imprigionati nel loro ruolo. Se, come abbiamo visto, Dumas figlio sottolinea la subalternità della condizione femminile, Tarzan, da parte sua, nelle parole di Saveria Chemotti, afferma che anche lui si sente un ‘diverso’ nella giungla e, alcune volte, è stato costretto a nascondersi perché cosciente della propria diversità rispetto alle scimmie. Forse, però, la figura maschile che viene presentata più slegata dal proprio ruolo è quella di Giacomo Casanova, irrigidito nello stereotipo del seduttore fino all’antonomasia. Mario Coglitore, da buon veneziano, ci presenta un Casanova vecchio e triste in una lontana Boemia, profondamente immalinconito dal ricordo della sua ormai irraggiungibile Venezia: “Venezia mi manca. Mi manca l’odore dell’acqua che ristagna, i rumori del remo che sciaborda, lo spettacolo della laguna in qualunque stagione”. In quest’immagine malinconica (che può ricordare il poetico finale del Casanova di Federico Fellini, in cui il personaggio sogna di danzare sulla laguna ghiacciata con una dama meccanica), Casanova si libera del suo ruolo, concedendosi finalmente un immaginario libero dagli stereotipi. Ed è lo stesso immaginario che ci regala Il giogo dei ruoli: un tentativo di resistenza – attuato per mezzo di una scrittura che valica i confini fra realtà e letteratura – ai gioghi imposti da qualsiasi potere.

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La memoria di una sconfitta https://www.carmillaonline.com/2020/03/06/la-memoria-della-sconfitta/ Fri, 06 Mar 2020 22:01:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58260 di Sandro Moiso

Maria Ferretti, L’eredità difficile. La Russia, la rivoluzione e la memoria (1917-2017), (a cura di A.Berelowitch, M.Carli, L.Rapone, A.Salomoni), Viella libreria editrice, Roma 2019, pp. 354, 32,00 euro

Non poteva essere più adatto il titolo scelto per questa raccolta di scritti di Maria Ferretti, scomparsa prematuramente nel 2018, dedicati allo studio delle contraddizioni dell’esperienza rivoluzionaria russa e sovietica e alla memoria che di queste si è conservata. Contraddizioni drammatiche, troppo spesso violente, che hanno reso quell’esperienza un pesante fardello e un’ingombrante eredità per coloro che ancora oggi, a un [...]]]> di Sandro Moiso

Maria Ferretti, L’eredità difficile. La Russia, la rivoluzione e la memoria (1917-2017), (a cura di A.Berelowitch, M.Carli, L.Rapone, A.Salomoni), Viella libreria editrice, Roma 2019, pp. 354, 32,00 euro

Non poteva essere più adatto il titolo scelto per questa raccolta di scritti di Maria Ferretti, scomparsa prematuramente nel 2018, dedicati allo studio delle contraddizioni dell’esperienza rivoluzionaria russa e sovietica e alla memoria che di queste si è conservata.
Contraddizioni drammatiche, troppo spesso violente, che hanno reso quell’esperienza un pesante fardello e un’ingombrante eredità per coloro che ancora oggi, a un secolo di distanza, vorrebbero dare l’assalto al cielo. A differenza di ciò che si sarebbe potuto sperare al suo sorgere e per la prima parte del suo cammino.

Una speranza di cambiamento radicale dell’esistente e un modello organizzativo che si sono trasformati in un’autentica sconfitta per il movimento rivoluzionario e per quello operaio del ‘900. E non solo a partire 1989, come tanti rappresentanti dei lupanari dei media di regime vorrebbero ancora farci credere per poter dare lustro e gloria al liberismo, alla globalizzazione e al capitalismo, cantandone salmi e lodi.
Una sconfitta tutto interna al movimento rivoluzionario che, pur testimoniata da ricerche che hanno saputo limitare e negare i meriti dell’iniziativa liberale e democratica, non è ancora stata del tutto rielaborata e dalla quale molti non hanno saputo trarre le dovute, necessarie e utili lezioni.

E’ paradossale, ma fino ad ora il movimento destinato a porre fine, un giorno, all’attuale e catastrofico modo di produzione, ha dovuto saper trarre più lezioni dalle controrivoluzioni che dalle rivoluzioni riuscite. Controrivoluzioni successive alle esplosioni rivoluzionarie, di cui sono state di fatto i carnefici. Come nel caso dell’autentico massacro portato a termine, in casa e fuori, dallo stalinismo e dai suoi servi nei confronti del proletariato internazionale e delle sue avanguardie più sincere.
E’ proprio per questo motivo che l’opera di Maria Ferretti (nata nel 1958), sia nel suo insieme che nello specifico della raccolta di saggi qui analizzata, può rivelarsi estremamente stimolante e utile.

L’autrice, infatti, ha dedicato praticamente tutto il suo lavoro di ricerca, come affermano i curatori nell’introduzione al testo:

a voler capire – con tutto quello che tale comprensione implicava per una donna che condivideva l’ideale socialista – come un progetto di libertà, nutrito dall’Illuminismo, si fosse trasformato in una delle dittature più terribili e sanguinarie del XX secolo. La sua preoccupazione centrale diventò quella di spiegare la genesi dello stalinismo, né frutto delle contingenze, né completamente iscritto sin dalle origini in un progetto totalitario.1

Quindi non un lavoro svolto sulla base della distanza ideologica, ma sempre, con cura e ponderate riflessioni, dall’interno di una causa ideale che ha dovuto comunque prendere atto della sconfitta di un progetto di liberazione proprio a partire dal percorso prescelto. E, soprattutto, di come il regime sovietico abbia privato il popolo russo della sua storia, attraverso una colossale e sistematica falsificazione. Corroborata per decenni dall’adesione alla stessa vulgata dei partiti “fratelli” stranieri.

Un lavoro che aveva portato la Ferretti a trasferirsi a Mosca e a partecipare, in qualità di osservatrice e storica delle vicende sovietiche, al processo di recupero della memoria avviata in Russia dopo l’apertura degli archivi in cui, per decenni, le storie e le vicende tragiche di milioni di uomini e donne (spesso aderenti al Partito e alla Rivoluzione) erano state nascoste. Cancellandone l’esistenza e trasformandoli in ombre di un passato rimosso e, troppo spesso, negato. Lavoro e attività di ricerca, spesso svolto attraverso i rottami di un naufragio che tante famiglie avevano, comunque e ostinatamente, conservato: cartoline dal gulag, fotografie sbiadite, certificati di nascita, oggetti e lettere, che avevano portato alla realizzazione di La Memoria mutilata. La Russia ricorda, edito dalle edizioni Corbaccio nel 1993. Grazie anche alla consultazione di una vastissima bibliografia e alla raccolta di un gran numero di drammatiche testimonianze personali.

Il testo pubblicato da Viella contiene otto saggi apparsi precedentemente come articoli per varie riviste storiche, italiane e straniere, oppure come relazioni per convegni inerenti agli stessi argomenti.
Saggi che non si fermano al periodo compreso tra il 1917 e la denuncia dei crimini di Stalin avvenuta al XX congresso del Partito sovietico, ma procedono oltre, proprio a dimostrazione di come l’opera di rimozione non si sia fermata ai tempi di Chruščev o con la successiva destalinizzazione.

Dalla ricostruzione della storia di un operaio di Jaroslavl’, Vasilij Ivanovič Ljulin, arrestaro nella notte dell’11 giugno 1929 alle lettere di Lunačarskij, in cui quest’ultimo si avvale di Don Chisciotte per esprimere le sue perplessità sul percorso intrapreso alla fine della guerra civile, passando per le testimonianze dei corrispondenti operai della «Pravda» nel 1922, tutto concorre a ricostruire un quadro di una sconfitta politica con cui ci troviamo ancora a fare i conti, non soltanto dal punto di vista storiografico.

Sconfitta legata soprattutto a quella modernizzazione autoritaria cui lo stalinismo avrebbe dato vita in nome dello sviluppo industriale, della Patria e della nazione socialista, e a cui è dedicato un altro dei saggi, e che avrebbe dato vita ad un’elevata conflittualità sociale e alla susseguente e sanguinosa repressione. Insieme alle crisi alimentari e produttive avvenute nelle zone agricole in cui si era dato vita ad una collettivizzazione forzata che scimmiottava, sotto la guida dello Stato e del Partito, le trasformazioni avvenute in agricoltura, in tempi ben più lunghi, che avevano portato alcuni paesi dell’Europa Occidentale alla rivoluzione industriale del XVIII secolo.

Un’idea di sviluppo economico, industriale e sociale che ben poco aveva in comune con il tema della liberazione della comunità umana dal lavoro salariato, ma che anzi ne favoriva la diffusione e l’esaltazione2. Idea che in nome della difesa della patri socialista avrebbe precipitato poi il proletariato russo e mondiale in un conflitto imperialista in cui tutta l’azione dell’antimilitarismo rivoluzionario precedente, che è da considerarsi tra le principali cause che avevano portato alla stessa Rivoluzione del 1917, era stata cancellata e rimossa in nome della democrazia borghese e delle alleanze interimperialiste3.

Una sconfitta con cui dobbiamo ancora fare pienamente i conti, pur continuando a portarne il fardello. Opera che occorre svolgere non per continuare ad esaltare oppure rimpiangere nostalgicamente il passato, ma affinché ci sia di stimolo per non ripeterne gli errori. Esattamente come la stessa Maria Ferretti, di cui attendiamo ancora la pubblicazione di due lavori rimasti inediti (una storia del Gulag e uno sui “disillusi” della rivoluzione), forse avrebbe voluto.


  1. M. Ferrretti, L’eredità difficile, (a cura di A.Berelowitch, M.Carli, L.Rapone, A.Salomoni), Viella 2019, Introduzione p. 8  

  2. Si veda in proposito anche Francesco Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988  

  3. Sull’antimilitarismo come fattore rivoluzionario nell’Italia del primo Novecento si veda L. Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno Editrice, Roma 2019 (qui)  

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